Eleaml - Nuovi Eleatici


«Il Governo ci regala il vento dell’Africa» dalla illusione garibaldina a Lu Setti-e-menzu (Zenone di Elea - Dic. 2021)

AVVENIMENTI DEL 1866 

SETTE GIORNI D’INSURREZIONE a Palermo 

CAUSE — FATTI — RIMEDI

critica e narrazione per GIACOMO PAGANO

PALERMO 

ANTONINO DI CRISTINA TIPOGRAFO EDITORE 

1867 

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)
CAPITOLO I
Cause - § 1 LA SICILIA NELLA VITA ITALIANA

§  2 I PARTITI POLITICI LIBERALI
§  3 I PARTITI REAZIONARI
§  4 LA CITTADINANZA 
§  5 LE MASSE
§  6 IL GOVERNO LOCALE
§  7  LA QUESTURA
§  8 IL MUNICIPIO DI PALERMO
§  9 LA GUARDIA NAZIONALE
§  10 LA MAGISTRATURA
§  11 LA STAMPA PERIODICA
CAPITOLO II
Fatti - §12 PRIMA DELL’INSURREZIONE

§ 13 DOMENICA 16 SETTEMBRE 1866
§ 14 LUNEDI 17
§ 15 MARTEDI 18
§ 16 MERCOLEDÌ 19
§ 17 GIOVEDI 20
§ 18 VENERDI 21
§ 19 SABATO 22
§ 20  DOPO L’ANARCHIA — IL GOVERNO
§ 21 LA CITTÀ E I PARTITI DOPO INSURREZIONE
§ 22 I GIUDIZI DELLA. STAMPA E LE RELAZIONI
CAPITOLO III
Rimedi - § 23 IDEE GENERALI

§ 24 I RIMEDI FALLACI PROPOSTI
§ 25 RIMEDI EFFICACI
DOCUMENTI
I COMITATO PROVVISORIO DI PALERMO
II APPELLO ALLA INTIERA MAESTRANZA....
III COMITATO PROVVISORIO DI PALERMO
IV COMITATO PROVVISORIO DI PALERMO
V COMITATO PROVVISORIO DI PALERMO
VI
VII Abitanti della Città e Provincia di Palermo
VIII IL LUOGOTENENTE GENERALE...
IX
X IL QUESTORE DELLA CITTÀ...
XI
XII
XIII
XIV
XV
XVI
XVII
XVIII
XIX
XX
XXI
XXII
XXIII
XXIV
XXV
XXVI
XXVII
XXVIII
XXIX
XXX

AI VERI INTERESSI NAZIONALI

Non sentimento di parte, non reazione d’animo contro nna sofferta sciagura, non alcuna offesa personale mi spinge a narrare i luttuosi avvenimenti che funestarono Palermo nei sette giorni del trascorso settembre, ma solo mi move il santo affetto ch'io porto all’Italia ed alle libere istituzioni:

Analizzando le cause, che cagionarono tante sventure, esponendo la serie dei fotti che mi fece lagrimare, perché essi hanno insanguinato la mia terra, io non porrò passione di sorta. Non lascierò trascorrere l’animo. ai rimproveri ed a vane declamazioni, ché egli sarebbe delitto quando appunto è dovere lo scrivere solo per l’Umanità, che giudica, e per la Storia, che deve registrare. Sgombro il cuore dagli allettamenti del sentire e dalla forza dell’imaginare, io pongo forma fiducia nell’appello che fo alla giustizia degli Italiani! esso valga a premunire chiunque contro i pregiudizi dannosi e contro la furia del condannare.

Possa cosi il sangue versato, possano le vite spente, i dolori provati, essere ammaestramento a' governanti ed a' governati; e servir di scuola severa alla Nazione, troppo facile a inebriarsi, e poco inchinevole a riflettere!

Novembre 1866.

CAPITOLO I

Cause

§1

LA SICILIA NELLA VITA ITALIANA

Egli è fuor di ogni dubbio essere la Sicilia la parte d’Italia meno conosciuta e più lontana dal centro della vita morale, intellettiva e materiale della Nazione. Vi è taluno, che, lasciandosi portare a volo da una calda fantasia, la chiama la terra del fuoco e delle nobili iniziative, come v’hanno altri che la giudicano la terra dei barbari, atterriti come sono dai miserandi fatti teste accaduti.

Nelle altre parti d’Italia i dotti nazionali e gli stranieri ricercano con assidua cura tra le polverose pergamene e nei ròsi volumi la storia del progresso e della civiltà di esse tutte: ma qui sul passato di quest’isola bella ed infelice, ma grande, ricercano solo pochi egregi isolani e di tratto in tratto gli archeologi e i geologi stranieri vengono a scrutare tra i vapori dell’Etna nevoso o nelle catacombe di Siracusa i misteri della natura vengono a dissepellire le memorie di una vita splendida che fu; dal continente italiano non viene alcuno mai.

Tutti in Italia conoscono quell'irrequieto avvicendarsi di repubbliche, che, succedute al colosso romano, hanno precorso di molti secoli la nuova civiltà; niuno o pochissimi sanno la storia di quest’isola retta a monarchia, che ebbe tanta parte negli italici destini, e che tanta altissima fama levò di sé.

I Vespri siciliani, malgrado l’accurato lavoro, dell’Amari sono in Italia ritenuti ancora come un grande assassinio, e le monografie illustrative del passato dell’isola ((1)) o lette appena o forse interamente sconosciute, hanno tolto di sapere alla penisola con quali legami la vita dell’isola era unita alla vita del continente. Le storie pubblicate a Torino per l’insegnamento secondario e accolte dall’Italia per ubbidire ciecamente a quel turbine di uniformità, nella quale fu creduto consistesse l’unità nazionale, sono la più chiara prova di questo fatto.

Eppure sorse nell’isola dal 1830 al 1848 una nobile ed illustre generazione, che potentemente contribuì al vantaggio delle scienze, delle lettere e delle arti, e per cui apparve luminosa quella rivoluzione di popoli che commosse l’Europa. Questa generazione emigrando, mostrò agli stranieri, in Piemonte, in Toscana quanta intelligenza fosse in Sicilia, e come sia nobile e generosa la più meridionale delle regioni d’Italia, degna pur sempre di stare allato alle altre sue sorelle della penisola. Ciò nondimeno questa potente virtù a ben fare poco o nulla giovò, e non sarà per avventura opera inutile od inopportuna il rintracciare le correnti d’idee, che in tutta Italia si stabilivano prima che gli avvenimenti del 1859 portassero gli animi alle annessioni ed ai plebisciti.

Fedele alla giurata Costituzione il Re Vittorio Emanuele elevava il Piemonte a difensore dei diritti d’Italia e a sostenitore di quell’antagonismo, che, mentre rammentava all'Austria la sua potenza straniera nella penisola, costituiva l’egemonia in Italia del piccolo paese dalle belligere tradizioni. E il conte di Cavour, da quelli bile uomo di Stato che egli era, senti la possibilità di un avvenire migliore e volle prepararlo. Senti forse che il gran concetto di Ruggiero, del gran Federico, di Dante, di Macchia velli, potea divenire una realtà perla forza del tempo e per l’alterna vicenda delle cose, che mutano al mutar degli uomini. e delle loro opinioni. Era perciò mestieri che il nome d’Italia risuonasse nei consigli diplomatici europei, non più come una espressione geografica, ma come la sintesi della naturale inclinazione di un popolo. E il previdente diplomatico afferrata l’occasione della guerra in Crimea e seduto nei congressi per la pace del 1856 offerse una battaglia diplomatica all’Austria e vinse, e l’Italia da quel punto fu riconosciuta anch’essa come un paese che avea dritto alla propria esistenza nazionale.

Niuno però in Italia, nemmeno lo stesso Conte di Cavour, potea accennare in quel momento alle conseguenze che avrebbe prodotto un siffatto principio. Il più audace avrebbe potuto divinare soltanto il fatto possibile di quella federazione, che in breve volger di tempo avea corso nel 1848 tutta la penisola, ed alla quale era solo ostacolo il dominio austriaco nel Lombardo-Veneto Infatti il grande uomo di Stato volse appunto l’animo e le cure a rimuovere questo ostacolo coll’ingrandire il Piemonte e costituirlo preponderante nelle sorti politiche italiane. Di Mazzini occorre dir poco: egli pensava e scrivea per un tempo che noi era certamente propizio a quei disegni, poiché l'Italia non era nelle condizioni della Francia dell’89 e l’Europa non si trovava più come in quei tempi sotto la pressione imminente di due principi in lotta.

Le lettere di Felice Orsini accelerarono l’alleanza francosarda: le vittorie da Montebello a Solferino chiusero l’Austria nel quadrilatero, ed annientarono la sua influenza in Italia proclamando la dottrina del non intervento.

Ma prima che ciò avvenisse, gli statisti piemontesi» l’emigrazione, la voce popolare accennavano che i moti italiani miravano a spingere i diversi principi d’Italia ad unire le loro armi contro lo straniero e a togliere le barriere doganali tra Stato e Stato per unirli in una lega politico-militare.

Senonché il maggio ed il giugno del 1859 bastarono per mutare l’aspetto delle cose nella penisola. Avversi per natura a libertà ed ostinati per bisogno, i principotti italiani perdurarono costanti sino alla fine della loro illusione dispotica, e le vicende del 1848 loro fecero prescegliere di comandare i propri reggimenti austriaci, anziché seguire il movimento popolare che li invitava alla guerra dell’indipendenza italiana e padroneggiarla fors’anco, come fecero Carlo Alberto e il conte di Cavour Cosi la Toscana, Parma, Modena, la Romagna aspettarono senza principi la tregua di Villafranca — colpo inaspettato e di avversa fortuna che impediva la serie gloriosa di quei trionfi, che incominciati appena, speravasi dovessero ricondurre l’Italia a nuova grandezza. Allora» il conte di Cavour colla Società Nazionale e i governi di Ricasoli e di Fari ni, si accorsero che l’indirizzo da darsi alle cose italiane era l’ingrandimento possibilmente maggiore del Piemonte; aspettando poi dal tempo lo svolgimento nazionale nel modo più opportuno. Le assemblee proposero le annessioni — i popoli le votarono. Colla Lombardia, l’Emilia e la Toscana, il Piemonte diventò uno Stato di 11 milioni protetto dalle simpatie della Francia e dell’Inghilterra.

E durante questi fatti, quali cose accadevano nella Sicilia ed in Napoli? La Sicilia mal sopportava un governo non suo e sostenuto soltanto dall’ignoranza e dall’onnipotenza dispotica della polizia. Sprovveduta di tutto ciò, il che materialmente rende prospero un paese, tanto benedetto dalla natura; compressa, spiata, torturata nei lampi del suo pensiero; vituperata in quella vita morale e tradizionale, che la rendea orgogliosa del suo passato, e nel quale potè sola bastare a sé stessa, mal sopportava la tirannide della dinastia borbonica e l’ingrato privilegio di provincia soggetta a provincia sorella, che per arte di despoti si levava a signora. Se sia oggi difetto o virtù, non so: egli è certo che il Siciliano è un popolo facile a riscaldarsi ed a venire alle mani. Rivoluzionario per istinto; ama per genio di congiurare e far la guerra all’autorità. La forza lo educa alla forza, non lo vince, gli fa affilare; anzi in segreto le armi. Il volto parla col giro solo di uno sguardo, e un gesto, un moto subitaneo è tutto un discorso. Le sue congiure non son mai cospirazioni di partito,; ma ira e furor di popolo compatto; e il Vespro si ripete ogni qualvolta l’occasione lo esige. Egli è popolo di alte virtù — facile all’entusiasmo di cui si pasce — è lieto di feste e di pompe: accarezzato si guida senza fatica e di leggieri apprende e s’istruisce, perocché egli ha svegliato l’ingegno e naturalmente prematuro il criterio: se lo persuadi |ti segue, se lo calchi ti scatta di sotto come una molla malamente compressa.

Il Governo napolitano spadroneggiava in Napoli e in Sicilia. Colà però, se le provincie erano lasciate in abbandono e i popoli nell’ignoranza, se la libertà era un delitto, la popolosa e pittoresca Napoli avea per compenso la vita di Corte, il tumulto della capitale, avea la rete delle sue strade e la comoda giacitura, che ne allargavano il commercio e ne faceano prosperare l’industria, facilitata alcune volte da leggi protezioniste.

Era perciò desiderio solo dei Napolitani il riformare la propria costituzione, e come fine al sentimento nazionale invaginavano una Italia divisa in. due regni (sbocconcellandosi col Piemonte il rimanente degli stati Pontefici) uniti con una forte lega politico-militare.

Nella Sicilia invece alla servitù comune con Napoli si aggiungeva l’odio feroce contro alla fedifraga dinastia, le tradizioni di giorni prosperi e passati, l’intolleranza del giogo napoletano. Si aggiungeva l’efferatezza di Maniscalco, il quale, colle immani sevizie dei suoi cagnotti, suscitava le faville di cento repressi movimenti annunziatoli del fuoco che covava per entro a quest’isola di vulcani. E si cospirò sempre. E la polizia a torturare e disarmare.

I casi del 1859 ebbero in Sicilia un contraccolpo. Morto Ferdinando II, e salito sul trono dei Borboni un inetto tirannello, ignaro di tutto, fuorché di rosari e di pratiche superstiziose, parve giunta l’ora di un grande movimento rivoluzionario. Era comune intendimento, ritornare al 1848, sottrarsi a Napoli, richiamare a principe il figlio di quel Duca di Genova, cui era stata offerta la corona siciliana, e stringersi in federazione coll’alta Italia per concorrere in simil guisa alla formazione delle sorti nazionali.

L’emigrazione in tal frattempo si era alquanto scissa. Una parte, quella Che s’attenne alla Società Nazionale e fece capo a Cavour, intendeva profittare dei moti di Sicilia per ingrandire con l’isola ricca del Sud il regno del Nord che si era allora costituito — l’uomo di Stato forse pensava con finezza diplomatica a trar profitto degli avvenimenti (nelle combinazioni possibili col re di Napoli. Un’altra parte andava alla rivolta col fine di assicurare, a mezzo di savi temperamenti, la prosperità dell’isola, portandola a contribuire nel modo più conveniente alla grande idea nazionale. Un’altra parte infine, che si rivolgea al generale Garibaldi, era signoreggiata dai concetti di questi. Il quale, primo forse e solo in quel tempo ad avere l’intuito della possibile Unità Nazionale della Penisola, colla fede che danno le grandi idee pei grandi fatti, vedeva la possibile Unità Nazionale adoperando quei mezzi che davano le occasioni, pur conservandola propria indole, pronta al l’operare, per nulla diplomatica, e per la quale talvolta non si condusse a buon fine. Mazzini era allora divenuto inutile o fors’anco dannoso allo scopo; Cavour uomo di Stato ed atto esclusivamente alla diplomazia, Garibaldi solo pertanto potea allearsi alla Monarchia con quella cavalleresca franchezza, che ne costituisce la nobile individualità, e farsi l’interprete di uno svolgimento secolare proclamando audacemente l’Unità d’Italia, col gettar il guanto disfida ad un governo, che avea per sé 100000 soldati, una flotta ragguardevole, Aiossa e Maniscalco.

E Garibaldi confidava a buon dritto sulla insurrezione pronta in Sicilia, perocché l’isola non potea più contenersi, ed accettava il programma: Italia una con littorio Emanuele re costituzionale.

In queste parole credette di leggere, e lesse, libertà e giustizia, delle quali era tanto bramosa; prosperità materiale, comunicazioni, educazione vera e progressiva; lesse infine glorioso e forte avvenire nazionale. Le armi furono pronte, e il 4 aprile 1860 la città di Palermo sentiva il cupo rimbombo delle fucilate alla Gancia — la Sicilia insorse.

Quando la Dittatura di Garibaldi, governando l’isola col programma che la vittoria avea coronato a Calatafimi ed a Milazzo, preparava uomini ed armi per compierla coll’impresa del Napolitano, le divergenze esistenti nell’emigrazione, si erano riprodotte in vario modo in Sicilia La Società Nazionale e Cavour, scemi di fede nella buona riuscita dell’impresa di Garibaldi, si studiavano a poter loro di attraversarla, fosse anco per timore della diplomazia francese, e procuravano, cogliere alla sprovvista gl’isolani spingendoli a domandar la votazione popolare sopra le seguenti parole: Annessione al regno di Vittorio Emanuele II Re costituzionale.

La seconda parte dell’emigrazione a ciò si opponeva fortemente, come quella che avea gran deferenza per Garibaldi e anche perché sosteneva che, prima di affidarsi ad un governo per buono che fosse, dovesse un’assemblea stabilire i patti della dedizione, onde pur entrando a far parte della famiglia italiana del Nord, fossero rispettate quelle speciali esigenze, alle quali la Sicilia dovea da sé particolarmente provvedere. La terza poi si attenne stretta al fianco di Garibaldi pronta e intenta al guerreggiare ed impaziente di questo inopportuno e molesto chieder d’annessione: finché usando la forza scacciava da Palermo Giuseppe La Farina e Filippo Cordova venutivi a suscitare quella improntitudine.

Sulle prime i Siciliani non comprendeano queste divergenze, poi sentendosi lieti delle vittorie garibaldine, andavano formandosi in partiti secondo l’indole, l’intelligenza e l'entusiasmo.

Sotto Capua Garibaldi incontrò le schiere che aveano vinto a Castelfidardo — egli le avea precorse col suo genio — L’ultimo Borbone, ritirandosi pauroso, lo avea lasciato entrare in Napoli con la sola scorta di quattro suoi compagni e proclamarvi compiuta l’Unità italiana — L’eroe dei campi di battaglia ritornava uomo — Nella tempesta suscitata in seno al consiglio degli uomini di governo che lo circondavano, egli, non poteva comprendere che vi si discuteano le condizioni della libertà amministrativa d’Italia. Il Marchese Palla vicino facea premura e le provincie meridionali inebriate dalla grandezza del fatto che si avverava, votarono il plebiscito, che univa l’Italia intera sotto la dinastia di Gasa Savoia.

Cosi, per la vivace ebbrezza dei portenti operati, per l’entusiasmo d’aver soddisfatto un desiderio nudrito da secoli con lungo amore, cominciò da quei giorno l’epoca della legislatura e dell'azione dei partiti.

Nel continente italiano, una mano di uomini, educati alla scuola dei dottrinari ed alle massime di Thiers e di Guizot e preponderanti nel governo della cosa pubblica, Si diè a mettere in atto quel principio che suppone: Parte dello amministrare consistere in concetti astratti ed uniformi, applicabili dappertutto senza temperamenti o modificazioni di sorta. Le provincie del Nord italiano, ricche di tutto quanto può dare il florido commercio per la meravigliosa rete delle ferrovie e pei pronti mezzi di comunicazione non posero mente che ben misere e assai erano; al lor paragone le provincie meridionali, e in ispecial mo do le ubertose contrade della Sicilia.

In quelle, il contatto lungo e continuo della civiltà, colle masse, la soppressione, quasi intera, delle corporazioni religiose aveano da molto tempo sviluppato la pubblica, ricchezza e dissipato le tenebre superstiziose. Nell’isola, le sole città marittime viveano del consorzio civile, l’interno di essa ne era molto lontano. Il clero, indipendente da Roma, non vivente come altrove segregato dal sociale convivere, e ciò anche per le attinenze di famiglia, non era avverso alle commozioni popolari, ma anzi le secondava o vi prendeva parte. La massa enorme dei beni di manomorta e delle corporazioni religiose, sebbene sottraesse molta attività alla pubblica e privata ricchezza,, pure rispondeva quasi intieramente alle misere condizioni economiche del paese, con un centro vitale da cui traevano sussistenza migliaia di famiglie.

E queste cose, che, esaminate con freddezza, avrebbero dato luogo a savi e giusti provvedimenti, non fruttarono nulla di provvido, perché il bollore fanatico di quei giorni di trionfo confondeva l’unità con la sete del distruggere ogni avanzo del passato, e producea gran nocumento, ed una reazione dispettosa e terribile.

Fuori dell’isola non fu creduto questo subitaneo rivolgimento di. cose, e per la poca conoscenza che si avea della sua storia e perché le differenti condizioni non ne faceano apprezzare i particolari bisogni. Cominciava però nel luglio del 1860, coi primi numeri del Precursore il Civinini a scrivere, ignorando la forza commovitrice di gelose suscettività che conteneva, la frase «ai conquistatori di Palermo chi può resistere?»

E la gittava spensieratamente ad una città che unanime e deliberata a vincere avea sopportato paziente un bombardamento ferocissimo! Poi contro di essa una guerra minuta, fitta, continua, da ogni parte impegnossi e fu ostilità immeritata e bassa!

Alle città dell’isola, tranne Messina e Palermo, bastava quella vita di centro provinciale e circondariale che le circoscrivea. Palermo di popolazione seconda in Italia, । per il dispotismo borbonico senza industrie e senza com? merci, trascinava meschinamente la vita in breve cerchiad’affari amministrativi e giudiziari che accumulavano.. entro le sue mura publici impiegati. Messina invece, posta. felicemente sulla via di Levante, con un movimento marittimo di grande importanza, avea poca cagione per commuoversi di qualsifosse dottrinario perturbamento governativo. Essa avea una prosperità commerciale, che nessuno al mondo potea toglierle. Tale essendo lo stato delle cose in Sicilia, la città che più dovea risentire le conseguenze fatali dell'accentramento, col quale si scambiava l’unità, era Palermo.


vai su


L’abolizione della Luogotenenza, le sciagurate vicende. del 1862, la legge sulla disponibilità, l'opposizione astiosa al Clero ed alle corporazioni religiose, e le tasse dirette prepararono un cumulo enorme di odi, di malcontento e di malessere sociale. Così il restante d’Italia dimenticava che la Sicilia è un paese che, per volersi ben governare, ha solamente bisogno de! cuore e della mente di quegli uomini che siedono al governo della cosa pubblica: e non già del loro calcolo e della loro spensieratezza. Cosi in Sicilia si confusero in un fascio i dottrinari e gli egregi italiani; e invece di farsi attorno ad uno tra i partiti politici esistenti in essa per dargli forza col chiedere in modo legale quei provvedimenti che rimediassero amministrativamente all'imperversare del male, si trasformò il malcontento per un lato in apatia di avvenimenti e per l’altro si trovò pronta risposta negl’istinti rivoluzionari.


§ 2

I PARTITI POLITICI LIBERALI

Havvi in Sicilia, come in tutta Italia, e in Francia, un partito, che chiamandosi moderato, governativo, ministeriale, tende à rappresentare nell’equilibrio della vita pubblica il partito, cosi detto conservatore, ma di uh paese veramente costituzionale, com’è l’Inghilterra. Egli è pur notevole come queste tre denominazioni, le quali concorrono a rappresentare un nucleo politico d’individui, che hanno per solo punto convergente l’idea della bontà soggettiva e oggettiva del governo, si applichino indifferentemente; e ciò perché il reggimento publico in Italia non è uscito dalle mani di questo partito.

Gli avvenimenti del 1860, ai quali presero parte con sagrifici di sangue e di sostanze molte veramente rispettabili ed onorevoli. persone, che appartengono al partito moderato, loro aggiunsero però un numero soverchiante di gente timorosa dei progressi di Garibaldi nel dubbio di perdere il poco acquistato; e un’altra infinita quantità d’individui, che appoggiando il governo, intendeano solo di profittare impieghi e decorazioni.

Come di leggieri si scorge, questo partito, così composto, è ben lungi dall’offrire all’ordine pubblico quelle garanzie conservatrici, che in Inghilterra offre l’aristocrazia e la gentry.

Qui gli onesti non si trovano tra loro legati da comune interesse di classe e non han quindi esistenza organico-sociale.

Qui gl’idrofobi politici contribuiscono per quanto è da loro ad irritare continuamente le masse col plauso incessante all’infallibilità del governo e coll’ingiuria vergognosa ad ogni specie di opposizione. Qui infine un lungo codazzo di gente parassita cerca il lucro ed il vantaggio personale e adora il sole che spunta per dare le spalle a quello che tramonta..

I dottrinari monarchici in Italia contano molto su questo curioso miscuglio di elementi disparati, che pur chiamasi partito, e non hanno mancato digrossarlo coi fautori de' governi caduti. Atto molto impolitico cotesto, che se per un lato ingrossa e rende innumerevole quella vegetazione parassita che dicesi burocrazia,

dall’altro getta le basi della pubblica amministrazione sopra l’incertezza dei caratteri e sulla slealtà delle opinioni.

Dall’esame delle cause che produssero le gravi perturbazioni del settembre nella più grande città della Sicilia, si addimostra chiaramente quanta forza abbia avuto in esse l’azione di questo partito, non già per le idee politiche del medesimo, bensì pei falsi concetti sull’amministrazione, che accecavano ognora più i governanti e la maggioranza dei Deputati alla Camera. In politica, ognuno sa, non possono coesistere in un paese se non se due opinioni — quella che per politica intende l’arte dell’andar cauti e del destreggiarsi, e l’altra che intende procedere ardita e spigliata, confidando molto nei moti popolari e nell’audacia di certi principii e idee.

In fatto di amministrazione però l'esistenza di un partito deve appoggiarsi ad un sistema; e il principale demerito del partito governativo in faccia alla storia ed al paese, è quello di non avere né sistemi né convinzioni amministrative. Trascinato dalla egemonia piemontese, che, per forza propria e per debolezza delle altre provincie (conseguenza dell’entusiasmo), irrompeva su tutta Italia con una burocrazia

mediocrissima, il partito governativo, senza virtù di porvi un argine, fu costretto a subirla e ad inneggiarla. Mancante di quelle larghe vedute che sono proprie dei grandi ingegni, ideò per unità d’Italia un Piemonte ingrandito, stiracchiando di là le sue leggi sino alle provincie meridionali, che erano a buon dritto orgogliose delle proprie. E fu una furia inaudita. Era tanta la paura meschina, che questa unità nazionale, fatta per volere di popolo, si disfacesse al menomo urto, che il governo e il suo partito perderono la fede a quel gran principio unitario che raccogliea in un sol fascio le sparte membra dell’eredità latina; e si ebbe al tempo istesso timore infinito dell’autonomia amministrativa degli antichi Stati italiani distinti per dialetti e per isteriche tradizioni. Ed era tanta poca la fede di taluno, che al partito governativo apparteneva e rinnegava la volontà nazionale, che non fu vergogna pubblicare: che la unità nazionale sarebbe pienamente compiuta il giorno che a furia di colonie tutte le popolazioni italiane si sarebbero confuse, scomparendo dialetti e tradizioni!

Improvvide stranezze da fusionisti coteste, che, mostrando quanta poca sapienza politica sia nelle menti governatrici d’Italia, doveano poscia fruttare i dissesti finanziari della Nazione, dei moti del settembre in Palermo!

Al male comune che cagionava in tutta Italia, il partito governativo aggiunse in Sicilia, un male maggiore; ed io tengo per fermo, che, interrogati gli onesti e coloro i quali sono pur di buona fede, non tarderanno e gli uni e gli altri a convenirne sinceramente. Questo partito non ignorava le particolari condizioni dell'isola rispetto alle condizioni nazionali; gli erano noti i desideri profondi del popolo di essa, che sentiva di appartenere all’Italia pur rimanendo siciliano; popolo che avrebbe voluto associare i vantaggi del far parte di una forte e grande nazione a quelli del porre l’animo e l’ingegno tranquillamente a far da sé, nello sviluppo della propria vita economica e morale. Infatti l'Annessione

e il Sud

giornali di questo partito, sapendo benissimo lo stato della pubblica opinione nell'isola, nel tempo stesso che battagliavano per affrettare il compimento dell’annessione, si studiavano di non allarmare le popolazioni e di disforie dal pensiero di porre alcuni patti al plebiscito, rassicurandole che non sarebbe stata ih alcun modo turbata la sua specialità amministrativa. E ciò accadeva di buon accordo col governo del Conte di Cavour. Questi infatti scrivea due lettere concepite in tal senso al generale Carini in Palermo; e Farini e Minghetti prometteano un ordinamento amministrativo liberale ed italiano.

