Eleaml - Nuovi Eleatici

USI E COSTUMI 

DI NAPOLI E CONTORNI DESCRITTI E DIPINTI 

OPERA DIRETTA DA FRANCESCO DE BOURCARD

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VOLUME SECONDO - 02A

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NAPOLI

STABILIMENTO TIPOGRAFICO DI GAETANO NOMLE

Vicoletto Salita a'  Ventaglieri num. 14.

1858

Un affresco di Napoli prima che diventasse italiana (1858), tratteggiato dalle migliori pennedell'epoca, come Giuseppe Regaldi, Carlo Tito Dalbono, Francesco Mastriani, Emmanuele Rocco, Emmanuele Bidera, Enrico Cossovich. L'operafu diretta e pubblicata da Francesco De Bourcard, discendente di una famiglia proveniente da Basilea e trapiantata nel Regno di Napoli.

Scrisse Benedetto Croce: "Gli Usi e costumi di Napoli e contorni descritti edipinti, opera diretta da Francesco de Bourcard, sona un magnifico libro, che mi meraviglio di non veder lodato e celebrato e ricercatocome si dovrebbe, e che forse adesso comincerà a svegliare intorno a se questi meritati sentimenti, adesso che, come tanti altri libri, - dopola rarefazione bibliopolica prodotta dalla guerra, - è diventato prezioso e quasi introvabile."

Questo secondo volume, nella versione che abbiamo utilizzato noi, quellapubblicata nel 1866, risente del nuovo clima politico di impronta sabauda.

Zenone di Elea - 27 febbraio 2016

01A - Usi e costumi di Napoli e contorni - opera diretta da Francesco de Bourcard - HTML

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02A - Usi e costumi di Napoli e contorni - opera diretta da Francesco de Bourcard - HTML

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I LAZZARONI ED I FACCHINI

ESAMINATO l'uomo del popolo nella sua età fanciullesca, seguitolo guaglione nelle svariate vicissitudini di una vita gaia, spensierata, vivacissima, ritorneremo a studiarlo adulto, occupandoci del lazzarone, ancor più del primo argomento vasto ed importante, e sul quale tanto siversarono patri scrittori non meno che stranieri. Se non che questi ultimi, sia per capriccio, sia per troppa leggerezza nello studio dellenostre costumanze, sia anche in buona fede in gravi errori inciamparono alterando la cose o sognandone altre non mai state, senza farsi alcunoscrupolo di presentarle al pubblico nelle loro opere. Onde a ragione scrive Galanti nella sua Guida di Napoli «Gli aneddoti, gli epigrammi, i sali potranno rendere piacevoli e piccanti siffatti libri,ma si abbia la buona fede di chiamarli romanzi, e non viaggi, cioè storia.

Fa mestieri inoltre di lunga permanenza in un luogo a fine di giudicai ne con criterio e piena cognizione di causa. «Un court vovage cu Italie (son parole ili Chauvet citate dallo stesso Galanti ) fait naître chez l’étranger les préventions les plus défavorables. Un longséjour par mi les Italiens inspire pour eux uno estime et un intérêt profond. » Dopo queste poche parole di prefazione, per avventura non affatto inutili, veniamo più da vicino al nostro proposito.

Le crociate, secondo un valente scrittore patrio, portarono a noi il morbo della lebbra dall’Egitto e dalla Palestina.

Coloro i quali ne vennero afflitti invocarono a protettore il Lazzaro del Vangelo  e fu creato un Ospedale col titolo di S. Lazzaro, nonché l'ordine cavalleresco ed ospedaliero sotto il medesimo titoloconosciuto. Or come quelli che componevano l’infimo ordine de’ nostri popolani, specie di proletari, vestivano una semplice camicia e calzonidi tela grossolana, rendendo cosi una tal quale simigliami de’ lebbrosi dell’Ospedale di S. Lazzaro i quali indossavano una veste di telabianca, , con buon fondamento può rintracciarsi in ciò l’etimologia della voce lazzaro onde poi nacque lazzarone. Gli storici si accordano nell’opinare essere il nome di lazzaro sorto al tempo de’ Viceré spagnuoli e dato per derisione a quelli delbasso popolo perché andavano quasi nudi come Lazzaro. Difatti tra un gran numero di abbiette genti (seguo le espressioni di uno di essistorici) molti vivevano a modo di belve, mal coperti, senza tetto, dormendo il verno in certe cave e la state al ciel sereno.

Comunque sia, oggi il lazzaro non somiglia più a quello de'  primitivi tempi, sensibilmente nel numero diminuito, e mutatonelle forme. imperocché dapprima se ne contavano presso di noi circa quarantamila, gente pigra, oziosa, noncurante di sò, dedita al ventreed al sonno, cenciosa, scalza.

Oggi una tale cifra è divenuta favolosa, i lazzari odierni, partecipi anche eglino al benefico ascendente dell’incivilimento, nonpiù si cuoprono con cenci; di scalzi (salvo qualche rarissima eccezione) non più si veggono per la capitale, anzi taluno veste inmodo abbastanza proprio «decente, di tal che oggi lo straniero inutilmente ricercherebbe il tipo del lazzaro quale viene descritto nelle antiche opere di costumi napolitani o delineatoin vecchie figure. E di vero cosiffatta mutazione è dovuta in modo essenziale al progresso de’ tempi che estese i suoi benefici ancheall’uomo del popolo.

Il commercio indicibilmente facilitato e promosso, grazie allestupende invenzioni delle ferrovie e de’ bastimenti a vapore ha renduto indispensabile il soccorso di braccia, epperò il lazzaro, anziché starsene meschinamente a poltrire, trova sempre in che spenderecon profitto la giornata, ed in conseguenza a provvedere, meglio che per lo innanzi, ai suoi bisogni.

Oltre a ciò il destro che di continuo gli si offre di avvicinarepersone illustri per nascita e per dignità, ingentilendo i suoi costumi, migliorando ed ampliando le sue idee, ha giovato non poco asolleticarne la piccola ambizione (che anche egli come tutti ne ha un tantino a questo mondo) a persuaderlo come sconcia e sconvenevol cosasia la sudicezza eia improprietà ancora all'infimo e più vile degli uomini, anzi la nettezza non sapere iscompagnarsi da qualunque,avvegnaché abbiettissimo uffizio, ed infine come ogni gentile e bennata persona tanto più volentieri si senta inclinata ad avvalersi dell’operaaltrui per quanto più mondo e castigato sopra sé stesso lo veggia.

Quanto all’indole talun autore ha voluto dare una tinta di ferocia al nostro lazzaro; qualche bel rumore straniero, tramutandolo in una specie di brigante,sul fare di Titta Grieco o Peppe Mastrillo, lo ha descritto armato di stile e di coltello, accattabrighe, insolente, corrivo alle risse edall’offendere.

Senza dividere alcuna di queste opinioni, o piuttosto sogni, diremo come il nostro lazzaro india ha di feroce; in quella vece e gaio e faccione si spinge adeccessi se non provocato, nel quale caso soltanto è a temersene molto, imperocché la parte fisica è in lui possentemente sviluppata.

Nè manca, per la intellettuale, di quell’acume e prontezza dispirito per avventura sì propri del nostro popolo; singolar privilegio dalla natura largitogli. In effetti a chi non è noto quanto sia essoconcettoso ed epigrammatico che se tal fiata eccede gli è ad attribuire a quella sua soverchia franchezza abituale, da veruna buona disciplinaovvero educazione raddolcita e moderata.

L'idea del lazzarone si accorda naturalmente a quella del facchino. imperocché ne sia una delle tante diramazioni, come diramazioni del lazzarone sono anche il vastaso ed il mascalzone.

Potremo in conseguenza distinguere così queste specie:

Lazzarone—nome generico dell'infimo ordine del nostro popolo.

Mascalzone—peggiorativo di lazzarone; nome che gli si da per ischerno o vituperio, e tolto per avventura da quelloonde nell'età del feudalismo addimandavansi i pedoni o soldati di masnada male in arnese.

Facchino — lazzarone che ha deposto in gran parte la rozzezza originaria, utilissimo anzi necessario alla società,industrioso, intelligente, onesto, sempre occupato attivo solerte, e d’ordinario, come vedremo, assai onorato e stimato.

Vastaso — suona quasi facchino ma e voce più volgare, nascente dal greco che significa portare, e che ha fornito bastali agli Illiri, vastaso ai Napolitani e bastagio ai Toscani.

Vengono infine i lazzaroni talune volte chiamati anche banchieri e ciò dalla vecchia costumanza di riposare sotto le panche ovvero banchi.

Ma il più importante del fin qui detto intorno a lazzarone, ingenerale, è ciò che concerne nella specie il facchino, epperò occupiamoci ora di questo.

I facchini, addetti esclusivamente ai trasporti,ciò fanno in diversi modi. Altri levano i pesi interamente sul capo,altri ponendosiuna specie di berretto lungo di lana bigia che ricade attortiglialo sul collo, e detto perciò sacco,caricano del peso il collo medesimo, e questo chiamano con propria frase auzare ncuollo (alzare in collo). Altri infine trasportano i pesi affidandoli ad unaspranga che appoggiano sopra una sola spalla,e questi ultimi sono quasi tutti di San Giovanni a Teduccio,grazioso ed industre villaggio ne'dintorni di Napoli, detti perciò comunemente i Sangiovannari .

E come al nominare dei San Giovannari molti dei nostri lettori saran corsi per avventura col pensiero alla bella festa popolare così della degigli che da costoro recatisi in ispalla nel giorno 22 giugno, in cui la città diNola celebra la festa del suo vescovo e protettore S. Paolino, così confidiamo non sia per giugner discaro il breve episodio che facciamseguitare, dopo del quale ritorneremo più minutamente alla fisiologia de’ nostri protagonisti.

Ma innanzi tutto come dispensarci dall’offerire un piccini tributodi ossequio a città così memorabile e per tanti titoli dalla storia commendata?

Toccheremo perciò di volo come varie sieno state le opinioni sullaorigine di questa città regia vescovile, e suffraganea di Napoli,la quale sorgeva nove miglia dall'antica Suessola e nel silo stesso oveoggidì si vede.

Taluni scrittori la vogliono fondata da’ Calcidesi stando a quel verso di Silio

Hinc ad Calcidicam transfer citus agmina Nolam.

Velleio Patercolo pretende sia stata edificata dagli Etruschi versol’anno 801 avanti C. C. e questa è l'opinione più generalmente accolta.

Appartenne alla Campania, come avvisa Strabono e come scrive Livio, e lunga pezza i suoi abitanti furono confederati co’ Sanniti.

Annibale assediò Nola nell'anno 837 di Roma, ma fu per ben due voltesconfitto da Marcello, in quel tempo pretore nella medesima Nola, onde ebbe a scrivere Girolamo Borgia

Nola Deum sedes, ahi vinci posse potentem

Marcellus docuit dira per arma ducem.

Ebbe dodici porte, mura di molta fortezza e magnificenza, molti celebri templi, rinomati anfiteatri e magnifici sepolcri.

Nella guerra italica fu presa dai Sanniti.

Fu municipio de’ Romani, indi Colonia Felice.

In essa (come è noto) da San Paolino vescovo furono inventate le campane che però si dissero nolae.

Vi mori Augusto.

Nel 1255 fu presa da Manfredi.

Nel 1424 e susseguentemente nel 1503 e 1594 soffrì la peste cagionata da ristagno di acque sovrabbondanti nel suo territorio.

Per queste ed altre molte dolorose vicende, avvegnaché ancora oggisia onorevole città, non potrebbe riconoscersi l'antico suo splendore e magnificenza.

Fu patria di Giordano Bruno, Ambrogio Leone, Albertino Gentile,Luigi Tansillo e del celebre scultore Giovanni Merliano. volgarmente Giovanni da Nola.

Vuolsi che San Felice I sia stato il suo primo vescovo ma secondo ilGiustiniani  la sede vescovile fu prima in Cimitile. Dipoi Francesco Scaccino, crealo vescovo nel 1470, la trasferì in Nola.

E basti, che sovrabbondando le storie di notizie, l una piùdell'altra importante, circa questa illustre città non vorrem già recar civette in Atene col ripetere quanto in esse diffusamente è narrato.Però diremo quel che più da vicino ne concerne, cioè della festa popolare de’ gigli, sulla origine della quale ecco quanto mi è riuscito ricavare per ragguagli favoritimi da benemerito e corteseprofessore nolano.

San Paolino, terzo dei vescovi di Nola morto nell’anno 431, viesercitò santamente il suo episcopato, sul principiare il sesto secolo dell’era cristiana.

In quell’epoca i Vandali scorrevano la Campagna, e fra i tanti danniche alle nostre contrade arrecavano, fuvvi quello di spesso rapire e menare schiavi gli abitatori di esse.

Nel novero di cotesti infelici essendo per sua mala ventura capitatol'unico figliuolo d’una vedova, costei, comeché priva di mezzi onde riscattarlo,impetrò l’aiuto del santo vescovo,il quale nellaimpossibilità anch’egli alla sua volta di soccorrerla mercé danaro o altramente, con filantropia e carità cristiana veramente eroiche, séstesso offerse prigioniero a liberare il captivo.

Ma come lo splendore della virtù si là strada fino tra le più littetenebre, così non andò guari e quella onde il Santo a dovizia era adorno, gli valse, nonché l’ammirazione de simi stessi nemici, lalibertà.

Nel ritorno che fece dappoi alla sua diocesi di Nola i fedeli, iquali altamente lo veneravano, fuori di sé per la gioia, gli corsero esultanti incontro con mazzi di fiori, tra i quali primeggiava ilgiglio, a simboleggiare probabilmente il candore e la cristiana virtù del santo prelato.

Man mano ed in progresso di tempo da’ fiori si passò ad una specie di piramidi che ritennero il nome di gigli .

Queste piramidi o giglio avanzando di tempo in tempo, sono arrivali oggidì ad una tanto considerevole mole e smisurata altezza chesoprastano i tetti de più alti edilizi della città.

Ciascun lato di essi gigli è adorno di fiori, nastri, bende, festoni, statuette di carta pesta e simigliami cose. La macchina èdivisa in più ordini, nel primo dei quali e collocata l’orchestra, ed accompagnati dal suono di questa, i facchini (che sono appunto i sanGiovannari) ballano a tempo di musica con quello smisurato peso sulle spalle. Gli altri ordini sono occupati da popolani, ne’ loro abiti dafesta e le donne si rivestono de migliori ornamenti che posseggono.

Questi gigli sono costruiti a cura delle diverse corporazioni di arti e mestieri che ricordano le antiche fratrie. I principali sonoquelli de’ sartori, de calzolai, de’ fabbricatori e degli ortolani. Ciascun giglio è sostenuto da sedici facchini, ma il più grandioso è quello degli ortolani trasportato da trentasei di essi.

Spari di mortaretti campane a disteso, fuochi d artifizio, luminariee quant'altro possa esservi di più clamoroso in una festa popolare rendono pomposa e magnifica la processione de’ gigli, i quali, accompagnati da numeroso clero, vengono portati innanzi al Vescovado dove ricevono la benedizione del Santissimo.

Per tornare ora al nostro proposito i facchini, come dianzi dicemmo, sono industriosi ed intelligenti ma formano le principali lorodoti l’onestà e l'onoratezza. Deggiono queste anzi dirsi condizioni assolutamente inerenti all’esercizio (l’un mestiere che riducesi insostanza ad un contratto di buona fede.

Hannovi diverse specie di facchini.

Alcuni sono destinati a Regie Amministrazioni come al Banco, almonte de pegni, alla Zecca ec. e la fiducia che in costoro ripone lo stesso Governo,come di leggieri e a credere, è piena ed illimitata, sìche eglino hanno ingresso libero in qualsivoglia di coteste officine e senza riserba di sorta. Eguale, anzi maggiore, è la fiducia cheispirano quelli addetti alla Gran Dogana, e di cui or ora e’intratterremo più distesamente.

Altri stanno al servizio delle strade ferrale per comodo de’viaggiatori affin di trasportare i loro effetti. come bauli, casse, sacche da viaggio ec.

Altri trasportano in ispalla le bari. distribuiti alle quattro astedello strato mortuario, e sono propriamente i becchini. Costoro appartengono per lo più al quartiere Mercato.

Hannovi quelli impiegati pel trasporto del carbone fossile su ibastimenti a vapore, regi, o mercantili, e questi sono d’ordinario al servigio di partitali o appaltatori.

Hannovi quelli esclusivamente addetti al trasporto di strumentimusicali, come pianoforti, arpe e simili e cotestoro formano una specialità, per la cura, l'attenzione e l’espertezza che si richieggononel maneggio degli strumenti medesimi. Essi risiedono principalmente alla salita Magnocavallo.

I seggettieri vanno anche nel numero dei facchini e sono quellidestinati al trasporlo delle seggette o bussole,le quali son poggiate a due aste di legno che eglino reggono con ambe le mani, e raccomandateinoltre ad una grossa coreggia che pende loro dal collo. Le donne di teatro principalmente fanno uso di tal mezzo quando si trasferiscono alloro officio, sia pe’ concerti sia perle rappresentazioni. Queste seggette accolgono il mondo femminile di cantanti e di corifee di primosecondo e terz’ordine, assolute e non assolute, di allo o basso cartello, senza distinzione di sorta, dall’ugola preziosa dellaMalibran all’ultima corista, da’ piedi alali della Essici alla più oscura tra le corifee.

Eravi una volta un’altra specie, non saprei dire se di facchini o di lazzaroni,cosi detti passa-lave, che, a piedi scalzi e co’ calzoni rimboccati fino al ginocchio,toglievano sulle spalle i passeggieri ne’ giorni molto piovosi e li traghettavano da un lato all’altro delle grosse lave. Vero è chetalfiata o non essendo abbastanza forti da reggere il soprastante fardello, o perdi squilibrio della persona o per altra causaprocacciavano un bagno freddo alle loro innocenti vittime, altra parte troppo inaspettato ed intempestivo, ciò che ha dato origine a moltegrottesche caricature che veggonsi anche oggidì ne disegni de’ costumi napolitani. Nondimeno è giustizia avvertire come ciò avvenisse molto dirado. Di presente non veggonsi più di cotesti passa-lave essendone quasi che affatto cessato il bisogno .

Hanno vi finalmente facchini i quali non esercitano propriamentealcuna Specialità di mestiere, ma stanno li a disposizione di qualunque voglia avvalersi della loro opera. E questo è il facchino comeordinariamente vien delineato ne’ quadri de’ nostri costumi. Sdraiato nella sua sporta (grossa cesta) nella quale mangia beve e dorme, tra i nembi di turno che partono dalla pipa, indivisibile suacompagna, egli si dà pochissimo pensiero del domani, bastandogli quanto provveder possa ai bisogni della giornata. Nulla ingordo, quando ha diche accender la pipa, di che comprare i suoi deliziosi maccheroni e di che provvedersi d un sorso di vino si reputa il più felice diquesta terra. Chiamato dall'avventore lo segue e lucra cosi la sua giornata .

I facchini napolitani sono dotati, in generale, d una forza noncomune, ciò che possiamo ili leggieri argomentare dagli smodati pesi che talvolta un solo di essi sostiene sul capo e trasporta conammirabile disinvoltura.

L’aver poi eglino una grandissima attività e perizia è cosa che puòosservarsi di continuo, in ispecie nella tumultuosa e tradizionale giornata del quattro maggio.

Ivi campeggia, ivi regna, ivi domina il lacchino. Ed eccoliaffaccendarsi, correre giù e su,scendere e salire per le altrui scale, pieni di polvere, trafelati, affannosi,grondanti sudore a goccioloni. Etaluni trasportano le masserizie sul capo, tali altri sulla schiena, tali altri le caricano su carretti, in ° guisa tale architettandole chenon pure vi sia pericolo di perdita e caduta di oggetti, ma anche vi si ammiri l’arte e la ragionata disposizione, e tali ancora si sobbarcanoeglino stessi a'  loro carretti a modo di giumenti.

Vero è come in quella fatale giornata (e tutti il sanno) non di radointervenga che masserizie e stoviglie vengano disperse o malconce o rotte, ma ciò vuole attribuirsi innanzi alla cattiva scelta che si lade’ facchini; che anche tra questi, come in tutti gli altri ordini sociali, hannovi i guastamestieri. Epperò non si avverano giammaiquesti sconci quando si prendono facchini di conosciuta espertezza. Questi facchini si compongono in paranze, ciascuna delle quali ha il suo capo paranza da cui dipendono, e che è responsabile direttamente verso i suoi clienti della roba la quale gli viene affidata.

Ned altro aggiugneremo sul quattro Maggio avendone già tenutoproposito nel primo volume di quest’opera, e passeremo a qualche maggiore specialità sul facchino di San Giovanni a Teduccio, ovvero San Giovatili aro, onde sopra toccammo.

Il San Giovannaro può dirsi veramente il facchinotipo perocché primeggia sugli altri, secondo la frase del Mantovano, quantum lenta solent inter viburna cupressi.

Se l’onestà e l’onoratezza (ripetiamo) è la condizioneindispensabile del facchino in generale, lo è poi in un modo eminente del San Giovannaro. Non solo i privati ma ancora il governo affida a costoro tesori preziosissimi, e quelli e questo sono tropposicuri della illibatezza de’ depositari, come alla lor volta i facchini valutano compiutamente l'importanza di conservarla. In altri mestieri èforse possibile riparare ad una frode, ad una infedeltà, ma qual risorsa rimarrebbe al San Giovannaro che avesse una sola volta e per poco maculato il suo onore? Ninno più al certo se ne avvarrebbe,né resterebbegli che campar la vita accattando. Quei versi del Boileau

L’honneur est comme une ile escarpée et sans bords

On n'y peut plus rentrer des qu'on est dehors

sono per avventura più che mai applicabili a questa specie di facchini.

San Giovannari sono i facchini della dogana,e di quest’ordine troppo importante sarà utile intrattenerci un poco più diffusamente. Afar ciò con la maggiore esattezza possibile trasceglieremo, riportandole per summa capita, dalla Esposizione della legge del 10 giugno 1820 sulle dogane, pubblicata per le stampe a cura diRaffaele Mastriani. quelle notizie che alla bisogna ci paiono meglio confacenti, inviando alla citata opera i bramosi di più minuti ediffusi ragguagli.

Il numero de’ facchini addetti al servizio della Gran Dogana èstabilito a 360. Di costoro debbono i commercianti esclusivamente avvalersi, per l'interno della Gran Dogana, negli scaricamenti ecaricamenti in porto, nel trasporto delle macchine di peso alla dogana, e nelle estrazioni dalla medesima (Art. 1). L’operazione dell’alzareuna balla o merce dal lido di mare e portarla al magazzino chiamasi collata.

Questi facchini sono distribuiti in paranze o compagnie, e ciascuna paranza o compagnia dipende da un capo e due sottocapi (Art. 2 e 3).

La paranza si compone di 8 a 12 facchini ed i capi, che con voce propria diconsi caporali o capiparanza. vengono nominati dai negozianti. Non è però a dire quanta e quale fiducia questi ultimi debbano riporre ne’ loro capiparanza come depositari di fortissimi capitali e spesso dell'intera loro sostanza.

L'è questa una ragione per la quale li prediligono, gli amano, sonolarghi verso loro di premi e retribuzioni, allorquando se ne rendono degni; si che non pochi capiparanza sonosi arricchiti, grazie alla benevolenza de negozianti cui servirono, e taluni, divenutiproprietari, godono nella terra nativa pacificamente gli onorati frutti de loro sudori ed il guiderdone a giusto titolo dovuto alla loroonesta.

Laonde none a maravigliare se il nome del San Giovannaro sia molto stimato, e se la donna del popolo (secondo scrive il nostro vecchio ed erudito Bidera nella sua Passeggiata per Napoli) vada giustamente altiera di associare i suoi giorni a quelli di lui e di esclamare con nobile orgoglio —Mari temo è facchino de Duana—(Mio marito è facchino della Dogana).

I negozianti non possono dirigersi che ai capi delle compagnie, ed,in assenza,a’ sottocapi,i quali rimangono responsabili della esattezza de'  loro dipendenti (Art. 4) a quale oggetto debbono prestare unacauzione non minore di ducati mille (Art. 8).

I facchini addetti al servizio della Dogana vengono contraddistintida una medaglia che portano sospesa al petto, la quale pe’ capi e sottocapi è di ottone e pe’ facchini di rame, secondo apposito modello(Art. 6).

Alla legge doganale va annessa una tariffa che determina i prezzi dapagarsi ai facchini, i quali (come dicemmo) esclusivamente, e non altri, esser debbono impiegati al servizio delle dogane, e laddove sidenegassero a prestarlo al prezzo nelle tariffe (issato vengono congedati e cancellali dai ruoli (Ari. 10. 11 e 12).

Della morte o dimissione d’un facchino il capo o sottocapo èobbligato dar parte a’ suoi superiori fra lo spazio di otto giorni, restituendone la patente e la medaglia, sotto pena, in casod’inadempienza, di essere cancellato da’ ruoli (Art. 13).

Prova della smisurata e direi quasi favolosa forza onde sono dotati i San Giovannari é la processione de’ gigli, per noi sopra descritta, ma ancor meglio e co’ propri occhi puòassicurarsene chiunque voglia trasferirsi un momento alla Gran Dogana ed osservare gli enormi pesi che trasportano quotidianamente, e sempresovra una sola spalla; ed io sono stato assiemato da persone del luogo molto degne di fede siccome un solo di cotesti facchini giunga talvoltaa sollevare (avvegnaché a poca distanza) non meno di quattro cantaia.

Il numero de’ facchini napolitani, secondo il risultamentostatistico compreso nella Guida non molti anni addietro compilata per gli scienziati col titolo—Napoli e luoghi celebri delle sue vicinanze — si fa montare alla cifra di 4198.

Ciò dimostra come questa industre ed utilissima classe siaabbastanza considerevole, e come l’uomo del nostro popolo,non più pigro ed indolente ma solerte e laborioso,procacci di guadagnare con onestoed onorato sudore il pane per sé e per la sua famiglia.

Il tipo perciò del lazzarone sdraiato o addormentato nella sua sporta é oramai quasi affatto smarrito, se pur non vogliam dire interamente.

Abbiam veduto com’egli si nobiliti e sino a quale fortuna possaarrivare dedicandosi al mestiere di facchino, ma questo non è tutto. I piccoli mestieri ed i mestieri sono anche da esso esercitati e non dirado avviene che il celebre artista altro non sia stato nella sua origine che l’oscuro ed abbietto lazzarone.

Riepiloghiamo. — Il lazzarone è di un’indole soverchiamente franca ed aperta, ciò che in lui deriva da mancanza di coltura e daquella rustichezza primitiva non moderata in lui da circospezione e prudenza e da que’ modi gentili, i quali formano l’appannaggiodell’alta società.

Provocato, è terribile nell’ira, capace di tutto intraprendere,pronto e risoluto nella presa determinazione, ma trattato con garbo è umile, sottomesso, rispettoso e sempre leale.

Il suo umore è sempre allegro e gioviale, il suo cuore, a dispetto dun’apparenza di spavalderia, e ben formalo e la sua anima (come ne han dato prova in varie congiunture) abborrente da tulio ciò che non siagiusto ed onesto.

È dotato per natura di molto acume e di molta penetrazione, di unamente pronta e svegliataci che con grande faciltà intraprende qualsivoglia arte o mestiere e, quando pur lo voglia, non è a dubitaredella sua riuscita.

Ciò sia detto del lazzarone in generale. 11 facchino è men rozzo, più modesto, più rispettoso e prudente, e questo nasce peravventura dacché avendo più da perdere per essersi dedicato al servizio del pubblico è necessario adoperi con maggior cura ogni mezzo acattivarsene la stima e la benevolenza.

ENRICO COSSOVICH.

1 Anche oggi quando il nostro popolo vede taluno impiagalo o malconcio ha per suo detto — Me pare nu Santo lazzaro. —

2 Primieramente acciocché fossero distinti ed ognuno quindi potessecausarli, ed in secondo luogo acciocché la camicia potesse facilmente lavarsi (Vocab. Napolit.toscano).

1 Vedi la figura.

1 Dizion. storico geog.

1 Questa specie di festa a Nola par che abbia una tal quale analogia conquella della bara o vara la quale ha luogo in Messina il 15 Agosto, festività dell’Assunzione.

È solo a notare esser la vara trascinata dal popolo, mediante grosse funi, laddove gli enormi gigli di Nola poggiano interamente sulle spalle degli uomini.In talune festività dell'anno anche qualche paesello del regno fa le sue piramidi. ma non vale la pena di parlarne.

1 Le grondaie che in gran numero da tutti gli astrici davano sullepubbliche strade vi rovesciavano l'acqua a torrenti,sì che queste ultime divenivano assolutamente impraticabili, ma ora che,per saggiadisposizione del Consiglio edilizio, le grondaie esser debbono incastonale e fabbricale ne' muri degli edilizi il numero delle lave èsensibilmente diminuito, anzi nelle strade principali non se ne veggono quasi più del tutto. Tra le lave di Napoli merita particolar menzionequella famosa de Vergini presso la chiesa parrocchiale dello stesso titolo (nel quartiere di S. Carlo all'Arena). Essa può dirsi, senzaesagerare, un piccolo fiume, c, non ostante leprovide cure della Città nel far costruire un gran ponte in ferro fuso sopravi collocato peragevolare il transito di quella strada, purtuttavia non lascia di essere a quando a quando cagione di qualche disgrazia, e difattinon ha gran tempo in una giornata molto burrascosa vi perirono affogati due cavalli di un carro carico di  carbone. La tradizionale frasedel nostro popolo: Se l'ha portato la lava de li Virgini (L’ha trascinatola lava de’ Vergini) non ha origine altrimenti «he dallaampiezza e ferocia di questa lava.

1 Vedi la figura.



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LA RIMPAGLIATRICE

L'Industriadella fabbricazione delle sedie tiene in Napoli occupata una legione di artigiani di ambo i sessi. Il loro quartier generale è pressoall’Annunziata, il grande ospizio dei trovatelli eretto dalla pietà dei Napoletani, e che calunniato in mille guise da stranieri e fin daqualche patrio scrittore, può non pertanto servir di modello agli altri stabilimenti che hanno lo stesso scopo. In quelle vicinanze dimorano iseggiolai (seggerellari), che con ammirabile divisione di lavoro fabbricano migliaja di seggiole di paglia in un giorno. Di la sipartono quei venditori girovaghi, che con un trofeo di sedie d’ogni maniera in dosso, artificiosamente disposte, van gridando per Napoli: No bello siggione p’a tavola, seggiolelle. E talvolta per variare dicono: Na bella seggio vascia, seggiolelle. Costoro sono chiamati dalle femminucce che abitano ne’ pianterreni,dalle madri del ceto mezzano che vivono nei modestissimi appartamenti, e vendono la loro merce con somma gioja dei bambini a cui è destinata.Epperò costoro sono amantissimi dei bimbi, non solo perché per essi si compra la loro mercanzia, ma principalmente perché essi la distruggonospesso in tempo minore di quello che è stato necessario a costruirla.

Le sedie più eleganti si formano e si vendono poi in tutti i siti diNapoli, dove hannovi pur molti magazzini delle leggerissime sedie di Genova e di Chiavari, delle fragilissime di Palermo, soventi volte leune e le altre costruite fra noi. Ma di queste non è nostro proposito occuparci, come neppure di quelle donne che ne formano il sedere confinissima paglia di sala, e con eleganti lavori di cordelline di sempreviva e dell’esterna buccia del finocchietto. Ciò che ècaratteristico del nostro paese è la rimpagliatrice , la mpagliasegge, di cui diamo qui la figura, e che merita tutta la nostra attenzione.

Vedete quella donna, più o meno giovane o vecchia, che con un fasciodi sala sotto il braccio legato in mezzo a una mezza dozzina di traverse (spruoccoli), si ferma ad ogni cantone o crocevia e grida 'mpagliasegge? Tutto il suo capitale consiste in quello che ha sotto il braccio, tutti isuoi utensili in un coltelluccio e una stecca. E la sua bottega? La poverina non ne ha. Voi la chiamale per restaurare le sedie sdrucite dicasa vostra, ed ella gitta per terra il suo fardello, si sdraja accanto ad esso o in sull’uscio della vostra dimora, o nel cortile, o in mezzoalla strada, e tosto procede alla sua operazione senza bisogno di assistenti. Con due o tre tagli del suo coltellino l'antica paglia eamputata in un attimo, e poi s’incomincia il lavoro del restauro. La povera ossatura della sedia e da lei rivoltata in tutti i versi, lasala intrecciata artificiosamente a guisa di corda a più trefoli, e in poco d’ora l’opera ferve ed avanza, ora raggiustando colla stecca, oracon essa mettendo il ripieno nelle viscere dell’impagliatura . Se la sedia ha bisogno di qualche traversa, alla spalliera o alle gambe,l'impagliatrice ve la mette, e spesso lo zoccolo le serve di martello. Finito il lavoro, Io presenta a chi glielo ha commesso, ne accetta ilcompenso senza contrasto, raccoglie gli avanzi della sua roba, e tosto intuona la sua cantilena: ’mpa-glia-segge!

Alcune volle vanno di conserva in tre o quattro, la mamma collefigliuole, la zia colle nipoti: in tal caso, quando giungono a un bivio, a un trivio, a un crocicchio, dopo aver dato il solito grido, sidividono per diverse vie in cerca di fortuna, e la fortuna per loro son le sedie rotte o spagliate. Se una sola trova da lavorare ed ella èbastante al lavoro, le altre l'abbandonano indicandole il luogo dove dee raggiungerle, che per lo più e una taverna dove fanno la lorocollezione che tien luogo di pranzo se il lavoro richiede l’opera di tutte, si rannodano immediatamente colla perizia stessa con cui piùparti di un esercito fanno testa a un luogo convenutose la fortuna non si mostra, di nuovo il convoglio si congiunge per mezzo dei gridiconsueti e riprendono la marcia in truppa.

Oltre a queste rimpagliatrici nomadi e vaganti, vi son pure le fissee stabili che lavorano pei fabbricanti di sedie. Esse fan parte dell'aristocrazia della classe, e se non ne formano la parte piùeletta, van però distinte dalla plebe che gira per le strade, ed hanno la speranza di lavorar con le più nobili al sedere delle sedieelegantissime. Vero è che il numero di queste va ogni di più scemando, poiché nelle sale e avvenuta un'irruzione di seggioloni, sedie ebracciuoli, poltrone, odi crino o di capecchio o con molte, perché moltemente possano sdraiarsi i poveri tigli d’Adamo dell’uno edell’altro genere. Per l’addietro queste dilicature eran serbate al sesso che dicevasi debole o imbelle, ora il progresso de’ tempi hainfemminito anche il sesso forte, che cerca nelle poltrone un sussidio alla sua poltroneria. Forse i nostri posteri chiameranno il nostrosecolo: il secolo delle poltrone... e dei poltroni.

Di questo passo progredendo torneremo per avventura indietro amangiar coricali nel triclinio, e per non esser da meno de’ nostri antenati, tratteremo gli affari e ci riuniremo a conversare nellastessa guisa. Ne la distanza da varcare e molta, poiché dalle dormeuses, dai pàlès e dai soffici canape e sola ai tettucci e ai letti la differenza non ègran cosa. Per ora si può dire che la generazione presente stia fra il letto e il lettuccio.

Ma torniamo al nostro proposito e lasciamo un po’ da banda cotesteuggiose considerazioni, per farne delle altre non meno importanti.

Sembra un destino che delle cose più usuali e che ad ogni momento cicadono sotto gli occhi la maggior parte degli uomini hanno una compiuta ignoranza. Quante gentili donzelle che maneggiano il fil di lino o dicanapi o di cotone, o adoprano la seta a cucire, han visto mai le piante del lino, del canapo, della bambagia, o il filugello che producela sola?

Sanno esse le varie trasformazioni ed operazioni che hanno avutoluogo per giungere a formare un pannolino o un pannolano, la batista delle loro camice, il casimiro del loro sciallo, la stoffa serica delloro abito? Io ne conosco una che mangia il miglior pan buffetto che ci sia, ed intanto non ha mai veduto una pianticella di fermento; chescrive sui più eleganti foglietti inglesi, e non sa come essi siano stati fabbricati dei più luridi cenci, che beve nei più tersicristalli, e ignora di che il vetro e il cristallo sian formati, infine che usa pomate e saponetti, e non ha mai cercalo di sapere donde sitraggano quelle sostanze indispensabili alla sua toletta. Ebbene, io scommetto che né ella né molte sue compagne sanno che razza di roba siaquella su cui si pongono a sedere quando seggono sulla paglia intrecciata di una seggiola. Quindi non sarà loro discaro di conoscernequalche cosa, di averne una qualche idea.

La pianta che volgarmente chiamasi Sala ed anche Paglia, ha dai botanici il nome di Tifa, e distinguesi in latifolla (dalle foglie larghe) ed in angustifolia (dalle foglie strette), o in maggiore e minore, bassi pure questo nome allaCarice vescicolaria, alla Carice pendicula e allo Spargalo eretto.

Le foglie della tifa, che han forma di lame da spada lunghe esottili, si raccolgono, si fanno seccare per serbarle, e poi per farne uso si inumidiscono alquanto. La parte interna della pianta, che necome il garzuolo, chiamasi salino, e serve pei lavori gentili, la parte esterna, detta schianza, stianza, stiancia, s’adopera per l’impagliatura delle sedie più ordinarie. La sala chiamasi pure mazza sorda, perché avendo la figura di una mazza, per la sua flessibilità e leggerezza non produrrebbe remore percotendo.

Eccovi una compiuta monografìa o fisiologia della rimpagliatrice. Senel leggerla imparerà il lettore qualche cosa, come qualche cosa ho imparato io per iscriverla, non guardino alla poca importanzadell'argomento. In quanto a me io ho appreso a guardare con occhio più benigno le rimpagliatrici, che mentre stentano la vita per trovarsi unmarito o spesso per dare a mangiare al vecchio padre,all’ozioso consorte e Si piccoli tigli, seggono sulla nuda terra o sulla durapietra per far sì che noi sediamo comodamente sulle nostre seggiole. Nell’assidermi alla mensa o al tavolino avrò sempre un pensiero per lebelle rimpagliatrici... quando siano belle.

EMMANUELE ROCCO

1 Il Carena chiama seggiolaio l'artefice che impaglia leseggiole; ma per non confonderlo con quello che le fabbricaci me piace meglio chiamarlo impagliatore come mi  assicura un toscano che sidica a Firenze, e rimpagliatore colui che rinnova il lavoro dell'impagliatore quando esso è guasto.



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SANTA LUCIA

Correte all'Agile barchetta mia.

Santa Lucia! Santa Lucia!

È buono anzitutto che il lettore sappia come trecento e tanti annifa la strada di Santa Lucia non era cosi bella, cosi linda e imbellettata come oggi, ma si riduceva ad una modestissima spiaggia,fregiata da casipole di pescatori e di marinari che erano i soli abitatori, e diciamola anzi, i soli sovrani di quel rione — Io confessola verità, per quanto faccia a ricordarmi di quest’epoca in cui l'Hotel de Russie, l'Hotel de Rome, e tanti altri vaghi e ricchi palazzi non si specchiavano sul nuovolastricato di quella via, per quanto aguzzassi la memoria a rimembrare il bel tempo in cui eleganti phaeton e coupé e brische e landau non scorrazzavano a diporto ogni giorno per questa contrada, per quantisforzi io faccia, non me ne ricordo addirittura un frullo, e giuocherei la testa contro un fico, che nessuno de’ miei tanti lettori potrà direcon asseveranza:— oh! quest’epoca me la ricordo io —E se uno ci fosse ardito tanto da sostenerlo, sarebbe un prezioso acquisto pel Museo, chetroverebbe in esso dopo lauti secoli la prima mummia elio parla!Diamine! si traila di trecento anni fa — ed oggi per disgraziamia e vostra la razza dei Matusalem è scomparsa addirittura dalla faccia del globo — forse per il sensibile aumento de'  medici, eper i grandi progressi della medicina — Parentesi—allorquando Galeno ed Ippocrate erano i soli che ammazzassero il prossimo—l’uomo potevaschermirsi e mantenersi fresco e vegeto per un buon pajo di centinaja d’anni: oggi che fra cinque abitanti di una casa, quattro esercitanomedicina: chi sorpassa i cinquanta è un eroe— La parentesi è chiusa. —Amico lettore, giacche il fato mi condanna ad accompagnarti lungoSanta Lucia, a farti da guida per lo sdrucciolevole sentiero, e per servirmi di un vocabolo abusivo, a farla da Cicerone — povera eloquenzalatina! — vieni meco, mettiamoci a braccetto, e poiché la luna c'invita, andiamo senz’aspettare che ci tolga l’onore della suapresenza. —Santa Lucia al chiaro di luna è una passeggiata invidiabile per gl’innamorati ardenti che han bisogno di rinfrescarsi il sangue,con l’acqua solfurea, ed è un sito incantevolissimo per gli amanti... dei vermicelli al pomidoro!

In quale delle due classi vuoi che io li ponga, o lettore? Scommettonella seconda e siamo d’accordo — per via e’intenderemo un pò meglio —

Io non vorrei altro per fare una bella descrizione di Santa Lucia,che una penna del romanziere Inglese che si chiamò Gualtiero. Ma pare che il mio voto non possa essere esaudito! Walter Scott ha tracciato isuoi romanzi con una penna di oca io scrivo le mie impressioni con un pezzo d’acciajo a tre punte, che il dizionario chiamerebbe arnese per scrivere. e che sulle scatolette Inglesi piglia il nome di English Pens.

Per chi volesse sapere l’epoca precisa in cui la ridente strada diSanta Lucia,spogliandosi del ruvido sajo di pescatrice, cominciò a vestir mussola e lino a parte le metafore,da spiaggia che era divenneuna via selciata,bisogna ricordarsi che nel 1599 il Conte di Olivares Errico Cuzman fu il primo a renderla dirò così praticabile, onde preseil nome di Via Cusmana; e che poi dalla munificenza de’ re, ed in ultimo dell’Augusto Sovrano Ferdinando II, venne ridotta così bella ecosì spaziosa come oggi si vede—Ma prima di giungere a Santa Lucia propriamente detta è mestieri traversare l’altra bellissima strada chepigliando capo dalla Reggia va a finire alla fontana del Sebeto, e questa strada è detta del Gigante per una statua colossale di Giove che prima vi si vedeva, e che poi venne trasportata al Museo —statua rinvenuta negli scavi di Pozzuoli. Oggi invece il Sebeto è venuto ad assidersi al posto di Giove, e la fontana del Sebeto disquisito lavoro, un tempo era chiamala fontana Fonseca dal nome del viceré Zunica y Fonseca che nel 1635 la ristaurava—Ecco un piccolosquarcio di erudizione che può adattarsi benissimo allo stomaco di tutti, perché ridotto in pillola abbastanza omeopatica—Ora lasciando asinistra la fontana, e facendo di cappello al Sebeto, non fosse altro che per cortesia, il primo edificio che s’incontra è il collegio diMarina, e quartiere de’ Cannonieri, riedificato da non lunga pezza, di cui non faccio parola per evitare lunghe ed inutili digressioni, chenon han niente che fare col mio assunto—ma invece ci fermeremo qualche minuto dinnanzi alla chiesa di Santa Lucia, da cui la strada prendenome—Non immaginate lettori, trovarvi dirimpetto alla basilica di San Pietro o alla Rotonda, che modestissima invece e priva di ogni bellezzavi si presenta la chiesetta della Santa miracolosa, che i Napolitani adorano con moltissima devozione, come protettrice e patrona del più squisito e del più nobile Ira i sensi: la vista — E tu vedi nell’entrare al modesto tempio, le pareti tuttesopraccariche di statuette di cera ed occhi di argento, ed altri doni consimili che si chiaman voti, messi ivi dai devoti che o privi del tutto della vista, o sopraffatti da qualche malattia oftalmicaricorsero fidenti alla Santa miracolosa e restaron guariti!

