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Mettiamo a disposizione di amici e dei naviganti un altro volume (1864, secondaserie). Chi si occupa di storia del Risorgimento deve per forza leggere o perlomeno consultare le opere di Giacomo Margotti, ultimamentepubblicate anche in cartaceo grazie alla Pellicciari. Gli articoli di Margotti, pubblicati da L’Armonia, non sono sparate clerico-reazionariesenza fondamento. In genere sono affermazioni ben ponderate, quasi sempre basate su documenti ufficiali. Leggendo i suoi scritti si comprende come la storia di questo paese fosse benconosciuta nei primi anni di vita unitaria, poi molti testi sparirono dalla circolazione e col passare degli anni vennero a mancare anche itestimoni diretti degli eventi. La retorica fascista e quella resistenziale santificarono il risorgimento e se si escludono pocheeccezioni si è dovuto aspettare internet e la digitalizzazione di alcuni vecchi testi per scoprire che tanti fatti erano ben noti. Ad esempio – grazie anche al film “Bronte - Cronaca di un massacro che ilibri di storia non hanno raccontato” diretto da Florestano Vancini nel 1972 – molti conoscono la storia delle fucilazioni ordinate da Bixio(il cattivo, l'uomo di Cavour nella spedizione dei Mille secondo alcuni storici) nella Ducea di Nelson ma chi ha mai sentito parlare deiterrazzani milazzesi fatti fucilare da Garibaldi (il buono, ingannato e strumentalizzato dai politici)? Ebbene Don margotti citaanche quelli in un suo scritto: “E prima Garibaldi aveva fatto fucilare trentanove Milazzesi, e Nino Bixioproclamava a Bronte la fucilazione, e a Montemaggiore i rivoluzionarii davano esempi severi, e in Sicilia avvenivano quotidiane dimostrazioni«nelle quali contavansi trenta o quaranta morti per ciascuna», come disse La Farina nella nostra Camera de' deputati.” (cfr. TERZO QUADRIMESTRE DEL 1860). Buona lettura. |
MEMORIE PER LA STORIA DE' NOSTRI TEMPIDAL CONGRESSO DI PARIGI NEL 1856 AI GIORNI NOSTRI SECONDA SERIE 7° e 8° Quaderno - 19° e 20° della Raccolta TORINO Dell'unione Tipografico-editrice Via Carlo Alberto, casa Pomba, N. 33 1864 |
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Memorie per la storia de' nostri tempi dal congresso diParigi... (1864 - Quad. 7° - 8°) Memorie per la storia de' nostri tempi dal congresso diParigi... (1864 - Quad. 9° - 10°) Memorie per la storia de' nostri tempi dal congresso diParigi... (1864 - Quad. 11° - 12°) |
Nel riassumere i principali fatti avvenuti nell'anno 1860, passandolo mese per mese in rassegna, invitiamo dapprima il lettore a considerare che, sebbene sembri a primavista aver Iddio abbandonato nel 1860 il mondo ai suoi capricci, e l'uomo alle sue iniquità, pure intervenne provvidenzialmente neglieventi che si svolsero. Imperocché, osserva Bossuet, che l'intervento della Provvidenza manifestasi primieramente col permettere ladistruzione di tutti i mezzi umani, acciocché di poi splenda più chiaramente la forza onnipotente del suo braccio.
Ebbene nel 1860 il Signore permise che i mezzi umaniapprestati per sostenere la sua causa fallissero, volendo egli operare divinamentenell'anno che sta per cominciare. Il 1860 fu l'anno dulie iniquità, il 1861 sarà l'anno dei miracoli. Nell'uno operò l'uomo sfogando le suepassioni, nell'altro opererà Iddio glorificando i suoi attributi. Abbiamo deplorato nei dodici mesi passati la politica dei gabinetti;ammireremo nei mesi che verranno la sapienza dell'Altissimo. Sulla fine del 860 dobbiamo dire che il tiglio dell'uomo ha vinto, ha regnato, haimperato; sulla fine del 1861 ripeteremo ciò che sta scritto sull'obelisco Vaticano: Cristo vince! Cristo regna! Cristo impera!
Con questo criterio esaminiamo i dodici mesi del 1860, e ifatti principali avvenuti in ciascuno.
Gennaio. Fu questo il mese del Congresso. Le cose stavano per definirsi dall'Europa congregata. Il Congresso eraaccettato da tutti e vi doveva intervenire pel Papa il cardinale Antonelli. La maggioranza delle Potenze avrebbe promossa la causadell'ordine schiacciando la rivoluzione. Era un mezzo umano, e Dio volle che andasse fallito. L'opuscolo uscito a Parigi col titolo, Il Papa e il Congresso, pose condizioni inaccettabili, inique, assurde, e il Congresso andò a monte.
Il di 1 del 1860 parlò a Parigi Napoleone III, e il Papa inRoma. Il Bonaparte protestò rispetto pei diritti riconosciuti, e promise di far rinascere la fiducia e la pace. Mantenne la parola?
Il Papa disse che se l'autore dell'opuscolo, Il Papa e il Congresso, tentava intimidirlo, s'ingannava a partito, perché chi è «sostenuto dalla protezione del Redei Re, non ha certamente di che temere dalle insidie degli uomini», e Pio IX non ha temuto, non teme, non temerà mai ne Re né Imperatori.
Per far rinascere la fiducia e la pace Napoleone III pubblica nel Moniteur di Parigi una sua lettera al Papa, consigliandolo a cedere le provincie insorte.
E l'intrepido Pio IX nel Giornale di Roma del 17 gennaio avvertiva i Cattolici, che s'era creduto in dovere dicoscienza di rispondere negativamente a tale consiglio».
Filippo de Boni vedendo la soverchia potenza dei nemici delPapa e la debolezza apparente di questo, scriveva nel Diritto del 29 di gennaio: le porle dell'inferno prevalemmo contro la Roma dei Papi, come già Diocleziano faceva scrivere in Ispagna: nomine christianorum deleto.
Febbraio. Fu il mese delle manifestazioni cattoliche edelle contraddizioni rivoluzionarie. In tutte le parti del mondo il fiore del clero, della nobiltà, della scienza difese la causa del Papa.In Piemonte Solaio della Margarita, Brignole Sale, Luigi di Colegno, Àvogadro della Motta, Cava di Giletta, Giambattista Spinola,Giambattista Negiotto, Costa della Torri. Costa di Beau regard ecc. ecc. si dichiararono apertamente per Pio IX. Altrove Villemain, deFalloux, Montaiemberl, il principe di Broglie, Dupantoup, Rowver, il visconte Feilding, il visconte Campden, lord Thvenne, lord Vaux, lordPetre, lord Arun dell, lord Stourton, lord Dormer, lord Clifford, lord Lovat, lord Heriesecento altri stettero pel Papa. Incominciò cosìquella sublime manifestazione del suffragio universale cattolico in favore del dominio pontificio, che continua tuttavia.
In Francia il ministro di colui che aveva promesso di far rinascere la fiducia e la pace, il 12 febbraio scriveva contro il Papa, accusandolo di confondere lospirituale col temporale, perché la quistione romana era veramente temporale. E pure Napoleone III il 20 di ottobre del 1859 aveva scrittoal re di Sardegna di aver voluto soddisfare il sentimento religioso dell'Europa cattolica coll'accordare al Santo Padre la presidenzaonoraria della Confederazione italiana!
Un altro ministro del Bonaparte, il signor Rouland, che il 4maggio del 1859 aveva scritto ai vescovi: Napoleone vuole che il Capo della Chiesa sia rispettato in tutti i suoi diritti di sovranotemporale, il 20 di febbraio del 1859 scriveva: tra l'Imperatore ed il Papa vi ha disaccordo riguardo alla questione temporale.
Un terzo ministro del Bonaparte, il signor Billault, che nelnovembre del 1859 dichiarava che, assalendo il Papa nel suo potere politico, sostenevasi la causa della rivoluzione, il 21 di febbraio del 1800 proibiva la difesa del Papato per non turbare le coscienze!
Marzo. Fu il mese del mercato della Savoia e di Nizza. Il2 di marzo 1860 il conte di Cavour scriveva al cavaliere Nigra, incaricato d'affari della Sardegna a Parigi. «Il governo di Sua Maestànon consentirebbe mai, anche in vista dei maggiori vantaggi, a cedere o a cangiare qualche parte del territorio, che forma da tanti secolil'appannaggio glorioso della Casa di Savoia». Orso Serra, governatore a Ciamberì, assicurava i Savoini che non sarebbero ceduti, e le stesseassicurazioni dava ai Nizzardi il marchese di Montezemolo.
Cavour spediva al marchese Orso Serra un dispaccio sotto ladata del 29 di gennaio 1860, dove leggevansi queste parole: «Il Governo nonIn mai avuto il pensiero di cedere la Savoia alla Francia». E poi? E poi, il 24 di marzo, il conte di Cavour sottoscriveva il trattato che cedeva alla Francia la Savoia e il Circondario di Nizza!
Napoleone III aveva intrapresa la guerra per un'idea; l'8 di febbraio del 1859 protestava di avere intenzioni disinteressate, giurava di non volere conquiste, chiamava suoi nemici coloro che gli attribuivano pensieri d'ingrandimento. E poi? il Franco Imperatore dei Franchi beceavasi Nizza e Savoia.
Aprite. Fu questo il mese delle votazioni. Si votò a Nizzaed in Savoia, come prima s'era votato a Parma, Modena, in Toscana e in Romagna. Tutte queste votazioni erano collegate. «La cessione di Nizzae della Savoia, disse ai deputati il conte di Cavour il 12 di aprile, era condizione essenziale del proseguimento di quella politica che incosì breve tempo ci ha condotti a Milano, a Firenze, a Bologna».
Ora della votazione di Nizza attestò il deputato LaurentiRoubaudi, il 12 aprile: È una derisione, è uno scherno.... è impossibile che un tale atto possa essere accettato dall'Europa qualevoto libero di popolo libero». E Cavour soggiunse: e In quanto alla maniera di votare noi abbiamo stimato di non poter adottare migliorsistema, che applicando a Nizza ed alla Savoia le disposizioni che erano state messe in pratica nell'Emilia, e nella Toscana».
Il Journal des Débats aveva prima confessato che il suffragio universale era una pura operazione meccanica; la Gazzetta del Popolo aveva detto che questo suffragio in fin dei conti era la forza brutale del numero; ed il Constitutionnel dichiarava che il suffragio universale era un pericolo per l'Europa, e se ne doveva necessariamente limitare l'azione.
Il deputato CastellaniFantoni chiamava l'annessione di Nizza eSavoia alla Francia un'ingiustizia, non ostante le votazioni; Guerrazzi dicevala un'onta alla religione del patto; secondo Bertani con questa annessione ci siamo aggiogati all'impero del Bonaparte; secondo Pallavicino Trivulzio abbiamo disfatto l'Italia; secondo Baudi di Vesme ci fu imposto un grandissimo sacrificio materiale e morale.
Il voto di Nizza, eguale a quello dell'Italia centrale «non fuscevro da influenze, preoccupazioni, timori, destrezze, arti ed inganni», come disse il senatore Musio; «con Nizza ne sono andati dimezzo l'onore e la probità», come soggiunse lo stesso Senatore. «Le masse hanno risposto sissignore come rispondono sempre», a detta di Deforesta. La cessione di Nizza e Savoia fu illegale, dannosa, immorale; a detta di Linati fu un tutto di famiglia; e per confessione di Sclopis»; il suffragio universale diretto è illogico, e non se ne può stabilire la regolarità e la libertà, come conchiuse il senatore Gallina, e conchiudiamo noi questo primo quadrimestre del 1860.
Maggio. Fu il mese degl'imprigionamenti e delle vessazionicontro il Clero. U Cardinale Arcivescovo di Bologna morì di dolore, il suo Vicario fu strascinato in carcere, imprigionato il vescovo diPiacenza, tradotto a Torino il Cardinale Arcivescovo di Pisa, arrestalo il Vescovo di Faenza, quattro gesuiti innocenti, sostenutiingiustamente in carcere per quarantatré giorni, il Vescovo di Parma obbligato a fuggire dalla Diocesi, processato il Cardinale Vescovod'Imola, imprigionato il Vescovo di Carpi e sei sacerdoti con lui, perseguitati i preti insegnanti, vessati i padri Camillini di Ferrara,poi riconosciuti innocenti, le Dame del Sacro Cuore costrette ad abbandonare Milano, falsificate le firme di parrochi per mostrarliavversi al Pontefice, perquisiti i conventi a Bologna, dimessi dall'insegnamento di quella università ottimi sacerdoti per affidarloai Mazzarella, sospesi da Bettino Ricasoli tutti i preti professori di teologia nell'Università di Siena, arrestato un parroco di Ravenna,imprigionato il canonico Ortalda in Torino, perquisizioni all'ottimo D. Cafasso, morto poi di dolore, perquisizioni all'oratorio di D. Boscoecc.
Noi ommettiamo cento e cento altri nomi di Chiericiimprigionati, vessati, condannati nel solo mese di maggio, e per qual delitto?Unicamente per non aver voluto cantare il Te Deum, per aver voluto usare di quella libertà di coscienza che tanto altamente si proclama dai libertini! Per questo enormedelitto furono condannati monsignor Testa, il canonico Ostacchini, il canonico Maretti, il canonico Tirotti, il canonico Gemmi, il canonicoMorandi, il canonico Rocci, il canonico FerrariNon la finiremmo mai se volessimo proseguire!
Giugno. Fu il mese dell'invasione della Sicilia per partedi Garibaldi e delle menzogne diplomatiche del conte di Cavour. Cavour mandava ad offerire a Garibaldi danaro ed armi, come disse la Gazzetta del Popolo del 28 dicembre, e nella Gazzetta Ufficiale Cavour dichiarava: «Il Governo ha disapprovato la spedizione diGaribaldi, ed ha cercato di prevenirla con tutti quei mezzi che la prudenza e le leggi gli consentivano!
Cavour protestava d'aver comandato alla flotta reale d'inseguire i due vapori di Garibaldi e impedire lo sbarco dei Garibaldini, e in una nota presentata al rappresentante del Re in Napoli, condannava Garibaldi, come usurpatore, e poi il 2 di ottobre questo stesso conte Cavour diceva Garibaldi è un generoso patriota; «l'autorità e l'impero di Napoli stanno nelle mani gloriose di Garibaldi».
Non sappiamo che cosa la storia sfolgorerà con maggioreindegnazione, se le imprese del Nizzardo o le brutte contraddizioni del Cavour. Ije noe e le altre saranno certo giudicate severamente; maalmeno il Garibaldi corse qualche rischio, laddove su Cavour pesa la menzogna e l'inganno.
Luglio. Fu il mese dei 150 milioni. La nostra Camera deideputati, il 29 di giugno, accordava questo nuovo prestito al ministero, che nel luglio se lo godeva dellziosamente, spendendo espandendo a gloria della libertà, e ad errore dell'Italia rigenerata.
Il deputato Macchi uscì in queste memorande parole: «Quandoanche a furia d'imprestiti e d'imposte lo Stato fosse veramente condotto allaineluttabile necessità o di assorbire gran parte delle proprietà private o di gettare alle fiamme il libro del debito pubblico, purchécon ciò ci fosse concesso il bene supremo di vivere liberi, poco a noi premerebbe!»
Il deputato Minghetti, ora ministro, diceva: «Il bilancio del1859 ci presenta un deficit di circa 100 milioni; 100 milioni ce ne presenta parimente l'anno1860... Credo che noi avremo ancora altri 100 milioni di disavanzo del 1861. Dunque per gli anni 1859, 60, 61, 300 milioni di disavanzo!»
Il deputato Nichelini nel votare i 150 milioni, esclamava: «OItalia sia, o vada a soqquadro Italia tutta». E la seconda parte del dilemma di Michelini si sta avverando, ed ecco l'Italia tutta in soqquadro!
Agosto. Fu il mese dei colloqui politici; parecchi ebberoluogo in questo mese, e parecchi altri vennero combinati, sono celebri gli abboccamenti di Coblenza tra il ministro Prussiano e lord Russell,ministro inglese; l'abboccamento di Baden, dove Napoleone III voleva mostrare la luna nel pozzo ai principi della Germania, ma andò persuonare e fu suonato; l'abboccamento di Teplilz tra il principe reggente di Prussia, e l'imperatore d'Austria; l'abboccamento diVarsavia tra l'Austria, Russia e Prussia combinato in agosto, e avvenuto più tardi, e del quale vedremo gli effetti in sui primi delprossimo marzo.
Ma fra tutti questi colloqui memorando è quello che si tenne aCiamberì tra Luigi Bonaparte, Farini e Cialdini. Nel quale la rivoluzione ebbe licenza di procedere oltre, e di continuare quellavia, per cui già era arrivata a Bologna ed a Firenze. Si dice che il Bonaparte raccomandasse a Cialdini di piombare al più presto sulgenerale Lamoricière, e disfare l'esercito del Papa.
Certo è che quando il Console francese, residente in Ancona,andò incontro a Cialdini per intimargli, in nome di Napoleone III chesostasse; Cialdini rispose! — Io conosco meglio di voi le intenzioni dell'Imperatore, avendogli parlato a Ciamberì!
Settembre. Fu mese della guerra contro il Papa, il mesedello invasioni delle Marche e dell'Umbria, il mese del bombardamento d'Ancona, il mese, in cui Cialdini, l'11 di settembre, diceva aisoldati: Combattete, disperdete inesorabile mente quei compri sicarii, e parlava dell'esercito Pontificio, degli eroi di Castelfidardo, chealla difesa del Padre comune avevano sacrificata la propria vita.
II settembre del 860 resterà memorando negli annali d'Italia edella Chiesa, memorando per la fedeltà ed il coraggio dei difensori del Papa, memorando per ciò che patirono quei generosi, fatti prigionieri,memorando per la sublime condotta del generale Lamoricière, memorando per l'assedio di Ancona, memorando per essere stata bombardata unacittà che aveva innalzata bandiera bianca!
Ottobre. Fu il mese della partenza da Torino deirappresentanti delle Potenze estere. L'Imperatore dei Francesi, avesse o no di nascosto incoraggiato o permesso l'invasione delle Marche,reputò necessario di protestare apparentemente richiamando da Torino il suo ambasciatore. La Russia richiamò l'intera Legazione, e ne fe'trasportare gli archivii a Genova. Il rappresentante della Spagna fu pure richiamato da Torino, e più tardi anche il rappresente dellaBaviera. La Prussia scrisse al nostro Governo una nota severissima, nella quale condannava le opere del conte di Cavour come contrarie aldiritto delle genti.
L'Inghilterra soltanto per mezzo di lord Russell, sorse indifesa del nostro gabinetto, e mentre la perfida Albione incatena l'Irlanda,conserva col diritto della forza Gibilterra, munge Malta, governa col bastone le isole Jonie, e si tiene soggette le Indie con lo Statutodelle cannonate, proclamava in Italia il preteso diritto dei popoli, quel diritto che sì tristamente calpesta in casa sua!
Novembre. Fu il, mese delle fucilazioni e delle reazioninel regno delle Due Sicilie. Il 2 di novembre il governatore di Teramo proclamava: — reazionarii presi con le armi alla mano saran fucilali. — Cialdini. — Fucilò tutti i paesani armati. — Pinelli. — Chi insulta la bandiera nazionale sarà fucilato immediatamente. — De Virgilii. — Colpite i reazionarii senza pietà. — Il tenente colonnello Curci. — Ogni comunicazione coi Borbonici sarà punita irremisibilmente colla morte.
E prima Garibaldi aveva fatto fucilare trentanove Milazzesi, eNino Bixio proclamava a Bronte la fucilazione, e a Montemaggiore i rivoluzionarii davano esempi severi, e in Sicilia avvenivano quotidiane dimostrazioni «nelle qnalicontavansi trenta o quaranta morti per ciascuna», come disse La Farina nella nostra Camera de' deputati.
Dicembre. L'ultimo mese del 1860 fu il mese dei latrocinie dei ladri. Rubarono a Milano, fra le altre cose, la massa d'argento della Corte di Cassazione; rubarono a Firenze gli ori della Madonna cheè in S. Gaetano, rubarono i depositi fiscali, rubarono le gemme della galleria degli uffìzii; rubarono in Loreto; rubarono in Sicilia, rubarono in Napoli, rubarono in Piemonte: dall'Alpi a Sicilia ovunque son ladri. E ne furono e ne sono tali e tanti in Bologna, che quella sventurata popolazione dovette presentare un indirizzo.
Ora riepilogando le cose dette sul 1860, che oggi finisceabbiamo questo doloroso calendario.
«Gennaio. Il mese del Congresso dell'ipocrisia.
«Febbraio. Il mese delle contraddizioni del Bonaparte.
c Marzo. Il mese del mercato della Savoia e di Nizza.
«Aprile. Il mese delle ridicole votazioni.
«Maggio. Il mese degl'imprigionamenti del clero.
«Giugno. Il mese delle invasioni di Garibaldi, e degli ingannidi Cavour.
«Luglio. Il mese del ventesimo prestito e della minacciad'abbrucciare il gran Libro del debito pubblico.
«Agosto. Il mese dei colloqui politici.
«Settembre. Il mese della guerra contro il Papa.
«Ottobre. Il mese del richiamo degli ambasciatori da Torino.
«Novembre. Il mese delle reazioni e delle fucilazioni inNapoli.
«Dicembre. Il mese de' ladri e dei latrocinii intutta l'Italia rigenerata.
(Pubblicato il 22 e il 25 gennaio 1860).
I.
Mentre i giornali piemontesi, da quelli che, come la Gazzetta del Popolo, vogliono fare a meno delta costose spesa di un Re, a quelli che, come l'Unione, tengono le parti di Giuda Iscariote e danno il torto a Gesti Cristo, fan festapel ritorno del conte di Cavour al ministero, nell'Italia centrale se ne mena dai rivoluzionari grandissimo trionfo, e si applaude, e sifesteggia con luminarie più che la vittoria di Magenta, o quella di Solferino.
Nè i rivoluzionari e gli empi hanno torlo di abbandonarsi atanta allegrezza: coi loro applausi e panegirici pagano un debito diriconoscenza al conte di Cavour, e manifestano una speranza che forse non sarà delusa! Quando il signor Conte cessò di essere ministro, l'Armonia tacque del fatto suo; ma ora che è ridivenuto potente, e può farcisospendere per altri due mesi, francamente entriamo a dimostrare la gran parte che ebbe nella rivoluzione dell'Italia centrale.
Pigliamo le mosse dal Congresso di Parigi nel 1856. Il 29 diaprile il conte di Cavour ritornava da Parigi, e i nostri giornali l'applaudivano con inni rivoluzionarii. «Andiamo nuovamente incontroalla rivoluzione!» esclamava il Cittadino d'Asti, giornalettoministeriale, nel suo N° 59. «L'Italia non dee aspettar più dalla diplomazia, né più dai governi europei l'aiuto per sollevarsi»,soggiungeva il Tempo di Casale, giornale del ministero, nel suoN° 8. «Se gli Italiani sentono di potervisi acconciare, tal sia di loro; se no insorgano», gridava il Diritto di Torino, nel suo N°98. e Insorgano e imparino a non transigere col potere contro cui insorgeranno sotto qualunque forma si presenti»r ripeteva l'Italia e Popolo di Genova, nel suo N° 113.
Con il ritorno da Parigi del conte di Cavour veniva salutato aTorino, Genova,. Asti, Casale, e possiamo aggiungere in quasi tutte le città dello Stato con un invito agl'Italiani d'insorgere. E il Contestesso si accingeva a preparare l'insurrezione co' suoi discorsi nel Parlamento! Il 30 di aprile conveniva alla tornata della Camera deiDeputati, e l'avvocato Buffa suo familiare, previo accordo, congratulavasi con lui del suo ritorno, domandandogli di assegnare ungiorno per un'interpellanza ch'egli intendeva di muovergli, affine di udire dalla sua bocca informazioni maggiori di quelle che contenevansinei protocolli del Cogresso di Parigi mandati alle stampe.
Il conte di Cavour si dichiarò prontissimo a darete richiestespiegazioni, avvertendo però che egli avrebbe dovuto passare molte cose sotto silenzio, tanto per la dellcatezza dell'argomento, quanto per nondanneggiare con imprudenti rivelazioni negoziati, di cui alcuni non sono ancora condotti a termine.
Si assegnò per l'interpellanza il giorno 6 di maggio.
In questa tornata il conte di Cavour seminò i denti deldragone, e manifestò il programma che noi veggiamo avverarsi a' nostrigiorni.
Disse di avere presentato una Nota verbale sullo StatoPontificio, che l'Inghilterra accolse assai bene. E bene l'accolse pure la Francia, ma ripigliava il Conte, che il governo francese dovevausare riguardi, stante che il Sommo Pontefice non è solo il Capo temporale di uno Stato di tre milioni di abitanti, ma è altresì il Caporeligioso di trentatré milioni di Francesi». A forza di riguardi, tuttavia il governo imperiale ha trattato il Sovrano Pontefice cometutti veggono oggidì!
Le parole dette dal conte di Cavour, il 6 di maggio 1856, sulCongresso di Parigi e sugli affari d'Italia furono tali che il deputato Lorenzo Valerio conchiuse: € Le nostre parole, le parole del signor Presidente del Consiglio di tanto più importanti delle nostre, non staranno sicuramente chiuse in questo recinto o serrate nei confiniche segna il Ticino. Le frontiere, le baionette, i commissari di polizia, i birri che ricingono le altre provincie italiane, le qualisono da noi divise, non potranno tener lontano il suono delle nostre parole».
E siccome nel Senato del Regno il conte di Cavour, il 10maggio, aveva tenuto gli stessi discorsi, così Massimo d'Azeglio ripeté lastessa osservazione, e si credette in obbligo di raccomandare agli Italiani di non insorgere ancora. € Le nostre discussioni, disse ild'Azeglio, ed i nostri giornali, tutto quanto si dice da noi attraversa tutti i confini, delude tutte le polizie, ed è letto altrove con forsemaggiore avidità cha non nei nostri paesi».
Si sa poi che il conte di Cavour e i suoi fautori fecerotirare a migliaia e migliaia di copie i discorsi recitati nel Senato e nellaCamera dei Deputati, e vennero largamente sparsi per tutte le contrade d'Italia insieme con giornaletti, come il Piccolo Corriere, che mandavansi in forma di lettere e con proteste stampate allamacchia, come quella intitolata: Ultima protesta degl'Italiani.
Daniele Manin scriveva da Parigi al Diritto: Agitale, agitate; e per mantenere ed accrescere l'agitazione incominciavo no i doni egl'indirizzi al conte di Cavour. I rivoluzionari della Toscana gli offerivano un busto, e lo salutavano il nuovo Farinata che difesel'Italia «viso aperto; e gli emigrati degli Stati Pontificii,avendo a capo Farini e Mamiani, regalavano al conte di Cavour una medaglia d'oro con un caldo indirizzo. E il Conte ringraziava eincoraggiava cosiffatte dimostrazioni!
Manin da Parigi continuava a scrivere in Torino, ed è utilerileggerne di questi giorni l'epistolario. Il suo programma venuto dalla Senna era questo: L'unificazione d'Italia; Vittorio Emanuele II Re d'Italia. Usava grazia il Manin alla Monarchia piemontese, «perché essa non ha fattoconcessione alcuna ai perpetui nemici d'Italia, l'Austria ed il Papa» (Lett. dell’11 di maggio 1856). E ripeteva: Agitatevi ed agitate, L'agitazione non è propriamente l'insurrezione ma la precede e la prepara Molesta ilnemico con migliaia di punture di spillo, prima che cada trafitto con le larghe ferite della spada»
(Lett. del 23 maggio). E il 28 di maggio tornava ascrivere; La rivoluzione in Italia è possibile, forse vicina», e diceva ai Romani: «Finché c'è guernigione francese in Roma, Roma non deveinsorgere. L'8 di luglio del 1856 si proposero al Parlamento le fortificazioni d'Alessandria «significazione eloquente delle nuove e patriottiche tendenze del Piemonte» (Gazz. del Popolo, 11 luglio 1856).
Fu pure proposta da Norberto Rosa, approvata e sostenuta dalconte di Cavour la soscrizione di Cento Cannoni per Alessandria, a cui doveva pigliar parte tutta l'Italia. «Il Memorandum di Cavour (scriveva il Cittadino d'Asti, e per Memorandum intendeva la Nota Verbale), il Memorandum di Cavour diede un impulso vigoroso all'agitazione. Ebbene giovacercare tutti i mezzi più acconci, perché questa si mantenga e durifinché venga il giorno decisivo».
Intanto nella notte dal 25 al 26 di luglio 1856 una banda dirivoltosi parti vasi da Sarzana per levare a tumulto il Ducato di Modena. La Maga di Genova del 29 di luglio, N° 91, difendevaquest'attentato coll'autorità del conte di Cavour; «Cavour diceva alle Camere, che la nostra politica era lontana più che mai dalla politicaaustriaca, dicea nel Memorandum, nelle Note verbali, che, secontinuasse lo stato attuale di cose, il governo Sardo sarebbe stato costretto a gettarsi in braccio alla rivoluzione per salvare l'Italia».E VItalia e Popolo del 30 di luglio 1856, numero 210, a difesadei rivoluzionari di Sarzana scriveva: «Tutti rammentano come all'epoca della memoranda discussione parlamentare, il governo Sardo a fardivampare il fuoco latente nelle altre provincie d'Italia, facesse stampare i discorsi di Cavour e di Buffa, e li diffondesse a migliaiadi esemplari nei Ducali, nelle Romagne, nel LombardoVeneto, a Napoli e nella Sicilia. Ma ciò non bastava: egli incoraggiò per mezzo de' suoi emissari quegli abitanti, e si sa che le parole Viva Vittorio Emanuele si scrivevano dai partigiani piemontesi sui muri e sulle porte dellecase a Carrara. Lusinghe ancora più esplicite vennero date ai regnicoli andati espressamente a Torino».
Il Risorgimento, giornale fondato dallo stesso conte diCavour, in quel torno scriveva nel suo N° 1658: «La rivoluzione non si farà mai in Italia finché non possano le popolazioni italiane far certoassegno sul concorso del Piemonte. Importa quindi mantenere viva in esse la persuasione, che dietro i popoli insorti sta l'esercitopiemontese». E continuando sullo stesso argomento diceva; «Verrà momento, in cui in una o in altra parte d'Italia scoppieràun'insurrezione; quella sarà la prima favilla dell'incendio universale. L'Austria vorrà intervenire, e il Piemonte avrà il dirittod'intervenire anch'esso per impedire l'eccessivo estendersi dell'influenza austriaca, e non interverrà egli solo. Questa crediamo sia la sola possibile soluzione della questione italiana».
Qoi la materia ci cresce straordinariamente tra le mani,quantunque sopprimiamo ad ogni momento i commenti, un po' vivi, ma sempre veri, sempre spontanei, che ci vengono giti dalla penna. Cipermetta il lettore di rimandare ad un secondo articolo questa biografia politica del conte di Cavour, e della rivoluzione italiana.
II.
La Gazzella di Modena dell'Eccelso Farini, nel suo N° del20 di gennaio, ci reca le notizie delle feste fatte dalla rivoluzione nell'Italia centrale per l'assunzione al ministero del contedi Cavour. A Modena bandiere, fiaccole, magnali ime. parole dell'Eccelso, teatro affollatissimo, veglione, evviva Cavour! viva Farini! — A Borgo S. Donnino «la notizia del ritorno di Cavour al ministero accolla con gioia da tutti».
A Cesena gran festa per l'assunzione di Cavour al ministero».A Ferrara «la fausta novella del ministero Cavour accolta con concordeentusiasmo». A Reggio «Viva Cavour, Farini, Napoleone!» Che magnifico triumvirato! A Guastalla simili dimostrazioni. A Piacenza «grande dimostrazione nelle strade. Viva Cavour! Il teatro è illuminato». A Bologna, piena soddisfazione ed esultanza pel ritorno di Cavour. A Forlì: Nolizia ritorno Cavour al ministero accolta con entusiasmo. Teatri,Rimini, Cesena e Forlì illuminali a giorno. Spettacolo commovente, sublime.
In tutti questi dispacci telegrafici il famoso proverbio cideve entrare per molto. Il dottore Farini prima di essere Eccelso era medico del conte di Cavour. Avvezzo a fregarlo per rimedio fisico, continua te fregagioni per rimedio politico. Tuttavia le feste della rivoluzione pelrisorgimento del Cavour sono innegabili. Noi abbiamo incominciato a provare in un numero precedente, che erano anche giuste, ed oggicontinueremo la dimostrazione.
Al conte di Cavour si deve principalmente la rivoluzionedell'Italia centrale. Già fu detto come vi desse mano colle sue Note al congresso di Parigi, co' suoi discorsi nel Parlamento, raccolti poi involumetti, e mandati a diffondere tra le popolazioni, e colla sua sottoscrizione dei così detti cento cannoni per Alessan sandria,promossa e fatta girare alla macchia per tutta l'Italia.
Questa sottoscrizione ne provocò un'altra in Genova come complemento della prima, ed era una «sottoscrizione per l'acquisto di diecimila fucili destinatialla prima provincia italiana, che insorgerà contro il comune nemico». I cento cannoni, diceva il Diritto, servono per difenderci, i diecimila fucili serviranno per offendere.
È vero che il conte di Cavour faceva sequestrare in Genova le liste della sottoscrizione. Ma quando? Sette giorni dopo che eranocorse per lo Stato, che erano usciti da ottocento nomi di sottoscrittori, che nella stessa Torino aveano sottoscritto ancheparecchi deputati. E poi la sottoscrizione continuò, si pubblicarono le liste senza nome di stampatore, e i sequestri non ebbero nessuneffetto.
Gli altri governi dell'Italia doveano guardarsi attentamenteda tutte le provenienze piemontesi. La Toscana che aveva fermamenterifiutato un giovine diplomatico inviatole dal conte di Cavour, rimandava da Firenze gli alunni di un collegio di commercio stabilitoin Genova; e da una Nota del Cavour, pubblicata in quel tempo, rileviamo che qui pure entrava la sottoscrizione dei diecimila fucili.
Intanto il 29 di giugno del 1857 scoppiava la congiura diGenova, a cui tenevano dietro i moti di Livorno e la spedizione di Pisacanecontro il regno di Napoli.
Se il ministero del conte di Cavour ha proceduto contro icongiurati, fu in seguito agli avvisi della polizia francese, come il ministro dell'interno confessò davanti il Senato del Regno, nellatornata del 40 di luglio 1857. La Gazzetta del Popolo del 15luglio 1857, N° 166, scriveva: «Non farebbe nessuna sorpresa, sequella polizia (di Napoli) trovasse, per esempio, nel portafoglio di Pisacane una lettera di Rattazzi». Certo è che il barone Bentivegna,promotore di una rivoluzione in Sicilia, era stato prima in Torino a pigliar la parola.
Pochi giorni dopo l'attentato di Genova Mazzini scriveva alministero Cavour, sotto la data del di luglio: «Voi gli avete detto (al popolo): L'Italia sarà, gli gridaste ieri, giova ripeterlo sempre: O riforme, o rivoluzione. Oggi volete punirlo perché esso non vedendo riforme, cerca rivoluzione. Mapotete spegnerlo? Potete cancellare la logica che strappava a voi quelle parole, e suggerisce ad esso quei tentativi?» (Italia e Popolo, N° 56).
A quei dì l'Armonia scriveva: «Mazzini ha fatto in Genovaciò che Camillo Cavour a Parigi. L'opera loro è la stessa, giacche riducesi ad un sillogismo, di cui Cavour piantò le premesse e Mazzinidedusse le conseguenze» (Armonia, 1° agosto 1857, N° 175).
E pili tardi Mazzini io un suo secondo articolo, pubblicato nell'Italia del Popolo, 4 di agosto 1857, N° 162, dichiarava di avere trovato in Piemonte un punto d'appoggio per le sue congiure, un luogo sacro «dove gli Italiani possono meglio intendersi e apprestare senza pericolo gli apparecchidella lotta».
Le stesse cose venivano ripetute da taluno degli accusatidella congiura di Genova davanti il magistrato. Uno tra gli nitri dichiarava,che ben lungi dal far male muovendo con Carlo Pisacane per liberar Napoli, avea stimato d'acquistarsi un merito presso il conte di Cavour,giacche dava opera ad eseguirne i disegni.
(1) Si notino bene queste parole che dire a Cavour fin dal1850 dopo di essero stato a Parigi! Ora vengono ripetute dal Bonaparte.
Il quale pensiero era poi svolto dallo stesso Mazzini tu unasua lettera ai Membri della Corte d'Appello di Genova, stampata nell'Italia del Popolo del 24 marzo 1858, N° 85. Ecco le precise parole del Mazzini:
«Signori, di che volete punirmi? lo non ho fatto che porre inatto le frequenti insinuazioni del vostro governo. Ho tentato d'offrirgli l’opportunità vocata da dieci anni in poi da' suoi agenti, dagli organi semiufficiali dei suoidesiderii. Eccovi un memorandum, nel quale il conte Cavour dichiara sole due vie essere lasciate all'Italia, riforme o rivoluzione. Non diceva egli, quasi a commento nella discussione delle Camere intorno ai protocolli di Parigi, essere inconciliabile la politica del gabinetto con quelladell'Austria: la lotta poter essere lunga, molte le peripezie, ma il gabinetto aspettarsi con fiducia l'esito finale, e la via da tenersi esser quella ad ogni modo, che più direttamente conduce almaggior bene d'Italia? Non dava conferma a quel virile linguaggio la sottoscrizione incoraggiata, ingrossata dagli uomini del governo perl'acquisto dei 100 cannoni? Non proferiva il ministro quelle solenni parole: Le grandi soluzioni non s'operano colla penna; la diplomazia èimpotente a cangiare le condizioni dei popoli essa non può che sancire i fatti compiuti? (1). Non ripetevano i suoi giornali, che bisognavaleggere tra le linee del Memorandum? Voi mi dite che eranoparole quelle e non altro, che non era intento di chi le proferiva d'incarnarle in fatti, che il ministro ingannava ad un tempo l'Italia ela diplomazia. Che imporla a me? Son io reo, perché tra il gemito dei miei fratelli e la chiamata dei buoni, ho creduto debito mio prepararmi a tradurre inatti la fede inculcatami dal ministro, e santificata dal grido del core?Credete più onesto il ministro provocatore, che si ritrae, econferma pochi dì dopo con altre parole i trattati del 1815, o me, che, credente nella prima dichiarazione, mi apprestava a suggellarla col miosangue, volando a rafforzare gli iniziatori delle battaglie emancipatrici?».
Noi potremmo moltiplicare queste citazioni, ma ornai ciaccorgiamo di recar acqua al mare, e legna al bosco. Tutti convengono amici e nemici, che il conte di Cavour ebbe la mano principalenell'insurrezione presente, ed egli stesso se ne gloria in una lettera scritta recentemente a Brescia. Piuttosto è nostro dovere di risponderead una osservazione che veggiamo ripetersi con molta frequenza. Se i governi dell'Italia centrale, se in ispecie il governo Pontificiofossero stati governi regolari, forti, fondati sull'amore delle popolazioni, non sarebbe bastato a sconvolgerli il ministero del contedi Cavour.
La risposta a questa osservazione ve la darà il governofrancese col contegno che serba oggidì. Non è forte l'imperatore Napoleone III?Eppure vedete come teme l'agitazione? Con quanto zelo e rigore se ne premunisce? Quel governo teme le pastorali dei Vescovi, teme gliindirizzi al Papa, teme le società cattoliche. Eppure ha centomila soldati a Parigi, e più di cinquecentomila in tutto l'Impero!
(Pubblicato il 2 febbraio 1860)
Due fatti importantissimi ci erano stati annunziati daltelegrafo: la pubblicazione in Francia dell'Enciclica di Pio IX, in cuiannunzia ai cattolici di aver rigettato i consigli di Napoleone III, e la soppressione dell'Univers, cotanto devoto alla S. Sede. Noinon abbiamo voluto discorrere di questi due fatti senza aver prima sotto gli occhi i giornali francesi, recatici dal corriere diquest'oggi.
Il governo imperiale in breve ora mutò consiglio intornoall'Enciclica del Papa. Il 28 di gennaio giungeva a Parigi, e l'Univers nella notte la stampava, pubblicandola il mattino del 29 edistribuendola a' suoi associati della capitale. Lungo quel giorno l'Union, la Gazette de France, l'Ami de la Religion e qualche altro giornale venivano avvertiti ch'era proibito di ristamparel'Enciclica, e che pubblicandola si esporrebbero alle più severe misure cioè alla soppressione. Tale interdetto durò fino alle quattropomeridiane, e siccome a quest'ora l'Enciclica era già conosciuta per tutta Parigi, e non se ne potea pili impedire la diffusione, così fudata licenza ai giornali di ristamparla.
Intanto l'Univers veniva soppresso. Nella relazione del ministro Billault all'Imperatore tra le accuse che simuovono l'Univers non parlasi menomamente della pubblicazione dell'Enciclica, ma sicondanna in globo tutta la stampa religiosa di Francia «la quale misconobbe la missione di moderazione e di pace che doveva compiere». l'Univers soprattutto, dice il ministro e insensibile agli avvertimenti che glivennero dati, tocca ogni giorno gli ultimi limiti della violenza»; epperò bisogna sopprimerlo.
Il pio signor ministro Billault propone la soppressione dell’Univers per amore dei veri interessi della Chiesa e per devozione al Clero, a cui gli scandali dell'Univers sono argomento di profonda tristezza. Non è già per paura che vogliasi sopprimere l'Univers, giacché e un governo fondato sulla volontà nazionale non teme ladiscussione»; ma si è per affetto «all'ordine pubblico, all'indipendenza dello Stato, all'autorità ed alla dignità dellareligione.
Notiamo con piacere che tutti i diari di Parigi dall'ami de la religion al Siècle si dolgono della soppressione dell’Univers per quella solidarietà che passa tra la stampa periodica di qualunquecolore. Per contrario quando l'Eccellenza del conte di Cavour sospese il nostro giornale, i nostri confratelli di Torino ne menarono trionfo!
Del resto la soppressione di un giornale a Parigi sotto LuigiNapoleone non è cosa nuova. Il mattino del 2 dicembre 1851 dodici giornali ricevevano l'ordine di sospendere le loro pubblicazioni, evedevauo poste sotto sigillo le loro tipografie. Erano ('Union, VAssemblée Mattonale, VOpinion publique, le Messagert le Corsaire, VOrdre, le Siècle, le National, l'Avénement du peuple, WRépublique, la Revolution, e le Charivari. A que' dì l'Univers si lasciava libero, e non rendeva cattivi servigi né alla causadell'ordine in generale, né a quella di Luigi Napoleone in particolare. Ma resterà sempre a gloria dell’Univers e de' suoiscrittori di non aver ricevuto, e di non aver voluto ricevere per que' servigi altro premio che la soppressione.
Dopo la soppressione dell’Univers è facile capire come dell'Enciclica di Pio IX non parlino che il Siècle e il Constitutionnel. Il primo osa dire che l'Enciclica è un appello ad una guerra religiosa, e noi di sì indegna calunnia lasciamo giudici tutti coloro che hannoletto l'Enciclica istessa. Il Constitutionnel poi deplora che il Papa siasi immischiato di cose civili, e invoca controdi lui le tradizioni della Chiesa di Francia.
Nel proemio dell'opuscolo: Il Papa e il Congresso, s'insiste anche troppo sulla necessità del dominio temporale per lareligione, sicché il Vescovo d'Orléans in una frase della sua prima lettera lasciava capire l'esagerazione di questa tesi. Ora come puòessere divenuta esclusivamente civile una questione, che ieri era totalmente religiosa? Il Constitutionnel, così favorevole all'opuscolo: Il Papa e il Congresso, perché ne disdegna le dottrine?
Quanto alle tradizioni della Chiesa di Francia, invocate dal Constitutionnel, noi vorremmo che fossero seguite. Allora chi si dice successore di CarloMagno, correrebbe in difesa del Papa e del suo temporale dominio, e gli ammiratori di Bossuet direbbero con lui: «Nous savons que les Papes....possèdent des fiefs et autres seigneuries aussi légitimement et avec autant de droits que les autres hommes sont maîtres de leurs biens;nous savons même que ces choses étant consacrées à Dieu, on ne peut plus les ravir à l'Église pour les donner à des séculiers sanscommettre un sacrilège. Nous félicitons volentiera le Saint-Siège et toute l'Église de ce que les empereurs ont accordé aux Papes a lasouveraineté de la ville do Rome et de son territoire, afin qu'ils puissent exercer plus librement dans tout le monde la puissance del'apostolat, et nous faisons des vœux et des souhaits pour qu'il plaise à Dieu de protéger et de conserver le sacre Patrimoine de saint Pierre» (Défense de la I)éclaration de 1682, 1re partie, liv. 1er).
Ai Venerabili Fratelli Patriarchi, Primati, Arcivescovi,Vescovi
ed altri Ordinarli dei luoghi che sono in comunione colla SedeApostolica.
PIO PP. IX.
Venerabili Fratelli, salute ed, ApostolicaBenedizione.
Non troviamo parole, VV. FF., per ispiegare quantaconsolazione e letizia ci abbia recato, nelle massime nostre amarezze, la singolare emaravigliosa fede, pietà e devozione vostra e dei fedeli affidati alle vostre cure, verso Noi e verso questa Apostolica Sede, e illodevolissimo consenso, alacrità, impegno e costanza nel difendere i diritti della medesima Sede, e sostenere la causa della giustizia.Imperocché, appena delle nostre Lettere encicliche, il 18 di giugno dell'anno passato a voi indirizzate, e dalle due nostre concistorialiAllocuzioni, con sommo dolore dell'animo nostro conosceste i gravissimi danni onde le sacre e civili cose nell'Italia erano afflitte, e sapestei nefarii moti ed attentati di ribellione contro i legittimi Principi della medesima Italia, e il legittimo e sacro Principato nostro e diquesta S. Sede, voi, secondando i voti e le sollecitudini nostre, senza nessun indugio vi affrettaste con ogni impegno ad ordinare pubblichepreghiere nelle vostre diocesi. Di poi non solo con ossequiosissime ed amorosissime lettere a Noi indirizzate, ma con Pastorali e con altridotti e religiosi scritti sparsi tra il popolo, levando la vostra voce episcopale con insigne gloria del vostro ordine e del vostro nome, evalorosamente propugnando la causa della SS. nostra Religione e della giustizia, altamente detestaste i sacrileghi attentati commessi controil civile principato della Chiesa Romana. E difendendo costantemente il medesimo principato, vi gloriaste di professare e d'insegnare che esso,per singolare consiglio di quella Provvidenza che tutto regge e governa, fu dato al Romano Pontefice, affinché non mai soggetto allacivile podestà di alcuno potesse esercitare con pienissima libertà, e senza nessun impedimento nel mondo universo l'uffizio del supremoapostolico ministero, che gli venne divinamente affidato da Cristo Signore. E i carissimi figli della Chiesa Cattolica, ammaestrati dallevostre dottrine ed eccitati dal vostro nobile esempio, andarono e vanno vivamente a gara per attestarci questi medesimi sentimenti.
Imperocché da tutti i paesi dell'orbe cattolico ricevemmolettere quasi innumerevoli d'ecclesiastici e di laici d'ogni dignità, grado,ordine e condizione, firmate da centinaia di migliaia di cattolici, con cui in modo solenne confermano la loro figliale devozione e venerazioneverso di Noi e verso questa Cattedra di Pietro, e detestando grandemente la rivoluzione e gli attentati commessi in alcune dellenostre provincie, affermano che il Patrimonio di S. Pietro devesi conservare assolutamente intiero ed illeso, e difendersi da ogniattentato; tra i quali non pochi inoltre la stessa cosa dimostrarono con savie o dotte scritture date alla pubblica luce. Le quali cospicuedimostrazioni da voi e da1 fedeli fatte, degne certamente di ogni laude e di ogni elogio, e da iscriversi a caratteri d'oro ne' fasti dellaChiesa, talmente ci commossero l'animo,
che non potemmo a meno di esclamare lietamente Benedetto Iddio e Padre del S. N. G. C., Padre delle misericordie, e Dio d'ogni consolazione, che ci consola in tuttele nostre tribolazioni. Imperocché fra le gravissime angustio da cui siamo oppressi, nulla dipiù grato, nulla di più giocondo, nulla di più desiderato poteva giungerci, che il vedere da qual unanime ed ammirabile ardore voitutti, VV. FF., foste animati ed accesi per difendere i diritti di questa S. Sede e con qual egregio buon volere i fedeli alla vostra curaaffidati allo stesso scopo cospirino. E da per voi stessi potete conoscere facilmente con quanta veemenza la nostra paterna benevolenzaverso di voi e verso i medesimi cattolici, a buon diritto, ogni di più vada aumentando.
Ma, mentre codesto ammirabile ossequio ed amore di voi e deifedeli verso di Noi e verso questa Santa Sede mitigava il nostro dolore, ecco d'altra parte sopravvenire nuova cagione di tristezza. Edè perciò che vi scriviamo questa lettera, affinché, in cosa di tanta importanza, sia a voi specialmente ed interamente noto il nostropensiero. Venne testò, come molti tra voi sapranno, dal giornale parigino, avente per titolo Le Moniteur, pubblicata la letteradell'Imperatore dei Francesi, con cui rispondeva alla nostra lettera, nella quale con tutto calore pregammo la Maestà Sua, perché nelCongresso di Parigi volesse col suo validissimo patrocinio difendere l'integrità e l'inviolabilità del temporale dominio nostro e di questaSanta Sede, e dalla iniqua ribellione rivendicarlo. In questa sua lettera l'Imperatore rammentando un certo suo consiglio datoci pocoprima riguardo alle provincie ribellate dei nostri Stati, ci esorta a voler rinunziare al possesso delle provincie medesime, conciossiachésembri a lui essere questo il solo modo di rimediare alla presente rivoluzione.