A riguardo di questo fattoi da considerare: che se la Sicilia non avesse avuto profondo e radicato il bisogno di una propria amministrazione, ma in questa vece avesse voluto la fusione a piombo colato come si volle dalla Francia, il partito governativo non avrebbe avuto allora alcuna ragione di sprecar tempo e parole per rendere gradita all’intelligenza popolare l’unità d’Italia dal lato amministrativo.

Per lo contrario tutta la scaltrezza della politica fu spiegata in quell’occasione per ingannare. Mordini prodittatore, e che sentiva il benefizio di tutti i vantaggi liberali di un ordinamento amministrativo pel quale il popolo potesse agevolmente svilupparsi con tutta l’energia delle proprie forze, fu messo in diffidenza ed ebbe amareggiati crudelmente gli ultimi giorni del suo governo. 1( )In quell’ora appunto egli riuniva un consiglio di Siciliani chiarissimi, gettava le basi di un Memorandum,

che serve di documento alla storia, la quale dimostrerà gli effetti sanguinosi della violazione di quei principi liberali e conservatori che in esso furono tracciati. .

Da quel punto il partito governativo fu travolto in un vortice logico d’errori. Dimentico dei bisogni particolari della Sicilia, e che avea esso pure sostenuto, combatté il sistema amministrativo che Farini e Minghetti propugnavano, ed ebbe poi l’ipocrisia di bandire — come; per l’infallibile governo e per la maggioranza parlamentare, pronunzianti il loro verdetto, la Nazione dovesse acquistare la propria unità con una perfetta uniformità di ordini e colla più completa fusione di ogni parte di essa. Allora s’impegnò una guerra accanita contro le Luogotenenze di Napoli e Sicilia, contro i gonfalonieri di Toscana; guerra piccola, meschina,aspra a ciò che rammentava il passato, quantunque avesse con sé il retaggio delle glorie e delle grandezze italiane!

Così il partito governativo spinse in Italia più di ogni altro le cose alla distruzione loro. Spettacolo nuovo e strano! dappoiché esso avrebbe dovuto avere tendenze conservatrici e non irrompere, come fece, sul passato della nazione, collo stesso impeto rivoluzionario dei Montagnards

di Francia, ed edificare malamente sopra mobili basi di sabbia il nuovo edificio costituzionale.

Né per avventura è mio intendimento il confondere in un fascio tutto quello che si fece. Molto male invero fu l’effetto della novità inebriante della situazione e molto derivò da quella piccolezza di vedute, che, morto Cavour, impazzito Farini, diresse allora l’Italia. Credo però che colpa grave sia stata la mediocrità di concetti pei quali, mentre Italia tutta si apprestava ogni giorno a sacrifizi continui, affermando in ogni minimo fatto la coscienza della sua unità, si diffidava della esistenza morale delle provincie storiche e si faceva strazio dei veri interessi delle popolazioni.

E il partito governativo in Sicilia perdurando ostinatamente in siffatti concetti, dimenticava quello che nella state e nell’autunno del 1860 avea sostenuto. Gridava all’insicurezza pubblica, gridava contro il pericolo imminente che la Mafia

((2)) e la reazione si coalizzassero a sconvolgere l’ordine sociale. Ma con ciò esso accennava solo agli effetti e non volea risalire alle cause; per cui avrebbe veduto che la grandezza del pericolo stava tutta nell'apatia o nella connivenza dei popoli, disorganizzati della insufficienza dei governanti e dalle secolari tendenze calpestate.

Già il pericolo minacciava irrompere con tutta la desolazione di una forza duramente compressa; il partito governativo non ne misurava la grandezza; e il Governo a confidarvisi, onde imprevenuti rimasero i moti ed incompresi al primo apparire. Questo partito, disciplinato militarmente in quelle lotte di numeri contro numeri, che si dicono elezioni politiche o amministrative, valeva nulla come esistenza conservatrice: ciò prova chiaramente la settimana di anarchia, che ha colpito Palermo.

Allato di cotesto partito, ed in alcuni punti posto a contatto si trova il partito d’azione. —

Gli elementi che aveano contribuito ai fatti del 1860 quali erano la gioventù, l’abito manesco e l’azione rivoluzionaria, formarono, appena proclamatala Dittatura un partito, i di cui principi politici furono: la rivoluzione essere lo stato normale della società — la vita italiana doversi tutta concentrare nel compimento della unità territoriale con Roma e Venezia — ogni altra quistione dell’intutto secondaria, o di poco interesse se non se dopo ottenuto quello scopo.

Come al solito avviene in tutti i politici commovimenti, la forza, che ha commosso crede aver diritto all’assicurazione della propria esistenza, mediante lo Stato a cui mutò forma di governo. Cosi moltissimi del partito d’azione si trovarono scontenti per essere stati posti in dimenticanza: e lo scontento fu maggiore allorché nel conferimento dei pubblici impieghi e degli onori si videro preferire, non il merito, risultante da concorsi e da veri titoli, ma quella classe misera di uomini, che, come i corvi dopo la battaglia, vengono a profittare delle parentele, delle amicizie, delle relazioni sociali per ottenere senza fatiche e senza pericoli ciò che solo si dovea concedere al merito, ai sagrifìzi ed al valore.

Altri, sdegnosi del come volgeva la cosa pubblica maneggiata dal partito ministeriale; sicuri della loro onesta coscienza, per cui avean partecipato ai dolori ed alle speranze del movimento nazionale; scoraggiati dalle idee del partito, che tutti i mali facea derivare dalla misera condizione in che eran tenute Roma e Venezia, si allontanarono del contatto delle masse, sulle quali la loro popolarità e il loro coraggio aveano costituito un ascendente moderatore e liberale, lasciando in tal modo che su di esse agissero altri principi ed altre cause.

Molti poi, supponendo farla da oppositori sistematici al governo offrivano uno strano miscuglio d’ignoranza e di demagogica declamazione. Tutto attaccavano di fronte e spesso senza saperne il perché. Nessun principio scientifico li moveva a giudicare del bene e del male che si faceva, contraddicevano nel vuoto della loro mente colle parole dell’oggi la parola di ieri, e facevano dimostrazioncelle da piazza, credendo con ciò influire sul Governo e sul paese. Era una pietà sentire dappertutto cotesta gradazione oppositrice lagnarsi perpetuamente; e, interrogata, versare soltanto il lamento sulle idee e sui bisogni della chiesuola del partito, e non riguardare giammai all’interesse generale della Nazione. Un accusare perenne e su tutto il Ministero, come quei che mai fu da tanto da additare i rimedi pronti ed energici onde il Paese sapesse trovare in sé le forze di sviluppo alla propria ricchezza. A mo’ di esempio le pubbliche finanze, desolante piaga d’Italia, apparivano in perpetuo disavanzo, e vi si scorgea il danno della pessima, ed alcuna volta della infedele amministrazione. Ma ciò che tornava sconfortevole cosa a vedersi, era il partito d’azione demagogico offerente alla Nazione lo spettacolo prodotto dallo squarciarsi che esso faceva del velo che copriva molte vergogne; e che il partito governativo si studiava di rabberciare per conservare. Era la lotta di effetti so pra effetti che toglieva di sentire il bisogno di rimonj tare alle cause, trascinato come era quel partito dalla; logica dell’errore.

Cotesto far l'opposizione, lo screditava sempre più in Sicilia sopratutto e ne annientava l’influenza sulle masse. E ciò principalmente dopo il 1862.

Allorché tante funeste circostanze, non disvelate ancora, condussero alla fatale giornata di Aspromonte, la' Sicilia ne risentì la sciagura, più che ogni altra provincia d’Italia. Garibaldi ingannato a Torino, credette esser venuto di nuovo il tempo dell’agire; e col suo sguardo misurò la situazione, e vide che l’isola era il miglior punto di partenza per novelle avventure nazionali. E mosse alla sua volta. Avea al fianco il coraggioso ed intrepida Giovanni Corrao, uomo tra le masse popolarissimo e con una influenza più da leggenda che no. Altamente e senza misteri preparossi e fu risoluta l’impresa. Il Governo sapea ogni cosa e taceva, onde la Sicilia fu con Garibaldi ingannata. Gl’isolani accorsero numerosi e con entusiasmo: formavano l’animosa legione giovani molti d’ardimentoso sentire, e parecchi ancora appartenenti al partito governativo, e che presero posto nello stato maggiore del Generale.

La dolorosa catastrofe spezzava le fatali illusioni ed accasciò con l’Italia la Sicilia intiera. Per Palermo l’effetto di essa fu un delirio, una vertigine senza nome; Io ricorderò sempre le crudeli giornate del 31 agosto e del 1 settembre 1862 in questa città. Non dimenticherò mai le masse di popolo inerme, che, come stormi ribattuti dal vento, sbucavano per ogni dove urlando, piangendo e girando attorno alle truppe poggianti le armi a terra, insultandole anche spesso nell’impeto dell’ira insensata. Ricorderò quel nobile contegno dell’esercito, calmo, compassionevole, rassegnato a tutto, redimente in simil guisa, in nome d’Italia, la politica colpa del Ministero Rattazzi. Rammenterò sempre quegli ufficiali vilipesi da una moltitudine, cieca per dolore, non sguainanti le spade e chiedenti solo rispetto col dignitoso contegno: ricorderò infine il sentimento profondo di ammirazione, che mi rimase per questa tanta nobile parte d’Italia!

In cotesta dolorosa circostanza il partito d’azione fu compatto nel reagire, dappoiché alcune ore prima egli stesso avea provato quel medesimo delirio, che poco dopo era sceso nelle masse. Fuvvi chi nel Palazzo del Municipio maledicendo alle Autorità nella foga del dolore, proclamava l'insurrezione; e furonvi ancora coloro squali voleano correre precipitosi alle armi. Il partito d’azione si mostrava per l’ultima volta concorde e compatto — esso facea appello alla rivolta. La calma della guarnigione in Palermo, la forza stessa di quell’immenso dolore, la sospensione della libertà di stampa, fecero aspettare l’apertura delle Camere.

Il Parlamento s’attenne a' principi di pericolosa indulgenza verso il Ministero; ed ebbe il mandato politico di barcamenare tra le mezze misure, sfuggendo dall’addentrarsi in tante difficili quistioni. Allora la sinistra si scisse; una parte preferse uscir dalla Camera elettiva per combattere il Governo abbandonando le vie legali, che offriva lo Statuto — l’altra, non isfiduciata dagli abusi pei quali il potere esecutivo rendeva inefficaci le libertà individuali di discussione e di associazione, si rimase, abbenché sparuta, a protestare ed a combattere contro la prevalenza del numero, il quale accertava senza contrasti la prevalenza degli errori e dei sofismi della maggioranza.


vai su


Avveratasi la partizione della sinistra, il medesimo avvenne anche del partito d’azione in Sicilia e principalmente in Palermo. Tutti coloro che subivano la maggiore influenza del Crispi, gli tennero dietro nella via di opposizione costituzionale, che egli rifaceva. Gli altri, usi a menar le mani, insofferenti del lungo e zoppo procedere dell’amministrazione, aizzati ed inaspriti dagli abusi del potere esecutivo, si tolsero dall’unione di quelli; e vivamente e spesso rimproverandoli, si diedero a secondare? l’istinto rivoluzionario delle masse, rimasto incerto per la credenza che la caduta dei Borboni e l’Unità d’Italia, fossero per arrecare la pace e la prosperità del paese.

Capo naturale di questa gradazione di partito e per le qualità personali, e per l’ascendente sulle masse era il generale Giovanni Corrao — nobile natura siciliana; uno di quei tipi che ricordano in tutta la sua purezza la razza italica. Di forme robuste, di sguardo acuto e penetrante; avea svegliata l’intelligenza e possedea la scaltrezza tutta propria dell’isolano. Sortito umili natali, e mancante della cultura dello spirito, si cacciò innanzi a farsi la via coll’ardimento che avea dell’audacia leggendaria e con molte altre buone qualità naturali. Solo lui e Rosolino Pilo, venuti dal continente, per dove aveano emigrato, questi nel 1849 e quegli dopo essere divenuto l’incubo della polizia borbonica all’isola Favignana, ritornavano in Sicilia nell’aprile del 1860 per ordinare ad azione comune le guerriglie d’insorti, che combattevano le truppe napolitane, ed a sostenerle fino all’arrivo dì Garibaldi. In tutta la guerra combatté ardimentoso sempre; e, quando nel 1862 fu combinata l’impresa garibaldina, fu il solo tra i generali creati dalle vittorie di Garibaldi che lo seguisse. Le masse idolatravano in lui il coraggio da leone, il cuor generoso, e quella stessa rappresentanza di gente popolana, da cui traeva origine; e, malgrado i suoi difetti, tra quali primeggiava il facile trasportarsi della sua calda indole meridionale, egli era ben accolto dalle persona d’intelligenza politica e di alti fini, le quali non disdegnavano d’unirsi alni ne’ ragionari e ne’ propositi.

Avveratasi la scissura del partito d’azione, accadde un fenomeno nuovo à vedersi. Come già dissi, il partito governativo vivea lungi dal contatto colle masse, e si lasciava andare alla logica de' suoi errori, che non avea saputo combattere, inconscio di ciò che quelle stavano per apparecchiare sordamente, mosse dal malcontento o da perfidi consigli; e secondanti cosi ancora una volta la forza dell’istinto loro, ribelle a tutto che li fa desolati. Ma la parte moderata del partito d’azione usava sempre, sebbene con minore efficacia di prima, co’ popolani, cui l’ignoranza facea ondeggiare, per non saper; di per se trovare il bandolo di una matassa, che l'inconsapevolezza dei bisogni reali dell'isola, l'inettitudine governativa e l’indole rivoluzionaria propria del popolo arruffavano un di più dell’altro. Ond'essa veniva spesso a scorgere i lampi di un fuoco lontano, ma nutrito, ma sperato, ma promesso da tempo dalle masse a se stesse. E fu strana cosa invero il vedere il Governo fatto accorto del bisogno di previggenza, e reso ammonito, non già dal partito governativo, ma dalla metà di quello d’azione, che, appunto per ciò, tolse nome di moderato. Era questa la forza delle vicende sociali, che scombujava; ogni cosa in Italia, e particolarmente in Sicilia, era anco forse quell’altra di compiere un atto di cittadina virtù? Io non voglio giudicarne. Ben io mi so tuttavia come cotesto partito mettesse nei suoi avvertimenti tanta funesta parte di gelosie e di desideri infiniti per un potere qualsifosse. Dico ciò, perché un servigio reale, non fu cotesto, né potea esser tale, fatto in tal modo! E mi spiego. L’additare una cospirazione come pericolosa tornava lo stesso che mostrare un effetto presente venuto da cause preesistenti e molteplici, il quale avrebbe potuto evitarsi in un dato momento, ma che sarebbe sempre stato prossimo ognora che l’occasione si offerisse a secondarlo. Inoltre le informazioni che giungevano al Governo erano per forza di cose monche, spesso inesatte ed ingarbugliate. Di fatto i provvedimenti energici che egli prendea riuscivano ingiusti, tornavano inutili; e indegnavano i buoni e gli onesti. Era la notte dal 12 al 13 marzo 1863 e tutto ad un tratto si distende come per incanto un apparato enorme di forza. Pronta l’artiglieria al far fuoco, poste le selle e le bardature ai cavalli della cavalleria, schierate in campo le fanterie; e di qua e di là per ogni dove distaccamenti di carabinieri, di guardie di pubblica sicurezza, di zappatori del genio e tutti a procedere lenti e cupi nelle cupe ore della notte, scassinando porte ed usci e facendo arresti di ogni maniera di persone e di gente d’ogni partito. Allo svegliarsi Palermo rimase stupita ed incredula. Poi vide e sentì commisti insieme nomi ed idee diversissime e nulla comprendea — pure chiedea luce agli istruttori. — E veniva innanzi pel primo in qualità di procurator generale un Giocosa; uomo cui la facile loquela nascondeva il poco criterio; poi un Mari consigliere d’appello, che avea fatto meschina figura di sé nel non sapere istruire il celebre processo dei pugnalatori;

ambidue continentali, ignari del dialetto e delle condizioni speciali dell’isola ((3)).

Com’ebbe fine l’istruttoria diè annunzio di ciò che ben potea essere prevedibile; un ridicolo castello in aria di menzogne e di calunnie costruito sopra un’idea vera, che però non si estirpava colle solite lungaggini degl’inutili processi; ma col porre, mercé la conoscenza delle aspirazioni siciliane, la quiete e la prosperità nell’isola, che pur ne avea tanto bisogno! Bolis, allora questore, era stato il principale strumento d’architettura inonesta cosa; un Matracia, vilissimo mezzo secondario, maestro profondo d’indecorose calunnie,col quale la giustizia (magistratura) in Sicilia non avea sdegnato dallo intrattenersi. Il governo, sempre cieco e cieco ingannato dalla propria e dall’altrui ignoranza, non ebbe la dignità di saper punire i suoi funzionari, che non avean saputo distinguere il vero dal falso, che aveano commesso una serie continua di dabbenaggini e di colpe, onde l’isola ne risentì grave scontento e si scoraggiò, mentre il partito d’azione moderato ne ritraeva discredito ed impopolarità.

Durante l’istruttoria sopravvenne un nuovo caso. Fra gl’imputati eravi appunto il Generale Corrao, contro il quale l’autorità giudiziaria avea staccato il mandato di cattura. Latitante da un pezzo, uno spione l’addita un giorno del maggio 1863 a due carabinieri, che gl’intimano l’arresto. Era egli in uno dei viali della strada della Libertà nell’ora del pubblico passeggio. A quella intimazione egli chiedea l’ordine giudiziario, che i due agenti non aveano; allora si niega di seguirli; e molte persone gli si serrano d’attorno in sua difesa. Lo spione vien bastonato e maltrattato e il Corrao sta per isfuggire all’arresto, quando il Conte di Cossilla, allora Prefetto della Provincia, scende di carrozza, lo assicura in sua parola dell’esistenza del mandato e lo invita ad ubbidire alla legge. Cedette sdegnoso il generale; ma l’autorità politica, temendo del favor popolare in vantaggio di lui, mandò alle carceri un rinforzo di 200 uomini, circa, tra carabinieri e bersaglieri!

Allo sconfortante spettacolo che presentava allora la Sicilia, delusa ne’ suoi desideri secolari di amministrazione propria, disingannata nelle ardenti aspirazioni dello entusiasmo nazionale, tradita nel bisogno di libertà e di giustizia, vitalmente sentito, si aggiungeva la novità di quasi tutte le leggi, che venute via con gran furia, la sottoponevano a pesi e ad imposte alle quali prima non era avvezza. Furia cotesta che avrebbe forse agevolmente subito, ove per avventura avesse trovato risorse economiche nello sviluppo della pubblica ricchezza e nella soddisfazione dell’animo: non mai nelle condizioni misere in cui versava ed accrescenti l’esca del malumore che d’ogni parte irrompea.

Il partito d’azione moderato gridava a Roma ed a Venezia come a farmaco infallibile. — Le masse non credeano nulla — battevano solo le mani per la commozione; suscitata di una pronta insurrezione.

Sebbene il processo politico del 1863 fosse andato, infieramente a vuoto, il governo locale della provincia di Palermo e parecchi altri forse che vi aveano interesse continuavano a tener d’occhio il Corrao, che attendea pacifico ai lavori campestri di certe sue possessioni.

Un bel giorno s’intese trovato morto da due colpi di un’arma da fuoco. Chi l’uccise? Si dovea compilare un processo. Gli amici intanto fecero i funerali in gran pompa. Ella era sempre una nobile vita che si spegneva!

Era il 1864 e il generale Govone veniva mandato in Sicilia per le operazioni militari contro i renitenti di leva. Di nuovo lo stato d’assedio, di nuovo le misure eccezionali. Quando quel giovine generale fece ritorno alla Camera per passare in rassegna il suo operato, egli, con imprudenza temeraria, gettò a tutti i Siciliani la generica, qualifica di barbari.

Avvenne allora un tempestar; vivo e crescente nella Camera e per. tutta l’isola. Il Governo non volle darsi per accorto come i siciliani avessero aspirazioni proprie, pur formando parte della famiglia italiana, e non volle leggere queste aspirazioni non nei sentimenti dei deputati siciliani dell’opposizione e non nelle parole istesse dell’ex-ministro Cordova, che in un lungo discorso voleva trovar grazie presso di quelle. E, invece di correggersi, il Ministero aggiunse errori ad errori, rinviando in Palermo il generale Govone. Egli era appena giunto, alcune sfide lo provocarono; qualche ufficiale credette proprio dovere il sostenerle. — In due giorni si fecero sei a sette duelli; e la cosa sarebbe andata più oltre, se ogni scontro non fosse stato un vantaggio pei borghesi, e se una distinta cavalleresca generosità non avesse tolto di mezzo quella ruggine uggiosa. A cotesto fatto parteciparono pure le masse riguardanti anch’esse quei duelli come una soddisfazione loro dovuta, e, facendo di numerose capannello per le vie per le quali tornavano i duellanti, s’informavano ansiose dell’esito, e ne giubilavano.

Intanto il partito d’azione moderato e quello governativo spingeano il Governo alla soppressione delle corporazioni religiose. Un meeting

fu stabilito pel 22 gennaro 1865 nel palazzo dell’Università. Tale soppressione; commoveva profondamente per rabbia i nove decimi di siciliani; e non per ispirito di religione, ma per cagioni economiche. Stipato era il luogo dell’arringo e le circostanti vie. Gli oratori salivano la tribuna: e come appena mostravano l’intenzione sorgea quivi repente un frastuono di fischi e di urli, interrotti solo da pochi applausi; e non era modo che sostener potesse quella furia: tanto che di li a poco divenne un caos, una confusione da non dirsi per tutta quell’adunanza schiamazzante e sdegnata, sicché un freddo osservatore avrebbe letto chiaramente l’immensità del malumore, e avrebbe consigliato al Governo o la tirannide o la giustizia.

Per tutto quel giorno avvennero dimostrazioni e controdimostrazioni. — Il partito governativo e quello d’azione moderato gridavano più le corporazioni,

lo scontento e la paura della fame gridavangli di contro giù il meeting.

I bersaglieri della G. N., comandati da uomini di quei partiti, disperdevano gli assembramenti contrari al meeting

e proteggevano quelli che ne proclamavano il favore.

Il malcontento crescea, i mezzi costituzionali divenivano sempre più per le masse o inefficaci o non otteneano fede. La bufera politica si addensava e rumoreggiava sordamente. Il partito d’azione moderato, in quell’occasione del meeting,

credeva di avere il dritto di distruggere in un lampo gl’interessi vitali di un popolo, convinto altresì come anco gli altri non avessero il dritto di serbare questi interessi cogli stessi mezzi adoperati da lui. Quel meeting

andato a vuoto, quelle masse sconvolte, invece di portare questo partito a consigliare l’equità e temperamenti d’ogni guisa, lo spinsero a demagogiche declamazioni e ad atti sconsigliati. Seguirono questo fatto numerosi arresti; e fu intrapresa la compilazione di un processo che dopo un anno e nove mesi, s’istruisce ancora ((4))!

E si poneva in quel frattempo ogni cura più speciale I nell’abbattere il partito d’azione spinto, come quello che agiva direttamente sulle masse. Senonché cominciate le persecuzioni seguirono le latitanze; e poiché la Questura ricevea le influenze del partito di azione moderato, le campagne furono invase di perseguitati dalla polizia.

Siedeva alla Prefettura il Marchese Gualterio, e comandava la Divisione territoriale il generale Medici. Il primo, che avea scritto nella sua Storia dei rivolgimenti italiani

un capitolo sul Sicilianismo,

pur bene quanto fosse soverchiamente energica l’indole degl’isolani. Ma se ciò lo metteva in grado di frenarne gli effetti, egli non sapea consigliare al Governo ed alle Camere il rimedio a' mali di cui non ignorava le cause. Il secondo avea in Palermo molti amici e conoscenti, e credeva alle spesso esatte e buone informazioni che gli venivano date giornalmente.

L’esca pronta del malcontento; i diversi partiti, che aveano i propri interessi nei moti vicini, potenti a cambiare l’aspetto delle cose; le ire della polizia perseguitante; una massa di renitenti, sebbene allora sottile, per le operazioni militari anteriori, tutto ciò lasciava credere come ad ogni istante fosse per accadere un movimento insurrezionale nella provincia di Palermo, prima in essa forse che non nelle altre.

Erano però in questa provincia 8347 uomini di truppe regolari. La Divisione territoriale disponeva oltre di essi di altri 5850 uomini, delle provincie da essa dipendenti.

Il 22 maggio 1865 fu avvertito che durante la notte un movimento insurrezionale sarebbe accaduto. Il Prefetto e il Generale Medici stettero in sull’avviso. Fu richiesto il concorso della Guardia Nazionale, che andò numerosa ai quartieri per uscire divisa in pattuglie — fu fatto appello alla cittadinanza affidandole la salute del paese, ed armossi la gioventù universitaria, accorsa volenterosa: la truppa occupò le piazze e i più importanti stradali di campagna.

Mercé questo apparato di forza non si potè avvertire la benché menoma fucilata; e tutto quell’apparecchio d’insurrezione rimase un mistero non solo per gli onesti e pacifici cittadini, ma ancora per il governo, il quale avrebbe dovuto avvertire una volta per sempre esser solo l’imponenza della forza quella che infrenava uno scoppio imminente, e come il solo mostrarla facesse ristare dall’allarme contrario.

D’altra parte erano gl’interessi lesi; i desideri legittimi insoddisfatti; continua ed acerba l’azione dei partiti reazionari; veemente la furia delle leggi e degli atti governativi, che avea combattuto vitali bisogni e pregiudizi radicati; era infine la mancanza di attività industriale e commerciale, il sopimento della vita di un popolo imaginoso e forte quello che faceva chiedere al Governo equità per una parte e per l’altra energia di potere, onde non farsi cogliere alla sprovvista.

Il partito d’azione moderato non avea il buon senso da consigliare a ciò. E per giunta, con una polizia inetta, senza spionaggio, senza fondi disponibili a ben indagare, veniva il Governo animato a continui arresti colla vana proclamazione di avere per essi scoperto mari e monti. Cattivi consigli cotesti, che inasprivano sempre più gli animi dei compromessi politici, e li spingevano ad aperta rivolta; screditavano il partito, accusato altamente d’impotenza assoluta nella prova delle cospirazioni, ed inviliva il ministero della magistratura, perché dall’altezza del suo sacerdozio scendeva non di rado a dispetti inquisitoriali.

Crescea intanto il numero dei latitanti per reato di cospirazione contro l’ordine interno. Ma il Generale Medici che per buona fortuna avea, oltre un buon nerbo di forza, le simpatie e le amicizie di molti concittadini, era in modo di prevenire qualunque folle tentativo.

Era questo lo stato delle cose in Sicilia quando il Pinna era già venuto in Palermo, da Bologna mandato come un portento di Questore. Come venne fu tosto creduto che — o egli possedea tali mezzi da uomo politico da bastar solo cogli agenti della forza, oppure era tanto scemo d’esperienza per credere non avesse duopo di nessuno. Infatti egli non volle più che bazzicassero in Questura quei cittadini soliti ad usarvi e che qualche volta erano stati utili coi loro avvisi; solo si tenne allato qualcuno di quei, cui la pubblica opinione teneva inonorato. Con siffatto modo d’intendere il proprio ufficio, egli riuscì, ad isolar la Questura non solo dalla universalità dei cittadini, ma ancora dal partito d’azione moderato, che era l’ultima àncora di salvezza, il preventivo di ogni moto di rivolta, che mai fosse per rimanere in tanto mareggiar di cose.

