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Fonte:
La Stampa - 20 settembre 2000

Manifesto sul revisionismo

Riscrivere la storia dell'Italia risorgimentale: è questo, non da ora, uno degli obiettivi di una parte - la più integralista - del mondo cattolico italiano. Riscriverla, per rovesciare i giudizi su Cavour, su Mazzini, su Pio IX.


Per dire che il popolo italiano, quello vero, è stato spettatore attonito, e spesso accigliato, del processo unitario. Che il cattolicesimo, autentico collante della nazione, è divenuto lo spauracchio delle classi dirigenti liberali.


Per celebrare i fasti dell'Italia arretrata e paternalistica degli antichi Stati regionali. Insomma: riscrivere la storia dell'Italia risorgimentale, ancora una volta, per fondare una nuova memoria culturale. Funzionale, è appena il caso di sottolinearlo, alla "verità" rivelata.


Si tratta di un'impresa probabilmente legittima sul piano politico e ideologico, ma apertamente strumentale. Ogni parte che abbia un fondamento di massa si misura prima o poi col bisogno di bruciare i libri di storia e di scriverne di nuovi. Ma tutto ciò non ha niente a che vedere con la storiografia, con la ricerca scientifica, con il bisogno, proprio di ogni studioso, di mettere insieme le tessere del mosaico perduto del passato per capire davvero che cosa sia accaduto.


I disinvolti "distruttori" del Risorgimento non fanno riferimento a fonti, non vanno negli archivi, non aprono opuscoli polverosi. Non ne hanno bisogno.


Ciò che devono dimostrare l'hanno già in testa; e prescinde da quella ricerca della verità che è connaturata al mestiere dello storico.


Noi crediamo che l'esercizio, in senso laico e non confessionale, della ricerca e del racconto della storia, sia ancora un formidabile antidoto contro la distruzione delle coscienze e contro il proliferare dei luoghi comuni ideologici, dispensati ormai alla stregua di un qualunque bene di consumo di massa.


E lo diciamo non perché pretendiamo di sapere come è andata davvero nel Risorgimento; ma, viceversa, proprio perché sentiamo di non conoscere abbastanza.


Proprio perché - sotto l'incalzare della contemporaneità - percepiamo il bisogno di scavare, di capire, di studiare ancora. È questo, in fondo, l'unico modo serio di essere "revisionisti".


Giuseppe Galasso, Massimo L. Salvadori, Nicola Tranfaglia, Maurizio Viroli, Roberto Balzani, Sauro Mattarelli, Luigi Mascilli Migliorini, Gerardo Marotta, Antonio Gargano, Maurizio Ridolfi




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