La chiesetta al di fuori nulla presenta di fastoso, meno un piccolopronao di stile greco, abbastanza meschino, che venne fatto quando il tempio fu ricostruito.

Ed or son giunti al loco ove io t'ho detto,

sciamerebbe qui il Padre Alighieri, ma io invece mormoro inbassissima prosa: ed eccoci in piena Santa Lucia — strada che ha per confini all'est l'Hotel de Rome, all’ovest la Panatica, di cui ragioneremo in prosieguo, al nord una fila di palazzi più o menoaristocratici, ed al sud il mare con le sue mille barchette, e coi suoi bagni nei tempi in cui il sole veste alla moda, e si addimanda lionel —A proposito di sole, non vi fate meraviglia, gente cortese che mileggete, se questo articolo ha qualche cosa di debilitante e di soporifero, ma compatite piuttosto me che lo scrivo sodo la sferzadella canicola più impertinente che ci narri la storia! Dico questo a disgravio di coscienza e tiro innanzi.

Siamo in piena torre di Babelle!

Santa Lucia è un mercato, un tafferuglio, una Babilonia da atterrirequell’infelice forestiero che per la prima volta si arrischi malcauto in quell’oceano di venditori ambulanti d’ambo i sessi che gridano,urlano, e vi assediano da tutti i lati onde spacciare le loro mercanzie: mercanzie da bocca, intendiamoci, giacche a Santa Lucia nonsi va che a mangiare ed a bere—o a far l'uno e l’altro ad un tempo—operazione molto più logica e bene intesa—Prima però di farvistringer conoscenza con Pìpolo, Mucchetiello, Palloccella, Esposito ed altri onorevoli ostricari della contrada, prima di schierarvi sottocchio la venditrice di pollanchelle (pannocchie di gran turco) quella di purpetielle (polipi) le tavole di fichi d’india, la panca del mellonaio ambulante, e le mille arpie che da una mano i tarallucci, dall’altra il bicchiere, vogliono ad ogni costo abbeverarvi diquell'acqua niente affatto odorosa che si chiama solfurea, prima in fine di farvi sedere ad una cena al chiaro di luna sulla ridentesottoposta banchina, diamo una rapida occhiata alla fontana che sorge nel bel mezzo della strada, ed alla chiesa che si vede di rincontro,detta di Santa Maria della Catena.

Le descrizioni, capisco bene, non sono molto dilettevoli per chilegge, vi lascio poi considerare per chi scrive! ma bisogna sorbire l’amaro ed il dolce ed aver pazienza.

La fontana che sorge quasi a mezza strada ed alle spalle dellepanche degli ostricari e opera di Domenico d’Auria, celebralo scultore di quell’epoca, e gli ornamenti di essa van dovuti allo scalpello delMediano, del D’Auria maestro. Essa e tutta di marmi bianchi, e ripartita in tre archi uguali, e circondata da statue che versano acquada urne lavorate da Michelangelo Vaccarini e da Pietro Bernini, statue che rivelano molta squisitezza e maestria di scalpello. — Due statuenude agli angoli sono appoggiate a due delfini che fan l’officio di colonne a sostegno dell’architrave, e due Sirene poste nel mezzosostengono una tazza da cui si versa l’acqua nel fonte. Tutto ciò da alla fontana una tinta di coquetterie che la rende, benché barocca, graziosa e venusta nell’insieme—Due bassorilievi nei lati necompletano l’ornato—In uno di essi è raffiguralo Nettuno con Antitrite: nell’altro una contesa di Numi marini per una ninfa rapita; lavoro checi semina pili pregevole del primo per la difficoltà del soggetto, e pel numero delle figure.

La fontana vieti detta di Giovanni da Nola, non perché questoillustre scultore ne fosse fautore, ma perché a lui fu data commissione di eseguirla, e per malattia sopraggiuntagli non potette compiere untale incarico, ed egli stesso lo cedette al D’Àuria e al Mediano—Nei due lati della fontana si leggono due bellissime iscrizioni—Luna checelebra il regno di Filippo III, per ordine del quale fu innalzata; l’altra che invita il passaggiero ad ammirarla — Davvero che questaseconda iscrizione se non pecca di modestia, pecca al certo d'inutilità —mentre non credo vi fosse bisogno di avviso per ammirare un’opera chea primo sguardo concilia da per sé stessa fammi razione di chi passa.

Diamo ora un addio a Nettuno ed Anfitrite, alle iscrizioni ed all’opera di Mediano e con un demitour à droite volgiamoci all’altro lato della strada. La chiesa che li si presentaallo sguardo è Santa Maria della Galena. Vergine tenuta in gran devozione presso quei pescatori e marinai, che vengon chiamati Luciani,dal nome della strada che abitano—Uno spettacolo nuovo, grazioso, e diremo quasi eccentrico succede ogni anno a Santa Lucia nel giornodella festa di Santa Maria della Catena, ovvero nell’ultima domenica di agosto. —I Luciani tutti, vestiti come si trovano, senza nemmeno gittarvia il berretto, corrono alla riva e senza pensarci sopra saltano a mare! E dopo pochi istanti escono da questo bagno di divozione con gliabiti inzuppati di acqua, e briosi ed allegri come se venissero da una partita di piacere.

L’antica umile chiesa di Santa Maria della Catena è stata pochi mesior sono sul punto di crollare,forse per la vecchiezza delle mura o delle fondamenta, ma in Napoli, ove la religione ferve negli animi enon si guarda con indifferenza una chiesa che crolla, fu data pronta mano al ristauro, e per dare all’antico edilìzio forza maggiore evalido sostegno, venne costruita una seconda Cappella, come corpo avanzato che puntellasse l'antica Chiesa, talché oggi la chiesa ha dueentrate — una al livello della strada, l'altra superiore alla quale si ascende per una scala laterale— L'insieme forse non si presentabellamente architettonico, ma si è dovuto necessariamente ricorrere a questo mezzo per garentire la solidità dell'intero fabbricato.

La fondazione primitiva di questa chiesa si deve alle Religioni de'  Ricattanti, della Mercede, e della Redenzione de’ cattivi, che a quanto dice la cronaca, ebbero in una visione l’ordine diriedificarla da S. Raimondo Pennaforte, e data mano all’opera,la chiesa ebbe fine un’ultima domenica di Agosto, giorno in cui i Luciani hancostume, come vi ho detto di gittarsi a mare. Per chi fosse bramoso di sapere la origine di questa costumanza,fa d’uopo ricordarsi che tantianni fa la povera spiaggia di Santa Lucia era infestata dalle orde barbaresche, dai pirati che sbarcavano sul lido e menavan schiaviquelli che aveano fra le mani.

Un bel giorno Giovanni d’Austria combattette i pirati, ne riportòvittoria, e fece liberi i prigionieri, i quali tornando alle loro casipole di marinaro, pria che toccassero il lido, furon lieti diabbracciare i parenti, e gli amici che ansiosi e felici del loro ritorno, eran corsi all’incontro a’ riscattati gettandosi a nuoto!

Questo fatto memorabile dette origine alla festa dell'ultimadomenica di agosto, che i nostri buoni marinari e Luciani rinnovano ogni anno con moltissima devozione A questo proposito cade in acconcioosservare come i Luciani sieno espertissimi nell’arte di calare a fondo del mare, — ciò che in dialetto dicesi sommozzare. La loro rinomanza per questo è favolosa, e spesso avviene che vengan chiamatida regioni lontanissime per pescare gli oggetti ingojati dalle onde, specialmente in quei siti dove qualche naviglio è calato a fondo—I sommozzatori di Santa Lucia sfidano tutti per la loro valentia, e generalmente hanno il primato su tutti.

La strada di Santa Lucia è a due facce, ed è visibile sotto doppio aspetto: per me la dividerei in superiore ed inferiore, o parlando più artisticamente in Santa Lucia vista dal balcone, e SantaLucia vista da mare— nel primo caso è la strada che ti si presenta allo sguardo, nel secondo la banchina sottoposta!

Cominciamo da sopra. Lo spettacolo è bellissimo, la messa in scenasuperba—Un delizioso odore di alga marina ti colpisce l’organo olfattorio, o più prosaicamente le nari— una lunga fila di rozze panchesormontate da mille sportelle di frutti di mare ti colpisce la vista, e quel ch'è peggio ti fa venire l’acquolina in bocca—Giù ilcappello—siamo innanzi alla corporazione degli Ostricari, corporazione che fa datare la sua nobiltà all’epoca della scoverta dei cannolicchi e delle vongole, e che per albero genealogico presenta al pubblico una ta della nei a su' u jj a lettere bianche il casato di famiglia. Tutta la scienza arridaa blasone riunito non vale un Pipolo un Mucchiettello e un a cento volte più eroici di Achille e di Perseo, al cospetto

Oh! i frutti di mare!

Di lor la vista — come seduce,

Che non produce — nell'uman cor!

o per dir meglio nella umana gola! Permetto a chi vuole di amare ifiori, le stelle, la poesia — ma per me la poesia vera è una gocciolante sporte di ostriche e di angine mangiata saporitamente a Santa Lucia,con di luna che ti bea — o anche al fiocolume della rozza lucerna inebbria più che mille doppieri, più che una falange i can e e o di carcel a doppia pressione — Per me, se fossi poeta, volici s le ostriche, onorare di un poema le angine, scrivere un'Odissea sui cannolicchi, un canzoniere o un inno alle vongole! Ma il cielo non mi concesse l’estro di Omero e di Petrarca, la fantasiadell'Ariosto e del Manzoni, sicché l'unico e solo omaggio che io possa tributare a prelibati figli dell’Oceano, a questi animaletti graziosi e benigni, che servono di frutta alla mensa di Nettuno e delle Sirene, altro omaggio,diceva, non posso tributare che seppellirne fino a sei dozzine nello stomaco, a rischio di una indigestione. E v’ha degli esseri umani e già e disprezzo i frutti di mare!

Oh! Profani!

Gli ostricari di Santa Lucia sono i caporioni del quartiere, espesso fanno da giudici di pace nei frequenti litigi che nascono tra i loro vicini pescatori e marinari, tra le venditrici di acqua solfurea ,che si disputano un cliente all’ultimo sangue, che se lo tirano pei e dell’abito, a costo di ridurlo in camicia e diciamola francarne essi lapiù buona pasta di uomini che vi sia al mondo — Seduti patriarcalmente, ciascuno a fianco della sua piccola bottega ambulante, con uncoltelluccio nelle mani pronto a spaccare quante dozzine di ostriche o di angine vi piace, essi invitano il passaggero ad assidersi e gustare le primizie del Fusaro!

Come resistere alla vista lusinghiera di quelle cento sportelle messe li in bell’ordiae, allo spettacolo attraente di quei fruttigolosi ? Non e’è via di mezzo—Se avete forza di guardare indifferente il primo, ecco il secondo che v’invita—resistete al secondo, v’incalzail terzo—l’odore inebbriante dell’alga marina vi attrae; non e’è forza che valga — bisogna sedersi e mangiare.

Allora il volto dell’ostricaro brilla d’insolita gioia; gli si legge in l’accia la gioia del trionfo — egli vorrebbe farvi ingojareuna dopo l’altra tutta la svariata famiglia de’ frutti marini, che vi presenta dinnanzi, lodando con rara modestia la squisitezza delle ostriche, la freschezza delle angine, il calibro imponente de’ suoi cannolicchi. E quando siete ben bene satollo, e vi disponete a lasciare il desco voluttuoso — l’ostricaro vi mormora all’orecchio — Signurì v'aggio sentito a ddovere, allicurdateve de Mucchietiello!

Ciò significa, ritornate domani sera, dopodimani, sempre, e non mi cambiate con un altro!

Le raccomandazioni sono superflue—le sere di estate al chiaro di luna trovare un posto presso la panca di un ostricaro è forse più difficile che avere una sedia al nostro San Carlino laprima sera di una parodia scritta da quel fertile ed instancabile ingegno di Altavilla — I napoletani in generale son ghiotti molto de’frutti di mare e v’ha di taluni che arrivano ad ingojare fino a trecento ostriche in una sera!... Misericordia!

L'ostricaio non vive solo del meschino guadagno avventizio della sera, ma né più né meno che un avvocato od un medico, tiene lasua clientela, e non passa giorno che non mandi ora una sporta di frutti di mare al Conte! — era alla signora C — e v’ha di quei ricchi che non sannosedere a mensa senza dar principio al pasto ed aguzzar l’appetito c#n una scorpacciata di ostriche a cui l’agro del limone serve dapassaporto per la digestione!

Dalle panche allineate degli ostricari che formano direm così, un corpo di armata a sè, a cui, come vi ho detto è difficile ilresistere, si passa al desco del venditore di fichi d’india, alla caldaia della venditrice di spighe, alla pignatta tiri polipi, edagli altri svariati negozi ambulanti di ogni genere di commestibili che ingombrano il marciapiede di Santa Lucia,e stan lì come tanti piccolifuochi di un esercito al bivacco!

È una completa batteria di cucina che si stende su tutta la linea; e che basta alle esigenze gastronomiche di lutto quel rione.

Vedi, lettore, quella tarchiata e grossa popolana che ogni dueminuti, senza depositare il ventaglio col quale soffia l’inestinguibile fuoco della sua caldaia, da un grido che potrebbe passare per il re sopracuto della Medori?…

Quel grido si traduce cosi: pollanchelle tennere; ed in queste due parole si chiude lutto un panegirico, tutta l’estetica dellepannocchie di gran turco! Assomigliare le spighe alle pollanche significa addirittura poetizzare la cosa con un orientalismosfrenato—In Napoli generalmente i venditori usano, anzi abusano, di queste bellezze poetiche, e chiamano oro l’uva bianca, pasticcetti lemela cotte al forno, pollanche le spighe, e via discorrendo.

Sicché se un poveruomo inesperto volesse col dizionario alla manotradurre il linguaggio de’ nostri venditori ci perderebbe come suol dirsi il latino,...e la testa! Essi possiedono la lingua figurata inmodo da fare impallidire Demostene — lingua che solo ai Napoletani è dato comprendere, e qualche volta anche a grandissimi stenti.

Le panocchie di gran turco formano un cibo grato ai nostri popolani,e si mangiano o arrostite sulla bragia, quando son più tenere, o bollite nell’acqua—In quei quartieri ove la plebe è più abbondante, adogni cantonata, ad ogni venti passi s’incontra una venditrice di spighe con la sua caldaia, o il suo fornello di creta , intenta a spacciare lasua mercanzia, e mantener sempre acceso il fuoco come la Vestale — E di vestali simili Santa Lucia ne alberga una buona dozzina che a stentosoddisfano alle esigenze di tutto il quartiere! — Chi non si sfamerebbe ove per un grano è permesso mangiare fino a quattro pollanche?

Allato alla venditrice di spighe, a quella caldaia sempre fumigantedinanzi a cui la mostruosa caldaia di Macbeth è un balocco da fanciulli, sorge la colossale pignatta dei purpetielle (polipi), cibo tenuto pure in grandissima stima dalla minuta plebe, edi non più facile digestione — Ciò però non toglie che anche alla mensa de’ ricchi il polipo non occupi un posto distinto ed onorevole — Lasola differenza sta nel modo di mangiarlo — I popolani si contentano di cavarlo dalla pignatta, ridurlo a fette , spargervi sopra un pò di salee seppellirlo nello stomaco senza darsene più un pensiero al mondo—l’aristocratica cucina invece lo condisce con olio e sugo dilimone, acciò la durezza naturale di quel moltusco non offenda la dilicata digestione di chi lo mangia, e spesso anche anziché prepararlocosì alla buona, lo riduce a squisito manicaretto, formandone un ragout! Ma la vera morte del polipo è nell’acqua bollente, la sua tomba lapignatta, ed in questo io sono dell’opinione de’ popolani!... Per far poi che il polipo acquisti anche maggior sapore, si usa cuocerlo con lastessa acqua che da esso emana, e da tal costumanza nacque l’antico adagio napoletano — fare cocere a uno co l'acqua soja stessa  che vuol dire — far correggere chicchessia de’ suoi difetti a proprie spese! — Se questa traduzione fosse trovata da qualcuno un pò troppo libera, la acconci pure a suo modo perché non me ne offendo.

Non meno interessante della venditrice di spighe e di quella deipolipi, è il venditore di fichi d’india, e quello di aranci  — tutti e due provvenienze della nostra sorella al di la del Faro:Palermo.

È giusto che anche il popolano abbia il suo dessert o i suoi frutti al finir della mensa, e senza andar molto per le lunghe, oaranci o fichi d’india son lì a portata di mano —La panca del venditore di fichi d’india è un pò se vogliamo più aristocratica delle altre e lasera brilla maggiormente su tutte per parecchie lucernine che la rendono abbarbagliante, e finiscono di ammaliare i monelli ed i lazzaroni generalmente ghiotti di questo dolcissimo frutto, che la vicina Siciliaci somministra a larga mano—Il venditore di fichi d’india è sempre in faccende — il suo negozio è onorato sempre di numeroso concorso, (stileteatrale) e tu lo vedi con un piccolo coltello nelle mani, denudare della sua scorza spinosa quel frutto, con quella stessa prontezza edabilità che uno scalco valente vincerebbe un pollo. Esso apre bottega appiccando alla sommità di uno stecco di legno il fico più grosso, piùgiallo, e più interessante; e quel fico impalato serve d’insegna alla bottega e nel tempo stesso è l'attrape, il visco per i merli! Aggiungete a dritta un castelletto di fichi color rosso dispostibellamente a mò di piramide, a sinistra un secondo castelletto quadrato di fichi color giallo, nel mezzo un cono in cui la base è di un colore,la cima di un altro, e dite poi se un povero diavolo di monello può e deve resistere a simile tentazione—Ei passa dinnanzi allo spettacoloattraente, a quella mise en scène che farebbe invidia al nostro maggior teatro; gitta un cupido sguardo su quella batteria di fichi,che sembra li accomodata dalla mano di un architetto, sente venirsi l’acquolina in bocca, si fruga con mano convulsiva nelle tasche — oh!gioia—e’è ancora un grano da spendere, e si gitta sulla panca ammaliatrice, come la farfalla sul lume! E quando si è ben satollo diquel frutto saporoso cava di tasca un quindicesimo di sigaro, un mozzone raccolto due passi innanzi sulle lastre della strada, lo accende allastessa lucerna della bottega, e parte tronfio e contento come un capitano dopo vinta una battaglia—Ci vuol tanto poco a rendere feliceun povero monello!

Andiam che la via lunga ne sospinge,

sento susurrarmi all’orecchio non so da chi — non altri che lostanco lettore potrebbe darmi un sì amorevole consiglio, ed io avvicinandomi sempreppiù alla meta, sarò più veloce nel dire,non fossealtro che per non oppormi alla legge fisica sulla caduta dei gravi!...

Qual cosa infatti più grave di quest’articolo?—Mi si perdoni in grazia di questo bellissimo calembourg.

Lasciamo adunque il marciapiede e la strada, e scendiamo sullasottoposta banchina—Le due bellissime e comode scale ricurve, e gli ampi magazzini e la fonte dell’acqua solfurea, e tutto ciò che si vededi nuovo fabbricato al disotto della via e sul lido del mare, è dovuto alla munificenza di Re Ferdinando li, che rese così bello edincantevole quel sito.

La parte più interessante e più poetica di Santa Lucia è labanchina— essa forma la caratteristica del luogo—Laggiù è la vita della strada,in quel lembo di selciato sul mare, ove è movimento perenne,grida continue, un andare e venire, una calca di gente in tutte le ore della sera, consiste il bello e la poesia del sito — E le millebarchette di marinari che invitano a salire, e i tavernai che vi offrono il loro piatto li vermicelli al chiaro di luna, e poi una lungafila di Ebe che col bicchiere alla mano colmo della spumante acqua solfurea, attinta in quel momento istesso dalla fonte vicina, viforzano a bere—ed accanto alla venditrice di acqua che vi porge il bicchiere, o per dir meglio che ve lo da sul muso se non siete pronto apigliarlo, la venditrice di tarallucci, indispensabili accompagnatori dell’acqua rinfrescante,e quell'armata di sedieschierate lungo le mura in ordine di battaglia, e i mille capannelli sparsi qua e là, le risa degli uni, il gridare degli altri,le strettedi mano furtive degli amanti che corrono li a sicuro convegno, la baldoria, il tramestio, il tumulto, le scene burlesche che sisuccedono,tutto insomma oltre tale insieme bizzarro ed originale, che io rinunzio a descrivervi,perché qualunque dipintura riuscirebbepallida a confronto del vero!

La terza bolgia dell'Inferno del padre Alighieri è una miserafotografia della banchina di Santa Lucia—Volendo farla scinda a Dante potrei anch’io esclamare:

Diverse lingue, orribili favelle,

Parole spiritose, accenti d ira.

Suon di taralli e di bicchier con elle;

Fanno una Babilonia che s’aggira

Sempre in quell’aria di fracasso tinta

Come la rena quando il turbo spira;

e dopo tutto questo non avrei detto nulla! Bisogna passar lì tuttauna serata per formarsi una idea viva di quella tregenda infernale!...

Tutto ciò intendiamoci, nelle sere di estate, quando la placidabrezza del mare tempera il soffocante calore dell’aere. ed in quel tempo che l’acqua solfurea viene generalmente prescritta a tutti quelliche vivono sotto l’incantevole cielo di Napoli—La cura dell’acqua solfurea è resa oramai universale, è la panacea in moda come l’olio difegato di merluzzo — con la differenza che una misera carabina di quel mirabile disire costa uno scudo, e con un grano voi siete il padrone di bere fino a due mostruosi bicchieri di acqua solfurea!

La cura dell’acqua minerale chiama a Napoli in estate i più lontani abitatori delle province,

Tutti convengon qua d'ogni paese,

e la sera, felice chi può trovare una sedia disponibile sullabanchina di Santa Lucia, per abbeverarsi dell’acqua salutare. Bisogna abbonarsi, passatemi il vocabolo, fin dal principio della stagione con una diquelle Megere abbeveratici, la quale, quando voi arrivate,a furia di strida, spinte, ceffate giunge a conquistarvi una sedia e corre adattingere l’acqua al cannuolo per darsela fresca, spumarne, e non ancora sfiatata— Ma guai a voi se capitate per la prima voltasconosciuto in mezzo a quella ridda di arpie— io non vi garantisco più né il cappello, nò il paletot,nò perfino i calzoni, voi correte rischio di essere squartato vivo per soverchia affezione— Quante ve nesono li giù vi piombano addosso come gli avvoltoi sulla preda, e mentre una vi tira a dritta per un braccio e l’altra a sinistra, una terza visi pianta dinnanzi, ed una quarta vi spinge di dietro,o vi tira per i lembi dell’abito — Gridate quanto volete—vani sforzi—nessuna si arrendedi loro e la battaglia pende indecisa fino a tanto che voi,volendo porre in salvo il soprabito ed il cappello,non vi decidete a bere d’unfiato quattro bicchieri d’acqua ad un tempo!... E dite poi che la tortura dell’acqua fresca non è in pieno vigore.

E mentre un’orda di quelle donne arrabbiate invade la banchina sulmare,un’altra legione resta sul marciapiede della strada con l’arme spianata,ossia col bicchiere in mano, per dare l’assalto alle carrozzeche tornano dalla passeggiata di Ghiaia,ed offrire alle aristocratiche passeggiatrici il nappo spumante di quel liquido,poco odoroso sevolete, ma molto rinfrescante.

Non di rado avviene che chi si trova a passeggiare per Santa Luciaassista ad un grazioso spettacolo che solo il pennello può ritrarre al vivo: una rissa di donne... La vena comica di Scribe dette al Teatro Francese: battaglia di donne; Santa Lucia offre ai Napoletani quasi ogni giorno una commedia diquesto genere applicata alle mani!—Basta una parola, un gesto equivoco, un risolino di scherno per desiare l’incendio, e in un batter d’occhiovedi volare per aria gli zoccoli, i fiaschi di acqua (mummere) e lutto ciò che l’ira donnesca trova a portata di mano—Si comincia lazuffa dalla moschetteria degli zoccoli, indi si passa alla baionetta delle unghie — E tu vedi due o tre di quelle Megere afferrarsi per icapelli, e strapparseli a vicenda senza misericordia, darsi unghiate sul viso, morsi, pugna, fino a che una delle combattenti non precipitia terra fra le risa generali degli spettatori, mostrando spesse volte al pubblico in quella caduta repentina, ciò che non è bellomostrare—Tutto il dizionario delle belle parole si esaurisce dall’una e dall’altra delle parti combattenti, e senti una gridare: ntapechera, ruffiana, sciù!

E l’altra— Vuè, co mico non ce so fosa d'appennere, io non me chiamino Raziella!

Accusì te chiammasse, brutta scirpia, Raziella tene tant'annore sotto a li scarpe, che tu non ne tiene n faccia!

Sciù, chi parla d'annore... chesta a sbriugnata!

E qui succede la barruffa, l’accapigliamento, le graffiature, quellabattaglia insomma, di cui solo le Luciane posson chiamarsi eroine!  —Qualche volta i mariti, i fratelli, prendon parte alla pugna edallora la commedia diventa tragedia,e e’è bisogno della forza pubblica  per impedire qualche dispiacevole conseguenza — Ma fino a tantoche la pugna si limita alle gonnelle, lo spettatore assiste ad una delle più belle commedie da strada! Da questi frequenti spettacoliCammarano ha attinto una delle sue più graziose parodie.

Invito adesso il benigno lettore — e con più gusto le benigneleggitrici—ad una cena a Santa Lucia—Per mandar giù tutto questo articolo è indispensabile un buon piatto di vermicelli al pomidoro—Scendiamo da capo sulla banchina — Un gruppo di tavole rivestite di bianco tovagliuolo che non è certo di tela di Fiandra, invita asedere—e le caldaie fumiganti che fanno da lungi scorgere la presenza de’ vermicelli e il soave profilino della salsa dorata,stuzzicherebbero l'appetito di un anacoreta.

Una cena a Santa Lucia con la luna piena di agosto è il sogno doratodi quattro quinti de’ Napoletani — lo che non toglie che l'altro quinto non sognasse lo stesso—Le modeste tavole di Santa Lucia rivaleggianocon quelle pompose dello scoglio di Frisi, del Pacchianiello, e di tutte le osterie che costeggiano la riva di Posillipo; e la soladifferenza che passi fra queste e quelle si e che a Posillipo si spende il triplo e si mangia lo stesso. Ma la illusione è tutto in questomondo,e per poco che un uomo si rispetti bisogna che corra a Posillipo a satollarsi, e guardi con occhio di compassione l'umile desco di SantaLucia — Qui dunque tu trovi la bassa borghesia e gli artigiani, e la tutti quanti hanno uno stemma da incollare sulla carta di visita!...Poveri uomini, martiri sempre de’ pregiudizi, perfino quando vanno a cena! A Santa Lucia come a Posillipo, non si va per gustare imanicaretti ed i pasticci della cucina francese, ma una sempre ed inalterabile è la minuta del pranzo, che umilmente si addimanda cena—Irituali vermicelli al pomidoro—la rituale frittura di pesce, allora allora sottratto alle onde e che guizzi ancora nella padella—lospezzato di polli nel sugo dei pomidoro—l’insalata—l’arrosto—i frutti di mare—e un buon bicchiere di asprino con la neve, crittogama permettente!...

Dal superbo patrizio al modesto artigiano non vi 6 la differenza diuna sola vivanda, sicché potrebbe dirsi: tutti gli uomini sono uguali innanzi al plenilunio!...

E dopo aver tolto una buona satolla di maccheroni ed averli inaffiati con un bicchier di asprino di Aversa (bevanda di rito)—la voce del barcaiuolo v'invita ad unapasseggiata sul mare, in cui placidamente si specchia l’astro d'argento, e vuoi o non vuoi bisogna passar la sera cullati dall’onda,spesso al suono di una chitarra strimpellata e di qualche voce sconosciuta nella scala musicale!...

E festive cene, e canti di gioia, e danze, e tripudio, e scorrazzatesul mare — ecco la vita che offre l’incantevole Santa Lucia, quando la dea degli innamorati e de’ debitori—la luna—si spande in tutta lapienezza de’ raggi sulla lussureggiante Partenope! Ed ora che tutti uno per uno son venuto descrivendovi gli usi e le abitudini di questa frale più belle contrade di Napoli, ove migliaia di passeggiami corrono nelle sere di estate a godere—non fosse altro che a placida brezzamarina—contrada che forma il sogno dorato de’ forestieri i quali si accalcano nei fastosi Hótels che la fiancheggiano; ora che siam giunti al termine della nostra passeggiata, mi permetterai o lettoreche io chiuda questa mia povera descrizione, pallida molto a confronto del vero, con una bella canzone del mio amico Cossovich, che certamenteè più felice assai di questa poverissima prosa:

Sul mare luccica

Lustro d’argento,

Placida è ronda,

Prospero è il vento

Venite all'agile

Barchetta mia

Santa Lucia!

Santa Lucia!

Con questo zefiro

Così soave

Oh! com’è bello

Star su la nave!

Su passaggieri

Venite via!

Santa Lucia!

Santa Lucia!

In fra le tende

Bandir la cena

In una sera

Così serena,

Chi non domanda

Chi non desia?

Santa Lucia!

Santa Lucia!

Mare sì placido

Vallo sì caro

Scordar fa i triboli

Al marinaro,

E va gridando

Con allegria

Santa Lucia!

Santa Lucia!

O dolce Napoli,

O suol beato,

Ove sorridere

Volle il creato;

Tu sei l'impero

Dell’armonia!

Santa Lucia!

Santa Lucia!

Or che tardate?

Bella è la sera,

Spira un’auretta

Cresca e leggera;

Venite all’agile

Barchetta mia!

Santa Lucia!

Santa Lucia!

LUIGI COPPOLA

1 Vedi la figura.

1 Leggi l'articolo della venditrice di acqua solfurea, nel 1° volume di quest'opera.

2 Vedi la figura.

3 — Signorino, vi ho servito a dovere, ricordatevi di Mucchiettiello.

1 Vedi la figura.

1 Vedi la figura.

2 Far cuocere uno con l'acqua sua medesima.

3 Leggi l'articolo del fruttaiuolo nel 1.° volume di quest’opera.

Ciò che presso a poco nell’italiana favella verrebbe a significare — imbrogliona, ruffiana, va via!

— E l’altra: — ché, sul mio conto non vi è nulla a ridire, io non mi chiamo Graziella!

— Così ti chiamassi pure, brutta strega; Graziella tiene tanto onore sotto i piedi che tu non ne hai sul viso!

— Va là, chi parla di onore co testa svergognata!

1 Vedi la figura.

2 L'autorità di polizia à stabilito un posto di guardia nel centro didelta strada, affinché la forza pubblica sia pronta ad accorrere all’uopo; ma ciò per la sola stagione estiva, in cui le risse soglionopiù facilmente accadere.


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LA CAPERA

PORTIAMO opinione che pressoché tutti nostri leggitori non nati in Napoli non intenderanno il significato di questa parola, checercheranno invano nella Crusca. Pel converso, non vi ha napolitano di qualsivoglia ceto che non sappia che cosa, o, per dir meglio, che donnaè una capèra.

Dovendo lare la fisiologia o la storia naturale di questa importante specialità delle nostre popolane, è mestieri che tocchiamo un poco dell’origine sua, la cui data none gran fallo da noi distante.

Una ventinella d’anni fa, quando le signore portavano le torri intesta, come gli elefanti le portano in groppa, arcano ciascheduna un parrucchiere stipendiato che ogni di, dalle 10 antimeridiane all’unapomeridiana, era occupato a rialzare il peloso edificio sul capo della dama, la quale, senza questa importante operazione, non polcadecentemente mostrarsi. Però siffatta costumanza addimandava una certa agiatezza, giacché ei bisognava tenere a stipendio un professor capillare e compensarlo in ragion del tempo che ogni dì spendeva nello aggiustamento del capo di madama.

Questa pratica avea eziandio non pochi inconvenienti, tra cui quelloprecipuissimo che fò nascere nel capo di Beaumarchais il grazioso concetto della commedia, la quale ebbe di poi tanta celebrità,intitolata Il Barbiere di Siviglia, infatti, i Figari hanno fatto sempre paura a’ padri, a’ tutori, agli zii ed a’ mariti,imperocché i galanti non sapeano trovare un canale più comodo per fare scorrere nelle mani delle loro belle quei vigliettuzzi profumati, a cuile damine avean sempre le risposte belle ed apparecchiale, in modo da far esclamare all’ailonito Mercurio:

Veh che bestia! Veh che bestia!

Il maestro io faccio a lei!

Donne, donne, eterni dei!

Chi vi giunge a indovinar!

Il Barbiere di Siviglia, renduto popolarissimo ed immortale dalle noie del sommo Pesarese, fece aprir gli occhi agli arghi delleRosine d’ogni sorta; onde, pigliarono subitamente il partito di allontanare gli arditi contrabbandieri di amorosi messaggi, che, sottoil pretesto di alzare il parrucchino sulle teste delle pupille, spesso balzavano a’ tutori. La generazione dunque de’ Figari fu messa al bandod’ogni casa dov’era qualche fanciulla da marito.

Intanto, le teste delle donne venivano, a gran discapito del buon senso, neglette e abbandonate al loro naturale disordine.

Appo il ceto più ricco, le cameriere supplivano, come anche oggidì,all'officio de’ Figari; ma tra le classi meno agiate, dove l’impiego di cameriera è cumulato dalla così detta vajassa o serva, non conveniva affidare la importante operazione del capo alle mani lerce e succide di queste ancelle in sandali.

Surse la capèra a sciogliere l'arduo problema. Le cautele richieste dagli arghi si combinavano questa volta coll’economia domestica. La capèra divenne la padrona assoluta dello femminee teste de’ ceti medio e popolare.

La capèra è dunque una creazione recente nella storia de’ costumi napolitani; ma se non vanta antica origine, essa può andarsuperba della nobil conquista fatta sul territorio de'  mestieri maschili. Per ordinare il capo d'una donna, a noi pare che una donna èmeglio alta; giacché i misteri delle teste donnesche non li posson comprendere che le donne. D’altra parte, la testa non ha forse il suopudore?

La Capera è una giovinetta popolana, per lo più nubile e aggraziata, giacché la giovinezza e la beltà sono pregiudizi a favoredel gusto. E una capera senza gusto è come un dipintore senza genio, un poeta senza estro, un romanziero senza immaginazione.

La Capera si chiama ordinariamente Luisella, Giovannina, Carmela, ella veste sempre con molta nettezza ed anche con alquantaricercatezza pel suo stato; ma in particolar modo il suo capo debhe essere una specie di mostra, di campione, di modello non pur per ledonne popolane, bensì per quelle di civil condizione.

Comeché in sulle prime ella non acconciasse il capo che alle donne del volgo, pure a poco a poco ella si alzò, e da'  bassi o case a terreno salì fino a calpestare i mattoni incerati; fino alle teste aristocratiche.

La mercede che riceve la Capèra varia a seconda della qualità e condizione delle sue clienti, per modo che, da tre carlini mensuali,cioè un grano al giorno (vedi a che meschino prezzo si accomoda una testa ogni giorno! ) ella riceve lino a trenta carlini o tre piastre almese.

Già qualche Capèra si vede correr per le vie della capitale in cappelletto, guanti e ombrellino. Non andrà guari, e la vedremo in caprio o in tilbury. Tutto dipende da un genio nell’arte che, se sorgerà, innalzerà la classe a’ più eminenti fastigi.

Egli è ben facile riconoscere la Capèra tra un crocchio di giovani donne. Eccola, è la più alta, la più svelta, la più elegante,il suo capo è il meglio acconciato, la sua veste la meglio formata, i suoi piedi i meglio calzati, perocché ella non porta in tutte lestagioni che gentili stivaletti al pari di bennata damina. Colle mani a’ fianchi, col piede sinistro sporto innanzi, colla testolinalievemente inchinata di lato, ella sembra una bajadera in atto di danzar la Cachuca. Ella parla sempre, sa i fatti di tutti, ed in ispezialità in materie amorose, è l'oracolo delle sue vicine.

La Capèra è l’amica più confidente delle donne che hanno varcato trent'anni, ed il motivo è chiarissimo. A questa età comincianoad insinuarsi nelle chiome i candidi annunzi dell'autunno della vita.

Ogni anno che la signora o la signorina fa sparire dal suo atto di nascita si vendica con una bianca vendetta nelle trecce dell'ingrata. E diciamo ingrata, dappoiché è una vera ingratitudine il vergognarsi di quegli anni cuitanto si desidera arrivare. Ma l'uomo e più la donna è un ammasso di stranezze e di contraddizioni.

Si teme di morire, e in pari tempo si teme di esser vecchio; si vuolviver lungo tempo e non si vorrebbe giugnere alla vecchiezza.

La Capera è dunque indispensabilmente a parte degli alti segreti delle sue clienti da trentanni in su. Il suo genio consiste appunto nel saper nascondere i difetti che l’età adduce sulleloro teste. Qui è un gruppetto di fili d’argento che si ha da far sparire o da rendere fili di ebano; là è un trucioletto ribelle; qui èun'isoletta di quelle che si osservano nell’Arcipelago di Calvizie; più oltre,è una sfoltezza che ricorda le campagne nel mese diGennaio. La Capèra provvede a tutto, accomoda tutto; qua impinza, là toglie, su imbruna, giù allustra, là gonfia, quà sgonfia; ele sue mani fan prodigio; e dieci o quindici anni spariscono sotto le sue dita con una invidiabile felicità.

FRANCESCO MASTRIANI

1 Vedi la figura.


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IL BANDITOR DI VINO

SONO molti anni che il banditor di vino non va girando per le vie di Napoli: quel lunghetto microscopico indiavolato ci ha toltoanche questo spasso, oltre a quello più importante di bere vino a buon mercato,perché coloro che l'han voluto e potuto bere a caro prezzo nonne hanno patito mai privazione, se poi fosse vino originale o una sua imitazione, se lo sa chi l’ha manipolato. Ma tornando al nostroproposito, se la crittogama maledettissima ci ha impedito di veder per le strade il banditor di vino, non e’impedirà certo di vederloegregiamente disegnalo e dipinto e di farvi su quattro chiacchiere alla meglio. Vero è che il tempo sembra scelto in mal punto, poichéquell'importantissimo personaggio comincia di già a comparir di nuovo al cospetto del rispettabile pubblico; ma io non sono di questaopinione, e stimo anzi fortuna che si possa confrontare il ritratto coll'originale per affermare o negare la rassomiglianza.

In due occasioni vanno in giro i banditori di vino: o all'aperturadi una nuova cantina; o quando ad una già aperta cantina capita qualche botte di vino nuovo. Ma oltre a queste due ve n’è una terza ragione, edè quella di risvegliare nella moltitudine la notizia di una cantina derelitta o poco frequentata, di fare una retata di bottegai eavventori sotto il pretesto della novità e adescandoli con un saggiuolo di vino abboccato per poi dar loro a bere cerboneca. Quando dunqueoccorre uno di questi motivi, un facchino di voce stentorea e di maniere facete vien prescelto al grande uffizio. Con un cappello a treacque lutto adorno di cartoccetti, con un farsetto ed un robone alla foggia di quei di Don Nicola nel carnevale, tutto unto e sudicio esdrucito e il più delle volte scalzo, il nostro eroe s’impara a mente la cantilena che dee spandere ai quattro venti, imbrandisce un fiascoesternamente impagliato, e via alla pugna seguito da un piffero e da un tamburino che ne debbono col suono guerresco eccitar l’ardimento.

Uommene e femmene, gruosse e piccirille, nobele e snobele, ricche e puverielle, a o vico tale s'è aperta na nobele cantina, attaccata a o postiere, derempetto a opizzajuolo; se venne lo vino asciutto a nu rano e a ddi rà a carrafa. Currite!  Ecco un modello delle allocuzioni che han luogo in casi simili, a cui non mancano mai delle variazioni, o per varietà dicircostanze o per ingegno inventivo del faceto banditore. Qualche volta per esempio si magnifica un qualche ribasso di prezzo, a cui provvedel’acqua del pozzo, e si grida che il vino di sei si darà per quattro, quello di quattro per tre, e simili. E per intendere queste locuzionidovete sapere che il prezzo della carafa si calcola a tornesi, e che vino di sei vuol dire vino di tre grana la carafa.

È notabile che cotesti banditori non dicono mai il numero dellabottega di cui parlano: sarebbe tempo perduto per gente che non sa di abbaco e fa i conti colle dia sulla punta del naso. Invece si servonod’indicazioni che sono ad universale conoscenza, come a dire vicino alla parrocchia, accanto al farinajo, dirimpetto allo zèppolajuolo, e simili altri indizi che meglio dei numeri conducono allo scopo, poiché chi è nella contrada che non sappia deve sta il postiere, la bettola, il venditore di farina o di zeppole?

Cotesti araldi di Bacco non si contentano di bandire il mirabileumore che cola dalla vite misto al calor del sole, non si contentano di esaltarne il merito e di farne risaltare il basso prezzo, non sicontentano d’indicare a certi segni il luogo dello spaccio, che aggiungono a tutto ciò una più potente tentazione, una seduzione piùimmediata. È questa l’assaggio che fanno fare a chiunque il voglia della merce vinosa. S’accosta una donnicciuola o un fanciullo, ed eglimettendo loro nella bocca il collo del fiasco, con una leggerissima e celere alzata di mano ne fa discendere una sorsata. Gli si appressa unbastagio, ed egli senza tante cerimonie gli fa piovere nella bocca sottoposta e nelle sue circostanze il rubicondo liquore, e spessogliene spruzza l’adusto volto e l’ispido petto . Qui si vede messo in opera il bere per convento e il bere a garganella, e parecchi si fannoad assaggiare sol per dar prova di bravura in non far perdere neppure una gocciola del vino che con molta parsimonia e poca attenzione lor sigitta nelle bramose canne. E il banditore grida e versa e mette in bocca e gode dell’opera sua, mentre il tamburo e il piffero richiamanola gente ed eccitano alle bacchiche libazioni anche i più freddi bevitori. Gli strumenti di Marte prestano in questa occorrenza i loroservigi a Bacco, come quei di Bacco molti ne prestano ai seguaci di Marte.

Io non so che direbbero i promotori delle società di temperanza alvedere di queste funzioni, so bensì che questa specie di propaganda è di un perniciosissimo potere. Come l’odore della polvere infiamma ilguerriero alla battaglia, come la vista del sangue spinge il malvagio a più feroci delitti, come il sapore di un intingolello aguzza e stuzzicail più languido appetito, come l'udire una tenera parola di amore fa sdilinquire il cuore di una donzella, come il toccare di una o piùmonete d’oro fa tacere la voce della coscienza, così nel caso nostro l’odore del vino, la vista del liquido, il suo seducente sapore, ilsuono di quella voce e di quegli strumenti guerreschi, il contatto delle labbra col vetro del fiasco, assalendo a un tempo la volontà perla via di tutti e cinque i sensi, l’allettano, la lusingano, l’eccitano, l’incitano, l’istigano, la vincono, la soggiogano,rinfiammano, e gli infiammati corrono a spegnere l'incendio dello stomaco suscitato da poche gocce, da un zinzino, da un ciantellino.Dalla strada corrono alla cantina indicata, dal saggiuolo s’innalzano alla carafa; né si ritirano che quando il borsellino è divenuto piùleggiero, la testa più grave, e spesso le gambe mal atte al consueto ufficio di trasportare un corpo semovente. Ma tiriamo un velo su questescene che quando anche fossero descritte dalla penna più eloquente del mondo, non riuscirebbero a correggere un solo ubbriaco, per lafortissima ragione, che gli ubbriachi non leggono le scene altrui e non veggono le proprie.

