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Mettiamo a disposizione degli amici e dei naviganti un alltro volume (SECONDA SERIE) delle Memorie di Giacomo Margotti, un autore da cui non si può prescindere se si vuole capire come avvenne la unificazione dell'Italia.


MEMORIE PER LA STORIA de' NOSTRI TEMPI

DAL CONGRESSO DI PARIGI NEL 1856 AI GIORNI NOSTRI

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CRONACA PIEMONTESE DELL'ANNO 1856.

La mattina del 4° gennaio, alle ore 40, S. M. tiene solenne ricevimento dei Cavalieri dell'Ordine della SS. Annunziata, dei ministri secretarìi di Stato, e quindi delle deputazioni del Parlamento nazionale. Consiglio di Stato, Municipio di Torino e R. Università degli studi. - Alle ore 14 S. |M. , accompagnata da S. A. R. il principe di Savoia Carignano si dirige alla R. Tribuna in S. Giovanni - Alle 3 e 3|4 pomeridiane giugno a Torino dalla Crimea il generale Alfonso La Marmora. Alcuni minuti prima i ministri del re, sir James Hudson, ministro di S. M. Britannica, e parecchi onorevoli senatori e deputati si recano alla stazione della via ferrata a ricevere il comandante in capo del nostro esercito in Oriente.

Il 7 gennaio. - II generale Alfonso La Marmora parte alla volta di Parigi per prender parte alle conferenze militari, e prende la via del Cenisio. - II 14 Nella chiesa di San Lorenzo si celebra l'anniversario della morte della compianta regina Maria Teresa, vedova di Carlo Alberto.

Il 19. - Una mesta cerimonia compiesi in San Lorenzo pell'anniversario della morte della regina Maria Adelaide. Il re Vittorio Emanuele ne ordina la celebrazione. Sulla noria del tempio leggisi: «Il Re Vittorio Emanuele II rinnova sacrifizii preghiere per la consorte impareggiabile, Maria Adelaide, che da dodici mesi ha deserto

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dei santi esempli dell'angelico Sorriso il suo trono e i suoi popoli».

Il 7 febbraio. - Giungono in Torino, provenienti da Parigi, S. E. Mehemed Djiamil-Bey ambasciatore della Sublime Porta presso S. M. il re di Sardegna, il generale Alfonso La Marmora, comandante in capo del corpo di spedizione in Crimea.

Il 9, - g, M. nomina suoi ministri plenipotenziarii alte conferente di Parigi il conte Camillo Benso di Cavour, presidente del Consiglio dei ministri, ed il marchese Salvatore Pes di Villamarina, suo inviato straordinario t ministro plenipotenziario presso S. M. l'imperatore dei Francesi.

Il 13. - Il conte Camillo Benso di Cavour, presidente del Consiglio del ministri, parte per Parigi.

Il 14. - S. A. R. la Duchessa di Genova fa celebrare, nella chiesa di S. Lorenzo, solenni esequie anniversarie, in commemorazione della morte del compianto marito il Duca di Genova. Sulla porta del tempio leggisi: «I funerali Mi primo memorabile anniversario, all'animo generosa del prode in battaglia, Ferdinando di Savoia, duca di Genova, reggitore di legione nella guerra dell'indipendenza italiana, capitano supremo delle artiglierie piemontesi. - Cittadini, la vedova sconsolata abbruna il tempio, e voi tornate a pregare la requie eterna».

Nello stesso giorno, in una delle sale dell' Albergo Trombetta, s da il banchetto che il Parlamento offre al generale Alfonso La Marmora. Il numero dei commensali è di circa centosessanta.

Il 16 marzo. - Il conte Cavour si reca alla Legazione di Francia affine di presentare, in nome di S. M. il Re e del suo Governo, vive congratulazioni all'inviato straordinario e ministro plenipotenziario signor duca di Grammont, per la nascita del Principe imperiale ereditario di Francia. Il 22. -

Una meteora si mostra sul nostro orizzonte, seguendo la direzione da levante a ponente, scoppiando con un fragore simile al tuono, dopo di aver mandata una luce vivissima che illumina tutta quanta la città.

- La sera medesima cadono nella provincia d'Urea alcuni bolidi, uno presso la città d'Ivrea che si getta sella Dora, un altro nelle vicinanze di Pont-St.-Martin, ed un terzo dal Biellese si scarica bui monti di Quassolo, dove sparisce. Il 4. - Per cura della Legazione imperiale di Francia è cantalo un solenne Te Deum nella chiesa della Madonna degli Angeli, in rendimento di grazie all'Altissimo per la nascita del Principe imperiate di Francia. Il 30. - Lo sparo dei cannoni da l'annuncio del trattato di pace, segnato a Parigi alle 2 14 pomeridiane.

Il 8 aprite. - Si celebra nella chiesa di San Giovanni la messa funebre la commemorazione dei morti sui campi di Novara nel marzo 1849. Si legge nella Gazzetta di Genova del 14 aprile: «La feste inaugurale per l'apertura della nuova Via ferrata che congiunge la nostra città con imo dei più industri comuni dell'occidentale riviera, seguiva ieri, secondo il riferito programma, e con un felicissimo risultato. Può dirsi veramente che una gran parte degli abitanti di Genova si trovò quasi per incanto trasferita sul ridente lido di Voltri, tanto era il numero degli accorsi a riempire la interminata fila dei vagoni preparati al tragitto». Il 24. - Giungono alla Spezia, provenienti dalla Crimea in ottimo stato di salute, e trasportati

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sui vapori inglesi Imperator e Colombia, il terzo reggimento provvisorio del Corpo di spedizione, composto dei battaglioni di guerra delle brigate Cuneo e Pinerolo oltre ad un battaglione di bersaglieri ed a due compagnie della brigata Piemonte. La truppa è comandata dal generale Cialdini. Il 29. - S. M. riceve in udienza privata il conte Camillo di Cavour, presidente del Consiglio dei ministri, reduce dalle conferenze di Parigi, ed il pegno della sua piena soddisfazione, si degna di decorarlo di propria mano del Collare dell'Ordine supremo dell'Annunziata.

Il 3 maggio. - Oltre i due cannoni che il Governo inglese donava all'annata sarda, un altro tratto di cortesia volle usarle cedendo le batterie inglesi, che gli artiglieri sardi avevano adoperato nella giornata della Ornala. L'8. - Il conte di Stackelberg, generai maggiore al seguito di M. l'Imperatore di tutte Russie, incaricato dalla M. S. di una missione speciale presso di S. M. il Ha nostro augusto Sovrano, giunge in Torino. L'11 - È celebrata la ferita dell'ottavo anniversario dello Statuto costituzionale. Il 12. - S. M. incarica il luogotenente generale cavaliere Dabormida, senatore del Regno e comandante del corpo reale d'Artiglieria, di portare all'Imperatore delle Russie la risposta alla lettera in cui lo stesso Imperatore partecipava la notizia della tua salita al trono.

Il 26. - Con l'ultimo convoglio della via ferrata di Genova giugne in Torino un battaglione dell'11° reggimento di fanteria reduce dalla Crimea. Il 28. - Gli ufficiali dell'11° reggimento danno nella sala dell'Albergo Trombetta un banchetto ai loro compagni reduci dalla Crimea.

Il 1° giugno. - Giugno in Torino S. E. il generale Alfonso La Marmora proveniente dalla Crimea.

Il 10. -11 Municipio di Novara offre un banchetto agli ufficiali del 17» reggimento di fanteria che hanno preso parte alla campagna di Crimea. La sala del banchetto è decorata di trofei, di bandiere nazionali e d'iscrizioni allusive alle gesta dei nostri soldati in Oriente. Una di queste iscrizioni dice: O guerrieri del Ponto- Vorranno conoscervi mill'altri fratelli - E si dorranno di essere nati altrove. Il 14. - 11 Comitato centrale per un ricordo alle truppe in Crimea, nella sua radunanza del 28 aprile p. p. , deliberò di offrire una spada di onore al Generale comandante in capo il corpo di spedizione. Questa spada è presentata a S. E. il generale La Marmora, che l'accoglie con riconoscenza. Il lavoro dell'elsa rappresenta il Piemonte con giovanile aspetto e con divisa guerriera. Il 14. - Il Re distribuisce le medaglie commemorative della guerra di Crimea e legge la seguente allocuzione: Uffiziali, sottuffiziali e soldati; è scorso appena un anno dacché io vi salutava dolente di non esservi compagno nella memorabile impresa. Or lieto vi riveggo, e vi dico: «avete ben meritato della patria. Voi rispondeste degnamente all'aspettazione e mia, alle speranze del Paese, alla fiducia de' nostri potenti Alleati, che oggi ve ne danno una solenne testimonianza. Fermi nelle calamità che affissero e una eletta parte di voi, impavidi nei cimenti della guerra, disciplinati sempre, voi cresceste di potenza e di fama questa forte e prediletta parte d'Italia. «Riprendo le Bandiere che vi consegnava, e che riportate vittoriose dall'Oriente. Le conserverò come ricordo delle vostre fatiche,

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e come un pegno e sicuro che, quando l'onore e gli interessi della Nazione m'imponessero di rendervele, esse sarebbero da voi sui campi di guerra dovunque, sempre, «ed in egual modo difese, e da nuove glorie illustrate».

Il 16. - Nella chiesa di Santa Teresa si celebrano le esequie di monsignor Roberti, uditore di Nunziatura, morto l'altrieri repentinamente. Alla religiosa e funebre cerimonia assistono 8. E il conte di Cavour, presidente del Consiglio dei ministri ed i componenti del Corpo diplomatico estero residente in Torino. Il 20. -11 cavaliere Pietro Paleocapa, senatore del Regno e ministro dei lavori pubblici, parte per Parigi ad oggetto di prender parte ai lavori della Commissione incaricata dell'esame delle questioni relative al progetto del taglio dell'Istmo di Suez. Il 25. - I giornali di Ciamberì recano la descrizione delle cordiali accoglienze e delle feste fatte in quella città l'altroierì al battaglione del 5 reggimento ed allo squadrone di Novara Cavalleggieri reduci dalla Crimea. - I giornali di Nizza narrano le feste fatte da quella popolazione ai battaglioni del 9 e del 10 di fanteria reduci dalla Crimea. Il 38. - 11 Consiglio comunale di Torino ha deliberato di erogare la somma di L. 2,000 a sussidio dei Francesi danneggiati dalle recenti inondazioni.

Il 1 luglio. - Le LL. AA. RR. i Principi e le Principesse intraprendono un viaggio al Lago Maggiore. Il 16. - Giunge a Pietroburgo il generale conte Broglia, inviato straordinario e ministro plenipotenziario di S. M. il Re di Sardegna presso S. M. l'Imperatore delle Russie. La Gazette de Savoie del SS annunzia l'arrivo a Ciamberì del maresciallo Canrobert, e soggiunge: e Ieri l'altro la musica dei Cavalleggieri di Novara diede una serenata all'illustre vincitore d'Inkermann, il quale, dopo avere passali alcuni giorni a Aix, deve partire, da quanto si assicura, per Torino». Il 28. - Ricorrendo il settimo anniversario della morte di S. M. il re Carlo Alberto, è celebrata nella chiesa metropolitana solenne messa funebre.

Si legge nella Gazzetta Piemontese del 6 agosto 1856: «II progetto di nna sottoscrizione per. cento cannoni ad Alessandria, ha incontrato molto favore nel paese; le sottoscrizioni procedono con alacrità. Il paese coglie con premura le occasioni di testare la sua devozione a quei principii d'indipendenza e di dignità, dai quali s'informa la politica del governo del Re». L'11. - Nell'adunanza che ha luogo in Vogherà la Commissione Sardo-Parmense delibera che la congiunzione della ferrovia Sarda con quella Parmense avrà luogo in un punto di passaggio della Bardoneggia, riconosciuto il più conveniente ad ambedue gli Stati, e che il ponte sarà costrutto dalla Società della ferrovia da Alessandria a Stradella a spese comuni colla Società cui sarà concessa la ferrovia sullo Stato di Parma. Il 14. - II cavaliere Raffaele Renzi è nominato da S. M. a Commissario nei Principati Danubiani. Il 15. - In occasione della festa di S. M. l'Imperatore dei Francesi, S. E. il duca di Grammont da uno splendido banchetto.

Si legge nella Gazzetta Piemontese del 16 agosto: «Oggi ricorre un fausto anniversario: compie l'anno da quel giorno in cui sulle rive della Cernaia otto secoli di nobili tradizioni ebbero una nuova e solenne consacrazione, ed i nostri soldati, combattendo a fianco di eroici alleati e contro un valoroso nemico, abbellirono di nuovo lustro quel vessillo, dove l'antica e venerata croco di Savoia splende

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fra i colorì nazionali, e che non fu mai disertato né dal valore né dalla fede. Tutta Italia plaudisce con noi all'anniversario del glorioso e non più dimenticabile evento; e mentre invia cordiali augurii ai prodi superstiti, consacra un pensiero di rimembranza mesta ed affettuosa ai valorosi che andarono e non tornarono». 1148. - Buon numero di veterani degli. eserciti napoleonici, io questo giorno celebrano la ricorrenza del nome del loro capitano. Il 22. - I giornali di Savoia annunciano l'arrivo ad Aix-les-Bains di S. A. il principe Luciano Murai, senatore dell'impero Francese e del maresciallo Baraguav d'Hilliers. 1129. - S. M. riceve in udienza particolare il conte Ernesto di Stackelberg,che presenta le lettere che lo accreditano presso la M. S. in qualità d'inviato straordinario e ministro plenipotenziario di S. H. l'imperatore di tutte le Russie.

Il 7 settembre. - È inaugurata la linea di strada ferrata da Santhià a Biella. 1117. - S. M. riceve S. E.Mehemed Djiamil, ambasciatore di S. M. imperiale il Sultano, il quale ba l'onore di presentare al Re i magnifici regali mandatigli dall'augusto suo alleato. Questi regali consistono in due selle colle rispettive gualdrappe e finimenti ed in una sciabola. Le gualdrappe sono oltre ogni dire ricche e splendide: una di esse in drappo azzurro oscuro è coperta di argento, l'altra in drappo rosso è coperta d'oro e di brillanti a profusione. La sciabola è ammirabile per la squisitezza e per la finitezza del lavoro: la impugnatura ò. in oro e tutta tempestata di diamanti e di pietre preziose. Il 25. - Pranzo a Corte. S. M. ba alla sua destra l'ambasciatore di S. A. 1. il Sultano, ed alla sinistra il ministro inglese, decano del Corpo diplomatico.

Il 4 ottobre. - Giunge da Baveno la notizia della morte del cavaliere Giacinto Provana di Collegno, tenente generale e senatore del Regno, ivi succeduta (29 settembre) alle ore 5 pomeridiane. Il Lord John Russel giunge in Torino. Il 20. -È fatta l'apertura della via ferrata di Savoia. Il convoglio partito da Saint-Jean-dé-Maurienne alle ore 8 e 40 del mattino, giunge a Ciamberì alle ore 11 e 30 e ad Aix a mezzogiorno. li 21. - Giunge a Torino il conte di Minto, pari d'Inghilterra. Il 22. - Verso le 4 e 25 pomeridiane arriva felicemente in Arona S. M. l'Imperatrice madre di Russia co) suo seguito. S. M. I. è ricevuta allo sbarco con tutti gli onori dovuti all'eccelso suo grado da S. A. R. il Principe di Savoia Carignano e dalle Autorità divisionali e locali, ed è accompagnata all'albergo ove prende stanza. Il 23. - Alle ore 8 e 20 antimeridiane S. M. il Re si reca per convoglio speciale a Genova. S. M. I. con convoglio speciale muove alla volta di Genova accompagnata dalla prefata S. A. R. 11. 24. - S. M. il Re dopo aver passato la rivista delle truppe, si porta a visitare i nuovi quartieri della città. S. M. l'Imperatrice di Russia pranza con S. M. il Re, con S. A. R. il principe Eugenio e con S. E. il conte Cavour.

Il 5 novembre. - Si legge nella Gazzetta di Genova: e Ieri verso le ore 6 e 1 % pomeridiane, salpava da questo porto per alla volta di Costantinopoli il R. piroscafo Monxambano, comandato dal signor Giraud capitano in secondo di vascello, con settanta persone d'equipaggio, avendo a bordo il luogotenente generale Giacomo Durando, senatore del Regno, inviato straordinario e ministro plenipotenziario di S. M. il Re di Sardegna presso S. A. imperiale il Sultano».

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Il 10. - II ministro degli affari esteri di S. M. il Sultano informò non ha guari il R. Rappresentante a Costantinopoli che S. M. volendo porgere una nuova testimonianza de suoi sentimenti verso le truppe Sarde che combatterono a fianco delle truppe Ottomane, ha ordinato di cingere di muro apposito il sito dove furono sepolte a Venikoi le ossa dei militari sardi morti colà durante la guerra d'Oriente. Il 16. - 8. A. l. la granduchessa Elena di Russia sbarca felicemente a Villafranca, ed un'ora dopo giunge in Nizza in una delle carrozze reali.

Il 15 dicembre. - Si legge nella Gazzetta Piemontese: «Il Consiglio di famiglia dei figli di fu . A. R. il Duca di Genova ha pregato 8. M. il Re di assumere la tutela delle LL. AA. RR. il principe Tomaso e la principessa Maria Margherita. 8. M. ha aderito a questa domanda, ha ordinato che S. A. R. il principe Tomaso, duca di Genova, venga educato coi suoi proprii augusti figliuoli, e per quanto concerne la parte amministrativa, ba prescritto che essa venga affidata al cavaliere Remigio Panizzera; II 45. - Il generale Roetoian è ricevuto alle 2 pomeridiane insieme co' suoi tre ufficiali di seguito da S. M. l'Imperatrice madre di Russia; si reca quindi a far visita a 8. A. I. la granduchessa Elena.

Il 26. -

è presentata a S. E. il conte di Cavour una medaglia in oro offerta da parecchi abitanti della città di Napoli.

Questa medaglia è opera dell'incisore Gai cazzi. In una delle sue faccie si vede il ritratto del conte di Cavour, intorno a cui si leggono le parole:

A Camillo di Cavour propugnatore animoso dell'indipendenza d'Italia i Napoletani riconoscenti. Nell'altra faccia si vede una corona di quercia in mezzo alla quale sono le parole

VIII Aprile 1856.

- Giunge per via telegrafica la notizia della morte di S. A. I. l'arciduchessa Elisabetta, sorella del Re Carlo Alberto, avvenuta ieri sera a Bollano.

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CENNI AMMINISTRATIVI

SULLO STATO ESTENSE

I presenti cenni sulle condizioni amministrative dello Stato Estense negli anni 1850 sino a tutto il 1857 sono precisamente quelli che venivano inseriti nell'Almanacco della R. Corte per l'anno 1859, il quale non fu pubblicato pel corso degli avvenimenti.

PROSPETTO DIMOSTRATIVO dei prodotti e dette spese dillo Stato nell'anno 1857, col confronto della media dei prodotti e spese riferibili agli anni dal 1850 al 1856.

TITOLO DEI PRODOTTI

A S. E. il sig. Cord. Arciv. di Pisa.PRODOTTI ed INTROITI dell'anno 1857 Prodotto della vendita dei generi di privativa, cioè Sali, Tabacchi, Polvere e Carta bollata ….............................L. 3,331,490 51 Prodotto dei Dazii doganali t di consumi …..................» 9,178,911' 07 Prodotto delle Tasse Successioni e contratti, della Tassa del mezzo per cento sui capitali ipotecarii e di commercio, della Tassa personale, della Tassa bestiami, del Lotto, dei pomi passi ecc.......................................... » 1,468,624 74 Prodotto della Posta Lettere............................................» 136,451 49 Prodotto dei Beni in amministrazione della R. D. 705,69 16 Prodotto dell'imposta prediale........................................» 2,480,808 81 Prodotto del Patrimonio degli Studii, dei Telegrafi, ed altro in dipendenza del Ministero dell'Interno …............» 417,099 78 Introiti per Tasse d'Ipoteche, e tasse giudiziarie ecc. in dipendenza del Ministero di Grazia e Giustizia..............» 273,209 80 Introiti della Casa di Forza alla Salicela, e tasse di polizia, in dipendenza del Ministero di Buon Governo 100,451 71 Totale dei prodotti e degli introiti …..............................» 11036,793 02 Spese pagamenti complessivi come contro....................» 10914,620 49 Avanzo............................................................................» 122,179 53

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TITOLO DELLE SPESE

SPESE E PAGAMENTI Dell'anno 1857

Costo dei ceneri di privativa esitati, e spese relative alla vendita...»

1,074,043 78

Spese per la riscossione dei Dazii e delle Tasse..............................»

267,439 85

Spese pel trasporto, il ricevimento e la distribuzione delle Lettere, Gazzette, Pacchi e Gruppi...............................................................»

124,736 29

Spese per la Guardia di Finanza.....................................................»

319,528 79

Spese generali del Ministero e delle Intendenze di Finanza...........»

293,371 53

Spese pei Beni Camerali, Cenai, Livelli e Congrue alle Parecchie

617,454 31

Debito pubblico di rendite di consolidato, e di frutti di prestiti.....»

453,720 86

Pensioni Civili, Militari ed Ecclesiastiche …....................................»

445,642 36

Spese per la R. Corte, per le Fabbriche, per la R. Galleria e le Postali interne........................................»

759,209 04

Stipendii ad Impiegati nella Biblioteca Estense Ragioneria di Revisione, Archivio Segreto, Capella di Corte ecc. ecc ...»

40,325 99

Dozzene a diversi in Stabilimenti d'educazione, assegni e sussidi mensili e straordinari, retrodazione di Prediale ai Possidenti di Vigneti nel Massese, ed altro.....................»

200 050 68

Spese per la pubblica istruzione......................................................»

333,103 70

Simili pel mantenimento degli Stabilimenti di pubblica beneficenza, e delle Case di lavoro................................»

315,130 54

Spese per gl'Impiegati nel corpo d'acque e strade negli Uffizi! dei Telegrafi, Manutenzione ordinaria delle strade, delli argini ecc., Spese straordinarie per nuovi fabbricati, nuove strade e canali, e lavori straordinarii alle arginature...............................................................................»

986,661 71

Spese generali, del Ministero dell'Interno, delle Delle legazioni, e del Censimento, ed assegni straordinari per spese arretrate........»

617.999 59

Spese generali del Ministero degli Affari Esteri …..........................»

85,578 25

Spese generali del Ministero di Grazia e Giustizia, e mantenimento dei detenuti sotto processo ….................................»

867,613 27

Spese generali del Ministero di Buon Governo, mantenimento dei detenuti correzionali, e condannati

criminalmente, e spese per la Casa di Forza alla ......»

822,000 00

Spese pel Militare Estense......................................................»

2,081,609 76

Spese pel mantenimento delle IL RR. Truppe Austriache....»

Totale delle spese e pagamenti …........................................L.

10,702,220 30

Debito pubblico ammortizzato...............................................»

212,400 19

Somma completiva.................................................................»

10,914,620 49

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Le rendite nel 1857 presentano un aumento di L. 738,908. 45, sulla inedia di quelle del settennio; e le spese pure lo offrono di L 622,821. 45; il maggior reddito stante la invariata misura dei pubblici tributi in detto periodo è ascrivibile a miglioramenti naturali e progressivi della amministrazione, come la maggiore spesa ha occasione dalle molte circostante anormali degli anni anteriori al 1857, mentre d'altronde anche il conseguimento di un maggior incasso provoca di conseguenza una corrispondente alterazione ne' dispendi.

Ove si divida sulle popolazioni Estense (ritenuta in 600,000 abitanti) l'Ammontare delle entrate dello stato pel 1857,sviassi per testala cifra di L 18, 39, la quale però non non da 11 carico d'imposto che ciascuno corrisponderebbe: se quindi dal complessivo delle rendite si sceveri il prodotto dei Beni Camerali, il costo effettivo dei generi di privativa, che figura nel prodotto lordo dei medesimi, e che non è imposta, ed altri redditi proprii o che stanno per correspettivo di mere anticipazioni fatte dallo Stato, residuerà la somma dei veri aggravi pubblici a L. 8,339,791. 35, e così per testa L. 13, 88.

L'imposta fondiaria figura precipuamente nelle rendite. Nel 1857, è salita ad una cifra ben poco superiore, dipendente da liquidazioni arretrate e da rettifiche, a quella del settennio in media, talché don merita considerazione la differenza. Il maggior reddito dello Stato derivasi da tal imposta perché la più opportuna nella condizione e nelle circostanze economiche dello Stato, e perché più d'ogni altra offre mezzo ad una giusta proporzionale ripartizione essendo gli elementi di produzione, su cui si fonda, agevolmente calcolabili.

Essa infatti costituisce quasi il quarto della rendita generale dello Stato, ed il 30. per % delle restanti imposte t dividendo il reddito per ogni abitante, risulta di L. 4. 05.

Vengono successivamente le privative, il cui prodotto al netto sale a L. 2,357,146. 73, ciò che da il 24 per % delle imposte, ed un quinto circa del reddito generale, sulla media degli anni 1850-56 in L. 1,972,154. 15, avvi l'aumento riflessibile di L. 278,994,55. Ciascun abitante come imposta di privativa paga. L. 3. 76.

Le Dogane e i dazii di consumo presentano per l'anno che si esamina un aumento di L. 53,713. 73 in confronto della media del settennio. Il reddito di tali imposte ascende ad 1/3 del prodotto generale, e da per testa L. 3. 63.

Nelle tasse successioni e contratti, del 1/2 per % sui capitali, dei bestiami, del Lotto, dei pedaggi ecc. abbiamo un aumento di L. 184,956. 59 sulla media di confronto; dividendo anche il ricavato complessivo da tali rami d'imposta Bulla popolazione, avremo una cifra di L. 2. 44 per ogni abitante.

I proventi in fine delle tasse ipoteche, e giudiziarie, il prodotto dei telegrafi, del patrimonio degli studi, ed altri redditi minori ci presentano, confrontati colla media relativa, un aumento di circa 140 mila lire.

Anche perciò che ritarda le spese si aggiungono alcune poche osservazioni che servono come di complemento alle risultanze già sufficientemente distinte nel prospetto.

E primieramente credesi di avvertire alla proporzione che riscontrasi fra il reddito

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di alcune imposte, e le spese d'esazione relative. Il prodotto dei dazi doganali e di consumo, delle tasse successioni e contratti, della tassa del 1/2 per % sui capitali ipotecarii ed in commercio, della lassa personale e dei bestiami, del Lotto e dei pedaggi ascende a L. 3,641,835. 81; e siccome lo Stato sostiene una spesa di riscossione di 267,439. 85, così si ha la proporzione del 7. 35 percento.

La spesa sostenuta sulle privative fu di L. 1,074,043. 78, che sta al prodotto di L. 3,331,190. 54, nella ragione del 32. 43, per cento.

L'aumento di spesa in L. 168,471. 48, che si riscontra pel 1857, rispetto alla media di confronto sul costo dei generi di privativa, è in particolar modo ascrivibile ai maggiori acquisti fattisi dei medesimi per ragione dell'aumentato consumo; e vi contribuì poi l'elevato prezzo a cui salirono le foglie di tabacco nell'anno in discorso, e negli antecedenti.

L'interesse del debito pubblico assorbe appena un ventesimo della rendita generale, e la differenza in meno che rilevasi sulla somma pagata per tale oggetto nel 1857, con riguardo alla media di confronto, dipende dalle ammortizzazioni seguite; queste poi dal 1849 a tutto il 1857, ebbero luogo per una somma di L. 1,225,446. 60, compresa l'estinzione del prestito di L. 95,000 fatto nel'1848 dal già Ministero di pubblica Economia.

Ove lo Stato volesse estinguere il proprio debito redimibile, e consolidato nel capitale nominale di L. 9,074,417 20, non dovrebbe gravare li 600,000 suoi abitanti che di sole L. 15. 12.

Le spese per la pubblica istruzione e pel mantenimento degli Stabilimenti di pubblica beneficenza offrono nel 1857 un aumento, essendosi estesi i mezzi di ben applicare alle scienze ed alle arti per la coltura dello spirito coll'ammissione di vari istituti civili e religiosi; ed offerto in modo più congnio tra asilo alla sventura che non può sempre essere dalla privata carità soccorsa.

Anche nei Ministeri di Grazia e Giustizia, nel Buon Governo, nel Dicastero Militare ebbesi in complesso un aumento di spesa di circa L. 386,000 sulla media: perché fra gli altri titoli come crebbe il prezzo delle derrate, così aumento l'importo pel mantenimento del soldato e dei detenuti per crimini, 6 In via correzionale.

Si accenna inoltre che le maggiori spese sostenute dal 1850, al 1857 furono occasionate pel cambiamento avvenuto in due volte nel sistema doganale, per lo impianto della nuova legislazione civile e criminale; per la istituzione di un grandioso stabilimento pei forzati ed oziosi nella casa di forza alla Salicela; per l'attivazione di una fabbrica di panni; per una casa di correzione per le donne; per l'aprìmento di due strade interessanti il commercio delle Provincie montuose, quella delle Lame e l'altra delle Radici, e così per altri lavori a pubblica cognizione.

Anche la scarsezza dei raccolti che elevò in modo straordinario per alcun tempo il prezzo dei generi di prima necessità, e la malattia delle uve che tolse all'agricoltura uno de' suoi maggiori prodotti, occasionarono significanti dispendi e per le provvidenze annonarie adottate, e per retrodazioni d'imposte a possidenti maggiormente danneggiati; né di minor importanza furono le spese sostenute per l'invasione

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del cholera, sia per le precauzioni sanitarie attivate, sia pei sussidi prestati a pubbliche amministrazioni.

Un ulteriore titolo di spesa finalmente ebbesi per migliorare la condizione della media ed infima classe degl'Impiegati, i cui emolumenti pel caro dei generi di prima necessità, delle pigioni ecc. non potevano più corrispondere al bisogno, al decoro e buon servigio dell'Amministrazione. Ti fa per benefica Sovrana disposizione dapprima provvisto con soprassoldi regolati sull'adequato prezzo dei grani, e nel tempo stesso con parziali stabili aumenti di soldo. Finalmente col i aprile 1858, fu disposta ed attivata per ordine di S. A. R. una pianta normale degli Impiegati e degli stipendi regolati alcuni in misura invariabile» altri sopra un minimo ed un massimo, a cui gradatamene devono avvicinarsi gli emolumenti attuali degli Impiegati.

Dalla tabella qui annessa tfesumesf lo stato degli stipendi complessivi e del numero degli Impiegati di tutti i dicasteri al 1 gennaio 1854 e al 1 gennaio 1858. Ove si confronti la cifra del soldo in dette due epoche, con quella calcolata in media fra il minimo e massimo stabilito dalla nuova Normale, ti rileverà agevolmente U miglioramento già incamminato.

CONTE FERDINANDO CASTELLANI TAMARINI

Guardate che cosa i liberali facessero del Piemonte. Parli il deputato Gallenga nel Cimento del 30 di giugno 1855, pag. 1071:

«In Piemonte la tirannide vera non fu mai, ma piuttosto quello stretto reggimento che cerca il bene e ad ogni suo potere lo promuove, ma lo vuoi far solo ed a modo suo».

Questa stessa sentenza del Gallenga era già stata pronunziata nella Camera dei Deputati dal signor Josti nella tornata del 7 di marzo 1850: e Se veramente vogliamo essere sinceri, non era il governo assoluto arbitrario che ci fosse odioso, il quale era piuttosto paterno».

Ebbene dal governo paterno in quale altro siamo caduti noi? e Abdicato il potere della Corona, amor del giuoco, furti, e grassazioni hanno assunto gravi dimensioni. Il Governo non solo transige, ma scherza sulla pubblica morale». Così Gallenga nel Cimento, a pag. 1071.

«Il giuoco gode all'ombra delle franchigie costituzionali quella tolleranza che non avrebbe mai trovato sotto l'antico dispotismo. Mentre grandi sciami rubacchiano a man salva, il ministero si schermisce dicendo, che la guardia di sicurezza non è ancora ordinata. Un Ministro propone a sangue freddo dì immolare i frati grassi e risparmiare i magri, e fa di ogni piè sacro principio una questione finanziaria». Così ancora Gallenga nel Cimento, pag. 1082.

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LETTERA DEL CONTE WALEWSKI

(Pubblicala il 15 novembre 1859).

Pubblichiamo il lungo dispaccio circolare, che il conte Walewski, ministro degli affari esteri dell'Impero Francese, ha indirizzato agli agenti diplomatici, sotto la data del 5 di novembre. Esso annunzia la conclusione della pace, e ne espone le condizioni principali.

La maggior parte delle cose dette dal conte Walewski sono già a notizia dei nostri lettori. Il Piemontesi addossa 150 milioni del debito del Monte di Milano; 100 milioni del debito austriaco, 60 milioni d'indennità alla Francia, che ha speso nella guerra sei volte di più.

Si conferma l'articolo contenuto nel trattato di Zurigo in favore delle Corporazioni religiose. Il principio di proprietà avrebbe dovuto rassicurare coloro, fossero società od individui, che possedevano nelle terre cadute in potere della Sardegna; ma poiché una dolorosa esperienza provò che questo principio, scritto solennemente nel nostro Statuto, non serve pei preti, pei frati e per le monache, così si stipularono in un trattato diplomatico le loro ragioni.

Quanto alla pacificazione dell'Italia, il conte Walewski insiste sulla Confederazione sotto la presidenza. onoraria del Papa. Non parla né di Modena, né di Parma, ma soltanto del ritorno del Granduca di Toscana ne' suoi Stati. .

Una novità ci viene annunziata da questo documento diplomatico, intorno alla quale il telegrafo stimò conveniente di tacere; e questa si riferisce al Congresso. Vi piglieranno parte, oltre le Potenze signatarie dell'atto generale di Vienna del 1815, i seguenti stati italiani: le Due Sicilie, Roma e la Sardegna

Quanto alla quistione romana, il conte Walewski dichiara che il Santo Padre aspetta il momento opportuno per far conoscere le riforme che vuole introdurre ne' suoi Stati, le quali saranno une administration généralement laique (il telegrafo ha soppresso con mala fede l'avverbio généralement); una migliore distribuzione della giustizia (il migliore suppone la buona), e un controllo della gestione delle finanze per mezzo d'un'Assemblea elettiva.

Il conte Walewski conchiude rallegrandosi fin d'ora che un'era novella incominci per l'Italia. Questa frase di èra novella è vecchia in Francia e un po' ridicola nella nostra Penisola. Non si riordinano gli Stati scendendo a patti colle rivoluzioni, ed assumendone il patrocinio. Forse il trattalo di Zurigo avrà una vita pii] breve dei trattati del quindici,

E sempre la medesima commedia

Continuerà, se Dio non ci rimedia.

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CIRCOLARE DEL CONTE WALEWSKI

Parigi, 5 novembre 1859.

Signore,

Le negoziazioni di Zurigo avevano un punto di partenza ed un oggetto perfettamente definito in anticipazione. I preliminari di Villafranca indicavano ai plenipotenziarii lo spirito, al quale essi dovevano inspirarsi, e la meta che essi avevano a raggiungere. Opera di due Sovrani, concepita e compiuta io circostanze solenni, i preliminari dovevano essere lealmente intesi, lealmente interpretati. Quest'è il pensiero, che congiunto ad una perseverante sollecitudine per la prosperità dell'Italia, non ha cessato di dirigere la condotta del governo dell'Imperatore; gli atti di Zurigo ne forniranno la prova.

Quegli atti consacrano in primo luogo, la cessione della Lombardia per parte dell'Austria alla Francia, e per parte della Francia alla Sardegna, vale a dire il disinteresse e la generosità del governo di S. M. , che, prendendo le armi, non ha cercato ancora questa volta il proprio vantaggio, se non in quello del suo alleato.

Questa cessione, le cui condizioni generali erano state indicate a Villafranca, faceva sorgere nell'applicazione varie quistioni importanti. Si trattava prima di di determinare la nuova frontiera tra l'Austria ed il Piemonte aumentato della Lombardia. La linea doveva ella seguire la riva destra oppure il thalweg del Mincio, e quale doveva essere il raggio della fortezza di Peschiera? In quanta al confine, il governo dell'Imperatore ha pensato che era conforme all'equità come agli interessi del nuovo possessore della Lombardia, di adottare quel sistema, che, attribuendo a questa provincia la metà del letto del fiume, mettesse i due Stati limitrofi in condizioni di perfetta eguaglianza, e desse loro tutti i mezzi di ritirare da quella corrente eguali vantaggi per la sicurezza dei loro confini. Il governo di S. M. ha ritenuto del pari conforme all'equità lasciare, secondo il costume, alla fortezza di Peschiera il raggio necessario, e consentì a che si prendesse come misura la media tra le cifre estreme adottate per le piazze che. si trovano in condizioni analoghe. Per tal modo la linea di divisione, abbandonando il confine del Tirolo al nord, taglia a metà il lago di Garda, e dopo aver descritto attorno Peschiera un semicerchio del raggio di 3,500 metri, raggiunge al sud il thalweg del Mincio, che essa abbandona solamente al suo entrare nel lago superiore di Mantova, e torna a partir dalle Grazie per dirigersi in diritta linea verso Scorzarolo e Luzzara sul Po. Il ricco e vasto territorio che si stende tra questo confine ed il Ticino racchiude una popolazione che forma quasi i tre quinti di quella delle antiche possessioni dell'Austria al di là delle Alpi, e che aumentando più che di un terzo quella del Piemonte la porta quasi a 8 milioni di abitanti.

L'Austria che perde questo territorio, base principale della sua influenza in Italia, rinuncia nello stesso tempo con un protocollo al diritto di guarnigione nelle tre grandi piazze di Ferrara, di Comacchio e Piacenza che essa occupava in virtù dei trattati, e cosi si trova tolta una delle cagioni dominanti dello stato di dipendenza, in cui si trovava la Penisola riguardo a questa Potenza. La sua posizione cessa interamente di essere


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aggressiva e preponderante, e non presenta più alcun carattere che non possa perfettamente conciliarsi col libero svolgimento degli interessi politici dell'Italia.

Era giusto che l'Austria, cedendo la Lombardia, non avesse a ritenere a suo carico il debito ipotecato su questa provincia, e che il Piemonte accettasse il territorio cedutogli cogli obblighi inerenti, come coi suoi vantaggi. Questo principio è tanto conforme alla ragione ed ai precedenti, che il governo dell'Imperatore ed il governo sardo non hanno fatto alcuna difficoltà per ammetterlo fino dal principia delle negoziazioni, ma non si poteva ammettere che il Pie monte avesse a sopportare inoltre una parte del debito generale dell'Austria. Il debito del Monte di Milano, istituzione precedentemente comune alla Lombardia ed alla Venezia, ammonta a poco più di 950 milioni di franchi, e la Lombardia formando, come ho detto, circa i tre quinti dell'antico regno Lombardo-Veneto, la parte che spettava a quella provincia era di 150 milioni. Se la Lombardia avesse dovuto assumere una parte proporzionale del debito generale dell'Impero, qualunque combinazione si avesse adottata per attenuarne il peso, erto sarebbe stato Considerevole, ed il totale avrebbe formato una somma éhe l'Austria avea dapprima portata a quasi 600 milioni, e che dopo le ultime con» cessioni ammontava ancora a 375 milioni di franchi.

Questa difficoltà fu la cagione principale e quasi unica dei ritardi che da un mese fa tenevano sospese le negoziazioni. Tuttavolta il solo punto che, secondo il modo di vedere del governo dell'Imperatore, potesse essere oggetto di questione, era quello di sapere se la parte del prestito austriaco del 1854, spettante alii Lombardia, poteva, quantunque spesa direttamente per conto del tesoro imperlale, essere aggiunta al passivo del monte di Milano, come particolarmente Spettante a quella provincia. Essendosi i plenipotenziarii sardi pronunciati per l'affermativa, questa questione si trovò immediatamente risolta. Il Piemonte consentiva a prendere a suo carico oltre i 150 milioni che costituivano la sua quota nel passivo de) Monte, una somma di circa 100 milioni, risultante dal prestito austriaco del 1854, che per la sua natura e per la sua forma, stava intatto nella categoria dèi debiti specialmente ipotecati sulla Lombardia. Ma il governo di S. M. non pensava che il Piemonte dovesse fare di più, ed è in questi termini che si è stabilito l'accordo, dopo lo scambio di molte comunicazioni tra i plenipotenziari.

Come, d'altra parte, Fattivo del Monte di Milano sarà diviso allo stesso modo che il suo passivo nella proporzione di tre quinti, le rendite seguono dunque le obbligazioni che per tal titolo continuano a pesare sulla Lombardia, ed infatti i 400 milioni del prestito del 1854 costituiscono il solo peso che incombe realmente al Piemonte.

Animato da sentimenti di benevolenza verso quel paese, il governo dell Insperato re consente, non a fargli l'anticipazione delle somme, di cui esso si trova debitore verso l'Austria, come si è detto, ma ad operare direttamente nelle mani di questa Potenza i versamenti stipulati, facilitando al governo Sardo, col mezzo di una combinazione adottata di concerto, i modi del rimborso.

Per premio de' suoi sacrifici di ogni genere, la Francia non domanda alla Sardegna che un'indennità di 60 milioni,

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che non rappresentano se non il sesto circa delle spese della guerra.

I trattati di Zurigo contengono del resto in tutte quelle delle loro clausole, che sono la conseguenza sia della cessione territoriale, sia del ristabilimento della pace, le disposizioni più liberali. Una di queste disposizioni, quella che concerne la restituzione dei prigionieri, era anzi stata interamente eseguita molto prima che le negoziazioni Fossero giunte al termine. Nel tempo stesso che il piccolo numero de' nostri prigionieri rientrava in Francia, il governo di 8. M. ritornava all'Austria, senza reclamare alcuna indennità per compensazione delle spese, tutti coloro che la sorte della guerra aveva fatto cader nelle nostre mani. I bastimenti austriaci catturati, e che non erano ancora stati oggetto di un giudizio per parte del Consiglio delle prede all'epoca della firma dei preliminari, saranno egualmente restituiti ai loro proprietarii , nonostante i privilegi di coloro che avevano fatta la cattura, disposizione della quale sarà tanto più apprezzato il carattere, a quanto riteniamo, in quanto che essa deroga ai principii generali della nostra legislazione su questa materia, e che essa ha un solo precedente nel nostro diritto marittimo.

I trattati di Zurigo stipulano egualmente un'amnistia larga il più possibile,per tutti gli individui civili o militari compromessi nella guerra; e quanto alle questioni di giurisdizione e di proprietà risultanti dalla cessione territoriale, e che interessavano corporazioni religiose, compagnie industriali, o semplicemente degli individui, esse vennero regolate in modo di salvare tutti i diritti,e secondo i principii di una esatta e perfetta reciprocanza. I soldati di origine lombarda, che si trovano sotto la bandiera dell'Austria, saranno chiamali a godere immediatamente di tutti i benefizi della loro nuova nazionalità, e saranno liberati senza indugio dal servizio militare. Non è stato dunque dimenticato alcuno degli interessi, ai quali si riferiva il cangiamento sopravvenuto nella posizione della Lombardia, e tutti avranno a lodarsi delle stipulazioni che li riguardano.

In quanto si riferisce alle questioni di politica, i plenipotenziarii non avevano a prendere delle decisioni che ne avessero pregiudicata la soluzione, non solamente perché esse toccavano i diritti de' terzi non rappresentati nella conferenza, ma perche esse erano per la loro natura di competenza delle deliberazioni europee. Il governo dall'Imperatore le considerava sotto tale aspetto fino dal giorno susseguente alla firma dei preliminari. La sua opinione non ha punto variato ed i suoi plenipotenziarii, conforme alle loro istruzioni, si sono limitati a riprodurre le disposizioni convenute a Villafranca tra l'Imperatore e S. M. I R. A.

Il trattato di Zurigo porta dunque che, allo scopo di assicurare la tranquillità degli stati Pontificii ed il potere del Santo Padre, i due sovrani uniranno i loro sforzi per ottenere da Sua Santità un sistema di governo che risponda ai bisogni delle popolazioni.

In quanto ai ducati venne stabilito che, non potendo i loro limiti territoriali essere cangiali senza il concorso delle Potenze che hanno partecipato alla loro formazione, i diritti dei sovrani di Toscana, di Modena e di Parma sono riservati tra le parti contraenti.

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Finalmente le due Potenze si impegnano a dare il loro appoggio alla formatone, sotto la presidenza onoraria del Papa, di una Confederazione degli Stati d'Italia avente per iscopo lo svolgimento degli interessi materiali e morali di tutti i suoi membri, unitamente alla difesa comune col mezzo di un'armata federale; la Venezia, restando sotto la Corona dell'Austria, dovrà far parte di questa associazione.

Così l'avvenire, in questo ordine d'idee, resta aperto alle combinazioni che potranno essere giudicale più opportune per pacificare l'Italia, e per consolidare le nuove condizioni di esistenza, nelle quali essa si trova collocata. Il governo di S. M. si è, del resto, accordato col governo austriaco per invitare le Potenze segnatane del Congresso di Vienna del 1815, a riunirsi in congresso, onde prendere comunicazione dei trattati di Zurigo, e deliberare sulle questioni pendenti, associando ai loro lavori le Due Sicilie, Roma e la Sardegna.

. Già il governo dell'Imperatore venne assicurato, che il Santo Padre non aspetta che il momento opportuno per far conoscere le riforme, delle quali egli è deciso a dotare i suoi Stati, e che avranno per effetto, assicurando al paese un'amministrazione generalmente laica, di dargli guarentigie di una migliore distribuzione della giustizia, e di un controllo dell'amministrazione delle finanze, col mezzo di un'assemblea elettiva.

Ho avuto l'onore di indicarvi in qual modo il governo dell'Imperatore consideri la pacificazione dei Ducati. , e voi sapete che egli pensa di ricercarne le condizioni in un assestamento basato sul ritorno del Granduca di Toscana nei suoi stati, e che si combinerebbe con certe disposizioni di tal natura da soddisfare ad un tempo ai voti ed agli interessi legittimi delle popolazioni.

Sempre persuaso, d'altra parte, che niente potrebbe più contribuire alla prosperità dell'Italia che l'istituzione d'una Confederazione destinata a far concorrere al bene generale gli sforzi ed i mezzi di ciascuno dei suoi membri, il governo si propone di usare tutta la sua influenza per favorirne lo stabilimento. Esso resta egualmente convinto che le basi enunciate nei preliminari e riprodotte nei trattati di Zurigo sono conformi ai veri interessi dell'Italia, sopratutto se si ottiene per la Venezia un'amministrazione separata ed un esercito nazionale.

Riassumendo, se si considerano le clausole del trattato di Zurigo che regolano gli interessi sopra i quali le Potenze contraenti avevano a prendere delle risoluzioni definitive, il governo dell'Imperatore ha la fiducia che esse adempiono jl loro scopo nel modo pili vantaggioso per l'Italia. Quanto alle clausole che si riferiscono alla situazione generale della Penisola e che restano riservate, il gen verno di S. M. ha la persuasione che esse sieno concepite in modo di preparare delle soluzioni non meno soddisfacenti. Esso crede dunque potersi rallegrare fin d'ora dei risultati del suo intervento nella guerra ora terminata. Essi segnano per l'Italia un'era novella, e se è necessario il tempo per permettere di bene apprezzarne tutti i vantaggi, è lecito l'arguire, che contribuendo potentemente alla prosperità di un popolo, il di cui stato politico era da tanto tempo per l'Europa una fonte permanente d'inquietudine e di pericoli, saranno nello stesso tempo una guarentigia di più della consolidazione e della durata della pace generale.

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È ciò che i gabinetti non potranno far a meno di riconoscere tosto che gli effetti passeggeri di una scossa inevitabile avranno ceduto il posto ad un ordine di cose più regolare, e che si potranno giudicare da se stessi indipendentemente da ogni circostanza accidentale, i cangiamenti che i trattati di Zurigo portano alla situazione dell'Italia, unitamente alle instituzioni delle quali sono in essi le basi.

WALEWSKI.

CARLO BONCOMPAGNI

REGGENTE DEL REGGENTE DEL RE

(Pubblicato il 16 novembre 1859)

La nomina di Carlo BonCompagni a Reggente della Reggenza dell'Italia centrale può venir considerata sotto diversi aspetti; riguardo alle Assemblee chiedenti, al BonCompagni spedito, al futuro Congresso in generale e all'imperatore Napoleone III in particolare. Scriviamone. qualche parola.

Le sedicenti Assemblee si radunarono, volarono, mandarono ad offerire al Re di Sardegna la corona dell'Italia centrale. Il Ministero piemontese diedi mano al dizionario, e cercò una parola per salvare capra e cavoli. La trovo e Vittorio Emanuele rispose alle Deputazioni: Accolgo i vostri voli.

I ministri spiegarono poi alla diplomazia che questa frase non volea dire accetto e spiegarono ai rivoluzionari che accogliere ed accettare erano sinonimi. Con tale ripiego grammaticale venne sospesa per un po' di tempo la grandi quistione di diritto internazionale.

Ma le sedicenti Assemblee perdettero la pazienza, e, visto ai fatti che l' accolgo del Re era una parola, si radunarono e nominarono S. A. il Principe Eugenio di Carignano perché governi l'Italia centrale in nome di S, M. il Re eletto.

Il Principe di Carignano non ha risposto né accetto, né accolgo, e solo ha spedito il commendatore Carlo BonCompagni a governare l'Italia centrale. Ma il Principe avea forse facoltà di subdelegare? E le Assemblee che hanno chiesto il Principe, si contenteranno del Commendatore? E questo Vicario del Vicario,questo Reggente del Reggente non è ridicolo?

Si direbbe ohe il ministero nostro non sia tranquillo in coscienza riguardo alla sua politica nell'Italia centrale. Esso opera di soppiatto, teme la luce, fa disfa, stende la mano e la ritira, dice e contraddice, promette e ritratta; si vede che ba paura di tutto e di tutti, mentre non dovrebbe aver paura di nessuno se si trattasse di un'opera buona.

E) poi chi si manda per Reggente del Reggente? Un uomo che gii fu in Toscana sotto il Granduca, e che già comparve a Bologna per ossequiarvi Pio IX in nome del nostro governo, riconoscendolo per legittimo Re delle Romagne; un uomo ohe, a ragione od a torto, si attirò contro dai diplomatici le pio. gravi accuse pél contegno che tenne a Firenze nell'aprile dell'anno corrente.

Lord Normanby in una sua lettera al Morning Post, sotto la data dell'11 di ottobre,

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accusò il BonCompagni d'essersi servito in Firenze del suo carattere diplomatico per accordare nella Legazione sarda ogni sorta di proteggimelo alla cospirazione; l'accusò d'aver arringato dal proprio balcone una turma di rivoluzionari, ringraziandoli d'aver esautorato il Granduca; l'accusò di turpi macchinazioni e di aver fallito «a tutti quei principii di buona fede, sui quali soltanto possono mantenersi le relazioni internazionali».

E nel Parlamento britannico il marchese di Normanby, il 7 di giugno, dichiarava che «il BonCompagni si era disonorato, come diplomatico, cospirando contro il Sovrano, presso del quale era accreditato»; ed asseriva che «le truppe toscane avevano mancato al loro dovere sotto l'influenza di agenti correttori adoperati dal BonCompagni medesimo».

All'udire le quali accuse, lord Stratford di Redcliffe domandò di parlare, e, dichiarò all'Alta Camera della Gran Bretagna: Che il Granduca di Toscana avrebbe avuto il diritto non solo di far incatenare il cav. Carlo BonCompagni, ma di farlo impiccare all'inferriata del suo palazzo»,

Sebbene l' Armonia fin dal 27 di settembre, si offerisse prontissima a stampare le difese del nostro diplomatico, nulla però comparve in luce, e all'estero i più giudicano il BonCompagni sulle parole dei due Lordi inglesi. Ora che senso potrà fare in Europa la sua nomina a Reggente del Reggente del Re nell'Italia centrale?

E Napoleone III che ne dirà? Egli b proibito solennemente al governo nostro di accettare la Reggenza. E il Principe di Carignano l'ha accettata di fatto, perché ha spedito un suo vicario. Anzi, fé' più che accettare; imperocché un semplice Reggente non poteva avere facoltà di rimettere ad altri la Reggenza.