Partito il Medici, al prefetto Gualterio succedette Torelli. E capitava in buon punto — allora quando, pel sopravvenire della guerra, le addensate nebbie si dileguavano. Senti l’isola, come ogni altra parte d’Italia, l’elettrica commozione che la chiamava a battaglie nazionali. Per la guerra ogni cosa fu posta in dimenticanza. Era quella una meta che distoglieva financo le masse dagl’istinti rivoluzionari, e frenava la reazione, paurosa di peggio, con quel supremo entusiasmo di disfogare la rabbia irrompente contro lo straniero.


vai su


Ma allorché incerte rimasero le sorti della nazione; e sui tremendi fatti di Custoza e di Lissa cadde il trattato di Parigi del 24 agosto, il partito d’azione moderato risenti traballare il terreno vulcanico dell’isola. Fu per questo ch’ei travide il pericolo imminente — e bisogna in ciò rendergli giustizia, sebbene, come la maggioranza dei cittadini, non ne sapesse, o non ne potesse misurare l’estensione. — Per esso le Autorità civili e militari della provincia furono avvisate per giorni e giorni molti e di continuo: per esso le notizie allarmanti pervennero alla Questura dal primo rumoreggiar di cose, sino alla nuova delle prime fucilate in sull’alba del 16 settembre.

Epperò riassumendo: si vede come il partito d’azione moderato, per non avere avuto calma, dignità, sapienza civile ed istruzione nel volgere di sei anni; per avere acquistato discredito per fatti impopolari e per lo scambio continuo che egli faceva dei bisogni dell’isola coi desideri propri; tutto ciò gli tolse la fiducia pubblica; e gli onesti propositi del partito, che avvertiva il governo del pericolo imminente, rimasero, per fatale sventura, inascoltati.

Terzo partito liberale in Palermo, è quello che s’intitola regionale.

Conta nel suo seno molte scientifiche e letterarie rinomanze della Sicilia. Ricco di esperienza per uomini maturi; conoscitore profondo dei bisogni veri e reali del paese; non vagante nel campo dei sogni e delle chimere, questo partito si formò nel 1860 alla vigilia dei plebisciti con intendimento di additare le conseguenze di un atto pieno di entusiasmo, quale era la consigliata e subita annessione, ed impedirne con patti discussi e chiari i possibili errori e i futuri disinganni.

Lavorò alacremente colla discussione nel Consiglio di Garibaldi e la propagazione di un giornaletto; esaurì tutti i mezzi legali che potea usare contro la febbre delle moltitudini. Ma i suoi sforzi furon vani; e di contro alle dimostrazioni per denaro, che gridavano qualche volta «Morte a Mordini», non altro potè ottenere se non se condurre la Prodittatura alla riunione di un Consiglio di Stato, che formulasse le basi di un nuovo civile reggimento, del quale l’isola avea imprescindibile bisogno.

Compiuti i plebisciti, Minghetti e Farini additavano un programma di ordinamento amministrativo, che questo partito fece suo; e si diede a dimostrarne i vantaggi per la libertà e per l’unità nazionale. Il sistema delle regioni fu il solo sistema amministrativo sostenuto nell’interesse nazionale d'Italia contro imitazioni francesi e nemiche delle civili libertà! L’onore di averne propugnato i principi e di aver combattuto pei progressi liberali, per là scienza, per la verità, per le italiche tradizioni, si deve tutto a questo partito regionale, che principalmente in Palermo ha fiorito da qualche tempo in qua. Fu desso che più alacremente in nome del buon senso e dell’interesse sociale fece guerra alle novità illiberali, che venivano via con gran furia dal nord e dal centro d’Italia, sempre male a proposito introdotte, ed a casaccio applicate. Fu desso che addimostrò con evidenza al partito governativo, ebbro di fusione e pauroso della esistenza di forti associazioni conservatrici, gli svantaggi finanziari ed economici, ai quali andava incontro il cattivo sistema amministrativo e la contabilità pubblica. Fu desso che assunse dimostrare a che portassero le sviste sui veri bisogni dell’isola ed a quai mali irreparabili questi bisogni insoddisfatti fossero per giungere.

Sventuratamente la floridezza industriale e commerciale del nord è del centro italiano; le reti ferroviarie; mezzo secolo e più di istruzione e di civiltà sulle masse, rendono quivi meno immediati i tristi effetti dell’accentramento, distruggitore di quell'autonomia amministrativa, di cui hanno imperioso bisogno le esistenze organiche di uno Stato qualsiasi. Quest’era là cagione, che a questo regionale partito suscitavano guerra spietata gli altri due il moderato e quello d’azione, superficiali entrambi e leggieri in fatto di amministrazione, e bene spesso scendenti a basse ed animose calunnie. Il primo operava cosi, perché idoleggiando il governo e la sua infallibilità, temeva che la vita regionale delle parti d’Italia potesse distruggerne l’unità; insofferente era l’altro di sentirsi dire i rimedi veri a' mali che faceano sgoverno del paese non rassodandolo né nelle interne libertà, né nello svilappo del pubblico benessere. Ond’esso non sapea se non; se lamentare lo stato deplorabile di Roma e di Venezia, dal quale traeva ogni cagione di malcontento e d’inquietudine.

Erano fra le altre infinite accuse fatte al partito regionale coteste: di essere egli microscopico in Italia non che in Sicilia, di non avere idee grandi e italiane, ma ristrette ed esclusivamente palermitane, per le quali ragioni si disconosceva come la principale cagione dello sviluppo stesso del partito nella più grande città dell’isola, consistesse da un canto nelle condizioni più critiche della società che risentiva mortalmente gli effetti di una fusione insensata, e dall'altro nel nucleo delle superiori intelligenze italiane e veramente liberali che propugnavano in Palermo il principio regionale.

Quest’ira di parte fu in seguito divisa dal governo. A tal uopo si fecero denunzie e calunnie di ogni maniera contro quegl’impiegati dello Stato, che per avventura appartenevano a questo partito: né con quanto criterio civile abbian potuto ciò fare io ancora l’ignoro, ond’è che il partito regionale ebbe l’onore delle persecuzioni officiose. Era già stata poc’anzi proclamata la massima che l’impiegato è servo dello Stato; così un’altra classe conservatrice era, tolta dal concorrere all’armonia delle esistenze sociali italiane. La qual cosa produsse in parte l’effetto desiderato. Usciti di azione costituzionale gl’impiegati, le file dei regionisti si diradarono alquanto; e la loro opposizione, sebbene estesa alla classe dei cittadini, diveniva ogni giorno più inavvertita per le masse colle quali non aveano pratiche e mancavano di contatto.

Né tacerò io dei difetti di un siffatto partito allorché si pose puramente a vivere nella sfera di opposizione. costituzionale. Fu veduto spesso a non por mente alle grandi vedute sulla interna amministrazione, per ragionar solo con grettezza, con povertà d’idee e di niun conto intorno a cose che scombuiavano il sistema liberale delle regioni. Slegati, senza capo, scissi talune volte i regionisti (per certe tinte di colore oscuro che pigliavano da taluni i quali si accostavano ad essi senza nulla comprendere o ritenere del valore della loro opposizione), faceano vedere come mancasse alle loro idee l’ardimento dei propositi e la severa noncuranza al sopravvenir della calunnia che sporgea veleno contro il partito. E la principale sua colpa, simile in ciò molto a quella dei Girondini, fu quella di non aver saputo 0 potuto agire sulle masse distogliendole dagl’istinti rivoluzionari, sempre dannosi, ed unirle in compatte associazioni, cui l’armonia costringesse il Governo, con mezzi costituzionali, a quella libertà civile e a quella giustizia che la gente d'Italia ha ben dritto di aversi.

Fu anche di grande nocumento il Barone Vito d’Ondes Reggio colla sua partecipazione alle idee regionali. Gran bene col suo ingegno egli avrebbe potuto recare allo sviluppo delle civili libertà sostenendo alla Camera, queste idee. Ma la vanità esclusiva e le fisime di religione, che lo moveano ad arieggiare alla Chateaubriand, ne resero ridevole in Parlamento la parola; ond’ei smarrita l’eloquenza in vane prediche ed in proteste piene di santa bile, non curò di sostenere vivamente la giustizia nello scioglimento delle corporazioni religiose, visto dal lato economico-sociale. Così questo valoroso campione di monache e di frati dovrà dar conto alla storia del danno recato al suo paese e giustificare la colpa di non aver voluto comprendere una quistione che riuscì soltanto ad inasprire e ad avvelenare.

Infatti nella guerra sleale che toccò poscia in sorte ai regionisti non mancò neppure la taccia di clericali e peggio; mentre essi, concordi solo nel propugnare un buono sistema amministrativo, sieguono in religione ed in politica opinioni disparate.

Inattivo sulle masse, il partito regionale si accorgea dei gravi pericoli suscitati dal malcontento e dalle cospirazioni e si studiava a poter suo onde porvi rimedio, preparando elezioni politiche ed amministrative, che manifestassero di nuovo al Governo i bisogni veri e reali dell’isola. E in Palermo, queste operazioni riuscirono a buono in ognuna delle ultime lotte elettorali e con meraviglia degli altri partiti.

Vani trionfi, in vero, erano cotesti, che non valevano punto a mutare lo stato delle cose, perché essi non convinceano il Governo e non attraevano le masse!

§ 3

I PARTITI REAZIONARI

La dinastia borbonica, cordialmente odiata in Sicilia, avea lasciata una gente a lei devota. Poca per vero nelle città marittime, più numerosa nelle interne, in cui per le difficili comunicazioni si è ritardata e si ritarderà ancora per un pezzo l'opera civile della discussione del pensiero. Né ciò solo. Vi rimasero alcuni che, o teneri del dispotismo, perché tirannelli alla lor volta, od avversi per indole a tutto che spira novità o mutamento, si diedero a favorire le congiure, a cospirare, ad iniziare in somma l’opera lenta ma sicura del perfido consiglio e della eccitante parola, gittati sempre sulle masse quando tradite o deluse nelle loro più care speranze andavano attorno cercando, da ignoranti com’erano, qualche rimedio. Era questo partito borbonico composto tutto di gente che aveva servito la polizia di Maniscalco, cui là cessata potenza mandava in fumo i loro tristi abusi e i monopolii di ogni genere. Lasciati in abbandono dalla forza delle cose, costoro, abbonendo dalla quiete, vennero assicurando che si potea pescar nel torbido c. tanto fecero e tanto dissero, che, colto il destro, riuscirono perfino a schernire le civili é politiche libertà, profittando così dei gravi errori del nuovo governo per abbattere il nuovo ordine di cose ed iniziare un movimento insurrezionale borbonico.

Ma l’odio profondamente radicato nel cuor degl’isolani pei Borboni, deluse sempre le loro perfide brame. Lo che veggendo i loro partigiani, se in apparenza si ristavano dal cospirare, cheti e mogi però operavano in segreto e mandavano innanzi la reazione timida e velata. Essi avrebbero sinanco sperato suscitare il brigantaggio nell’isola, se lo stato etnografico e le speciali condizioni di essa avessero potuto fare attecchire questo mal seme. Ma ciò malgrado non lasciavano dal rannodarsi con Roma e con Malta per trarre da quando a quando, dalla esca sempre pronta del malcontento in Sicilia, qualche favorevole scintilla.

E non provavano sgomento cotesti borbonici né degli arresti né delle persecuzioni, inefficaci, com’erano spesso, per l’inettitudine della polizia e la poca forza della magistratura, che non sapeano trovar le prove giuridiche di fatti incontrastabili. Per la qual cosa lungi dall’affievolirsi si rafforzavano; e in luogo di esser tementi si facevano temibili. E bene a ragione, poiché atteggiatesi costoro a mo’ di vittime, per non avere udito qualificare i loro reati, gridavano alla malvagità umana che ingiustamente li avea fatto soffrire ((5)).

Quanto ciò nullameno ai continui moti cotesto partito borbonico, soffiava dappertutto la rivolta; e quando si corse alla guerra, egli sperò nella lontananza delle milizie. Ciò non ostante l’entusiasmo nazionale vivo e gagliardo, che facea dimenticare le miserie civili nella lieta aspettativa di gloriose battaglie, valse da solo ad impaurire quei tristi, che per riaversi cercavano la speranza nei trionfi dell’Austria. Vano sperare cotesto, che poteva loro riuscire fatale, poiché la furibonda ira popolare si sarebbe scagliata contr’essi al primo e vero annunzio di una disfatta completa, e costoro avrebbero avuto la peggio.

Ma ciò che far non poterono i borbonici, fu sventura somma che il facesse la stoltezza dei capi a Custoza ed a Lissa. Furono essi che aggiungendo dolori a dolori, e sperdendo ogni fior di speranze gloriose, gettarono gli animi dei cittadini nella più desolante apatia, e le masse in braccio alla temeraria viltà dei partiti reazionaria.

Chi avesse esaminato i diportamenti del clero in Sicilia durante la rivoluzione del 1860 avrebbe trovato in esso qualche cosa di non ben definibile; avrebbe forse rinvenuto la forza del tempo e delle abitudini che avea accomunato all’indole sua le idee della società e della vita pubblica. E ciò perché nello stato dell'isola, miserevole troppo per industrie e commerci, il sacerdozio costituiva una carriera che non segregava il prete dalla famiglia, ma anzi lo facea partecipe delle sensazioni e dei commovimenti sociali. Infatti, se altrove egli conduce vita propria isolata con una governante, e godendosi, egoisticamente senza affetti la sua prebenda o il suo beneficio, nell’isola non è rado il caso ch’ei sia l’unico sostegno di madre o di sorelle.

Come riesce naturale egli in gran parte condivide gli effetti della sociale ignoranza, alla quale i Borboni condannarono il popolo, di cui faceano empio sgoverno.

I più del Cleto erano gente ignorante, e perciò gretta e superstiziosa. Senonché la libertà della Chiesa siciliana che faceva dipendere il Clero più dal potere civile che da quello pontificio, teneva lontano questo sacerdozio dal contatto reazionario con Roma, serbandolo nell’indole e nelle istituzioni siciliano, colla fede cioè e le speranze del proprio paese.

la medesima cosa avveniva per il maggior numero del clero regolare. Monache e frati in continua relazione colle loro famiglie e cogli amici, sentivano con essi la stizza contro un potere che diveniva di giorno in giorno più odiato per gli atti dispotici, e continui e sempre crescenti; per cui il sangue meridionale, insofferente di ciò loro ribolliva nelle vene ad ogni menomo urto.

Perloché, quando la compiuta rivoluzione morale scoppiò in aperta insurrezione il 4 aprile 1860, il governo borbonico niuno ajuto ebbe dal Clero secolare o regolare; esso partecipava pe’ ribelli e maledicea pel primo quel frate traditore del convento della Gancia, che denunziava a Maniscalco, Francesco Riso e i compagni di lui.

Appena proclamata la Dittatura, fu decretata un’imposta del 4 per 100 di lordo sui beni di manomorta. E le fraterie, la tollerarono e stettero in quiete, ritenendo fosse loro dovere contribuire ad opere che ben potevano arrecare benessere all’isola nativa.

Questo concorso del Clero alla causa nazionale facea altamente meravigliare di séquei continentali, che. venivano a combattere in Sicilia per l’unità italiana. Abituati a tenere in conto di retrogradi la gente in sottana nera ed in cocolla, stupivano in udirla parlare di libertà e di progresso.

E non ciò solo. Erano appena scorsi 40 giorni dalla entrata di Garibaldi in Palermo, quando ricorse la festa della santa protettrice della città. Festa civile e religiosa insieme per la quale nel Duomo si celebra la cosi detta cappella Reale

e a cui interviene il capo del governo m Sicilia come Legato Apostolico.

Ella è questa una cerimonia che rivela tutto il magistero dell’indipendenza della Chiesa Siciliana. Capo, allora del governo per la Dittatura era Garibaldi, e fu invitato ad intervenirvi. Forse sarebbe parso uno spettacolo scandaloso per il Clero continentale o francese, vedere il clero della cattedrale di Palermo celebrare la messa cantata innanzi al valoroso condottiero che, ultimo campione armato della repubblica romana, seduto e a capo coperto, come legato apostolico, stava in atto di ascoltare le preghiere e ricevere gl’incensi, che per tre volte gli venivano offerti.

Così del pari, il primo vescovo, che ufficialmente si recava a visitare il Dittatore riconoscendone il potere ed il governo fu l’Arcivescovo di Palermo! Ciò ben parmi; dimostra a sufficienza come il Clero siciliano facesse causa comune colla rivoluzione.

Ma fu sventura che l’ebbrezza dei trionfi distolse quasi tutti gli animi da quella saggezza dell’ordine nel graduale progresso delle cose, per cui l’Italia fu lasciata in balìa di dottrinari d’ogni maniera.

Da quel punto, e senza alcuna vera ragione, il clero tanto secolare che regolare ebbe non avverso, ma ostile l’andazzo de' tempi: i preti e i frati furono investiti dei titoli più retrogradi che l’Italia settentrionale potesse mai, per avventura, loro apprestare. Abbondati gli scherni e gli insulti d’ogni guisa, ogni giorno si fece loro pendere sul capo la dissoluzione delle corporazioni religiose e le misure più severe contro gl’interessi individuali e contro quelli di classe. Non mancarono perfino coloro che, briachi per cotesta opera della distruzione, vennero ad ogni ora, col pretesto d’istruire e di educare, a bandire in modo ridicolo massime irreligiose e dispregevoli a fine di sbarbicare pregiudizi saldi e troppo fortemente radicati.

Epperò il Governo nulla facea per impedire questo gran disordine morale operato dai fanciulli del pensiero, che lanciavano la pietra sopra un cane che dormiva. Che anzi il partito governativo, sebbene in modo più moderato, era complice di quest’opera stessa, impolitica del pari che insensata. L’effetto che ne segui fu misero e malvagio, come misera e malvagia era la causa che lo produsse. La maggioranza degli ordini regolari, aizzata di continuo, e colpita nel cuore della sua esistenza morale e materiale, invece di reagire dando per le stampe lezioni dignitose di vita civile a quei politici guastamestieri, elessero di: abborrire e detestare il nuovo ordine di cose che non valeva ad assicurare loro la giustizia; gridare allo scandalo, alla rovina della religione; e prepararsi alla reazione sobillando dai confessionili e dalle grate sull’immenso malcontento, nato per gli errori del governo.

Cosi solo gli stolti poteano non vedere quanta breccia facesse negli animi dell'universale il suono misterioso della voce loro. E il minuto popolo siciliano, non uso a severa religione come neppure a devozione buona, si lasciò prestamente educare dalle donnicciuole del suo volgo, le quali sono qualche cosa d’incredibile in fatto di superstizione cattolico-pagana. Dal frate alla donna non corre lunga distanza, perché la parola insidiosa e maligna passasse a ripercuotere il timpano del marito e del fratello, o del figlio, o del padre; onde questi, a furia di sentirselo ribadire, lo escogitassero perfino negl’istinti rivoluzionari sempre pronti all’operare.

Ma quel che è peggio si è, che la soppressione delle corporazioni religiose, in un paese dove gran parte del popolo ritrae da esse la sussistenza, fu proposto da eseguirsi tutto ad un tratto, il che minacciava ledere i primi bisogni della vita per molti, non che una quantità d’interessi per quasi tutto il territorio. I soli 34 monasteri di donne in Palermo fanno vivere 919 famiglie con 337 mila lire all’anno ((6))!

Per tal guisa, se la parola, che chiamava ad una specie d'insurrezione santa trovava un eco morale potente sulle masse, più violenta era quella del Clero che veniva dal dolore della proprietà violata e che andava a Sollevare la disperazione di infinite famiglie, senza più pane né tetto. Immagini il lettore quanta ragione di male fosse preparata ai nemici dell’ordine esistenti in Sicilia numerosi e forti ((7))!

Il Clero si avvicinò a Roma e vi annodò segreti accordi, mentre nell’isola accostatosi al partito borbonico, fece lega con esso; e non certo di buona fede, poiché egli comprendeva benissimo come una restaurazione borbonica avrebbe naturalmente invaso i beni di manomorta, nella deficienza economica in che si trovava il Borbone; ma una insurrezione avrebbe recato novità e conveniva sempre preparare la sommossa per la sommossa istessa.

Ultimo, impercettibile partito, è il separatista, che pargoleggiando ancora, malgrado le possenti cause che hanno costituita l’Unità italiana, e che rendono indispensabile l’unione nazionale dell’isola col continente, col quale è già intimamente legata la sua vita, sogna la possibilità di staccarsi dell’Italia e di vivere politicamente da sé.

Ma la gente che lo compone non è per avventura terribile o dannosa. Ella chiacchiera molto; ricorda con compiacenza somma il beato tempo degli Inglesi

e opera sempre non in moti rivoluzionari, che non sa suscitare, ma in intrighi diplomatici, che portassero un giorno in Palermo un fantoccio reale bell’e fatto, per esservi incoronato Re di Sicilia.

Beati sogni! dei quali il Governo italiano avrebbe dovuto occuparsi meno, per non correre il pericolo di dar loro una benché minima apparenza di realtà, e non avevano altra importanza in se stessi tranne quella di tenere occupata la sua piccola mente.


vai su


§ 4

LA CITTADINANZA

La Sicilia, tuttoché lontana dall’attrito delle idee francesi, nel Parlamento del 1812, concordi i tre bracci,

decretava l’abolizione del feudalismo. La vecchia aristocrazia, vivente nelle città, avea informato la sua vita ad abitudini di prodiga grandezza: perloché sciolti i suoi beni dal vincolo dell’inalienabilità, passarono presto in altre mani; ed oggi, dopo 50 anni appena, resta solo una larva della passata magnificenza baronale. Cotesta aristocrazia, prostrata, e senza vita pubblica, che le aprisse l’arringo alle varie carriere, senza più importanza politica o sociale, ben presto scadde anche nella parte sua intellettiva: e al 1812 i principi di Belmonte e di Castelnuovo rimasero le due più nobili figure che chiudano l’epoca costituzionale della monarchia di Sicilia.

Ma il frutto del tempo e delle tradizioni non si sperde in un soffio; e di cotesta aristocrazia rimane, debole sì, ma rimane, sulle masse l’azione della fama degli aviti patrimoni e della passata munificenza. Il popolo siciliano ha indole monarchica, e non ha smesso ancora una certa devozione pe’ titoli e per le eccellenze. Avvezzo ad avere al fianco l’aristocrazia in tutte le rivoluzioni che ha fatto, aspira sempre con indicibile fervore a vedersi guidato da una persona di merito titolare.

È però vero altresì che per la maggior parte la nobiltà siciliana non cura di acquistare quella nuova supremazia che la civiltà moderna concede soltanto al merito. Ella, invece di darsi a studi forti e severi, spreca il tempo in ozi piccolissimi che solo danno vuoto alla mente e gettano l’inerzia sul cuore. Pochi sono gl’individui di essa che sappiano vivere col secolo e camminare col progresso della moderna società.

E questo difetto dell’ignoranza e della superficialissima istruzione è reso comune anche alla classe del popolo civile. Dal 1830 al 48 la tirannide borbonica spadroneggiante, trasse lo spirito dell’isola ad una splendida reazione morale e intellettiva. Una nobile e studiosa generazione sorse allora ad educare sé stessa ed il paese, colla forza dell’arte e colla potenza delle idee. La libertà civile e politica era inesistente per dispotismo — lo spirito umano reagiva preparando gli animi alla rivoluzione del 1848, e coltivandoli ed ingentilendoli con una superiore potenza educativa. Tutto ciò che si potè dire e fare da pochi uomini eminentemente liberi e indipendenti contro il dispotismo ed i privilegi del sangue e delle caste, in quel periodo fu detto; e detto in un paese monarchico come la Sicilia, lontano dall’influenza delle idee francesi. Così le idee liberali furon rese comuni, insieme ai principi dell’eguaglianza morale e della supremazia del merito solo.

Ora se il dispotismo borbonico di quell’epoca ebbe tanta efficacia da contribuire a creare durante quel tempo una rappresentanza intellettuale, che a niuna in Italia era seconda, nel periodo susseguente, dal 1849 cioè al 1860, doveva forse riuscire meno efficace pe continui ribollimenti e l’accresciuto e sospettosissimo spionaggio, che diradavano le adunanze ed impedivano le associazioni. Ciò nullameno vi furono uomini, che si dedicarono con paterna premura all’educazione della nuova gioventù, deponendo nell’anima sua il santo amore del Vero, informato a forti propositi e a libere azioni.

Gli avvenimenti però del 1860 ebbero strana e perniciosa influenza sugli ingegni meridionali. Ogni giorno una commozione politica, un ondeggiar perenne tra il timore e la speranza; attratta era la gioventù, di continuo alle dimostrazioni da piazza, ed alle facili ciarle dei clubs

politici, ove spessissimo il buon senso ed il sapere vengono cacciati in bando; ciò ha reso gli studi fiacchi e leggieri, e come vernice che sparisce all’agitarsi dell'aria. Si aggiunga a questi mali il pessimo sistema dell’istruzione governativa secondaria, che in quasi tutta Italia è foggiata alla chinese (per essere come quella uniforme ed idealmente distribuita e compassata); la quale tramuta i maestri in esseri burocratici e gli scolari in anime isterilite e misere, che si van bevendo a goccie a goccie il sottile alimento della parca scuola.

La mediocrissima e superficiale cultura; il poco o niuno spirito di associazione, messo anche in diffidenza dalle frodi e dalle avare speculazioni che continentali e stranieri son venuti a fare in Sicilia; il cumulo enorme degli affari concentrati nella capitale; le pesanti tasse necessitate dagli imperiosi bisogni nazionali; la mancanza delle strade rotabili e ferrate, dei commerci e delle industrie, l’invasione perniciosa della burocrazia continentale; le nuove leggi di procedura civile e di fiscalità giudiziaria; tutta questa somma funesta di cose ha contribuito a turbare profondamente gl'interessi economici della cittadinanza.

Il ceto civile ha redditi di proprietà o di lavoro professionale limitati e sempre eguali. Dopo il 1860 li trovò per forza di cose scemati e molto, da un lato per le politiche è sociali perturbazioni, dall’altro per le imposte e pel caro dei viveri, ognora più crescente.

A queste cause di naturale deperimento, conseguenza delle mutate vicende, il Governo aggiunse la poca o nessuna sapienza delle sue utopie. Perloché se le altre provincie d’Italia erano malcontente della pessima amministrazione e del crescere infecondo delle imposte, che inaridisce le fonti della pubblica e privata ricchezza, in Sicilia, pel dispregio che il Governo facea delle isolane aspirazioni e delle giuste richieste di tante classi, il malcontento diventava dolore, e poi disperazione.

Eppure le classi civili invece di correre alla rivolta, che per esse non altro significava se non se il caos ed il nulla, ovvero di unirsi compatte in un adone costituzionale e valersene per far prevalere la propria esperienza sulla vanità dottrinaria governativa, prefersero (condotte, a ciò dalla mediocre istruzione e dirò anche, con severa parola, dalla poca virtù) prostrarsi in quello stato di compassionevole apatia in cui l’uomo non teme né spera più nulla e da nissuno e nemmen da se stesso. Senonché venne a destarle dopo tanto giacimento il rumor di guerra per la Venezia; e l’Italia commossa, commosse queste classi civili della Sicilia, che poi vissero alquanto del comune entusiasmo nazionale. Ma fu breve quella vita, che ebbe fine al sopravvenire del disinganno, il quale riassopii la ridestata virtù.

Assonnata e malcontenta, senz’ombra di fiducia più nel Governo, o in sé stessa od anche nell’avvenire, questa eletta parte di popolo accennava chiaramente come; in Sicilia la società fosse radicalmente inferma e più vicina a dissolversi che ad assembrarsi e progredire. E questo fatto di un crescente dissolvimento accadde sopratutto in Palermo, dove di libertà non era che il nome. Coloro che non poterono o non vollero mai comprendere questo funesto inganno, si accorgevano del male ma troppo tardi e reclamavano misure eccezionali e governo dell'intutto militare, ignorando cosi o fingendo ignorare le cause del male e l’insipienza governativa, che l’avea accresciuto.

Ma queste sviste istesse è questi errori, di gente poca atta a correggere, doveano avvertire il governo del bisogno d’istruire se medesimo e condursi a porvi rimedio e con energia; non lasciando al tempo istesso d’incominciare quell’azione riparatrice e di concordia, che era stata promessa da Farini e violata dai diversi ministeri. Ma ben lungi dall’adoperare in simil modo, dopo tanta disorganizzazione sociale, che durava già da sei anni, il prefetto Torelli credeva adempiere al proprio dovere proclamando altamente essere il governo nella necessità di dovere abbandonare le popolazioni siciliane a se stesse. Ciò tornava lo stesso che dire doversi incoraggiare i malfattori e coloro i quali aveano interesse di pescare nel torbido, e sfiduciare sempre più la già troppo sfiduciata cittadinanza.