Non solo pel vino, ma anche per le farine e per le paste vannoattorno i banditori. In questo caso procedono accompagnali da una cesta divisa in varii scompartimenti, dove sono gradatamente disposti icampioni con cartellini che ne indicano i prezzi. Se trattasi di un venditor di paste, ci sarà tutta la rotonda famiglia maccaronica,cominciando dai maccheroni di zita, e venendo giù giù pei maccheroni propriamente detti, maccaroncelli, vermicelli, vermicellini, spaghettie fidelini; e poi le lasagne, colle laganelle, tagliarelle, lingue di passero e altri membri della medesima famiglia schiacciata, e poi levarie specie di paste della Torre o della costiera di Amalfi, per le quali ci vorrebbe tutto un vocabolario. Se poi trattasi di un farinajo,la cosa è più semplice, poiché basta portare in mostra quattro o cinque qualità di fior di farina, dal più tino e bianco al più bruno eordinario.

Ma corrisponde sempre la mercanzia che si vende a quella che sibandisce e si porta in mostra? Oimè no. Forse nei primi giorni,e non sempre, per attirare la folla dei compratori, ma indi a poco e a gradoa grado la roba si va facendo più scadente, il peso meno esatto, e il prezzo un po’ più alto, finché il novello venditore si pone a livellodi tutti gli altri e al modo stesso degli altri spaccia la sua merce. Allora col prestigio della novità sparito anche quello del risparmio odel vantaggio, molti dei nuovi bottegai ritornano agli antichi luoghi dove solevano comprare.

Ma non son torse così tutte le cose del mondo? Ci allettano e ciseducono promettendoci piaceri non ancora provali; ma ben tosto ci accorgiamo che sono come tutti gli altri,quando non sono peggiori, e cipentiamo di aver lasciali gli uni per andare in cerca degli altri.

Allerta dunque: evitate un disinganno sempre dispiacevole, e non vifate infinocchiare da chi usa artifizii simili a quelli del banditore di vino.

EMMANUELE ROCCO.

1Uomini e donne, grandi e piccoli, nobili e plebei, ricchi epoveri, al vico tale si è aperta una decente cantina, accanto al prenditore del lotto, dirimpetto al pizzajuolo; si vende il vinoasciutto a un grano e a due grana la carafa. Correte!

1Vedi la figura.


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SORRENTO

O fortunato peregrin cui liceGiungere in questa terra alma, felice.

LETTORI, se in qualche giorno della vostra vita vi sentiste vinceredalla malinconia, o da quella sfiducia di tutto e di tutti, che è un misto di noia, d’insofferenza e di dispetto, e che comunemente chiamasispleen, fate subito il vostro sacco da viaggio e dirigetevi alla volta di Sorrento.

Durante l’ora che impiegherete nella ferrovia da Napoli aCastellammare, l’anima vostra sala distratta da mille impressioni sublimi e terribili, soavi e gaie.

Da un lato il Vesuvio, il maestoso vulcano, che Byron assomigliavaad un cappello da generale col suo pennacchio di fumo moltemente agitantesi nell’aria, dall’altro l’azzurro e spazioso mare, le cui ondevanno a baciare l’isoletta di Capri, messa la in sull’entrata, come vigile sentinella, o piuttosto come leggiadra portinaia del golfo diNapoli.

Volgendo uno sguardo a S. Giovanni a Teduccio vi assalirli lamemoria di quel grande, il cui scettro dominava fin dove tramonta il solo.

Colà soffermossi Carlo V per aspettar che Napoli si preparasse ariceverlo. Passerete accanto ad Ercolano pietosamente seppellita dalle lave del Vesuvio,che quivi fecero salve le vestigia della civiltàromana dall’ira sterminatrice de’ barbari. A Torre del Greco le aure stesse vi ripeteranno una dolce storia d’amore, e la rimembranza dellabella Lucrezia Alagno idolatrata da Alfonso d’Aragona vi si presenterà alla mente. E poi di tratto in tratto incontrerete gli strali di lavamandati giù dal vulcano, e quel sublime spettacolo vi trarrà a pensare sulle primitive trasformazioni del globo. Più tardi attraversereteTorre Annunziata, dicco’ suoi operosi molini macina il grano destinato alla sussistenza di Napoli.

Ma eccoci finalmente a Castellammare, porto franco di commestibili, e convegno nella state di tutti gli ammalati immaginarli del regno. Qui bisogna aprir gli occhi, ché se per poco perdurate nelladistrazione. correte il rischio d’essere menati in un luogo, che non era la meta del vostro viaggio. Per lo più all’arrivo del convoglioalla stazione s’impegna una rissa accanita tra cocchieri, barcaiuoli e ciucciari. A’ vincitori spelta per preda il viaggiatore. Se vincono i ciucciari sarete messi per forza sopra un asino e trasportati a Monte Coppola. Sei barcaiuoli, sarete costretti di andar vostro malgrado a Capri. Però fortunatamente la maggioranza, e quindi la vittoria, sta sempre dallato de’ cocchieri, ed allora monterete in una comoda vettura tirata da due o tre vigorosi cavalli ornati di penne e sonagli, e a gran trottomuoverete per Sorrento.

Lungo l’amenissima strada saluterete Vico, ove l’illustre Filangiericompose le sue opere sulla legislazione e terminò i suoi giorni, e dove potrete visitare la sua modesta tomba. Trascorsi i villaggi di Siano edi Equa, cantati da Silio Italico, arriverete sopra Scutolo,e di là come una scena incantata vi si presenterà allo sguardo la pianura diSorrento e la sottoposta Meta, nel cui picciolo seno i commercianti della penisola hanno improvvisato una specie di cantiere, donde esconolegni, che fanno il giro del globo.

Certo la natura non potea comporre una culla più poetica di Sorrentoall’immortale cantore della Gerusalemme liberala. Ivi sotto la volta di un cielo purissimo, a vista d’un mare del più lucido azzurro, iboschetti di olivi si avvicendano co’ profumati giardini d’aranci. La molte sinuosità delle colline e del lido, l’aria imbalsamata da’ piùgrati odori, la limpidezza dell’acque. la vista del golfo di Napoli, che di là sembra un lago, ben palesano che quell’incantevole paese fustanza delle Sirene, e che quelle piagge, ove siede eterna primavera,luron prese a modello dal Tasso nella descrizione de giardinidi Armida.

Ma dov'è dunque la casa del gran poeta cristiano? È questa la prima domanda di chi giunge a Sorrento. Invano i ciceroni ci mostrano il sontuoso albergo del Tasso,e ce lo additano come laprima dimora del sommo cantore: l’ala infaticabile del tempo ci ha vietato di ammirare quelle pareti, tra cui vide la luce del giorno unuomo sì grande per ingegno e per sventure. La casa del Tasso più non esiste. Sola rimane alla nostra devota ammirazione la stanza diCornelia Tasso, ora dei Sersale, ove rifugiò il poeta, quando mendico, vittima della sorte e degli uomini, tè ritorno alla sua patria.Altieri, Lamartine, Bvron Walter Scott hanno riverenti visitata quella casa, ove Torquato per breve tratto trovò un refrigerio alle suesventure.

Eppure Sorrento che in tempi a noi non lontani fu liberatadall’esser messa a sacco ed a fuoco unicamente per aver visto nascere il cantor di Goffredo, non un monumento, non una pietra ha innalzata algran poeta a memoria di gratitudine! Tranne qualche insegna di locanda e di caffè, cola non rattrovasi altro che ricordi il Tasso. Appena dinome è conosciuto da'  ciceroni, i quali dopo avervi fatta visitare una casa, che non fu quella del poeta, finiscono coldimandarvi chi sia questo Tasso. Vincenzo, il vecchio cicerone crede che Tasso sia stato il capitano, che liberò Gerusalemme,

I monumenti antichi sì greci che romani de’ quali il tempo ha alcunidel tutto distrutti e di altri ha rimasto appena i ruderi, ben addimostrano quale importanza avesse avuta Sorrento sin da’ tempi piùremoti. E infatti Giunone. Cerere, Ercole, le Sirene e Venere, alla quale Virgilio in presenza di Augusto consacrò un amorino votivo,Minerva che diede il nome al promontorio che da Massa si estende alla punta della Campanella, ed altre pagane deità ebbero il loro delubro.Ed oltre ciò Sorrento ebbe un circo al sito detto la Rota,in cui si celebravano i giuochi olimpici, e fu il convenio di molti illustriromani che ivi ebbero stanza e vi stabilirono sontuose ville, come attestano i ruderi della casa di Pollionc al Capo di Sorrento adorna dibagni, di peschiere, di grotte, decantate dal poeta Stazio che dimorò lungo tempo in tali delizie con quell’opulento cavaliere romano.

La sola opera romana rimasta intatta sono i cisternoni o conserve diacqua che si ammirano nella strada Borgo nel cortile della casa Spasiano, nella quale abitò anche la sorella di Tasso quando in secondenozze sposò un cavaliere di questa famiglia.

Vincenzo il cicerone quando fa osservare i cisternoni vi racconta che essi furono fatti come una frittata, appoggiandosi con ciòdire sulla opinione del dotto Bacone che osservò essere il cemento di quelle cisterne lo stesso di quello della Piscina mirabile, ossiabianco d’uova, polvere calcarea calcinata, e polvere di silice. 1 romani, dice Vincenzo, erano dei cattivi pasticcieri perché se avesserosaputo far mirenghe non avrebbero sprecato i bianchi d’uova per fabbricare pozzi e piscine.

Tutto lo spirito di Vincenzo si sviluppa sotto l’arco del Duomo dovesi è improvvisato un piccolo Museo di marmi scavati in Sorrento. Ivi si veggono delle colonne di marmo affricano, delle insegne di soldatipretoriani, ma le cose che meritano di essere osservate sono il bassorilievo che rappresenta i sette savi della Grecia, e l’altro incui è effigiata Cibele sedente su due leoni.

Al pari di tutte le altre città, Sorrento ha aneli’ essa la sua storia di glorie e di sventure.

Nel medio evo la (lotta sorrentina si portò ad Ostia di conserva conle navi di Salerno di Amalfi e di Napoli, e vinsero dopo aspra battaglia i barbari ma prodi Saraceni. E raccontasi pure dagli storicidi un’altra vittoria riportata sulla flotta Amalfitana dalle navi di Sorrento .

Ne’ secoli posteriori ebbe a patire diverse invasioni de’ Turchi,contro a’ quali non bastò a difenderla la cerchia delle forti sue mura. Dimandate un pò a Vincenzo il cicerone questo tratto di storia patria, ed egli vi dirà che i Turchi furono brava gente, perchérapirono le donne di Sorrento e lasciarono in pace gli uomini. Gran peccato, soggiunge egli, che i Turchi non tornino più: se tornassero iopotrei correre la fortuna di esser liberato di mia moglie! Vedi goffa e irriverente ignoranza! quante volte sul Deserto, romantico silo presso S. Agata, alla vista di due mari, cioè del golfo di Napoli e diquello di Salerno, Vincenzo mi ha mostrato il punto, ove sbarcarono i Turchi per assaltare Sorrento! Avevo un bell’arrabbattarmi per indurload accompagnarmi alla chiesa di S. Agata, ov’é un altare unico nel suo genere per il gusto, onde i diversi pezzi di marmo sono contesti afiori, arabeschi ed uccelli: Vincenzo si rimaneva estatico al pensiero de’ Turchi,che tanto pietosamente si davano la pena di rapire le donnesorrentine.

Vincenzo è il vero tipo del perfetto cicerone. Dopo avere squarciato il velo dell’antichità, dopo avervi parlato della storia,de’ monumenti e delle nobili famiglie quasi tutte estinte, egli muta stile e vi parla dell’industria, delle manifatture, e del commercio edun tantino anche dell’agricoltura di Sorrento.

Volete sapere quanto burro si mandi a Napoli, quante ceste di arancisi esportino per l’America, quanti nastri di seta si vendano in un anno, quanti cassettini di legno costruisca l’ebanista Gargiulo, quantenavi si trovino nelle marine di Cassano e di Meta, quante calze si lavorino al piano di Sorrento, a che ne stia l’industria della seta?Dirigetevi a Vincenzo: egli è una statistica, un prontuario ambulante.

Ma tra le principali industrie e manifatture di Sorrento vannoannoverate quella della seta e quella de’ lavori di legno. È inutile il dire che l’arte della seta e tanto antica in Sorrento, che di là fuportata in Napoli, come il nostro chiaro scrittore Filippo Volpicelli ha mostrato in uno de’ suoi dotti articoli sulla seta. Quando girereteper quei mille romiti e solitari viottoli delle contrade Sorrentine col pretesto di accendervi il sigarro entrate in una di quelle casecoloniche. Ivi sorprenderete al telaio una di quelle figure attraenti che metterebbero fuoco nell’anima più fredda e più antipoetica delmondo . Ciò che forma la distinzione di tutte le contadine Sorrentine si è la cura che esse pongono nel loro modo di vestire e la nettezzadegli abiti e della calzatura, sicché ad esse si può applicare il simplex munditiis di Orazio. Non c'è esempio che possiate incontrare per istrada unacontadina mal pettinata o mal calzata, e ciò ne’ giorni di lavoro. 1 di di festa poi esse indossano il costume del paese, che è un collettinodi damasco gallonato, si pettinano alla cinese come le nostre più eleganti lvonnes, e inforcano ne’ capelli la spadella, che è una specie di amuleto per esse, sotto la quale scende sul collouna fettuccia. I loro orecchini di piccole perle sono un poco spettacolosi perché vengono composti di tre rosette ognuna, in mezzoalle quali ve una granata .

Chi va a Sorrento non trasanda di lasciare il tributo allevenditrici di nastri e agli ebanisti, comprando sciarpe e nastri di seta, lavorati al telaio da quelle Sirene in carne ed ossa, ed unodegli svariati lavori di legno che i fabbricanti Gargiulo e Grandevillc hanno portato a una soddisfacente perfezione. Belli infatti sono queicassettini intarsiati ora di fiori contesti di pezzetti di legno di diversi colori, ora di costumi napolitani, o di figure pompeiane, iquali lavori se per poco fossero più corretti per disegno meriterebbero un posto distinto nelle esposizioni d’industrie e manifatture. Però glistranieri che visitano Sorrento non tralasciano di acquistare questi oggetti di legno, i quali poi ricordano ad essi ritornati in patria igiorni fortunati passati in queste piagge sorrise dal cielo, in questo Eden in cui ogni punto è degno di essere riprodotto in tela o infotografia, ogni roccia uno studio pel paesista, ogni donna un modello pel pittore che va in cerca di puri e soavi lineamenti.

Se consultate Vincenzo egli vi farà uno specchietto di tutti glialberghi e delle case mobiliate di Sorrento. Vi dirà che i gran signori che vogliono dimorare alla Sirena, o al Tasso o da Rispoli pagheranno circa tre piastre il giorno, che Villa Nardi è l’albergo di quei che amano l’economia e che desiderano spendere unaventina di carlini al giorno, e che nelle locande non situate sopra il mare come le precedenti si può spendere tra l’alloggio e il pranzocirca un ducato. Vi parlerà ancora della romantica locanda delle quattro stagioni sita sotto il Monte, e dei rinomati sorbetti del caffè Cozzolino.Vincenzo vi dirà inoltre che una carrozza a tre cavalli da Castellammare a Sorrento si paga 14 carlini, una cittadina 10, un postodi carrozza tre carlini, una gita sull’asino tre carlini, e che chi vuol essere ben servito deve per asini e per carrozze dirigersi allestatle della Sirena.

Ma tra le storiette e gli aneddoti narratimi dall'instancabile cicerone, non dimenticherò mai le lagrime che ho versate al racconto de’ casi di una tal Lida, vittima infelice d’un amore prepotente.

Nel nostro secolo calcolatore le forti ed eroiche passioni sonoappena concesse alla fantasia del poeta e non s’incontrano che ne’ personaggi di un romanzo. Ma nelle ultime classi del popolo, tra quellagente, che guadagna la vita col lavoro delle proprie braccia, la civiltà non ancora ha ridotto l'amore ad un vocabolo senzasignificazione e che spesso spesso trova il suo commento in una cifra numerica.

Lida era la più bella fanciulla della penisola Sorrentina. Attraentecome il suo cielo essa era l’ammirazione di quanti stranieri si recavano in quelle amene piagge, e tanto che non v’ha pittored’oltralpe che passando sotto la sua finestra non avesse cercato di guardarla attentamente per poi riprodurne i soavi lineamenti in que’quadretti di costumi Sorrentini che ora fan belli diversi saloni dell’Europa.

Lida quantunque di mestiere tessitrice di seta avea una colturasuperiore al suo povero stato, ed è fama ch’essa sapesse a mente quasi tutte le poesie del Tasso.

Se andate a Sorrento fermatevi alla strada Borgo ed entrate nellabottega del mai molaio così detto Barbariccia e domandategli la storia di Lida, ed egli facendo come colui che piange e dice vi reciterà laseguente ballata sorrentina da lui composta,e che i marinari cantano tutte le sere della domenica:

O voi che avete intelletto d’amore,

Qualche lagrima date di pietà

A una storia di affetto e di terrore,

Di cui l’ugual non v’ha.

Lida creatura angelica e divina

Fu la più bella di Sorrento un dì;

Nò v era un’altra in tutta la marina

Amabile così.

Tutta luceva di quel ciel sereno

Negli occhi suoi l'arcana voluttà;

L’ingenuo detto, il suo sorriso appieno

Diccan la sua bontà.

Quando ella nacque, oh fortunata notte!

Danzando le Sirene in folla uscir

Della Marina grande dalle grotte

Al primo suo vagir.

E le trasfusero sul vago viso

Del loro incanto il magico poter,

Ogni garzone si sentì conquiso

Di tai vezzi al mister.

Ma chi di Lida imporporar la gola

Facea primiero e le ispirava amor?

Antonino di Meta il bel pilota

Di Lida ottenne il cor.

Venne la festa di Sant’Antonino;

Di fidanzata il pegno ei le comprò,

La spadella le che d’argento fino

Onde le trecce ornò.

E le promise come santa cosa,

Che tornando dal viaggio nell’aprii,

Recato avria l’anello a lei di sposa

Dell’oro del Brasil.

Antonino partì. Lida contava

I giorni mesti e rimirando il mar

Le pareva ogni vela che spuntava

La nota vela entrar.

Povera Lida! Sette lune e sette

Invan lo chiese all’aura, al mare, al ciel;

Indi seppe che preda il ricevette

L’Oceano infedeli Che fece?

Vestì l’abito nuziale

Da lei trapunto in più felici dì;

La spadella d’argento, ahi don fatale!

Il crine le abbellì.

materni orecchini di corallo

Pose, e sul seno una crocetta d’or:

E si cinse sul fronte di cristallo

La corona di fior

Poi dello sposo convitò i parenti

Bruno vestiti, e dolorosi in cor;

E convitò tutte le amiche genti

Del parentado ancor

Presso di Lida alla magion romita

Nella Marina grande, accanto al mar,

S’alza di calce una fornace ignita,

Diruto casolar.

Sento rizzarsi per l’orror le chiome,

Mi si dilania l’alma come un vel

Ricordando un martir che non ha nome

Ilo nelle vene il gel! —

Pomposa, dal veron sul mar gemente

Lida tre volte il suo fedel chiamò!...

Rapida quindi nella calce ardente

D’un balzo si lanciò! —

voi che avete intelletto d’amore,

Qualche lagrima date di pietà

A una storia di alletto e di terrore,

Di cui l’ugual non v’ha.

 GIUSEPPE ORGITANO


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LA BELLA SORRENTINA

CANZONE POPOLARE

1

Io la vidi a Piedigrotta

Tutta gioia, e tutta festa;

Dalla madre ricondotta,

Oro e perle aveva in testa.

Un corpetto ricamato,

La pettiglia di broccato,

Una veste cremisina,

Un sorriso ad incantar;

E la bella Sorrentina

Io l'intesi nominar.

1

A la festa la vedette,

Che se face a Piedigrotta;

Co la mamma se ne fette

Pe bedé la truppa ’n frotta.

Lu corpetto ricamato,

La pettiglia de broccato,

Na vonnella cremmisina,

Na resella a ffa’ncantà;

E la bella Sorrentina

La sentette annomenà.

2

Da quel giorno non ho pace,

Notte e dì sospiro e gemo,

Fin la pesca non mi piace,

In disuso ho posto il remo.

Con la povera barchetta

A Sorrento a fretta a fretta

Ogni sera, ogni mattina

Vengo qua per lagrimar;

E tu, ingrata Sorrentina,

Del mio duol non hai pietà.

2

Io da tanno ’nn aggio pace,

Notte e ghiuorno sto a ppenare.

Nfi la pesca non mine piace,

Manco saccio cchiù vocare.

Co l'afflitto vuzzariello

A Sorridilo io poveriello

Ogne ssera, ogne mattina

Vengo cca pe piccijà;

E tu, tigrata Sorrentina,

Mine vuò sempe fa pena.

3

Mi spaventa la procella,

Mi rattrista la bonaccia:

Sola è mia diletta stella

Quando veggo la sua faccia.

L'altro giorno in gran periglio

Vidi il logoro naviglio...

Sulla sponda di Resina

Là mi stava a naufragar;

E tu ingrata Sorrentina

Del mio duol non hai pietà.

3

Mme fa stare 'mpocondria

La tempesta e la bonaccia;

Schitto stongo ’n allegria

Quanno ceco chella faccia.

Ll'ato juorno la varchetta,

Che fujeva qua saetta

Ntra li scuoglie de Resina

Già se steva pe scassà;

E tu 'ngrata Sorrentina,

Mme vuò sempe fa penà.

4

Se non curi il mio dolore,

Bella sì, ma ingrata donna,

Del mio cor, del mio amore

Farò dono ad altra donna.

Ma che veggio? Il ciel s’annera,

Più non miro la costiera,

Cresce il vento, il Sol declina

Son respinto in alto mar;

Per te, ingrata Sorrentina,

Io mi vado a naufragar.

4

Si non cure sto dolore,

Bella si, ma ’ngrata nenna.

Io mme metto a ffa l'ammore,

Co quacch'auta bella nenna.

Ma ched’è?... Lu viento cresce

Già lu Sole scomparesce,

Cchiù non beco la banchina,

Mme sta l'onna a straportà;

Pe tte 'ngrata Sorrentina

Io mme vaco ad affocà.



1 V. Sismondi — Histoire des républiques italiennes.

1 Vedi la figura.

Vedi la figura.

1Seguendo il sistema tenuto fin dal principio di quest’opera, ò credutoaggiungere come appendice all'articolo di Sorrento questa canzone popolare, in italiano e nel dialetto napolitano tale quale fu stampatadall’autore, che gentilmente me ne ha permessa la riproduzione.


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PULCINELLA

E LA MASCHERA NAPOLITANA  



PULCINELLA!

Questo argomento per uno scrittore sembra il più volgare che possaimmaginarsi. Il rappresentante comico della goffaggine e della ridicola semplicità non può divenire per opera della critica e della storia unpersonaggio neppur di lieve importanza.

Così dicono i pensatori improvvisi.

Ma io ho molte ragioni da provare che questo volgar Pulcinella è unessere pel quale la razza umana strappò qualche spina al sentiero della vita, e pel quale la verità fu detta sotto la forma del ridicolo.Qualcuno che mi sta alle coste, mentre io scrivo, e sa com’io la pensi, si proverebbe a rendermi anche più temerario — Non solo, egli misusurra. io rappresenterei Pulcinella sotto la forma di un mito, non solo sotto 1 aspetto di una caricatura fatta a taluni uomini peremendarli, ma oserei dire di Pulcinella, ch’egli fu uno de’ benefattori della società.

Io non vado tant’oltre e mi fermo. L'amico o il consiglierò continuerà l’articolo, se a lui piace.

Parecchi scrittori tanto italiani quanto stranieri non ebbero asdegno di toccar dell’indole e dell’origine di questo personaggio, al quale è dovuta la maschera napolitana. Di lui scrissero il Malici, ilFerrano, il Signorelli, senza dire degli enciclopedisti e degli storiografi della commedia. Scrissero di lui, sebben brevemente Inglesied Alemanni, e da ultimo Alessandro Dumas ne’ suoi viaggi, ed il bibliofilo Jacob che gli consacrò intero un articolo della sua penna.

Non sarò io dunque reputalo uomo dappoco o balzano di mente, seintingo la penna in questo inchiostro. Pulcinella, detto da molti commediografi Pulcinella Cetrulo ha due origini, e come Ercole al biviolo scrittore trovasi esitante e confuso nello scegliere la sua via. Una origine è antica, l’altra è moderna, e pecca davvero di esser troppomoderna. Tutti sanno che dall’accozzaglia di un nome e di un cognome venne formato l’insieme di Pulcinella. Tutti sanno che un cotal Paolo.Ciucili per vaghezza di baloccare, dicesi, andasse ballando e facendo cavriuolo innanzi allo esercito francese che entrava in Napoli, e che iFrancesi chiamandolo in lor favella Paul Chinelli e quindi Polichinelle dessero origine alla creazione del nome di Pulcinella.

Ma io pianto di botto la mia opposizione a questa origine, la qualepotrà piacere come emanazione di spirito francese, ma non potrà venir tollerata né accettata dallo spirito italiano. Eccone le ragioni. 1. Ilnome di Paolo non è punto napolitano, così non ha cadenza napolitana il cognome Cinelli, a meno che non voglia cangiarsi questo Cinelli in Ciniello o Ciciniello. 2. Il personaggio di Pulcinella ha data più antica del citato ingresso inNapoli dell’esercito francese. 3. L’indole del Pulcinella è di uomo e cittadino ligio fino alla superstizione alle assuetudini del suo paesenativo, e di uomo tenace a’ propri costumi, amante de’ suoi, dileggiatore di ogni uso straniero, e schernitore caustico oltremodo epungente. Nulla di più schernevole pel nostro Pulcinella che il lindo ed attillalo seguace di mode e il Monzù (Monsieur).

Pulcinella napolitano, volgare e timido ch’ei fosse, non ha maiballato innanzi agli eserciti francesi. L’è una storiella ingegnosa, ma non plausibile.

Sappiamo d’altra parte che la maschera è di antica data.

Senza ricordar Venezia che se ne avvaleva nelle vie e ne’ teatri, inpolitica ed in pace, tra cittadini e tra esecutori del Consiglio, basta portarsi con la studiosa mente sino a’ Greci ed a' Romani per trovarnel’uso assai sparso.

La creazione della maschera è la più naturale delle invenzioni.L’uomo tende molte fiate a nascondersi, poiché la sincerità non tu sempre in lui. Dove è simulazione o colpa, è rossore. Non furono lefoglie, la maschera del nostro primo padre? Gli uomini surrogarono un tempo alle larve il lembo delle vesti e le mani addossate sul volto, equesta fu una maschera spontanea ed improvvisa poi veduto il bisogno, surse quasi una moda di fingere e di saper fingere, nacque lospettacolo pel quale la finzione diventa diletto e la maschera prese a covrire i volti, non più chiari ed ingenui, della viziosa umanità.Ebbero teatri Roma e Grecia, ma quel eh e più, ne ebbero il Perù, la Cina, le Indie, e tutti i teatri cercarono nelle loro rappresentazioniun eroe o protagonista. I Greci incensarono personaggi mitologici, i Romani seguirono i Greci, gl’indiani tolsero ad eroe delle lororappresentazioni un nume o un semideo. I Cinesi prescelsero un mandarino, un ricco mercante etc. Gli Ebrei non ebbero né spettacoli némaschere, perché trovarono delitto queste allusioni innanzi al principio della loro fede.

L’eroe della commedia napolitana è il Pulcinella, e che questo eroesia antico lo dimostrerò prima con appoggiarmi al sapiente e dotto ricercatore archeologo Filippo De Jorio, l’altro col rivedere lepitture Ercolanensi e Pompeiane.

Filippo canonico De Jorio scrisse un’opera intitolata La Mimica degli antichi paragonata al moderno gestire napolitano.

Per raggiungere il suo scopo il paziente archeologo si partì dallaosservazione delle antiche figuline, vasi, bassorilievi, lavori in plastica, purché offrissero ligure in movenza ed atteggiale secondo lospirito dell’azione, furon bastevole documento per mostrare che il gesticolare e il muoversi soperchio de’ Napolitani sono abito espressoanche ab antico, e sì facendo il De Jorio assegnò il suo gesto al dolore, all’ira, alla gioia. 11 dotto ricercatore si piacque fino ditrovar relazioni col gestire antico nel muover delle dita, sicché gli stessi atteggiamenti del Pulcinella, considerati sotto questa formaspeculativa, divennero per esso abitudini di antichi personaggi. Al che accenna pure il Ferrano quando nel passare a rassegna le maschereitaliane dice.

«Non istaremo a ricercare se alcuni di questi personaggi sia ilmedesimo, quanto all’abito ed al carattere che già era ne’ mimi degli antichi Greci e Romani».

Certo è che antiche sono la maggior parte delle maschere italiane, eciascuna di esse nacque dal voler porre in canzona e gittate lo scherno in qualche ridicola costumanza. Però veggiamo nelle commedie comparirei Dottori caricatura di medici o di cattedratici, i capitani Spaventa caricatura dei Rodomonti Spagnuoli, gli Arlecchini caricatura de’ ghiotti e de’ balordi, nobilitati poi dalla satira, gli Scopini emporio di furberie, ed altre maschere delle quali parla il Riccoboni nella storia del teatro italiano.

Da questi poi originali caratteri e maschere, ne vennero altri, come derivazione e suddivisione di una stessa materia. Meneghino introdotto dal Maggi, Scaramuccia dal napolitano Fiorilii, Coviello dal famigerato Salvator Rosa, e Pedrolino e Tabarrino e Fitone elio, e il Tartaglia che appartenne a più teatri, essendo universa caricatura di un difetto naturale e non ispecialità di paese. Lo stesso Dottore introdotto dall’immortale Molière nelle sue commedie, fu invenzione diLucio comico italiano che fioriva nella meta del cinquecento.

Ma più antico fra tutti è il nostro Pulcinella. Continuandol'analisi delle antiche scolture noi troviamo negli antichi scavi Ercolanesi e Pompeiani avanzi di colonne portanti in cima a guisa dicapitello una testa a grandi orecchie a bocca aperta, e coronata talvolta di foglie, la quale dalla fronte al di sotto del naso è nera,bianca fino al mento. E questa specie di maschera hanno i presenti fabbricatori di creta adottata come vaso di fiori. Ecco dunque un voltoa due tinte, una maschera infine, ma una maschera permanente. E questa è la maschera del Pulcinella. A giustificar la medesima è volgartradizione che il cittadino dell’Acerra al quale si da nome di Pulcinella, fosse un uomo che aveva in volto una macchia o voglia didonna incinta che ne mascherasse la superior parte delle sembianze.

Nei volume sullo stato della poesia in Italia è ricordato che nelmuseo del Marchese Alessandro Capponi era la statua di un istrione antico così mascherato, val quanto dire con un camiciotto mal assestatoe assai goffo, con una sauna a ciascuno degli angoli della bocca, con gli occhi stralunati, col naso lungo prominente ed adunco, e più (cometroviamo nel Pulcinella francese) colla gobba e nel petto e nel dorso e coi socchi ai piedi.

Nè il carattere stesso del personaggio è dissomigliante da quelloche a coloro davano gli antichi, cioè uomini stolidi, accomodati coll'abito, colle parole e col gesto a mover le risa. Col decader delleantiche usanze, questa maschera (a forma Pulcinellesca) andò a perdersi, ma il Fiorillo la restituì al teatro, dandogli il dialettode’ Calabresi. Un sartore di nome Andrea Calcese detto il Ciuccio ritenne le spoglie Pulcinellesche, ma gli diè il linguaggio de’villanzoni bernoccoluti della antica città di Acerra, ove tenevasi originato. Le quali indagini ci riportano sempre all’idea madre che ilPulcinella è l’antico buffone nella sua mellonaggine, piccante nelle sue gofferie, accozzamento strano ed originale di una natura semplice ebeffarda.

Scherzando su tal subietto dice Carlo Nodier «Scompaiono le nazionidalla faccia della terra, le sette spariscono nell’abisso del passato, e Pulcinella resta. Non vi è altri che Pulcinella il quale sia vero edartista. Pulcinella è invulnerabile, e l'invulnerabilità degli eroi dell’Ariosto è meno comprovata della sua. Non so dirvi se il suotallone sia restato nella mano di sua madre, e se ella lo tuffò come Achille. Quel che havvi di certo si è... (se questi lodevoli studiallettano qualche gentiluomo) che Pulcinella, bastonato dai birri, aggredito dai bravi, impiccato dal boia, e portato via dagli spiritiricomparisce infallibile mente un quarto d’ora dopo al più tardi, così vispo, così vivace e più garbato che mai. No, Pulcinella non è morto.Viva Pulcinella!»

Leggendo queste parole di un accreditato autore francese, egli èforza credere che anche in Francia abbia il Pulcinella potenti influenze.

Senza ricordare Tiberio Fiorilli che fu la gioia del Gran Luigi,basterà ricordare Michelangelo Fracanzano fratello de’ famosi e sventurati pittori napolitani Cesare e Francesco. MichelangioloFracanzano, viste che le arti belle dan sovente a chi le coltiva un duro compenso, stimò porgere altrui diletto per altra guisa, cioèrappresentando il Pulcinella. Piacque il buffone ai Francesi, e Luigi XIV lo invitò a far ridere la Francia. Ed egli, non certo dando pan perfocaccia, portò il riso nella famiglia di un Re, quando un altro aveva portato il pianto nella sua famiglia. Morì lo stipendiato Pulcinellapresso il 1685, e la famiglia dei celebrati pittori Fracanzano si spense in un pittore povero ed in un ricco istrione. Questi assicurò leforme del Pulcinella, ed ancora oggidì si veggono le sue tele ove è dipinto Pulcinella a mezza figura col suo cappello a pan di zucchero ela spiegatala camicia.

Ma da quel tempo in poi molti furon quelli che vestirono le spogliedel semplice cittadino dell’Acerra, per richiamare il riso, anche tra le sciagure, sul volto dei poveri Napolitani.

Là dove oggi in via S. Bartolomeo vedesi un arcualo corridoiocelebre per la bisca ove vende la camicia S. Camillo de Lellis, era un teatro che il tempo e le rivolture distrussero, e la cui celebrità ècimasa ancor viva, come di cosa recente.

Celebrità giusta, in quanto che su queste scene, dette di S.Bartolomeo, spiegarono i loro fasti que’ musicisti che insegnarono l'armonia all'Italia ed oltre i monti. I quali usciti in buona partedal piccolo conservatorio di S. Onofrio alla Vicaria, fondato intorno al 1500, ebbero la gloria di aver creato in uno stesso secolo NiccolòJommelli, Niccolò Piccinni, Giovanni Paesiello. I drammi del Metastasio vestiti d’armonia da Porpora e Leo fecero risuonar pateticamente questacontrada, poi vi risuonò l'opera bulla, ed allora i nostri teatri crebbero di numero e vi si aggiunse quello de" Fiorentini, dove or sirecita in prosa ed allora si cantava.

Apparve in questi teatri il Pulcinella, e il riso con lui.Accrebbero la dote de’ suoi sali e delle sue arguzie molti scrittori napolitani di non vulgare erudizione, ma colui che meglio lo scolpì fudi questi scrittori il meno erudito cioè Francesco Celione,in sua origine lavoratore di seta. Poi fra gli altri venne un FilippoCammarano di famiglia teatrale, ed allora il tempio di Pulcinella fu S. Carlino, il piccolo teatro ove si desta l’ilarità, e che una manoinvisibile preserva ancora dalla rovina, mentre svisa e deforma l’ampia piazza del Castello. Si direbbe che le case onde è circondato perriconoscenza del riso che sua merce udiron sempre echeggiare colà dentro, se lo tengano stretto, affinché non isfugga. Ma chi assicuraqueste case che lo splendore della città nostra non chiegga il loro sacrificio? Il che se non potrà tardare, io oserei desiderare che nelluogo ove sorse il nostro teatro nazionale fosse posta una lapide, la quale ricordasse che a temperare i dispiaceri della vita, veniva colàeretto il tempio della ilarità. E forse in questa lapide avrebbe dritto a menzione il cittadino di Acerra. A riassumere dunque il nostroarticolo nel quale toccammo il meglio che da noi si poteva in piccolo spazio del Pulcinella, della maschera, e del teatro napolitano, diremoche anche in questi giorni in che la maschera si va dileguando dalle scene, è il Pulcinella il nostro migliore amico, e S. Carlino il teatroche fuga e tronca le nostre malinconie. Sicché meriterebbe questo teatro lo stesso nome di Posilipo che vuol dire Pausa alle tristezze.

Senza parlare di Gian Cola, di Luzio, del piccolo Casaccia che nonprofanarono la intemerata camicia di Pulcinella, sono gloria oggi di questo personaggio i due Petito, de’ quali il primo, sendo innanzi negli anni cesse il posto al secondo, sicché il padre assistealle serali glorie del figliuolo e si compiace dell’opera sua.

Oh Pulcinella! Creatura degli antichi venuto sino a noi discendentidella Magna Grecia, no, tu non ballasti mai innanzi agli eserciti stranieri, tu nascesti nel riso e nella gioia, prediletto figliuolodella commedia, e se Plauto e Terenzio, se Aristofane e Menandro non ti diedero polpe ed ossa, essi udirono la tua voce, la quale è quelladella semplice ambiguità di parole posta a lottare con le ambagi e con la tortuosità di maligni sapienti.

CAV CARLO T. DALBONO.

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LA  MESSA  VOTIVA

Appoquasi tutti i popoli della terra, qualsivoglia sia la loro religione, sonosi levale al cielo preci e voti per ottener grazie. Quando ogniumano conforto vien manco, l’uomo nella sventura si volge per istinto al suo Creatore e ne implora l’assistenza, e, come se non osassedirettamente alzar le sue preghiere fino alla maestà di un Dio,cerca il più delle volte l’intercessione di quelle creature che Gli sono piùaccette. La Religione Cristiana, la più consona a’ bisogni dell’uomo, offre nella Santissima Madre di Dio la più possente interceditrice digrazie, ed Ella innumerevoli ne ottiene ogni giorno dal trono dell’Altissimo a prò de’ suoi divoti. Venerata dall’orbe cattolica sotto diverse denominazioni a seconda de’ tanti privilegi diche Dio volle colmare questa Prediletta fra tutte le creature, ed a seconda di alcune particolari circostanze di tempi e di luoghi, Ellaspande i tesori delle sue grazie a tutt''i suoi figliuoli indistintamente elio con vera fede a Lei si volgono.

Se presso tutte le cristiane genti la divozione alla SS. Vergine equasi un bisogno del cuore e dello spirito, massima lo è presso i Napolitani.

Basta gittar Io sguardo ne' nostri templi per vedere quasi in essitutte le Immagini della Madre di Dio circondate da'  così detti voti, che sono tante dipinture colle quali vien rappresentato a’ riguardantiquel caso particolare di malattia o di altra sciagura, a risanar dal quale si fa il voto alla Madonna. A questi quadretti si congiunge pelconsueto una effigie in cera di quella parte del corpo che è stata soggetta a infermità, a ferita, a percosse e simili. È costume de’nostri popolani andar raccogliendo dai pietosi vicini le limosino per far dire la Messa votiva che in dialetto domandasi Messa pezzata.

Le chiese dove maggiore e l'affluenza de’ voti sono Santa Maria delCarmine presso le porte della città, S. Brigida, la Chiesa alla Sanità e S. Vincenzo alla Sanità, Montevergine e la Madonna dell’Arco.

La chiesa di S. Maria del Carmine,poco discosta dalla piazza delMercato, fu edificata da’ d’Angiò, e racchiude un convento che è de’ più famosi di Napoli. Per lo addietro, questa chiesa non era che unasemplice cappella col nome di Santa Croce che venne distrutta, e poscia rifabbricata e magnificamente arricchita dalla madredell’infelice Corradino Svevo, decapitato in quella piazza del Mercato ed il cui umil sepolcro si vede dietro l’altare maggiore. Nel 1707, lachiesa venne restaurala nel modo come ora si vede. Oltre di una bellissima Immagine di Nostra Donna, antica dipintura greca, vi sivenera un Crocifisso, il quale, narrasi che nell’assedio di Napoli del 1430 avesse piegalo il capo per iscansare una palla di cannone. Non è adire di quanta divozione è compreso il popolo Napolitano per questo Crocifisso, che tiensi ricoperto in tutto l’anno, eccetto che nellaprima festa di Natale, giorno in cui un grandissimo numero di abitanti e il Corpo della Città si reca a venerarlo.

Riguardo alla Chiesa di Montevergine, già se n’è parlato conapposito articolo nel primo volume di quest’opera. In quanto alla Madonna dell’Arco, se ne scriverà un articolo per la descrizione dellafesta che vi si fa. La chiesa di S. Brigida fu edificala nel 1610 da una spagnuola per nome Giovanna Quevcda.

Or ci piace raccontare un fatto che meglio l'ara conoscere questo particolar costume della Messa votiva.

Non e gran tempo da noi discosto che in quella certezza addimandata la Salita di Tarsia, che pon capo sul colle amenissimo dell’Infrascata, e propriamente unpoco prima di giugnere a quella piazzetta che dalla chiesa di S. Antonio toglie suo nome, due donne abitavano in un fondacuzzo piuttostooscuro che vedesi a sinistra nel salire — Erano una madre e una figliuola.

Tutt'i villeggianti che nella bella stagione traevano in sul Vomeroo nelle adiacenti campagne, nel salire o nello scendere per quella scoscesa di Tarsia, vedean sempre in sulla soglia di quel fondacostarsi a sedere una donna di non grave età, comechè non polca dirsi più giovine, la quale con un rosario tra le mani recitava avemmarie intutte le ore del giorno. La poveretta non polca meglio spendere il suo tempo quando non si occupava a filare giacche da molti anni mancavaleil senso più necessario al lavoro, la vista — La S. Giuditta, madre di Concetta la insaldatrice , era cieca.

Eppur, con quanta cristiana rassegnazione ella avea portato sìcrudele sciagura! Quando la misera donna ebbe certezza di non poter più ricuperare i suoi occhi, che una violenta e ostinata oftalmia avea persempre acciecati, non versò una lagrima, non mise un lamento, ed altro non disse che: — Non vedrò più la benedetta mia figlia! —

Quelli che si ostinano a non veder nell'uomo che una malvagiacreatura, han negalo incontrarsi nel cammino della loro vita gli atti della più eroica virtù o i più inauditi sacrifici di annegazione, senzapor mente che gli eroi ed i martiri della virtù non son rari specialmente allorché si cercano tra i poveri, tra i sofferenti, tra irassegnati.

Per quale sciagura o infermità la madre di Concetta perdesse ilgodimento degli occhi, mal sapremmo noi dirlo,nò giova alla commovente istoria che abbiamo a narrare. Ben possiamo dire che dal dì ch’ellaorba rimase della luce del cielo, Punico scopo di sua vita parve aver concentralo nell’affetto tenerissimo che aveva alla sua cara figliuola,Punica sopravvanzatale di cinque nati. Era vedova da parecchi anni.

Nel tempo di questa istoria, Concetta non avea più di diciotto anni.Se dicessimo che ella era d’una sorprendente bellezza, si crederebbe che ciò diciamo per quella specie di consuetudine de’ novellatori didipinger belle tutte le donne che entrano ne’ loro racconti. Ma noi ce ne appelliamo a tutti quelli che ricordano la Concetta di Tarsia, diecio undici anni or sono. Il più accigliato Senocrate non polea salir per quella via senza gittare uno sguardo nel fondacuzzo dov’era laConcetta. Non sapremmo far meglio il ritratto di questa fanciulla che col rassomigliarla alla più gentil donnina di queste d’alto lignaggio.Avea carnagione assai fina e dilicata, due occhi neri di quelli che pigliano i cuori d’assalto, e un bocchino aggraziato, sul quale unsorriso tra il mesto e l’ingenuo vagava quasi sempre come un vezzo incantatore.