O l'Imperatore de' Francesi aderisce a questa combinazione, e mostra che i suoi consigli precisissimi erano lustre, e le sue rimostranze semplici arti di gabinetto; o egli si offende della nomina del BonCompagni a Reggente del Reggente, e allora che cosa sarà di noi e dell'alleanza nostra?

Finalmente il Congresso Europeo vedrà, per la nomina del BonCompagni, pregiudicata l'opera sua nel modo medesimo che lo sarebbe. stata, qualora il Principe di Carignano si fosse recato nell'Italia centrale. Imperocché non trattasi d'una questione di persone, ma di principii. Se le sorti di quelle contrade pendono ancora in forse, perché mandarci un Reggente sia Principe, sia Commendatore? Se la decisione è riservata alle grandi Potenze, perché decretare una Reggenza che indica un ordine di cose prestabilito?

Per tutte queste ragioni, e per altre molte, che non ci è lecito dire, deploriamo questo nuovo atto della politica ministeriale, e non esitiamo a prenunziarlo non vantaggioso all'Italia, e fatale al Piemonte. Dio sperda il vaticinio.

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PIO IX E LA DIPLOMAZIA

(Pubblicato il 17 novembre 1859).

Pio IX nel 1848 avea a' panni la diplomazia europea, come nel 1859; e tanto allora quanto oggi per ie riforme dello Stato Pontificio, con questa differenza però, che i diplomatici undici anni fa l'oppugnavano per aver abbracciato quelle riforme, che ora si danno l'aria di provocare!

Per rendere capaci i nostri lettori della verità di tale asserzione, li inviteremo a trascorrere la celebre Allocuzione del 29 di aprile del 1848, nella qnale il Pontefice fu obbligato a difendersi presso i Principi ed i gabinetti di alcune riforme introdotte negli Stati Romani.

Imperocché costoro accagionavano Pio IX dei tumulti insorti, e dell'audacia della rivoluzione, quasi che l'avesse favorita, riformando in alcuni punti il proprio governo. Del che trionfalmente purgavasi il Papa dicendo che i sopraggiunti subbugli «in nessun modo all'opera sua poteansi attribuire, non avendo egli fatto, riguardo alla prosperità pe' proprii domini, che quelle cose che af Principi stessi erano sembrate opportune».

E per dimostrar ciò l'ottimo Pontefice esponeva le domande antiche della diplomazia rispetto agli Stati Romani, e Non ignorate, diceva a' Cardinali, come fin dagli ultimi tempi di Pio VII i principali Sovrani d'Europa insinuassero alla Sede apostolica che nell'amministrazione delle cose civili adoperasse una più facile ragione e conforme a' desiderii de' laici. Di poi nel 1831 questi consigli e voti dei Principi pili solennemente apparvero in quel celebre Memorandum, che gl'imperatori d'Austria e di Russia, e i Re di Francia, Inghilterra e Prussia credettero di spedire a Roma per mezzo dei loro ambasciatori. Nel quale scritto trattasi tra le altre cose del doversi chiamare in Roma da tutti i domini Pontificii un consiglio di consultori, instaurare ossia ampliare la costituzione de' municipii, instituire consigli provinciali, e introdurre questi ed altri istituti in tutte le provincie a comune vantaggio, aprendo a1 laici l'adito a tutti gli uffizii che riflettessero tanto l'amministrazione della cosa pubblica, quanto l'ordine dei giudizii. I quali ultimi capi proponevansi come vitali principii di governo. In altri scritti di ambasciatori parlossi di un più ampio perdono da concederei a tutti, o a quasi tutti coloro che avessero fallito negli Stati Pontificii alla fede verso il Principe.

«Nessuno ignora, proseguiva a dire Pio IX, come il nostro predecessore Gregorio XVI abbia concesso alcune di queste riforme, ed altre ne abbia promesse negli editti d'ordine suo pubblicati nell'anno 1831. Ma pareva chetali benefizii del nostro precedessore non corrispondessero pienamente ai voti dei Principi, né fossero sufficienti a confermare la pubblica tranquillità e prosperità in tutto lo Stato temporale della S. Sede.

«Epperò Noi, appena pigliammo il suo luogo per imperscrutabile giudizio di Dio, non eccitati certamente dall'esortazione e dal consiglio di nessuno, ma mossi soltanto da un particolare affetto verso il popolo soggetto al temporale dominio della Chiesa, abbiamo concesso un più ampio perdono a coloro che avevano traviato

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dalla fede dovuta al Pontificio governo, e inoltre ci siamo affrettati ad istituire alcune cose che avevamo giudicato poter' riuscire vantaggiose alla prosperità del popolo medesimo. E tutto ciò che abbiamo operato nell'esordio stesso del nostro Pontificato è pienamente conforme con quello che i Principi d'Europa avevano vivamente desiderato».

Queste parole, ripetiamo, venivano dette da Pio IX per difendere pubblica mente la sua amministrazione dalle accuse de' gabinetti, che la consideravano come troppo liberale, epperò cagione di tumulti e di esagerati desiderii. Ed ecco ora i ministri di questi Principi convenire il Papa d'esser restio a' desiderii del proprio popolo, laddove prima gli ascrivevano a colpa d'essere troppo largo e troppo condiscendente!

Noi non sappiamo se Pio IX vorrà pigliar parte al Congresso per mezzo dei suoi Legati, come annunziava il conte Walewski nel suo dispaccio circolare del 5 novembre, ma, se i Legati del Papa intervenissero, oh! avrebbero essi di molte e belle cose da dire a questi signori diplomatici.

Dapprima potrebbero rimandare a certi governi conservatori l'accusa che nel 1847 e 1848 gettavano contro l'incomparabile Pio IX, quasi che colle sue innovazioni desse di spalla alla rivoluzione, e la fomentasse in tutta Europa. Sono essi invece che rendonsi rei di tale delitto, associandosi co' rivoluzionari nel combattere contro il Vaticano, dove sta il fondamento d'ogni credenza e d'ogniautorità.

Di poi potrebbero osservare come Pio IX non aspettasse le loro istanze per introdurre le riforme che si desideravano, e come già fin dal 29 di aprile del fosse costretto a difendersi di aver concesso soltanto il necessario, contro»la diplomazia che sgridavalo per avere troppo accordato.

In terzo luogo potrebbero uscire in qualche confronto tra le condizioni civili e politiche della Francia, della Gran Bretagna, della Prussia, della Russia e dell'Austria, e far toccare con mano che questi governi, i quali si erigono a maestri del Papa, potrebbero molto imparare negli Stati ecclesiastici. Napoleone III licenzii un po' le settanta mila baionette che stanno a Parigi, e poi ci saprà dire se lascieranno dietro di sé la pace o il terrore e l'anarchia!

Ah le belle cose che potrebbero dire nel Congresso i Legati del Papa! E sapranno dirle davvero, se Pio IX giudicherà che vi piglino parte; e da accusati renderannosi accusatori, rovesciando il ranno sul capo a chi tiene bordone ai rivoltosi.

Ma quando i governi si saranno presi l'un l'altro pei capelli, rimproverandosi, a vicenda del loro operato, chi ne guadagnerà? L'opera loro potrà riuscire vantaggiosa all'ordine ed alla pace europea? Oh no, davvero! Ed è deplorabilissimo che la civile Europa sia stata a poco a poco condotta a tale condizione di cose, da vedere i governi medesimi sposare le parti, e sostenere gli interessi della rivoluzione.

Si disingannino le Potenze, se credono che tutto stia per finire a Roma e col danno del Papa. Ricordino che gli Stati Uniti d'America erano sotto Luigi XVI ben più lontani da Parigi che Roma noi sia, eppure i principii e gli esempi d# estesero e varcarono il mare anche senza il sussidio dei vapori.

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Le lagrime e i dolori di Pio IX dovranno essere scontati t suo tempo di chi ne fu o causa od occasione. È scritto nell'Evangelio che ai ministri di Dio non si torcerà impunemente un capello; e si potrà impunemente contristarne il Vicario, e muovergli una guerra così imbecille e snaturata, accusandolo in divorai tempi di avere fatto troppo pel suo popolo, e di non avere fatto nulla?

Pio VII nella celebre Bolla di scomunica: Quam memorane illa èie, pubblicata ed affissa in Roma il 10 di giugno del 4809, usciva nelle seguenti fatidiche parole:

«Quanto a noi, ricolmi già da gran tempo di amarezze da coloro, da' quali dovevamo meno aspettarci tai cose, ed angustiati in ogni possibile maniera, non tanto oi attristiamo della sorte, nostra presente, quanto della futura dei persecutori. Imperocché, se Dio a nostra riprensione e correzione si è alquanto con noi adirato si riconcilierà poi di nuovo co' servi suoi. Ma chi contro la Chiesa si è fatto inventore di malizia, questi come si potrà sottrarre alla roano di Dio? Imperocché Dio non esenterà niuna persona, né rispetterà la grandezza di alcuno, giacché egli ha fatto il piccolo ed il grande, ed ai più forti sovrasta di poi un più forte tormento».

RISPONSABILITÀ DI NAPOLEONE III

(Pubblicato il 18 novembre 1859).

Non può disconoscersi la grande e straordinaria potenza che ha oggidì in Italia l'imperatore Napoleone III. Essa risulta da varii capi: - da quella supremazia europea che, o per virtù propria o per debolezza altrui, s'ha acquistato; - dalla sua condizione di vincitore dell'Austria e di protettore della supposta indipendenza italiana, - e finalmente e principalmente dall'essere il solo potentato straniero che abbia un buon nerbo di truppa in casa nostra.

Nessuno vorrà negare, che finora l'influenza del Bonaparte in Italia sia mille volte maggiore di quella che vi esercitava l'Austria; perché questa non riducevasi che a semplici consigli, e non avea per se che i soli governi conservatori; laddove la Francia può comandare come meglio le piace, ed ha per sé i buoni ed i tristi, che si ripromettono tanto gli uni quanto gli altri un largo guadagno dalla politica imperiale (1).

Della potenza di Napoleone III in Italia sui governi legittimi e sui governi rivoluzionari avemmo testé un esempio nella questione della Reggenza dell'Italia centrale affidata al Principe di Carignano.

(1) Nella Gazzetta del Popola del 16 novembre, N° 303, leggesi un articolo del deputato Borella, in cui, alludendo all'ultima nomina del BonCompagni, l' onorevole dice ai ministri: «Permettenti, o ministri, che dopo quest'ultimo atto di abnegazione nazionale, io non vi consideri più che come applicati al ministero di Francia o prefetti d'un suo Dipartimento. Sarebbe ben poco male se questa opinione, che io ho di voi, restasse in me solo, ma pur troppo questa opinione l'avranno pure i popoli dell'Italia centrale, e d'ora innanzi, prima di fare qualche atto di adesione o di unione al Piemonte, manderanno in Francia a domandare il permesso dei vostri e dei toro superiori»

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Il Piemonte voleva spedire il Principe, e i rivoluzionari di Bologna, Firenze Modena, Parma vivamente lo desideravano; ma giunse un solenne divieto da Parigi, e il Principe restò in Torino, e l'Italia centrale si rassegnò alla volontà superiore.

Questo è un fatto capitale che getta moltissima luce sugli avvenimenti onde è teatro la patria nostra dal gennaio in poi. Noi non saremo così arditi dall'inferirne che tutto ciò che è avvenuto in Italia abbia avuto per causa prima, per autore principale l'Imperatore de' Francesi; ma questo senza temerità possiamo conchiuderne, che Napoleone 111 avrebbe potuto impedire qualunque scena disgustosa, che scompigliò la Penisola, ed afflisse gli amici dell'ordine e del cattolicismo.

Purché il Potente di Francia in ogni «lira questione avesse adoperato una parte di quella energia e di quella risolutezza, di cui ci diede testé un esempio nella questione della Reggenza, noi siamo certi che tutto sarebbe avvenuto conforme a' suoi consigli ed a' suoi desideri.

Se egli avesse detto: - Non voglio la rivoluzione delle Romagne; i rivoluzionari non avrebbero osato contraddirgli. Se avesse dichiarato di non volere l'esautorazione del Granduca di Toscana; questi sarebbe già al suo posto. E così via discorrendo di Parimi e Modena. Imperocché se Napoleone III poté assai contro l'esercito austriaco, può infinitamente più. contro l'esercito della, rivoluzione.

Né con ciò è mente nostra di formulare un atto d'accusa contro l'Imperatore Napoleone, imperocché ognun sa che per essere reo d'un fatto non solo bisogna averlo potuto, ma anche averla dovuto impedire, e su questo punto noi ci asteniamo dal profferire giudizio; tanto più che gli imperialisti van dicendo che la politica francese in Italia ha per iscopo di prendersi giuoco della rivoluzione, e renderla a' popoli contemporaneamente ridicola ed odiata.

Diciamo sole due cose. L'una che è multo pericoloso giuocar colla vipere, nonostante la conoscenza, la famigliarità, l'arte e la pratica di chi le maneggia, l'altra che è grande la risponsabilità dell'Imperatore Napoleone III per gli affari d'Italia, sicché la storia riversa a lui il merito, o la colpa dell'esito, secondo che questo riuscirà a buono od a pessimo termine.

D'ordinario la risponsabilità si misura alla stregua della potenza, e questo essendo oltre ogni dire straordinaria, anche quella pesa con tutta la sua forza sul Sire onnipotente. L'Austria ha lasciato in mano l'Italia all'Imperatore dei Francesi, senza mostrare quella gelosia che esso avea dapprima dell'influenza austriaca. I rivoltosi si dicono pronti a sottomettersi alla volontà di Napoleone III, a cui sinceramente o ipocritamente professano gratitudine. Egli è dunque padrone assoluto delle cose nostre: ha in mano l'Italia come un pezzo di molle creta da maneggiare ed acconciare a suo talento. L'Europa sta a vedere chi cosa ne saprà fare, se un vaso di Sèvre, o un orciuolo d'Albissola. Ornai il lavoro dura da rapiti mesi, e il vaso non si vede ancora. Aspettiamo tuttavia con pazienza, e chiniamo la testa ai decreti di colui che ha fatto la Francia nelle notte del Due Dicembre, e vuoi invece adoperare un anno per fare l'Italia.

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IL S. UFFIZIO, IL COLONNA. ANVITI, E IL GIOVINE MORTARA

Carlo Luigi Farini, imperante a Bologna, il 13 novembre 1859 pubblicava un decreto che aboliva il Santo Uffizio. L' Armonia del 17 novembre stampava la notizia, e il 18 scriveva le seguenti osservazioni:

Pubblicando nel nostro numero precedente un dispaccio di Bologna, il quale annunziava la prima opera dell' eccelso Farini in Romagna, che fu di sopprimere il Santo Officio «affinché non si potesse più rinnovare il fatto del giovine Mortara», vi abbiamo appiccato due linee di commento per ricordare che chi avea abbracciato con tanto zelo questa misura, non avea Tatto nulla in Parma, ne per vendicare l'assassinio del colonnello Anviti, né per impedire che potessero più riprodursi attentati del medesimo genere.

Oggidì noi stimiamo vantaggioso il rifarci sulla medesima idea, svolgerla più ampiamente, e mettere a confronto i procedimenti della rivoluzione con quello del Santo Officio, insistendo particolarmente sui due accennati, quello del giovine Mortara e del colonnello Anviti.

Il Mortara nasceva ebreo e venne fatto cristiano. Appena il seppe, ne godè e ringraziò Dio d'un favore sì segnalato. 1 parenti lo volevano al ghetto, ma la Chiesa, come tenera madre, gli stese le braccia, se lo strinse al seno, e protesse la sua libertà di coscienza.

Il giovine fu condotto a Roma, e là trovasi contentissimo della sua sorte, e può professare liberamente Gesù Cristo. In sei mesi che le Romagne, dove stanno i parenti del giovine Mortara, sono insorte contro il Papa, non sappiamo che essi abbiano ancora pubblicato una lagnanza o sulla educazione del figlio, o sul modo come viene trattato.

Il gran delitto del Santo Officio verso il giovine è questo, che ha protetto la sua libertà individuale; che lo ha salvato da chi Io voleva ebreo per forza, mentre era cristiano; che gli ha ottenuto a spese del Romano Pontefice una educazione signorile e senza verun aggravio della propria famiglia.

Voltiamo invece la pagina, ed eccoci sotto gli occhi l'assassinio del colonnello Ànviti, opera scellerata della rivoluzione. Questo militare recasi a Parma, e vi è scoperto da suoi nemici, che lo denunziano l'arrestano, e lo chiudono in prigione. Da lì a poco Ha marmaglia sfonda le porte, s'impossessa del Colonnello, e lo strascina per le pubbliche strade, lo reca in un caffè e gli spicca la testa dal busto.

Non interrogatorio, non processo, non difese; Anviti è ucciso e non si sa a cagione di quale delitto. Per ben sei ore la marmaglia si da spazzo del suo cadavere, e, a detta del Times, vi ha taluno che ne spicca dalle mani le dita e ne succhia il sangue. La sua testa è posta sopra d'una picca, e portata in trionfo per la città di Parma; finalmente esposta su di una colonna ai lazzi ed agli improperi di quei sciagurati.

dell'Inquisizione, e mettiam pegno che a parole o per iscritto hanno declamato cento volte contro il Santo Officio.

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Tutti coloro che presero parte a questa scena di sangue sono grandi nemici Il Farini, dittatore di Parma, e sì tenero della amministrazione della giustizia, non muove una paglia per castigare gli assassini. Massimo d'Azeglio predica che ogni giorno che passa senza che sia vendicato l'orribile delitto, è una nuova vergogna pel governo; ma passano i giorni, le settimane, i mesi, e i rei non si trovano, e il castigo non si conosce. Eppure l'assassinio fu commesso in pien giorno, alla presenza di tutta una città, e durò sei ore.

Il Farini riserva tutto il suo zelo contro il Santo Officio. Egli non tarda a pigliarne vendetta, e il giorno stesso in cui arriva in Bologna lo sopprime. Bolognesi, chi è di voi che abbia dovuto deplorare le tirannie di questo Tribunale? Oh quanti parenti, quanti giovani non avranno piuttosto invidiato la sorte del Mortara! Voi ora non avete pili l'inquisizione ecclesiastica, che non dava noia a nessuno; ma avete invece l'inquisizione libertina. Avete quella Inquisizione, che in breve tempo ha già imprigionato sedici ecclesiastici, come confessò lo stesso signor Napoleone Pepoli; avete quell'Inquisizione, che spiai vostri passi, che sforza i vostri voti, che v'obbliga ad essere felloni contro la vostra volontà; quell'Inquisizione, che già v'impose un Cipriani, ed un Pinoli], ed ora vi sottomise alla ferula d'un Farini; quell'Inquisizione, che non vi lascia conoscere il vero, e che non permetterà certamente che vi giunga sotto gli occhi questo foglio, perché non applaude e non incensa i vostri nuovi padroni.

LA QUESTIONE BONCOMPAGNI

E

LA QUESTIONE GARIBALDI

(Pubblicato il 22 novembre 1859).

I nostri giornali sono pieni, zeppi di BonCompagni e Garibaldi, e noi dobbiamo raccogliere le loro dicerie. Chi dice adunque che BonCompagni sia partito con quattro segretari, avendo a latere l'eloquente deputato Alfieri, sindaco di Galuso, e il marchese Cavour, nipote del conte zio Camillo (redi i Promessi sposi); chi dice invece che non sia partito, ma debba partire oggi, lunedì, colla comitiva come sopra; chi afferma che il BonCompagni finga di partire, ma non partirà; e chi afferma che partirà non come Reggente del Reggente, ma come semplice privato.

Vi sono alcuni che dicono avere il gabinetto delle Tuilerie dato indietro inseguito alle severe rimostranze del gabinetto di Torino; - altri che pretendono che il gabinetto delle Tuilerie non ha mai fatto davvero; - altri che sostengono che tra i due gabinetti v'è aperta rottura o tardi o tosto ne vedremo gli effetti. Intanto il Principe di Carignano ha scritto una seconda lettera indirizzata al commendatore Matteucci, e riferita dalla Nazione di Firenze nel suo N° 19 di novembre, la quale è del seguente tenore:

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Torino, 15 novembre 1859.

Stimatissimo Signor Commendatore,

Non trovo parole sufficienti che possano esprimere la mia più viva riconoscenza per la gratissima lettera che mi ha indirizzata II voto delle Assemblee dell'Italia centrale, che attribuisco più alla affezione degli Italiani al Re, che alla mia persona, mi riesci alquanto lusinghiero e molto al di sopra de' miei meriti, per cui grande si è il sacrificio che che provo dell'astenermi di accorrere in persona a compiere l'onorevole mandato commessomi. Tal cosa avrei di tutto cuore desideralo di poter fare, per provare agli Italiani tutta la mia affezione per loro, non che la viva e profonda mia riconoscenza; ma ciò, a malgrado del mio vivissimo desiderio, non potendo effettuarsi, mi conforta però il pensiero che, all'avvicinarsi del Congresso europeo, questo mio sacrificio potrà essere più utile agli Italiani che la mia presenza, mentre vorrà togliere ogni sospetto

Comprendo quanto la posizione dell'Italia centrale sia difficile, ma con tutto ciò non bisogna perdersi d'animo, anzi ci vuole doppia energia, stare uniti e armarsi, conservando quell'ordine perfettissimo che tanto onora gli Italiani in questi momenti supremi, e che, facendone l'ammirazione, non dubito sarà il più potente appoggio al Congresso europeo.

La mia risposta al commendatore Minghetti ed al signor Peruzzi, che lei già deve conoscere, spero avrà rassicurato gli Italiani, almeno lo desidero: io ho fatto tutto quello che ho potuto; lei sa che sono franco e leale, e che non desidero altro che vedere l'Italia felice

Gradisca nuovamente, signor Commendatore, i miei vivi e sinceri ringraziamenti uniti agli atti della mia più alta stima e considerazione.

Suo affezionatissimo

Eugenio di Savoia.

Tra BonCompagni e Ricasoli pare che sia insorta eziandio una questione che alcuni dicono di sostanza, e altri di pura forma cioè se il Principe di Catignano non volendo andare lui, potesse mandare il BonCompagni; e se le Assemblee nazionali dell'Italia centrale accetteranno questo scambio del Commendatore pel Principe. Staremo h vedere come finire questo incidente,

Intanto viene l'altra questione di Garibaldi. Il generale Stesso; giunto in Nizza, ha fatto inserire nel Nizzardo del 18 di novembre le seguenti parole agii Italiani:

«AGLI ITALIANI!

«Trovando con arti subdole e continue vincolata quella libertà d'azione che è inerente al mio grado nell'armata dell'Italia centrale, e onde io usai sempre a conseguire lo scopo, cui mira ogni buon Italiano mi allontano per ora dal militare servizio.

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«Il giorno, in cui Vittorio Emanuele chiami un'altra Volta i suoi guerrieri alla pugna per la redenzione della patria, io ritroverò un'arma qualunque ed un podio accanto ai prodi miei commilitoni.

«La miserabile volpina politica che per un momento turba il maestoso andamento delle cose nostre, deve persuaderci più che mai che noi dobbiamo serrarci intorno al prode e leale Soldato dell'indipendenza, incapace di retrocedere dal sublime e generoso suo proposito, e più che mai preparare oro e ferro per accogliere chiunque tenti rituffarci nelle antiche sciagure.

«G. GARIBALDI.»

Prima però di arrivare a Nizza, il Generale Garibaldi fu a Savona, ed ecco cosa ci racconta il Diario Savonese del 17 di novembre:

«Oggi sulle undici e mezzo, diretto a Nizza, giungeva in questa nostra città il generale Garibaldi. Furono ad incontrarlo l'Intendente generale, il Sindaco della città e grandissima folla di cittadini. Fermatosi nell'Albergo dell'Universo a prendere ristoro, l'illustre campione dell'indipendenza italiana accolse le deputazioni della Guardia Nazionale e della Società degli artisti ed operai. Il presidente della Società operaia rivolse all'illustre generale calde parole di affettuosa riconoscenza por quanto a lui deve l'Italia; alle quali il valoroso generale rispondea: - Lui essere grato delle manifestazioni d'affetto che gli erano fatte dai Savonesi, solleciti anch'essi ed ansiosi della grandezza della patria; l'Italia avere oggi più che mai bisogno del concorso di tutti per accrescere le file dell'armata, la quale, valorosissima come fu sui campi di battaglia, ha d'uopo di farsi ogni dì più numerosa: i potenti stranieri non doversi più mischiare nelle cose di casa nostra; ma, a ciò conseguire, essere necessaria l'unione, la concorda ed il braccio di tutti gl'Italiani. - Dopo questo breve discorso prendendo commiato, e salutato da tutti gli astanti, l'illustre generale partiva fra gli evviva della moltitudine che lo accompagnò per un lungo tratto della sua via.»

La Società degli operai tipografi di Nizza offerì al Garibaldi un ramo d'alloro col seguente indirizzo:

«Generale, la Società degli operai tipografi presenta una corona d'alloro all'eroe di Varese e di Corno. La gioventù nizzarda risponde per la prima alla vostra voce, lieta di potersi assicurare che la crescente generazione non sarà indegna di quelle che l'hanno preceduta. Quando suonerà l'ora, scambieremo con un moschetto le armi della pace, e vi terreni dietro. Queste parole vi dicono, o Generale, che agli uomini pagati per corromperci noi non abbiam dato ascolto.

«Nizza è terra antica di valore e di fede; essa rigetta con ribrezzo la semente della viltà e del tradimento, e se la fa ricca il pacifico ulivo, quella pianta però vi è sempre cresciuta onorata accanto alle palme, alla quercia, agli allori.


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«Un ramo di quell'albero noi vi offriamo; accettatelo, Generale, come tributo della nostra ammirazione, e come pegno insieme degli inalterabili nostri sentimenti di fedeltà alla patria ed al Re.

« Viva l'Italia! Viva Vittorio Emanuele!»

Se Nizza parla, Milano non tace. Il Momento del 20 di novembre ha in capo a grossi caratteri quest'Indirizzo: «Noi sottoscritti preghiamo con tutta la forza e il sentimento delle attuali vertenze italiane, preghiamo che: Garibaldi ritorni nell'Italia centrale. Egli da parte sua non opponga difficoltà. I governi dell'Italia centrale il Ministro sardo, se mai il suo concorso abbisogna, e le Assemblee di Parma, Modena, Bologna, Toscana, immediatamente riconvocandosi, provvedano onde Garibaldi ritorni subito al comando dell'armata italiana dell'Italia del centro. In faccia all'Europa, in faccia al Congresso, in faccia agli Italiani di quelle provincie l'ITALIA è nel RE è in GARIBALDI».

Dopo l'indirizzo segue questa nota: «Il Momento propone che il sovrascrìtto indirizzo sia sottoscritto da tutti i nostri concittadini di Milano, di Lombardia, dì Piemonte, dell'Italia centrale. Apre quindi soscrizioni nel suo ufficio e prega tutti i giornali di Lombardia, di Piemonte, Romagna, Toscana, Modena eoe. , e di tutte le città e borghi a riprodurre il sovrascritto indirizzo, ad aprire le soscrizioni e rimettere entro otto giorni al più tardi le liste colle firme alla Direzione del Momento, Milano, San Pietro all'orto, 17 rosso. Pel Piemonte e per l'Italia centrale, se l'invio al Momento credesi che possa ritardare la celerità dell'operazione, il Momento stesso destina a Torino, come punto centrale, la Società Nazionale con cui prenderà immediatamente i debiti accordi».

E finalmente in un articolo di fondo il Momento dice di Garibaldi: Nessuno lo tocchi. E commenta il titolo dell'articolo così:

«Nessuno lo tocchi.

«Garibaldi è nome sacro all'Italia e a tutti i veri Italiani; quel nome è l'onore del nostro paese e forse è il solo che assomiglierà l'Italia moderna all'Italia dei Romani, l'Italia attuale all'antica Grecia ed alla Grecia moderna. Gli Italiani lo amano sopra tutti, e sarebbero stolti ed ingrati se sopra tutti non lo amassero,

«Nessuno lo tocchi.

«Non v'ha generali in Italia che abbiano nella storia moderna tanta parte, quanta ne occupa melatamente il Nizzardo. La sua vita senza fasti, senza tregua, senza riposo, è una vita altamente eroica, composta di sagrifici consumati sul l'altare della libertà e della patria, onorata di vittorie segnalate, riboccante di principii onesti, di generosissimi sentimenti.

«Nessuno lo tocchi.

«Noi veneriamo il merito di tutti i bravi guerrieri e siamo gratissimi a loro se per noi corsero i pericoli della guerra; ma di bravi guerrieri l'Italia ne conta parecchi,

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d'istruiti generali non ne manca; ma nel suo genere Garibaldi è unico; né in Italia, né in Europa un altro Garibaldi ritrovasi.

«Nessuno lo tocchi.

«Come Toro nel fuoco, Garibaldi fu provato per lunga serie d'anni; vicino o lontano, nella sue isola o nel campo di battaglia, semplice soldato o comandante su premo, fu trovato sempre forte, sincero, magnanimo, vero Italiano. L'Italiano fida pili in lui che in altri, perché niuno in argomento di prove e di fatti ha quanto lui diritto alla fiducia italiana.

«Nessuno lo tocchi.

«Le circostanze fanno gli uomini, e gli uomini forman le epoche: ma quando passano i tempi, i nomi che sopravvivono sono pochissimi, e i nomi venerabili più rari ancora, perciocché la venerazione non si acquista che da nomi immaculati, Garibaldi è tal nome; immaculato e santificalo da vero amore ed entusiasmo di patria indipendenza.

«Nessuno lo tocchi.

«Garibaldi è l'anima del soldato d'Italia; senza lui avremo soldati disciplinati e fedeli, ma non avremo eroi come i cacciatori delle Alpi. La dimissione di quel prode è una morale sconfitta per noi, è una vittoria morale pei nostri nemici.

«Nessuno lo tocchi.

«L'Italia ha bisogno del Nizzardo; l'Italia lo richiamerà contra il pensiero di qualsiasi generale o non generale, e lo ricondurrà al suo posto; posto vuoto e che nessuno altro Italiano vale a riempire.

«Nessuno lo tocchi.

«La moderazione di che da mesi da prove continue dovrebbe bastare per allontanare da lui i sospetti dell'imprudenza e i timori di un colpo ardito. La sua obbedienza ai comandanti supremi è ormai proverbiale; tutta intera la sua condotta accenna alla sua dipendenza quando è dipendente.

«Nessuno lo tocchi».

E noi obbedienti al Momento non toccheremo più oltre il general Garibaldi.

PROGRAMMA

PER L'AUTONOMIA DELL'ITALIA

L' Associazione Unitaria Italiana pubblicò il seguente programma, che riferiamo come documento dei divisamenti della setta. Giova notare specialmente la emancipazione della donna e l' emancipazione della scienza dall'influenza di ogni sistema religioso cioè la scostumatezza e l'ateismo:

SCOPO DELLA SOCIETÀ

Cooperare al conseguimento dell'autonomia della unificazione e della libertà d'Italia.

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PRINCIPI FONDAMENTALI

Nell'ordine politico: Esclusione d'ogni dominio ed influenza straniera io Italia per riunire la intera nazione sotto una amministrazione comune: abolizione di qnalsiasi forma di caste e privilegi: eguaglianza de" cittadini nei diritti politici: estensione del principio elettivo: guarentigie efficaci del diritto di associazione e di petizione, della libertà personale e della libertà di coscienza.

2 Nell'ordine civile: Riforma della legislazione per metterla in armonia col principio dell'eguaglianza ne' diritti civili: abolizione totale dei feudi, fede commessi, manimorte, ecc.: parificazione della prole nell'ordine di successione: restrizione in giusti limiti della patria potestà: emancipazione della donna.

Nell'ordinamento amministrativo: Ordinamento dei Comuni a sistema elettivo, e decentralizzazione del potere amministrativo.

Nell'ordine giudiziario: Applicazione della procedura pubblica ed orale a tutta l'amministrazione della giustizia: estensione del sistema dei giurati: limitazione del carcere preventivo: determinazione di pene più confacenti per la qualità e per la durata collo stato presente della civiltà: abolizione della pena di morte.

Nell'ordine educativo: Istruzione primaria obbligatoria: gratuita nell'insegnamento pubblico, e libero sviluppo del programma governativo: libertà nell'insegnamento privato: diffusione del sapere in tutti i ceti del popolo: emancipazione della scienza dall'autorità del clero e dall'influenza d'ogni sistema religioso.

Nell'ordine industriale e commerciale: Attuazione del principio di asso ciazione in modo da non inceppare la libertà individuale, e da prevenire le coalizioni tanto fra gli operai quanto fra i capitalisti: libertà del commercio: soppressione delle barriere doganali: sviluppo dei mezzi di comunicazione: assimilazione dei rapporti internazionali.

Nell'ordine funzionario: Massima economia nella pubblica amministrazione, senza nuocere alla prosperità dello Stato e delle sue instituzioni: limitazione delle varie specie d'imposte: equità nel ripartirle: convenienza nel modo di riscuoterle.

Nell'ordine della pubblica difesa: Sviluppo di tutte le forze militari del paese: ordinamento e disciplina dell'esercito secondo i principii dell'eguaglianza e della giustizia, fino a che l'alleanza fraterna dei popoli non permetta l'abolizione di ogni esercito stanziale.

Milano, 1859.

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UN GIORNALE PROTESTANTE

IN FAVORE DEL PAPA

A certi cattolici che si persuadono di poter conciliar Dio con Belial, e schiacciato un paternostro, non si vergognano d'inveire contro del Papa, vogliamo dare per maestro un diario protestante della Germania, la Spener'sche Zeit. Veggano non solo con qnal rispetto parli del Papa, ma come sinceramente confessi le strette relazioni tra il potere spirituale e il potere temporale del Sommo Pontefice.

«Gli avvenimenti, scrive adunque la Spener'sche Zeit, gli avvenimenti nello Stato Pontificio sono il punto centrale della questione italiana. Più ancora, essi toccano gli interessi ecclesiastici di ludo il mondo. La Chiesa cattolica non è Chiesa provinciale, ne nazionale; più antica di qualsiasi formazione di Stati dell'antico e del nuovo mondo, le sue istituzioni si sentono superiori ai confini ed ai poteri dei popoli e degli Stati, e onorano nel Vescovo di Roma il loro supremo Capo. - La dipendenza di questo Vescovo da qualsiasi potenza temporale porrebbe in pericolo la stessa indipendenza della Chiesa cattolica. Le più importanti cose da essa operate quale potenza religiosa e incilitrice, sono dovute alla sua indipendenza dal potere temporale, finalmente procuratale dopo lunghe lotte da Gregorio VII, e che conservò sempre dappoi.

«Anche alla Chiesa evangelica, la quale divenne per la base della sua origine storica piuttosto una chiesa del paese, essa ha fatto partecipare di questo spirito d'indipendenza dello Stato, e fu d'esempio non di rado, a cagione della stia antica e forte organizzazione, a questa Chiesa sorella nel lottare per la conservazione di questa indipendenza. Giacche la Chiesa non può abbandonare tale indipendenza, se non vuoi essere tratta in mezzo ai mutabili avvertimenti, principii ed aspetti politici, ed in essi soccombere.

«La residenza del Capo supremo della cristianità in Italia, in un paese che non è uno stato unitario, il potere temporale sovrano del Papa nel patrimonio dì S. Pietro è la guarentigia dell'indipendenza di questo Capo supremo, e di tutta la Chiesa cattolica. La Francia ebbe l'ambizione già nel medioevo (nel secolo xlv) come pure nel secolo scorso, sotto l'imperatore Napoleone I di fare del Papa in qualche modo un suo vescovo nazionale, ma l'Europa restaurò sempre il Pontefice; giacché il Capo supremo della Chiesa cattolica non può essere soggetto all'influenza d'una Potenza temporale .

Queste opinioni non abbisognano di ulteriori osservazioni a dimostrare come la Spener'sche Zeit si dichiara contraria alle agitazioni rivoluzionarie dello stato Pontificio. Essa lo fa con grande fermezza, e crede che la Curia pontificia combatterà con dignità e con perseveranza contro la rivoluzione. Conclude col far menzione delle opinioni del Clero francese in tale argomento, ed osserva che la Francia cattolica non può udire senza profonda emozione un tale linguaggio tenuto dai suoi Vescovi.

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BONCOMPAGNI NELL'ITALIA CENTRALE

PER MANTENERE L'ORDINE

(Pubblicato il 23 novembre 1859).

Un nuovo episodio del dramma italiano è finito, e BonCompagni sarà proreggente nell'Italia centrale. La Francia (che dapprima combatteva questa misura in nome del non intervento e pei riguardi dovuti al prossimo Congresso) si arrese in ultimo ai voti del nostro ministero e consentì. Non sappiamo con chi l' Armonia debba maggiormente congratularsi, se col signor Rattazzi per la sua fermezza, col signor Da Bormida per la sua eloquenza, col signor La Marmora pel suo eroismo, oppure coll'imperatore Napoleone III per la sua docilità, arrendevolezza, discrezione,

Certuni, ricordando gli articoli del Moniteur avanti la guerra - articoli che dichiaravano sogno e pazzia la politica del nostro ministero, e poi la favorivano - andavano di questi giorni pronunziando l'esito che ebbe di fatto, la nomina del BonCompagni. Un nostro amico, che conosce assai la diplomazia imperiale, ci diceva: - Siccome Cavour non avrebbe stuzzicato l'Austria, se non (Jpsse stato sicuro dell'aiuto di Francia; così Rattazzi non avrebbe nominato il BonCompagni, se non avesse avuto speranza di ottenere il consenso dell'imperatore Napoleone III. - E veggiamo che il nostro amico s'è apposto f e ci congratuliamo anche con lui.

É vero però che la Francia non ha dato il suo consenso su due piedi, ma ha voluto che il gabinetto di Torino facesse delle dichiarazioni. Oh! senza queste dichiarazioni l'Imperatore dei Francesi non avrebbe acconsentito per venia patto. E le dichiarazioni sono, che, se BonCompagni esercita la Reggenza, gli è unicamente per mantenere l'ardine. Non va mica il nostro Commendatore nell'Italia centrale per favorire ristorazioni, ma per mantenere l'ordine, conservare lo statu quo e impedire che i popoli si riscuotano ì si agitino, pensino all'antico.

Mantenere l'ordine, ecco, a detta del Constitutionnel l'impresa del proreggente BonCompagni. Vuoi dire che, secondo il giornale officioso di Parigi, l'ordine regna nell'Italia centrale, dacché BonCompagni va a mantenerlo; epperò è ordine che le Romagne siensi sottratte al paterno dominio del Papa, è ordine che la Toscana non riconosca pili il Granduca, è ordine che Parma e Modena abbiano esautorato i loro Principi! È quest'ordine che il BonCompagni va a mantenere?

Ma perché fu necessario di venire fin sulle rive del Po e della Dora per ricercarvi chi andasse nell'Italia centrale per mantenervi l'ordine? Questo è un fatto che non riesce molto onorifico ne pei Ricasoli, né pei Farini, giacché indica l'impotenza loro di mantenere l'ordine; laddove è sommamente onorevole pel Piemonte il dire i?he fu necessario un Piemontese, un figlio di questa felicissima terra della libertà e del governo modello per mantenere l'ordine nell'Italia centrale!

Confesseremo schiettamente che quanto a noi, dopo tanta unanimità e tanti elogi alla disciplina, alla compostezza, al dignitoso contegno dei Parmigiani, Modenesi, Toscani, Romagnoli,

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non avremmo creduta necessaria la spedizione del BonCompagni nell'Italia centrale per mantenervi l'ordine. Ma poiché il gabinetto di Torino e quello delle Tuilerie hanno riconosciuto tale necessità, c'inchineremo umilmente alla loro decisione.

Conciossiaché i ministri subalpini conoscono un po' meglio di noi le presenti condizioni morali e politiche dell'Italia centrale, e l'imperatore Napoleone III ne sarà stato informato dall'ex-governatore Lionetto Cipriani, che, partitosi da Bologna, corse difilato a Parigi per riappiccarvi le antiche amicizie.

Ora resta a vedere qual metodo terrà il BonCompagni per mantenere l'ordine. Un i#mo del tempo antico osservava che il proreggente, essendosi per prima cosa recato in Parma, forse avrebbe colà dato saggio di sua fermezza attirando il processo contro gli assassini dell'Anviti, e provocando quelle tali misure che Massimo d'Azeglio invocava fin dal 12 di ottobre, dichiarando che, quanti giorni passavano senza far nulla, erano una nuova vergogna pel governo. li buon uomo avvertiva che l' eccelso Farini avendo lasciato invendicato il delitto, BonCompagni avrebbe fatto giustizia.

Ma l'illustre proreggente hai suoi sistemi particolari per mantenere l'ordine, sistemi sperimentati in Toscana nell'aprile dell'anno corrente, e proclamati in Inghilterra nel giugno passato da testimoni di veduta.

Certo volendosi mandare un Piemontese per mantenere l'ordine nell'Italia centrale, Carlo BonCompagni era il personaggio da ciò, e l'Europa omai può dormire tranquilla, che a Firenze, a Bologna, a Modena ed a Parma tutto procederà in numero, peso e misura. BonCompagni applicherà il metodo alla politica e insegnerà agli Italiani del centro quanti nasi hanno e quanti orecchi. L'Italia centrale sotto la benefica reggenza del nostro Cavaliere sarà trasmutata in un asilo infantile.

Resta ora che noi presentiamo i nostri umilissimi ringraziamenti a Sua Maestà l'imperatore Napoleone III per la nuova prova d'affetto che ha dato agli Italiani, e per avere consentito alla reggenza del BonCompagni affine di mantenere l'ordine. È mercé dell'Imperatore se quest'ordine continua, egli sia benedetto dalle future generazioni, come l'è dalle presenti, e possa la storia confermare gli elogi del giornalismo!

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LE TRIBULAZIONI DELLA CHIESA

NEL DUCATO DI MODENA

(Pubblicato il 24 novembre 1859).

I libertini non sanno far altro che tribolare la Chiesa 9 perseguitare il Clero, diffondere l'eresia. Se scrivono, essi mettono tutto il loro patriottismo nel calunniare i preti, maledire il Papa, bestemmiare i Santi; se governano, non veggono altro modo per proteggere la libertà, il progresso, la civiltà, che introdurre metodi e costumanze, le quali offendano il dogma o la disciplina ecclesiastica, e mettano il Sacerdozio al bivio di tradire il proprio ministero, o di sostenere multe e prigionie.

Così avvenne nel Ducato di Modena, poiché quelle sgraziate contrade furono costrette dalla rivoluzione a passare dal benefico, paterno e cattolico governo del duca Francesco V sotto il plebeo dispotismo del medico Farini. Il Medico per lasciar traccia di sé ne' luoghi dove passava, prese a perseguitare il Cattolicismo e il Sacerdozio nel modo più indegno. Del che noi abbiamo già dato in documento a' nostri lettori la bella rimostranza dell'intero Episcopato della provincia ecclesiastica Modenese.

Ora è nelle nostre mani la risposta indirizzata a quei Vescovi, non dall'Eccelso Farini, chè il mediconzolo non si degnò di rispondere, ma dal suo ministro di grazia e giustizia, il quale adempì l'incarico commessogli da Sua Eccellenza Dittatore.

Però le manderemo innanzi la bella lettera, con cui l'Arcivescovo di Modena accompagnava la protesta di tutto l'Episcopato della provincia ecclesiastica, del 25 di ottobre 1 trasmettendola l'ultimo di quel mese al sig. Fari dì. Ecco questo prezioso documento:

Modena, 31 ottobre 1859.

« Eccellenza,

Nell'accompagnare l'unita rappresentanza dell'Episcopato di queste provincie, prego l'E. V. a nome anche degenerati miei colleghi di fissare speciale attenzione sulla parte di essa che riguarda le due leggi 26 settembre e 17 ottobre corrente, relative al matrimonio.

«Conoscendo che la legge sarda non prescrive Tatto civile innanzi al matrimonio, veramente non avrei giammai creduto che nelle condizioni di cose, in cui or siamo, si fosse richiamata in vigore una tale disposizione nel Codice Estense senza previa discussione conosciuta, e senza apportarvi alcuna modificazione che ne correggesse i difetti. E tanto meno era da aspettarsi che essa fosse fatta rivivere al riflesso che, dopo più di tre anni di esperienza, venne con soddisfazione de' più abrogata, essendosi riconosciuta inopportuna e difettosa, non tanto rispetto alla religione per gl'imbarazzi che oppone olla libera amministrazione di un Sacramento, quanto anche dal Iato civile, riuscendo altrettanto difficile e gravosa l'esecuzione specialmente per la classe povera, che è la pili numerosa.

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«Ma se fui sorpreso e dolente nel veder rimessa in vigore la succitata disposizione, mollo di gran lunga maggiore è stato lo stupore e l'amarezza mia, quando, poco stante, fu pubblicato, non saprei per qual grave causa, l'editto con cui viene posto modo ai parrochi nell'esercizio del loro ministero, e sì giunge perfino ad infligger loro una multa ed anche la carcere, se assistono alla celebrazione d'un Sacramento senza l'osservanza di certe prescrizioni civili. Confesso all'È. V. che non conosco legislazione alcuna, la quale in questo proposito presenti un trattamento più severo, e porti uno sfregio tanto umiliante al sacerdozio, e più palesemente ne vincoli la troppa necessaria libertà nell'eseguire i suoi sacri doveri. Per non parlare dell'indebita ed eccessiva ingerenza che con questa legge il governo, non limitandosi agii effetti civili, si attribuisce sull'atto stesso della celebrazione del matrimonio, determinando le precise condizioni, nelle quali sole si permette al parroco di assistervi, mi ristringerò soltanto a far osservare che una tal legge, per quanto è da lei, costringerebbe il parroco, a mancare talvolta al proprio dovere come ministro di Dio. Non sono rari i casi, nei quali per motivi gravissimi non possono i contraenti prima del matrimonio sottoporsi alla pubblicità dell'atto civile, come, ad esempio, avviene. nei matrimoni detti di coscienza, e in quelli che debbansi da taluni celebrare nell'estremo della vita. Ora il parroco, richiesto a prestare la sua assistenza in simili casi, non può rifiutarsi, perché una legge superiore ad ogni umana prescrizione ve l'obbliga. Sarà egli giusto che perciò venga sottoposto ad una pena? Eppure la legge la stabilisce, e tale, che a nessun'altra classe onorata della società si suole imporre, non usando alcun riguardo al sacro carattere dì cui è insignito il sacerdote, ne alla santità e all'importanza delle funzioni che esercita.

«Non posso dissimulare all'È. V. che grave e universale è stato il dispiacere di quanti tra noi, e la Dio mercé non sono pochi, amano di cuore la religione, e professano ossequio a' suoi ministri nel veder pubblicata una tal legge, e molti parrochi, a' quali sono certo sarebbersi uniti gli altri tutti, conscii a se stessi di non meritare siffatto sfregio, e dolenti che s'inceppi la necessaria libertà del loro ministero, avrebbero con comune reclamo supplicata TE. V., perché fosse rivocata una tale disposizione, se io stesso non avessi dichiarato d'esser pronto a compiere presso di lei un tale ufficio, al quale tanto più di buon grado mi presto, in quanto che sono persuaso non poter sfuggire alla saggezza dell'E. V. la convenienza di rivocare una legge, con cui, oltre agli altri pregiudizi che seco porta, parrebbe si dovesse togliere o menomare al Clero, e specialmente ai pastori delle anime quella fiducia e quella stima, della quale tanto interessa al bene stesso della società che essi godano presso le popolazioni alla loro cura affidate.

«Ho l'onore di confermarmi coi sentimenti di stima distinta e pari ossequio «Di V. E.

« Dev. mo Obb. mo Servitore

« + Francesco Emilio, Arciv. ed Abate».

Il lettore non perda di vista il principale argomento dell'Arcivescovo di Modena. 0 voi, signor Farini, considerate il Ducato come un'appendice del Piemonte, e perché introducete leggi sul matrimonio che non esistono negli stati Sardi?

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Oppure considerate il Ducato come una cosa a parte, e perché allora ci date in nome dell'annessione tutte le leggi piemontesi? La contraddizione è solenne e non ammette replica. Di fatto il ministro del Farini dissimulò il ragionamento dell'Arcivescovo di Modena, come risulta da questa sua risposta, che noi pubblichiamo con qualche nostra parentesi:

Il Direttore del ministero di grazia e giustizia e culto

a S. E. Rev. ma Monsignor Arcivescovo Cugini.

Modena.

«S. E. il Dittatore è certo di non aver mancato in nessuna occasione alle assicurazioni date all'Episcopato di queste provincie, che non sarebbe mai venuto meno dal professar riverenza ed ossequio alla cattolica religione ed ai suoi ministri»

(Incominciano le solite ipocrite proteste. L'Episcopato modenese non si contentò di affermare, ma citò i fatti, da' quali risulta che l' Eccelso tribolò la Chiesa e ne conculcò i sacrosanti diritti).

«Ma queste non poterono trattenerlo dal pubblicar le leggi della Monarchia Costituzionale di Savoia, della quale fanno parte integrale queste provincie per voto unanime dell'Assemblea Nazionale, già solennemente accettato dal magnanimo re Vittorio Emanuele.

(Ecco qui una sfondolata bugia detta dall' Eccelso e dal suo ministro. Non è vero che Vittorio Emanuele abbia accettato solennemente il voto dell'Assemblea di Modena Ciò che è avvenuto testé riguardo alla nomina della reggenza de! Principe di Carignano, n'è una prova evidentissima.)

«Non può S. E. accettare la discussione sul merito di leggi che sono una necessaria conseguenza dello Statuto già pubblicato, e che già da parecchi anni sono in vigore nelle antiche provincie del Regno.

(Largo, largo a questi liberali! Negano l'infallibilità del Papa, e pretendono infallibili le loro leggi! Parlano di progresso, e vogliono l' immobilità della legislazione! Predicano i vantaggi della discussione, e non la vogliono accetterei)

«La libertà della stampa è un diritto costituzionale, ed è legge dello Stato. Si giovi il Clero di tale benefizio, si faccia banditore di cittadina concordia, di carità evangelica, di civiltà e di progresso, e vedrà allora andare in dileguo e svanire i lamentati inconvenienti. La verità può essere combattuta, ma è sicura sempre di un luminoso trionfo.

(Questo è un vero insulto! Parlare al Clero della libertà di stampa in Modena! La libertà è tutta per voi; non permettete che si stampi una linea contro le vostre idee; e non un numero dell' Armonia poté giungere nel Ducato dopo che cadde sotto il vostro bastone dittatoriale. Noi sappiamo che per far conoscere a' Modenesi la rimostranza dell'Episcopato, stampata nell'Armonia, la si dovette trascrivere in tanti esemplari, e darla a leggere nelle famiglie. E poi parlano di libertà di stampa! E dopo aver detto che non accettano la discussione osano dire al Clero: discutete!)

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V. E. si duole in special modo a nome tinche dei suoi colleghi dei due decreti dittatorii, 26 settembre e 17 ottobre 1859. Eppure il decreto 26 settembre richiamò semplicemente in vigore disposizioni del Codice civile Estense. Se fu facile ai nemici delle civili riforme piegar l'animo di Francesco V all'abrogazione delle savie provvidenze scritte nel lodato Codice, che regolano gli sponsali che celebransi prima del matrimonio, era dovere di un governo illuminato e curante del bene pubblico di ritornarle in osservanza.

(Ma queste civili riforme non esistono in Piemonte, e voi introducendole nel Ducato di Modena in nome àeV annessione, stabilite una legislazione diversa e contraria. Dunque vostro scopo è tribolare la Chiesa, e non unire l'Italia).

S. E. il Dittatore non poteva essere sordo alle vive lagnanze che da tutte parti muovevano i municipii e gli onesti padri di famiglia contro i matrimonii celebrati senza il previo adempimento delle condizioni prescritte dal Codice;civile.

(Questa è una solennissima menzogna. Il Clero di Modena ha sempre fatto il proprio dovere come cittadino, ed ha saputo osservare le leggi della Chiesa e quelle dello Stato, perché l'ottimo e desideratissimo duca Francesco V procurò che non vi fosse mai né reale, né apparente contraddizione tra le une e le: altre).