E questo sintomo si rivelava nel consiglio provinciale di Palermo, quando, qualche consigliere facendo vive istanze nella prima quindicina del settembre, perché fosse richiesta la forza militare, come quella che riusciva necessaria nell’isola ed inutile al nord d’Italia, il Torelli, rispondea, e con quanto senno politico non so, non potersi prima della fine del mese chiamar truppa dal continente, avendo ciò scritto espressamente il Ricasoli.

Per queste ragioni gli animi delle classi civili ricaddero in una maggior prostrazione morale, il che toglieva loro di operare con risoluto animo, financo in qualsifosse ardimento rivoluzionario, che, per le favorevoli circostanze, fosse mai per insorgere.


§ 5

LE MASSE

Se la cittadinanza per tante e varie cagioni scarsa aveva la cultura dello spirito, le masse lasciate a bello studio nell’ignoranza, erano sprovvedute della benché menoma cognizione elementare. Senonché il naturale e facile ingegno, il buon senno spontaneo e meraviglioso di esse fanno spesso risolvere ed operare per sentimento e per intuito insieme colla cittadinanza ciò che questa risolve ed opera per virtù di riflessione e di sapere.

Mancante l’isola di buone e pronte comunicazioni, la industria ed il commercio col loro rapido attrito giornaliero, non han potuto ancora dare agli animi quella soda virtù che li porta a ben pensare. Ed essendo sviluppatissimo in essa il sentimento della personale indipendenza, la società, sprovveduta com’è, di esistenze organiche conservatrici, si trova sempre alle prese coll’individuo, il quale, dalla dominazione borbonica apprese a riguardare il governo come un nemico, ed a smarrire il senso morale, per la continua necessità di mantenersi in uno stato violento di concatenate rivoluzioni.

Egli è un fatto questo, noto al governo italiano, ma non compreso da esso nelle sue cause e nemmeno negli effetti. I Borboni in faccia all'isolano rappresentavano non solo un potere dispotico ma un dominio straniero; che, nella parte più eletta della cittadinanza, rammentava con odio feroce le rubate libertà e i traditi interessi economici; nelle masse, col diverso dialetto e le proprie storiche tradizioni radicava nell’animo una profonda aspirazione all'indipendenza individuale. E questa indipendenza, che per allora era una virtù, non si può smettere d'un tratto adesso col mutare subitaneo del governo; perocché ella è un bene in sé stessa e dà all'uomo la gagliardia del sentimento. Né la società la può rivolgere a proprio vantaggio se non lentamente operando, e lentissimamente fortificando le basi del vivere libero, pel quale solo, e l’individuo e la società armonizzanti con civile animo, creano mediante il progresso, legge provvidenziale, la civiltà dei tempi.

Eppure in sei anni di nuovo governo si sperò vanamente realizzare l'utopia che i pregiudizii popolari si sradichino a un tratto, mercé la furia delle innovazioni, applicate senza temperamenti ed in modo uniforme. Accolte spesso a malincuore anche nelle altre parti d’Italia, in Sicilia s’abbatterono più male appunto pei sentimenti accennati, e, invece di produrre l’effetto bramato, posero nel cuor delle masse la diffidenza ed il sospetto.

Troppo lungi da essa era la rappresentanza del governo, e rimase incompreso il meccanismo costituzionale e la forza, che nasce dalle associazioni. Il minuto popolo credette che del regime borbonico altro non fossero cambiate se non se le apparenze e che continuando il passato sotto nome diverso, non fosse per sollevare in nulla le loro naturali miserie. — Infatti nei lamenti per la fiscalità colla quale loro giungono le imposte ogni cosa fanno risalire fino al Re; ed accusano lui della siccità, d’un’epidemia, del caro dei viveri, non che dell’imposta municipale!

Con siffatte credenze, e con lo spettacolo continuo dell’impazienza dei dottrinari che, non vedendo cambiarsi prontamente l’indole dei popoli, modificabile soltanto dall’amorevole educazione, invocarono leggi eccezionali, regime militare e dispotismo, le masse non fecero alcuna differenza tra il vecchio e il nuovo regime e perdurarono ostinate nella loro forza di reazione, e nelle tristi abitudini, retaggio doloroso, ahi troppo! di un tristissimo passato. Per tal modo continuarono esse a riguardare l’agente del potere esecutivo come il loro più capitale nemico, il malfattore come la vittima di un potere dispotico, e la denunzia dei reati e la testimonianza della giustizia cose disdicevoli ed illiberali; perloché, a ciò unita essendo l’inettitudine e l’inefficacia della polizia, posta per la massima parte in mano a continentali, ignari del dialetto e senza spionaggio, può facilmente dedursi come e quanto dovesse andare a rilento l’azione riparatrice della giustizia.

Unica legge accettata oramai dalle masse con poca riluttanza, se si riguarda al loro modo di pensare, è quella della leva. Ma quest’adesione non si deve già intieramente né alle misure adottate dal potere esecutivo, né ai vari regimi eccezionali che hanno allietato l’isola. Il popolo tutto, comprendendo quanto principio di ordine e di civiltà fosse per essere nella coscrizione militare, si adoperò alacremente a persuadere, a convincere le masse sulla utilità di questa. I municipi fecero a gara per istillare in esse le idee di gloria nazionale coi premi e colle ricompense; e gli effetti, è bene dirlo, di quest’opera civile, in un paese uso mai a cotal legge, furono superiori ad ogni aspettativa. In otto individui della brigata Pistoia proposti per la medaglia al valor militare nella battaglia di Custoza, due sono siciliani.

Le qualità eccellenti di questa parte di popolo italiano, l’indole sua più di sentimento, che di riflessione, facile così al subito entusiasmo come al subito sospetto, ebbero però sventuratamente la ventura di essere sconvolte dal dottrinarismo della uniformità degli ordini, delle leggi, dell’orario, e financo del vestire! Operando di tal guisa colle masse, invece di progredire, la civiltà sembrò arrestarsi e indietreggiare. Se i guadagni dell’operaio si erano accresciuti, non subendo egli direttamente i cattivi e perniciosi effetti del sistema, che la cittadinanza soffriva mortalmente, molto lavoro però gli veniva a mancare, e molti operai s’impoverivano; tantoché il numero v dei bisognosi ogni giorno cresceva e continua a crescere, lento si ma spaventevole sempre. Il niuno benessere pubblico; l’azione dello Stato centralizzato amministrativamente, e più prossima alle vie dispotiche ed eccezionali che non a quelle che a vera libertà conducono; il non veder mai dare incominciamento ai lavori publici, e quelli i quali erano per avventura incominciati meschinamente eseguiti; la fiscalità delle tasse dirette, seccanti e continue, tutto ciò, unito al malcontento che le classi civili non nascondeano né poteano nascondere, dovea profondamente commuovere le passioni di gente,, più dal sentimento guidata che non da riflessione.

E siccome, si per gl’istinti rivoluzionari che fanno parte dell’indole umana, e più specialmente degl’isolani, si ancora per aver sempre veduto a' passati tempi che contro il governo si reagiva legittimamente e vittoriosamente colla rivolta, per rimediare al male che veniva da lui, cosi le masse supposero che la cittadinanza si preparasse ancor essa ad insorgere e si tennero pronte ad impugnare le armi nella fiducia dell’appoggio di questa. E siffatta falsa idea confermavano i partiti, ai quali la rivolta interessava, speranti molto da una commozione sociale, profonda per quanto era profonda la causa da cui moveva.

Abbenché di difetti non manchi il popolo siciliano, egli ha però la virtù di esser logico. L’insurrezione, alla quale questo popolo minuto si preparava, non potea essere un ritorno del passato. Tranne un meschino partito di gente di dubbia fama e priva d’onore, niuno nell’isola vagheggiava il ritorno dell’insopportabile tirannia borbonica. Gli stessi clericali, che erano stati coloro che più ai borbonici si erano accostati, miravano ora qui ad una sommossa, la quale aver potesse il valore di una dimostranza capace d’imporre al Governo ed al paese l’abrogazione della legge sulla soppressione delle corporazioni religiose. Cosi era stata completamente deposta l’idea d’una cooperazione qualsiasi al ritorno di una dinastia affamata da sei anni di esilio e che per primo atto di reazione si sarebbe impadronita dei beni di manomorta. Le masse poi serbavano vive nella memoria le efferatezze della polizia di Maniscalco, e ne aveano troppo vivo odio per cambiarlo d’un tratto in desiderio.

Eppure malgrado ogni cattiva cosa operata e da operarsi, il principale e più tristo effetto d’una situazione che s’intricava ogni giorno più, consisteva nella scissura morale, già avvenuta, tra la cittadinanza e le masse.

Era la prima usa già troppo al malcontento, e apparecchiata a riguardare in faccia la miseria senza più timore di perderla o speranza di vincerla: erano le seconde pronte allo insorgere ed ignoranti di ogni bene, insofferenti di tutto che non la rompesse alla fine; onde non si comprendevano punto e tacevano frementi aspettando l’occasione, quando taceva ogni cosa. Solo soffiavano i partiti reazionari, e quello istesso di azione spinto, si era scisso. Gl’intelligenti si erano ritratti allora ad aspettare, e i popolani ed i maneschi aveano disposto tutto che si conveniva per la sommossa. Fra i partiti liberali, il governativo non avea avuto mai contatto con esse; quello d’azione moderato era tenuto in sospetto da loro ed avea perduto la popolarità; il regionale era slegato, e per indole sua propria riflessiva, non sapea agire sopra una semplice indole di sentimento, qual’era quella del popolo minuto.

E intanto si accrescevano i malumori della cittadinanza per gli errori delle masse, che stavano per iscoppiare in aperta rivolta, senza che il dottrinarismo governativo, che li avea suscitati e fomentati, avesse la forza o l’intelligenza d’infrenarne in tempo gli effetti.


§ 6

IL GOVERNO LOCALE

Avvenuti i plebisciti, ai prodittatori successero i Luogotenenti del Re. E fu principale loro missione incominciare la lunga serie di errori amministrativi, che tanto ed infinito danno han recato alla vita della nazione. Vittorio Emanuele si rimase cinque soli giorni a Palermo, che lo accolse con entusiasmo indescrivibile, ma che non ne plaudì la partenza. Montezemolo coadiuvato da La Farina e Cordova iniziò l’opera che il dottrinarismo governativo additava come forza unificatrice. E immediatamente rumoreggiò lo sdegno pubblico — le numerosissime dimostrazioni di piazza furon tali da consigliar 1$ prudenza. Né ciò valse; finché nel gennaio il Consiglio di Luogotenenza avendo ordinato un piccolo colpo di Stato con arresti, fu costretto a dimettersi. Montezemolo scosso dalle manifestazioni del sicilianismo,

avvenute in Palermo, chiamò a suoi nuovi consiglieri qualcuno degli uomini, che avean fatto parte del Consiglio di Stato riunito da Mordini. Questo fatto calmò gli animi commossi,. che attendevano il diffinitivo assetto delle cose dal Parlamento in atto di riunirsi.

È inutile ch’io ridica la storia di quel turbine di coselogiche, che a mo’ della Francia commise l'errore amministrativo di centralizzazione, innalzato a sistema. Il paese conosce oramai per esperienza quali siano le conseguenze fatali dell’uniformità nel governo della cosa pubblica, e distingue abbastanza chiaramente i danni gravissimi che lo hanno tratto quasi alla bancarotta.

Dirò che da quell’ora l’isola fu qualificata un paese ingovernabile

e tale parve addivenire. Tutti gli uomini che il Governo centrale credette i più acconci all’uopo, in Sicilia andarono a perdere la poca riputazione altrove acquistata. Intanto niuno era atto ad impedire l’azione dissolvitrice, che corrodeva in Sicilia le forze sociali col malcontento generale e la perfidia dei malfattori. Ognuno gridava dalla capitale e da ogni club

della Società Patriottica «la Sicilia è ingovernabile,

» niuno avea l’onestà o l’intelligenza di accennare alle cause vere di questo fenomeno. Accusavano le cagioni accessorie dell’abbrutimento borbonico, della mafia,

dell’ignoranza, e dell’azione; dei partiti, e non voleano e non sapeano vedere che la radice del male stava nell’aver preso a considerare l’isola di rovescio, soffocandone le aspirazioni del vero e dell’utile, esprimentesi in una buona amministrazione, fatta in sé e per sé. Chi mai avrebbe osato in quelle ore vertiginose levare di quà dal Faro la propria voce, ed alle idee d'uniformità governativa opporre la resistenza delle convinzioni prodotte dall’erudizione, dalla scienza e da' fatti? Ei sarebbe stato ciò un delitto, qualificato coi titoli di separatista, borbonico, clericale, o peggio!

V’era cosi lo strano spettacolo di un uomo, il quale, avvisato da sagace osservatore dell’occulta malattia tendente a distruggergli l’organismo, invece di profittare dell’avviso, ai primi dolori accusa l’amico di averglieli cagionati!

Inetti al bene per il sistema di centralità amministrativa, che rende gli uomini di governo simili ad altrettante figurine chinesi, i prefetti in Italia erano conosciuti solo allorché commettevano qualche grave errore, violando le leggi e la giustizia. L’unica potenza lasciata in loro arbitrio era quella del male; e fu vista lampeggiare con tutta la maestà della legge e del diritto! Così la paura d’un bene, questo di costituire grossi nuclei regionali, non spingea i governanti a permettere la colleganza di provincie aventi eguali interessi, costituendo per virtù propria la loro prosperità. Per tal modo esse opprimevano la popolare energia, supponendo che col malcontento crescente e colla soffocata vita sociale, allorché il giorno del pericolo fosse venuto, si sarebbe potuto agevolmente far conto sopra forze dissolute, e da tempo!

Il falso sistema, testé accennato, dovea necessariamente riuscire dannoso in Palermo, dove le conseguenze erano state più immediate e gl’interessi lesi più numerosi. Nelle piccole città, capi luoghi di provincia, un prefetto edita qualche cosa, se non altro nell’ordine delle gerarchie officiali; in Palermo, città di 200 e più mila abitanti una prefettura è pur la meschinissima cosa, e rappresenta null’altro se non se un’agenzia del potere esecutivo. Aggiungi, che appena ivi giunto ogni Prefetto si circonda subito, del partito ministeriale, che fa l’officio di nube avanti al sole (quando un prefetto è un sole!).


vai su


Palermo ebbe dal 1861 in poi quattordici o quindici tra luogotenenti, commissari regi, e prefetti. S’imagini il lettore il gran bene, che alle condizioni del paese potea arrecare questa fantasmagoria governativa! Quando nel 1865 fu prefetto il marchese Gualterio, fu osservato con istupore che non ebbè nemmeno la curiosità di visitare gli stabilimenti publici della città e della provincia! Il prefetto Torelli era uomo più attento al proprio dovere, come amministratore; e ciò pei suoi studi e per la sua attività, che mostrò colla relazione al Consiglio Provinciale di Palermo, per la quale egli travide, almeno, il gran bisogno di affidare a siciliani l’andamento della publica sicurezza. Epperò inceppava il Torelli, come inceppa chiunque, l’imbroglio del sistema di centralizzazione, che, tenendolo lontano dalla vera publica opinione (la quale non è mai la voce de' partiti), il toglieva dal vedere attentamente quel crescer di malcontento e quella possibilità di funesti risultati.

Governava egli affidandosi alla polizia del Pinna, riposando tranquillo sopra le assicurazioni di lui, e non allarmandosi punto nemmeno pei continui e replicati avvisi dei moti che si preparavano. Ed anzi avea la dabbenaggine di dire apertamente la verità sopra le forze minime delle quali potea in Sicilia disporre il governo, sperando con ciò di risvegliare nella cittadinanza prostrata ed inferma il convincimento d’una propria difesa. Invece coteste assicurazioni incoraggiavano alla rivolta, e lasciavano sempre più indifferente il paese, che s’avvedeva della trascuranza governativa.

Consigliava il Torelli alla provincia di provvedere da se medesima anche per la publica sicurezza, e non sapea egli neppure scrivere chiaro e tondo al Governo centrale, con quella stessa franchezza colla quale parlava a' suoi amministrati — come la causa del male in Sicilia fosse il bisogno assoluto, imprescindibile, di mutar sistema — questa la sola vera necessità della sua vita morale e civile, il solo rimedio in tanta perturbazione.

Quando poi agl’imbarazzi della guerra vollero unirsi gl’imbarazzi della soppressione delle corporazioni religiose, il Torelli non seppe forse avvertire il Governo centrale della crisi che naturalmente si preparava. Non seppe dirgli che nella più elementare arte di governo il potere non dee mai scontentare le classi, né mutarne la vita in agonia disperata, ma che, quando il faccia, tener dee in mano pronti i mezzi per reprimere i moti inconsulti ed inevitabili per non esporre se alla rivolta e la società a miserie maggiori.

Isolato il Torelli dalla cittadinanza, non era preparato ai moti, che stavano per iscoppiare. Lo aiutavano nel ramo militare i generali Carderina e Righini, l’uno comandante il Dipartimento, l’altro la Divisione territoriale. Ed egli contava sulla forza di 2412 uomini di truppa tutta formata da' quinti battaglioni, e composta la maggior parte di reclute della 2.a categoria classi 1842-1843 e qua e là sparsi per la provincia. E in questo numero si comprendeva prima del settembre un battaglione di Guardia Nazionale mobile, che, sciolto di poi, fu surrogato da un equivalente numero di granatieri del decimo reggimento temporaneo, ancor essi truppa di 2.a categoria.

Era capo dei carabinieri un colonnello Sannazzaro che non sapea nulla, e pronto ‘quando che fosse a lasciarsi cogliere anche lui alla sprovvista.


§ 7

LA QUESTURA

Affrettava la caduta dei Borboni la loro medesima polizia, come la questura dava l’incentivo e il campo ì all'insurrezione del 1866 in Palermo. Solenni verità per le quali la storia dimostrerà ai posteri non esser possibile mai governare in Sicilia, dispregiandone i diritti; ma ottenere anzi felice successo il dispotismo di ogni forma nell’educare il popolo a rivoluzione.

La polizia di Maniscalco avea raccolto tutto Podio che egli avea seminato. Appena trionfò la rivoluzione, del 1860, i suoi birri furono oggetto di strage terribile e sanguinosa. Pochi scamparono a quella irrompente furia popolare, stanca di vessazioni di ogni genere. Eppure la polizia borbonica guarentiva in buona parte la società dagli attacchi de malfattori e sapeva apprestare alla giustizia punitrice le prove dei reati, sebbene il popolo ributtasse immensamente dalle denunzie, e fosse per abitudine portato più ad aiutare il delinquente che non l’autorità.

Ma ogni agente di polizia era arbitro della libertà della vita e dell’onore dei cittadini, ai quali era tolto di liberamente pensare, come non era lecito di usare delle buone leggi e del proprio diritto. Governando in siffatta maniera, il tempo e il modo apprestano una popolare commozione, per la quale il luogo di convegno è sempre Palermo.

Dopo il 1860 il compito della Questura dovea essere quello d’invigilare tutta la massa dei liberati dalle carceri; accentrare in Palermo una buona direzione di polizia, che irraggiando nei comuni, vi mantenesse e vivificasse una polizia locale, capace di ravvisare il delitto e colpirlo; arrestare subito i progressi delle azioni illegali o ribelli alle nuove leggi; impedire le latitanze facili a degenerare in brigantaggio; e infine guardarsi scrupolosamente dell’azione politica di partito contro partito.

Invece di far ciò, da quei grandi centralisti che sono in tutto i dottrinari d’Italia, portarono il dicentramento nella polizia, e partirono l’isola in sette, che appunto perché isola, ha un’esistenza particolare e tutta propria: dalla qual cosa derivò l’insufficienza relativa delle settequesture, le lungaggini delle note e il facile sottrarsi dei malfattori di una provincia ad un’altra. E quest’errore che toglieva l’unità della vigilanza sul guasto che presentiva la società, era tanto maggiormente sentito, in quanto che la questura, trascurando i delitti comuni, principalmente in Palermo, e non sapendo mai nulla di per se, si metteva nella grave necessità di prestarsi or ai servigi di questo ed ora ai rancori di quello.

Un siffatto modo di reggere la cosa pubblica incominciò sin dal 1861 a toglier comprensione sui veri bisogni della Sicilia, e a farla giudicare un paese ingovernabile.

La Questura ingannata, come ogni altra parte del Governo, s'abbatté nella stessa serie degli errori di questo. Sospettosa senza mai sapere la verità, per un semplice permesso d’armi faceva perdere fino a tre o quattro mesi di tempo, non bastandole i requisiti voluti dalla legge, e richiedendo le informazioni delle guardie di questura e dei carabinieri, che le attingerne o dal fruttivendolo o dal rivendugliolo vicino. Se però andava dal Questore un amico, un titolato o un’autorità, il permesso era subito dato. Non era però ancora insorto questo favore a togliere per alcuni quell’abuso, che il Pinna proibitolo assolutamente, credette in pari tempo alla complicità dei cittadini coi malfattori o coi malandrini di campagna. E ciò fece senza sapere che un contadino ed un popolano in Sicilia non mancano mai di armi, le qual essi non consegnarono nemmeno nei disarmi ordinati da Maniscalco, e non consegneranno mai a chicchessia nel mondo ignorando dico, che se nell’attuale stato di sofferenze morali ed economiche, la cittadinanza si fosse data a modificare l’indole del popolo suo tutto ad un tratto, e perseguitando, e denunziando, e distruggendo, non avrebbe ricavato se non se odio, e maggiormente insicure sarebbero addivenute le sostanze e la vita dei cittadini. Ma ciò non significa per avventura essere il paese ingovernabile —

bensì non potersi governare la Sicilia colle massime uniformi dei dottrinari italiani; e lo avere essa bisogno, per ora e in questo periodò di transizione per più ampie libertà, di un governo che anzitutto si prefigga la giustizia e il rispetto della libertà, al tempo istesso che si atteggia alla più provvida energia, Ma in luogo di eiò fare la questura, e in ispecial modo quella di Palermo, parea si fosse'assunto, l’incarico di tenere il governo locale all’oscuro dii ogni chiara cosa e indebolirlo ognora più. Bolis non seppe architettare che apparati calunniosi; Serafini, nella sua inettezza non altro potè fare se non se lasciarsi andare ora agli influssi del governo, or a quelli del partito d’azione moderato; Pinna fu creduto l’uomo capace a svolgere il caos e provvedere all’anarchia del sistema, riconducendo l’ordine e la calma nella società.

Con questi uomini il Governo centrale perdurava nell’errore per diffidenza che avea de' siciliani, ignorando che le questure dell’isola non possono esser rette se non da isolani, i quali soli conoscono l’indole, i costumi i precedenti delle popolazioni, e sanno all’uopo distinguere gli onesti dai malvagi senza agire come Pinna, che per far meglio si allontanò da tutti, perché tutti sdegnava o temeva.

Appena costui venne da Bologna in fama di bravo Questore per la scopertavi associazione dei malfattori, si pose in Palermo ad osservare muto tutto che lo circondava; isolandosi per tal guisa completamente da ogni ordine di persone. È costui un uomo secco, lungo, con volto, ed abiti e forme più da sagrestano che da persona autorevole. Sembrava in sul principio che fosse venuto con segrete relazioni e con molti denari per ispenderli in informazioni, che potessero riescire utili al Governo locale. Nulla di ciò. — Era anzi un uomo incivile, di modi inurbani, dal cinico sorriso e più inetto degli inettissimi questori, che l’avean preceduto.

Si tenne al fianco poche persone senza intelligenza e malvedute nel paese. — E perché gli arresti fatti in occasione del meeting

e del 22 maggio 1865 non eran riusciti a nulla di buono avanti il potere giudiziario per mancanza di prove, egli riteneva che un movimento in Palermo fosse per tornare impossibile, e che coloro i quali lo avvisavano al Governo fossero allarmisti o peggio,

E se da un lato vivea in cotali sogni beati, pei quali lasciava indifeso l’ordine sociale, dall’altro non mancava di adoperarsi a tutt’uomo per aggiungere cagione a cagione A nel generale malcontento. I questori, che lo aveano preceduto, non aveano neppur essi maneggiato con tanta discrezione quella fatale misura dell’ammonizione, che si trova nelle leggi penali. Misura, che usata parcamente potrebbe dare ottimi risultati, ma che adoperata ogni giorno può riuscire a mal termine, anche perché dessa offre spesso l’inconveniente di cacciare come in bando l’uomo e renderlo avverso al potere foss’anco per un semplice sospetto, che gli fa pesare sopra per due anni la mano della polizia. E Pinna più di ogni altro abusò di questo mezzo; talché un numero infinito di popolani fu ammonito da lui, e costoro si misero perciò nella trista situazione di partecipare a qualunque moto fosse per accadere, giacché un solo pretesto potea ridurli in carcere.

Il principale difetto della polizia in Palermo è quello d’ignorar tutto, e ciò per l’elemento continentale e per( )mancanza di fondi, colpa pur questa del governo centrale, che non sa provvedere, e del governo locale, che non sa richiedere. Per me ritengo, che non essendo la libertà ampia, piena, e il potere esecutivo incapace di dispotismo ministeriale, senza precise ed accurate informazioni, non esservi questura che possa tutelare l’ordine sociale. E questo maggiormente deve accadere in Sicilia per la diversa indole del popolo e per il periodo critico di educazione, che sta per varcare. Pinna ammoniva, ordinava arresti serali numerosi, vessava con l’arbitrio e le prepotenze, rendeva inutili con la sua qualità di Questore, le querele ai magistrati, che gli stavan timorosi di fronte (in sei anni i magistrati non hanno neppure iniziato un processo contro gli abusi dei quali si era portata querela), faceva sua cura principale il perseguitare la stampa alla quale egli dava perciò quella importanza che non si meritava, come quella che era stata sempre priva di credito nell’opinione dei buoni.


§ 8

IL MUNICIPIO DI PALERMO

Alle generali cagioni che aveano soffermato in tutta l’isola lo sviluppo morale ed economico della vita pubblica, Palermo aggiungea di proprio un maggior contrasto tra le condizioni intellettuali per una parte della cittadinanza, e le condizioni igieniche, edilizie e di polizia urbana della città.

Com’è ben naturale,appena di libertà s’intese il nome, il municipio dovette assurgere all’idea di spingere a far molte ed alacremente per mettere il paese a livello dei progressi delle città del continente, date da cinquanta e più anni al proprio miglioramento. Quasi ogni cosa bisognava formare e molto accrescere o riattare. Lavori stradali; sgomberi di piazze e di strade, rese inaccessibili oramai dagli abusi dei venditori al minuto e dagli abitanti delle case ferrane; aumento di scuole elementari; costituzione degli uffici municipali; provvedimenti d’igiene e di salute pubblica; esempi educativi; pubblica illuminazione.

Era nobile desiderio cotesto che meritava di essere soddisfatto e che la plebe, se l’avesse compreso, avrebbe condiviso intieramente. Ma a siffatto desiderio si opponevano loro difficoltà, problemi difficili à risolvere, due grandi ostacoli: l’uno era la necessità di gravare con imposte municipali i contribuenti già esposti alle imposte governative, che per imperiose vicende tendeano sempre più all'accrescimento, l’altro l’ignoranza della plebe istessa, che non badava punto a' vantaggi, che ne traeva. E l’idea che questa avea del municipio, era sì falsa da ritenerlo per un piccolo governo, il quale togliesse vita da sé medesimo ed a proprio beneficio.