Ognun di voi, VV. FF., conosce benissimo che Noi, memori delgravissimo nostro dovere, non abbiamo potuto tacere nel ricevere siffatta lettera. Quindi, senza frapporre indugio alcuno, ci siamoaffrettati a rispondere al medesimo Imperatore dichiarando, colla apostolica libertà dell'animo nostro, chiaramente e francamente di nonpoter in modo alcuno aderire al suo consiglio; giacché esso e presenta difficoltà insuperabili, avuto riguardo alla dignità nostra e di«questa Santa Sede, al nostro sacro carattere, e a diritti della medesima Sede che non appartengono alla successione di qualche famigliareale, ma a tutti i cattolici», ed insieme protestammo di non poter noi cedere ciò che non è nostro, e pienamente conoscere Noi che lavittoria, che egli voleva che fosse accordata a' ribelli delleRomagne, sarebbe di stimolo ai rivoltosi paesani e forestieri delle altre provincie a fare altrettanto, scorgendo quale prospera sortefosse toccala a' ribelli». E fra le altre cose abbiamo detto all'Imperatore di non poter rinunziare alle mentovate provinciedell'Emilia soggette al nostro potere, senza violare i solenni giuramenti, da cui siamo vincolati, senza eccitare lamenti e moti nellerimanenti nostre provincie, senza far ingiuria a tutti i cattolici, e finalmente senza indebolire i diritti non solo dei Principidell'Italia, i quali furono ingiustamente spogliati dei loro Stati, ma altresì di tutti e i Principi di tutto il mondo cristiano, i quali nonpotrebbero vedere con occhio indifferente messi innanzi certi perniciosissimi principii. Né tralasciammo d'osservare che laMaestà Sua non ignorava per mezzo di quali persone, con e qual denaro, e con quali aiuti i recenti attentati di ribellione furono eccitati econsumati a Bologna, a Ravenna ed in altre città, mentre la massima parte del popolo a que' moti, che per nulla aspettava, fosserimasta come attonita, e si fosse dimostrata tutt'altro che disposta a secondarli».
E poiché il Serenissimo Imperatore era di parere che Noidovessimo rinunziare a quelle provincie per le rivoluzioni, che a quando a quando colà si vanno eccitando, opportunamente rispondemmotale argomento, come quello che prova troppo, non provare nulla affatto; conciossiaché moti non diversi sieno accaduti in Europa efuori, e ognuno vede che da ciò non si può dedurne alcun legittimo argomento per menomare gli Stati civili. Né tralasciammo di esporreallo stesso Imperatore, che del tutto diversa dalle sue ultime lettere fu la sua prima lettera scrittaci prima della guerra d'Italia, la qualenon dolore, ma consolazione ci aveva recato. Siccome poi da alcune parole della lettera imperiale, pubblicata dal detto giornale, ci parvedi dover temere che le sovradette Provincie dell'Emilia dovessero considerarsi come già separate dai nostri Pontificii dominii, conpregammo la Maestà Sua a nome della Chiesa, perché, anche per bene e vantaggio suo proprio, volesse far cessare del tutto questo nostrotimore. E con quella paterna carità, con cui dobbiamo provvedere all'eterna salate di tutti, gli abbiamo rammentato che tutti dovrannorendere strettissimo conto al tribunale di Cripto, e subirne il giudizio severissimo: e che perciò ognuno deve a tutt'uomo procurare diaver a provare gli effetti della misericordia, anziché quelli della giustizia.
Queste cose specialmente, tra le altre, che rispondemmoall'Imperatore dei Francesi, abbiamo riputato dovere nostro manifestare, affinché voi pei primi e tutto l'orbe cattolico sempre piùchiaro conosca che noi coll'aiuto divino, secondo l'obbligo gravissimo del nostro ministero, senza timore adoperiamo tutti i mezzi e nonomettiamo nulla per propugnare con fortezza d'animo la causa della religione e della giustizia, e il civile principato della RomanaChiesa, ed i possedimenti temporali di essa, e per conservare costantemente inviolabili e difendere i diritti che appartengono atutto l'orbe cattolico; come pure per provvedere alla giusta causa degli altri Principi. Invero, confidando, nell'aiuto di colui che disse: Iel mondo soffrirete oppressura: ma confidale: io ho vinto il mondo (Giov., cap. 16, v. 33): e beati i perseguitali a cagion della giustizia (Matt., cap. 5, v. 10), siamo pronti a seguire le gloriose vestigia dei nostriantecessori, ad imitare i loro esempi ed a soffrire ogni acerbità e pena, e non abbandonare per nessun modo la causa di Dio, della Chiesa edella giustizia. Ma facilmente potete congetturare, venerabili Fratelli, da qual acerbo dolore siamo trafitti, vedendo la nostrareligione assalita da orribile guerra con estremo danno delle anime, e la Chiesa e questa S. Sede sconvolte da violentissima tempesta. Efacilmente pure intendete come profondamente siamo angustiati vedendo noi chiaro quanto granfie sia il pericolo delle anime in quelle nostresconvolte provincie, nelle quali principalmente ogni dì vien deplorabilmente combattuta la pietà, la religione, la fede, il costumecolla pubblicazione di scritti pestiferi. Voi adunque, venerabili Fratelli, che siete chiamati a parte della nostra sollecitudine, e checon tanta fede, costanza e valore sorgeste a difesa della religione, della Chiesa e di questa Sede Apostolica, proseguite con coraggio edimpegno maggiore a difendere la stessa causa, ed infiammate ogni dì i fedeli affidati alle vostre cure, affinché non omettano mai sotto lavostra guida di adoperarsi con ogni potere, studio e consiglio per la difesa della Chiesa cattolica e di questa S. Sede del civile principatodella stessa S. Sede e del Patrimonio di S. Pietro, la tutela del quale appartiene a tutti i cattolici.
Ma sopratutto, e con ogni impegno, vi chiediamo, venerabiliFratelli, che insieme con Noi voi ed i fedeli affidati alle vostre cure, preghiate fervorosamente e continuamente Dio Ottimo Massimo,affinché comandi ai venti ed al mare, e col suo validissimo aiuto assista Noi, assista la sua Chiesa, surga e giudichi la sua causa, epropizio degnisi di illuminare colla celeste sua grazia tutti i nemici della Chiesa e di questa apostolica Sede e ricondurli nella via dellaverità, della giustizia e della salute. Ed affinché Dio, più facilmente placato, ascolti le nostre preghiere, le vostre e quelle di tutti ifedeli, ricorriamo prima di tutto all'intercessione di Maria Vergine Madre di Dio Santissima ed Immacolata, la quale è madre amorosissima ditutti noi e speranza saldissima; valida tutela e sostegno della Chiesa, il patrocinio della quale è il più valido presso Dio. Imploriamo anchel'intercessione del Beatissimo Pietro, principe degli Apostoli, stabilito da Dio pietra della sua Chiesa, contro la quale le portedell'inferno non potranno mai prevalere, e del coapostolo di lui Paolo, e di tutti i Santi del Cielo, che con Cristo regnano in Paradiso. Siamosicuri, venerabili Fratelli, che ottempererete con ardore, secondo la vostra esimia religione e zelo sacerdotale, di cui sieteabbondantemente forniti, a questi nostri voti e domande. E frattanto, arra della nostra ardentissima carità per voi, diamo con amore edall'intimo del nostro cuore la nostra Apostolica Benedizione a voi stessi, venerabili Fratelli, ed a tutti i fedeli cherici e laiciaffidati alla cura di ciascun di voi, augurandovi ogni vera felicità.
Dato a Roma presso San Pietro, 19 di gennaio 1860, l'annodecimoquarto del Nostro Pontificato.
(Pubblicata il 4° febbraio 1860)
Les adversaires voudraient bien faire accroire, qu'ils n'ontcontre leur thèse qu’une poignée de fanatiques. Mais voici que les hommes du monde les nioins suspects d'ultramontanisme et d'idéesrétrogrades se prononcent dans notre sens. Avant-hier fêtait M. Villemain; hier Vi. de Sacy; aujourd’hui ce sont H. Albert de Broglieet M. Francis de Corcelle»— Foisset, conseiller à la Cour imperiale de Dijon (in una lettera indirizzata al giornale L'Union Bourguignone).
Abbiamo un altro nome di un personaggio illustre e di unliberale sincero da aggiungere ai chiarissimi dei Montalembert, dei Villemain)dei Falloux, dei Sacv, dei Valori, dei Nettement, dei Poujoulat, dei Normanby, sorti in difesa del Papato. Il principe Alberto di Broglia hascritto un opuscolo preziosissimo sulla lettera di Napoleone III al Papa; opuscolo nel quale riassume perfettamente le cose passate e lecondizioni presenti.
È intitolato: La lettre imperiale et la situation, e vide la luce nel Correspondant di Parigi del 25 di gennaio. Questa circostanza ci lascia pienissimalibertà di discorrerne in Piemonte e ragguagliarne i nostri concittadini. Noi lo faremo citando testualmente.
Nella storia del 1859, anno in cui Napoleone III sposòapertamente la causa italiana, il principe Alberto di Broglia distingue tre periodi. Il periodo delle promesse, il periodo dei consigli, ilperiodo delle esigenze.
Periodo delle promesse. «Nell'ardore d'una spedizioneannunziata sotto i più splendidi auspici si prometteva (chi noi ricorda?) tuttociò ch'era domandato, e quello pur che non l'era; agliItaliani la libertà completa della loro patria ed una federazione di Stati, di cui non sentivano desiderio; Al Papa il mantenimento di tuttoil suo potere e una presidenza dei futuri confederati, di x cui non aveva giammai chiesto il peso. L'Italia doveva essere libera finoall'Adriatico; tutte le mura ne portavano l'assicurazione sottoscritta col sigillo imperiale. Il Papa verrebbe conservato nell'integrità di tutti i suoi diritti temporali. Tutte le chiese echeggiavano diquesto impegno sottoscritto dal confidente attitré del pensiero sovrano. Davanti a tali asserzioni il dubbio, che certuniostinavansi a concepire, veniva considerato come un oltraggio, e si comandava di cessare dall'essere inquieti sotto pena di divenirefaziosi. Pastorali de' Vescovi, che non era ancora proibito aigiornali di pubblicare, trasmettevano l'atto della parola imperiale nelle più piccole parrocchie della Francia, e n'era fatta menzione sulcominciarsi d'ogni preghiera. Giammai nessun giuramento fu recato in cielo da tante bocche!
«Ora si sa che cosa sia avvenuto: si trovarono alcune forticittadelle nel Veneto; e apparvero, egualmente inattesi, alcuni elementi rivoluzionari in Italia; la guerra improvvisamente cessò; lapace fu tosto conchiusa. L'Italia non poté essere libera per intero, e l'integrità degli Stati del Papa venne offesa dalla insurrezione. Lepromesse non furono mantenute per nessuno.
Periodo dei Consigli. «Seguirono i consigli offerti atutti; consigli agli Italiani di rinunziare ad ogni tentativo di unità esagerata e di rientrare di buona grazia sotto l'autorità dei loroPrincipi decaduti; consigliai Piemonte di rinunziare al disegno di annessioni esorbitanti; consigli all'Austria di raddolcire il suo giogosulla Venezia, e di aprire le sue cittadelle alle truppe italiane; consigli al Papa di disarmare i suoi sudditi coll'offerta diconcessioni fatte ai loro voti supposti. Ciascuno di questi diversi avvisi ebbe il suo dispaccio officiale ed anche la sua letteraautografa.
«Ma i consigli ebbero la stessa sorte delle promesse; esiccome queste non erano state mantenute in nessun luogo, così quelli nonfurono graditi da nessuno. Gli Italiani non si mostrarono disposti per un momento solo al ritorno delle autorità licenziate, dovesseroritornare colle mani piene di tutte le riforme e di tutte le costituzioni possibili. Il Papa non istimò conveniente di offerire aisuoi sudditi insorti concessioni anticipatamente rifiutate. Così ogni cosa camminando nell'incertezza, la politica francese dovette fare unpasso di più. Il periodo dei consigli era succeduto a quello delle promesse, ed oggidì è surrogalo dal periodo delle esigenze e deisacrifizi».
Periodo delle esigenze. «Ieri parlavasi a tutti; oggi nonsi parla più che al Papa. È il Papa, il Papa solo che deve liquidare a proprio carico le spese di una successione imbrogliata, che lasciòdietro di sè una guerra che ha scosso tutto, ed una pace che non ha rassodato nulla. Sotto una forma civile, discreta, ma chiara, efacilmente intelligibile, la lettera del 31 dicembre, se si può crederò a parecchi dei suoi commentatori, è una rispettosa intimazione fatta alPapa di sacrificare ciò che ha perduto sotto pena di perdere ciò che possiede. Dacché la guarentigia delle provincie ancora soggetteall'autorità della Santa Sede non viene accordata che in contraccambio delle provincie insorte, è evidentissimo che il rifiuto del sacrifiziodeve trarre con sè la perdita della guarentigia, c'est à prendre ou à laisser. Al cominciare della crisi tutto era promesso senza condizione; otto mesidopo si offre in ricambio di una perdita certa una guarentigia condizionale!
«Così noi abbiamo camminato di giorno in giorno, di ora in oraprecipitando o seguendo gli avvenimenti, spingendo le rivoluzioni avanti noi, o spinti da quelle. Ognuna delle nostre stazioni non avendodurato che qualche settimana, è possibile che dopo brevissimo tempo noi giungiamo all'ultima, a quella che metterà definitivamente in causal'intero potere temporale.
«I fatti per verità, come osserva benissimo la letteraimperiale, hanno una logica inesorabile, e bisogna anche loro rendere questagiustizia, che sebbene d'ordinario ottimi logici, non hanno mai nò meglio, né con più sicurtà ragionato che da otto mesi in qua. Così nonfu necessario d'essere profeta per prevedere il loro corso; bastò e basta ancora di saper tirare le conseguenze d'un sillogismo. Eraperfettamente e logicamente certo che la guerra intrapresa in Lombardia verrebbe seguita da un'insurrezione immediata negli Stati PontificiiEra perfettamente e logicamente certo che l'insurrezione provocata dalla guerra e vittoriosa per la forza non cederebbe davanti laragione, e non si arresterebbe in seguito alle preghiere. Era perfettamente e logicamente certo che l'intrapresa di conciliare nonsolo i voti, ma gli appassionati capricci degli Italiani con tutti i diritti della S. Sede, riuscirebbe ad una contraddizione incubile, eche promessa contraddittorie, fatte a parti contrarie, condurrebbero ad una necessaria mentita. Non era egualmente così sicuro, ma erasgraziatamente troppo probabile che in questa alternativa la scelta dei sacrifizi cadrebbe su quella delle parti che non avea per sé né forzaarmata, né forza popolare, né insurrezione, né cittadelle».
Qui il chiarissimo autore entra a parlare della guarentigiapromessa al Papa, e domanda che cosa può valere una guarentigia diplomatica, quando non valse a nulla una solenne parola imperiale, cheprometteva al Papa il mantenimento di tutti i suoi diritti? Quelle foi voulez-vous désormais qu'inspirent tous lei contratsd'assurance? Un altro giorno analizzeremo il resto di questo opuscolo in cuil'eloquenza è pari al coraggio, e la parola è severa come la logica.
(Pubblicato l'8 febbraio 1860)
Una ragione o piuttosto un sofisma, che sentiamo ogni giornoripetere, anche da chi dovrebbe ripeterlo meno, contro il dominio temporale del Re Pontefice, è non esser di fede ch'egli lo debba avere:epperò, conchiudono praticamente, che gli venga tolto non è poi da menarne sì gran romore, come mostrano di fare al presente tantiopuscoli, che si stampano ogni giorno. Noi vorremmo apportare un poco di luce a questa obiezione, che colla sua speciosità inganna più d'uno.
E prima di tutto chiederemo a qualche nobile signore chel'adopera così arditamente: è egli di fede, signor Conte, signor Marchese, che voi possediate quel palazzo e quel podere, che viapportano ogni anno tante migliaia di lire? Vi assicuriamo, che in tutte le Sante Scritture non se ne dice neppur parola; e peròconchiuderemo anche noi, che non si vorrà menare tanto strepito se qualcuno ve ne spossesserà.
A qualche avvocato ed a qualche impiegato faremo una similedomanda: à forse di fede che voi dobbiate essere intendente, prefetto, governatore è buscarvi così le dieci, le venti, le trentamila lireall'anno? Vi diciamo, senza paura di essere smentiti, che in tutto il tesoro delle verità della fede non se ne dice parola! epperò sequalcuno vi balzerà dal posto e vi metterà sul lastricò, non 6arà da farne nessun romore.
Che anzi rivolgeremo questa domanda perfino a' bottegai ed agli artisti, é chiederemo loro se aia di fede che essi debbano averetanti avventori, che deb bano toccare giornate sì grasse, e dimostreremo loro, dove ne aia bisogno, che non vi ha nessuna formolané di Canoni, né di Concilii che l'abbia mai definito! che però dove vengano mandati a spasso, non v'ha nessun motivo di farne lagnanza.Quindi conchiuderemo, e ci pare con qualche ragione, che se si debba stare solo alle definizioni di fede quando si tratta dei dirittialtrui, al mondo saranno spenti tutt'i i diritti, anzi vi sarà un diritto contro ogni diritto
Del resto è molto pili sicuro il diritto del Re Pontefice alsuo temporale go verno, che non sarebbe se fosse solo certo per definizionedi fede. Tanti di quel dabbenuomini che ripetono da pappagalli non esser di fede il dominio del Re Pontefice, non sanno che vi sono veritàfondamentali, le quali sono più universalmente note e solenni, che le stesse verità della fede, e che sono più universalmente note e solenniperché sono ancora più necessarie al consorzio umano, che le stesse verità della fede.
Senza le norme eterne della giustizia, senza il principiodella proprietà, senza l'onestà naturale è impossibile affatto la società:epperciò Iddio insegnò questi prìncipii per lume naturale di ragione a tutti gli uomini: onde il mondo che creava fosse possibile. È perchéhanno almeno questi grandi principii, sussistono in qualche modo le stesse società pagane.
Se quei principi! fossero solo noti per fede, cioè se fosseronient'altro che leggi positive conosciute per rivelazione, potrebbero essere invincibilmente ignorate da molti e senza loro colpa; ma inveceessendo principii naturali, conosciuti anche col solo lume di natura, comuni a tutti quelli che sono uomini, pagani o cristiani, protestantio cattolici, hanno senza dubbio una forza maggiore.
Or questo è appunto il caso nostro. Non è noto per fede, cheil R. Pontefice debba avere uno Stato temporale: ma è noto per principioeterno di giustizia, che a niuno si possa rubare il fatto suo. Lo Stato Pontificio è riconosciuto da tutti, amici e nemici di Roma, perfinodall'opuscolo Le Pape et le Congrès, come appartenenza delRomano Pontefice. Lo stesso opuscolo chiama ribelli, rivoltosi quelli che si sono a lui sottratti. Né si può dire diversamente, senzarovesciare tutti i diritti umani, poiché, come è stato dimostrato, se non sono validi i diritti del Romano Pontefice sopra i suoi Statitemporali, sia per l'origine del possedimento, sia per la prescrizione di dieci secoli, non v'è più al mondo nessun diritto che sia valevole.È dunque chiaro che, salvi i diritti della eterna giustizia, che, come abbiamo detto disopra, costituiscono una legge ancora pili nota, ancorapiù solenne, e però anche più stringente, non si può spodestare il Romano Pontefice de' suoi Stati.
Anzi di qua si trae, che anche la fede è impegnata aguarentire il dominio temporale del Papa. La fede non dice che il Papa abbiadiritto sopra queste o quelle provincie; ma la fede, confermando con ogni efficacia la legge stessa di natura, prescrive che sicno mantenutiad ognuno i propri diritti. Come la fede non determina che voi abbiate delle possessioni o dei palagi, ma quando li avete, proibisce ad ognunodi toglierveli; così sebbene la fede non ordini che il Papa possieda le Romagne o le Marche, tuttavia quando le possiede, vieta ad ognuuo dispogliamelo.
V'è di più. Se è delitto lo spogliare un privato qualunque diun suo possesso, il delitto è immensamenté maggiore nel nostro caso. Lanatura dei beni che si tolgono ad una persona, aumenta, come è chiaro, la gravità del delitto. Togliete ad un padre di famiglia quello chedebbe servire al sostentamento di una numerosa figliuolanza, è più grave che non togliere ad un ricco quello di che soprabbonda: perocchéal primo è molto più necessario quel possesso, che non è al secondo.
Ma nel nostro caso il delitto trapassa tutto quello che puòpensarsi di ordinario. Gli Stati del Sommo Pontefice sono un bene sacro per infiniti titoli. Sono essi un diritto del personaggio più inclitoche abbia la terra, secondo la fede; epperò la fede fa conoscere che quello spoglio è anche un orrendo sacrilegio.
Gli Stati Pontificii non sono solo Stati del Sommo Pontefice,ma sono propriamente Stati della Chiesa Romana, cioè appartenenza diquella Chiesa che è, agli occhi della fede, la sola vera, la sola legittima, la sola sposa ed erede di G. C. Quindi agli occhi della fedeè sempre più grave il sacrilegio.
Gli Stati Pontificii furono, per particolare provvidenza diCristo, assegnati alla Chiesa per fini ed intendimenti sublimissimi. Debbono essi servire d'istromento e di mezzo alla libertà della Chiesa,alla sua indipendenza, alle spese eziandio che essa debbe sopportare nella sua amministrazione. Colla libertà ed indipendenza, che laqualità di Re dona al Sommo Pontefice, egli deve potersi indirizzare a tutti i Principi e popoli della terra, accender loro la fiaccola delledottrine rivelate, mantenerla viva e splendente sempre di tutta la sua luce; debbe sfolgorare tutti gli errori che insorgono, sostenere tuttele lotte coi nemici interni ed esterni, guidare il mondo cattolico, e ravvivare quello che ancora giace tra le tenebre della morte.
Che il Sommo Pontefice abbia da far tutto ciò, la fede lo dicechiaro ai cattolici, e non Io negano neppure tra i nemici del Papato quelli che cattolici si dichiarano. Che lo Stato temporale valga aquesto scopo, che adorni della necessaria dignità il Sommo Pontefice, che lo costituisca padrone di se stesso, libero, indipendente, èmanifesto: ma dunque ò anche manifesto, che chiunque vuole spogliarlo de' suoi diritti monarchici, viene a togliere alla Chiesa,quanto è da se, la sua libertà, la sua indipendenza, la sua dignità. Priva ifedeli dell'orbe cattolico di tutti que' mezzi di salute, che la Chiesa libera nella sua azione, poteva loro procurare, li lascia control'eresia, contro lo scisma, contro l'idolatria, contro ogni sorta di errore meno provveduti, meno difesi, perché meno illuminati e menoconfortati: ecco a che cosa riesce quell'attentato!
Ora non sarà in nulla interessata la fede a lasciar consumarequesto delitto? Se la fede può essere indifferente a lasciar violare tutti i diritti naturali, se può non curarsi né punto né poco delladignità del Vicario di Cristo, e se la Chiesa può non tener conto dei mezzi che il suo Capo divino le ha posto nelle mani por compiere sullaterra la sua missione; se i cristiani possono concorrere a spogliare la Chiesa di cotesti mezzi, allora sarà anche vero, che la fede non ha cheapporre all'assassinamento del Re Pontefice. Ma se la fede non è quello che la imaginano certi cervelli esaltati, certi ignorantissimimestatori, sarà anche chiaro che, sebbene non sia di fede che il Papa sia Sovrano, non è senza ingiuria gravissima della fede stessa lospogliarlo della sua sovranità.
(Pubblicato il 21 febbraio 1860)
Il conte Walewski, non avendo il coraggio di cantare lapalinodia, e disdir dopo la guerra ciò che aveva detto prima e durante la medesima, abbandonò il ministero degli affari esteri cedendolo alpiù maleabile signor Thouvenel.
No:i cosi il signor Rouland, ministro dell'istruzione pubblicae dei culti, il quale non ebbe nessuna difficoltà di rappresentare laparte di Giano bifronte.
Il telegrafo ci annunzia che il Moniteur del 20 difebbraio pubblica una circolare del dello ministro diretta agli Arcivescovi ed ai Vescovi, e ce ne trasmette la sostanza.
Il 4 di moggio del 1859, il signor Kouland scriveva pare unacircolare all'Episco palo francese, e sarà pregio dell'opera confrontare un documento coll'altro.
Rouland I, il 4 di maggio, scriveva ai Vescovi perché illuminassero il Clero sulle conseguenze d'una lotta col l'Austria divenutainevitabile.
Rouland II, il 20 di febbraio, scrive ai Vescovi per proibireloro d'illuminare il Clero, d'illuminare la Francia sulle conseguenze d'una lotta contro il Vicario di Gesù Cristo.
Rouland I, il 4 di maggio, prometteva ai Vescovi dell'Imperofrancese che la saviezza, la lealtà, l'energia dell'Imperatore non verrebbero meno alla religione.
Rouland II, il 20 di febbraio, scrive ai Vescovi che, dopo l'impotenza della Francia a petto dei rivoluzionari dell'Italia centrale, debbono far tacere i preti che sostengono la S.Sede!
Rouland I, il 4 di maggio, dichiarava ai Vescovi che ilPrincipe, il quale dopo i cattivi giorni del 484% ricondusse il S. Padre in Vaticano, era il più fermo sostegno dell'unitàcattolica.
Rouland II, il 20 di febbraio, avverte i Vescovi «che se ilClero dee venerazione al Papa, deve rispetto e fedeltà all'Imperatore i:quasi che l'una cosa non si potesse conciliare coll'altra!
Rouland I, il 4 di maggio, protestava ai Vescovi che NapoleoneVOLEVA CHE IL CAPO SUPREMO DELLA CHIESA FOSSE RISPETTATO IN TUTTI l SUOI DIRITTI DI SOVRANO TEMPORALE.
Rouland II, il 20 di febbraio, invece confessa che tra 'Imperatore ed il Papa (mette l'Imperatore prima del Papa!) vi ha disaccordo riguardo alla questione temporale.
Rouland I, il 4 di maggio, non faceva nessuna distinzione tra la questione religiosa e la questionetemporale, e attribuiva i diritti di Sovrano temporale al Capo della Chiesa.
Rouland II, il 20 di febbraio, distingue, come igiansenisti, corno gli eretici di tutti i tempi, e pretende che la spogliamone delCapo della Chiesa non importi per nulla alla religione cattolica.
Rouland ), il 4 di maggio, dichiarava che il principeNapoleone III, il quale aveva salvato la Francia dalle invasioni dello spirito demagogico, non potrebbe iccettare né le sue dottrine, né latua dominazione in Italia.
Rouland II, il 20 di febbraio, accetta nelle Romagnela dominaiione $ li dot» ir ine dello spirito demagogico, e comanda aiVescovi di approvare o di tacerei
Rouland I, il 4 di maggio, diceva ai Vescovi, che laFrancia veniva in Italia per liberarla oppressione straniera.
Rouland II, il 20 di febbraio, proibisce ai Vescovi dilagnarsi che l'oppressione Straniera pesi sul S. Padre e sulle popolazioni soggette al suo scettro paterno.
Rouland I, il 4 di maggio, diceva ai Vescovi che la Franciavoleva il legittino progresso dei popoli.
Rouland II, il 20 di febbraio, proibisce ai Vescovi disostenere i diritti della S. Sede, dichiarati incontestabili dallo stesso Napoleone; proibisce di difendere il solo legittimo governo delle Romagne che è quello di Pio IX.
Rouland II, il 20 di febbraio, minaccia i Vescovi che silevano contro la rivoluzione, che predicano il rispetto della proprietà dellaChiesa, e la riverenza al S. Padre.
Rouland I, il 4 di maggio, accertava i Vescovi, che la Franciacalando in Italia portava scritto sulla sua bandiera il rispetto delle sovranità negli stati italiani.
Rouland 11, intima ai Vescovi di piegare il capo davantiall'esilio, alla profanazione, allo strazio della maggior parte di queste sovranità, e della più augusta di tutte, quella del SommoPontefice.
Rouland I, il 4 di maggio, diceva che le dichiarazioni diNapoleone III doveano far nascere nel cuore del Clero francese non minore sicurezza che gratitudine.
Rouland II, il 20 di febbraio, considera come un delitto difellonia dalla parte dei Vescovi e del Clero il solo ripetere quelle dichiarazioni medesime!
Rouland f, il 4 di maggio, raccomandava ai Vescovi ed ai pretidi pregare? A piè degli altari, e d'informare da' pergami i fedeli sullo scopo e sulle conseguenze della guerrad'Italia.
Rouland II, muove guerra al Vescovi ed ai preti, perché abusano della libertà del pergamo, ripetendo le sue parole e le sue assicurazioni di dicci mesi fa.
I tempi di rivoluzione Sono tempi di contraddizioni, perchétempi d'ipocrisia, ' di menzogna, di tirannia materiale e morale.
Ma noi sfidiamo chiunque a ritrovare nella storia dellecontraddizioni umane due documenti che cozzino tra loro così vergognosamente, come le due circolari del ministro Rouland.
Volete vedere che cosa sia il Papa? Leggete le sue Enciclicheed Allocuzioni. Pio IX nel 1860 dice ciò che ha detto nel 1848, ciò cheprima di lui d ssero Pio VII e i Pontefici che fiorirono durante dieci secoli.
Volete conoscere chi siano i nemici del Papa? Leggete le lorocircolari, essi dicono é contraddicono, e finiscono per ismentire se stessi e strozzarsi colle loro medesime mani.
Abbiamo sotto gli occhi il nuovo dispaccio del ministro Thouvenelal duca di Gramont, ambasciatore francese à Roma, e lo daremo più innanzi tradotto in lingua italiana, giacché a suo tempo dovrà serviredi documento alla storia dei nuovi trionfi della S. Sede.
Nel leggere gli scritti del signor Thouvenel, e in ispeciequesto del 12 di febbraio, noi ci troviamo nella dolorosa alternativa, o didovere conchiudere che egli è Un diplomatico uscito ieri dal guscio, e ignora affatto le cose italiane; oppure che, sapendole, le dissimula, ole travisa.
L'argomento capitale del signor Thouvenel è questo: il Papadoveva fare qualche cosa nelle Legazioni; fin dal 1831 le grandi Potenze gli consigliarono riforme; la Francia, in questi ultimi tempiprincipalmente, adoperò in vantaggio della S. Sede la maggiore sollecitudine e previdenza. Ma Pio IX non volle far nulla; e se ha perduto le Romagne, ben gli sta.Con questo ragionamento il signor Thouvenel si asside arbitro tra il Papa e la rivoluzione, e decide che questa ha ragione, ed il Papa hatorto, perché non Tolle far nulla, né soddisfare alle domande e pretese dei rivoluzionari.
A udire messer Thouvenel parrebbe che Pio IX dal primo giornodel suo Pontificato fino al 1860 non avesse voluto proprio far nulla, nonconcedere una riforma, non mutare una legge, non accordare una libertà.
Ma dove eravate voi, messer Thouvenel, quando Pio IX levossi primo in Italia principe riformatore, e, come scriveva Donoso Cortesnel 1847, concepì «il grande scopo di rendere indipendente e libera la Chiesa e l'Italia, di emancipare pacificamente e ad una volta lasocietà civile e la società religiosa; di realizzare l'indissolubile alleanza dell'ordine, e della libertà?»
Dove eravate, messer Thouvenel, quando Pio IX, magnifico egeneroso come il suo divino maestro, stendeva la mano agli esuli e li rendeva alla patria, ascoltava i riformisti e concedeva riforme,compiaceva i liberali e accordava loro la libertà?
Dove eravate, messer Thouvenel, quando Pio IX largheggiavacotanto in concessioni da essere costretto a scusarsene presso le grandi Potenze, e a provare nella sua Allocuzione del 29 di aprile 1848ch'egli in sostanza non avea accordato più di quello che alla S. Sede si fosse richiesto col Memorandum?
Dove eravate, messer Thouvenel, quando Pio IX secolarizzavatalmente la sua amministrazione da mettere la somma delle cose nelle mani del ministro Rossi?
E tutte queste concessioni dove riuscirono? Se ne tenne pagalarivoluzione? E non sapete, messer Thouvenel, che nel Ì848, in cui Pio IX accordò tutto quello che potea accordare, si vide appuntati icannoni contro il proprio palazzo e fu obbligato a fuggire da Roma?
Ottimamente fece l'immortale Pontefice a largheggiare nel1848, come fa egregiamente oggidì a resistere. Fu grande allora nella bontà,come oggi è impareggiabile nella fermezza.
Questi due periodi del suo memorabile pontificato siconcatenano perfettamente e si difendono a vicenda. Libero di sè, esordì governandocoll'affetto e colla dolcezza; ma ne fu ripagato colla più nera ingratitudine. La generosità sua verso i liberali riuscì a danno delsuo popolo.
A questo punto Pio IX dovea giovarsi delle lezionidell'esperienza, e non potea più metterai nelle mani di chi l'avea tradito. Tanto più che certuni pretendevano dargli lezioni di buongoverno, mentre avrebbero dovuto imparare da lui.
E la fermezza fu più utile al Sento Padre dellacondiscendenza, perché se quella gli tolse le Romagne, questa gli aveva tolto l'interoStato, cacciandola Gaeta
E neppur le Romagne avrebbe perduto il Pontefice, se larivoluzione non vi fosse entrata dal di fuori, e Sua Maestà imperiale, disse Pio IX nell'Enciclica del 19 di gennaio, non ignora per mezzo diquali uomini, con qual denaro, e con quali soccorsi i recenti attentati di ribellione sieno stati eccitati e compiuti a Bologna, a Ravenna enelle altre città, frattanto che la grandissima maggioranza dei popoli restavano colpiti di stupore sotto il colpo di queste sollevazioni,ch'essi non si aspettavano in veruna maniera, e che non si mostrano in verun modo disposti a seguire».
Questo periodo dell'Enciclica venne soppresso dal Constitutionnel, dalla Patrie e dagli altri giornali francesi ostili al Santo Padre, e una talesoppressione è per te sola una prova che Pio IX ha dato nel segno.
E il signor Thouvenel ha tentato già due risposteall'Enciclica, ma dissimulando sempre questo periodo. Sapete, o non sapete, messerThouvenel, con quali uomini, con quali soccorsi, con quale danaro siasi fatta la rivoluzione in Romagna?
Sapete donde partì prima Massimo d'Azeglio, poi LionelloCipriani, e finalmente Carlo Luigi Farini? Conoscete la parentela di Gioachino Napoleone Popoli, e la patria di Ferdinando Pinelli, diGiacomo Antonio Migliorati, del marchese di Rorà? Perché essendo le Romagne così ostili al Papa non si volle inscrivere tra gli elettoriche un'infima minoranza? Perché tra gli iscritti non votarono neppure un terzo? Perché si paventa tanto dai rivoluzionari il suffragioUniversale? perché tutto ciò, signor Thouvenel?
Voi giunto ieri da Costantinopoli forse l'ignorate; ed amiamomeglio accusarvi d'ignoranza che di mala fede. Ma fatevi a studiare la storia di questi tempi, e vedrete che Pio IX non poteva usare maggiore previdenza e sollecitudine.
Appena giunto sul trono previde, che voi, signor Thouvenel, e tanti altri con voi, l'avrebbero accusato d'inazione, epperò agì generosamente e ricolmò il suo popolo di benefizi.
Reduce da Gaeta, Pio IX accordò agli Stati Pontificii ungoverno appropriato all'indole del paese e ai costumi e desiderii de' suoi sudditi; e il Motti proprio di Pio IX riscosse gli applausi di tutta l'Europa.
Più tardi Pio IX previde, che la guerra d'Italiaintrapresa dalla Francia doveva tornare principalmente a danno della Santa. Sede, e per togliere ogni pretesto accomiatò dagli statiPontificii e Francesi ed Austriaci.
Pio IX previde che, se avesse accettato i consigli a cuiallude il signor Thouvenel, non solo avrebbe perduto le Romagne, ma oggidì non sarebbe più in Roma.
Finalmente Pio IX non si consigliò coi calcoli della mondanapolitica, ma coi dettami della sua coscienza; e basta.
Riproduciamo dal Moniteur Universel il dispaccio relativo agli affari di Roma, dal signor Thouvenel indirizzato all'ambasciatoredi Francia presso la Santa Sede, e di cui il telegrafo ci diede già un. sunto.
Parigi, 12 febbraio 1860.
Signor Duca, io vi feci conoscere l'impressione che ci hacagionato l'Enciclica del Santo Padre ai Vescovi, e non vi dissimulai il rammarico sincero che ne risentimmo. Credo dover oggi completare lacircolare che io ho indirizzata agli agenti diplomatici dell'Imperatore, in data dell'8 di questo mese, esaminando con voi ifatti recenti che crearono la situazione presente nelle Legazioni, affine di stabilire d'onde viene il male e a chi debbo incumberne laresponsabilità.
Como, dunque, scoppiarono gli avvenimenti delle Romagne, ecome le cose giunsero al punto in cui le vediamo in questo momento? Convienfar risalire lo stato delle cose in codesto paese all'ultima guerra? Mi sarebbe penoso lo estendermi in particolari presenti allo spirito dichiunque non ò interamente estraneo agli affari del suo tempo, e benché l'Enciclica ci dia il diritto di ricordare il passato e di giudicare,come le grandi Potenze fecero dopo il 1831, il reggime politico applicato alle Legazioni, io mi asterrò di mettermi su codesto terreno.Mi limiterò semplicemente a far osservare che, dal giorno In cui gli Austriaci si ritiravano, gli avvenimenti che si sono compiuti dopo lapartenza loro erano certi ed inevitabili. Noi abbiamo, di più, la convinzione che il governo pontificio non avrebbe ragione, da qualunquepunto di vista, di rimproverarci di aver mancato a suo riguardo di sollecitudine e di previdenza.
All'incominciare delle ostilità, la neutralità della SantaSede era stata proclamata e riconosciuta dai belligeranti. Essi continuavanoad occupare le posizioni di cui erano custodi avanti la guerra. Rinunciavano a fortificarvisi in modo a poter di là nuocersireciprocamente. Sembravano, in una parola, penetrati di questa idea, che al disopra de' loro dissentimenti passeggieri elevavasiun interesse superiore, egualmente caro ad entrambi, quello dell'ordinenegli stati del Santo Padre. I presidii di Ferrara, Comacchio, Bologna e Ancona potevano, in tutta sicurezza, vegliare al mantenimento dellatranquillità nelle Legazioni e nelle Marche, mentre il presidio francese vegliava a Roma. Non istà a me di valutare le circostanzecertissimamente imperiose a' suoi occhi, che determinarono l'Austria a non continuar più la parte sua' , ma io ho il diritto diricordare che la Francia è rimasta fedele alla sua parte.
Partite che furono le truppe austriache, le popolazioniprofittarono dell'occasione, senza avere bisogno di esservi strascinate da alcuno eccitamento particolare; e si può dire ch'esse si sonotrovate più ancora che non si sono rese indipendenti. Ecco tutto il segreto della ribellione delle Romagne.
Questa ribellione, signor Duca, non potrebbe dunque essereimputata alla Francia. Né autorizzare un dubbio qualunque sulla sincerità delle assicurazioni di simpatia e di buon volere chel'Imperatore aveva date a Pio IX all'origine della guerra. Ma l'Imperatore non doveva egli prendere in considerazione i nuovi fattiinsorti contrariamente a' suoi voli? S. Maestà considerava, comedoveva farlo, le difficoltà della situazione, e giudicando nullameno che la pace conchiusa a ViIlafranca poteva produrre tutte leconseguenze che ne attendeva se la Corte di Roma secondava i suoi sforzi, s'indirizzava, da Desenzano, al Papa, il 14 luglio, perfargliene conoscere le condizioni.
Nel nuovo ordine di cose, soggiungeva l'Imperatore,Vostra Santità può esercitare la massima influenza e far cessare per sempreogni cagione di turbolenze. Acconsenta adunque, ovvero si compiaccia, de motu proprio, di accordare alle Legazioni un'amministrazione separata, con un governolaico, da lei nominato, ma circondato da un consiglio formato per elezione; paghi questa provincia alla Santa Sede un tributo fisso, eVostra Santità avrà assicurato il riposo de suoi stati, e potrà far a meno di truppe straniere e lo supplico Vostra Santità di dare ascoltoalla voce figlio devoto alla Chiesa, ma il quale comprende le necessitò della sua epoca, ed il quale sa che. la forza non basta a risolvere lequestioni e ad appianare le difficoltà.
«Io veggo nella decisione di Vostra Santità o il germe d'unavvenire di pace, di tranquillità, ovvero la continuazione d'uno stato violento e calamitoso».
Voi sapete, signor Duca, che questi suggerimenti non furonoaccetti. Mentre gli eventi dal susseguirsi moltiplicavano le difficoltà, la Corte di Roma persisteva a rinchiudersi in una riservapropria solo ad aggravare uno stato di cose, che già più non poteva conciliarsi colla sua autorità senza sacrificii o senza compensi. Pertal guisa si lasciarono sfuggire tutte le circostanze atte a riunire le Legazioni alla Santa Sede; ed è per tal guisa che l'Imperatore trovò afronte di un'eventualità ch'ei tentò indarno di scongiurare, e che S. Maestà è stata condotta ad indirizzare al Santo Padre la sua letteradel 31 dicembre. Ed ora, domando io, le cose essendo succedute nel modo da me espresso, erano sì strani i consigli che sono stati respinti?Certo la sincerità dei sentimenti, coi quali essi sono stati dati, è almeno assai ben dimostrata. I riguardi, e, meglio ancora, la devozioneche il governo imperiale ha dimostrato in ogni occasione al Capo della Chiesa, sono uno dei tratti dominanti della storia degli ultimi diecianni. U Clero di Francia sa con quale benevolenza e con quale larghezza di viste il governo imperiale ha sempre praticate le leggi chegovernano i suoi rapporti colla Corte di Roma. Esso pure sa di aver trovato nell'impero un potere riparatore, e sa che, sottoquest'appoggio tutelare, esso ha ripigliato nella società francese l'influenza e l'autorità che da altri governi erangli state contese.Questi fatti soli basterebbero a provare da quali disposizioni il governo imperiale era animato rispetto al Papato, quand'anche nongliene avesse dato prove dirette ed incessanti. Noi non contestiamo che l'occupazione di Roma, al tempo in cui è stata impressa, non sia statadettata da considerazioni politiche egualmente che religiose; ma chi negherà essere stato il governo dell'Imperatore determinato acontinuare d'anno in anno i sacrificii che questa misura impone alla Francia, specialmente da una sollecitudine affettuosa e perseveranteper gl'interessi della Santa Sede? Chi non riconosce i maneggi per mezzo dei quali noi abbiamo attenuato od anche prevenutogl'inconvenienti che seco naturalmente traeva l'occupazione di Roma, sì nel fondo come nella forma, per la sovranità dei Santo Padre? Chinegherà di vedere in quest'assieme di fatti un attestato delle più cordiali intenzioni, e della volontà la più formale di proteggere nonsolo la personale posizione del Santo Padre, ma di allargare, se possibile, la sua morale influenza? Gli è specialmente a quest'ordined'idee, che si congiunge il concorso prestato dalla diplomazia francese al Santo Padre in tutti i paesi dove vi sono interessi religiosi dadifendere, e che in larga misura si collegano le spedizioni compiuto od intraprese nei mari della Cina e del Giappone.
Finalmente, signor Duca, quale miglior prova di questacostante preoccupazione, quanto la stipulazione di Villafranca, per la qualel'Imperatore, deferendo al Santo Padre la presidenza onoraria della Confederazione, volea porlo alla testa dell'Italia rigenerata?
Si può dedurre da questa esposizione, quanto il governoimperiale sarebbe stato felice, e il sarebbe ancora, nelle congiunture presenti,di trovare una combinazione capace di diminuire gl'imbarazzi della Santa Sede. Ma qui il buon volere della Francia rischia di infrangersicontro insormontabili difficoltà.
Di fatto, non si tratta soltanto di rendere le Legazioni alPapa, bisogna anche trovare il mezzo di mantenerle sotto il suo dominio senzadar luogo ad una nuova occupazione, o ad un nuovo intervento. Gli avvenimenti hanno dimostrato abbastanza quanto codesta misura sarebbeimpotente a rimediare il male. L'opinione dell'Europa è formala su questo punto, e l'occupazione condannata dalle lezioni del passalonelle stesse Legazioni, è uno spediente, al quale nessuno potrebbe più ricorrere a meno di sconoscere le necessità che il senno e laprevidenza impongono a tutti i governi.
Una tale politica è inammissibile oggi. Né autoritàmonarchica, né la maestà della Chiesa non avrebbero nulla a guadagnarvi; lareligione e la ragione si riuniscono per respingerla con eguale energia.
Così dunque, signor Duca, il momento era ben venuto dipreoccuparsi di combinazioni diverse, allorché l'Imperatore ne fece notare la necessità al Papa. Gl'interessi pili evidenti, leconsiderazioni più pressanti invitano la Santa Sede a consentirvi. Un partito preso in modo assoluto di ricusarsi a riconoscere il verocarattere dello stato delle cose attuali, non farebbe che aggravarlo di più in più, e finirebbe per creare impossibilità egualmenteinsormontabili. Se invece la Santa Sede si decidesse finalmente a lasciare la ragione religiosa, in cui la quistione non è veramentecollocata, per tornare sul terreno degli interessi temporali, soli impegnati nella discussione, forse arrecherebbe, benché sia ben tardiun cangiamento favorevole alla propria causa. In ogni caso permetterebbe al governo dell'Imperatore di prestare il suo appoggio aduna politica conciliante e ragionevole.
Voi siete autorizzato a dar lettura di questo dispaccio alcard. Antonelli ed a lasciargliene copia se ne mostra desiderio.
Gradite, ecc.
Thouvenel.
Pubblichiamo la Nota che il Card. Antonelli, segretario di Statodel governo Pontificio, indirizzava a Monsignor Nunzio in Parigi, in risposta alla Nota de' ministro Thouvenel, già pubblicata nel Moniteur.
Ill. mo e Rev. mo Signore,
Nel dispaccio del 12 febbraio, di cui codesto signor ministrodegli affari esteri mi fece dar lettura e copia, e che deve essere a piena cognizione d V. S. Ill. e Rev. m per la pubblicazione fattasenenel Moniteur del 17 dello stesso mese, si contengono appunti dital natura, che non mi sarebbe possibile di lasciarlo senza qualche osservazione, avuto anche riguardo agli attuali tempi, in cui è sìgrande la premurosa sollecitudine che da per tutto si manifesta per un supremo interesse della Chiesa Cattolica e per l'augusto suo Capo. Èben per questo che mi credo in dovere d'indirizzarle alcune considerazioni intorno alla materia del succitato dispaccio, come anchedella precedente Circolare diretta dal ministro medesimo ai rappresentanti Francesi all'estero, e comparsa anche essa nei giornali.
E pria di tutto, senza esaminare la qualità del reggime politico, applicato alle Legazioni, il certo si è, che non poté desso provocare i seguiti commovimenti unavolta che applicalo identicamente il reggime stesso in altre parecchie Provincie dello Stato non ebbe quell'effetto, e per lo contrario assaiprima ed in dimensioni assai più vaste che nelle Romagne si ebbe l'effetto medesimo nel Granducato di Toscana e nel Ducato di Parma, iquali due Stati erano in voce di essere governali nella maniera la più conforme ai voti, che a' dì nostri soglionsi attribuire allepopolazioni. Conviene dunque dire che il reggime politico non entrasse in modo alcuno in quell'effetto, e che questo anzi debba ripetersi dacagione comune a tutti gli Stati, che no furono la vittima. Ora egli è sufficiente l'aver dimoralo in Italia in quest'ultimo quadriennio, ol'averne almeno seguito con qualche attenzione le varie calamitose fasi, per sapere da chi, e con quali mezzi fosse apparecchiata,compiuta e sostenuta la rivolta, ed il cui bono, pregiudiziogravissimo nelle materie penali, può aver qui un'applicazione tanto più evidente, quanto più sono patenti i maneggi di chi fa di tutto a fined'impossessarsi delle Provincie, di cui vorrebbesi spogliare il S. Padre, o che vorrebbonsi piuttosto sottrarre al Patrimonio della ChiesaCattolica. Da quel che si vuol fare in ultimo, s'intende bene quel che si voleva fare fin da principio; e furono di lunga mano prevedute edapparecchiate quelle medesime difficoltà, che si dicono ora insormontabili, e fuori di ogni previsione. Né credo di mancare diriguardo verso chicchessia, se spinto dalla necessità di sostenere il mio assunto sarò obbligato a ricordare fatti ed anche nomi particolari,ma notorii gli uni e gli altri dall'un capo all'altro della Penisola.