«Ma vane di effetto sarebbero state rimaste le accennate disposizioni che il mentovato Codice, se con una sanzione penale non fossero stati diffidati a rispettarle i ministri della religione, cui tocca il presiedere alla celebrazione delli matrimoni.

(Voi parlate insolentemente. I Sacerdoti del Ducato di Modena non temono le vostre sanzioni penali; temono Iddio e non hanno altra paura. Dove' possono obbediscono all'autorità per ragione di coscienza, non per timore della spada. Ma nelle cose che Dio e la Chiesa proibiscono, a qualunque costo obbediranno alla Chiesa e a Dio, e non a paltonieri traforatisi nel palazzo ducale).

«Non ignorava il governo che molti parrochi si ridevano delle disposizioni) del Codice, richiamate in osservanza, per la libertà loro lasciata dal legislatore; di poterle violare impunemente. Le imprudenti millanterie di non pochi par rochi fecero sentire a S. E. il bisogno di dar forza ed efficacia alle disposizioni del Codice civile, richiamate in vigore con la sanzione stabilita dal decreto 17 ottobre 1859. I ministri della religione dovranno dolersi di sé medesimi, se, posta in non cale l'autorità della legge, incorreranno nelle pene, a cui accenna, il citato decreto.

(Torniamo a dirvi che tutte le vostre pene non serviranno ai nulla per ciò: che ripugna alla coscienza sacerdotale. Ma da queste vostre parole imparino i popoli ed i governi due cose: la 1a che voi non siete stimati niente affetto nel Ducato di Modena, ed avete bisogno delle sanzioni penali per mantenervi;; la 2'che per farvi obbedire usate largamente del Codice penale, e cercate di ispirare il terrore! Oh, se l'ottimo duca Francesco V avesse trattato i liberali come voi ora trattate i preti, vi sappiam dire che non avreste preso il suo posto!)

«Ma d'altra parte l'equità e moderazione che informano il governo, sono un'arra non dubbia, che S. E. saprà far uso del diritto di grazia in tutti quei casi, in cui sia questa consigliata da particolari circostanze.

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(Ohi oh! Sua Maestà Farini, che sa far uso del diritto di grafia! Ma quatta non è la peggiore condanna delle vostre leggi, quando vi obbligano a dichiarare che noa le applicherete? )

«Con questo brevi osservazioni il sottoscritto ha Adempiuto all'incarico commessogli da S. E. il Dittatore di rispondere alla rappresentanza di V. E. Rev. ma e dei Vescovi delle provincie modenesi del 25 ottobre p. p., accompagnata dall'E. V. con lettera del 31 successivo, «prego l'È. V. a voler comunicare la presente risposta a' suoi col leghi, e col pia profondo ossequio si reca ad onore di rassegnarle i sensi dell'alta sua stima e consideratone.

Il Direttori del Ministero di grazia e giustizia e culto

CHIESI.

Giudichino gli onesti come scrivano e come ragionino i Vescovi della provincia ecclesiastica di Modena, e eoa quale eiviltà e logica scrivano i pretesi governanti di quelle sventurate popolazioni! La Gazzetta Modenese che pubblica i documenti di Francesco IV e Francesco V, si guardò ben bene dal pubblicare questi documenti di Farini I! Pretese solo dar ad intendere che l'Arcivescovo di Modena avea aderito alla rivoluzione, e nel suo numero giunto ieri in Torino ripeteva la stessa insinuazione, fingendo di smentire l'Armonia. Crediamo che presso tutti gli onesti potranno servire di risposta al giornale officiale del Farini i due documenti più sopra pubblicati.

TESTO

DEL TRATTATO DI PACE DI ZURIGO

La Gazzetta Piemontese del 23 novembre 1859 pubblicò il Trattato di Zurigo del tenore seguente:

Art. 1. Par un traité, en date de ce jour, Sa Majesté l'Empereur d'Autriche avant renoncé pour lui et tous ses descendants et successeur, en faveur de Sa Majesté l'Empereur des Franchis, à ses droits et titres sur la Lombardie, Sa Majesté l'Empereur des Français transfert à Sa Majesté le Roi de Sardaigne les droits et titres qui lui sont acquis par l'article 4 du Traité précité, dont la teneur suit:

«Sa Majesté l'Empereur d'Autriche renoncé pour lui et tous ses descendante «et successeurs en faveur de Sa Majesté l'Empereur des Français, à ses droits et titres sur la Lombardie, à l'exception des forteresses de Peschiera et des Mantoue, et des territoires déterminés par la nouvelle délimitation, qui restant en la possession de Sa Majesté 1. et R. Autrichienne.

«La frontière partant de la limite meridionale du Tyrol sur le lac de Garda, suivra le milieu du lac jusqu'à la hauteur de Bardolino et de Maoerba, d'on elle rejoindra, en ligne droite le point d'Intersection de la zone de défense de la place de Peschiera avec le lac de Garda.

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Celte zone sera déterminée par une circonférence, dont le rayon compte à partir du centre de la place, est fixé à 3500 mètres, plus la distance du dit centre au glacis du fort le plus avance. Du point d'intersection de la circonférence, ainsi désignée, avec le Mincio, la frontière suivra le thalweg de la rivière jusqu'à Le Grazie; a' étendra de Le Grazie, en ligne droite, jusqu'à Scorzarolo; suivra le thalweg da Pò jusqu'à Luzzara, point, à partir du quel, il n'est rien changé aux limiteg actuelles, telles qu'elles existaient avant la guerre.

Une commission militaire, instituée par les Gouvernements intéressés, sera chargée d'exécuter le trace sur le terrain, dans le plus bref délai possible».

Art. 2. Sa Majesté le Roi de Sardaigne, en prenant possession des territoires à lui cédés par Sa Majesté l'Empereur des Français, accepte les charges et conditions attachées à celle cession, telles qu'elles sont stipulées dans les articles 7, 8, 9, 10, 1i, 12, 13, 14, 15 et 16 du Traite conclu en date de ce jour entre Sa Majesté l'Empereur des François et Sa Majesté l'Empereur d'Autriche, qui sont ainsi conçus:

a) Le nouveau Gouvernement de la Lombardie prendra à sa charge les trois cinquièmes de la dette du Monte Lombardo-Veneto.

Il supportera également une portion de l'emprunt national de 1854, fixée entre les Hautes Parties contractantes à 40 millions de florins monnaie de e convention».

b) Une Commission internationale sera immédiatement instituée pour procéder à la liquidatori du Monte Lombardo-Veneto. Le partage de l'actif et du passif de cet établissement s'effectuera, en prenant pour base la répartition de trois cinquièmes pour le nouveau Gouvernement et de deux cinquièmes pour l'Autriche.

De l'actif du fonds d'amortissement du Monte et de sa Laisse de dépôts, consistant en effets publics, le nouveau Gouvernement recevra trois cinquièmes, et l'Autriche deux cinquièmes; et quant à la partie de l'actif qui se compose de bien fonds, ou de créances hypothécaires, la Commission effectuera le partage, en tenant compte de la situation des immeubles, de manière à en attribuer la propriété, autant que faire se pourra, à celui des deux Gouvernements sur le territoire duquel ils se trouvent situés.

Quant aux différentes catégories de dettes inscrites jusqu'au 4 juin 1869 sur le Monte Lombardo-Veneto et aux capitaux placés à intérêts à la Caisse de dépôts du fonds d'amortissement, le nouveau Gouvernement se charge pour trois cinquièmes et l'Autriche pour deux cinquièmes, soit de payer les intérêts, soit de rembourser le capital, conformément aux règlements jusqu'ici en vigueur. Les titres de créance des sujets Autrichiens entreront, de préférence, dans la quota pari de l'Autriche, qui dans un délai de trois mois, à partir de l'échange des ratifications, ou plus tôt, si faire se peut, transmettra, au nouveau Gouvernement de la Lombardie, des tableau spécifiés de ces titres.

e) Le nouveau Gouvernement de la Lombardie succède aux droits et obligations résultant des contrats régulièrement stipulés par l'Administration autrichienne, pour des objets d'intérêt public, concernant spécialement le pavs cède.

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d) Le Gouvernement autrichien restera chargé du remboursement de toutes les sommes versées par les sujets lombards, par les communes, établissements publics et corporations religieuses dans les caisses publiques autrichiennes, à titre de cautionnements, dépôts ou consignations. De même les sujets autrichiens, communes, établissements publics et corporations religieuses, qui auront verse des sommes a titre de cautionnements, dépôts ou consignations dans les caisses de la Lombardie, seront exactement remboursés par le nouveau Gouvernement,

e) Le nouveau Gouvernement de la Lombardie reconnait et confirme les concessions de chemins de fer accordées par le Gouvernement autrichien sur le territoire cédé, dans toutes leurs dispositions et pour toute leur durée, et nommément les concessions résultant des contrats passés en date du 14 mars 1856, 8 avril 1857 et 23 septembre 1858.

A partir de l'échange des ratifications du présent Traité, le nouveau Gouvernement est subrogé à tous les droits et à toutes les obligations qui résultaient pour le Gouvernement autrichien des concessions précitées en ce qui concerne les lignes de chemin de fer situées sur le territoire cédé.

En conséquence le droit de dévolution qui appartenait au Gouvernement autrichien à l'égard de ces chemins de fer, est transféré au nouveau Gouvernement de la Lombardie. Les pavements qui restent a faire sur la somme due à l'État par les concessionnaires, en vertu du contrat du 14 mars 1856, comme équivalent des dépenses de construction des dits chemin, seront effectués intégralement dans le trésor autrichien.

Les créances des entrepreneurs de construction et des fournisseurs, de même que les indemnités pour expropriation de terrains, se rapportant à la période où les chemins de fer en question étaient administrés pour le a compte de l'État, et qui n'auraient pas ancore été acquittées, seront pavées par le Gouvernement autrichien, et pour autant qu'ils v son tenus, en vertu de l'acte de concession, par les concessionnaires, au nom du Gouvernement autrichien.

Une convention spéciale règlera, dans le plus bref délais possible, le serti vice international des chemins de fer entre les pays respectifs.

f) Les sujets Lombards domiciliés sur le territoire cédé par le présent Traité, jouiront pendant l'espace d'un an, à partir du jour de l'échange des ratifications, et moyennant une déclaration préalable à l'Autorité compétente, de la faculté pleine et entière d'exporter leurs biens meubles en franchise de droits, et de se retirer avec leurs familles dans les États de Sa Majesté I. et R. A., auquel cas la qualité de sujets Autrichiens leur sera maintenue. Il sont libres des conserver leurs immeubles situés sur le territoire de la Lombardie.

La même faculté est accordée réciproquement aux individus originaires du territoire cède de la Lombardie établis dans les États de Sa Majesté l'Empereur d'Autriche.

Les Lombards qui profiteront des présentes dispositions, ne pourront être, du lait de leur option, inquiétés de part ni d'autre, dans leurs personnes ou dans leurs propriétés situées dans les États respectifs.


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Le délai d'un an est étendu a deux ans pour les sujets originaires du territoire cède de la Lombardie qui à l'époque de l'échange des ratifications du présent Traité, se trouveront hors du territoire de la Monarchie autrichienne. Leur déclaration pourra être reçue par la Mission autrichienne la plus voisine, ou par l'Autorité supérieure d'une Province quelconque de la Monarchie.

(j) Les sujets lombards faisant partie de l'Armée autrichienne, à l'exception de ceux qui sont originaires de la partie du territoire lombard réservé a Sa Majesté l'Empereur d'Autriche, par le présent Traité, seront immédiatement libérés du service militaire, et renvoyés dans leurs foyers. Il est entendu que ceux d'entr'eux qui déclareront vouloir rester an service de Sa Majesté l. et R. A. ne seront point inquiétés, pour ce fait, soit dans leurs personnes, soit dans leur propriétés.

Les mêmes garanties sont assurées aux employés civils originaires de la Lombardie qui manifesteront l'intention do conserver les fonctions qu'ils occupent au service d'Autriche.

h) Les pensions, tant civiles que militaires, régulièrement liquidées, et qui étaient à la charge des caisses publiques de la Lombardie, restent acquises à leurs titulaires, et s'il v a lieu à leurs veuves et a leurs enfants, et seront acquittées à l'avenir par le nouveau Gouvernement de la Lombardie.

Cette stipulation est étendue aux pensionnaires, tant civils que militaires, ainsi qu'à leurs veuves et enfants, sans distinction d'origine, qui conserveront leur domicilie dans le territoire cède, et dont les traitements acquittés jusqu'en a 1814 par le ci-devant Royaume d'Italie, sont alors tombés à la charge du Trésor autrichien.

i) e Les archives contenant les litres de propriété et documents administratifs et de justice civile, relatifs soit à la partie de la Lombardie, dont la possession est réservée a Sa Majesté l'Empereur d'Autriche, parie présent Traité, € soit aux provinces Vénitiennes, seront remises aux Commissaires de Sa Majesté L et R. A. aussitôt que faire se pourra.

Réciproquement, les titres de propriété, documents administra tifs et de justice civile, concernant le territoire cède, qui peuvent se trouver dans les Archives de l'Empire d'Autriche, seront remis aux Commissaires du nouveau gouvernement de la Lombardie.

Les Hautes Parties contractantes s'engagent a se communiquer réciproquement, sur la demande des Autorités administratives supérieures, tous les m documents et informations relatifs a des affaires concernant a la fois la Lombardie et la Vénétie.

j) Les corporations religieuses établies en Lombardie pourront librement disposer de leurs propriétés mobilières et immobilières dans le cas ou la législation nouvelle, sous laquelle elles passent, n'autoriserait pas le maintient de leurs établissements».

Art. 3. Par l'article additionnel au Traite conclu en date de ce jour entre Sa Majesté l'Empereur des Francis et Sa Majesté l'Empereur d'Autriche, le gouvernement français s'étant engagé vis avis du gouvernement autrichien a de 40 millions de florins (monnaie de convention) stipulés par l'article 7 du Traite précité,

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effectuer, pour le compte du nouveau gouvernement de la Lombardie, le pavement Sa Majesté le Roi de Sardaigne, en conséquence des obligations qu'il a acceptées par l'article précédent, s'engage à rembourser cet somme à la France de la manière suivante:

Le gouvernement Sarde remettra à celui de Sa Majesté l'Empereur de Français des titres de rente sardes 5 pour 100 au porteur, pour une valeur de 100 millions de francs; le gouvernement français les accepte au cours moyen de la Bourse de Paris de 29 octobre 1859. Les intérêts de ces rentes courront au profit de la France à partir du jour de la remise des titres, qui aura lieu un mois après l'échange des ratifications du présent Traité.

Art. 4. Pour atténuer les charges que le gouvernement français s'est imposées à l'occasion de la dernière guerre, le gouvernement de Sa Majesté le Roi de Sardaigne s'engage à rembourser au gouvernement de Sa Majesté l'Empereur des Français une somme de 60 millions de francs, pour le pavement de laquelle une rente 5 pour 100 de trois millions sera inscritte sur le gran livre de le Dette publique de Sardaigne. Les titres en seront remis au gouvernement français, qui les accepte au pair. Les intérêts de ces rentes courront au profit de la France à partir du jour de la remise des titres qui aura lieu un mois après l'échange des ratifications.

Art. 5. Le présent Traité sera ratifié, et les ratifications en seront échangées 8 Zurich dans un délai de 15 jours ou plus tôt si faire se peut.

En foi de quoi les Plénipotentiaires respectifs l'ont signé et y ont apposé le sceau de leurs arme».

Fait à Zurich le dixième jour du mois de novembre de l'an de grâce milhuit-cent cinquante-neuf.

(L. S. ) signé Des Ambrois.

(L. S. ) signe Jocteau.

(L. S. ) signé Bourqueney.

(L. S. ) Signè Banneville.

Il trattato venne ratificato il giorno 17 di novembre.

INDIRIZZO DEL CONSIGLIO PROVINCIALE DI BOLOGNA

A PIO XI

Crediamo opportuno di riferire il seguente indirizzo che il Consiglio provinciale di Bologna presentava per mezzo del suo Preside al Santo Padre Pio IX nel 1847. La manifestazione dei sensi del Consiglio provinciale, che certamente non era sotto la pressione di un Cipriani o di un Farini, ci fa conoscere che cosa sia la famigerata unanimità dei voti dell'Assemblea delle Romagne.

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« Eminenza Reverendissima,

«Il Consiglio provinciale di Bologna trovandosi straordinariamente riunito dall'Eminenza Vostra Reverendissima per esaminare e proporre i miglioramenti da introdurre nel sistema municipale e provinciale dello Stato, non può astenersi dal pregare l'eccelso suo Preside a voler porre ai piedi santissimi dell'Augusto Pontefice e Sovrano Pio IX l'omaggio de' sentimenti di fedele sudditanza, di illimitata devozione, di tranquilla fiducia, onde verso lui è animata la popolazione di questa provincia.

I quali sentimenti leali e spontanei che già erano, per debito di affetto e di gratitudine verso un tanto Sovrano, vivacissimi nell'universale, acquistano maggior forza nel momento presente, in cui le recenti dimostrazioni delle truppe austriache in Ferrara, offendendo i sacri diritti della sovranità pontificia e della sua indipendenza, ne invitano i sudditi a strìngersi con più saldo vincolo intorno al Principe e Padre amatissimo. Quindi i componenti il Consiglio provinciale dichiarando essere pronti a porre in difesa dei sacri diritti sovraccennati le loro sostanze e le loro persone, si onorano di essere in tale circostanza interpreti della popolazione che essi hanno l'onore di rappresentare!.

ALCUNE OSSERVAZIONI

SUL TRATTATO DI PACE

(Pubblicato il 26 novembre 1859).

Oggidì che abbiamo sotto gli occhi il testo originale del trattato di pace, possiamo farvi sopra qualche commento senta fabbricar sull'arena, come sogliono pur troppo i giornalisti, talora per vezzo, e soventi volte per necessità.

Chi s'intende di diplomazia ed ha letto altri trattati di pace, trova qualche cosa di singolare in quello che, il 10 di novembre, fu conchiuso a Zurigo tra la Sardegna, l'Austria e la Francia. Incominciamo dal preambolo.

Sogliono i trattati di pace esordire colla manifestazione reciproca della altre parti contraenti di voler porre un termine all'effusione del sangue e riappiocare le loro amichevoli relazioni. Servano d'esempio il trattato di pace tra la Sardegna e l'Austria nel 1849, e lo stesso trattato di Parigi nel 1856.

Il trattato di Milano del 6 agosto 1849, sottoscritto dal signor BonCompagni, incomincia dicendo: «S. AL il Re di Sardegna e S. M. l'Imperatore d'Austria, avendo egualmente a cuore di mettere un termine alle calamità della guerra e di ristabilire le antiche relazioni d'amicizia e di buona intelligenza, che sussistevano tra i loro Stati rispettivi) eco.».

Il trattato di Parigi del 30 di marzo 185$ esordisce pure col dichiarare che i Sovrani contraenti «animati dal desiderio di mettere un termine alle calamità della guerra, e volendo prevenire il ritorno di quelle complicazioni che l'hanno fatta nascere, ecc.».

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Nulla di simile leggesi nel proemio del trattato tra il Re di Sardegna, l'Imperatore d'Austria e l'Imperatore de Francesi, stretto a Zurigo, il 10 di novembre del 1859. La sola ragione che si da del trattato è il desiderio di completare le condizioni della pace, i cui preliminari vennero conchiusi a Villafranca. Non una parola in favor della pace, non un voto per la concordia tra le parti contraenti. Questa singolare freddezza è la prima cosa da notarsi nel trattato di pace.

La seconda è la ricognizione solenne dei preliminari di Villafranca, fatta dalla Sardegna. Un giornale di Torino ieri lodava assai il cav. Des-Ambrois, perché nel trattato di pace vennero lasciate in sospeso le questioni relative all'Italia centrale. Non si può dire errore più grossolano. 1 trattati di Zurigo poggiano tutti sul perno dei preliminari di Villafranca, e incominciano dal farne menzione.

Il trattato collettivo tra le tre Potenze Sardegna, Austria e Francia, dice espressamente che il trattato del 10 di novembre è il complemento dei preliminari di Villafranca. I due Imperatori non potevano in un'ora d'abboccamento stabilire tutte le condizioni della pace e quegli accordi che si riferiscono alle più minute applicazioni. Essi perciò gettarono le basi, e, come a dire, le premesse, e lasciarono poi a' loro plenipotenziari il compito di dedurne le conseguenze.

Il trattato definitivo perciò incomincia dall'alludere ai preliminari di Villafranca, dal considerarli come il fondamento degli accordi, dal dichiarare che il trattato di Zurigo non ne è che lo sviluppo e l'appendice. Le quali dichiarazioni sono fatte concordemente dalla Sardegna, dall'Austria e dalla Francia.

Una terza considerazione, che ci duole assai di dover fare, ma che salta all'occhio di ciascuno, e va al cuore d'ogni buon piemontese, si è questa; che nei trattati di Zurigo il Piemonte viene sempre come seguace della Francia, e fa la pace perché l'Imperatore de9 Francesi l'ha fatta e sottoscrive i preliminari di Villafranca perché Napoleone ni li ha conchiusi e sottoscritti.

Esaminate la collezione de' nostri trattati pubblici, e non ne troverete un solo che sia condotto in un modo così meschino per Io Stato nostro. La Sardegna avendo fatto principalmente la guerra contro l'Austria, e la Francia essendo venuta in soccorso, noi dovevamo comparire come gli attori principali della guerra e della pace. Invece nell'una e nell'altra abbiamo tenuto sempre un luogo secondario, e siamo venuti come accessorio.

Si dirà che questo era inevitabile, trattandosi d'una Potenza sei volte maggiore della Sardegna. E noi rispondiamo che un politico avveduto, e che sentisse la propria dignità, avrebbe potuto e dovuto evitare questo sconcio; come sotto Carlo Emanuele il Grande avea ben saputo evitarlo l'oculato ministro D'Ormea, quando combattemmo l'Austria coll'aiuto della Franoia.

Intanto noi non crediamo che nessuno dei trattati di Zurigo possa mai comparire come documento dell'indipendenza italiana; imperocché sgraziatamente essi servono tutti per dimostrare il contrario.

Una quarta osservazione da fare è che il trattato di pace con un'insistenza affettata parla sempre della Lombardia ceduta, e ceduta alla Francia. I plenipotenziari austriaci

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si sono studiati di far risultare da questo documento diplomatico, che un libero atto dell'Imperatore Francesco Giuseppe ha rinunziato alle terre Lombarde in favore di Napoleone III; e i pieni potenziar i francesi trovarono anche utile di ribadire questo punto, che la Lombardia era un dono fatto dalla Francia alla Sardegna. Ma i plenipotenziarii sardi furono troppo con discendenti a questo riguardo.

Inoltre dai trattati di Zurigo risulta che non tutta la Lombardia venne ceduta, ma solo la massima parte della medesima, e ad ogni tratto vengono avanti le eccezioni; € eccettuate le due fortezze di Peschiera e di Mantova e i territorii determinati dalla nuova circoscrizione di confini, che restano in possesso di S. M. 1. e R. austriaca». E qui s'avverta che il possesso dell'Austria resta integro, pieno, senza condizioni; laonde l'Imperatore Francesco Giuseppe potrà disporre delle sorti di que' paesi come meglio gli aggrada.

Saltando di botto all'articolo 3° del trattato tra la Sardegna e la Francia, troviamo detto che l'Imperatore dei Francesi si è obbligato verso il governo austriaco ad effettuare per conto del nuovo governo della Lombardia il pagamento di quaranta milioni di fiorini». Come mai questo circolo vizioso? La Sardegna aveva bisogno che l'Imperatore de' Francesi le facesse sicurtà pel pagamento di cento milioni? Non doveva bastare in faccia all'Austria la nostra parola?

E poi perché stabilire un debito coll'Impero francese? Perché pagarlo noi in carta, mentre esso paga in danaro? Non potevamo fare a meno di questo nuovo servizio, il quale deve di necessità accrescere la nostra dipendenza? Con tanti milioni che abbiamo, non era meglio saldare issofatto il conto della Lombardia e se l'Austria ci faceva il torto di dubitare di noi, metterle sul tavolo belli e contanti i quaranta milioni di fiorini?

Né guari onorifico per noi è l'articolo con cui Francia ed Austria guarentiscono alle Corporazioni religiose stabilite in Lombardia il possedimento dei beni mobili ed immobili. E reca meraviglia di vedere sotto a questo articolo scritto il nome del cavaliere Des Ambrois, il quale nel Senato di Torino ha tutt'altro che guarentito i beni mobili ed immobili delle Corporazioni religiose che sono in Piemonte! Ma di questo un'altra volta.

DOCUMENTO DIPLOMATICO

SULLA REGGENZA BONCOMPAGNI

IN TOSCANA

Ecco la nota circolare del ministro degli affari esteri, generale Dabormida, intorno alla Reggenza.

«Torino, 14 novembre 1859.

«Le Assemblee dell'Italia centrale offerirono, come ben lo sapete, la Reggenza a S. A. R. il Principe di Savoia Carignano.

«La loro deliberazione, presa colla stessa calma e lo stesso ordine, che avevano presieduto al voto per l'unione, fu in pari tempo spontanea ed unanime.

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«Il governo del Re fu compiutamente estraneo a tale risoluzione.

«La quale è unicamente e semplicemente l'effetto delle tendenze nazionali, che il timore di una ristorazione non fece che rendere più forti e più vive: è un nuovo omaggio reso al principio monarchico, una prova novella della ferma volontà di quei paesi di mantenere l'ordine e l'autorità al sicuro d'ogni offesa, aumentando il prestigio del potere supremo. Tale risoluzione attesta finalmente l'ardente desiderio delle popolazioni dell'Italia centrale di mandare ad effetto la loro unione alla Monarchia di Sardegna, che sola, agli occhi loro, può dare solide guarentigie di libertà e d'indipendenza nazionale.

«Al cospetto di un voto di sì grande importatila, e di motivi tanto possenti, il Re nostro augusto Sovrano avrebbe potuto pensare, che primo suo debito era quello di antivenire ogni pericolo di disordine e d'anarchia, che ragione si poteva temere, se l'offerta delle Assemblee non fosse stata accettata

«Ma, accertata della prossima convocazione di un congresso chiamato ad appianare le controversie sollevate dalle condizioni d'Italia, S. M. si die premura di fare atto di deferenza verso i consigli dell'Europa, astenendosi da ogni decisione che potesse risguardarsi come tale da porre ostacolo alla loro compiuta libertà d'esame e di deliberazione.

«Conformemente alle intenzioni di S. M. , 8. A. il Principe di Carignano, nonostante le sincere simpatie per le popolazioni, che venivano ad affidargli le cura del loro governo, non giudicò di dover accettare la offertagli Reggenza.

«Tuttavia sarebbe stato impossibile a S. M. , come al Principe, di non pagliare a seria disamina le ragioni che avevano suggerita l'offerta delle Assemblee dell'Italia centrale, e di non concorrere, nella misura loro indicata da alte convenienze, e mallevare da ogni perturbazione quei paesi che poàero nella Casa di Savoia ogni loro fiducia. S. A. l'ha dunque creduto di poter additate il signor cavaliere BonCompagni per assumere la Reggenza di quelle provincie, finché l'Europa, adunata a congresso, non abbia regolate le loro condizioni. Il governo del Re è indotto a credere che questa prova di benevola sollecitudine riuscirà a tranquillare gli animi.

«Concentrata in una sola mano, l'autorità sarà più attiva e più forte; terrà a segno le fazioni che, approfittando della pubblica impazienza, tentassero di spingere cittadini e soldati a qualche atto inconsiderato e pericoloso.

«In un una parola, è un pegno dato alla sicurezza d'Italia, alla tranquillità dell'Europa, mentre il congresso avrà a deliberare sulle questioni che gli sono devolute.

«Ma, che vale il celarlo? Questo provvedimento, pel carattere provvisorio che reca in se medesimo, non potrebbe rinfrancarci compiutamente, se dovesse durare troppo a lungo.

«È urgente che il congresso si aduni il più presto possibile, come è di suprema necessità che il partito, al quale giudicherà opportuno di appigliarsi, sia tale che, soddisfacendo i bisogni e i voti delle popolazioni italiane, allontani per sempre il pericolo d'interne rivoluzioni, e di stranieri interventi. I lunghi indugi sarebbero funesti; un assestamento che non guarentisse l'indipendenza nazionale d'Italia,

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sarebbe sorgente di nuove sciagure per gl'Italiani, di inquietudini e di conflitti per l'Europa.

«V'invito, signor ministro, a dar contezza di questo dispaccio al governo di insistendo sulla pronta convocazione del congresso, al quale la Sardegna deve partecipare come Potenza belligerante.

«Aggradite, ecc.

« Firmalo: Dabormida».

IL

CLERO DELLE ROMAGNE

CONFESSIONI DEL SIG. PEPOLI.

(Pubblicato il 27 novembre 1859).

Abbiamo detto pochi giorni fa, che per confessione medesima de) signor Gioachino Napoleone Pepoli, sedici sono i preti nelle Romagne, che dal 22 di giugno al primo di novembre vennero gettati in carcere per non aver voluto tradire la propria coscienza, o far plauso alla rivoluzione. Ora ci conviene rifarci su questo argomento, registrare i nomi delle vittime, esaminarne il delitto, e finalmente porre il caso che il Papa Pio IX, spogliato del suo regno temporale, fosse obbligato a vivere in Bologna suddito dei Pepoli e dei Farini.

Confessano i rivoluzionari delle Romagne d'aver arrestato e gettato in prigione fin dal 2 di luglio il Rev. do D. Gaetano Squarzina, canonico di Persiceto, reo di propositi sediziosi. E ben si sa che propositi sediziosi sono nelle Romagne il non gridare evviva ai felloni.

Confessano d'aver arrestato, il 12 di settembre, e messo in prigione il Rev. do D. Luigi Cotti curato di Fossalta nella provincia di Ferrara, perché era esaltatissimo e aveva fatto resistenza alla forza pubblica. Ben si capisce quanto terribile resistenza abbia potuto fare un curato! Ma il suo delitto consisteva nell'essere esaltatissimo. Finora nel Codice penale pontificio non si conosceva questo crimine dell'esaltazione. Forse nelle riforme che si chiedono al Papa v'è anche un articolo contro gli esaltatissimi?

Del resto il povero curato di Fossalta trovasi oggidì rinchiuso a Ferrara nel manicomio; alcuni dicono perché, in seguito ai maltrattamenti patiti, il cervello gli die la volta; altri pretendono perché, sano di mente, fu rinchiuso coi pazzi per torturarlo di più, e prendersi giuoco di lui. Lasciamo la verità a suo luogo: certo è che l'infelice curato è oggidì rinchiuso a Ferrara co' pazzi. 9 Confessano i rivoluzionari delle Romagne d'avere imprigionato, il 9 di settembre, D. Natale Campoli, curato della chiesa metropolitana di Ferrara, arrestato d'ordine del signor Gian Antonio Migliorati, perché avea pubblicate un manifesto atto a turbare l'ordine pubblico. Capite, che bella libertà domina nelle Romagne, dove hanno promulgato lo Statuto piemontese!

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E poi il signor Pepoli nella sua nota circolare osa dire che nelle Romagne nessuno è favorevole al Papa! Se un galantuomo osa profferire una parola per Pio IX, tel mettono in prigione come sedizioso.

Confessai d'avere arrestato D. Giosafat Bertacchini, curato di S. Venanzio, «per predicazioni sediziose che eccitavano i suoi parrocchiani contro il governo». Si sa che cosa significa nel gergo rivoluzionario predicazione sediziosa. Ma se le popolazioni sono così avverse al Papa, se odiano tanto il dominio de' preti, perché tanto paventare la parola d'un inerme curato?

Confessano d'avere arrestato D. Pietro Spisani, curato di Trebbo, reo egli pure di non aver predicato la rivolta, né incensato il benefico governo di Pepoli, Cipriani e Pinelli. Oh! costoro odiano i sediziosi, e se incontravano un prete che loro non facesse di berretto, era un ribelle reo di crimenlese.

Confessano d'aver arrestato il P. Arcioni Pietro, monaco dell'ordine di s. Agostino, perché, il 6 di settembre, trovavasi a Lugo senza carte e per ragione dei tempi vestito da secolare. Egli ha eccitato sospetti, dice il signor Pepoli nella sua nota circolare; e la legge de9 sospetti esiste in Romagna contro il Clero.

Confessano d'aver arrestato un altro Padre dell'Ordine di sant'Agostino per nome fr. Alfonso Olivieri, il quale, a somiglianzà del suo collega, avea eccitato sospetti. Frate, e senza le carte del governo rivoluzionario di Bologna, non potea essere che un sedizioso: dunque in prigione. I rivoluzionari poi in punto di parrochi, frati e preti sono luzioristi: nel dubbio gettano in carcere.

Confessano d'avere arrestato il reverendo D. Felice Bordoni 5 curato di Saludecio, che dicono reo d'avere eccitato alla diserzione i soldati accantonati a Rimini. Pensate voi che cosa poteva fare co' soldati di Garibaldi un povero curato! Noi crediamo che i preti li guardino sempre a rispettosa distanza, tanto più dopoché il generale stesso disse che bisogna disfarsi di loro.

Confessano d'avere arrestato il reverendo D. Gaudenzio Semprini, curato di Zola, perché egli pure al pari de' suoi onorevolissimi colleghi era un sedizioso, ed eccitava i soldati ad abbandonare le loro file. Che misfatto, signor proreggente BonCompagni!... Il 27 aprile in Toscana coloro che eccitavano i soldati alla diserzione, erano patrioti; non è vero?

Confessano d'aver arrestato il reverendo

D. Girolamo Mazza, arciprete, ma non ci dicono di qual luogo, e lo fanno reo del comune delitto di aver tentato di guastare quelle anime innocenti, quegli ardenti e fedelissimi soldati che stavano accantonati a Rimini.

Confessano di aver arrestato un sacerdote per nome D. Silvestro Lazzari, che dicono ex-Gesuita, anch'egli reo di avere tentato di corrompere i soldati di Garibaldi! Un ex-Gesuita che va oggidì in Romagna a frammischiarsi tra quei militari colla speranza di volgerli in favore del Papa! È possibile una tale pazzia?

Confessano di avere arrestato, il 19 di ottobre, il reverendo D. Tito Brigidi, semplice prete, insieme con suo fratello Giovanni Battista Brigidi, dottore, accusati dello stesso delitto. Ma furono rei? Per ora non si sa; il signor Pepoli ci dice

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che venne aperta un'inchiesta! Confessano di avere arrestato un altro prete, per nome D. Agostino Balducci, il quale geme presentemente nelle prigioni di Rimini, dove alcuni anni fa l' Eccelso Farini promuoveva la celebre insurrezione, e pubblicava il famoso manifesto, che fe' afa allo stesso cavaliere Massimo d'Azeglio.

Confessano di avere chiuso nelle stesse prigioni di Rimini il reverendo D. Fulvio Mela, prete e maestro di scuola a Mondaino, arrestatoci giorno 19 di ottobre, e reo, come tutti gli altri, di avere tentato di corrompere i soldati. Imperocché il lettore si sarà già accorto che in due classi si dividono i preti delle Romagne: i curati che predicano, sono accusati e imprigionati come sediziosi i i preti e frati che non predicano, vengono messi in carcere perché eccitano alla diserzione i soldati 1 Non è difficile poi trovare un testimonio, o tra gli uditori in chiesa, o tra i soldati nell'esercito.

Oltre a questi preti confessano i rivoluzionari delle Romagne d'aver messo in prigione anche due secolari, cioè il signor Gaspare Sellavi e il signor Francesco Sellati, i quali, ben inteso, furono calcolati prima in quella unanimità che vuole disiarsi del governo temporale del Papa!

Ma non abbiamo ancora finito la lista dei preti arrestati nelle Romagne. Confessano di aver arrestato il reverendo D. Godano Landi, prete della parrocchia di S. Lazzaro, reo di non aver voluto cantare il Te Deum per le risoluzioni del 6 di settembre.

Confessano di aver arrestato per lo stesso delitto di non cantalo Te Deum il reverendo sacerdote D. Antonio Ardizzoni, ed è opportuno avvertire che la colpa del non vantato Te Deum risale al 6 di settembre, laddove l'arresto non avvenne che il 24 di ottobre.

E mentre i rivoluzionari delle Romagne sono obbligati a confessare d'avere arrestato preti per non avere voluto cantare il Te Deum, osano d'accusare il cardinale Milesi per non aver voluto concedere a molti, sul cominciar di quest'anno, di recarsi in Piemonte!

Però son tutti qui i preti imprigionati tormentati nelle Romagne in questi quattro mesi? Noi noi crediamo, e pochi lo crederanno. Ad ogni modo ce ne sarebbe già abbastanza per dimostrare che cosa sia la rivoluziono romagnolaf e quale il liberalismo de' suoi autori.

Ora poniam caso che il Papa Pio IX, si trovasse esso pure in Romagna, che cosa gli toccherebbe? L'obbligherebbero, o a cantare il Te Deum, o ad andare in prigione. Una sua semplice parola non favorevole ai Pepolini sarebbe considerata 'come un atto sedizioso. Lo direbbero esaltatissimo, e ne farebbero il peggior governo. Se tanto temono un parroco, che non sarebbe del Papa, e delle sue Allocuzioni?

«Il governo, dice il signor Pepoli nella sua nota circolare, non può tollerare che il pulpito sia trasformato in una tribuna»; epperò non lascia leggere né le Pastorali dei Vescovi, né le Allocuzioni Pontificie. E questo, che per antifrasi chiamasi governo, non direbbe lo stesso del Papa? E non si farebbe giudice di ciò che appartiene alla religione, o entra nella politica? E non sommetterebbe perciò il giudizio del Romano Pontefice al suo medesimo giudizio?

Ecco perciò dimostrato ad evidenza dalle stesse teorie e dai procedimenti medesimi dei rivoluzionari delle Romagne la necessità del governo temporale del Papa

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per l'indipendenza della sua autorità spirituale. Se Pio IX si trovasse in casa altrui correrebbe sempre rischio di non essere libero, e di dover patire ciò che i preti ora soffrono sotto gli insorti romagnuoli!.........

Ma su chi pesa la risponsabilità di questi patimenti? Forse sui rivoltosi che imprigionano?... . Ah! noi conosciamo taluno, di cui può dirsi che malus peccatum habet.

EMPIETÀ E MALCOSTUME IN TOSCANA

SOLENNI LAGNANZE DEI VESCOVI

(Pubblicato il 30 novembre 1869).

La vera libertà mal costume non sposa, secondo la frase di un poeta; ma la libertà moderna, che sta alla vera come l'orpello all'oro, e il vetro al diamante, si svolge sempre, oppugnando la religione, proclamando l'empietà e fomentando il vizio

Così avviene in Toscana, così in Romagna, così in altre contrade d'Italia, non sinceramente, ma sacrilegamente libere; perché i buoni vi gemono sotto la sferza del dispotismo democratico, ed i pessimi hanno libera carriera, né credono di poter dimostrare il loro patriottismo che scapestrando in morale ed in religione.

E in Toscana le cose sono tanto più gravi, in quanto che l'impulso partì dall'alto, e venne direttamente da chi stava al governo. Costoro, pubblicando il 23 di settembre un decreto, perché fosse fatta in Firenze, a spese dello Stato} un'edizione compiuta delle opere di Nicolò Machiavelli, diedero una pubblica lezione d'empietà e d'immoralità.

Che cosa di più laido della Mandragora? Che cosa di pili libertino dei Canti Carnascialeschi e dell'Asino d'oro? Che cosa di più schifoso e scandaloso delle lettere che scriveva il Machiavelli negli ultimi anni ancora della sua vita? E vedendo un governo che queste opere fa ristampare a spese dello Stato,%epperò le approva, le loda, le raccomanda a governati, questi non sono tratti a quella lingua licenziosa e vita non molto onesta, che il Varchi rimproverava al Segretario fiorentino?

Quanto all'empietà, alla scelleratezza, alla perfidia del Machiavelli e de' suoi scritti, l'Armonia, fin dal 28 di settembre, ne discorreva a lungo, e citava tra le altre la testimonianza di Cesare Balbo, annoverato dal presente governo toscano tra gì Italiani illustri morti in questo decennio, che promossero cogli scritti il nazionale risorgimento. Il Balbo scriveva: «Machiavello e Guicciardini, storici tutti e due......... ammirabili per l'arte, sono poi per l'indifferenza loro ai vizi ed alle virtù narrate, la mancanza assoluta d'ogni senso dei bello, del grande, del giusto, per le lodi loro serbale alla sola riuscita con qualunque mezzo e più co più arti Briosi e più perfidi, sono, dico, i più MISERANDI, i più SCELLERATI STORICI che sieno stati mai».

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Alla scuola adunque di chi si fa editore di opere scellerate, di commedie lascive, di canti licenziosi, di lettere scandalose, che cosa dee riuscire il popolo i bove maiori discit arare minor?

I Vescovi non tacquero. Quell'animo forte, quell'apostolo intrepido che è il Cardinale Corsi, Arcivescovo di Pisa, mostrò di buon'ora il pericolo e il danno a coloro che erano rivestiti della pubblica autorità, nella sua medesima diocesi. Ma il risultato che ne ottenne fu inutile, anzi disgustoso.

Andò più innanzi lo zelantissimo Arcivescovo, e fé' giungere le sue lagnanze al ministro degli affari ecclesiastici della Toscana. Il quale non solo non mosse una paglia per riparare lo scandalo, ma s'intese colla Nazione di Firenze, perché spacciasse la rimostranza del Cardinale Arcivescovo di Pisa siccome un'adesione al nuovo governo 1

Dietro tanta indolenza, e, diremo pure, cinismo, crediamo di dover rendere di pubblica ragione la lettera dell'Eminentissimo Cardinale Corsi, mandataci testé da Livorno, affinché resti documento dello zelo Episcopale, e del tristissimo procedere della rivoluzione. La lettera è la seguente;

Eccellenza,

L'uffizio di padre e pastore delle anime, che la divina Provvidenza volle affidato alle mio cure ed alla mia responsabilità, imperiosamente reclama che io mi adopri con ogni sforzo, né ometta premura di sorta, onde tener lontano da fisse tutto ciò che potrebbe in quà 1 siasi modo compromettere la salute spirituale delle medesime. Considerando pertanto i mali gravissimi e incalcolabili, che derivano senza dubbio nei fedeli dalla lettura di libri o scritti, nei quali si riscontrano massime e principi contrari all'insegnamento cattolico, e che in un modo diretto o indiretto attentano alla purezza del domma non che alla santità del costume; avviserei di venir meno al mio dovere e di compromettere gli airi compromettendo me stesso, se non movessi reclamo, e con tutta prontezza, a ohi di ragione, contro un tanto male.

Coerentemente pertanto a questo principio io feci appello, non ha guari (benché con inutile, e, dirò meglio, con disgustoso risultato), alla pubblica autorità locale, onde un pronto ed efficace provvedimento, fosse preso ad impedire un doppio fonte d'irreligione e d'immoralità, consistente l'uno in certe produzioni o rappresentanze teatrali, alle quali si dava luogo segnatamente in questa città, e l'altro nel libero corso e nello smercio troppo facile di libri, fascicoli e scritti a stampa di ogni genere, empi veramente e sfacciati.

Se non che, vista l'inutilità delle anzidetto mie premure, io era sceso nella determinazione di rivolgermi direttamente all'È. V. , come faccio ora col presente rispettoso foglio, e mentre mi auguro dalla di lei saviezza migliori e più felici risultati per quanto ho esposto superiormente, sottopongo altresì alla di lei perspicace e grave considerazione alcuni riflessi relativi al decreto governativo del 23 settembre sulla ristampa delle opere di Nicolò Machiavelli, non che al susseguente invito diretto a tutti i proprietari di esibire ciò che d'inedito potesse rinvenirsi del suddetto autore, onde rendere più completa la compilazione delle sue opere.

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Omettendo qui di ricordare, come cosa notissima a chicchessia, le censure a cui vanno sottoposte le opere di Machiavelli, mi restringerò a far rilevare quanto sia a temersi, che al male già esistente, altro male di gran lunga maggiore si aggiunga in forza della progettata compilazione o ristampa; e come la religione, la morale e lo stesso ordine pubblico, che il governo solennemente protesta di voler conservare, siano per riceverne grandi e profonde ferite.

Si unisca a tutto questo che, pubblicandosi le dette opere con un decreto dell'autorità governativa, non solo resta legalizzata la diffusione delle medesime, ma vengono eziandio ad autenticarsi in Toscana tutti i principi e le massime riprovate dalla Santa Sede di uno scrittore, celebre d'altronde per merito letterario e scientifico. - Son certo che V. E. non ometterà, dietro questa mia rappresentanza, di approfittare dell'alta sua posizione, come altresì di quella eloquenza che la distingue, affinché sieno prese quelle misure e poste quelle limitazioni, che valgono a tranquillizzare l'animo d'ogni persona coscienziosa e dabbene in cosa di sì grave momento.

Frattanto passo all'onore, eco.

Pisa, 8 ottobre 1859.

+ C. Card. Arcivescovo, Primate di Corsica e Sardegna.

A. S. E. il Ministro degli affari ecclesiastici

Firenze.

I Vescovi della Toscana in gran parte aderirono alle lagnanze ed ai richiami dell'Arcivescovo di Pisa, e noi daremo per saggio due lettere che vennero indirizzate all'Eminentissimo Cardinale. La prima è dell'Arcivescovo di Siena, e dice così:

Eminenza Rev. ma,

Una nuova luminosa dimostrazione del suo apostolico zelo Ella ha data colla lettera diretta al Governo Toscano in occasione del decreto di una completa pubblicazione delle opere di Nicolò Machiavelli; ed io concorro di buon animo nei sentimenti, che l'Em. za Vostra vi ha espressi. Quella lettera è una riparazione dell'oltraggio fatto all'autorità della Chiesa, ed alla onestà pubblica da quella disposizione governativa, per cui con istrano ed incredibile concetto par che si voglia procedere a migliori ordinamenti politici, richiamando l'attenzione universale alle lezioni di perfidia e di scostumatezza, delle quali abbondano quei libri. Sia pure atto di giustizia onorare i grandi ingegni e i promotori delle umane scienze; non potrebbe però mai questo tributo rendersi in onta di quei sacrosanti principi, che la religione nostra, ed il Vangelo, che ne è il codice fondamentale, hanno stabilito, e che noi abbiamo promesso di professare e di difendere. Che se la tolleranza politica vuole spingersi tanto oltre da non impedire non solo, ma da promuovere ancora la diffusione di libri sovvertitori dell'ordine e della morale cristiana, non vuole, né può l'autorità Ecclesiastica rimuoversi da' suoi antichi sapientissimi ordinamenti, i quali, mentre non lasciano di favorire e raccomandare le utili scienze e le lettere, adopra insieme

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ogni cura per preservare con salutari divieti, o almeno con prudenti restrizioni dai pericoli di depravanti letture.

Con questo stesso spirito l'Era. za Vostra ha fatto sentire le sue lagnanze, ed ha richiamato il patrocinio dell'autorità Governativa al suo vero e legittimo ufficio di difendere la Religione e i costumi or troppo manifestamente oltraggiati. Ogni buon cattolico, non che ogni ecclesiastica persona debbe essertene grata, ed applaudire alle sue sollecitudini.

Sia certa per parte mia l'Em. za Vostra del compimento di questo dovere, e accolga le dichiarazioni più espresse di considerazione e di rispetto, colle quali mi dico

Dell'Eminenza Vostra

Siena, li 25 novembre 859.

Dev. mo Oss. mo Serri. Re

Ferdinando, Arciv. di Siena.

L'altra lettera è del Vescovo di Volterra, che volle essere partecipe dello zelo del Cardinale Arcivescovo di Pisa e degno di ciascun Vescovo cattolico, a cu non è lecito tacere ogni qual volta vede in pericolo la fede e i buoni costumi». Il Vescovo di Volterra scrisse in questa sentenza:

Eminenza Reverendissima.

È vero pur troppo: questo diffondersi colla stampa produzioni irreligiose e immorali per tutte le classi del nostro popolo è una sciagura deplorabile dei tempi presenti, contro la quale non è rimasto a noi che la voce per riprovare la sconsigliatezza di chi la procura, e il cuore per palpitare delle sue conseguenze. L'insegnamento cattolico ha sempre influito utilmente sopra i costumi del popolo e sopra la felicità degli Stati: tolga Iddio che dobbiamo sperimentare quanto è potente l'influenza degl'insegnamenti anticattolici a partorire e promuovere ogni disordine.

Applaudisco pertanto allo zelo, col quale l'Eminenza vostra Reverendissima nei vari casi, che le si sono presentati, ha reclamato presso le superbii autorità civili un riparo a questa inondazione funesta di libri e di libercoli perniciosi alla fede ed alla cristiana morale, e con tutto il cuore mi unisco a' suoi medesimi sentimenti.

Egualmente aderisco all'opportuna altrettantoché rispettosa rimostranza dalla stessa E. V. Rev. ma, inoltrata a Sua Eccellenza il Ministro degli affari ecclesiastici, intorno al Decreto governativo del dì 23 settembre decorso, col quale fa decretata, una completa pubblicazione di tutte le opere edite ed inedite di Nicolò Machiavelli, scrittore celebre invero per la repubblica letteraria, ma sventuratamente non meno famoso per astuzia e malignità, ed avverso, quanto mai possa dirsi, al dominio temporale dei Papi, fino ad avere asserito che per l'Italia è impossibile ogni gloria ed ogni civile incremento, finché vi si mantenga in vigore il cattolicismo ed il potere temporale dei Pontefici.


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Avendo le censure ecclesiastiche colpito meritamente quei libri à giustissima e naturale la riflessione di V. E. Rev. ma, che la ristampa di tali opere, decretata senza veruna limitazione dalla suprema autorità dello Stato, non ostante che l'autorità ed il giudizio della Chiesa n'abbia vietata come nocevole la lettura, verrebbe in uno Stato cattolico a leggitimare la propagazione di quelle false e perniciose massime, per cagione delle quali la Chiesa le ha condannate, qoa detrimento della religione, della morale e dell'ordine pubblico.

Dobbiamo augurarci che la saviezza del personaggio, presso del quale l'È. V. Rev. ma, ha fatto sentire le sue modeste doglianze, vorrà farle ragione. In ogni evento mi abbia come partecipe di questo atto del suo zelo, degno di ciascun Vescovo cattolico, a cui non è lecito tacere ogniqualvolta vede in pericolo la fede e i buoni costumi.

Con sensi della più profonda venerazione m'inchino al bacio della sacra porpora, e passo a confermarmi di V. E. Rev. ma

Umilissimo Servitore

+ Giuseppe, Vescovo di Volterra.

Volterra, li 14 novembre 1859.

A Sua Eminenza Rev. ma

il Cardinale Arcivescovo di Pisa,

Dopo questi documenti che cosa potremo aggiungere noi contro coloro che piegano il dorso ai potenti, e disprezzano la parola dei Vescovi? Ci restringeremo a ripetere le parole di Carlo Botta: «Oh! sì gente superba, infamatevi pure coi fatti, che la storia vi infamerà cogli scritti I».

PROTESTANTISMO E RIVOLUZIONE

La Nazione di Genova pubblica una circolare del governo austriaco trovata a Bresoia da un militare piemontese. Ne riportiamo il principio, lasciandone t! suddetto foglio ogni risponsabilità:

- Circolare N° 1907 -

«Venne riferito alla superiorità esistere in Casale (Piemonte) una Società denominata la Famiglia Evangelica (al di fuori d'ogni sacerdozio, e setta qualunque), che ha per motto CRISTO ed ITALIA, presieduta dall'avvocato Vincenzo occhietti di detta città, avente per iscopo di propagare la religione protestante o dottrina del puro evangelo, e tendente a render INDIPENDENTE L'ITALIA

«Questa Società avrebbe già le sue ramificazioni nelle provincie di Vercelli, d'Asti ed Alessandria, e sarebbe per attivarsi anche in Novara. Passando il Ti ciao, e potendo diffondersi una tale Società anche in queste provincie (lombardo-venete),

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s'invitano tutte le autorità, cui è diretta la presente circolare, a vegliare attentamente nella rispettiva giurisdizione sulla comparsa del Rocchietti e d'individui che si occupassero della propagazione di cui si tratta, onde sottoporli alla relativa procedura, sequestrando quelle carte e scritti che avessero relazione alla Società medesima, o di altro sospetto tenore, e facendone pronto rapporto a questa volta. - Brescia, il 30 ottobre 1855. - L'i. r. consigliere di polizia, f° Ramponi, Concorda, Ragani o Pagani, ~ All'i, r. commissario distrettuale. - Lonato, N. 4909j22.