H comune però non era al caso di valutare completamente le ragioni economiche che doveano condurlo a limitare le sue spese sintantoché la Nazione avesse superato la crisi che recavano i disavanzi annuali. Ma in quella vece, ponendo da canto le grettezze

economiche, si lasciò trasportare dal sentimento dell’ordine e del piacere; onde per vero la città ha subito un notevole miglioramento in modo rapido e maraviglioso. Molte sono le strade rinnovate con sistemi di gallerie sotterranee, per le quali la salute pubblica è migliorata e la loro pulitura incessante ed accurata; l’illuminazione a gas è splendida; le scuole della città e delle borgate sonosi accresciute sino a più di duecento, gli uffici municipali di statistica ed edile inaugurati. Cose coteste, per la brevità del tempo, da sembrare miracoli, e non opere umane. Così in capo a quattr’anni la città ha subito una compieta è civile trasformazione.

Ma accanto a siffatto bene vi fu il male, non già prodotto dalle riforme ma dalla improvvida inesperienza dei riformatori.

Prima che Mariano Stabile, autore principale di questa spinta progressiva, fosse nominato sindaco, siederono a questo incarico il duca della Verdura e il cavaliere Balsano. Il primo sciupava il denaro municipale in feste senza pompa; il secondo lasciava fama ben meritata di coraggio civile e di energico amministratore congedando dal servigio comunale gli agenti di finanza, volgarmente detti sopraguardie,

ributtante miscuglio di ladri e di contrabbandieri — gente facinorosa e trista.

Stabile era troppo intelligente per non accorgersi delle difficoltà, degli ostacoli che dovea superare; ma con una volontà tenace e con certa esperienza dell'arte di governare, scaltrita in parte dall’esilio decenne, avviò il municipio ad alacrità di vita comunale e si studiò di attrarre a se il popolo minuto mentre proseguiva ad educarlo a nettezza, e ad avvezzarlo a riconoscere nel municipio un’autorità interamente cittadina. Opera cotesta che lentamente condotta fruttato avrebbe molti vantaggi ove fosse stata proseguita con perseveranza. Cosi il problema del moltiplicare le già vistose imposte era risoluto in gran parte dal compenso dei miglioramenti ottenuti pel lato igienico e della sicurezza delle strade di città. Era in certo modo una vera accortezza politica quella che usava lo Stabile onde impedire i progressi dei malcontento, offerendo a molte carriere troncate, a molte famiglie prive di sussistenza pel mutato giro d’affari! occupazione degli uffici municipali, assegnando agli operai, ai quali veniva meno molto lucro privato, l’arbitriamento dei lavori pubblici.

La soluzione dell’altro problema si appoggiava tutto sull'intelligenza personale e sulla sua esperienza governativa. — In breve volger di tempo l’ideata polizia urbana di Palermo addivenne un fatto. — Le usurpazioni delle pubbliche vie sparirono; i venditori furono lieti d’abbellire le loro botteghe di buon’intesa coll’autorità comunale, che si dava a carezzare e ad incoraggiare i più solerti accomunandosi a loro e festeggiandoli.

Ed abbenché i pregiudizi e gli abusi fossero molti, essi erano già tolti in buona parte, dappoiché questo siciliano, che molto i suoi concittadini conoscea, e senza usar capestro o fucilazioni, aveva saputo sradicare ugualmente il male come innestare il bene. E ciò ei facea stimato molto dal popolo minuto, che non mancò di onorarne la salma ((8)).

Coll’esempio di Stabile e la volontà a ben proseguirne l’opera incominciata assumeva dopo di lui la carica di Sindaco nell’ottobre del 1863 il marchese Antonio di Rudinì. Se mi fosse dato, vorrei poter non parlare del periodo di amministrazione comunale presieduto dal signor di Rudinì; e ciò per un profondo rispetto alle sventure cotanto dolorose che di recente lo hanno colpito. Pure io adempio al dovere di critico e di storico ed accenno il contributo d’incentivi portato dal Municipio nei moti dal 16 al 22 settembre. Il dovere di cittadino mi fa tacere il sentimento personale.

Il signor di Rudini è giovane di pregevolissime qualità. Cuor retto, mente elevata e culta, inchinevole a rispettare l’intelligenza ed il merito. Nel partito governativo e nell’aristocrazia è rimarchevole appunto per queste sue doti, non facili a rinvenirsi nella sua classe o nel suo partito. Ma il signor di Rudinì ha i difetti del dottrinarismo, dell’ostinazione ed era attorniato da alcuni amici, che invece di consigliargli la maturità del giudizio gli rendeano ogni giorno più spinoso e più difficile l’incarico dell’amministrazione.

Onde, per quanto egli proseguisse alacremente nella trasformazione civile della vita comunale, alcuna spesa di lusso ritardò l’opera delle riforme stradali. Si fece poscia guerra piccola e meschina alle ricordanze storiche della città. Si rese malcontenta, con offese, ed ingiurie e piccolezze di ogni maniera, la classe degl’insegnanti comunali, allora che all’istruzione elementare del comune si volle applicare niente di meno che il sistema di uniformità governativa; e i maestri si vollero tenere in conto non già di educatori del popolo ma di servi Municipali! La polizia urbana trasmodò anch’essa e divenne vessatrice ed ingiusta. Si applicavano per ogni contravvenzione, da un cosi detto notabile,

multe da una a cinque lire; e ciò che più indispettiva si era come colui il quale infliggea coteste pene, non fosse nemmeno un giudice, bensì un agente capriccioso e dispotico, che non ascoltava scusa veruna, e che si facea lecito di raddoppiar le multe e triplicarle al sopravvenire della menoma osservazione del contravventore. Gli agenti giurati e i pompieri destinati al servizio di polizia urbana non usavano sempre modi urbani e cortesi. Perloché i vantaggi dallo Stabile ottenuti, andarono per questo lato a vuoto; e

la plebe cominciò a fischiare gli agenti municipali, ad odiare e maledire i notabili indistintamente, ritenendo il Municipio come un’autorità a lui nemica, e, nell’ingiusto dispetto, dimentico degli ottenuti vantaggi materiali fruiti dal nuovo ordine di cose, fece un fascio di tutto; e, nella sua ignoranza aizzata dalle stolte misure, cominciò dall’accusare financo il Re per ogni multa che gli veniva inflitta.

Aggiungi a tutto ciò il lavorio del partito governativo e d’azione moderato sul Municipio, ed avrai un’educazione a furia di questa plebe, più attonita che persuasa fra tanti mutamenti. Per distrarla poi dalla superstizione proibirono le processioni, le feste religiose, distrussero ogni cappelletta di santo e di madonna, che ingombrava i canti delle vie, e fecero insomma una rivoluzione alle tradizionali abitudini dell’umile gente,la quale non d’altro si pasce che delle sue memorie. Certamente questi sgombri riabbellivano la città; ma il niun garbo con cui erano fatti e il non supplire con nulla a quei pretesti di far baldoria, tanto necessaria alla vita delle popolazioni meridionali, aggiunse rancori a rancori.

Stabile avea commesso lo sbaglio di far togliere dal bilancio comunale la spesa annua per la festa solita a farsi in onore della Santa patrona della città. Festa che durava cinque giorni, e che facea lieta Palermo, e ne ravvivava il commercio pel concorso di gente che d’ogni parte vi traeva. La plebe si divertiva e campava. Senonché il dottrinarismo governativo, devoto all’uniformità, non potea tollerare alcuna festa, che non si celebrasse né a Parigi, né a Torino, e toglieva tutto senza dar nulla, ignorando che la natura abborre dal vuoto e che cotesto vuoto si riempiva in Palermo coll’indefinibile scontento. Risparmiava il Comune è vero circa a 60000 lire, che davano a tutto un popolo pane e piacere: e ne prodigava 127000 per dote d’un teatro di musica, usato solo dagli aristocratici e da' borghesi. Il signor di Rudinì non trovava in sé il convincimento di ritornare a tali feste; se non per lui necessarie almeno per la minuta gente, e mostrava forse un po’ troppo e inavvedutamente, lui Sindaco di città cattolicissima, massime e atteggiamenti da spirito forte. Così adoperando dava a conoscere di non sapere — come l’arte di governare consigli altrimenti; e come il generale Bonaparte seduto a terra nelle moschee di Egitto, non disdegnava di girare la testa come i più fedeli musulmani.

La plebe, aizzata dai soprusi, punta dall’ira bestiale delle sue donnaccie e donnicciuole, tenne il signor di Rudinì come suo capro emissario, lui responsabile di tutto, dallo sgarbo dell’agente giurato, sino al numero basso uscito nella coscrizione.

Questo stato di cose, mentre facea indietreggiare la plebe e rendeva infruttuosa l’opera dell’istruzione e dell’educazione, che costava tanto denaro, preparava immenso cumolo di elementi alla pronta rivolta.


vai su


§ 9

LA GUARDIA NAZIONALE

La milizia cittadina corse numerosa ai quartieri tosto che Garibaldi entrava in Palermo. Lieta del vanto di essere la sola forza del paese su cui riposavano la tranquillità e l’interna sicurezza, non badò a fatiche e non ad istruzione per riuscire al compito assegnatole. E ciò secondava egregiamente l’entusiasmo generale, il vivo commovimento di tanta emulazione di cose. La Prodittatura per l’aiuto avutone al mantenimento dell’ordine la dichiarò benemerita della patria, e il Governo del Re ne decorò le bandiere colle medaglie di argento al valore civile.

Era tanta la forza morale, che vinceva la improntata milizia ch’ella bastò sino al 1862 a calmare le subitanee eccitazioni prodotte dal malcontento, che andava crescendo. I suoi comandanti la tenevano in continuo motoria conduceano a passeggiate militari, ad evoluzioni continue, ad esercizi a fuoco d’ogni maniera: ond’ella rivaleggiava a buon dritto colle migliori Guardie Nazionali. del Regno.

Allorquando Stabile fu fatto sindaco intese l’animo a fare prevalere i suoi sdegni del 1849 e le proprie idee; tra le quali era pur questa — essere la G. N. una istituzione inutile, e che non essendo in Inghilterra, della quale egli avea molto studiato le istituzioni non v’era cagione per farla esistere in Italia, e quindi in Palermo.

Con siffatto preconcetto, non modificato dalle costituzioni organiche sociali, diverse da quelle lasciate oltremare, non dai particolari bisogni della sicurezza in Sicilia, non dal dovere, per forza di legge, spettante ai comuni di mantenere la milizia cittadina, Stabile iniziò un sistema di tergiversazione e di urto contro alla G. N.: onde la si' volle lasciare senza comandanti. — Avvezza a riunirsi nei quartieri particolari d’ogni rione, questi furono chiusi, ed ella costretta a radunarsi in un solo locale. E questi ed altri dispetti furon fatti per osteggiare tutto che la riguardava, onde alla perfine la dovesse cadere da sé stessa per non trovare alcun mezzo da sostentarsi

E come la G. N. è corpo morale che vive soltanto di quella fermezza di volere che viene dall’accordo di elementi disparatissimi, cosi l’opposizione municipale, che si rivelava di continuo, dovea per necessità disanimare i più deboli, ed isolati gli altri, per non si potere costituire, produrre il dissolvimento della milizia cittadina. Cominciarono primi, tra gli aristocratici e i borghesi, gli impiegati pubblici a non prestare servizio, confermando col fatto l’idea che la classe degli impiegati è per la maggior parte la classe più egoista di una società e la meno utile e la più indifferente ai doveri del buon cittadino. Seguirono dall’esimersi gli aristocratici tutti ed i borghesi in appresso; perloché il servizio, ricadendo tutto sui rivendugliuoli e sugli operai, ben presto addivenne insopportabile; e, in luogo di continuare a mezzo di questo nobile ufficio, l’educazione del popolo minuto, si arrestò come. quello che non aveva più le classi intelligenti con cui lodevolmente conversare, le quali avvezzavanlo alle idee del giusto e dell’onesto, allontanandolo alcun poco dagli istinti rivoluzionari.

L’amministrazione comunale, posteriore a Stabile, raccogliendo l’eredità di lui, osteggiava ancor essa la milizia e riducea ognora più a minimi termini la somma necessaria per la sua esistenza. Nulla fece per mantenerla istruita nell’esercizio, delle armi, e per rianimarne lo spirito di corpo. Non si diede veruna briga per attivare la istituzione del tiro a segno, tanto. utile ed, efficace nell’educazione della G. N.

La stessa costituzione della milizia era difettosa. I lavori assidui del Consiglio di Ricognizione riuscivano a vuoto per la ninna cooperazione municipale e per la mancanza degl’impiegati. Molti e molti cittadini non vi prendeano parte e parecchi ufficiali non erano in grado per intelligenza o per riputazione di rispondere a' loro do veri. Difficile, perché disordinata, riusciva fin’anco la chiamata parziale delle compagnie al quartiere.

I ruoli della Guardia Nazionale mobile non aveano avuto mai esistenza, quindi non pronto il contingente all’appello dello Stato, nuovo ed inservibile com’era alla vita ed al maneggio delle armi.

Appena la guerra per la Venezia scosse la pubblica apatia, si comprese la necessità di risvegliare il sentimento della vita nella G. N. cui, richiamandosi le truppe, era mestieri lo affidare il servizio di guarnigione e quello di' pubblica sicurezza. Stava allora al comando di essa il Generale Deputato Gabriele Camozzi; uomo di buona volontà e che, secondato dal Municipio, avrebbe potuto far molto. Della milizia due mila all’incirca sentirono il proprio dovere di fronte a' bisogni della patria; e i posti della guardia furono giornalmente riforniti del numero richiesto. Ricominciò il servizio delle pattuglie esterne ed interne; e, per lo stato veramente allarmante prodotto dalla insicurezza pubblica delle campagne, potè dirsi tranquilla.

Senonché, ciò che teneva in piedi questa parte della G. N. non era per avventura il migliorato organamento di lei, ovvero la cessazione dell’antipatia municipale, che l’avea disciolta; era la partecipazione a quel vivo movimento nazionale, che esaltando gli animi per là prossima guerra, li confortava a sperar tutto dalle proprie forze, purché queste potessero anche indirettamente cooperare al vantaggio del paese. Per tale guisa allorché un siffatta movimento si soffermò e ristette, ritornò l’apatia: gli insuccessi militari e diplomatici prostrarono una seconda volta le forze cittadine, e la G. N. ritornò a' suoi sonni dell’anno precedente. Pure il servizio si trascinava alla meglio, vigile sempre a proteggere l’ordine della città. E se il Governo e il Municipio, avvertiti in tempo del pericolo che minacciava, avessero prontamente fatto appello a quest’unica guardia, egli è fuor di ogni dubbio che essi avrebbero potuto contare almeno sopra una forza di 1500 uomini.

Il 206° battaglione dì G. N. mobile, chiamato a prestar servizio per tre mesi dal 20 maggio in poi, mostrò l’inutilità di una legge lasciata oziosa nei bollettini e affidata alla volontà del potere esecutivo e dei comuni. Non si trovavano ruoli, i militi riuniti erano nuovissimi alle armi, alla disciplina, al servizio, e le forniture giungevano con soverchia lentezza. Un mese e mezzo passò per l’istruzione, poi, come appena seppero muoversi alla meglio, le compagnie furono mandate in distaccamento nella provincia. Alcuni fra gli ufficiali del battaglione credettero che la condizione particolare di essa, volgesse la guardia mobile più verso la pubblica sicurezza, che alla difesa materiale e positiva del paese intiero: cosa impossibile per soldati poco atti al combattere lungo. Con siffatto criterio non man cossi nei luoghi di(;) distaccamento di rannodare relazioni; con cui potere arrestare quei renitenti, disertori, perseguitati dall’ordine giudiziario che ivi si trovassero rifuggiti. E ben si poteva a ciò riuscire, se l’autorità militare non avesse, colla solita smania delle utopie, cambiata ogni quindici giorni la destinazione de' distaccamenti. I servigi quindi di questo battaglione riuscirono vani e fu sciolto nei primi di settembre, nei giorni istessi in che il Prefetto Torelli stampava nella sua relazione la poca quantità di truppe esistente nella provincia di fronte a 825 renitenti, 620 disertori, e migliaia di ammoniti,

di latitanti per reati comuni, di compromessi per cospirazioni politiche repubblicane o reazionarie!...


§ 10

LA MAGISTRATURA

Egli è mestieri vedersi attuare l’ordinamento giudiziario italiano per osservarne i gravissimi difetti. La magistratura in Italia non adempie per vizio legislativo alla missione di potenza conservatrice che il sistema costituzionale le guarentisce.

Ed ella ben potrebbe, uve il potere esecutivo fosse meno influente sui suoi membri, molto operare di bene nell’equilibrio sociale, e toglier di mezzo con una sapiente amministrazione della giustizia Fazione illegale e rivoluzionaria a cui il malcontento spinge le moltitudini. Potrebbe, come negli Stati Uniti di America, punendo gli abusi, rassicurare quasi completamente le libertà, ed avvezzare le masse ad amarle e a rispettarle.

Invece nella Sicilia specialmente, la magistratura non è potere costituzionale; è uno di quei tanti mezzi governativi sfruttati dal potere esecutivo. Per tal modo i Ministeri succedutisi nei sei anni ultimi in Italia hanno proseguito più nell’opera di corruzione che in quella governativa morale. E infatti, al vedere la magistratura in generale (tranne poche onorevoli eccezioni) timida in faccia ai questori, ai procuratori del Re, ai procuratori generali; lo scorgere inutile il ricorso alla giustizia contro gli abusi e le colpe de' pubblici funzionari, lo spettacolo spesso offerto di punizioni inflitte a membri delle Corti o dei Tribunali, perché amministrando imparzialmente la giustizia aveano dato torto alla fiscalità o all’abuso; tutto ciò non era fatto certamente per educare le popolazioni, per vivificarne il senso morale, ed avvezzarle ai rimedi costituzionali, anziché al disprezzo delle leggi.

Or, quando nella vita di uno Stato la giustizia non è scrupolosamente guarentita, l’ordine pubblico si sfascia per le gravi e serie perturbazioni alle quali l’ingiustizia lo espone. E ciò tanto maggiormente accade allorché alcuno tra i funzionari dell’ordine giudiziario, come in Palermo è avvenuto, lascia la missione di sacerdote della giustizia per assumere quella di fautore di un partito. Ed egli non sono mancati infatti alcuni giudici di lasciare apparire l’interno dispetto investigatore pòrto con un linguaggio che un magistrato deve aver da tempo bandito dal cuore.

In questi sei anni trascorsi, con tre processi politici, la magistratura in Palermo non ha compiuto nessun atto importante. Solamente ha prolungato in modo eccessivo il carcere preventivo, schivando, sopratutto nel processo del 13 marzo 1863, di dare luogo all’azione di calunnia promossa dagl’imputati.

Per tale guisa, il potere giudiziario dipendente, secondario e difettoso, ha contribuito esso pure all’ingrossare dell’immenso malcontento che scoppiava coi moti di Palermo.

Così per la Sicilia, e fors’anco per tutta Italia, l’ordinamento giudiziario riesce imperfetto anche per l’istituzione del giuri, applicata ai reati comuni. Sebbene i giurati siano una delle tradizioni italiane, non pertanto il giurì regolato com’è di presente, non ha nulla di tradizionale In Italia si è fatto come in Francia, trasformando un’istituzione inglese, e togliendole ciò che è caratteristico e speciale di quel popolo, il quale usa ampiamente della vita pubblica senza bisogno di ministri, che lo tutelino; anche in ciò si è copiato. Nel suo concetto razionale il giuri è una istituzione, che chiama a render giustizia la coscienza popolare; ma tanto in Inghilterra come in America la coscienza popolare è un fatto, ed il giuri vive nelle esistenze parrocchiali e comunali, e, come nelle repubbliche del medio evo italiano, egli rappresenta il carattere della propria località, il quale lo rende più atto a pronunciare i suoi verdetti. Invece in Francia, ella è un’istituzione grave e pesante; e come già avvenne in Atene a' tempi d’Aristofane, caduta in mano a' mercantuzzi ed a' rivenduglioli, che ammettono le circostanze attenuanti per un fratricidio, spiegando tutta l’ira d’un santo zelo contro il furto d’un fazzoletto; e l’Italia, sebbene a tanto ancor non sia giunta, minaccia tuttavia di pervenirvi.

Applicata cotesta istituzione all’infuori del reato politico e in tal modo, dee necessariamente riuscire di aggravio al pubblico Erario e a' cittadini; non corrispondere al concetto di una scrupolosa § pronta amministrazione della giustizia per l’adito che dà alle brighe ed agli intrighi, al facile commuoversi delle umane passioni.

Or bene, se l’ordinamento giudiziario assicurasse, meglio di quanto oggi non assicura l’intelligenza, la probità e l’indipendenza massima della magistratura dal potere esecutivo (e infino a che lo sviluppo massimo delle civili libertà non avrà svegliato la coscienza popolare), non è fuor di dubbio che una Corte criminale di cinque giudici debba riuscire assai più utile nei reati comuni di quello che i giurati non riescano, e debba portare economia allo Stato, moralizzando il popolo colla prontezza dei giudizi.

In tal modo diminuirebbero le lungaggini del carcere preventivo e sui testimoni renitenti o falsi potrebbesi esercitare azione più forte e più efficace.


§ 10

LA STAMPA PERIODICA

Le condizioni speciali dell’istruzione publica in Sicilia rendono assai difficile un buon giornale. Ella è come un mercato, a cui è tolto di vendere oggetti d’arte. Pochi leggono, pochissimi amano leggere cose serie: onde la cultura generale della cittadinanza riesce mediocre e superficiale; e la stampa periodica si debbe tenere per necessità alla povera altezza dei bisogni intellettuali.

Dei periodici di Palermo due soli sostenevano un sistema: l'Unità Politica

e il Corriere Siciliano.

Il primo propugnava le idee regionali, e spesso con quella elevatezza di vedute, che distingue gli uomini di questo partito. Il secondo propugnava il principio della fiducia illimitata nel governo e dell'amministrazione centralizzata, dimenticando quello che e il Sud

aveano poco prima sostenuto Il primo giornale cessò le sue pubblicazioni col 1864 all’epoca delle denunzie contro i regionali e della persecuzione colle calunnie e le maligne insinuazioni; il secondo ha tirato innanzi la sua vita all’ombra del favore governativo e mercé ii sussidi generosi di qualche membro della società patriottica.

Gli altri giornali mal pensati e peggio scritti, si sono atteggiati a norma delle impressioni del giorno. Havvene alcuni che oggi dicono biancone domani nero; oggi la repubblica rigenererà l’Italia, domani la dividerà. Ma siccome sempre il linguaggio di siffatti giornali è aspro, irritante e uggioso contro il Governo, cosi riesce gradito al gusto di quella classe di cittadini che non sanno: se non gracchiare senza volersi mai unire ad un’azione comune ed intelligente, che conduca a riforme vere e liberali.

Altri poi, e sono in gran numero, non appena erano sorti, tosto erano spariti. Laonde in Palermo reggono a mala pena soltanto cinque a sei giornali, ed è una città f per popolazione seconda nel regno! Fra essi l’Amico del Popolo

è il solo che pensi a istillare negli animi popolari qualche buona idea, frutto però di qualche buona ispirazione raccolta dai fatti del giorno e non conseguenza di sano criterio educativo.

Organo delle idee del partito misto, borbonico clericale, pubblicossi per alcun tempo (sei a sette mesi) il Presente.

Profittando della opportunità che lascia la legge, sulla stampa, questo periodico assumeva in Palermo la missione che altrove hanno assunto l'Unità Cattolica,

il Conciliatore

ed altrettali di simil genere. Scritto in modo abbastanza noioso, potea però servire di termine di confronto a conoscere gl’intendimenti nascosti del partito. H partito governativo e quello d’azione moderato, che per libertà intendono, monopolio del potere a suo esclusivo beneficio il primo, facoltà di dir tutto fuorché propugnare principi retrogradi il secondo; si scagliarono contro quel giornale, e giunsero perfino a minacciarne la tipografia; e da quel punto il Presente

diventò subito il passato che sosteneva. Con ciò mancava all’autorità politica della provincia un mezzo opportuno, che rivelarle potesse quanto da parte loro i partiti reazionari preparavano pel settembre 1866.

Da quanto dissi parlando della cittadinanza e delle masse gli è facile lo scorgere come la stampa avrebbe dovuto assumere il compito, difficile sì, ma liberale, di guidare il malcontento, non per via delle dimostrazioni da piazza o colla rivolta, ma con una forza compatta di volontà esercitantesi in una sfera costituzionale; doveva cotesta stampa vigilare sui modi aspri e violenti che il Municipio, deviando dalle norme usate da Stabile, usava colla plebe della città. E, se da un lato avrebbe dovuto avvertire le autorità comunali degli inconvenienti perniciosi del sistema, dall’altro avrebbe tenuto desti alle menti immaginose del popolo minuto i benefici reali avuti dai miglioramenti della città.

Invece la stampa gracchiava a piena gola contro il Governo, ed altro rimedio non sapea proporre se non assorgere «a Roma ed a Venezia». Facea una guerra politica violenta e inutile per le condizioni esterne, e non sapea nulla consigliare per le interne, che erano quelle che più spaventavano. — Anzi questi giornali crearono impicci e guai al Governo ed al paese coll'invelenire le piaghe, coll’aizzare e rendere furibonde le corporazioni religiose e collo spingerle a legarsi con Roma e a commuovere disperatamente le plebi. E la stampa non pensò mai parlar del Municipio in modo degno di lui, cioè sincero e disinteressato; mai parti da essa un consiglio leale per lui, che se errava ne’ mezzi avea sempre da giustificarsi nel fine.

E questa stampa non contentavasi di disfogare irragionevolmente contro il Clero per ciò che riguardava le quistioni temporali. Giunse perfino un giornale a gridar la croce addosso all’Arcivescovo di Palermo perché avea sospeso a divinis

un fratacchione di un Convento della città, uomo tristo e disonesto.

Se ciò fosse adempiere al dovere che incumbe alla stampa, la quale si chiama libera, lo dimostrano le infauste sciagure che desolarono Palermo!

Ma per far poi perseverare la stampa in una via dissennata, il fisco abusava giornalmente del suo potere coi sequestri continui, non mai tratti innanzi al potere giudiziario. In sugli ultimi poi, nei mesi di luglio, agosto e settembre, Pinna suscitava contro i periodici il maggior dispetto possibile. — E la prepotenza andò tant’oltre che pose in arresto il gerente, l’editore e il direttore, sol perché il giornale accusava d’ignoranza e d’inettitudine il questore. E quando le cose incalzavano, e la stampa del partito d’azione, per le cause dette sopra, pose l’allarme negli animi ed avvertiva le autorità della Provincia a stare in guardia principalmente contro Pinna, che non voleva credere o saper di nulla, l’ira del questore si avventò in modo più violento contro di essa.

Così erano in Sicilia la questura e la stampa, discreditate al sommo e non bastanti mai al bisogno della situazione critica e penosa in che versava il paese.


CAPITOLO II

Fatti

§12

PRIMA DELL’INSURREZIONE

In sul finire di agosto cominciò sorda sorda a rumoreggiare la voce di un prossimo sollevamento, proprio come suol farsi in Palermo tra il popolo minuto alla vigilia delle sommosse. Cominciarono a vedersi alcuni ‘proclami repubblicani, dei quali taluno parea l’eco fedele di una recente lettura dell’Assedio di Firenze,

tal altro, per essere bene scritto, dinotava una penna intelligente: né potea esser dubbia l’indole repubblicana di un linguaggio sentito e non affettato. Però non passavano di mano in mano ai cittadini — ma erano mandati per la posta — la qual cosa dimostrava chiaramente, come lo spingere alla rivolta non era azione del sentimento pubblico, ma privato, e riguardante un branco di cospiratori.

Era appunto ciò che rendea incredula la cittadinanza. Per quanto ella fosse malcontenta, non si potea confortare col mezzo improvvido ed insussistente di una rivoluzione. E quando sui primi di settembre cominciò a correr voce di bande riunite su per le montagne, con bandiera rossa e con lo scopo di un ammutinamento repubblicano, il riso appariva sulle labbra di tutti, e nacque la gara a ehi più potesse beffarsi di siffatte dicerie assurde e strane. D’altra parte il Governo, che stipendiava Questura e Carabinieri, si mostrava incredulo ancor egli, e scioglieva anzi il battaglione di guardia nazionale mobile. Onde la maggioranza de' cittadini accresceva la propria incredulità per l’incredulità del Governo locale; e riteneva, che, dopo le lezioni militari e diplomatiche, ricevute dal Governo centrale, egli non si sarebbe esposto ad una grandine di fucilate nelle vie di Palermo.