E qui per non risalire più oltre, mi limiterò, a causa dibrevità, ad accennare, che quando il conte di Cavour nel Congresso di Parigi del 1856 lanciò una certa specie di programma intorno a ciò chesarebbe a farsi nell'Italia, e dichiarò poscia nelle Camere Piemontesi di volerne spingere innanzi ad ogni patto l'attuazione, cominciò find'allora nell'Italia centrale a divenire più attivo quel lento lavorìo, che, intrapreso da lungo tempo, mirava ad apparecchiarla alla sospiralaannessione. Sarebbe lungo, per verità, e noioso il voler qui enumerare tutti 1 mezzi che furono all'uopo adoperati; ma gli emissari che lapercorrevano in tutti i lati, ma l'oro che largamente si profondeva, ma le stampe clandestine che si facevano circolare, ma le subornazionimilitari, massime negli ultimi tempi, sono tra i principali. Come in altre città dello Stato persone ardite per ragguardevoli attinenze,così in Bologna il marchese Pepoli si costituì capo di quel partito, e ne teneva nella propria casa i congressi, e si circondava di alcunecentinaia di operai, e raccoglieva armi. Il governo che tutto sapeva, fu sul punto di assicurarsi della persona di lui, quando per riguardifacili ad immaginarsi, si contentò di darne avviso al signor ambasciatore di Francia in questa Capitale, il quale, in seguito dicolloquio avuto col Pepoli in Livorno, diè assicurazioni, non confermate pur troppo dai fatti, di potersi vivere tranquilli sul contodi lui. Ma quello chc nella storia sarà rarissimo esempio, e forse unico, è ciò che gli agenti diplomatici della Sardegna fecero adetrimento degli altri Stati italiani, affine di secondare le mire ambiziose del proprio governo. Il contegno del commendatore BonCompagniin Toscana, o non ha nome, o lo ha tale, che io mi guarderei dall'adoperarlo, e non di meno, tranne l'estremo dei suoi passi,l'operato dei signori Migliorati e Pes della Minerva non fu in Boma guari diverso. Il primo di essi non si ristava neppur dal recarsi neimesi estivi in alcune provincie dello Stato per organizzarvi dei clubs in favore del partito piemontese. Eccitamenti così operosi eperseveranti dovevano avere il loro effetto, e l'ebbero in realtà, o nel creare, o nell'ampliare alquanto quel piccolo partito, che forse viera, ed intorno a cui si annodarono quasi tutti i malcontenti, che pur si trovano in ogni paese, senza che vi mancassero degli illusi esedotti dalle aspirazioni dell'Italia una ed indipendente. Ma questi e quelli furon sempre ben lungi dall'essere il popolo: quel popolo cioèonesto, morigerato, cristisno, sopratutto delle campagne, che si levò a tanta esultanza ed a tante migliaia, quando il Santo Padre lo visitò,non sono ancora tre anni. Ma una tal classe di popolo, la quale in sostanza forma l'immensa maggiorità, perché onesta e tranquilla, nonrestò parecchie volte anche in altre parti d'Europa in balìa di un partilo piccolo ed audace, che per congiunture spesso imprevisteprevalse e l'oppresse?
Di queste congiunture non sembra essersi tenuto abbastanzaconto nel sum. menzionato dispaccio, quando vi si dice che pel solo fallodell'essersi ritirati gli Austriaci da Bologna, le popolazioni si trovarono indipendenti senza aver bisogno di particolarieccitamenti. La verità è, che le popolazioni, come in cento casi simili, poco o nullane seppero, ma ritiratisi troppo improvvisamente gli Austriaci, e. restata la città quasi al tutto sguarnita di truppe, quel partito giàapparecchialo per le mene precedenti, e reso sempre più ardilo da qualche proclama di alcuna delle parti belligeranti, afferrò il poteree lo impose al vero popolo, che con suo inestimabile danno e con uguale dolore lo ala sostenendo. E non andrebbe forse troppo lungi dal verochi credesse, che ove si ritirasse all'improvviso da qualche Capitale la guarnigione, da cui è essa custodita, accadrebbe certamente qualchecosa di simile, senza che nondimeno se ne potesse trarre argomento o di mal governo anteriore, o d'incapacità presente. Qual poi fosse ilmotivo, che diede la spinta al suindicato ritiro degli Austriaci, sarebbe qui molesto l'accennarlo, e basterà solo l'indicare che ilPrincipe Napoleone, in un suo rapporto dato dal Quartiere generale di Goito, sotto il dì 4 luglio 1859, e diretto a S. M. l'Imperatore de' Francesi affine di ragguagliarlo del proprio operato, sebbene affermi che il 5° corpo d'armata, riunendosi in Toscana, avesse fra lealtre la missione di costringere con la presenza della bandierafrancese sulle frontiere della Romagna il Governo Austriaco ad osservare strettamente la neutralità degli Stati del Papa, soggiunge nondimeno che la presenza del suo quinto corpo, pronto a sboccare sopral'esercito Austriaco, aveva impresso sopra di lui un timore abbastanza vivo, perché si affrettasse di abbandonare Ancona, Bologna, esuccessivamente tutte le posizioni sulla riva destra del Po.
Ed abbencbè il nominato partito fosse confortalo dallepromesse, dagli incoraggiamenti, dai sussidii, e da mille altri mezzi, che glivenivano incessantemente dal Piemonte, nel giorno tuttavia della sua prevalenza si trovò essere così piccolo e debole, che appena potéradunare qualche centinaia d'adepli nella piazza di Bologna, ed a questi medesimi, allorché si venne ad abbassare Io stemma Pontificio,il marchese Pepoli dové far credere che ciò facevasi per sottrarre quello stemma ai possibili insulti, che nessuno in quel momento eradisposto ad arrecargli. E come da fuori era stata apparecchiata, così, compiuta che fu la ribellione, da fuori altresì vennero per mantenerlaforte tutti i presidii di munizioni, di danari, di uomini, d'armi e di toga, fra quali ultimi si vide sedere, Intendente d'una delle quattroLegazioni, quello stesso Migliorati, di cui si è fatta menzione. Ma le popolazioni non vi presero altra parte che astenersi per cinquantanovesessantesimi dalla votazione, sostenendo ogni sorta di pressure fino a vedersi dinegata la manifestazione de' propri sentimenti, eciò con tutti i mezzi di minaccie, prigionie, proscrizioni, onde le fazioniprevalenti sanno servirsi.
Se tali fatti si fossero considerati, non si sarebbe per certoasserito che gli abitanti delle Romagne, senza aver bisogno di particolari incitamenti e quasi senza avvedersene, si trovaronoindipendenti. Dai falli stessi poi potrà ognuno facilmente dedurre se a carico del Governo Pontificio, od a carico piuttosto di altri debbacadere la responsabilità della ribellione consumata in quelle Provincie. Sono ben lungi dall'accusare le armi francesi, e mollo menola Francia, da cui tanto insigni servigi si sono resi alla S. Sede ed alla Chiesa, ma non posso tuttavia non richiamare alla memoria di V. S.quella inevitabile logica de' falli, in forza della quale codesto stesso Sovrano asserì nella sua ultima lettera di non poter isfuggire una certa solidarietà degli effetti delmovimento nazionale provocato in Italia dalla lotta con l'Austria. Ora tra questi effetti non vi fu forse anche la rivolta delle quattroLegazioni?
Ma sia di chi si voglia la colpa o l'occasione dei danniseguiti, dovrà forse imputarsi al S. Padre ed al suo Governo l'essersi sìlungamente protratto quel deplorabile stato di cose, ed il non essersi finora trovata via alcuna di componimento? Così sembra volersistabilire nel più volte citato dispaccio, ma alla S. V. III. ma e R. ma nel leggerlo saranno spontaneamente corse alla mente tutte quelleconsiderazioni che ne mostrano evidentissima la insussistenza. E chi più del S. Padre desidera di veder posto un termine ad una scissioneche tante calamità e tanti scandali sta fruttando ad un terzo dei suoi sudditi, e che se mantiene in tanta ambascia il Cattolicismo èimpossibile che non rechi gravissimo cordoglio al supremo suo Capo? Se dunque ad alcuni dei mezzi proposti si è egli negato, dovrebbe ciòessere indizio bastevole per dinotare, che quei mezzi si oppongono a qualche cosa, la quale deve star bene. al di sopra alle affettuosepropensioni del cuore, ed anche ai giudizi più o meno veri del mondo. Ma quali sono i mezzi proposti per far tornare alla sua unità gli Statidella Chiesa, e pel cui rifiuto s;. vuol mettere a carico del S. Padre tutto ciò che di rovinoso in questi otto mesi circa è seguito, e quelpeggio che potrebbe seguirne?
Nel dispaccio medesimo si ricordano i vantaggi che la Chiesaha ottenuto in Francia sotto l'impero attuale, gli attestati di filialdevozione che il Sommo Pontefice ha ricevuto dall'Imperatore, l'alacrità generosa, onde le armi francesi ricondussero sul trono lostesso Pontefice, e i vantaggi altresì, che verranno alla Chiesa dallo lontane spedizioni della Cocincina e della Cina. Il S. Padre sentealtamente di cotesto sovrano e di cotesta nobilissima nazione, ed è notevole la dellcata sollecitudine ond'egli sempre ha cercato e cercale occasioni pili acconcie per professare all'uno e all'altra la propria riconoscenza pei grandi servigi resi, e la fiducia dei maggioriche ne aspetta. Una prova, per tacer le altre, se ne ha dall'Allocuzione concistoriale del 20 giugno dello scorso anno e dallaNota diplomatica indirizzata, il dì 1! marzo dello stesso anno, agli ambasciatori di Francia ed Austria pei presi concerti in ordine altermine dell'utile assistenza prestatagli dalle truppe francesi ed austriache nel territorio Pontificio. Ma vede ognuno che ciò non harelazione veruna coi mezzi più adatti a restituirgli, secondo le fatte dichiarazioni, la integrità del Patrimonio della Chiesa. Rispetto aquesto supremo scopo, il passato ha molte rimembranze che possono appianare la via a conseguirlo; il presente non ha che negative diaiuti efficaci, difficoltà opposte a chiunque volesse apprestarne, indugii pregiudicievoli, consigli di sommissione a chi anticipatamentesi sa non volersi sottomettere, proposte di riforme, che il Santo Padre ha dovuto ponderare innanzi a Dio prima di accoglierle, disegni infinedi parziale abdicazione, che a lui non era dato in modo alcuno di ammettere.
E poiché il dispaccio si fonda principalmente su questo partito preso, come esso dice, di rifiutare ogni accomodamento, così è necessario che su questo io m'intrattenga unistante.
Non trattandosi nel presente caso di una popolazione, ma bensìdi un partilo, che di quella parola di riforme si vale sempre, e si valeper venire a capo de' suoi disegni, consideri ella qual tristeinfluenza debba avere il sapersi da quel partito, che esso ha per sè Potenze estere, le quali si fanno sostenitrici de' suoirichiami, ed appoggio poderoso a volerli soddisfatti. Il meno che da ciò puòtemersi si ò il vederne alimentate le ambizioni, e cresciute sempe più smisuratamente le pretensioni di riforme, che in sua mano debbonoessere strumenti di sempre nuove esigenze sino ad esautorare del tutto il proprio Principe. Di ciò dovette prendere dolorosa esperienza ilregnante Sommo Pontefice, al quale pochi Principi potranno uguagliarsi nella larghezza di concedere, e forse nessuno nello sconoscente abusofatto a danno di lui e delle sue medesime concessioni. Dall'altra parte se fino ad alquanti mesi or sono fu possibile l'illusione dipacificare i diversi Stati d'Italia con riforme e concessioni, una tale illusione è al presente impossibile, dopo che quei partiti handichiarato altamente, com'essi fecero nella memoria del preteso governo bolognese, e come fece altresì uno dei principali eccitatoridell'agitazione in un suo ultimo scritto, che nessuna riforma può contentarli, se non sia la piena ed assoluta distruzione del poteretemporale della Chiesa. Con uomini così disposti, è egli mai possibile venire a componimento per via di riforme?
Ad onta di tutto ciò il S. Padre non fu inaccessibile allaproposta di riforme recate innanzi dal governo di Francia, e vi si pose anzi volonteroso a solo patto, che quelle potessero comporsi con lacoscienza propria, e con i veraci vantaggi de suoi sudditi. Il signor Thouvenel non può ignorare le pratiche condotte in Roma tra il governoPontificio ed il sig. Ambasciatore francese, e dee pur conoscere le cose che sono state stabilite. E che l'imperiale governo ne restassesoddisfatto, chiaramente apparisce sia dalla relativa dichiarazione fattale dal sig. conte Walewski, e risultante dal dispaccio di leisotto il 43 ottobre dello scorso anno, N° 1367, sia dalle premure espresse dallo stesso governo, alcuni mesi or sono, perché tali riformefossero immantinente pubblicate e messe in atto. Tuttavolta sono ovvie le ragioni, per le quali il S. Padre si credette obbligato asoprassedere da quel passo fino a che non fossero tornate le provincie ribellate all'ordine legittimo. Il fare diversamente né alla suadignità sarebbe stato conforme, né avrebbe corrisposto al fine inteso; perciocché da una parte avrebbe ciò dato sembianza di essersi fatte leconcessioni per potenti insistenze piuttosto che per propria volontà, e dall'altra si correa rischio di vedere rifiutata superbamentel'offerta. Nell'uno e nell'altro caso l'autorità vi acapitava sempre. Ed è perciò che cotesto medesimo governo, riconoscendo la forza di talimotivi, ebbe, a mezzo del prelodato sig. conte Walewski, a manifestarle nella circostanza suindicata, che avrebbe cessato da ulterioriinsistenze in proposito, fino a che nuove imperiose circostanze non avessero consigliato diversamente: il che non si è punto verificato. Adogni modo la pubblicazione di quelle riforme non era certamente mezzo valevole per ricondurre all'obbedienza i rivoltosi di Romagna, i qualinel preteso loro Memorouxdum hanno dato a divedere quel che essi richieggono.
Ma se il S. Padre poté consentire che si trattasse di riforme,motivi di ben altra portata, che non sono gl'interessi terreni, non gli permettevano neppure di ascoltare le proposte di una parzialeabdicazione. Or niente meno di questo è forza vedere nella lettera data da Desenzano, il 14 luglio dello scorso anno, la cui parte principalerecandosi testualmente dal dispaccio, si mostra quasi di voler rinnovare quella proposta, o di voler certo far credere che il nonavervi aderito sia l'unica cagione,della rivolta non ancora compressa nella Romagna. Ora ella vede da sé come una amministrazione separatacon consiglio formato per elezione, con non altra dipendenza dal Pontefice che l'averne un governatore laico, e pagargli une redevance, equivarrebbe ad una abdicazione assoluta, salvo una certa suzeraineté, la quale nei tempi attuali non può avere effetto veruno. Senza quindimostrare, come pur si potrebbe, quanto vanamente da siffatta combinazione si aspetterebbe la cessazione di ogni turbamento, lasicurezza del riposo al rimanente dello Stato, il germe di un avvenire di pace e di tranquillità, quando vi sarebbe piuttosto a temereprecisamente il contrario, io mi restringerò a farle osservare, come ad una abdicazione qualunque il S. Padre non può consentire, e non lopotrà giammai per le ragioni toccate nell'ultima Enciclica del 19 dello scorso gennaio. Non può, perché questi Stati non sono proprietà suapersonale, ma appartengono alla Chiesa, in cui vantaggio furono costituiti; non può, perché con solenni giuramenti ha promesso innanzia Dio di trasmetterli a' suoi successori intatti, e quali li haricevuti; non può, perché le ragioni di rinunziare alle Romagne, potendosi applicare, od anche creare pel resto de' suoiStati, il rinunziare a quelle sarebbe implicitamente rinunziare in certo modo altutto; non può, perché Padre comune delle sue ventuno Provincie, o deve render comune a tutte il bene che vedesse necessario per le qual troprovincie delle Romagne, o non deve permettere per queste il danno che non vorrebbe imposto a tutte; non può, perché a lui non deve essereindifferente la mina delle anime di un milione de' suoi sudditi,i quali verrebbero abbandonati alla mercé di un partito, che per prima cosa ne insidierebbe la fede, e ne corromperebbe i costumi; non può,per lo scandalo che ne seguirebbe in detrimento dei Principi italiani spossessati di fatto, anzi di tutti
Principi cristiani e della intera società civile, quando sivedesse coronata di così lieto successo la fellonia di una fazione.
Nè so vedere a quale proposito si ricordino, e Principiecclesiastici che dalla forza furono spogliati di tutto, e Sommi Pontefici, ai quali col mezzo stesso venne sottratta una parte dei loroStati. Prescindendo infatti dal riflettere, che coll'enumerare e riunire molti atti ingiusti non può mai farsene sorgere uno giusto, eche ad ogni modo non reggerebbe mai il confronto tra il Capo Supremo della Chiesa ed i Vescovi quivi rammentati, basti avvertire, che inqualsivoglia ipotesi, per mostrare la convenienza di quella combinazione ed il torto di rifiutarla, si sarebbero dovuti recareesempi analoghi di Pontefici, i quali indotti da rispettose persuasioni, e di motuproprio avessero consentito ad abdicare. Ora diquesti esempi non so che siasene trovato finora alcuno. poté Pio VI, dopo aver tentato invano di difendersi dalle armi di un nemicopotentissimo, cedere ad una violenza insormontabile, e per non vedere invaso il resto de' suoi dominii dalle armi francesi,rassegnarsi col trattato di pace di Tolentino a lasciare una parte de' suoi Stati. Ma se ben si consideri la diversità del caso, si vedrà dileggieri che la stessa ragione, la quale indusse quel Pontefice all'assenso, costringe il Pontefice regnante ad un'assoluta negativa.Imperocché dove Pio VI, in circostanze del tutto diverse dalle attuali, si trovava a fronte di una insuperabile violenza e di una forzamateriale, il regnante Pontefice si trova a fronte di un principio che si vorrebbe far prevalere. Ora la forza materiale, non essendo che unfatto, è di natura sua limitata a ciò, a cui nell'atto si stende, né ha valore di oltrepassare un tal confine. I principii invece, attesa laloro indole universale, hanno un'inesauribile fecondità, e non ristandosi perciò al punto, a cui s'intende restringerli, ampiamente sistendono al tutto con la loro virtù di applicazione. Laonde Pio VI, cedendo alla forza materiale, poté ragionevolmente sperare di salvareil resto de suoi possessi, mentre il regnante Sommo Pontefice, cedendo a uri preteso principio, abdicherebbe virtualmente tutto il suo Stato,ed autorizzerebbe uno Spoglio contro ogni principio di giustizia e di ragione. Si rileva quindi da ciò che l'esempio addotto nella circolareconduce piuttosto ad una contraria illazione.
Se dunque alla rivolta delle Romagne non si trovò finorarimedio efficace, deve imputarsene la colpa a tutt'altri fuori che al S. Padre,che fu impedito di avere all'uopo qualsivoglia sussidio; che alla proposta di riforme si porse con discendente, volendo solo che siaspettasse il tempo opportuno per attuarle; e che alla proposta di abdicazione parziale non poté altrimenti rispondere che con un rifiuto,senza che valesse a ritrarnelo l'esempio di un Pontefice, il quale cedette alla violenza ed alle dure conseguenze della guerra.
I motivi addotti di sopra per giustificare l'impossibilità incui trovasi il S. Padre di abdicare anche una parte de' propriiStati, chiariscono abbastanza quanto sia mal fondata la meraviglia e la querela che dall'Enciclica sia stata presentata al mondo cattolico,come materia religiosa, una questione che per se stessa non esce dal giro della pura politica, e che dovrebbe perciò discutersi e comporsitra il governo pontificio ed il francese, senza che altri ne sapesse o vi vedesse nulla. Quando il S. Padre a ciò acconsentisse, pare al sig.Thouvenel che si potrebbero ripigliare le trattative, e benché alquanto tardi, egli vede nondimeno possibile qualche aggiustamento.
Se non che la Costituzione medesima di questi Stati derivanteda un sentimento e da uno scopo religioso; il chiamarsi ed essere Stati della Chiesa; il servir essi di guarantigia e di mezzo onde il Vicario di G. C. abbial'indipendenza necessaria per esercitare l'apostolico suo ministero, il formare essi il patrimonio del Capo della cattolicità che divienePrincipe, perché eletto Pontefice, a differenza di altri potentati che si costituiscono capi delle loro Chiese, solamente perché Principi;tutte queste condizioni non avrebbero forse dovuto convincere chicchessia, che la presente questione non può non includere ilconcetto di questione religiosa, in quanto tocca davvicino i più vitali interessi della Chiesa Cattolica, e di tutti e singoli suoi membri? Segl'interessi dei cattolici vi sono altamente compromessi, sembra che abbiano essi diritto, ed in parte ancora dovere di entrarvi alquantopiù che in una questione meramente politica. E se dal fatto della scissione delle Romagne, e delle scissioni susseguenti, che in quellapotrebbero trovare radice, restassero lesi i diritti di tutti i cattolici, in quanto questi, nel presente ordine stabilito dallaProvvidenza, hanno diritto che il loro Maestro supremo, senza essere suddito di alcuno umano potere, goda assoluta indipendenzanell'esercizio del suo ministero apostolico, ben si vede quanta convenienza vi era, anzi quanta necessità che gli aventi dirittofossero avvertili della minacciata lesione, e dei danni che ne sarebbero derivati. Né ciò poteva farsi altrimenti che sotto l'aspettodi religione, nella quale si fonda quel diritto riguardante principalmente la dignità e l'indipendenza delle coscienze cattoliche.
La ragione poi che aveva il S. Padre di rivolgersi al mondocattolico si faceva tanto maggiore, in quanto che la pubblicità data alla lettera di cotesto Sovrano poteva ingenerare negli animi dei menoaccorti qualche dubbio analogo alle insinuazioni che seco trae il dispaccio, del quale è parola, ed anche far credere che il rifiuto alleproposte imperiali fosse la sola cagione della permanenza del disordine e dei maggiori mali che fossero per conseguirne» Dovea egli dunque, conquella calma e dignità che gli è propria, manifestare al mondo cattolico il vero stato delle cose. L'Enciclica poi non fa cheassegnare le ragioni, per cui il S. Padre avea dovuto rifiutare alcune proposte. Essa non confondendo punto la questione politica collareligiosa, ma distinguendo bene l'una dall'altra, prende questa a particolare suo tema, ed attesta in un tempo la celeste missione che hal'augusto Pontefice di ricordare le norme eterne della verità e della giustizia, aia ai Sovrani, sia ai popoli; non chiedendo egli del restoai fedeli altro sussidio che quello delle loro preghiere. — Che se torna incomodo e spiacevole ai nemici della S. Sede il sentimento, cheda un capo all'altro del mondo si è destato in favore della medesima, ed al quale stanno prendendo parte i più ragguardévoli cattolici, anchelaici, del nostro tempo, e perfino alcuni etc.odossia, il S. Padre ha ragione di benedirne la Provvidenza, la quale in quella pacifica edevota manifestazione ha forse apparecchiato il migliore presidio che nelle presenti difficili congiunture abbia la giusta causa dellaChiesa.
Non voglio chiudere questo dispaccio senza prima farleun'ultima considerazione intorno alla impossibilità» che si dice esistere, perfar tornare le Romagne sotto l'autorità legittima senza intervento straniero, o per mantenervele senza nuove occupazioni; cose che siasseriscono impossibili, insormontabili. Ma se è vero,come non può dubitarsene, che la rivolta delle quattro Legazioni fu compiuta, e si mantiene per opera di un partito fatto prepotente daisussidii grandi che ha di fuori, e dai maggiori che ne spera, io non veggo quale inconveniente vi sarebbe che una ribellione, consumala conillegittimi aiuti stranieri, fosse repressa e spenta da legittimi stranieri sussidii; se pur straniero può dirsi l'aiuto prestato danazioni cattoliche al comun loro Padre, e per cosa che interessa tutto il mondo cristiano. Del resto quando dalle Romagne fosse bandito tuttoquello che vi ha di forestiero, sia di uomini, sia di oro, sia d'influenza e conforti, vi sarebbe motivo di confidarsi che il governodel S. Padre giungerebbe coi mezzi proprii a contenere nell'ordine i pochi elementi rivoltosi che pur vi sono, malgrado gl'incrementi avutida disordini così gravi e così prolungati in che si trovano.
Il fin qui esposto mi sembra più che bastante per chiarire idubbi che potevan sorgere dal dispaccio e dalla circolare, di cui si tratta. Aggiungerò unicamente rapporto a ciò che concerne l'ultimaparte del dispaccio stesso, che ove ad onta della data assicurazione di mettere in atto le stabilite riforme, appena torneranno all'ordine leRomagne, e, salvi sempre i principii di religione, di giustizia e di ordine, venissero presentate alla Santa Sede altre ammissibili propostedirette a far cessare l'attuale deplorabile stato di cose in quelle provincie, non vi ha dubbio veruno che il Santo Padre, il quale più diogni altro brama ardentemente di veder cessata in una parte de' suoi dominii la rivolta, donde tanti mali son derivati ederivano alla Chiesa ed alla Santa Sede, si presterebbe di buon grado adoccuparsene, ed anche ad accoglierle. Ma quali potranno essere siffatte proposte?
Del rimanente, quanto il Santo Padre è disposto ad ammetternuove trattative sulle basi ora accennate, altrettanto è fermo (come egli hagià pubblicamente manifestate, ed intende or di ripeterlo) in sostenere coll'aiuto di Dio, del quale è in terra Vicario, i diritti delPatrimonio della Chiesa cattolica, qualunque sian per essere le aggressioni dei suoi avversarti, e qualunque le opposizioni chesventuratamente volessero mai farsi contro di lui nelle attuali luttuose vicende.
L'autorizzo a dar lettura del presente dispaccio a cotestosignor ministro degli affari esteri e di lasciargliene anche copia, qualoraegli la desideri.
Con sensi poi della più distinta stima mi confermo, Di V. S.III. e Rev.
Roma, 29 febbraio 1860.
(Firmato) G. Card. Antonelli.
(Pubblicato il 23 febbraio 1860).
Terzo fra i ministri francesi ecco comparire il sig. Billault colla sua rispettiva circolare. Il conte Walewski, che aveva promessodi difendere il Papa non ebbe il coraggio di sostenere che tale difesa si compiva colla spogliazione del Papa medesimo. Cedette il postosiCostantinopolitano sig. Thouvenel, e questi scrisse la sua circolare ai diplomatici francesi all'estero, dove prova con una logica musulmana,che togliendo le Romagne al Papa si difende il dominio. temporale della S. Sede.
II sig. Rouland, ministro dei culti, più coraggioso del conteWalewski, rappresentò le due parti in commedia. Il 4 di maggio 1859 scriveva ai Vescovi di Francia che il Papa sarebbe rispettato in tutti i suoi diritti di sovrano temporale; e il 17 di febbraio 1860 mandò ai Vescovi una seconda circolare per proibire lorodi difendere i diritti temporali del Papa sulle Romagne!
Ecco ora la circolare del sig. Billault, ministro degli affariinterni, che non ha le paure del conte Walewski, ma il coraggio dell'intrepido sig. Rouland. Il aig. Billault acrive ai prefetti diproibire la diffusione degli opuscoli in favore del Papa, giacché l'Imperatore vuole pace e libertà per la religione!
Non è la prima volta che il ministro dell'interno dell'Imperofrancese parla della questione romana. Nel novembre del 1859 il sig. Billault dava un avvertimento al Siècle che merita di essere ricordato.
«Il Siècle, diceva il ministro, assalendo il Papatonel suo potere politico e nel domma, di cui e l'augusta personificazione, confonde la nobile causa della indipendenza italianacon quella della rivoluzione».
Capite? Quattro mesi fa il sig. Billault non distingueva inPio IX il Pontefice dal Re. Chi assaliva il Papato o nel domma, o nel potere politico, sosteneva la causa della rivoluzione. Oggidì la causa dellarivoluzione, secondo il sig. Billault, è sostenuta invece da coloro che stanno pel Papato e pel suo potere politico!
Quattro mesi fa, il sig. Billault protestava contro gliassalti mossi dal Siècle al potere politico del Papato, perché erano di tal natura da eccitare le malvagie passioni, da turbare le coscienzee da ingannare l'opinione pubblica sui veri principii della politica francese.
Ed oggidì il sig. Billault si lagna, che le coscienze sieno turbate, mentre gl articoli del Siècle diventano circolari diplomatiche, come sene pavoneggia giustamente questo giornale? Si lagna, il signor Billault, che i cattolici di Francia si mostrino spaventati oggidì, chei veri principii della politica francese sono conosciuti come identici a quelli del Siècle?
Quattro mesi fa, il sig. Billault protestava: «il rispetto ela protezione de Papato fanno parte del programma, che l'Imperatore vuolfar prevalere in Italia».
Oggidì, siccome il Clero francese osserva che questo programma ha subito qualche modificazione, e che il rispetto e la protezione del Papato, frutto della politica francese in Italia, hanno un non so che dicurioso e di strano, così il sig. Billault Io sgrida e intima ai Vescovi ed ai preti di credere che la libertà e la pace della religione si sostengono colla spogliazione del Santo Padre!
Quattro mesi fa, il sig. Billault scriveva: «se una lottadolorosamente deplorabile si è combattuta a Perugia, la risponsabilità ne deve cadere su coloro che hanno obbligato il governo Pontificio afar uso della forza per la sua legittima difesa».
Oggidì, mentre il Grandguillot del Constitutionnel insultail Papa pei fatti di Perugia, il sig. Billault non vuole che il Clero francese e la Francia cattolica aiutino Pio IX in ciò che riguarda lasua difesa legittima!
Quattro mesi fa, il sig. Billault scriveva: «La indipendenzapolitica e la sovranità spirituale unite nel Papato lo rendono doppiamente rispettabile.
Oggidì il signor Billault dimentica questo doppio rispetto, econtraddicendo alle sue medesime parole vuol separare in Pio IX il Pontefice dal Be affine di potere liberamente assalire quello inquesto.
Quattro mesi fa, il sig. Billault dichiarava che il governofrancese avrebbe potuto invocare contro il Siècle la repressione legale perché assaliva il dominio temporale del Papa; ed oggidì minaccia la repressione legale contro il c!ero, contro i cattolici, contro tutti gli onesti cittadinifrancesi, che pigliano a sostenere gli incontestabili diritti del romano Pontefice!
Pio IX, cou una ispirazione veramente divina, definiva lapolitica adoperata contro di lui una serie delle più schifóse ipocrisie e delle più ignobili contrai dizioni. I fatti e i documenti provano la verità di questo giudizio.
Per ora la forza impedisce all'indegnazione di scoppiareimpetuosa come Vorrebbe l'enormità del caso; ma che dirà la storia quando, con libera penna, possa descrivere questi tempi e questi uomini?
«Jamais aucun Souverain n'a mis la main sur ua Pape quelconque et a pu se venter ensuite d'un règne long et heureux» (De Maistre, Lettera al Re di Sardegna, 6 giugno 1810.
Firmiano Lattanzio nel quarto secolo della Chiesa scriveva un Trattato della morte dei persecutori, in cui mostrava la tragica fine dei nemici dell'Altissimo e del suoCristo. Sarebbe utilissimo un libro dello stesso genere, il quale togliesse ad enumerare i Be che perseguitarono i Papi, e mostrasse cometutti ne fossero terribilmente puniti in questo mondo dalla giustizia di Dio o in loro stessi, o nella loro discendenza.
A noi non basta, né l'animo, né il tempo per sobbarcarci ad unlavoro simile. Stimiamo tuttavia utilissimo di accennare qualche fatto, e sottoporlo alla meditazione de' nostri lettori. Gliavversarii diranno che sono casi, combinazioni, avvenimenti fortuiti; ma una serie continua di fatti simili dee dar da pensare a chiunque nonsia ancor uscito di cervello.
Da Nerone a Giuliano apostata la Chiesa e il romanoPontificato furono perseguitati da diciotto Imperatori, e di questi, quattro furono carnefici di se medesimi, nove furono uccisi da altri, cinque finirono miseramente.
Nerone, che aveva fatto uccidere S. Pietro, si troncò la vita colferro per pura disperazione. Massimino Erculeo si strozzò con un laccio. Aurelio od Adriano si lasciarono morire di fame.
Alcuni furono uccisi a tradimento da' suoi comeDomiziano, Giulio Massimino, Aureliano, Gallo che avea rilegato in Centocelle PapaCornelio, Volusiano.
Altri furono uccisi o in guerra da combattenti come Decio, odopo la guerra da vincitori come Licinio, strozzato per ordine diCostantino, e come Valeriano, ohe dopo di avere servito di sgabello a Sapore, re della Persia, fu da lui spogliato della pelle e salato comeun maiale.
Traiano, che aveva cacciato da Roma il Papa Clemente, morì consospetto gravissimo di veleno. Diocleziano pici che dalla lenta sua febbre fu consumato dalla rabbia di non aver potuto con tanto sangueaffogar la fede di Cristo. Severo cadde. estinto di mera malinconia. Galeriue Massimino furono divorati vivi dai vermi.
Giuliano l'apostata fu saettato da mano invisibile con feritasì dolorosa, che, disperato, lanciava il suo sangue in aria confessando lavittoria del Galileo, che avea scelleratamente combattuto.
Dai primi persecutori pagani passando ai persecutori ereticitroviamo l'imperatore Costanzo, il furibondo, fautore degli Ariani, che caccia da Roma il Papa Liberio e lo confina nella Tracia. Ma come finìCostanzo? Divenne giuoco de' suoi cortigiani, ed avrebbe perdutol'Impero se non avesse lasciato improvvisamente la vita alle falde del monte Tauro, l'anno 361.
11 Papa Giovanni I, costretto dall'ambizione di Teodorico rede' Goti a recarsi in Costantinopoli, fu dopo il suo ritornotenuto prigione in Ravenna per non aver voluto secondare le mire del superboMonarca. Come finì Teodorico? Miseramente ucciso in una battaglia.
Anastasio I imperatore di Costantinopoli insulta ì legati delPapa Simmaco, che lo scomunica. Dopo parecchie sedizioni, lo sciagurato Monarca muore nel l'anno 518 colpito da un fulmine.
I Papi Silverio e Vigilio furono cacciati in esigliodall'imperatore Giustiniano I. Ma dal puntola cui Giustiniano insorse contro i Papi, divenne il tiranno de' suoi popoli,tiranneggiato egli stesso da Teodora, donna di partito, che avea preso per moglie.
Il Pontefice S. Martino è perseguitato, esiliato, torturatodall'imperatori Costante II. Ma il persecutore muore barbaramente assassinato nell'anno 668. Andrea figlio del patrizio Troilo, lo segueun giorno ai bagni sotto il pretesto di servirlo. Prende il vaso destinato per versargli l'acqua, e glielo dà si violentemente sullatesta, che lo stende morto.
L'imperatore Giustiniano II dichiarasi nemico personale diPapa Sergio, che non applaude né ai suoi vizi, né ai suoi misfatti. eGiustiniano cade vittima di un'insurrezione popolare, gli mozzano il naso, e nel 695 viene cacciato in esigilo nel Chersoneso.
Tra gli Imperatori Iconoclasti, persecutori dei Papi e dellaChiesa cattolica, Teofìlo morì di pura angoscia; Leone Armeno fu fatto in Chiesa a pezzi dai congiurati; Leone IV fu roso da varie piaghesulla testa; Costantino Copronimo fe' una morte egualmente miseranda, e Niceforo venne ucciso in guerra dai Bulgari.
Il Papa Leone III è perseguitato da quei medesimi che dovevanessere i suoi più fidi amici e coadiutori. Ma Iddio protegge miracolosamente il Pontefice, il quale cacciato da Roma vi ritornaglorioso in mezzo al suo popolo, che gli muove incontro. Carlo Magno condanna a morte i due persecutori di Leone HI, ma questi, vendicandosidà Papa, implora e ne ottiene la grazia.
Il Papa Giovanni Vili dovette cercare un asilo nelle Gallioper togliersi alle vessazioni di Lamberto duca di Spoteto, che commettevaenormi violenze in Roma. Ma poco appresso Lamberto veniva espulso dal proprio Ducato.
Crescenzio, che sul finire del secolo decimo vuol mettersi inBoma in luogo del Papa, e ne usurpa il dominio temporale, finisce per essere appiccato d'ordine di Ottone III ai merli di Castel Sant'Angelo.
Arnaldo da Brescia, che aveva voluto spogliare il Papa, fuimprigionato, abbruciato, e le sue ceneri gettate nel Tevere, mentre i Romani s'inchinavano davanti al Pontefice Adriano IV.
Cola di Rienzi, reo egli pure d'aver usurpato la sovranità diRoma nel 4364, è espulso dalla città a furia di popolo, un servo di essa Colonna gli pianta uno stile nel cuore, e i Romani ne appendonoalla forca l'insanguinato cadavere.
«Aprite la storia, dice Crétinaeu-Joly nella seconda edizionedella sua opera: L'Eglise Romaine en face de la revolution, tom. i, pag. 222); scorrete il regno d'un nemico della Chiesa, d'unusurpatore del suo patrimonio, e Bis questi, 0 l'imperatore d'Alemagna, Enrico IV, o l'imperatore Federico II, voi assistete inevitabilmente aduno di que' deplorabili spettacoli che spaventano l'immaginazione. È il Principe anatemizzato e disprezzato™ di Dio che con una mostruosa seriedi misfatti fa in pari tempo una guerra parricida contro i suoi figli ribelli e contro la Sede Romana. Si trovano ad ogni linea mortiterribili, congiure senza fine, empie lotte, odii rabbiosi e vendicatoti, che in pieno Cristianesimo fanno pensare ai più sciaguratiAtridi. D'attentato in attentato questa grande stirpe degli Hohenstaufen vede la testa di Corredine, suo ultimo rampollo, rotolaresul palco elevato a Napoli, e il dellcta maiorum immeritus lues trova nel suo sangue versato una splendida applicazione».
Ottone I, detto il Grande, cacciò da Roma Giovanni XII da cuipoco prima aveva ricevuto l'imperiale diadema, e Ottone morì di apoplessia.
Ottone di Sassonia, nel 4209, essendosi gettato sulle terredella S. Sede contro le leggi più sacre della giustizia, ed anche contro lesue più solenni promesse venne scomunicato dal Papa, E Dio Onnipotente confermò la scomunica, e Ottone ebbe contro di lui la Francia e tuttal'Alemagna, e finì per perdere il proprio trono mentre avea tentato d'usurpare l'altrui. Federico Barbarossa pretendeva la sovranità diRoma e dell'Italia, e fu scomunicato dal Papa Alessandro III. Dio Onnipotente confermò la scomunica, e da quel punto le cose di Federicovolsero in peggio, «e così fortemente, dice uno storico, venne percosso dal Giudice Supremo, che fu in ultimo costretto ad umiliarsi, e aspedire ambasciatori al Papa per chiedere l'assoluzione» (Baboxio, an. 1176. Fleubv, Hist. Eccl.: tom. xv, lib. 73).
Enrico V, persecutore del Papa Pasquale li, ha sofferto tuttociò che può soffrire un uomo ed un Principe. Suo figlio snaturato morì dipeste, dopo un regno agitatissimo.
Federico II, che insultava i Papi e ne occupava le città, dopodi essere stato deposto dal 8Uo Impero, finì avvelenato dal suo propriofiglio.
Filippo il Bello, il persecutore del Papa Bonifacio Vili, morìd'una caduta da cavallo nell'età di quarantasette anni.
«Quando la Provvidenza, segue a dire Crétineau-Joly, nonpunisce che indirettamente il colpevole, come Luigi di Baviera o Filippo IV diFrancia, essa infligge loro tali figlie, che regine a Parigi od a Londra, sotto il nome d'Isabelle portano la rovina nello Stato el'infamia sul trono. Questa maledizione, che si trova attraverso tutte le età, non risparmia né i vittoriosi, né i pentiti. Essi hanno toccatol'unto del Signore!
La storia di Casa Savoia fortunatamente non somministra moltiesempi di attentati contro la S. Sede. Ma coloro che citano spesso Vittorio Amedeo II e le sue resistenze al Papa, non dovrebberodimenticare come finisse miseramente e poco dòpo fosse estinta la sua discendenza!
Luigi XIV non peccava di soverchia soggezione alla S. Sede, ein ultimo provvedendo a casi suoi scrisse la famosa lettera diritrattazione a Clemente XI, della quale Napoleone I poté bruciare l'originale, ma non le copie. Intanto le offese fatte al Papa da LuigiXIV furono scontate più tardi da Luigi XVI.
Giuseppe 11, che perseguitò Pio VI, fu disgraziato in ogni suaintrapresa, e legò a' suoi successori nell'impero d'Austria unaserie di sciagure che continuano tuttavia.
Napoleone I, che incarcerò per cinque anni Pio VII, dovetteabdicare l'Impero in quel medesimo palazzo di Fontainebleau dove aveva dettato la legge al Vicario di Gesù Cristo, e dopo cinque anni diesiglio morì miseramente a Sant'Elena.
Gioachino Murat, che invade il Patrimonio di S. Pietro e vuolerendersi padrone di tutta l'Italia, cade tre mesi dopo fucilato al Pizzo.
Napoleone 11, chiamato da suo padre il Re di Roma, menauna vita infelicissima, e muore in tenera età in quel palazzo di Vienna dove il primo Bona parte aveva segnato il fatale decreto che spogliavail Pontefice.
Luigi Napoleone, fratello di colui che è oggidì Imperatore deiFrancesi, ripaga il Papa dell'ospitalità che gli accorda cospirando contra di lui, e muore meschinamente a Forlì.
Così è avvenuto dei passati persecutori, così avverrà di tutticoloro che leveranno le mani sacrileghe contro il S. Padre che ne affliggeranno il cuore, che ne usurperanno i diritti.
Pubblicato il 26 febbraio 1860).
Quell'illustre italiano che è Ludovico Antonio Muratori,all'anno 1312 dei suoi Annali d'Italia, considerando Clemente l in Avignone stare fra i ceppi, per cosi dire, del re Roberto e del Re di Francia, osservava che la Sedia di Roma fu destinata dalla provvidenza di Dio alla libertà deiPapi.
Questa destinazione provvidenziale di Roma risultaprincipalmente da due capi: l'uno da quella serie portentosa di eventi, per cui i Papis'impadronirono di Roma, e ne acquistarono il temporale dominio; l'altro da quella moltitudine di attentati che si commisero contro iPapi medesimi per cacciarli da Roma, attentati i quali tutti finirono col trionfo dei Pontefici e colla peggio dei loro nemici.
Avendo noi detto altra volta dei persecutori dei Papi e dellaloro pessima morte, sarà utile discorrere in quest'articolo dei Papi perseguitati ed espulsi da Roma, e considerare con Giuseppe DeMaistreil vecchio Pontefice che ritorna sempre al Vaticano.
San Pietro, principe degli Apostoli, risiede prima inAntiochia, poi trasferisce la sua Cattedra in Roma, donde lo caccia un edittodello stupido Claudio. Ma Pietro ritorna nella sua città, e ne]piglia possesso col martirio per sè e pei suoi successori.
Papa Clemente è esiliato da Traiano, Cornelio è rilegato in Centocelle da Gallo, Liberio vien confinato nella Tracia da Costanzo, Giovanni è imprigionato a Ravenna da Teodorico; ma la persecuzione passa, e ilsuccessore di S. Pietro ritorna al Vaticano.
Giustiniano caccia da Roma i Papi Silverio e Vigilio; il Monotelita Costante manda in Crimea Martino I; Leone III, tradito da' suoi, dee abbandonare la eterna città; Giovanni Vili è costretto a cercarsi un asilo nelle Gallie per liberarsi dallevessazioni di un re d'Italia. Ma in fin dei conti la persecuzione passa, e il vecchio Papa ritorna al Vaticano.
Giovanni XII è cacciato dalla propria Sede dall'imperatore Ottone; Benedetto vien confinato in orrido clima; Benedetto Vili deve recarsi in Germania ad implorare soccorso. Il mondo s'agita, Iddiolo guida; cadono gl'Imperio gl'Imperatori, e il vecchio Papa ritorna al Vaticano.
Giovanni XIII, Giovanni XV, Gregorio I sono costrettitutti tre ad abbandonar Roma, sopraffatti dalle interne fazioni; ma le ribellioni passano, i partiti muoiono, il popolo impara, e il vecchioPapa ritorna al Vaticano.
Benedetto IX e Gregorio VI, non di lieta memoria, sono cacciali da Roma. Ne viene espulso Alessandro II e Gregorio VII, che muore in esiglio per avere amato la giustizia e odiato l'iniquità. Pasquale II soffre prigionia nel castello di Tribucco, e Gelasio li è costretto a cercarsi un asilo in Gaeta. Ma Roma è destinata dallaprovvidenza di Dio alla libertà dei Papi, e il vecchio Papa ritorna al Vaticano.
Innocenzo II, appena eletto Pontefice, è costretto ad abbandonare l'eterna città. Eugenio III riceve la tiara in Farfa, perché il popolo tumultuante l'ha cacciato daRoma.
Adriano IV soffre le medesime violenze. Ma i flutti popolari si arrestano, e il vecchio Papa ritorna al Vaticano.
Alessandro III, il Papa della Lega Lombarda, è frequenti volte espulso da Roma; e Lucio III, Gregorio IX, Innocenzo IV, Urbano IV, Bonifacio IX, Innocenzo VII,Giovanni XXIII vengono pure costretti ad abbandonare l'eterna città. Ma gli eventiriescono sempre favorevoli ai Pontefici, e in ultimo il vecchio Papa ritorna al Vaticano.
Eugenio IV è cacciato da Roma per interna rivoluzione, Clemente VII per forza esterna; e dopo di loro Pio VI, Pio VII, Pio IX; ma i giorni della prova passano, e il vecchio Papa ritorna al Valicano.Pio IX è in quella Roma, di cui prese possesso S. Pietro.
La storia ci mostra ventiquattro Papi martirizzati, trentotto espulsi da Roma, e una serie di persecuzioni inaudite mosse dai piùpotenti Imperatori contro il più debole Monarca. E i potenti passarono, ed il debole resta in Vaticano.
Sa questo non è un miracolo, può dirsi il maggior miracolo ditutti un fatto simile operatosi senza miracolo.
Ed oggidì abbiamo un guadagno assai grande sui tempi passati.I nemici del Papa disperano ornai di cacciarlo e spossessarlo di Roma, enon vogliono togliergli che le Romagne.
Ma la sola Roma non basta per la libertà dei Papi, e laProvvidenza che ha accordato loro le Romagne 8aprà bene restituirle al Pontefice, come già tante volte gliele ha restituite.
E un esempio di quest'ammirabile Provvidenza venne appuntoaccennato dal minÌ8tro francese Thouvenel nelle sue recentissime circolari, quando raccontò le questioni insorte nel Congresso di Viennasul doversi o no restituire le Legazioni al Papa.
Mentre tali questioni s'agitavano, eccovi Napoleone nel marzodel 184 5 ritornare in Francia e riconquistare l'Impero. Eccovi GioachinoMurat dominante in Napoli incamminarsi verso Roma per toglierla nuovamente a Pio VII. Ma Murat non fa che preparare al Papa larestituzione delle Romagne.
Ai tre di maggio vien battuto a Macerata, il suo esercitodisperso, e Murat perde il trono e la vita. Con ciò la questione di Napoli e dei compensi è semplificata; Pio VII al 7 di giugno 1815rientra tranquillamente in Roma, e il 9 dello stesso mese il Congresso di Vienna dispone che la S. Sede ricuperi le Legazioni di Bologna,Ferrara, Ravenna, le Marche, Benevento e Pontecorvo.
Il 18 giugno la battaglia di Waterloo vinta dai collegaticontro Napoleone I assicura l'esecuzione di quest'atto diplomatico, e il Papariacquista i suoi antichi dominii.
Non andrà molto, e voi vedrete un nuovo tratto dellaprovvidenza di Dio far ragione agli incontestabili diritti del Vicario di Gesù Cristo. Noi raccogliamo gelosamente le spampanatedegli empi, i quali gridano: il Papa ha perduto per sempre le Romagne; la rivoluzione è un fatto compiuto. Verrà tempo e noi getteremo infaccia agli insolenti avversarli queste grida invereconde, ed essi che si fanno gli apologisti di Giuliano Apostata, dovranno a loro marciodispetto ripetere: Galilee vicisti!
(Pubblicato il 1° marzo 1860).
Che i rivoluzionari nemici dell'ordine, della monarchia e della società si scatenino contro il dominio temporale del Romano Pontefice,è cosa che facilmente ai capisce, e naturalmente si spiega; ma che v'abbiano Re in Europa, i quali tengano bordone ai facinorosinell'assalire il più antico e legittimo governo, è un fatto che reca, non sappiam ben dire, se più sorpresa o dolore.
Imperocché i Monarchi dovrebbero essere i sostenitori delPapa-Re per due ragioni principali, l'una pel proprio interesse, l'altra persentimento nobilissimo di riconoscenza, Jacopo Gretsero scrisse già un Commentario sulla munificenza dei Re e de' Principi cristianiverso la S. Sede; ma resta ancora da scriversi, e sarebbe bene che si scrivesse la storia dei benefizii che il Romano Pontificato ha reso aiPrincipi secolari.
Lasciamo stare quell'ordine di benefizi che sono l'effettodella dottrina cattolica, la quale vieta le rivoluzioni, condanna lecongiure, proscrive le società segrete, e impone a' popoli di amare i loro Principi, come i figli amano i loro padri. Consideriamosemplicemente i grandi servigi che i Papi come re di Roma hanno reso soventi volte agli sventurati Sovrani dell'Europa.
Tra i primi a sperimentare la carità della Chiesa Romana si ful'augusta Adelaide, alla quale il Papa assegnava in parte le rendite di Ravenna e di Comacchio per compensarla delle patite disgrazie. Tantoricavasi da una Bolla di Gregorio l nel 998.
Pari munificenza sperimentò nel secolo undecimo Grisolfoprincipe di Salerno, il quale schiacciato da Roberto Guiscardo, suo cognato, espogliato di tutti i suoi averi, recossi a Roma, dove in S. Gregorio VII trovò un generoso protettore che gli assegnò, finché visse, ilgoverno della provincia di Campania.
Nè meno generosi furono i Romani Pontefici con Giovanni diBrenna, re dj Gerusalemme, il quale spogliato delle sue terre da Federico II, fu favorito dal Papa Onorio III, che gli assegnò ingoverno per sostentamento della sua real persona, totum patrimonium quod habet Romana Ecclesia a Radicofana usqve Romam, come riferisce il Rinaldi (Ann. Eccl., an. 1227).