«Si trasmette in copia al sig. comandante la regia gendarmeria in Desenzano, impegnando il consueto suo zelo a spiegare allo scopo sovra indicato la più occulata vigilanza, ed a riferire tosto ogni interessante emergenza. Lonato, 8 novembre 1855. - L'i. r. commissario distrettuale D. Chinelli. - N» 483. - Desenzano, 45 detto. - Pubblicato per le pratiche Depeato, capo».

ELOGI DI FILIPPO DE BONI

A PIO IX.

(Pubblicato il 4 dicembre 1859).

Quando alle Corti compiaccia lo espandersi in memoriali, sconfondersi in rimostranze, non le rivolgano a Roma, che vorrebbe distruggere il male dalle w dici, bensì a quella Potenza che, senz'essere menomamente offesa in alcuno de' suoi diritti, agisce ostilmente contro Roma (1). Non spetta di certo ad Austria, né ad altro qualsiasi potentato dettar la legge al Sovrano Pontefice (2). Ohi italiani! dal fondo della vostra disperazione chiedeste al Cielo un conforto, e il Cielo vi diede Pio! Oh italiani! con lacrime di dolore e di gioia, per le sofferenze di tanti anni, per la quiete comune, per l'evangelica carità gli chiedeste i figliuoli ed i padri, i fratelli e gli amici esulanti qua e là per l'Europa, e Pio dischiuse le carceri, ridonò a tutti la patria, decretò perdono. Oh Italiani! con plausi, con feste, con amore gli avete risposto, e chiedeste che alla povera nostra patria ei stendesse una roano, asciugasse una lagrima, e Pio XI stese la roano, asciugò quella lacrima. Sacerdote del mondo, un dì guerriero degli uomini, ora soldato di Dio e dell'italico onore! (3). In Pio dee venerarsi non solo l'uomo di Roma e dello Stato; ma l'uomo d'Italia e degli Italiani tutti (4) v Onta alla turpe gentaglia, che va gridando osceni improperii contro Pio IX, contro

(1) Filippo De Boni, Congiura di Roma, pag. 22.

(2) Lettera del principe di Metternich all'ambasciatore inglese a Vienna nel 4822,citata dal De Boni, pag. 22.

(3) De Boni, pag. 38 e 39, dove cita il Ventura.

(4) De Boni, pag. 43.

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gli amici suoi, contro quanto di meglio racchiude l'Italia (1). Dio veglia, ogran Pio, quel Dio che v'elesse a Padre e rigeneratore del popolo, che parla e parlerà dentro l'anima vostra. A voi Pontefice suo darà i consigli della salute, la forza e il coraggio; a noi, figli vostri, per trarli ad effetto. Così i Romani a Pio IX (2).

Data da Roma il primo governo libero che sorgesse in Italia da secoli, il primo governo forte ed indipendente (3). Pio IX è con noi, con Pio IX il Signore (4). Pio IX primo de' Principi italiani, luminosa colonna, che guida ed unifica il popolo (5). Pio IX Principe saggio e fortissimo (6). Gli Italiani debbono concedere, se fa di mestieri, la vita per onorare di non domabil difesa la costanza di Pio, le ragioni del suo Principato (7). In Pio IX comparvero unite l'anima ardente di Giulio 11, e la mansueta fortezza di Pio VII (8). La causa del Papa è la nostra, la sua gloria è nostra gloria; e il suo trionfo sarà pure un nostro trionfo (9)».

Come il lettore si sarà accorto dalle citazioni, le parole e i pensieri scritti fin qui sono tolti a verbo da un libro del famoso mazziniano, Filippo De Boni, intitolato: La congiura di Roma e Pio IX, stampato in Losanna nel 1847. Ciò che il De Boni scriveva allora, perché non sarà più vero oggidì? È sempre lo stesso Pontefice che sta in Roma, col medesimo affetto verso il suo popolo. È sempre Dio che parla e parlerà dentro l'anima del Gran Pio, come diceva il. De Boni. Le ragioni del Pontificato non variarono menomamente; laonde ancora oggidì gli Italiani debbono concedere, se fa di mestieri, la vita per difenderle. La causa del Papato è sempre la causa d'Italia, e il diritto pubblico noi» può avere variato, sicché, a' giorni nostri, possiamo ancora ripetere che non ispetta a nessun potentato dettar la legge al Pontefice. Pio IX non ha cessato di essere il Vicario di Gesti Cristo, epperò s'ha sempre da disprezzare la turpe gentaglia, che va gridando osceni improperii contro Pio IX e contro gli amici suoi.

Sul quale ultimo proposito troviamo nella Concordia, giornale del governatore Valerio (5 gennaio 1848), che, il 27 di dicembre 1847, il popolano Ciceruacchio fece pervenire privatamente a Pio IX, Pontefice e Padre della Patria, alcune domande del popolo romano, e tra queste si legge la domanda a Pio IX «d'imporre ai preti ed alle corporazioni religiose ciò che devono a Pio IX ed alla Chiesa, cioè amore e rispetto». Ora pare che i preti e le corporazioni religiose non dimentichino il loro dovere. E perché invece lo trasanda a turpe gentaglia, che grida improperii contro il Romano Pontefice?

(1) De Boni, pag. 400.

(2) De Boni, pag. 444.

(3) De Boni, pag. 145.

(4) De Boni, pag. 462.

(5) De Boni, pag. 490.

(6) De Boni, pag. 493.

(7) De Boni, pag. 494.

(8) De Boni, pag. 494.

(9) De Boni, pag. 195.

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Noi possiamo difendere la causa del Papa, la sua persona, la sua politica colle parole medesime de' libertini, e ci serviamo, e ci serviremo delle loro testimonianze, che stiamo raccogliendo in un libro. Già Voltaire stesso scrisse in varii luoghi delle sue opere le seguenti sentenze: - La plume des incrédules est comme la lance d'Achille, qui guérissait les blessures qu'elle faisait: La penna degli increduli è cgme la lancia d'Achille, che risanava le ferite che essa stessa facea. - On met facilement les fidèles dans le cas d'attendre les ennemis de la foi avec des toiles ourdies par eux mêmes: Si mettono facilmente i fedeli in istato di cogliere i nemici della fede con tele ordite da loro medesimi - Nous marchons à la vérité sur le dos et sur le ventre de nos ennemis: Noi arriviamo alla verità camminando sul dosso e sul ventre dei nostri nemici.

GARIBALDI IN GENOVA

Da Nizza, sua patria, Garibaldi partì e fu in Genova il 23 novembre; donde volea andare in Sardegna. Ma gli amici lo pregarono di restare sul continente, ed egli si arrese. Intanto pubblicò in Genova un proclama ai suoi compagni d'arme, ed eccone la parte principale:

«La tregua durerà poco - la vecchia diplomazia sembra poco disposta a vedere le cose quali sono: essa vi considera ancora per quel branco di discordi di una volta, e non sa che in voi hanno vita gli elementi di una grande nazione, se liberi ed indipendenti; germina in voi il seme della rivoluzione del mondo, se non si voglia far ragione ai nostri diritti, lasciarci padroni in casa nostra. Noi non andiamo sulla terra altrui, che ci lascino dunque in pace sulla nostra! Chi altrimenti tentasse, vegga che prima di sottometterci a schiavitù dovrà colla forza schiacciare un popolo disposto a morire per la sua libertà.

«Ma quando tutti saremo caduti, lasceremo alle venture generazioni quel retaggio d'odio e di vendetta, in cui la prepotenza straniera ci ha allevati. Un aijgie noi lasceremo per retaggio ai nostri figli e la coscienza del loro diritto; e per Iddio! Il sonno di chi ci vuole opprimere e manomettere non potrà essere tranquillo! Io ve lo ripeto, Italiani, non lasciate le armi. Serratevi ora più che mai attorno ai vostri capi, e mantenetevi nella disciplina la più severa. Cittadini! Che non vi sia uno solo in Italia, che non versi il suo obolo per la sottoscrizione nazionale! Non vi sia uno solo, che non prepari un'arme per ottenere forse domani colla forza ciò che si tentenna ora concederci colla giustizia.

«Genova, 28 novembre

G. Garibaldi».

CIRCOLARE DEL GOVERNO PONTIFICIO

Circolare del governo pontificio. - II Cardinale Antonelli spiega all'Europa perché furono dati i passaporti al conte della Minerva con la seguente circolare dell'ii di ottobre:

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«Gli atti esercitati dal Piemonte nella Romagna, durante la guerra d'Italia, malgrado la neutralità riconosciuta del governo della Santa Sede, la condotta ulteriore del governo piemontese, condotta che viola il diritto delle genti, e la Santità dei trattati, inoltre l'accettazione del Re Vittorio Emanuele, quando i deputati della sedicente Assemblea nazionale delle Romagne, ribellatasi contro il suo Sovrano legittimo, gli offrirono l'incorporazione delle loro provincie al suo reame di Sardegna, tutto questo non permetteva si tollerasse più a lungo in Roma e negli Stati della Chiesa la presenza dell'incaricato interino d'affari Sardo. Siccome tollerando questa presenza, sarebbe stata compromessa oltre ogni misura la dignità e la posizione del Santo Padre, così si sono mandati, il 1° ottobre, i necessari passaporti all'incaricato d'affari ed a tutto il personale della sua legazione, ed ha cessato di esistere legalmente. Malgrado ciò l'incaricato d'affari continuò a risiedere a noma fino al 9, e in quel giorno alle ore A pomeridiane si avviò verso Firenze.

«Siccome dette luogo con la sua condotta al fondato sospetto di volere, con l'aiuto de' suoi partigiani, organizzare una dimostrazione qualunque in suo favore, è bisognato di concerto col comandante delle truppe francesi prender misure onde prevenire ogni sciagura, e mantenere l'ordine pubblico: il che è stato fatto di tutto punto».

LO STEMMA SABAUDO NELLE ROMAGNE

Come documento storico pubblichiamo il seguente manifesto ai popoli delle Ròmbgtiè:

«L'Assemblea dei vostri legittimi rappresentanti, come quella di Toscana, di Modena e di Parma, deliberava l'annessione al regno costituzionale di Sardegna, sotto lo scettro di Vittorio Emanuele II. Questi voti solenni sono stati ascoltati. La Maestà del Re accolse il libero atto del popolo toscano, modenese, parmense e romagnolo, e dichiarò che farebbe valere i diritti che questi popoli gli hanno dato.

«Alla risposta del Re, Toscana, Modena e Parma, esultarono di viva gioia e celebrarono l'avvenimento con feste religiose e civili. Noi pure, interpretando il voto generale delle popolazioni, lo solennizzeremo domani, 2 ottobre, nelle città dello Stato con un Te Deum, in rendimento di grazie, ed innalzeremo il glorioso stemma della Gasa di Savoia sopra i palazzi governativi ed i pubblici uffici. Questo stemma che è simbolo di libertà e di nazionale indipendenza, e che desta in tutti questi popoli sì grande allegrezza, dimostra i doveri che c'incombono come cittadini e come Italiani. Come cittadini, manteniamo concordi inalterato l'ordine pubblico. Come Italiani, perseveriamo nell'amarci, per essere pronti in ogni evento, e fidiamo sempre,in Re Vittorio Emanuele.

«Bologna, 1° ottobre 1859.

«Il Ministro dell'Interno

«A, Montanari».

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LE RIFORME E LA SECOLARIZZAZIONE

DEL GOVERNO PONTIFICIO

SECONDO IL MONTANELLI

(Pubblicato il 7 dicembre 1859).

La rivoluzione trovò un mezzo termine per muovere al Papa una subdola guerra, e continuare i suoi assalti contro la Chiesa cattolica, e si fu l'indossare la pelle dell'agnello, farsi a chiedere a Pio IX riforme indispensabili, e in nome della carità e dell'eguaglianza evangelica la secolarizzazione del governo pontificio. Ora sì può dire francamente che sotto la soglia di tali riforme e della pretesa secolarizzazione era uno spirito chiuso

Che facea quest'inganni è queste frodi.

Ma noi dobbiamo saper grado a Giuseppe Montanelli, che in un suo recentissimo scritto ha levato la pietra ov'era sepolto, e per lui fu il palazzo in fumo sciolto.

Il Montanelli pubblicò in Firenze coi tipi del Le Monnier, e sotto la data del 15 di novembre 1859, un opuscoletto intitolalo: L'impero, il Papato 6 la democrazia in Italia, nel quale dice di molte cose utili, e utilissimamente spiega che cosa si voglia dal Papa sotto nome di riforme e di secolareggiamento del governò papale. Su questo punto noi insisteremo per ora, recitando le parole del Montanelli, e appiccandovi qua e colà qualche commento.

«Noi sosteniamo, così esordisce a pag. 28, essere tali le esigenze della civiltà, che il governo temporale del Papa non può soddisfarle . Ma quali sono queste esigenze della civiltà? Il principio rappresentativo, le scoperte economiche, le elezioni popolane? Nulla di tutto ciò, perché anzi il Montanelli dichiara che tutto ciò si ha già nella Chiesa: «Non è la Chiesa una monarchia elettiva? Il sistema rappresentativo non risale ai Concilii? L'ideale dell'Evangelo praticato dagli ordini religiosi non è la comunione dei beni? Non insegnarono i canoni, la gratuità del credito prima di Proudhon?».

Dunque non si vuole dal Papa nulla di tutto questo. Ma che si pretende egli mai da Pio IX, quando se gli chiedono riforme? Si pretende, ripiglia il Montanelli, ciò che Pio IX non può accordare in coscienza. «Avvi un ordine di riforme che lo Stato retto dai chierici non sopporta; e sono quelle comprese nel gran principio della libertà di coscienza. Tutto noi possiamo chiedere al Papa, eccetto la creazione dello Stato moderno, quale usci... . dall'amnistia data allo scisma. Il Papa non può essere capo di cotesta società di scettici e di credenti decisi a proteggersi a vicenda contro le intolleranze di qualsiasi natura; perché n può non chiedere conto al suo suddito del Dio che adora, non può non a professioni teologiche l'esercizio della paternità e di ogni altra magistratura sociale.

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Né qui è luogo a discutere se sia un be o un male la civili secolare consacrata dalla pace di Vestfalia, dall'Ottantanove, e da Napoleone: il fatto sta che questa civiltà e l'essenza teologica del governo papale si escludono .

Ed eccovi spiattellato che cosa si vorrebbe dal Papa per riformare lo Stato suo secondo i desiderii dei rivoluzionarii. Si vorrebbe che egli adottasse lo Stato moderno, ossia i principii del trattato di Vestfalia, dell'Ottantanove, e di Napoleone. Ora nel trattato di Vestfalia si recò al Cattolicismo una ferita letale e si stabilirono tali cose, contro le quali protestò solennemente Papa Innocenzo X colla Costituzione Zelo domus Dei, dichiarandole inique, ingiuste, dannate e riprovate. I principii dell'Ottantanove fecero peggio, e in pochi anni riuscirono all'ateismo; e Napoleone I, come osserva lo stesso Montanelli, voleva fare del Papa un metropolitano francese. Può egli Pio IX aderire a queste domande?

Disse pur bene il Giornale di Roma, che offendevano il regnante Pontefice quanti si ripromettevano da lui le pretese riforme. Di fatto può credersi che Pio IX voglia dichiararsi capo d'una società di scettici e di credenti: bandire Iddio dalle cose di governo, come un fuor d'opera; riconoscere tutti i culti ed inaugurare l'indifferenza religiosa sotto il falso nome di libertà di coscienza? Eppure, vel dice Montanelli, è questo che si chiede dal Papa quando si domandano riforme!

Che cosa risponderebbe l'imperatore Napoleone III se taluno gli chiedesse riforme sovversive dell'Impero, che si spogliasse d'ogni podestà', rinnegasse la monarchia, ristabilisse la repubblica, lasciasse libera carriera a' socialisti e comunisti, permettesse la fabbrica in Parigi delle bombe dell'Orsini, e via dicendo? Eppure i riformatori dello Stato Papale chiedono peggio a Pio IX: gli chiedono di rinnegare il Cattolicismo ed i suoi immortali principii; gli chiedono di escludere Dio dai suoi codici, sicché dello Stato Papale possa dirsi come del governo francese: Roma non si confessa! E se è empietà chieder questo, non è ancora più empio sperare di ottenerlo?

Si dirà che tali sono le pretese de' rivoluzionarii, non dei governi conservatori, amici del Papa. Sia pure; ma questi governi conservatori affermano d chiedere le riforme per cessare le rivoluzioni. Dunque o essi s'ingannano a partito quando credono che i rivoltosi si calmerebbero in seguito a riforme possibili che migliorassero, non disformassero lo Stato Papale; oppure tengono bordone a1 rivoltosi medesimi, e vogliono indebolire l'autorità del Papa con intempestive concessioni, perché sia meno forte nel resistere ai nuovi assalti che verranno di poi.

Questi governi sedicenti conservatori ed amici del Santo Padre assommano le loro domande nella parola secolarizzazione. Ascoltiamo su questo proposito Giuseppe Montanelli:

«Si dice che a tutto sarebbe rimediato trasformando il governo di prelatizio in secolaresco. Intendiamoci. Il secolareggiamento dello Stato Papale non sta nel numero maggiore o minore di laici ammessi agli uffici; sta nelle leggi e nel genio secolare che quelli informi. Che se la regola civile non debba sancire altri fatti che i conformi alla regola religiosa, se in ogni provvedimento politico interno od esterno debba anzi tutto

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guardarsi a ciò che esiga l'università cattolica, si vivrà in piena teocrazia, ancorché legislatura e amministrazione risiedano in mano di laici, mentre alla prima legge veramente ispirata dal genio secolare, fosse pure proposta da prelati, il Papa dovrà rispondere: Non possumus.

«La secolarità moderna rispetto alla famiglia è il matrimonio civile, rispetto allo Stato è la partecipazione dei dissidenti ai diritti politici, rispetto alla giustìzia è la soppressione dei fóri privilegiati, rispetto all'insegnamento è l'università filosofica, rispetto alla religione è la libertà dei culti, rispetto all'ingegno ed alla scienzaè l'affrancamento da ogni censura teologica della parola stampata. Questa secolarità il governo papale non consente .

Avete capito? La questione della secolarizzazione non e nello Stato Papale questione di persone, ma questione di principii. Il governo di Pio IX potrebbe essere secolare senza che pur vi entrasse un laico, e chericale senza che vi avesse mano un aol prete. Quando si dice al Papa di secolarizzar etimo governo, si osa chiedergli, secondo il Montanelli, il matrimonio civile, la libertà [e culti, la legge Siccardi, l'università filosofie, l'abolizione della censura ecclesiastica. La rivoluzione non tacerà finché non abbia ottenuto questo. E si spera di ottenerlo da un Papa, e da un Papa qual è Pio IX?

Vi hanno anche tra cattolici molti che si dicono buoni, ma sono sciocchi e imbecilli, i quali credono che il Papa dovrebbe aderire alle riforme, ed operare la secolarizzazione del suo governo. A costoro raccomandiamo caldamente di meditare le citate dichiarazioni di Giuseppe Montanelli. Dalle quali risulta che sotto il nome di riforme si vuole nello Stato Romano ['amnistia dello scisma, la proclamazione dello scetticismo, il bando di Dio dalla società. E sotto il nome di secolarizzazione pretendesi che la famiglia venga paganizzatale il sacramento del matrimonio abolito; che i protestanti possono divenire segretari di Stato di Sua Santità; che Michelet, Quinet, e Cousin vengano chiamati a dettare nella Sapienza; e che ai possa stampare ogni bestemmia all'ombra del Vaticano.

Quando queste cose fossero, accordate dai Papa, allora i rivoluzionari diverrebbero papalini. Ma il Papato sussisterebbe ancora? No, davvero. Dunque coloro che chiedono la riforma e la secolarizzazione del governo pontificio, o sono gonzi che non sanno che cosa si dicano, o sono empi che fanno coro a chi grida: Disfarsi del Papa.

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I DUE RICASOLI

STORIA FIORENTINA CONTEMPORANEA

(Pubblicato il 10 dicembre 1859).

Ci scrivono da Firenze un fatto, ohe per lo sue circostante svela meglio di molti altri il dispotismo e la tracotanza di chi, dicendosi liberale, governa oggidì l'infelice Toscana. Esso è intitolato: due Ricasoli, perché i personaggi che figurano nel racconto sono il barone Bettino Rifattoli, presidente, del governo toscano, e il Padre Luigi Ricasoli della Compagnia di Gesù.

Nato quest'ultimo di famiglia patrizia fiorentina e del medesimo ceppo di quella del Bellino, riparò in Firenze, sua patria, poiché ne) 1848 la libertà italiana ebbe disperso i Gesuiti. E sotto i Montanelli e i Guerra), sia detto ad onore del vero, vi poté vivere tranquillo ed inoffeso,

Le sue traversie incominciarono dopo la restaurazione del Granduca ! L'Arcivescovo, monsignor Ferdinando Minucci, trovando utile l'opera del P. Ricasoli, chiedeva che rimanesse in Firenze; e questi aderiva, a condizione che gli fossero assegnati a compagni due Gesuiti, quanti ne poteva mantenere da sè coll'assegnamento che il padre suo, il priore Pietro Leopoldo Ricasoli, cittadino cospicuo, e accettissime a tutti i Fiorentini, aveva fatto al figliuolo, pel caso che si trovasse a vivere fuori della Compagnia.

La cosa fu consentita, e i due Gesuiti, colleghi del P. Ricasoli, forensi nella capitai della Toscana, chiamativi dall'autore là ecclesiastica, vestili da preti secolari. Erano due Piemontesi, e l'uno di questi, il P. Seconda Franco, somme oratore, controversia profondo, notissimo in Italia per parecchie opere mandate alle stampe.

Appena costoro cominciarono a lavorare, dettando esercizi spirituali e missioni, assumendosi l'ufficiatura di una pubblica cappella, proprietà di una famiglia, o mandando al pallio qualche opuscolo religioso, levossi contro a quei malcapitati la pi ti rabbiosa persecuzione, cui tenne n$no i| governo d'allora,, forte coi deboli, e con gli audaci umile e pauroso.

Sarebbe troppo lungo raccontare i soprusi, le illegalità, le angherie d'ogni maniera a cui andarono soggetti quei religiosi, finché venne, come doveva venire, il 27 di aprile dell 859. In quel giorno i nemici dei Gesuiti chiarironsi nemicissimi del Granduca, e ne occuparono il posto.

Mentre però i nuovi governanti s'affaccendavano per l'annessione della Toscana al Piemonte, con logica rivoluzionaria bandivano tosto dal Granducato i due onici Gesuiti rimastivi, ambidue nativi del Piemonte, e dove solo in tanta dispersione della Compagnia era lor dato di rifugiarsi!

Gli espulsi chiedevano al Prefetto la ragione di quel castigo, e il Prefetto ingenuamente rispondea, che se ci fossero ragioni da addurre, non si negherebbe loro soltanto la carta di soggiorno, ma si procederebbe altrimenti!

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Rimaneva tuttavia in Firenze sua patria il P. Luigi Ricasoli, ed aveva contro di sé le ire dei rivoluzionarii imperanti, non solo perché Gesuita, ma anche perché destinato a pagare il fio di una zaffatta che suo fratello, il canonico Alessandro Ricasoli, area dato alla rivoluzione.

Imperocché ne' giorni in cui il barone Bettino e compagnia celebravano quella Casa di Lorena, che più tardi dovevano esautorare, levando a cielo le leggi leopoldine, e scrivendone l'apologia nella Biblioteca civile dell'Italiano, il canonico Ricasoli pubblicò per le stampe e distribuì, in gran numero di copie la Bolla di Pio VI, che incomincia Auctorem fidei, Bolla non mai pubblicata in Toscana a cagione della condanna che racchiude di molte tra le leggi di Pietro Leopoldo. né il valoroso canonico fé questo di celato, ma dichiarassi pubblicamente nel frontispizio quale editore delta Bolla.

1 rivoluzionarii non sogliono perdonare questi tratti di coraggio e di devozione alla Santa Sede ed al dogma cattolico; e per pigliarne in qualche modo vendetta, deliberarono di dare lo sfratto al P. Luigi. E dapprima si lusingavano che sarebbe partito da sé; e per includo a ciò fare, gli rendevano molesto il vivere in Firenze, gli proibivano di albergare in casa sua uri sacerdote suddito francese; gli mettevano a' panni due buone spie che lo codiassero fino a sorvegliarne anco i pensieri, come ebbe a dire il signor Prefetto; lo incalzavano ora colle minacele, ora coi consigli, che per mezzo di veri o finti amici gli mandavano, di mettere presto in sicuro la sua persona.

E tali e tante molestie durarono tre buoni mesi, finché, non riuscendo a nulla, in sui primi di ottobre il signor Prefetto di Firenze chiamava a sé il P. Luigi Ricasoli, e tra l'uno e l'altro avveniva il seguente dialogo, che noi trascriviamo dalla relazione del nostro corrispondente fiorentino:

-

Signor Ricasoli, disse il Prefetto, io l'ho chiamala a nome del governo, e segnatamente a nome del signor ministro dell'interno, per darle un consiglio nell'interesse principalmente della sua sicurezza personale.

Il buon soldato, rispose il P. Luigi t non ha da temere il fuoco. Ma qual sarebbe questo consiglio?

Quello d'intraprendere spontaneo un viaggio, e lasciare temporariamente la Toscana.

-Oh bella! II barone Bottino che ha messo sua figlia in mia casa, consiglierebbe ora me ad uscire di casa tuia?! . (1). Mi sorprende: ma, di grazia, vi sono addebiti a mio carico?

- Il governo rispetta tutte le opinioni»

~~ Ili permetterà di aggiungere, salva qualche eccezione. Poiché un mio compagno, assai pili giovane di me udì dirsi in queste stanze, che gli bisognerebbe abbandonare il sodalizio a cui apparteneva, se volesse rimanere in Toscana. .

- Il governo, torno a ripetere (per... . ), rispetta tutte le opinioni. Ma quando un individuo è pietra d'inciampo al suo tranquillo andamento, si dee rimuoverlo,

(1) Per l'intelligenza dì questa risposta che il nostro corrispondente ci scrive, che nel 1849 il barone Bellino Ricasoli presentavasi al P. Luigi, Gesuita, con ogni dimostrazione di fidueia e di stima, e gli chiedeva ed otteneva che un suo nipote impalmaste Tunica figlia del barone Bellino.

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e far tacere ogni riguardo. Il suo sodalizio è inviso, e viene dappertutto allontanato. Il governo sarebbe dolente di vedersi turbata la tranquillità pubblica per un individuo.

-

Ma questi, scusi, non sono addebiti miei, e per cui debba essere punito.

-

Vi sono anco i suoi. Il governo è informato che Ella ha delle corrispondenze in... in... in... Valdarno ed in Siena, le quali divulgano notizie false e... strane, denigranti il governo e compromettenti la tranquillità del paese.

-

Eh! delle corrispondenze certamente ne ho, ed ora intendo il motivo della loro impuntualità. Le mie corrispondenze però sono tutte domestiche e famigliari, né trattano punto di politica; e solo può essermi occorso qualche rara volta, a semplice soddisfazione della curiosità degli assenti, di aver ripetuto sotto riserva alcuna delle voci che correvano per la città. Che se il dare notizia di questa guisa e falsa eziandio e strana, è tal delitto da condannarmi senza altro avviso ad espatriare, non veggo perché non si condannino prima i pubblici estensori dei fogli ufficiali. Ma poiché Ella nomina a mio carico, sig. Prefetto,le mie corrispondenze di Valdarno e di Siena, la pregherò di addurmi le prove della sua asserzione.

Oh! il governo ha le sue prove, ma non intende di far processi.

In tal caso si contenterà che io non intenda di concedere quanto Ella mi asserisce non giuridicamente. Ora ho l'onore di dirle, signor Prefetto, che in questi sei mesi avrò forse scritta una lettera in Siena, ed in Valdarno non ne ho scritta alcuna!!!

-

Se Ella non iscrisse lettere colà, altri può avervi riportati i suoi sentimenti ed eccitato del fermento nelle popolazioni (Vedi la favola dell'agnello e del lupo). In breve, io oggi devo rendere una risposta. Accetta Ella o no il consiglio chele da il governo?

-

Ella può rispondere francamente che non l'accetto. Anche la mia coscienza mi da i suoi consigli, e prima d'ogni altro ho questi da seguire. Amo ancor io la mia patria, e voglio dar prova di amarla. Niuno mi potrà mai condurre a condannarmi da me medesimo ad una pena così grave qual è l'abbandonarla per una colpa che in me non riconosco. Si adoperi meco ogni violenza. Son disposto da lungo tempo a subirla, fosse eziandio quella della piazza.

Ebbene, il governo non vorrà sicuramente obbligarla ad accettare un suo consiglio, datole principalmente in vista del suo personale interesse. Porterò la sua risposta.

Questo fu l'abboccamento che il dì 4 d'ottobre avea col P. Luigi Ricasoli il sig. Borsini, Prefetto di Firenze. Dopo di che il P. Luigi scrisse la seguente lettera al barone Bettino, presidente dei ministri:

«Stimatissimo Signor Barone

«Il signor Prefetto di Firenze mi ha chiamato a sé questa mattina, e mi ha parlato di corrispondenze da me tenute nominatamente nel Valdarno ed in Siena, contenenti notizie false, denigranti il governo, compromittenti la pubblica tranquillità; e mi ha consiglialo, al tempo stesso, a nome del governo, e segnatamente del ministro dell'interno, a prendere spontaneamente i miei passaporti ed assentarmi, come per diporto, dalla Toscana.

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«Non. ho potuto dispensarmi dal rispondere a questo discorso: che le mie poche relazioni in Toscana e fuori sono tutte domestiche e famigliari, punto politiche o rivoltose: che segnatamente nel Valdarno sarà da sei mesi che non mando una lettera, ed anche in Siena oggi è rarissimo che scriva: che se pure altrove ad una o due persone di confidenza e a semplice soddisfazione di lor curiosità mi sia occorso talvolta di ripetere qualche voce che correva per la città pubblicamente, sono certo di averlo fatto senza punto accreditarla; anzi aggiungendo, come è mio costume, che ricorressero per la verità ai fogli ufficiali, i quali hanno ogni mezzo e ogni dovere di attingerla: che contuttociò, dietro ad un tale avviso, mai prima d'ora da me ricevuto, avrei usato, se fosse possibile, anche di una maggior circospezione, ma che senza punto disprezzare il suggerimento datomi, io non era in grado di accettarlo: non credendo di potermi condannare da me medesimo ad una pena tanto grave, quàl è quella di espatriare per una colpa che in me non conosco.

«Ho pregato il signor Prefetto a permettermi di sottoporre io stesso a lei, sig. Barone, queste mie riflessioni, alle quali Ella mi concederà di aggiungere, in via di confidenza domestica, che, rinunziatosi da me quel di mia casa a' miei nipoti, non ho mezzi da spendere in viaggio di diporto; né posso d'altronde raggiungere la famiglia cui mi sono associato, perché oggi dispersa e priva anche in parte di ricovero.

«Voglia Élla piuttosto non negarmi oggi quella fiducia che altra volta ebbe la gentilezza di mostrarmi, e mi creda con tutto l'ossequio.

«Firenze, 4 ottobre 1859.

«Suo dev. mo servo Luigi Ricasoli d. C. d. G.»

A questa lettera forse eccessivamente umile e rispettosa del P. Luigi rispondeva il sig. ministro così:

« Molto Reverendo Padre,

«Il 6 ottobre 1859.

«Io non posso che confermare quello che per gravi ragioni governative e in ispecie per i suoi carteggi, di cui Ella stessa conviene, le fu significato dal signor Prefetto di Firenze.

«E se per raggiungere la famiglia a cui è associato, le abbisognano de' denari, non deve fare altro che dirigersi allo stesso sig. Prefetto, il quale lo (sic) provvederà dell'occorrente.

«Mi protesto con tutto l'ossequio

«Di lei M. R. P.

«Ossequiosissimo Ricasoli».

Questa risposta era capziosa ad un tempo ed insolente. Per essa appariva reo confesso il P. Luigi di quella stessa colpa, di cui si dichiarava innocente. Non dovea però passarla sotto silenzio, e mandò al barone Bettino una nuova lettera del seguente tenore:

«Stimatissimo signor Barone,

«La sua replica alla rispettosa mia del 4 corrente è un insulto. Ma ciò non importa. Ella. dunque, signor Barone, mi conferma per se medesimo il consiglio

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0 -

or or comunicatomi per mezzo del signor Prefetto, e datomisi da lei privatamente per mezzo d'altri, già due mesi indietro; ciò è a dire molto innanzi che io commettessi quelle colpe, le quali oggi mi si vorrebbero gratuitamente apporre. «Non direi che dovesse per me essere un delitto ciò che per altri è virtù.

Quindi non aderisco a un tal consiglio.

«Le gravi ragioni governative, che inducono a trattarmi così, io non le posso discutere, poiché a lei non piace d'indicarmele.

«Quanto a miei carteggi, mi sorprende ch'Ella osi dare alle mie parole un senso, il quale non hanno sicuramente, attribuendomi una confessione da me non fatta. e da non farsi giammai; mentre io domando piuttosto che mi si producano le prove di quanto si asserisce a mio carico; e mi si da per unica risposta, che il governo non intende di far processi

«Appro6 iterò dei mezzi che Ella tanto gentilmente mi esibisce, sig. Barone, ma quando mi risolverò ad intraprendere quel viaggio di diporto, che Ella per

Il sig. Prefetto m'insinuava. Quando mi potrò riunire alla famiglia, a cui mi sono associato, lo farò altrimenti.

«Sono ossequiosamente

« Suo Devotissimo Servo

«Luigi Ricasoli d. C. d. G.

Passarono alcuni giorni. senza replica di sorta. Quando improvvisamente, il dì 13 ottobre, una nuova intima obbligava il P. Luigi a comparire senza indugio innanzi al Delegato signor Giuseppe Masini. Adoperò questi primieramente ogni arte immaginabile a fine di persuaderlo ad abbracciare il consiglio, che il signor Prefetto gli aveva dato. Poi soggiunse che in caso diverso il governo era obbligato a scendere a più gravi misure. A cui gli rispondeva freddamente il Gesuita:

- Saprà il governo impormi colla forza ciò che non sa persuadermi col consiglio. Se ha qualche cosa da comunicarmi, signor Delegato, la prego di significarmelo.

E allora gli lesse una lettera ministeriale, di cui non ritenne che le soguentj frasi, per non essergli permesso di ritrarne copia: «- si chiamasse il P. Luigi «Ricasoli d. C. d. G. , se gli insinuasse nuovamente il consiglio datogli, e ia t caso di renitenza se gli ingiungesse una relegazione coatta per 3 mesi nel e convento della Verna, per avere sparse notizie le più false e le più strane con € la indubitata intenzione (sono espresse parole) di sommuovere e di sedurre «le popolazioni».

- Ed io andrò alla Verna, rispose il P. Luigi. Se il governo sa impormelo con la violenza, ed io saprò obbedire con l'aiuto della religione.

E nel momento che noi scriviamo, il P. Luigi Ricasoli soffre la sua relegazione alla Verna per opera del barone Bettino, e con quella giustizia che risulta dai precedente racconto in ogni sua parte fedelissimo.


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LA RUSSIA E LA QUESTIONE POLACCA

SUL CADERE DEL 1859.

(Pubblicato l'11 dicembre 1859)

Di costa alla questione italiana risorge oggidì la questione polacca, è i giornalisti francesi tralasciano talora di occuparsi dell'Austria e dell'Italia per isvelenirsi colla Russia, per cagione della Polonia. I nostri rivoluzionarii in farsetto fanno coro ai Francesi, e con un'aria di disperazione fulminano ad un tempo e Austria, e Prussia, e Russia, conchiudendo poi che, pesati ben berte gli Imperatori, migliore di tutti è colui che nacque due giorni fa.

Eppure gli italianissimi dovrebbero dare ragione alla Russia è torto alla Polonia, conciossiaché Terenzio Mamiani, in un suo libro venuto in luce recentemente, scrivesse: «Confessiamo che la Polonia è slava come la Russia, è v'ha grande affinità di stirpe, di lingua e di tradizione fra l'una e l'altra. Àggiungasi che molti Polacchi accettano oggi l'idea del Panslavismo 6 si accostano volontieri alla Russia, la quale sola può quella idea condurre in atto... Disdicìamo volentieri le sdegnose parole che in questa pagina e in altre, e nel Parlamento subalpino abbiamo pronunziato contro l'autocrazia russa e la suggezione ed umiliazione in cui dimorano tuttavia i nobili concittadini di Copernico e di Sobieschi (1) .

Povero Terenzio! Egli può già disporsi a cantate una seconda volta la palinodia, e ripetere le sdegnose parole dei tempi passati! Il Courrier du Dimanche ci racconta che la nobiltà polacca volle supplicare Alessandro II di ristabilire in Polonia i diritti già accordali da Alessandro l,e sanciti e guarentiti dai trattati, Vale a dire, la tolleranza religiosa, il ristabilimento della lingua polacca nelle scuole, l'eleggibilità a certe cariche, e via dicendo. La petizione don venne accettata! e i pétizionari, ammessi alla presenza del Sovrano, non hanno potuto raccògliere dal suo labbro che una qualifica derisoria, ed una minaccia. Alessandro li ha loro fatto sapere che essi erano russi, e ette il padrone Saprebbe punire e usar rigore .

Da questo fattoti Constitutionnel trae argomento per punzecchiature la Russia, e cita lo parole della Gazzetta delle Poste la quale si lagna che in Europa tanto si parli e straparli degli impicci finanziari dell'Austria, mentre non sono minori quelli del gabinetto di Pietroborgo. E il nostro Espero. e da questo contegno della stampa francese specialmente riguardo alla Russia conchiude che t il gabinetto di Pietroborgo non solo non trovasi più con quello di Parigi nella intimità edificante che sembrava unire i due grandi Imperi, or son pochi Mesi, ma che siano in un perfetto disaccordo, sia su qualche questione particolare, sia sulla politica generale d'Europa». Donde l' Espero stesso prorompe notte seguenti parole:

«Si direbbe che la politica francese, vedendo ogni giorno pio svanire le speranze di entrare in un sistema solido di alleanza colle potenze costituite, sente avvicinarsi il momento in cui dovrà ricorrere francamente, come disse pochi mesi

(1) Di un nuovo diritto europeo, Torino, 1859 pag. 382, in nota.

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fa Napoleone, all'alleanza dei popoli. Dio voglia che non sia troppo tardi per la politica francese!».

Durante la guerra d'Oriente, Napoleone III corteggiava la Polonia e trattava cogli esuli polacchi, come durante la guerra d'Italia trattò con Kossuth per averlo amico contro l'Austria. Il Moniteur dell'11 di maggio 1855 pubblicava un indirizzo del generale Rybinsky a Napoleone 111$ nel quale tra le altre cose si diceva: e Sire,, la Polonia spera tutto dalla giustizia divina e nella fede in Vostra Maestà. Essa è convinta che questa giustizia non sarà esercitata che per vostro mezzo». Ma un altro polacco, il conte di Roltermund de Gurna Klecza, ride vasi di queste speranze, e in un opuscolo stampato a Brusselle scriveva: «Vous avez ou vous n'avez pas la parole de Napoléon III, peu m'importe: peu importe surtout à la Pologne, car celte parole a été souvent donnée; souvent «encore elle s'est trouvée en défaut (1)». Non sappiamo a chi i Polacchi avranno dato ragione dopo il 1815, se al conte di Roltermund; o al generale Rybinsky. Questo sappiamo che il polacco Walewsky nel Congresso di Parigi parlò di Roma e di Napoli, ma non fé' motto della Polonia.

È bene ricordare eziandio come in quel torno Giovanni Russell nella Camera dei Comuni rispondesse al sig. Gibson riguardo alla quistione polacca: e L'onorevole membro ci attribuisce pensieri che noi non abbiamo mai avuto. Noi non abbiamo mai intrapreso di ristabilire la Polonia, né di emancipare l'Ungheria. Noi abbiamo creduto che questa fosse l'opera dell'Austria. Stretto con molti Polacchi, io ho loro detto sempre: Se l'Austria vuole intraprendere la ristorazione della Polonia,, allora voi potete sperare di giungere ad un risultato. Ma non bisogna credere che giammai la Francia e l'Inghilterra intraprederanno quest'opera isolatamente (2) .

Da tutte queste reminiscenze e citazioni noi possiamo derivarne alcune conseguenze evidentissime. Bisogna premettere però che la questione polacca è molto pia semplice dell'italiana, perché ieri ancora la Polonia era una ed indipendente; laddove l'Italia non fu unita giammai, nemmeno sojtto la dominazione romana. Or bene sapete a che cosa servono oggidì per le grandi Potenze la Polonia e l'Italia? Come la zampa del gatto alla scimia per trarre i marroni dal fuoco. Napoleone 111 si servì della Polonia contro la, Russia nel 1855, come si servì dell'Italia contro l'Austria nel 1859. L'Inghilterra è pronta a fare lo stesso; prima della guerra era austriaca; durante la guerra neutrale; dopo Villafranca divenne italianissima. Ci saprete dire che cosa sarà domani!

Intanto vuoi essere avvertito che coloro i quali testé chiamavano la Russia a giudicare il governo del Papa, oggi dichiarano lo Czar pili. reo del governo Pontificio. Vuoi essere avvertito che Austria, Prussia e Russia vengono involte dai rivoluzionari nella medesima condanna, e che quindi per provvedere a se stesse daranno nel Congresso la medesima sentenza. E vuoi essere principalmente avvertito che intorno alla Francia imperiale sta formandosi un gran vuoto,cattolici piangono, e si allontanano; i liberali fremono ed imprecano; gli Inglesi temono e provvedono a loro stessi; la Russia non dimentica Sebastopoli,

(1) Napoléon HI, le generai Rybinsky, ecc. , Bruxelles, 1855, 30.

(2) Tornata del 5 luglio 1855.

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né la Prussia Neuchatel, né l'Austria la Lombardia.

Come già a Cesare, si potrebbe ripetere al sire francese: Non siamo ancora a sera! Nel 1859 egli ha seminato, e nel 1860 raccoglierà. Nell'anno che sta per finire si vide l'opera dell'uomo; nel nuovo anno apparirà l'opera di Dio.

L'EPISCOPATO MODENESE

FARINI E LA STAMPA SETTARIA

(Pubblicato l'11 dicembre 1859).

Nella Gazzetta di Modena del 6 dicembre leggevansi le rimostranze dell'Episcopato modenese all' Eccelso Farini, e la sciocca ed insolente risposta del suo ministro, precedute dalle seguenti ridicole parole: «Questi atti, d'ordine riservato ed interno, essendo stati dall'Episcopato modenese consegnati alla pubblicità delta stampa settaria, il governo non si crede più tenuto al silenzio, e reca sulle colonne di questo foglio officiale il testo autentico degli enunciati documenti, rimettendone il giudizio al senno degli uomini e dei governi onesti».

E qui notate: 1° Che l' Eccelso fa una colpa ai Vescovi modenesi d'avere ricorso alla pubblicità; 2° Che l' Eccelso ha proibito severissimamente l'introduzione dell' Armonia nei suoi dominii, affine di tenere nascoste le rimostranze dei Vescovi; 3° Che essendo state queste rimostranze manoscritte e in tal modo diffuse per tutto il Ducato di Modena, l' Eccelso ha ricorso al colpo di stato di farle pubblicare sulla Gazzetta; 4° Che con tale pubblicazione la Gazzetta smentisce ciò che ebbe a scrivere riguardo alla devozione dell'Arcivescovo di Modena al nuovo ordine di cose, devozione manifestata colla nota elevazione dello stemma; 5° Che finalmente il signor Farini, il capo degli insorti di Rimini, colui che Giuseppe Montanelli disse COSPIRATORE, ha la faccia di chiamar l' Armonia stampa settaria!

Noi andiamo superbi degli insulti del signor Farini, e ne rendiamo le più distinte grazie a lui ed al suo giornale. Intanto, sebbene l' Armonia abbia già pubblicato alcune osservazioni sulla risposta data dal ministro dell'Eccelso ai Vescovi della provincia modenese, veggendo oggidì ristampala questa risposta anche dalla Gazzetta Piemontese, riputiamo conveniente d'inserire altre nuove osservazioni, scritte da un illustre personaggio obbligato dal dispotismo fariniano a menar vita nascosta nel Ducato.

«Sig. Direttore dell'ARMONIA,

«La pubblicazione da voi fatta della risposta che il ministro del dittatore Farini die alle rimostranze dei Vescovi della provincia modenese, ci ha suggerito le seguenti osservazioni:

«Prima di tutto noi ravvisiamo nella medesima molte cose che non sembrano del tutto vere. Una di queste si è la testimonianza che rende al dittatore la sua coscienza di non aver mancato in nessuna occasione alle assicurazioni date all'Episcopato,

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che non sarebbe mai venuto meno dal professar riverenza ed e ossequio alla cattolica religione e ai suoi ministri» (Dopoché egli ha preso a capitanare la rivolta delle Romagne, queste proteste di riverenza e di ossequio hanno perduto ancor più del loro valore). A fronte di Vescovi che asseriscono e del dittatore che nega, noi siamo nella necessità di confrontare i due documenti per giudicare chi abbia ragie. Ora nella rimostranza dei Vescovi noi troviamo lagnarsi essi che gli ebrei ed i protestanti siano stati parificati ai cattolici, espulso un Ordine religioso sequestrati i suoi beni, carcerati arbitrariamente i sacerdoti; che si lasci scapestrare a talento una stampa irreligiosa e libertina; che si sia promulgata la famosa legge sarda Siccardi, rimesso in vigore l'atto civile (non il matrimonio civile, come ha detto qualche giornale) prima del matrimonio religioso, aggiunta di più la pena della multa ed il carcere al parroco che altrimenti vi assistesse: e tutto questo si pretende non essere conforme al rispetto che deve un governo cattolico la religione che professa. Or che risponde il dittatore? Nega i fatti? No, perché son pubblici. Giustifica il suo operato? Molto meno. Ei passa i fatti sotto silenzio, e porta unicamente per difesi la sua coscienza. - S. E. il dittatore è certo -e la sua coscienza è così ferma, che non può nemmeno mettere la discussione sul merito delle leggi% ecc. , come non può un buon cattolico mettersi a disputare seriamente sopra un articolo di fede, perché sarebbe un dubitare, e dubius in fide infidelis est!

«Il ministro però incaricato della risposta, sembra che non sia così certo dell'asserto del suo principale, da credere inopportuna ogni giustificazione, e quindi, passate sotto silenzio con nobil disinvoltura le altre accuse, prende a giustificar la promulgazione delle leggi incriminate con tre ragioni, che per vero non gli si possono passar buone: ° che le provincie modenesi facciano parte della Monarchia di Savoia, lo che non si è ancor potuto effettuare, attesa specialmente l'opposizione del più generoso amico del Piemonte, l'Imperatole dei Francesi; 2° che il voto dell'Assemblea Nazionale per l'annessione del Piemonte «astata accettata da Vittorio Emanuele, mentre, quantunque per questo sì siano cantati tanti Te Deum anche nelle sinagoghe (p. e. a Scandiano, come ci fanno sapere le gazzette), pure egli si è limitato a promettere che lo appoggierà presso le grandi Potenze; 3° che le leggi pubblicate siano una necessaria conseguenza dello Statuto sardo, mentre fu risposto le mille volte nelle Camere di Torino, provato negli scritti di tanti uomini sommi e ripetuto in mille giornali! $be il primo articolo dello Statuto: la Religione Cattolica Apostolica e Romana £ la sola Religione dello Stato; importa che colla religione cattolica si rispettino tutte le sue leggi e tutti i suoi diritti preesistenti allo Statuto: e qualunque articolo che si soggiunga a questo primo, vorrà sempre essere interpretato in conformità e analogia del medesimo.

«Ammesso poi che per voto dell'Assemblea Nazionale fosse stata decretata l'annessione 1 Regno Sardo, non ne viene certo che si approvassero, desiderassero, volessero queste leggi, non essendo necessario ohe la parte aggiunta si assimilasse in tutto a quella cui aggiungevasi 9 come non è certo contro ragione l'adottar qualche legge dei popoli nella propria comunanza accolti, quando fosse delle proprie migliore.

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E certamente queste leggi non si bramavano da tutta quella maggioranza di popolazione, che, quantunque dotata di buon senso e discernimento per tanti altri affari, e ammessa alla partecipazione di altri diritti civili e sopra tutto al pagamento delle imposte e sopportimento di carichi pubblici, non fu riputata abile ad indicare un galantuomo da mandarlo all'Assemblea, perché non sapeva tener la penna in mano. Non si bramarono da tanti che, per ventura riputata or somma, conoscendo l'alfabeto, ebbero il gran privilegio di portare un nome, imposto loro, nell'urna, perché da buoni cattolici, se non fosse stato loro proibito di dare un mandato tpè date a' loro rappresentanti (non volendo entrare nella loro mente per quel che riguarda la politica), avrebbero certamente lor detto in quanto a religione: Noi la vogliamo salva, vogliamo rispettati i nostri preti, i nostri Vescovi è sopratutto il padre nostro comune, il Papa. Non si bramavano nemmeno da tutti i deputati, benché scelti meccanimente dai circoli, che, ubbidienti li bacchetta, non facevano che gettar su e giù la spola per entro alla trama già ordita da chi manipolava la tela, i quali senza alcuna licenza a discutere, senta tempo ad esaminare, decretarono una incondizionata annessione al Piemonte, senza aver facoltà di salvare né la coscienza, che forse a pochi, né la borsa, che ai pili certamente premeva.

«Quindi se le leggi in questione non sono una necessaria conseguenza dello Statuto, non sono nemmeno un voto delle modenesi popolazioni, che non le conobbero prima della promulgazione, non ebbero tempo a discuterle e sono poi certamente lontane dall'accoglierle di buon grado. Come nemmeno è vero che si bramasse dalle famiglie quell'impiccio dell'atto civile da premettersi al matrimonio, che cagionò anzi tante lagnanze, quando dovette introduci nelle provincie dove non era in uso, le quali lagnanze determinarono poi Francesco V a riformare in questa parte il nuovo suo Codice. Ma non lo avesse mai fatto; che coloro che si adoperarono per ottenerne l'abrogazione, cioè quei Vescovi a cui rispondeva il direttore del ministero, non avrebbero ottenuta la patente di nemici delle civili riforme Fu però fortuna per Francesco V, poiché fra tutti gli atti di mal governo, tutti gli abusi di potere che pubblica quotidianamente la stampa, si trovò pure una legge che meritò il titolo di savia provvidenza ed era quella che obbligava talvolta i contadini e i poveri alpigiani a percorrere molte miglia e perdere molle giornate per raccogliere, non rare volte, dodici fedi ed anche più, ed una donzella a presentarsi a' pubblici uffizi, quando furie avrebbe dovuto pel suo decoro serbarsi in ritiro; ed inceppava i parrochi nell'esempio del loro ministero, «benché, a dir vero, non tanto strettamente. Locché appena avvertito, il nostro eccelso reggitore si fé subito ad accrescere la dose di tali savie provvidenze coll'aggiungere la multa e la carcere ai parrochi, perché potevano violare impunemente le leggi dello Stato e impunemente millantarsene! Che lo abbiano fatto, e quindi abbiano costretti i Municipii e gli onesti padri dr famiglia a muoverne lagnanze, il dobbiam credere sulla fede del signor direttore, benché lo stato di generale intimidamento del Clero, e la brevità del tempo passato tra la promulgazione della legge e la fulminata sanzione appena lo lascino supporre.