Infatti, malgrado l’immenso materiale pronto ad accendersi al primo urto, nessuno fra i cittadini supponea che questo fosse per alimentare un grande incendio; nella ferma credenza che il maggior pericolo consistere potesse in qualche fucilata di pochi illusi o malvagi, o in un subuglio di pochi istanti e poscia subito compresso.


vai su


Qui è dove incominciano per gli avvenimenti posteriori, la colpa imputabile al partito governativo e il merito per la conservazione dell’ordine, attribuibile al partito d’azione moderato, il quale non volea partecipare a quello sconsigliato movimento.

Il partito governativo sapea che egli era impopolare; sapea che il Municipio governato da lui, avea seminato rancori ed odi fra la plebe, sapea il numero dei latitanti e de' malcontenti. Egli conoscea altresì lo stato apatico della cittadinanza, inerente a quelle condizioni; come non ignorava il picciol numero della guarnigione della città onde consigliava e richiedeva di continuo il richiamo delle truppe dal continente. Malgrado siffatte cose il partito governativo non chiese per il sabato 15 settembre, alcuna forza; non diede il consiglio di risvegliare la città per la tutela dell’ordine, chiamando a suon di tamburo la Guardia Nazionale; lasciò che il prefetto Torelli continuasse a essere assonnato e forse tradito dal questore Pinna.

In quella vece il partito d’azione moderato, durante la prima quindicina del settembre non mancò mai dall'avvertire le autorità civili e militari del pericolo imminente. E sebbene, per l’impopolarità e il discredito acquistato, non fosse neppur esso al caso di conoscere tutte le fila e come si rannodavano, pure le informazioni sul moto erano esatte e sicure, e giunse perfino ad indicare colla massima precisione i luoghi nelle campagne e nella città dove si distribuivano le armi e le munizioni. Con tutto ciò non era per anco troppo bene ragguagliato della cosa in sé stessa, per comprendere la grandezza del pericolo e misurarlo. Ma il Prefetto, il Questore, il generale Carderina, il comandante la G. N., gl’ispettori di P. S., erano, malgrado alcuna parola d’insofferenza dei tre primi, informati ad ogni istante di ciò che si andava apparecchiando. Pinna, Torelli e Carderina a chi li avvertiva del malanno, davano dell'allarmista, del visionario, perseverando con tenacità stupida o malvagia a non voler prendere alcun provvedimento. Il comandante dei Carabinieri, che disse essere stato al buio di ogni cosa, non disse il vero. Alquanti giorni prima dell'insurrezione un bravo ufficiale de' carabinieri andato con una cinquantina di uomini in perlustrazione a Monte Cuccio ebbe tirate alcune fucilate da gente posta in alto che non si potea raggiungere. Esso miratala scorse ascendere a circa 200 persone, con bandiera rossa, e capitanata da uno che loro dava ordini e li disponeva militarmente. Quell’ufficiale di ritorno ne fece dettagliato rapporto, ma il colonnello Sannazzaro, che appartiene alla classe di ufficiali, dannosa per la sua boria all’esercito nazionale, tenne in conto di visionario quel luogotenente e ne facea rapporto al generale Carderina, il quale minacciò di mettere agli arresti l’ufficiale che osava allarmare il paese, scambiando le capre lift briganti! Eppure il Governo potea contare sulla seguente forza stanziante in Palermo:

Truppa mobile di linea, tra granatieri, compagnie del 10°, deposito del 69° a 5 battaglione del 70°, restando custoditi e guarniti i posti dei quartieri, del Palazzo Reale, della Piazza, del Palazzo delle Finanze, del Forte Castellammare e delle Carceri, 450 uomini de' quali, un centinaio circa di soldati, il resto recluto di 2a categoria 1842-43-44

450

Una batteria di sei pezzi da 8 rigati, con 168 artiglieri de' quali due quinti soldati il resto reclute.

168

La forza dei dazi municipali, e i pompieri quasi tutti armati di eccellenti carabine


520

Guardie di questura e. carabinieri ritirandoli; dalle varie stazioni e unendoli alla forza centrale


410

Guardie doganali di terra richiedibili dal Direttore delle gabelle


250

Allievi dell’istituto Garibaldi atti allearmi e già adulti restando, i più piccoli in caserma


80

Totale della forza mobile stipendiata

1878

Palermo è una città tagliata in quattro da due strade, che si prolungano sino nelle campagne vicine. Il principale crocicchio, è la piazza dei Quattro Cantoni, punto centralissimo e per conseguenza strategico assai per una truppa che venisse assalita in città, nella quale si entra per quattordici porte antiche e tre nuove aperte di recente dal Municipio.

Il più volgare buon senso e la più semplice idea di governo e di regola militare rende agevoli quei mezzi pei quali suolai provvedere alla tutela della sicurezza della città, minacciata, o da' bande esterne o dal commuoversi della plebe. Si dovea perciò unire alla forza stipendiata, la Guardia Nazionale che con grande apparato e a suon di tamburo si sarebbe raccolta nei quartieri in numero di circa 1500 la sera del sabato 15, fare appello alla solerzia della sua ufficialità e perciò? alla cittadinanza, e richiedere la cooperazione de' volontari borghesi accomunando così Governo e società. In tal caso la forza disponibile avrebbe potuto facilmente ammontare fino a 3400. Distribuendo in media 100 uomini per porta, armati di ogni maniera — 1700 uomini; — collocando ai Quattro Cantoni due pezzi in batteria per guardare Porta S. Antonino e Porta Macqueda, gli altri quattro tenerli in riserva, tre nel largo del Palazzo Reale, e l’altro in batteria sullo stradale Calatafimi, che conduce a Morreale — 168 uomini in tutto. — Al rimanente assegnare un servizio di pattuglie volanti per le vie, le viuzze ed i chiassi, facendo arresti e disarmando i sospetti: — 1500 uomini per siffatta bisogna. — Questo e non altro il mezzo più acconcio per dispiegare la forza in modo utile e vantaggioso, e senza alcuno spargimento di sangue sventare qualunque pazzo o reo tentativo.

Infatti, si è saputo dopo, le bande aspettavano il segnale convenuto, per riunirsi all’insorgere della plebe verso la mezzanotte del 15 settembre. L’energia del Governo le avrebbe atterrite e fugate, perché è noto, l’incertezza e il dubbio regnare a principio nella masse insorgenti, ed essere agevole cosa reprimere in sul nascere ogni moto sedizioso.

La società e l’ordine sarebbero stati tutelati, tolta la spaventevole anarchia e tante vite generose non dannate a morire col ferro della guerra civile! Quanta ignoranza e malvagia stoltezza nel non saper fare di calcoli così ovvi! e quale enorme delitto non produssero queste mai per le tante disastrose conseguenze!

Io, ben m’avveggo, risveglio sensazioni terribili ed angoscie mortali, ma;il mio giudizio io lo consegno alla storia insieme cogli elementi vergognosi, che condannano chi scrisse con le morti e coi saccheggi una pagina dolorosa cotanto della vita del secolo XIX.

Inetto a reggere qualsifosse Questura, Pinna era inettissimo a reggere quella della città di Palermo. A lui mancavano le prime nozioni della scienza del governare. Abile solo a combinare col Ministero di Firenze intrighi e maneggi per isbarazzarsi delle persone alto locate che gli faceano ombra ((9)) era pel rimanente non solo privo di spionaggio o incerto d’informazioni, ma disprezzante ancora di quelle che venivano fatte per avventura spontanee nell’interesse dell’ordine pubblico; ed anzi parea ei facesse di proposito ad agire in modo inverso di quanto avrebbe dovuto fare, ancorché bene egli avesse compreso ciò che gli si riferiva. Scorrevano per la città voci allarmanti di bande armate con, bandiera rossa: quando per le campagne esse già scorazzavano apertamente, E Pinna se lo sapeva per fermo, poiché in una perlustrazione su Monte Cuccio fatta pure, assieme ai carabinieri, da due pattuglie di guardie di P. S. (una di 12 uomini comandante il brigadiere Antonio Cao, l’altra di 20 comandante il vicebrigadiere Concialdi Giuseppe) esse erano state costrette a retrocedere avanzi una forza di 200 uomini circa

Aggiungi a ciò che le Ispezioni e Delegazioni del Circondario, avvertivano quotidianamente la Questura dei moti che si annunziavano, delle bande che si formavano o s’ingrossavano in tutte le campagne vicine. — E Pinna rispondeva ancora siete visionari? ed a coloro i quali pochi giorni prima del 16 settembre veniva fatto di chiedergliene contezza, ei rispondea — che tra quindici dì la Provincia sarebbe ritornata nella più completa tranquillità.

In Sicilia, non che in Palermo, il Governo o chi lo rappresenta non può allegare mai di esser colto alla sprovvista. È uso tradizionale il proclamare il giorno dello insorgere, come se si trattasse di cartello di sfida o di potenze belligeranti. Così fecesi nel 1820, 48 e 60. Lo stesso avvenne nel 1866. Il giorno 16 settembre era destinato come giorno di rivolta, e la plebe, che da un pezzo ne partecipava la nuova, si affollava a comprar pane ed a far provviste di commestibili.

le Ispezioni di P. 8. della città erano a cognizione anche di ciò, non che del fermento, che agitava il popolo minuto. La Questura era ad ogni ora del giorno informata di tutto, e il questore Pinna alzava le spalle. Sannazzaro, colonnello de' carabinieri non volea saper di nulla. Torelli mandava per informazioni da Pinna non volendo, neppur sugli ultimi, prestar fede alle continue istanze dei cittadini, che, non creduti, faceano poscia Capo dal Generale Camozzi, e lo spingevano ad essere interpetre, col suo grado e la sua influenza di deputato, della coscienza del pericolo che richiedea energia e sagaci provvedimenti. E il generale il facea. — Ma Pinna mandava a dirgli che le proprie informazioni attinte a Morreale, Marineo, Misilmeri, accertavano essere tutto tranquillo e potersi dormire in pace i suoi sonni. Torelli proibiva espressamente al Camozzi di dar nei tamburi per riunire la G. N. e gli ordinava, affinché cessasse l’allarme, di congedare i pochi armati che s’erano spontaneamente recati a' quartieri.

Intanto le informazioni giungevano più frequenti e precise. Il colonnello della 1.a Legione di G. N. ricevea rivelazioni importanti sul riunirsi di gente facinorosa nel chiasso Santa Lucia. Avanti i quartieri della milizia cittadina bazzicava gente sospetta, venuta a indagare la forza e le provvidenze di questa. Allora lo stesso Colonnello correa in traccia del Sannazzaro pei dire la cosa e non lo trovava. Si volse verso il Palazzo reale e quivi parlava a Carderina, che scherzando gli rispondea! «si mostrino costoro una volta, per farla finità!» e al richiedere che fece della forza o agenti di P. 8. per perquisire il luogo indicatogli come sospetto ricevea un rifiuto ((10))!

Il comandante delle guardie di P. S., visto rincalzare delle cose volle concentrare tutta la sua forza al quartier principale e dato avea gli ordini all’uopo — Pinna inviò tosto riprensione ed ordini contrari.

I carabinieri rimasero divisi e separati nelle loro stazioni

parziali interne ed esterne della città, e il medesimo fu visto fare alle guardie municipali cui una metà restò come al solito fuori di servizio. Cosi i 1878 uomini di forza mobile, possibilmente riunibili, sparpagliati com’erano, non comandati ad azione coordinata, divennero appena 600; un colpo di mano era facile cosa e l’insurrezione veni va cosi favorita ed alimentata.

Senonché l’Ispettore Biundi, appartenente alla Sezione Tribunali, si recava in persona alla questura sul far della mezzanotte per avvertire il Questore che tra due ore sarebbe avvenuta la sommossa — Pinna gli sorrise freddamente, e ne lo fece aspettare;e dopo due ore e un quarto, mostrandogli l’orologio gli disse: or, che i suoi sogni sono svaniti ella può togliersi da me e andare a riposo. Pochi minuti dopo, ai Porrazzi, sobborgo della città, cadevano morti due carabinieri, uno rimaneva ferito: erano cinque, e formavano una pattuglia.

La rivolta voluta, dal Pinna era scoppiata! E dico — voluta — ponendo fede ai primi dispacci pervenuti a Firenze, che diceano — essere Palermo stata aggredita da 2000 a 3000 malfattori, disertori e renitenti di leva, i più organizzati da' Benedettini di Morreale. Il che addimostrava come, sebbene male informato, il Pinna sapesse da tempo quanta forza era per piombare sopra Palermo: e il non aver egli provveduto durante la notte dal 15 al 16 settembre, anzi l’aver tenuta divisa e o disorganizzata la forza, non è più inettitudine ma colpa, e colpa gravissima, che non trova scusa presso vertm compatimento, o veruna indulgenza.


§ 13

DOMENICA 16 SETTEMBRE 1866

Albeggiava appena e, parecchie fucilate si erano avvertite dalla parte che mena dritto a Morreale ed ai Porrazzi — Il Generale Camozzi andava e veniva, girava pei quartieri della G. N. occupati solo da una ventina circa di militi per posto, e senza cartuccie e senza prescrizioni. Egli stesso non ne potea dare, stretto com’era da ordini precisi ed immediati avuti dal Prefetto di non battere a raccolta.

La città dormiva — Il Questore credeva fare atto provvido facendo il niente de' niente: e la sua poca forza non riuniva, e non mandava alcuna compagnia di granatieri verso i Porrazzi, e non prendeva veruna previggenza, come se si trattasse di una semplice grassazione.

Tutto ad un tratto ecco sbucare nella via Macqueda dalle strade circostanti Ponticello e Calderai una ventina d’uomini armati con bandiera rossa, facendo fuoco sulla sentinella dell’edificio postale, custodito da quattro soldati. Vicino la Posta e il Palazzo Municipale dove facean la guardia i bersaglieri di G. N. che poco prima erano stati mandati di pattuglia fuori le porte. I pochissimi rimasti non poteano recare soccorso alcuno ai quattro granatieri colti alla sprovvista. Fucilate si scambiarono per un pezzo, restando morto il caporale e ferito uri soldato. Il Municipio prefissava intanto alla propria difesa. Dalle finestre del palazzo le Guardie Nazionali e i cittadini col Sindaco sbaragliarono gli assalitori con un fuoco gagliardo e spesso. Alcuni caddero, e i rimasti si posero in fuga.

Mentre qui avvenivano queste cose dal rione del Capo sbucava gente armata che pei chiassi e pei vicoli si sparpagliava d’ogni intorno. E un soldato, che solo veniva dal quartiere di S. Giacomo, rimase ucciso. E una cinquantina d’uomini usciva dal chiasso Cartari, presso la via Cintorinai, guidata da un Salvatore Nobile, implicato nel processo Badia e latitante da un anno e mezzo in quà. Squadre in armi penetravano nella città dall’esterno; altre parecchie, già riunite, nell'interno, sbucavano in ogni rione.

Verso le ore sei del mattino tutte le Ispezioni e le Delegazioni di P. S. erano state prese e disarmate; le stazioni dei carabinieri assalite e devastate: e quelli che cadevano nelle mani degli insorti erano portati via prigioni nel Convento dello Spirito Santo, e il convento S. Agostino addivenne tosto il loro quartier generale.

E intanto, pur finalmente! alcuni tamburi della G. N. rullavano disperatamente per alcune delle strade meno pericolose. Era troppo tardi invero!

La plebe si sollevava dovunque: due magazzini d’armi furono scassinati e lasciati vuoti, come poi contribuirono molto all’armamento degl’insorti i fucili che si trovavano repertati

al Palazzo dei Tribunali. Le guardie dei dazi municipali, per esser poste in luoghi isolati, furono offese da forza superiore e costrette a correre quali fuggiasche e quali senz’armi in cerca d’aiuto col riunirsi e coll’ordinarsi a difesa. Il posto di G. N. a Sant’Anna, dov’erano circa trentasei tra militi di guardia e volontari, accorsi a quel bisogno, era raggirato dalle squadre e stava colle armi al piede e perché mancante di ordini e perché a furia di prestiti scambievoli non avea per anco potuto caricare le armi. Che anzi dubitando gl’insorti potesse la guardia uscire a disperderli, fecero una grandina di palle innanzi il quartiere per impedirne l’uscita, tanto che uno de' loro proiettili uccise un ragazzo, che là davanti s’era posto a curiosare.

Questo improvviso movimento che avea tolto ogni aspetto di vera insurrezione e non previsto né creduto, scoraggiava profondamente la cittadinanza e la trovava dislegata ed inerte. Cosi veniva innanzi la sommossa e si poneva a fronte del Governo che non avea saputo { presentirla. La cittadinanza, la quale vedea la plebe partecipare od esser complice del movimento, non volle peggiorare il male col danno della vita e delle proprie sostanze, esponendosi all’ira certa della marmaglia coll’uscire alla spicciolata a combatterla. Accresceva siffatta inerzia la sfiducia nel Governo, l’esempio della sua ingratitudine, della sua poca sapienza. Queste ed altre cagioni di malcontento generale non invogliarono i pigri, né incoraggiarono i deboli, o sforzarono gli onesti a farsi violenza e porre a rischio se stessi e le proprie famiglie per combattere non più i briganti, ma gl'insorti.

Infatti il tardo appello alla G. N. non raccolse se non se un centinaio di volenterosi; il rimanente o svogliato o senza fede, lasciava che il governo se la districasse da solo, come quegli cui incumbeva il dovere di tutelare la sicurezza interna e che puranco sino all’estremo avea diffidata dello zelo de' cittadini.

A tanto imperversar di cose, deserte si erano fatte le vie, chiuse e mute le case, l’insurrezione era un fatto; solo rimaneva a giudicare della perdita oppur della vittoria di essa: e non già come fu poi telegrafato, se ella fosse un’aggressione di briganti alla Passatore.

Uscito completamente d’azione il Pinna, cominciava indipendente ed assoluto il compito del potere militare. Era foe, la prima volta che Carderina e Righini si trovavano,innanzi ad uno sconvolgimento popolare; quel che gli è certo si è che la confusione scombuiò le menti delle autorità politiche e militari della Provincia. Il Torelli, armato di fucile e seguito da un lacchè con un paniera di cartuccie erasi recato al Palazzo di città per chiedere a tutti il da fare. Colà era il Sindaco, parte della Giunta, un po’ di G. N. volenterosamente accorsa; erano guardie daziarie raccogliticce, e guardie doganali inviate dal Direttore delle gabelle. La i più conosciuti del partito d’azione moderato, nissuno di quelli del partito governativo; o se qualcuno vi era, veniva solo in divisa di G. N. e non era dei più influenti né dei più facili all'inneggiare ((11)).

L’insurrezione era ancora dubbiosa, incerta, esitante ma le fucilate si facean sentire e l’odor della polvere incuorava alla battaglia pei ricordi di altre pugne combattute vittoriosamente nelle vie della stessa città. Alle vive istanze del capitano di Stato Maggiore della G. N. Principe di Santa Flavia, i generali Carderina e Righini aveano disposto, che una compagnia di granatieri si collocasse nella piazza dei Quattro Cantoni, e che un’altra rimanesse in palazzo del Municipio per difenderlo dagli attacchi i quali ne avean già fatto un obiettivo per gl’insorti.


vai su


Tutte le persone, che erano al Municipio, discutevano confusi sul da fare; In questa occasione fu mostrato con evidenza come le storie per alcuni sieno solo un arido studio di cronologia e non già la scienza dell’indole umana; e come in certi momenti esperienza dei fatti tra scorsi venga posta in dimenticanza e si cada negli stessi errori passati. La città era dappertutto insorgente, la forza poca, disgregata, poco usa a trattar le armi; solo poteasi in quel momento, per risparmiare quanto maggior sangue fosse possibile, studiare di attenersia posizione sicura per date colpi decisivi appena si avesse ricevuto alcun rinforzo. E intanto farsi l’approvvigionamento dei viveri e delle munizioni. Al Palazzo Municipale fuvvi chi, pieno di generoso bollore giovanile troppo, spinse il Sindaco, signor di Rudinì, a proporre lo scendere in pattuglia per la città, colla speranza di raccogliere ed animare i cittadini, unirsi alla rappresentanza del comune e del governo per reprimere quei moti. Supponevasi ancora forse un lieve tumulto di pochi sconsigliati, e un improvviso ardimento di persone autorevoli potesse di leggieri calmarlo. Blandirono tutti alla forte idea; anco il Prefetto Torelli; niuno trovossi a combatterla; poiché se ottima cosa ell’era, in vero, cotesta di affidare il paese a se stesso, e con mezzo eccezionale in tanto disordine ella era (commendevole azione usata alla vigilia del fatto, per essere ancora il paese in tali condizioni sociali e politiche atte a promuovere questo espediente, tornava per disavventura; sommai mente malagevole e inefficace l’adoperarla in quell’ora in cui la scissura tra i cittadini e la plebe: era addivenuta completa: onde, malgrado ogni nobile sforzo, la città dovette rimanere a discrezione degl'insorti. E niuno di coloro, che erano ivi a consigliare, pose mente a ciò, e si volle lasciare commettere il grave errore di applicare al peggior male un rimedio ottimo si, ma inopportuno ed intempestivo. — E si usci di là in pattuglia numerosa composta di circa cencinquant’uommi di guardie nazionali, guardie daziarie e doganali, e granatieri, capitanati dal Prefetto, dal Sindaco e preceduti da alcuni della Giunta e da vari cittadini tra i quali il prof. Tommasi. — Dal Municipio si marciò sulla piazza della Fieravecchia, punto centrale per lo scoppio delle insurrezioni di Palermo; questa volta lasciata in abbandono, perché il convento,, dello Spirito Santo offriva più facile l’offensiva e migliore la difesa per il gran numero di viuzze, che lo circondano.

Pria di pervenire colà furono arrestati due individui armata mano; dalla testa di colonna

della pattuglia correva voce di fucilarli immediatamente; per buona fortuna, il Torelli vi si oppose in nome della giustizia e del rispetto alle leggi, impedendo cosi un atto impolitico (per la poca forza di cui disponeva il Governo), che potea cagionare più fatali conseguenze. I prigionieri furono consegnati al posto di G. N. a S. Anna, d’onde furono poi tratti al palazzo di città, e la pattuglia prosegui per la Fieravecchia. Ivi giunti fu accolta a fucilate da alcuni insorti, che vi si trovavano. Ma poi le venne fatto d’ucciderne due, arrestarne quattro o cinque, disperdere gli altri; e la città imbandierava i balconi e

applaudiva; com’è facile comprendere per le accennate ragioni niuno però s’univa alla rappresentanza di un potere cui la forza morale era finita: di un potere che si sosteneva colla forza materiale, sparuta, inefficace, perché mal divisa. Illusa dal debole vantaggio ottenuto in piazza Fieravecchia, la pattuglia scende per la via Cintorinari in via Tornieri e sbocca nella piazza Caracciolo, mercato di commestibili, dove risponde ad alcune fucilate, per cui riesce, sempre con nessuna perdita grave, ad uccidere insorti ed a prenderne prigioni parecchi; ma poi sciupa il tempo a far pervenire questi alla custodia della guardia delle Finanze, dove era una trentina di uomini della G. N. della 3. a legione.

Illusa sempre più la pattuglia non calcolava che i soli magazzini d’armi aveano armato circa 500 persone, e non ricordava che in Sicilia gli armati sono quasi tutti; e proseguiva incolume, e si avviava per la piazza S. Domenico e via Monteleone nel largo dell’Olivella, per di là sbloccare quel posto di G. N. che potea essere in pericolo. Giunta ivi si apprende che il Monastero della Stimmate (nel termine di via Macqueda, che fa angolo colla porta di quel nome) è occupato da molti insorti. La pattuglia si divide in due; una parte preceduta dal Prefetto si avanza a passo di corsa per la via Bara, l’altra col Sindaco per la via dell’Orologio. Questa potea riuscire più utile nell’intento ove avesse pigliata la corsa in via Macqueda ed avesse occupato il piccolo largo che sta accosto la Chiesa, e poi questa, d’onde avrebbe potuto tirare al Sicuro sulle grate del Monastero e sloggiarne le squadre.

Sgraziatamente non fu cosi. La forza si componeva la maggior parte di gente, che non sapea tirare e non avvezza al fuoco; i granatieri principalmente erano reclute da tre o quattro mesi, e sapeano appena maneggiar le armi. Malgrado gli sforzi dei loro bravi ufficiali questi soldati cedono, pei primi, sotto un fuoco fitto; che piovea su di essi dall’alto del Monastero attaccate di fronte, e poscia cedono tutti; e vanno a riorganizzarsi più scoraggiati che mai in piazza Olivella, avendo avuto pochi feriti (militi di G. N. subito fasciati dal prof. Tommasi).

Un siffatto insuccesso, l'indifferenza cittadina ((12)), mostravano evidentemente anco ai più scettici che io state delle cose era grave, e da non pigliarsi più a gabbo. Di fronte all'insurrezione non eravi che pochissima forza. I generali, quindi, doveano più che ad altro pensare approvvigionamento ed al fortificarsi in punti che dislegassero gl’insorti; provvedere con pattuglie volanti a' bisogni parziali dei posti, aspettando le truppe, che i Prefetti delle provincie vicine, o il Governo centrale poteano inviare;

Invece, le disposizioni prese dimostrarono, al solito, l’insufficienza dei generali e l’eroica bravura degli ufficiali. I primi ordini emanati riguardavano il rinforzo delle Prigioni, e l'uscita di una compagnia dal Forte Castellammare per unirsi alle truppe di presidio al Palazzo Reale.

Le cifre date sopra sul numero della forza disponibile sono esatte e prese dai dati ufficiali, pubblicati dal Torelli e verificate sulle operazioni militari eseguite nei due primi giorni. La compagnia dei granatieri, capitano Cavigliotti, uscita da Castellammare e marciaste sul Palazzo Reale, fu attaccata in via Cavour e a Porta Macqueda, superò la posizione a passo di carica per via Macqueda e pel Corso, lasciando nel combattimento alcuni morti e parecchi feriti. Il Luogotenente Lamponi, comandante la Luogotenenza Marina dei Carabinieri, colla sua intera forza era stato mandato nella notte dal 15 al 16 in perì lustrazione lunga e faticosa; d’onde ritornato, si recò tosto al Comando divisionale a prendere gli ordini. Inviato ai Quattro Venti questo bravo ufficiale moltiplicossi dappertutto. Eseguite le sue incumbenze con zelo e costanza si unisce alla compagnia dei granatieri, comandata dal capitano Vigna, e in un colle guardie di questura raccogliticce sotto gli Ordini dell’ispettore Fassio, tenne testa un giorno intiero dalle carceri a S. Francesco di Paola Contro masse sempre crescenti d’insorti, che facevan fuoco da ogni parte e ad ogni svolto di quelle vie. Cosi in queste fazioni, nuove per quanto difficili, senza ristoro o cibo, combatterono sino al cader del giorno, non aiutati d’altro, fuorché dalle sortite che il Comandante l’Istituto Garibaldi fece fare a' suoi ragazzi, fermi come vecchi soldati al fuoco, e toccanti qualche perdita.

La compagnia di granatieri situata ai Quattro Cantoni di città, trovavasi in eccellente posizione, atta quindi al sostenersi. Coperta da' casamenti e da' portici dei palazzi vicini, potea al sicuro mantenere un fuoco vivo, contro gente, che combattea nascosta e che non avea abitudine od animo per avanzarsi compatta ad assalire. L’altra compagnia, che occupava il Municipio comandata dal capitano Bruni, preparavasi a difendere la sede della rappresentanza comunale.