Or questa Concetta, che per quanto bella era buona, esercitava ilmestiero d’insaldatrice per essere di alcun prò alla povera mamma, che ella amava con una tenerezza impareggiabile. Non ci era famigliamezzanamente agiata su per quella via di Tarsia o per l’altra parallela di Pontecorvo, che non desse i suoi panni lini a stirare alla Concetta,la quale era valentissima, soprattutto a dar la salda alle camice per uomini, alle maniche delle quali dava tante graziose pieghette. ilsabato era giorno d’inferno per la povera insaldatrice: era un compito di sette o otto ore di buona fatica che avrebbe spossato Ercole stessoo Achille quando filava accanto alla sua bella.

Il sabato, bisognava vederla, quella gioia di figlia curvata in suun gran tavolo, ricoperto da un lenzuolo ripiegato in quattro! Con che garbo e lestezza ella spiegava in su quel tavolo l’uno dopo l’altro ipanni che aveva a stirare!

Con quanta grazia intingeva dapprima le sue dita ben affilate in unpiattello colmo d’acqua e ne spruzzava i siti lisci de’ panni; indi, tuffato le rosee punte delle sue dita in altro piattello dov’eral’amido, dava a’ colli, a’ petti, a’ polsini delle camice la giusta misura di salda!

Come quella miniatura divisino si colorava di leggiadrissimoincarnato pel calore de’ ferri caldi e pe’ vapori che da’ panni bagnati esalavano sotto l’azione de’ ferri. Come quegli occhi inverniciatiluceano vie più su quelle guance d’alabastro e di minio!

Non poche volte nel ritirarmi alla mia dimora, la possanza di quellabellezza m’incatenava dappresso a quella bottega, nò sapea disagiarmene che quando gli occhi di quella fata si levavano pieni di maraviglia sume, e le sopracciglia leggiermente aggrottavanlesi! Fin d'allora io promisi a me stesso che di questa vaga fanciulla avrei fatto l’eroinadi qualche mio racconto ma, lasso! ch’io non sapea quale sciagura avessi a narrare della meschina! Un bel di, salendo alla mia dimora,trovai chiuso il fondaco dov’era la Concetta, e in sull'alto dell’uscio, incollato l’appigionasi.

Quel dì non era il quattro maggio, in cui da’ Napolitani costumasimutar le abitazioni, perché forte ne maravigliai e della cagione di quella novità richiesi una donna che ogni mattina solea, poco discostodall’uscio della Concetta, porsi a vendere ballotte, noci, pinocchi ed altre frutta.

Costei mi disse} quella notte scorsa la sì Giuditta (che era lamadre cieca) aver fatto rintronar quella via di strida acutissime, però che le avean rapita la figlia sua, esser venuta nel corso della notteuna donna a lei ben nota, la quale avea chiesta che le si aprisse ITiscio per carità, per amor di Dio, giacche ella fuggiva dall’iradell’ebbro marito che volca quella notte stessa spacciarla per l’altro mondo per mali sospetti e gelosie — Soggiunse la cieca che non sì tostoavea aperto l’uscio che si sentì afferrar di dietro e serrar la bocca come da un panno ben stretto, indi, non aver udito altro che un grantrambusto, un gemer sordo; e poi niente altro, esser corsa al letto dove la cara figlia era a riposare e non avervela ritrovata! La donnache mi dava queste notizie aggiunsemi che da alquanti giorni ella vedea transitare continuamente per quella salita un barbuto, che soffermavasia riguardar la Concetta, e che precisamente il dì avanti, quel brutto ceffo era quivi ristato a confabulare con certi altri tristanzuoliall’aspetto, siccome in quel volger di tempo se ne vedeano di molti. Queste novelle nel suo ingenuo linguaggio mi sfoderava la buona donna,aggiugnendomi che, quando la mattina si era alzata, avea trovato chiuso l’uscio della sì Giuditta, e appiccatovi l’appigionasi. Di che nonsapea dar contezza veruna, ma credea che l’autorità si fosse messa in sulle peste del mal fatto.

Varie voci e congetture si erano sparse intanto su questo straordinario avvenimento, che mi facea ricordar de’ Promessi Sposi del Manzoni; e ognuno dicea la sua e spiattellava sentenze, allorché undopopranzo, erano scorsi un cinque o sei mesi,si suonò all’uscio della mia abitazione, e mi vidi innanzi la Concetta e la madre. La giovinettaera pallida, vestita a nero con cordellina bianca alle costure della veste, con le sole calze, ma senza scarpe, co’ capelli scarmigliali econ un vassoio nelle mani dov’erano vari pacchi di torchietti da chiesa,un quadro rappresentante una donna ferita da un colpo di stilealla spalla destra, e che sembrava invocasse l’aiuto della Madonna del Carmine, la cui Immagine, poggiata su gruppi di nubi e di angioli,erasull’alto di quella dipintura. Era sul vassoio puranche una spalla di cera con in mezzo un solco dipinto a rosso simulante la ferita . Quicade in acconcio osservare che l’abito di voto non si abbandona da chi lo porta se non quando è ridotto nello stato di non potersi più usare.

Concetta facea, come più su abbiamo detto, la questua per la Messavotiva, per un voto che avea fatto a Nostra Donna del Carmine, qualora risanata ella fosse dalla grave ferita avuta all’omero.

Ella mi narrò il fatto. Un bricconaccio ch’era di paese stranieroavea da qualche tempo gittalo gli occhi su lei, parecchie infami proposizioni le avea fatto fare, alle quali ella avea risposto conisdegno. Lo scellerato pensò di ottenere a viva forza ciò che non avea potuto con tutte le arti infernali. Avea subornata una donna assaifamiliare della Concetta e della madre, crasi quella notte introdotto in casa di lei, per mezzo di quella donna, con altri malviventi; avealeimpugnato al collo uno stile e costretta a vestirsi in fretta e seguirla. Una carrozza ben chiusa aspettavali su alla piazzetta diTarsia.

Quasi morta di spavento e di cordoglio ella fu strascinata ben lungi.

Si arrivò ad un sito ch’ella non conosceva. Si smontò di carrozza.Un fanale dava luce alla strada. La Provvidenza vegliava sulla innocenza della povera giovine. Nello smontar di carrozza, ella ebbe dalungi veduto appressarsi un gruppo di persone, attinse coraggio nella propria disperazione, gittò un grido acutissimo e chiamò al soccorso.Nel mettere il grido, ella si senti ferita alla spalla, e, invocando la Vergine del Carmine, cadde priva di sensi. La mattina si trovò appo unafamiglia onesta e caritevole che l’avea soccorsa, e dove era rimasta, in compagnia della buona madre, per lutto il tempo necessario alla suaguarigione, di che ella era debitrice ad un miracolo della Santissima Vergine; che le avea pur si prodigiosamente salvata l'innocenza.

Le lagrime solcavano le guance della giovinetta nel raccontarmi questo accaduto.

Non mancai di porre una moneta bianca nel vassoio. Un sorrisoincantevole di quella cara fanciulla mi ringraziò nel suo ingenuo linguaggio.

FRANCESCO MASTRIANI

1 Detta volgarmente la Messa pezzata.

1Detta volgarmente in Napoli stiratrice.

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LA  TAVERNA

Compà, si vuò ngrassare asciutta vutte

Ca l'ommo tant'è ommo quanto sciacqua

Capasso.

ECCO il nome invariabile che i napolitani danno a quella che glialtri popoli italiani chiamano bettola, osteria. Come nelle parole di vecchio conio, anche del nostro volgar dialetto noi latinizziamo emostriamo la nostra origine  così in alcune parole di moderna origine noi francesizziamo.

Tabernae dicevano i Latini le botteghe ove si vendesse alcuna cosa, ed aggiungevano a questo nome l'attributo esplicativo del genere. Taberna diversoria osteria e così taberna sutrina, lintearia, libraria, lignaria, tonstrina da fondere, cioè di barbiere.

Andèmo a ber, dice il Veneto o il Lombardo, il Napolitano dice jammo (camus) a vevere. La qual parola raffrontandosi al bibere latino gli si avvicina grandemente.

Il nostro tavernaio adunque che l’italiano linguaggio accetta cometaverniere, è il bettoliere ovvero oste, e meglio piacemi ostiere per non confonderlo con l'oste spiegata in campo.

Se non che va tra noi distinta la parola taverna da bettola, ove è più abbondanza di bere che di mangiare, e questa bettola tra noi si dice cantina.

È la taverna un elemento indispensabile della vita plebea. Fin darimoti tempi gli uomini della plebe, per riposo di fatiche cercavano le panche di una taverna. Si direbbe che al pari degli antichi gladiatori,fosse la taverna per gli uomini dediti alle fatiche del corpo una quasi meta sudante.

Senza ricordare l’amenità di certuni siti ove si trovavano riposi etaverne da mangiare e da bere, come Poggio Reale, Antignano (Ante Agnanum) le frutte della Conigliera, il Vomero, così detto dal gioco di drizzare ilvomero che vi si faceva ne’ giorni festivi, ricorderemo sì che nel finir del milleseicento avea nominanza di confortevole taverna ovveroosteria quella del Cerriglio così detta dal soprannome del suo ricciuto padrone , la quale posta nella parte bassa della città vicino allaTorre Mastria era richiamo di marinai, di popolani, degli abitatori di Rua Catalana e degli Spagnoleschi, e Sivigliani dalle larghe brache. Nè mancava aquesta osteria il concorso degli uomini di lettere tra quali Cesare Cortese che scrisse lo Cerriglio ncantato.

E veramente attorno a quelle panche si raggranellano quelleesistenze precarie di uomini che spesso non hanno tetto, sempre non hanno sistema e regola di vita, e talvolta non sanno la propria origineed ignorano i propri genitori, onde dal Tessere esposti all’Annunciata prendevano un dì nome di Espositi .

Attorno a quelle panche vengono non pure gli scapestrati figli delpopolo, i lazzari, gli artigiani di bassa specie, i lavoratori di cose attinenti al mare o all’industria, i facchini, ma vengono altresìquelle famiglie della plebe ove la donna non ha sì tenace influenza e virtù da tenere a desco raccolti i suoi cari, ovvero quelle famigliuoledelle quali il capo ha d’uopo dell’obolo cotidiano. per ispenderlo a prò de’ suoi. Certo la ingordigia (in napolitano cannarutizia) è uno de’ principali moventi del nostro popolo.

Bere e mangiare più assai che sentire sono forma di vita, e neldifetto di sentire e d’intendere consiste appunto il danno della nostra plebe.

La scioperatezza e il vagabondaggio ne son conseguenza, tanto piùlamentevole in quanto che nel fondo de'  cuori napolitani è una dose di pietà, un istinto di beneficenza, una confidenza socievole, unaumiltà naturale. Quanti che la taverna educa alla crapula, il tetto domestico educherebbe alla temperanza, alla parsimonia,alla economiafamiliare.

Ma la taverna è là, fomite di risse, di ubriachezze,di lassitudini edei giuochi come in ogni altro paese, ma il tipo e l’aspetto della taverna napolitana è ben varia che in altri siti. La frasca sporgentene è l’indizio, quella rappresenta la bandiera dell’ingordigia.

Hanno di consueto le nostre taverne ampia la porta, quasi edagevolarne il passaggio: si profondono per vani al disotto degli edifici e spesso hanno l’addizione di un lungo sotterraneo, ove splendeeterno un lume fittizio.

Questo sotterraneo chiamasi volgarmente fuosso (fosso). Se colà dentro la luce è scarsa, lo spazio è molto. Liberamente vi si ridee si gavazza, e la voce colla quale dimàndasi l’uno o l’altro cibo, trova un’eco vivace sotto quelle volte.

Il garzone che ha cura di servire i popolani vanta il gran pregio disaper fare delle sue braccia uno scaffale da piatti. Stringe in ciascuna mano due scodelle, due ne appoggia sul braccio ed alle costolee son sei, e spesso, ove ne sia d’uopo, reca in sul capo un fiasco di vino. Sporte le prime imbandigioni in quella guisa, con una vocestentorea comanda, per così dire le imbandigioni seguenti, e dalle viscere di quella casa odi venir su le parole doje meze (due mezzine di vino) nu fritto (una frittura ) nu tre (un piatto di maccheroni di tre grana) na palla d’amarena (un fiasco di due caraffe di vin d’amarena ) ec.

In sul limitare della taverna, e talvolta schierata in bellaordinanza sul davanti di essa vedesi una falange di piccoli focolari o fornelli di terra e mattoni, ove s’innalzano caldaie, si muovonpadelle, si scoperchiano pignatte.

I maccaroni, e chi nol sa, sono la forma onde lo stranierocontrassegna la plebe napolitana. La fabbricazione de’ celebri maccaroni napolitani, è falla le più volte in siti di buon aria.

Offrono le migliori fabbriche Portici, lungo la linea di Napoli, ledue Torri, famose per istorica ricordanza erette per difesa ai nostri lidi, e la incantevole costiera di Amalfi; ma celebratissima, come ilsuo vino, è la pasta di Gragnano e fra tutti per la loro proporzione cilindrici sono reputati i maccaroni della Zita!

Alla comun maniera di fabbricare tal pasta si è unita oggi lamacchina idraulica e tra i seguaci dell’uno e dell’altro sistema si eccita già una maccaronica emulazione. Pregio di questo lavorìo è non pur la bianchezza che non è sempre visibile e con taluniprocedimenti si manifesta nell’acqua da cuocere, ma pregio singolare e la finezza della pasta, la larghezza dell’orificio, il sapore che nonsenta troppo la semola, l’accrescersi nell’acqua senza produrre soverchio rilassamento o fenditure, le quali fan torto al fabbricanteperocché il maccarone non mangiasi intero.

Le proporzioni della semola, della farina, la qualità delle acque,il clima rendono i nostri maccaroni di squisito sapore, e quante volte in altri paesi d’Italia si è tentato di raggiungere la perfezione,ragioni indipendenti dalla volontà del lavorante ne hanno impedito il miglioramento.

Prova ne sia che a Roma, ove la pasta napolitana, è soggetta a gravedazio, si mangiano maccaroni e paste ove sono introdotte le uova, e Firenze o per dir meglio la Toscana, usa come i nostri maccaroni i suoicannelloni, i quali somigliano ai nostri.

Cibo sano, facile a satollare, non costoso, semplice, il napolitano ne trae miglior effetto che non la polenta.

Le consuetudini delle ricche mense han dato a questo cibo svariaticondimenti, ma il napolitano li mangia più spesso col semplice formaggio bianco.

Però di lato alla ampia e fumante caldaia maccaronense è un ampio piatto, bacino o scafarea di bianco formaggio, nuova piramide di Egitto, ornata dalla punta allabase da strisce nere fatte col pepe, e sul culmine della quale spesso è posato un pomodoro, o in mancanza di questo, un fiore rosso.

Sopravveglia e provvede alla somministrazione di questi svariaticibi il tavernaio, uomo le più volte non giovane, e però savio dispensatole, le più volte rubicondo e paffuto, sferico dall’ombelicoin giù, il quale come nel piatto distribuisce i caldi maccaroni e di una mano si vale a reggerlo, l’altra pone sulla piramide del formaggio,e di quella, non dannosa polvere, sparge i maccaroni . Intorno a lui son monelli, uomini che han da fare tanto da non aver tempo di sedere,donne che fan presente di una scudellina cosi composta ai loro piccini, poveri pei quali l’obolo della carità si trasmuta in maccaroni.

Talvolta poi dopo il formaggio i maccaroni si tingono di colorpurpureo o paonazzo, quando cioè il tavernaio del sugo de’ pomidoro o di ragù (specie di stufato) copre, quasi rugiada sui fiori, la polvere del formaggio e l'avvolgimento de’ serpeggianti vermicelli o maccaroncelli.

L’equità del tavernaio merita di andare in proverbio: egli è attentoinnanzi a se: di rado il popolo si appella a lui per ingiustizia, egli è uomo imparziale e il grano o il tornese sono rappresentati dalle suemani.

A dir corto egli ha nelle mani la squadra, le seste negli occhi, ese taluna volta si lascia corrompere sino ad accordare uno o due maccaroni di più, è soltanto per amor d’una piccina.

La donna co’ suoi vezzi e le sue ciance, il bravo minaccioso col suobastone, il rissaiuolo pronto ad accattar brighe, non lo seducono, nè lo spaventano. Egli è impassibile innanzi al suo dovere,e senza essereun geometra, un algebrista ovvero un cosi detto contabile. egli ha la cifra dei maccaroni con sè, e conosce senza eccezioni la difficileoperazione del dividere.

Ma se il tavernaio è giusto dispensiero, il mangiator di maccaroni non è già colui lo applauda di tanta equità.

Il vero mangia-maccaroni è sempre un essere eccezionale, il quale non gusta eminentemente che quel cibo solo, e di ogni altro sifastidisce. Egli grida morte ai Vatel, fa guerra agli intingoli, bestemmia i brodi. Come taluni uomini crederebbero trovarsi in punto dimorte, se vedessero comparirsi innanzi la persona del medico, il mangia-maccaroni crederebbe essere in bivio di perder la vita, se si vedesse presentare una scodella di brodo.

Egli rispetta i maccaroni o i vermicelli al parmigiano, ma onoraquelli avvoltolati di cacio calabro o bianco, si diletta del sugo della carne, ma l’acre pomodoro lo alletta forse in pari modo e dovemancassero l'una e l’altra si attiene alla più netta semplicità, il puro cacio.

Il mangiatore del volgo si fa forchetta di due dita, solleva imaccaroni o i vermicelli mezzo palmo sopra la bocca, e poi facendo un lieve movimento di girazione spirale ve li caccia dentro con unadestrezza che rivela la pratica e mastica senza mai sporcarsi .

Se il mangiatore è gentiluomo, esegue con la forchetta un movimentodi girazione nel piatto evi raccoglie i vermicelli o i piccoli maccaroni e li tracanna rapidamente.

Il mangiator di maccaroni è sempre disposto a cibarsene, e v’hataluni i quali ne mangiano per coazione, per pranzo, e per cena, ma invano si cercherebbe un uomo del volgo che mangiasse maccaroni sulcadavere dell'estinto, come Orazio Vernet osava segnare nelle sue illustrazioni artistiche alla vita di Napoleone. Questa passioneindomita per un cibo cotanto semplice, potrà essere pei Napolitani occasione di piacevole scherzo, ma non mai di vituperio e di orrore.

Ora tornando al tavernaio soggiungeremo di’ egli è più pregevolequando, nel secondar le inchieste diverse degli avventori, dalla caldaia passa alla pignatta e dalla pignatta alla padella che scuole eravviva. Con prestezza meccanica egli affoga le sue pastette o il suo pesce nell’unto e fa scoppiettarlo con grazia e leggerezza, sospende unistante quel movimento, e corre a cavar fumante una porzione di maccaroni,lascia questi e somministra una porzione di voluta brodaglia.E lungo quella schiera di fornelli passando sembra un alchimista che dal lambicco passi alle ebollizioni, un botanico che vada visitando evivificando le sue tuberose e i suoi geranium.

A tutte le inchieste risponde col fatto: trae netta l’erbaavviluppata in pasta e gitta il pesce infarinato,quello che ha minor costo in piazza è spesso la fragaglia (specie di pesce piccolo e misto).

Ecco come quel faceto ingegno nazionale di Domenico Piccinni lo descrive nelle sue poesie.

Nnant’a lo ffuoco stà lo Tavemàro,

Frienno na tiella de fragaglie:

Li smove, e vota; e chi stea sotta, soglie:

Chi ncoppa, scenne de lo fanno mpàro.

Nchè fritte songo; cierte a ppar-apparo

Spanne dint'a le llustere cretaglie

’Aotre, a na prattellaccia, pe’ gentaglia:

Le scorie, sotta de lo focolare,

A questi versi aggiunge un paragone ed è il seguente:

Ora lo Tavemàro e la Fortuna

La tiella? — È la rota che n'ha abbiento

Li fragaglie?— La gente che s'aruna.

Il Tavernaio, ei dice, è la Fortuna

La padella? è la ruota instabil sempre;

Il pesce?... è quella gente che s’aduna:

Però, secondo il Piccinni, il pesce che friggendo,or va sopra, or va sotto, è imagine degli uomini bistrattali dalla fortuna.

E tal sia.

Ma immezzo alle lautezze popolari che circondano il la verniero, non è da obliare un cibo non meno accetto ai napolitani del zuffritto e del purpetiello. —È il zuffritto o soffritto un’accozzaglia degli interiori di maiale, sminuzzata(cuore, polmone, milza, fegato etc. ) con polvere di peperone che si cuoce insieme; il purpo è il polipo di mare. —Questa è la zuppa di maruzze, la quale si contiene in una gran pignatta, cui fa, per così dire appendice, una pignattina con entro un cotal senso di forte composto di piccoli peperoni rossi, soffritti nell’olio.

Compiansi le maruzze nel mercato di Napoli, né tutte quelle delle campagne circostanti son reputate degne di solleticare il palato.

Sora, S. Germano, Venafro e Trapani son le terre donde si muovonosino a noi, e sebbene nella buona stagione si abbiano al prezzo di sei (locati per ciascun peso di cantaio, ne’ mesi vernali salgono fino alprezzo di docati 15. Così questa umile lumaca che vive nascosta tra le piante e va strisciando sui muri con l’erba rampante, lascia la nativacampagna e si fa cittadina, presentandosi in ogni più clamorosa festa popolare, cornee a dire a quella di pie’ di Grotta ed a quella del pie di S. Anna e di S. Vincenzio alla Sanità che seguono nello stesso mese, nonché alle altre de’ 7 agosto in Miano(S. Gaetano) al Cavone pel santo medesimo, e nel dì 15 sulla collina del Vomero.

Ma più singolare e il credito che il venditor di lumache accorda alsuo avventore per una settimana, con questa novella consuetudine o legge non segnata in nessuna prammatica Viceregnale e in nessuna partedel codice. Il maruzzaro assicura al suo cliente due carlini di maruzze per settimana, e due di vino e dei 90 numeri del lotto,ritienein suo vantaggio i numeri da 41 a 90 e il cliente i numeri da 1 a 40. Il primo estratto che vien fuori dal lotto di quella settimana decide aprofitto di chi si dichiari la sorte: se il numero è dal 41 in poi il maruzzaro vi guadagna o almeno vi riprende il suo, se è nella serie de’40 numeri il cliente vi guadagna il dimeno o solve il suo debito.

Intasca il venditor di lumache da 4 sino a 10 carlini per dì, eguadagnerebbe assai più se quando prende posto di canto alla taverna, l’inesorabile tavernaro o cantiniero non lo chiamasse a dargli unbeneficio per la felice posizione che gli moltiplica gli avventori, sicché quel dritto che il municipio pretende dal venditore, iltaverniero pretende dall’umile maruzzaro, e questo dritto é talvolta di tre docati per 20 docati di guadagno.

Il maruzzaro  o la maruzzara son esseri appartenenti alla taverna, soci ordinari di cantina più che di taverna, per esservi nella prima poco o nulla da mangiare. Sono le napolitane maruzze non altra cosa che le lumache spurgate, nettate, bollite e fatte bencuocere in pignatta. Del loro brodo s’inzuppa il pane, o le freselle che per forma differiscono dalle ciambelle e così mangiate, sono assai spesso il bel principio della mensa popolare.

Presso a quella pignatta come l’ara di Vesta, mantenuta sempre calda dal fuoco sottoposto, la maruzzara, Vestale di quel fuoco, dalle bende rosse e non bianche, la quale hamano pronta, ocelli spesso vivaci è più spesso abitatrice di campagna diedi città.

Come la venditrice di nova o di cicorie, le maruzzare lasciano la città quando abbiati vuotata la pignatta, paghe di avervissuto abbastanza in quel giorno. Spesso in giorno di festa uno strano desiderio si desta nel maruzzaro o nella maruzzara. E perché tutto risplende intorno ed egli non vuol rimanersene oscuro checosa fa? — Vuota con pazienza le scorie delle sue più grandi lumache e ponendovi uno stoppino ed un po’ d’olio ne circonda la sua pignattaquasi lucente corona di stelle.

Un altro essere vivente che non va dimenticalo tra la folla, qualeassedia tuttodì la taverna, è la venditrice di semenze secche e di piccole noci e di ceci, la nocellara .

Costei, diciamolo scherzosamente,è più aristocratica, veste più dinuovo e di netto, bada a non infangarsi, tiene talvolta al nitidore delle sue calze, allo stringimento della sua vita, del suo corse edalla pompa de’ suoi fianchi.

Passa dalla taverna, soffermasi colà, smercia il suo, facendosipagar caro se può, conta le nocciuole e va via. E perché le più volte è bizzarra, si dondola e si barcamena,si ferma volentieri a fronte di unbel giovinotto che le paga con generosità il suo genere,e di taverna in taverna passa la sua prima età,per finire poi moglie non sempreesemplare. Per modo che ci convien dire che tra la nocellara e la maruzzara, quest'ultima è più onesta, perché ricorda quel verso:

Signò! setiglie e zuoccole — non panno mai quaglia,

Ne’ calori della state quando il bere è un bisogno la nocellara segue spesso l’acquavendolo ambulante, sono per così dire delle professioni che si agevolano l’un l’altra. Dopo aver bevuto si vuole un po’ masticare, e la nocellara è presta ognora ad offerirvi il suo genere per promuovere un dolce movimento di ganasce, per vuotar presto il suo canestro.

Così solluccherato in tante diverse guise da cibi che non pesanosullo stomaco e non turbano la mente, il Napolitano della plebe, il nostro popolo  gavazza nella sua povertà. Oh quanto minore sarebbela corruzione di esso, se a questi cibi, non si mescesse quello che il Piccinni chiama

Zzuco dell'uva

che li core sana se Bacco non presiedesse a cosiffatte gioie e a queste gozzoviglie come lo stesso autore descrive:

Bacco ncopp' a na votta sia allertato

E dde pelle de tigre sta restato:

Stà d’uva moscarella ncoronato,

E dd’uva no bastone bave guarnuto.

Vola attuorno chill'uocchie affatturato

Ca sentì no lamiento l'è pparuto:

………………………………………………...

Mente contrasto fanno int'a li core

Sdigno, speranza, ngottamiento, e ammore .

In mezzo a tante gare che il vino eccita, il gioco della morra eletta altrove la mora, il tuocco, cioè il giuoco del cui spetta pagare  e fra le carte la gentenapolitana s’accapiglia, viene a parole e spesso dalla bettola si passa alla disfida di morte.

Se non che talvolta il suono degli arpisti del Natale, la canzona diun cieco accompagnato da una chitarra o da un violino, l’umore allegro d’un camerata molce gli sdegni, tronca le ire, i Napolitani siriabbracciano, ed ascolti allora ripetere intorno quelle conciliatrici parole aggio pazziato (ho detto per celia, ho celiato). E a molcere gli sdegni contribuisce alquanto l’amor delle donne, il piantode'  fanciulli, e spesso ad uscir di taverna, la vista di un cielo stellato, di una placida marina, un’auretta tepente e soave, ed ancheun raggio di quel sole che sfolgora per tutto e che dice dall’alto de’ cieli ridi...

Ma fra i ridenti gruppi, la lieta ciurmaglia, l’abbeverarsi di vino,come d’acqua, il peggior danno della taverna e la seduzione. 1 fiumi del bere e la insperata lentezza del cibo sono tra noi potentissimomezzo a guastare gli animi feminei e sottrarre l’infima classe alla paterna o materna severità. Tutto il vino confonde, né la scarsezza delvino rese minore le ubbriachezze fatali.

I nostri vini, de’ quali dice la storia che le armate stranierefossero sovente impazzate, non tendono solitamente al color chiaro. Come i capelli delle nostre donne, tendono allo scuro. Eppure a’ tempiAragonesi ed Angioini non era tale, e si lodava il vili chiarello. E Poggioreale e Mercogliano e Somma ed Alzano davan vini celebrati per limpidezza, e il Falerno anche chiarissimo si dava bere nelle grandi case, e il Puntano alle suemense dava bere i vini dell'Arenella e più lardi si beveva quel vino che il Redi disprezza dicendo:

Quel d’Aversa acido Asprino.

Qualche volta, come ad Annibale Caiacci pittore, fu data peraggiustamento di prezzo una castellata d’uva, così a’ nostri pittori che lavoravano per conventi, fu data per giunta di contratto una bottedi vino, come intervenne al fiammingo Paolo Schephen, che dipinse la cupola della chiesa di S. Severino. L’invito a bere era Tratto dicortesia a que’ tempi, e Napoli rigurgitava di taverne. Ma non però ne venivano tanti disturbi allo interno delle città e nelle famiglie comeoggi, che se efferate contese ed omicidi ne fossero conseguiti, i diurnali e le cronache ne avrebbero fiuto menzione. Ma forse il vivere,se era più libero in quanto a forme cittadinesche, era più legato in quanto a forme familiari perché forse allora, come dice un nostroscrittore napolitano, era vivo l’adagio,

Cenare a cinque — Corcarsi a nove

Fa viver anni — novantanove.

Beati dunque gli scorsi tempi,se la taverna non generava sì tremendicasi di discordie e d’ire e quelle gare accanite che si decidono col coltello alla mano, o almeno felici noi se le gare, gli sdegni e legelosie di taverna potessero produrre que’ nobili sdegni, onde sotto Gonzalvo, tredici Italiani a Quarata trionfarono di altrettantiFrancesi.

Oh come questa taverna sarebbe meno dannosa alle famiglie, se idiscorsi che ne formano il trattenimento non fossero la prostituzione od il male speso coraggio! Di fatto molte volte io vidi a prò degliscialacquatori qualche vecchio cantore di storie di Rinaldo inframmettersi alla ciurma de’ bevitori e cavarne il miglior effettopossibile. Val quanto dire, per sò, l’esenzione dello scotto, pagando ciascuno un obolo pel cantastorie, e pe’ bevitori l'utile disvago diuna avventura detta col bicchiere alla mano fra il brio, ma senza vano clamore e senza perniciosa scommessa.

Veramente tale è il cuore del Napolitano, che quando egli sciala, tutto il mondo ambirebbe che scialasse con lui. Sovviene al povero, divide il suo pane,e per ogni dove mandarvorrebbe un bricciolo almeno della sua grandezza nel giorno destinato a scialacquare. E poco gli cale che il giorno appresso gli manchi l’oboloper radersi, la cinquina per pagar il suo albergo.

Dopo molti giorni ancora egli gode, indovinate di che?

Di aver goduto, e ricordando i dì passati scorda il presente e ciò danno in anno, di Piedigrotta in Piedigrotta  e di Natale in Natale. E così pure questo buon popolo dimentica le offese e gli strazisofferti, e se lo straniero lo chiama dappoco, infingardo,è d’uopo rispondergli che non è mai dappoco nò infingardo chi non è lento a fareil bene e soccorrere il suo simile.

Ora ritornando alla taverna diremo che Napoli ne abbonda, anzi nerigurgita. Pe’ suoi vicoli, pechiassuoli, dai monti al mare ve n’ha innumerevoli, ma le vie di Porto, del Pendino, di Forcella,di S. Lucia,del Mercato vantano le più celebrate.

Oggi ha nome una taverna a Marechiaro, dimani a’ Cacciuottoli, oggi il taverniere famoso è Monzù Arena, dimani e per così dire Asso di coppa (soprannomi popolari) né l’uso di questi soprannomi è moderno, poiché nella Vajasseide, poema del Cortese,ò ricordato un colai oste detto Zoccola, al quale si dava pregio di vini squisiti e buoni ad ogni palato.

Dovunque e dappertutto, anche nelle maggiori calamità del paese,quali sono le malattie epidemiche o contagiose che ne distruggono gli abitanti, l’uomo del popolo napolitano è disposto a sedere alla pancadell’ilarità. La malinconia è per la nostra gente una colpa. Fino d’incontro ai Campisanli,la dove cessano le grandezze umane e l'uomodepone la sua veste sia di porpora o di bisso, anche cola il Napolitano che ha pianto sulle fredde ossa del parente, siede e beve, e nel vinoaffoga il dolore.

E se questa mobilità e dolcezza d indole non avesse codesto popolo,il Colèra, flagello de’ nostri tempi, avrebbe desertato la città della Sirena, arrestato del tutto il commercio, impedita ogni circolazione didanaro, ma no: il Colèra in tre esiziali e micidiali invasioni non ha fatto che richiamare l’attenzione sulla caducità delle cose umane edinsegnare a nostri concittadini la scambievole carità, ed in siffatti tempi ancora sì tristi e sì lamentevoli,la taverna non mancava de’ suoiavventori, ed il grosso e rubicondo taverniero non cessava di gridare so vierde, so vierde. e la perenne caldaia fumava.

CAV CARLO l'DALBONO


1 Senza dir di tante parole che s’incontrano nell'idioma del Lazioricorderemo soltanto che il Napolitano dice isso ed essa (lui e lei) e il latino is, ea i nomi divie e contrade come Chiaia, Cibatamene, ricordano la plaga latina e la Platamonia.

1Quello che in italiano chiamasi riccio di capelli, i Napolitani chiamano cierro, e cosi pure chiamano il cerro dell'albero

Affé ca l0ombrecella de sto cierro

N' è nniente sgrata, e st'erva frescolella

Te dice viene viene....

2 Lo stabilimento detto dell’Annunciata in Napoli (Vedi la nota all'articolo la Nutrice nel 1.° volume di quest'opera ) è destinato a raccogliere i proietti per anticaistituzione e venne fondato nel 1438 dalla Regina Giovanna seconda d’Angiò, la quale col dotarla, provvederla, e devolverla al ben pubblico fece in parte dimenticare i suoi errori. Vi è annessa una bella chiesa, ove la regina è sepolta, con soccorpo architettata dal Vanvitelli,ove restano a vedere alcune scolture del Donatello, gli affreschi di Belisario Corenzio, una Pietà dello Spagnoletto, una Presentazione del Curia ed altre pitture di minor pregio. Sul foro nel quale è introdotto il nato esposto vedevasi scolpito il seguente distico popolare, che ricordava più antichi tempi

O patre o matre che qui ne gettate Alle vostre lemosine siamo raccomandate.

La stessa Giovanna seconda fondò nel 1825 un ospedale pei marinai poveri, presso il quale ergevasi la chiesa di S. Niccolò alla Dogana protettore e patrono de’ così detti cavalieri della nave, ordine instituito da Carlo III di Durazzo nel 1384. La stessa lasciò l’obbligo della celebrazione di molte messe in chiesa S. Pietro in  Vinculis e volle stipulato lo istromento innanzi a lei da notar Dionigi di Sarno.

1Vedi la figura.

1Ve di la figura.

1Vedi la figura.

1 Vedi l'articolo nel1.° vol.

1Lo puopolo nuosto (dice Luigi Serio nel suo Vemacchio) non so lì mercante,li cortesciane, li surdate, cartesciano, pocca chiste fanno na mmesca pesca de napolitanoche è no straverio. Lo puopolo nuosto verace, so lifarenare, li scuvettare, li pisciavinole, li merciaiuole, li chianchiere e li lazzarune.

2Poesie italiane e in dialetto Napolitano di Domenico Piccinni. Napoli—Dai tipi di Cataneo 1827.

Vedi l'articolo nel1.° vol.

1 Piedigrotta, parlo ai forestieri che potessero leggere questo articolo,è una festività nella quale il Sovrano recasi in gran pompa a visitar nostra Donna in una chiesa non ha guari rifatta, posta a piè dellagrotta Lucullana o Pozzuolana. Il popolo coglie questa devota occasione per obliare i suoi doveri ch'egli chiama suoiguai. — Vedi l’articolo Piedigrotta nel vol. 1.°


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SALITA AL VESUVIO

PRELIMINARI — ETIMOLOGIA — MONTE SOMMA — CAMPI FLEGREI — CENNIGEOLOGICI E TOPOGRAFICI — SULLE ERUZIONI — SUI RICCHI PRODOTTI DEL MONTE — LA GITA AL VESUVIO, IL ROMITAGGIO E L'OSSERVATORIO — STATOATTUALE E VICENDE.

Ignis accipit arenas, ex quibus alibi vitrum, alibi argentum.alibi minium, alibi plumhi genera, alibi pigmenta, alibi medicamento fundit. Igne lapides in aes solvuntur, igne ferrum gignitur ac domatur;igne cremato lapide caementa in tectis ligantur..... Aliud gignit primis ignibus, aliud secundis, aliud tertiis.... Immensa et improbarerum naturae portio. et in qua dubium sit plora absumat an pariat.

PLIN. IST. Nat. L. XXVI.

QUESTO che, per tante e continue metamorfosi, può dirsi il Proteodei vulcani, sebbene, giusta l’espressione di un celebrato scrittore  non sia che un nano a fronte di quelli giganteschi dell’Etna, delPicco di Teneriffa e di altri in Asia ed in America, tuttavolta possiam dire che fra tutti primeggi pe’ maravigliosi fenomeni onde, da tempoimmemorabile, fu sempre maestoso spettacolo.

Invano si tenterebbe esaurire quanto converrebbesi su taleargomento. Un grande geografo e storico, quale si fu il Giustiniani. riferisce esservi stati, solo infino all'epoca del 1793, 100 scrittoridelle cose del Vesuvio, ned egli conoscerli tutti. Il Canonico Jorio  ne cita una raccolta, in soli fogli volanti, opuscoli ed opere,oltre i 300, degnati più di 100 del 1627 1631 e 1632.

Laonde ciascheduno potrà argomentare essere impossibil cosa tener ditutti proposito,anzi di tutti soltanto avere scienza. Clic però quello soltanto, fra tanta farragine di scrittori e di scritti, trasceglieremoche a sparger lume sul subbietto necessario ne pare.

Se non che, prevenendo la critica, gioa avvertire come questi cenni,quantunque rapidi e sobri, terranno per avventura una parte più vasta nel nostro lavoro di quella del costume propriamente detto, ossia della gita, che ne forma Io scopo principale, ma ciò va attribuito, men che a noi,alla inesauribile miniera di notizie, che, per quanto abbreviate, sono sempre abbondanti. e le quali, d’altra parie, non ci sarebbe statolecito pretermettere, senza meritar nota di troppo sterili e negligenti.

E per cominciare dalla etimologia, come si ha da Galeno, fu primitivamente questo monte addimandato Besbsius, Vesvius o Vesbius, a cagione del fuoco, e Vesbius lo chiama anche Stazio....

...ubi Vesbius egerit iras

Aemula Trinacriis volvens

Incendia flammis.

ed un’altra volta Vesevus

.... insani solatur damna Vesevi.

Altri pretendono originasse il nome Vesbius da Vesbio capitano de’ Pelasgi, il quale un giorno signoreggiava quel monte, come si ha pure da Marziale nel 4.° degli epigrammi.

Un nostro erudito scrittore fa corrispondere il nome di Vesuvias al sanscrito Vasti, che era il nume del fuoco presso gl’indiani, ed infatti un vulcano ne’ monti di Al-Burz da essi appellavasi Vasuv-avatana o dimora di Vasu .

Il Mancinelli ed il Landino convengono ancora nella sentenza che Vesevo derivi da Vescia, in latino favilla, cioè moine di fuoco e di faville. Vosero lo appella Silio Italico

Monstrantur Veseva juga atque in vertice summo

al pari che Virgilio nel lib. 2. delle Georgiche

Talem dives arat Capua vicina Vesevo.

Derivasi questa denominazione di Vesuvio ancora dacché essendo questo monte come l’Olimpo della Campania i nostri antichi vi adorarono Giove con gli epiteti di Vesuvio, come leggesi in una iscrizione trovata a Capua

JOVI

VESUVIO

SAC.

D.D.

È curioso leggere le infinite variazioni di Vesuvius, Besvius, Vesubius, Vesebius, Bebius, Besubius, Besbius, Hesbius, Vesulus, Vesurus, alle quali tutte non mancò una schiera immensa di comentatori.

Vi fu pure qualche antico scrittore che chiamò il Vesuvio Maevius o Maculus ed altri Lesbius .

Ciascuno però che ne abbia vaghezza potrà a suo bell’agio divertirsiin tanto oceano di nomenclature, mentre noi procediamo innanzi.

L'antico monte, onde fa cenno Strabono ed altri scrittori, fu propriamente il Somma. Nel 1) sorse poi l’altro cono, che oggi conosciamo sotto il nome di Vesuvio. Laonde è a ritenere che nella origine ambedue questi monti non ne avessero formato che un solo detto Somma.

Non altrimenti la pensa il Romanelli  quando dice del Vesuviocome esso presentasse l'aspetto di una grande piramide molto elevata dal livello del mare ed abbracciasse anche l’altro monte vicino,conosciuto oggi col nome di Somma. Al presente, soggiunge lo stesso scrittore, ne è diviso da un gran vallone che descrive la metadel suo cerchio, da settentrione ad oriente; e l’altra metà, da mezzogiorno ad occidente. è chiusa da un falso piano, che si appellal’atrio del cavallo, cosi detto.

Perché, prima del 1630, quivi era la sosta de’ passeggierà ed il cuifondo s’innalza sul pelo delle acque metri 711  restando per le due montagne comune la base ed il perimetro inferiore di quasi 30miglia.

Scrive il Celano che il monte Somma, o Summus mons, fosse così denominato dal perché essendo venuti a contesa Napolitani eNolani per cagione di confini, fu sulle vette del monte medesimo diffinita la differenza, cioè il sommo della lite; ovvero, altrimenti, per la sommità del suo vertice rispetto al Vesuvio nato in seguito. Delle quali due opinioni la prima è a tenere piuttostocome una congettura priva di appoggio, ma ben fondata la seconda, nella quale concorrono ancora l’Alberti, il Biondo e il Landino, generalmentericevuta, e conforme a quel che dianzi venne per noi esposto.

Anche secondo il Martorelli il nome di Somma è antichissimo e dato ad esso per la sua altezza ne’ tempi in cui sorse dal mare; ciòche desume da altra antica descrizione, con la quale dannosi a Giove gli aggiunti di Summano e di Esuberantissimo, indicandosi col primo l’erto monte e col secondo la fiamma vulcanica

jovi  O. M.

SUMMANO

EXUPERANTISSIMO

Fra le moltissime e, per la più parte, eccellenti descrizioni diquesto monte, una antica e delle più leggiadre è quella di Strabono, riferita dal Romanelli  a cui, per non impinguare senza precisobisogno il nostro lavoro, rimandiamo i cortesi leggitori.

La narrazione   del Vesuvio non può andare scompagnata da un cenno su i Campi Flegrei, altrimenti Regione bruciata, denominazione che davano gli antichi a tutti quei luoghi ove trovatisiavanzi di antichi vulcani o indizi di vulcani estinti, tra quali è ad annoverare anche il monte di Somma, non più in attività, come vedesi.

Vanno gli scrittori in diversa sentenza su i limiti di cotesti Campi Flegrei. Dan questo nome Strabono e Plinio soltanto ai campi tra Pozzuoli e Coma,Pellegrini alla sola campagna di Quarto,Diodoro Siculo vi comprende non solo la campagna di Cuma ma ancora lutto il rimanente tratto sino alVesuvio, e Polibio vi aggiugne per dippiù quelle di Capua e di Nola. Le campagne di Pallena nella Macedonia, preteso teatro della guerra de’giganti, per egual ragione ebbero il nome di Fiegra, epperò la favola de’ giganti Flegrei o Titani, i quali furono fulminati da Giovee fatti perire sotto le montagne da loro stessi accumulate, a fin di muovergli guerra, può spiegarsi in senso fisico per le eruzioni de’vulcani onde questa contrada fu il teatro. Ma la parte storica,clic sotto il velo della favola si nasconde,potremo anche megliorintracciare nelle seguenti parole di un egregio scrittore:

«La bella di queste campagne, la prodigiosa fertilità di esse furonouna potente attrattiva pe’ diversi popoli che ne fecero a vicenda la conquista, tra i quali si noverano gli Opici e gli Osci e i popoliconvicini, che precedettero l’arrivo delle colonie greche nel nostro golfo. La tradizione confusa e antica de’ loro combattimenti diedeluogo alla guerra favolosa de’ giganti Flegrei, che Strabene e Diodoro» Siculo spiegano in un senso storico . »

È agevole altresì spiegare la favola nel senso fisico, imperciocché,come dimostrano i naturalisti, nelle più profonde viscere della terra trovansi le voragini del fuoco ossia del calore che anima tutto ilcreato, il che viene simboleggiato dai Titani, e gli sfogatoi di questa immensa fornace centripeda sono per l’appunto i vulcani.