«E questo iatimidamento del Clero e dei buoni cattolici, ohe a vista digli

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affronti che si apportano alla loro religione non osano zittire, fa sì che ironico ed irrisorio sia il provocar il Clero a servirsi della libertà della stampa concessa dallo Statuto sardo or fatto nostro. Oltreché non si conosce ancora la legge che secondo l'articolo 28 dello Statuto dovrebbe regolarla, e quindi è in arbitrio del signor Direttore, giusta la riserva a sé fatta del potere legislativo ed esecutivo nel pubblicarlo, il punire e come e quando a lui piacesse quei reati di stampa che ei riputasse tali, e tutti possono temere, se dicono una parola al medesimo non gradita, di esser giudicati come rei; ed abbiamo poi per arra di questa larghezza le belle libertà che abbiamo per riguardo ai giornali, essendoci vietato il leggere qualunque foglio estero, ed anche della Monarchia Sabauda, che non vada a grado del nostro padrone, e tali sono, non sappiamo per quale fatalità, tutti quelli che parlano in favore della cattolica religione; permesso poi di stampare in paese tutte le eresie, non che gl'insulti più villani al Papa, ai Cardinali e Vescovi, al Clero ed alla Religione medesima. Ora egli è troppo facile il credere che, come vengono violati i due precedenti articoli, che assicurano la libertà individuale«e l'inviolabilità del domicilio per semplici infondati sospetti che alcuno abbia detto soltanto una parola non favorevole al presente ordine di cose, così forse sarebbe inteso a danno degli scriventi il vigesimottavo, che permette la libertà della stampa.

«Il consiglio poi dato ai Vescovi di servirsi di tale benefizio, a cui, per l'abuso che ne fanno i tristi, la Chiesa non può fare buon viso, e la lezione loro data sulle materie da predicarsi da loro sembra ben singolare! poiché, avendo noi per costume di apprendere da loro gli ammaestramenti del Vangelo, restiamo meravigliati, come abbiano poi essi bisogno d'imparare da un laico il modo di spiegarlo per cessare i lamentati inconvenienti, che precedono da tutt'altra cagione che dalle omelie e dalle lettere pastorali.

«Crediamo poi che i Vescovi abbiano tutte le ragioni di non prestar tanta fede al trionfo che con sì ardita franchezza si assicura alla verità nella lotta che sostiene coll'errore, da credere un contagio lo sciogliere il scilinguagnolo ad ogni scribacchiatore per impugnarla, per l'unico piacere di vederla gloriosamente trionfare. 0 converrebbe non sapere che cosa sia l'uomo per magnificarlo a tal segno! E chi non sa che molti nono ottusi d'ingegno, che non arrivano a distinguere uno strafalcione da una verità? che molti hanno maggior propensione ad abbracciar l'errore, che le loro passioni blandisce, piuttosto che la verità, che le mortifica ed attuta? E se a ciò si aggiunga l'arte diabolica degli scrittori d'imbrogliai» le menti coi sofismi, d'abbagliarle con falsi argomenti, d'irritar le passioni con mille incentivi, chi non concluderà che molti resteranno da queste frodi arreticati, e che, bevuto una volta il veleno dell'errore,. ricuseranno perfino di accostar il labbro al nappo, ove loro s'appresta l'antidoto della verità? E la Germania e l'Inghilterra, e più indietro la Grecia e l'Africa, cattoliche una volta, ora protestanti, scismatiche e musulmane, non sono una smentita solenne al dittatoriale pronunciato, che la verità è sicura sempre d'un luminoso trionfo?

«Si lagnano poi ancora i Vescovi, e con ragione, della legge delle mani morte, per cui in tanta smania di larghezze civili e politiche permettendosi ad ogni galantuomo di lasciar il fatto suo a chi vuole, gli si ristringa la libertà soltanto riguardo alla Chiesa,

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la quale si trova così in peggior condizione degli istrioni e delle baldracche, cui niuno vieta donare anche le ricchezze di Creso. Ma siccome la giunta supera già di gran lunga la derrata, tralasciamo di osservazioni, lasciando a voi, signor redattore, il fare della presente quell'uso che più vi sembrerà opportuno. «E intanto con tutta stima, ecc.»

EPISTOLARIO

Del Sagrestano Salvagnoli.

MINISTRO TOSCANO NEL 1859.

Pubblichiamo due lettere, che il ministro toscano Salvagnoli indirizzò ai Vescovi ed ai frati riguardo all'avvento. La Casa di Lorena si dichiarò decaduta dalla Toscana, ma le leggi Leopoldine sono sempre in vita! 11 Piemonte è unito colla Toscana, ma nel Granducato non possono predicare i Piemontesi lSi possono fare pubbliche dimostrazioni politiche, ma non sacre missioni o processioni, senza il permesso del governo. 1 tristi si lasciano in libertà, ma si serrano sempre più le catene ai polsi della Chiesa perseguitata. Noi dovremmo stenderci assai su questo argomento per provavo quanto sia tirannico e irragionevole il procedere del ministro toscano; ma la sovrabbondanza delle materie quotidiane per ora non cel consente. Verrà il tempo di discorrere sui documenti: per ora consegniamoli alla stampa, affinché possano servire per la storia.

Lettera del Ministro degli affari ecclesiastici diretta ai Vescovi sulla prediamone dell'Avvento.

Ill. mo e Rev. mo Signore,

Nell'avvicinarsi del tempo che è destinato alle ordinarie predicazioni della Chiesa, il ministero sente il bisogno di indirizzare a V. S. lll. ma e Rev. ma la sua parola per pregarla 'di voler insinuare ai sacri Oratori di tenersi lontani nell'esercizio della loro missione da qualsivoglia allusione alla politica, la quale, se è sempre estranea all'oggetto che gli oratori stessi si prefiggono, cioè, di istruire nei principii di religione e moralizzare le genti, può talvolta per l'opera dei medesimi meno cauti od avventati, esser motivo a divisioni di partito ed a perturbazioni della quiete pubblica, le quali perturbazioni il R. Governo è nel dovere di non tollerare, e saprà sempre impedire con tutti i mezzi che si trovano in suo potere.

Il ministero confida troppo nella saviezza di V. S. lll. ma, perciò non tem che l'oggetto della presente sarà interamente raggiunto, Sono con distinto ossequio e profonda venerazione

Di V. S. lll. ma e Rev. ma

Novembre 1859.

V. Salvagnoli.

Dev. mo Obb. mo Sèrvo F. GIACONI.

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Lettera ai Priori e Guardiani dei Conventi

per parte della Delegazione del Governi.

Molto Rev. mo Signore,

Per norma e regola di V. S, M,to Rev. da acciò si uniformi unitamente ai sacerdoti religiosi da lei dipendenti, i quali possono essere incaricali della predicazione, comunico l'appresso circolare della Prefettura di questa città, cioè:

«Suprema ragione di ordine pubblico vuole la più stretta osservanza del diritto ecclesiastico dello Stato.

«1° Perché non predichino in veruna chiesa toscana preti e frati che non sieno Toscani.

«2° Perché i preti e frati predicatori non parlino minimamente di cose pirolitiche, né di cose attenenti alla politica.

«3° Perché non si dieno missioni, non si facciano processioni, né feste straordinarie senza approvazione del Governo.

«In esecuzione pertanto degli ordini superiormente ricevuti, debbo eccitare in modo straordinario la sua vigilanza in questo proposito, perché queste di sposizioni sieno rigorosamente rispettate, e per prevenire e reprimere qualunque disordine e deviazione delle medesime, senza esser trattenuto da nessuna considerazione estranea al pubblico servizio.

«E mentre? nell'avviciriarai del tempo ohe è destinato alle ordinarie predicazioni della Chiesa, gli Ordinarii hanno ricevuto dal Real Ministero degli affari ecclesiastici una di lui circolare circa le medesime, interessa che le autorità politiche locali indirizzino in mio nome la loro parola ai Corpi degli Ordini Regolari, perché s'insinui ai sacri Oratori di tenersi lontani nell'esercizio della loro missione da qualsivoglia allusione alla politica, la quale, se è sempre estranea all'oggetto che gli Oratori stessi si prefiggono, di cioè istruire nei principii di religione e moralizzare le genti, può talvolta per l'opera dei medesimi meno cauti ed avventati esser motivo a divisioni di partito, a perturbazione della quiete pubblica, le quali perturbazioni il R. Governo è nel dovere di non tollerare, e saprà sempre impedire con tutti i mezzi che si trovano in suo potere».

Prego V. S. M. Rev. da favorirmi riscontro del ricevimento della presente, e mi confermo con distinto ossequio

Di V. S, Molto Reverenda

Della Delegazione del Governo di... .

14 novembre 1859.

Il Delegato.

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LORD MINTO, LORD NORMANBY

e malafede del governo inglese.

Nei dicembre del 1859 in un articolo di controversia sulla questione italiana il Globe di Londra aveva osato dire che la famosa missione di lord Minto era stato «il risultato di un'insinuazione del Nunzio del Papa a Parigi». A quest'avventata, asserzione lord Normanby mandò la seguente smentita da Brigton, in data del 9 dicembre:

«Signore, nell'articolo principale del Globe di ieri leggo queste parole sul preteso stato dei sentimenti degli Italiani riguardo al Papa: «Questo non è dovuto né a lord Minto, la cui missione, per dirlo passando, fu il risultalo di una insinuatone del Nunzio $et Papa a Parigi, né a lord John, né a lord Palmerston». Sono tenuto pila memoria d'un uomo gentile ed eccellente di dire che non havvi una parola di vero in quest'asserzione.

«Non suppongo che lo scrittore dell'articolo sia stato consapevole della sua inesattezza, e sono forse il solo che possa darle una smentii autorevole, smentita che feci giungere a lord Palmerston parecchi anni or sono; il quale pubblicò allora u lettera confidenziale, pulì quale i giornali del governo si appoggiarono per assumere la difesa della missione di lord Minto,.Ecco il fatto come avvenne, Secondo lo spirito delle istruzioni particolari ch'io aveva ricevuto, cercai di scandagliare Monsignor Fornari intorno all'accoglienza che riceverebbe in quel tempo a Roma un agente officiale straordinario inglese. Il Nunzio ascoltò, con urbanità la mia domanda, e disse che ne scriverebbe a Roma.

«Non seppi mai pili nulla da lui intorno a questo soggetto, e quindi ne concludo che non eravi risposta soddisfacente alla mia domanda. Tuttavia la fissione di lord Minto continua, e dopo qualche tempo il mio dispaccio tutto intero in cui io raccontava l'abboccamento con Sua Eccellenza, ed in cui manifestava la mia opinione sulle sue qualità diplomatiche, indicalo come privato e confidenziale, venne pubblicalo nel libro bleu, sopprimendo le parole privato e confidenziale. I giornali del governo tentarono d'inferirne ciò che non potevano affermare, che quel dispaccio provava che nella missione di lord Minto era la Corte di Roma che avea preso l'iniziativa. Me ne lagnai con lord Palmerston e con lord John Russell: 1° Perché il senso del mio dispaccio era stato svisato; e 2° per la malafede non cui era stato ommesso il suo carattere confidenziale la qualcosa nuoceva alla sua utilità pubblica. In prova di quanto dico, le circostanze avendo condotto un'altra volta il governo a desiderare d'avere alcune comunicazioni, confidenziali col nunzio del Papa a Parigi nell'epoca dei bill sui titoli ecclesiastici, Monsignor Fornari negò di entrare in comunicazione confidenziale con me per la ragione che i suoi abboccameli confidenziali con me erano stati pubblicati, e che, in conseguenza 9 erasi accreditata un'opinione erronea riguardo agli atti del suo governo.

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«Ecco. le mortificazioni, a cui gli agenti inglesi possono essere esposti, servendo un governo che snatura le comunicazioni diplomatiche per servire ai fini parlamentari. - Sono, signore, vostro umilissimo ed obbediente servidore

«Normanby».

Questo non è che un leggerissimo saggio dell'antica fede, che regola l'andamento del governo britannico. Giova tuttavia tenerne conto, sia perché si riferisce ad un fatto che riguarda il Papa, sia perché lord Normanby accenna assai chiaramente che cotesta maniera d'agire non è cosa straordinaria in quel governo.

PREGHIERE DEGLI EBREI

PEL REGNO D'ITALIA.

Da una corrispondenza della Nazione di Firenze, sotto la data di Livorno, 9 di ottobre, rileviamo la seguente notizia:

«Nella Scuola Israelitica di Livorno l'intera comunità degli Israeliti si è riunita, il giorno 7, per la solenne devozione del gran digiuno. Stimo bene di mandarvi il testo della preghiera che fu fatta per la famiglia del Re, recitata dall'Eccellentissimo signor Roberto Funaro. Alla prima intonazione tutto il popolo presente (più di tremila persone) si è alzato in piedi, ad eccezione di pochissimi vecchi, e tutti poi risposero al fine della preghiera con un'enfasi straordinaria e sorprendente, un Amen.

Quello che veglia alla salvezza dei Regi, che concede il dominio ai Principi, e il di cui impero è l'impero di tutti i secoli; quello che liberò David, «suo servo, da spada micidiale, che apri nel mare la via, ed in rapide onde e tracciò il sentiero, quell'istesso benedica, custodisca, difenda, soccorra, elevi, esalti, e sublimi al massimo auge:

«IL RE ELETTO S. M. VITTORIO EMANUELE.

«IL Re dei Re lo custodisca, faccia vivere, e liberi da qualunque danno e peri«colo. Il Re dei Re per sua clemenza sublimi ed esalti l'astro del suo destino, e e gli conceda lunghi e tranquilli giorni di dominio. Il Re dei Re per sua «pietà conceda a Lui ed a tutti i suoi Consiglieri e Ministri possanza e vqlore. € Che tale sia il suo divino piacere, e dicasi: Amen».

RETTIFICAZIONE

A pag. 228 di queste Memorie venne riferito un articolo tolto dalla Gazzetta di Lucerna pel clero modenese nel 1859, dove si dice che monsignor Raffaeli vescovo di Reggio fu costretto ad abbandonare la sua sede vescovile. È ciò non è vero. Perché, sebbene monsignor Raffaeli patisse ogni maniera di persecuzione, tuttavia stette fermo al suo posto. Ed a chi Io consigliava ad allontanarsi dalla propria diocesi, rispose: solo la forza potrà strapparmi dalla mia Sede e dal mio popolo, Risposta degna d'un vescovo cattolico.

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AI GIOVANI D'ITALIA

PAROLE DI GIUSEPPE MAZZINI

(Pubblicato il 15 dicembre 1859).

Con questo titolo, e sotto la data di novembre 1859 venne in luce a Lugano dalla tipografia Fioratti un quaderno di sessanta pagine, dove Giuseppe Mazzini ba stemperato il suo odio contro i re in genere, contro gli imperatori d'Austria e di Francia in ispecie, e particolarmente poi contro il Papa ed il Cattolicismo, eccitando la gioventù italiana ad insorgere, ed insorgere oggi, insorgere dappertutto, sui monti, sul piano, in ciascuna città, tutti, e per ogni dove.

«I cinque mesi d'inerzia durata, grida Mazzini, dovrebbero pesarvi sulla fronte come cinque anni di vergogna non meritata. L'insurrezione d'Italia è iniziata; diffondetela, allargatene la base, afforzatela per quanto v'è caro. Le insurrezioni che s'arrestano, muoiono. A voi bisogna andar oltre o perire». E continua su questo metro per parecchie pagine, predicando a' giovani: sorgete. «Sorgete come le tempeste de' vostri cieli, tremendi e rapidi! Sorgete come le fiamme de' vostri vulcani, irresistibili, ardenti! Fate armi delle vostre ronche, delle vostre croci, d'ogni cosa che ba ferro».

Pensate se mentre parlano gli scolaretti, che sono i Ferini, i Popoli, i Ricasoli, pensate se potea tacere il gran maestro! E Mazzini parlò francamente, rotondamente, senza infingersi, senza ricorrere alla menzogna, ai mezzi termini, alle distinzioni, ai raggiri diplomatici, alle ipocrite proteste. Mazzini ci aprì l'animo suo, dopo d'avere flagellato i dottrinarii e che millantano dottrina e non l'hanno» e gli altri moderati, o fautori del giusto mezzo «cioè tentennanti sempre tra la virtù e il vizio, tra la verità e la menzogna».

Mazzini dice a' giovani d'Italia che facciano cartuccia dei libri, diarii è libercoli per combattere Roma. Voi dovete muovere innanzi al grido di Roma, ' Roma! esclama il demagogo. Senza Roma non v'è Italia possibile. Là sta il santuario della Nazione».

E guida poeticamente per mano i giovani là dove si leva «come faro in oceano un punto isolato, un segno di lontana grandezza». E dice: e Piegate il ginocchio e adorate: là batte il core d'Italia; là posa eternamente solenne Roma». E predica alla gioventù di non e aver pace o tregua, se non quando la bandiera d'Italia sventoli nell'orgoglio della vittoria da ciascuno dei sette colli». E avverte i giovani che «qualunque s'attentasse parlarvi di un'Italia senza Roma centro, o dettarvi legge d'altrove, sarebbe simile a ehi volesse ideare vita tema core, e leggi e potenza sparirebbero al primo soffio di tempesta dalle sue mani».

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Vuole il Mazzini che i suoi atterrino in Roma la menzogna che usurpa il nome di autorità; vuole che distruggano il Papa, da lui replicate volte chiamato il Vicario del genio del male; vuole che abbattano il Cattolicismo, per elevare tra il Campidoglio e il Vaticano il Panteon dell'umanità, e sostituire alla religione cattolica questa nuova professione di fede: Noi non abbiamo che un solo padrone nel cielo, che è Dio, ed un solo interprete della sua legge in terra, che è il popolo».

Mazzini non si contenta d'innovazioni politiche; vuole una nuova fede, perché la vita d'un popolo è religione. Egli dichiara morto il mondo pagano e il mondo cristiano, e in Roma, a detta sua, «quei due mondi giacenti aspettano un terzo mondo più vasto e sublime dei due che si elabora tra le potenti rovine».

E il demagogo colla poesia delle immagini, collo scrivere caldo e concitato cerca di affascinare le menti giovanili, e accenderne i cuori alla battaglia. Il gran capitano di questa ha da essere Garibaldi. «Non ostante le sue dimissioni, dice Mazzi ni, non muto le parole che alludono a lui nelle linee indirizzale ai volontarii. Garibaldi rimane pur sempre il capo dei volontarii italiani, e vincolato da' suoi inviti, dalle sue promesse e dal suo affetto alla patria a rispondere alla loro chiamata, e guidarli, se avvenga che esfet intendano il debito loro, e ai scelgano un campo di guerra italiano».

Ecco dunque ciò che vuole la rivoluzione italiana: disfarsi del Papa, distruggere Rema cattolica, convenire in Panteon dell'umanità il Tempio di S. Pietro. «E col patto della nuova fede raggiante un dì sulle genti dal Panteon dell'umanità, che s'innalzerà dominatore sull'uno e sull'altro tra il Campidoglio ed il Vaticano, sparirà nell'armonia della vita il lungo dissidio tra terra e cielo, corpo ed anima, materia a spirito, ragione e fede».

A Roma, grida Mazzini, vive l'unità della Patria; Roma è core, tempio, palladio della Nazione. Come i demoni ne' corpi degli ossessi confessavano Gesù Cristo, così Mazzini confessa l'eternità di Roma. «Molte città, egli dice, perirono sulla terra, e tutte possono alla lor volta perire; ma Roma per disegno di provvidenza indovinato dai popoli è città stoma, come quella alla quale fa affidala la missione di diffondere al mondo la parola d'unità. E la sua vita si riproduce ampliandosi».

Non potendosi adunque distruggere Roma, perché eterna. Mazzini vuol conquistarla, e questo è la parola d'ordine della rivoluzione. I rivoltosi non avranno pace finché non comandino in Roma sulle rovine del Papato e del Cattolicismo. Si cacci pur d'Italia l'Imperatore d'Austria, la rivoluzione non si acquieterà per cosi poco. Si tolgano a Pio IX le sue migliori provincie, e dopo il pasto la rivoluzione avrà più fame di pria. Essa vuole Roma per espellerne il Papa, e col Papa l'unità cattolica, affine di stabilirvi, se fosse possibile, l'unità rivoluzionaria, Coloro che parlano di riforme da operarsi in Roma, e erodono di attuare la rivoluzione coi codici, coi laici chiamati ai pubblici uffizii, colle confederazioni, coi congressi, o non intendono, o non vogliono intendere lo scopo finale dei rivoltosi. Non c'è via di mezzo; la lotta è tra Roma cattolica e la rivoluzione; q l'una o l'altra ha da perire.

E non vedete come ne luoghi dova la rivolta riesca a mettere il piota, si manifesti un odio mortale contro il Cattolicismo?

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Non vedete il Farini in Modena metter tosto la mano a disfare i Sacramenti, a perseguitare «Clero, a tribolare la Chiesa? Non lo vedete a Bologna abolire, per prima cosa quel tribunale, che veglia sulla purità detta fede? Non vedete il Salvagnoli in Toscana entrare in sacrestia, incatenare i chierici, dettar loro la legge, ed esser così duro coi cattolici quanto è gentile e condiscendente cogli eterodossi? Ah! Mazzini ha sulla bocca ciò che i suoi tengono per ora nascosto nel cuore: Roma cattolica, Roma papale è ciò che odiano i rivoltosi e che vogliono distruggere.

E pare a Mazzini che sia giunto il tempo da ciò. Egli dice a' suoi giovani: «Porgete attento l'orecchio, e ditemi se non udite un cupo rumore che viene come di sotterra [dall'inferno) un fremito come di marea che salga, un eco indistinto come di lavoro che scavi le fondamenta delle Potenze terrestri. Guardate in volto ai padroni del mondo, e ai servi dei padroni del mondo, e ditemi se I pallide fronti e il guardo irrequieto dei primi, e l'affacendarsi convulso di qua, di là, di su, di giù, per le vie dell'inferno, che chiamano diplomazia, non accennano a presentimento di rovina, a terrore d'ineluttabili fatti».

E. Mazzini spera che la vecchia Europa sia per dissolversi, e potenti sono le ragioni della sua speranza; perché si ripromette questa dissoluzione sociale pel culto invadente della materia; se la ripromette per lo scherno versato sulle vecchie credenze, per l'indifferenza di molti, per le filosofie congegnale a mosaico, per e l'agitarsi sovra ogni terra dei milioni che lavoravano finora moti, inconsci! pei pochi . Da tutto ciò argomenta Mazzini i segni della morte del mondo, e con tuono profetico grida: «lo vi dico che come quando morivano i Dei pagani e Cristo nasceva, l'Europa è oggi assetata di una nuova vita e di un nuovo cielo, e di una nuova terra».

E per impedire la catastrofe che Mazzini presente e preconizza, bisogna che i difensori della società, della proprietà, dell'ordine imparino dai rivoluzionari. Essi hanno concentrato i loro sforzi contro Roma cattolica, contro Roma papale, e governi, e privati, e re, e preti, e nobili e ricchi hanno da riunire l'opera loro nella difesa di Roma. A Roma, possiam noi dire alla nostra volta, sta il santuario dell'Europa, e batte il core del mondo. Un potente ingegno, una gloria della dotta e religiosa Savoia, l'ab. Martinet, fin dal 1846 scriveva: e Ci siamo addentrati in fondo alle viscere della società, e non ci volle fatica, che il generale marasmo le ha fatte trasparenti. Quivi, tra sintomi assai di morte abbiamo trovato un germe poderoso di vita, che per isvolgersi altra non richiede che una cristiana coltura. - E gettando uno sguardo sull'avvenire, vi abbiamo letto qneste parole: Roma o la morte».

E le rivoluzioni che vennero di poi, e le piaghe che inciprignirono per le nuove dottrine, rendono oggidì più incalzante l'alternativa: Roma o la morte. Conviene richiamare la decrepita Europa alle sue origini per impedirne lo sfacèlo; ed è Roma cattolica, Roma papale, che ha creato la società europea. Questa medesima Roma, che non può perire, può solo ridonare a' governi la fede, il principio d'autorità e una nuova vita. Chi la combatte in qualunque modo, sotto qualunque pretesto, è un seguace di Mazzini, e gli prepara la strada. Chi la difende, difende non solo la religione cattolica, di cui Roma è centro, ma le basi medesime del principio sociale.


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IL GRANDUCA DI TOSCANA

NEL 1848 E NEL 1859.

(Pubblicato il 16 dicembre 1859).

Ci duole assai di doverci unire per un momento solo co' libertini nel dare il torto ad un esule principe; ma l'affetto alla verità e l'imparzialità storica vi ci costringe, e certi punti s'banno da toccare quando i sovrani, scesi momentaneamente da' loro troni, sono liberi da quella siepe di cortigiani, che non permette al vero di giungere fino ai loro orecchi. Noi proveremo pertanto in quest'articolo, che il Granduca di Toscana nel 1859 ha raccolto ciò che i suoi ministri gli avevano fatto seminare nel 1848; e che ora è misurato colla stessa misura colla quale dieci anni fa misurava gli altri.

Il Duca di Modena, sempre eguale a se stesso, era nel 1848 quello che è oggidì coi medesimi disegni, coi medesimi affetti e colla stessa incrollabile fermezza. Invece Leopoldo II facea buon viso ai rivoltosi, che ne avevano perciò dipinto il ritratto sulla tabacchiera nazionale; Leopoldo di qua e Massimo d'Azeglio di le. Al Duca di Modena toccava la ribellione de' suoi paesi, e principalmente delle provincie di Lunigiana e Garfagnana; e le provincie ribellate deliberavano la loro annessione colla Toscana, nello stesso modo, e per le stesse ragioni per cui in quest'anno l'Assemblea fiorentina deliberò l'annessione della Toscana al Piemonte.

Ci venne per caso sotto gli occhi un numero della Gazzetta di Firenze dell'11 di maggio 1848, e vi leggiamo: e Ieri sera alle ore otto i signori Lazzaro Compagni, avvocato Giuseppe Grossi, avvocato Tommaso Beverinotti ed avvocato Lorenzo Tacca, deputati della comunità di Massa e Carrara, ricevuti in udienza privata dal Granduca, presentarono a Sua Altezza Reale un indirizzo, col quale que' due municipii dichiarano, con nobile fiducia, di unire le loro sorti a quelle della Toscana».

Lo stesso fecero, con quella libertà ed indipendenza che suolsi godere in momenti di rivoluzione, gli altri municipi! delle provincie di Lunigiana e Garfagnana; e coloro che erano a quei dì ministri del Granduca non tardarono molto ad accettare e prendere possesso delle insorte città. La Concordia del 4° di maggio 1848 scriveva: «La Toscana non ha tanti riguardi; incorpora francamente, e già a Pontremoli è un commissario toscano. Come va la faccenda? Perché tante delicatezze ha il Piemonte?»

Almeno a queste incorporazioni non avesse preso parte pubblicamente il Granduca, che sarebbesi potuto dire il tutto opera de' rivoluzionari ministri, avvenuto contro la sua scienza, o almeno contro la sua volontà. Ma sgraziatamente gli annali legislativi della Toscana ci hanno conservato un decreto sottoscritto Leopoldo, e dato in Firenze il 12 di maggio 1848, decreto risguardante l'aggregazione delle provincie di Lunigiana e Garfagnana alla Toscana.

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La rivoluzione ha raccolto gelosamente quel decreto, perché, a suo tempo, se ne sarebbe servita contro il Principe che l'avea sottoscritto, e il Big. Zobi lo riferisce nella sua Storia civile della Toscana, toro. V. N° 96. Oggidì è gettato ip faccia agli amici del Granduca da Leopoldo Galeotti, ed essi debbono ammutolire, non sapendo che cosa rispondere a chi dice: i principii dell'Assemblea Toscana sono regole di Gius invocate ed applicate dallo stesso governo Granducale; «sono pure i principii che dettarono a Leopoldo II il decreto del 12 maggio 1848, col quale ordinava l'aggregazione delle provincie di Lunigiana o di Garfagnana» (Galeotti, l' Assemblea Toscana, pagina 68).

Di fatto questo decreto incomincia dal dire, che le popolazioni degli stati di Massa e Carrara, della Garfagnana e degli ex feudi di Lunigiana volevano congiungersi colla prossima Toscana; e che «di questo comune sentimento delle suddette popolazioni si fecero interpreti i varii governi provvisorii che si erano costituiti in quelle città e terre; e a noi si volsero, perché fosse accolto l'universale loro proposito di essere aggregati al Granducato».

«Ma parve a noi, ripigliava il Granduca, riceverle solamente in protezione, non consentendo l'animo nostro ad una formale aggregazione, consapevoli come noi siamo, che ampliare lo Stato non è per noi altro che accrescere la gravezza dei doveri, l'adempimento dei quali fu sempre l'unica ambizione nostra; e non volendo per modo alcuno preoccupare quel generale ordinamento delle italiane cose, che insieme provvegga al cornun bene della nazione, e al particolare delle famiglie di che essa è composta».

La protezione tuttavia non bastò nel 1848, come non basta nel 1859, e il Granduca proseguiva: e Dovremmo però ben tosto conoscere che uno stato incerto e mal fermo era dannoso ed increscevole a quei popoli; i quali, parte per universali acclamazioni, parte per via di Assemblee popolari, congregate a questo fine dai rispettivi governi provvisorii, tornarono a più fortemente esprimere il voto di essere stabilmente uniti e paritìcati ai popoli che la Provvidenza ebbe affidati alle nostre cure».

Perciò il Granduca Leopoldo II si credette in obbligo e di soddisfare a quel giusto e benevolo desiderio loro, il quale mentre tendeva ad accrescere e minuire per via di un politico legame quegli interessi scambievoli, che mai non poterono essere distrutti dalle separazioni di signoria, conduceva pili efficacemente a coordinare le riunite forze a quello scopo comune e supremo, al quale ora deve intendere tutta insieme la nazione».

Per le quali considerazioni il Granduca Leopoldo II, sul parere del Consiglio di Stato, e udito il Consiglio dei Ministri, decretava: t Ci siamo determinati di pienamente aderire agli espressi voti con aggregare, conforme aggreghiamo, al Granducato gli Stati di Massa e Carrara, e i territorii della Lunigiana e Garfagnana, ordinando che ci sieno proposti nel più breve tempo i modi convenienti ad introdurre in essi le leggi ed istituzioni governative ed amministrative del Granducato, onde le popolazioni dei medesimi sieno fatte partecipi di tutti i diritti che spettano ai Toscani .

Intanto il Duca di Modena gridava dal suo esilio a Leopoldo II; hodie mihi, cras tibi;

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e il domani venne ben presto, e fu il 27 di aprile del 1859. Il lettore avrà considerato come in quest'anno siasi riprodotto alla lettera contro il Gran duca di Toscana ciò che col suo consenso erasi fatto dieci anni prima contro il Duca di Modena. I delitti pubblici non restano mai impuniti quaggiù; talora la divina giustizia larda, ma giunge sempre in tempo per dare a' sovrani ed a' popoli dure, ma eloquenti lezioni.

La colpa di Leopoldo 14 nel 1848 fu un semplice tratto di debolezza, come la colpe di Luigi XVI sotto la rivoluzione francese; ma i re hanno da essere forti, risoluti, fermi sino alla morte, allora che gli indegni ministri loro propongono di sancire leggi o disposizioni contrarie alla giustizia sociale. E di questa fermezza, ne' giorni appunto di cui discorriamo, ci dava sublime e memorabile esempio l'immortale Pontefice Pio IX.

Conciossiachò anche al Papa proponevano i rivoluzionarii di allargare S confini dello Stato suo usurpando i possedimenti altrui, e il 29 di aprile del 14S Pio IX dichiarava nella sua allocuzione Non semel: «Il Romano Pontefice adopera tutti i suoi pensieri, cure, sollecitudini, affinché il regno di Cristo, che è la Chiesa, si accresca ogni giorno sempre più, non perché si allarghino i confini del suo principato civile, di cui la Divina Provvidenza ha voluto arricchire questa S. Sede, per rassicurare la sua dignità e il libero esercizio del suo Apostolato». E Pio IX tirava innanzi, rigettando sdegnosamente le offerte della rivoluzione, e amava meglio perdere la sua Roma, e andare esule in Gaeta, che togliere agli altri principi un palmo solo de' loro legittimi domini.

Ed oh! il Granduca Leopoldo II ne avesse seguito il nobile esempio! Avrebbe anticipato di qualche giorno il suo esilio, ma almeno non resterebbe nella storia un decreto, che è Tarma pia potente in mano de' suoi nemici, e la più dolorosa rimembranza per coloro che ne pigliano le difese. Fra questi si gloria d'essere Armonia, quantunque non abbia potuto aver libero ingresso in Toscana, sé non poiché n'era partito il Granduca. Noi disapproviamo l'opera di Leopoldo II nel 1848 a danno del Duca di Modena, ma per la stessa ragione non possiamo approvare quanto si fa oggidì dai rivoluzionarii contro il Granduca di Toscana. Gli effetti e te conseguenze del decreto del 12 maggio 1848 debbono servire di grande insegnamento, e s'ha da badare ben bene che i rivoltosi prima trascinano i re a segnare certi decreti, che poi invocano contro que' medesimi che li hanno sottoscritti. Così ora la rivoluzione dice a Leopoldo II: ex ore tuo te indico. Ci pensi seriamente il ano successore oggidì che ha la fortuna di non aver intorno cortigiani, ma soltanto fedelissimi servitori.

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COMPLIMENTI AUSTO-FRANCHI

SUL CADERE DEL 1859

(Pubblicato il 47 dicembre 1859).

L'anno 1869 incominciava con un complimento che l'imperatore Napoleone III foce «1 barone di Hubner, ambasciatore d'Austria a Parigi: «Sono dolente, gli disse l'Imperatore, che le nostre relazioni col vostro governo non siano più così buone come per lo addietro; ma vi prego di dire al vostro Imperatore ohe i miei sentimenti personali per lui non sono cangiati». Queste parole agitavano la Borse dell'Europa, commuovevano la Francia, stordivano i politici ed i diplomatici, e preludevano alla guerra ed alla rivoluzione dell'Italia centrale.

Ora che Tanno 1859 volge al suo termine, eccoti un nuovo complimento di Napoleone III all'ambasciatore d'Austria e viceversa. Il principe di Metternich, succeduto al barone di Hobner, il 15 dicembre assicurava che l'imperatore d'Austria attribuiva grande valore all 'amicizia personale di Luigi Napoleone, e desiderava di consolidare il buon accordo con lui: ed a sua volta l'Imperatore dei Francesi esprimeva la fuma fiducia che Francia ed Austria aumenteranno le loro relazioni amichevoli.

In mezzo a questi due complimenti stanno parecchie grandi battaglie, un buon numero di morti, e un numero maggiore di mutilati, a cui è di peso la vita, e madri disperate, e vedove Bella costernazione, e milioni e milioni mandati in fumo; e la spogliazione dei Principi di Toscana, Modena e Parma; e le Roma goe da cinque mesi ribellate al Papa; e l'Italia più disordinata che mai; e la rivoluzione divenuta più audace, e le sètte più rabbiose, e un'incertezza, una paura universale.

Al leggere l'ultimo complimento recatoci dal Moniteur viene spontanea la domanda - Che caso se n'ha da fare? - E si risponde: che i complimenti sono parole vuole di sento, e prive d'ogni importanza. Ma i complimenti di Luigi Napoleone non formano un'eccezione alla regola generate? Il complimento del primo dell'anno non avea invece un significato immenso, e non traeva con sé que fatti memorandi che abbiamo visto svolgersi ne' mesi successivi? E sedai primo complimento venne la guerra, perché non potrà essere il secondo foriero d'una stabile pace, di un'alleanza sincera austro-franca, e d'una vera ristorazione in Italia?

Tutte queste sono interrogazioni alle quali noi non sapremmo rispondere né si, né né; imperocché sulla fronte dell'imperatore Napoleone III sta scritto: mistero. Nessuno può indovinare la sua politica, né lo scopo a cui voglia riuscire. Da tanto tempo ha lasciato grandi speranze ai buoni ed ai tristi, ai conservatoti ed ai rivoluzionari, e gli uni e gli altri sperano tuttavia!

Emilio Girardin, in un suo recente opuscolo, intitolato: Napoléon III et l'Europe, esaminando la politica esterna della Francia, e non trovando il fine ultimo della politica Napoleonica, venne a questa conclusione, che Napoleone III non avesse uno scopo politico.

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Esteriormente, dice Girardin, l'Inghilterra ha una politica: smerciare i suoi prodotti. Una politica ha l'Austria: unirsi ed allargarsi un politica ha la Prussia: tener testa all'Austria, una politica ha la Russia: eseguire il testamento di Pietro il Grande. Ma la Francia è la sola tra le cinque grandi Potenze d'Europa senza una politica esterna.

E certo se si confrontano le grandi intraprese dell'imperatore Napoleone III non sembrano figlie dello stesso concetto, e si trova che in molte parti hanno uno scopo contraddicono. Voi lo vedete nel 1849 e nel 1859 ordinare in Italia due spedizioni affatto opposte; lo vedete prima combattere la Russia, poi stringersi con lei in alleanza; combattere nell'interno di Francia il governo libero, e poi sostenerlo in Isvizzera a danno della Prussia, e in Italia contro dell'Ali stria, la cui cavalleresca politica acclamava durante la guerra d'Oriente. Non si sa dire che scopo avesse la spedizione di Crimea, né dove mirasse la spedizione d'Italia, «Mi pare evidente, conchiude Girardin, che Napoleone III non abbia una politica, la quale gli serva di filo conduttore nel labirinto europeo, in coi è entrato, e da cui visibilmente non si sa più come uscire».

Ma forse la politica di Napoleone III è questa, di non lasciar capire quale sia la sua politica; ed in tal caso ha raggiunto perfettamente il suo oggetto. L'imperatore dei Francesi ama sorprendere, epperò si suole involgere nel mistero. Ha sorpreso la Francia col due dicembre; ha sorpreso l'Europa colla guerra di Italia; ha sorpreso il generale Giulav col passaggio del Po; ha sorpreso la rivoluzione coi preliminari di Villafranca; e forse oggidì studia una nuova sorpresa per assestare le cose di Parma, di Modena, di Toscana e delle Romagne. è l'unica spiegazione che noi possiam dare, volendo benevolmente spiegare la politica dell'Imperatore.

È una politica destra ed avveduta, ma non va scevra di grandi pericoli: perché chi cerca di sorprendere sempre, a suo tempo può venire sorpreso egli stesso, e cadere nel laccio teso altrui.

MACHIAVELLISMO DEL GOVERNO TOSCANO

(Pubblicato il 21 dicembre 1859).

Un manifesto ai Toscani, sotto la data del 46 dicembre, sottoscritto Ricasoli, Ridolfi, Poggi, Busecca, Salvagnoli, Cadorna, Bianchi, avverte che oggi, 20 dicembre, arriverà in Firenze il comm. Carlo BonCompagni, e che piglierà i seguenti titoli: Commendatore Carlo BonCompagni Governatore generale della Lega degli Stati indipendenti d'Italia; designato dall'augusto Principe Eugenio di Savoia; testimone ed amico del risorgimento italiano.

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Il compito del Governatore, secondo questo medesimo manifesto, sarà: l'Assicurare il risorgimento collo stringere viepiù le forze toscane»; 2° Aiutare coll'opera e col consiglio «a superare gli ultimi ostacoli, e a vedere messa in salvo l'indipendenza italiana»; 3° e Aiutare per compiere quell'uniformità di ordinamenti militari, che deve apparecchiare le provincie dell'Italia centrale a confondersi nel regno forte italiano da essa voluto (1)».

Eugenio Alberi in un suo scritto recente, stampato a Parigi, accusa tutti sette i membri del governo toscano di un'industre simulazione del vero (2). Di fatto se i Toscani tengono a memoria le parole dei loro padroni, saranno indotti dalla esperienza a mettere in dubbio la veracità dei manifesti del governo.

Il gonfaloniere di Firenze, il 3 di settembre, diceva ai Fiorentini di far festa, perché Vittorio Emanuele II aveva accettato d'essere Re della Toscana, e i buoni Fiorentini e gli altri Toscani festeggiavano, se sta vero ciò che ci raccontava il Monitore del 5 di settembre. Ora abbiamo dalla ditta Ricasoli e compagnia, che non solo il voto non è ancora accettato, ma che BonCompagni dee aiutare ad apparecchiare la confusione nel regno forte, ecc. Dunque le cose dette prima d'ora erano puro e pretto machiavellismo?

E così la pensa il signor Eugenio Alberi, il quale colle seguenti parole redarguisce all'i ndustre simulazione i governanti toscani:

«Voi vi dichiarate ministri di un Re, che tali non v'instituiva; voi amministrate, sentenziate, vincolate la fede pubblica a chi nulla di tutto questo vi chiede; e quando più ci obbligate a riconoscerlo e a rispettarlo per tale, voi primi date esempio di una irriverenza che ne distrugge il prestigio, imponendogli, non implorando, un Reggente, che non dovete, se egli è Re, che non potete nominare in suo nome s'egli non è.

«Voi dichiarate ai membri dell'Assemblea di reputarvi sicuri dell'accettazione del principe di Carignano, e con ciò li inducete a nominarlo, mentre a voi eran noti, come a me che scrivo, i documenti diplomatici che ve la dimostravano impossibile.

«Voi non vi peritale appresso di dichiarare che: S. A, R. il Principe Eugenio di Savoia Carignano si è degnata accettare la Reggenza deferitale dall'Assemblea toscana (3) nel tempo stesso che il Principe pubblicamente attestava di non potere con suo grande rincrescimento accettare il conferitogli mandato (4); attestazione che il ministro Dabormida, nella sua circolare del 14 novembre, illustrava colle seguenti parole: Conformemente alle intenzioni di S, M. t S. A. il Principe di Carignano non giudicò di dover accettare la offertagli Reggenza (5). «Voi, quando vien messo innanzi il temperamento del nuovo commissario BonCompagni, voi lo combattete,

(1) Monitore Toscano del 47 dicembre.

(2) La politica napoleonica e quella del governo toscano, per Eugenio Alberi (6 dicembre 1859).

(3) Monitore Toscano del 16 novembre.

(4)

Ivi Lettera del Principe di Carignano al commendatore BonCompagni.

(5) Monitore Toscano del 26 novembre.

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lo attraversate, lo spogliate d'ogni prestigio; la prima volta che vi mettete faccia a faccia col vostro Re, lo fate per contrastare una disposizione da lui consentita per un sentimento di benevolenza verso di voi (1); voi dichiarate di respingere la comunione delle altre provincie con una pertinacia che ha sembianza d'ira e di dispetto, e credete mostrarvi forti col ripetere per la centesima volta la singolare minaccia, che l'Europa avrà che fare con voi se non si piega ai vostri voleri I (2)».

Queste osservazioni ci sembrano molto giuste. Ma non è egualmente giusta la sorpresa del signor Alberi. Poteva egli aspettarsi un diverso procedimento da que' governanti, che avevano esordito la loro carriera pubblici, ordinando a spese dello Stato una nuova edizione di tutte le opere di Machiavelli?

NON TOCCATE

IL CONTE DI CAVOUR

(Pubblicato il 24 dicembre 1859).

Ci avvenne spesse volte di leggere sulle cantonate di Torino, che la sera dovea rappresentarsi in uno dei tanti nostri teatri una commedia intitolata: non toccate la Regina! Una commedia simile, che può intitolarsi: Non toccate il conte di Cavour, venne rappresentata in questa settimana sul gran teatro politico, che è oggidì il Piemonte, e gli attori comici furono l' Indipendente, lo Stendardo Italiano, la Società dei liberi Comizi e il Comitato Parlamentare. Tra gli attori che non parlano, entrarono il conte di Cavour, Urbano Rattazzi, il generale Garibaldi e simili. Siccome ornai la rappresentazione è finita, cosi noi passiamo raccoglierne i particolari, e renderne conto ai nostri lettori.

Lo Stendardo Italiano è un giornale nuovo, entrato or ora nell'incruenta arena aperta della stampa periodica. Ma per farsi un po' di posto in mezzo a tanti gladiatori, dovette servirsi de' gomiti, e procacciarsi quella pubblicità che procacciano gli scandali politici. È lo Stendardo, volendo levare un po' di rumore, mise la mano sul conte di Cavour, ed osò, orribile a dirsi! osò pensare, scrivere, stampare che il nostro presidente del ministero non avea né ristorato le nostre finanze, né liberato l'Italia, né guadagnato la battaglia di Solferino, né schiacciato l'Austria, né incatenato la diplomazia europea.

Potea darei più grave sacrilegio? In momenti così solenni, mentre fé nostre sorti pendono dal conte di Cavour, osare di metterne semplicemente in dubbio la perizia, l'italianità, la potenza, la gloria! Lo Stendardo s'ebbe la pubblicità d'Erostrato, e tutti gli furono contro deliberati dì farlo a brani.

(1) Circolare Dabormida.

(2) Monitore Toscano del 5 dicembre. E qui domando: faremo noi per avventura la guerra anche al Re di Sardegna s'egli dovesse un giorno dichiarare di non poterci accogliere suoi sudditi? (Nota del signor Alberti).

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L'Indipendente, inispecie, lo convenne di lesa nazionalità per aver osato di vituperare il nome più autorevole del Piemonte, il nome più simpatico all'Italia.

Qui entrò in iscena il Diritto, e fu scandolezzato a sua volta, da (ali parole dell'Indipendente. Non già che il Diritto stesse per lo Stendardo% o pel conte di Cavour, giacché esso avea deliberato di serbarsi neutrale, in questa questione; ma non sapea comportare, che l' Indipendente dichiarasse il conte di Cavour il nome più autorevole del Piemonte, stante che il nome del Re era più autorevole di quello di Sua Eccellenza; e poi non bisognava dimenticare Giuseppe Garibaldi, che sta sulle rive del lago di Corno, e con un milione di fucili, che avrà domani, darà almeno tanto autorevole, quanto il conte di Cavour.

L'Indipendente si scandolezzò di cosiffatti confronti, e riguardo al Re rimandò il Diritto a studiare lo Statuto e il Galateo; e per ciò che riguarda il generale Garibaldi, l' Indipendente se ne uscì pel rotto della maglia, dicendo che, «per buona fortuna, Cavour, Garibaldi e Rattazzi non cercavano nel Diritto o nello Stendardo le loro ispirazioni».

Mentre tali cose avvenivano in pubblico, il secondo atto delta commedia rappresentavasi nell'interno d'una casa tra le due società elettorali, intitolate l'una: i Liberi comizi, e l'altra: Comitato parlamentare. Amendue queste associazioni sono composte di deputati, i quali, nelle elezioni che seguiranno, desidererebbero di rimanere deputati, tanto più oggidì che dall'uffizio di deputato a quello di governatore non v'è che un passo. E le due società, combinando nello scopo, stavano per fondersi insieme e cominciare il lavoro viribus unitis. E la fusione era per operarsi, allora quando Io sciagurato Stendardo profanò il sacro nome del conte di Cavour.

Audacia imperdonabile! 11 conte di Cavour domani può ritornare al Ministero, e allora che cosa farà il Comitato parlamentare? I signori che lo compongono non tardarono a radunarsi ed emisero all' unanimità la seguente deliberazione riferita all' Indipendente del 22 di dicembre:

«Considerando che scopo dell'unione degli uomini sinceramente liberali è progressivi debb'essere quello di rendere possibili tutte le capacità schiettamente devote allo Statuto e all'Italia;

«Considerando che per il titolo del giornale Io Stendardo Italiano, cosi espresso, Giornale politico della Società Costituzionale Italiana i liberi comizi, debb'essere inteso che i membri di essa società assumano la responsabilità«degli articoli pubblicati nel loro giornale:

«Visto l'articolo dello Stendardo delli 20 dicembre 1859, intitolato: Il programma del Connubio;

«Ritenuto che quell'articolo, e per la sostanza e per la forma, tende a rendere impossibile quella concordia, che è la prima necessita della parte liberale, come debbe essere la prima aspirazione d'ogni onesto cittadino, mira a sostituire questioni di persone e di rivalità individuali allo svolgimento dei principii, ai quali deve informarsi una politica sinceramente costituzionale ed italiana, e contiene oltraggiose ed

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insussistenti imputazioni ad un uomo alta ente benemerito della causa nazionale.

«Per questi motivi l'Assemblea unanime delibera:

«È sciolta ogni trattativa coi Liberi Comizi.

« Firmati: Alvigini - Ara Casimiro - Bonintendi - Berlini-Boggio Pier Carlo - Borella - Bottero - Brunet - Gnalis - Chiapusso, avv. - Chiaves Desiderato - Cornerò Giuseppe - Crosa Saverìo - Franchi di Pont - Mamiani Terenzio - Montezemolo Enrico - Notta - Pateri - E. Pistone - Riccardo Ernesto - Richetta Nicolo - Tecchio Sebastiano - Vicari - Gerboglio».

Lo Stendardo tenne l' Indipendente come promotore di questo tafferuglio e gli piombò addosso acconciandolo come Dio vel dica. l' Indipendente aveva parlalo del Calcio dell'Asino; e lo Stendardo gli rispose colle Carezze dell'Asino; Esopo di qua, ed Esopo di là, amendue ci ricondussero concordemente ai tempi degli Animali Parlanti. Non abbiamo trovato gran che nell'uno o nell'altro giornale che meriti di essere ristampato, se non è questa saviissima sentenza dello Stendardo:

«Quello che abbiamo detto e che vogliamo ripetere è questo: Che un nobile paese come il Piemonte si farebbe poco onore in cospetto alla Europa se fosse vero che in Piemonte si credesse che le sue sorti, la sua libertà, l'onor suo non hanno che un sol uomo per proteggerli, difenderli, sostenerli; quando il paese fa un torto così grave a se medesimo, è un paese perduto, perché non ha più che a mettersi ai piedi di questo unico uomo per vivere; ed un popolo che si mette ai piedi di un uomo, non è un popolo libero, o se lo è, merita di essere schiavo».

Ad ogni modo lo Stendardo finisce per battere in ritirata, giacché annunziando come definitiva la nomina del conte di Cavour quale nostro rappresentante al Congresso di Parigi, dichiara che cesserà da questo punto di discutere il conte di Cavour. Non sappiamo se questa dichiarazione sarà bastante per rappattumare i liberi comizi col comitato particolare. Temiamo che no, e in fin dei conti lo Stendardo Italiano verrà sacrificato, e scenderà nella tomba, lasciando ai suoi nipoti per avviso il titolo della commedia: Non toccate il conte di Cavour!

Fin qui noi ci siamo contentati di scrivere storicamente questa pagina del risorgimento italiano, la quale prova essa pure il primato morale e civile dei nuovi Pelasgi. Né ora che abbiamo terminato la narrazione, ci piace di entrare nella disputa, e dire il nostro avviso sul conte di Cavour. Egli, due giorni prima che cessasse di essere ministro, sopprimeva l' Armonia recandoci gravissimo danno, e noi non vogliamo che le nostre parole possano aver l'aria d'una bassa vendetta.

Tuttavia questo possiamo e vogliam dire, che i liberali s'ingannano a partito dandosi a credere che il conte di Cavour nel secondo Congresso di Parigi possa rifare ciò che ha fatto nel primo. Essi partono da un falso supposto, e stimano che il conte di Cavour siasi servito dell'Imperatore dei Francesi pel meglio dell'Italia; laddove il fallo è che Napoleone III si valse del conte di Cavour per effettuare i suoi disegni.

Non è da ieri che Napoleone III pensava alla Lombardia. Fin dal 1850, quando era semplice presidente della repubblica francese, si opponeva fortemente all'Austria, che volea incorporare il Lombardo-Veneto nella Confederazione germanica.

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Allora il Bona par le pensava al giorno in cui avrebbe mosso guerra all'Austria sui piani lombardi, e non volea trovarsi a fronte l'esercito federale.

Il paziente, ma tenace Imperatore riconobbe nel conte di Cavour l'uomo che avrebbe potuto servirlo, e se ne valse. A Villafranca però il nostro Conte era un arando spremuto, per usare un'antica frase dell'Indipendente, e fu gettato via. Ora il rimetterlo sul cancelliere non istà né al nostro ministero, né ai liberi comizi, né al comitato parlamentare. Il conte di Cavour andrà, se volete, a Parigi, ma finirà per perderci quel po' di riputazione che gli è rimasta. Il vento che tirerà sulla Senna nel 1860 è ben diverso da quello del 1856, e lord Russel e lord Palmerston che conoscono assai bene la rosa dei venti, non vogliono pigliar parte al Congresso.