A chi non è noto l'animo grande di Pio II verso TomaaoPaleologo, principe del Peloponneso? Andando egli spogliato e ramingo, venneaccolto in Roma dal Pontefice, che Io albergò nel palazzo di S. Spirito, aasegnandogli da vivere secondo la sua condizione.
Egualmente generoso fu Pio II con Carlotta, regina di Cipro,la quale, esule dal regno paterno, recavasi in Roma, nel 1461, a chiederesoccorso al Papa non solo per sè, ma anche pel marito Ludovico di Savoie, stretto con forte assedio dai Turchi. Pone lacrimas, dicevate Pio, atque confide filia: non te deseremvs; e fu di parola.
E Ferdinando di Napoli, figlio di Alfonso, non dovette il suoregno al Romano Pontefice, che lo sostenne con una guerra dispendiosa, la quale costò alla Sede Romana la cospicua somma di sopranovecentomila fiorini doro?
E Catterina, regina di Bosnia, non godé essa pure lagenerosità di Papa Paolo 11, quando profuga dai Turchi, dai quali era stataspogliata del regno, la raccolse e nudrì per dodici anni?
Quale debito uon hanno i Principi d'Italia a Papa Sisto IV,che li salvò dal l'invasione ottomana, snidando i Turchi dalla città diOtranto? Sul sepolcro di sì benemerito Pontefice, che esiste nella Basilica Vaticana, stanno scritte tre parole che i popoli e i Principiitaliani non dovrebbero dimenticare: Turcis Italia summotis.
Leggansi le Memorie istoriche di Domenico Bernino, intorno a ciò che hanno operato i Sommi Pontefici nelle guerre contro iTurchi; e si vedrà quanto vantaggio recasse all'Europa il Principato civile dei Papi.
Eugenio IV, Clemente VII, Paolo 111, Giulio III, Pio IV, sanPio V, Gregorio XIII, Clemente Vili, Gregorio XV, Innocenzo X, AlessandroVII, Clemente IX e X, Innocenzo XI, Innocenzo Xll, e Clemente XI, somministrarono con larga mano milioni e milioni quando alla Germania,quando all'Ungheria, quando alla Polonia, quando alla repubblica di Venezia, e quando agli altri Principi, per tener lungi dalle loro terrele armi devastatrici dei seguaci di Maometto.
E nel secolo decimono, che pur si dice secolo di civiltà, noivedemmo una lega della Francia, dell'Inghilterra e della Sardegna per difendere l'integrità dell'Impero ottomano, ed ora veggiamo una simil lega per ismembrare il regno dei Romani Pontefici! E questa è gratitudine e civiltà?
Ma la Casa di Savoia principalmente, e la famiglia deiBonaparte in sul cominciare di questo secolo, provarono l'amorevolezza dei RomaniPontefici e il vantaggio del loro civile Principato.
Carlo Emanuele IV avea vÌ8to invaso il suo regno, e soffrivale arti scellerate de' rivoluzionari che volevano spogliarlo. «1traditori, recitiamo parole di Luigi Cibrario, i traditori accusavano il Re di tradimento, appunto come que' che assaltano alla stradachiaman, birbanti e ladroni i viaggiatori inermi da loro spogliati» (Storia di Torino, vol. i, pag. 495).
Il 4 di giugno 1802 Carlo Emanuele abdicava in favore delfratello Vittorio Emanuele I, e questi, spogliato dai rivoluzionari, sapete dove riparava? In Roma, e vi stabiliva la sua dimora fino al1804 tra le amorevolezze e le beneficenze del Romano Pontefice.
E quando più tardi Napoleone I pretendeva che Pio VII rompesseguerra alla Sardegna, e cacciasse da' suoi Stati i nostri concittadini, l'antecessore di Pio IX amava meglio di perdere il tronoe la libertà, che mancare di fede al nostro Re e negar protezione ai nostri padri. 0 Piemontesi! e potremo noi dimenticare questi fatti chepure sono d'ieri?
Riguardo alla famiglia Bonaparte tutti sanno che nel 1814,mentre Pio VII ritornava in Roma, nel suo medesimo viaggio ordinava diaccogliere coi più benevoli riguardi la signora Letizia, madre del primo Napoleone, che recavasi nell'eterna città per ritrovarvi unasilo.
E allora che una legge proscrisse dalla Francia tutti iBonaparte, pena la vita, chi accolse la madre dell'attuale Imperatore dei Francesi, suo fratello e l'Imperatore medesimo? Non fu il Papa? Nontrovarono tutti in Roma una nuova patria e tutte quelle considerazioni dovute alla loro sventare? E se il Papa non fosse stato Re avrebberopotuto i Bonaparte, dopo il 1815, soggiornare in Italia?
Ma che cosa andiamo noi ricercando nelle istorie i grandibenefizii resi dai Romani Pontefici ai monarchi? Non ne abbiamo sotto gli occhi uno segnalatissimo nell'ultima Enciclica dell'immortale PioIX, il quale coraggiosamente sposa le parli e de' Principi esautorati, e di tutti quegli altri de' quali la rivoluzionesta preparando colle false dottrine, o nelle tenebrose congiure la fatalocaduta?
Oh! a molti imperanti potrebbesi dire oggidì ciò che nelsecolo vii Papa S. Martino rispondeva a Demostene di Costantinopoli: Vox, domini mei, ncscitis Ecclesiam Romanam. Voi, o signori, non sapete quello che fate: cospirando contro il Papa,cospirate contro voi stessi, e volendo togliere di mezzo il dominio temporale dei Pontefici cercate di distruggere ciò che può soloapprestarvi soccorso o prepararvi un asilo.
E appunto perciò Pio IX prega soventi volte pei suoi potentinemici, e dice al Padre celeste come il suo divino Maestro; Pater, ignosce illis, non enim sciunt quid faciunt.
(Pubblicato il 6 marzo 1860).
Pubblichiamo più innanzi la nota di Thouvenel al barone diTalleyrand, sotto la data di Parigi 94 febbraio. Essa racchiude nuoveproposizioni che fa Bonaparte al nostro governo; cioè: 40 Annettere i Ducati di Parma e Modena alla Sardegna; 2° formare un Vicariato delleRomagne e Vicario il nostro Re; 3° ristabilire il Granducato di Toscana nella sua autonomia politica e territoriale; 4° cedere alla Francia laSavoia e la contea di Nizza. Tutte queste proposte domanderebbero un libro per poterle esaminare come conviene, e noi non abbiamo neppurtanto spazio per iscrivere un articolo. Gli oblatori del Danaro di S. Pietro ci rubano ogni giorno due o tre colonne, ma noi sappiamo lor grado del furto.
Incominciamo a notare che la testa del Bonaparte è feconda inprogetti, e ornai ne passa il progettista del Pignotti. Coll'opuscolo Napoléon III et l'Italie fe' il primo progetto, progetto di pace. Poi venne il progetto di guerra, eil famoso proclama dalle Alpi all’Adriatico. Quindi il terzo progetto di Villafranca, e la Confederazione colla presidenzadel Papa. Eccoci ora al quarto progetto del Vicario e del Vicariato.
In questo quarto progetto è degno di osservazione come ilBonaparte si eriga a distributore di regni e a padrone assoluto d'Italia. Il Piemonte vuole Modena e Parma? Bene, pigli l'una el'altra. Ma la Toscana la lasci assolutamente, Quanto alle Romagne si dividalo tra il Papa e il Piemonte. Chi è costui che parla così? Conquale diritto permette? Con quale diritto proibisce? Di chi è l'Italia? Che cosa è divenuta l'Europa? Quale principio domina? Nella nota delsig. Thouvenel noi non veggiamo né la dottrina della legittimità, né quella della sovranità popolare. Il diritto del più forte è l'unico chevi comparisce da capo a fondo.
E poi si vogliono erigere le Romagne in un vicariato. Ma conquesto principio si riconoscono nuovamente i diritti del Papa, giacché il nostro Re ne farebbe le veci. Ma perché il diritto si viola mentresi riconosce? Perché s'impone al legittimo padrone e ii Vicariato e la scelta del Vicario? 11 Bonaparte può nominare un Vicario in qualche parte del suo impero; manon in Romagna. Che ci ha egli da vedere?
Finalmente, quando si vuol togliere al nostro Re la Savoia,col pretesto che è francese, si viene a negare l'italianità della nostradinastia. Tutti sanno gli sforzi dei nostri storici, e massime del cav. Cibrario, per dimostrare che Casa Savoia è italiana. Ma tuttol'edilìzio va in fumo se ora le si toglie la Savoia perché francese.
Il Bonaparte, d'origine córsa, cederebbe egli la Corsica cheparla italiano, che appartiene geograficamente e storicamente all'Italia? E con quale fritto pretende egli la Savoia, che sebbeneparli francese, non appartenne mai alla Francia?
In ultimo non è da pretermettersi la parte minacciosa, ediremo pure insultante della Nota del Thouvenel. Se non facciamo a versidell'Imperatore, egli ci abbandonerà; e il pietoso Thouvenel dice: mi sarebbe doloroso d'insistere sull'ipotesi del governo sardo abbandonato sulle sole sue forze. Capite il sarcasmo di queste parole? Oh ci fanno pagar caro l'aiuto prestatoci!
Parigi, 24 febbraio 1860.
Signor Barone di Talleyrand ministro di S. M. l'Imperatore. Torino.
Signor Barone, ho l'onore d'inviarvi qui unita copia deldispaccio che ho indirizzato all'ambasciatore dell'Imperatore a Londra, e nel quale facendogli conoscere l'opinione del governo di S. M.intorno alla risposta del gabinetto di Vienna alle nostre ultime aperture, io gli spiego la miglior via da seguirsi, secondo me, ondeevitare ogni risponsabilità, senza togliere ad alcuno la legittima libertà di azione, come anche per uscire da una situazione che bentostodiventerebbe tanto pericolosa quanto già è intricata se si lasciasse in balìa di se medesima, ed esposta ai capricci degli eventi. È giunto pertutti il momento di spiegarsi con tutta franchezza: oggi quindi voglio esporvi senza reticenza veruna le idee del governo dell'Imperatore,acciocché il gabinetto di Torino possa da se medesimo giudicare fino a qual punto gli convenga uniformarvisi colla propria condotta inpresenza di cotanto gravi e, direi anzi, solenni circostanze.
Da una parte fare in modo che i risultati della guerra nonsieno compromessi nella stessa Italia, ottenere dall'altra che dessi, in unavvenire più o meno prossimo, sieno consacrati dall'adesione officiale dell'Europa, ossia in altri termini, evitare delle complicazioni chegetterebbero la Penisola nell'anarchia e fondare uno stato di cose duraturo, mettendolo pili presto che sia possibile sotto lasalvaguardia del diritto internazionale, ecco il doppio scopo che mai cessammo di far oggetto dei nostri desideri i, e che desidereremmoraggiungere col concorso della Sardegna.
Il gabinetto di Torino può con noi associarsi per compieretale assunto, ed il suo successo sarebbe verosimilmente assicurato; egli èlibero del pari di battere un'altra via; ma gl'interessi generali della Francia non permetterebbero al governo dell'Imperatore di seguirlo, ela lealtà c'impone di dichiararlo. Egli è di questi due sistemi fra i quali dovrà cadere la scelta del governo di S. M. Sarda, che io devoparatamente intrattenervi.
Io sono convinto, signor Barone, che se il gabinetto di Torinosi mostra deciso a considerare e far considerare da tutti l'organizzazioneche una parte dell'Italia è chiamata a darsi, siccome costituente l'origine d'un periodo storico senza limiti prestabiliti alla suadurata in condizioni d'ordine e di pace, la natura medesima delle cose farà superare molli ostacoli. Affinché tale organizzazione rivesta untal carattere agli occhi di tutti, gli è necessario che non contenga in germe gli elementi di un eventuale e probabile disordine, sia nel senodi se medesima, sia nelle sue relazioni esterne.
10governo dell'Imperatore èdal canto suo profondamente convinto, che una stessa ed unica causa produrrebbe l'uno e l'altro di questi effetti, e che infallibilmente sifarebbero sentire nel giorno in cui il gabinetto di Torino intraprenderebbe un'opera sproporzionata ai suoi mezzi regolarid'influenza e d'azione: che la Sardegna, specialmente per troppo territorio e pel lavoro d'assimilazione, al quale dovrà accingersi,incontrerà degli ostacoli che essa certamente non deve dissimularsi.
Essa troverassi in realtà meno potente e soprattutto menocapace di padroneggiarsi nelle sue risoluzioni: essa si lascierà trascinare,non sarà più dessa che darà la direzione; e l'impulso che fece la forza ed il successo del Piemonte in questi ultimi anni, non avrà più aTorino il suo punto di partenza. Non è in questo momento, signor Barone, in cui i destini della Penisola sono alla vigilia di decidersiirrevocabilmente che, il governo dell'Imperatore esiterebbe ad esprimersi con una libertà, che d'altronde porge fede del suo vivointeresse per una Corte amica ed alleata. Diciamolo adunque francamente, che il sentimento, il quale fe' sorgere in certe partid'Italia l'idea dell'annessione, e che ne fece esprimere il desiderio, è piuttosto una manifestazione contro una grande Potenza anzi cheun'attrazione ben ponderata verso la Sardegna. Se tale sentimento non fosse frenato da principio, non tarderebbe a cambiarsi in pretensioniche la saggezza consiglierebbe al gabinetto di Torino di combattere. Potrebbe egli farlo a lungo senza essere violentemente accusato dirinnegare e di tradire la causa, per la quale soltanto egli fu ampliato ed armalo? Nessuno il sa, ma verosimilmente egli sarebbe esposto a dueeventualità egualmente deplorabili: la guerra, o la rivoluzione.
Considerando ogni cosa, sig. Barone, col fermo intendimento dicercare fra tutte le soluzioni quella che meglio si concilia colle attuali incalzanti necessità e colle convenienze di un più calmoavvenire, si riesce a scorgere ch'egli è ormai tempo di scegliere una combinazione che si possa sottoporre all'approvazione dell'Europa conqualche probabilità di fargliela accettare, e che conserverebbe alla Sardegna l'intero esercizio della normale influenza, cui essa hadiritto di pretendere nella penisola.
Tale combinazione, giusta l'opinione maturatamente ponderatadel governo dell'Imperatore, sarebbe la seguente:
1. Annessione completa dei ducati di Parma e Modena allaSardegna;
2. Amministrazione temporale delle Legazioni, della Romagna,di Ferrara e di Bologna sotto la forma di un vicariato esercitato da S. M.Sarda in nome della S. Sede;
3. Ristabilimento del Granducato di Toscana nella suaautonomia politica e territoriale.
In quest'aggiustamento, l'assimilazione, limitata allaLombardia e ai Ducati di Parma e di Modena, non sarebbe più. un'impresa, allaquale la Sardegna sarebbe obbligata di consacrare esclusivamente tutte le proprie forze. Il gabinetto di Torino conserverebbe la sua libertàd'azione e potrebbe occuparsi anche a consolidare dal canto suo la tranquillità in Italia, mentre organizzerebbe in un regno compatto iterritorii aggiunti alle possessioni ereditarie di re Vittorio Emanuele.
Il vicariato soddisferebbe lo spirito municipale, che è unatradizione secolare nelle Romagne, e l'influenza naturale che deve ambire di esercitare la Potenza diventata dominatrice della più granparte del bacino del Po.
Questo genere di transazione avrebbe anche il vantaggio diguarentire alla Sardegna la posizione che le è necessaria al punto di vista politico; di soddisfare le Legazioni al punto di vistaamministrativo; e al punto di vista cattolico constituirebbe un temperamento, il quale, speriamo, finirebbe per acquetare gli scrupolie le coscienze.
Cotesto risultato non potrebbe essere indifferente allaFrancia, poiché essa non potrebbe riconoscere in principio uno smembramentoradicale e senza compenso degli Stati della S. Sede. E indifferente non potrebbe esserlo neanco alla Sardegna. Noi non lascieremmo nullad'intentato, affinché le altre Potenze, edotte dell'impossibilità di restaurar completamente l'antico ordine delle cose e di non tener contodelle presenti necessità, si sforzassero, noi insieme, di far comprendere al Papa che tale combinazione, francamente accettata,salverebbe tutti i diritti essenziali della S. Sede.
Ciò che ho detto, signor Barone, intorno alla necessità diprevenirci pericoli, ai quali si troverebbe esposta la Sardegna, se essa aspirasse ad un maggior ingrandimento, si applica più specialmentealla Toscana. L'idea dell'annessione del Granducato, ossia l'assorbimento di un altro Stato di un paese dotato di una sì bella enobile istoria, e finora cotanto affezionato alle sue tradizioni, non può sicuramente essere da altro prodotta, se non da un'aspirazione, ilcui pericolo non può essere sconosciuto dal governo dell'Imperatore, e che egli è ben lontano dal crederla comune alla massa dellepopolazioni. Tale aspirazione, non bisogna illudersi, qualunque sieno ora, io non ne dubito, le intenzioni rette del governo sardo, nascondedalla parte di coloro che essa affascina, un pensiero recondito di guerra all'Austria per la conquista della Venezia, e un secretointento, se non di rivoluzione, almeno di minaccia per la tranquillità degli Stati della Santa Sede e del Regno delle Due Sicilie. A questoriguardo, sì in 'Italia che fuori, nessuno può farsene un'altra idea, e tali questioni, invece di sparire non farebbero che riprendere vigorecon nuova violenza.
Il governo dell'Imperatore, senza nascondersi le difficoltàche rimarrebbero a risolvere, onde procurare il trionfo della soluzione,alla quale, se il gabinetto di Torino vi aderisse, egli consacrerebbe tutti i suoi energici e perseveranti sforzi, pure nutre fiducia, checotali difficoltà non sarebbero invincibili. Certo d'altronde di agire sopra una base di tal natura da soddisfare completamente la Francia ela Sardegna, da pacificare l'Italia per un lungo periodo di tempo, e finalmente da non contrariare in modo troppo assoluto nessuno di quegliinteressi, che l'Europa ha il diritto e il dovere di porre sotto la sua guarentigia, il governo di S. M. l'Imperatore, non solamente nonesiterebbe ad obbligarsi dinanzi ad una Conferenza o ad un Congresso di assumere la difesa di questa combinazione, ma la proclamerebbe 8Ìccometale da non poter essere, secondo lui, violata da un intervento straniero. In questa ipotesi adunque la Sardegna sarebbe certa diaverci con sè e dietro di se. Voi siete autorizzato a dichiararlo formalmente al signor conte di Cavour. Avrò io ora bisogno, signorBarone, di entrare in lunghi particolari per dirvi qual sarebbe la nostra attitudine, se il gabinetto di Torino, libero nella sua azione,preferisse correre tutti quei rischi che ho accennati, scongiurando a volerli evitare?
L'ipotesi, nella quale il governo sardo non avrebbe che a farconto sulle proprie sue forze, si manifesta, direi così, da se stessa, e mi sarebbe increscevole di dovermi maggiormente su di essaintrattenere.
lo mi limito adunque a dirvi, dietro ordine dell'Imperatore,che noi non potremmo ad alcun costo consentire ad assumere laresponsabilità d'una tal posizione. Qualunque siano le sue simpatie per l'Italia, e specialmente per la Sardegna, che ha mescolato il suo colnostro sangue, S. M. non esiterebbe a dimostrare la sua ferma ed irrevocabile risoluzione di prendere per guida della propria condottagl'interessi della Francia. Come ho già detto al signor conte di Persigny, dissipare pericolose illusioni non è voler frenareabusivamente l'uso che la Sardegna e l'Italia possono voler fare della libertà che noi ci onoreremo sempre di averle aiutate a conquistare, eche sodo definitivamente constatate dalle ultime dichiarazioni che il governo dell'Imperatore ha ottenute dalla Corte di Vienna. Ciò èsemplicemente, Io ripeto, rivendicare l'indipendenza della nostra politica, per non esporla a complicazioni che non ci assumeremo disciogliere se i nostri consigli saran 3tali impotenti a prevenirle.
Io non porrò fine a questo dispaccio senza dirvi qualcheparola intorno alla Savoia e alla contea di Nizza. Il governo dell'Imperatoresentì rincrescimento per la questione prematura ed inopportuna, sollevata a questo riguardo dai giornali: ma egli non crede doverviperò meno prestar fede come all'espressione di un'opinione che s'afforza ogni giorno, a cui bisogna dare qualche peso. Tradizionistoriche, che è inutile di rammentare, hanno dato credito all'idea, che la formazione di uno Stato potente appiè delle Alpi sarebbe sfavorevoleai nostri interessi; e benché nella combinazione esposta in questo dispaccio l'annessione di tutti gli Stati dell'Italia centrale non siacompleta, egli è certo però che al punto di vista delle relazioni estere essa equivarrebbe in realtà ad un analogo risultato.
Le stesse previsioni, per lontane che esse sieno, esigonocertamente le medesime
garanzie ed il possesso della Savoia e della conteadi Nizza, salvi gl'interessi della Svizzera, che desideriamo di prenderein considerazione, si presenta anche a noi in questa ipotesi come una necessità geografica per la sicurezza delle nostre frontiere.
Voi dovrete adunque richiamar su questo punto l'attenzione delsignor conte di Cavour, ma gli dichiarerete contemporaneamente che noi non vogliamo costringere la volontà della popolazione, e che inoltre ilgoverno dell'Imperatore non mancherebbe, allorché il momento fosse venuto, di consultare anzitutto le grandi Potenze dell'Europa, ondeprevenire una falsa interpretazione delle ragioni che guiderebbero la sua condotta.
Vogliate leggere questo dispaccio al signor conte di Cavour, erimettergliene una copia.
Ricevete, ecc.
Sott. Thouvenel.
(Pubblicato l'8 marzo 1860).
Abbiamo sotto gli occhi quattro documenti diplomatici della maggiore importanza, e sono: 1° La nota del ministro francese Thouvenelal barone di Talleyrand, ministro di Napoleone III a Torino (24 febbraio 1860); 2° La Nota del conte di Cavour al cav. Nigra,incaricato d'affari della Sardegna presso il gabinetto delle Tuilerie (29 febbraio 1860); 3° La Nota del conte di Rechberg al principe diMetternich, ambasciatore austriaco a Parigi dove espone la natura della pace di Villafranca, e del trattato di Zurigo (17 febbraio 1860); 4°Un'altra Nota dello stesso conte di Rechberg, che risponde a varii appunti del detto ministro Thouvenel (stessa data).
Se noi pubblicassimo questi quattro documenti, il nostrofoglio non potrebbe contenere una linea di più, e forse i nostri lettoriresterebbero annoiati da tutto quelle formole diplomatiche. Epperò stimiamo miglior consiglio toglierne le parti più importanti, eradunarle in un articolo che dia un'idea completa delle recenti discussioni diplomatiche sulle cose italiane.
La Nota del Thouvenel, 24 febbraio, venne pubblicata perintero da noi. Essa proponeva al governo sardo: 1° L'annessione definitiva diModena, Parma e Piacenza; 2° Un vicariato della Sardegna nelle Legazioni; 3° Un regno separato nella Toscana, e minacciava al Piemontel'abbandono della Francia se non avesse accettalo queste proposizioni. Il conte di Cavour il 29 di febbraio rispondeva che avrebbe trasmessole proposte ai governi dell'Italia centrale, e indicava ciò che que' governi avrebbero fatto.
«Non è punto probabile, diceva il Conte di Cavour, che queigoverni, usciti dal suffragio popolare, assumano sopra di loro la responsabilità d'una risoluzione così grave, che decide della sorte diquelle popolazioni. Essi si crederanno naturalmente in dovere,come furono impegnati a farlo dalla quarta proposta inglese, di constatare la nazione in modo da ottenere una manifestazione de' suoi voti più che è possibile completa e solenne.
A questo fine essi adotteranno forse il mezzo del suffragiouniversale diretto, come quello il cui risultato può essere meno d'ogni altro contestato».
Il Conte di Cavour esaminava in modo particolare la propostad'un vicariato nelle Romagne, ed eccone le parole:
«Egli è evidente, che il Santo Padre non potrebbe accettarequesta combinazione, quantunque inspirata dal desiderio di salvare i suoi diritti e di non diminuire l'alta posizione ch'egli occupa inItalia. Infatti ciò che ha impedito finora a Sua Santità di acconsentire, non dirò a misure che dovessero necessariamenterestringere la sua sovrana autorità, ma persino alle riforme consigliate da tutta l'Europa, si fu il timore d'incorrere nellaresponsabilità di atti, i quali, essendo pure conformi ai principii vigenti nella maggior parte dei paesi civili, potrebbero condurre adalcune conseguenze contrarie ai precetti della morale religiosa, di cui il Sovrano Pontefice si considera, a giusto titolo, come il supremocustode. Un fatto recentissimo viene in appoggio di quest'asserzione. Allorché la Francia, desiderando porre un termine alla occupazione diRoma, invitava la Santa Sede a formare, sull'esempio delle altre Potenze europee, un'armata nazionale, le fu risposto che il Santo Padrenon potrebbe ammettere il reclutamento, perocché ripugnerebbe alla sua coscienza di assoggettare ad un celibato anche temporario un grannumero de' suoi sudditi.
«L'istituzione d'un vicariato non trionferebbe di questiscrupoli. Il Santo Padre, riguardandosi come indirettamente responsabile degli atti del suo vicario non vorrebbe certo lasciarglila libertà d'azione necessaria a far sì che la combinazione proposta avesse un utile risultato».
Il conte di Cavour, che è egli pure un gran progettista, nonsi volle lasciar vincere in progetti dal ministro Thouvenel, e fe', riguardo alle Romagne, la seguenteproposta, che a suo tempo esamineremo se l'incalzarsi degli avvenimenti cel consentirà:
«Io credo, dice il conte di Cavour, che, proponendosi laFrancia di assicurare al Santo Padre alcuni vantaggi e di conservargli l'altasovranità politica, si raggiungerebbe tale scopo con minore difficoltà ove si facesse l'annessione, sotto la espressa riserva, da parte del Redi Sardegna, di negoziare colla Santa Sede e di ottenere il suo consenso al nuovo ordine di cose, mediante alcune obbligazioni che SuaMaestà si assumerebbe verso di essa. Queste obbligazioni consisterebbero nel riconoscimento dell'alta sovranità del Papa,nell'impegno di concorrere anche colle armi al mantenimento della sua indipendenza, e di contribuire in determinata misura alle spese dellaCorte di Roma».
Finalmente il conte di Cavour terminava la sua Nota collaseguente dichiarazione.
«Qualunque sieno le risposte che gli Stati dell'Italiacentrale emetteranno, il governo del Re ha in anticipazione dichiarato diaccettarle senza riserva. Se la Toscana si pronuncia per la conservazione della sua autonomia, mediante la formazione d'uno Statoseparato, la Sardegna non solo non si opporrà alla effettuazione di questi voti, ma contribuirà francamente a vincere gli ostacoli chequesta soluzione potesse incontrare e a prevenire gl'inconvenienti che potrebbero derivarne.
«Essa agirà nello stesso modo per la Romagna e pei Ducati diParma e di Modena.
«Ma se al contrario quelle provincie manifestano di nuovo, inmodo solenne, la ferma loro volontà d'essere unite al Piemonte noi non potremmo opporvici più a lungo.
«Quand'anche lo volessimo, non lo potremmo.
«Nello stato attuale dell'opinione pubblica, un ministero chesi rifiutasse ad una tale domanda di annessione, sancita da un secondovoto popolare da parte della Toscana, non solo non troverebbe più alcun appoggio nel Parlamento, ma sarebbe ben presto rovesciato da un votounanime di disapprovazione.
Accettando in anticipazione l'eventualitàdell'annessione, il governo del Re prende sopra di sè una immensa responsabilità. Leformali dichiarazioni contenute nel dispaccio del signor Thouvenel al barone di Talleyrand rendono naturalmente più gravi i pericoli chequesta misura può portare in seguito. Se non retrocede dinanzi ad essi, è perché si convinse che, rigettando la domanda di annessione dellaToscana, non solo il gabinetto, ma lo stesso re Vittorio Emanuele perderebbe qualunque prestigio, qualunque autorità morale in Italia, edessi si traverebbero ridotti a non aver altro mezzo di governare che la forza. Anziché compromettere in questo modo la grand'opera dirigenerazione, per la quale la Francia fece tanti generosi sagrificii, l'onore e lo stesso interesse ben inteso del nostro paese consiglianoil Re ed il suo governo ad esporsi agli eventi più pericolosi».
Che cosa farà la Francia? Aderirà all'esperimento del cosìdetto suffragio universale? Manderà ad effetto le sue minaccie, e abbandoneràla Sardegna? 1 fatti risponderanno. Si dice intanto che Napoleone III abbia mandato ordine al maresciallo Vaillant di ritirare le truppefrancesi dalla Lombardia 1?!?
Passiamo alle due Note del conte di Rechberg, ministro degliaffari esteri nell'Impero austriaco. Egli espone ne' seguenti termini l'indole degli accordi di Villafranca:
«Al tempo della soscrizione de' preliminari diVillafranca, l'imperatore Napoleone — ce lo conferma il sig. di Thouvenel — nutrivasperanza che il nuovo organamento dell'Italia potesse farsi di pari passo colla ristaurazione delle legittime autorità. Questa speranza,che nell'animo di Francesco Giuseppe giunse ad essere una convinzione, animava i due Sovrani, quando sì porsero la mano, per metter un termineallo spargimento di sangue. L'Imperatore, nostro augusto Sovrano, acconsentì ad un doloroso sacrificio, ma solamente sotto la condizioneche nell'Italia centrale venissero ristaurate le legittime autorità. Nell'interesse del ristabilimento della pace, e nella speranza chequesta potesse venire maggiormente consolidata e fatta ricca di salutari risultamene, mediante un sincero accordo col suo rivale dellavigilia, egli si decise a rinunciare a diritti ed a titoli dei quali poteva disporre, ma si rifiutò con fermezza ad approvare combinazioni,le quali avessero avuto a pregiudicare ai diritti di terzi e segnatamente a quelli di quei Principi che si erano confidatinell'alleanza coll'Austria. Porre un argine al sempre più incalzante progresso della rivoluzione mediante la ristaurazione dei Sovranispodestati, ed appoggiare nello 8tesso tempo gli sforzi dell'Imperatore dei Francesi, il quale credeva poter dare soddisfazione allaaspirazioni del sentimento nazionale, mediante l'intima unione dei governi della penisola con un vincolo federativo — questo era il doppioscopo che dominava tanto gli atti di Villafranca e di Zurigo, quanto le conversazioni diplomatiche che ebbero luogo in Biarritz tra irappresentanti dei due gabinetti, specialmente nell'intento di dare un indirizzo uniforme alla attuazione della parte politica de' preliminari di pace.
«L'Imperatore non ha mutato il suo concetto rispetto allasituazione dell'Italia. S. M. crede ancora in oggi, come credeva a Villafranca, che sarebbe una pericolosa illusione quella di supporreche sia possibile fondare un durevole e regolare ordine di cose nella flagrante violazione di diritti consacrati dai secoli e dai trattatieuropei.
La Francia, dice il sig. di Thouvenel, è convintaquanto chicchessia della santità delle assunte obbligazioni. Noi dividiamoquesta convinzione, ed è perciò che noi saremmo profondamente addolorati, quando fossimo obbligati a vedere che un primo trattatoconchiu80 da così poco tempo colla Francia dovesse restare inosservato riguardo alle stipulazioni di preponderante importanza. È chiaro chenon avendo luogo la ristaurazione, resta in egual modo lettera morta quanto si convenne rispetto alla Confederazione. Quali ne saranno leconseguenze?»
In una seconda Nota il conte di Rechberg risponde aiprincipali appunti del ministro Thouvenel.
1° Appunto il contegno passivo dei Principi spodestatidell'Italia centrale dopo la pace di Villafranca. Il conte di Rechberg risponde:
«Ci sia permesso di chiedere in qual modo i Sovrani spodestatiavrebbero potuto contenersi a fronte della situazione che veniva loro fatta. Non è necessario ricordare ora nuovamente le cagioni cheprodussero la sollevazione dell'Italia centrale. Questi fatti appartengono in questo momento al dominio della storia. Si fu laSardegna che, dopo aver preparato da lunga mano il movimento, se ne impadronì per farla servire ai suoi fini. Furono agenti della Sardegnaquelli che riorganizzarono l'amministrazione mercé l'espulsione di tutti gli elementi sospetti di attaccamento all'antico ordine di cose;furono ufficiali sardi quelli che ordinarono l'esercito della Lega. Anche in questo momento il ministro della guerra di S. M. sarda è nellostesso tempo comandante supremo dell'esercito della lega, e parecchi generali sardi dirigono i preparativi militari che si fanno in Bologna.I paesi insorti stanno sotto il governo di una dittatura militare; qualunque manifestazione a favore de' legittimi Sovrani èpunita come un delitto d'alto tradimento. Cinque sesti della popolazione 8onoesclusi dalle operazioni elettorali, e quelli che furono in grado di esercitare i diritti elettorali, hanno votato sotto l'impressione delterrorismo, messo in opera dal partito dominante. Come avrebbero i Sovrani spodestati, a fronte di un sì violento stato di cose, potutofar udire la loro voce?
«L'accoglienza che i capi del movimento avrebberoinfallibilmente preparata ai loro meglio elaborati manifesti, non sarebbe stata per laloro dignità un'ingiuria incancellabile, e non avrebbe compromesso senza utilità il loro avvenire?»
2° Appunto. L'esitanza del Sovrano degli Stati della Chiesanell'attuazione delle riforme. Il conte di Rechberg risponde:
«Quali anche potessero essere state le riforme che il Sovranodegli Stati della Chiesa fosse risoluto d'introdurre ne' suoi domini, sarebbe egli stato conveniente di annunciarle in un momento in cuiun'assemblea faziosa pronunciava in Bologna la di lui decadenza?»
3° Appunto. Il silenzio mantenuto dall'Austria riguardoall'amministrazione della Venezia. Il conte di Rechberg risponde:
«In quanto si riferisce alla Venezia, sussistono ancora legenerose intenzioni che l'Imperatore, nostro augusto Sovrano, espose a questo riguardo a Villa franca, però dietro riserva della propriaindipendenza ed autonomia in confronto di ogni e qualunque influenza straniera. Se quelle intenzioni non vennero ancora tradotte in atto, dichi è la colpa? Non è egli noto a tutti che la pace di Villa franca fu per il partito rivoluzionario il segnale di raddoppiare un'attività,della quale la Venezia fu oggetto e vittima ad un tempo? Non hanno i comitati costituiti a questo fine sotto l'egida della Sardegna, fattosforzi incredibili per indurre le provincie venete alla ribellione? Noi ci appelliamo, a questo proposito, alla testimonianza del prode e lealeesercito francese, sotto gli occhi del quale si svolsero quelle trame, e che, ne siamo convinti, divise con noi il sentimento d'indignazioneprodotto da questa guerra sotterranea, che si continuava all'ombra della pace appena conchiusa.
«Gli emissari del disordine percorsero la Venezia in tutte ledirezioni, accendendo dappertutto la fiaccola della discordia; e ciò è loro tanto bene riuscito che il governo nostro ha sentito l'imperiosodovere di guarentire ai pacifici cittadini, mediante vigorose misure contro gli irreconciliabili nemici della pubblica tranquillità,quell'efficace protezione, alla quale essi hanno un sacro diritto. Sarebbe stato bene ispirato il governo imperiale, ove avesse scelto untale momento per mettere in atto quelle intenzioni, alle quali si riferisce il signor di Thouvenel?»
4° Appunto. Le missioni affidate al conte Reiset ed alprincipe Poniatowski nel l'Italia centrale, le quali andarono fallite amendue.Il conte di Rechberg risponde:
«Ma non si potrebbe forse, senza timore d'ingannarsi,attribuire anche in gran parte questo cattivo successo alle assicurazioni, chealtri organi del governo francese dettero dopo la pace di Villafranca, e dalle quali il partito dominante attinse la convinzione, che l'usodella forza era escluso dalla serie de' mezzi da adoperarsi perottenere la ristaurazione? Pienamente tranquillati da tale promessa, i governanti avevano evidentemente un interesse di rimaner sordi alleinsinuazioni, che loro venivano fatte nel senso della ristaurazione, e di servirsi senza ritegno di tutti i mezzi che stanno in ogni tempo adisposizione di un governo di fatto per impedire la manifestazione della vera opinione della maggioranza».
5° Appunto. Un intervento armato nell'Italia centrale èimpossibile per parte della Francia e dell'Austria. Il conte di Rechberg risponde:
«È per noi cosa importante di far qui una distinzione tra laquestione di principii e quella di opportunità. Motivi politici di differente natura, dei quali per nostro conto faremo calcolo,consigliano ad ambedue le Potenze di astenersi dallo intervento armato nell'Italia centrale. Dall'altro canto ci preme di constatare chel'applicazione del principio proclamato dalla Francia è soggetto a molte eccezioni che dipendono dalla natura dei casi.
«È certo che la Sardegna esercitò un intervento attivo afavore della sollevazione dell'Italia centrale, senza il quale quellasollevazione non avrebbe potuto consolidarsi.
«Il governo francese, quantunque esso riconosca nel principiodel non intervento una massima internazionale di grande autorità, confessaperaltro egli stesso, che questa regola non è senza eccezione, e che dal canto suo esso è intervenuto in Italia, cedendo a circostanzeimperiose, e perché i suoi interessi gli imponevano come una necessità quell'intervento».
6° Appunto. Se non si aggiustano presto le cose d'Italia, lademagogia strariperà. Il conte di Rechberg risponde:
«Noi non neghiamo che la prolungazione dello statod'incertezza, che pesa sull'Italia centrale, non possa aver per risultato finale lostraripamento delle idee demagogiche, come mostra di temere il signor di Thouvenel. Ma noi non possiamo per questo liberarci dal timore cheuna soluzione, la quale consacrasse il trionfo di que' principii che il partito demagogico è avvezzo a proclamare, ben lungi dallo scongiurarequei pericoli, non sia propria all'opposto a renderli maggiori».
E qui termina il sunto delle quattro Note da noi enumerate sulprincipio. Giudichi il lettore.
(Pubblicato il 15 marzo 1860).
L'Opinione trova che il card. Antonelli ha detto poco nella sua Nota, e non ha detto nulla di nuovo. Gli argomenti chel'Eminentissimo adduce non sembrano all’Opinione di verun peso,e i fatti arrecati di nessuna considerazione. Così con due semplici linee si risponde ad un ragionamento e ad una serie di fatti, che nonammettono nessun'altra risposta!
Noi regaleremo all'Opinione una semplice esposizionecronologica della presente rivoluzione romagnola, sfidandola, o a negare i fatti, oa trovare una spiegazione di questi, diversa da quella che ne arrecò il segretario di Stato del governo Pontificio. Non aggiungeremo molticommenti, perché inutili ad un tempo e pericolosi.
1. Le Romagne accolgono festose Pio IX nel suo trionfaleviaggio. Carlo BonCompagni è testimonio di quelle feste. più tardi incomincia inque' paesi una sorda agitazione per ispedire volontari alla prossima guerra. I volontari sono cerchi da emissari forestieri che li pagano.
2. Scoppia la rivoluzione a Firenze. Il primo principecacciato dal suo regno è il meno clericale di tutta l'Italia, e quello che ha ungoverno più laico, e più secolarizzato. Le riforme religiose e civili non lo salvano. La stampa libera e troppolibera serve per perderlo più presto.
3. Si conosce da tutti la parte presa da) BonCompagni nellarivoluzione toscana. Questi dopo di avere occupato il posto del Granduca, chiama a sè i capi rivoluzionari delle Romagne, ed ha conloro in Firenze segreti abboccamenti.
4. Era già stato chiamato prima in Torino il sig. Minghetti diBologna, già ministro in Roma dei lavori pubblici nel tempestoso anno 1848, e dal conte di Cavour veniva creato segretario generale delministero degli affari esteri. Non sei ricorda l'Opinione, o forse trova questa una scelta affatto innocente?
5. Avendo la S. Sede dichiarato ufficialmente la suaneutralità durante la guerra, e ricevendone dai gabinetti di Parigi e di Viennasoddisfacente risposta, il conte di Cavour non l'accettò che con alcune riserve, le quali poi non furono neppur osservate.
6. Il BuonCompagni, governatore della Toscana, inviava trupperivoluzionarie alle Filigare presso Bologna, a Marradi presso Faenza, a Terra del Sole presso Forlì, ad Arezzo presso Perugia,coll'intendimento di dare appoggio ai fratelli delle Bomagne, siccome non si dubitò di annunziare con apposito articolo stampato nel Monitore Toscano del 1° di maggio 1859.
7. Fu mandato l'ordine di cominciare la rivoluzione a Forlì, acui il Comitato Forlivese rispose che per la presenza degli Svizzeri la rivoluzione non potrebbe essere incruenta. 1 Comitati rivoluzionarivennero forniti di danaro per corrompere le truppe pontificie, ed un appello fu sparso tra le loro file per eccitarle a seguire l'esempiodelle truppe toscane. In questo appello s'abusava di un nome augusto, e dicevasi che le brave truppe pontificie sarebbero accolte con trasporto sotto il glorioso vessillo del Re d'Italia.
8. L'autorità pontificia riusciva a sventare in Forlì unacongiura, la quale tendeva a mettere l'artiglieria a disposizione dei rivoluzionari. Parte degli artiglieri ch'erano stati guadagnatifuggirono in Toscana. I disertori avevano abito borghese, carrozze e guide pagale. Giunti in Toscana, vi ottenevano dal BonCompagni applausie promozioni. Un sergente, fra gli altri, fu creato di botto capitano! 1 dragoni pontificii disertarono da Foligno recandosi in Toscana.
9. Intanto il principe Napoleone sbarca coi Francesi aLivorno. Il governo Pontificio reclama inutilmente presso l'ambasciata francesee sarda, perché si allontanino dal suo confine inoffensivo le truppe toscane ed i corpi franchi, notandone i pericoli per lo Stato dellaSanta Sede. Invece i Toscani eccitano sempre più i Bolognesi ad attaccare gli Austriaci, promettendo aiuto, e dalle Fili gares'introducono clandestinamente armi in Bologna.
10. Scoppia la rivoluzione a Parma, ducato secolarizzato. Il governo pontificio interpella l'austriaco se siavi pericolod'un'improvvisa partenza dei presidii di Bologna e di Ancona, senza dar tempo all'ingresso delle truppe papali. Il governo austriaco risponde; impossibile in ogni evento.
11. Un bastimento francese da guerra apparisce nelle acque diRimini, e sbarca a terra gli uffiziali. Il console francese imbandisce un pranzo e s'odono grida sediziose, e cominciano a sventolare bandieretricolori. Gli Austriaci muovono lagnanza, perché viene molestata contro le leggi di neutralità l'unica loro linea di congiunzione traBologna ed Ancona.
12. La fregata francese, l'Impétueuse, si presenta nelle acque d'Ancona, chiedendo se sarebbe stata ricevutaostilmente dalla guarnigione austriaca.
Avendone ricevuto in risposta, non conoscersi le intenzionidel governo austriaco, parte con minaccia di ritorno. Questo contegno dellaFrancia, da cui potevano derivare fatali conseguenze per lo Stato Pontificio, dà luogo ad un dispaccio telegrafico del comando militareaustriaco, col quale s'ingiunge a tutti i comandanti delle varie piazze occupate di abbandonarle tostamente.
13. Il principe Napoleone visita i Toscani alle Filigare,entra nel territorio Pontificio, domanda se di là si veda Bologna, e dice chesarà fra pochi giorni quella città. Il cardinale Antonelli tace nella sua nota questi particolari, sebbene verissimi.
14. Partiti gli Austriaci, i rivoluzionari mandano ad effettoi loro disegni, prima in Bologna, e poi nelle altre città di Romagna.Vuolsi però avvertire che né Bologna, né le altre città sarebbero cadute nei lacci dei tristi, se non si fossero mascherati, dicendo chevolevano la guerra contro l'Austria, senza parlare della nuova forma di governo da stabilirsi, il marchese Pepoli ordinò l'atterramento deglistemmi Pontificii, dichiarando che ne rispondeva, e che faceva abbassare quegli stemmi per sottrarli ai possibili insulti.
15. Scoppia la rivoluzione in Perugia, e i corpi franchimarciano da Arezzo in aiuto degli insorti. «Se una lotta dolorosamentedeplorabile s'è combattuta a Perugia, la responsabilità ne deve cadere su coloro, che hanno obbligato il governo Pontificio a far u8o dellaforza per la sua legittima difesa» (Avverti mento dato al Siècle di Parigi dal ministro dell’interno).
16. Lo squadrone dei dragoni pontificii, spedito a Ferrara permantenervi l'ordine, si ribella, e ritorna a Bologna; 350 gendarmi, per la maggior parte della provincia di Ferrara, passano il Po permantenersi fedeli al S. Padre.
17. Le truppe pontificie delle Romagne ripiegandosi su Pesaroimpediscono il consolidamento della rivoluzione nelle Marche e nell'Umbria. Il marchese Pepoli, per mantenere la rivoluzione inBologna, domanda soccorso al conte di Cavour che gli spedisce un corpo di carabinieri e il battaglione RealNavi, e gli invia Massimod'Azeglio col titolo di commissario militare, il quale, appena giunto a Bologna, comincia ad emanar leggi e decreti, e a destituire e anominare impiegati in ogni ramo d'amministrazione pubblica. Come a Bologna così nelle altre principali città di Romagna si mandanoCommissari piemontesi, ai quali dopo la pace di Villafranca, essendo stato tolto il titolo di Commissari, restarono al loro posto col nome $ Intendenti.
18. Trovandosi le Romagne ribellate,, senza danaro, népotendone il governo intruso raggranellare da quelle popolazioni, né ottenernedai banchieri, fe' ricorso al governo sardo, il quale e imprestò danaro, e guarentì prestiti anche all'estero.
19. Il principe Napoleone nel suo rapporto all'Imperatore diceche la precipitosa partenza degli Austriaci dallo Stato Pontificio fu tutto suo merito, secondo la missione politica che aveva ricevuto.L'Imperatore Napoleone III invoca contro il Santo Padre il fatto compiuto; dice di aver conchiuso la pace per timore che la rivoluzione si estendesse, e dà consigli devotissimi. Poco primadella rivoluzione romagnola aveva proclamato agli Italiani in Milano: Insorgete ed armatevi tutti!
(Pubblicato il 22 febbraio 1860).
Da qualche giorno non si fa che parlare della scomunica, di questa ridicolaggine del medio evo, come la chiamano; e coloro chedicono di non temerla, parlandone sempre, fanno sospettare che la temono assai, e che il popolo, in mezzo a cui scrivono, e pel qualescrivono, la tema assaissimo.
Uno di questi giornali per parlare della scomunica risale oggifino all'anno 1375. Noi saremo meno retrogradi, e ci contenteremo di ricordare i fatti avvenuti in sul cominciare del secolodecimonono.
Bonaparte era grande ed onnipotente. Davanti a lui taceva laterra, ed il mondo aspettava. 1 Potentati d'Europa accettavano rassegnati dalla sua bocca la decisione della loro sorte, e le nazionil'invocavano come il proprio benefattore.
«Ma, scrive Tab. Louis nelle sue Conférences littéraires, pubblicate nel 1835, ma Bonaparte elevato su quel punto culminante, incui gira la testa di coloro che lasciano di guardare al cielo, abbassa gli occhi sulla terra... L'ambizione e l'orgoglio entrano nel suocuore. Il padre della menzogna gli dice come già al Salvatore del mondo: Tutto questo è per te se mi adori. Il gigante s'inchina e il grande uomo scompare.
«Qual è la sua condotta verso i ministri di questa religioneaugusta che l'ha consacrato? Invece di umiliare la sua fronte davanti a colui che solo è grande per rialzarla di poi più raggiante e splendida,Bonaparte fa guerra a Dio mette la mano sull'incensiere, e vuol essere Be Pontefice e dottore. Strappa dalla sua sede il Capo dei Pastori, ilvenerando vecchio che ha versato l'olio santo sulla sua testa, e lo getta in una prigione. Colpisce i Vescovi, perché resistono a' suoi empi ordini, e i membri del Sacro Collegio, di questo augusto senato di Roma cristiana, espiano la loro fedeltà in un duroesiglio. Bonaparte nonèpiii che un persecutore».
Avvertito dapprima paternamente, e poi minacciato dellascomunica, Napoleone! domanda al cardinale Fesch, suo zio — Che cosa è dunque una scomunica? — E il Cardinale più da cortigiano che da teologo, risponde: Sire, la scomunica è una cosa che si sente più facilmente che non si possa spiegare.
Il Teologo avrebbe risposto come il P. Lejeune, detto le Pére Aveugle: «La scomunica è un venire consegnato a satana, un essere maledettodalla Chiesa; è come se tutti i Vescovi e tutti i Prelati del mondo vi dessero la loro maledi' zione, maledizione così severa, che, comeosserva San Bernardo, nell'officio del Venerdì Santo, la Chiesa prega pei giudei, pei pagani e per gli altri più grandi peccatori, ma nonprega per gli scomunicati. Maledictio matris eradicai fondamenta domus (Eccl. ui. vers. 2). La maledizione che una madre dà a' suoifigli rovina le fondamenta d'una famiglia; e ciò a più forte ragione dee avvenire della maledizione della Madre spirituale, d'una Madre sìsanta e ai saggia com'è la Chiesa» (Sermons, t. VI, pag. 38).