Il Sindaco col Prefetto si recarono al Palazzo Reale per conferire coi generali sullo stato delle cose. Colà deliberarono concentrarvi tutto, Municipio, governo della Provincia, Comando Militare. E il Prefetto e Carderina telegrafarono premurosamente per aver rinforzi. Per buona fortuna i fili telegrafici furono spezzati soltanto l’indomani verso il mezzogiorno, e poterono aversi, pria che fossero interrotti, la risposta dal Prefetto di Messina e da quello di Napoli, che nella stessa giornata inviavano un quinto battaglione del 10° granatieri il primo, e un battaglione del 51° l’indomani il secondo, e venne pure la risposta del Ministero, che mandava la. flotta in legno e dava subito gli ordini per l’imbarco di due divisioni (Angioletti 10.a e Longoni 19.a).

Invece di risparmiare la forza, approvvigionarla, e farla riposare per quanto era possibile, i Generali disposero ritirarsi a Palazzo Reale. Invece. il generale Camozzi preferse vegliare co’ soldati sotto a' suoi ordini alla difesa del Palazzo Municipale, E, saputo i Generali Carderina e Righini che presso Porta Macqueda e il Monastero delle Stimmate esistevano due barricate, a cui gli insorti aveano appena posto mano, ordinarono al maggiore Fiastri dei granatieri che l’attaccasse di fronte, caricando alla baionetta per più di un mezzo chilometro sul fronte di esse, e ciò con un piccolo battaglione da improvvisarsi sul luogo.

Anche il duca della Verdura e il cav. Beltrani aveano consigliato di attaccare la posizione, ma non di fronte, sibbene da' lati obliqui, offrendosi anche come guide al Capitano della Compagnia dei Quattro Cantoni; poiché tra gli altri inconvenienti la truppa era da poco giunta in città. L'ufficiale però, non avendo disposizioni in quel senso, non potea accettar l’offerta e continuava a rispondere al fuoco inutile, che gli faceano addosso gl'insorti da tutti gli angoli dei vicoli che mettono nella Via Macqueda.

In quella vece, obbedendo all’ordine sconsigliato che gli davano dal quartier generale, egli, il Maggiore Fiastri, univa alle compagnie di granatieri disponibili alcuni cittadini volontari, che insieme alle guardie di questura, ai carabinieri delle stazioni centrali ed ai pompieri del Municipio costituirono in tutto all’incirca 300 uomini; quasi la totalità della forza, di cui poteva disporre il Comando militare a Palazzo Beala. Avanzossi solo con due o tre guide il Fiastri a studiare la posizione in via Macqueda, e, accolto a fucilate, tira va innanzi come se nulla fosse. Indi, tornato indietro, ordinò che cinquanta soldati si avanzassero in due ali a prendere posizione. Senonché, appena avanzatisi, le fucilate divennero si numerose, ch’essi furono costretti di ripararsi in quegli usci di case o di botteghe, che facean da riparo, per essere addentro a' muri circostanti.

Erano circa le cinque pomeridiane — ora tarda abbastanza anche per un felice successo, con quella poca forza. — Il maggiore arringò il suo battaglione, forte di una buona testa di colonna, lo formò in sei pelottoni e ordinò la carica alla baionetta in colonna di pelottoni. tirando: a mezzo di conversioni per avanzarsi in via Macqueda eia una massa compatta che faceva da bersaglio' ai colpi della gente, che tirava al coperto. Al grido di viva l’Italia e viva il Re,

al rullo di carica del tamburo, avanzossi animoso e risoluto il primo pelottone; incerti alquanto venivan dietro gli altri; gli ufficiali animavano e spingevano.

Vano, sforzo! e ben si poteva facilmente prevedere! Sotto un grandinar di palle, che veniva dagl’insorti attaccati, erano poste poche truppe nuove ed alcune reclute le quali resistendo,' in sulle prime, piegarono poscia in disordine, dopo avere scaricato le loro armi confusamente ed averle cosi rese inutili all'offesa. Invano gli ufficiali colla parola e colla spada cercavano trattenerli; la confusione ed il disordine non cessarono se non quando furono, al sicuro nel Corso V. E., d’onde erano partiti; morti e feriti lasciando sul lastrico della via,e morto recando un tenente; ferito leggermente in una. gamba il bravo Maggiore Fiastri.

Ricorderò sempre con ammirazione la voce lamentevole di un sott'ufficiale che, ultimo a ritirarsi, e a rilento, sebbene gli fischiassero attorno le palle, gridava: Granatieri! granatieri! è una vergogna per Dio!

Cotanto il sentimento dell’onore sovrastava iti quel valoroso al l’istinto della propria conservazione!

Cosi terminava la giornata. Pochi colpi, tirati ancora dal posto ai Quattro. Cantoni, e si era giunti a sera.

Le disposizioni prese dal Questore Pinna aveano reso inutile la truppa col tenerla disgregata — ond’egli parve aver fatto il poter suo, perché i moti dovesse accadere e riuscire. Gli ordini dati dal Comando militare aveano: affidato a povera reclute un compito difficile anche per vecchi soldati; e, sprecando inutilmente il valore di bravi ufficiali, aveano dato forza e gagliardia allo insorgere per il cattivissimo comando di attaccare di fronte. — La Città era abbandonata dal Governo locale, che 24 ore prima non avea avuto fiducia in lei e che, con una impreviggenza, unica piuttostoché rara, la gittava forse tra gli orrori della guerra civile.

Il grido, degli insorti era viva la repubblica;

la loro bandiera tutta rossa. E dò qui luogo ad alcune mie impressioni provate in quella giornata. Questo grido di guerra era talvolta accompagnato da apostrofi così strane e triviali che davano a quel parapiglia d’inferno le tinte di un grottesco, che in Shakespeare solo si ritrova. Onde mal si comprendea che cosa volessero queste masse insorte, quale indirizzo o mutamento bramassero. Il grido accenna va certo a novità, ma non era una novità maturata dalle menti della cittadinanza, e nemmeno dalla plebe compresa. A queste voci rispondea la truppa viva l’Italia e il Re,

e d’ambe le parti si moriva; qui con una fede e un principio conosciuti e determinati, là con l’incertezza di vaghe aspirazioni. Era quasi un mistero per chi non avea sotto gli occhi le cause che aveano prodotto quel movimento. I giorni posteriori lo disvelarono chiaramente. Incerta appariva. per tutto quel giorno l’insurrezione, sebbene fin dal mattino, come per concerti presi, dappertutto si manifestasse. Gli è però fuor d’ogni dubbio che se alla guarnigione, esistente in Palermo, si fosse trovato unito un battaglione di bersaglieri (750 uomini il moto avrebbe potuto di leggieri comprimersi a principio, né avrebbe assunto di tali minacciose proporzioni ((13)).


§ 14

LUNEDI 17

La truppa teneva occupati i quartieri, Castellammare, le Carceri, l’Ospedale militare, il Magazzino Merci, il Palazzo delle Finanze (fino alla sera antecedente, occupato da un picchetto di G. il Municipio, la Piazza, il Monastero dei Sette Angeli; e il Palazzo Reale.

La notte chi avea interesse nel movimento, si era dato attorno per l’indomani. Alcuni messi erano partiti pei villaggi e per la provincia recando ovunque la notizia dei risultati ottenuti. All’alba quindi del giorno vegnente torme di villici armati si rovesciavano sulla città; alcuni venivano con muli e carri, intenti a non d’altro curarsi, fuorché del facile bottino.

Il posto dei Quattro Cantoni, importante a tenersi era stato abbandonato; rimaneva cosi il Municipio esposto per ogni lato al tiro degl’insorti, e difeso soltanto dal belvedere del Monastero della Martorana, che dà sul Corso da sopra la casa Bordonaro, occupato da soldati. Il tenere legata la linea dal Palazzo Reale ai Quattro Cantoni, pei posti avanzati della Piazza e del Palazzo di città; il rifornirli sempre di viveri e di munizioni, il mantenersi anche con poca forza nei posti occupati e nel cuor della città, ciò avrebbe dovuto essere, parmi, la principale veduta militare dei generali, l’intento loro principale. Il ritirarsi nel quadrato del piano della Vittoria era lo stesso che dar la città in mano agl’insorti, inorgoglirli, come di vittoria, e renderli innumerevoli e molesti: giacché era troppo ancor vivo il ricordo delle truppe napoletane in quel quadrato rinchiuse, e da quel quadrato capitolanti sempre.

Sapevano già i Generali l’arrivo prossimo di un battaglione da Messina. Eppure non diedero alcuna disposizione perché fosse messo, appena giunto, in grado di combattere e riacquistare le posizioni perdute; non gli mandarono nessun ordine; e la mattina del lunedì era ancor facile l’inviarlo.

Si ricominciò il fuoco da ogni lato. Gli avamposti delle Carceri e dei quartieri ai Quattro venti teneano fermo sino alla piazza Ruggiero Settimo, legandosi (sotto gli ordini del luogotenente Lamponi dei Carabinieri) all’Istituto militare Garibaldi. Una parte assai numerosa delle bande, che venivano dal di fuori, si rovesciava appunto su questo lato, per rompere ogni comunicazione tra il fianco sinistro della posizione della truppa al Palazzo Reale, essendo la Vicaria (Grandi Prigioni) uno dei principali obbiettivi

dell'insurrezione, come quella, che avrebbe dato un immenso numero di combattenti disperati. Ma onde mantenere più a lungo intatta la linea di comunicazione, il Comandante dell'Istituto Garibaldi (Maggiore Canetti) ordinò ad offesa i suoi giovanotti. Ella fu una brillante sortita cotesta che essi fecero, ma la forza li soverchiò, e andò arrischiata e perduta ogni ulteriore resistenza; e d’altronde le armi degli allievi non erano da tiro, ma da studio.

Arresosi l’Istituto, i giovani siciliani, furon mandati liberi alle loro case, i continentali cogli ufficiali e sottoufficiali istruttori condotti prigionieri allo Spirito Santo, e quel casamento invaso dalla feccia della plebe e da una parte delle bande armate, venute allora dalla campagna. Ogni cosa misero a sacco: e non avean forza quei tristi che tenessero ferma in quell’immenso disordine: tanto che in pochissimo tempo ridussero squallido e nudo di tutto un edificio, che dava educazione e carriera a tanti poveri figli di popolani.

L’Istituto Garibaldi, venuto a mano degl'insorti, rendeva difficile la posizione degli avamposti, comandati dal Lamponi. Perlocché ripiegando essi lentamente; andarono a rinchiudersi nelle Carceri a difenderle dagli attacchi, già cominciati. Erano quivi non più di duecento uomini tra soldati, carabinieri e guardie di questura e ne tenevasi rinchiusi circa a duemila, tra condannati ed imputati. Un fuoco d'inferno accerchiavate Grandi Prigioni; i carcerati si fecero trovare tutti vestiti e pronti all’uscire. Per 200 uomini la non era impresa da pigliarsi a gabbo cotesta, sebbene avessero per difesa la cinta solidissima dei bastioni. E tosto furono prese le più energiche misure al di dentro — tra le altre era pur quella che il Direttore diede di coricarsi tutti sino a nuovo ordine e consegnare il pane, che aveano in serbo; — onde ci fu pane per tutti; pel presidio e pe’ carcerati, e per due o tre giorni.

V’era tra gli assalitori un certo Salvatore Miceli da Morreale, seguito da trecento suoi terrazzani, il quale con rabbia accanita correva più d’ogni altro ad avventarsi contro le Grandi Prigioni. Era stato il Miceli implicato nel processo politico dell'anno precedente, e il Pinna, tanto tenace a tener gente in carcere, malgrado le ordinanze di escarcerazione del potere giudiziario, lo avea alcuni giorni prima del 15 settembre messo in libertà, sebbene la fede di perquisizione del Miceli fosse non molto netta, e la fama di lui non buona.

Mentre costoro si occupavano presso la Vicaria, altri insorti aveano scambiato poche fucilate coi 35 uomini di presidio alle Finanze (dove erano circa 40 milioni in valori metallici, carta e proprietà della Banca Nazionale), e parecchi aveano incominciato a bersagliare il Palazzo Municipale...

Erano circa le 9 del mattino. Il vapore, mandato dal Prefetto di Messina, portava. un battaglione: di granatieri, che sbarcato a Porta Felice procedeva innanzi pel Corso V. E. al rullar del tamburo. Quest'improvviso apparire di truppa scoraggiò alquanto in sulle prime gl’insorti di quel lato. — Cominciavasi allora a conoscere che se il Governo avea avuto la dabbenaggine di lasciarsi cogliere alla sprovvista, potea però disporre della sua forza, per reprimere quel movimento inopportuno. Qualche rara fucilata accoglieva il battaglione; ma accolto con evviva e con bandiere dai balconi e dalle finestre, giunse al Palazzo Reale. Se immediatamente si fosse dato ordine di marciare sul Municipio, per vettovagliarlo, munirlo, del pari che la Piazza, e riprendere così la posizione ai Quattro Cantoni, gl'insorti sarebbero stati disgiunti e la situazione delle truppe avrebbe migliorato. I Generali, che non avean saputo ordinar nulla al momento, dello sbarco di quel battaglione, non lo vollero tampoco far subito caricare, ed ordinarono che facesse il rancio, perdendo così un tempo prezioso.


vai su


Gl’insorti contarono i soldati testé giunti, e si accorsero dell'inazione della truppa; s’ingrossarono e circuirono il Palazzo Municipale, dall'Università, dalia casa Bordonaro, dal campanile della Chiesa di S. Giuseppe, dai portici della Posta. Un’altra banda, miscuglio ignobile di contrabbandieri e di ladri, dal Convento dei Crociferi su pei tetti, giunse a penetrare in casa Rudini uno degli angoli dei Quattro Cantoni. Come finirono dentro per prima operazione guerresca poser mano agli argenti e ad ogni altra cosa preziosa: e questo fu! primizia di bottino, riserbata ad una trentina d’uomini in arme. I quali furono poi invasati da una rabbia vandalica: coi calci dei fucili e con frenetica smania gareggiavano quei predoni a chi più violentemente sfrantumasse gli specchi, i cristalli e la mobilia. Era tutta quella scena una bolgia d'inferno, popolata dalla distruzione è da demoni furenti, che a ricordarsi fa orrore, ed a me raccapriccio e sconforto, testimonio come fui di quel fatto tristo e desolante. Aprirono poscia le vetrate e per di là fecero fuoco sul Palazzo Municipale. Scesero indi a poi all’entrata e uscirono fuori tre carrozze per ispingerlesulla piazza e farne barricata. E intanto si combatteva dalle nostre eri rubava nell’interno. Anzi, erano tante le ree passioni di quella turba malvagia, che non trovò modo come dividersi la preda. Per un paio di posate vennero due a guardarsi biechi e prontamente un d’essi tolse all’altro posa tee vita. Nemmeno la fratellanza del delitto avean costoro!

Era una rabbia immeritata cotesta' rovesciatasi sulla casa Rudinì per l'odio dei contrabbandieri tenuti a freno, pel furore femineo di pregiudizi urtati di fronte, pegl'istinti di rapina e di saccheggio.

Stava in quella casa la giovane moglie del Sindaco, nobile savoiarda, bella(:) di forme, nuova ad ogni idea di popolare tumulto: ed era incinta, la sventurata, quando accadeano i moti, onde fu ventura come la sua vita non venisse meno sotto il peso di tante e continue. emozioni dolorose: epperò fu costretta quel giorno di abbandonare di nascosto la casa, che l’avea accolta con festa, e cercare scampo o rifugio nell’ospitalità dei vicini. In una prossima casa stette tutto giorno, colle continue minaccie di morte, che le facea sentire una serva atterrita; da quel caso ed ella, con animo veramente nobile, sprezzando il proprio si curava solo del pericolo che potea incorrere la famiglia ospitale.

Intanto era già suonato mezzodì e quella sortita che Carderina e Righini non vollero ordinare appena giunto il battaglione da Messina la comandavano in quel punto, e l’accompagna. vano due carri da munizioni e da viveri. Accolto però da una viva fucilata, per essere gl’insorti già fatti numerosi; ritornava disordinato. Invano il dopopranzo ritentava il Fiastri quell’attacco, perocché il valoroso. ufficiale ricevea una ferita in un fianco (era la terza in due giorni); che lasciava semivivo, e le reclute dei granatieri non resistettero più a lungo a quel fuoco fitto e gagliardo.

La qual cosa peggiorava le circostanze già critiche dei difensori del Municipio, — senza viveri, morenti di sete, perchè gl'insorti aveano spezzato i condotti dell’acqua, ogni colpo che essi traevano diminuiva la probabilità di perdurare in quella loro vigorosa resistenza. — Il palazzo Rudinì contribuiva a rendere più difficile quella situazione verso, sera una palla, uccideva il Bruni, capitano dei granatieri, degno affidato di quel presidio valoroso.

A sera fotta il generate Camozzi fè riunire le punizioni, esse bastavano appena per un’ora. Fu discussoci da fare e si risolvette di tentar la salvezza con una sortita notturna ed abbandonare il Municipio. Riuniti, granatieri, guardie doganali e daziarie, pompieri, trombettieri di G. N. (le poche, guardie; nazionali rimaste sotto le armi eransi recate la sera antecedente al Palazzo Reale) e i cittadini, che vi si trovavano ((14)), verso le due dopo mezzanotte procedettero silenziosi colle bandiere delle legioni, di G. N. verso Palazzo Reale senza essere molestati dalle squadre e senza equivoci colla truppa.

Al Palazzo Reale intatto pensavasi alla difesa, alla possibile ed imminente mancanza di viveri e di munizioni. Tutti i cittadini che erano quivi furono divisi in Commissioni. La prima era formata dal cav. Notarbartolo, dall’assessore Traina e dal Duca della Verdura, e serviva per le munizioni. La seconda composta dal signor Perticone, dal Capitano Saraceni ed alcuni ufficiali i dei Carabinieri ed era pei viveri. La terza per l’ospedale costituita dai signori Perroni Paladini, Di Maria, e dall’assessore Lanza.

Tutte e tre le Commissioni, per essere composte di i cittadini, ebbero agio di provvedere a' bisogni della situazione. Furono chieste munizioni ai vicini delle case prossime al Palazzo Reale, e se ne ebbero in copia: fu po(scia costruita una macchinetta da fonder palle, e palle e cartuccie si ebbero con celerità molta. I viveri egualmente poterono in parte aversi. Si requisirono dovunque vari sacchi di farina, alcuni capi di bestiame. Né al Palazzo si stava senza lavoro: le signore ivi ricoverate faceano filaccie e bende pei feriti; la loro biancheria veniva fornita dal Monastero dei Sett’Angeli.

Il Questore Pinna anch’esso. trovavasi a Palazzo, ma strapazzato continuamente da quei cittadini, che erano ivi, assediati per la incapacità di lui, non osò salirò agli appartamenti del Prefètto e se ne stava in disparte e trascurato.

L’insurrezione avea provveduto innanzi minacciosa e combattente un giorno ancora. La cittadinanza guardava attonita gli avvenimenti che si succedeano, né sapea raccapezzarsi chi avesse spinto quel moto, chi fosse per capitanarlo. Le masse pugnavano ovunque senza ristarsi mai: eppure non aveano ordini, né capi, che capi non erano quei comandanti di squadre, gente facinorosa e messa innanzi ad esse forse più dal caso che dall'altrui volere ((15)).

La stessa plebe meravigliata nella sera di lunedi dei successi ottenuti e secura ornai del completo trionfo, stupiva in vedersi in disparte dalla cittadinanza, colla quale sempre si era sollevata e mormorava sommessamente, ricercando governo tra questa e capitani. Egli è ben vero, come a Sant’Agostino avesse funzionato per due giorni un Comitato insurrezionale, che uvea distribuito munizioni ed armi; ma coloro i quali lo componevano, erano uomini facinorosi e d’indole manesca; strumenti per agire, anziché intelligenze per governare. Non un nome che fosse un partito, una bandiera. La stoffa rossa copriva il caos suscitato dal malcontento per sei anni di insipienza governativa ((16)). E, ad accrescere la confusione delle idee vedevi, bandiere rosse con suvvi a caratteri ricamati in cotone bianco «Viva la repubblica italiana»

altre collo scritto «Viva la repubblica

», altre con figure di sante e di madonne. Vi erano due o tre squadre colla bandiera bianca e rossa e le 34 stelle nell'angolo (americana): e molti altri uomini armati parea avessero tra loro segni convenzionali e segreti.

Pesava però tremendo, soffocante sulla città l’incubo di un’anarchia sfrenata!


§15

MARTEDI 18

Le torme di villici cresceano per ogni dove. Il fuoco ricominciava veemente sul forte Castellammare, sulle Carceri, e sulle posizioni della truppa a Palazzo Reale. Fuoco vivo e gagliardo dovunque; fatto con un lusso ed una prodigalità propri di un popola che possa disporre d’intieri arsenali.

Il palazzo Rudinì lasciato a discrezione dei soppravvegnenti divenne comune a tutti. Erano ivi alcuni uomini in armi a riguardare; freddamente lo schifoso spettacolo della più lurida feccia umana, quivi venuta a far saccheggio di quella casa. Vedevi uomini cenciosi e di tristo aspetto; vecchi, e? fanciulli, e femmine di ogni guisa orrende, tutti a gavazzare in quei saturnali del delitto. Non disdegnava quella turba abbietta dalla scendere insino al ridicolo del furto, portando via financo le granate! Scene coteste di un dramma grottesco, onde Shakespeare ha forse riputazione d’inverosimiglianza e si sono potute compiere ancora una volta! E durò questa ingorda fame di tutto finché le pareti rimaser nude financo d’un chiodo. Salì poscia su per l’archivio e la contabilità di casa Rudinì quell’orda saccheggiatrice, e colà si diede a disfogare l’insana rabbia sopra carte raccolte da lunghe cure. Erano i volumi preste gettati dai balconi, perché la gente briaca, che li attendeva in sulla via, gioisse attorno al combinato falò.

Le carrozze già state uscite dall’entrata la sera precedente, le imposte, i divani ed altre mobilie, ogni, cosa servì agl’insorti per fare una barricata avanti la difesa di S. Giuseppe. Durava da più ore quel lavoro e da Palazzo Reale non un colpo di mitraglia o di granata, che venisse a sfrantumare quell’opera.

Come appena aggiornò il Municipio fu occupato dalle squadre. Si arse, si distrusse, si rubò anche colà sino a che un governo provvisorio non infrenò quella plebaglia. I quadri ad olio delle sale Comunali, rappresentanti il Re e Garibaldi furon segno all’ira matta e selvaggia di quegli armati, che mostravano chiaramente il disordine delle idee e la mancanza di principi politici. Però, Tesser padroni del Palazzo Municipale, avuto sempre in conto di sede centrale in ogni moto rivoluzionario ben riuscito, fece sentire imperioso il bisogno di un’autorità che governasse quel movimento, suscitò il desiderio di nomi che gli dessero un colore politico ed un programma. Onde molti fra quei popolani, che s’erano mossi illusi dal passato, istigati di continuo dai partiti rivoluzionari, incerti e sgomenti dell’astensione completa della cittadinanza; deliberarono di costituire un Comitato per porre un freno ad ogni modo a. quella gozzoviglia di gente furibonda; vogliosa non d’altro che di saccheggio, ed indirizzare a meno peggior fine quella subitanea insurrezione.

Erano a ciò tutti concordi. Gl’insorti di buona fede, perché il disordine li atterriva; gli straccioni per la certezza della paga; i villani perché avrebbero tratto alcun pretesto per mettere a ruba altre case; i reazionari per aver vittime da sagrificare4 E tutti s’acconciavano di buona voglia all'improvvisamene di una specie di governo, perché l’aver capi conosciuti era sempre un vantaggio tanto nella prospera quanto nell’avversa fortuna. Nella prospera, che per essi era quel l’attuale ordine di cose, perché dava loro l’opportunità di farsi padroni delle Finanze il di cui comandante, divenuta impossibile la difesa, la mattina del 18 faceva le viste di volere venire a trattative $er,la resa, se avesse avuto a fare coi capi della sommossa Nell’avversa, perché così almeno come rappresentanti del popolo avrebbero brigato col governò; onde ottenere un’amnistia come avevan visto operare nelle rivolte precedenti.

Andarono dunque di quà e di là a ricercare di quei cittadini eminenti per ingegno o per nobiltà; e d’ogni par te si sentivano rispondere: noi. non abbiamo cospirato con voi, non diviso il grido che esce dalle vostre bocche, che cosa volete?» ed aggiungeano scuse, pretesti, scappatoie. Queste negative, se scoraggiavano nel profondo dell’animo gl’insorgenti di buona fede irritavano; maggiormente tutti quei tristi, che già erano padroni della città. Onde alla preghiera aggiunsero la minaccia, poscia, non venendo loro fatto di riuscire nell’intento, aggiungeano il pericolo i certo di saccheggio o di morte per le famiglie.

La situazione era molto critica, dirò;meglio, disperata!

Forzarono finalmente il Principe di Linguaglossa: indi il Barone Riso, che la sera innanzi avea offerto l’ospitalità della sua casa alla Marchesa di Rudini, indi il principe Antonio Pignatelli, il principe Corrado di Niscemi, il principe di Rammacca, il principe. di Calati, il barone Sutera, il principe di S. Vincenzo ed altri, tra i quali il Marchese Torrearsa, il cav. Emetico Amari e vari negozianti e cittadini.

La missione di un Comitato provvisorio così composto era abbastanza difficile. Comparire dinanzi ad un’insurrezione popolare senza scopo, senza programma e senza nome — dovere trattare con gente senza ritegno alcuno, tornava lo stesso che esporsi di continuo a cadere in sospetto e condurre a rovina sicura sé stessi, e la famiglia e le sostanze. Eppure il far parte di un Comitato provvisorio per avviare tra quel caos e quell’anarchia un pò di ordine e toglier di mezzo un male peggiore era in quei momenti opera di cittadina virtù.

Il principe di Linguaglossa accettò la firma di Presidente. Il principe. Pignatelli ed il barone Riso, circondati da' loro familiari, si diedero a percorrere la città e ad imporre il rispetto alla proprietà con quel poco di autorità, che le circostante non eran ancor, giunte a togliere loro dell’intutto in grazia del nome che portavano: ond’è che al primo di costoro riuscì a non fare che la plebaglia appiccasse il fuoco alla casa Rudinì. — Volean tosto condurli alle Finanze per la resa. Ma da uomini accorti risposero. contenere quel palazzo non altro che somme private.

Epperò le masse insorte della città, perduravano nello scoraggiamento;in che le ponea la non adesione della cittadinanza e sentirsi ridire apertamente — essere quella loro sommossa una stoltezza conducente a danni gravissimi. I villani vietatiti da monti e dal piano, a torme a torme, erano piuttosto macelli da preda di passaggio che non combattenti ond’essi pensavano più a caricare le loro bestie di roba rubata a fare alle fucilate.

Questo primo:comporsi di una specie di governo, senza nome, avvenne la mattina del martedì Le squadre intanto continuavano a fulminare da tutti f punti le Grandi Prigioni, traevano poche fucilate sul Castellammare ma desisteano bentosto: allo scorgere i lavori eseguiti sotto il comando del maggiore Belli, Comandante il deposito del 70° fanteria e del Forte, che aveano reso possibile la difesa di quei bastioni diroccati e ne aveano fornito le creste di cannoni. Quel Forte era pria inutile sì ad offesa che a difesa, e contava per presidio un centinaio di soldati e qualche artigliere e conteneva per due milioni di cartuccie, alcuni migliaia di fucili e alquanti pezzi d’artiglieria tra i quali 6 pezzi da 32.

La mattina del 18 arrivava la pirocorvetta Tancredi, e

fu ventura anco pel presidio del Forte che difettava di viveri. Situossi essa innanzi le Grandi Prigioni e cominciò a trarre i mitraglia ed a granata sui giardini accosto alle Carceri dove erano appostati gl'insorti. Aveano questi scavato di sotterra un paio di cannoncini di ferro arrugginiti coi quali si studiavano di battere in breccia i bastioni, e aveanli collocati presso la parrocchia di S. Lucia al Borgo. Perloché anche dal forte’ Castellammare cominciò a cannoneggiarli; Dirigeva il tiro lo stesso Maggiore Belli. Un colpo a mitraglia, tra i primi tirati dal Forte, feriva mortalmente il Miceli da Morreale, che moriva la sera o l’indomani. Indi a poco il Tancredi

provvide la guarnigione della Vicaria di viveri e di munizioni. Dal bordo del trasportò a vapore il Rosolino Pilo

fece sbarcare due obici, e, con mosse combinate colle sortite di quel presidio, riuscì a provvederlo anche di trenta artiglieri dalla corvetta.