Il nostro Vesuvio, a differenza di altri vulcani, può dirsi in unacontinua attività, sia quando erutta fuoco, sia quando fumiga soltanto o, secondo la frase popolare, fuma la pipa.

Per tali ragioni divenne di cotanta importanza da dare argomentovastissimo alla favola ed alla storia. Fu così che i poeti posero ne! suoi antri la sede delle fucine di Vulcano, nelle sue viscere ilsupplizio di Encelado, nelle sue caverne la dimora de’ Ciclopi, alle sue falde la scena del rapimento di Proserpina; c, come Tifeos’immaginò sepolto sotto il monte Pitecusa,così Claudiano allogò Alcioneo sotto il Vesuvio  e fu così che i più famosi scrittoricome Strabono, Plinio, Pomponio Mela, Svetonio, Vitruvio, Tacito, Marziale, Virgilio ed altri molti questo nostro monte ampiamentecelebrarono.

Procopio  narra come alle radici di esso sgorgasse, già tempo, un fiume denominato Dragone, il quale, stendendo il suo letto verso settentrione, dilungavasi pe’confini di Nola, ove, piegava il suo corso per la spiaggia di Samo, confuso con altre acque, e nel rincontro ci lascia un’elegante e minutadescrizione della gagliarda resistenza e morte di Teja, ultimo re de’ Goti, il quale alle falde del Somma fu sconfitto da Narsete, tenendoGiustiniano l’impero d’Occidente. Questo fiume Dragone pretendono alcuni esser lo stesso che il Samo, ma è più comune credenzache sia andato smarrito in conseguenza di eruzioni del vulcano.

Al secolo di Augusto, 25 anni prima dell’era volgare, la cima delmonte, in allora, come vuoisi da taluno scrittore, coperta di viti e di alberi, e molto più bassa che ora non è, acquistò rinomanza pelcelebrato avvenimento di Spartaco, il quale, co’ suoi gladiatori, eravi tenuto stretto di assedio dal Pretore Claudio Pulcro. In qualchedescrizione de’ tempi leggesi che all’epoca stessa il monte non fosse accessibile che da un sol lato, e dalle altre parti dirupato e con ertopendio che scendeva sopra una pianura.

Livio, nell’ottavo libro delle sue storie, descrive la terribilebattaglia che appiè del Vesuvio ebbe luogo tra i Romani ed i Latini, Consoli Tito Manilio Torquato e P. Decio Mure, nella quale lo stessoDecio si scagliò arditamente tra le armi nemiche, immolandosi vittima volontaria per la salute e per la vittoria del suo esercito.

I vulcani, secondo le distinzioni dei geologi,altri diconsi allineati, cioè quando sono in una medesima direzione 0 disposti qualche volta per serie, altri spenti come l'Epomeo (in Ischia), che ebbe l’ultima eruzione noi 1302; altriimprovvisali come il Jorullo. il picco di Methana nella penisola di Trezene e l’isola Ferdinaudea, che apparve nel 1831 sulle coste dellaSicilia, tra Sciacca e la Pantelleria, ed altri centrali quando cioè sono aggruppali intorno ad uno stesso centro. A quest’ultimoordine si appartengono l’Etna in Sicilia ed il Vesuvio in Napoli.

In quanto alle commensurazioni di questo nostro monte, che sorgeall’est della Baia ed al sud sud est della città di Napoli, la sua altezza al di sopra del mare è variabile secondo la condizione in cuile eruzioni lasciano il cratere, e per le stesse cagioni la figura del monte, sebbene in senso generale sia sempre conica, viene mutandosi diquando in quando. Secondo un atlante illustrato da diversi distinti autori francesi, questo vulcano si eleva al disopra del livello delmare per 1108 metri. Lo calcolano altri per metri i 181. Secondo la misura di Nollet presa nel 1710, l’altezza del Vesuvio fu trovata di593 tese sul livello del mare. Poli nel 1794 la trovò di 600 tese. 11 colonnello Visconti nel 1846 la fissò a 622 tese. Monticelli e Covelli,prima della eruzione del 1822, la trovarono di tese 648 ed Humboltd,dopo la stessa eruzione,la rinvenne di 607 tese.  

In quanto poi concerne le condizioni topografiche e geologiche nullarisembra di più esatto ed accurato delle notizie che deduciamo dalla stimabile opera intitolata Napoli e luoghi celebri delle sue vicinanze pubblicata nell’anno 1845.

—«Il monte Vesuvio s’innalza isolato sopra una pianura la quale ècircoscritta nel lato occidentale del fiume Sebeto, che la divide dalle contrade vulcaniche ilei campi Flegrei; a settentrione si allarga sinoalle montagne calcaree di Caserta, ad oriente ed a scirocco è terminalo da montagne di simil natura, che stanno a sopraccapo di Nola e diCastellamare, ed infine si apre a mezzodì ed a libeccio nel golfo di Napoli, dalle cui onde è bagnato. La base del monte gira intorno pocomeno di trenta miglia, ed a principio s’ innalza con dolce inclinazione, che si tiene al di sotto di due gradi, e va man manodiventando più erta, sino alla mela in circa della totale altezza del vulcano, ove il suo pendio perviene a 12 o 13 gradi. Quivi la suaconfigurazione prende novello aspetto, che già si appalesano i primi indizi della divisione in % due vette, e mentre dalla partesettentrionale, pel giro di oltre un semicerchio, continua il pendio sempre più ripido, dalla parte opposta si abbassa in modo da formare unaltopiano, volgarmente le chiane o le piane, nel mezzo del quale sorge la velia meridionale, che oggi propriamente si addimanda Vesuvio, in forma di cono, col vertice troncato cd incavato a guisa di cratere.L’altra cima si distingue col nome di monte di Somma e forma una cresta semicircolare, che ri cinge il Vesuvio nella parte settentrionale. Essaè più elevala nel mezzo, ove dicesi punta del nasone, alta sul fondo della valle 403 metri, e va gradatamente abbassandosi nelle sueestremità, delle quali una si distende a scirocco, ove termina con semplice vetta prolungata, detta i cognoli di fuori e l’altra finisce ad occidente divisa in tre colline, la prima che domina il fosso della Vetrana, la seconda che è nel mezzo, chiamata cognolo lungo, e la terza dove vedesi l’eremo del Salvatore, (onde più tardi avremo occasione di far cenno)».

Frequenti burroni si aprono alle falde del monte Somma e nella partedell’intero vulcano inferiore alle piane, conosciuti co’ nomi volgari ili fossi e di burroni, taluni de’ quali han forma di prominenze o dipiccoli crateri».

—Per noi sarà bastevole accennarli.

La maggiore di tali prominenze è sulle falde meridionali del monte,ove sta edificato il convento de’ Camaldoli della Torre, circa due miglia e mezzo in linea orizzontale distante dal centro del Vesuvio edalla 172 metri sulla superficie del mare, il fosso del cancherone e il vallone grande, avanzi tutti di antiche bocche ignivome del monte Somma.

La fossa della monaca ed il monte Viulo.

Le Voccole o Vucculi cosi detti volgarmente, cioè sci piccoli coni efimeri che si aprirono nel 1700.

Il fosso grande, uno de’ più istruttivi e di più facile accesso, a sinistra della strada che mena all’eremo del Salvatore, orainteramente colmato, in seguilo della eruzione, che continua tuttavia dal 1858.

Il  rio di Quaglia.

Il fosso della Vetrana e di Faraone.

I valloni conosciuti co’ nomi di Molara di Massa e fosso di Pollena.

Il Vallone del monaco Aiello.

Ma la storia non poco importante del nostro vulcano lo è ancor dipiù per le sue eruzioni, si che gli scrittori pare abbiano gareggiato nel consacrare una qualche pagina alle più memorabili.

Nell'anno 63 questo monte ignivomo, dopo un lunghissimo silenzio,diede i primi sintomi di rinnovata agitazione con un tremuoto che arrecò grandissimo danno a molte città vicine, fra le quali a Pompei,che, sedici anni dopo, cioè nel 79, dovea rimanerne vittima allatto, unitamente alle altre vicine città di Stabia e di Ercolano.

È troppo noto, per dirne dippiù, con quali vivaci colori e conquanta sublimità Plinio il giovine, il quale in quell’epoca trovavasi a Mi seno, abbia trattato di questa famosa eruzione nella quale morìSotero Basso con Plinio il vecchio, zio del già nominato, vittime di uno smodato coraggio e di un soverchio zelo per la scienza, ond'ebbe acantarne Petrarca ne’ Trionfi

Mentre io narrava subito ebbi scorto.

Quel Plinio Veronese suo vicino,

A scriver molto e a morir poco accorto

Va degnamente rammemorata ancora la beneficenza onde in quellaoccasione largheggiò l'imperatore Tito, il quale, mosso a pietà dei danni e della condizione desolante della Campania, vi spedì de’consolari per soccorrerla, come narra Svetonio «Quaedam sub eo (Tito) fortuita et tristia acciderunt ut conflagratio Vesuvii montis in Campania.Curatores restituendae Campaniae et consularium numero sorte duxit».

Settimio Severo, Annoiano Marcellino, Procopio, il Baronio, LeandroAlberti ed altri rinominati scrittori accennano delle eruzioni avvenute nel periodo dall’anno 203 o 204 al 1500.

Il Braccini è uno dei più pregiati narratori degli avvenimentivulcanici del 1631, nonché il Celano, che ne fu testimone oculare . In questa spaventevole eruzione, la quale durò 70 giorni, fra gli altrifenomeni, si disseccarono i pozzi ne’ dintorni del Vesuvio, fuvvi un numero considerevole di vittime, che taluno scrittore fa ascendere sinoa diecimila, e rimasero sepolte le città di Portici, di Resina e parte della Torre del Greco ovvero Torre Ottava , poscia rialzate sullefumanti e sulle antiche rovine. Ma una ancor più celebre descrizione ne abbiamo dei grande storico Brusoni, riportata nel libro XXI dellaStoria d’Italia di Carlo Bolla.

Francesco Serrao, primo medico della corte napolitana, tratta della eruzione del 1737 che durò 22 giorni.

Di quelle del 1738 e 1794 ci lasciò una sublime dipintura unnotissimo storico italiano. Sono a ricordare quelle ancora del 4751, in cui i fianchi della montagna si aprirono dalla parte di Boscotrecase,del 1754, che durò sei anni, nel decorso de’ quali il Vesuvio eruttò lave quasi di continuo, del 4760 in cui, fra l’altro, si aprironododici bocche di fuoco appiè della montagna e si sparse nell’atmosfera un vapore malefico a segno che di quanti lo respiravano i più perivanoin pochi giorni e i cadaveri si ricoprivano di macchie porporine.

Il Cavaliere Hamilton ci ha lasciato una ragguardevole narrazionedell’eruzione del 4707 in cui la montagna si fendette dalla cima al mezzo, e cadde pioggia così fitta di cenere che in Napoli fu mestierifar uso degli ombrelli.

Quella del 1779 vien descritta leggiadramente dal Denon il quale nefu testimone oculare. Fu questa per avventura una delle più splendide e pittoresche che se ne conoscano a mente d’uomo. Il getti» del fuoco,nota fra l’altro il dello scrittore, oltrepassò i diciottomila piedi, e nella sera del dì 8 agosto la luce tramandata dal fuoco del craterebastava perché sul molo si potesse leggere. Ne risentirono gravi danni i villaggi convicini ed in modo speciale Ottaiano.

Pittoresca ancora, sebbene non quanto la precedente, ma men diquella dannosa, fu l’altra eruzione del 1804 onde abbiamo una descrizione del Visconte di Chateaubriand.

Quella del 1820, in cui si aprirono ad un tratto otto bocche edivennero altrettanti crateri, due nell’interno del cono principale e sei esternamente, ed una nona si aprì nella eruzione del 1822, in cuicaddero anche grandi piogge di cenere che atterrirono gli abitanti di Bosco tre Case e di Ottaiano.

De' sei coni formati nell'eruzione del 1820 uno fu detto cono diGaulrev (o Coutrell) in memoria di uno sventurato francese che vi si precipitò volontariamente il 10 di gennaio 1821 e di cui il Vesuviorigettò il cadavere quarantotto ore dopo .

Nel 1827 formaronsi altri coni e il 2I dicembre di quell’anno stessos’intese a Pozzuoli una lieve scossa di tremuoto, la quale, iteratasi a Napoli il dì 8 di marzo, si prolungò quindi sino alle Calabrie ovedistrusse la città di Catanzaro. In cotesta eruzione gli abitanti della Torre raccolsero gran quantità di sale derivante dal Vesuvio.

Notevole é l’eruzione del 1839, che durò quattro giorni, per lastraordinaria quantità dì lapilli scoriacci, i quali caddero in maggiore abbondanza che altrove sulle due Torri del Greco edell’Annunziata e per due torrenti di lava che traboccarono dal cratere prendendo diverse direzioni. A questo proposito ecco taluni ragguaglispeciali, che comprendono il periodo dalla citata epoca del 1839 al 1858.

Dopo la grande eruzione del 1839 il Vesuvio stette tre anni inperfetta calma, indi cominciò un lungo periodo di lente e continue eruzioni fino al mese di febbraio del 1850 in cui avvenne unaspaventevole conflagrazione del monte.

Seguì a questo incendio un riposo di cinque anni, imperciocché nelmese di maggio del 1855, da molte bocche laterali, uscì per 27 giorni gran copia di lava. In dicembre del 1855 la cima del monte, che dal1850 non avea dato più fuoco, incominciò per nuova bocca una nuova serie di piccole e continue eruzioni, per cui, durante quasi l’interoanno 1857, si vedeano scorrere le lave sul pendio del cono, ma nel maggio del 1858 si aprirono molte bocche verso la base del cono edanche sul pendio del medesimo, dalle quali uscì gran copia di lava. Una di queste bocche rimase in una lenta attività, dopo che tutte le altresi chiusero durante il mese di giugno.

Avremo più tardi il destro di accennare lo stato di conflagrazionedel monte nel 1859. Intanto, senza più dilungarci, per soddisfare la curiosità de’ lettori, facciam seguire una cronologia delle più famoseeruzioni del Vesuvio dedotta dalle opere maggiormente accreditate in tal genere:

79 1660 1754 1810
203 1682 1755 1813
204 1685 1760 1817
472 1689 1761 1820
512 1694 1766 1822
685 1696 1767 1831
993 1098 1770 1834
1036 1701 1776 1839
1049 1704 al 1708 1779 1855
1139 1712 1790 1857
1300 (?) 1734 1794 1858
1500 (?) 1737 1804 1859
1031 1751 1800

Aggiugniamo che il giornale uffiziale delle dueSicilie nella sua pubblicazione giornaliera tien minuto ragguaglio delle eruzioni che accadono con tutti i fenomeni svariati chepresentano, cosi che dalla collezione de’ suoi numeri può trai sene una storia abbastanza compiuta e soddisfacente.

A dovizia ragionarono i geologi e i naturalisti sulle ragioni produttive delle eruzioni e su gli svariali fenomeni che leaccompagnano; di che toccheremo sommariamente.

E prima essersi osservato precedere sovente alle eruzioni talunisegni, come il cratere che qualche tempo prima non da né fuoco né fiamme; disseccamento di sorgenti, come nella già citata del 1831;abbassamento delle acque, rombi cupi e sotterranei, scosse di tremuoti e simili.

Esservi state eruzioni talvolta di solo fumo, talvolta di cenere e lapillo, talvolta di sola lava.

Le lave serbarsi spesso calde lungo tempo dopo l’eruzione, in fattiBreistak trovò ancor fumante la lava del Vesuvio sboccata nel 1785, e, per citarne esempio più recente, le lave del 1855 serbavansi ancorcalde nel 1858, quando furono ricoperte da altre soprarrivate.


Prorompere spesso le lave da fenditure laterali che si formano dovela montagna è più facile a sfondarsi. Lungo queste fenditure sorgono coni di eruzione, spesso di tale grandezza che potrebbero assomigliarsia novelli vulcani, come i coni citati del 1760, il Viulo ec.

Andar le lave a rilento, ovvero avanzarsi con incredibile prepotentevelocità secondo il proprio grado di fluidità e secondo il terreno che altra versano. Cosi ne fu veduta una del Vesuvio la quale percorse 2000metri in quattordici minuti ed un'altra 7000 metri, cioè dal monte al mare, in tre ore.

I terremoti che accompagnano le eruzioni vulcaniche essere soventivolle preceduti da strepiti sordi e sotterranei rassomiglianti alle scariche di molte artiglierie ovvero al fragor del tuono. Questedetonazioni si odono a grandi distanze. Nel tempo della eruzione del Cotopaxi, che fu nel 1744, il muggito di questo vulcano udissi da Hondae da Monpox. città situate alla distanza di dugentoventi leghe.

Essersi osservate di enormi e vastissime lave. cosi, ad esempio,quella che sboccò dal Vesuvio nel 1781 potè calcolarsi a cinque milioni circa di metri cubici: quella del 1791) a undici milioni.

Le ceneri, quando per la loro grande abbondanza arrivano asceverarsi da’ vapori, essere trasportate dal vento a lontanissime distanze. Cosi nel 472, come attesta Procopio, le ceneri del Vesuvio sispinsero infino a Costantinopoli nel 1329 quelle dell’Etna si videro a Malta: nel 1794 tutta la Calabria fu coperta da gravi e dense nubi delVesuvio medesimo e nella famosa eruzione del 1822 l’atmosfera s’ingombrò talmente di ceneri che la Campania rimase avviluppala intenebre profonde, di qualità che perfino nelle ore pomeridiane si andava per le vie con le lanterne. Il primo maggio del 1812 una nube diceneri e di sabbie vulcaniche, provvedente dal vulcano deciso la San Vincenzo, coprì tutta la Barbada (distante più di venti leghe) e visparse tenebre profondissime.

Ancora i sassi che vomitano i vulcani slanciarsi sovente nell’aeread altezza prodigiosa. Così nella eruzione del Vesuvio del 20 gennaio 1755 i sassi lanciali impiegavano a cadere lo spazio di otto secondi,le pietre che il monte medesimo vomitò nel 1779 rimasero in aria per 25 secondi; l’Etna nel 1069 e nel 1819 spinse ingenti massi di pietra finoad una lega di distanza, ed il Cotopaxi nel 1533 gettò pietre di dieci metri cubici ben tre leghe lontano.

Infine i periodi delle eruzioni, come abbiamo avuto il destro didedurre da quelle per noi sopra accennate, esser vario, ed in talune di anni, in altre di mesi, in altre di giorni, in altre di minuti.

Ora ci rimane ad aggiugnere come il cratere del nostro vulcano, inconseguenza di tante e continuale eruzioni vedesi sensibilmente sfranato, ciò che ha dato origine spesso a temere di un totalesprofondarsi della montagna.

Le vicende di questi monti ignivomi bau sempre destato e sollecitalole cure degli uomini più celebri e dotti, non pure a notarne e tramandarne ai posteri le maraviglie ma a visitarli personalmente. Nèsolo quel Plinio onde sopra facemmo menzione, ma ancora Empedocle è fama si precipitasse in un vulcano, disperato di non potere indovinarnei misteri, come Aristotile un dì si annegò nell'Euripo, sciamando con quelle memorabili parole «quoniam Aristoteles non capit Euripum, Euripus copiat Aristotelem».

E per venire a fatti men remoli l’architetto Soufllot nel 1750 sifece calare dentro il cratere dell’Etna per mezzo di lunghe corde attaccate al margine della cavita. Lo Spallanzani, asceso sul montestesso nel 1788, potè, stante la calma perfetta, entrar nel cratere di quel vulcano e vide (son sue parole ) nel cupissimo fondo un’aperturadi una trentina di piedi, d’onde s'innalzava perpendicolarmente una colonna di fumo bianchissimo, che stimò di venti piedi di diametronella sua parte inferiore; scendendo maggiormente ebbe scorto una materia liquida accesa, animata da certo moto di bollore, e videla ditratto in tratto ascendere quasi a mezzo cratere e discenderne in fondo: questa era lava. Le pietre gettatevi entro producevano lo strepilo di un oggetto che cada sovra una pasta .

Vuolsi che un vescovo inglese, più di sessant’anni indietro, sifacesse calare nell’interno del cratere vesuviano ove scorse, in fondo dell’abisso, conte un lago di fuoco su cui sorvolavano fiamme azzurre.Il professore Pilla osservò le eruzioni del 1833 e 1831 e fu spettatore di ben dodici a quattordici esplosioni, le quali rinnovaronsi di Ire intre minuti con lo stesso corredo per lo più di fenomeni, ed una, fra le altre, minacciò la sua vita, nulladimeno con mirabile intrepidezza sifece di bel nuovo a considerare il bollente e mugghiarne cratere. Tanto può l’amore della scienza! Circa la materia ignivoma, dellapropriamente lava, che eruttano i vulcani non è altro se non un gonfio torrente di materie sciolte dal fuoco, il quale, a modo di pastafluida, scende dalla sommità del monte ed abbatte e distrugge quanto incontra sul cammino. Allorché la lava scorre infocata e si spandenelle sottoposte campagne ha la consistenza di un vetro liquefatto; si avanza con molta lentezza ed esala uua gran quantità di fumo. Seincontra qualche muro il torrente si arresta alla distanza di sette o otto passi, si gonfia e scola per diramazioni laterali senza toccarl’edilìzio; ma là dove trova porte le divora, entra pei fori, brucia le travi e soli rimangono i muri, misero avanzo di tanta rovina. Le terreed i campi coltivati ne sono miseramente devastati.

Ma se dall’una parte il Vesuvio è fonte spaventevole di tanti danni,dall’altra, per la giustizia ammirabile della Onnipotenza, è miniera inesauribile d’immensi tesori che chiude nel suo seno, nel modo stessoche favoleggiasi della lancia del Pelìde, la quale dall’un capo feriva e dall’altro risanava. Ed e per vero assai dubbio se maggiori i suoidanni dir si possano ovvero i suoi benefizi.

Primieramente questa stessa materia ignivoma, questa stessa lavacosì funesta, diventa una pietra docilissima a qualsivoglia forma; onde se ne fabbricano statue, medaglie e pietre e bottoni e ornamenti dimille ragioni; il che costituisce un ramo importante d’industria dal quale non poco utile si traggo. E vantaggio ancor più grande potrebbederivarne alla industria, impiegandosi più spesso in cose di maggior momento, come in gruppi, statue, fontane, monumenti, obelischi ec. nonche in suppellettili e masserizie domestiche (ed infatti ne abbiam vedute bellissime costruite con lava vesuviana) ed in altri modiconfacenti a’ bisogni, agli usi, al diletto ed all’eleganza del vivere. La mano di valoroso artista sa dare a questa pietra sì peregrinabellezza e sì rara magnificenza che essa può stare al paro, se non pur vincere, ogni qualsiasi altra più preziosa cd eletta; e forse non ci èdato precisare ancora compiutamente tulio quanto il partito che potrebbe trarsene.

Raffreddata di poi la lava divieti pietra, la quale (avvegnaché avia di grandi fatiche) tagliata con mine o con iscalpello, è ottima per moltissimi usi, come per iscaglioni, per colonne e per altrettalilavori; in ispecie s’impiega con gran successo a lastricare le strade e, levigata, acquista il lustro.

Pompei ed Ercolano avevano le strade selciale con tali pietre, conqueste si lastricò la celebre via Appia, che da Roma mena a Brindisi, e con queste ancora lo sono tutte le strade della nostra Napoli, lieta dipossedere un tanto significante vantaggio.

La rendita del taglio della lava, se è in luogo accessibile altrasporto, è tripla del terreno coltivato, e può superare anche questo valore, essendosi venduto un moggio di terra sino a ducati settemila:se poi è in luogo inaccessibile è minore, ma per lo più l'agguaglia. Quando la lava non è di buona qualità ma scoriacea, dopo un certo tempocomincia lentamente a scomporsi; vi nascono prima i licheni. poi le ginestre, ed in ultimo comincia ad apparire un po’ di terricciovegetale. Allora i proprietari procacciano con diversi mezzi di accrescere la terra sulle scorie, e cavandovi delle fosse, vi piantanodiverse maniere di alberi fruttiferi i quali crescono a maraviglia, avendo le radici la potenza di penetrare nel masso vivoìno alla piùantica terra, e danno frutto squisito, come sono i tanto celebrali fichi di Somma, e così pure uve bellissime.

In generale le terre vesuviane sono le più deliziose, le piùfeconde, le più belle fra quante la mano provvida di Dio ne avesse creato, onde ebbe a dirne Marziale

Hic est pampineis viridis Vesuvius umbris

Praesserat hic madidos mobilis una lacus

Haec juga quam Nisae colles plus Baccus amavit

Ciò deriva in ispecie dalla possente azione del fuoco vulcanico, e,quel che e più mirabile, ivi è più fecondo il terreno ove fu più arso da eruzioni.

«Il Vesuvio (scrive Galanti)  è un monte d’oro pei suoi ricchiprodotti; distrugge e crea, toglie e ridona. La cenere che distrusse i frutti nel 1704, li animò nell’anno seguente, e nel 1796 le uverimasero in parte invendemmiate per mancanza di recipienti per la immensa quantità di vino che avrebbero dato. Lo stesso è accaduto nellaeruzione del 1822, e molti corsi di lave affatto sterili sono divenuti coltivabili coll’essere stati da questa eruzione coperti di sabbia. Ifichi e le uve crescono di bontà secondo si sale sulla sua vastissima pendice. Dalla parte di Somma la posizione settentrionale e più frescada miglior qualità alle frutta ed ai vini. Quivi le uve e i fichi sono nel loro vigore nel mese di novembre dove che nelle altre esposizionipiù calde terminano un mese prima. Le vili si piantano in profondi fossi: a Somma basta la profondità di dieci palmi, ma alla Torre sidiscende molto più, e spesso si traversano gli strati delle lave che s’incontrano. L’immensa popolazione la quale abita intorno al Vesuvioindica abbastanza la ricchezza de’ prodotti che la fanno sussistere. Gli stranieri spesso ne compiangono po' pericoli che ivi si corrono, mail Vesuvio non produce guasti senza compenso, come le valanghe, le acque, il mare, le meteore, nell’Elvezia, nell'Olanda, a Pietroburgo edaltrove.» La cenere e il lapillo, comunemente della puzzolana, e come di lava triturata e bruciata. Talvolta e nera come di carbonefossile polverizzalo; tal’altra rossa come di creta o terra arroventala. È utilissima per le fabbriche entro terra e diventa ferroriunita alla calce.

Un’altra specie di ricchi prodotti dà il Vesuvio con le suecristallizzazioni, delle quali pare la natura abbia voluto stabilire nel suo seno una specie di lavoratone. Ella è cosa maravigliosa, scriveil citato autore, sulle relazioni degli accademici Monticelli e Covelli, che circa un terzo delle specie cristalline conosciute e lerocce di ogni formazione trovinsi riunite nel breve spazio occupalo da questo vulcano. Siffatti prodotti si appartengono alle famigliedell’ossigeno, del cloro, del fluoro, dello zolfo, del fosforo, del carbonio, del silicio, dell’alluminio, del ferro, del titanio.

Molle pietre preziose sono ancor esse produzioni vesuviane, come principalmente la sarcolite, il granalo, Vidocrasia; ed altre più comuni che i nostri artisti san tagliare mirabilmenteformandone tabacchiere, collane, braccialetti, spille, orecchini,cammei ed altrettali ornamenti i quali circolano per tutta Europa ed altrove,lavori che sono grandemente apprezzati, e più allo straniero che nel regno.

Cotanta fama del nostro monte non desta unicamente la curiosità delsapiente, ma di tutti in generale, e però tutti, napolitani e stranieri, dotti e indotti, artisti e non artisti, traggono di continuoed in gran numero, in ispecie nel maggio e nell'ottobre, a contemplare quelle ignivome cime e quelle magiche spaventevoli scene, le quali solebasterebbero a dare un’idea dell’Onnipossente, che disvela la sua tremenda maestà tra quelle fiamme, come un giorno a Mose nel roveto diOrebbo.

Egli è però che la gita al Vesuvio, divenuta, come dice il canonicode Jorio, un obbligo di precetto pe’ viaggiatori, forma uno de’ costumi più notevoli sotto qualunque aspetto voglia considerarsi.

Innanzi tutto chiunque si accinge ad ascendere la vetta del monte,sia pure il più azzimato bellimbusto tra quanti allietano la passeggiata di Toledo e della riviera e gli splendidi saloni, ègiocoforza deponga ai piedi di esso ogni pompa. L'eleganza e l’aristocrazia, la vile umana grandezza, in somma, s’inchina reverente a quella che è grandezza vera, trofeo sublime dellamagnificenza divina. Un paio di calzoni vecchi, un abito venerando pel numero degli anni, un logoro cappello ovvero una coppola, e soprattutto un paio di grosse scarpe con suole a prova di bombe, ed unvalido e nocchiuto bastone compongono nel generale la toletta vesuviana (mi spiego così per brevità ) senza distinzione tra il magnato e ilsemplice galantuomo, tra il patrizio e il borghese.

Le feste clamorose e gli avvenimenti memorabili che richiamanosempre gran concorso, procacciano eziandio un profitto considerevole ai cocchieri da nolo, per natura ingordi ed insaziabili, e 'quindi la gitaal Vesuvio nelle eruzioni più degne di ricordanza può dirsi veramente la California per essi. In fatti qualunque strada si voglia prendere famestieri provvedersi di una carrozza a due o tre cavalli, corredati o no di campanelle, ovvero di una di quelle piccole carrozze, conosciutetra noi col nome volgare di cittadine, pattuendosi ad un prezzo favoloso sì che non esiliamo a dire come col nolo della più deplorabiledi coteste carrozze potrebbero noleggiarsene dieci in ogni altra ordinaria occorrenza,

Dato poi che la carrozza (e più facilmente la cittadina ) non lo ponga nella poco invidiabile condizione d’imitare Fetonte difavolosa memoria, ed assicuratosi anche bene delle condizioni sanitarie del cavallo, non sempre prospere, il viaggiatore potrò sciamare

Per me si va sulla montagna ardente

Per me si va nell’immenso calore

Per me si va tra l'affollata gente

in altri termini potrà cominciare a vagheggiar nel pensiero quel sublime spettacolo che sta per offrirsi a suoi sguardi.

Tre strade principali menano al Vesuvio; l'una detta di S.Sebastiano, a tramontana; l’altra di Boscotrecase, a mezzogiorno, e la terza di Resina, ad occidente.

Si può anche andarvi facendosi trasportare dalla carrozza a Santo Jorio e propriamente alla strada così detta dell’Arena, che infatti è mestieri affondare le gambe in due buoni palmi d’arenacon poco diletto de’ polpacci che ne rimangono buona pezza indolenziti. Dopo un mezzo miglio di così divertita ginnastica eccovi innanzi unaltro sentiero, non meno aspro e duro del duro calle di Dante, pieno di scoscese e di fossi e di burroni e di falsi piani e di straniviottoli, per lo quale, camminato quasi altrettanto tempo, si arriva a Massa di Somma, dove un affollamento incredibile di veicoli di ognispecie, di asini e di cavalli v’indicherà come siate all’ingresso di quel magnifico teatro in cui la natura produce scene così maravigliose;e, dopo altro non lungo tratto di cammino, erto ugualmente ed alpestre, si presenteranno già allo sguardo, quinci e quindi, spaventevoli masseignee che possono assimigliarsi ad altrettante carbonaie e grosse lave di fuoco che vengono giù a modo di mercurio o di piombo liquefatto.

Ma la via che più generalmente si tiene per giungere al Vesuvio è diandare in carrozza sino a Resina. Di la un tempo si montava a cavallo sino alla base del cono al punto propriamente detto la Pedementina e quindi si ascendeva a piedi sino alla sommità del cono. Fu poi, nonsenza aver dovuto superarsi gravissime difficoltà, costruita una nuova strada rotabile da Resina fino all’Osservatorio, che oltre allamagnificenza; riusciva (l’immensa utilità, perciocché rendendo 1 Osservatorio accessibile alle carrozze faceva al tempo stesso il comodoe la sicurezza di tanti viaggiatori e scienziati che di continuo traggono a visitare quello stabilimento scientifico ed il monte.

Ora sventuratamente le novelle lave l’han renduta impraticabile pel tratto che costeggiava il fosso grande, onde non rimane per andarvi che l’antica strada vecchia, in parte rifatta sulle stesse nuove lave.

Non appena disceso il viaggiatore a Resina si vedrà assediato,spinto, travolto da una turba innumerevole di guide, dette comunemente Ciceroni, taluni recanti in mano lanterne accese, altri con torce, altri guidantiasini e cavalli, che, afferrandolo, pestandolo, traendolo per le falde degli abili o con simigliami gentilezze lo invitano ad ascendere ilmonte.

Queste guide o Ciceroni non sono altro che contadini de’ dintorni, e più specialmente di Resina e di Torre del Greco, iquali storpiano nel modo più curioso l'italiano ed il francese, battezzando per istraniero qualunque in lor si avvenga, e gridandogliintorno, fino a stordirlo: à moi Monsicur, me voilà, Monsieur; il che forma un bizzarro contrasto con quella grossolana franchezza, caratteristica all’uomo del nostro popolo.

Potrebbe forse questo scimiottare che fanno i Ciceroni di un linguaggio non proprio avere origine dacché sono usi a contrattare piùsovente con istranieri che con napolitani, quando trattasi di esaminare le bellezze le curiosità e le maraviglie senza numero che nella nostraincantevole terra ne circondano, e fra le quali spesso ignoranti viviamo, sia negligcntando di volgere lo sguardo a cose a noi vicine,sia lenendoci paghi al sol vagheggiarle, senza chieder più oltre.

In fatti non di rado lo straniero, il quale invece avidamente lericerca e le studia, ne sa rendere assai miglior ragione del napolitano, che labiata ne ignora perfin resistenza. E questo èimperdonabile torto!

Le guide o Ciceroni fa d'uopo sieno debitamente autorizzali nel loro uffizio, imperocché è loro interamente fidata lavita altrui per le disastrose ed intrigate vie del monte, che eglino d’altra parte conoscono perfettamente e per antica esperienza. Ed èperciò che i passeggieri, alla lor volta, dalle guide debbono lasciarsi affiato dirigere, né da’ loro consigli ed ammonimenti per modo verunoappartarsi: che il non averlo fatto, per temerario ardire o per cieca ostinazione o per troppo imprudente curiosità, gli ha sovente esposti agravi ed imminenti pericoli e a parecchi è costata la vita.

Narra il Romanelli come, non di rado avvenendo, fra i tanti fenomenidel monte, clic, da tranquillo e chéto, divenga tutto ad un tratto sdegnato. a cagione di qualche improvvisa fermentazione che vi sitorma, cagionata dalla decomposizione dell’acqua per mezzo delle sostanze metalliche e sulfuree nel fondo del suo abisso, egli, inunione di un inglese e del paesista Pequignon, stava per esser vittima di questo fenomeno, il che fu nell'agosto susseguente alla eruzione del1794. Tutto ad un tratto, die’ egli, si videro avvolti da un nembo di fumo pregno di zolfo, sotto a’ lor piedi sentirono lo spaventosogorgoglio della bollente caldaia che già minacciava ingoiarli e dovettero la loro salvezza interamente alle guide,che, gittando a tempoun grido, li avvertirono dell’imminente pericolo e li obbligarono a fuggire.

Ed ora, nella supposizione che il viaggiatore sia poco esperto o allutto ignaro delle nostre costumanze, affinché possa valergli di norma presso il suo Mentore, sotto le cui specie non si nasconde sempre unadivinità nemica dell’oro, ai pari di quella che guidava i passi del figliuolo di Ulisse, giova ammonirlo come nell’Articolo 6.°dell’ordinanza di Polizia per le guide del Vesuvio, messa fuori il 3 settembre del 1840, contengonsi le seguenti disposizioni:

«Le Guide, ove non sieno contente del compenso loro offerto pelservizio, non potranno altro pretendere che carlini dieci per lo tempo occupato nella giornata, e carlini dodici in tempo di notte, e ciòall’infuori dell'affitto delle sedie ed animali adoperati come mezzo di trasporto de’ curiosi, che non potrà oltrepassare i ducati quattro perogni sedia con otto individui bisognevoli a guidarla, e  carlini otto per ogni mulo, cavallo ed asino, dovendo tali animali esserforniti di selle, e la sella ben sicura e decente.»

Inerpicandosi adunque in compagnia dell’officioso Cicerone, al chiarore delle fiaccole, su per l’erta del monte, ed oltrepassata la chiesa di Pugliano, dopo un’ora all’incirca di disastroso cammino, si presenta allo sguardoil celebrato romitaggio del SS. Salvatore, il quale, circondato da grossi tigli, sorge sopra una piccola spianata alla estremitàoccidentale della punta de’ Canteroni, e si crede fondato nel 1631 o prima ancora. L’edilizio contiene una cappella ed alcune camerette aduso del romito che vi fa dimora. E poi che la guida avrà picchiato all’uscio e il viaggiatore sarà stato introdotto, potrà a suo bell’agioriposare il corpo lasso e rifocillare lo stomaco con la salciccia e con la frittata del romito, di antica e nota celebrità, non tanto perché lasia di un’esclusiva eccellenza, ma perché si paga il doppio delle altre, in grazia dell’allegria della uscita e del gusto di trangugiarlapoeticamente sul celebre monte.

Sovrammodo romantico infatti è questo ospizio, (in cui sarebbesoltanto desiderabile una maggior proprietà), l'unico che colassù ricetti quanti d’ogni paese convengono a visitare il vulcano, vogliasiper la selvaggia bellezza che lo circonda. o per la ineffabile soavità che desta quella solitudine o per la bizzarra situazione del luogo.

Ond’è che liete brigate ne fanno scopo a diporto, ed ivi recanovivande e vini, con la maggiore allegria sollazzandosi e banchettando, spesso adagiatela terra, al chiarore della luna che più limpidi e soavispicca i suoi raggi d’argento su quelle sublimi ed incantevoli vette.

Ristorate così alquanto le forze ed inalbato il frugal cibo offerto dall’ospitalità con qualche bicchiere del famigerato lacryma Christi, il quale riconosce la sua origine dalle terre vesuviane , prima diabbandonare il rustico albergo, resta a compiere una specie di obbligo di consuetudine; quello cioè di lasciare, come si esprime graziosamenteuno scrittore, ai posteri la importante notizia che N. N. (nobile o ignobile, illustre od oscuro) nel dì tale dell’anno tale saliva all’eremo del Salvatore.

Nulladimeno se l'album che l’officioso solitario vi presenta, e che ha comune la sorte con ogni altro album, moltissimi nomi contiene di uomini vissuti senza infamia e senza lode,ad onorar quelle pagine, sudicette anziché no, molti ancor vi fan pompa per dottrina, virtù sociali od eccellenza nelle arti venuti inrinomanza. Così, per lasciare ili altri, la celebre attrice tragica Internali, non ha guari rapita all’arte, visitava il Vesuvio nel 1812.La Malibran nel 1833.

Vittorio Altieri nel 1782. Vincenzo Monti nel 1812. Goethe nel 1792;nel 1800 Kotzebue e Byron e Lamartine eil altri chiarissimi. Nò soltanto nomi leggonsi in quel libro ma ancora tratti di spirito, impressioni e ricordi in diverse favelle; e prose e versi, buoni mediocri ottimi o pessimi secondo l’ingegno di chi li dettava.

Chiuso il libro fatale, che veramente il romito irremovibile come ilfato lo presenta puntualmente a chiunque vada a visitarlo, ci rimane ad aggiugnere intorno al romitaggio, come nella Pasqua di fiori i fedelitraggano alla festa che quivi si solennizza del SS. Salvatore e numerosissima è la gente che si sparpaglia giubilante per quelle balzee per quei declivi. E, nel modo stesso che nella notte precedente alla famigerata festa di Piedigrotta, veggonsi le stradegremite di popolani e di villici che accorrono da per ogni dove; così del pari nella vigilia della festa del SS. Salvatore conviene a tormela gente non pur dal casale, ma ancora da’ convicini paesi e da Napoli.

Cotal festa, nella quale dalla prossima chiesa di Pugliano recasi processionalmente in abito pontificale il busto in legno di S. Gennaro,nostro patrono, nulla diversifica da una fiera; imperciocché e baracche vedonsi rizzate e panche e pali con in cima frasche ed ombrelli, edaperte osterie e botteghe di pizzicagnoli e di merciai, ed altre ancora da caffè e da riposto, cui fan concorrenza gridi e schiamazzi. mortaletti, balli, suoni, deschi imbanditi sull’erba o al rezzo deglialberi e, per non dilungarci in minuti particolari, tutto quanto si osserva nelle feste popolari che, religiose o profane, finiscono quasisempre in un modo, a sollazzo ed a baccanale .

Vorremmo ora proseguire il cammino pel monte, se non che richiamavivamente la nostra attenzione l'Osservatorio meteorologico vesuviano, il quale dista poco meno di un trai di schioppo dall’eremo, e sì troppograve torto ne parrebbe il lacere di uno stabilimento che, per la sua importanza e magnificenza, va allogato tra i primi che onorano lanostra patria. Però, mentre il Cicerone asciuga le vesti molti di sudore e rianima la sua fiaccola, eccoci a tenerne alcun cenno .

Il Reale Osservatorio meteorologico vesuviano ebbe cominciameli lonel 18il e fine nel 1847} commettendosene la costruzione all’architetto Gaetano Fazzini e la direzione al cav. Melloni. Nel 1852 l’esimioprofessore di fisica D. Luigi Palmieri cominciò a metterlo in attività, e nel 1856 ebbe la torre meteorologica onde mancava.

Ne per avventura senza ragioni sorse l'idea di collocare sul Vesuvioun tale edilizio. L’interno delle città, e segnatamente delle vaste metropoli come la nostra, non essendo acconcio a questa sorte di studiconveniva prima di ogni altra cosa scegliere ne’ dintorni di Napoli un luogo che fosse in condizioni più favorevoli, per lo che le alture sonosempre da preferirsi, e pel maggiore avvicinamento alla regione delle nuvole e per essere libere dalle influenze elettriche del terrenocircostante, e per dominare una più vasta estensione dell’orizzonte.

Di più questa scelta veniva appoggiata da altra potentissimaconsiderazione, quella, cioè, che da gran tempo i geologi, i fisici, i chimici e tutti coloro in somma che intendono allo studio delle cosenaturali facean voti per avere sopra un monte di sì facile accesso, qual è il Vesuvio, e così vicino ad una metropoli fornita di mezziscientifici di ogni maniera, un apposito luogo dove si potessero esaminare i fenomeni vulcanici con la precisione che richiede lo statopresente delle scienze fisiche. Opportuno è anche il sito per la disposizione degli strumenti necessari alle indagini, le quali possonosolamente eseguirsi in un sito stabile, comodo, posto in prossimità del cratere, ma non troppo vicino, per poter disporre gli strumenti stessiin luogo sicuro ed isolato; condizioni che si richiedono del pari per lo studio della meteorologia propriamente detto.