Pio VII scomunicò Napoleone 1, sebbene quel gran Papa anchenel castigo mostrasse molto affetto al protervo Imperatore, giacché,scomunicandolo, ne taceva il nome. Bonaparte si rise della scomunica, e, scrivendo al Viceré d'Italia, chiedevagli se il Papa credeva che le sne scomuniche farebbero cadere le armi di mano aisoldati francesi? E. parecchie volte ripeteva al cardinale Caprera che agli si burlava della scomunica, puisgu'elle ne faisait pas tomber les armes des mains de ses soldats.
Passarono pochi anni, e la scomunica produsse i suoi effetti.Nella campagna di Russia il conte di Ségur, uno dei testimoni oculari di questagrande catastrofe, dice che le armi dei soldati parevano d'unpeso insopportabile alle loro braccia intormentite. Nelle loro frequenti cadute esse scippavano dalle loro mani, si spezzavano, siperdevano nella neve. E Salgues dice alla sua volta che nella campagna di Russia il soldato non potea tenere le sue armi, le quali cadevanodalle mani dei piit valorosi. E altrove ripete che les armes tombaient des bras glacés qui les portaient.
Questi non sono fatti avvenuti nel medio evo, ma a tempinostri, nel secolo dei lumi, dopo il regno della filosofia. E coloro che ridonooggidì delle scomuniche, non ne rideranno sempre.
Non ostante le proteste di rispetto e di devozione al Capovenerabile della Chiesa, il nostro ministero teme fondatamente che Pio IX possa servirsi di quelle armi spirituali già adoperate controNapoleone 1, le quali derise dapprincipio, fecero poi a suo tempo cadere le armi di mano a' suoi soldati. Si è perciò che ilministero ha mandato ordine ai governatori di prendere tutte le precauzioni, affinché non vengano pubblicate nel nostro Stato lecensure ecclesiastiche contro gli invasori del Patrimonio della Chiesa. I governatori obbedirono al comando ministeriale, e noi possiamopubblicare la Circolare riservala, scritta da quel di Cuneo. Essa è del seguente tenore.
Circolare riservata.
Si ha fondata regione di credere che la Corte di Roma intendapronunciare la scomunica contro la persona di S. M. e de' suoiministri, tosto che sia sanzionato il voto popolare d'annessione delle Romagne ne' regii Stati. Il governo non può rimanere indifferentedinanzi a tale fatto, che senza avere la forza di menomare i diritti della Corona, può però produrre nel paese un'agitazione sediziosa enociva all'ordine pubblico.
Fedele al principio di libertà che informa le patrieistituzioni, il governo non intende di entrare in una via di persecuzione contro chicredesse di dover dare a quell'atto della Corte Romana una importanza che realmente non ha, né può avere secondo le norme del buon senso edelle stesse leggi ecclesiastiche, ila, se dichiara essere sua intenzione che gli agenti governativi ai astengano da ogni misura dirigore contro la pubblicazione in forma privata, o la conveniente e ragionevole discussione anche in iscritto o stampa dell'atto discomunica, non vuole in alcun modo tollerare che altri ne prenda pretesto per turbare la pubblica tranquillità, tentando di sommovere lepopolazioni contro il governo, e gettare l'odio ed il disprezzo contro l'irresponsabile persona di S. M. e le nostre istituzioni, e menoancora potrebbesi permettere che taluno ardisca dare a quell'atto una pubblicità vietata dalle leggi dello Stato per mancanza del sovranoassentimento, come sarebbe, per esempio, la lettura della Bolla dal pergamo, l'affizione alle porte delle chiese, la divulgazione sottoforma di Pastorali vescovile e simili.
in tal caso il ministero raccomanda ai rappresentanti delgoverno di agire con tutta energia contro i violatori delle leggi, o fautori didisordini, ordinandone l'immediato arre8to, di qualsiasi dignità e grado sia rivestito il colpevole, non che il sequestro degli scritti e stampali da consegnarsi tostoall'autorità giudiziaria pel relativo procedimento, giusta le istruzioni loro compartite dal ministro guardasigilli.
Se un'opportuna vigilanza conducesse a scoprire copieautentiche della Bolla di scomunica, dovrà arrestarsi il detentore, impedendoqualunque comunicazione di esso con altre persone e specialmente ecclesiastiche sino all'ordine del sottoscritto, a cui dovrannoindilatamente trasmettersi tali documenti.
Il sottoscritto mentre si fa premura di adempiere agli ordiniricevuti dal ministero comunicando le suespresse sue disposizioni a tutte le autorità amministrative dipendenti, confida nella loro prontaed efficace cooperazione.
Cuneo
Il governatore Belutj.
Ai signori Intendenti, Delegati mandamentali eSindaci.
Noi faremo poche osservazioni a questa circolare riservata:
1° Se non si credo alla scomunica, perché tante precauzioniaffine d'impedirne la pubblicazione?
2° Se si crede alla scomunica, perché si compiono quegli attiche possono provocarla?
3° Se Iddio onnipotente accoglie in cielo la scomunicafulminata dal suo Vicario sulla terra, a che cosa servono tutte le umaneprecauzioni?
4° A che cosa servirono a Napoleone I tante altre circolarisimili, e governatori mollo più destri di quel di Cuneo?
Sanctissimi Domini nostri Pii Divina Providentia Papae IXUtterae Apostolicae quibus maioris ex-comunicationis poma infigitur invasoribus et usur patoribus aliquot provinciarvm pontificiaeditionis.
PIUS PP. IX
ad perpetuam rei memoriam.
Cam Catholica Ecclesia a Christo Domino fundata et instituta,ad sempiternam hominum salutem curandam, perfectae societatis formam vidivinae suae institutionis obtinuerit, ea proinde libertate pollere debet ut in sacro suo minÌ8terìo obeundo nulli civili potestatisubiaceat. Et quoniam ad libere, ut par erat, agendum iis indigebat praesidiis quae temporum conditioni ac necessitati congruerent; idcircosingulari prorsus divinae Providentiae Consilio factum est, ut cum Romanum corruit Imperium et in plura fuit regna divisum, RomanusPontifex, quem Christus totius Ecclesiae suae caput centrumque constituit, civilem assequeretur Principatum. Quo sane a Deo ipsosapientissime consultum est, ut in tanta temporalium Principum multitudine ac varietate Summus Pontifex illa frueretur politicalibertate, quae tantopere necessaria est ad spiritualem suam potestatem, auctoritatem et iurisdictionem toto orbe absque ulloimpedimento exercendam. Atque ita piane decebat, ne catholico orbi ulla orìretur occasio dubitandi, impulsa fortasse ci vilium potestatum, velpartium stadio duci quandoque posse in universali procuratione gerenda Sedem illam, ad quam propter potiorem principalitatem necesse est omnem Ecclesiam convenire.
Facile autem intelligitur quemadmodum eiusmodi RomanaeEcclesiae Principatus, licet suapte natura temporalem rem sapiat, spiritualemtamen induat indolem vi sacrae, quam habet, destinationis, et arctissimi illius vinculi quo cum maximis Rei Christianae rationibusconiungitur. Quod tamen nil impedit quominus ea omnia, quae ad temporalem quoque populorum felicitatem conducunt, perfici queant,quemadmodum gesti a Romanis Pontificibus per tot saecula civilis regiminis historia luculentissime testatur.
Cum porro ad Ecclesiae bonum et utilitatem respiciatprincipatvs de quo loquimur, mirum non est quod Ecclesiae ipsius hostes persaepeillum convellere et labefactare multiplici insidiarum et conatuum genere contenderint: in quo tamen nefaria illorum molimina, DeoEcclesiam suam iugiter adiuvante, in irritum serius ocius ceciderunt. tam vero novit uni versus orbis-quomodo luctuosis hisce temporibusinfestissimi Catholicae Ecclesiae et huius Apostolicae Sedia osores abominabiles facti in studiis suis, ac loquentes in hypocrisi mendaciumhanc ipsam Sedem, proculcatis divinis humanisque iuribus, civili, quopotitur, Principatu spoliare nequiter adnitantur, idque assequi studeant non manifesta quidem, uti alias, aggressione, armorumque vi,sed falsis aeque ac perniciosis 5 principiis callide inductis, ac popularibus motibus malitiose excitatis. Neque enim erubescunt nefandampopulis suadere rebellionem contra legitimos principes, quae ab Apostolo dare aperteque damnatur ita docente:
Omnis anima potestatibus sublimioribus subdita sit.Non est enim potestas nisi a Deo: quae autem sunt, a Deo ordinatae sunt.It-aquae qui resistit potestati, Dei ordinatim resistit. Qui autem resistunt ipsi sibi damnationem acquirunt (1). Dum vero pessimiistiusmodi veteratores temporalem Ecclesiae dominationem aggrediuntur, eiusque venerandam autorictatem despiciunt, eo impudentiae deveniunt utsuam in Ecclesiam ipsam reverentiam et obsequium palam iactare non desinant Atque illud vel maxime dolendum, quod tam prava agendi rationesese polluerit non nemo etiam ex iis, qui, uti Catholicae Ecclesiae filii, in ipsius tutelam atque praesidium impendere debentauctoritatem, qua in subiectos sibi populos potiuntur.
In subdolis ac perversis, quas lamentamur, machinationibus,praecipuam habet partem Subalpinum Gubernium, a quo pridem omnes norunt quanta et quam deploranda eo in Regno damna ac detrimenta Ecclesiaeeiusque iuribus, sacrisque Ministris fuerint inlata, de quibus in Consistoriali potissimum Allo cutione die XXII Ianuarii MDECCLV habita,vehementer doluimus. Post despectas hactenus Nostras ea de re iustissimas reclamationes, Gubernium ipsum eo te meritatis modoprogressura est, ut ab irroganda universali Ecclesiae iniuria minime abstinuerit, civilem impetens Principatum quo Deus banc B. Petri Sedeminstructam voluit ad apostolici ministerii libertatem, uti animadvertimus, tuendam atque servandam. Primum sane ex manifesti»aggressionis indiciis prodiit quum in Parisiensi Conventu, anno 1856 acto, ex parte eiusdem Subalpini Gubemii in ter ho8tiles nonnullasexpositiones speciosa quaedam ratio proposita fuit ad civile Romani Pontificis dominium infirmandum, et ad Ipsius Sanctaeque huius Sediaauctoritatem imminuendam. Ubi vero superiore anno ltalicum exarsit bellum in ter Austriae Imperatorem, et foederatos invicem lmperatoremGalliarum ae Sardiniae Regem, nihil fraudis, nihil aceleris praeter missum est, ut Pontificiae Nostrae Ditionis populi ad nefariamdefectionem modis omnibus impellerentur. Hinc instigatores missi, pecunia largiter effusa, arma suppeditata, incita menta pravis scriptiset ephemeridis admota, et omne fraudum genus adhibitum vel ab illis, qui eiusdem Gubernii legatione Romae fungentes, nulla habita gentium,iuris honestatisque ratione, proprio munere perperam abutebantur ad tenebricosas molitiones in Pontificii Mostri Gubernii perniciemagendas.
Oborta deinde in nonnullis Ditionis Nostrae Provinciis, quaedudum occulte comparata fuerat, seditione, illico per fautores Regia Dictatura proclamata est, statimque a Subalpino Gubernio Commissariiadiecti, qui, alio etiam nomine postea appellati, provincias illas regendas sumerent. Dum haec agerentur, Nos gravissimi officii Nostrimemores non praetermisimus binis Nostris Allocutionibus, die XX Iunii et XXVI Septembris superiore anno habitis, de violato civili huiusce S.Sedis principatu altissime conqueri, simulque violatore? serio monere de censuris ac poenis per canonicas sanctiones inflictis, in quas ipsiproinde misere inciderant. Existimandum porro erat, patratae violationis, auctores per itera tas Nostras monitiones ac querela» abiniquo proposito destituros; praesertim cum universi Catholici Orbis sacrorum Antistites, et fideles cuiusque ordinis, dignitatis etconditionis eorum curae commissi suas nostris expostulationibus adiungentes unanimi alacritate Nobiacum huius Apostolicae Sedia, etuniversalis Ecclesiae iustitiaeque causam propugnandam susceperìnt, cum optime intelligerent, quantopere civilia, de quo agitur, Principatus adliberam supremi Pontificatus iurisdictionem intersit. Verum (horrescentes di cimus 1 ) Subalpinum Gubernium non solum Nostramonita, querela» et ecclesiasticas poenas contempsit, sed etiam in sua persistens improbitate, populari Suffragio, pecuniis, minia, terrorealiisque callidis artibus centra omne ius extorto, minime dubitavit commemoratas Nostras Provincias invadere, occupare et in suampotestatem dominationemque redigere. Verba quidem desunt ad tantum improbandum facinus, in quo plura et maxima habentur facinora. Gravenamque admittitur sacrilegium, quo una simul aliena iura contra naturalem divinamque legem usurpantur, omnia iustitiae ratiosubvertitur, et cuiusque civili» Principatus ac totius humanae Societatis fundamenta penitus evertuntur.
Cum igitur ex una parte non sine maximo animi Nostri doloreintelligamus, irritas futuras, novas expostulationes apud eoa, qui velut aspides surdae obturantes aures «mu nihil hucusque monitis ac questubus Nostris commoti sunt; ex alteravero parte intime sentiamus quid a Nobia in tanta rerum iniquitate omnino postulet Ecclesiae huiusque Apostolicae Sedis ac totiusCatholici Orbis causa, ìmproborum hominum opera tam vehementer oppugnata, idcirco cavendum Nobis est ne diutius cunctando gravissimiofficii Nostri muneri deesse videamur. Eo nempe adducta res est ut illustribus Praedecessorum Nostrorum vestigiis inhaerentes suprema illaauctoritate utamur, qua cum solvere, tum etiam ligare Nobis divinitus datum est; ut nimirum debita in sontes adhibeatur severitas, eaquesalutari ceteris exemplo sit.
Itaque post Divini Spiritus lumen privatis publicisqueprecibus imploratum post adhibitum selectae VV. FF. NN. S. R. E. Cardinaliumcongregationis consilium, Auctoritate Omnipotentis Dei et SS. Apostolorum Petri et Pauli ac Nostra denuo declaramus, eoe omnes, quinefariam in praedictis Pontificiae Nostrae Ditionis Provinciis rebellionem et earum usurpationem, occupationem, invaaionem, et allahuiusmodi, de quibus in memoretis Nostris Allocutiouibus die XX lunii et XXVI Septembris superioris anni conquesti sumus, vel eorum aliquaperpetrarunt, itemque ipsorum mandantes, fautores, adiutores, consiliarios, adhaerentes, vel alios quoscumque praedictarum rerumexequutionem quolibet praetextu et quovis modo procurantes, vel per se ipsos exequentes, Maiorem Excommunicationem aliasque censuras ac poenasecclesiasticas a SS. Canonibus Apostolicis Constitutionibus, et Generalium Conciliorum, Tridentini praesertim (Sess. XXII. Cap. XI,dereform. ) Decretis inflictas incurrisse; et si opus est, de novo Excommunicamus et Anathematizamus, item declarantes, ipsos omnium etquorumcumque privilegiorum, gretiarum et indultorum sibi a Nobis, seu Romania Pontifìcibus Praedecessoribus Nostris, quomodo libetconcessorum amissionis poenas eo ipso pariter incurrisse; nec a censuris huiusmodi a quoquam, nisi a Nobis, seu Romano Pontifice pròtempore existente (praeterquam in mortis articulo, et tunc cum re incidentia in easdem censuras eo ipso quo convaluerint) absolvi acliberarì posse; ac insuper inhabiles et in capaces esse qui absolutionis benefici um consequantur, donec omnia quomodolibetattentata publice retractaverint, revocaverint, cassaverìnt et aboleverint, ac omnia in pristinum statum plenarie et cum effectoredintegraverint, vel alias debitam et condignam Ecclesiae, ac Nobis, et huic Sanctae Sedi satisfactionem in praemissis praestiterint.Idcirco illos omnes, etiam specialissima mentione dignos, nec non illorum successores in officiis a retractatione, revocatione,cassatione et abolitione omnium ut supra attentatorum per se ipsos facienda, vel alias debita et condigna Ecclesiae, ac Nobis, et dictaeS. Sedi satisfactione realiter et cum effectu in eisdem praemissis exbibenda, praesentium Litterarum, seu alio quocumque praetextu, minimeliberos et exemptos, sed semper ad haec obligatos fore et esse, ut absolutionis beneficium obtinere valeant, earumdem tenore praesentiumdecernimus et pariter declaramus.
Dum autem hanc muneris Nostri partem, tristi Nos urgentenecessitate, moe rentes implemus, minime obliviscimur, Nosmetiptos illius hic in terrìs vicariam operam agere, qui non vult mortem peccatoris sed ut convertatur et vivat; quique in mundum venit quaerere, et salvum facere quod perierat. Quapropter io umilitate cordis Nostri ferventissimis precibus Ipsius misericordiamsi ne intermissione imploramus et exposcimus, ut eos omnes, in quos ecclesiasticarum poenarum severitatem adbibere coacti sumus, divinaesuae gratiae lumine propitius illustret, atque omnipotenti sua virtute de perditionis via ad salutis tramitem reducat.
Decernentes, praesentes Litteras, et in eia contentaquaecumque, etiam ex eo quod praefati, et alii quicumque, in praemissis interessehabentes, seu habere quomodo libet praetendentes, cuiusvis status, gradus, ordinis, praeeminentiae, et dignitatis existant, seu aliasspecifica et individua mentione et expressione digni, illis non consenserint, sed ad ea vocali, citati ed auditi causaeque, propterquas praesente emanaverint, sufficienter adductae, verificatae, et iustificatae non fuerint, aut ex alia qualibet causa colore pretextu,et capite, nullo unquam tempore de subreptionis vel obreptionis, aut nullitati8 vitio, intentionis Nostrae, vel interesse habentiumconsensus, ac alio quocumque defectu no tari, impugnari, infringi, retractari, in controversiam vocari, aut ad terminos iuris reduci, seuadversus illas aperitionis oris, restitutionis in integrum aliudve quodcumque iuris, facti, vel gratiae remedium intentari vel impetrari,aut impetrato, seu etiam motu, sci enti a, et potestatis plenitudine paribus concesso, et emanato, quempiam in iudicio, vel extra illud uti,8eu iuvari ullo modo posse; sed ipsas praesentes Litteras semper firmas, validas, et efficaces existere et fore, suosque plenarios etintegros effectus sortiri, et obtinere ac ab illis, ad quos spectat, et prò tempore quandocumque spectabit inviolabiliter, et inconcusseobservari: sicque et non aliter in praemissis per quoscumque iudices ordinarios et delegatos, etiam causarum Palatii Apostolici Auditores,et S. R. E. Cardinales, etiam de Latere Legatos, et Sedis praedictae Nuncios, aliosve quoslibet quacumque praeeminentia et potestatefungentes, et functuros, sublata eis et eorum cuilibet quavis aliter iudicandi et interpretandi facultate et aucto ritate, iudicari, etdefiniri debere; ac irritum et inane, si secus super bis a quoquam quavis auctoritate sci e n ter vel ignoranter contigerit attentari.
Non obstantibus praemissis, et quatenus opus sit, Nostra etCancellariae Apostolicae regula de iure quesito non tollenda, aliisque Constitutionibus et Ordinationibus Apostolicis, nec non quibusvis etiamiuramento, confirmatione Apostolica, vel quavis firmi late alia roboratis statutis et consuetudinibus, ac usibus et stylis etiamimmemorabilibus, prìvilegiis quoque, indultis, et Litteris Apostolicis praedictis, aliisque quibuslibet Personis etiam quacumque ecclesiasticavel mundana dignitate fulgentibus, et alias quomodolibet qualificatis, et specialem expressionem requirentibus sub quibuscumque verborumtenoribus et formis, ac cum quibusvis etiam derogatoriarum derogatoriis, aliisque efficacioribus, efficacissimis, et insolitisclausulis, irritantibusque, et aliis Decretis, etiam motu, scientia, et potestatis plenitudine similibus et consistorialiter, et aliasquomodolibet in contrarium praemissorum concessis, editis, factis ac pluries itera tis et quantiscumque vicibus a p proba ti s, confirmatis,et innovatis. Quibus omnibus et singulis, etiamai prò illorum sufficienti derogatone de illis eorumque totis tenoribus specialis,specifica, expressa, et individua, ac de verbo ad verbum, non autem per clausulas generales idem importantes, mentio, seu quaevis aliaexpressio habenda, aut aliqua alia exquisita forma ad hoc servanda foret, tenores huiusmodi, ac si de verbo ad verbum, nil poenitusomisso, et forma in illis tradita observata, exprimerentur et insererentur, praesentibus prò piene et sufficienter expressis etinsertis habentes, illis alias in suo robore permansuris, ad praemissorum effectum hac vice dura taxat specialiter et expressederogamus, et derogatum esse volumus, ceterisque contrariis quibuscumque non obstantibus.
Cum autem eaedem praesentes Litterae ubique, ac praesertim inlocis, in quibus maxime opus esset, nequeant tute publicari, uti notorie constat, volumus illas, seu earum exempla ad valvas EcclesiaeLateranensis, et Basilicae Principia Apostolorum, nec non Cancellarne Apostolicae, Curiaeque Generalis in Monte Citatorio, et in Aciae CampiFlorae de Urbe, ut moris est, affigi, et publicari, sicque publicatas et affixas omnes et singulos, quos illae concernunt, perinde arctare,ac si unicuique eorum nominatim et personaliter intimatae fuissent.
Volumus autem ut earumdem Litterarum Transumptis, seuexemplis, etiam impressis, manu alicuius Notarii Publici subscriptis, et sigilloalicuius Personae in dignitate ecclesiastica constitutae munitis eadem prorsus fides ubique locorum et gentium, tam in iudicio quam extraillud, ubique adhibeatur, quae adbibe retur ipsis praesentibus, se si forent exhibitae vel ostensae,
Datum Romae apud S. Petrum sub Annulo Piscatoria die XXVImartii anno MDECCLX.
Pontificatus Nostri Anno Decimo Quarto.
Lo + co Sigilli
PIVS PP. IX.
Anno a Nativitate Domini MDECCLX. Indici. III. die vero 29martii Pontificatus SS. in Christo Patris et Domini Nostri Domini PII DivinaPro videntia PAPAE NONI Anno XIV, praesentes Litterae Apostolicae affixae et publicatae fuerunt ad valvas Basilicarum Lateranensis etVaticanue, Cancellariae Apostolicae, ac Magnae Curiae Innocentianae atque in Acie Campi Florae per me Aloisium Serafini Apost. Curs.
Philippus Ossani, Magis. Curs.
Leviamo dalla Gazzetta Ufficiale del Regno, del 18 di marzo la relazione dell'arrivo in Torino del cavaliere Farini,sfrondandola da certe frasi officiali che non dicono bene nel nostro giornale.
È giunto in Torino il cavaliere Luigi Carlo Farini perpresentare a S. M. i documenti del suffragio universale delle popolazioniparmensi, modenesi e romagnole. La stazione della ferrovia di Genova era stata elegantemente adobbata. Piazza Cariò Felice, Via di PortaNuova, Piazza S. Carlo, via Nuova e Piazza Castello erano parate di vessilli e di arazzi ai colori nazionali. La milizia nazionale facevail servizio d'onore.
Alle 12 1|4 il cav. Farini è arrivato. Lo ricevevano allaStazione il Sindaco e la giunta municipale di Torino, ed accompagnato dal primo magistrato municipale si recava in carrozza scoperta ali 'Albergo Trombetta. '
Poco prima delle 4 il marchese di Breme, senatore del regno egran mastro delle cerimonie, si recava in carrozza di Corte ali 'Albergo Trombetta, e conduceva il cav. Farini al Palazzo Reale, dove lo introduceva alla presenza di S. M. il Re.
Il cav. Farini ha pronunziato il seguente discorso:
«Sire!
«Ho l'onore di deporre nelle mani di Vostra Maestà i documentilegali del suffragio universale dei popoli dell'Emilia.
«La Maestà Vostra, che ne sentì pietosamente le grida di dolore, ne accolga benignamente il pegno di gratitudine e di fede.
«Appagati de' legittimi voti, quei popoli, o Sire,non avranno altro desiderio che quello di benemeritare della Maestà Vostrae dell'Italia emulando nelle civili e nelle militari virtù gli altri popoli della Vostra Monarchia Costituzionale».
S. M. il Re si è compiaciuto rispondere:
«La manifestazione della volontà nazionale, di cui Ella miarreca l'autentica testimonianza, è così universale e spontanea che riconfermaappieno al cospetto dell'Europa, e in tempi e condizioni diverse, il voto espresso altre volte dalle assemblee dell'Emilia. Tale insignemanifestazione mette suggello alle prove d'ordine, di perseveranza, di amor patrio e di saggezza politica, che in pochi mesi meritarono a queipopoli la simpatia e la stima di tutto il mondo civile.
«Accetto il solenne loro voto, e di quind'innanzi mi glorieròdi chiamarli miei popoli.
«Aggregando alla Monarchia costituzionale di Sardegna epareggiando alle altre sue provincie non solo gli Stati Modenesi e Parmensi, ma eziandio le Ro magne che già ai erano da se medesime separate dalla signoria Pontificia, io non intendo di venir meno aquella devozione verso il capo venerabile della Chiesa, che fu e sarà sempre viva nell'animo mio. Come principe cattolico e come principeitaliano io sono pronto a difendere quella indipendenza necessaria al supremo di lui ministero, a contribuire allo splendore della sua Cortee a prestare omaggio all'alta sua sovranità.
Il Parlamento sta per adunarsi. Questo accogliendonel suo seno i rappresentanti dell'Italia centrale insieme con quelli delPiemonte e della Lombardia, assoderà il nuovo Regno e ne assicurerà viemaggiormente la prosperità, la libertà e l'indipendenza.
S. M. il Re è salito sul trono, avendo a suo fianco S. A. R.il Principe di Carignano, e circondato dagli EE. Cavalieri dell'ordinesupremo della SS. Annunziata, dai Ministri di Stato, dai Ministri Segretari di Stato, dai componenti il Ministero precedente, dal PrimoPresidente e dai Presidenti di sezione dei Consiglio di stato, dal Primo Presidente e Presidenti di sezione della Corte dei Conti, dalPrimo Presidente, Presidenti di classe ed Avvocato Generale della Corte di Cassazione, del Primo Presidente, Presidenti di classe ed AvvocatoGenerale della Corte d'appello, dal Presidente del Tribunale di Circondario, ed Avvocato Fiscale Provinciale, dal Presidente delTribunale di Commercio, dal Rettore della R. Università, dai Presidi delle, varie Facoltà, dal Primo Segretario del G. Magistero e PrimoUffic. dell'ordine Mauriziano, dai segretari generali e Direttori gen. dei Ministeri, dal Governatore e Vice Governatore della provincia diTorino, dal Sindaco e dalla Giunta Municipale della città, dal Generale della Guardia Nazionale e dal Capo di Stato-Maggiore, dagli Uffizialigenerali dell'Esercito e dai Componenti la Real Corte.
S. M. il Re ha quindi firmato il Decreto, con cui a cominciareda oggi le Provincie dell'Emilia sono dichiarate parte integrante delnostro Stato. Una salve di 101 colpi di cannone ha dato annunzio al pubblico, che in gran folla era raccolto in Piazza Castello e nelcortile della Reggia, del grande atto che si compiva.
Il cav. Farini era ricondotto all'Albergo in carrozza diCorte.
VITTORIO EMANUELE II
re di Sardegna, di cipro b di Gerusalemme, ecc. ecc. ecc.
Visto il risultamento della votazione universale tenutasinelle Provincie dell'Emilia, dalla quale risulta essere generale volo diquelle popolazioni di unirsi al nostro Stato;
Udito il Nostro Consiglio dei Ministri;
Abbiamo decretato e decretiamo:
Art. 1° Le Provincie dell'Emilia faranno parte integrantedello Stato dal giorno della data del presente decreto.
Art. 2. Il presente decreto verrà presentato al Parlamento peressere convertito in legge.
I nostri Ministri sono incaricali dell'esecuzione del presentedecreto, il quale, monito del sigillo dello Stato, sarà inserto nella Raccolta degli Atti del Governo e pubblicato nelle Provinciedell'Emilia.
Dat. Torino, addì 48 marzo 1860.
VITTORIO EMANUELE
Il Presidente del Consiglio per gli Affari Esteri e Reggenteil Ministero dell'Interno
C. CAVOUR. Il Ministro di Grazia e Giustizia
G. B. CASSINIS. Il Ministro di Guerra e Marina M. FANTI. IlMinistro delle Finanze F. S. VEGEZZL Il Ministro dell'Istruzione Pubblica T. M AMI ANI. Il Ministro dei Lavori Pubblici JASINI.
Poiché la Perseveranza, la Gazzella di Milano, il Movimento di Genova, ecc. pubblicarono la protesta del duca di Modena, crediamolecito anche a noi di ristampare questo documento. Il Movimento vi premette alcune parole, per dire che il linguaggio di Francesco Vnon dee sorprendere, perché egli è nato e cresciuto nel mondo del diritto divino. La Gazzetta di Milano dopo di aver chiamato Francesco V ex-duca di Modena, chiama la suaprotesta protesta Modenese.
NOI FRANCESCO
Arciduca d'Austria, principe Reale d'Ungheria e di Boemia
Per la grazia di Dio
Duca di Modena, Reggio, Mirandola, Massa, Carrara, Guastalla,ecc. ecc.
I fatti 8opraggiunti negli ultimi giorni d'aprile 1859 nelgranducato di Toscana, e l'atteggiamento della Sardegna, divenuta allora più apertamente ostile a nostro riguardo, avendoci costretto aconcentrare le nostre forze militari, allontanandole da quella parte del Ducato che è limitrofa tra quei due Stati, noi protestammo, il 14maggio 1859, contro l'iniqua usurpazione di quelle provincie che il governo piemontese non tardò a compiere immediatamente dopo la partenzadelle nostre truppe.
Gli avvenimenti della guerra in Lombardia, la rivoluzione digià consumata a Parma, l'imminenza di quella delle legazioni, la violazionedel nostro territorio dal lato della frontiera di Toscana dalle truppe francesi, ci costrinsero a ritirarci colla maggior parte delle nostretruppe dal resto dei nostri Stati, convinto dell'impossibilità di mantenervici Come sovrano indipendente a fronte dei nostri nemici,immensamente superiore in numero e in mezzi.
La fazione rivoluzionaria, diretta e sostenuta in ogni guisadal governo sardo, giunse a rovesciare la reggenza da noi istituita connostro decreto in data dell’11 giugno 1859; e un commissario piemontese s'impossessò ben tosto del potere e si pose alla testa della rivolta.Allora noi pubblicammo a Villafranca, il 22 giugno 1859, una seconda protesta, nella quale, pure segnalando le spogliazioni commesse dalgoverno di Sardegna a pregiudizio dei nostri diritti di sovranità, noi ce ne riportammo alle dichiarazioni già emesse sulla nullità degli attiemanati da qualunque siasi governo al potere dei nostri Stati che da noi non venisse, e ce ne appellammo alle Corti amiche alleate.
L'armistizio di Villafranca avendo messo un termine alleostilità tra l'Austria e la Francia, le Potenze belligeranti stabilirono ipreliminari di pace, che in seguito col trattato di Zurigo furono portati all'altezza di stipulazioni solenni, e, tanto nei primi quantonel secondo, fu apertamente e incontestabilmente convenuto il ristabilimento della nostra sovranità, in guisa che i nostri dirittin'ebbero una luminosa ed ulteriore sanzione.
Tutti sanno come il governo francese incagliò, co' suoi atti ecolle sue interpretazioni, la possibilità della nostra ristorazione, e come il governo sardo, quantunque segnatario anch'egli del trattato diZurigo, continuò slealmente per mezzo de' suoi organi e de' suoi rappresentanti, qualunque fosse il loro nome; a disporreda padrone del nostro Stato e ad assimilarlo al suo.
Il recente decreto d'annessione, che si dà la premura di farcomparir come fosse la conseguenza di votazione in virtù d'un supposto suffragio universale, e che stendendosi all'Emilia abbraccia anche inostri Stati, mette il colmo alla serie degli atti ingiusti ed illegali, coi quali si giunge a toglierci la sovranità di coi abbiamoil retaggio dai nostri antenati dopo che questi l'avevano esercitata da parecchi secoli: sovranità che in seguito ad avvenimenti analoghi aifatti attuali, fa, nel trattato di Vienna del 1815, riconosciuta e reintegrata in favore della nostra famiglia da tutta l'Europa allorafelicemente coalizzata e trionfante della rivoluzione.
Crediamo adunque adempiere ad uno dei più sacri doveriprotestando, come protestiamo ancora una volta in faccia all'Europa, contro un simile atto che infrange i nostri diritti, basato com'è sullaviolenza, e dopo che si profittò delle vittorie d'un potente alleato per giungere ad un ingrandimento da lunga mano anelato e preparato conmezzi dolosi ed ingannevoli; contro un atto basato sopra un principio opposto a qualunque sistema dinastico; contro un atto insomma chedifetta nella sua esecuzione di ogni garanzia di buona fede, stante che è stato concepito, 8eguito e controllato da quelli medesimi che avevanoescluso il voto in favore del potere legittimo e preesistente; da quelli, diciamo, che, appoggiati ad una numerosa forza armatacostantemente tenuta nei nostri
Stati, impiegarono l'inganno, l'intimidazione onde esercitareuna pressione opprimente sul voto popolare.
Le truppe fedeli che ci seguirono sul territorio di S. M.l'Imperatore d'Austria, il quale le ha accolte in una maniera così generosa ed ospitaliere; queste truppe che non cessano di serbare unafede ed una devozione incrollabile; il numero delle persone distinte, che colla loro volontaria emigrazione protestarono contro ilcambiamento di denominazione dei nostri Stati; il numero ancore più grande di quelli che subirono la prigionia, vessazioni d'ogni maniere ela perdita dei loro impieghi, oche diedero spontaneamente la loro demissione dalle pubbliche cariche, esponendosi alle privazionipiuttosto che rinnegare ai loro principii o mancare ai loro doveri di sudditi fedeli, l'allontanamento di qualsiasi partecipazione alleattuali condizioni, col quale la gran maggioranza delle classi più elevate di Modena ed il clero si distinsero; finalmente le frequentimanifestazioni di fedeltà che si manifestarono nelle campagne, nonostante l'attivissima sorveglianza, e sebbene fossero immediatamenterepresse, sono altrettante prove che questo preteso suffragio universale, al quale l'usurpazione sarda vuol dare un'apparenza dilegalità, non è che il risultato di quella perfidia e di quel costringimento, che distinsero sino dal principio la condotta delgoverno piemontese e de' suoi adepti.
Questa solenne dichiarazione, che noi facciamo anche per inostri successori, ha principalmente in mira di protestare contro qualunqueattacco ai diritti della sovranità, che per ordine di discendenza ci competono, e che dalle Potente europee sono stati sanzionati egarantiti. Protestiamo ancore contro le spogliazioni subito, contro le usurpazioni consumate, contro il suffragio universale a tal fineadottato o simulato, contro i danni che ne abbiamo patiti e contro quelli che ancore avremo a patirne, finalmente contro le perdite ed ipregiudizi, ai quali, in conseguenza di tali atti ingiusti ed illegali, potrebbe essere esposta la parte fedele dei nostri sudditi.
Abbiamo ricorso e ci spelliamo ancore una volta alle Potenzegaranti dei trattati, sicuri, come siamo, che non ammetteranno mai né il diritto del più forte, nè la teoria del supposto suffragiouniversale; poiché un tale principio, quantunque presentemente applicato ad un piccolo Stato (i cui diritti per altro sodo tanto sacriquanto quelli dei più grandi) potrebbe in seguito per analogia di ragione estendersi a tutti gli altri, e attaccare così tutte lemonarchie dell'Europa.
Penetrato dei sentimenti del nostro dovere verso i nostrisudditi fedeli, dichiariamo finalmente che le avversità non ci faranno mairinunciare ai nostri diritti di sovranità sui nostri Stati; e, convinto così di disimpegnarci degli obblighi che la Provvidenza divina ci haaffidati, attendiamo i futuri avvenimenti, fermi nella speranza che la giustizia di Dio metterà un termine alle macchinazioni, delle quali gliStati ed i popoli sono le vittime, assicurando un giorno il trionfo della buona causa.
Vienna, 22 marzo 1860.
Firm. Francesco.
Nella pubblicazione di certi documenti siamo costretti, nostromalgrado, ad aspettare che i giornali ministeriali ci precedano, giacché, essendo noi in balìa del ministero, non sappiamo ornai ciò chesia lecito pubblicare o ciò che si debba tacere. Il Journal des Débats recava la protesta della S. Sede contro l'incorporazione delle Romagneal Piemonte, ed oggidì trovandola noi ristampata dall'Opinioni, crediamo di poterla ripubblicare.
A coloro che ridono di tali proteste inermi ricordiamo ciò cheCesare Balbo diceva nella Camera dei Deputati, il 28 di febbraio del 1849, alludendo a Pio VII ed al primo Napoleone: «Quel protestare e nonriconoscere e non cedere mai di quel Papa, quei Cardinali, quei Prelati, quei Preti allora c03ì disprezzati, furono quelli che mirivelarono la vigoria di quella istituzione cadente in apparenza». Ora si legga: più tardi si vedrà che Balbo diceva giusto.
Dal Vaticano, 24 marzo.
Le mene del partito rivoluzionario, diventato più audacedurante l'ultima guerra, hanno raggiunto lo scopo, al quale esso aspirava dalungo tempo: la ribellione degli Stati centrali della Penisola e delle Romagne, e l'ingrandimento del Piemonte mediante la spogliazione deiprincipi legittimi. In mezzo a questi dolorosi avvenimenti la fiducia che alti riguardi per la religione e la giustizia avrebbero posto unargine al progresso del male, non diminuiva punto nell'animo del Santo Padre. Ciò non ostante, non si tenne conto de' più sacridiritti, e si mandò ad effetto la spogliazione di Una porzione dei dominii dellaSanta Sede. Con un decreto fatto a Bologna il primo giorno di questo mese, i popoli dell'Emilia furono obbligati ad esprimere il loro votoin favore del Piemonte. Tutti i mezzi, tutte le violenze e mille astuzie ai posero in opera, affinché il voto risultasse corrispondenteallo scopo premeditato. Coll'accettazione del 18 marzo il re Vittorio Emanuele pose il colmo al dolore del Santo Padre, che vide la Chiesaspogliata del suo dominio temporale da un principe cattolico, erede del trono di monarchi illustri per la loro santità.
Il Santo Padre, mosso dall'obbligo che gli incombe dicustodire e difendere il diritto della sovranità temporale, ha dato ordine alsottoscritto segretario di Stato di protestare contro la violazione dei diritti incontestabili della Santa Sede, che S. 8. intende mantenerenella loro integrità, non riconoscendo e dichiarando nullo, e con ciò usurpatorio e illegittimo quanto si fece e si farà in quelle provincie.
Il movimento de' cattolici, che si è manifestatofino dai primi attentati contro il dominio temporale, persuade il Santo Padreche i sovrani non vorranno riconoscere questo atto di usurpazione sacrilega e fraudolenta.
Il Segretario di Stato pregando V. S. di portare a cognizionedel suo governo questa protesta, deve pure aggiungere che il Santo Padrespera che non gli mancherà la cooperazione del vostro governo, perché abbia un giorno a cessare la spogliazione, contro la quale reclamaaltamente il diritto delle genti.
Leggesi nell'Opinione: e Riceviamo la protesta della duchessaMaria Luisa contro l'annessione di Parma, che ci affrettiamo a pubblicare.
Noi Maria Luisa di Borbone, reggente pel ducaRoberto I gli Stati Parmensi.
«In virtù dei fatti or ora compiutisi negli Stati del ducaRoberto nostro amato figlio, e risguardando particolarmente ai pretesi voti emessi illegalmente nei giorni 41 e 12 del marzo scorso, eall'usurpazione degli Stati stessi in oggi consumata per la loro annessione allo Stato vicino,
«Noi consideriamo come sacro il dovere di elevare di nuovo lenostre proteste.
«Noi protestiamo dapprima.
«Contro il preteso diritto di dedizione, proclamato in favoredelle popola zioni, nuovo incoraggiamento messo in opera per sottrarle all'obbedienza dei governi costituiti.
«Contro i procedimenti del Re di Sardegna per ottenere ad ognipreso io suo favore le manifestazioni delle popolazioni del ducato.
«Contro la violenza imposta dagli agenti del governopiemontese al popolo parmigiano. Conosciamo di lunga mano i veri sentimenti degliabitanti del ducato; ne abbiamo avute assai prove in memorabili circostanze durante la nostra reggenza, ed anche negli ultimi tempi:sono essi di attaccamento all'autonomia del paese, di fedeltà al loro sovrano legittimo. Egli è sotto l'intimidazione delle minaccio, sottola corruzione del raggiro e l'oppressione del terrore; egli è in conseguenza dei giuramenti al re Vittorio Emanuele stati imposti sottopena di destituzione agli impiegati d'ogni sfera nell'amministrazione: egli è per Io scoraggiamento generale cagionato dai nove mesi diprocurate incertezze e di sofferenze perigliose. Egli è con questi mezzi che si poterono strappare da un numero considerevole di individuile manifestazioni di un suffragio già anteriormente falsato. Opera dell'estero, contraria agli interessi permanenti delle popolazioni comeai diritti della sovranità, all'indipendenza dello Stato, queste manifestazioni non ponno avere alcun valore morale, e perciò ledichiariamo nulle e di niun effetto.
«Noi protestiamo in seguito
«Contro l'annessione degli Stati del nostro amatissimo figlioai dominii della Casa di Savoia, che questa ha di presente accettata ecompiuta, e pertanto non protestiamo meno
«Contro gli atti di accettazione e presa di possesso dei dettiStati che
«Contro chiunque co' suoi consigli od aiuti ha concorso apromuoverla e ad effettuarla.
«Quest'annessione è una violazione flagrante dei trattatieuropei, di tutti i principii di diritto delle genti e della inviolabilità degli Stati e delle corone.
«Quest'annessione non potrebbesi mai ripetere come unaconseguenza legittima della guerra; e noi intendiamo respingere sempre e sovratutto gli erronei ragionamenti che vennero architettali dalgoverno piemontese, falsando il senso dei trattati puramente difensivi tra il ducato di Parma e l'Austria, e snaturando i fatti per trarre ilducato alla condizione di Potenza belligerante nel conflitto insorto fra l'Austria da una parte, la Francia ed il Piemonte dall'altra, ecosì procacciarsi un titolo apparente e farne soggetto di conquista.
<Ognuno perfettamenteconosce che dal momento in cui la guerra è stata dichiarata, la nostra condotta irrevocabile e i nostri perseveranti sforzi non hanno avutoaltro scopo che quello di tutelare al possibile l'indipendenza ed il benessere dei nostri popoli, serbandosi in un'attitudine di neutralità.Questa neutralità, quale la permettevano i trattali, ma però vera e legittima, venne violata per l'entrare delle truppe estere aPontremoli. Noi abbiamo protestato allora; e non ci siamo allontanali dagli Stati nostri, se non quando le nostre proteste non sono state piùsufficienti a proteggere i sacri diritti di nostro figlio.
«La nostra neutralità a' appoggia a solidi argomentidi diritto e di fatto, che valsero a far riconoscere e riservare neltrattato di Zurigo il diritto del Duca di Parma. Essa è, cionullameno, sempre superiore alle condizioni ed alle vicissitudini di queltrattato. Basata nel diritto delle genti, non è soggetta a perire.
«Ora il diritto del duca Roberto sugli Stati di Parma èantico, riconosciuto, riconfermato ed intiero. Fu garantito dalle Potenzeeuropee coi trattati del 1815 e 10 giugno 1817. Ottenne implicitamente conferma dal Re di Sardegna pei trattati internazionali seguiti daquell'epoca in poi, e notevolmente pel trattato di pace stipulato tra l'Austria ed il Piemonte, il 6 agosto 1849, al quale il duca di Parmaper l'art. 5 fu invitato]ad aderire, ed ha aderito. Esso non può, secondo i principii riconosciuti finora e propugnati in Europa, esseresurrogalo da un preteso diritto di suffragio popolare; meno ancora dal diritto illimitato dei popoli di darsi ad un sovrano estero.
«Per conseguenza l'offerta degli Stati di Parma che il governopiemontese ha procacciata al Re di Sardegna con mezzi rivoluzionari, la loro accettazione e la loro annessione or consumata pel decreto del reVittorio Emanuele del 18 marzo 1860 sono atti di colpevole e odiosa spogliazione a detrimento del nostro amatissimo figlio il duca RobertoI e suoi successori.
E noi, madre, tutrice e reggente, riprotestiamo,nell'interesse della nostri dinastia e della popolazione degli Stati di Parma, controtutti i suddetti atti ingiusti, come contro tutte le loro conseguenze.
E senza attendere l'esame, a cui le Potenze d'Europapotrebbero sottomettere anche per l'art. 9 del trattato di Zurigo, le nuovecondizioni fatte all'Italia, noi ci appelliamo alle dette Potenze, chiediamo il loro appoggio, e ci rimettiamo con confidenzaalla loro equità, e alla giustizia di Dio.
La presente protesta sarà notificata a tutte le Potenzesegnatane dei trattati del 1815 e 1817, così come alle altre Corti amiche.
Zurigo; 28 marzo 1860.
Luisa m. p.
L'Austria ha fatto presentare alla nostra Corte una protestacontro le recenti annessioni, trasmettendola poi a tutte le Corti d'Europa accompagnala da una circolare. Ecco la circolare e la protesta:
Vienna, 25 marzo 1860.
Nel corso dall'anno passato noi ci trovammo parecchie volteobbligati a richiamare la seria attenzione dei gabinetti sugli atti del governo piemontese, che tendevano ad una violenta perturbazione delloStato territoriale esistente in Italia e dei trattati che costituiscono la base del diritto pubblico in Europa.
Questi atti ebbero la loro conclusione nei decreti di S. M. ilRe di Sardegna, delli 18 e 22 corrente, in forza dei quali gli Stati diToscana, Modena, Parma e Romagna vennero annessi al Piemonte.
L'Imperatore, nostro augusto signore, limitandosi per ora (dans ce moment) a protestare contro questi alti, i quali non solo distruggonol'organamento politico d'Italia, a fondare il quale concorsero tutte le Potenze europee nei negoziati dell'anno 1815, ina costituisconoeziandio tante flagranti violazioni dei diritti guarentiti in specialità all'Austria dai predetti trattati, è persuaso di dar provadi una moderazione, la quale senza dubbio sarà apprezzata dai governi ai quali sta a cuore la conservazione della pace generale.
Noi abbiamo protestato contro i predetti decreti d iannessione mediante la inchiusa nota, che sarà trasmessa al gabinetto di Torinodalla cortesia della regia legazione prussiana.
Io prego V. S., sig........ a leggere questo dispaccio e lanota inclusa al signor ministro degli affari esteri ed a rilasciarglienecopia. Aggradite, ecc.
Firm. Recheberg.
Al corte Brassier de Saint Simon a Torino.
Vienna, 25 marzo 1860.
Con decreti di S. M. il Be di Sardegna, in data 18 e 22 corr.,gli Stati di Parma, Modena, Toscana e Romagna vennero annessi al Piemonte.
Considerando che per l'articolo 98 detratto finale delCongresso di Vienna del 9 giugno 1815, i diritti di successione e diriversibilità appartenenti alle famiglie arciducali austriache rispetto al ducato di Modena, Reggio e Mirandola, come pure ai principati diMassa e Carrara, vennero mantenuti intatti; — che per l'art. 7 del trattato di Parigi del 40 giugno 1817, conchiuso tra le cortid'Austria, di Spagna, di Francia, della Granbretagna, di Prussia e di Russia, in esecuzione dell'art. 99 del predetto atto finale delCongresso di Vienna, venne espressamente confermata la riversibilità dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, come alava convenuta neltrattato austro-sardo del 20 maggio 1815, perii caso di estinzione della linea dell'infante Don Carlo Lodovico: — che, con un articolo deipreliminari di Vienna, 3 ottobre 1735, confermato dal trattato definitivo del 28 agosto 1736, il granducato di Toscana venneguarentito alla Casa di Lorena, quale compendo per il grande sacrificio da essa fatto colla cessione degli antichi suoi Stati: — che l'articolo100 dell'atto del Congresso di Vienna ha confermate quelle disposizioni e quelle garanzie; — che per i preliminari di Villafranca, ai quali hapreso parte S. M. Sarda, venne stabilito che il Granduca di Toscana ed il Duca di Modena avessero a ritornare nei loro Stati; che, per l'art.19 del trattato di pace conchiuso a Zurigo, il 10 novembre 1859, tra l'Austria e la Francia, vennero espressamente riservati i diritti delGranduca di Toscana, del Duca di Modena e del Duca di Parma;
Considerando finalmente che i predetti decreti di annessionesono in diretta opposizione al complesso di queste disposizioni;
L'Imperatore, mio augusto Sovrano, non fa che usare di unevidente diritto, e non adempie se non ad un imperioso dovere, protestando solennemente contro i detti decreti e contro tutte leconseguenze che potessero derivare dai medesimi a danno dell'augusta sua Casa e de' suoi Stati, e riservandosi espressa mentetutti i diritti guarentiti all'Austria in questo proposito dai trattatieuropei.
Io ho l'onore di pregare l'E. V. di voler partecipare alsignor Presidente del Consiglio di Sua Maestà Sarda questo dispaccio,lasciandone copia.
Aggradite, ecc.
Firm.: Rechberg.
Pubblichiamo la protesta del Granduca di Toscana contro leannessioni. È un importantissimo documento per la storia de' nostri tempi.