Se il conte di Cavour è quel destro e perspicace personaggio che dicono, non andrà per verun conto a Parigi. Imperocché egli non potrebbe andarvi se non con uno di questi doe divisamenti; disfare gli accordi di Villafranca, o sottoscriverli. Ma quanto al disfarli non è possibile che l'onorevole Conte senta così altamente di sé da riputarsi capace di ciò. Quanto poi al sottoscriverli, il conte di Cavour si darebbe la zappa sui piedi, e canterebbe la palinodia aderendo a quei trattati che nel luglio avea disapprovato così solennemente da abbandonare perfino il ministero.

Per parte nostra desideriamo vivamente che il conte di Cavour venga inviato ed accettato a Parigi. Imperocché noi siamo intimamente persuasi che troverà colà ciò che si merita, e o di buona, o di mala voglia riparerà le sue disorbitanze e le sue note verbali del 1856.

L'ARCIVESCOVO DI FIRENZE

AL BARONE RICASOLI

Pubblichiamo la seguente lettera di Monsignor Arcivescovo di Firenze al ministro dell'interno, nella quale viene esposto come da una parte il governo locano lasci libero il freno alla propaganda protestante, e dall'altro metta incagli d'ogni maniera ai difensori della Chiesa Cattolica.

« A S. E. il Presidente del Consiglio dei Ministri,

Ministro dell'interno a Firenze,

«Quando l'editore dell'opuscoletto: La Chiesa Cattolica Romana è la sola vera Chiesa di G, C. stampato pili volte in Firenze, mi venne narrando che il Regio Ministero dell'interno gliene avea vietala la pubblicazione, io non volli prestargli fede, cotanto mi pareva strano! Ma quando poscia mi recò la partecipazione che di questo divieto gli avea fatta per iscritto il signor delegato di S. Giovanni, bisognò bene che vi credessi.

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Ignoro se questa risoluzione discenda direttamente dall'E. V. , o, come par più probabile, dallo zelo indiscreto di qualche ufficiale subalterno; ma, comunque sia,sento il dovere e il bisogno di prendere quest'occasione per alzare la pastorale mia voce, e dismessa la paziente longanimità che taluno. ha chiamata fiacchezza, parlarvi con quella cristiana libertà che si conviene a me perché Vescovo, e a voi non mono, cui la pubblica voce predica un di que' pochi, ai quali, perché privilegiati di alti e virili spiriti, (e franche parole e i forti fatti piacciono a meravìglia.

«Voi siete cattolico, e reggete un popolo cattolico; vi corre dunque obbligo di amare e favorire sapientemente la conservazione e l'incremento della fede che professate. Dissi sapientemente, perché non vi diate a credere che io in tenda accattare da voi per la religione e per la Chiesa quell'insidiosa tutela che inceppa o avvilisce, e molto meno quella specie di protezione, che, essendo tutta in perseguitare e tormentare gli sventurati che la disconoscono, non servirebbe ohe a renderla odiosa. Ma quella savia e provvedente sollecitudine, la quale, caldeggiando le benefiche istituzioni della Chiesa, rispettandone i sacri ordinamenti, onorandone i ministri, e agevolandone la libera azione, conferisce a crescerla in riverenza ed efficacia con profitto grande dello stesso consorzio civile, questa io, Vescovo, a voi, governante cattolico, ho tutta ragione di richiedere. Ma lo dovrò io dire? Sia colpa d'uomini o di tempi, sembra che questa ragionevole e giusta predilezione abbia ceduto il luogo al sentimento contrario, e che, tranne certe lustre ed invenie per cerimonia, si procacci nel resto di avversare, indebolire e impacciare l'azione cattolica.

«Non vi può essere ignoto, che da qualche tempo sono state aperte in questa città, con scandalo immenso dei buoni, pubbliche scuole di errore (dico pubbliche, perché dove si fa a chicchessia abilità ed invito ad entrare, il luogo è pubblico, eziandio se ad un uomo o società privata appartenga); e che vi si allettano con ogni maniera di argomenti, non escluso quello del danaro, persone di ogni età e di ogni classe, e a preferenza la povera e rozza plebe e gli inesperti giovinetti, più facili ad essere carucolati dalle seduzioni e agguindolati dalle sofisme de' predicanti. Lascio ai politici di giudicare se la tolleranza civile dei culti abbia ad allargarsi sconfinatamente così, che lasci adito a proselitismo tanto sfacciato e corrompitore; se conferisca ad abituare nel popolo quelle maschie virtù e quello spirito di annegazione e di sacrificio al dovere, che pur fa d'uopo ad esser liberi e forti l'adusarlo a mettere a prezzo ogni cosa, sin la coscienza; se metta bene, in luogo d'infervorare la fede che opera miracoli, il gettare nelle anime il dubbio che isterilisce, o la miscredenza che imbestia; giacché, abbiatelo bene a mente, dubbio e miscredenza son per il popolo gli ordinarii portati delle controversie e dispute religiose, massimamente agitate in nome d'una dottrina, la cui essenza è la negazione; se, al postutto, sia prudente nelle presenti condizioni d'Italia, che tante e sì diverte ire bollono ed imperversano, l'aggiungere un fomite così tremendo o pericoloso come quello delle offese coscienze e delle passioni religiose. è agevole il deciderlo. Ma io domanderò a voi, perone laddove gente uscita da Napoli o da altri paesi sermoneggia furiosamente, sciente e tollerante il governo,

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contro l'antica e benedetta fede dei nostri padri, si vieta poi che sacerdoti e cattolici salgano il pergamo a esplicarla e difenderla, se non sono Toscani?

(6)

«La cittadinanza di alcuna parte del forte Regno costituzionale italiano, sin dalle stesse antiche o nuove provincie governate dal Re eletto, non suffraga; ci vuoi proprio il diploma di schietta toscanità, quasi la parola e il sacerdozio cattolico, come altri già sofisticò del giure ecclesiastico, si possano restringere dentro gli angusti confini d'una provincia, lo vi domanderò perché, mentre i nuovi predicanti vituperano impunemente nelle loro pubbliche arringhe il Clero cattolico, e stimolando turpi e feroci passioni lo mettono all'uditorio in sospetto ed in odio, quasi che egli ad usufruttuario l'ignoranza e la balordaggine dei popoli venda loro ciuffolo per dogmi, abbominevoli o ridicole superstizioni per sacramenti e per culto, un'immonda baldracca (rabbrividisco a pensarlo ) per l'ideale della più cara,. pura, soave e santa beltà, non abbia poi ad esser concesso ad un fervente sacerdote, ad un zelante parroco lo sfolgorare dal palpito le orrende bestemmie che si odono tuttodì, gli insulti abbonii ne voli con che si disonesta a voce ed in iscritto, per le piazze e pei trivi, la sacra persona ed autorità del Sommo Pontefice, senza che appostati delatori, spesso ignoranti, maligni sempre, appuntata nella memoria la paroluzza o la frase non ben misurata o anche distorta a malizia, non corrano ratti a farne ai tribunali denunzia, con poscia il processo, i moniti e le vessazioni? Perché, mentre si stampano francamente e pubblicamente si vendono a poco a poco giornaletti, libercoli, calendari, dove l'empietà usa il suo soverchio, guastando con sozze e villane parole e con più sozze e villane figure non pur l'intelletto e l'animo del nostro popolo, ma penino quell'abito di schietto buon senso e di squisita gentilezza onde va segnalato fra gli altri, avvezzandolo a gettarsi dopo le spalle ogni reverenza e sotto i piedi ogni autorità, abbia poi ad esser vietato come veleno un libretto di poche pagine, che in un modo facile, piano e a guisa di catechismo, rammenta una grande ed importante verità, e avverte i buoni a cessare i peri» coli di che l'errore li minaccia? Che giustizia, di grazia, è mai questa? Che forse, come ne fu resa da taluno ragione, la pubblicazione di questo libretto avrebbe recato offesa agli avversari della nostra comune credenza? Oh sì, la verità all'errore non piace, ma che per questo? Si dovrà bandir dalla terra, o chiuderle a doppio sigillo in bocca? Disapprovo anch'io quello zelo dissennato e torbido ohe crede aver tirato un gran punto quando ha armato la rabbia a difesa della verità, ed ha vuotato l'ignobile faretra d'ingiurie, senza addarsi che per tal guisa disonora la santa causa cba vorrebbe difendere; ma quel libretto non è cotale, e se fosse stato, non l'avrei di certo permesso. Ma fosse anche stato: domando di nuovo, perché tanta delicata tenerezza per pochi discordi fra noi e fra loro, e nessuna per tutto il resto che consente nei cattolici dogmi? Avvisate voi forse che un duro callo copra la coscienza di questi, e che non sia acerbamente offeso il loro cuore da quegli svergognati articoli, da quelle indegne caricature che son lasciate correre liberamente per le mani di tutti? Da quegli empii libri che vengon di fuori, e, tolto loro da voi anche l'ultimo ritegno, dilagano senza misura? Da quelli che i nuovi predicanti si affaccendano a diffondere, vendendoli a poco a poco o eziandio regalandoli, e che son tutti pieni di veleno e di calunnie,

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di scede invereconde contro il Papa, contro i preti, contro i Santi, contro i Sacramenti, contro ogni cosa a noi pia cara e santamente diletta? Dalia Roma empia, per esempio, dalla Camarilla, dal Prete e la Donna, dal Gallo di Cai fosso, dagli Errori della Chiesa di Roma combattuti colla parola di Dio, dalla Bibbia in prigione, e da altri siffatti? Oh sapeste, Eccellenza, con che profonde e brucianti punture feriscano questi fatti il cuore, non pure di forforosi credenti, ma di quelli altresì nei quali le distrazioni del mondo parevano avere addormentala la fede seminatavi e cresciuta dalla pietà delle madri, oh! sapeste, quanto disdegno si accumuli e vada gonfiando minacciosamente per tanto incomportabile licenza, che pib non potrebbe per aperto favore 1 Io ne sono spaventato tanto, che ho creduto debito di Vescovo e di cittadino il portare a pazienza la taccia di codardo piuttosto che gettare una favilla, cui gran fiamma forse seconderebbe; e in luogo di sfogare, come d'ogni parte forte mi stimolavano, il mio immenso dolore al cospetto del pubblico, certo che la mia voce troverebbe un eco solenne nell'uni versale, ho preferito di rivolgermi a voi solo, richiamandomene alla vostra religione, alla vostra sapienza politica, alla vostra giustizia. Deh! porgetemi ascolto, e se vero anche fosse quello che taluni amici vostri van buccinando, ma che io credo calunnia, che desiderio e speranza di gratificarvi per le bisogna politiche una grande Potenza vi è ragione a postergare il vostro debito di cristiano e ad offendere il senso religioso dei vostri concittadini, deh! vi ricordi che anco i giudei avendo, per interesse del paese e della nazionalità loro, rigettato il regno di Dio, si persero l'uno e l'altro.

«Quanto a me, costituito da Dio e dalla Chiesa custode della fede di questa insigne città e di questo popolo generoso e per religiose glorie celebratissimo, sono fermo di compiere tutto intiero il mio debito; ed esauriti senza profitto i miti temperamenti della prudenza, per quella stessa carità che mi ha fatto dolce e pieghevole alle condizioni dei tempi, finché non pericolando la fede, la coscienza mel consentiva, assumerò quello zelo animoso che si conviene a combattere le battaglie del Signore. Sono pronto a tutto, e so che quando fui consacrato Vescovo, mi votai alle angustie, ai travagli, alle persecuzioni e al martirio. E come promessi, così, coll'aiuto di Dio farò.

«Scusi V. E. la franca libertà del mio dire; ma ho creduto, così facendo, onorarvi. Dio vi ispiri consigli di bene, come le doli che adornano l'animo vostro lo fanno desiderabile a tutti, e a me specialmente, che vi ho per mio figliuolo in Gesti Cristo, e che sarei lieto di porgermivi in effetto, quale io godo oggi di proferirmi,

Dall'Arcivescovado, il 9 dicembre 1859.

« Di V. E. devotissimo Servitore

« Firmato Giovàcchino, Arciv. di Firenze.

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L'OPUSCOLO

IL PAPA E IL CONGRESSO

(Pubblicato il 25 dicembre 1859).

Tra i peggiori opuscoli politici che vennero in luce in questi ultimi tempi a Parigi, pessimo è quello che porta il titolo: II Papa e il Congresso; opuscolo a cui si attribuisce un'alta ispirazione, e che già riscosse gli applausi del redattore capo del Constitutionnel e del Times. Noi non sappiamo chi ne sia l'autore; certo lo scrisse chi sente contro il Papa un odio infernale.

L'ipocrisia è il carattere dominante dell'opuscolo di cui discorriamo: Esso incomincia col fare al Papa sperticate riverenze, e finisce col gettargli contro il più grande insulto. Dichiara nell'esordio che il potere temporale del Papa è necessario dal lato religioso, e indispensabile dal lato politico, e conchiude nella perorazione che il Congresso europeo è un imponente arbitrato chiamato a giudicare la causa del Papa!

Prima però di giungere a questa conclusione, la quale sottomette il Papa al giudizio delle grandi Potenze, l'autore dell'opuscolo viene piantando qua e colà i più tristi principii. A suo avviso il dominio temporale del Papa è una necessità bensì, ma una dolorosa necessità. Donde ne deriva l'obbligo di conservarlo, e il bisogno di restringerlo. L'autore chiede che il dominio temporale del Papa sia ristretto a Roma ed al Patrimonio di San Pietro. Approva perciò la rivoluzione delle Romagne, e prepara quella delle Marche.

Questo disegno è doppiamente ipocrita, e dal lato religioso, e dal lato politico. Dal lato religioso vuoi togliere ogni indipendenza al Papa; dal lato politico vuoi perpetuare in Italia e in Europa la rivolta e la guerra.

Se il Papa ha bisogno di un regno temporale per l'esercizio del»uo potere spirituale, questo regno deve essere bastantemente ampio, in guisa che il Romano Pontefice sia re davvero, e non abbisogni di nessuno. Ora ridotto il Papa a un brevissimo territorio non è più re indipendente. Diffatto l'autore stesso dell'opuscolo riconosce la necessità per parte delle Potenze cattoliche di pagare al Papa una rendita considerevole come tributo di rispetto. Un re che non può vivere senza i soccorsi altrui, che re è egli mai?

E poi se taluna delle Potenze cattoliche, anche dopo d'essersi obbligata a pagare il tributo di rispetto col tempo non volesse più soddisfare all'obbligo suo, che si farà egli mai? Per esempio, Carlo Emanuele III, re di Sardegna, con un Concordato del 5 di gen. 1741, stretto con Benedetto XIV obbligavasi a pagare un tributo al Papa, ed è dal 1850 che noi paga più. Che cosa ha da fare Pio IX? La guerra al Piemonte per averne ciò che gli spetta?

L'autore dell'opuscolo: Papa e il Congresso, vorrebbe mettere il Santo Padre rispetto a tutte le Potenze cattoliche nella condizione medesima in cui si trova rispetto alla Sardegna. Si sa che cosa sia un Clero stipendiato, e il cattolico francese vorrebbe in sostanza stabilire un Papa stipendiato! Tutte le oneste persone protesteranno contro pi reo disegno.


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Ma ridotto il Papa a Roma e al Patrimonio di S. Pietro, credete voi che i rivoluzionari resterebbero in pace? Non avete letto ciò che Mazzini scriveva testé a Giovani d'Italia? «Voi dovete muovere innanzi al grido di Roma, Roma! Qualunque s'attentasse parlarvi d'un'Italia senza Roma a centro, o dettarvi legge d'altrove, sarebbe simile a chi volesse ideare vita senza core, e leggi e potenza sparirebbero al primo soffio di tempesta dalle sue mani».

Dunque il Papa ridotto a Roma e al Patrimonio di S. Pietro non sarebbe più sicuro dagli assalti della rivoluzione di quello che sia presentemente. E allora che si farà per soccorrerlo? S'interverrà armata mano? E in tal caso perché non s'interviene presentemente nelle Romagne? L'intervento armato o è giustificabile ora, o non Té mai. Ma, nel concetto dell'autore dell'opuscolo: Papa e il Congresso, noi sarebbe mai, e Mazzini imperante in Roma dovrebbe rispettarsi per le stesse ragioni, per le quali si rispetta oggidì Farini imperante in Bologna!

Volete conoscere il fine ultimo di chi vuoi ridurre il Papa a Roma e al Patrimonio di S. Pietro? Ve lo dirà chiaramente il primo Napoleone, in una lettera che egli scriveva al Direttorio esecutivo: «lo credo che Roma privata che sia una volta di Bologna, di Ferrara, della Romagna e di trenta milioni che noi le portiamo via, non possa più sostenersi; questa vecchia macchina si scomporrà da se stessa (1)».

Oggidì si muove al Papa il più scellerato assalto di cui si legga esempio nella storia. Il primo Buonaparte almeno imprigionava il Pontefice, e lo spogliava senza infingimenti. Ora certuni vogliono imprigionare e spogliare il Papa dandosi l'aria di esserne gli amici e i protettori!

L'autore dell'opuscolo: Papa e il Congresso, invoca il trattato di Tolentino per togliere al Papa le Legazioni. Ma fin dal 90 di ottobre del 4814 il Cardinale Consalvi in una sua nota rispondeva: «Che un assalto non provocato contro uno Stato debole, che avea proclamato la sua neutralità, non potea venir chiamato guerra, e che un trattato, conseguenza di un simile assalto, era essenzialmente nullo, e come non avvenuto (2)».

Chi oserebbe invocare contro il Piemonte Patto di re Carlo Emanuele IV, il quale, addì 9 dicembre del 1798, dichiarava di rinunziare in favore della Francia all'esercizio di ogni sovrano potere? Ebbene ha lo stesso valore il trattato di Tolentino, perché fu provocato dalle medesime cause. 0 la borsa o la vita, fu detto a Pio VII, come a Carlo Emanuele IV; e l'uno e l'altro, per conservare la vita, consegnarono la borsa. Ed ora s'osa invocare un fatto simile? S'osa dire à un Congresso europeo di sancirlo?

Del resto un autore non sospetto di clericalismo, Leopoldo Galeotti, dichiarò che il sistema del trattato di Tolentino riuniva in sé il triplice svantaggio

(1) Artaud, Storia di Pio VII; vol. I pag. 52.

(2) Histoire du Congrès de Vienne tom. II, pag. 848:

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dell'impossibilità, dell'ingiustizia e del danno (1). I quali giudizi sono applicabilissimi al sistema proposto dall'autore dell'opuscolo: Papa e il Congresso.

Sebbene tutti i giornali affermino che quest'opuscolo espone la politica di Napoleone III, noi però noi vogliamo supporre, perché senza essere grandi ammiratori del Bonaparte, non possiamo indurci a credere che, dopo tali e tante promesse e solenni dichiarazioni, egli possa nutrire in cuore disegni così ostili contro la S. Sede.

Checche ne sia, è bene ripetere ciò che testé dicea un giornale spagnuolo: Napoleon propone y Dios dispone. Il primo Napoleone aveva proposto di togliere primate Legazioni al Papa, e poi Roma e il Patrimonio di S. Pietro. Ma Dio dispose in modo le cose ohe nel Congresso di Vienna «la Francia colle sue raccomandazioni contribuì a far rendere al Papa le tre Legazioni di Bologna, Ferrara e Ravenna, nelle quali la Prussia aveva da principio proposto di trasferire il Re di Sassonia (2)»; e l'articolo 103 del trattato di Vienna disse: «La S. Sede rientrerà in possesso delle Legazioni di Ravenna, di Bologna e di Ferrara». Napoleone avea proposto, e Dio ha disposto.

ALTERNATIVE DIALETTICHE

DELLA POLITICA FRANCESE

(Pubblicato il 28 dicembre 1859).

Ci par giunto il momento di ricordare ai nostri lettori alcuni fatti e alcuni detti di Luigi Napoleone, principalmente sulla questione che suoi dirsi romana, per abbreviazione di discorso, ma che è questione cattolica, apostolica, romana. Noi non vogliamo fare nessun commento, né dar luogo a veruna insinuazione, sibbene scrivere come un episodio della rivista retrospettiva ohe abbiamo già cominciato, e ohe ripiglieremo domani. Ecco adunque poche citazioni.

Dopo il trionfo di Pio VII e la caduta di Napoleone I, i più prossimi congiunti del grande Imperatore recaronsi a Roma, dove ritrovarono protezione e amore per parte del Pontefice Re, laddove una legge proibiva, sotto pena di morte, l'ingresso in Francia a tutti i membri della famiglia imperiale.

Pio VII era ancora in viaggio, e già ordinava di accogliere con affettuosi onori madama Letizia, madre del primo Napoleone, la quale avea chiesto un asilo in Roma. Luciano, che avea egli pure ottenuto di riparare in Roma, scriveva l'11 di aprile del 1814 una lettera di congratulazione al Pontefice pel suo ritorno nei proprii stati, e terminava chiedendo la benedizione per se e per la sua famiglia, e riservandosi di ridomandarla quando fosse prostrato a' piedi del S. Padre»

Di fatto Luciano Bonaparte prestava giuramento, il 2 di settembre 1814, come feudatario della S. Sede, e riceveva l'investitura di Canino.

(1) Della sovranità e del governo temporale dei Papi; pag. 191.

(3) Histoire du Congrès de Vienne; loc. cit.

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Anche Ortensia Eugenia di Beauharnais, moglie di Luigi Bonaparte, e madre di Napoleone III, oggidì Imperatore dei Francesi, riparava in Roma con i due suoi figli Luigi e Carlo Luigi, i quali amendue per giovanile traviamento ripagavano il Papa della paterna ospitalità che n'avevano ottenuta........ Luigi Napoleone Bonaparte moriva a Forlì il 17 di marzo del 1831, e Carlo Luigi, che è presentemente Imperatore dei Francesi,potea........ ma otteneva la libertà del Papa Gregorio XVI, il quale profetizzò ch'egli avrebbe reso dei grandi servigi alla Chiesa, profezia avveratasi nel 1849 per la ristorazione di Pio IX.

Nel 1831 Luigi Napoleone, morto a Forlì, scriveva a Gregorio XVI la lettera, di cui parlò, non è molto, il Moniteur di Parigi, e Luigi Carlo, oggidì imperatore, scriveva sotto la data del 28 di febbraio un'altra lettera al generale Sercognani, nella quale chiamava causa sacra l'insurrezione delle popolazioni romane contro il Papa.

Nel 1833 Luigi Napoleone non voleva più rigenerare l'Italia, ma la Polonia,e scriveva, sotto la la data dell'11 di agosto, un Indirizzo agli esuli polacchi,dicendo che ogni nobile anima essendo cacciata in esilio, andava superbo di appartenere alla tribù dei proscritti. Caienna................

Nel 1836 Luigi Napoleone, dopo i fatti di Strasborgo, salvava la vita e veniva soltanto bandito in America da Luigi Filippo; e profondamente commosso il Bonaparte di sì generosa clemenza, prometteva sul suo onore di non cospirare mai più. Il fatto di Boulogne................

Nel 1848 espulso Luigi Filippo, eccoti tosto in Parigi Luigi Napoleone, ma «per seguire la bandiera della repubblica e darle prova di devozione», come egli scriveva al governo provvisorio sotto la data del 28 di febbraio. E più tardi, il 24 di maggio, dichiarava all'Assemblea: e In presenza della sovranità nazionale non posso né voglio reclamare cosa alcuna oltre i diritti di cittadino francese».

Nella circolare indirizzata agli elettori, addì 29 novembre 1848, Luigi Napoleone, candidato alla presidenza, diceva: «Non deve esistere ambiguità tra me e voi. Io non sono uomo ambizioso che sogni l'Impero. Educato in libere terre ed ammaestrato dalla sventura, rimarrò sempre fedele ai doveri che m'impongono i vostri voti, e la volontà dell'Assemblea. Ove io fossi eletto presidente, m'impegnerei sull'onore a cedere, dopo quattro anni, a chi mi succedesse un potere fatto più forte e la libertà intatta».

Nei primi giorni di dicembre del 1848 Luigi Napoleone dichiarava in una lettera indirizzala all' Univers, e che il mantenimento della sovranità temporale del Capo venerabile della Chiesa era intimamente collegato collo splendore del cattolicismo, e colla libertà, e coll'indipendenza dell'Italia».

Prima che Luigi Napoleone fosse eletto presidente della repubblica francese il generale Cavaignac avea divisato una spedizione a Roma per tutelarvi la sicurezza del Papa. Il Bonaparte però non approvava tale intrapresa, e il 2 dicembre del 1848 scriveva: e Non potrei dare il mio voto ad una dimostrazione militare nociva agli stessi interessi che intende proteggere».

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Tuttavia egli continuava gloriosamente l'opera incominciata dal generale Cavaignac, e quattro mesi dopo quest'ultima dichiarazione le truppe francesi sbarcavano a Civitavecchia.

Nel 1849, addì 26 di aprile, il presidente Luigi Napoleone scriveva un suo proclama al generale Oudinot di Reggio, dichiarando che t non era suo intento di esercitare su Roma un'opprimente influenza».

Pochi mesi dopo, cioè il 18 di agosto, indirizzava una lettera ad Edgardo Nev nella quale il Bonaparte pretendeva di imporre al Papa e generale amnistia, amministrazione secolare, l'adozione dei Codici francesi e liberale governo t.

Ma poco dopo le cose di Francia chiamarono a se tutta l'attenzione di colui che stava per divenire Napoleone III. Egli conchiudeva il suo primo messaggio del 31 dicembre 1849, dicendo: Saprò meritar la fiducia della nazione, conservando la Costituzione che ho giurata».

In un secondo messaggio del 12 di dicembre 1850 profferiva solennemente queste parole: «Se nella Costituzione sono difetti e pericoli, è in potere di voi tutti il torli via. lo solo, vincolato dal mio giuramento, mi sento in dovere di tenermi strettamente nei limiti della medesima Costituzione».

Il 2 dicembre del 1851 avvenne il celebre colpo di Stato. Il 28 di aprile del 1852 Luigi Napoleone, principe presidente, scrivea un messaggio all'Assemblea, gloriandosi che finalmente fossevi in Francia «un governo animato dalla fede e dall'amore del bene, che riposa sulla religione, sorgente d'ogni giustizia».

Dopo di essere state parecchie volle smentite le voci che correvano sul prossimo impero, finalmente il 9 di ottobre del 1852 il Principe Presidente dichiarava: «Certe persone dicono: l' Impero è la guerra; io dico: l' Impero è la pace». E il 2 dicembre 1852 proclamasi il Bonaparte Imperatore dei Francesi sotto il nome di Napoleone III. Le guerre d'Oriente e d'Italia........

Il nuovo Imperatore desiderava di essere incoronato in Francia da Pio IX, come fu lo zio da Papa Pio VII, ma non poté ottenere la soddisfazione di questo suo desiderio.

Poi nel Congresso di Parigi il conte Walewski fu il primo a dichiarare anormale la condizione degli Stati Pontificii, e ad aprire una disputa contro il Papa, che non aveva rappresentanti in quella Assemblea e non polca dire le sue difese.

Ma il 13 di giugno del 1856 Napoleone 111 proclamava: «Io sono riconoscenti esimo alla Santità del Papa Pio IX, perché egli si compiacque di essere patrino del figlio che la Provvidenza mi ha accordato. Domandandogli questa grazia, ho voluto chiamare in modo speciale sopra mio figlio e sulla Francia la protezione del Cielo».

Nel 1859, dopo molte dichiarazioni di pace, scoppia la guerra. Il 30 aprile nella tornata del Corpo legislativo, il ministro dell'Imperatore, sig. Baroche, annunzia: «Il governo prenderà tutte le necessarie misure, affinché la sicurezza e l'indipendenza del Santo Padre sia rassicurata in mezzo allo agitazioni di cui l'Italia sarà il teatro». L'insurrezione delle Romagne non tardò molto.

Il 3 di maggio Io stesso Napoleone III, nel suo proclama al popolo francese, diceva:

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«Noi non andiamo in Italia a fomentare il disordine, né a scrollare il potere del Santo Padre che noi abbiamo rimesso sul trono, ma a sottrarlo alla pressione straniera».

Un giorno dopo il sig. Rouland, ministro dell'istruzione pubblica e dei culti, scriveva ai Vescovi della Francia: e II Principe che diede alla religione Unte testimonianze di deferenza e di attaccamento, che dopo i tristi giorni del 1848 ricondusse il S. Padre al Vaticano, è il pili fermo sostegno dell'autorità cattolica, e vuole che il Capo Supremo della Chiesa sia rispettato in tutti i suoi diritti di Sovrano temporale. Il Principe che salvò la Francia dalle invasioni dello spirito demagogico non potrebbe accettare né le sue dottrine, né la sua dominazione in Italia».

Si pubblicarono di poi altre dichiarazioni, smentite, proteste sino alla pace di Villafranca, in cui si volle far Pio IX presidente onorario della Confederazione italiana. Ma intanto la rivoluzione delle Romagne andava innanzi, la decadenza del Papa veniva proclamata a Bologna, i pretesi voli dei Romagnoli sono accolti a Monza e pubblicati dal Moniteur di Parigi, e tra queste alternative dialettiche si arrivò fino all'opuscolo: Papa e il Congresso v che non si sa di chi sia.

Qui porrem fine alle nostre citazioni con una notizia recataci ultimamente dai diari francesi. Ricorderà il lettore come in sul finire del mese di ottobre, il conte Carlo di Montalembert pubblicasse nel Correspondant un opuscolo intitolato: Pio IX e la Francia nel 1849 e nel 1859.

Il Correspondant si ebbe perciò un avvertimento e il conte di Montalembert un processo. La ragione del processo e dell'avvertimento consisteva in ciò che Montalembert nel testo aveva parlato d'una statua decretata dall'Italia centrale all'....................... personificata in Machiavelli. E in nota avvertiva che il governo toscano aveva decretato l'innalzamento di due statue, a Machiavelli nel tempo stesso che all'imperatore Napoleone III.

L'accusa fu portata avanti i magistrati francesi, e i diari di Parigi ci dicono che il magistrato dichiarò non farsi luogo a procedimento contro il conte di Montalembert.

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L'AGITAZIONE POLITICA IN FRANCIA

(Pubblicato il 29 dicembre 1859).

Il giornate l' Univers avea proposto un indirizzo al S. P. Pio IX da sottoscriversi da tutti i. cattolici francesi, indirizzo che venne da noi riferito nel nostro numero precedente. Ma il governo di Parigi avvertì l'Univers, perché organizzava in Francia un'agitazione politica sotto pretesto di religione.

Se la religione è un pretesto anche quando trattasi del Papa, e d'un argomento che tutti i Vescovi della Francia e del mondo cattolico hanno riconosciuto sostanzialmente ed eminentemente religioso, noi non sappiamo ornai capire quando la religione potrà essere una realtà!

Ad ogni modo concedasi pure che l'indirizzo promosso dell'Univers potesse produrre in Francia un'agitazione politica. Che cosa ne segue? Ne segue che il governo conviene dell'affetto vivissimo che i Francesi sentono verso il Santo Padre; del toro voto favorevolissimo al suo dominio temporale; del pericolo che correrebbe il governo francese quando tentasse di spogliare in parte o del tutto il Pontefice Pio IX.

L'avvertimento dato all'Univers è una vittoria non solo delVUnivers stesso, in quanto ne riconosce la tragrande influenza; ma è anche una vittoria della causa cattolica, perché si confessa che la divisata sottoscrizione sarebbe pienamente riuscita in guisa da imporre al governo imperiale la volontà del vero popolo francese.

. Ma il gabinetto delle Tuilerie ha stimato pericolosa un'agitazione politica in Francia. Però Luigi Napoleone non la pensava cosi ne' primi giorni del dicembre 1848, quando appunto scriveva all' Univers una lettera contro il Principe di Ganino e in favore del dominio temporale del Papa. Allora cosiffatte dimostrazioni e proteste erano utili, e l'agitazione che provocava l' Univers veniva benedetta.

Utile e benedetta era pure l'agitazione politica aiutata potentemente dall'Uni vers, quando la Francia repubblicana volendosi eleggere un presidente riuniva i suoi voli in colui che facea consistere la gloria e l'indipendenza d'Italia nel dominio temporale del Papa.

Non si avvertiva l'Univers nel dicembre del 1851, quando il Presidente della repubblica proponeva alla Francia il suo plebiscito e chiedeva di essere investito dei pieni poteri. Allora l'agitazione politica non si riputava dannosa, e Luigi Veuillot rendeva segnalati servigi, quantunque egli non intendesse mai di servire gli uomini, ma Iddio, la Chiesa e la Patria.

E nemmeno si avvertiva l'Univers nel novembre del 1852, quando il popolo convocato nei suoi comizi doveva accettare o rigettare il ristabilimento dell'impero. A quei dì una parolina del cattolico giornale riusciva ben gradita, come che avesse potuto eccitare agitazione politica.

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Oggi soltanto che trattasi del Papa, si avverte l'Univers perché si teme un'abitazione. E perché non si avverte il Siede e l' Opinion National e, promotori di un'agitazione empia e rivoluzionaria? Perché non si avverte l'autore dello scritto: 11 Papa e il Congresso, che ha prodotto un'agitazione funesta alla Chiesa Cattolica?

Sotto tristissimi auspici si raduna il Congresso. Dopo l'opuscolo ben noto, l'avvertimento all' Univers è di un immenso significato. Si avvicina il giorno, in cui molte bende cadranno dagli occhi, e si vedranno gli uomini quali sono. Prepariamoci colla preghiera a nuove e grandi prove, e non perdiamoci di speranza, memori col poeta che

Non è rotta dei portenti,

Non è rotta la catena!

LE ADORAZIONI E LE BURLE DI ERODE

AL VICARIO DI 6. C.

(Pubblicato il 30 dicembre 1859).

Il Constitutionnel ci dice essere cosa inutile ricercare l'autore dell'opuscolo: II Papa e il Congresso, epperò noi, senza investigare chi lo abbia scritto, ci contenteremo di dimostrare semplicemente che l'autore ha voluto usare, riguardo a Pio IX, quelle medesime arti infinte e menzognere, che già Erode adoperava contro il divin Redentore.

Di tre Erodi ci parlano le sacre storie: Erode I, il Grande o l'Ascalonita, Erode 11 ed Erode III, detto Agrippa. Il primo fu quello che ordinò la strage degli Innocenti, perla paura di perdere il regno; il secondo morì in freschissima età, e non fé nulla; il terzo derise, con tutta la sua Corte, il Nazzareno, perché non avca voluto operare miracoli, e, vestitolo di porpora, rimandollo a Ponzio Pilalo.

L'autore dell'opuscolo: Il Papa e il Congresso, ci ricorda Erode I ed Erode III, perché ne ricopia fedelmente la politica, e vuoi trattare Pio IX, Vicario di Gesti Cristo, precisamente come que' due tristissimi imperanti trattarono il Redentore del mondo.

Erode I, appena seppe dai Magi che era nato un Bambino, re della Giudea, fu colto dalla pia grande gelosia ed invidia, perché egli volea governar solo. E pensò tosto al modo d'avere tra le mani e disfarsi di quel Re, che gli dava tanta inquietudine, sperando di potervi riuscire facilmente, giacché trattavasi d'un Bambino, che i suoi non avevano voluto riconoscere.

Ma se Erode I avesse manifestato a' Magi tale sua idea, ne avrebbe certo provocato l'indegnazione, senza poterne saper nulla di preciso. Ricorse perciò alle arti diplomatiche, agli infingimenti ed alle ipocrisie.

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Radunò un congresso, e vi convocò gli Scribi e i Farisei, per sapere da loro dove Cristo sarebbe nato. E i congregati gli risposero: in Betlemme, citando a S. M. Erode la profezia. Va bene, soggiunse Erode; e sciolse il congresso.

Allora, avuti a sé i Magi, chiese loro alcune notizie, e si fé' promettere che, trovato il Bambino, sarebbero presto accorsi ad avvertimelo, perché egli, Erode, divisava di recarsi a sua volta ad adorarlo. Oh che briccone! Ha odio nel cuore, e il miele in sulle labbra! Medita la morte, e promette l'adorazione!

Voi sapete, o lettori, come finisse poi la faccenda. La provvidenza di Dio intervenne, e Erode, che volea burlare i Magi, fu egli invece burlato, perché non vi ha prudenza, non vi ha sapienza, non vi ha consiglio contro il Signore.

Or bene l'autore dell'opuscolo: II Papa e il Congresso, adopera egli pure le arti di Erode. Imperocché esordisce con inchini e genuflessioni al Papa Pio IX; entra a parlare del Papato, perché ama il Cattolicismo; discute la questione romana per affetto verso la S. Sede; riconosce la necessità del dominio temporale, vuole rassicurarlo e renderlo caro e benedetto a' popoli: ut et ego veniens adorem eum.

Erode redivivo, mentre fa tali menzognere proteste, medita e si prepara la strada ad uccidere il Vicario di Gesti Cristo. Imperocché in fin dei conti egli vuoi lasciare il Papa a Roma, per pregarvi e benedire, spogliandolo d'ogni autorità reale e di tutto ciò che possiede assai più legittimamente di qualunque altro sovrano del mondo.

- Falso! dirà taluno; l'autore del Papa e il Congresso lascia sempre Pio IX investito della autorità reale, sebbene ne restringa il regno a Roma e ad un po' di territorio che la circonda.

Ah I l'anonimo scrittore non si contentò di tutta la malizia ed ipocrisia di Erode I, ma volle congiungervi le sacrileghe beffe di Erode III.

Pilalo ed Erode IH erano due potenze rivali, che si accaneggiavano a vicenda; temendo l'uno di essere soperchialo dall'alito, come dice vasi testé dell'Inghilterra e della Francia. Divennero amici un giorno che si accordarono a perseguitare e tormentare il Salvatore. è storia antica, e i nostri lettori noti abbisognano d'impararla da noi.

S. E. Pilato mandò Gesù Cristo a S. M. Erode, e questi ne fu lietissimo, sperando di vedere qualche miracolo. E Cristo paziente ne udì le interrogazioni} ma non rispose verbo; sicché Erode lo beffeggiò insieme con tutta la sua Corte, e, vestitolo di porpora, lo rimandò a Pilalo, e questi lo consegnò ai Giudei che compirono l'opera, coronandolo di spine, e mettendogli in mano uno scettro di canna.

Ecco ciò che l'autore dell'opuscolo: Papa e il Congresso, vuoi fare di Pio IX. Gettargli addosso uno straccio di porpora, e mettergli in pugno uno scettro di canna; e così lasciarlo re, ma re da burla. Re che per vivere abbisogna del danaro altrui; re che per difendersi abbisogna dei 'soldati altrui; re che non governa né regna, ma sta in Roma di venula repubblica e retta dal Municipio!

Consoliamoci pensando che i trionfi di Cristo sono promessi al suo Vicario. Pio IX può ripetere oggidì: Solvite iemplum hoc et posi triduum reedifteabo illud.

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Sciogliete pure questo regno temporale, che è un tempio fabbricato da dieci secoli dalla divina Provvidenza per sede del Romano Pontefice, scioglietelo, e dopo tre giorni io lo riedificherò.

Molti re potentissimi coll'ipocrisia e colla rabbia di Erode, di Filato, degli Scribi e de' Farisei, tentarono distruggere il regno temporale del Papa, e seppellire il Pontefice Re. Ma questi, gettato nel sepolcro, disse sempre: dopo tre giorni risorgerò; e risorse glorioso tra la confusione e l'ignominia delle guardie che credevano di custodirne la tomba.

Uno de' più grandi delitti che possano commettere oggidì i buoni cattolici si è dubitare dell'esito della lotta. 1 discepoli che viaggiavano in Emmaus, tre giorni dopò la morte del divino Maestro, erano melanconici, e temevano che non s'avverassero le profezie. E ne furono vivamente rimproverati dal Redentore, che, sconosciuto, viaggiava con loro.

Badiamo di non meritare Io stesso rimprovero. Quando sarà venuto il giorno stabilito dalla Provvidenza, il Vicario di Gesù Cristo trionferà. Affieniamo questo giorno colla fermezza della nostra fede, col fervore delle nostre preghiere. Professiamoci figli del S. Pontefice oggidì che dall'alto e dal basso è offeso e svillaneggiato. Ricordiamoci il nobile contegno, la salda religione de' Padri nostri a' tempi dell'immortale Pio VII, e procuriamo di non essere né meno devoti, né meno coraggiosi.

Non siamo ancora tornati a' tempi dell'immane potenza del primo Napoleone, quando tutto cedeva a' suoi voleri. A que' dì nell'umiliazione e nella disfatta universale:

Solo il Tebro levava alta la testa,

E all'elmo polveroso la sua donna

In Campidoglio rimellea la cresta.

E divina guerriera in corta gonna

Il cor più che la spada all'ire e all'onte

Di Rodano opponeva e di Garonna;

In Dio fidando, che i trecento al fonte

D'Arad prescelse e al Madianita altero.

le spalle voltar, rotta la fronte.

In Dio fidando, io dico, e nel severo

Petto del santo suo Pastor, che solo

In saldo pose la ragion di Piero

..................................................

Ei sol tarpò del Franco ardir le penne;

L'onor d'Italia vilipesa e quello

Del Borbonico nome egli sostenne.

Questi versi son tolti dal Canto III della Bassvilliana di Vincenzo Monti. £ poiché la tristissima Gazzetta Piemontese osò ieri in una sua appendice ingiuriare il Papa colle citazioni di un poeta, a noi piacque oggi contrapporre citazioni a citazioni,

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e avvertire il ministro dell'interno, da cui solo la Gazzetta Piemontese dipende, che fatale è Roma;

Che la tremenda vanità di Francia

Sul Tebro è nebbia che dal sol si doma;

E le minacele una sonora ciancia

Un lieve insulto di villana auretta

D'abbronzato guerriero in sulla guancia.

IL PAPA, IL PETRARCA, E LA GAZZETTA PIEMONTESE

(Pubblicato il 31 dicembre 1859).

Lo spudorato foglio officiale volendo mordere il Santo Padre, con quelle arti subdole e spigolistre che oggidì sono in voga finse di discorrere delle rime inedite di Francesco Petrarca per venir fuori con una tirata contro l' avara Babilonia, i vecchi farisei e la corruzione della Corte romana. Ma la povera Gazzetta Piemontese scelse assai male il suo tema; mentre l'autorità di Francesco Petrarca fa tutta contro di lei, e prova invece di quanto vantaggio e gloria sia per l'Italia e per Roma il dominio temporale dei Pontefici.

Tutti sanno che quando vivea. Francesco Petrarca la Sede Pontificia era stata trasferita in Avignone dal Papa Clemente V nel 1305, e vi restò per settantanni, sotto Giovanni XXII, Benedetto XII, Clemente VI, Innocenzo VI, Urbano V e Gregorio XI, che la riportò in Roma nell'anno 1377. Quegli anni sono i peggiori della storia nostra, e i pili dolorosi pei Romani; e Francesco Petrarca, che amava davvero l'Italia, pose tutto il suo studio, adoperò tutta l'eloquenza sua per ottenere dai Pontefici che lasciassero le sponde del Rodano per ristabilirsi su quelle del Tevere, affine di ritornar Roma al suo primiero splendore.

Noi rileviamo tutto ciò dalle lettere di Francesco Petrarca dirette ai Papi per ricondurli in Italia, lettere di cui daremo un saggio ad ammaestramento della Gazzetta Piemontese. E incominciamo dapprima dalle due epistole in versi, che l'illustre poeta indirizzò a Papa Benedetto XII, per indurlo a fermare in Roma la sua stanza. Nella prima il Petrarca fa parlare Roma, che, abbandonata dal Pontefice, Versa nella maggiore abiezione e miseria. «Se io fossi, dicela vedova dolente, nei bei giorni della mia giovinezza, allora che io camminava accompagnata dai miei due sposi (Pietro e Paolo) e che i più gran Principi inchinavano la mia persona, non sarebbe necessario ch'io dicessi il mio nome. Ma oggidì che le afflizioni, la vecchiezza e la povertà mi hanuo sfigurata e guasta, io sono costretta a nominarmi per farmi conoscere, lo sono quella Roma così famosa nell'universo. Sai tu ancora notare in me qualche vestigio della mia antica bellezza? Però quello che mi logora e consuma maggiormente, no, non è la mia vecchiezza, ma il dolore affannoso della tua assenza.

Or fa pochi anni tuttala terra seguiva ancora le mie leggi, e la presenza del mio santo sposo era quella, che mi procacciava cotanta gloria. Oggidì condannata ad una

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dolorosa vedovanza sono in preda alle tirannie ed alle ingiurie................

«Puoi tu, Padre Santo (la Roma del Petrarca, continua a dire a Benedetto XII), puoi tu, Padre Santo, vedere le mie sciagure con occhio calmo e tranquillo? Non mi stendi una mano soccorrevole? Oh se io potessi mostrarti i miei colli riscossi sin dalle fondamenta! Scoprirti il mio seno coperto di piaghe! Farti vedere i miei templi a mezzo rovinati, i miei altari spogli d'ornamenti, i miei sacerdoti ridotti a pessimo stato!

Io ti rappresento ogni cosa con qualche fiducia, perché tu parli sovente di me, perché so avere tu spesso in sulle labbra il nome della tua sposa, e perché bai incominciato il tuo governo alleviando alcun poco la mia indigenza. Corre altresì voce che in una malattia pericolosa, che soffristi di poi, tu comandassi che fossero a me portate le tue ossa, affinché ti seppellissi nel Vaticano. Se avevi il disegno di venire qua dopo morte, perché non potrò io sperare di rivederti vivo?

«Ma se tu rivalicassi i monti, ti scongiuro di non lasciarti adescare dalle città che tu scontrassi tra via. Genova, Piacenza, Firenze, Bologna, sono altrettante mie rivali che io temo. Ricordati che sono la tua sposa, e che nonostante i miei disastri passati, nonostante la mia vecchiezza, mi rifarò bella come per lo innanzi, e vestirò tutte le leggiadrie della mia gioventù appena ti avrò ricoverato».

Nella seconda lettera, che Francesco Petrarca scrisse allo stesso Benedetto XII, rinnova le istanze al Papa, perché ritorni in Italia, e comandi in Roma, e Pensate, dice egli, pensate, Santissimo Padre, che siete aspettato al di là dei monti, e che non si fanno voti e non si sente inclinazione che per voi. La vostra presenza farà cessare i delitti, la superstizione, l'idolatria, la guerra, la fame; essa calmerà tutte le tempeste, e ricondurrà giorni tranquilli. E voi arbitro e cagione di tutti questi beni, voi ne godrete lungamente, e consumerete una lunga vecchiaia colla corona dell'immortalità (Petrarca, lib. , Ep. 2, 4).

Ma il Petrarca non riuscì nel suo intento per ragioni che non è da questo luogo esporre, laonde ripeté le sue sollecitazioni sotto il Papa Urbano, che continuava a stare in Avignone. Il poeta scrisse a questo Pontefice una lunghissima lettera, nella quale eccitavalo a venire in Italia e ristabilirsi in Roma, e Considerate, dicevagli, considerate che la Chiesa di Roma è vostra sposa. Potrà taluno obbiettarmi che la sposa del Pontefice Romano non è una Chiesa sola e particolare, ma la Chiesa universale. Lo so, Santissimo Padre, e cessi il Cielo ch'io restringa la vostra sede, mentre l'allargherei, se potessi, sempre di più, e non le darei altri confini che quelli dell'Oceano. Confesso che la vostra sede è dovunque Gesù Cristo ha adoratori; ma ciò non toglie che Roma abbia con voi particolari relazioni: ciascuna delle altre città ha il suo Vescovo; voi solo siete il Vescovo di Roma».

E Petrarca passava di poi a dipingere coloro che volevano il Papa fuori di Roma e d'Italia, ed altri diceva sono uomini di ristretto ingegno, meritevoli di compianto; altri seguono i moti delle loro passioni. Ve ne hanno alcuni che credono l'Italia paese selvaggio, e molti «a cui ogni cosa è sospetta al di là dei monti, l'aria, le acque, gli alimenti, la natura dei popoli».

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«Quanto a voi, Santo Padre, ripigliava il Petrarca, che conoscete l'Italia come se fosse la terra dei vostri natali, voi dovete essere in questo affare il vostro proprio consigliere. Egli è dall'Italia che Dio vi ha sollevato al Sommo Pontificato: venite ad esercitarlo in Italia, il luogo del mondo, donde il Sommo Pontefice governa la Chiesa con maggiore maestà .

I voti del Petrarca non furono soddisfatti che più tardi, nel 1377, da Papa Gregorio XI. Con atto del 24 dicembre 4376 i Romani si obbligarono di rimettere a Gregorio XI la piena e libera signoria di Roma appena egli fosse giunto in Ostia. E Gregorio entrò in Roma il 17 gennaio dell'anno seguente. «Magnifico, scrive il Muratori, fu l'apparato, con cui l'accolse quel popolo, incredibile il plauso e l'allegrezza d'ognuno, tutti sperando finiti i pubblici guai, guaritele piaghe d'Italia, dappoiché al vero suo sitosi vedea ritornato il Vicario di Cristo con tutta la sacra sua Corte .

Ora che dire della Gazzetta Piemontese, che viene a toccare que'tempi, e a citarci il Petrarca per cacciare il Papa da Roma e dall'Italia? Non si sa che cosa deplorare di più nel foglio ufficiale, se l'impudenza o l'ignoranza della nostra istoria.

Noi però dobbiamo saperle grado, perché ci ha offerto l'occasione di ricordare agli Italiani cattolici que' giorni dolorosi, in cui il Papa vivea in Avignone. Di qui si può ricavare una confutazione dell'opuscolo: Papa e il Congresso, perché i Papi in Avignone non furono liberi e indipendenti, quantunque padroni, perché troppo piccolo il loro Regno. Si può ricavare che il più grande castigo, che potesse piombare sull'Italia, fu il temporaneo abbandono che i Papi fecero di Roma e della Penisola. Si può ricavare che i buoni Italiani, come il Petrarca, cercarono di servire la patria comune, non col cacciarne i Pontefici, sibbene richiamandoli nell'antica loro Sede. Si può ricavare che i Romani, in ispecie, i quali amano non solo il cattolicismo, ma se stessi e il luogo natio, debbono considerare come loro più accaniti nemici, quanti congiurano contro il Santo Padre, e vogliono spogliarlo del suo temporale dominio.

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RISPOSTA DEL VESCOVO D'ORLEANS

all'opuscolo IL PAPA E IL CONGRESSO

Mio caro amico,

Voi mi chiedete che cosa io pensi dell'opuscolo intitolato: Papa e il Congresso, venuto in luce colla solennità di un mistero che si cerca invano di rivelare, nell'interesse duna pili grande pubblicità. Mi è facile rispondere: è un opera che si può giudicare sommariamente e completamente. Potrei scrivere un volume su quest'opuscolo, imperocché tocca molti punti, ma poche linee basteranno; la logica e il semplice buon senso scusano di molti discorsi. Del resto, per rifiutare a quest'opuscolo l'importante origine che parecchi affettano di attribuirgli, basta il leggerlo, senza essere mestieri di ricordarsi le alte promesse fatte alla S. Sede. L'opuscolo, a mio avviso, si divide in tre parti, cioè i PRINCIPI, i MEZZI, lo SCOPO.

I. - principii.

Comincio dal dire tutto il mio pensiero? - Ho raramente letto in mia vita pagine in cui i sofismi, le contraddizioni manifeste, e, se è necessaria la parola le più palpabili assurdità sieno poste dall'autore in principio con maggior con fidanza in se stesso e con una coscienza più sicura della sua destrezza e della semplicità de' suoi lettori.

Ciò spiega in parte quanto noi veggiamo oggidì. Solo a questo prezzo un autore che si spaccia per cattolico, che non parla se non del suo rispetto e del suo amore per la Chiesa, e non iscrive che per salvarla, ha per primo editore il Times e raccoglie in Francia gli applausi unanimi e solleciti de' giornali rivoluzionari ed empii.