Sorge l'edilizio sulla cima di quella sirena eresia di monte clic,partendo dalle falde dell'odierno cono di eruzione e dell’antico cratere di Somma, mette capo al poggio del Salvatore. Esso è vicinoall’eremo ma alquanto più sopra: per cui l’altezza del pianterreno è già superiore alla sommità della chiesa e delle annose piante che lestanno rimpetto. E perche dall’una e dall’altra parte il terreno scende rapidamente, il fabbricato trovasi signoreggiare da tre lati lo spaziocircostante. L'Osservatorio è poi guarentito in tutto dalle lave che quand’anche invadessero la porzione della costa più prossima al craterenon potrebbero altrimenti sostenenti, ma si precipiterebbero immancabilmente verso le piane, nel fosso grande o per l'atrio del cavallo nel canale vetrano.

Quest’Osservatorio contiene la torre meteorologica, una biblioteca ediverse sale ad uso della scienza e per abitazioni. Vi son poi due terrazzi per le osservazioni all'aria libera, ed un padiglione sullavetta dell'edilizio per le sperienze di elettricità atmosferica.

Tutta l’area è cinta di muri per decenza e sicurezza dell’edifizio,ed inferiormente, sulla fronte principale, vi ha la dimora del custode a livello della strada, comunicante col piano della cucina che le stasuperiore di pochi piedi.

Le facciate dell’Osservatorio ergonsi su ampio basamento, confinestrini per dar luce al sotterraneo; e quella principale è decorala con un portico a colonne doriche nel pianterreno, al quale si ascendemediante due ornati sentieri ed una maestosa gradinata.

I vani sono arcuati e le mura ornate con bozze di pietra vesuvianalegate tra esse con anelli di rame, e di tratto in tratto assodate da catene metalliche che passano per tutta la grossezza dei muri, generedi costruzione tanto comune negli antichi e poco usata dai moderni, con danno della solidità delle fabbriche: L’ultimo piano ha nel mezzo, edin corrispondenza del portico, un grande attico con orologio solare ed ordinario.

Merita attenzione la facciata verso settentrione, che nella partemedia è foggiata a guisa di torre ottagona con diversi meccanismi per gli usi della meteorologia.

Il genere di architettura che vi trionfa è il greco romano di grandesemplicità, quale richiedeva l’indole dell’edilizio, laonde la sua magnificenza deriva in gran parte da’ materiali prescelti, che sonopietredure, mattoni, lave antiche, tufi di Nocera e della falda di Somma. Scopo della istituzione di questo Osservatorio, oltre di essere,come accennammo, la meteorologia considerata in rispetto a’ mutamenti prodotti dalla presenza di un vulcano ardente, è benanche lo studio ditutto ciò che possa concorrere alla formazione di una storia compiuta de’ fenomeni del Vesuvio da servire alla scienza dei vulcani. E di verone’ pochi anni dalla sua istallazione sonosi fatte parecchie scoperte concernenti la elettricità atmosferica e la fisica del globo, e si sonorinvenuti novelli prodotti di questo nostro monte, sì che i dotti stranieri trovano nell’Osservatorio Vesuviano l’ospizio scientificotanto desiderato, ove possono comodamente soddisfare alle loro ricerche avendo materiali, notizie ed istrumenti opportuni, dei quali ultimiquello stabilimento anno per anno si va arricchendo. Fra gli altri meritano particolare attenzione due strumenti inventali ed eseguiti inNapoli, cioè il sismografo elettromagnetico, che nota, in assenza dell'osservatore, le più piccole scosse di tremuoto, indicandola natura, la intensità, la durala ed il tempo preciso del cominciamento di esse, e l'elettrometro atmosferico a conduttore mobile; ambedue invenzioni del dotto professore Palmieri, a sì giusto titolochiamato alla direzione di quello stabilimento scientifico, meritando per la seconda ima medaglia doro dalla Leale Accademia delle scienze diLisbona .

Per quante sieno le difficoltà di ascendere al Vesuvio, accresciuteanche dalle continuate eruzioni, la brama di visitarlo non cede innanzi a vermi ostacolo, né l’asprezza e la disastrosità delle strade, che inmancanza di altre più praticabili, è giocoforza tenere, vale a raffrenarla, che in quella vece è sempre crescente la folla de’curiosi, i quali traggono di continuo su quelle vette, sobbarcandosi ad enormi fatiche per giungere lino al culmine, ove spesso nulla puòscorgersi a causa del densissimo fumo.

Venendo ora alla parte men grave della nostra narrazione, ci piacciavolgere uno sguardo alla scena che ne circonda. E qui un gruppo di viaggiatori che vi pesta, vi urla, vi spigne; e li, di tratto intratto, fiaccole o fanali (accenniamo ad una gita notturna) che or compariscono or dispariscono, come quelli delle nostre barchepescherecce nelle belle notti di state, altrove donne appoggiale a bastoni sul gusto de’ Lapponesi, e qualcheduna anche in guanti escarpini qual se si accingesse ad una danza, altrove uomini armali di schioppo ad armacollo, ed in altro punto montagnari che vi pressano evi annoiano per improntare qualche moneta o medaglia nella lava ancor bollente, sospendendo, (finché non si raffreddino), quelle pietre, cherendono perfetta somiglianza di altrettante spunghe carbonizzate, ad una specie di giunco, come si fa de’ cocomeri, e così recandole Ira lemani. Nè soltanto monete e medaglie, ma anche ritratti e gruppi e diverse altre maniere di lavori s’improntano a questo modo, che poi glistessi montagnari, fattene grosse ceste, vendono per la capitale.

Ciascun viaggiatore è vago provvedersi di qualcuna di coteste pietreper conservarla come memoria della sua gita. Tuttavolta non sarà per avventura superfluo avvertire ad esser cauti nel dar fuori la moneta,imperciocché questa, in ispecie se di qualche valore, prende 1111l'altra direzione di quella che potrebbesi credere, sebbene ilmontagnaro, che in fatto di fantasmagoria non la cede al più esperto giocoliere, assicuri con la più grande ingenuità che sia andatasmarrita nella lava.

Nelle eruzioni più clamorose accorrono anche in gran numerovenditori di arance, di biscotti,di ciambelle, di acquavite,di sigari e di altrettali cose, sì che l’interno del monte, vedesi tramutato inisplendida fiera.

Diamo ora qualche ragguaglio più speciale sulla salila al Vesuvio e sulla discesa da esso, che forma una parte essenziale del costume che imprendemmo a narrare.

La strada che mena al cratere, erta sommamente ed alpestre, è tuttacoperta e seminata di aridi sassi, ciò che rende arduo e penosissimo l inerpicarvisi. Quindi la necessita di farsi puntello di grossi bastoni,e in taluni punti più difficili lasciarsi condurre a mano dalla guida o raccomandarsi ad una coreggia onde la medesima ha cinti i lombi .

Ma per quanto faticosa è la strada onde si sale, altrettanto facile,ripida e lubrica è quella onde si discende, coperta di sabbia sottilissima, di tal che se per salire s’impiega un tempo non breve,bastano pochi minuti per trovarsi a’ piedi del monte. Per la qual cosa conviene usare la maggiore attenzione affine di non rompersi il collo,sdrucciolando sconciamente, e talvolta raccomandarsi a funi che le guide sostengono dall’alto.

Tutto questo, come di leggieri può argomentarsi, da luogo a molteridicole scene, che formano una sensibile antitesi con altre oh quanto diverse, e con la formidabile maestà di un monti cui la natura e lascienza par che concordi tributino omaggio. Di che l'arguto genio e la facile vena dei napolitani, eccellenti, fra l’altro, nel ritrarre laparodia, e che ancora da’ subbietti più gravi san con bel garbo trar partito di giovialità e di riso, dovea naturalmente far tesoro, ed ècosì che la fantasia bizzarra dell’artista ritraeva tutte quelle grottesche figure e quei gruppi in caricatura che veggonsi in tanti disegni litografali ed incisi, onde abbondano i magazzini e leopere che trattano de’ nostri costumi: e che quantunque esagerati son pure copie di originali veri e viventi.

Guardate p. e. una rispettabile matrona che, ostinata a trascinarela sua mostruosa pinguedine lìti sul culmine del Vulcano, col cappello che le vien giù per le spalle, col petto ansante, con le nari dilatatee tutta grondante sudore, stende ambo le braccia alla guida che, per quanto robusta, ha bisogno di puntar bene i piedi a terra aflìn ditrarla su, non diversamente da quel che veggiamo adoperarsi dai marinari allorquando mettono in secco le loro navi.

In altro punto è un giovanotto scarno e mingherlino che, per parer filosofo e saputo, ha barba e capelli lunghi ed incolti. E’ reca sotto il braccio un album per notarvi le sue impressioni, ma ad un tratto dà un falso passo e cade fra le risa de’ circostanti.

In altro e una fanciulla cui il vento poco cortese fa balzar lunge il cappellino, ovvero che, colpita da asfissia, si lascia involontariamente cadere tra le braccia d’un bel giovanotto il quale potrebbe un giorno o l’altro guidarla all’ara sospirata d’imeneo.

In altro è uno straniero, dal cappello mostro ed a tese favolose,che, freddo ed imperturbabile, tira innanzi nell'aspro sentiero tutto immerso nelle sue contemplazioni e nulla curante di quanto intorno gliaccade.

In altro è ancora una donna sul tipo della descritta innanzi. La sua| obesità tradizionale le vieta ad ogni palio il discendere dalmonte. È però clic, adagiatala sovra una seggiola e ligaie strettamente a’ lati di questa delle travi, quattro ben robusti facchini, agevolatinella grande opera da montagnari e da famigliari, ne sollevano il peso.

In altro è una svenevole e delicata damina che, abbandonati gli splendidi saloni e i profumati recessi, fidi custodi di tanti misteri,per la smania di visitare il Vesuvio, e, dimenticato lo splendore degli avi, appoggia la candida mano, sospiro e speranza di tanti cuori albraccio plebeo del suo rozzo Cicerone, che la sorregge per quei dirupi e per quelle balze in modo assai diverso dall’avvenente e spiritoso vagheggino col quale su’ più ricchi e morbidi tappeti della Germania suole intrecciare festevoli polke e seducenti mazurke.

In altro è un poveraccio che per aver posto in non cale il salutarconsiglio di munirsi di una valida calzatura, non ancor compiuta la discesa dal monte, si trova nella crudele condizione di non possederepiù che le semplici calze logore e malconce.

E più giù un altro che scuote dalle scarpe bruciate un mucchio non indifferente di pietruzze e di arena che vi si è formato.

E poi un altro ancora che per andar più sicuro nella discesa hapensato distendersi supino sul declivio e così sdrucciolare insino al piano ma i calzoni, in istato poco locativo, ne han compromessoseriamente la modestia.  

Quante avventure e di quante diverse specie han luogo spesso sulVesuvio! Narrasi come due inglesi (lutti gli aneddoti più speciosi si attribuiscono agli inglesi) un signore ed una giovanetta, siaccordarono insieme per eternizzare il loro amore sulle vette del nostro monte. Innanzi al fumante cratere rinnovaronsi i giuramenti dicostanza e di fedeltà, e chiamando in testimoni gli elementi, promisero che qualunque di essi fosse stato tradito sarebbesi precipitato nelmugghiatile cratere. Ma non passò un anno che la gentile miss diede la mano ad un ricco gentiluomo napolitano e il tradito amante perdisperazione si precipitò.... nelle voragini commerciali e si spinse sino a sposare la figliuola di un banchiere, la quale giurava meno mapossedeva di più. Il Vesuvio cedette volentieri la sua vittima, da che possiamo argomentare che l’uomo, (preso nel suo più ampio senso) inInghilterra o altrove è sempre lo stesso.

E bastino questi pochi quadri abbozzati per dimostrare come la gitaal Vesuvio, oltre all’essere delle più importanti, sia ancora delle più divertite. Nulladimeno, dopo la malagevolezza e la disastrosità delcammino, il viaggiatore agogna di toccare al più presto alla meta. Ma non appena ha raggiunto la sommità del monte e’ vedesi pagato con usuradi ogni disagio, e il promontorio vaghissimo di Sorrento, le isole di Capri, d’Ischia e di Procida, Posillipo con le sue sporgenti colline,l'avvenente aristocratica Portici, le due Torri, i Camaldoli e l’onda azzurrina del nostro incantevole golfo, lutto in un punto raccolto,rallegra soavemente il suo sguardo e gli ristora e gli rifa la vita.

Non v’è scena che possa somigliarsi a quella che presenta la naturasulle vette del Vesuvio. Il pittore che contempla da quelle cime il sorgere del sole o il tramonto sulle ridenti sponde di Mergellina,ovvero, in tempo di notte, la luna che si specchia nelle limpide onde del golfo, rapito in estasi soavissima, si affretta a ritraile convivaci tinte, ed il poeta ne attinge le più fervide ispirazioni per arricchirne i suoi canti. Di tal che se nelle viscere del monte lafavola pose la dimora de’ ministri di Vulcano e di Plutone, con egual senno potrebbero quelle cime addimandarsi la sede degli spiriti elettialla celestiale letizia, tanto soave ed ineffabil cosa è l’aere purissimo che colassù si respira e che, unitamente allo spirito,rinvigorisce il corpo e stuzzica lo stomaco con eccellente appetito.

Fra le altre cose è pur da ammirare sul nostro monte, come da essosi abbia indizio delle nevi quando son per cadere nella città, ed è veramente singolare spettacolo il vederne ricoperte le velie nel tempostesso che dal cratere sboccano lave di fuoco .

È poi impossibile che, nel darsi un addio al Vesuvio l'animo nonrimanga al vivo commosso e la mente preoccupata da mille fervide idee che vi lasciano una traccia indelebile, in ispezial modo per la partepiù colta, la quale non un semplice sollazzo e divagamento in questa gita ritrova; ché per vero in tanta inesauribile miniera chiunqueprofessa una qualsivoglia special disciplina può a suo talento trovar ricchezze per l'intelletto e sempre novelli lumi raccòrre perl'incremento e per la prosperità delle umane cognizioni; ciò che elegantemente esprime il Galanti.

«Questi grandi fenomeni della natura richiamano le riflessioni ditutti: il religioso vi vede un segno dell'ira celeste, lo storico la cagione di tante rivoluzioni del globo, l’antiquario da essi ripete lemeravigliose scoperte di Pompei e di Ercolano, il pittore ed il poeta vi attingono una scintilla di quel genio che si sviluppa in grandispettacoli della natura ed il filo solo esamina l'ordine delle cose e lenta di alzare il denso velo che le ricopre».

E questi fenomeni stessi che si succedono in mille forme diverse, orsimultanei, or separati, ora rapidi, ora ad intervalli, dan luogo sempre a novelle investigazioni $ in fatti per le cure del Direttoredell’Osservatorio meteorologico vesuviano vengono di continuo inoltrate alla Istruzione Pubblica ragguagliate relazioni sulle fasi e sullevicende che il monte man mano va presentando.

La scienza infine e l’arte esauriscono tuttodì intorno ad esso iloro sforzi, ed instancabile l'ingegno umano perdura a studiare in questo colossale monumento di sterminate cognizioni, che, in cambio,orgoglioso di poter dirsi, come lo è veramente, un prodigio della natura ed un’opera tra le più rare ed ammirande della Creazione, parche voglia incessantemente avvolgere in una specie di mistero i suoi preziosi ed inesausti tesori.

ENRICO COSSOVICH.

1Galanti. — Guida di Nap. e Cont.

2Indicaz. del più notevole in Napoli e contorni. —Napoli. Stamperia del Fibreno, 1835, pag. 37. Corna. — Storia delle due Sicilie. V. I.

1 G. del Re. — Viaggio Artistico da Napoli a Salerno.

2Napoli antica e moderna — Parte I. p. 163.

1Napoli e vicinanze.

2Napoli Antica e mod. — Parte l. p. 64.

1 D’Ancora. — Guide du voyageur pour les antiquitès et curiosités naturelles de Pouzol et des environs.

2V. Sannazz. — Arcadia, Prosa 12.

De Bello Gothico. — Lib. IV.

1 Galanti. — Guida di Nap. p. 273. nota.

Del Bello e del Curioso di Nap. —Giorn. X. pag. 38 e seg.

1Avea questo nome, dice il Celano, perocché il fine di ogni miglio segnaloveniva con una pietra o piccola colonna, dicendosi primo,secondo ec. ab Urbe lapide, che significar voleva un miglio. Così questo luogo essendodistante otto miglia da Napoli addimandavasi Torre Ottava. — (Del bello e del curioso di Napoli. — Gior. X. pag.34 ).

1 Italia descr. e clip. il. c3.

1 c. eogr. Stor. moderna universale, p. 130.

1 Guida di Napoli e contorni.

1 II più famigerato fabbricante del lacryma Christi, fu un tal Ruggiero, morto non ha guari, cotanto geloso del suo processo che volle trascinarne seco il segreto nelsepolcro; nò ciò bastandogli dichiarò altresì,con testamento, decaduti da ogni dritto gli eredi che avessero continuato a confezionarlo sotto lo stesso nome di lui;temendo che, per contraffazioni od alterazioni, non avesse a rimanerne discreditala la memoria.

1Ingiustamenteda’ più vuoisi ciò sia esclusivo del nostro popolo. La storia invece ne fa fede come, più o meno, avvenga dappertutto lo stesso. A questopropositovogliam citare le parole ili un aureo scrittore. «Potremmo anche, o maligni, rivelare alcune fortunette che la boscaglia o lafolla mal coprì... e i molti chegozzovigliano un dì per digiunare una settimana con l’amata famigliuola e che non abbandonano il tumultuosostravizzo se non dopo» che la ragione è sfumata a rinforzi di bicchieri... solite appendici delle sagre, solite conseguenze delledivozioni clamorose, qui ed altrove, a’ nostri tempi ed a quelli de’ buoni vecchi. — C. Cantu’.La Madonna d'Imbevera.

2 I ragguagli che seguono sono tratti quasi interamente dalla pregiata opera Napoli e sue vicinanze già innanzi citata.

1 l risultati delle ricerche che si fanno nello Stabilimento medesimoverranno da ora innanzi pubblicali negli Annali del reale Osservatorio meteorologico Vesuviano,

1 Vedi la figura.

1Vedi la figura.

1Da questo specioso fenomeno prende origine una poesia allegorica del eh. Giuseppe Campagna che ci è grato di qui riprodurre:

AD UNA AMICA

 cui additavo il Vesuvio coverto di neve.

 Meco restati, e per poco

Al Vesevo il guardo gira,

Su quel monte pien di foco

Biancheggiar la neve mira;

E saprai com’io talora

Dentro avvampo e agghiaccio fuora.

 La vulgar maligna gente

Crede il cor leggermi in faccia,

Onde vien che ingiustamente

Di freddezza a me dà tacciai,

Pur col gelo in su la fronte

Ha le fiamme in sen quel monte.

 Quante volle il mio pensiero

Su pel mar, su per la terra

Su pel gemino emispero

Senza fren trasvola ed erra,

Mentre legami le membra

Un torpor che morte sembra!

 Quante volte il labbro tace

Mentre l’anima favella,

Ch’io mostrando al viso pace

ilo nel petto la procella,

E l'interno mio tormento

Men lo sfogo e più lo sento!

 Se l’insano esulta e spesso

Fa del saggio orrido scempio,

Se del giusto il capo oppresso.

Èsgabello al piè dell’empio,

Credi tu che a tant’orrore

Non mi frema in petto il core?

 Credi ch’io, dal duci trafitto,

Non lamenti il tristo fato.

Del bisogno derelitto

Del pudore insidiato,

Del voler senza possanza,

Del disio senza speranza?

 lo, con provvido consiglio,

Celo in me, quando non parlo,

Ardor tale che periglio

Mi sarebbe il rivelarlo:

Anzi spesso opro e ragiono

Per mostrarmi qual non sono.

 Nondimen tu pure in faccia

Scritto il cor leggermi credi,

E mi dai non giusta taccia

Di freddezza... Ali! vedi, vedi

Che col gelo in su la fronte

Ha le fiamme in sen quel monte.

 


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L'OLIANDOLO


ADAMO, la Dio mercé, nel secolo de’ lumi ed è somma ingratitudine il dimenticare l'oliandolo, la cui opera ha ilnobilissimo scopo d’illuminarci. Alcune teste calde, che maledicono a tutto ciò che ha muffii di vecchio, han rilegato il povero oliandolotra i giannizzeri del retroviodismo, volendo che questa portentosa nostra società non si abbia altrimenti a rischiarare checoll’abbaglianutto al più col fulgido gasse!

Questi adoratori di novità a quattro grana il pezzo (di cartastampata) fanno le bocche ogni volta che senton parlare del fetido, succido, stomachevole olio, e vorrebbono che come dalle vie delle coltecittà, da’ pubblici edifici e da’ teatri ebbesi il bando, pur lo avesse dalle case particolari, dove, a grande scandalo della civiltà, regnatuttavia nelle lucerne di ogni maniera, e fìnanco nelle aristocratiche lampadi che si addimandano carccls, in cui boriosetto e altero sfida la luce stessa del gasse!

Noi non siam del parere di codesti arrabbiali progressisti, ecrediamo in buona fede che l’olio valga ad illuminarci più del gas e della luce elettrica, con buona sopportazione degli elettristi che oggi domani ci faran sedere a mensa e ci metteranno innanzi unaimbandigione elettrica. Alle cose composte e artificiali antepognamo le semplici e naturali, e opiniamo che il succo d’un frutto come l’olivasia meno succido, meno fetido, meno stomachevole della putrida emanazione gassosa di marcite sostanze.

Ma non è questo il luogo di discutere un simil tema, onde, cirestringiamo a dire che se più viva e più estesa è la luce del gasse, più salutare è quella dell’olio e meno offensiva agli occhi, al naso eda’ polmoni.

Qui non vogliam tener parola della vendita in grosso di questobenemerito figlio dell’olivo, che rende così importanti servigi all’uomo col nudrirlo e illuminarlo. I vasti fondachi dove si smercial’olio, le grandiose botteghe Ravanas dove questo biondo liquore, racchiuso in lunghi bottiglioni, rassembra ad oro colato; il commercioin grandi proporzioni di questo genere, sul quale tanti si sono arricchiti e si arricchiscono per felici speculazioni; tutto ciò nonformerà il subbietto di questo articolo, che imprende a parlare d’una modesta specialità, la quale fa parte degli usi e costumi di questacapitale. Ciò non pertanto, crediam necessario il dire per le generali che tra le provincie del nostro Regno, le Calabrie e le Puglie sonquelle che danno maggiori e i migliori prodotti in olio. Gli oliveti sono la principal sorgente di ricchezze per que’ proprietari; benché lacosì delta malattia del verme abbia in qualche anno mandato a rovina la raccolta, siccome avvenne il 1858 a Rossano, a S. Vito ed in altri agridella calabra campagna.

Sogliono i nostri negozianti distinguere le diverse qualità di olicolle particolari denominazioni de’ paesi donde provvengono come olio di Gallipoli, di Monopoli, di Bari, di Taranto, di Rossano, di Giojaec.

Sono immensi i servigi che questo importante genere rende alcommercio, alla industria, alla igiene, e fìnanco alla medicina. Sotto il rapporto della economia, è preferibile a qualunque altro mezzod’illuminar le nostre case. Esso è l’occhio del povero operaio costretto a protrarre le sue fatiche fino a notte avanzata; e veglianelle notturne lampadi avanti a’ nostri letti nelle ore in che rinfranchiamo nel sonno la spossatezza delle nostre membra.

Egli è l’oliandolo ambulante quello di cui intendiamo tenerdiscorso. Chi non lo vede ogni dì passar per le nostre vie più frequentale ed anco pe’ più rimoti chiassuoli e ronchi e viottoli?Anzi, se dir dobbiamo il vero, rollandolo preferisce que’ quartieri e quelle strade dove il lusso non fa vana pompa delle sue mercistravaganti.

L’olio è modesto, e l'oliandolo è vie più modesto. Una sola voltaColio è superbo, ed e quando anima la religiosa lampada del poverello dinanzi alla Santa Immagine della Madonna. Ei sa che al suo postoinvidiabile non potrebbe sedere lo sbrigliato e profano gasse.

L’oliandolo si aggira dunque il mattino e nelle ore vespertine perquasi tutt’i quartieri della nostra capitale. Robusto e di buona salute, come tutti quelli che fanno gran moto, egli cammina, cammina,cammina, come l’ebreo della trista leggenda, e non si riposa che quando le tenebre cadono sulla terra. Allora la sua missione è compiuta; harifornito d’olio l’utcllo del povero e lo stagnuolo del modesto borghese; ha vuotato il suo otre e le sue misure, ed ha invece ripieno di monete di rame il suo borsello, che si gonfia a seconda che l’otre si sgonfia.

L’oliandolo esce il mattino verso le undici: la sua merce di dupliceuso non è di quelle che occorrono nelle prime ore del mattino; essa dee servire pel pranzo e per la lucerna; ond’ei non ha d’uopo di uscir pertempo. Noi non sappiamo il dove e il come l’oliandolo si provvegga della merce che dee spacciare: noi sappiamo, né il vogliam sapere,giacché sarebbe questa la maggiore indiscrezione, che potremmo commettere.

Questo industrioso non isdegna di frequentar le vie campestri e gliaprici colli dove a villeggiar si recano gli eletti del secolo e gli spensierati figli di Adamo. Spesso dal medesimo otre del nostrooliandolo esce l’olio che alimenta la divozione del pio contadino, le faticose veglie dell’operaio, e l’ozio delle dame eleganti. Spessol’oliandolo medesimo rischiara il misero nicchio al cui fioco lume esala l’estremo fiato l’indigente, che vola a raccogliere il premiopromesso da Dio alla povertà rassegnata, e la superba carcel, al cui splendido chiarore s’intrecciano le liete danze de’ ricchi.

L’ oliandolo nel suo commercio si contenta d’un parco guadagno, ed èfedelissimo a’ suoi avventori, verso i quali usa un linguaggio grazioso e gentile. Egli porta seco tutta la sua mercanzia in un otre che gli sipiega in su gli omeri a foggia di soma e i cui capi sono ripieni della preziosa merce di’ ei spaccia al prezzo giustissimo che corre inpiazza, e non rare volte con leggiero ribasso. Cingegli il fianco una fascia in cui sono appiccati i recipienti più o meno grossi a tenoredelle diverse misure, e un piccolo imbuto che serve a versar l’olio dall’otre negli stagnuoli de'  compratori .

L’oliandolo è pieno di unzione ne’ suoi modi, nella sua favella: vende volontieri a credito finché non si accumuli unasomma che passi lo sperabile del suo avventore 5 è galante (ino ad un certo limite, ed in tutto il governo della sua vita egli adotta perprincipi, per istinto, per gusto, per affinità di mestiere, il sistema delle mezze misure. Ma ciò che distingue in supremo grado questo probo industrioso da ogni altro che esercita il suocommercio peripateticamente si è la dolcezza del suo carattere pacifico e dabbene, a similitudine dell’olivo che rappresenta la pace, e dellaparticolar virtù che ha l’olio di mitigar l’acerbezza delle piaghe e di raddolcire gli stessi effetti del fuoco ch’egli alimenta.

Un’altra particolarità dell’oliandolo si è il suo vestimento che perlo più si compone d’un sol colore, per l’ordinario cenericcio, bigio, o cilestre scuro. Non sappiam divinare la ragione di tal costumanza,tranne che non sia per uno special distintivo della classe.

La parola ond’ei si annunzia per le strade è semplice, senza tropiesagerati (come soglion adoperarli i venditori d’altri generi), senza aggiunti. Questa parola è il vocabolo nudo nudo che esprime la suamerce uoglie (olio) il quale ei distende alcun poco, dandovi una malinconica eufonia, propria di quasi tutte le voci de’ venditoriambulanti appo i popoli del mezzodì.

FRANCESCO MASTRIANI.

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IL  PIZZAIUOLO

— Ettore, sei stato mai frequentato dei pizzajuoli?

— No.

— Ebbene, questo scritto non è per te.

Il frequentatore dei pizzajuoli è un giovane scapato, che non haoccupazione alcuna o è semplicemente occupalo a star seduto dalle undici alle tre, fornito di stomaco forte e di poca moneta.

Nelle ore vespertine va a trovare la sua bella, e o la conduca alpasseggio, o l’accompagni a qualche teatro dove si è avuto in dono un biglietto di palco, o le tenga compagnia in casa dove si fa il diavoloa quattro, o in qualunque altro modo si passi la serata (che finisce a mezzanotte o più tardi), sempre si conchiude col mangiare la pizza, perlo più nel luogo dove si fanno, talvolta tacendosela venire in casa.

Ma perché tutto proceda ordinatamente, cominciamo dalla definizione.

La pizza non si trova nel vocabolario della Crusca, perché si fa col fiore, e perché è una specialità dei napoletani, anzidella città di Napoli.

Prendete un pezzo di pasta, allargatelo o distendendolo colmatterello o percotendolo colle palme delle mani, metteteci sopra quel che vi viene in testa, conditelo di olio o di strutto, cocetelo alforno, mangiatelo, e saprete che cosa è una pizza. Le focacce e lo schiacciate sono alcunché di simile, ma sono l'embrione dell’arte.

Le pizze più ordinarie, dette coll'aglio e l'oglio, han per condimento l’olio, e sopra vi si sparge, oltre il sale,l’origano e spicchi d’aglio trinciati minutamente. Altre sono coperte di formaggio grattugiato e condite collo strutto, e allora vi si ponedisopra qualche foglia di basilico.

Alle prime spesso si aggiunge del pesce minuto; alle seconde dellesottili fette di muzzarella. Talora si fa uso di prosciutto affettato, di pomidoro, di arselle cc. Talora ripiegando la pasta su di se stessase ne forma quelche chiamasi calzone.

La bottega del pizzajuolo si componedi un banco su cui si manipolanole pizze, sormontato da una specie di scaffale ove sono in mostra i comestibili, e ingombro di vasi contenenti sale, formaggio grattugiato,origano, pezzetti di aglio cc.; di una serie più o meno estesa di camerini dove si mangia, che spesso hanno l'accompagnamento di unacamera superiore dove si sta con più libertà; e di un forno sempre acceso chemai non sazia la bramosa bocca. Oltre alle pizze, vi si puòmangiare tutto ciò che può essere messo in una tegghia o in un tegame e cotto nel forno.

Ogni bottega ha i suoi posti avanzati, cioè dei venditori di piccolepizze di un grano o di grosse pizze tagliate in più pezzi sopra tavolini leggerissimi con cui cangiano agevolmente di luogo, Il gridoordinario di costoro è nu ra una e mezza (un grano una e mezza); ed è celebre l’infaticabile monotona cantilena del pizzajuolo a S. Cosmo e Damiano: Na prubbeca, na prubbeca .

I monelli o i fanciulli che vanno a bottega fan colazione collapizza, e per lo più hanno la pasta inacetita rimasta dal dì innanzi. Più tardi, a misura che le pizze si fanno più fredde, i pezzi si fannopiù grandi per allettare il compratore.

Poi il forno rimane quasi interamente in ozio fino alla sera, e sipassa il tempo a intridere e dimenar la pasta, a grattugiar formaggio, ad affettar muzzarelle, a tagliuzzare agli, a soffregar ira le manil’origano per torne via gli steli, e a mille altre operazioni preparatorie.

Quindi s’incomincia a provvedere alle merende e alle cene deifattorini e degli operai. Nelle ore più tarde compariscono dei plenipotenziari che hanno l’alta missione di ordinar pizze da portarsiin casa, e contemporaneamente qualche allegra truppa viene ad occupare i luridi camerini del pizzajuolo.

Chi sono quei giovanastri che v’entrano sghignazzando e bociando? Èuna turba di scioperati, che han passata la notte al bigliardo giocando e scommettendo, e mentre son forse attesi alle case loro da una troppoamorevole madre, da un vecchio padre, o da una trascurata infelice consorte, trovandosi forti di appetito e deboli di borsa, pensano di farsi una pizza (s’intende che essi la mangiano e il pizzajuolo la fa) coll’ultimo avanzo d’un’infelice fortuna.

Stipati in un camerino, il primo che ad essi si presenta non è giùil pizzajuolo, ma il garzone della prossima cantina, che dice loro: Che vino comandale?

Provveduto all’imperioso bisogno d'innaffiare le aride fauci, siprocede ad ordinare la pizza, e cotta che sia, a mangiarla. A questo succedono le dolenti note, cioè il pagamento: spesso a questo punto sparisce qualcheduno dell’allegra brigata, sotto ilpretesto di qualche urgente necessita, spesso si stenta a raggranellare fra tanti il prezzo di quel che si è mangialo e trincato, spesso unsolo che ha un resto di pudore, per non fare una trista figura, paga per tutti senza speranza di potersene rifare.

Ma la scena si cambia: ecco un altro stormo che si cala alla macca,e con che fame divoratrice lascio a voi immaginarlo. Si compone di una mamma compiacente e di facile composizione, di due figlie da maritoemulataci delle qualità della mamma e di una ancor ragazza che aspira ad emular le sorelle, di tre figli oziosi che credono aver dritto apartecipare de’ complimenti che si fanno alle sorelle, di due orrevoli messeri che han promesso a mamma di sposare le due fanciulle appena cheessi avranno i mezzi di mantenere una moglie.

I primi ad entrare, con aria di padroni e baldanzosi del propriodritto, sono i signori fratelli. Seguono le sorelle, ridendo fra loro e fingendo di voler nascondere quel riso, simulando di vergognarsi comeRosina nel Barbiere o Norma nel D. Pasquale, colla pretensione di far credere ch'è la prima volta che si abbassanoad entrare in un luogo simile. Fan le viste d'imbrogliarsi, di confondersi, di non volere esser viste, e non ommettono mai di farsentire ad alta voce che sono uscite così come stavano vestite per casa. La mamma non dice una parola, e va a prender posto o in fondo aun camerino o su nella camera dove si è più fuor di vista e con maggior libertà. I due futuri sposi dispongono la cenetta colla maggioreeconomia possibile, raccomandando che il vino non sia forte da andare al cervello, che la pizza sia sottile. Vane precauzioni! tutto èingollato e tracannato in un momento, e o un qualche ardito fratello o una qualche vergognosetta sorella o la silenziosa e concentrata mammamanifesta il desiderio di qualche altra cosetta. Si domanda al pizzajuolo che cosa abbia di buono, e costui naturalmente propone lecose di maggior costo. Non c’è che fare: i due proci di quelle Penelopi fanno di necessità virtù, e debbono finanche pagare i sigari pei trefratelli, i quali per unico compenso sono i primi a battere la ritirata e nel ritornare a casa formano la vanguardia lasciandosi dietro arispettosa distanza le due fortunate coppie.

Durante il baccano che questa comitiva fa nella stanza superiore,nell’angolo più oscuro della bottega prendono posto un uomo e una donna: il primo ha una fanciullina per mano, l’altra tiene allamammella un bambino magro e pallido. Senza por mente ai loro vestiti, basta guardarli in viso per leggervi l’indigenza e lo squallore.Domandano una pizza di tre grana, condita solo di olio e di aglio, non prendono vino, e il pizzajuolo si fa pregare più volte prima di darloro un orciuolo d’acqua, aspettano un buon tratto che la loro meschina pizza sia cotta; la mangiano con un’ansietà che ben rivela come il loropranzo abbia dovuto esser frugale e sottile. La bimba ben dimostra cogli atti del volto intento a ciò di che è piena la bottega, che lasua fame è tutt’altro che appagata: il padre e la madre al contrario sembrano, se non contenti, rassegnati. Il bambino in quel puntocomincia a piangere, forse perché trova arida la fonte del suo nutrimento.

Il pizzajuolo volge uno sguardo truculento a quel gruppo, e mormoranon so che parole. A questo la famiglinola si mette in via procurando di non urtar nessuno sul suo passaggio, e va a cercare in un sonnotranquillo nel suo bugigattolo nuove forze alle fatiche e ai travagli della dimane.

Lettore, vorrai forse accusar costoro di andare a spargere tristezzae malinconia in un luogo che spira gioia e tripudio? Se così pensi, hai torto: chi vuoi tu che s’incarichi di coteste miserie!

Non che rendersene mesto, non c’è un’anima che vi ponga mente. Sipaga spesso per l’amante e pei suoi fratelli, si paga per l’amico o per gli amici, si paga finanche per gente che si conosce solo di vista: maper cotesti miserabili chi vuoi che spenda un soldo?

Passano inavvertiti; e se il pizzajuolo se ne accorge, è perchévorrebbe che mangiassero fuor della porta e non venissero a profanare col loro miserabile aspetto il tempio della spensierata allegria.

EMMANUELE ROCCO.

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MASSA E CAPRI

MASSA

LA vigilia del 15 agosto del 1859 un enorme cartello in mezzo Toledo annunziava al pubblico che il piroscafo Partenope faceva una gita di diporto a Massa e a Capri, sicché fu per meun’operazione di pochi minuti l’andare a casa per prendere il mio sacco di viaggio, correre all'Immacolatella e imbarcarmi in uno di queipalischermi detti vuzzarielli che fanno l'uffizio di omnibus, accogliendo i passeggiai per tre grana a persona pel transito sino a’ battelli a vapore.

Colli beati e placidi del promontorio di Minerva,

Dal bel rapir mi sento

Che natura vi diè:

Ed esule contento

A voi rivolgo il piè.

Io era stato altre volte a Massa per certi sentieri che da Sorrentoivi conducono e che i naturali di que’ luoghi si ostinano a chiamare strade, le quali non sono né carrozzabili e in alcuni punti neanche asinabili; ed avea sovente per quei dirupi, noti solo alle capre ed a’ paesisti,fatte delle escursioni da artista. Avea ammirate le frappe, le sinuosità del mare, le rocce sublimi del S. Costanzo, dagli antichidetto monte Canuto, le apriche colline rivestite di mirti avea ammiralo in alcuni punti il fenomeno di vedere il cielo quasi sotto i piedi,perché il sottoposto mare ceruleo visto in sul cadere del sole a traverso di scoscese selve di olivi che arrivano al lido del mare,produce all’occhio la illusione di scambiare il mare pel cielo: e avea cosi dimenticati i disagi della via. M'è rimasto anche impresso nellamemoria il bizzarro Nerano, villaggio ove fa notte innanzi sera, perché l’alto monte di S. Costanzo lo ricopre interamente dalla parte dioccidente.

La prima volta che io mi trovai a Nerano fu in sulle 23 ore, equantunque il cielo fosse sereno era tale l’oscurità che credetti fosse mezza ora di notte. Risalito a Massa con somma sorpresa vidi il soleche si accingeva a tramontare dietro le montagne di Procida.

Così nella mia immaginazione credetti che avessi fatto in pochiminuti un viaggio agli antipodi. Riandava ancora nella mente il curioso paragone che il mio ciucciaro fece delle isolette dell’Ischia e de’Galli che costeggiano il promontorio di Massa nella parte del golfo di Salerno, le quali, secondo lui, sono la guarnizione di patate checircondano l'enorme rosbiffe del promontorio di Minerva.

Così la speranza nel rivedere queste piagge sorrise dal cielo enelle quali la natura s’è mostrata in tutti i suoi diversi stili, ora sublime, ora gaia, ora umoristica, or severa, rallegrava interamentel’animo mio.

Durante il transito del battello a vapore mi venne dato di scambiarequalche parola con un cittadino di Massa, e non tardai a legarmi con lui in amicizia perché era l’uomo di cui andava in cerca, lo scienziatoper antonomasia, il prontuario ambulante di Massa: in una parola, era il farmacista.

Ogni farmacista è l’archivio, la tradizione ambulante, la storiafatta uomo, l’arca della scienza di un villaggio. Accanto alle droghe, su quelle vecchie ampolline si annidano i secoli e le Muse, Apollo edEsculapio, l’erudizione antica e la maldicenza moderna, e in quelle botteghe sulle quali è dipinto il caduceo conversano le sommitàpensanti del paese, cioè il medico condottalo, il canonico, l’avvocato del giudicato regio e il sindaco, sole persone che no’ paesi hanl’obbligo di saper leggere e scrivere!

La livrea di scrittore, la quale e per me peggiore della camicia di Nesso, mi mise nelle buone grazie del mio cicerone, sicché fui fortunato di essere suo ospite, favore che accolsi conpiacere, perche in Massa non sono alberghi e quei che andarono cola per vedere la festa pernottarono sul battello a vapore.

I discorsi della cena volsero sulle antichità e sulle condizionigeologiche di Massa. Con le autorità del Breislak e del Milano si convenne tra una portata e l’altra che in S. Maria della Neve sitrovano delle vestigie di un vulcano estinto, opinione confermata dal fatto dei rimbombi sotterranei intesi non ha guari in Termini.

Si trattò a’ frutti della questione dell’origine di Massa, e siconvenne che i soliti Greci, a’ quali si attribuiscono tutte le fondazioni, si stabilirono ab antico in Massa e che costruirono il tempio di Apollo a Crapolla e l’altro alla punta dellaCampanella, al quale i naviganti nel passare facevano le libazioni col vino.

Dopo i frutti furono raccontate le glorie e le sventure di Massa. Laguerra navale sostenuta da’ Massosi di conserva con la Rotta Sorrentina contro gli Amalfitani in quel tempo del Medio Evo quando le repubblicheitaliane si divoravano a vicenda, fu soggetto per noi di molte chiacchiere. 11 vino fa scaturire molta scienza nascosta nel cervello!E poi Massa divise le sue sventure con Sorrento nelle continue invasioni de’ Saraceni che infestavano il Mediterraneo.

Quando accendemmo i sigarri incominciò la discussione sull’etimologia di Massa.

Il farmacista sostenne che essa prese nome da un liberto di Nerone eche il qualificativo di lubrense derivava dal delubro per antonomasia, ossia dal tempio di Minerva. V’ha chi crede che runione di diversibeni, ossia della fertilità del suolo, della purezza dell’aria e della moltiplicilà de’ pesci delle sue acque fosse espressa nel nome Massa: Massa bonorum, come dice un distico di non so quale antiquario.

Dal campo delle antichità io volli scendere nel campo positivo de’prodotti del paese. Il vin di Massa avea presso a poco tra gli antichi la stessa riputazione del vin di Sorrento, chiamato da Tiberio acetogeneroso o meglio un plebeo ingentilito. Ma la sua ricchezza principale è l'olio, onde fa grande smercio nella capitale per mezzo delle barcheche giornalmente lo trasportano.

Chi va all'Immacolatella verso le dieci del mattino troverà unaflotta di legni a vele latine, da’ quali irrompe sulla banchina e si sparge per la capitale un esercito di marinari di Massa e di Sorrentocarichi di olio messo in recipienti di latta.

Mi venne durante la digestione il ticchio di dimandare il mioanfitrione delle famose ricottelle di Massa che si smerciano in Napoli, e seppi che quelle vendute tra noi sotto questo nome sono unacontrafazione, sono per così dire apocrife: sono esse una calunnia a’ ridenti pascoli delle montagne di Massa!

Le famose ricottelle si consumano colà nel paese e appena appena pereccezione vengono smerciale ogni mattina in Sorrento da quattro o cinque vispe fanciulle, che campano la vita girando pe’ limitrofivillaggi e ne’ giorni festivi arrivano sino a Siano e a Vico.

Dopo poche ore di sonno venimmo svegliati dalla banda de’ Veteraniinvalidi, che nella ricorrenza della festa della Libra avea l’incarico di far levare i Massosi tre ore prima del giorno. Mi sveglio c, comeun’apparizione in un ballo fantastico,mi si presenta la fantesca del farmacista, la quale era l’Ebe che mi offriva il caffè.

Bestemmiato il Brasile, che manda pel consumo de’ paesi del regno ilcalle col sapore di ceci abbrustolati nel tegame, e benedetto il farmacista che avea il gusto di avere una bellissima fantesca, mi levaidi letto. Se la fantesca avesse saputo Petrarca le avrei rivoltato un sonetto per lodarla. Essa già avea fatto toletta a modo delle forosettedel paese, come le donne Sorrentine avea la spadella, vera faretra di amore!