«Sino a tanto che, nel doloroso periodo trascorso dal 27aprile 1859 sino ad oggi, ci fu dato sperare che il vero amore della patria,il sentimento del giusto e dell'onesto, il rispetto dei trattati, la parola del sovrano riuscirebbero ad arrestare il corso dell'operaperturbatrice, che, sotto il pretesto della felicità dell'Italia è sul punto di comprometterla nella più seria guisa, ci siamo con tutto ilriguardo astenuti d'intervenire in questo grave dibattimento, sicuro che la prima parola che avremmo indirizzata al nostro popolo, sarebbeuna parola d'intiero obblio del passato e di reciproca felicità per l'avvenire.
«Ma gli atti compiuti dall'abile cospirazione che, all'ombradel trono della Savoia, ha inviluppalo nelle sue reti tutta l'Italiacentrale e sacrificato ad una ambizione dinastica quanto vi è di più sacro sulla terra, c'impongono il dovere d'innalzare la nostra voce disovrano italiano e d'appellarsene alle Potenze europee, tanto nell'interesse dei nostri diritti violati, quanto in quello dei nostriamati Toscani e dell'intiera nazione.
«Quando nei primi giorni del 1859 i dissensi tra la Francia ela Sardegna da una parte, e l'Austria dall'altra, furono giunti al puntoche dovevasi considerare probabile l'apertura delle ostilità, il governo granducale, fedele alla politica già da lui seguita in analoghecircostanze, propose ai gabinetti di. Vienna, di Parigi e di Londra la neutralità del suo paese, la quale, dalla prima accettata, era in viad'essere riconosciuta dagli altri, quando sopraggiunsero gli avvenimenti del 27 aprile.
«All'azione diplomatica venne allora a sostituirsi l'azionerivoluzionaria da lunga mano preparata dal governo piemontese, come lo constata l'arrivo a Firenze, alla vigilia del 27 aprile nella sera enel mattino di detto giorno, d'individui, i quali, allora al servizio sardo, vennero a dirigere la rivoluzione e prendere il comando delletruppe del granducato.
«Il nostro augusto padre, il granduca Leopoldo II, si trovò intal guisa ad un tratto in faccia alle imperiose esigenze della rivoluzione. Egli comprendeva che la sorte della guerra di giàdichiarata non dipendeva punto del tutto dall'atteggiamento della Toscana, e che la neutralità reclamata avrebbe meglio garantiti gliinteressi dello Stato qualunque fosse l'esito di quella gran lotta. Cionondimeno desiderando di evitare le discordie intestine, chiamò a sèil marchese di Lajatico, che la voce pubblica designava come l'uomo più accettabile per riuscire ad una conciliazione, lo incaricò dellaformazione del nuovo gabinetto e gli affidò la condotta politica interna ed esterna, che in sì gravi congiunture gli sembrasse la piùconveniente. Il marchese di Lajatico accettò la missione e uscì dal palazzo Pitti col mandato di compierla.
«Il luogo e i consiglieri che andò a consultare per rispondereall'atto di fiducia del suo sovrano, furono la legazione di Sardegna ed i capi dell'insurrezione che vi avevano stabilito il loro quartieregenerale.
È là che si dellberò la dimanda di abdicazione di S. A. I. eR. il granduca Leopoldo II; e il marchese di Lajatico, il quale, comemandatario del principe, doveva difendere e mantenere la sua autorità, non credette mancare facendosi latore della nuova proposizione.
«La dimanda d'abdicazione formolata nel momento istesso, incui il principe accedeva alle esigenze messe avanti dai fautori dellarivoluzione, lo mise in uno di quei casi supremi, in cui non si può prender consiglio che dalla propria dignità, la cui difesa implicaquella degli interessi reali della nazione.
«S. A. I. e R. ricusò d'accettare queste ingiurioseproposizioni, e dopo aver protestato davanti al corpo diplomatico contro la violenzache gli era stata fatta, prese il solo partito possibile nella sua situazione, quello cioè di ritirarsi da un paese ove gli s'impedival'esercizio della sua autorità sovrana, e ove gli era interdetto di pubblicare i suoi decreti.
«Gli avvenimenti della guerra riuscirono all'armistizio ed aipreliminari della pace di Villafranca, li quali, espressamente acconsentiti da S. M. il Re di Sardegna, portavano che i sovraniallontanati dalla rivoluzione rientrerebbero nei loro rispettivi stati, per far parte di una Confederazione italiana, che farebbe entrare lanazione nel diritto pubblico europeo.
«Allora, nel nobile desio di cancellare la traccia d'antichidissensi e per togliere qualunque protesta agli agenti di discordia, S. A. I. il duca Leopoldo II abdicò liberamente la corona il 25 luglio, equasi tutta l'Europa ci riconobbe come sovrano legittimo della Toscana. Da quel giorno siamo stati investiti di un sacro diritto, ed avevamoconsacrata tutta la nostra vita all'amato nostro popolo di Toscana, il cui avvenire era ormai garantito dai saggi provvedimenti di libertàinterna e d'organizzazione federale contenuti nel programma di S. M. l'imperatore Napoleone.
«Il trattato di Zurigo, firmato da S. M. il Re di Sardegna,venne ad aggiungere una nuova consacrazione ai diritti riconosciuti aVillafranca, ma tra i preliminari di Villafranca e le stipulazioni di Zurigo avvenne un nuovo fatto. Le autorità rivoluzionarie dellaToscana, docili schiave del governo ambizioso, dal quale traevano la loro illegale origine, avevano di già proceduto alla convocazione diuna assemblea destinata a votare arbitrariamente l'annessione della Toscana al Piemonte.
«Così travolgendo tutti i principii del diritto pubblico, ungoverno che la parola e la firma del suo Re obbligavano a prestarci il suo appoggio, o almeno a serbare verso noi una stretta neutralità,disconosceva i sacri doveri della sua posizione fino a suscitare contro il ristabilimento della nostra legittima autorità una manifestazionefaziosa, di cui doveva raccogliere i frutti; e mentre l'imperatore Napoleone, fedele alle sue promesse, porgeva dinanzi al corpolegislativo e in faccia all'Europa consigli di moderazione e di prudenza al suo reale alleato, questi, profittando della presenzadell'armata francese, che fece passare in faccia al mondo come complice delle sue usurpazioni, proseguiva sino all'estremo la sua politicainvaditrice e astuta, il cui ultimo termine doveva essere l'annessione.
«In presenza a simili fatti non possiamo più tacere. Noi dovevamoprotestare e protestiamo a tutt'uomo di nostra convinzione contro atti colpiti di nullità nel loro principio e nelle loro conseguenze.
«Protestiamo contro la violazione dei trattati, contro indegnemanovre riprovate dalla scienza pubblica.
«Protestiamo contro questo nuovo procedere di usurpazioneterritoriale per mezzo d'assemblee popolari che, se fossero ammesse nel diritto delle nazioni, scuoterebbero tutti i fondamenti, sui qualil'indipendenza di ciascun Stato e l'equilibrio della società europea riposano.
«Ce ne appelliamo a tutti i sovrani dell'Europa personalmentenella nostra causa interessati.
«Ce ne appelliamo alla rettitudine dell'imperatore deiFrancesi, il quale non ha potuto vedere senza profondo rammarico la riuscita diquelle colpevoli imprese consumate all'ombra del suo nome e della sua spada.
€ Ce ne appelliamo particolarmente a voi, nostri amatiToscani, che, per più di un secolo, avete goduto sotto il governo di nostrafamiglia una prosperità di cui eravate giustamente alteri, imperocché era opera vostra, poiché era il risultato della vostra fedeltà e delvostro attaccamento alle vostre istituzioni.
«Se in questi ultimi tempi si è potuto traviare le vostrementi e sorprendere la vostra buona fede, egli é persuadendovi che l'annessioneal regno di Sardegna vi renderebbe pili forti e proteggerebbe più fermamente la vostra indipendenza.
«Disingannatevi su questo punto.
«Per difendere la sua indipendenza contro i vostri possentivicini, l'Italia non ha altra forza che l'azione morale del diritto pubblico o l'accordo di tutta la nazione. Ma siffatto accordo da sìgran tempo desiato, lo rendete voi medesimi impossibile partecipando alla formazione di uno Stato centrale che di già sveglia le giustediffidenze d'una parte dell'Italia e prepara un funesto antagonismo. Voi separate la nazione invece di riunirla; e il giorno in cuil'ambizione e la violazione vorranno tentare al mezzogiorno ciò che è riuscito al centro, la guerra civile dilanierà ancora una volta lenostre contrade, e la sventurata Italia ritornerà ad essere preda delle invasioni.
«Se la Provvidenza sembrava avere riservata alla nostranazione, tra tutte la gloriosa missione di ravvicinare tutti i membri dellapatria comune, di formarne un sol fascio e d'inaugurare in somma la Confederazione italiana, è a voi, o Toscani, che questo compito eracertamente devoluto. Invece, coll'annessione diventate i membri d'un nuovo Stato, il cui spirito particolarmente amministrativo e militareniente ha di comune colla grandezza dei vostri ricordi, e Firenze, la città delle arti, la regina letteraria dell'Italia non sarà più che uncapoluogo d'un dipartimento piemontese.
«Ma, grazie a Dio, la ragione del popolo non può restare alungo pervertita a questo punto: questi subitanei cambiamenti apportati nellavita delle nazioni dall'errore e dall'intrigo, non potranno avere conseguenze durevoli; e la vostra virtù ritemperata nel dolore chel'annessione vi prepara, vi assicura più tardi migliori destini.
«Nel mio triste esiglio, cari ed amati Toscani, serbo lamemoria di tutte le testimonianze d'affetto e di rispetto da voi ricevuti; anche da lungi assisto eprendo parte alle vostre sofferenze. Ringrazio dal fondo del mio cuore i molti amici che danno ogni giorno nuove prove del loro inalterabileattaccamento ai miei interessi, e della loro confidenza nello avvenire.
«Verrà giorno, in cui l'ingiustizia che mi ha colpito avrà il suotermine, e quel giorno mi troverà pronto a consacrarvi tutte le forze della mia esistenza. «Dresda, 24 marzo 1860.
«Ferdinando».
(Pubblicato l'11 aprile 1860).
1.
Lors de la discussion d'une pétition sur l’échelle mobile leSénat continua la discussion à un'autre séance. Il ne serait pas convenable que la discussion actuelle fut circonscrite à une demi-séance. Plusieurs orateurs inscrits n'ont pas pris la parole; différentes questions, quin'ont pas été abordées, peurrait être traitées... Il serait intéressant d'entendre à leur tour les militaires qui avaient demandés à prendrepart à la discussion: ces généraux ont été à Rome, ils connaissent l'état de l'Italie»
(Le Marquis de ' Boissy, Senato Francese, tornala del 29 di marzo).
Il Senato francese consacrò la tornata del 29 di marzo 1860all'esame delle petizioni che gli erano state presentate, affinché si adoperasse per indurre il governo a sostenere la causa del Santo Padree difendere l'integrità del suo dominio temporale. Il Moniteur contro il suo costume, pubblicò il testo medesimo dei discorsi recitatida' Senatori in quella tornata.
Preziosa discussione sarebbe stata se il Senato francese conpiena indipendenza e con assoluta libertà avesse potuto esaminare i seguenti punti; 1° delle cause della rivoluzione romagnola; 2° sev'ebbe parte il governo imperiale? 3° perché non fu possibile la ristaurazione Pontificia nelle Romagne; 4° dei doveri verso il SantoPadre che incombono alla Francia come Potenza cattolica, come Potenza incivilitrice, come potenza intervenuta nelle cose italiane.
Ma non fu lecito l'addentrarsi in questi punti, per varieragioni: e per l'indole de' Senatori, la cui maggioranza disdegnale discussioni serie e profonde, che possono menomare la pace che gode su quei comodissimi e lucrosi seggioloni; e per la volontà del governoche, se consentiva qualche parola, non permetteva certo né di addurre ogni maniera di argomento, né di protrarre la disputa oltre il tempodeterminato.
Così mentre il Senato francese avea prima speso due buonetornate per ventilare una petizione relativa alla scala mobile, poté appena consacrare mezza tomaia alle petizioni che avevanosuscitato una questione eminentemente cattolica, eminentemente francese, eminentemente sociale. Detti appena alcuni discorsi, si gridò ai voti, ai voti; la chiusura la chiusura.
Il marchese di Boissy domandò che continuasse la discussione nell'interesse tanto bonapartista, quanto cattolico. Aveano parlato appena appena i Cardinali; il generale Gémeau aveva chiesto findai principio della tornala la facoltà di parlare, e non l'aveva ottenuta; volevano parlare altri militari, quelli in ispecie che eranostati in Roma, e conoscevano le condizioni d'Italia; ma tutto fu inutile. La discussione venne chiusa nel meglio, e a ciò dobbiamo forsela pubblicazione dei discorsi fatta dal Moniteur.
Quanta differenza tra la discussione della questione romananell'Assemblea repubblicana del 1849 e nel Senato imperiale del 1860! Allora si consacravano ben tre tornate a sì grave argomento, quelle del18, del 49 e del 20 d'ottobre, e Carlo Maria Curci raccogliendone in un prezioso volume i discorsi scriveva la pili splendida apologia delgoverno temporale dei Papi. Ma il 29 di marzo del 1860 la mezza tornata del Senato imperiale ci diè ben poco; tuttavia anche quel poco vuolessere raccolto, divenendo molto per la condizione dei tempi.
Erano state presentate al Senato francese 42 petizioni,sottoscritte da 6342 persone, le quali chiedevano instantemente l'intervento del Senato in favore del potere temporale della S. Sede edell'indipendenza del Capo della Chiesa». Parigi aveva presentato otto petizioni con 34 3 firme. La petizione di Marsiglia, stampata a grannumero di copie, recava 4517 sottoscrizioni. Un'altra petizione dello spartimento di Tarnet-Garonne non aveva che 467 sottoscritti; questiperò dichiaravano «ch'essi avrebbero potuto comprovare l'assenso comune con un gran numero di firme, ma che hanno amato meglio arrestarsi ad unlimite che lasciando alla loro petizione tutto il peso di un atto in armonia coll'opinione generale del paese, gli toglie la possibilità diessere un soggetto d'agitazione od inquietudine». Due petizioni, portanti i numeri 72e 122, emanavano, la prima dal Vescovo diMontauban, l'altra dal Vescovo di Carcassona e dal suo Clero.
Ecco il testo della petizione dei Parigini: «Signori Senatori:— A termini dell'art. 25 della costituzione che ci regge, il Senato è ilguardiano del patto fondamentale e delle libertà pubbliche. La più essenziale delle libertà pubbliche è la libertà di coscienza. Lalibertà di coscienza pei cattolici ha per condizione indispensabile la stessa indipendenza dell'augusto Capo della Chiesa. Ora la guarentigiadell'indipendenza del Papa è la sua sovranità temporale, la più rispettabile delle sovranità. Qualsiasi intrapresa contro questasovranità è un'intrapresa contro la libertà delle nostre coscienze. 1 sottoscritti hanno l'onore di domandarvi, signori Senatori, dicompiacervi, in virtù del diritto che vi è conferito dall'art. 25 della Costituzione, d'intervenire presso il governo affinché, fedele allegloriose tradizioni della figlia primogenita della Chiesa, faccia uso della sua influenza a prodi tutti i diritti temporali della SantaSede».
La petizione di 162 abitanti di Lione aggiungeva: «Che icattolici mal comporterebbero con ragione di vedere introdurre nel diritto pubblico d'Europa, e contro il potere che regge la lorocoscienza, il principio sovversivo della legittimità, della sommossa e dell'indegnità del sovrano. Che, se non è sempre possibile, utile opolitico l'intervenire colle armi, è sempre facile di non accordare la. sanzione del diritto a fatti che son riprovati ugualmente dallagiustizia e dalla storia, dall'onore dei governi e dall'interesse dei popoli».
I petenti di Marsiglia ponevansi, in nome degl'interessicattolici, sotto la protezione dell'art. 45 della Costituzione, che autorizza tutti i cittadini ad indirizzarsi al Senato allorquandocircostanze difficili loro sembrassero esigere le manifestazioni delle proprie convinzioni e dei proprii voti. Nulla è tanto saggio,aggiungono essi, quanto questa fiducia del legislatore, il quale provoca così in modo legale e regolare l'espressione del pensieropubblico; ma nulla altresì sarebbe tanto da condannarsi quanto la timidezza o la debolezza che, in un'occasione solenne, temesse diricorrere al primo Corpo dello Stato per far giungere ai piè del trono le inquietudini di una grande nazione. Lo stato delle cose in cui glieventi hanno posto la Francia e la Chiesa è una di queste occasioni solenni. I sottoscritti credono compiere ad un dovere di religione,d'onore e di patriottismo supplicando il Senato a compiacersi di voler essere il loro organo presso l'alta saggezza di S. M. ».
Leggevasi infine in altre petizioni: «Si è invano che, persottili distinzioni, si vuol separare il poter temporale del Sommo Pontefice dal suo potere spirituale: il buon senso, la storia e latradizione della Chiesa si uniscono per attestare che l'indipendenza del Capo della nostra fede sta congiunta colla sua sovranità temporale,e che ledendo questa sovranità si turba tutto ad un tempo l'esercizio della sua autorità spirituale e la tranquillità delle nostrecoscienze».
La prima Giunta delle petizioni incaricava il signor de Royerdi riferire su tutte queste, e la relazione veniva presentata nellatornata del 24 di marzo. Il relatore osservava che in forza del decreto del 31 dicembre 1852 l'esito delle petizioni non poteva essere chequesto; o rimandarle al ministro degli affari esteri ed al ministro dei culti, o passare all'ordine del giorno puro e semplice. Proponeva alSenato quest'ultima soluzione, giacché il governo imperiale avea proclamato altamente il rispetto ai diritti temporali del Papa; eia rivoluzione delle Romagne sfuggiva interamente all'azione della Francia ed alla responsabilità del suo governo.
Nella mezza tornata del 29 di marzo incominciò a parlareil marchese di Gabriac, e sostenne la giustizia e l'opportunità delle petizioni. Tracciò la storia dei presenti tumulti, e ne addossò lacolpa al governo piemontese il quale si appoggia su di un partito potente in Italia, perché molto più energico dei suoi avversari, eperché a suo talento può dispensare le speranze illimitate, di cui dispone ogni partito rivoluzionario».
Detto come avvenisse la guerra e come terminasse, accennò diquanto dolore fosse a' rivoltosi la pace di Villafranca; come poitornasse al ministero piemontese il conte di Cavour che chiamava, al pari di Mazzini, il Capo del partito unitario; come si compissero le annessioni, e come per una necessaria compensazione toccasse all'Impero francese la Savoia e la Contea di Nizza. Ilmarchese di Gabriac godeva sopratutto dell'acquisto della Savoia. «La Savoia in specie, che nutre un popolo guerriero e generoso, che fe' laforza dell'esercito piemontese, è una preziosa conquista per la Francia; e le assicura un'influenza dominante in Italia». Gravi parole, che meritano d'essere ben ponderate dai Piemontesi e daglialtri Italiani.
Il marchese di Gabriac chiedeva che questa influenza cominciasse ad adoperarsi dal governo francese in favore del Papa.Osservava, la rivoluzione delle Romagne non essere che il cominciamento di altre rivoluzioni. Gli unitari pretendere Roma, e ripetere conMitridate: A Roma, miei figli, noi vogliamo andare; per ora mascherarsi e dissimulare, ma contro Roma combinare i loro attentati, e voler nonsolo diminuire, ma pienamente distruggere la sovranità temporale dei Papi «la quale è necessaria, indispensabile, al Pontefice peresercitare con indipendenza le sue sublimi funzioni, e poter essere con imparzialità ed autorità il centro ed il dottore del Cattolicismo».
Le petizioni, conchiudeva il marchese di Gabriac, chiedono cheil governo francese non riconosca in diritto le recenti annessioni: nonveggono altri infuori di Napoleone III che sia potente ad arrestare il corso della rivoluzione, e 'lo scongiurano ad adoperare perciò la suaforza; la quale domanda ha uno scopo religioso e politico ad un tempo: religioso perché mette in salvo l'indipendenza del S. Padre; politicoperché provvede agli interessi della Francia.
Dopo il marchese di Gabriac parlò il Cardinale Donnet infavore delle petizioni, poi il sig. Tourangin contro; chiese di parlare ilgen. Gémeau, e non l'ottenne; parlò il Cardinale Mathieu, il signor Dupin, il barone di Crouseilhes, il Cardinale Morlot, Monsignor diMazenod, ecc. In un secondo articolo daremo l'analisi di questi discorsi.
II.
Dopo il marchese di Gabriac parlò il Cardinale Donnet, ilquale esordì osservando che, sebbene altre volte il potere temporale dei Papisia stato assalito, raramente gli assalti provocarono in tutto l'orbe cattolico un esempio così imponente di proteste, uno slancio cosìgeneroso di resistenza morale come nella crisi presente. «Certo, diceva l'emmentissimo Senatore, noi siamo lontani dai giorni, in cui unaquerela di scuola, o qualche cosa di più grave ancora potea portare dei germi di divisione nel seno della Chiesa. Tra que' giorni e i nostrivenne la persecuzione, come la fiamma che purifica l'oro, e il sangue de' Pontefici corse lavando il passato, fecondandol'avvenire, e cementando l'unione imperitura della Chiesa intorno al suo Capo.
Premessa questa consolantissima osservazione, il CardinaleDonnet avvertiva che i Vescovi, i quali seggono nel Senato francese, doveanodifendere «la libertà della Chiesa minacciata nella sovranità temporale del suo capo con qualche cosa di più che lagrime e preghiere».Avvertiva che il Senato francese, tutore degli interessi religiosi e morali della Francia, doveva levarsi «contro la violazione di undiritto, che, consumala pervia della rivolta, mettea in pericolo il potere di tutti i principi, e lo stesso ordine sociale». Avvertiva, chenella questione romana v'avea qualche cosa di più che un interesse dinastico, o la causa di un popolo. V'avea l'interesse del mondocattolico, la causa di ducento milioni di Cristiani, la libertà delle loro coscienze. Imperocché se, a detta dei sig. Thiers, la cui autoritàvenne citata nelle petizioni di Lione, non v'ha indipendenza pel Pontificato che nella sovranità, è diritto e dovere dei cristiani ilprotestare contro tuttociò che potrebbe diminuire questa sovranità medesima.
Il signor Rover nella sua relazione sulle petizioni, che il foglio ufficiale del conte di Cavour si affrettò a pubblicare per intero, aveva dettoche la fede non correva nessun pericolo ed era fuori di questione. Al che rispose il Cardinale Donnei, che la causa della sovranità temporaledel Papa implicando la sua indipendenza e la libertà della Chiesa, per questo verso, era questione essenzialmente religiosa.
Il sig. Rover avea soggiunto che l'imperatore Napoleone IIIerasi per lo innanzi dimostrato favorevole alla religione; e da ciò il Card.Donnet argomentava che per essere consentaneo a se medesimo dovrebbe l'Imperatore fare oggidì quello che già fece nel 1849. «Chi avrebbepensato, esclamava il Cardinale, non dirò undici anni fa, quando riconducevamo da Gaeta nella capitale dei suoi Stati Pio IX, ma pochimesi sono quando i Vescovi innalzavano al cielo i loro voti pel trionfo delle nostre armi, chi avrebbe pensato che ai nostri cantici diringraziamento succederebbero così presto gli accenti di dolore del Padre comune dei fedeli!»
Il signor Royer avea attribuito l'insurrezione delle Romagnealla partenza degli Austriaci da quelle contrade. Ma il principe Napoleonenon dichiarò d'aver obbligato gli Austriaci a partire? Dunque, argomentava il Card. Donnet, indirettamente almeno vuolsi attribuirealle mosse dell'esercito francese la rivoluzione romagnola. «E se l'Italia ingrata continua a mostrarsi accanita contro una Potenza, cheun patriota italiano chiamava la sola grandezza vivente del suo paese, la Francia essendosi in certa guisa incaricata dei destini dellaPenisola, non può starsene in disparte per lasciar compiere gli avvenimenti».
Di questa guisa l'eloquente Cardinale incalzava il signorRoyer, combattendone tutti i sofismi, e toccando della cessione della Savoia eNizza, francamente notava lo sfregio che verrebbe alla Francia qualora potesse dirsi in Europa, che questa conquista e fu il prezzo delleRomagne tolte per mezzo di un'insurrezione al loro legittimo possessore l»
L'illustre oratore conchiudeva che non tutti sono capaci didiscutere la questione del dominio temporale del Papa «ma che tutti hanno la coscienza che qualche co8a si prepara contro la piùrispettabile autorità di questo mondo, e che le conseguenze ne saranno funeste per tutti Laonde eccitava il Senato a provvedere.
Dopo l'È.mo Donnet parlò il signor Tourangin, dichiarando ilsuo affetto alla causa del S. P. e della Chiesa, ma tuttavia votando controle petizioni, perché era impossibile che Napoleone III e restasse indifferente per la più grave, la più difficile e la più dellcataquistione». Certo che egli resti indifferente non crediamo, ma che sia amico non oseremo dire!
Alle poche parole di quest'oratore tenne dietro il discorsodel Card. Mathieu, il quale dimostrò che per tre ragioni principalidovevansi rimettere al ministero le petizioni: 1° Pel rispetto dovuto al Papa. Come? diceva il Cardinale, colpiremo coll'ordine del giornouna petizione che riguarda il nostro Padre nell'ordine spirituale, il nostro Capo nel cammino dell'eternità?» 2° Per l'interesse medesimo delgoverno. Se vuole il governo francese sostenere i diritti incontestabili del Papa, non dev'essere lieto di sapere che tale è pureil desiderio del popolo francese che ve lo spinge? 3° Per la pace pubblica.
Non può dissimularsi l'agitazione che regna in Francia. Percalmarla il governo ha proibito la pubblicazione delle Circolari dei Vescovi; ha proibito la distribuzione anche gratuita degli opuscoli infavore del Papa; ha proibito le prediche dei sacerdoti.
Non ostante l'agitazione continua, anzi le misure abbracciate,massime nella loro esecuzione, contribuirono ad accrescerla.
E qui il Cardinale Mathieu entrò a dire delle vessazioni dellapolizia francese; e la storia vuole che si conservi letteralmente il seguente periodo del suo discorso. Per gli opuscoli in difesa del Papabisognò fare ricerche ed inquisizioni, e tale uomo povero delle campagne che s'era trovato d'averne un certo numero d'esemplari tra lemani, ha subito due interrogatorii. Si fecero visite domiciliari; si andò nelle scuole, si apersero gli scrigni de' ragazzi,s'interrogarono, ai fecero loro quelle domande che richiedevano le ricerche. Quale perturbazione 1 Quale inquietudine! Riguardo agliecclesiastici, se non si fosse proceduto che contro i rei, il male sarebbe stato minore. Ma si volle prevenire, sapere, informarsi, eallora fu necessario raccomandarsi agli uomini infimi della società, ed è sotto l'ispezione di questi uomini, voglio credere onesti, ma pocoelevati, pochi istrutti, che si trovano i pastori delle nostre campagne! Oh quale piaga! E chi potrà scandagliare le conseguenze diuna simile posizione?»
E il Cardinale conchiudeva essere necessario un pronto rimedioa quest'agitazione, né potersene ritrovare altro che prestarsi ai votide' cattolici, prendere a cuore la causa del Santo Padre, difendere il dominio temporale, combattere la rivoluzione che lominaccia, dissipare i giusti timori de' buoni francesi.
Le quali idee vennero tosto ribadite dal Cardinale Gousset,che parlò di poi, mostrando che nessun danno potea provenire al governoimperiale dal prendere in considerazione le petizioni in favore del Santo Padre; laddove, se il Senato le trascurasse, ne potrebberoderivare degli inconvenienti, dei gravi inconvenienti. «Sarebbe doloroso, diceva il Cardinale Gousset, che il primo Corpo dello Statosembrasse indifferente in una questione che importa sovranamente ai cattolici ed a noi tutti, qualunque siamo, imperocché riguarda la fede,la religione, la giustizia, il diritto pubblico europeo».
Allora prese a parlare Andrea Dupin, e il suo discorso venivariprodotto il 10 di aprile dal foglio ufficiale piemontese, il quale colla sua solita buona fede non faceva motto né dei discorsi chel'avevano preceduto, né di quelli che lo seguirono. Noi diremo alcune parole della cicalata del Dupin, la quale non istordì nessuno, perchéquèst'oratore è sempre dalla parte di chi ha in mano la forza e gli onori. Qusndo, il 5 di agosto del 1851, nell'Assemblea nazionale Dupindisse: Nessuno porta maggior rispetto alt'autorità religiosa di quello che io faccia, tutta l'assemblea diè in uno scoppio di risa, come nota il Moniteur Universel, del 6 di agosto 1851. Dopo il trionfo del Papa, state certi che Dupin gli saràfavorevole. Egli nel 1830 propugnava i diritti della Casa d'Orleans al trono di Francia; nel 1848 propugnava i diritti della nuova Repubblica: ora propugna i diritti del Buonaparte e del colpo di Stato. E domani?
Come proemio a ciò che diremo del suo discorso, ci sia lecitodi riferire il ritratto che Luigi Cormenin, nel suo Libro degli Oratori, fece del Dupin:
«Il camaleonte che cangia colore mentre il contempli;l'uccello che dà in mille giravolte e sfugge; il disco della luna che s'involaagli occhi di chi lo riguarda col telescopio; la navicella che sopra un mare agitato sale, discende e ricompare sull'onde; un'ombra che passa,una farfalla che vola, una ruota che gira, un lampo che guizza, un suono che si perde, tutti questi paragoni non sono che un'imperfettaidea della rapidità di sensazioni e della mobilità di spirito di Dupin» (Timon, Livre des Orateurs, tom. n, pag. 211, 17° édition). E tale doveva esaere l'avvocato di una politica che Pio IX definì una serie d'ipocrisie, e un ignobile quadro di contraddizioni.
III.
Il signor Dupin esordì confessando che i Cardinali avevanoparlato con dignità con moderazione, e compiuto un dovere. Dunque è dovere de' Cardinali e degli uomini di Chiesa difendere l'integritàdel dominio temporale del Papa. E perché noi sarà pei cattolici? — Confessòancora il sig. Dupin ch'egli non voleva contestare alla S. Sede le Romagne, epperò riconosceva i diritti del Papa. Ma con qualecoscienza potea poi assumere le difese di chi aveva violati questi diritti? — Confessò finalmente il sig. Dupin che la questione romanaavea eccitato tale e tanta commozione, a cui mai non si vide l'eguale: Nous n'avons jamais vu de pareilles émotions se produire dans lacatholicité. E il sig. Dupin che tanto rispetta il preteso voto delle Romagne, perché poi non tien nessun conto del voto delcattolicismo?
Anche Luigi XIV, osservava l'oratore, assalì il dominiotemporale del Papa, e il Clero di Francia non se ne dolse. Ma questo che cosa prova? Prova una vittoria di Pio IX in Francia, dove ilsignor Dupin vede l'ultramontanismo il più sfrenato,cioè il più puro cattolicismo. Anche noi cattolici abbiamo fatto i nostri progressi! avea prima esclamato il Card. Donnet; e la perfetta unione de' cattolici francesi col Papa è un vero e salutare progresso. Ilgallicanismo ornai bisogna ricercarlo tra i rigattieri e ne' discorsi del signor Dupin; il quale attribuendo Univers la colpa dell''ultramontanismo predominante in Francia, ha fatto di quel giornale il più solenne panegirico.
Avrebbe voluto il sig. Dupin che contro i Vescovi francesi siprocedesse per abuso di potere. Se Napoleone III l'avesse fatto, in ciascun Vescovo di Francia sarebbesivista la fermezza, che già apparve, sotto Luigi Filippo, nel Cardinale di Lione. E poi? E poi il sig. Dupin non dovrebbe dimenticare che a suotempo anche la rivoluzione procedette contro la monarchia di luglio per abuso di potere, e suonata l'ora stabilita dalla giustizia di Dio, l'orleanese raccolse ciò che avea seminato.
Il signor Dupin si dolse che le pie istituzioni francesi non autorisées par la lois sposassero le parti del Papa; e deplorò le confraternite, che si infiltrano perfino negli opifizi. Ah! non vi piace lo spirito religioso che spira nel cuore degli operai?Ebbene estinguetelo, e che cosa ne avrete? il comunismo e il socialismo del 1848. — Osservò il signor Dupin, che fu necessario proibire igiovani soldati di frequentare le scuole dei Fratelli, per preservarli dal contagia dell'ultramontanismo. Saranno più valorosi i giovani soldati se impareranno dai «gallicani a disprezzareil Papa?
— Finalmente deplorò, il signor Dupin, che in tutte le chiesedi Francia si fosse pregato per Pio IX sans autorisation du gouvernement. Ci vorrà dunque il permesso di Napoleone III per pregare Domineddio!
Su tutte queste preghiere, che sono altrettante petizioni, laProvvidenza passò all'ordine del giorno, e lasciò compirsi fatti, che senza dubbio erano nel suoi eterni disegni». Così il signor Dupin, confrizzo volteriano; e il Moniteur nota a questo punto sensazione prolungata e viva approvazione. Ma noi diremo all'oratore e a chi lo applaude ciò che già fu detto a Cesare; Non siamo ancora a sera; i fatti non sono ancora compiuti. Gli eterni disegni della Provvidenza si riveleranno a suo tempo, e voi, signor Dupin, colle vostre bestemmie neaffrettate lo svolgimento, perché osate rendere il giustissimo Iddio risponsale delle iniquità degli uomini!
Il sig. Dupin parlò della spedizione di Roma nel 1848 e 1849,levandola a cielo. «Noi abbiamo conquistato gloriosamente Roma a spese del sangue francese e ricondotto trionfalmente il Papa nella sede delCattolicismo, rimettendolo nel Vaticano. Ecco uno di que' splendidi fatti, che non possono uscire dalla memoria dei cuori cattolici; uno diquegli alti fatti che la storia scriverà a giusto titolo tra le gesta Dei per Francos». Benissimo detto. Ma non trovate una contraddizione tra il Bonaparte del1848, e quello del 1860? Non trovate una rassomiglianza tra l'opera di Mazzini e l'opera di Cavour? Perché allora ristorare il dominiotemporale del Papa, e dieci anni dopo scalzarne le fondamenta?
Pio IX ha una colpa agli occhi del sig. Dupin, imperocché fupiù contento € dell'Austria che sottoscrisse un Concordalo ultramontano,che della Francia attaccata ancora alle sue libertà gallicane». State a vedere che il Papa dovrebbe anteporre i figli scapestrati, che sisottraggono al l'autorità della Chiesa, e la rendono schiava sotto l'ipocrito nome di libertà, a divoti figli, che ne riconoscono i sacrosanti diritti!
L'Austria è cagione della rivolta delle Romagne, perché gliAustriaci abbandonarono il Papa. Così ripete il sig. Dupiu, facendo eco al signor Rover. Ma se l'Austria ebbe torto di ritirarsi dalle Romagne,perché la Francia non ne emendò l'errore coll'impedire la rivoluzione? Perché rispettò la rivolta? Perché forse la favorì?
Vox popoli, vox Dei, esclama il signor Dupin, parlando del preteso suffragio universale delle Romagne. Maperché non sarà invece voce di Dio quella commozione della cattolicità, a cui per confessione del signor Dupiu, non videsi mai nulla di simile ne' tempi andati. ,
Finalmente l'oratore, dopo di averci rappresentato Pio IX comeuna vittima del Cardinale Antonelli, e fatto giuoco della sua politica, osava protestare il suo rispetto al Papa, rispetto cristiano, rispetto cattolico, Ipocrisia! Ipocrisia! Voi insultate, non rispettate Pio IX. È egli cheparla, e non il Cardinale Antonelli, che ne eseguisce gli ordini, come fedele e coraggioso ministro. Rispetterebbe Napoleone III chi lodicesse incatenato dal sig. Thouvenel?
Queste osservazioni, e molte altre che noi tralasciamo,avrebbero fatto i Cardinali senatori al signor Dupin, se non fosse statastrozzala la discussione. Il barone di Crouseilhes, che parlò di poi confutò il Gallicano colle parole di Bossuet.
«I Papi troveranno, diceva il Vescovo di Meaux, que'caritatevoli vicini che il Papa Pelagio II avea speralo». E perché Pio IX non litrovò in Napoleone III? Monsignor di Mazenot poté dire appena poche parole per avvertire il Senato che, trascurando le petizioni de' cattolici francesi, si ecciterebbe tra loro il più grande malcontento; e signori, continuava con fatidico accento l'illustre Prelato, dalmalcontento al disamore non corre gran tratto; e questo sarebbe una grande disgrazia, imperocché importa molto al governo di regnare suicuori».
Ma i rumori soffocarono la voce di Monsignor di Mazenod; le grida ai voti la closure, la closure! si fecero udire da ogni parte; i cattolici non poterono difendere più alungo né se stessi, né il loro Santo Padre. Si votò, e tocca alla storia raccogliere i nomi dei Senatori che votarono in favore del Papa.Sono i seguenti:
S. Em. il Card. Mathieu, S. Em. il Cardinale Donnet, S. Em. ilCard. Gousset, S. Em. il Cardinale Morlot, il conte di Béarn, il marchese di Boissv, il conte Francesco Clarv, il barone di Crouseilhes,il barone Dupin, il marchese di Gft bréc, il generale Giameau, S. Gr. Mona. Mazenod, il generale Montréal, il Duca di Padova, il generaleRostolan, Amedeo Thaver.
I.
L'11 di aprile del 1860 il Corpo legislativo francese entrava adiscutere la questione romana sollevata da un discorso dell'eloquente e coraggioso deputato il visconte Anatolio Lemercier. In quel giorno ilCorpo legislativo dovea approvare il disegno di legge, che riduceva il contingente della leva del 1859 da 140,000 uomini asoli 100,000. Laleva ordinaria in Francia è di 80,000uomini. L'anno passato, quasi al rumore del cannone, il corpo legislativo, per ragione della guerra,aumentava questa cifra sino a 140,000 uomini. Per la pace di Villafranca il governo francese non si valse di tale facoltà, edultimamente propose che la leva accordata venisse ridotta da 140,000 a soli 100,000 per dare una prova de' suoi pacificiintendimenti.
Il visconte Lemercier, discutendo questo disegno di legge,stimò opportuno di esaminare la questione della pace. «Se la pace è sicura,diceva egli, come il governo sembra credere ed io desidero, non è a 100,000 ma a 80,000 uomini che la cifra del contingente dovrebbe venirricondotta, e si è per tale motivo che, d'accordo con parecchi de' miei colleghi, ho presentato alta Giunta un temperamento inquesto senso». Di qui il visconte Lemercier trasse argomento per gettare un'occhiata sull'Italia, dove la pace è più minacciata, e trattare la questione romana. Ecco gran parte del suo discorso tolto dal Moniteur di Parigi: «Quale fu la politica seguita dopo l'elevazione di Pio IXdai governi di luglio, e da quello della repubblica? Questa politica consisteva nell'incoraggiare il Santo Padre nella via delle riforme,via nella quale questo Pontefice erasi così generosamente incamminato; aiutarlo nelle sue resistenze alle esagerazioni della Giovine Italia, e bilanciare ad un tempo l'influenza assolutista dell'Austria el'influenza rivoluzionaria dell'Inghilterra, rivelata dalla famosa missione di lord Minto.
Questo movimento di riforme moderate, nel quale eraentrato il governo Romano, fu violentemente arrestato dalla rivoluzione coltrionfo di un partito, i cui membri non rifuggono davanti a nessuna violenza, e non si fermano nemmeno davanti all'assassinio. Tuttiricordano il deplorabile attentato contro il ministro di Pio IX, il conte Rossi, e la fuga, divenuta il solo scampo del Capo venerato dellaChiesa, assediato nel suo palazzo. In questa circostanza il governo della Francia s'affrettò a salvare il Papa, poi a ristabilirlo sul suotrono, affine di non essere prevenuto in questo compito da un'altra nazione cattolica; e si è a questa saggia condotta, si è a questiincoraggiamenti dati alla politica liberale del S. Padre che sono dovuti il moiuproprio del 1849, e la promulgazione delle libertà provinciali e comunali, come pure lo stabilimento dellaconsulta delle finanze.
«A questa politica liberale il governo imperiale restò fedelefino a questi ultimi tempi. Epperò nella tornata del 30 di aprile 1859 il presidente del Consiglio di Stato prometteva davanti il Corpolegislativo — che il governo prenderebbe tutte le misure necessarie, acciocché la sicurezza e l'indipendenza della S. Sede fosseroassicurate in mezzo alle agitazioni, di cui l'Italia potea divenire il teatro. — E il 2 del maggio successivo il ministro dei culti in una suacircolare protestava che i diritti del S. Padre verrebbero sempre trattati con grande rispetto. Finalmente l'Imperatore nel suo proclamadel 4 di maggio s'esprimeva così: e Noi non andiamo in Italia a fomentare la discordia e scrollare il potere temporale del Santo Padre,che noi abbiamo rimesso sul suo trono, ma a toglierlo dalla pressione straniera che si aggrava sulla Penisola, ed a contribuire a fondarvil'ordine sopra interessi legittimamente soddisfatti».
«Voi non ignorate, signori, che poco dopo l'epoca a cui siriferiscono questi documenti, taluni credettero di ravvisare una certa deviazione nella politica della Francia, deviazione i cui sintomiprincipali erano: i termini del proclama di Milano, l'entrata del corpo misto del principe Napoleone nei Ducati, ed il proclama di questoPrincipe, la presenza delle navi francesi in Ancona, le mene dei signori Pepoli e Ci pria ni, e finalmente lo sgombro delle Romagne.Tuttavia io mi sentii assicurato contro siffatti timori dai preliminari di Villafranca, in cui sono riconosciuti i diritti del Papa ed anchequelli dei Duchi, dalla nota dell'8 settembre, dalla pace di Zurigo e dalla convocazione del Congresso. Ma dopo la pubblicazionedell'opuscolo: Le Pape et le Congrès, una nuova politica venneadottata dal governo. Questa politica è tale da assicurare la continuazione della pace? Ecco la questione che io mi propongod'esaminare, come quella che è intimamente connessa colla determinazione del contingente dell'esercito. «Da prima, quali sono glieventi che fecero cangiar politica al governo? Il Congresso era sul punto di riunirsi, perché farlo andare a monte? Nulla eravi di piùfacile che restituire le Romagne al Papa.
Bastava il dire al Piemonte che la Francia non presterebbe lamano all'annessione, o piuttosto all'usurpazione delle Romagne, ed esigere dal governo Piemontese che richiamasse gli autori delle mene daesso assoldati. 1 Romagnoli, lasciati a se stessi, sarebbero stati lieti di riporsi sotto l'autorità del S. Padre: del che vi basti unasola prova; io dico, il viaggio trionfale che, tre anni or sono, fece il S. Padre in quelle provincie, ove si vedeva accolto di città incittà, di villaggio in villaggio cori vere ovazioni.
«Quale dunque fu il motivo di questo cangiamento di politica?Noi so: ed è perciò che ne sono impensierito, e come cattolico, e come uomopolitico. 1 cattolici sono inquieti perché l'annessione delle Romagne suscita in tutta la sua estensione la questione del dominio temporaledel Papa. Sono convinto che nessuno in questa Camera contesterà la necessità di questo dominio; giacche tutti capiscono che se il Papa nonfosse principe, gli converrebbe dipendere da un'altra potenza, e quindi non sarebbe che il suddito di un monarca: e perciò perderebbe ogniprestigio del suo potere verso coloro che non sono sudditi dello stesso Sovrano. Del resto poi è evidente che gli argomenti, che si adduconoriguardo alle Romagne, militano del pari per tutte le altre possessioni della S. Sede, per Roma stessa; ed è perciò che la notiziadell'annessione delle Romagne al Piemonte scosse da un capo all'altro l'Europa.
Ho veduto con piacere che il governo ha permesso lapubblicazione in ex tenso del rendiconto della tornata del Senato, ove ai è dibattuta laquestione delle petizioni de' cattolici; e fo voti perché i dibattimenti del corpo legislativo sieno liberi dagli incomodi vincoli(del rendiconto ufficiale. In quella discussione uno degli oratori ai permise di dire che questa commozione dell'Europa per l'annessionedelle Romagne al Piemonte fu una mena di partito, lo dirò che i cattolici non sono uomini di partito per ciò che spetta alla religione,giacché voi trovate lo stesso pensiero negli Inglesi, negli Americani, ne' Belgi, negli Alemanni ecc. Niuno dirà che sono uomini di partequelle parecchie centinaia di vescovi, che da tutte le parti del mondo levarono la voce a, difesa dell'indipendenza del Capo della Chiesa. Sela commozione fu grande, si è perché i cattolici tutti videro che questa non è una mera questione politica, ma una questione religiosa;si trattava cioè dell'indipendenza del Capo della Chiesa».
Qui l'esimio oratore viene a sciogliere le obiezioni, che sisogliono più comunemente fare contro il potere temporale del Papa. Poscia entra a discorrere della missione del generale Lamoricière. Indisi fa questa domanda: qual è la potenza che potrebbe surrogare la Francia a Roma? E dopo aver detto che l'Inghilterra e la Francia nonpermetterebbero che a Roma ai recasse un altro esercito cattolico, prosiegue così:
«Se nessun'altra nazione cattolica può surrogare la Francia aRoma, dovrà entrarvi la rivoluzione, ovvero l'annessione al Piemonte avrà luogo. La rivoluzione per ora non è da temere. Mazzini cederebbeil posto. Quindi si vedrà senza fallo il Piemonte padrone di Roma. Ora io dico che il governo deve pensare seriamente all'ingrandimento delPiemonte che può essere fatale alla Francia. Certamente che quello Stato, quand'anche avesse tutti i 26 milioni d'Italiani, non potrebbeessere un pericolo serio per la Francia.
Ma se l'Italia divenisse la testa di colonna di unalega europea, avremmo di che temere. E se la Francia non si opporràall'ambizione del Piemonte, questo fra breve sarà padrone d'Italia tutta. Allora la scena cangierà: la parte del Piemonte sarà terminata.La rivoluzione, che si sarà per a tempo ritirata per giungere ad effettuare il suo sogno dell'unità italiana, ricomparirà; e lacostituzione della repubblica dell'Ausonia concertata nelle Vendite dei carbonari è già bella e pronta.
«So bene che Mazzini non durerà più a lungo di Cavour sulseggio di Roma; e che la Provvidenza veglia sul Capo della Chiesa. «So, diròcol Guizot in un discorso pronunciato nel 1848, che i partiti rivoluzionari sono arroganti; so e che tengono in non cale lareligione, il cattolicismo, il papato, e che s'immaginano che distruggeranno tutte queste cose come un torrente, cacciandole innanzia sè: parecchie volte hanno tentato di ciò fare. Si diedero a credere e che sarebbero riusciti a sterminare codeste antiche grandezze dallasocietà umana. Ma esse riapparvero alle loro spalle, e riapparvero più grandi di essi. ciò che resistette al potere della rivoluzione francesee di Napoleone sormonterà bene le fantasie della giovine Italia!»
«Non tocca a me il tracciar la via che ha da tenere ilGoverno. Potrei fare molte domande al governo. Ma mi limito alle seguenti, chesono più pratiche: il governo è pronto a ripetere la sua dichiarazione dell'anno scorso riguardo al dominio temporale della S. Sede? È sempredisposto a farlo rispettate in tutta la sua integrità? È deciso di protestare quindi energicamente contro l'annessione delle Romagne alPiemonte? — Io ho piena fiducia che l'onorevole presidente del Consiglio di Stato risponderà a queste domande. Ma finché non abbiarisposto, io credo che sono fondati i timori dei cattolici, e non sono per nulla tranquillo riguardo al mantenimento della pace».
Il signor Baroche, presidente del Consiglio di Stato ha datouna risposta sibillina, all'uso del suo signore, Napoleone III.
II.
Il visconte Anatolio Lemercier nel suo discorso, di cuiabbiamo riferito una gran parte, ricordava come nel 1859 all'aprirsi dellacampagna d'Italia fosse stata in modo opposto interpretata la politica imperiale. Il signor Giulio Favre spiegavala come una politicaaltamente rivoluzionaria, laddove i deputati de la Sizeranne e Nogent Saint-Laurens, tra gli applausi della Camera dicevanta una politicaconservatrice. «A quale di queste due politiche si è più ravvicinato il governo imperiale?» domandava Lemercier.
Il signor de la Sizeranne pigliò la parola, e cominciò ascusarsi dicendo che la pace di Villafranca era stata «un atto di coraggiosamoderazione, e avea fermato la questione italiana sul pendìo rivoluzionario, sul quale stava per isdrucciolare». Tuttavia l'oratorecontinuava: «Da quel punto, lo confesso, la politica della Francia parve essersi notabilmente modificata... Non nego che alcune dellesperanze, da me manifestate nella discussione ricordata dal sig. Lemercier, sieno andate fallite; mi duole che il Corpo legislativo nonpossa pesare di vantaggio nelle bilancie degli interessi politici del paese, e non potendo di più mi restringo a far voti, perché la prudenzae la moderazione presiedano sempre agli atti del governo, che ora assume in sé solo la risponsabilità della politica interna ed esternadella Francia».
Il sig. Guvard-Delalain parlò di poi, e sebbene favorevole aNapoleone III, cominciò «per rendere omaggio ai sentimenti religiosi che inspirarono l'onorevole sig. Lemercier». Di poi giudicò così laquestione delle Romagne: «Un avvenimento grave ebbe luogo: le Romagne, provincie romane, si sono separate dal loro Sovrano italiano, a cuiesse obbedivano da tanti secoli. Questa sciagura affligge tutti i cattolici, ed io partecipo profondamente a quest'afflizione. Rifiuto diriconoscere nell'avvenuto una manifestazione legittima della sovranità nazionale: non ammetto che una provincia possa a suo talento staccarsidalla sua nazionalità, dalla sua famiglia; giacché questo sarebbe un riconoscere in principio il diritto d'insurrezione. Ora l'insurrezionenon può a meno di generare il disordine, lo sprezzo delle leggi, dell'autorità, della giustizia, della religione. Ed è perciò che io nonposso qui riconoscere i caratteri della vera sovranità nazionale, quella cioè che manifestandosi a lunghi intervalli nel decorso deisecoli, viene a ristabilire l'ordine, l'autorità, la religione.