Voglio crederlo: come sincero cattolico, e ragionando sotto questo rispetto, proclama che il potere temporale del Papa è indispensabile; ma nel medesimo tempo si studia di provare che esso e impossibile. Egli esalta volentieri e più alto che noi, il carattere divino del Pontefice, ma si è per farne un argomento contro il potere del Sovrano. Non si può confessare più esplicitamente la necessità imperiosa di questo potere per la libertà e l'onore della Chiesa: ma non si possono fare sforzi maggiori di quelli che fa per dimostrarne l'impossibilità sotto ogni aspetto, non dico solamente politico, sibbene ancora morale e spirituale. «Questo potere non è possibile, scrive l'autore dell'opuscolo, se non a patto che sia disgiunto da tutte le condizioni ordinarie del potere, cioè da tutto quello che costituisce la sua attività, il suo sviluppo e il suo progresso . Ma, chieggo io, come si fa a vivere in questo mondo senza le condizioni ordinarie dell'esistenza? Che cosa è questa attività, questo sviluppo, e questo progresso del potere, che dichiarate incompatibile col governo Pontificio?


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È un bene, è un male la cosa chiamata con questi nomi? E prima di tutto, dite voi, il potere pontificio deve essere senza esercito. Perché? Qual ragione proibisce ad esso di avere un esercito, non per offendere, ma per difendersi e proteggere l'ordine pubblico? Perché gli negate il diritto di legittima difesa? So che durò molti secoli senza esercito, e vivea allora molto onoratamente in Europa e nel mondo, ma oggi i tempi mutarono, è vero. Dopo che i rivoluzionari misero l'Italia in fuoco, e dopo 60 anni di sconvolgimenti sociali, i quali soffocarono tutte le nozioni del retto e distrassero l'ordine europeo, sono necessari in tempo di pace eserciti di 500 mila soldati pei grandi Stati.

Dapertutto, e non solo a Roma, dapertutto è necessario che la forza materiale supplisca al difetto dell'autorità morale. Perché adunque in tale condizione di cose, gli Stati Pontificii non potrebbero avere una forza a difesa dell'ordine edella giustizia? No! rispondete: «Il potere temporale del Papa è possibile solo quando sia senza attività e senza progresso; deve vivere senza magistratura, e, per così dire, senza codici e senza giustizia «Ma perché, di grazia? Perché sotto un tal governo i dammi sono leggii Affé, che la risposta è strana. Ma perché? Forse i dommi cattolici vietano ad una nazione qualunque d'avere leggi, codici e giustizia? O forse perché le buoni leggi, una buona giustizia, sarebbero incompatibili coi dommi cattolici? «Da volere o non volere, soggiungete, le sue leggi saranno incatenate dai dommi: la sua attività infrenata dalla tradizione; il suo patriottismo sarà condannato dai la sua fede». L'opuscolo: Napoleone III e l'Italia, aggiungeva: e II diritto canonico è inflessibile come il domma». Ma quando mai la fede condannò il patriottismo? Vorrei intenderlo da un francese che si dice cattolico! Invece io mi vanto di poter provare che durante dieci secoli, i Papi furono i primi patriotti italiani, e senza di essi l'Italia da molto tempo sarebbe tedesca. Del resto non capisco veramente, se l'autore sa quel che dice, scrivendo che sotto quel governo i dommi sono leggi! Senza dubbio i dommi sono leggi per l'intelletto: ma le leggi sono diverse dai dommi, e quando rei dite l' inflessibilità dommatica del diritto canonico, ignorate affatto i primi elementi delle cose e l'idioma stesso che parlate, e Sarà necessario, ripigliate voi, a cagione dei dommi, che si rassegni all'immobilità». Vi dite cattolico; l'inflessibilità dei dommi adunque entra nel vostro Credo, come nel nostro; vi credete per questo condannato all'immobilità?In qual modo l'inflessibilità dei dommi nuoce tra noi al movimento di tutti i progressi materiali, all'agricoltura, al commercio, all'industria, all'illuminazione a gaz, al telegrafo elettrico, alle strade ferrate? L'Inghilterra entra innanzi a noi in tutte queste invenzioni: ma avremmo noi tollerato che gli Inglesi venissero a dirci: L'inflessibilità dei vostri dommi ritardò tra voi l'illuminazione a gaz e le strade ferrate? Fortunatamente altre nazioni cattoliche, eziandio in queste invenzioni, almeno furono contemporanee all'Inghilterra; sicché il vostra argomento veniva confutato prima di nascere. Ma i progressi materiali non son soli.

In qual modo l'inflessibilità del domma nuoce all'arte, alla scienza, alle lettere, a tutti i progressi morali ed intellettuali, e con qual coraggio osate dire: «Non potrà approfittare delle scoperte scientifiche, dei progressi dello spirito umano;

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non potrà, perché le sue leggi sarau vincolale dai dorami? Crederà di sognare leggendo tai cose! Ma sono i dommi, sono i Papi vincolati dai dommi che conservarono tutte queste cose all'ingrata Italia, all'Europa dimentica dei più sacri vantaggi del papato! Eppure queste assurdità echeggiano in tutto il mondo! Affé che non mi sgingea dir queste cose la caparbietà spigolistra: Voltaire e Chateaubriand le dissero prima di me: «L'Europa deve alla Santa Sede il suo incivilimento, una parte delle sue leggi migliori, e quasi tutte le sue scienze ed arti». Voi pure avete detto la stessa cosa altra fiata, ma non vi peritate punto di dire si e no sullo stesso argomento.

Parlando di leggi, certamente il Decalogo è immutabile: non lo è forse eziandio per voi? Volete forse mutare i precetti del Decalogo? Tutte le leggi contrarie a questo codice divino non son forse nulle di pien diritto? Comunque soggiungete, la sua attività sarà infrenata dalla tradizione Di qual tradizione parlate? Dov'è la tradizione cattolica che infreni qualsiasi onesta attività? V'ha una tradizione assai antica nel Cristianesimo, è vero, la quale prescrive che nel commercio e nell'industria si debbano rispettare le leggi della giustizia: vien forse con ciò impedito il commercio e l'industria? Ma che pretendete dire con un'antitesi eguale a questa: «Il Pontefice è legato dai principii d'ordine divino cui non può rinunziare: il principe è sollecitato dai principii d'ordine Sociale che non può respingere?» Forse l'ordine sociale e l'ordine divino sono incompatibili? Che è adunque l'ordine sociale, come l'intendete voi? La società umana non ha nulla di diritto divino? Che è mai questa nuova incompatibilità che, dopo 18 secoli d'incivilimento cristiano, ci venite proclamando tra il Cristianesimo e l'ordine sociale? Rousseau è il vostro gran maestro, si capisce bene, in fatto di teorie sociali e religiose; ma Rousseau era pia franco di voi. Egli dichiarava nettamente, dopo di avere, è vero, dichiarato altra cosa, - ma che importano le contraddizioni in questi tristi secoli, in cui lo spossamento universale degli spiriti permette appena che le contraddizioni trovino un contraddittore! - Rousseau dichiarava nettamente un popolo cristiano incapace di progresso, anche per cagione de' suoi dogmi. È questo che voi volete dire allora quando opponete l'ordine divino all'ordine sociale, quando proclamate che il dogma impone l'immobilità?

Quanto a me vi dirò: vi. ha il progresso rivoluzionario della palla che gira sempre in ogni senso, e non si ferma giammai; e vi ha l'immobilità del termine ehe giammai non si muove: noi non vogliamo essere né una cosa, né l'altra. Ma v'è pure la gloriosa immobilità del sole fissato nel centro del mondo, che anima tutto, che tutto rischiara, e intorno al quale si compiono tutti i più splendidi movimenti, intorno al quale il mondo cammina, senza che la luce resti mai indietro, che che voi diciate: ecco l'immagine del Catabolismo.

Infine, che cosa volete dire parlando di quest'autorità che regna in nome di Dio? È un delitto, o una debolezza, o un'impotenza regnare in nome di Dio, per quem reges regnanti Bisognerà cancellare questa parola dai Libri Santi? E quando i re egli imperatori dichiarano di regnare per la grazia di Dio, direte voi che non è che una formo la, od una frase? No, no: bisogna levare pia in alto i proprii pensieri. - Però basta; ecco ciò che penso de' principii; ora veggiamo i mezzi.

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II. - I mezzi.

L'iniquità dei mezzi pareggia l'assurdità dei principii, lo li espongo: Trovo da prima il gran mezzo rivoluzionario, il fatto compiuto. Quest'argomento io l'aveva preveduto, l'aveva predetto: aveva fatto conoscere nella mia Protesta la lentezza, il far nulla di coloro che lasciano fare, e l'ardore di coloro che precipitavano gli eventi, affine di invocare i falli compiuti. È ciò che oggidì fa l'opuscolo. Eppure noi sappiamo come si compierono questi fatti, quali mani vi lavorarono, quali agenti, quali emissari furono inviati nelle Romagne e da chi pagali: lord Normanby ed il signor Scarlett ce ne dissero qualche cosa; l'opuscolo deve saperlo. Ma davvero che l'autore oltrepassa ogni limite quando oppone all'autorità del Papa ciò che osa chiamare l'autorità del fatto compiuto. «La Romagna, dice, è separata di fatto da alcuni mesi in qua dall'autorità del Papa. Quindi questa separazione ha per sé l' autorità del fatto compiuto».

Noi conoscevamo la violenza del fatto compiuto, ma fino al dì d'oggi almeno non ne conoscevamo l' autorità. L'autorità, questa grande e santa cosa, che ò fondata sul diritto, su tutti i diritti, che è il diritto stesso, ecco che cosa ne fate. Ecco le violenze e le bassezze d'onde la fate sorgere; ecco ciò che le date a fondamento ed a base agli occhi di tutta l'Europa. Capisco che, dopo che il vostro spirito è disceso fino a questo punto, non si perita a petto della frase che viene dopo, e che voi osate indirizzare ad un Congresso europeo la domanda di consacrare siffatte enormità, dicendogli che il suo compito sarà facile, che non avrà che da registrare un fatto compiuto. Per tal modo in Europa pochi mesi bastano perché una ribellione sia un fatto che si cangia in diritto, e intorno a cui nulla havvi da ridire.

L'onnipotenza del Congresso è il vostro secondo mezzo. La sua onnipotenza a petto della debolezza del Santo Padre! Ebbene sia pure: Il Congresso ha tutti i poteri. Ma questo non volle mai significare che abbia tutti i diritti; altri può essere onnipotente e commettere iniquità che l'isteria marcherà d'infamia.

- Voi riconoscete che la ribellione della Romagna e una rivolta contro il diritto. Dunque il fatto compiuto era ingiusto. Ebbene un fatto ingiusto si può subite da chi è debole, com'è il Papa; ma chi ò onnipotente come il Congresso non può registrarlo senza disonorarsi. - Il Congresso non si disonorerà, e per me ho piena fiducia nei nobili animi, negli uomini illustri, che l'Europa vi invia. Ma per voi un'iniquità, la sanzione della rivoluzione, l'introduzione solenne del principio rivoluzionario nel diritto europeo, un insulto a tutti i sovrani, la consecrezione della forza, un codardo abbandono della debolezza, ecco l'opera che proponete al Congresso.

Bisogna vedere gli argomenti recati a difesa di questa soluzione. Si invoca l'istoria e la geografia, dicendo che il territorio della Chiesa non è indivisibile.

- E qual è dunque sulla terra il territorio indivisibile contro la forza, contro la ribellione sancita da un Congresso? - Indivisibile! Ma che cosa volete con ciò dire? Havvi una nazionalità, una sovranità, una proprietà qualsiasi, havvi un campo, fosse pure quello di Naboth, che sia indivisibile, di sua natura?

E non sapete che con ciò voi stabilite un principio tremendo, che supplico la Provvidenza di non lasciarlo cadere sopra di noi?

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- E non è forse perché

la Polonia non è indivisibile di sua natura, che fu divisa? Che la Francia e l'Europa ciò videro in quel sì vantato secolo XVIII, senza far motto, e che poscia i Congressi europei si richiamano invano, o non se ne richiamano più? L'Europa, voi dite ancora, «che ha sacrificato l'Italia nel 1815, ha il diritto dì salvarla nel 1860». Così salvar l'Italia è liberarla dall'autorità del Papa! - È l'Europa, soggiungete ancora, che nel 1845 diede al Papa gli Stati Pontificii e le Romagne, nel 4800 può ma decidere altrimenti. Conoscete voi on solo de' Sovrani spodestati prima del 1815, il quale volesse ammettere che è il Congresso di Vienna che gli diede i suoi Stati, e ohe il futuro Congresso può ritoglierli? Il Redi Sardegna, per esempio, di cui tutte le provincie erano di tenute, dipartimenti francesi, riconoscerebbe del futuro Congresso il diritto di restituirle alla Francia? L'Europa nel 1815 usciva da un lungo soqquadro, da rivoluzioni, da guerre, da conquiste: essa intendeva di restituire i diritti violati. Intorno a tutte queste cose, voi ci ascrivete intenzioni che non abbiamo, risponde qui l'autore dell'opuscolo» anzi noi vogliamo salvare l'autorità spirituale, tenendo conto di ciò che mangia il lupo, e sacrificando l'autorità temporale. «Restituire la Romagna al Papa sarebbe recare lesione grave alla potenza morale del Cattolicismo. Ripigliarne il posseggo sarebbe un disastro e non un trionfo». - Non mi fido di questo zelo. Mi ricordo troppo bene della politica d'altri tempi. «Il potere temporale è d'impaccio al Papa, diceva altresì Napoleone, lo impedisce di occuparsi della salute delle anime che si perdono». Si sa come venne allora provvisto. Codesto zelo male dissimula il vero scopo vero cui si cammina. Lo scopo è questo:

III. - Lo scopo.

È difficile il fare maggiori sforai per mascherarlo, ma si svela, «Da prima noi vorremmo che il Congresso riconoscesse come un principio essenziale dell'ordine europeo la necessità del potere temporale del Papa. Per noi questo è il punto capitale. - Queste parole non ci fanno meraviglia. Prima di spogliare il Papa e di metterlo sotto interdetto bisogna, pare almeno, rendergli omaggio, baciargli i piedi e legargli le mani, come diceva Voltaire.

«Quanto alla possessione territoriale, la città di Roma ne riassume principii mente l'importanza: il rimanente (non solamente le Romagne, ma il rimanente) non è che secondario». Alla buon'ora! Finalmente ci siamo! Roma coi giardini del Vaticano; aspettavamo questa parola, si era già detta, e sapevamo! La sovranità temporale della S. Sede così ridotta, e tra breve, in quanto a territorio, ristretta alla città di Roma, ed al suo suburbium! Benissimo! Imperocché, dice ancora lepidamente l'autore dell'opuscolo: «A che servono perla grandezza del Sommo Pontefice le leghe quadrate! Ha forse bisogno dello spazio per essere amato e rispettato? Più il territorio sarà piccolo, più il Sovrano sarà grande». Posto lì adunque in modo sì degno il Papa, e, come dice ancora l'opuscolo, immobile sulla sua pietra sacra, bisognerà pure vegliare a sua difesa. A questo fine vi sarà una milizia italiana presa nell'elette dell'esercito federale, e che sarà incaricata di assicurare la tranquillità e l'inviolabilità della S. Sede. Poiché non può esservi esercito, bisogna bene, affinché sia libero,

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dargli delle guardie; ed affinché tutto vada in regola, bisogna: ancora che una libertà municipale, larga quant'è possibile, liberi il governo pontificio da tutti i particolari dell'amministrazione». Così il Papa regnerà; il Comune governerà. Sarà questo il compenso offerto a coloro che l'opuscolo chiama i diseredati della vita politica.

Infine, e per coronide del sistema, il Papato sarà salariato dall'Europa, come i curati dallo stato. Per tal modo esso avrebbe una rendita considerevole. Il Papa sarà trasformato nel primo e grande impiegato del culto europeo, a cui i potrà ad un bisogno, in dato giorno e in data congiuntura, negare il suo trimestre. Ebbene! Per me lo dico senza esitare, amerei meglio un tozzo di pan nero e le catacombe. - Noi non ve li daremo, forse ci verrà detto, perché ciò vi giova così bene. - In tal caso li prenderemo. Ma lasciamo da parte i miei sensi ed i miei pensieri. Ecco dunque a che cosa si riduce, allo stringere dei conti codesta sovranità, di cui l'autore dell'opuscolo disse pomposamente nelle prime pagine: «Dal punto di vista religioso egli è essenziale che il Papa sia sovrano; dal punto di vista politico è necessario che il Capo di duecento milioni di Cattolici non appartenga a nessuno, che non«sia sottomesso a nessuna Potenza, e che la mano augusta che governa le«anime, non essendo legata da dipendenza alcuna, possa levarsi al disopra di tutto le passioni umane. Se il Papa non fosse Sovrano indipendente, sarebbe francese, austriaco, spagnuolo, o italiano, ed il titolo di sua nazionalità gli toglierebbe il carattere del suo pontificato Universale. La Santa Sede non sarebbe più altro che l'appoggio di un trono a Parigi; a Vienna, a Madrid..... Importa all'Inghilterra, alla Russia, alla Prussia, come alla Francia, all'Austria che l'augusto rappresentante dell'unità del Cattolicismo non sia né costretto, né umiliato, né subordinato».

E dopo di avere parlalo così bene, perché egli non sia costretto, voi gli toglierete per violenza una parte de' suoi Stati. - Perché non sia umilialo, lo mettete nella posizione di un padre di famiglia, cui i figli fanno interdire come in capace, pagandogli però una pensione; ma senza tribunale che ve li costringa, se qualcuno di essi nega di pagare la sua parte. Infine perché non sia subordinato, dipendente, lo riducete a non essere padrone di nulla, ad essere, per vi vere, alla discrezione di tutti, dei suoi sudditi romani se si ribellano, del Municipio. Se il Papa gli viene in uggia, dell'esercito federale, il quale se la coscienza obbligherà un bel dì il Papa a contrariare la Federazione, al primo segnale di questa, lo metterà in Castel Sant'Angelo: dirò finalmente, nonostante tutto il rispetto per le grandi potenze cattoliche, alla discrezione della Francia. dell'Austria e della Spagna; imperocché niuno può starmi mallevadore né dell'impossibilità delle rivoluzioni, né dei malcontentamenti, e dei capricci facili a prevedere.

Umiliazione e dipendenza, avvilimento e schiavitù, ecco alla fin dei conti ciò che si vuole per guarentire all'augusto Capo del Cattolicismo la sicurezza e la grandezza. E l'autore di tutto questo è più una indipendente: è cattolico sincero. Egli indica d'altro lato i nuovi doveri delle alcune centinaia di migliaia di sudditi che liscia al Papa. Fa di Roma una città a parte, una specie di monastero, ove rilega il Papa, come altre volle si rilegavano in qualche convento i re imbecilli; e dei cittadini romani un popolo monaco.

«Un popolo sequestrato da tutti gli interessi e da tutte le passioni che agitano

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gli altri; popolo unicamente devoto alla gloria di Dio, e non avente altra parte per sé, che la contemplazione, le arti, il culto delle grandi reminiscenze eia preghiera, un popolo in riposo ed in raccoglimento in una specie d'oasi, ove le passioni egli interessi della politica non si accosteranno, e che non avrà che le soavi e calme immagini del mondo spirituale, ciascuno di que' uomini avendo sempre l'onore di dirsi cittadino romano. Civis romanus».

A meraviglia! voi celiale con garbo; ma se non ostante questa poesia, se non ostante la lepidezza delle vostre ironie, questo popolo volesse intendere in altro modo il titolo di cittadino romano, se si annoiasse della vostra oasi e di quelle soavi e calme immagini del mondo spirituale; se non gli talentasse di vivere in un monastero; se si stancasse d'essere per sempre, come voi dite ancora, «discreditato di quella nobile parte d'attività che in tutti i paesi è lo stimolarne del patriottismo e l'esercizio legittimo delle facoltà dello spirito e delle facoltà superiori dell'indole»; se insomma non volesse pili saperne del Papa, che cosa fareste? Voi lo costringereste, perché voi qui ammettete il costringimento. E questo popolo che cosa sarà così costretto in questa nuova ed odiosa esistenza che inventate per lui? Ma che v'importa? Voi non vivrete colà, voi: ma il Papa vi vivrà; egli è buono per una vita siffatta. Come il Papa è un padre, e la Chiesa una madre, sapranno vivere in mezzo dell'odio, degli oltraggi dei loro sudditi, ridotti per l'applicazione del vostro ridicolo ed abbominabile sistema ad essere

parias in seno dell'Italia stessa, insomma gli ultimi degli uomini, compressi e frementi nella contemplazione e nella preghiera.

Eccovi adunque quel che volete fare. Perché noi diceste subito e senza perifrasi? Per buona fortuna che ciò avverrà; siamo certi che siffatto sistema non proverà nell'imminente grande Consiglio dell'Europa; sopratutto quando questo Consiglio si tiene a Parigi, e la Francia cattolica e vittoriosa è chiamata all'onore della presidenza. No! la Francia noi vorrà! Non vorrà, che sia detto che i Per pervenire a simile risultato essa incontrò i pericoli d'una grande guerra, guadagnò quattro grandi battaglie, perdette 50,000 uomini, spese 300 milioni, e fece crollare sui suoi cardini tutta l'Europa! Basta! il vostro scopo è conosciuto; è degno dell'enormità dei vostri principii, e dell'iniquità dei vostri mezzi. Distruggere d'un colpo solo il potere pontificale sarebbe stato un misfatto cui il mondo non è avvezzo; strappare il Papa da Roma non si può tentare una seconda volta; proclamarlo incapace di governare nelle sue provincie, sopprimendo il suo potere, e capace in Roma disonorandolo, sarebbe invenzione troppo gaglioffa per contendere del primato a chi inventò il modo di arrivare allo scopo medesimo a poco a poco, con passo di formica; ma infallibilmente I è la stessa politica dell'1809, con questa differenza che nel 1809 il Papa veniva strappato violentemente da Roma; l'opuscolo ora propone solo di soffocarvelo! Sarebbe una commedia, se non fosse atroce, e se i nostri avversari non fossero versipelli. Ci arrocchiamo a provar loro che il Papa deve essere libero, indipendente, sovrano, rispettato; rispondono: Sì! Ed aggiungono che essi proclamano la stessa cosa a voce cosi alla, e più alta della nostra; e per questo che fanno essi del Papa? Una specie d'idolo sordo, muto, incatenato, immobile nel centro dell'antica Roma, immobile sulla sua pietra sacra.

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Avete trovato, signori, uno strano metodo d'interpretare il Tu es Petrus et super hanc petram.... Ma state all'erta! Fu detto eziandio che chi urterà contro questa pietra, sarà sfracellato: super quem ceciderit, contereturl Ci arrocchiamo a provare Roma, l'Italia, l'Europa non poter restar senza Papa, e ci rispondono: siamo con voi e custodiremo così bene il Papa a Roma, nel centro dell'Italia e dell'Europa, sicché non ci possa più sfuggire; lo abbraccieremo così strettamente, sicché nessuno possa dubitare della nostra tenerezza e della sua forza. Ma v'ha una piccola difficoltà, ed è che i disegni meglio concepiti contro Dio riescono male. Dio dall'alto de' cicli vigila sulla sua Chiesa, e con imprevisti consigli, con colpi di tuono, se Ga necessario, come dice Bossuet, la franca dai maggiori pericoli e si beffa dei sapienti della terra. Illumina, quando gli piace la sapienza umana, così meschina da se sola, e quando essa si allontana da lui, l'abbandona alle sue ignoranze, l'acceca, la precipita, la confonde, ed essa si avviluppa nelle sue sottigliezze, e le sue precauzioni divengono un laccio. Finisce il tempo della prova, e la Chiesa dura sempre. Ciò fu veduto e si vedrà di nuovo! Credete il Papa vinto, perché da tre mesi altri eccitò la ribellione nelle provincie di lui: ma i vostri pensieri son bassi e le vostre precauzioni, permettete che lo dica, villane! Non ci arrendiamo così subito; i Papi ne hanno vedute altre assai, ed essi durano sempre. Credete il Papa rovinato perché i rivoluzionar dopo aver fatto aumentare tutti i pubblici pesi, dichiarano le sue finanze in cattivo stato, e perciò voi gli offrite una pensione a titolo di alimenti! Ma no, non la riceverà dalle vostre mani: un giorno forse gli rinfacciereste il beneficio, o vel fareste pagar troppo caro. Una limosina! Ah! se il Padre dei fedeli ne avesse bisogno, la riceverebbe più nobilmente dalia mano dei poveri, che non da voi. Cinquecento Vescovi, che in tutto il mondo#innalzarono la loro voce, raccoglierebbero ancora, in caso di bisogno, l'antico denaro di S. Pietro, e il mondo somministrerebbe soldati, se fosse necessario.

Credete adunque che il sangue non iscorra più nelle nostre vene, che i nostri cuori non palpitino più nei nostri petti? State all'erta! Finirete coll'offenderci; non so se avevamo bisogno d'essere svegliati: ma voi fate quanto si può per tenerci gli occhi aperti! Comunque sia, aspettiamo e preghiamo, pieni di amarezza, vedendo i divisamenti degli uomini: ma pieni di fiducia, sapendo quanto può la Provvidenza. Questa mane, mio amico, giorno santo della Natività del Salvator del mondo in una stalla, mentre io meditava queste tristi cose, udiva voci innocenti e piene di vita ripetere nella mia cattedrale: Gloria in exeelsis Dei ed io ripetea con gioia: così sarà cantato sempre sulla terra; ma a quelle parole: et in terra pax hominibus bonae voluntatis, io soggiungea con dolore: v'han uomini che non hanno la pace e non la danno, perché non sono uomini di buona volontà. Degnisi il cielo di concederla loro, ed insieme lor dia il co raggio di compire l'opera di Dio e 'l proprio destino. Basta, amico mio caro, di quest'opuscolo: ma terminando chiederò all'autore, se me lo permette, di farsi del tutto conoscere. Non si scrivono tali cose senza dire il suo nome; non si pon mano a tali opere senza levarsi la maschera: è necessario vederlo in volto, è necessario vedere lo sguardo dei suoi occhi, è necessario finalmente vedere l'uomo cui possiamo chiedere soddisfazione delle sue parole.

+ Felice, Vescovo d'Orleans.

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GUERRA AI PRETI NELLE ROMAGNE

(Pubblicato il 4 gennaio 1860)

L'Eccelso Ferini s'è desto, e vuole finalmente amministrare la giustizia nei suoi fariniani dominii!...........

Il 10 d'ottobre del 1859 il Constitutionnel pubblicava il seguente articoletto, che sarà utile ristampare nella sua lingua originale:

«Nous avons annoncé hier que le consul de France à Parme avait reçu a l'ordre de quitter son poste, si un châtiment exemplaire ne venait frapper e les assassins du colonel Anviti.

«La conscience publique, profondément indignée d'un tel assassinat, sanctionnera cette décision de la France qui, après avoir délivré l'Italie, se déclare solidaire de son honneur, entend qu'elle se respecte, et exige le châtiment d'un crime qui la souillerait s'il n'était vengé».

«A. GRANDGUILLOT».

Siamo ai 3 di gennaio del 1860. castigo esemplare non ha ancor colpiti gli assassini del colonnello Anviti. Il console francese a Parma, che sappiamo noi, non ba abbandonato sinora il suo posto. La coscienza pubblica altamente indegnata aspetta tuttavia una soddisfazione. La Francia solidaria dell'onore italiano s'è acquietata ben presto, e il Grandguillot del Constitutionnel pensa ora spogliare delicatamente il Papa,

Ma zitti, che l'Eccelso Farmi s'è desto, Egli ha fatto arrestare, o probabilmente farà appendere per la gola il P. Fellelti, inquisitore, accusato di aver fatto rapire il fanciullo Mortara!

Eccoci arrivati al novantatré pronunziato dalla Gazzetta del Popolo. Ammettiamo per un momento che il fanciullo Mortara sia stato rapito. Quel rapimento era un delitto quando il fatto si consumava? No, certamente: le leggi lo permettevano. E come voi osate dare alle leggi, e leggi penali, effetto retroattivo? E non è questo l'eccesso dell'ingiustizia e del dispotismo?

L'Eccelso Ferini ha pubblicato ne' suoi dominii molte leggi che ora proibìscono ciò che prima era permesso. Posta la retroattività di tali leggi, potrà far man bassa sopra d'ogni ordine di cittadini, e tagliar a pezzi tutti quanti i preti.

Nel Ducato di Modena, per esempio, sono ora dal Farini condannati i preti che uniscono i fedeli in matrimonio prima del compimento di certi atti civili. l' Eccelso colla stessa ragione, con cui fa arrestare il P. Felletti, domani può fare imprigionare tutti i pàrroci modenesi, che avanti la partenza del Duca celebrarono matrimonii. Con questa logica, con questa giustizia che salva gli assassini, che perseguita gli innocenti, dove riusciremo?

Ricordiamoci però la sentenza del Constitutionnel: La Francia dopo di aver liberato l'Italia SI DICHIARA SOLIDARIA del tuo onore.

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IL GIORNALE DI ROMA

E L'OPUSCOLO

LE PAPE ET LE CONGRES

Leggiamo in capo al Giornale di Roma del 30 di dicembre: n È uscito recentemente alla luce un opuscolo anonimo stampato a Parigi pej tipi Didot, ed intitolato: Le Pape et le Congrès. Quest'opuscolo è un vero omaggio reso alla rivoluzione, un'insidia tesa a que' deboli, i quali mancan di giusto criterio per ben conoscere il veleno che nasconde, ed un soggetto di dolore per tutti i buoni Cattolici. Gli argomenti, che si contengono nello scritto, sono una riproduzione di errori ed insulti già tante volte vomitati contro la Santa Sede, e tante volte confutati trionfantemente, qualunque sia del resto la pervicacia degli ostinati contraddittori della verità. Se per avventura lo scopo propostosi dall'autore dell'opuscolo tendesse ad intimidire Colui contro il quale ei minacciano tanti disastri, può l'autore stesso esser certo, che chi ha in fa» vor suo il diritto, ed intieramente si appoggia sulle basi solide e incrollabili della giustizia, e sopratutto è sostenuto dalla protezione del Re dei Re, non ha certamente di che temere dalle insidie degli uomini».

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MEMORANDUM

DEI SUDDITI PONTIFICII

(Pubblicato l'8 gennaio 1860).

Ci viene trasmesso un memorandum che molti sudditi pontificii, interpreti dei sentimenti dell'immensa maggioranza delle popolazioni soggette allo scettro paterno del re Sacerdote, desiderano che venga pubblicato da tutti i giornali cattolici e conservatori. Per parte nostra ci prestiamo di buonissimo grado a sì nobile desiderio.

POPOLI CATTOLICI,

Gran fatto dobbiamo essere noi, a cui la Provvidenza assegnò la bella sorte di sottostare politicamente al Pontefice Romano, mentre vediamo tutte le penne d'Europa rivolte a parlare di noi, a centrarci, a calunniarci, ovvero a difenderci valorosamente.

Che vogliono da noi i mestatori di Francia? Che pretendono i furbi Inglesi? Che cosa abbiamo a far noi coi libertini inforestierali del Piemonte e con tutta la ribaldaglia del Continente, che tiene mano alle ipocrisie francesi, alle astuzie mercantesche dell'Inghilterra, e alle pazze ambizioni delle sètte dominanti in Piemonte?

Ci vogliono strappare al paterno scettro del Papa per incatenarci al carro della tirannia, cui danno nome di libertà. Lo sappiamo da un pezzo. Ma voi lasciate, popoli cattolici, che in nome di una moltitudine grandissima di nostri concittadini vi parliamo candidamente.

Noi stiamo bene sotto il governo dei Papi; siamo di quei rari popoli che non sono smunti dai balzelli, che godono vera protezione dei loro diritti, e che si sentono favoriti da un'autorità equa e soave in tutto ciò che è onesto e schiettamente utile al ben pubblico.

Che dobbiamo, o possiamo desiderare di più? Noi vediamo spesso gente straniera che viene nei nostri paesi trattavi dalla curiosità e da altri motivi. Conversiamo con essa, e al fine ci udiamo ripetere sempre, che noi siamo i popoli più felici dell'Europa.

Noi studiamo le istituzioni altrui; osserviamo che in Piemonte la libertà è problematica; in Francia bavagli, ammonizioni, e tributi; in Inghilterra pauperiamo; osserviamo che i governi, i quali si fanno promotori di una millantata libertà al d ifuori, in casa loro non ne vogliono tollerare che il nome; osserviamo che i vizi, i delitti, gli scandali, le atrocità più nefande si commettono con frequenza spaventevole in cotesti paesi; e dopo tutto ciò come possiamo noi augurarci di cadere sotto le ugne di uomini, o sotto la barbarie di sistemi, il cui scopo finale è di succhiare il sangue dei popoli e corromperne il cuore?

C'è altro sotto questo patrocinio non invocato che si arrogano a nostro vantaggio gli ipocriti e gli spergiuri, sostenuti dalle frodi della politica più infame che abbia mostrata la fronte sotto la cappa del cielo.

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Sì, c'è altro: noi, sudditi del Vicario di Cristo, di cui ci gloriamo professare la fede, dobbiam servire di pretesto ai nemici tutti del Papato nella guerra che hanno volta contro la santa tiara, che è il baluardo della civiltà del mondo.

Ecco la vera cagione di tanti schiamazzi e di tanti piagnistei, che si fingono a nostro prò, da tutta la turba dei venduti a Belial in politica e in religione.

A costoro non ci cale di rispondere. 1 fulmini di Dio parleranno per noi.

Ma sappiamo pur troppo che una schiera innumerevole di persone semplici e di buona fede vive nell'inganno, e credendo che una parte almeno delle menzogne sparse dalla stampa settaria sia verità, si commuove ed è inclinata a compatirci. Per costoro scriviamo ed a costoro vogliamo dire la verità pretta e pura.

Le accuse principali che i giornali compri dalla rivoluzione e dall'eresia muovono contro di noi, sono: che noi non possiamo pili tollerare il governo dei preti, e che perciò tentiamo ogni via di sollevarci. Prima accusa.

Il governo dei preti essendo odiato, non può trovar forza da mantenersi, ed è costretto ricorrere agli eserciti forestieri. Seconda accusa.

Smentiamo queste due imputazioni: e anzitutto protestiamo altamente contro chi ci fa la vergogna di accagionarci del delitto di ribellione ostinata. È falso che noi popoli degli Stati Pontificii non possiamo tollerare il governo dei preti.

In prima osserviamo che i preti hanno una parte numericamente infima nell'amministrazione. Poi notiamo che il Sommo Pontefice regnante (a dispetto di chi noi vorrebbe) felicemente sopra di noi suoi amorosi figliuoli piuttosto che sudditi, avendo introdotto l'elemento laico più largamente che alcun altro Papa nel governo, trovi contrasti fortissimi nelle nostre popolazioni, che a' laici non si volevano sottomettere. In Ferrara governava in qualità di Delegato il commendatore Folicaldi, uomo integerrimo, con moglie e figliuoli. Eppure tanti ricorsi si fecero in Roma dai Ferraresi per ottenere in sua vece un prelato, che il Santo Padre dovette condiscendere, richiamare l'egregio commendatore alla Consulta di Stato, e mandare in sua vece un Monsignore. Questo è fatto optorio.

Per quattro e più anni al ministero delle Finanze fu preposto un laico, il signor Galli. Eppure tanto si gridò per tutto lo stato, che il Santo Padre dovette dimetterlo e prendere in sua vece quel celebre monsignor Ferrari, il quale ha fatto stupire tutti i leali finanzieri d'Europa, per la sua desterità nel maneggio degli affari.

Roma sa i pian che si fecero contro il signor Farina, ministro della guerra, perché laico. Roma sa che se al laico sig. Giacobini, ministro dei lavori pubblici, fu perdonato dalle censure, ciò fu perché spendeva il suo ricco patrimonio privato a utile dello Stato. Ora discorriamo da franchi e sinceri cattolici. Può un governo imporre per forza i suoi uffiziali alle popolazioni? Sei nostri popoli preferiscono i preti ai laici nei posti maggiori del governo, che diritto hanno i principi forestieri e i gabinetti di costringere il nostro re, il Papa, a fare contro il genio delle sue popolazioni?

Né crediate, fratelli nostri, che noi anteponiamo i preti a' laici per falso pregiudizio.

Una sperienza di otto e più secoli ci ha mostrato quanto sia benefico l'influsso del nostro sacerdozio governante a nome del Vicario di Dio.

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Abbiamo in vari intervalli assaggiato il reggime dei laici, e ci è sembrato una calamità a confronto del reggime prelatizio. Il Prelato presidente si contenta di poco: non ba moglie, non ha famiglia che lo distragga, non impegni secolareschi: è tutto nel suo uffizio: i poveri, i piccoli sono da lui bene accolti, come gli opulenti e j «ignori: spande le sue economie a vantaggio de bisognosi, e l'affamato trova sempre nella borsa del suo Governatore l'obolo della misericordia: l'orfano ha in lui un padre, i pupilli e le vedove un sostegno vigoroso. Può ciò dirsi di un laico? Vero à che vi sono laici ricchi di belle doti. Ma insomma la sperienza ha fatto toccare con mano ai nostri popoli, che le doti, le quali sono un'eccezione nei laici, sono comunemente nei preti nostri un abito volgare.

Guardate un poco come governino i laici nelle Romagne ribellate, dimandale alle città di Bologna, di Ferrara, di Ravenna e di Forlì chi li abbia trattati maglio, se i Delegati del Santo Padre o i Proconsoli di Farini. Le veglie e le fetta da ballo non provano che chi le da sia sollecito de' popoli ohe regge. Su la borsa altrui è facile dar feste sontuose: lo sanno i Modenesi che hanno veduto un medico oltraggiare la pubblica sventura con uno scialacquo di lussi e di ghiottornie da vincerne i sibariti: ma a spese di chi? di quel povero popolo che si moriva di fame.

I nostri prelati non danno feste da ballo, ma fanno limosine: non hanno servi numerosi, né vestiti di seta, ma coprono le nudità vergognose de' mendici. Fratelli cattolici, non vi lasciate illudere e sentenziate con la mano sul petto: abbiam ragione o no di preferire nel nostro stato i preti ai laici?

Ma, direte voi, perché dunque vi ribellate così spesso? Perché non appena sventolò su le Alpi il vessillo francese vi levaste contro il triregno? Perché non appena sgomberata Bologna da' Tedeschi, atterraste lo stemma di Pio IX? - Ahi perché? ci dimandate: ebbene ve lo diremo noi il perché.

1° Perché una potente influenza non italiana aveva assicurato un pugno di settarii suoi complici, che se riuscivano nell'impresa sarebbero essi i fortunati. Non cercate di pii»; spiegare più chiaramente la trama è cosa da tempi che non sono gli odierni. Credeteci, e scusate il nostro laconismo.

2° Perché chi tiene in pugno le fila di tutte le congiure della Penisola, spese tesori e adoprò malizie incredibili a sostenere quel pugno di ribelli che si alzarono contro il nostro legittimo Padre e Sovrano. Anche qui la prudenza ci mozza le parole.

3° Perché il governo Pontificio fu costretto dalle ingerenze estere a sopportare ne suoi Stati una setta ipocrita: e dovette far prevalere la clemenza sopra la giustizia che esigevano i suoi proprii diritti, e quelli de' suoi soggetti fedeli. L'ingerenza forestiera è sempre stata la cancrena di questi domini invisi all'inferno.

4° Perché la ritirata improvvisa degli Austriaci non lasciò agio e tempo alle truppe di Sua Santità di accorrere subito al riscatto delle città romagnuole, invase dalla rivoluzione. La provvida mente di Pio IX ricuperò subito l'Umbria e le due Marche con una mano scarsa di soldatesche. Ma quando queste giunsero ai confini di Romagna, trovarono le milizie di un altro Stato italiano già latrate nelle terre ribellate. Di più in Roma un ministro di una grande Potenza considerare al Santo Padre che era meglio non procedere per allora con le armi.....

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Perfìdie! Iddio le sa: Iddio le vendicherà.

Queste quattro ragioni non sono uniche, ma per brevità ci limitiamo: sappiate per altro che dovunque i soldati Pontificii si presentarono, furono accolti trionfalmente dalle città, che si dicevano avverse al Papa. I cittadini di Fano e di Sinigaglia uscirono dalle mura a ricevere gli Svizzeri con applausi e con fiori.

Ad Ancona il bravo ed onorassimo generale Allegrine con una passeggiata militare ripristinò il governo. In Fermo bastò la voce dell'avvicinarsi che facevano pochi soldati, per mettere in fugai capi della Giunta. Che se Perugia resistè, ciò fece perché il B dalla Toscana mandò armi ed armati a sostenere i faziosi. Ecco la verità schietta.

Chi adunque fece la sommossa negli Stati Pontificii? I popoli disgustati del governo dei preti, o i mestatori appoggiati dall'estero e favoriti da una circostanza straordinariamente propizia? Giudicate voi, cattolici di retto senso.

Ha veniamo alla seconda accusa che si connette sì strettamente con la prima.

Il governo dei preti non può trovar forze da mantenersi? È nella necessità di richiedere occupazioni forestiere?

Esaminiamo riposatamente le cose. Il Papa Gregorio XVI moriva, e lasciava eliostato un esercito di più di 20 mila uomini benissimo disciplinati: linea, cacciatori a piedi ed a cavallo, dragoni, artiglierìa, e la massima parte gente indigena. Noi li abbiam veduti questi soldati. Bastarono essi a comprimere alcuni moti che settarii audaci tentarono in Rimini e poi in Bologna t erano fedeli e degni di servire al Papa.

Succeduto Pio IX, e scorti i malaugurati giorni del 48, questo fiorente esercito fu tratto proditoriamente contro gli ordini di Sua Santità a combattere in Lombardia; ed a Vicenza fu quasi totalmente disperso e disciolto. Di chi fu U colpa? Di coloro che oggi accusano il Papa di non aver soldati. Essi gli discussero il suo bello esercito, ed essi ora lo vilipendono con sarcasmi.

Venne la repubblica di Mazzini che ci divorò milioni di scudi, non di franchi. Le Potenze cattoliche entrarono e, rimesso in trono il profugo Pontefice, restarono militarmente occupatrìci, la Francia di Roma, e l'Austria delle Romagne: il centro degli stati fu rilasciato alle nuove milizie, che il governo Pontificio ricostituì dopo lo sfacelo.

L'occhio sagace del S. Padre, osservando da una parte l'enorme deficit che gli lasciava in eredità la repubblica di Mazzini; e dall'altra il favore della Francia e dell'Austria che presiedevano i punti principali dei suoi Stati; vide un'occasione propizia di attendere intanto a risarcire l'erario, risparmiando le somme che un grosso esercito gli avrebbe dimandate. Paterna Provvidenza!

Perciò contentatosi di formare un buon nucleo d'esercito che era ultimamente di circa dodicimila uomini, e più della metà sudditi suoi volontari, badò a ristaurare il pubblico tesoro: e noi sappiamo che il bilancio del 1869 offeriva già un avanzo di 83 mila scudi.

Dentro l'anno 1859 i Francesi e gli Austriaci potevansi ritirare, e il Papa avrebbe subito ingrossato di nuove armi il suo piccolo, ma sufficiente esercito e provveduto decorosamente ai casi suoi. Scoppiò invece la guerra, e con lei la sua fedele alleata, la rivoluzione.


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Abbiam veduto come il governo Pontificio bastò a se medesimo per comprimerla sino alle Romagne: ed abbiam veduto il perché non l'abbia compressa finora in quelle misere sue provincie. Ma, posto ciò, può dirsi vero che il Pontificio governo non basti a se stesso? Togliete dalle Romagne tutti i militi e tutte le armi forestiere, e v'entriamo sicurtà che in tre settimane le Romagne sono di Pio IX. Le città sorgeranno per aprire le porte al vessillo papale, e caccicranno con maledizioni i protervi che le tiranneggiano.

Notate poi circa la fedeltà delle truppe papali alcuni punti di gran rilievo. Prima della guerra e avanti la rivoluzione, emissari correvano le Romagne e Io Stato, cercando sedurre anche con la forza i militi Pontificii e arrotarli per la guerra dell'Indipendenza: promettevano promozioni, e pagavano 500 franchi. Che tentazione! Eppure quanti mancarono di fede? Sopra più di dodicimila, meno di sei centinaia. È fatto officiale.

Accaduta la rivolta, i soldati, pochi e sbandati, si ritirarono coi governatori espulsi, e rientrarono puntualmente nelle provincie rimaste ubbidienti. Rari sono i soldati già pontificii, che ora militano sotto lo stendardo della rivoluzione romagnuola.

Cessata la guerra e (per necessità diplomatica) lasciate le Romagne afforzarsi nella loro ribellione, una gran parte dell'esercito pontificio stanziò in Pesaro e nei dintorni per difesa della linea di frontiera. Da Rimini si spargevano emissari e scritti per sedurre queste truppe. Ora in cinque mesi sapete quanti disertarono? Non 35 uomini in tutto: è cifra quasi officiale.

Osserviamo che il corpo dei gendarmi in numero di circa 4000 ha dato prove di fedeltà stupenda. Sebbene assediati d'ogni maniera di allettamenti, tanto pochi fallirono, che in due mani potreste contare i traditori. In Bologna erano 500, ed il loro maggiore si disfece per trarli seco nella fellonia: neppur uno mancò. Tutti si ritirarono a Trieste, e tutti per Ancona rientrarono negli Stati.

Concludiamo: uno Stato che trova tanti fedeli volontari per servirlo, può dirsi insufficiente a se stesso? Una popolazione di più di due milioni, che, o si quieta alla presenza di un pugno di milizia, ovvero le accoglie in trionfo dopo una mossa eccitatale in casa dagli stranieri, può dirsi una popolazione nemica del suo governo? Ah se non fossimo attorniati dalla rivoluzione! Fratelli nostri cattolici: noi vi abbiam portalo falli storici: i nostri nemici non mettono fuori se non calunnie. Non vi lasciate sedurre da quella maschera che hanno in viso gli odiatori della nostra felicità e della indipendenza del Papato.

Noi intanto protestiamo contro le calunnie di che ci opprimono i fogli libertini o semiufficiali di certi governi, non delle nazioni.

Protestiamo al cospetto di tutta l'Europa e di tutto il mondo, che vogliamo il Papa per re: lui solo Monarca e arbitro dei nostri politici destini: lui solo legislatore e vindice dei nostri diritti: lui solo difesa e patrocinio nostro. Se le Potenze cattoliche ci vogliono protegger» lealmente contro la rivoluzione che ci minaccia, noi le riceveremo con gratitudine, e assoderemo i nostri sforzi ai loro per fare scudo al nostro Re Sacerdote contro i perfidi che lo assalgono.

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Ma se volessero entrare per darci istituzioni, che presso loro o sono rigettate, o fanno pessima prova; restino pure, e Dio penserà a noi. Noi esecriamo le fellonie degli oppressori delle Romagne. Noi esecriamo le ipocrisie di una politica che cerca scagliarci nelle zanne della rivoluzione.

Il Papa e noi siamo una sola famiglia. Meglio perire per qualche tempo vittima dì una empia guerra fatta a Cristo nel suo Vicario, che non sopravvivere apparentemente prosperosi di una falsa civiltà, ma col marchio indelebile di traditori nella fronte. Il parricidio è la virtù delle sètte, la fedeltà è il vizio dei sudditi di Pio IX. Cattolici di tutto il mondo, giudicateci voi.

RISPOSTA

DI PIO IX AL GENERALE GOVON

(Pubblicato il 40 gennaio 1860).

Il Giornale di Roma del 3 di gennaio ci reca il discorso detto al Papa nel ricevimento del primo dell'anno dal generale conte di Govon, comandante in capo la divisione francese nello Stato Pontificio, e la risposta data da Pio IX al Generale medesimo. Questi due discorsi vennero pronunziati in lingua francese, e la traduzione del Giornale di Roma poco si differenzia da quella trasmessaci dal nostro corrispondente, meno nella parte relativa al nolo opuscolo: Papa e il Congresso.

Rileviamo con piacere dal diario officiale degli Stati Pontificii, che Pio IX nella sua risposta ha fatto. cenno di quest'opuscolo, l'ha bellamente definito un monumento insigne d'ipocrisia ed un ignobile quadro di contraddizioni. Le quali parole giungono proprio a tempo per fare giustizia delle nuove ipocrisie del Constitutionnel e della Patrie di Parigi.

Questi due periodici andarono in collera, perché il Giornale di Roma in una nota, già riferita da noi, parlò con poco rispetto dell'anonimo opuscolo, e, alla maniera de' giansenisti, incominciavano già a stabilire una gran differenza tra i sentimenti del Papa e quelli manifestati dall'organo officiale del suo governo.

«È doloroso, scriveva il Constitutionnel, è doloroso, che si faccia adoperare ad un governo un linguaggio simile, sopratutto quando questo governo è quello della Chiesa. Cessi Iddio, che noi facciamo risalire fino al Sovrano Pontefice la risponsabilità di tali violenze tanto contrarie ai suoi sentimenti personali, quanto alla dignità del suo potere».

E continuava, lagnandosi principalmente della frase del Giornale di Roma, dove si ribattono gli oltraggi vomitati dall'autore del famigerato opuscolo contro la Santa Sede. Questa parola, giusta il Constitutionnel, «non ha nulla di officiale in nessuna lingua, farebbe arrossire la lingua divina dell'Evangelio».

Se messer Grandguillot conoscesse il linguaggio divino delle Sacre Scritture, saprebbe che il profeta Habacuc, parlando del traditore che da da bere all'amico e mette il fiele nel bicchiere

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(che è appunto ciò che fé' l'autore dell'opuscolo: Il Papa e il Congresso), dice che scenderà su di lui il vomito dell'ignominia, et vomitus ignominiae super gloriam tuam (Habacuc, cap. II, vers. 16) - Saprebbe che ne proverbi si paragona l'imprudente che ripete le sue stoltezze al cane che ritorna al vomito, qui revertitur ad vomitum (Prov. , cap, 26, vers. 11). - Saprebbe che la stessa frase è adoperata da San Pietro nella sua seconda Epistola, dove parla di coloro che promettono la libertà, essendo essi i servi della corruzione (2a Petri, cap. M, vers. 22). .

Oh state a vedere questi signori come sono schifiltosi! Si pubblica un libro anonimo, che lo stesso autore si vergogna di sottoscrivere; un libro che propone nientemeno che la spogliazione del Papa, e il Constitutionnel vorrebbe che il Giornale di Roma lo rispettasse e non ne smascherasse le ipocrisie! E il vostro Imperatore ha forse rispettato il libro del signor Vacherot che attenta ai suoi diritti, o non ne ha piuttosto dinunzìato a' tribunali e fatto condannare l'autore? E voi non volete consentire nemmeno ai governo Pontificio di dire che nell'anonimo opuscolo: Papa e il Congresso, si vomitano oltraggi contro la Santa Sede?

Le osservazioni fitte dal Constitutionnel leggonsi contemporaneamente nella Patrie, imperocché questi due giornali godono eguale indipendenza. Anche la Patrie si lagna della frase les outrages vomis (1); anch'essa cerca di stabilire una gran differenza tra il Giornale di Roma e il Papa.

«Noi rispettiamo troppo il Santo Padre, dice la Patrie, per renderlo risponsabile di simili cose. Coloro che parlano così in suo nome, congiungendo la minaccia coll'ingiuria, falsificano e sfigurano i suoi nobili sentimenti. Se la dichiarazione del Giornale di Roma è officiale, essa non è certo cristiana, è sotto questo riguardo non potrebbe considerarsi come l'espressione del cuore di Pio IX .

Queste cicalate avevano per iscopo di dare a credere alla Francia cattolica, che altro fosse il Papa, altro il suo governo. Ma il Constitutionnel e la Patrie sono messi colle spalle al muro dalla risposta data da Pio IX al generale Govon. Questa volta è il Papa stesso che ha parlato, e francamente ha detto che l'opuscolo: Papa e il Congresso è un monumento insigne d'ipocrisia ed un ignobile, quadro di contraddizioni. Quale scusa potranno ora addurre i due giornali indipendenti di Parigi.

Coloro che il tempo nostro chiameranno antico, peneranno a credere ciò che veggiamo avvenire. Oggidì il Papa si vuoi difendere spogliandolo, e coloro che propongono di spogliarlo, si lagnano d'essere oltraggiati dal Papa, l'accusano di non usare un linguaggio cristiano, e di congiungere l'ingiuria colla minaccia.