Quel terso argento spiccava immensamente nella nera chioma. Larosetta di perle, lo spensero gallonato, la gonna di seta co’ finimenti di galloni di argento sono il costume delle Massosi, presso a pocosimile a quello delle loro vicine, le Sorrentine.

La notturna festa di Massa rassomiglia molto a quella di PiedigrottaCento gruppi di cantanti e di suonatori sparsi per le montagne, co’ quali fanno eco giù dal mare i suoni e i canti di cento barche di queiche accorrono da Sorrento e dal Piano, rendono veramente deliziosa la notte del 14 agosto. La luna dal suo alto seggio del cielo parca chefacesse in tale occasione da maestro direttore di tutto questo concerto.

Il mio ospite al suono della banda si era già levato, ed eccolosulle mie peste. Ripigliammo i discorsi interrotti dopo cena, e gli fui debitore della conoscenza di alcune particolarità su gli usi e costumidi questo paese.

Il mulo e il padre de’ matrimoni, è il Dio Imene di Massa. Appenaamore mette in istato di assedio un cuore maschile Massese, il mulo Imene è incaricato di far la domanda a’ genitori della bella e dispiegarsi con lei. Si prende un rispettabile mulo e si para tutto a festa con nastri di seta e campanelli, e con in testa una pettinaturadi rose, sicché sembri una donna appaltata a S. Carlo durante l'esercizio delle sue funzioni di spettatrice spettacolosa.

Inoltre si veste questo animale di una ricca gualdrappa di pannorosa contornato di fasce di argento, e su di essa si colloca un armadio. Cosi parala a festa la bestia vien condotta nel portone dellabella. Il mulattiere scarica l’armadio nella casa della donna amata dal suo committente ed è il plenipotenziario dell’amore e del matrimonio.Dopo un mese, mercé la cooperazione del mulo, succede il matrimonio.

Anacreonte incaricava l’amabile colomba delle missioni erotiche: aMassa vengono incaricati i muli: oli differenza di poesia di amore!  

Un’altra particolarità sulle donne di Massa é la favola del Revece.

E questo uno scoglio distante pochi passi dalla marina, al qualeesse van debitrici dello sviluppo troppo pronunziato delle loro groppe, sicché non han bisogno del crinolino che Unga di aumentarne il volume.È favola che un bel di deliberarono di tirare a terra quello scoglio, e tirando e tirando, per volere di Nettuno oltraggiato, si ruppe la fune,sicché esse caddero sedute sull’arena. E come Anteo toccando la terra acquistava forza, cosi le Massosi acquistarono un volume maggiore ne’lombi.

Se fosse vera questa favola, quante signore napolitane peracquistare maggiore e positivo ingrandimento correrebbero a tirare con le funi il Revece: non fosse per altro che per risparmiare la spesa del crinolino! Tra gli usi caduti in quel paese ven’era uno strano che fu in vigore sino al principio del secolo presente. Esso consisteva nel trionfo di un gatto che si poneva soprauno stendardo e si conduceva a suon di festive bande per le vie. Gli Scandinavi aveano consacrato il gatto a Fraja, Deità che corrispondevaalla Venere greca. I Massosi ne’ secoli scorsi onoravano questa bestia forse per la sua prerogativa ili esercitare l'ufficio di policeman contro i topi.

Dato un addio a Massa e alle sue vispe foroselle calai giù alla suamarina, perche già il fischio del Vapore ci annunziava esser prossima la partenza per Capri.

CAPRI

Eccoci finalmente in Capri; il mio fido Acato, il mio Mentorefarmacista è alla mia destra. Al fischio del vapore già tutta la popolazione è in movimento. Quell'isolani, che mancano di ortaggi,veggono assicurala la loro insalata ogni qualvolta arriva da Napoli un vapore, che suole importare colà una trentina d’inglesi e una provvistasettimanale di lattuga e d’indivia. I battellieri si affollano intorno al vapore per contendersi tra loro gli arrivati che debbono pagare iltributo della visita alla grotta azzurra.

Io trovai la mia tranquillità arrivando. Il farmacista durante iltransito da Massa a Capri mi avea fatto bersaglio di tutta la sua scienza geologica intorno a quell’isola. Mi mostrò che falsa eral’opinione degli antichi che Capri in un tremuoto fosse stata distaccata dalla punta della Campanella e trasportata nel luogo ove orasembra una capra dormiente, dalla quale bestia prese il nome. La sua opinione geologica sull’isola era che questa fosse stata uno scogliosottomarino uscito come una Venere dalle acque quando, rotto lo stretto di Gibilterra, il mare ingrossò a discapito del Mediterraneo che era unlago, secondo lui, e che impiccolì molto dopo tale cataclisma. Vi farò vedere, diceva egli, la pruova che il mare arrivava molto alto inquest’isola quando osserveremo sulla sommità orientale di essa, nella strada che mena alla Madonna del Soccorso, uno strano masso calcareoche co’ suoi mitoli litofagi fa fede che le onde dei mare arrivavano, in un’era forse lontana, sino in quel punto.

Sbarcati dal piroscafo ci mettemmo in vari palischermi per visitarela grotta azzurra, la quale giace lunghesso la costa settentrionale dell’isola verso il golfo di Napoli, in un silo non molto distante dal capo delle gradelle nel territorio di Anacapri.

Prima che due giovani Svizzeri Copis e Frisi entrassero a nuoto inquesta grotta e scovrissero lo strano fenomeno dell’azzurro, essa era tenuta da quell'isolani come il ricetto delle streghe che ivi avevanoconciliabolo, a loro dire, e che poi in prosieguo, non so per quale incantesimo cacciale da quel sito,rifugiarono all’ombra del famosoalbero di noce di Benevento.

L’erudizione, la scienza e la poesia alla vista della grotta feceroscaturire torrenti di eloquenza dalla bocca del mio compagno di viaggio, cioè del mio cicerone, il farmacista. Egli mi spiegò come l’azzurro si genera dal fondo dell’acque non illuminateabbastanza dalla luce che penetra pel breve ingresso, ma sibbene rischiarate da una seconda apertura sul destro lato. Questa aperturascendendo nell’acqua ventidue piedi dà un vasto adito ai raggi di luce, i quali penetrano nella grotta e ne illuminano il fondo col fenomenodella refrazione. Bello è il vedere gli oggetti illuminati in quelle azzurrine onde e contornati tutti di fili di lucido argento! Ilcorrispondere la grotta sotto opere di fabbriche antiche e le vestigie d’un aperto cammino che in esso si osservano, mostrano che a’ tempi de’romani doveva essere praticata come sito opportuno per bagni. E se Svetonio e Tacito non ne fanno menzione, è avvenuto perché il fenomenodell’azzurro allora punto non esisteva, avendo il mare posteriormente cambiato livello, come fa fede il tempio di Serapide a Pozzuoli.

Toccava però a’ moderni poeti cantare questo fenomeno di luceinnestandolo alla mitologia. Infatti un poeta russo ha cantato come Glauco, dopo condannato dal cieco destino a tramutarsi in pesce,rifugiò in questa grotta dove, gli Dei mossi a pietà del suo infortunio permisero che si spogliasse della sua forma di pesce, non lasciando dilui in quelle acque che l’azzurro e l’argenteo delle sue squame, per eternare la memoria delle sue sventure e del suo nome. Glauco infattiin greco significa azzurro.

Dopo il pellegrinaggio alla grotta azzurra ritornammo al punto dondeeravamo mossi, cioè alla marina di Capri. Allo scendere dal palischermo uno squadrone di asini ci attendeva. Una cinquantina di amazzoni acavallo a quelli animali vennero a noi incontro per rapirci di viva forza, contendendosi il pomo di Paride che noi dovevamo dare a’ loroasini in premio della bellezza delle conduttrici.

Dato il pomo a’ due più brutti asini che appartenevano alle due piùbelle foroselle, ci avviammo a cavallo sopra Tiberio, ossia nella villa di Giove, contenti di aver per conduttrici due fanciulle degne difigurare per modelli in uno studio di un pittore greco.

Salito un piccolo tratto con l'animo inteso ad ammirare lapittoresca vegetazione dell’isola, una voce chioccia mi svegliò da’ sogni poetici del bello, fatto aria e vegetazione in quei siti, sicchémi volsi indietro, ed ahi vista orribile! due brutte Azucene, due vecchie streghe erano succedute alle due belle conduttrici. Capiiallora solo che la bellezza a Capri è un mezzo per affittare gli asini e che appena conseguito lo scopo si svapora e sparisce.

Questo è il vero portento a Capri, il vero giuoco di bussolotto, ilvero prestigio, maggiore di quello che gli amici di Augusto operarono quando all'apparire colà del vecchio imperatore fecero rinverdire unainsecchita elce per dargli ad intendere esser quello un prodigio operato dagli Dei per mostrare che la sua salute dovesse rifiorire.Vano prestigio! Dopo pochi mesi, a dispetto dell’elce, Augusto mori a Nola!

Eccoci finalmente che scorgiamo la Torre del Faro, che addomandasi colà sopra Tiberio.

Questo monumento era un fanale che serviva di guida a’ naviganti chepassavano per le bocche di Capri, ed era tanta la luce che tramandava quel faro, che Stazio lo chiamò emulo della luna  .

Capri è un’isola dramma per cosi dire: l’incanto delle bellezze chela natura a piene mani le ha largite trova un contrasto nella memoria delle scelleratezze che ivi si compivano. È una cupa scena di sangue edi turpitudini rappresentata in un quadro il cui fondo è tutto gaiézza, tutto riso. È un’isola antitesi tra la natura e l’uomo. Mentre ammiratela prospettiva di vallette e promontorii, e le rocce che disegnano linee bizzarre e sublimi, e le cui aride cime spiccano sul verde de’pampini delle vigne e sull’abbronzito color de’ gruppi di olivi, dall’altra parte lo spettro del più gran mostro d’iniquità vi si ponedinanzi con migliaia di vittime che gridano ancora vendetta.

Vi affacciate alla rupe del Salto, dalla quale il mare a smisurata altezza si mira a picco, e l’immaginazione vi farà vedereelevarsi dal fondo delle onde avvolti in un lenzuolo di sangue gl’infelici lanciati dall’alto della rupe e lacerati nelle membra dallepunte delle taglienti pietre .

La mano del tempo va distruggendo di giorno in giorno i ruderi,sparsi in diversi siti, di marmi orientali, di elette colonne e di magnilici ornamenti che fan fede della esistenza della Villa sacra aGiove.

Le grandi conserve di acqua, i musaici e una specie d’informe teatroche ivi si rinviene, mostrano chiaro che questa era la principale delle dodici Ville di Capri .

Ora in questo sito eminente alberga un cosi detto eremita, il qualepresenta a’ viaggiatori una copia di Svetonio affinché ivi leggessero tutte le scelleratézze di quella bestia feroce alla quale Roma avrebbedovuto fare da M. Charles, il domatore delle tigri, se Tiberio non fosse stato il riflesso degli uomini che componevano il digeneratoimpero romano.

Tiberio non era altro che la illazione di quel sillogismo dettoRoma, di quella Roma guasta dal lusso e dal desiderio smodato delle ricchezze.

Se per poco non volete leggere Svetonio, l’eremita vi mostrerà chein quella Villa di Giove Tiberio nutriva con le sue mani uno smisurato serpente , che di lassù fece gettare in mare quel malaugurato pescatoreche il regalava di una smisurata triglia. Vi spiegherà che da quelle logge egli vedeva morire piombati nelle onde tutti i suoi indovini,tra’ quali soltanto salvò Trasillo e l’ebbe caro perché gli predisse lunga vita. Di qui guardava spesso per scorgere i segnali che glidoveano annunziare l'eseguita morte di Sejano.

Qui disse a Caligola che in sua presenza beffeggiava Silla: tu avrai tutti i suoi vizii ma non una delle sue virtù.

In queste stanze alla sua presenza si arrestava per ordine delSenato Asinio Gallo, e qui vennero senatori, cavalieri e tribuni del popolo e capitani vittoriosi per strisciare dinanzi al padrone di Roma,sicché questa malaugurata isola fu la capitale del mondo.

Sommati i flagelli che posteriormente afflissero il mondo, comparatele vittime di essi a quelle che da questa villa di Giove furono decretate, Tiberio nella storia dell’umanità rappresenta un flagellomaggiore della peste, della guerra e del tremuoto.

Dopo aver lasciato l’obolo all'eremita e iscritto il mio nome equello del farmacista nell’album de’ viaggiatori che colà si conserva, passammo altrove.

Visitati gli avanzi della Villa di Giove e di Torre del faro il miofarmacista cicerone mi condusse ad osservare il tempio di Matromania, che i naturali di Capri chiamano corrottamente il tempio delmatrimonio. Sui primi scalini della rampa che mena al tempio ci fermammo un tantino per vedere lo svariato panorama che si presentavaai nostri occhi. Le rocce di Capri si elevano come per incanto dagli abissi del mare. Se un paesista ritraesse a puntino la tinta calda diquei massi nudi e perforati e tagliali a cono avrebbe la taccia di manierato e di esagerato. Da questi scalini si ammira la costaromantica di Amalfi, tanto famosa nei tempi di mezzo, ed ogni vela che scorgete in quel golfo vi sembra un monumento parlante di uria dellepiù grandi glorie italiane, cioè di Flavio Gioja.

Da quel punto scorgete le spiagge dell’antica Pesto, che terminacome punta nel capo di Licosa, ed al di là quasi spianate vi appariscono le lontane montagne della Basilicata.

Nella valle che mena al tempio di Mitra furono scoverti de’ rozzi sepolcri greci e degli eleganti sepolcri romani. Qui il mio cicerone si piantò come un attore e mi recitò i versi del conte Rezzonico, che sonola traduzione d’una greca iscrizione rinvenuta sulla tomba del giovanetto Ipato:

Demoni invitti, abitator di Stige

Me pur d’ogni altro più tapin vi piaccia

Nel pallid'Orco ricettar. Non io

Son dalle Parche, ma da forza tratto

D'ingiusta morte ed improvvisa. Assai

M’avea de’ doni suoi Cesare ornalo;

Or de’ miei padri la speranza e mia

Tronca riman. Non quindici anni avea,

Non venti, ahi lasso! e più non veggo il giorno.

Ipato è il nome. I genitor ne priego,

E il misero fratel cessin dal pianto.

Iddio ci liberi di essere erudito, disse Vincenzo Monti nelle notealle satire di Persio. Io mi ricordai di questa massima del poeta quando nel visitare il tempio di Matromania fui sotto il pesodell’erudizione del farmacista mio mentore.

Omero che parla nell’Odissea del quadrante solare che Faracidecostrusse a Scilo, dentro una caverna presso a poco simile a questa di Capri; Stazio che annoverò Mitra tra le divinità di Napoli, furoncitali dal mio cicerone, in ultimo facendomi osservare nella grotta mitriaca le vestigio delle nicchie ove eran le statue, la buca dove erail sangue delle vittime e le due stanzette ove i sacerdoti alla barba de’ devoti raccoglievano le oblazioni e banchettavano, conchiuse cheMitra era il nume degli equinozii e de’ solstizi. Fortunatamente mi salvai dalla spiega del bassorilievo ivi rinvenuto, perché dissi diaverlo ammirato nel Real Museo.

Stanco di sentir più parlare di Mitra e di Tiberio, delle dodiciville, dissi chiaramente al mio conduttore che la lame incominciava a far ribellare i miei succhi gastrici. Quindi montati sull’asino ciriducemmo nell'albergo del signor Pagani, poco distante dal villaggio di Capri.

Sedemmo a tavola e fui commensale degli altri napolitani e degli stranieri convenuti con la Partenope nell’isola. Io proposi nel sederci a mensa di bandire i discorsi diantichità, volendo evitare delle polemiche archeologiche che, rallegrate dal vino di quell’isola, avrebbero potuto Unire al modo comeLesage racconta che avevano fine in casa del cameriere di Gil Blas le dispute letterarie.

La conversazione cominciò stranamente con una dimanda curiosa fattada un inglese al nostro locandiere. Egli dopo aver letto nelle bottiglie: Capri rosso e Capri bianco volea sapere se Anacapri fosse stato Capri rosso e Capri si dimandasse Capri bianco.

Il locandiere a tale interpellazione non si perdette d’animo, escorgendo che tutti noi sorridevamo di soppiatto, mostrò che la dimanda poi non era tanto strana, perché effettivamente il territorio di Capriproduce il vino rosso e quello di Anacapri il bianco.

Al discorso del vino il mio farmacista credette che era venuto ilsuo turno di parlare e perciò lungamente mostrò che il vino generoso dell’isola sì caro ai Romani era calunniato in Napoli per lafalsificazione che se ne fa, vendendosi il vino di Puglia per Capri.

La quale falsificazione è stata messa in evidenza negli ultimi diecianni in cui l’isola non ha prodotto nemmeno un grappolo d’uva mentre i magazzini nella capitale riboccavano d’infinito numero di botti di Capri rosso e di Capri bianco.

11 farmacista dopo di avere fatta la statistica della quantità dibotti che produceva l’isola prima della malattia, le quali ascendevano circa a duemila, ci tenne parola dell’olio, altro prodotto principaledi quelle terre, il quale per la sua squisitezza ha molta riputazione in Napoli e all’estero.

Dopo del vino cadde il discorso sull’acqua. Il nostro albergatore ciraccontò che siccome Anacapri è sprovvista di acqua le contadine di quel villaggio scendono ogni giorno per i famosi 536 gradini perprovvedersene nel piano del sottoposto villaggio di Capri, sicché bello è il vedere all’alba e in sul tramonto una numerosa schiera difanciulle Anacapritane con i tini in testa recarsi alle fontane come in pellegrinaggio .

La sera fu passata in crocchio con alcune notabilità del paese, lequali ci misero al corrente di diversi fatti, tra quali e da raccontare quello della invasione de’ medici e de’ farmacisti nell’isola.

Sapemmo che quelli abitanti arrivavano sino alla longevità, e quandoper disavventura infermavano, ricorrendo al succo di certe erbe guarivano. Un bel dì si fissarono colà un medico e un farmacista e lesorti dell’isola mutarono. Pandora aprì il suo vaso e le diverse infermità, ignote ivi da secoli, afflissero il paese.

Ci venne anche raccontato l’uso degli sponsali in Anacapri, e tra lealtre particolarità quella che le spose, al dipartirsi che fanno dalla casa paterna vengono ricoverte di grano che i genitori in augurio diabbondanza spargono sul crine di esse.

Ci venne in ultimo spiegato il costume delle isolane. Le donnevestono graziose gonne colorate con grembiale rosso o verde di seta e con corpetti adorni di liste doro, legando con nastri rossi le manichedelle camice. I loro capelli sono adorni anche di nastri e vengono divisi in due trecce che cadono sugli omeri rattenute da spadelle di argento dorato.

Finito il conversare ci riducemmo stanchi a letto e dormimmo saporitissimamente.

All’alba venni desto dal fischio del vapore Partenope che annunziava essere pronto alla partenza. Dichiarai al mio mentoreessere mia intenzione di restare per qualche giorno a Capri per osservare il resto dell’isola. Egli si accomiatò da me, dicendomi:

— Vuoi fare come Dante, che cambiò cicerone. Ora tu lasci me che sono stato sinora

il tuo Virgilio, e ti auguro che troverai una buona Beatrice che mi succederà nell’incarico di guidarti.

In verità il modico prezzo di dieci carlini al giorno pagatoall’albergatore Pagani per letto, colazione, pranzo e cena, il vino schietto del paese, le quaglie arrosto, i pesci squisiti, il sorrisodelle donne, e le birbonerie di Tiberio furon le vere cause che mi decisero a restare per qualche giorno .

La prima cosa osservata da me nel secondo giorno della mia dimora nell'isola furono le Camerelle.

Queste eran le famose Sellarie, vera università di laidezze, nellequali era la biblioteca de’ libri osceni e la pinacoteca di tutti gli oggetti di arte esprimenti turpitudini. Sbianche le lucerne ivirinvenute han fatto fede, con le oscenità in esse effigiale, a qual punto di raffinala deboscia fosse giunto l’uomo più bestiale dellastoria.

Dopo le Sellarie mi venne in mente di vedere lo scoglio delMonacone, nel quale si osservano ancora degli avanzi di opere antiche. Qui Masgaba il favorito di Augusto fondò la colonia de’ perditempo,donde d’isoletta tenne il nome di Apragopoli, cioè città degli oziosi.

Narra Svetonio che questo scoglio eccitò la vecchia musa di Augusto,il quale vedendo dal triclinio della sua villa alla punta di Tragara una quantità di genti che confuse onoravano la tomba di MasgabasulFApragopoli disse in greco a Trasillo che seco lui cenava:

Veggo del conditor arder la tomba:

Vedi Masgaba con faci onoralo.

Ma la escursione più piacevole per me fu quella delle grotte. Oltrela grotta azzurra che gli stranieri han fatto diventare tanto in moda, sicché Capri non significa altro che grotta azzurra, io visitai tra lealtre quella detta del ricovero sotto il monte Castello, capace di contenere 1500 persone. In essa rifugiavano i Capritaniallorché i corsari infestavano l’isola, e la ebbero un momentaneo rifugio le belle isolane nei tempi in cui le nostre costiere fornivanoun’ampia raccolta di odalische a’ serragli dei barbari pascià dell’Affrica.

Le altre grotte degne di essere memorate sono quelle dell'Arsenale e l’altra dell’Arco.

Celebre l’una per le costruzioni navali in essa da’ romani eseguile,come fan fede e la sua ampiezza e gli strumenti nautici ivi rinvenuti, e l’altra per la materia animale che cola dalla volta .

Ma più famose di queste sono le quattro grotte presso Truglio ripiene di argilla con le quali gli antichi, al dire degli archeologi, fabbricavano i così detti vasi murrini.

Dopo aver visitala la pittorica marina di Mulo, gli avanzi deltempio delle sirene, Anacapri che rimbomba sotto i piedi come la Solfatala, il castello del corsaro Barbarossa, le antichità di Dàmecuta , mi ritirai a sera all’albergo per passare a rassegna e sbaragliare i prodotti comestibili e potabili dell’isola che valgonopiù di Tiberio e delle sue dodici Ville.

Finito il desinare il mio albergatore, per farmi passare la serata,mi preparò una festa di ballo giù al cortile. Al primo accordo delle chitarre de’ tamburi, e de’ flauti calai giù al portone. I componentidell’orchestra seduti sulle botti intonarono il ritornello della tarantella e dopo qualche minuto eccoti venire dalla marina i marinarie tutte le belle contadine del villaggio di Capri.

In Capri io capii per la prima volta tutta la poesia dellatarantella. Quelle isolane han conservato la figura, la grazia e l’espressione delle bellezze greche di cui sono le discendenti. Questegiovinette dagli occhi del colore della grotta azzurra hanno ereditalo il più antico ballo, la tarantella, il quale non può esser che diorigine greco.

Questo hallo fu eseguito e ballato in prima dalle leggiadre grecheche serviron di modello a’ quadri di Zeusi e di Apelle, e venne ideato dalle Grazie stesse per mettere in evidenza le più belle forme e fared’ogni atteggiamento un argomento per un quadro.

La tarantella, come l'ho vista a Capri, e un piccolo dramma, è uniddio, anzi è l'intero canzoniere del Petrarca, in essa si svolgono l'amore, la gelosia e tutte le altre passioni:

Dolci ire, dolci sdegni e dolci paci.

La danza principia tra due giovani che si amano. Al loro primosaluto, a’ loro primi passi animali dalla gioia e dall’amore non tardano a seguire la volubilità il malumore e lo sdegno. Ma il danzanteè quello che ha più ragione, e la sua compagna, rientrata in se stessa gli confessa il suo torto e cerca trattenerne la partenza tino apiegare un ginocchio al suolo.

L’uomo allora le gira intorno vittorioso, e la perdona rialzandola amorosamente. Ma ben presto succede la scena contraria.

Questa volta è l'uomo che ha mostrato infedeltà e leggerezza: ladonna gli mostra il suo disprezzo allorché egli piega alla sua volta il ginocchio dinanzi alla bella, la quale non tarda a perdonarlo. Allorafelici. e giulivi entrambi mostrano con la loro danza animata e piena di vivacità e di trasporto che il loro amore è coronato.

Le castagnette percosse tra le dita de’ danzanti e alternale colsuono della chitarra e de’ tamburrini adorni di sonagli, dànno un carattere tutto particolare a questo ballo nazionale, che si può direnato in Capri. Le più festive danze moresche, andaluse o castigliane sono certo inferiori alla tarantella.

È tradizione nell’isola, che le sirene, che ivi avevano stanza, dopoche videro Ulisse sfuggito alle seduzioni del loro canto con lo stratagemma della cera negli orecchi, pregarono le Grazie di dare adesse qualche attrattiva più potente del canto. Allora fu che le Grazie inventarono la tarantella, la quale non potuta ballare dalle sireneperche senza piedi, fu dalle tre dee insegnata alle belle abitatrici di Capri donde poi passò alle popolane di Napoli.

La tarantella tu per le sirene come il canto pel cigno. Essa ful’ultimo atto della loro seduzione, dopo del quale si gettarono in mare e perirono. Così le predizioni erano adempite! Il cadavere diPartenope, gittato dalle onde sulla nostra costa diede il nome a Napoli:

Opoca vostra nobiltà di sangue!

La nostra città trasse dunque il nome da un cadavere di un mostro marino!

Dopo la tarantella fu eseguito il trescone, ballo conosciuto soltanto in quell’isola. Esso è eseguilo da otto coppie e anche daquattro, le quali girano a due a due intorno intorno e formano un gran cerchio, con mosse cd intrecci bellissimi: la musica, che sembrasuonata da baccanti, batte in cadenza. La grazia e la sveltezza del trescone mi fanno chiaro vedere essere anch’esso di origine greca.

Ecco il rendiconto fedele della mia dimora nell’isola. Il giornodopo noleggiai una barca per due piastre e ritornai a Napoli per la via di Sorrento, carico di rimembranze storiche e vagheggiando nella mentetutte le bellezze pittoresche dell’isola accompagnate dall'incuho di Tiberio.

GIUSEPPE ORGITANO.

1 Vedi la figura.

1 Per questo voluto prognostico dell'elce Augusto cambiò Capri co’ Napolitani dando lorol’isola Enaria. Quest’imperatore, al dire di Svetonio, dopo aver costeggiata la  Campania si recò a Capri per darsi buon tempo. Iviassisté a’ giuochi di que’ giovani che coltivavano gli antichi usi greci; distribuì loro toghe e pallii e li ammise alla sua mensaincitandoli agli scherzi.

2Teleboumque domus trepidi ubi dulcia nautis.

Lumina noctivagae tollit Pharus aemula lunae.

Questo faro rovinò pochi giorni avanti la morte di Tiberio.

Carneficinae eius ostenditur locus Capreis, nude damnatos, post longa et exquisitatormenta praecipitari coram se in mare iubebat, excipiente classiariorum manu, et  contis alque remis elidente cadavera, necui residui spiritus quidquam inesset.

(Svetonio nella Vita di Tiberio).

1 I palazzi o le ville di Tiberio erano dodici, cioè del numero dellegrandi divinità. Ecco come si esprime Tacito nel libro IV degli Annali: Sed tum Tiberius duodecim villarum nominibus et molibus insidcrat.

La prima e la più considerevole era quella di Giove presso S. Maria del Soccorso.

La seconda era sulla cresta del Tuoro grande.

La terza villa si trova a Unghia Marina.

La quarta sulla Collina di S. Michele.

La quinta a Castiglione.

La sesta nel Truglio sulla Marina.

La settima ad Aiano.

L'ottava era annessa a’ bagni e si trova al luogo detto Palazzo a mare.

La nona a Capodimonte.

La decima a Timberino.

L’undecima a Monacello.

La duodecima a Damecuta.

1 Erat ei in oblectamentis serpens draco quem ex consuetudine manu suacibaturus quam comsumptum formicis invenisset, monitus est ut vini multitudinis caveret.

Svet. in Tib.

1 Vedi la tigura.

1 Madama Starke nel suo libro stampato a Livorno nel 1825 e intitolatoInformation and directions for travellers on the continent dice di Capri presso a poco quello che Alessandro Dumas disse delle Calabrie,consigliando i viaggiatori a portar seco nell'andare in quell’isola non solo il pranzo ma anche ogni altro arnese bisognevole alla mensa. Neeccettua però il solo vino. Ora però la cosa è diversa, perché si son nell’isola istallali tre alberghi, che non mancano di tutti i comodi ede’ bisogni della vita.

1La grotta dell’Arco richiama l’attenzione de'naturalisti perché tramanda una materiabituminosa provvedente da decomposizioni animali. Varie sono le opinioni degli archeologi su ciò ma tutte inammessibili e sfornite dibuon senso.

1 Da Damecuta si scorge tutta la parte occidentale dell’isola sino al capo Careno, dove i Francesi sbarcaronoil 6 ottobre 1808 e tolsero la signoria di Capri agl'lnglesi.


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NAPOLI DOPO MEZZANOTTE

UN vasto subbietto imprendo a trattare: descrivere lo interno della città di Napoli nelle ore in cui la maggior parte de’ suoi abitantipaga il notturno tributo alla natura, rinfrancando nel sonno le forze esauste dalle fatiche o da’ divertimenti del giorno.

Quando la solenne campana di S. Martino distende su tutta lacapitale i suoi lunghi rintocchi che annunziano esser giunta la notte a mezzo il suo corso, non crediate che tutti gli uomini e tutte le coseriposino in questa Napoli vispa e fosforescente, che, a somiglianza delle donne nervose, mai non si abbandona a lunghi sonni. In estàsovrammodo Napoli non dorme adatto: le notti per questa infingarda regina del Tirreno sono ore di tripudio, di ebbrezza, d’incanto e dipoesia.

Se voi leggete i vecchi romanzi, le cronache de’ mezzi tempi, viformate presso a poco un’idea di quel che era la notte pe’ nostri buoni antenati; la si può compendiare in due parole tenebre e delitti.Infatti, se si considera che in quei tempi per le strade non vi erano fanali, si comprenderà di leggieri che gli animali immondi e gli uominidi anima nera far doveano delle pubbliche vie il teatro delle loro turpitudini e nequizie. I ladri, gli assassini, gl’impudichi e lestreghe uscivano al tocco di mezzanotte per le infernali loro opere. Strisciando come rettili lungo le mura, essi benedicevano il favordelle tenebre ed avrebbero voluto anco sottrarsi al fulgido occhio delle stelle, che per essi era minaccioso e terribile al paridell’occhio di Dio. Mezzanotte era l’ora de’ nefandi ritrovi, de’ diabolici convegni delle maliarde, della posta scelleratadell’assassino, dell’agguato insidioso del ladro, era insomma l'ora maledetta, l'ora de’ misteri, l’ora più segnata nel libro dellaGiustizia di Dio.

Ma mutano i tempi e con essi i costumi. Uscite in Napoli amezzanotte nel mese di luglio o di agosto, ed anche in tempo di carnevale, mettetevi nella via di Toledo, e farete le più grandimeraviglie nel veder tanta gente andare e venire come se fosse appunto la prima ora di notte.

Altro che streghe e assassini!

Tutto al più, sono streghe e assassini di altro genere, streghe in crinolina e in reticella che vi lanciano certe occhiate da farvi impazzare almeno per quellanotte, assassini in guanti color paglino che tutto al più si rubano tra loro il.... sonno. Forse in altra nostra più lunga monografia parleremodella vita della sera, della vita interna, della vita del gran mondo che gl’inglesi domandano high life (alta vita): per ora ci limiteremo a toccare il quadro di Napoli in mezzo alla strada. Cominceremo dalla state.

Dilettosissime sono le notti estive in questa nostra deliziosaPartenope. Vogliono i viaggiatori che sulle rive del Bosforo e nel greco Arcipelago bellissime del pari sien le notti di està. Noi nonsiamo stati né in Turchia né in Grecia, e non possiamo però stabilir paragoni ma egli è indubitabile che sotto questo cielo incantato,quando una bianchissima luna spande su i colli e sulla marina i suoi veli di odalisca, quando milioni di stelle sembrano affacciarsi nelfirmamento a bella posta per guardar le bellezze di questa Napoli addormentata su i fiori, quando le aure del cielo hanno le carezze piùlusinghiere, le colline i profumi più eletti e le onde del mare i mormorii più armoniosi; quando tutto ciò si riunisce per formare il piùbel vezzo della creazione, noi crediamo che il vedi Napoli e poi muori non sia già una figura rettorica.

Andate a Posilipo, a Frisio, e ditemi se ci è qualche cosa al mondoche possa superare in bellezze una notte di està in Napoli. Ci è paese nel mondo che abbia i nostri vermicelli col sugo di pomidoro o colle arselle, e massime quando sovra un piatto fumigante di queste auree fila cade uno sguardo invidioso della pallida regina delle notti?

Non ci è che Napoli che abbia potuto inventare la sua luna, la sua marina e i suoi vermicelli al sughillo.

Nelle ore dopo mezzanotte di està escono i suonatori di violino e lesuonatrici di chitarra che traggono a S. Lucia, a Posilipo e a Frisio per allietare co’ canti e co’ suoni le già allegre brigate ivi riunitea darsi bel tempo e a gavazzare in giocondissime cene. Talvolta si vede qualcuna di queste cantatrici accompagnate dal suo suonatore girvagando pe’ caffè, dove dà nelle ore avanzate della notte accademie più o men lucrose; ma egli è a Frisio, a Posilipo, ed anco a Foria presso Antonio delle tavolette, che vedesi qualcuna di queste piccole compagnie ambulanti, composte perlo più da un vecchio che suona il violino, da uno più giovine che pizzica la chitarra (istrumcnto delle cene e degli amori) e d’imagiovinetta che canta le canzoni popolari ed eziandio qualche pezzo teatrale. Alcune volte vi si mischia il flauto; altre volte è ilmandolino che la da primo e che sposa le sue strimpellate alla voce stonata d’un baritono da cànova.

La chitarra è lo strumento notturno per eccellenza, lo strumentodelle serenate, de’ concerti all’aria aperta, delle dichiarazioni in tuono minore. Quando mezzanotte fa tacer nelle case la vocedell’importuno pianoforte, la chitarra assume nelle strade il suo impero usurpato da quell’anfibio istrumento. Celebre è la canzone del felice notte si Sarvatò , che pel consueto pon termine alle feste cantinesche de’ nostri popolani.

Non vogliamo qui parlar delle serenate: in parecchi articoli diquesta opera se n’è fatta menzione. Ciò nondimeno vogliamo dire che questo nostro secolo di piombo ha ucciso le serenate, come ha uccisoogni onesto e grazioso divertimento. Il secolo scorso era il secolo delle serenate. Gli Spagnuoli aveano introdotto appo noi questa gentilcostumanza.

Un animal notturno che esce pure allo scoccar di mezzanotte è ilraccoglitore de’ mozziconi di sigari . Vedetelo sbucare a Toledo da’ vicoli circostanti: ha in mano la sua piccola lanterna; la sua faccia ècupa e tenebrosa, e la guardatura di gatto selvaggio.

Dopo mezzanotte, di està e d’inverno, voi non incontrate per le strade di Napoli che le specie seguenti:

A mezzanotte — Passeggieri d’ambo i sessi che si ritirano dalle feste, da’ teatri, da’ tavolini di mediatore; il mozzonaro col suo lanternino; l'accenditore colla sua scaletta; gli ubbriaconi per sistema; i cocchieri colle loro cittadine.

All’una dopo mezzanotte — Passeggieri d’ambo i sessi (in più picciolnumero) che si ritirano dalle leste di ballo, da’ tavolini di primiera, qualche innamorato extra moenia; cocchieri e carrozzelle; qualche vagabondo di sinistro aspetto; leballerine di S. Carlo; il caffettiere ambulante, il quale per lo più esce a’ rintocchi di mezzanotte, e recasi dapprima a visitare tutt’iposti di guardia, offrendo la sua merce a quelli che han da passare in veglia la notte.

Alle due dopo mezzanotte — Passeggieri come sopra sempre in numerodecrescente; qualche carro di fieno o di paglia che attraversa maestosamente la diserta via di Toledo, per la quale vedesi a quando aquando qualche carrozzella che si ritira, e il cui cavallo stanco si mostra ribelle alle frustate del suo implacabile padrone; qualchegiuocatore disperalo; qualche garzone di caffè; gli zampognari (novembre e dicembre).

Alle tre — (d’inverno): assenza completa di esseri umani, trannequalche accattone dormiente sotto le stelle: a quest’ora non incontrerete che qualche maiale, qualche gatto o cane: a quest’orarincontro di un uomo non è sempre una ventura; (d'està): qualche brigata di ritorno da una festa; qualche figlio d'Adamo che non ha unletto su cui riposarsi; l'acquavitaro  che incomincia a dar la voce.

Alle quattro (d’inverno, poiché di està è giorno chiaro): qualche caffè che si apre.

Alle cinque (sempre (l’inverno) comincia la giornata de’ lavoratori,de’ caffettieri e di alcune specie di venditori ambulanti. Assenza completa del l’aristocrazia e del ceto medio.

Durante il carnevale e nelle notti di festino a S. Carlo, veggonsiin quasi tutte le ore notturne Arlecchini e bautte a crocchi od anche soli che vanno o vengono da S. Carlo o da altre feste private.

Alle sei—Comincia la vita, il movimento, il rumore; le botteghe siaprono, i lanternini girano, la luce de’ fanali impallidisce, si sentono svariale voci in istrada, tra le quali predominano quelle dell'acquavitaro, del caffettiere ambulante già menzionato, della venditrice di baloge.

Di questi il caffettiere ambulante è il miglior levatore, il piùassiduo, il più universalmente sparso in tutt’i dodici quartieri della capitale. Egli si reca appresso la sua piccola bottega con tutt’ifocolari che debbono tener calda la sua merce.

Eccolo, ve ne presentiamo la immagine.

Il caffettiere ambulante non vende pel consueto che a tocchetto (un grano di caffè), e non rare volte ha dato l’esempio di vendere a minima (un tornese di caffè somministrato in un bicchiere da rosolio). La solita è un lusso di smercio al quale non è avvezzo. Nè crediate che la mercedel nostro caffettiere ambulante sia dispregevole. Egli non adopera né l’orzo né le fave né la liquorizia; tutto al più, allunga il caffècoll’acqua, e ciò per rispetto ch’egli ha per la suscettibilità nervosa del secolo. La classe lavoratrice è tutta in piedi e in istrada. Aquest’ora s’incontrano pure parecchie persone civili, e sono gli studenti di legge o di medicina che traggono da’ loro maestri; imercadanti di seconda sfera, che si recano alle loro botteghe o vanno a pigliarsi la loro solita al caffè; gli uscieri, gli agenti di polizia, e da ultimo qualche creatura di genere femminile.

L’alba fa la spia attraverso le imposte delle finestre.

Sorgon dal letto gli uomini di buona volontà; vi giacciono ancoraper molte ore i neghittosi, i ricchi, i dissoluti e tutti quelli che non meriterebbero di mangiare, perché non sudano a lavorare.

FRANCESCO MASTRIANI.


  Felice notte Salvatore.

1Vedi la figura nel vol. 1.

1Vedi nel 1°. volume. 


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L’OVAIUOLA

LA città di Napoli soleva essere provveduta di uova da tutti i villaggi e casali che si trovano in un circuito del raggio di seimiglia. Da tutti quegli ameni luoghi si partivano prima dell’alba garzoni e giovanetto, uomini e donne, con una cesta sul capo e spessoanche con un paniere al braccio, e si recavano alle piazze, ad altri posti determinali,© in giro per le strade, a spacciare i prodotti delleloro galline e di quelle del vicinato. Accoccolate sui calcagni o in altro modo accovacciate vedevi le ovaiuole sempre allo stesso sito,sovente presso alla porla di un venditor di dolci, che o ne comprava le primizie o dava ripiego all’avanzo. Di la alle ore meridiane epomeridiane ritornavano al patrio focolare, colla cesta vuota e colla borsa piena, chiacchierando per via o fra loro o col caro oggetto delloro amore, che suole essere un altro venditor di uova, o un raccoglitor di letame, o un muratore, venuto pure alla capitalo peraffari del proprio commercio o mestiere.

Ma, ohimè! lutto pere quaggiù, e le più belle professioni anch’esse,come la bellezza, passano e non durano. L’ovaiuola c’è ancora, ma sta per divenire un mito, un argomento di cui tratteranno i venturiscrittori di antichità napoletane. Non andrà molto, e questo mio povero scritto farà parie di un qualche Thesaurus, e sarà ricercato e studialo dagli archeologi per capire la canzone di Ernesto del Preitcmessa in bella musica dal maestro Labriola .

Fra poco nei musei illustrati si pubblicherai qualche figura comequella del nostro Palizzi con una dissertazione di un Quaranta futuro; e negli alti delle accademie se ne terra ragionamento come ora si fannomemorie sugli scabilli e sugli scheletri dimani.

Ma perché questa sparizione che si va lentamente osservando? Per lasemplicissima ragione che collo sparir della merce ne viene a mancare il mercatante.

È già molto tempo che la sig. Starke, nella sua Guida per gl’Inglesiin Italia, pose per prezzo di un uovo la moneta di un grano senza tener conto della differenza di prezzo che ci è dalla fredda alla caldastagione.

Da quel tempo le uova son venute a mano a mano rincarando, ed oggival meglio quasi quasi mangiarsi addirittura le galline. La ragione di questo incarimento si deve ai battelli a vapore ed alle strade ferrale.

Oh! sento esclamare, che ci ha a fare la luna coi granchi e ilvapore colle uova? Ci ha a fare pur troppo, rispondo. Già le cose del mondo son così concatenate fra loro, che il negarne le relazioni anchele più disparate a prima vista, è un affare in cui si corre pericolo di fare una tristissima figura.

Chi avrebbe mai detto che dei fichi avessero cagionato ladistruzione di Cartagine e delle arance l’occupazione del regno di Napoli per i Normanni?

Non fu un uovo la causa della guerra e dell’incendio di Troja? Maparlerò più chiaro per coloro che non sanno vedere qual relazione s’abbiano le piante de’ piedi colla gola. Finché non furono inventati emessi in opera i celeri mezzi di comunicazione che alimenta il vapore, nessuno aveva pure immaginalo di esportare le uova, materia non solofragilissima, ma che in breve tempo perde quella freschezza ch’è il suo principal pregio. Ma da che una macchina diede rapido moto alla naveanche a ritroso de’ venti, da che una locomotiva divorò le distanze senza bisogno di cavalli, eccoti convenire in Napoli tutte le uova diTerra di Lavoro e di Principato Citeriore, eccoti sorgere il pensiero di far parte altrui dell’esuberante dovizia, e poiché v’era profitto inciò fare, eccoti stabilire una regolare esportazione di questa mercanzia.

Non dico favole: ogni anno si estrae da Napoli per lo straniero unmilione e mezzo di uova e forse più, destinate alle colazioni, ai pranzi, alle cene e ai riposti di coloro che più civili— pendono!

Ecco perché noi le paghiamo più caro, ecco perché si può dire delleovaiuole, come un dì si disse degli dei dell’Olimpo, che se ne vanno.

Mentre ancora ne rimane alcuna fra noi, seguiamola un poco nella sua giornata.

Se girovaga per le strade gridando ova fresche — oca, non ci è molto che osservare. Chiamala da varie parli, sale e scende per lealtrui scale, spesso inutilmente. Quando dopo lungo piatire ha stabilito quante uova debba dare per un carlino,'la buona massaiagliele fa rompere ad uno ad uno, per buttar via quelle che son guaste o sentono di stantio.