Le Romagne adunque staccandosi dalla sovranità delPapa violarono un diritto consacrato dal rispetto dei tempi. Di fatto iproclami dell'Imperatore aveano dichiarato la neutralità e per conseguenza l'inviolabilità degli Stati del Papa. Questo dirittocalpestato si conserverà; resterà un'inquietudine continua fino al giorno della sua trionfante risurrezione. Io confido nella forzaindelebile del diritto, nella Francia, nel governo dell'Imperatore, nelle simpatie di tutta l'Europa. La Francia non può dimenticare che èla patria di Pipino, di Carlo magno, di S. Luigi, di Giovanna d'Arco; l'Imperatore non può dimenticare che è il successore di queste grandiglorie cristiane. La Francia fece assai, il passato risponde dell'avvenire».
Il conte de la Tour dopo di aver presentato alcuneconsiderazioni sulla questione militare e sull'organamento dell'esercito, osservò chequesto potrebbe essere moralmente scosso e materialmente impotente, se una politica savia e ferma non presiedesse ai destini del paese.«L'ordine sociale Europeo, disse l'Oratore, dipende dall'esito del conflitto tra il Papato e la rivoluzione dell'Italia, La vittoria diquesta metterebbe a repentaglio le corone e le sostanze de' cittadini. Difatti il programma completo della rivoluzione a' dì nostri si riassume in queste tre formole: Libertà politica enazionale, libertà religiosa, eguaglianza di diritti. Codeste formole si potrebbero ammettere, se fossero interpretate nel senso conservatoree cristiano. Ma nel vocabolario rivoluzionario esse significano abolizione della monarchia, abolizione del Papato, eguaglianza digodimenti, cioè esse contengono una minaccia per tutti gl'interessi. Non avvi che un solo sentimento, il quale possa preservare la societàda siffatto pericolo, la fede; un solo freno che possa contenere il popolo nel dovere, l'unità della Chiesa, il suo potere sulle coscienze,il quale non può sussistere che per mezzo della sua indipendenza spirituale. Ecco il perché il mondo cattolico freme per la lesionefatta nelle Romagne al potere temporale del Papa, e per il pericolo a cui sono esposte le altre parti dello Stato Pontificio. Egli è quindiun onorare il governo il chiedergli di proteggere in Italia questo potente palladio di tutti gli interessi e di tutti i diritti».
Qui il visconte de la Tour entra a parlare di Garibaldi,ricorda ciò che egli fece a Roma, legge la sua risposta agli studenti di Pavia,in cui dichiara che i preti devono essere pigliati a sassate, e viene esponendo come oggidì la bandiera di Garibaldi sia la bandiera delPiemonte: quindi così prosiegue:
«Ma Garibaldi non è il solo che si debba temere, perché lapolitica inglese assecondò il moto rivoluzionario. Penso quindi che innanzi a questa Camera, che ha votato le spese per la guerra d'Italia,non sarà inopportuno di fare le dovute riserve per il diritto del Papa sopra una provincia, che è il bene comune de' cattolici. Nonè mai fuori di proposito l'incoraggiare un governo ad impugnare l'erroree l'ingiustizia, massime quando queste intaccano le basi stesse dell'ordine sociale. Chi oserebbe mai dire essere un tiranno quel SommoPontefice che, ritornato sul suo trono dopo essere stato vittima d'una sanguinosa rivoluzione, non lascia versare una goccia di sangue perdelitti politici, che permette ai comuni d'eleggere i loro consigli municipali, a questi di nominare i consigli provinciali, a questeultime assemblee di sciegliere nel loro seno i consigli prefettoriali, e di designare la maggior parte de' membri della consultadelle finanze, base d'un reggime sinceramente liberale, il quale perisvilupparsi non aspetta altro che il consolidamento del potere?
«lo quindi fo voti ardenti, perché presto spunti il giorno, incui le potenze riunite consolideranno questo potere, e restituiranno interamente al Santo Padre il piccolo regno che la Francia gliricuperò, dieci secoli fa, e che sarà tra breve cancellato dalla carta geografica dagli unitarii italiani, se le Potenze cattoliche non neguarentiscono l'inviolabilità. Per me desidererei che questa restaurazione si operasse per l'iniziativa di Napoleone III. Salutatodai rendimenti di grazie della Francia conservatrice, il compimento di siffatto benefizio religioso e politico sarebbe opera di buona politicaitaliana: sarebbe importante di lasciare divisi, per mezzo degli Stati Pontificii, il nord ed il mezzogiorno dell'Italia cosi diversi dicarattere, di costumi e di linguaggio, e che non potrebbero restare uniti che sotto il dispotismo rivoluzionario, o sotto quello di unconquistatore.
«Io chiamo l'attenzione della Camera su questo fatto additatoda lord Normanby, che gli unitarii italiani tendono di più in più aformare un partito antireligioso, e ricordo il detto: la politica non si serve della rivoluzione, ma la serve. Conchiuderò dicendo, che ilgoverno deve alla sua politica savia e cauta riguardo alla S. Sede i dieci anni di pace e di prosperità che ha goduto.. Quindi io loscongiuro a rendere inviolabili gli Stati Pontificii, ponendoli sotto la guarentigia delle Potenze cattoliche. Allora tutte le migliorieamministrative diverrebbero possibili a Roma, le libertà municipali e provinciali potrebbero essere ampliate, e la rivoluzione in Francia efuori toccherebbe un'irreparabile disfatta».
La Perseveranza del 16 di aprile dice di avere ricevuto daParigi i seguenti documenti, che noi ci affrettiamo a ristampare, perché possono servire assai e pel presente e per l'avvenire.
LETTERA DI S. M. AL PONTEFICE
Beatissimo Padre!
Con venerato autografo del 3 dicembre ora scorso, VostraSantità m'impegna a sostenere innanzi al Congresso i diritti della Santa Sede.
Devo anzitutto ringraziare la Santità Vostra dei sentimenti,che la consigliarono a dirigersi a me in questa circostanza. Non avreitardato finora a farlo, se il Congresso, com'era stabilito, si fosse radunato. Aspettava che la riunione dei plenipotenziarii fossedefinitivamente decisa per risponderle in modo più adequato intorno al grave argomento, di cui tratta la lettera che mi fece l'onore didirigermi.
Vostra Santità nell'invocare la mia cooperazione per laricuperazione delle Legazioni, pare voglia darmi carico di quanto è succeduto in quella parte d'Italia, prima di confermare così severacensura, supplico rispettosamente la Santità Vostra a volere prendere ad esame i seguenti fatti e considerazioni.
Figlio devoto della Chiesa, discendente di stirpereligiosissima, come ben nota Vostra Santità, bo sempre nutrito sensi di sinceroattaccamento, di venerazione e di rispetto verso la Santa Chiesa e l'Augusto suo Capo. Non fu mai e non è mia intenzione di mancare aimiei doveri di Principe cattolico, e di menomare per quanto è in me quei diritti e quell'autorità, che la Santa Sede esercita sulla terraper divino mandato del Cielo. Ma io pure ho sacri doveri da compiere innanzi a Dio e innanzi agli uomini, verso la mia patria e verso ipopoli che la divina Provvidenza volle affidati al mio governo. Ho sempre cercato di conciliare questi doveri di Principe cattolico e diSovrano indipendente di libera e civile nazione, aia nell'interno reggimento de' miei Stati, 8ia nel governo della politicaestera.
L'Italia da più anni è travagliata da avvenimenti che tutti concorrono al medesimo scopo, il ricupero della sua indipendenza. Aquesti ebbe già gran parte il magnanimo mio genitore, il quale, seguendo l'impulso del Vaticano, pigliato per divisa il dettomemorabile di Giulio 11, tentò di redimere la nostra patria dalla dominazione straniera. Egli mi legò morendo la santa impresa.Accettandola, credo di non allontanarmi dalla divina volontà, la quale certamente non può approvare che i popoli sieno divisi in oppressori edoppressi. Principe italiano, volli liberare l'Italia, epperò reputai debito mio accettare per la guerra nazionale il concorso di tutti ipopoli della Penisola. Le Legazioni, per lunghi anni oppresse da soldati stranieri, si sollevarono appena questi si ritirarono. Esse mioffersero ad un tempo il loro concorso alla guerra e la dittatura. Io che nulla aveva fatto per promuovere l'insurrezione, rifiutai ladittatura per rispetto alla S. Sede, ma accettai il loro concorso alla guerra d'indipendenza, perché questo era sacro dovere d'ogni italiano.
Cessata la guerra, cessò ogni ingerenza del mio governo nelleLegazioni. E quando la presenza di un audace generale poteva mettere in pericolo la sorte delle provincie. occupate dalle truppe di VostraSantità, adoperai la mia influenza per allontanarlo da quelle contrade.
Quei popoli, rimasti pienamente liberi, non sottoposti averuna influenza estera, anzi in contraddizione coi consigli del più potente egeneroso amico che l'Italia abbia avuto mai, richiesero con mirabile spontaneità ed unanimità la loro annessione al mio Regno.
Questi voti non furono esauditi. Eppure questi popoli, cheprima davano sì manifesti segni di malcontento, e cagionavano di continuoapprensioni alla Corte di Roma, da molti mesi si governano nel modo più lodevole. Si è provveduto alla cosa pubblica, alla sicurezza dellepersone, al mantenimento della tranquillità, alla tutela della stessa religione. È cosa nota, e ch'io ebbi cura di verificare, essere oranelle Legazioni i ministri del culto rispettati e protetti, i templi di Dio pili frequentati che non lo fossero prima.
Comunque sia però, ò convinzione generale ohe il governo diVostra Santità non potrebbe ricuperare quelle provincie, se non colla forza delle armi, e delle armi altrui.
Ciò la Santità Vostra non lo può volere. Il suo cuoregeneroso, l'evangelica sua carità rifuggiranno dallo spargere il sangue cristianopel ricupero di una provincia che, qualunque fosse il risultato della guerra, rimarrebbe pur sempre perduta moralmente pel governo dellaChiesa. L'interesse della religione non lo richiede.
1 tempi che corrono sono fortunosi, non tocca a me, figliodevoto di Vostra Santità, ad indicarle la via più sicura per ridare la quietealla nostra patria, e ristabilire su saldo basi il prestigio e l'autorità della Santa Sede in Italia. Tutta? via mi credo in debito dimanifestare e sottoporre a Vostra Santità un'idea, di cui sono pienamenie convinto, ed è: che, ove Vostra Santità, prese inconsiderazione le necessità dei tempi, la crescente forza del principio delle nazionalità, l'irresistibile impulso che spinge i popoli d'Italiaad unirsi ed ordinarsi in conformità alle norme adottale da tutti i popoli civili, credesse richiedere il mio franco e leale concorso, visarebbe modo di stabilire non solo nelle Romagne, ma altresì nelle Marche e nell'Umbria tale uno stato di cose, che, serbato alla Chiesal'alto suo dominio, ed assicurando al Supremo Pontefice un posto glorioso a capo dell'italiana nazione, farebbe partecipare i popoli diquelle provincie dei benefizi, che un Regno forte ed altamente, nazionale assicura alla massima parte dell'Italia centrale.
Spero ohe la Santità Vostra vorrà prendere in benignaconsiderazione questi riflessi dettali da animo pienamente a lei devoto e sincero, e che con la solita sua bontà vorrà accordarmi la santa suaBenedizione.
Torino, 6 febbraio 1860.
Vittorio Emanuele.
LETTERA DEL PAPA AL RE
Maestà!
L'idea ohe Vostra Maestà ha pensato di manifestarmi, è un'ideanon savia e certamente non degna di un Re cattolico e di un Re della casa di Savoia. La mia risposta è già consegnata alle stampe nellaEnciclica all'Episcopato cattolico, ohe facilmente ella potrà leggere.
Del resto io sono afflittissimo non per me, ma per l'infelicestato dell'anima di V. M., trovandosi illaqueato dalle censure e da quelle che maggiormente la colpiranno, dopo che sarà consumato l'attosacrilego, che ella co' suoi hanno intenzione di mettere in pratica.
Prego di tutto cuore il Signore, affinché la illumini e le diagrazia di conoscere e piangere e gli scandali dati e i mali gravissimi da lei procurati colla sua cooperazione a questa povera Italia.
Dal Vaticano, li 14 febbraio 1860.
PIUS PP. IX.
LETTERA DI S. M. AL PONTEFICE
Beatissimo Padre!
Gli avvenimenti che si sono compiuti nelle Romagne miimpongono il dovere di esporre a V. 8. con rispettosa franchezza le ragioni dellamia condotta.
Dieci anni continui di occupazione straniera nelle Romagne,mentre avevano portato grave offesa e danno alla indipendenza d'Italia, non avevano potuto dare né ordine alla Società, né riposo ai popoli néautorità al governo.
Cessata l'occupazione straniera, cadde il governo senza chenessuno si adoperasse per sorreggerlo o ristabilirlo. Rimasti in balìa di se medesimi, i popoli delle Romagne, ritenuti per ingovernabili,dimostrarono con una condotta che riscosse gli applausi dell'Europa, come si potessero introdurre fra essi gli ordini e le discipline civilie militari, colle quali si reggono i popoli più civili.
Ma lo incertezze d'uno stato precario, già troppo prolungato,erano un pericolo per l'Italia e per l'Europa.
Dileguata la speranza d'un Congresso europeo, innanzi al qualesi portassero le quistioni dell'Italia centrale, non era riconosciutapossibile altra soluzione fuorché quella di interrogare nuovamente le popolazioni sopra i loro futuri destini.
Riconfermata con tanta solennità di universale voto ladellberazione per l'annessione alla monarchia costituzionale del Piemonte, io doveva per la pace ed il bene d'Italia accettarladefinitivamente. Ma, per lo stesso fine della pace, sono pur sempre disposto a rendere omaggio all'alta sovranità della Sede Apostolica.
Principe cattolico, io sento di non recare offesa ai principiiimmutabili di quella Religione, che mi glorio di professare con filiale ed inalterabile ossequio.
Ma la mutazione che si è oggi compiuta riguarda gli interessipolitici della nazione, la sicurezza degli Stati, l'ordine morale e civile della società; rìsguarda la indipendenza d'Italia, per la qualemio padre perdè la corona, e per la quale io sarei pronto a perdere la vita. Le difficoltà che oggi si incontrano, versano intorno ad un mododi dominio territoriale, che la forza degli eventi ha reso necessario. A questa necessità tutti i principati dovettero acconsentire, e laSanta Sede stessa l'ebbe riconosciuta negli antichi e nei moderni tempi.
In siffatte modificazioni della sovranità, la giustizia e lacivile ragione di Stato prescrivono che si adoperi ogni cura per conciliare gli antichi diritti coi nuovi ordini, ed è per ciò che,confidando nella carità e nel senno di Vostra Beatitudine, io la prego ad agevolare questo còmpito al mio governo, il. quale dal canto suo nonpretermetterà né studio, né diligenza alcuna per raggiungere il desiderato intento.
Ove pertanto la S. V. accogliesse con benignità la presenteapertura di negoziati, il mio governo, pronto a rendere omaggio all'alta sovranità della Sede Apostolica, sarebbe pure disposto asopperire in equa misura alla diminuzione delle rendite, ed a concorrere alla sicurezza ed all'indipendenza del Seggio Apostolico.
Tali sono le mie sincere intenzioni, e tali credo i votidell'Europa. Ed ora che con leali parole ho aperto l'animo mio a V. S., aspetterò le sue dellberazioni colla speranza che, mediante il buonvolere dei due governi, sia effettuabile un accordo che, riposando sul consentimento dei principi e sulla soddisfazione dei popoli, diastabile fondamento alle relazioni dei due Stati.
Dalla mansuetudine del Padre dei fedeli io mi riprometto unbenevolo accoglimento, il quale dia fondata speranza di spegnere la civile discordia, di pacificare gli animi esasperati, risparmiando atutti la grave risponsabilità dei mali che potrebbero derivare da contrarli consigli.
In questa fiduciosa aspettativa io chieggo con riverenza allaS. V. l'Apostolica Benedizione.
Torino, 20 marzo 1860.
Vittorio Emanuele
LÈTTERA DEL PAPA AL RE
Maestà!
Gli avvenimenti che si sono eccitati in alcune provincie delloStato della Chiesa impongono il dovere a Vostra Maestà, com'ella mi scrive, di darmi conto della sua condotta in ordine a quelli. Potreitrattenermi a combattere certe asserzioni che nella sua lettera si contengono, e dirle, per esempio, che la occupazione straniera nelleLegazioni era da molto tempo circoscritta alla città di Bologna, la quale non fece mai parte della Romagna. Potrei dirle che il suppostosuffragio universale fu imposto, non spontaneo: e qui mi astengo dal richiedere il parere di Vostra Maestà sopra il suffragio, universale,come ancora dal manifestarle la mia sentenza. Potrei dirle che le truppe pontificie furono impedite da ristabilire il governo legittimonelle provincie insorte per motivi noti anche a Vostra Maestà. Queste ed altre cose potrei dirle in proposito; ma] ciò che maggior mentem'impone l'obbligo di non aderire ai pensieri di Vostra Maestà si è il vedere la immoralità sempre crescente in quelle provincie e gli insultiche si fanno alla religione e ai suoi ministri; per cui, quando anche non fossi tenuto da giuramenti solenni di mantenere intatto ilPatrimonio della Chiesa, e che mi vietano di aprire qualunque trattativa per diminuirne la estensione, mi troverei obbligato arifiutare ogni progetto, per non macchiare la mia coscienza con una adesione, che condurrebbe a sanzionare e partecipare indirettamente aquei disordini, e concorrerebbe niente meno che a gius li Beare uno spoglio ingiusto e violento. Del resto, io non solo non posso farebenevolo accoglimento ai progetti di Vostra Maestà, ma protesto invece contro la usurpazione che si consuma a danno dello Stato della Chiesa,e lascio sulla coscienza di Vostra Maestà e di qualunque altro cooperatore a tanto spoglio le fatali conseguenze che ne derivano. Iosono persuaso che la Maestà Vostra, rileggendo con animo più tranquillo, meno prevenuto e meglio istruito dei fatti, la lettera chemi ha diretta, vi troverà molti motivi di pentimento.
Prego il Signore a darle quelle grazie, delle quali nellepresenti difficili sue circostanze ella ha maggiormente bisogno.
Dal Vaticano, 2 aprile 1860.
PIUS PP. IX.
Eminenza!
Il barone di Roussy, segretario di Legazione di S. M., eportatore di una lettera che il Re mio augusto Signore ha scritta a Sua Santità, e che prego Vostra Eminenza di rimettere nelle mani del SantoPadre.
In cospetto degli avvenimenti compiutisi nelle Romagne, S. M.ha creduto suo dovere di aprire l'animo suo al Pontefice, pregandolo diagevolare al suo Governo i modi di risolvere le difficoltà presenti. Ad un tal fine ha accennato su quali basi si potrebbero conciliare gliantichi diritti coi nuovi ordini stabiliti nelle Romagne.
Ove queste proposte fossero dalla Beatitudine del SommoPontefice accolto come principio di negoziati, S. M. avrebbe in animod'incaricare il conte Federico Sclopis, senatore del Regno, di trasferirsi in Roma per dar mano alle pratiche relative, lo mi affidoche la scelta di questo personaggio, noto non solamente per la dottrina e l'ingegno che lo distinguono, ma per li religiosi e concilievoliintendimenti di cui ha in ogni tempo fatto prova, dimostrerà alla S. Sede che il Governo del Re è animato da desiderio vivo e sincero diaccogliere tutti quei termini di accomodamento, che si accordino colla necessità delle circostanze.
Io non dubito che vostra Eminenza, ponderando le condizionidelle cose con la sicurezza di giudizio che le viene dall'alto ingegnolungamente esercitato nell'amministrazione dei più gravi interessi di Stato, darà opera efficace all'adempimento dei voti del mio augustoSovrano, e contribuirà a rimuovere gli ostacoli che si potessero incontrare nel dare cominciamento ai negoziati.
In questa fiducia io mi reco ad onore di testimoniareall'Eminenza Vostra i sensi della profonda osservanza con cui mi pregio d'essere dell'Eminenza Vostra.
Torino, li 20 1860.
Devot. ed obb. servitore C. Cavour.
Eccellenza!
Il signor barone de Roussy, segretario di Legazione di cotestaReal Corte, mi consegnò la lettera di Vostra Eccellenza del 20 marzo p. p., insieme all'altra di S. M. il Re Augusto di lei signore pel SantoPadre, nelle cui sagre mani mi feci un dovere di rassegnarla.
Gli avvenimenti testé provocati nelle provincie di Bologna,Ferrara, Forlì e Ravenna sono di tal natura, che non possono somministrare al S. Padre, Vicario in terra di Quegli che è autoredella giustizia, titolo alcuno per concorrere alla consumazione della più flagrante ingiustizia. Da ciò comprenderà bene la E. V. non esserestata in grado la Santità Sua di accogliere come principio di negoziati le proposizioni fattele da S. M. il Re.
Conseguentemente mi duole di doverle dichiarare, non poter iospendere in modo alcuno la mia opera al compimento dei voli del Re di lei signore, giusta l'insinuazione da lei fallami, scorgendoimpossibile l'apertura dei negoziati sulla base di uno spoglio di una parte degli Stati della Santa Sede, al riconoscimento del quale, perdovere di onestà e di coscienza, mi sarebbe affatto vietato di cooperare.
In tal incontro ho l'onore di professare a V. E. i sensi dellamia più distinta considerazione.
Roma, 2 aprile 1860.
Di V. Eccellenza servitor vero G. Card. Antonelli
(Pubblicato il 5 febbraio 1860)
Il Papa e il Re, il Cattolicismo e la Patria, ecco il nostroProgramma, e siccome noi ci studiamo di sostenere secondo le nostre forze la nobilissima e santissima causa del Papato, così non vogliamopretermettere una questione che è del maggior momento per la nostra Dinastia e pel nostro paese, intendiamo dire la separazione dellaSavoia e della contea di Nizza dal Piemonte.
Noi abbiamo sempre combattuto questa separazione, noi lacombattiamo e combatteremo finché terremo in mano la penna, e ciò per affetto alla Dinastia che ci regge, per affetto ai valorosi e lealinostri Savoini, per affetto al Piemonte, all'Italia ed alla causa dell'ordine. Imperocché se si consumasse questa sciagurata separazione,ne patirebbero grandemente la Dinastia, la Savoia, il Piemonte, l'Italia, e verrebbe ad inaugurarsi un tremendo principiorivoluzionario.
Ne patirebbe dapprima la Dinastia. Antichissima ò casa Savoia,e, toltane l'augusta Dinastia dei Romani Pontefici, è la più anticafamiglia regnante che v'abbia in Europa. Essa risale a Umberto I Biancamano che fin dal mille possedeva i contadi di Moriana, di Savoia,il Ciablese e la Tarantasia, ecc. Separato la Savoia dal Piemonte, e la nostra Dinastia tronca le sue migliori tradizioni, e diventa unaDinastia d'ieri, che, invece di avere le radici piantate ne' secoli, si trova soggetta ai buffi malfidi dell'aura popolare.
Ne patirebbe di poi la Savoia, la quale, unita coll'Imperofrancese, perderebbe affatto ogni importanza politica, e diventerebbe l'ultimo degli spartimenti. Si persuadano i nostri fratelli che,divenuti Francesi, non istaranno meglio di noi né moralmente, né politicamente, né materialmente. Dovranno accettare leggi che abborronoe la religione condanna; dovranno subire quel governo che loro verrà da Parigi, e per quanti patti e condizioni sieno loro accordati al momentodell'unione, passata la luna di miele, si troveranno con un pugno di mosche. Deh, badino, per carità, che «brama di meglio star rendeinfelici!»
Ne patirebbe, e moltissimo, il Piemonte, conciossiaché dallaSavoia ci siano venuti sempre, e illustri uomini di Stato, e valorosissimi militari, dei quali vantaggiossi molto la patria, così intempo di guerra, come in tempo di pace. E noi conservatori, che negli elettori della Savoia trovammo sempre un potentissimo aiuto, o nei loroDeputati al Parlamento caldi ed eloquenti difensori dei principii cattolici e della causa dell'ordine, saremmo non solo ingrati, ma noncuranti degli interessi nostri se non ci adoperassimo in tutte le maniere per iscongiurare il pericolo che ci sovrasta, di vedereseparata la Savoia dal Piemonte.
Ne patirebbe l'Italia, e questo punto fu già dimostrato nelnostro giornale da chi accennava, tome, perduta la Savoia, l'Italia resterebbe apèrta da una parto alla Francia, dall'altra all'Austria, ela vera e ben intesa indipendenza della Penisola ne riporterebbe un colpo mortale.
Colle Alpi francesi, col Mediterraneo, lago francese, conNizza divenuta francese, noi resteremmo sempre alla mercé di chi comanda sulla Senna, il quale, se oggi è amico, o ci accordaprotezione, domani potrebbe farla da padrone, e dettarci la legge.
Finalmente ne patirebbe la causa dell'ordine, e separandosi laSavoia dal Piemonte nei momenti presenti verrebbe a sancirsi un tremendo principio rivoluzionario. Questa separazione venne giàconsumata a danno dei nostri Re nel 1792; e il Ministro Servan nell'informarne la Convenzione nazionale, le proponeva di far celebraretale avvenimento sulla piazza della Rivoluzione coll'inno dei Marsigliesi! dalla conquista della Savoia a quella del Piemonte non ci passò gran tempo.
I diari francesi chiedono in nome della geografia, dellalingua, della storia ohe la Savoia venga unita alla Francia. Terribileprincipio è quello che sotto pone il diritto alla geografia! Se si sancisse riguardo alle proprietà pubbliche perché non potrà stabilirsiriguardo alle private? Allora noi vedremo il pili potente impadronirsi del podere vicino per le condizioni topografiche de' suoipossedimenti.
Quanto alla storia, la Francia per impadronirai della Savoia,può invocare soltanto quella della rivoluzione, del terrore, del regicidio.E riguardo alla lingua dovrebbero i Francesi, prima di ricorrere a questo argomento, cedere l'Alzazia che parla tedesco, e la Corsica che,non ostante le grandi fatiche del governo per infranciosarla, continua a parlare italiano.
Noi speriamo che il nostro Ministero terrà fermo, e nonpermetterà che la più illustre porzione del nostro regno venga separala dal Piemonte. L'Opinione di quest'oggi, 4 di febbraio, scrive: e Se laSavoia dee congiungersi alla Francia, quando abbia il Piemonte bastevoli compensi, di posizioni stra logiche, sia pure; la Francia necompierà l'educazione nazionale!
Protestiamo altamente contro queste parole. Protestiamo,perché nessun compenso può essere bastevole a rifarci della perdila della Savoia, culla dei nostri Re, nerbo dellenostre truppe, origine della nostra gloria e del nostro potere.
Protestiamo perché la politica non deve essere un vilemercimonio, é le diverse parti di uno Stato non possono, dopo una consuetudine di tanti secoli rimanersi così fredde e insensibili daSepararsi le une dalle oltre, mediante compensi. Noi amiamo la Savoia di caldissimo amore, e nessun compenso può darsi al nostro affetto.
Protestiamo, perché la Savoia non abbisogna ohe altri venga a compiere la sua educazione nazionale; imperocché è educatissima all'obbedienza e al rispetto verso il proprioRe, educatissima alla difesa dei suoi diritti, ed al culto della patria.
(Pubblicato il 10 marzo 1860).
Il conte di Cavour, nella risposta data alla Nota del ministroThouvenel, il 29 di febbraio, passò affatto sotto silenzio la questione della Savoia e di Nizza. Rispose però in una Nota a parte, sotto ladata del 2 di marzo, che noi pubblichiamo più innanzi. Chi sa leggere e intendere questa risposta del conte di Cavour, capisce a prima vista,che la Savoia e Nizza sono perdute pel nostro Stato.
Il nostro Presidente dal Consiglio riconosce nei sudditi del Re che abitano oltre Alpi il diritto di manifestareliberamente la loro volontà; e promette da parte del nostro governo di uniformarsi a tale manifestazione fatta in modo legale e conforme alle prescrizioni del Parlamento. Il conto di Cavour dice d'essere obbligato dalla logica inesorabile deifatti ad ammettere in Savoia e nella contea di Nizza que principii che propugna nell'Italia centrale. E il Presidente del Consiglio,considerando come già avvenuta la separazione della Savoia e di Nizza dal Piemonte, stima opportuno di dire nella sua Nota che neltracciamento dei confini dovrà lasciarsi tanto alla Sardegna, quanto alla Francia una conveniente linea di frontiera.
Egli è doloroso vedere un ministro del Re erigersi a capodella rivoluzione, e dir egli stesso a' popoli, che da nove secolivivono sotto la Casa di Savoia, se intendano continuare a far parte della nostra Monarchia, o staccarsene 1 Se questa domanda si fa agliabitanti della Savoia e della contea di Nizza, perché non farla egualmente a que' del marchesato di Saluzzo, di Pinerolo, delMonferrato, del Novarese, della Liguria? Dove saremo noi condotti da un sì tristo sistema?
Inoltre eccovi qui evidentissimo ciò che dicevamo altra voltaagli elettori. Chi vuol togliere al Papa le Romagne, vuol togliere al Piemonte la Savoia e Nizza; vuol rendere Torino città di confine. Ledue questioni si collegano perfettamente, e Io stesso conte di Cavour ne conviene.
Ma taluno ci osserverà, che il voto della Savoia e di Nizzapuò essere ancora favorevole allo Stato nostro. Poveri illusi! L'imperatoreNapoleone è molto pratico nel raccogliere i voti, ed egli che seppe metterne insieme dieci milioni nell'impero francese, non sapràradunarne alcune centinaia di migliaia nella Savoia e nella contea di Nizza?
Il Diritto nel suo N° 69, del 9 di marzo, reputa esso pure fin d'ora perdute allo Stato Savoia e Nizza, ed eccone le parole:
«Dal giorno in cui il governo del Re abbandona a loro stessequelle popolazioni (che giova il dissimularlo?) quelle due provincie cesseranno di far a parte dello Stato. Niun governo espone una partedel suo Stato ad una tale alternativa se non è deciso di cedere quella parte di Stato, e nessun governo consentirebbe a subire l'esperimentodel voto delle popolazioni, e tanto meno quando questo governo si chiama impero francese, se non è anticipatamente certo che il risultato del voto gli sarà favorevole.
«Nè ci si dica che votando liberamente le popolazioni,liberamente possano dir di no alla Francia. Imperocché, suppongasi pur liberissima la votazione, a v'ha tuttavia un fatto superiore aqualsiasi volontà, che dominerebbe la situazione; vale a dire, da una parte l'abbandono del governo legittimo, dall'altra lo Stato vicino chebatte alle vostre porte per raccogliere la vostra eredità.
Questo fatto eserciterebbe una così malefica pressione sulvoto delle popolazioni da poterlo fin d'ora argomentare favorevole anzichécontrario alla e annessione.
Non illudiamoci, ma ponendoci nelle condizionispeciali di Savoia e di Nizza, col governo piemontese che senza un ragionevolemotivo, ma solo per pressioni di un potente vicino, si ritira; e dall'altro un governo che vuole l'annessione e che perciòsussurrerà infinite promesse, e poi ci si dica che il voto delle popolazioni sarà al tutto libero, spontaneo. O noi ci inganniamo, «ol'appello al voto delle popolazioni di Savoia e di Nizza non è e non può «essere che un manto per coprire la cessione».
Ottimamente detto 1 Solo il Diritto dovrebbe osservare,che il suo ragionamento può applicarsi alla lettera alle votazioni dell'Italia centrale, e noi perciò volemmo riferirlo testualmente,perché, a suo tempo, ne faremo il nostro prò.
Intanto è degno di osservazione, che il conte di Cavour nellacessione della Savoia e della contea di Nizza riserva, indipendentemente dalla votazione popolare, una linea conveniente di frontiera per la Sardegna. Ma allora, diciamo noi, le popolazioni della frontiera sarannosacrificate, o almeno potrà farsi violenza a' loro voti. Ognunolo vede; ma ognuno vede altresì, che questo sacrificio, questa eccezione al principio sarà giusta a cagione dell'indipendenza delloStato. Donde però deriva una conseguenza importantissima, ed è che, se per l'indipendenza del Piemonte si può fare o contro o senza i voti delle popolazioni dei paesi di frontiera, per l'indipendenza della Chiesa e del Capo del mondo cattolico può farsi senza il voto delle popolazioni degli Stati Pontificii.
(Pubblicato il 13 marzo 1860).
Abbiamo sotto gli occhi due numeri della Gazette de Savoie, l'uno ò U N° 2306 del 30 e 31 di gennaio, l'altro è il N° 2341 dell'11di marzo. Troviamo nel primo e nel secondo alcune parole del marchese Orso Serra, governatore di Ciamberì. Confrontiamole.
Addì 29 di gennaio, aveva luogo in Ciamberì una grandemanifestazione. «Inquieta pei rumori di separazione, dice la Gazette, e offesa nel suo sentimento nazionale per gli articoli recenti di qualche giornale di Parigi, e specialmente della Patrie, la gran maggioranza della popolazione di Ciamberì avea risoluto diprovocare una risposta categorica sulle intenzioni del nostre governo relative alla Savoia».
Una deputazione venne perciò spedita al governatore marcheseOrso Serra il quale la ricevette nella gran sala del palazzo reale. Ideputati protestarono della loro fedeltà a Casa Savoia, e domandarono schiarimenti sui disegni e le intenzioni del governo Sardo.
Il governatore svolgendo un dispaccio ricevuto da Torino, disse le seguenti parole: «Signori delegati, informato della domanda che la popolazione avea deciso di farmi, ho chiesto istruzioni al governo del Re, e una risposta categorica ed ora sono lieto di potervela manifestare.
La politica del governo di S. M. è conosciuta; essa non ha variato; il governo non ha mai avuto il pensiero di cedere la Savoia alla Francia. Interrogato già precedentemente dal partito, che ha osato levare nelpaese la bandiera della separazione, il governo non aveva neppur giudicato di dovergli rispondere». Così parlava Orso I, il 29 digennaio 1860.
Il 10 di marzo, il governatore di Ciamberì tornò a parlare, ela parola di Orso II è tale che il Courrier des Alpes dell'11 corrente può esclamare: Enfin nous voici frangisi e con fina ironia rende omaggio «all'ultimo funzionario amministrativo,che rappresentò il Piemonte nella Savoia».
E che cosa dico Orso II? Egli indirizza un proclama agliabitanti della provincia di Ciamberì, ed incomincia dal dichiarare che nonpoteva prevedere avvenimenti a' quali è estraneo. Ma perché adunque un mese fa Orso I dichiarava categoricamente che il governoSardo non ha mai avuto intenzione di cedere la Savoia alla Francia?
Orso II continua dicendo che nacque una sorda agitazione nellepopolazioni savoine per la pubblicazione recente di documenti officiali sulle sorti della
Savoia. Ma se questi documenti erano ignorati dai Savoini, nonpoteano esserlo dal governo Piemontese, a cui Orso I avea ricorso per avere una categorica risposta. E perché allora il governo e ilgovernatore assicurarono le anime semplicette, che non sarebbe mai più ceduta la Savoia alla Francia?
Orso I avea protestato solennemente che la politica del governo di S. M. era conosciuta, e che questa non avea variato. E con qual fronte Orso II allude oggidì alla pubblicazione di documenti officiali, che fecero nascere in Savoia la sorda agitazione?
Orso II loda la giustizia e la lealtà del governo, il quale, prima di prendere veruna risoluzione, vuole consultare i voti delle popolazioni. Ma il 29 di gennaio Orso Inon accertò che il governo aveva preso la risoluzione di non cedere la Savoia alla Francia? E non chiamava questa un'assurdità, a cui il, governo non ha mai pensalo?
Orso II dice a' Savoini che saranno chiamati ad eleggere tra quest'antica Monarchia di Savoia, a cui li uniscono un affettosecolare e una devozione senza limiti, eia Francia. Ma non è fare un torto a' Savoini ed alla Monarchia di Savoia metterne solo inquestione l'affetto secolare e la devozione senza limiti?
E poi perché Orso 1, un mese fa, non ha detto questo a' Savoini, avvertendoli che sarebbero fra breve chiamati ad eleggere tra la Casa di Savoia e la Francia? Perché invece li haassicurati che la Savoia non verrebbe ceduta ai Francesi? Perché si è scatenato contro il partito che avea osato levare la bandiera della separazione? 0
Orso II aveva consultalo il governo, e non poteva ignorarequanto oggidì si conosce. Se lo sapeva, perché ha detto il contrario? So ilgoverno l'ha ingannato, perché resta governatore?
Orso IL nel suo proclama ai Savoini non ha il coraggio disperare che la Savoia col suo secolare affetto e illimitata devozione resti unita al Piemonte. Il suo proclama dice assai chiaro che la Savoia diventerà francese
V'è di più. Un dispaccio telegrafico pubblicato dal Courier des Alpes annunzia che già in Francia si pensa all'organamento della Savoia, laquale verrà divisa in due spartimenti, conservando la Corte d'Appello in Ciamberì. Sicché il governo Francese fa quel conto del voto popolarein Savoia, che ne fa il Piemonte nell'Italia centrale!
È doloroso per ogni buon Piemontese, affezionato al suo Re,veder rotta dalla rivoluzione un'opera di novo secoli, e una Dinastiaantichissima divenire la più giovine Dinastia d'Europa. È doloroso veder dal governo e dai governatori piantati principii che potrannotrascinare alle più deplorabili conseguenze. E doloroso finalmente dover constatare quasi ogni giorno questa doppiezza di linguaggio, esempre nuove contraddizioni.
Parigi, 13 marzo 1860.
Signore,
L'Imperatore, nel suo discorso ai grandi corpi dello Stato, all'apertura della sessione legislativa, ha fatto conoscere il suopensiero nel caso previsto di un importante rimpasto territoriale al di là delle Alpi, ed annunciata l'intenzione di sottomettere alla saggezzaed all'equità dell'Europa una quistione che non viene sollevata dall'ambizione della Francia, ma fatta sorgere in qualche modo daglistessi avvenimenti. Sua Maestà ha creduto sia venuto il momento di adempiere a questo impegno, ed io mi affretto, in conformità agliordini ricevuti, a mettervi in istato di comunicare le nostre spiegazioni al gabinetto di...
Atti solenni, liberamente firmati in seguito di una campagnafelice per le nostre armi, hanno provato nel modo pili irrefragabile che noi non avevamo in vista un ingrandimento territoriale, allorquandola forza degli avvenimenti ci costrinse ad intervenire negli affari d'Italia. Se il governo imperiale ha potuto intravedere, come in unaipotesi, dalla quale il disinteresse non doveva poi escludere intieramente la prudenza, una situazione analoga a quella che oggi cisi presenta, esso si compiace nel ritenere che esso non cercò di farla sorgere, ma si sforzò all'opposto, in tutte le circostanze, di seguirela direzione più adatta ad escluderla dalle probabilità dell'avvenire.
Le stipulazioni di Zurigo, come quelle di Villafranca, laescludevano intieramente. Benché il possesso della Lombardia rendesse più forte il Piemonte sulle Alpi, noi facevamo lacere, senza esitanza,il nostro speciale interesse, e lungi dal favorire lo sviluppo di uno stato di cose che poteva fornirci legittime ed incalzanti ragioni perreclamare guarentigie, noi abbiamo impiegato, e l'Europa lo sa, tutta la nostra influenza per far attuare, nel loro significato ristretto, ledisposizioni dei trattali che riservavano il mantenimento delle circoscrizioni territoriali nel centro dell'Italia.
Non è necessario che io ora ricordi di nuovo le circostanzeche hanno impedito il buon esito de' nostri sforzi. Questo è unargomento che io ho già svolto nelle mie comunicazioni anteriori, e mi basterà il rammentare che la necessità di occuparci, prima di ognialtra cosa, e nell'interesse generale di stabilire un ordine di cose definitivo nella Penisola, poté solo determinarci a ricercare incombinazioni, diverse da quella che senza frutto avevamo tentato di far trionfare i mezzi di definire le questioni pendenti. Da quel punto unanuova situazione richiamava la nostra previdenza, e, senza metterci in opposizione colla politica che ha costantemente ispirato, sia gli atti,sia le parole dell'Imperatore, noi dovevamo nondimeno considerare gli svantaggi che le nuove condizioni d'Italia avrebbero potuto portare ainostri proprii interessi.
£ impossibile negare che la formazione di uno statoconsiderevole, padrone di tutti e due i versanti delle Alpi, non sia un avvenimento di sommo rilievo in quanto si riferisce alla sicurezzadelle nostre frontiere. La posizione geografica della Sardegna acquista un'importanza che essa non poteva avere quando questo regno contavaappena quattro milioni di abitatori, e si trovava in qualche modo respinto da un complesso di convenzioni al di fuori della Penisola. Conun ingrandimento che deve quasi triplicare la sua popolazione ed i suoi mezzi materiali, il possesso di tutti i passaggi delle Alpi lepermetterebbe, nel caso che alleanze da essa contratte avessero a farne per noi un avversario, di aprire l'ingresso del nostro territorio ad unesercito straniero, o di turbare colle sole sue forze, la sicurezza di una porzione importante delle nostre frontiere, intercettando laprincipale nostra linea di comunicazioni commerciali e militari.
Reclamare guarentigie contro una eventualità, che per quantonoi possiamo ritener lontana, sussiste però sempre, non è che obbedire allepiù legittime considerazioni, come alle pili ordinarie massime della politica internazionale che in nessun tempo ha preso la riconoscenza edi sentimenti per base unica delle relazioni tra gli Stati.
Queste guarentigie d'altronde sono esse tali da poltr darombra a qualche Potenza? Non stanno esse anzi nelle condizioni di un giustoequilibrio delle forze, e non sono soprattutto indicate dalla natura delle cose, che pose il nostro sistema di difesa al piede del versanteoccidentale delle Alpi? In diversi periodi della storia degli ultimi due secoli, e specialmente quando si trattò di regolare anticipatamentela questione della successione spagnuola, e più tardi in occasione della successione austriaca, vennero discusse convenzioni cheestendevano i possedimenti del Piemonte in Italia e gli davano sia la Lombardia, sia altri paesi vicini. In quei progetti molto meno vasticertamente di quello del quale oggi |si tratta, l'annessione della Savoia e della Contea di Nizza venne sempre considerata da parecchietra le principali Potenze dell'Europa come un compenso necessario per la Francia.
Ben certo che il mio pensiero non potrebbe dar luogo a falseinterpretazioni, io non provo alcun imbarazzo nel citare un precedente di data pili recente. Non sarà egli permesso di chiedere ammaestramentialla storia del nostro secolo senza ridestare rimembranze irritanti che le presenti generazioni ripudiano? Io rammenterò adunque che in unmomento in cui l'Europa era pure poco disposta ad usar moderazione in confronto della Francia, essa riconosceva dal lato delle Alpi lenecessità della nostra posizione geografica e trovava all'unanimità cosa giusta il lasciarci una porzione del territorio diventato ora benpiù indispensabile alla nostra sicurezza. Soltanto sotto l'impressione degli avvenimenti dell'anno successivo quella clausola venne annullata.
L'Imperatore, salendo al trono, dichiarò spontaneamente cheegli prendeva per norma de' suoi rapporti coll'Europa il rispettodei trattati conchiusi dai governi precedenti, e questa è una massima allaquale S. M. si farà sempre una legge di rimaner fedele. Ma non si potrebbe sconoscere l'indole eccezionale delle circostanze che cideterminano a chiedere che si faccia una modificazione alla fissazione del confine segnato in quo! tempo tra la Francia e la Sardegna. Ilrisultato della guerra fu di produrre, colla cessione della Lombardia al Piemonte, un primo mutamento nelle circoscrizioni territorialidell'Italia: l'annessione di altri Stati a quel regno costituisce un nuovo cangiamento, le conseguenze del quale hanno per noi un'importanzaparticolare, e non è mancare al rispetto portato dall'Imperatore in tutte le occasioni ai trattati esistenti, il domandare che essi poi nonvengano in sostanza alterati a nostro svantaggio.
In una comunicazione che prima d'ogni altra cosa si rivolgealla buona fede dei gabinetti, e che ronde testimonianza della buona fedeche anima il governo dell'Imperatore, dovrei io esitare a dire che, restituendo la Savoia al Piemonte, si volle fare di questo paese ilguardiano delle Alpi, perché ne tenesse aperti i passi verso la Francia? Per quanto questa posizione fosse incresciosa, noi ci siamolealmente rassegnati durante un mezzo secolo: anzi la accettavamo ancora ritornando da una campagna in Italia, che ci avrebbe potutoporgere facilmente l'occasione di mutarla; ma le condizioni che noi abbiamo scrupolosamente rispettate onde non far sorgere alcun sospettonelle nostre relazioni internazionali, dobbiam noi permettere che vengano aggravate, e l'Europa dal canto suo può essa trovar giusto cheal peso, col quale esse già si aggravavano sopra di noi, venga ora ad aggiungersi quello di uno Stato, la forza del quale si è triplicata nelcorso di un anno?
Provocando la modificazione de' trattati su questopunto, noi ci limitiamo in qualche modo a chiedere che una delle lorostipulazioni non acquisti, senza la volontà delle stesse Potenze che li hanno firmati, un'importanza pili grave ed un senso più dannoso pernoi.
Io mi affretto ad aggiungere che il governo dell'Imperatorenon vuole avere le guarentigie ch'egli reclama, se non dal libero consensodel He di Sardegna e delle popolazioni. La cessione che gli verrà fatta rimarrà dunque esente da ogni violenza come da ogni coercizione; ènostra ferma intenzione inoltre di combinarla, per quanto si riferisce ai territorii della Savoia soggetti allaneu trabeazione, in modo di nonoffendere alcun diritto acquistato, di non recar danno ad alcun legittimo interesse.
D'accordo colle nostre convenienze come colla volontà del Redi Sardegna, senza essere in contraddizione cogli interessi generalidell'Europa, la cessione della Savoia e della Contea di Nizza alla Francia non suscita quistioni cho siano incompatibili colle regole piliprecise e più rigorose del diritto pubblico. Se l'indole, la lingua e le abitudini delle popolazioni destinate ad essere riunite alla Franciaci fanno certi che questa cessione non è contraria ai loro sentimenti; se noi pensiamo che la configurazione del suolo ha confuso i lorointeressi commerciali cornei loro interessi politici coi nostri; se noi diciamo finalmente che le Alpi costituiscono la barriera che deveseparare eternamente l'Italia dalla Francia, noi ci limitiamo a conchiudere che il nuovo confine ohe deve esser tracciato tra noi ed ilPiemonte trova la sua sanzione nella forza delle cose.
Non è in nome delle idee di nazionalità, non è in qualità diconfini naturali che noi cerchiamo la annessione della Savoia e di Nizza al nostro territorio; è unicamente a titolo di guarentigia, ed incircostanze tali, che non sì può credere che abbiano a riprodursi in altri luoghi. In una parola, alieni da ogni idea d'ingrandimento, e piùancora da ogni idea di conquista, nostro unico scopo si ò di ottenere, in nome de' principii di diritto pubblico, che i trattali nonsiano resi più onerosi per noi su di un punto, in cui essi erano stati dettati da disposizioni che il tempo, lo spero, ha contribuito acancellare, e che, come sicurtà contro i pericoli, che l'ingrandirsi del Piemonte può produrre per noi nel futuro, la nostra frontiera vengafissata, mediante l'assenso del Re di Sardegna, a seconda de' bisogni della comune difesa.
Il governo dell'Imperatore, pieno di confidenza nell'autoritàdelle considerazioni che aveva a far valere, cominciò a trattare col gabinetto di Torino rispetto a questa importante quistione. Voiconoscete in qual modo ci siamo spiegati. Voi conoscete egualmente la risposta del gabinetto di Torino, e voi avrete veduto che, accogliendole osservazioni che noi gli avevamo presentate, caso si mostra disposto, a prezzo di un sacrifliio volontario, ad accordarvil'adesione che esse richiedono: io voglio lusingarmi che le ragioni di necessità e di diritto, ohe determinavano la nostra condotta, sarannocon maggior ragione valutate dal governo di coi sentimenti di equità che lo ispirano, e
collo spirito amichevole che dirige lo sue relazioni collaFrancia. Esso comprenderà che, cercando di ottenere guarentigie tanto legittime, noi dobbiamo cercare di accordarci colla Sardegna intornoagli atti ed alle disposizioni necessarie.
In forza di circostanze il più delle volte indipendenti dallaloro volontà, i governi non aono sempre riusciti a fondare le loro combinazioni au basi che riunissero in sè le condizioni d'una verastabilità, le quali altro non sono ohe quelle della giustizia illuminata dalla sana intelligenza degl'interessi reciproci, ed è perquesto che gli atti destinati a consacrare la pace non ebbero alle volle altro risultato all'infuori di quello di deporre nel sistemapolitico nuovi germi di difficoltà e di complicazioni. La combinazione, della quale motivi tanto giusti e potenti ci autorizzano oggi adesiderare la realizzazione, è in vece tanto conforme agl'interessi generali, che essa, noi ne abbiamo ferma fiducia, è necessariamentechiamata a far parte di ogni sistema saggiamente concepirlo e regolato con previdenza. Essa trova dunque la sua legittimità nell'assenza diogni lesione delle convenienze bene intese dell'Europa, come nelle esigenze della nostra propria situazione, e noi vogliamo credere cheessa sarà considerata sotto questo questo aspetto dalla Corte di…........