(1) Benché sappiamo che la schifiltà di questa gente è pura ipocrisia, giacché non hanno schifo di pubblicare il processo Lemoine e gli altri della stessa risma, tuttavia vogliamo far notare che in italiano, come in latino, il vocabolo vomitar non ha nulla di sconveniente anche nelle civili brigate, usato nel senso metaforico. Cosi Virgilio disse: Ingentem foribus domus alta superbis....... Salutantum totisvomit aedibus undam. E le uscite dei teatri e degli anfiteatri chiamavansi dagli antichi vomitorii. Ovidio scrisse che Cariddi vomita flutti, e diciamo tuttodì: un vulcano vomita fiamme, Ed appunto vomitare ingiurie, vomitare insolenza è maniera comunissima, come nota il Tommaseo ne' suoi sinonimi. Quindi questi scrappuntini non possono neppur aver la puerile soddisfazione d'aver scoperto un neo nel linguaggio del Giornale ufficiale di Roma.

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Sì è il Papa che minaccia! Minaccia di non voler consentire alla spogliazione della Chiesa! Che ve ne pare? A noi pare di assistere a ciò che diecinove secoli fa avveniva in Gerusalemme, quando Gesù Cristo davanti a Caifas dicea uria semplice parola in sua difesa, e uno scellerato misura vagli sulla guancia divina uno schiaffo sonoro, dicendogli: Cosi rispondi al Pontefice?

La Patrie e il Constitutionnel tentano pure dare al Papa uno schiaffo, ma non gli possono dire: così rispondi al romanziere, al comico, al ministro? Imperocché non si sa chi sia stato offeso dal Giornale di Roma, perché l'autore del famigerato opuscolo si nasconde, ha vergogna egli stesso delle sue ipocrisie, de' suoi disegni, e non gli basta l'animo di mostrare la faccia e rendere conto de' suoi errori.

Dopo la condanna solenne di quest'opuscolo, nella risposta data dal Papa Pio IX al generale Govon v'ha un altro punto di grande importanza, ed è quello che si riferisce alle opinioni dell'imperatore Napoleone 111 relativamente alla questione cattolica, apostolica, romana.

Pio IX è persuaso che Napoleone III solennemente riprova i falsi principii contenuti nel famigerato opuscolo, e la sua convinzione deriva da che possiede alcuni documenti che tempo addietro l'Imperatore ebbe la bontà di fargli aver et li quali sono una vera condanna degli accennati principii.

Ora si può egli supporre che un Imperatore de' Francesi, che si vanta d'essere leale, sincero, mantenitor di parola, altro dica ed altro faccia? La carità cristiana non permette neppur di pensarlo, e Pio IX noi pensa del cristianissimo Imperatore. Anzi trovando un'enorme contraddizione tra un opuscolo anonimo e i documenti autografi di S. M. Imperiale, il Papa conchiude che non solo diversa sia la penna che scrisse i documenti da quella che scarabocchiò l'opuscolo, ma che inoltre Napoleone III, fermo nelle sue convinzioni manifestate replicate volte in pubblico ed in privalo, in documenti che ha il Papa ed in altri che conosce e conserva l'Europa, disapprovi altamente principii op posti alla sua politica ed alla sua religione.

Ma qui levasi la Gazzetta di Torino e dice insolentemente nel suo numero dell'8 di gennaio: V'ha un documento dell'Imperatore più antico di quello che può avere il Papa, ed è la battaglia di Rimini, che il Principe Napoleone combatteva contro gl'insorti romagnoli». Non toccherebbe ad un giornaletto ministeriale venir fuori con queste memorie, le quali non sono molto grate, crediamo al nostro illustre alleato. Poiché tuttavia la Gazzetta di Torino ha commesso l'imprudenza, noi osserveremo, che quando un cotale or dice nero, or bianco, e muta convinzioni col mutare dei tempi, si ha da supporre che siano valide le sue proteste posteriori. Cosi il conte di Cavour che era clericale papalino nel 1848, ed ora invece è italianissimo, viene generalmente riconosciuto tale da' suoi amici ed avversarii. Lo stesso criterio si ha dunque da applicare all'Imperatore de' Francesi nelle sue fasi relative al governo Pontificio. Almeno cosi ha voluto giudicarlo il glorioso pontefice Pio IX, e tale giudizio, è un nuovo benefizio che il S. Padre ha compartito al Sire francese.

Ecco il discorso del generale Govon e la risposta del Papa, secondo il Giornale ufficiale di Roma.

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Domenica primo giorno dell'anno S. E. il signor generale conte de Govon, aiutante di campo di S. M. l'Imperatore Napoleone III, comandante in capo la divisione francese nello Stato Pontificio, accompagnato dagli ufficiali della medesima, si portò al Valicano per rassegnare le sue felicitazioni al Santo Padre. Ricevuta TE. S. insieme a' suoi ufficiali nella sala del trono, ebbe l'alto onore di rivolgersi alla Santità Sua col seguente discorso: e Santissimo Padre

Veniamo un'altra volta, e sempre premurosamente, a' piedi del vostro duplice trono, di Pontefice e di Re, per recare alla Santità Vostra, in occasione del nuovo anno, la nuova assicurazione del nostro profondo rispetto e della nostra devozione.

«Durante l'anno che è trascorso, grandi avvenimenti sono succeduti. Qui, per ordine del nostro valoroso Imperatore, e come luminoso attestato del suo religioso rispetto per Vostra Santità, noi non abbiamo potuto prender parte ai campi dell'onore e della gloria. Noi non abbiamo dovuto, non abbiamo potuto consolarci, che ricordando ognora, come qui presso di voi, presso di Vostra Santità e per servirla, noi ci trovavamo sul campo d'onore del Cattolicismo.

«Tali sono, Santissimo Padre, i sentimenti de' miei buoni e bravi subordinati, dei quali io mi glorio di essere il felice interprete. Vogliate accoglierli con quella bontà costante, colla quale la Santità Vostra degnò sempre di onorarci».

Sua Santità degnossi rispondere con le seguenti parole:

«Se in ogni anno furono cari al nostro cuore i voti e i buoni augurii che voi, signor Generale, ci avete presentali a nome dei bravi uffizi ali dell'armata, che sì degnamente comandale, in questo anno ci sono grati doppiamente per avvenimenti eccezionali che si sono succeduti, e perché ci assicurate che la divisione francese, la quale si trova negli Stati Pontificii, vi si trova per la difesa dei diritti della Cattolicità. Che Iddio dunque. benedica voi, questa parte e' con essa tutta l'armata francese; benedica del pari tutte le classi di quella generosa nazione.

t E qui prostrandoci ai piedi di quel Dio che fu, è, e sarà in eterno, Io preghiamo nella umiltà del nostro cuore a voler far discendere copiose le sue grazie e i suoi lumi sul Capo Augusto di quell'armata e di quella nazione, affinché colla scorta di questi lumi possa camminare sicuro nel suo difficile sentiero, e riconoscere ancora la falsità di certi principii che sono comparsi in questi stessi giorni in un opuscolo che può definirsi un monumento iusigne d'ipocrisia ed un ignobile quadro di contraddizioni. Speriamo che con l'aiuto di questi lumi: - no, diremo meglio, siamo persuasi che coll'aiuto di questi lumi egli condannerà i principii contenuti in quell'opuscolo; e tanto più ce ne convinciamo, in quanto che possediamo alcuni documenti, che tempo addietro ]a M. S. ebbe la bontà di farci avere, i quali sono una vera condanna dei nominati principii. Ed è con questa convinzione che imploriamo da Dio che sparga le sue benedizioni sopra l'Imperatore, sopra l'Augusta Compagna, sul principio Imperiale e su tutta la Francia».

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I RIFORMATORI DEL GOVERNO PONTIFICIO

(Pubblicato il 3 gennaio 1860).

Abbiamo sotto gli occhi un prezioso documento dal quale risulta quale sia la civiltà e il progresso della Gran Bretagna, e se il governo di quel paese possa erigersi a giudice del governo Papale, criticarne i supposti errori, e proporne l'abolizione.

L'Economist reca le tabelle statistiche in materia di delitti per l'anno 1858, d asserisce che sono le più complete e le più ufficialmente constatate, di cui il pubblico inglese sia mai stato fornito dal suo governo. Queste tabelle non appartengono che ai delitti commessi nel 1858 in Inghilterra e nel paese di Galles; debbonsi perciò escludere affatto la Scozia e l'Irlanda.

Questi risultati, dice la Perseveranza del 9 gennaio, sono sommariamente ridotti nel modo seguente:

Popolazione dell'Inghilterra e del paese di Galles................................ 17,927,609

Numero degli agenti di polizia.............................................................. 20,26

Categoria I. Numero dei delinquenti, o in prigione o fuori conosciuti dalla polizia........................................................................................... 160,35

Categoria II. Numero delle case di cattiva fama da essi frequentate... 25,12

Categoria III. Numero dei delitti portati a cognizione della polizia..... 57,87

Categoria IV. Totale delle persone venute in mano della giustizia...... 434,49

I 160,346 delinquenti della prima categoria sono quindi divisi in due classi. la prima consiste di coloro che sebbene in libertà, sono conosciuti per persone criminose, e questa classe ammonta a 434,922 persone; la seconda constate dei delinquenti in prigione, e si eleva 25,424.

Della prima classe di 134,922 persone, si sono fatte alcune divisioni relative alla condizione, al sesso ed all'età: eccone il quadro autentico:

Totali Totali

Maschi Femmine Masc. e fem. Giov. e ad

Ladri e predatori conosciuti

40,032

Sotto ai 16 anni 4,773 1,608 6,381

Dai 16 anni in su 26,772 6,879 33,651

Incettatori d'oggetti rubati

4,315

Sotto i 16 anni 119 29 148

Dai 16 anni in su... . 3,410 787 4,197

Prostitute

28,760

Sotto i 16 anni 1,647 1,647

Dai 16 anni in su 27,113 27,113

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Persone sospette 39,622

Sotto i 16 anni 3,912 1,512 5,124

Dai 16 anni in su 28,028 5,774 33,802

Vagabondi 22,559

Sotto i 16 anni 3,264 1,943 5,207

Dai 16 anni in su 11,390 5,962 17,352

Totale

134,922

Sotto i 16 anni 12,068 6,739 18,807

Da 16 anni in su 69,600 46,515 116,115

Su queste cifre sono da farsi parecchie osservazioni. Nessuno si dia a credere che trovinsi notati sulla citata statistica tutti i ladri dell'Inghilterra, essendovi soltanto quelli conosciuti dalla polizia; e d'ordinario questi sono i meno.

Di poi si avverta che le 434,492 persone, venute in mano della giustizia durante il 1858, non furono i soli colpevoli dell'Inghilterra, giacché un buon dato commette il delitto impunemente, e sfugge alle più diligenti ricerche, tanto più tra gli Inglesi dove è portato all'eccesso il rispetto alla libertà individuale.

Si noti ancora che le donne di mala vita non sono recate in questa statistica, se non per altri delitti che commettono, uccidendo o spogliando i mal capitati imperocché, il numero delle sgraziate, che nella sola Londra vivono di mal costume, oltrepassa le ottanta mila, come risulta da una statistica del giornale The Lancet, 30 maggio 1857.

Si noti inoltre la quantità di ladri e scellerati giovanissimi che sono in Inghilterra. Sotto i sedici anni si contano 6,381 ladri; sotto i sedici anni 1,647 donne perdute) sotto i sedici anni 5,424 persone sospetto; sotto i Sedici anni 5,424 vagabondi.

Si noti finalmente che in Inghilterra i delitti aumentano sempre di anno in anno. L'Alison scrisse che tale aumento è senza esempio in Europa (England as it is, cap. XIII). È Enrico Mayhew confessò: La nostra popolazione criminale aumenta come i funghi in una fetente atmosfera (1).

Ora noi domandiamo, se un governo che offre all'Europa statistiche di questo genere, ha diritto di giudicare il Papa e condannare il governo Pontificio?

L'autore dell'opuscolo: Papa e il Congresso, potrebbe applicare agli Inglesi le sue curiose teorie, le quali portano di restringere gli Stati del Papa, perché non tutto vi procede a meraviglia, essendo abitati e governati da nomini e non da angioli.

Considerando i ladri e i malandrini dell'Inghilterra, potrebbe l'anonimo francese chiedere che là regina Vittoria venga concentrata insieme con lord Palmerston nel principato di Galles, provando all'uno ed all'altro Che ciò sarà meglio per l'anglicanismo e per la civiltà!

(1) «Our felon population increases among us as fast as fungi in a rank and fétid atmosphere» The Grèat World óf London, London, 1857, par. II, pag. 96,

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RIMOSTRANZE DEL CARDINALE DI PISA

AL GOVERNO TOSCANO.

Abbiamo altra volta parlato del divisamente delle varie serietà Biblico protestanti d'Inghilterra d'approfittare della rivoluzione italiana per dar opera alla diffusione del Vangelo. Il divisamente fu posto ad effetto specialmente nella Toscana, e molte scuole di protestantesimo si erano aperte nei mesi decorsi nella città di Firenze; ma 11 governo, dietro la nota rimostranza di quell'Arcivescovo, e di ragguardevoli personaggi fiorentini, aveva in qualche parte impedito quello scandalo. Non si sa pero, se mentre da mostra di far tacere questi predicatori dell'errore in un luogo, li li cenai ad esercitare il loro empio apostolato in un altro. Comunque sia, noi siamo certi, e lo annunziammo in uno dei numeri precedenti, che anche Pisa di questi giorni ha veduto sorgere entra le sue mura le scuole o chiese protestanti, i cui adepti vanno crescendo di numero ogni giorno. Quel Cardinale Arcivescovo non si è rimasto d'invocare la cooperatone più efficace del governo per allontanare dal suo gregge un tonta male; e pare che il governo si disponga a consolare quel zelante Pastore, e frenare insieme il disdegno troppo ragionevole del popolo pisano, che non vuole essere meno cattolico e pio de suoi gloriosi antenati. Noi riportiamo qui la memoria di Sua Em. za, anche per purgarla dall'accusa che taluno le ha messo di poca vigilanza ed attività in un fatto così importante. Vedremo se poi ci sarà dato far giustizia anche al governo, riportando i documenti che comprovino le sua premura nel mantenere inviolabile e pura la religione dei padri sodi.

Eccellenza

Non è molto, ohe io afflitto per quella pietra di inciampo e di spirituale rovina che si presentava ai fedeli di questa mia diocesi nelle teatrali rappresentante, e in quella peste di libri, fascicoli e stampe la di cui vendita e diffusione non trova impedimento di sorta, sia in mezzo alla città, che per i borghi e campagne, stimai del mio dovere alzare la voce, e muoverne lagnanza presso coloro cui spetta di vegliare con ogni argomento alla tutela di tutti i diritti del popolo. In tal guisa io mi sdebitai con Dio, al quale sono responsabile di questa porzione del mistico gregge; e allontanai da me e dalla mia coscienza quel verme crudele, che non m'avrebbe dato pace se io avessi taciuto.

Ilo però ancora il dolore, che le mie parole sieno state come k voce di chi grida nel deserto; in quanto ohe nessun provvedimento si è preso a rimuovere quelle cause che realmente esistono di religioso, morale è civile pervertimento, le quali produrranno tosto o tardi i loro legittimi terribili effetti, dì cui non potranno certo rallegrarsi né governanti, né governati.

Non voglio però sembrare di aver perduto ogni fiducia in chi oggi regola le sorti della Toscana, e poiché nuovi disordini, nuovi scandali si verificano, nuove rimostranze io presento al governo, e sopra tutto all'Eccellenza vostra.

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È qualche tempo che certo sig. A..... G calzolajo di professione, si è fatto lecito d'aprire una pubblica scuola in questa città, che ultimamente, variato luogo, si è stabilita nella parrocchia di San Nicola nella via che conduce da quella detta del Chiodo alle mura urbane. In questa hanno luogo frequenti adunanze, nelle quali si professano e si insegnano massime e principii diametralmente opposti alla purezzza di quella fede che a noi viene proposta dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana, la quale ne è per divina missione l'unica legittima, infallibile dispensatrice.

E tutto questo, Eccellenza, si compie non all'oscuro e in segreto, ma bensì apertamente, con isfacciataggine, con insulto. E prova ne sia l'adunanza che ivi stesso fu tenuta perfino la mattina del giorno solenne del Santo Natale, in quel tempo medesimo in cui ponti fica vasi da me la Messa solenne in questa mia Primaziale. Prova ne siano i prezzolati fautori della setta, che allettano e seducono gl'incauti, e corrono qua e là per raccorre gente e far seguaci, fermandosi sopratutto nella classe degli artisti, dei poveri e degli sfaccendati, nei quali son certi che le lusinghe, la menzogna, le calunnie, il solletico del danaro operano più efficacemente che in altri. Prova finalmente ne sia l'impudenza con cui taluni anche nei caffè si fanno a vendere a vii prezzo e forse anche donare eleganti esemplari di quelle Bibbie, la cui lettura è condannata sotto gravissime pene della Cattolica Chiesa; e ciò a viemmeglio disseminare l'errore, e compromettere gl'interessi più vitali e più sacri delle popolazioni.

Or tutto questo se da un lato costituisce una lesione ai precetti e alle savie disposizioni della Chiesa, non offende meno dall'altro la pietà del popolo pisano, il quale vede con rammarico l'insulto che si rivolge contro quella fede, che ai più tardi nepoti ei vuoi trasmettere, quale l'ebbe da' suoi antenati, pura e incontaminata, dopo che questi in essa e per essa divennero grandi.

E notate Eccellenza, che se da me e da voi s'ommette di fare quanto ne incombe per dovere del rispettivo ministero, onde prevenire, e se ciò non fia sempre possibile, reprimere almeno inconvenienti e scandali sì fatti, oltreché verremmo meno al debito nostro, porgeremmo ancora fondato motivo di credere che il bene e il male, la virtù ed il vizio, la verità e l'errore fosse per noi una sola e medesima cosa; il qual principio ammesso una volta, e ritenuto per buono in religione e in morale, nessuno saprebbe poi vedere, perché ricusar si dovesse in politica.

Sì Eccellenza, voi governate uno Stato, la cui religione è la Cattolica, Apostolica Romana. È quindi vostro debito di non fare, o permettere tra noi ub' azione qualunque, per cui venga ad esporsi al pericolo di apostatare dalla fede alcuno del popolo. Tanto io che voi dovremmo un dì essere avanti al tribunale del Giudice Eterno, ed ivi render conto io di tutti e singoli i fedeli della mia diocesi, voi di quelli su i quali presentemente dominate. Uno solo di questi che sventuratamente si perdesse, e si perdesse in forza di seduzione e d'inganni da noi non impediti, mentre impedire si poteauo, crediatelo Eccellenza, noi saremmo a mal partito.

Io rispetto l'autorità; ma non per questo mi credo in verun modo dispensato di tenere innanzi alla medesima, quando forti e gravi motivi mi danno impulso a parlare.

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Consolate, di grazia o Eccellenza, un vecchio Vescovo, che a voi espone col cuore in mano e senza infingimenti le cause del suo dolore. E poiché non vi manca né talento per conoscere, né attività per operare, fate che efficaci e pronti provvedimenti sì prendano a torre di mezzo quei mali, che io vi ho ricordato. Il proselitismo come voi dite è proibito, è punito in Toscana? Ebbene! comprovate coi fatti le vostre parole.

lo intanto amo lusingarmi, che non avrò il dolore di vedermi fallire anche un'altra volta la speranza, che bo riposto nell'aiuto e nella cooperazione del potere civile; e che il governo vorrà darsi ogni cui a per tutelare quella religione, che (sono vostre parole) è la religione dei padri nostri.

In caso diverso io mi vedrei costretto di farmi avanti con apostolica fermezza e illuminare le popolazioni di questa mia diocesi esaurendo tutti quei mezzi che il sacro ministero, di cui per divina missione son rivestito, mi somministra. Intanto mi è grato segnarmi con ossequio,

Di Vostra Eccellenza,

Pisa, 29 dicembre 1859.

Cosmo, Cord. Arcivescovo

Primate di Corsica e Sardegna.

LE IPOCRISIE E LE CONTRADDIZIONI

DEI NEMICI DEL PAPA.

(Pubblicato il 17 gennaio 1860).

Quando Pio IX nella sua memoranda risposta, data il primo dell'anno al generale Govon, chiamava il famigerato opuscolo il Papa e il Congresso: un monumento insigne d'ipocrisia ed un ignobile quadro di contraddizioni, l'augusto Pontefice non definiva soltanto poche pagine d'un libello, ma abbracciava tutta la scuola libertina dei nostri giorni, e ne rivelava le arti maligne ed i tristissimi inganni.

Promettere e poi fallire alla data parola, stabilire principj e poi rinnegarli, fingere libertà e proclamare tirannia, accennare da un lato e condurre dall'altro, dare un bacio e macchinare un tradimento, proporre la pace e perpetuare la guerra, riverire la Chiesa e spogliarla, onorare il Papa e metterlo sul lastrico, mentire alla storia, alla logica, al buon senso; ecco le armi di coloro che oggidì combattono contro il Cattolicismo. Ne daremo qualche prova.

E sia primo il Siecle di Parigi, giunto domenica passata, il quale afferma che Pio IX dee contentarti di essere Vescovo di Roma, come disse Leone. XIII (1). Dei quarantamila che leggono il Siede, trentanovemila novecento credono ohe un Papa Leone XIII eia contro Pio IX, ed abbia proprio detto de che il giornale di Parigi gli inette in bocca.

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Or bene Leone XIII non è esistito mai, e l'ultimo Papa di nome Leone, fu Leone XIII!

Lo stesso Siècle sentenzia che la Francia, levando al Pepa il dominio temporale, si chiarisce figlia primogenita della Chiesa, perché fa alla propria Madre affine di salvarle la vita. Come se la Chiesa cattolica fesse giunta a quest'estremo da doversi mettere nelle mani del chirurgo, e il chirurgo dovesse essere Luigi Bonaparte aiutato dal Siècle!

La Patrie vieti fuori a dire ohe Monsignor Vescovo di Versailles avea scritto una Pastorale poco favorevole al Papa e al suo temporale dominio. Il Prelato si affretta a dichiarare nell'Univers, che non iscrisse Pastorale di sorta. Credete voi che la Patrie se no dia per intesa? Oh no davvero! la menzogna le serve, e non si cura di ristabilire la verità.

L'indegno procedere della Patrie è comune a tutti i giornali libertini, che aveano spacciato la stessa fanfaluca riguardo ai Vescovi di Ratisbona, di Cremona, di Troves, e poi smentiti solennemente, non si fecero coscienza di rettificare la falsa notizia.

Il Journal du Vosget che è imperialista, ha avuto il coraggio di scrivere: «In questo momento riceviamo una Pastorale del Vescovo di Versailles, che vorremmo poter sottoporre alle meditazioni di tutti i cattolici». E insinuava che la Pastorale fosse sottosopra una seconda edizione del libello: Papa e il Congresso. Eppure il Vescovo di Versailles dichiara di non avere scritto nulla!

L'Opini Piattonai imputa ai cattolici, come un debito che Villemain e Thiers abbiano preso te difese del Santo Padre, e dice che questo dinota la triste condizione in cui la parte cattolica s'est laissé accular dans la question Romaine?

Due giorni prima il Constitutionnel e la Patrie avevano rimproverato i cattolici di non avere per sé in Francia che gli ultramontani ed i legittimisti. Or bene, ecco qui Thiers e Villemain né legittimisi ultramontani. Ma appunto per ciò, al dire dell'Opinion Nationale, sono un'onta pei cattolici.

Il Nord afferma in generale che parecchi Vescovi francesi hanno aderito al disegno di togliere le Romagne al Papa. Ma per non essere smentito si guarda bene dal nominarne un solo!

La già citata Patrie e gli altri giornali cercano insinuar che Pio IX un momento dopo di avere pronunciato la sua risposta al generale Goyen, se ne stia pentito ed abbia extprimné des regrets. Solenne assurdità imperocché il Papa pronunziò il suo discorso il primo dell'anno, e non venne pubblicato dal giornale di Roma che il 3 di gennaio. Se Pio IX se ne fosse pentito, non l'avrebbe lasciato pubblicare.

Ma viene il Constitutionnel e dice: Le Pape n'est pas libre! Come? Il Papa non è libero quando parta egli stesso? Quando gli officiali della divisione francese lo sentono parlare? E chi gli può mettere le parole in bocca? Chi può sforzarlo a dire ciò che non ha nel cuore?

(1) «Aujourd'hui nous croyons que la Papauté devrait se contenter de son i et incontestable pouvoir spirituelle, d'être Évêque de Rome, comme le disait Lèon XIII. (Siècle 14 janvier 1860)

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E se il Papa non è libero oggidì padrone di Roma e in casa sua, sarà libero quando diventi servo del Municipio ed abiti in casa altrui?

L'Ami de la religion bellamente osserva che l'arte a cui ricorre il Constitutionnel di rappresentare il Papa violentato da coloro che lo circondano, è un'arte vecchia, adoperata dai socialisti della Montagna nelle famose discussioni del 1849, e confutata nell'Assemblea francese dall'illustre Carlo di Montalembert.

Questa distinzione tra il Papa e coloro che lo circondano fu egualmente adoperata dai regicidi riguardo a Luigi XVI. Dì lui pure dicevano che il Re era buono, che i membri della sua famiglia, i suoi servi, i suoi amici erano pessimi; e poi dopo aver isolato da tutti il buon Luigi, finirono per consegnarlo al carnefice! (1).

Il Morning Post rigetta nelle Marche e nelle Romagne il suffragio universale € nel quale sarebbero forse assorbite le classi intelligenti e ricche del paese t.

E ciò riesce a confessare ohe il popolò delle Romagne e delle Marche ò pel Papa, e non gli fanno contro che due o tre medici e quattro avvocati.

Tutte queste menzogne e ipocrisie, chi ben le consideri, sono un omaggio al Papa e un trionfo pel Cattolicismo. Imperocché beh si vede quanto sia amato e riverito Pio IX dal momento che i suoi nemici per combatterlo e spogliarle «duo costretti a fingersene i protettori.

Si parla sempre dell'opinione pubblica che ora domina regina in Europa, e due giorni fa la Nazione di Firenze scriveva un lungo articolo su questo argomento. Ebbene le ipocrisie francesi provano che l'opinione pubblica sta pel Papa e per la Chiesa, giacché gli empii disperano di poter combattere di fronte il Cattolicismo e il potere temporale del Pontefice.

(1) Ecco le parole dette nel 1849 da Carlo di Montalembert contro i Montagnardi eh? separavano Pio IX da' suoi ministri:

«Cette distinction, Messieurs, est une bien vieille rubrique; elle est d'ancienne date. Savez vous pour qui a été inventée celle distinction entre le chef de l'État et son entourage? Je vais vous le dire, C'est pour l'infortuné roi Louis XVI. Oui quand Louis XVI a commencé sa carrière de réformateur comme Pie IX, il a été entouré des applaudissements de tous, par l'enthousiasme hypocrite d'un gran nombre.

Un membre a gauche. «Il a trahi la Franco» (Marques de réprobation a droite).

M. de Montalembert. «On s'est mis à le séparer de son entourage, à le distinguer s e sa famille, de ses serviteurs et amis, et on a dit: le Roi est bon; il a de bonnes intentions; mais ce qui est détestable, c'est ce qui l'entoure, ce qui dirige, ce qui inspire «on action et sa pensée. Et après qu'on a eu séparé, emprisonné et immolé ses serviteurs, ses amis, on Pa pris, lui, seul, dépouillé, isole de tous, et on Va jeté au bourreau sous le nom de Louis Capet» Vive adhésion à frotte - Sensation prolongée).

Un membre à gauche e On a eu raison (Protestation vives et nombreuses a droite).

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IL PAPA E I RE

CONSIDERAZIONI DEL CAVALIERE CIBRARIO

(Pubblicalo il 20 gennaio 1860).

Una corrispondenza di Russia, riferita da qualche coraggioso giornale francese, attribuisce allo Czar le seguenti parole: e Se i Re prendono partito pei rivoluzionari, fra dieci anni non vi saranno più teste coronate sul Continente europeo. A ciascuno il mestier suo: io debbo difendere la causa dei Principi».

Il nostro benemerito collaboratore, il nobile Luigi Cibrario, qualche anno fa dimostrò come la causa dei Principi fosse la causa del Papa. Nelle Memorie cronologici e genealogiche di storia nazionale (Stamp. Reale, marzo 1858) a pag. 409 il nostro cavaliere collaboratore ci mostra nell'anno 1798: e Roma occupala dai Francesi; Repubblica romana. Pio VI condotto prigione in Francia».

Di costa a questi avvenimenti il nobile Cibrario scrive: e Cacciati il Papa e il t Re di Napoli, era da cacciare il Re di Sardegna che intorno a sé non aveva «più che repubbliche. Ad ottenere questo fine molto vilmente perfidia l'ambasciator francese Ginguené, il dotto. Versi, prose, stampe beffano, vilipendono «re, nobili e preti, secondo l'uso costante dei demagoghi, e secondo le suggestioni di Francia, Francesi gridano perché il Re si difende e punisce i ribelli. «Il 3 luglio 1798 si fan consegnare la Cittadella di Torino. Il Re con immensa e debolezza cede. Gli ambasciadori esteri abbandonano la sede d'un re sotto tutela straniera. Si tenta ogni mezzo per farlo abdicare. Ricusa. Infine, dopo e altre infamie, gli si occupa lo Stato il 9 dicembre. Ed egli lascia, partendo, «le gioie e le altre cose preziose, e ricovera in Sardegna, dove dalla rada di e Cagliari protesta contro la cessione forzala dello stato (3 marzo 1799)».

In queste poche linee l'indefesso collaboratore dell'Armonia tracciò con mano maestra i tristi procedimenti della rivoluzione; ma non potendo egli pel gran da fare che l'occupa nella Basilica dei Ss. Maurizio e Lazzaro svolgere i solenni giudizi ei preziosi ammaestramenti contenuti nel citato periodo, ci pigliamo licenza di farlo noi commentando i fatti e le parole del nostro carissimo cavaliere, che ne' gravi momenti non ci nega mai il sussidio delle sue cognizioni storielle e politiche.

Cacciati il Papa e il Re di Napoli, era da cacciare il Re di Sardegna, che intorno a sé non avea più che repubbliche. Con questo esordio, degno di Tacito, l'eccellenza del cav. Cibrario ricorda due massime importanti, anzi tre. La 1a che Principi e Papa sono solidali, e che eguale suoi essere la sorte dell'altare e del trono. La 2a che i Monarchi sono tra loro fratelli, e l'espulso ripete a colui che regna ancora: Hodie mihi, cras tibi. La 3a che i Re debbono badare alle condizioni degli Stati circonvicini, perché la rivoluzione è contagiosa, e il fuoco non rispetta i termini del territorio, ma si estende, si allarga e cerca sempre nuovo pascolo alle sue fiamme divoratici.


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A cacciare il re di Sardegna, soggiunge il cavaliere Cibrario, molto vilmente perfidia l'ambasciatore francese, e con queste parole il nostro collaboratore dichiara che gli agenti diplomatici, i quali si servono del loro uffizio contro i Principi, alla cui Corte vivono, commettono una perfidia ed una viltà. Un perfidia, perché mentiscono la loro missione, e violano quel diritto delle genti che li rende sacri: una viltà, perché si danno l'aria di amici, di benevoli consiglieri, e sono perfidi traditori. Noi crediamo che lord Normanby e lord Straffort di Redcliff siano pienamente dell'opinione del Cibrario; ma non sappiamo che cosa ne pensino il cavaliere BonCompagni e il conte della Minerva.

Versi, prose, stampe beffano, vilipendono re, nobili e preti secondo l'uso costante de demagogia, e secondo le suggestioni di Francia. Ed eccovi descritte dal cav. Cibrario le armi onde si serve la rivoluzione: beffeggiare re, nobili e preti. Ora è il tempo dei preti: ma signori nobili il vostro dì verrà, come v'avvisa il nobile nostro collaboratore. Non corre differenza tra rivoluzione e rivoluzione: i demagogbi hanno un uso costante: quello che hanno fatto i loro avi rifanno i nipoti; Robespierre è morto, ma lasciò dietro di sé la sua coda, come soleva dire egli stesso.

Le suggestioni di Francia nel 4798, a detta del cav. Cibrario provocavano la rivoluzione in Piemonte. Dunque abbiamo esempi di governi, che accendono rivoluzioni in casa altrui per trame profitto? Era la Francia che tra noi faceva scrivere versi e prose, e pubblicare stampe, spargendo poi che tutte queste pubblicazioni manifestavano l' opinione pubblica. Invece il popolo nostro volea il suo re, amava Carlo Emanuele IV, che non ostante era obbligato a prendere la via dell'esilio 1

Moltiplicansi le sommosse, continua il nostro cavaliere. Francesi gridano, perché il Re si difende e punisce i ribelli. Par egli credibile? Accusare il nostro Sovrano perché castigava i felloni, perché difendeva la sua Corona! Eppure noi abbiamo udito ripetersi pochi mesi fa queste grida contro il Papa, perché sera difeso a Perugia ed avea punito i ribelli. Oh, che tempi, caro il nostro collaboratore! Siamo nella rivoluzione in fino agli occhi, e molti sgraziatamente non veggono, e molti non vogliono vedere dove si va!

1 Francesi si fan consegnare la Cittadella di Torino. Re con immensa debolezza cede. Il più gran delitto dei Re è la debolezza, perché non riesce a perdere soltanto la loro Corona, ma a rovinare i popoli che hanno diritto ad essere difesi. Carlo Emanuele doveva badare che chi cede una volta, dovrà ce dere sempre; dovea prevedere che, dopo d'avere ceduto la Cittadella, dovrebbe cedere il Regno. Luigi Cibrario con imparzialità storica condanna questa debolezza, e indirettamente loda la forza e la costanza del grande Pio IX e del Re di Napoli, che non cedettero mai, e seppero resistere anche alle più formidabili potenze.

Si tenta ogni mezzo per far abdicare Re Carlo Emanuele IV, ma egli ricusa. Infine, dopo altre infamie, gli si occupa lo Stato. È un'infamia occupare gli Stati altrui, dice il cav. Cibrario. è un'infamia quantunque prima siensi moltiplicava le sommosse, È un'infamia, non ostante i versi, le prose e le stampe che manifestano la così detta pubblica opinione. È infamia qualunque sia il preteso per cui si faccia.

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Messo il coltello alla gola del nostro Re, egli cede e rinuncia allo Stato, Ma dalla rada di Cagliari, il 3 di marzo 1799, protetta contro la cessione forzata. Questa cessione era simile a quella che poco prima Pio VI avea fatto delle Legazioni e delle Marche col trattato di Tolentino. Chi oserà dir valida questa cessione? Chi avrà la fronte di farne il fondamento d'una nota diplomatica?

Come ha visto il lettore nelle poche parole citate e commentate fin qui» il nostro collaboratore ha saputo racchiudere preziosi ammonimenti. Stampiamoceli beo bene nella memoria, e ricordiamoci! 4° che, cacciato il Papa, si cacciano i Re; 2° che i diplomatici favorevoli alla rivoluzione sono perfidi e molto vili 3° che coi versi le prose e le stampe si vilipendono re, nobili e preti; 4 che queste lordure non sono manifestazioni del popolo, ma un uso costante de demagoghi; 5 che i Re. hanno diritto e dovere di difendersi e punir i ribelli! 6° che coloro i quali gridano centro queste difese e castighi, hanno torto e sono fautori della rivoluzione; 7° che quando i Re cedono si rendono rei un'immensa debolezza; che una debolezza chiama l'altra, e l'abisso invoca l'abisso.

Se il cavaliere Cibrario in questi momenti non istampa né proteste, né opuscoli, non si attribuisca a timidità, o ad altra men degna cagione. Ciò che ha scritto tempo è, pare a lui che possa servire a manifestazione de' suoi nobili entimemi. Del reste egli si concentra nella dorata Basilica dei Ss. Maurizio Lazzaro, e prega l'uno che risani dalla lebbra rivoluzionaria il Piemonte e l'Italia; e l'altro che ispiri ne' nostri concittadini la fede dei Martin della Legione Tebea.

FINE DEL VOLUME PRIMO

DELLA 2a SERIE

INDICE DELLE MATERIE

Anviti Colonna - Il Sant'Ufficio e il giovine Mortara, pag. 268.

Autonomia dell'Italia. - Programma , p. 273.

Agitazione politica in Francia, p. 243. - Alternative dialettiche della politica francese, p. 339. - Adorazioni e burle di Erode al Vicario di G. CM p. 344.

Bergamo. - Disordini in Bergamo e saccheggio del Vescovato, p, 125.

Biglietti di visita. - Dimostrazione a Firenze e a Roma, p, 223.

Bilancio dei culti in Francia, p. 63.

Bologna. - Il Codice Napoleone a Bologna, p. 77. - Addio di Massimo d'Aglio commissario piemontese in Bologna, p. 85 -Il capitolo di S. Petronio in Bologna, p, 128. Il Papa, l'Assemblea di Bologna eia Gazzetta Piemontese, p. 434. - Ie giustizie di S. Pietro. Avvertimenti ai pepolini di Bologna, p. 488. - Indirizzo del Consiglio provinciale di Bologna a Pio IX, p. 286.

BonCompagni Carlo reggente del reggente del Re, p. 263. - La questione BonCompagni e la questione Garibaldi, p. 2(9. - BonCompagni nell'Italia centrale per mantener l'ordine, p. 276. - Documento diplomatico sulla reggenza BonCompagni in Toscana, p. 289.

Cassa ecclesiastica, - Interpellanza ai signori DesAmbrois, MassaSaluzzo, Mameli, Montagnini, Tonello, Vegezzj, Poccardi componenti la Commissione di sorveglianza della Cassa ecclesiastica, p. 62. - Cibrario, Considerazioni sul Papa e i Re, p. 376.

Cattolicismo. - Guerra sfacciata della rivoluzione contro il Cattolicismo,p. 456.

Cavour. - Un semplice confronto qui memorandum del conte di Cavour. p. 32. - Testo del memorandum del conte di Cavour al governo Britannico e Prussiano, p. 33.-Il conte di Cavour e Napoleone III, p. 459. - Non toccate il conte di Cavour,p. 330.

Clero. -Nobilissimo contegno del Papa e del Clero durante la rivoluzione, p. 118. - Contegno del Clero Modenese nel 1859, p. 227. - Il Clero piemontese e il Clero lombardo, p. 233. - II Clero delle Romagne. Confessioni del Sig. Pepoli, p. 194.

Codice Napoleone a Bologna, p. 77.

Complimenti Austro-franchi sul cadere del 1859, p. 327.

Confederazione. - Panegirico della Confederazione italiana, scritto da Vincenzo Gioberti, p. 82.

Congresso proposto nel marzo 1869 per impedire la guerra, p. 48. - I trattati del 1845 e la proposta di un Congresso europeo fatta da Napoleone III nel 1850, p. 244.

Corporazioni religiose e i trattati di Zurigo, p. 52.

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D'Azeglio. - Risposta ad un dilemma di Massimo d'Azeglio, e proposta di un altro dilemma, p. 493.

De-Boni Filippo. - Suoi elogi a Pio IX, p. 299.

DeMaistre. - Uno scritto falsamente attribuito a Giuseppe DeMaistre, p. 22. - Avvertimenti di Giuseppe DeMaistre alle cinque grandi potenze, p. 26.

Diario dell'anno 1859, p. 7.

Dilemma. - Risposta ad un dilemma di Massimo d'Azeglio e proposta di un altro dilemma, p. 493.

Diplomazia piemontese antica e moderna, p. 180.

Dominio temporale del Papa. - Testimonianze di liberali, eretici, gallicani e increduli, p. 74.

Donne politiche, p. 104.

Dono nazionale al Siede di Parigi, p. 256.

Ebrei. - Loro preghiere pel regno d'Italia, p. 320.

Elezioni. - Spese per una elezione in Inghilterra, p. 428.

Eretici. - I nemici del Papa-Re sono gli eretici dei nostri tempi, p. 202.

Farini. - L'eccelso dittatore Farini e le donne, p. 427. - I discorsi di Farini dittatore a Modena, p, 442. - Il fasto dell'eccelso Farini dittatore di Modena, p. 455. - La democrazia dell'eccelso dittatore Farini, p. 490. - Il Sant'Uffizio, il colonnello Anviti e il giovine Mortara, p. 268. - L'Episcopato modenese. Farini e la stampa settaria, p. 343.

Ferrara. - Il sig. Giovanni Antonio Migliorati a Ferrara, p. 474.

Finanze Pontificie difese da un rivoluzionario romagnuolo, p. 249.

Firenze. - Lettera dell'Arcivescovo al barone Ricasoli contro la propaganda protestante, p. 333.

Frammassoneria. - Lettera al sig. direttore del Journal de Bruxelles sulla frammassoneria, p. 228.

Francia. - L'Italia, l'Inghilterra e la Francia imperiale, p. 444, - La malattia del silenzio nell'impero francese, p. 466. - La Francia, il duca di Modena e la voce della verità, p. 474.

Garibaldi. - Un documento relativo a Garibaldi, p. 226. - La questione BonCompagni e la questione Garibaldi, p. 269. - Garibaldi in Genova, p. 301.

Germania. - L'articolo del Moniteur sui timori della Germania, p. 39.

Governo Pontificio. - Circolare (del) p. 304. Le riforme e la secolarizzazione del governo pontificio secondo il Montanelli, p. 303.

Guerra - Un Congresso proposto nel marzo 1859 per impedire la guerra, p. 13. - Gli orrori della guerra, p. 29. - Guerra sfacciata della rivoluzione contro il cattolicismo, p. 456. - Guerra ai preti nelle Romagne, p. 358.

Guicciardini Messer Francesco. - Un ricordo (di), p. 447.

Inghilterra. - L'Italia, l'Inghilterra e la Francia imperiale, p. 444. - Non vi fidate dell'Inghilterra, p. 420. - Spese per una elezione in Inghilterra, p. 428. - Lord Minto, lord Normanby e malafede del governo Inglese, p. 319.

Ingrandimenti sleali secondo Massimo d'Azeglio, p. 45.

Ipocrisie e contraddizioni dei nemici del Papa, p. 373.

- 381 -

Italia. - Al principe di Carignano proclamato reggente d'Italia centrale, p. 47. Quaranta milioni per l'Italia centrale, p. 49. - Leggi e decreti per compiere la rivoluzione italiana, p. 55. - Panegirico della Confederazione italiana scritto da Vincenzo Gioberti, p. 82. - Concorso per protestantizzare l'Italia, p, 86. - L'Italia; l'Inghilterra e la Francia imperiale p. 44 4. - 11 passato, il presente e l'avvenire d'Italia secondo il Moniteur, p. 436. -Testo dell'articolo del Moniteur , p. 438. - Che cosa ne dicessero i giornali del precedente articolo del Moniteur p. 440. - Le sette maraviglie dell'Italia centrale, p. 447. -Un po' di statistica sulle votazioni dell'Italia centrale, p. 469. - Risposta ad un dilemma di Massimo d'Azeglio è proposta di un altro dilemma, p. 493. -L'elemento mazziniano nella presente questione italiana, p. 496. - La questione della reggenza dell'Italia centrale, p. 252. - Programma per l'autonomia dell'Italia, p. 273.

Leggi e decreti per compiere la rivoluzione italiana, p. 55.

Lettera di Napoleone I a Napoleone III, p. 20.

Machiavelli. - Edizione compiuta delle sue opere a spese della Toscana, p. 486. - Luigi Napoleone e Nicolò Machiavelli, p. 246. - Machiavellismo del governo toscano, p. 328.

Manzoni Alessandro, senatore, nel 1859 rifiutava la deputazione nel 1848, p. 492.

Mazzini. - L'elemento mazziniano nella presente questione italiana, p. 196. -Lettera di Giuseppe Mazzini a Vittorio Emanuele II, p. 206. - Lettera ai giovani d'Italia, p. 324.

Memorandum dei sudditi pontificii, p. 360.

Memorie per la storia dei nostri tempi, p. 3.

Milano e Torino, p. 236.

Modena. - Il Duca di Modena, gli avvocati e i contadini, p. 106. - Processo di Francesco V duca di Modena, p. 109. - L'eccelso dittatore Farini e le donne, p. 127. - I discorsi di Farini dittatore a Modena, p 142. - Chi disse la verità: il Moniteur o la Deputazione modenese, p. 154. - Le Deputazioni di Parma e di Modena ricevute in Torino da Vittorio Emanuele II, p. 152. - Il fasto dell'eccelso Farini dittatore di Modena, p. 155. - La Francia, il Duca di Modena e la voce della verità, p. 174. - Lettera del Duca di Modena al Granduca di Toscana nel marzo 1859, p. 194. -Contegno del Clero modenese nel 1859, p. 227. - Le tribolazioni della Chiesa nel ducato di Modena» p. 278. - L'episcopato modenese, Farini e la stampa settaria, p. 343.

Mortara. - Il Sant'Uffizio, il colonnello Anviti e il giovine Mortara, p. 268.

Napoleone I. - Sua lettera a Napoleone III, p. 20.

Napoleone II preteso re di Roma come fini, p. 79.

Napoleone III. - Lettera di Napoleone I a Napoleone III, p. 20. - Lettera di Napoleone III al re di Sardegna, p. 42. - II conte di Cavour e Napoleone III, p. 159. - I due discorsi di Napoleone III a Bordeaux nel 1852 e nel 1859, p. 243. - Discorso detto il 12 ottobre 1859 dal Card. Arciv. di Bordeaux a Napoleone III e risposta del Bonaparte al Cardinale, p. 26217. - Giudizii sul secondo discorso di Napoleone III a Bordeaux, p. 224. - La gioventù dell'imperatore Napoleone III, p. 238. - 1 trattati del 1815 e la proposta di un Congresso europeo fatta da Napoleone III nel 1850, p. 244. - Luigi Napoleone e Nicolò Machiavelli, p. 246. - Risponsabilità di Napoleone III, pag. 266.

Orleans (Il Vescovo d'), risposta all'opuscolo Il Papa e il Congresso, p. 350.

- 382 -

Pace. - La pace di Villafranca e le sue conseguenze, p. 65. - Lettera del conte di Walewski p. 357. - Circolare del conte Walewsky, p. 258. - Testo del trattalo di pace di Zurigo, p. 282. - Alcune osservazioni sul trattalo di pace, 287.

Papa. - Guai a chi offende il Papa, p. 24. - Testimonianze dei liberali, eretici, galli cani, increduli in favore del dominio temporale del Papa, p. 94. - Il Papa, l'assemblea di Bologna e In Gazzetta Piemontese, p. 434. - I nemici del Papa Re sono gli eretici dei nostri tempi, p. 302. - I passaporti consegnati dal Papa al rappresentaste della Sardegna in Roma, p 244. - Nobilissimo contegno del Papa e del Clero durante la rivoluzione, p. 848 - Il potere temporale dei Papi e il voto dei popoli, p. 240. ~ Un giornale protestante in favore del Papa, 275 - Il Papa e il Congresso, p. 337. - Il Papa, il Petrarca, e la Gazzetta Piemontese, p. 847, - Il Papa e Re considerazioni del cav. Cibrario, 276.

Pazzia segno di civiltà, p. 64.

Perugia. - Finitela cogli orrori di Perugia, p. 67. - Vittime dalle stragi è Perugia ohe invece passeggiavano sane e salve, p, 76.

Pio VI. - Visita del re Carlo Emanuele IV a Pio VI, p. 477.

Pio IX. - Lettera di Pio IX dopo la pace di Villafranca, p. 72. - Osservazioni sulla precedente lettera di Santo Padre Pio IX p. 74. - Utili parole di Massimo D'Azeglio intorno a Fio IX, p. 444. - Pio IX e la diplomazia, p. 264. - Indirizzo del Coniglio provinciale di Bologna, p. 286. - Elogi di Filippo De-Boni a Pio IX, p. 299. Risposta di Pio IX al generale Govon, p. 365,

Politica franose a Roma esposta dal protestante Guizot, p. 99.

Potere temporale dei Papi e voto dei popoli, p. 240,

Preghiere degli Ebrei pel regno d'Italia, p. 320.

Protestantismo. - Concorso per protestantizzare l'Italia, p. 86. Protestanti e Rivoluzione, p. 163. -Il protestantesimo in Toscana, p. 184. Un giornale protestante in favore del Papa, p. 275. - Protestantismo e rivoluzione, p. 299. Rimostranze dell'arcivescovo di Pisa al Governo contro il protestantismo, p. 374

Re per la grazia di Dio, o per la grazia dal popolo, 129

Reggenza. - La questione della reggenza dell'Italia centrale. p.252 - Lettera del principe digrignano al comm. BonCompagni. p. 254.

Ricasoli. I due Ricasoli, storia fiorentina contemporanea, p. 206.

Riformatori (1) del Governo Pontificio, p. 369.

Ristorazione in Toscana par opera del popolo, p. 94.

Rivoluzione. - Leggi e decreti per compiere la rivolutone, italiana, p. 25 - Un. ricordo di Messer Francesco Guicciardini, p, 147. - Guerra sfacciata della rivoluzione contro il Cattolicismo, p. 156. - Protestantesimo e rivoluzione p. 163-298.

Roma. - La politica francese a Roma esposta dal protestante Guizot. p. 89. - I passaporti consegnati dal Papa al rappresentante della Sardegna in Roma, p. 214, II Giornale di Roma, e l'opuscolo Le Pape et te Cangrès, p. 359.

Romagne. - Un'occhiata al governo delle Romagne negli ultimi mesi dal 1850, p. 2#8.

- Miseranda condizione delle Romagne in sul cadere del 1859, p. 242. - Clero dalle Romagne, confessioni del sig. Pepali, p. 294. - Lo stemma sabaudo nelle Romagne, p. 302.

Rosmini. - Una lettera dell'abate Antonio Rosmini sul contegno d'un Vescovo nelle presenti circostante, p. 142, Russia e questione polacca sul cadere del 1859, p. 344.

- 383 -

Salvagnoli. - Epistolario del sagrestano Salvagnoli ministro toscano nel 1859, p. 347.

Scomunica. - La forza della scomunica, p. 199.

Silenzio. -La malattia del silenzio nell'impero Francese, p. 466.

Stemma Sabaudo nelle Romagne, p. 302.

Torino e Milano, p. 286.

Toscana. - Ristorazione in Toscana par opera del popolo, p. 94. - Un invito del Monitore Toscano, p. 127. - L'unanimità (lei popolo e le circolari del governo di toscano p. 160. - Il protestantesimo in Toscana nel 1859, p. 184. - Edizione compiuta delle opere di Machiavelli a spese della Toscana, p. 186. - La Toscana dipinta dal Times nel 1859, p. 204. - Documento diplomatico sulla reggenza BonCompagni in Toscana, p. 289. Empietà e mal costume in Toscana, solenni lagnanze dei Vescovi, p. 294. - Epistolario del sagrestano Salvagnoli ministro toscano nell'anno 1859, p. 347. - Il Granduca nel 1848 e nel 1859, p. 324. Trattati. - I trattati di Zurigo e le corporazioni religiose, p. 52. - I trattati del 1845 e la proposta di un Congresso europeo fatta da Napoleone III nel 1859, p. 244. - Testo del trattato di pace di Zurigo, p 282. - Alcune osservazioni sul trattato di pace, p 287.

Vescovi. - Una lettera dell'abate Antonio Rosmini sul contegno d'un Vescovo nelle presenti difficilissime circostanze, p. 142. - Empietà e mal costume in Toscana, solenni lagnanze dei Vescovi, p. 294. -L'episcopato modenese, Farini e la stampa settaria, p. 313.

Villafranca. - La pace di Villafranca e le sue conseguenze, p. 65.

Visita del Re Carlo Emanuele IV a Pio VI, p. 177.

Vittorio Emanuele II. - Le Deputazioni di Parma e di Modena ricevute in Torino da Vittorio Emanuele II, p. 152. - Gli inviati delle Romagne a Vittorio Emanuele II, pag. 178.

Votazioni. - Un po' di statistica sulle votazioni dell'Italia centrale, p. 169. - II potere temporale dei Papi e il voto dei popoli, p. 240.

Zurigo. - I trattati di Zurigo e le corporazioni religiose, p. 52. - Testo del trattato di pace di Zurigo, p. 282. - Alcune osservazioni sul trattato di pace, p. 287.






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