Talvolta i zoccoli la fanno sdrucciolare per le scale nella via, eallora vedi fiero spettacolo improvviso: le uova divengono materia prima di una frittata, e l’ovaiuola piange e si straccia capelli sulsuo peculio distrutto, e appena salva poche uova leggermente schiacciale, misero avanzo di tanto naufragio, che deve vendere aribasso come merci avariate.

L’ovaiuola che ha un posto fisso è un poco più altiera, perché ha laprotezione dei padroni delle botteghe vicine ed ha i suoi soliti bottegai che le vuotano la sporta.

Quando non vende, è tutta intenta a sperar le uova, per sceverare lemigliori e più fresche dalle vane, dalle gallale, dalle stantie. Un’altra distinzione fa delle grosse e delle piccine, che ripone neidiversi scompartimenti della cesta, affin di contentare, se occorre, sin quell’avaro del Goldoni che aveva un anello per misurare le uova.

Secondo poi la fisionomia del compratore che se le avvicina, glipresenta le grandi o le piccole, le buone o le magagnale. Per sua fortuna, le uova non si possono tornare indietro, poiché la loro bontànon si riconosce che alla rottura o al mangiarle.

Buone foresi che colla vostra industria vi procurate un po’ di doteda zittelle, e divenute spose e madri aiutate al mantenimento della famiglinola; voi che portate in giro e lungi dal paterno casolare levostre bellezze, e sapete coi zoccoli e colle callose mani preservarle da ogni pericolo; io auguro ad ognuna di voi, non una gallina nellapignatta la domenica, come voleva quel buon re di Francia per tutti i contadini, ma una gallina che vi faccia l’uovo d’oro ogni giorno.

EMMANUELE ROCCO.

Seguendo il sistema tenuto fin dal principio di questa opera,credo utile ristampare la detta canzone popolare, per cui è ricevuto il permesso dall’autore.

(L editore ).

 

L‘ OVAIOLA

Ora, frese'ova vui la sentite,

Ogne matina vui la vedite:

No corpetiello de tela scuro,

Tra li capille no moccaturo,

Na gonnelluccia brutta ma corta,

Sotto a lo vraccio na bella sporta,

Schitto si guarda chella te nchiova....

Ova fresc’ova, oca fresc’ova.

Se chiamma Grazia, vene da Miano,

De na signora tene la mano,

Tene la faccia de latt’e rose,

Tene co essa cient’aute cose.

La gente guarda, po se storzella,

Corre e le dice na parolella;

Essa risponne: N è cosa nova....

Signò veng'ova, signò veng'ova.

Sape ch'è bella, se n' è addonata,

Perciò cammina tutt’aggraziata;

Suspire e tiempo nce perde ognuno,

Non dà Graziella retta a nisciuno,

Allo paese forse lo tene

Lo ninno suio che la vò bene;

De chillo meglio n’auto non trova....

Ova fresc’ova, ova fresc’ova.

E. del Preite.



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POZZUOLI E IL CICERONE

TRA le antiche cose che gli stranieri non ometton mai di vedere, visitando la nostra Partenope, sono le antichità Puteolane, le quali, adir vero, meritano viva contemplazione e più viva ne meriterebbero, se di quando in quando alcun. risto lamento si portasse a quelle rovine, aque’ ruderi, a que’ tempi, a quei sepolcri.

È biasimevole oltremodo per non dir vergognoso l’abbandono di tanteillustri magioni, le quali ricordano essere stata la Campania terra felice, deliziosi i siti che fan curva al nostro golfo, e assaisapientemente averli scelti i Romani a ristoro delle annuali fatiche.

Il palazzo di Scauro, le ville di Cicerone e di Lucullo, il palazzodi Cesare, la Piscina, le cento Camerelle, e le ville ora ignote, ma che dovevano un giorno esser colà come dimore predilette di LiviaAugusta, di Sabina Poppea e di altre donne famigerate per nefandigie o per virtù, tutti questi avanzi desiano tale una curiosità di rivivereper poco nel mondo antico, che forse a paro di alcune città dissepolte starebbero queste rovine Puteolane. se si desse opera a rinsaldine eristorarle.

E la loro importanza vien mostra chiaramente dalla gran faccendadegli scrittori a volerle spiegare e commentare sin da remoti giorni, e noi dobbiam dire che prima del disseppellimento di Pompei, era Pozzuoliche richiamava le cure degli antiquari, dirigeva i loro studi, aguzzava il loro ingegno speculativo.

Scrissero di Pozzuoli un Mazzocchi, un Cartelli, un Sarnelli, unPeccheneda, un I)c Iorio ed altri molti che si studiarono non purè di rivangarne le più oscure notizie, sfogliando autori latini, ma in tempine’ quali era più vivo l’entusiasmo per queste rovine si adoperarono ad intercedere per la loro conservazione. Sicché noi crediamo che mai comeoggi fossero tanto neglette e devastate.

Prendon capo queste antichità quasi dal sepolcro di Virgilio cheprecede la Grotta di Posillipo o di Pozzuoli. La dottrina che molte fiate rischiara, molte fiate si fa maestra di dubbi, rifiutò soventevolte il tradizionale sepolcro del Mantovano poeta, ma sino a che non sarà mostro che l’avello di Virgilio venisse distrutto, noi ciatterremo alla tradizione.

Da questa grotta al lago d’Averno non incontrasi altra considerevole rovina fuori della Villa di Cicerone, e degli Orli di Clavio, di Pitto, di Lentulo. La prima ergevasi fra il lago di Averno e il vico Tripergole che soprastaal lago Lucrino. Ad essa l’oratore che nome di Accademia, Adriano Imperatore vi fu sepolto, ed oh quanto ora è dall’antico mutala!

Quanto sconforto ne prende nel riguardarsi le antichità Puteolane,per le quali se Virgilio e Seneca ci hanno grandemente aiutalo, molto più avremmo potuto apprendere dalle iscrizioni apposte, secondo loantico costume, ad ogni edificio. Ma la barbarie che soprastò alle arti, che sconficcò prima il bronzo o il ferro che reggeva i marmi e fucagione dello slegamento di essi ne’ monumenti, fece cadere le iscrizioni, rompere gli emblemi e i simboli, e più tardi come neabbiamo ancor oggi testimonianza de’ marmi antichi staccali, o caduti dai monumenti, se ne fecero stipiti, arcotravi, cornici,coglie escalini di porte o mensole per usi privati.

Altro notevole danno alle antichità Puteolane fu la loro posizione el’essere disperse per la campagna; sicché le erbe parassite vi erescono e quasi le nascondono al guardo, la marra e il bidente le percuote ognidì, e l'età le minaccia di dover presto sparire dalla l'accia di quel suolo, ora non per altro ricercato fra noi, se non per le stufe e bagniminerali de’ quali ritrae d’altra parte sì gran vantaggio la umana salute .

Anche oggidì quelle regioni sono frequentale per una felice innovazione che vuol portarsi nel così detto lago d’Averno, il quale cagione di miasmi e di febbri comunicando col mare, potrebbedar posto e riparo alle navi bersagliate dalla tempesta.

Ha questo intorno ad un miglio di circonferenza e tiene non lunge dase quelle fumarole e que’ sudatori i quali manifestano le qualità proprie del terreno. Nè discosta molto è quella grolla ilei cane, alla quale sovente per curiosità si corre a preferenza di altra piùnotevole cosa, come alla famigerata solfatara, centro di fumose esalazioni solforiche, le quali da Plinio le fecero dare il nome di campagna Flegrea. Così pure i monti che la circondano, vennero da’ Greci per la loro bianchezza chiamati monli Leucogei. Nè men ricordevole è questo sito per esservi a tempi degli imperatoriDiocleziano e Massimiano seguito un martirio cristiano sotto gli occhi di Timoteo, preside della campagna Felice.

Dico della sorte toccata nel cominciar del quarto secolo a Gennaro,Vescovo di Benevento, Procolo, diacono della chiesa di Pozzuoli, Sossio, diacono di quella di Miseno e Pesto, e Desiderio, lettore dellachiesa di Benevento ed Aucrio ed Euticheto cittadini Romani che ebbero mozzo il capo. Il qual supplizio non pure da’ Napolitani è ricordatocon devozione profonda, ma da’ più valenti pennelli della scuola napolitana è ritratto con evidenza e bellezza, massime da quello delnostro celebre pittore di battaglie Aniello Falcone. E nella cattedrale di Pozzuoli, che fu già tempio di Minerva, questi fatti deplorabilisono ricordati non pure dal pennello di Massimo, ma da quello di Artemisia Gentileschi rinomata pittrice Bolognese.

Costei ritrasse il Santo nell’arena dell’anfiteatro ove le fiere glilambirono i piedi, e una replica dello stesso dipinto lu posto nell’anfiteatro detto il Colosseo Puteolano e segnatamente in unacappella formala tra gli archi del maggior corridoio circolare.

Qui è una memoria del Santo, perché qui la divina possanza lo fecequasi dominator delle fiere che dovevano finirne i giorni e lacerarne le membra, ma più lungi sull'erta di un colle è una chiesetta povera edangusta a lui dicata, la quale contiene in una cappella posta a dritta, entrando, un prezioso ricordo del martirio del santo.

È un abbeveratoio di cavalli in pietra, ove fu per disprezzo daicontaminatori della fede gittato il capo del santo, e questa concava pietra i fedeli fecero porre incastrata nel muro. E il capo santo venneportato a Napoli, ove ha per isplendido ricovero quella gran cappella detta di S. Gennaro che fa parte della cattedrale, aprendosi dal lato onave destra del tempio con lavorato cancello di rame, prospetto architettonico di marmo ed a’ Iati di esso le due statue de’ santiPietro e Paolo che sono a riguardare, pel tempo che le produsse, opere di bella movenza e di non comune lavorio. Ma più belle opere offrel'interno della cappella. In essa e per essa spiegossi una gara di artisti, divenuta incancellabile nelle pagine della storia.

II Caracciolo, il Corenzio e lo Spagnoletto valentissimi pittorinostri vi si strinsero in forte triumvirato, avversando d’ogni maniera quelli che si chiamaron di fuori a dipingervi. Ed Annibale Caracci nefu malmenato e Guido fu costretto ad andar via, e i suoi discepoli fatti partire per forza, e lo stesso Domenichino ne ebbe tante pene edissapori che ne mori. Il nostro bel paese divenuto inospitale a si eletti ingegni, quando ospitalissimo è riputato, mostrò solo che essosdegno, di esser tenuto a vile, e le arti vi fioriscono, sempre che sieno non dico incoraggiate, ma non disprezzate.

Di fatto nelle pitture di questa cappella Giuseppe Ribera detto loSpagnoletta, e Massimo Stanziani dipinsero a paro di Domenico Zampieri detto Domenichino, né questo illustre pittore lasciovvi la più altaprova del suo merito.

In questa cappella fra tante opere pregiate e scelti marmi si fapresente al popolo nelle gemine ampolle il notissimo miracolo di S. Gennaro.

Ora tornando all’anfiteatro di Pozzuoli, diremo che di questoedificio sono visibili le vestigia che pur meriterebbero ristoro, e lo si vedrebbe intero, se i tremuoti non lo avessero in parte demolito eguasto. Ila l’orma ovale e censettantadue piedi di lungo ed ottantotto di largo  e fatto di pietre quadre, ma di vero la sua magnificenzamarmorea non doveva esser molta, e narrasi che Augusto lo trovasse mal disposto in quanto ai sedili ed agli ordini, e perche la via Campanagli è presso, ricorda il più famoso Anfiteatro Campano. E ci e forza dire che questo di Pozzuoli non è gran fatto singolare.

Lunghesso questa via incontri rottami e reliquie di antichisepolcri, de’ quali ogni anno hi più e più sparire la traccia, e gran mercé se alcuno ne rimane incontro S. Vito. Più splendida testimonianzadel culto antico e de’ sacrifici ad onor degli Dei è quel tempio di Giove Serapide, il quale va annoveralo fra le prime cose che si fannovedere, delle cui magnifiche colonne di marmo cipollino non rimangono che tre , ma del quale rimane la cella de’ Numi, quelle de’ sacerdoti,l’intero basamento ove gira il cortile, e fin l’anello al quale si legavano le vittime, sicché di leggieri dal presente stato se neargomenta il passato  massime in pensando che un tremuoto lo ebbe distrutto una volta.

Altri non men ragguardevoli monumentali ricordi si potrebbero vederea Pozzuoli, se quasi di contro al Monte Gauro, rinomato pei suoi vini ab aulico, nella notte tra il 19 e il 20 settembre 1538 non si fossero aperte leviscere della terra per mandarne fuori esalazioni e macerie e bitumi in tanta copia, che cessalo il fuoco se ne formava impensatamente unamontagna alla quale si che nome di Monte Nuovo.

Questo fenomeno improvviso aguzzò le penne di Simone Porzio eGirolamo Borgio scrittori del tempo, ma più ampio argomento di discussione diede agli scienziati ed agli eruditi che venner dappoi.Come il suo sollevarsi, cosi il suo distendersi per le circostanti terre fu prodigioso e precipitevole. Che in solo una notte pigliandointorno a tre miglia di giro, coverse antichi monumenti, case di delizia, feconde terre e seppellì armenti ed uomini, ricordando latrista catastrofe Pompeiana. E tale fu il movimento della terra, che il mare n’andò indietro. Le quali vicende sarebbe curioso il ripetere, sea noi non fosse mestieri divider lo spazio che ne rimane tra le curiosità di Pozzuoli e il popolar Cicerone, che volgarmente vi conduce a vederle.

Curiosità del tutto diversa è quella della Grotta della Sibilla, la quale apresi nella orientai parte del lago d’Averno, ed essa aveadiversi comprensori, e come si può anche oggidì conghietturarc, aveva stanze, messe con pavimenti di mosaico, pareli lavorate a conchiglie evive fonti zampillanti, ne era priva di vie sotterranee che la menassero alla grotta di Coccejo ed all’Averno, in riva al qualesorgevan tempi, come nella sommità di Cuma quello riputato di Nettuno, perché i naviganti lo discoprivano, navigando, dal mare. Ma di questitempi i quali eran parecchi e si attribuivano a Numi come ad Apollo, a Nettuno, a Mercurio, lo studio degli archeologi presenti volle mutatala destinazione in terme. E questo giudizio può solo valere quando una iscrizione o un passo di autore antico possa provarlo, sendo altresìcosa assai facile confondere un tempio ove si facevano oblazioni e lavande con una torma che presenti meati e condotti non disconvenevoliad un tempio.

Così man mano ragionando, noi abbiamo lasciato Pozzuoli e ci siamomessi per la via di Cuma e di Baja, città venuste e celebri nell’antichità, la prima per la rimotissima origine e la dimora dellasua Sibilla, l’altra per lo diletto grande che arrecava a chiunque facevasi a dimorare colà . Per dipartirci dalle origini uopo è dire cheBaja oltre al nome che forse naturalmente le sta, lo ebbe imposto a quanto vuoisi da Bajo uno de’ compagni di Ulisse.

Forse quell’errante navigatore, come Miseno e Palinuro, cherinomanza a quel sito, ma quanti anni corsero pria che quel suolo si arricchisse di ville e di case. Un lunghissimo periodo, che vide certograndeggiare la voluttuosa città, rimase oscuro alla storia, e noi dalla sua origine la ritroviamo poi bella e frequentata in sul finiredella Repubblica, come una ornata donna che ne’ nostri viaggi lasciammo fanciulla e rivediamo sposa e madre. Che il lido di Raja, a dir diCicerone e di Varrone e di Strabone medesimo, nonché di Silio Ralico, di Stazio, di Marziale e del Venosino era incantevole e giardini efontane e diporti e aere temperato non vi mancavano, quando oggi e per lo contrario malsano.

Quello che dice Orazio, lo ripete Ovidio e Cassiodoro, altronotissimo scrittore dell’antichità, attesta che solo a Raja potea viversi la vita degli immortali. Seneca e Properzio diedero colpa dimoltezza alla città di Raja, Clodio rimproverò Cicerone di avervi dimorato e sarebbe forse più a lungo vissuta nella memoria de’ suoipiaceri, se Longobardi e Saraceni non le avessero dato orrendo guasto, come ricorda Flavio Biondo. Poi quel mare che altrove allo scommuoversidella terra crasi ritirato, cola prese spazio e seppellì nell’acqua di molte ville e casamenti. Sicché ancora oggidì gli avanzi delle magioniinvase dal flutto, dimostrano ove s’ allargasse dapprima la voluttuosa città. E questa invasione delle acque la diresti una reazione, inquanto che altra fiata furon disseccate le sponde per ergervi case e ne abbiam certa prova nelle parole di Orazio:

Contrada piscis acquora sentium. Jactis in altum molibus.

Nel seno di Baja per insino a Miseno veggonsi gli avanzi di moltibagni, uno come pel consueto attribuito a Cicerone, al quale si vuol dar tanto che non un pretore, ma un Imperatore lo direste; ed è curiosol’udir dare all’oratore Romano tante e tante cose che mezza Baja e mezzo Pozzuoli si vorrebbero a lui appartenute senza dire del Tuscolo edi altri siti.

Certo è che di assai antichità Puteolane non trovasi origine edestinazione, e nel seno di Baja per la via del Fusco internate e coverte, veggonsi gli avanzi di edificio circolare del quale non èmenzione. E su quelle macerie si piantano alberi e viti e si ammonticchia il terreno de’ campi.

Ci converrebbe pur dire alcuna cosa del porto di Baja che aveva suogrido, come quello di Pozzuoli, ma esso vedesi del pari abbandonato, sebbene serva di utile ricovero a'  legni a vapore od a velaquando, nell’uscir da Napoli contrariati dalla burrasca, si trovano costretti a dar fondo in sicuro ancoraggio. Incontro al porto di Bajadue antichi edifici si levano, ed in vederli si potrebbe ripetere a ragione quel verso italiano:

Copre i fasti d’oblio l’arena e l’erba

o quello latino del nostro Sannazzaro

Fata trahunt homines, fata urgentibus, urbes.

Poiché quelli edifici mostrano di non esser cosa volgare, e gli archeologi passati, li chiamarono col nome di Tempi di Venere e di Diana. Hanno proporzioni circolari, nicchie, archi, volta e grosse mura, e questi pure si vorrebbero Terme. Ed un frigidario dicesi quello di Venere, il cui principale accesso era dal mare,schiarato da otto aperture, decoralo da quattro nicchie, da pilastri d’opera reticolata all’intorno, da un portico e da una volta or caduta,che nell’insieme dovea renderlo uno de’ principali ornamenti della meridional parte della città. Si volle altresì da uno straniero, non socon quanta ragione che le rovine del colle ove s’erge il castello, dir si dovessero Camere di Venere, ma probabilmente in una città di piaceri, tutto si credeva potesse ben attribuirsi a quella Dea.

Nè qui cessano gli avanzi dell’antica città Bajana.

Vedi più innanzi altro edificio circolare con apertura in cima e quattro fenestre intorno, dello da sapienti di un giorno tempio di Mercurio, dal volgo Truglio, voce che par derivare dal greco trullo che vuol dir cappella, e in esso si esperimenta un’eco distintissima eprecisa, che sembra traversar le mura. E incontri pure più in là una stanza adorna di cadenti stucchi ed altre rovine disseminate, dallequali chiaro si mostra esser maggiore l’incuranza degli uomini, che l’abbandono degli anni, e di queste sparse rovine sarebbe sempre iltempo di rintracciar l’uso e lo scopo per isvolgere un’altra pagina dell’antichità, e dare un’altra pagina di storia a noi.

Lasciata Baja dal lato orientale vedesi il luogo ove era il tempiod’Ercole Baulo o Ercole Bovalio, divinizzalo da quelle genti d’allora, e fu detto Bovalio, perché in quel punto ove gli fu eretto il tempio,la tradizione vuole ei riponesse i buoi che recato avea dalla Spagna o rubati a Gerione.

Ne possiamo dimenticare il villaggio di Bacoli e di Bauli, oveandavano a cercar la tomba i capi della Rotta Misenate e dove, dicesi, anche i compagni di Enea trovassero l’asilo della morte. E questa Rottadi Miseno che nominiamo di volo, perché breve spazio ci consente il nostro scritto, dee rammentarci che facea parte di essa quel Plinio ilvecchio, morto per indagare i fenomeni del Vesuvio, narrati poi dal giovane Plinio.

A Bauli è da vedere il sepolcro di Agrippina madre di Nerone e iltempio di Diana Lucifera e alle spalle di Bauli sepolcreti molti e quella contrada che trapassò a noi col nome di Campi Elisi.

Sicché il forestiero condotto a peregrinare fra tante illustrimacerie e tanti preziosi ricordi, per poco ch’egli abbia letto Virgilio e il Petrarca che pur di queste cose discorre, e più vicino a noi laschiera de’ raccoglitori d’impressioni, non potrà rimanersi indifferente alle rimembranze de’ campi Flegrei della giù voluttuosa Baja, della vaticinante Cuma.

Questa città vanta sì vetusta origine che affermasi con fondamentoavere i Calcidesi di Eubea fondata Cuma innanzi di fondar Napoli. E nel tempo trascorso fra l’una e l’altra fondazione, cominciarono adinnalzar Pozzuoli o Dicearchia, Ischia o Pitccusa. E che la fatidica Cuma fosse città importante e trafficante e navigatrice,ben lo accenna l'antica sua moneta, la quale da una faccia mostra una testa femminile il cui berretto formasi di una galea Plutonia, mentreal rovescio si accenna nella iìgura, l’importanza del lago Lucrino!

Or dove son più suoi vanti?

Solo la musa di Sincero in brevi accenti li ricorda

Artificumque manus, tot nota sepulcra,

Totque pios cineres una ruina premit .

E ritornando col pensiero a Baja ed a Miseno ed alle loropittoresche circostanze, chi saprà resistere a quel fremito del passato, ricordando gl’illustri uomini e le donne che vi dimorarono?Gli antichi storici attestano che nessun silo era più ricercato da’ Romani di queste contrade Puteolane, nelle quali oggi è si manifestal’incuria e l’acre è talvolta malsana.

Oltre gli edifici che seguivano l’incurvarsi del lido, i colli da’quali vedovasi attorniato, erano popolati di amenissime ville, la qual cosa appar chiara nelle lettere di Plinio il giovane , ove facendomenzione di due ville formate sul lago di Como, dice ergersi l’una sopra balze, fabbricala a guisa di quelle che si veggono sulla costa diBaja.

Quando Sabina Poppea, un dì cara a Nerone, si dipartiva di Roma perrecarsi a dimorare nella sua dilettissima villa di Baja, ove erano per così dire, rinverditi i suoi giorni, è fama si recasse dietro 400 asinedestinate a provvederla di quel latte nel quale ella tuffavasi tre volte il dì per ristorar le sue carni e la sua salute. Le quali medelee moltezze sono il ricordo di quella vita che cola menavano le favorite degli Imperatori, le quali sovente dispregiate ed oppresse scontavanonel pianto il lungo loro favore.

Perocché se gli uomini come Tiberio e Nerone ed altri il cui nome faribrezzo erano fino alle loro madri non pure ingratissimi, ma barbari e tiranni, se l’augusta Livia fu pur costretta a sorbire un lento calicedi amarezza che lodava bere quel figlio ch’ella aveva innalzato all’Impero?

quale altra donna avrebbe potuto meritare il rispetto e le cure diquesti esseri degenerati che il fasto solo facea stimare Imperatori?

Si noveravano con orgoglio nel marittimo seno di Baja le ville di Mario, Pompeo, Cesare, Pisone, Domizia Mammea e le Piscine di Domiziano e di Cuculio. Di ciascuna di queste ville parlali classiciautori, talché il meno che se ne sappia è quel che appare, e gran mercé che sopravanzi alcuna parte della Piscina Mirabile, o riserva di acqua fatta eseguire da Tiberio Claudio Nerone e secondo altri daTiberio o da Cuculio. Ma un avanzo di antiche costruzioni, delle quali non é ancora chiaramente definito l’uso e lo scopo, è quella rovina diabitacoli chiamata le cento Canterelle. Alcuni le dissero prigioni, altri terme e perché formasi di più recinti il volgo diedeglital nome. Certo tutti i dintorni del già voluttuoso seno Bajano, comeché diserti ed abbandonali all’incuria ed alle offese del tempo,mostrano che un di, purgalo l’aere, esser dovevano sollievo alle gravi cure. Oggi le povere fanciulle che incontrate sulla spiaggia portano inviso l’impronta di un miasma circostante; e, non potendo altro offerirvi, presentano al forestiero fiori di campo, pietre, vetri,chiocciole, parificazioni e calcinazioni diverse, e que’ così detti cavallucci marini che la diserta spiaggia produce .

La tradizione ci fa credere che il sepolcro di Agrippina fosse postoin sulla via di Bauli e noi ci fermiamo a considerarne le non piccole proporzioni, l'edera che vi si abbarbica, la terra che lo copre: ma lostudio della storia ne induce a credere che il sepolcro di lei fosse in sul sentiero di Miseno  e presso la villa di Cesare  . ETacito attesta che i familiari di lei, morto Nerone, secretamente le fabbricassero un picciol tumulo—levem tumulum.

Come il tempio di Nettuno a Pompei si vuole dai più levato innanziOmero, così questo tempio per le colonne che lo reggevano senza base e senza listello, fa credere ad una remota civiltà pari a quella diPesto.

Non meno importante di Baja sarebbe Cuma, alla quale poteva entrarsi per l'Arco Felice che ben si vede oggidì con alquanti suoi ricordi, quali sono il tempiodetto del Gigante per una statua colossale che dentro v’era, per un tempio d’Apollo al quale fu poi addossata una cappella, per la famosagrotta della Sibilla e finalmente per esser divenuta l’ultimo asilo di Silla quando ebbe deposta la Dittatura .

Tutte queste illustri reliquie, memoria di grandi uomini e granditempi, mi é paruto debito di venir tratteggiando nel dir di Pozzuoli e del suo Cicerone, perche il forestiero indagatore e il napolitano spesso di sue ricchezze dimenlichevole, potessero, visitandoque’ siti, non lasciare inosservate tali cose, le quali, comeché sparse e starei per dire sbandate, contribuiscono mirabilmente a dare unachiara idea dell’importanza che quelle nostre spiaggie e colline s’ avessero; le quali ancor più sarebbero state derelitte, se le acquesalutifere e le sulfuree esalazioni non avessero cola richiamalo gente molta tra egri e curiosi. E meno quei siti sarebbero stati rovinati, sela mania del trovar tesori non avesse indotto i ciurmadori del tempo antico a far da indovini, i villici e i mandriani a smuovere i marmi,abbatter le mura, scavare sotterra, con demolire le fondamenta per trarre a luce qualche vecchio tesoro di monete romane e non trovandonele più volte che poche di rame e qualche così detto cavalluccio marino.

Cotal guasto fu dato più che in altri tempi nell’epoca Viceregnale,perocché que’ signori proteggevano ogni maniera di studi, quando fosse produttiva di danaro, e si piacevano di coltivare o far coltivarel'archeologia o la numismatica quando dava loro, per bel frutto d'indagini e di conoscenze speculative, vasi, monete d’oro, copped’argento ed altre cose sculte o cesellate di quel metallo, ma i popolani ne profittavano per eseguir furtive ricerche nelle orenotturne.

La instituzione ovvero costume del Cicerone, risale appunto a quei tempi, poiché un paese invaso dallo straniero sente allora più ilbisogno di far conoscere la sua grandezza passata per meritar considerazione e rispetto.

Il nome di Cicerone applicalo alle guide di Pozzuoli e di ogni altra antichità, dipende dalla popolare opinione del famosooratore e questore, al quale concessero i fati di procacciarsi una stima assai più diffusa di altri scrittori ed onorevoli uominidell’antichità. Pei popolani Partenopei di una volta tutta l’antica sapienza raccoglievasi e per così dire si concretizzava in Cicerone, ea voler dare ad un uomo testimonianza che fosse dotto bastava il dire. «Ne sai quanto un Cicerone!»

I versi di Catullo che trovammo graffiti talvolta in sulle muratolte di netto a Pompei, eran colà più celebri dei Virgiliani, e degli Oraziani forse, perche que’ versi, peccanti di oscenità, blandivanomeglio le passioni e le tendenze di quelli uomini e di quel tempo. Ed egli teneva Cicerone in altissimo concetto e lo chiamava il piùeloquente de nipoti di Romolo di quanti sono furono e saranno .

Dunque Cicerone rappresentava la sapienza, e que’ zotici villanzoniche aspiravano alla gloria di manodurre lo straniero su per le rovine, assunsero il nome di Cicerone. Non altrimente la favola Esopiana accenna della mosca che stando a dosso del bue diceva ariamo la terra.

Questi usurpatori del nume dell’oratore di Àrpino, si fanno trovaraccolti insieme presso la porta di Pozzuoli, quando i cavalli, stanchi alquanto dalla corsa, prendon pian piano la salila. Altri se neincontrano sulla piazza e per cosi dire all’ombra della statua di Mavorzio detto volgarmente Mamozio. Sì gli uni che gli altri non si fanno richiedere o pregare. Essi son la alle vostre coste oformano ala alla vostra carrozza quando il vogliate e, tostoché s’avvedono che non siete proprietario della cerchia Puteolana, eccolipronti a sciorinarvi tutto il loro sapere.

Talvolta vi si presentano, mostrandovi vecchie monete rugginose piùche antiche, piccoli oggetti di bronzo, che io chiamerei di moderna antichità, e v’invitano a seguirli, suocciolandovi l’un dopo l’altro inomi, del Tempio di Serapide, della Solfatara, della Piscina Mirabile, delle cento Camerelle ec.

Fra i tanti che vi offrono i loro servigi e la loro dottrina non v’ha molto da dubbiare nella scelta.

Hanno tutti la stessa dose di erudizione, nessuno di essi ha lettoun libro: tutti debbono alla Dea Mnemosine l’apparato di quanto sanno e ripetono, nulladimeno un profano malamente si farebbe strada nelle lorofile, sebbene a Pozzuoli ogni villano che non abbia da fare possa tramutarsi in archeologo popolare. Essi portano quasi scolpita unamedesima impronta, e il governo che loro un cappello sul quale è scritto di carattere giallo Guida pe forestieri . Essi sono presieduti da un Capo guida che ha la scritta in bianco, e ad impedirequalsiasi disordine o inconvenienza è da consultare il regolamento di polizia e la tariffa apposta ad ogni escursione .

Certo questa gita di Pozzuoli non potrebbe ben farsi senza l'aiuto delle Guide che d’anno in anno perpetuano nelle loro famiglie l’inventario di tantiavanzi e di tanti dispersi monumenti. Certo fra le molte gite istoriche  e pittoresche che nel dilettoso nostro paese possono compiersi, èassai variala quella di Pozzuoli, Baja, Bauli, Cuma, Miseno sino a Linterno, già colonia Romana distrutta da’ Vandali, ove ScipioneAffricano volle il sepolcro lungi dall'ingrata patria.  La qual cosa spiegava chiaramente l'antica e nota iscrizione che vi si leggeva:

Ingrata Patria ne quidem ossa mea habes,

Ed a chiunque tenga presente l’Eneide dell’antico Virgilio e i cantidel nostro Virgilio Napolitano, qual è Iacopo Sannazzaro, nessuna cosa potrà tornar più gradita, quanto il ravvivar la memoria dell'antico coiloro versi, pria che l’accozzaglia d’ogni specie di erudizione che offre il labbro d’un moderno Cicerone valga nelle curiose indagini a disviarlo dal sentiero della verità.

CAV. CARLO TITO DALBONO.


1 II sulfureo suolo del nostro Pozzuoli allargherà ognigiorno più i suoi stabilimenti di acque naturali, poiché i suoi Bagni Termo-Minerali acquistano rinomanza per utili salutari profitti, e sonoquasi richiesti a precedere i Bagni d’Ischia di celebrità Europea, de’ quali scrisse Giulio Cesare Capaccio negli scorsi tempi e ne’ presentimoltissimi.

1Vedi Guida de Forestieri per Pozzuoli, Baja, Clima e Mi seno. —'Napoli 1770.

1Le altre decorano fra dorali palchi il Teatro della Reggia di Caserta, opera dell'illustre Vanvitelli.

2Nella mostra artistica del 1855 il sig. Carlo Sorgente offrì un restauro delSerapeo Puteolano, nel quale benissimo mostravasi la forma del cullo pagano, la cella di Giove, Iside, Osiride, il vestibolo, il porticod’entrata, il giro del cortile ove avean posto le statue de’ consoli e delle divinità e la base ove sorgeva la statua deir Imperatoreriparatore del tempio.

Pozzuoli, la grotta e Baja molto debbono al Viceré D. Pietro di Toledo che diè riparo alleartistiche reliquie di que’ siti, corseggiate talvolta dagli Ottomani.

Debbono anche a Carlo III una parte del loro splendore, che in bella opera infoglio figurata e dedicata allo stesso Sovrano vedesi oggi nelle più copiose biblioteche.

1 Facendo menzione della incuria che fa cadere in rovina le antiche reliquie, debbo ricordareche in questi ultimi tempi promossero utili scavi in punti diversi, il  Cardinal De Pietro e il Conte di Siracusa. I risultamenti diquesti scavi furono descritti dai signori Fiorelli e Lancellotti.

1 Lettera VII. Plinio a Romano. Libro Nono.

2 Ad Ruinas Cumarum. Urbis vetuslissimae.

1Vedi la figura.

2Il promontorio di Miseno sta tra l'isola di Nisita e di Procida, 5 migliapresso Cuma, e si ebbe tal nome da Miseno compagno di Euea:

Monte qui nunc Misena ab illo dicitur aeternumque... Virgilio. En. Uh. 7.

Stimiamo ricordare che questa villa fu poi di Augusto, il quale si piacque difermarvi sua dimora ben altrimente di Tiberio a Capri. E colà Virgilio lamentando in versi il fato di Marcello, vide spuntar le lacrime dagliocchi di Ottavia madre di lui e sorella di Augusto.

Cuma potrebbe fra le altre città molto giovare all’archeologia e sebbenlentamente le ricerche assidue producono qualche effetto. Così trovaronsi non ha guari armature, cadaveri cristiani, teste di cera eduna bella grotta ne accrebbe l'importanza. Le Accademie Napolitane, la Borbonica, la Pontaniana etc. se ne occupano e si pubblica altresì unbullettino archeologico di non lieve importanza.

1 Disertissime Romuli nepotum

Quot sunt, quotque fuere, Marce Tulli,

Quotque post aliis erunt in annis.

C. Valerii Catulli,

Veronensis Carminimi liber.

1Vedi la figura.

2Regolamento di Polizia per le Guide de’ forestieri

Volendo evitare e prevenire ogni qualunque inconveniente potesse nascere dallaingordigia della classe de’ Ciceroni col vessare i forestieri che qui recansi a curiosare le antichità, si stabilisce quanto segue:

1° Ogni Cicerone dev'essere munito di una patentiglia di autorizzazione coi rispettivi connotati per esercitare tal mestiere.

2° Ciascuno di essi deve costantemente far uso del cappello d’incerata con la leggenda a caratteri gialli Guida pe' forestieri.

3° Saranno dalla Polizia prescelti fra essi due individui i più anziani, iquali faranno da Capoguide, si avranno la leggenda a caratteri bianchi senza numero, per distinguersi dalle altre.

4° Sarà inoltre dalla Polizia istessa stabilito un turno, al qualeciascuna Guida dovrà strettamente attenersi, ed il Capoguida è obbligato a riferire ogni alterazione portata al medesimo, in difettosarà egli punito per il manchevole.

5° È espressamente vietato ad ogni Guida asportare bastone di qualunquedimensione, come altresì d'affollarsi intorno alle vetture de'forestieri, dovendo il solo cui spetta per turno avvicinarsi condecenza alla carrozza, dimandare al domestico di piazza o al cocchiere se vi è bisogno della Guida, ed in caso di negativa è assolutamentevietato d'insistere o seguire la detta vettura.

6° Qualora la Guida cui spetta il turno non possa per legali ragioniseguire i forestieri che l'avran richiesta; il Capoguida la farà sostituire senza eccezione o particolarità da quella che segue. Che sepoi la Guida chiamata per turno o quella ad essa sostituita dal Capoguida non avessero voluto per particolare vedute e senza alcunaragione seguire la carrozza, gli sarà vietato in quello e nel seguente giorno d’accompagnare qualunque altra vettura di forestieri potesse maivenire.

7° Le dette Guide non potranno allontanarsi dal posto loro assegnato ed è espressamente loro vietatodi recarsi nella capitale a rilevare dalle locande i forestieri, come del pari andare loro all'incontro verso la strada de'Bagnoli.

8° I contravventori alle presenti disposizioni saranno la prima voltaristretti per tre giorni nel cancello di Polizia, la seconda volta spediti in carcere e la terza privati all'intutto dell’esercizio.

9° Qualunque oggetto sarà da essi rinvenuto dovrà subito essere esibito alla Polizia.

 

Tariffa

1.° Per curiosare le sole antichità di Pozzuoli…………………………………grana40

2.° Per Pozzuoli e Baja……………………………………………….………………...……»80

3.° Per ogni asino con sella per il giro di Pozzuoli solamente……..………..» 20

4.° Per Baja e Pozzuoli……………………………………………………………...………»40

5.° Per ogni torcia…………………………………………………………..…………………»20

6.° Al custode del tempio di Serapide……………………………………….…………»10

7.° A quello dell’Anfiteatro…………………………………………………………..……»10

8.° A quello della Solfatara………………………………………………………..………»20

9.° A quello della grotta della Sibilla…………………………………………..………»20

10.° Compenso al facchino che trasporta sulle spalle il forestiere

nella della grotta………………………………..……………………………………....……»20

11.° Al custode delle stufe di Nerone…………………………………………..………»30

12.° Al tempio di Mercurio in Baja………………………………………..……………»05

13.° Stanza di Venere…………………………………………………………..…….………»05

14.° Cento camerelle in Bacoli………………………………….…………...……………»10

15.° Piscina mirabile……………………………………………………...………..…….…»10

1 Al luogo di questo sepolcro fu eretta una torre, e perché dellaiscrizione latina non rimase altro che la parola Patria, fu quella detta torre di Patria. Questomostra quanto son taluna volta arbitrari i nomi dati a contrade e città antiche.


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IL VENDITORE DI POLLI

NON mi ricordo se Platone o qualche altro filosofo greco, con pochissima cortesia anzi con poca giustizia verso il suo simile, disseesser l’uomo un bipede spennato, onde non ricordo se Diogene o altri, volendo beffarsi della grave sentenza di quel. 5barbassoro, spennògarbatamente un gallo e gittatolo nel mezzo d’una radunanza di dottoroni, all’Ateneo, se non isbaglio, esclamò: Ecco l’uomo diPlatone! Lo scherzo ha valicato i secoli, e, se l’uomo ci ha perduto qualche cosa nel paragone, bisogna pur convenire che la famiglia deipolli ci ha guadagnato non poco; imperocché in sostanza, qualche cosa di mobile è nella natura di questi animali,che si rizzano su due piedicome la specie umana e che vanno col capo alto, dacché Platone li rialzò colla sua famosa sentenza. E forse queste bestiuole han piùragione di levar la testa che non certi uomini pettoruti, rigonfi d’aria e che io domanderei con più verità gallinacci in soprabito.

Noi non vogliam qui toccare della storia naturale de’ polli, giacchequesta ne menerebbe troppo lungi e di molto ci allontaneremmo dal nostro subbietto, ma crediam pertanto necessario l’accennare ad alcuneparticolarità che distinguono le diverse famiglie di queste care bestie.

È indubitato che il gallo e il più nobile della specie, egli è il redel pollaio, dove governa da despotaccio. massime quando non ha socii al potere. Ciò nondimeno, egli e generoso, e spesso spaziando inun’aia, dove incontra granelli da beccare, si astiene e croccia e chiama le galline perché fruiscano del bene che ha trovato;all'occasione le difende e si azzuffa per esse: la sua debolezza è la gelosia; non vuole che nel suo serraglio penetri altro gallo, transeat pe’ capponi, questi fedeli eunuchi dei pollai. Il gallo e vivace, superbo, maestoso e colerico.

Tra le galline, la chioccia e la pollastra hanno la preferenza perla loro speciale utilità, ma in generale la gallina e golosa, insaziabile, tenerissima madre, pusillanime pel consueto, ma baldanzosaquando ha da difendere i suoi gnascherini.

Non diremo de’ capponi, de’ tacchini e di altri cotali parenti eaffini abitatori del pollaio, dappoiché la storia naturale di ciascheduno di questi saporosi animali è più o men conosciuta e non entra nel nostro intento; essendoci proposti di parlare delvenditore ambulante di polli, che è pure una specie graziosa tra quanti pigliano posto in queste pagine.

Io non so che differenza è tra un mercadante di schiavi e unvenditore di polli. Per quanto strano e paradossale possa parervi un tal paragone, nondimeno esso non lascia di essere vero se riguardatofilosoficamente. Se la merce è diversa, l’intenzione è la stessa: entrambi vendono carne viva, bipedi rassegnali alla loro tirannicasorte.

Vedeteli questi poveri animali (parlo de'  polli) chiusi inque’ grandi cestoni e messi a crudelissima dieta! Vedeteli come hanno smarrita ogni virtù della vita: cogli occhi socchiusi, co’ capiabbassati, snervati per fame, desidererebbero la morte se sapessero che questa pone fine ad ogni dolore.

Il gallo, il gallo stesso, così baldanzoso e ritto nel mezzo delpollaio, or tu lo vedi accovacciato e sonnacchioso come il più pusillanime coniglio.

Il venditore di polli non si mostra intuite le stagioni dell’anno,ma l’està è il suo tempo favorito e segnatamente allorché si avvicina il quattro Agosto, che è pe’ poveri pollastrelli una specie della famosa notte di S. Bartolomeo in Francia o de’ Vespri siciliani.

Il quattro Agosto e il ventiquattro Dicembre suonano giorni ili strage per questi poveri protetti di Platone; ed il costumevuole sieno cotti nel sugo di pomidoro, tagliati a pezzi. Ma la carneficina orribile, inaudita, il Solferino de’ polli è il Natale;imperciocché non ci è desinare del 25 Dicembre che non abbia due o tre serviti di polli cotti in varie guise. Dappertutto, un giorno prima, tusenti le grida e i lamenti di queste vittime innocenti della partenopea ghiottonerìa.

Da ogni casa, umile od alla, esalano i vapori del sangue di questifuturi popolatori de’ forni. Io non so qual razza di dritto abbia l’uomo a sgozzare gli animali per solleticare il suo palato; ma dicoche la civiltà non sarò tale insino a tanto che questo barbaro abuso della forza sarà indifferente consuetudine delle genti.

Non abbiamo grandi cose a dire sul venditore di polli, ma nonvogliam chiudere questo articolo senza far menzione della curiosa usanza che hanno parecchi de’ nostri popolani di riffare i tacchini, le pollanche o i capponi. Spesso la vita di un poverogallinaccio dipende dal primo eletto della estrazione, imperciocché può capitare nelle mani d’un qualche vandalo che lo sgozza immediatamenteil sabato sera per farsene suo cibo alla prossima domenica.

Avete mai veduto un uomo con una bacchetta in mano,che mena avanti asé una decina di questi infelici gallinacci rachitici e tignosi, i quali non fanno altro che azzuffarsi per la via e strapparsiscambievolmente i bargigli come altrettanti Drusi e Maroniti? Ebbene, sappiate che quel conduttore è un riffatore e quelle pacifiche bestioline sono la merce riffabile, condannata a salire e a scendere per istrado montuose e per aspricalli, digiune da più giorni e senza veruna speranza di cibo, se togli quel poco che ad esse vien fatto di rubare per la via a’ venditori diviveri in cui si abbattono.

FRANCESCO MASTRIANI














































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Carlo Pisacane, il «romito» di Albaro (Zenone di Elea - Giugno 2024)

Giacomo Margotti

Giacinto De Sivo

Paolo Mencacci






Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










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