Vi prego di voler leggere questa nota, e di lasciarne copia alsig
Aggradite, ecc.
Thouvenel
(Pubblicato il 21 roano 1860).
I nostri Re già due Tolte perdettero la Savoia e Nizza, estanno per perderle amendue la terza volta, ma in un modo che nelle istorienon trova confronto. Lasciando da parte il presente, che tutti sanno, ricordiamo il passato che molti ignorano.
La prima perdita della Savoia avvenne nel secolo decimosesto,e durò dal 1536 al 1559. Era duca di Savoia Carlo III detto il buono. ma troppo buono, perché volea stare tra l'Imperatore di Germania e il Re di Francia tenga scontentare né l'uno, né l'altro, mentre que' due potenti si guardavano in cagnesco tra loro.
Francesco I, re di Francia, con que' pretesti che non mancanomai agli usurpatori, finì per invadere gli Stati del Duca, di cui eranipote. Dio ci guardi da tali nipoti! esclama il nostro collaboratore Cibrario. E chi sa che più tardi non abbia adesclamare: Dio ci guardi da tali alleati 1
I Francesi occuparono la Savoia, poi scesero le Alpi, es'impadronirono di tutto il Piemonte, eccetto Vald'Aosta, Vercelli, Cuneo e Nizza. Approssimandosi l'esercito francese, molte terremandavano ad assicurare Carlo III della loro fedeltà. Egli rispondeva mestamente: gli conservassero la fede e l'amore che gli avevano sempreportato, ma si governassero in modo da non lasciarsi rovinare.
I borghi di Torino vennero distrutti dai Francesi che vi sifortificarono; fu presa Rivoli, e messa a sacco; toccò la stessa sorte a Grugliasco, i cui abitanti tanto si tormentarono per averne danaro,che molti ne morirono. Carignano, Chieri, Savigliano, Saluzzo restarono preda de' Francesi, i quali presero e distrussero il Castellodi Bricherasio.
Poi nel 1543 la citta di Nizza fu perduta dal Duca di Savoia,e venne occupata dai Francesi e dai Turchi, alleati del Recristianissimo. Nel 1544 i Francesi pigliarono Alba a tradimento, e incendiarono S. Albano. Nel 1552 espugnarono Lanzo, Viu e Rivara;presero Busca e Dronero, facendovi impiccare Gerolamo Pallavicino; quindi Camerano e Solio, la cui guarnigione appesero per la gola; inultimo s'impadronirono di Valperga, Pont, Ceva, Verrua, San Michele, Cortemiglia, ecc.
Carlo III moriva in Vercelli il 17 di agosto del 1553, e iFrancesi impadronironsi tosto di quella città, rubando il tesoro del Duca. E poi continuarono a prendere sempre; presero e distrussero icastelli di Camerano, Baldichieri e Tigliole; presero Ivrea, Malvicino e Masino; presero Casale, Volpiano, Valenza, Valferrera e Cherasco:finché come Dio volle, presero una solenne battosta a San Quintino, e furono sconfitti dal valore di Emanuele Filiberto ili 0 d'agosto del1557.
Allora si fe' la pace di Castel Cambrest (5 di aprile 1559) eil Duca di Savoia ricuperò tutti gli Stati aviti, ad eccezione di Ginevra,del paese di Vaud e del Vallese Il conte di Masino, luogotenente generale di Emanuele Filiberto, pigliò possesso degli Stati in nome dilui; e il 25 di gennaio lo stesso Emanuele Filiberto giungeva in Nizza, e dopo qualche mese in Piemonte, ed a Vercelli, dove stabiliva la suaresidenza. Questa restituzione, dice l'ambasciatore veneto Andrea Boldù «fu tenuta per grandissimo miracolo, avendovi la Francia, in spaziod'anni ventitré che è durata la guerra, speso pili di 50 milioni di franchi, oltre tanto sangue che vi ha sparso con morte di tantiprincipi e signori».
Questo periodo di storia c'insegna: 1° Che le alleanzepolitiche e le alleanze di famiglia colla Francia non ci furono mai vantaggiose;2° che la perdita della Savoia si trasse con sè la perdita del Piemonte; 3° Che la Provvidenza opera anche grandissimi miracoli quando si tratta di favorire la causa dei buoni Principi; 4° Chebisogna avere pazienza e patire con dignità, giacché in ultimo la vittoria di S. Quintino non può fallire.
La seconda perdila della Savoia avvenne nel 1792. In sulfinire di quell'anno la convenzione spediva il generale Montesquiou a fare laconquista delle terre savoine, e furono invase alla maniera rivoluzionaria, senza dichiarazione di guerra. Il 23 dicembre dellostesso 4792 i Francesi invadevano Nizza.
11 conte di S. Andrea, accampato sui colli di Rauss e diBrois, resisté valorosamente battendo i nemici in varii scontri. Nel giugnodel 4793 i soldati piemontesi segnalaronsi nel tener testa agli assalti di Serrurier e di Brunet. Il duca di Monferrato tentando di liberar laSavoia respingeva dapprima i Francesi al di là di Moutiers, ma poi fu respinto egli stesso da Kellerman, e costretto a rivalicare il piccoloSan Bernardo. In quella ritirata fatto bersaglio ai colpi de' repubblicani, fu pregato di celare le insegne della suadignità; ma egli rispose; Voglio essere ciò che tono, e così debb'essere un principe di Savoia il dì della battaglia.
Sul finire d'agosto del 4 793 Vittorio Amedeo III partiva pelcampo della Ghiandola affine di tentare una spedizione su Nizza, risoluto di vincere o di morire. Nizza o Soperga era il suo grido. Il duca d'Aosta comandava la spedizione, la qualefalli per la lentezza dei soccorsi austriaci.
L'invasione della Savoia e di Nizza trasso dietro a sè in sulfinire del secolo de cimottavo l'invasione e la perdita del Piemonte, come già a mezzo il secolo decimosesto. Imperocché là sono le ported'Italia, e darle in mano agli stranieri, e pretendere che stieno a vedere e non entrino è vana lusinga e vera stoltezza. Ci pensino inostri rettori se sono ancora in tempo; ma forse il dado è tratto, e si preparano pel nostro paese le più grandi sciagure 1
PS. È giunta a Torino una deputazione del Municipio diNizza, incaricata di presentare al governo del Re le più calde istanze, affinché Nizza rimanga unita al Piemonte, o almeno venga neutralizzata e dichiarata indipendente. Noi speriamo ben poco da questa deputazione.È cosa veramente indegna la noncuranza che il Ministero mostra per la Contea di Nizza, sicché questa debba man dare inviati per supplicare ilgoverno di non abbandonarla alla mercé della Francia I Oh, nessun altro governo italiano tratterebbe così le sue provincie!
(Pubblicato il 27 marzo 1860).
Il 24 di marzo veniva sottoscritto il trattato che cede allaFrancia la Savoia, e il circondario di Nizza. Questa notizia è ufficiale, e fu annunciata dal Moniteur di Parigi del 25, come dice un telegramma che il lettore troverà a
suo luogo.
Le condizioni sono due: la sanzione delle Camere e la nessuna pressione della volontà delle popolazioni; positiva la prima, negativa la seconda. Le Camere approveranno, e lepopolazioni, secondo il solito, lascieranno fare.
Sebbene il trattato dica che le nuove frontiere di Francia ePiemonte saranno determinate da Commissioni miste francosarde, ad ogni modo noi possiamo fin d'ora calcolare già la perdita che dovràfare fra pochi giorni lo Stato nostro.
Quanto alla Savoia noi perderemo i circondarli di Albertville,Annecv, Bonneville, Ciamberì, Moutiers, San Giovanni di Moriana, San Giuliano, Thonon, in tutto 543,098 abitanti.
Quanto a Nizza il Moniteur dice che sarà ceduto alla Francia il circondario9 e questo, secondo la nuova legge del 43 di novembre 18&9, si compone deiseguenti mandamenti:
| Mandamenti | Popolazione |
| Contes | 6.072 |
| Guillaumes | 4,593 |
| Levenzo | 6,540 |
| Mentono | 5,673 |
| Nizza intra muros | 44,091 |
| Nizza extra muros | |
| Poggetto Tennieri | 3,261 |
| Roccasterone | 3,917 |
| Scarena | 6,939 |
| San Martino | 7,683 |
| Sospetto | 9,674 |
| Santo Stefano | 5,004 |
| Tenda | 6,034 |
| Utelle | 5,011 |
| Villafranca | 5,943 |
| Villars | 5.374 |
| Tot. popolaz. | 125,71 |
Sono dunque settecentomila abitanti tra Savoia e Nizza che sicedono alla Francia, popolazione fedelissima e benemerita della Dinastia.
Diee il Constitutiónnel che verrà indirizzato dal nostro Re un proclama alle popolazioni di Savoia e Nizza per iscioglierle dal giuramento di fedeltà. Ah! è dunque necessario, prima di annettere popolazioni agli Stati altrui,che il Sovrano legittimo le prosciolga dal giuramento? Giova molto il tener conto di questa dichiarazione.
E vuoisi riflettere eziandio come la Francia, per annettere inmodo stabile e solenne Nizza e Savoia all'Impero, voglia procedere con tuttele forme legittime, e secondo que' principii che chiamansi di diritta divino; mentre....
Non occorre che noi qui facciamo confronti, giacché il lettorepud farli da sé, e prevedere le conseguenze.
(Pubblicato il 28 marzo 1860).
Siamo accertati che oggi la Gazzetta ufficiale del Regno pubblicherà il trattato, con cui il nostro governo cede, per la forza degli avvenimenti, le provincie della Savoia e la Contea di Nizza all'Imperatore deiFrancesi. Se il trattato sarà pubblicato, Io ristamperemo in questo numero. Non sarà inutile tuttavia preparare un po' di proemio, a questotrattato medesimo; e il proemio per essere degno d'un cosi nobile contratto, verrà scritto da noi colle parole di S. M. I. Napoleone III,del conte di Morny, presidente del Corpo legislativo, de! Moniteur, giornale ufficiale dell'Impero francese, e di S. £. il conte di Cavour, presidente del nostro ministero.
Napoleone III, 18 di giugno 1859, indirizzava dal quartieregenerale di Milano un proclama agli Italiani, nel quale diceva: 11 vostri nemici, che sono i miei, hanno tentato disminuire la simpatia che era universale in Europa per la vostra causa, facendo credere che io non facessi la guerra che per ambizione personale o per INGRANDIRE il territorio della Francia. Se mai v'hanno uomini che non comprendono il loro tempo, io non sono certonel novero di costoro. L'opinione pubblica è oggi illuminata». Illuminatissima! ripigliamo noi, e passiamo ad altro.
Passiamo al discorso che, il 7 di febbraio 1859, fu recitato aParigi da S. M. I. Napoleone III, inaugurando le tornate del Corpo legislativo. Nei quale discorso l'Imperatore diceva: «Alla vigiliadella mia terza elezione io faceva a Bordeaux questa dichiarazione: L'Impero è la pace, volendo provare con essa che, se l'erede dell'Imperatore Napoleone! saliva sul trono, egli non ricomincierebbeun'era di conquiste... Giammai un interesse personale!
una meschina ambizione non dirigeranno le mie azioni.Allorché sostenuto dal voto e dal sentimento popolare un uomo ascende i gradini di un trono, s'innalza per la più grave delle risponsabilità aldi sopra della regione infima, in cui si dibattono volgari interessi. Probabilmente nel novero dei volgari interessi, il 7 di febbraio del 1859, S. M. I. comprendeva anche le conquiste della Savoia e di Nizza. Ed ora?
Il conte di Morny, (presidente del corpo legislativo,commentando, l'8 di febbraio 1859, le parole dette il giorno prima da Napoleone III,che cioè era alieno da interessi personali e da ambizioni meschine, diceva: Speriamo che nelle presenti circostanze le idee generose, le intenzioni leali e DISINTERESSATE dell'Imperatore si faranno strada nel mondo». E noiabbiamo sperato e le intenzioni si fecero strada, ed eccole oggi apparire alla luce del mondo, e sono veramente leali, disinteressate e generose!
Il Moniteur di Parigi, nel suo numero del 45 di marzo 1859,pubblicava un articolo coll'intento di persuadere l'Europa che l'Imperatore Napoleone, contento del suo Impero, non voleva il guadagnodi un palmo solo di terreno. La Francia è accusata, diceva il Moniteur, di nutrire disegni ambiziosi che essa ha ripudiati, e di preparare conquiste di cui essa non ha bisogno; e si cerca, mediante queste calunnie, di spaventare l'Europa». E poco dopo il Moniteur soggiungeva: «Se l'Imperatore avesse voluto senza ragione rinnovare inun'era di pace e di civiltà le guerre e le conquiste dei primo Impero, egli non sarebbe stato del suo tempo, ed avrebbe in tale guisa incorso ilbiasimo pili grande che possa colpire un capo di governo». Tuttavia, se abbiamo letto bene la storia, ci pare che la Savoia e la Contea diNizza fossero alcune di quelle conquiste, che Luigi Bonaparte dichiarava di ripudiare.
A compimento del commentario soggiungeremo ancora unacitazione, che sarà del conte di Cavour, il quale, il sei di febbraio del 4855,avvertiva i deputati a diffidare d'ogni intervento straniero in Italia, giacché potrebbero verificarsi una seconda volta que' due versi chedicono — Il novo signore s'aggiunge all'antico — L'un popolo e l'altro sul collo ci sta: cioè il signore d'Austria a Venezia, e il signore di Francia a Nizza; il popolo austriaco a levante, ed il popolo francese a ponente; e noi in mezzo, nella pienezza della nostraindipendenza! (Atti del Parlamento, N° 452, pag. 4675).
E nella tornata del 16 aprile 4 858 il conte di Cavour dicevaai deputati, che nel secolo passato la Francia, capitanata dal primoBonaparte scacciò i Tedeschi dall'Italia, ma per fare immediatamente mercimonio delle provincie conquistate a prò dell'Austria stessa. E qui non si puòdire, ripigliava il conto di Cavour, che essa abbandonava una parte per salvare il tutto, ma dava le Provincie venete per assicurare le sue conquiste ne' Paesi Bassi, sulle sponde del Reno e della Schelda». Il conte di Cavour, il 46 aprile 4858, avea in orrorela politica che che dà certe provincie per assicurare certe conquiste!
Finalmente lo stesso conte di Cavour, il 4 7 di febbraio del1859, nel Senato del Regno, scatenavasi contro i Principi Italiani, e dicevache essi (non avevano il diritto di alienare la loro indipendenza» che, alienandola «violavano manifestamente non solo lo spirito, ma lalettera dei trattati», e conchiudeva: «Io dico essere principio del diritto pubblico moderno, essere uno dei grandi progressi della civiltàe della scienza il non riconoscesi ne' principi il pi~ ritto di alienare i loro popoli» (Senato del Regno, Atti Ufficiali N° 13, pag. 41).
Ora noi domanderemo umilmente al conte di Cavour, se iltrattato che cede alla Francia le provincie della Savoia e la Contea di Nizza nonsia una alienazione di popoli molto peggiore di quella che egliun anno fa rimproverava agli altri Principi Italiani? Gli domanderemo come sappia conciliare i suoi fatti colle sue parole?
E qui ha fine il nostro proemio. Il tempo e gli avvenimentirestano incaricati di fare i commentarli al trattato, e li faranno!
(Pubblicato il 31 marzo 1860).
Il trattato, che cede alla Francia le provincie della Savoia ela Contea di Nizza, porta la data del 24 di marzo, data dolorosa nellanostra istoria, perché in quel giorno medesimo nove anni fa piombava sul nostro paese la grande sciagura di Novara. Eppure noi non esitiamoa dire che questo trattato è una sciagura molto peggiore di quella.
Imperocché a Novara l'Aquila di Savoia fu ferita, ma oggidìlascia il luogo all'Aquila imperiale. Rattazzi, nove anni fa, colla suaimprudente politica giuocava il trono e la vita di Carlo Alberto, secondo la frase di Vincenzo Gioberti. Ed oggi Cavour e Farini, coltrattato che hanno sottoscritto, distrussero in un giorno l'opera di nove secoli.
A Novara si cadeva dopo una resistenza, e coll'armi in pugno.Qui si obbedisce, si cede, si rinunzia umilissimamente. A Novara si salvava ilprincipio dell'indipendenza d'Italia. Qui il principio è sacrificato, e si chiama lo straniero in Nizza, cioè in una delle migliori parti dellaPenisola.
A Novara soffrivamo una disfatta materiale, una di quelleferite che il tempo basta a rimarginare. Ora ci tocca una disfatta morale, che iltempo peggiorerà, e da cui non ci riavremo mai pili.
A Novara volevamo recar aiuto all'amico e al fratello. Ora èil fratello e l'amico che noi rinneghiamo per darlo in balìa del francese.A Novara eravamo obbligati a pagare parecchi milioni all'Austria. Ora, cedendo Nizza alla Francia, paghiamo con popoli fedelissimi, edifendiamo in principio la legittimità della dominazione forestiera in Italia. Dopo Novara eravamo compatiti, perché deboli e sventurati. Oral'Europa non ha per noi che rimproveri e disdegno.
E poterono trovarsi due Italiani, che sottoscrivessero coiplenipotenziari francesi un simile trattato? E uno de' sottoscrittori, il conte di Cavour, ha nelle vene sanguesavoiardo? E l'altro, il dottor Farini, con una mano toglie le Romagne al Papa e coll'altra regala Nizza alla Francia? E questi due uomini,non che tollerati, vengono applauditi come eroi? Oh tristissimi tempi! Oh insipienti giudizi!
Percorrete la collezione de' nostri trattati, e nonne troverete un solo che possa paragonarsi con quello del 24 di marzo. Inostri annali raccontano gloriose imprese per riacquistare gli Stati nostri, non ree compiacenze nel cederli. Farini e Cavour hanno scrittonella nostra storia una pagina, che noi dovremo più tardi bagnare di lagrime. Torinesi, voi foste ben ricompensati dal presidente delministero d'averlo mandato tante volle al Parlamento! Egli ha reso la capitalo una città di frontiera; ha ripagalo Torino e la Savoiad'eguale moneta.
Si confrontino un po' due trattati pubblicati a brevedistanza, il trattato di Zurigo, e quello del 24 di marzo. Nel primo l'Austria,vinta, cede la Lombardia, ma è condotta a ciò dai patiti rovesci, e della Lombardia conserva le chiavi. Noi vincitori, al punto di pigliarpossesso d'Italia, ne mettiamo le chiavi nelle mani della Francia I II trattato di Zurigo s'intende, quello del 24 di marzo è un mistero.
Il trattato di Zurigo era esplicito. Esso diceva chiaramenteche cosa l'Austria cedeva,' e che cosa riservava per sè; parlava deicompensi, degli oneri assunti dalla Francia e dal Piemonte, e dei diritti riservati al governo austriaco. Laddove il trattato del 24 dimarzo ci lascia nelle tenebre. Perdiamo la Savoia e la Contea di Nizza, ma non si sa bene quanti paesi debbano comprendersi sotto questi nomi,Resterà una parte del nostro debito alla Francia; ma in quale proporzione? L'unico diritto che ci riserviamo è di continuare iltraforo del Moncenisio; vale a diredi continuare nel sacrifizio di molti e molti milioni con poca speranza di buon risultato! Se unvantaggio potea tornare al Piemonte dalla cessione della Savoia, si era di liberarci da un'impresa gigantesca sì, ma avventata scientificamenteed economicamente, qual ò il traforo delle Alpi. Invece no, neppur questo vantaggio ci è rimasto, e noi ci riserviamo il diritto ditraforare il Moncenisio, perché i Francesi possano venire in Torino sulla strada ferrala! V'è in tutto ciò qualche cosa di così strano, chenoi non sappiamo con qual nome chiamarlo.
Sallo Iddio quanta afflizione ci rechi il dovere esporro perle stampe queste osservazioni I Avremmo amato meglio tacere. Ma ilParlamento è chiamato a sancire il trattato del 24 di marzo, ed è un sacro dovere per il giornalista di condannarlo, e dimostrarne i dannipresenti e i pericoli gravissimi a caici espone.
Il trattato dice all'art. 7° che e per la Sardegna saràesecutorio appena che la sanzione legislativa necessaria sarà stata data dal Parlamento». Questo non è un articolo, ma un epigramma.Imperocché la Sardegna non ha nulla de eseguire; e l'esecuzionetocca alla Francia che ha già preso e sta per prendere possesso della Savoia e della Contea di Nizza. L'art. 7° per essere conforme alloStatuto dovea dire che il trattato non sarebbe valido se nondopo la sanzione legislativa. Dall'altra parte il richiamo del governatore di Ciamberì e l'abbandono totale, in cui si lascia Nizza,non è un principio d'esecuzione del trattato per parte della Sardegna?
Noi speriamo nel Parlamento che non approverà l'opera diCavour e di Farmi. Ma perciò vuolsi ricorrere alle due Camere peg mmo di petizioni.Ora le parti principalmente interessate io questo trattato, la Savoia e Nizza, non possono manifestare la loro volontà. Non possono, perché,levandosi oggidì contro il governo francese, si esporrebbero a grandi pericoli. Non possono, perché hanno contro di sè la prima polizia del mondo, come osserva la Gazzette de Nice del 28 di marzo, e dei fondi secreti considerevoli. Non possono, perché già subiscono l'occupazione straniera.
Tocca dunque al resto dello Stato venire in soccorso di quellepopolazioni sacrificate. Tocca a noi Piemontesi in ispécie di dire che non vogliamo separarci dalla Savoia, la culla dei nostri Re, né daNizza che no fu spesse volle il rifugio.
Tocca ai Torinesi di non dimenticare che l'invasione dellaSavoia trasse sempre con sé la schiavitù della nostra città qualunque governo fosse inFrancia, o l'assoluto di Francesco I, o il repubblicano del secolo passato. Oh sì, dicon spiritosamente mesi fa il Times, oh sì,che i Zuavi staranno a vedere dal Moncenisio le nostre belle pianure, senza che salii loro il grillo di venire più tardi a farvi unapasseggiata!
E poi la causa della Savoia, e principalmente della Contea diNizza, è la causa di tutta l'Italia. Se oggi s'ha la debolezza di cedere unaprovincia, domani s'avrà il coraggio di negarne un'altra? E di concessioni in concessioni, dove andremo a parare? È evidente ornai cheil nipote vuole calcare le pedate dello zio, e voi sapete che questi non s'è arrestato né a Nizza, né alla Savoia. Che se lo zio procedetteinnanzi, non ostante la resistenza de' nostri Principi e de' nostri soldati, che cosa farà il nipote, che trova tantacompiacenza nei Cavour e nei Farini, arbitri delle nostre sorti, e signori delle nostre città?
Concittadini! Sono cessate le incertezze sui nostri destini.
Con un trattato firmalo il 24 marzo scorso il valoroso re VittorioEmanuele ha ceduta alla Francia la Savoia e il circondario di Nizza. I più potenti motivi di convenienza politica, le esigenze dell'avvenire d'Italia, il sentimento di gratitudine verso il suo potente alleato, infine lecircostanze tutte speciali del nostro paese ha deciso, benché a malincuore, questo ben amato Sovrano a separarsi dalle provinciestrettamente congiunte da secoli alla sua dinastia. Ma la sorte dei popoli non deve essere il risultato esclusivo della volontà deiprincipi. Di questa guisa il magnanimo imperatore Napoleone e il leale Vittorio Emanuele hanno desiderato che il trattato di cessione fosseconvalidato dall'adesione popolare.
Per questo scopo voi sarete tra breve convocati nei comizielettorali, e S. M. il Re mi ha commesso provvisoriamente il governo di questo circondario nella mia qualità di vostro concittadino.
Concittadini!
Alla voce augusta del Re ogni incertezza sul nostro avvenire èdileguata. Nella stessa guisa dinanzi a queste parole auguste debbono ormai scomparire i dissidii e le rivalità. Tutti i cittadini devonoessere animati dallo stesso spirito di conciliazione. Tutte leopposizioni detono frangersi impotenti contro gl'interessi della patria e il sentimento del dovere, ha di più; esse troverebbero un ostacoloinsuperabile negli stessi desiderii di Vittorio Emanuele.
Le pubbliche dimostrazioni in questi momenti non hanno piùragione d'essere. Solo loro scopo sarebbe quello di compromettere l'ordinepubblico che sarà oggimai energicamente protetto.
La confidenza, la tranquillità o il raccoglimento debbonopresiedere all'atto solenne cui verrete chiamati.
Concittadini!
La missione che mi fu commessa dal Re è transitoria, maimportante. Per adempiere il mio uffizio in queste straordinarie circostanze ioconto sull'appoggio del vostro rispetto alle leggi, e su quell'alto grado di civiltà, al quale voi vi sapeste innalzare.
Affrettiamoci dunque di raffermare coi nostri voti la riunionedella nostra contea alla Francia. Rendendoci l'eco delle intenzioni del Re(sic), stringiamoci intorno alla bandiera di questa nobile e grande nazione che eccitò sempre le nostre più vive simpatie. Ordiniamociintorno al trono del glorioso imperatore Napoleone III. Circondiamolo di quella fedeltà tutta speciale del nostro paese che noi abbiamoserbalo fino a questo giorno (sic) a Vittorio Emanuele.
Per questo augusto Principe che si serbi fra noi il cultodelle memorie, e che degli ardenti voti si innalzino pe' suoi nuovi e splendidi destini.
Pel grande Napoleone III, la cui potente e ferma volontà è diaprire un'éra novella di prosperità pel nostro paese, comincierà la nostrafedeltà a tutte prove e la nostra rispettosa devozione.
Viva la Francia!
Viva l'imperatore Napoleone III.
Nizza, 2 aprile 1860.
Il Governatore provvisorio
LuBoms.
(Pubblicato il 4 aprile 1860).
Il discorso della Corona, pubblicato nel nostro numero precedente si distingue per due antitesi singolari, cioè l’annessione dell'Italia centrale al nostro Stato, e la sconnessione dal nostro Stato della Savoia e della Contea di Nizza; le lodi, lariconoscenza, la sottomissione ad un Alleato magnanimo, Luigi Bonaparte, e l'alterezza e indipendenza usata verso il Capo supremo della reli pione cattolica, Pio IX. Queste due antitesi meritano di venir considerate in due articoli, e comincieremoperciò dalla prima.
«L'Italia centrale è libera per meravigliosa virtù, de' popoli», prese a dir la Corona, e il giornale ufficiale segna aquesto luogo viva approvazione. Poco dopo soggiunge: Hostipulato un trattato sulla riunione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia». E pare che tali parole sieno state seguite da profondo silenzio, perché il giornale ufficiale non segna nulla (1).
Qui viene subito in mente la domanda: Come mai? Lameravigliosa virtù dei popoli che operò l'annessione nell'Italia centrale, non poté impedire la e connessione nell'Italia settentrionale? Che nuovo sistema è questo di far libera una parte della Penisola col renderne serva un'altra? Sconnettere di qua per annettere di là?
Il discorso della Corona dà di questa antilogia le seguentiragioni: 4° La riconoscenza alla Francia; 2° Il bene d'Italia; 3° L'assodamento dell'unione di Francia e d'Italia; 4° La comunanza di origini, di principii e di destini Ira gli Italiani e i Francesi. Esaminiamole una ad una.
La riconoscenza alla Francia. Bella cosa è la riconoscenza, eil poeta dice: «Che l'orror dei mortali è un'alma ingrata». Ma non si dovrebbe dimenticare che l'Italia ha pure qualche debito di gratitudineverso il Papato in genere e Pio IX in ispecie. E perché tanta fretta nel pagare i debiti al Bonaparte, e un si meschino ricambio al romanoPontefice?
E poi la riconoscenza, per quanto sia ampia e generosa, nonpuò mai giustificare una contraddizione. Or bene gravissima contraddizione ècodesta di mettere una parte d'Italia sotto lo straniero francese, perché ci aiutò a liberare un'altra parte d'Italia dallo straniero austriaco!
Il Diritto del 3 di aprile, N° 94, scrive: Un significantesilenzio accolse le parole che riguardano Savoia e Nizza; e parve persino una crudele ironia il ricordo della sanzione delle Camere e delvoto dei popoli, quando ognuno sa che noi abbiamo ornai abbandonate quelle due. provincie, mentre esse sono occupate dai Francesi. Erameglio non toccare questo tasto dellcato, se non volevasi che in ogni cuore avesse un'eco di dolore. Il silenzio che accolse questo passo deldiscorso della Corona deve pure avere avvertito il ministero, che il paese, con grande ansietà attende chiare spiegazioni su questopenosissimo argomento».
Finalmente ci costano cari i servigi napoleonici, se noidobbiamo pagarli col sacrifizio de' nostri fratelli; e siamo tentali a supplicare NapoleoneIII di non aiutarci pili, perché, se dopo la conquista della Lombardia,dobbiamo pagarlo con Savoia e Nizza; dopo la conquista della Venezia, dovremo dargli il resto della Liguria e il Piemonte fino alla Sesia.Tanto più oggidì che confessa di non volersi più battere per un'idea!
Passiamo alla seconda ragione del sacrifizio, cioè il bene d'Italia. Confessiamo l'ignoranza nostra: non sappiamo capire come il bene d'Italia possarichiedere che si ceda alla Francia Savoia e Nizza; anzi ci pare che il bene d'Italia avrebbe richiesto per contrario che non si cedesse nél'una, né l'altra. Ed eccone i motivi.
Cedendo Nizza, che è evidentemente italiana, al governofrancese, evidentemente bramerò in Italia, si legittimala dominazione straniera nella Penisola; e questo non ci sembra un bene, ma uù male.
Cedendo la Savoia, che è la porta d'Italia, si perdono lenaturali difese che la Provvidenza ha stabilito pel nostro paese, e ci diamo inbalìa degli invasori; lo che non ci sembra un bene, ma un male, e un grandissimo male.
Cedendo la Savoia e Nizza, si prepara la strada ad altroconcessioni, si fomenta l'appetito di coloro che dicono l'appètit vient en mangeant, si fa venire l'acquolina in bocca ad altri stranieri che ci renderannoservizi simili per ottenerne simili contraccambi; e questo non ci pare un bene, per l'Italia, ma un gran male.
Cedendo la Savoia e Nizza, Nizza in ispecie, che fin dal 1388sceglieva volontariamente per suo signore Amedeo VII il Rosso, Nizza che fu dal duca Carlo III onorata col titolo di fedelissima, noi gettiamo semi di timore, di diffidenza, di disunione in altre partid'Italia venute assai più tardi, e di una fe deità non ancora esperimentata. E questo pure ci sembra un male, e non un bene.
La terza ragione per cui si vogliono sconnettere dal Piemonte le provincie Savoine e la Contea Nicese, è l'assodamento dell'unione di Francia e d'Italia. La quale ragione ci fa gelare il sangue, perché prova troppo, e ci espone alpericolo di diventare interamente francesi.
Imperocché se per assodare l'unione galloitala si ha da dareoggidì alla Francia una provincia italiana, domani se ne dovrà cedere un'altra, e a poco a poco dallo spartimento delle Alpi marittime verremo a quello di Montenotte. e via via fino allo spartimento del Tevere, come è avvenuto nel secolo passato. Allora sì, sarà assodata l'unione quando gli Italiani diverranno francesi 1
Il pericolo è più prossimo che non si crede, giacché noi nonfacciamo semplicemente il sacrifizio di alcune città, ma sacrifichiamo il principio istesso, e colla e connessione di Nizza mettiamo l'addentellato per altre sconnessioni che saranno egualmenteragionevoli, egualmente legittime.
E poi la storia è lì per attestarci che sempre, sempre,sempre, quando i Francesi furono a Nizza e nella Savoia, si inoltrarono piùavanti in Italia. Credete voi di godere il privilegio della politica: Daghela avanti un passo?
Il quale pericolo viene dimostrato ancor più chiaramente dallaquarta ed ultima ragione, che si adduce per isconnettere dal Piemonte la Savoia e Nizza, cioè la comunanza, di origini, di principii e di destini tra gli Italiani ed i Francesi.
Pogniamo che i Francesi volessero impadronirsi di Torino, comesotto Francesco I, sotto Luigi XIV, sotto la prima Repubblica. Essipotrebbero servirsi della frase del discorso della Corona, e dire che vengono a comandare sulla sponda della Dora o del Po, mossi dalla comunanza di origini, di principii e di destini!
Se questa comunanza giustifica la dominazione francese inItalia, atterrate allora la Basilica di Soperga, che vi ricorda la resistenza de nostri padri, il loro valore, il loro eroismo per nonsottostare allo, straniero.
Stracciate dalle nostre istorie molte pagine, e principalmentequella che racconta la battaglia di San Quintino, e le cose operate' da Emanuele Filiberto per sottrarre alla Francia il Piemonte, Nizza e laSavoia.
E perché venite a parlarci sì spesso dei Vespri Siciliani, se esiste tra Francia e l'Italia tale e tanta comunanza di origini, di principii e di destini? E perché avete gridato tanto contro l'occupazione francese in Roma, chiamandola un'occupazione straniera?
Comunanza d'origini tra gli Italiani e i Francesi! È vero, siamo tutti gente latina. Ma gli Spagnuoli appartengono allo stesso ceppo, e si avvicinano forse piùalla nostra lingua. Dunque potranno oggi o domani invocare le memorie antiche e riavere la Lombardia, la Sardegna, lo Stato napolitano?
Comunanza di principii 1 Abbiamo noi forse i principii del due dicembre? Il nostro Parlamento è un'immagine del Corpo legislativo? Il nostroStatuto rassomiglia alla costituzione francese? La libertà nostra è la libertà che si gode in Francia?
Comunanza di destini Quali sono i destini d'Italia, quali idestini della Francia? Se interroghiamo gli italianissimi, la nostra Penisola dee ritornare all'antica grandezza romana, cioè dominare coiproconsoli anche la Gallia. Se interroghiamo i Francesi, essi pretendono che il Mediterraneo sia un lago francese, e ohe mezza Europadebba sottostare alla loro signoria. Com'è dunque possibile la comunanza di destini?
E se regna tra Francesi e gli Italiani questa comunanza d'origini, di principii e di destini, perché Luigi Napoleone non lascia a noi la Savoia e la Contea di Nizza?Perché egli signore d'un impero di trentacinque milioni si spaventa di uno Stato di dodici milioni? Perché il Bonaparte teme di noi e vuole leAlpi, e noi non dobbiamo temere del Bonaparte?
Oh 1 non si piglino le cose con tanta leggerezza! Non siemettano principii di comunanza con tanta facilità! Che direbbe Alfieri redivivo se avesse udito inPiemonte il discorso che ieri risuonò nell'aula del Parlamento I Noi non sismo misogalli, ma siamo Piemontesi, e pur troppo veggiamo ilPiemonte che se ne va ira le feste, le luminarie e gli applausi fragorosi di chi inganna e di chi si lascia ingannare! Fra poco tempo,concittadini, rileggerete quest'articolo, e ce ne darete il vostro avviso. Molti di voi ora dormono, e dai Piemontesi addormentati ce neappelliamo a' Piemontesi svegli dai nuovi fatti imminenti.
(Pubblicato 18 aprile 1860).
Venerdì, in sul finire della tornata, ebbero luogo nella Camera deiDeputati le prime avvisaglie sulla questione di Nizza. Garibaldi e Laurenti-Robaudi, i due deputati di quella città, chiesero diinterpellare il conte di Cavour su tale argomento, ed egli, che non avea preparato ancora le sue solite artiglierie, rifiutò la battaglia,e negò di rispondere, col pretesto che la Camera non era costituita.
Ne' tempi normali certamente sarebbe stata aliena dalleconsuetudini parlamentari un'interpellanza come quella voluta dal generaleGaribaldi; ma di questi giorni noi la ritroviamo affatto legittima. Imperocché la maggior parte delle elezioni vennero approvate, e quindila Camera era costituita. E poi il pericolo incalza in modo da non patire indugio.
Se gli Austriaci fossero alle porte di Torino, osservavaopportunamente il deputato Laurenti-Robaudi, forse che il conte di Cavour rifiuterebbe di prendere un qualche provvedimento, col pretestoche v'hanno tuttavia alcune formalità da compiere? Or bene, se gli Austriaci non sono alle porte di Torino, gli stranieri sono in Nizza;essi hanno invaso la nostra città senza il consenso del Parlamento, e il ministero è risponsabile dell'invasione,
SI, il ministero, ritirando da Nizza le nostre truppe,richiamando i pubblici officiali, cedendo la città ai soldati francesi, venne menoalla clausola del trattato di cessione che riserva alla approvazione del potere legislativo la validità del trattato medesimo. Lo Statuto èstato violato, l'onor della Camera offeso, smembrato il regno, gettata una città in balla dello straniero e negli orrori della guerra civile.
E un nizzardo, un uomo di cuore, che non sia una banderuola,che abbia una qualche convinzione politica, può leggere quotidianamente ne'diari ciò che ci raccontano di Nizza, delle violenze che soffre, delle lagrime che sparge, e vedersi in faccia l'autore principale di tantidolori, e restarsi muto, e non chiedergliene ragione? Oh! no, davvero. Un nizzardo nella Camera non può aspettare, non può tacere, senza venirmeno a' suoi più stretti doveri, ed al mandato ricevuto da' proprii concittadini.
La questione di Nizza è tale, che dovrebbe riunire in un solotutti i partiti per riprovare solennemente l'operato del ministero, negandoal trattato di cessione quel voto che è necessario al suo valore. Cosi dovrebbero votare i Nizzardi prima, poi gli altri Liguri, i Piemontesi,i Lombardi, i deputati dell'Italia centrale, i Veneti, i fautori della sovranità del popolo gli amici della monarchia.
I Nizzardi. La storia di Nizza grida forte ai deputati diquella città, che essa è italiana, e che deve rigettare la dominazione straniera. I loro padri nel 4388, per opporsi ai Provenzali,sceglievano volontariamente Amedeo VII, il Rosso, conte diSavoia. Nel 1538, davanti alle minaccie di due potenti monarchi, chiudevansi nella loro fortezza rispondendo alle intimazioni, col grido: Viva Savoia! Nel 1543 resistevano ai Galloturchi, e meritavano da Carlo III il titolo di fedelissimi. Nel 1600 sbaragliarono i Francesi capitanali dal duca di Guisa, e restaronoItaliani: Civium. virtù te. Nel 1639 conducevano in città il cardinale Maurizio al grido di Viva Savoia. In seguitò i Nizzardi protestarono sempre colla parola e colle armi di nonvolersi staccare dal Piemonte, di voler rimanere Italiani (1). E nel giubilo del 1848 dichiaravano: I discendenti di Caterina Segurana vannosuperbi di appartenere a quella terra che produsse l'Alighieri».
E potrebbero i deputati nizzardi smentire tutta la loroistoria, negare le loro origini, le loro glorie particolari, i loro affetti, leloro proteste, e staccarsi silenziosi da questa Italia, di cui custodirono sempre le porte con tanto valore; di questa Italia, cheonorarono coi loro scrittori, e coi loro capitani? Ah! no, non fia mai. L'avvenuto nella tornata di venerdì passato ci è sicurtà che i Nizzardifaranno costar caro ai Cavour ed ai Farini il loro mercato.
I Liguri. Certo i deputati liguri se hanno testa e cuoredebbono coadiuvare i Nizzardi ed oppugnare il trattato!; imperocché Nizza fa parte della Liguria, che, secondo tutte le geografie, stendesidalla Magra al Varo; e la causa di quella città è comune a tutte le altre che vengono di poi. Se il Piemonte cede alla Francia il nostroterritorio fino alla Roia, domani potrà cederlo fino a Savona, e posdomani fino alla Spezia. La ragione del domandare per parte dellaFrancia e del cedere per parte del nostro governo sarà egualmente plausibile. E se ora i deputati della Liguria hanno buono in mano peropporsi alle improvvide condiscendenze, non l'avrebbero più quando rendessero favorevole il suffragio al trattato, che mette Nizza in manodello straniero.
I Piemontesi. Anche i deputati subalpini sono tenuti adoppugnare il trattato che cede Nizza e la Savoia. L'affetto e la fedeltà di queste due provincie non ci permettono di sagrificarle,qualunque potesse essere il vantaggio del sagrifizio. Noi cediamo il certo per l'incerto, e mentre le nostre perdite si vogliono stipularesolennemente, i nostri guadagni dipendono dalla vita e dalla parola d'un uomo, il quale nella sua vita e nelle sue parole mostra una serienon interrotta di contraddizioni. E chi vien meno alle promesse fatte al Papa, di cui pure abbisogna, resterà fedele a noi, di cui si ride incuor suo? Subalpini non v'illudete pel presente e pensate al futuro. Pensate in ispecie che la perdita della Savoia e di Nizza fu sempre ilprincipio della servitù del Piemonte.
I Lombardi. Se v'ha taluno, che debba tremare al solo sentirdiscorrere di cessione, sono i deputati della Lombardia, la quale ieri fu ceduta dall'Austria alla Francia, e alla Francia alla Sardegna. Seessi approvano oggidì la cessione della Savoia e di Nizza, riconoscono di poter essere ceduti più tardi una terza volta; legittimano ilgoverno antico, che chiamavano straniero; rinnegano lanazionalità italiana, di cui tanto parlarono e straparlarono; e mentre si veggono indifesi a levante, mettono in mano alla Francia a ponentela chiave d'Italia, che è il passaggio delle Alpi.
Gli Italiani del centro. Gessi Iddio che noi rinneghiamo inostri principii, o per vezzo d'opposizione ritrattiamo menomamente i giudizi emessi altra volta sulle cose avvenute nell'Italia del centro.I deputati di quelle contrade sono agli occhi nostri oggidì quello che furono ieri! Ma sorpassando per un momento sulla loro origine e sulleloro autorità, diciamo che se vogliono essere conseguenti a loro principii ed ai loro interessi debbono oppugnare la cessione di Nizza.Avvegnaché questa città sia passata al Piemonte cinque secoli sono per volontaria dedizione, la quale se ora può esser messa in non cale, ealienata in vantaggio della Francia, s'ha ragione di temere che tardi o tosto la stessa sorte possa toccare a Parma, a Modena, alla Toscana, edalle Romagne. Ciò non avverrà mai più, diranno i ministeriali. Ma nel 1848, ed anche nel 1859 dicevano lo stesso di Nizza e della Savoia,mentre ora veggiamo avvenire la cessione dell'una e dell'altra.
I Veneti. Anche la Venezia è rappresentata nel Parlamento.Rinnoviamo le nostre proteste e senza approvare il fatto, lo constatiamo semplicemente per dire che i deputati veneti, chericonoscono straniero il dominio austriaco nella Venezia, non possono approvare la dominazione francese nella Contea di Nizza.
(1) Vedi lo scritto intitolato: È vero che Nizza desideristaccarsi dal Piemonte? Prove del notaio Eugenio Emanuel, nizzardo. — Nizza,stamperìa del Nizzardo, diretta da Eugenio Lavagna, 1859.
Il giorno in cui i deputati veneti sancissero il trattato del24 di marzo, dovrebbero abbandonare Torino, e correre in grembo dell'Austria.Con qual coraggio oserebbero essi gridare fuori lo straniero dopo d'aver messo nelle sue mani una delle nostre migliori provincie?Qual conto farebbe la diplomazia de loro richiami, poiché essi li avessero smentiti coll'inaugurare in Italia la dominazione francese?
Abbiam detto che debbono ancora votare contro il trattato ifautori della sovranità popolare, e i puri monarchici se ve ne sono nel nostroParlamento. Di fatto i primi veggono cogli occhi proprii che si usa a Nizza una gran violenza che si mette ostacolo alla liberamanifestazione della volontà del popolo che non si tiene verun conto delle votazioni precedenti, che l'occupazione straniera precede ilvoto, il quale invece avrebbe dovuto precedere il trattalo. Se il popolo è sovrano, quale autorità avevano i Cavour ed i Farini di cederela Savoia e Nizza? Napoleone III dovea aspettare che Savoini e Nizzardi andassero a lui, e non pretendere che i ministri sardi gli regalasseroque' popoli.
1 puri monarchici poi riflettano che i nuovi fatti e le nuovedottrine scalzano il trono; che al 1792 tien dietro il 1798; che la capitolazione di Cherasco invece di consolidare la dinastia sabauda nepreparò l'inevitabile rovina come già venne osservato in questo foglio dal nostro collaboratore il cav. Cibrario. Si uniscano pertanto ideputati, e rigettino il trattato del 24 di marzo. L'Imperatore Napoleone non se ne adonterà, poiché nel trattato medesimo riconobbel'autorità del Parlamento.
Il governatore della provincia di Ciamberì s'affrettad'informare gli abitanti della provincia, che è stato convenuto tra il governosardo ed il governo francese che l'espressione dei voti del paese sarebbe fatta per mezzo del suffragio universale, e che per questo finele seguenti disposizioni furono prese d'accordo tra essi:
Art. 10 I Savoini abitanti (fella provincia di Ciamberì sonochiamati a votare sulla seguente questione: La Savoia tuoi essere riunita alla Francia? Art. 2°. Il voto avrà luogo con un SI o con un NO, a scrutinio segreto, permezzo di polizza manoscritta o stampata. Qualunque polizza che non recasse una risposta fretta alla questione fatta, o che recasse qualchefrase riprensibile sarà considerata come nulla. Art. 3°. Lo scrutinio sarà aperto in ogni Comune domenica, 22 aprile 1860, dalle ore ottoantimeridiane alle sette ore pomeridiane. Art. 4°. Saranno ammessi a votare tutti i cittadini in età d'anni ventuno almeno, nati in Savoia,o fuori della Savoia da genitori savoini, che abitano nel Comune almeno da sei mesi, e che non hanno subito condanna alcuna ad una penacriminale. Art. 5°. Sarà formalo in ogni Comune un Comitato presieduto dal sindaco, ed in caso d'assenza o d'impedimento, dall'assessore piùanziano non impedito nella Giunta municipale, e composto inoltre da quattro membri presi dalla Giunta, e, ad un bisogno, nel Consigliomunicipale per ordine di anzianità; secondo l'articolo 493 della legge del 23 ottobre p. p., questo Comitato si aggiungerà un segretario disua scelta. Art. 6°. Farà le liste, e le farà pubblicare domenica, 45 del corrente, al più tardi. Deciderà d'urgenza intorno ai richiami chepotranno essere fatti. Presiederà alla votazione, e ne registrerà il risultato in un processo verbale sottoscritto da tutti i membri. Art.7°. Nei Comuni in cui il Comitato credesse necessario di formare parecchie sezioni per riguardo al numero dei cittadini iscritti, saràstabilito, previa autorizzazione del governatore, per ogni sezione un uffizio speciale composto di cinque membri presi nel Consiglio comunalenel modo indicato nell'art. 5° sopra esposto. Sono inoltre applicabili a questo voto le disposizioni d'ordine pubblico contenute negliarticoli 54, 52, 53, 54, 55 e 56, come pure quelle dell'articolo 65 della citata legge del 23 ottobre ultimo. Art. 8°. Lo spoglio essendoterminato, i processi verbali saranno immediatamente trasmessi agli intendenti dei Circondari (arrondissements) che li farannogiungere al segretariato della Corte d'Appello per mezzo del Governatore. Art. 9°. La Corte, a camere riunite, procederà allospoglio generale, e ne constaterà il risultato con decisione pronunziata in seduta pubblica.
Ciamberì, il 7 aprile 1860.
Il governatore reggente
Dupasquier.
Mettiamo sotto gli occhi del lettore un curioso confronto trale parole che il conte di Cavour disse in Torino alla Camera dei Deputati,il 12 di aprile, e le parole che lo stesso giorno il signor Baroche, presidente del Consiglio di Stato e rappresentante dell'Imperatore deiFrancesi, disse al Corpo legislativo. Il conte di Cavour dichiarò che fu necessario cedere a Napoleone III la Savoia e Nizza per avereBologna, e conservare la conquista delle Romagne. Il sig.Baroche giurò che Napoleone III non entrò per uulla nella perdita delle Romagne patita dal S. Padre, e che anzi il Bonaparte ai adoperò intutte le guise per conservarle e farle restituire al Papa! Sarebbe bene che Cavour e gli agenti di Napoleone III ai mettessero d'accordo nelleparole, come lo furono, e lo sono tuttavia nelle opere. Altrimenti ai confuteranno a vicenda come è avvenuto questa volta. Si legga e sigiudichi!
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Cavour.Per ora sul terreno della politica mi restringo a questa sola dichiarazione ed è che la cessione di Nizza e della Savoia era condizione essenziale del proseguimento di quella via politica che in così breve tempo ci ha condotti a Milano, a Firenze, a BOLOGNA. Era impossibile respingere il trattato e proseguirenella stessa politica; non solo si sarebbero esposte a evidente pericolo le passateconquiste. ma si sarebbero esposte a cimento le sorti stesse dellapatria t (Camera dei Deputati del 12, Attiuff. , N° 10, pag. 37, col. 3*). |
Bàboche. La France n'est pour rien dans la séparation des Romagnes; la Francia non entra per nulla nella se parazione delle Romagne........ Ce n'est pas la faute de l'Empereur si le Saint-Pére n'a pas conservé sur ces contrées sonpouvoir; non è colpa dell'Imperatore, se il Papa non ha conservato su queste contrade il suo potere.......... Peut-on dire que la France a laissé les Légations échapper au Saint-Siège? Si può dire che la Francia abbia lasciato sfuggire le Legazioni alla S.Sede? (Tornata del Corpo legislativo francese del 12 aprile; pubblicata dal Moniteur del 15). |
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Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura! Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin) |
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