Continuavano altrove a tirare contro il Palazzo Reale, la di cui avanguardia era il posto della Piazza nel largo Bologni, difeso da venticinque uomini appena, digiuni da più di:un(:) giorno e con poche munizioni. Combatterono quei soldati finché durarono lé cartuccia, né queste finite pensavano arrendersi. Accortisi però gl’insorti di ciò, invasero il largo Bologni la mattina del martedì ed appiccarono fuoco al portone della Piazza. In tal triodo fecero prigioni i soldati. Il generale Marini ed altri ufficiali di piazza trovarono rifugio veramente ospitale in casa Cloos.

La presa di quel posto avanzato lasciava alle squadre di stringere il cerchiò nel quale assediavano la posizione del Palazzo Reale. Perloché quel presidio si vide assalito con maggiore accanimento. Difettava egli di viveri, i quali, per essere privo di soccorso, avrebbero (f )potuto bastare sino alla domenica prossima. Era: desso i senza comunicazioni col mare e spiava per mezzo del:( )Direttore della Specola astronomica la venuta delle truppe che il Ministero aveva promesso e l’arrivo della flotta da Taranto.

Seguitavano in città l’infima plebaglia e le masnade di ladri di campagna, che erano tra quelle masse insorte, a saccheggiare e rubare ove più, agevole riesciva. Salivano i piani delle case e chiedevano varie somme di denaro sotto pretesto di soccorsi al Comitato pei bisogni dell’insurrezione, La casina del marchese: di Rudinì all’Olivuzza era ridotta a squallide mura; la casa dell’avvocato Perroni Paladini, in città, lasciarono vuota interamente d’ogni cosa; e saccheggiarono in parte quella del Perricone, amministratore dei Dazi Civici. Ai ladri di. mestiere offri ampio bottino il Magazzino di Casermaggio pel valore di un. milione di lire e più. Esso addivenne proprietà universale; ognuno vi prendeva ciò che più gli gradiva. V’erano pezzenti, che gettavano via i cenci che li coprirono per vestirsi di quei panni.

Si studiavano a' poter loro i cittadini, chiamati a costituire il Comitato di mettere un freno a quest’anarchica furia. Vano studio, tempo di cui poteva disporre, era troppo sottile sebbene la buona volontà d’infrenare l’anarchia, ma non valevano che a ben poco il consiglio, e la minaccia intanto sconvolgimento di senso morale, effe trascinava la moltitudine. Pure fu mitigata la gravezza della situazione. Saputo che alcune squadre di ladri erano andate in casa del marchese Maurigi per chiedergli il denaro riscosso pel Consorzio Nazionale, fu mandata un’altra squadra di insorti, ma di quelli di buona fede, per impedire nuovi disordini.

Supponendo che il terrore potesse cessare, e che i buoni cittadini potessero per più riunirsi e far fronte ai bisogni di quell’oro tremende, il Comitato fece appello alla Guardia Nazionale; vano tentativo pur questo in quella generale prostrazione di animi! E se il Comitato, facendo di necessità virtù, si dava attorno per mettere un po’ d’ordine a quella immensa confusione, non tralasciava dall’annunziare apertamente l’inutilità di quei moti. Questo linguaggio, se agiva potentemente solfammo degli illusi per ignoranza scambianti il presente col passato, metteva pur anco in critica situazione quei capi squadra e capi immediati, che sul movimento uvea no influito, ed ai quali, mancato il sussidio, che avea fatto mantenere e ordinare le bande in campagna,, era venuto meno il denaro per continuare a tener ferme le squadre istesse. Onde fu mestieri di provvedere a quel nuovo bisogno. Vi provvidero intanto a mezzo di collette, e coll’impadronirsi di quindici mila lire, esistenti al Palazzo Municipale, più colla somma di 65 mila lire, ch’erano alla Posta, e prese l’indomani.

Gli uffici dei dazi comunali, della ricchezza mobile, dei giudicati d’istruzione, di leva, dei giudicati di Mandamento, gli asili infantili furono tutti messi a sacco e le carte bruciate o disperse. Tutto dimostrava a sufficienza come quella insurrezione avesse un carattere sociale — derivato dal malcontento — e come il grido di Viva la repubblica non coprisse per vero, niun intento politico ((17)).


vai su


§ 16

MERCOLEDI 19

In sull’alba della giornata gettava l’àncora avanti la città la flotta in legno composta di otto navi colla bandiera del contrammiraglio Ribotty. Veniva da Taranto col mandato di far quanto poteva e dare appoggio morale alle autorità ed alle truppe assediate.

Quest’arrivo sconcertò interamente l'insurrezione; poiché, essendovi tra le masse non pochi credenti in moti rivoltosi anche in altre parti d’Italia, speravano l’arrivo di qualche flotta straniera che venisse ad appoggiare questi movimenti. Il giungere della flotta italiana dissi pava per conseguenza in gran parte cotesti sogni. Perloché le bande venute dalla campagna più per far numero e per proprio guadagnò, che per l’insurrezione, sconvolto l’ordine delle loro idee, stimaron miglior consiglio ritornarsene ai loro monti. E la plebe cittadina restava così sola a sostenere l’urto delle truppe, che si credevano a bordo.

Il Ribotty, giunto appena ed informato dello stato delle cose dal comandante il Tancredi,

provò il bisogno di porsi subito all’opera. Ordinò a tal uopo lo sbarco della. fanteria di marina e dei marinai di bordo, che pose sotto gli ordini del capitano di fregata Emerico Acton, insieme al 5° battaglione del 51° di linea, venuto da Napoli e a quella poca truppa, che stava ai Quattro Venti. Ordinò poscia a' suoi legni di molestare gl’insorti fulminando a mitraglia e a granate le strade rettilinee al mare.

L’arrivo della flotta avea confortato gli animi abbattuti della gente rinchiusa al Palazzo Reale, e fu loro primo pensiero porsi in relazione con essa. Impresa ardimentosa invero, per lo scarso presidio, e per la numerosa gente armata, cui si andava incontro. Com’egli è ben naturale di credere, si dovette fare appello alla spontaneità dei soldati, e la spedizione si compose di una cinquantina di granatieri, di un milite della Guardia Nazionale, il signor Pirandelli, e di pochi carabinieri, sotto gli ordini del capitano Fallardi. Per Colonna Rotta sulla sinistra del Palazzo Reale, andarono all’Olivuzza, dove sostenuta una piccola scaramuccia, progredirono per la via dei Lolli. Quivi furono bersaglio di un fitto grandinar di palle; ma pur combattendo ostinati, proseguirono sino allo sbocco nel largo S. Francesco di Paola. Giunti, una parte di essi fu subito fatta prigioniera e l’altra corse a ripararsi in una casa, e vi si difese sinché durarono le munizioni; poi furono costretti ad arrendersi. In quell’occasione corse grave pericolo il Pirandelli, che per esser egli della Guardia Nazionale, voleano gl’insorti fucilare: e scampò la sua vita con uno stratagemma che li sopraffece.

Questo rovescio tornò a prostrare gli animi militari a Palazzo Reale. I due generali Carderina e Righini si trovavano sorpresi e confusi dalla novità della situazione, alla quale doveano far fronte. Il Prefetto e il Sindaco confortavano, inanimivano, mantenevano fermala fede nel buon successo delle cose. Il Torelli, tanto inetto da Prefetto, mostrava in quell’occasione che sapea fare all’uopo il bravo soldato. il Rudini, che conosceva il suo paese e sapea come trattandosi soltanto di una insurrezione di plebe il vincere stesse nella fermezza del resistere insino a che rinforzi fossero venuti, spingea i generali a condursi in modo dignitoso. ,

Perduta la speranza di legarsi sulla sinistra colla flotta si avvisò il contrammiraglio della gravità delle cose. Coll’acido di limone scrissero sulla carta: Abbiamo viveri per due giorni, munizioni da guerra per due, pensate ad unirvi con noi.

Erano otto messi travestiti i mandati, e un solo riuscì, certo Polsini bergamasco, guardia di P. S. Il Ribotty avea risposto; vengo.

Infatti la colonna, sotto gli ordini del capitano Acton, composta di 1200 uomini circa con obici e cannoncini di sbarco, marciava sul pomeriggio di quel dì all’assalto delle barricate della via Scinà, e collocando i cannoni sulla piazza Ruggito Settimo, batteva la barricata di Porta Macqueda. Altri cannoni traevano a sgombrar sulla destra la via che mena al quartiere di S. Francesco di Paola, occupato dagl’insorti, d’onde per l’Olivuzza il capitano Acton divisava giungere a Palazzo. Fu accanito il combattimento. Se la truppa di sbarco, combatteva stimolata dal desiderio di vincere sola, la plebe insorta combatteva con una spensieratezza, degna invero di causa migliore. Si venne corpo a corpo e la lotta fu accanita; ambo le parti ebbero feriti e morti assai; si vinse e si perdette finché la vittoria rimase per gli insorti come coloro che erano da tempo appostati; per colonna d'attacco fu costretta a retrocedere.

A questo insuccesso aveano in parte contribuito gli ordini del Ribotty al Comandante del Castellammare maggiore Belli. Avea questi, nell’intento di proteggere le mosse del capitano Acton, cominciato a trarre sull’edificio delle Stimmate, che per gl’insorti era divenuto una fortezza. Senonché il Ribotty mandò ordine di sospendere tale cannoneggiamento e la colonna di attacco lasciata ai suoi soli mezzi abbandonò la vittoria agl’insorti.

Non venendole fatto a questa per siffatta guisa di mettere in comunicazione la flotta col Palazzo Reale, liberava però completamente l'edificio delle Carceri da ogni futura molestia e rimetteva gli avamposti nel sobborgo del Molino a Vento. Levate di blocco le Carceri, vettovagliate è munite, il presidio poteva riunirsi per buona parte alle truppe ed aiutare cosi le ulteriori operazioni per la conoscenza che s’avea de luoghi.

A Palazzo Reale quest’altro insuccesso pe’ generali tolse fede all’opera, che si stava per compiere. Cominciarono quindi a tener consiglio per discender poscia a trattative cogl’insorti. Dicevano — la posizione essere troppo ardua per sostenersi; la truppa nuova, e già stanca, ed affamata, e priva di munizioni; stimavano inutile l’ostinarsi a lungo in una difesa, divenuta ornai impossibile, non essendo dessa al far dei conti se non se una guerra meschina e che non dava tampoco la speranza di contare sull’abilità di mosse strategiche, non adoperabili con quella furia di popolo. A tali idee, caldo soggiungea il Torelli, caldissimamente il Rudini: esser dura cosa lo scendere a patti con una insurrezione senza colore politico, e tornare essa indecorosa cosa pel Governo d’Italia e per la brava truppa nazionale. Vedersi apertamente la città non partecipante, ma estranea rimanersi in quell’insensato movimento. Doversi adunque dominare quell’anarchia di turbe briache per non cadere vittime della più orrenda fra le guerre civili. Il cedere tornare lo stesso che coprirsi d’incancellabile vergogna, preferibile a ciò sempre il morir di fame purché si bruciasse l’ultima cartuccia. Infine dicevano non esser forse lungi gli aiuti promessi, e bastare pel momento l’ausilio della flotta per tenere altrove occupata buona parte d’insorti.

L’ufficiale per le sussistenze, ch’era quivi, dal canto suo si niegò dal rispondere a qualunque parola, che a resa accennasse, assicurando bastare i viveri e le munizioni insino alla domenica seguente, e lui guarentirli.

Ed in quel mentre il Comitato di città con rara abnegazione perdurava nell’ardua fatica, che le circostanze gli assegnavano; e tra le continue minaccio e il romor cupo di un caos senza nome, che lo circondava, inchinava a spingere i cittadini e collegarsi onde scuotere quell’incubo opprimente.

Intanto in città serpeggiava terribile verso sera una voce. Dicevasi, che per l’insuccesso delle truppe da sbarco a bordo alla flotta era stato discusso se doveasi bombardare la città! Ed era un correre dai consoli delle potenze estere, un richiedersi commossi l’un l’altro, nel chiuso delle case, d’onde quella voce fosse uscita e qual cosa potesse accertarla. Perocché nessuno a Palermo potea cotanto veramente supporre, sebbene ognuno discutesse ciò come cosa non impossibile ad accadere dopo le tante ingiustizie e i gravi errori commessi. Questa era la fiducia e l’opinione che il governo godea nell’universale! Sarebbe stato il bombardamento di Palermo atto abbastanza impolitico, infame per la Storia, dannoso infinitamente per la Unità Nazionale. Esso solo bastava per gettare la cittadinanza in balia della plebe insorta, a mutare l’insurrezione in aperta rivolta e darle in mano pel valore di 40 milioni, apprestandole il concorso di tutta Sicilia e forse d’Italia.

Fortunatamente non furono aggiunti altri nomi nella Storia d’Italia a quei che già erano pei fatti vergognosi di Custoza e di Lissa.

Gl’insorti che la mattina si erano sgomentati per l’arrivo della flotta, saputo che a bordo non recava truppe riprendevano animo; e quegli uomini, che per l’insurrezione aveano lavorato e lavoravano, pur non osando mostrarsi, dappertutto inviavano messi per le campagne a ricondurre i fuggenti, ad accendere e istigare il rimanente. Voleano forzare i membri del Comitato dianzi costretti a costituirlo, a formular programma, a dare spinta e nome alla rivolta. Le ruberie continuavano alla spicciolata sui cittadini ((18)) e sul Magazzino merci, offrente larga e quasi inesauribile fonte di bottino. Soltanto nelle case del giudice istruttore Nicolosi e dell’avvocato Spina salirono alcune squadre a minacciarli di morte; minaccia che scamparono il primo, con 95 napoleoni d’oro, il secondo, dando parte degli argenti. E questi fatti sono veri cosi com’io li espongo. Eppure si volle far credere che al Nicolosi chiedessero il processo Badia ((19)), e che all’avvocato Spina saccheggiassero la casa e rapissero i figli per aumentare la somma del riscatto. Soliti abbellimenti, quando si racconta con interesse di parte!

§17

GIOVEDI 20

La notizia che la flotta era venuta senza soldati, avvalorava nelle masse la credenza che il Governo fosse impacciato da altre insurrezioni nel continente e che gli fosse tolto d’inviare truppe nell'isola.

Ritornavano quindi in città le squadre che ne eran fuggite ed una numerosissima e nuova ne venne con banda musicale in testa e accompagnata da un cappellano.

Fu ventura che la fermezza del Prefetto e del Sindaco avesse impedito le trattative del presidio del Palazzo Reale, salvando l’onore di esso e la città da orrori più grandi. Infatti l’essere le truppe a Palazzo Reale, il loro continuo cannoneggiare lungo il Corso, il fulminare che faceano colle granate le barche cannoniere nelle strade rettilinee al mare, le avvisaglie continue della truppa ai Quattro Venti, manteneano viva l’attenzione degl’insorti; e, distogliendoli dallo stare oziasi, toglievano che una parte di essi si desse al saccheggio ed alla rapina.

Dappertutto era un tirar fucilate senza interruzione, e uno spreco di munizioni come se fosse una festa. E comeché già dissi, senza comando senza direzione, senza convegni, dovunque erano soldati, ivi trovavansi a far fronte masse d’insorti.

Erano in città dai 15 ai 20 mila uomini in arme. Non tutti combattevano però; che per molti il fucile serviva di mezzo a non soffrir violenza; altri, e specialmente i villici, combattevano al coperto dietro lo svolto delle vie non esponendosi mai se non da lungi; solo 5 o 600 tra tutta quella massa si battevano da valorosi e morivano senza saperne essi medesimi il perché — ed erano della plebe palermitana.

Pochi uomini di truppa facevan per mille in ciascuna parte ove si collocavano, sebbene deboli ed inesperte fossero le reclute; epperò uffiziali, soldati e carabinieri gareggiavano di zelo e di bravura. E negli animi cittadini faceano maggior dolore quei moti inconsulti, e quell’ostinato combattere, e il cadere di tanta brava e valorosa gioventù, fatta per le prodezze delle armi e i militari trionfi, e condannata invece ai duri cimenti di una guerra civile a che l’avean tratta la cattiva amministrazione pubblica e le giornate di Custoza e di Lissa.

Aveano gl’insorti in sul pomeriggio di questo giorno di giovedì tirato su. tra i due muri di S. Giuseppe e del Palazzo Rudinì una gran tela che togliesse per il Corso le comunicazioni a segni tra il Palazzo Reale e la flotta. Dietro questa tela, che andava proprio a cadere sulla barricata composta dalle carrozze, dalle imposte e dai mobili portati via alla casa Rudinì, era una squadra di circa cinquant’uomini, i quali facevano un fuoco gagliardo e spesso contro La barricata fatta dalla truppa nel Corso avanti il Palazzo Arcivescovile. Era fuoco sprecato, perché il tiro dei fucili da caccia, dei quali per lo più erano armati gl’insorti, non giungeva fin, là. Durava da circa tre quarti d’ora questo frastuono quando dal Palazzo venne tirata una granata. Fu un colpo da maestro; il proiettile andò proprio a scoppiare in mezzo la piazza e ad uccidere il caposquadra, un certo Gianni di Partinico come si disse, insieme con altri due o tre, ed a ferirne di parecchi. Bastò questo sgomento a finire quella furia di fucilate dietro il sipario.

L’esempio dell’insurrezione di Palermo fu coll’insurrezione partecipato da Morreale, Parco e Misilmeri, paesi, circostanti. Ella è una sventura che simili luoghi del circondario di Palermo siano i più tristi dell’isola e strano riesce a chi ben mira come, attorno ad una città di 200 e più mila abitanti, situate vicino al mare, usando di frequente con la civiltà, queste popolazioni si accostino a costumi di altri tempi. Egli è questo un fenomeno da studiare ed una causa di male da rimuovere. Morreale avea cominciato ad insorgere prima di Palermo nella notte del 16 settembre. Quei pochi soldati che vi si trovavano, furono sopraffatti dal numero delle fucilate e quando dovettero arrendersi furono lasciati spogli di tutto, e mandati nudi alla prossima città. Colà uccisero il Delegato Bolla e qualch’altro agente di P. S. Indi costrinsero l’ottuagenario arcivescovo Monsignor d’Acquisto a presiedere un Comitato provvisorio municipale e tutti quelli cui i moti placcano, scesero a torme a torme giù per la vallata a Palermo. Al Parco lasciarono incolumi i carabinieri e le guardie di P. S.; disfogarono però vecchie e nuove ruggini sopra due di quei loro terrazzani e sul percettore governativo. A Misilmeri compirono, secondoché dissero, atti di nefanda atrocità. Io scrivo senza documenti e come detta la fama. Quella plebe sanguinaria com’ebbe nelle mani una guardia di pubblica sicurezza, odiata già forse, la dannò, dicono, a morir di morsi — supplizio nuovo nella storia degli umani orrori ed improntato di ferocia che non ha nome in terra ((20)). — Gli è però certo che tutti uccisero, circa a 40 uomini tra soldati, carabinieri e guardie di questura, che ivi si trovavano.

Né istinti crudeli, né sete di sangue, spingea in Palermo la plebe. Sembrò anzi in questa insurrezione che l’indole ne fosse modificata e che a idee civili ella volgesse. Perocché i prigioni furono rispettati, benché carabinieri e guardie di questura fossero in buon numero; anzi non potendoli provvedere di cibo perché il Comitato non avea fondi, li lasciavano liberi di chiederne alla carità cittadina. Due soli casi di furore furono nella città consumati. Il primo si commise contro di un maresciallo di questura, certo Opulo, che con altre guardie stava a custodia di una caserma fuori Porta S. Agata, e che preso prigioniero, non rifiniva dal gridare alle squadre che lo circondavano: canaglia, assassini.

Per questa rabbia un di quelle gli tirò addosso un colpo di fucile che immantinente l’uccise, presso la chiesa di S. Antonino. Era l’altro un sergente di bersaglieri fatto prigioniero nella carica del battaglione eseguita il venerdì 21. Fu detto a costui gridasse viva la repùbblica

e quegli replicando viva il re, viva l’Italia,

fu tolto subito di vita in piazza S. Onofrio.

Furonvi però, ed in gran numero, atti generosi e nobili. Molti popolani ospitarono nelle loro case soldati e carabinieri, li provvidero di vestiti e di cibo per tutti i sette giorni che durò l'insurrezione, e ciò senza chi edere se il paese che loro diede vita fosse nell’isola o nel continente. E venne poi in luce la generosa assistenza di una donna del popolo, che vegliò con pericolo dei suoi giorni! su d’un carabiniere che avea salvato e che nutrì, dividendo seco lui il poco pane che la sua miseria le permettea di comprare.

Né aneddoti grotteschi mancavano In quell’anarchia generale. In una delle strade vicine al Magazzino. Merci, erano circa venti uomini in arme, i quali sotto pretesto d’impedire i furti, rubavano i ladri. Alcuni popolani inermi, feriti a caso da qualche palla o scheggia, cedevano ai suggerimenti degli amici che loro dicevano esser quella ferita una bella occasione per ottenere la pensione dal Governo republicane, che si sarebbe poscia costituito; traevano quindi essi all’ospedale ad annunziarsi come feriti in combattimento e si faceano perciò redigere il certificato.

Intanto il Comitato provvisorio, che era al Municipio, si scoraggiava sempre più per la vanità degli sforzi fatti onde riunire la cittadinanza e frenare la plebe. I suoi proclami, che questo solo sentimento annunziavano, erano rivelatori del nissuno intendimento politico di esso, e della sua impotente azione municipale, stato com’era costretto d’assumerne l’incarico. La maggior parte dei suoi membri aveva perduta la forza di lottare contro quel caos; eppure restavano ancora il giovedì e il venerdì a sostenere quella tempesta: e i principi Pignatelli e di Linguaglossa, sopraffatti da domande continue di denaro e di munizioni, erano anco minacciati, perché le cartuccie venivan meno e mezzi di provvedere non ve n’era alcuno. Quando per buona fortuna capitò in quella giornata istessa la truppa dal continente. Era il 31° bersaglieri da Napoli e spezzoni del 19’ di linea. In sul pomeriggio da Livorno tre battaglioni del 53’ di linea, il 24° bersaglieri e i generali Angioletti e Masi, quello comandante la 10.a divisione attiva e questi la brigata Umbria.

§ 18

VENERDI 21

Era Falba di questa sesta giornata di agonia mortale e il fuoco ricominciava vivissimo e per ogni dove.

Il Generale Angioletti dispose anzitutto ogni cosa per mettersi in comunicazione' col Palazzo Reale. Ponendo agli ordini del generale Masi il 31° bersaglieri, il 1°,3 e 4° battaglione del 53° di linea e due pezzi da sbarco, dispose la marcia sul Palazzo per la via delle Croci che è accosto le Grandi Prigioni,onde per via Cavallacci evia Malaspina riuscisse nel sobborgo dell'Olivuzza. Lasciò il capitano di fregata Acton a custodia dei Quattro Venti, base delle sue operazioni. A tergo verso il Monte Pellegrino mandò la compagnia Vigna dei granatieri ad esplorare il terreno, e tolto il comando del 24° bersaglieri, dei quinti battaglioni del 19° e 51° fanteria e di due pezzi di sbarco coi carabinieri, che si trovavano alle Carceri, mascherò il movimento offensivo, che sulla sua destra dovea fare il Generale Masi, mettendo in sulle vie intermedie tra lui e l’Olivuzza i battaglioni del 19° e 51° e; collocando in sulla via della Libertà i due cannoni protetti dal battaglione bersaglieri e dai carabinieri. Come aiutante di campo gli prestò valido aiuto il Luogotenente 1 ì di carabinieri Raffaele Lamponi.

Erano queste in vero buone disposizioni militari. Dimenticava però l’Angioletti che egli era un cittadino italiano; e tale essendo essere dovere di qualunque generale il mantenere i suoi soldati nel rispetto della vita e delle sostanze, si dei combattenti che dei non combattenti.

La squadra comandata dal contrammiraglio Ribotty avea ripreso il fuoco a granate. Intanto il generale Angioletti sulla via della Libertà di piè fermo attraeva l’attenzione degl’insorti con piccole avvisaglie e con colpi a mitraglia su Porta Macqueda. Erano circa le otto del mattino quando gli pervenne annunzio essere arrivati in porto tre battaglioni del 54° di linea. Fu dato ordine immediatamente di farli sbarcare sulla spiaggia di Romagnolo, perché si tenessero nella linea del fiume Greto, sulla destra della posizione del Palazzo Reale, in modo da circuire interamente la città e togliere agl’insorti delle campagne che potessero sfuggire per le strade di Bagheria e di Misilmeri.

L’attacco era generale — generale la difesa ed ostinata. La truppa avente alla testa il generale Masi, marciava sull’Olivuzza dove ad ogni passo incontrava torme d’insorti che combatteano valorosamente. Accortosi l’Angioletti del suo arrivo in quel sobborgo diè ordini al Rasponi, maggiore comandante il 5° battaglione del 51°, d’impadronirsi del convento di S. Francesco di Paola, al capitano Acton di lasciare i Quattro Venti per occupare i Quattro Cantoni di campagna, e al maggior Brunetta del 24° bersaglieri, coadiuvato dai pochi granatieri dell’antica guarnigione delle Carceri e dai carabinieri del Luogotenente Lamponi di correre all’assalto della barricata dei Quattro Cantoni di campagna. Fu uno splendido fatto d’armi eseguito con slancio impareggiabile. Quei bravi soldati assalirono con gran furia né li sospinse alcun intoppo in che pur s’abbattevano. Superate due barricate, gl’insorti per quell’improvviso correre sgomentati non sapeano più da qual parte farsi. A questo sgomento avea da canto suo contribuito il Comandatile del Castellammare col tiro dei suoi cannoni diretto contro le Stimmate. Infatti ciò che, per gli ordini contrari del Ribotty, il mercoledì dopopranzo non avea potuto giovare in quel punto riesciva giovevolissimo. Intanto il Maggiore Brunetta, seguito da una cinquantina de' suoi, più degli altri si avanzava; ma poi ripreso animo le squadre, tornarono in buon numero ad occupare le barricate; e chiusero la via ài resto del battaglione, e tolsero al Maggiore Brunetta di potere riunirglisi. Né di questori! valoroso ufficiale si diede gran fatto pensiero. Era stato per alcuni mesi di guarnigione in città e ne conosceva le strade. Procedette quindi sempre avanti alla baionetta e traendo colpi con quella sua truppa ardita che gli tenea dietro. Tutta la via Macqueda infìno ai Quattro Cantoni percorse correndo sempre e portando il terrore rie! cuor della plebe armata e nei cittadini la speranza di una prossima fine di quell’infausta anarchia. Come vi giunse si fermò, diede alcuni ordini con un sangue freddo incredibile, guastò un poco quella barricata di mobili è scambiando ancora pochi colpi colle bande che erano al Municipio, pel Corso pervenne a Palazzo Reale — due ore dopo l’arrivo della testa di colonna (31° bersaglieri) del Masi. Questi infatti avea colle sue truppe superata la posizione, dispiegando molta bravura ed abilità di comando, e giungeva al Palazzo, ricongiungendo completamente le comunicazioni colla flotta e liberando quella truppa di presidio dal pericolo imminente della fame. Per mezzo del Masi, l’Angioletti facea noto al Generale Carderina che ài poneva a' suoi ordini.

Questo Generale, che avea dato magnifica mostra della propria inettitudine al principio e nel corso dell’insurrezione, parve volesse non lasciare sfuggire nuova occasione di mostrarsi eguale a se stesso. Vano forse un pò troppo del trovarsi finalmente alla testa di buon nerbo di truppe, immagina di ordinare all’Angioletti, che sgombrasse dalla presa posizione i battaglioni del 54°, desse loro un nuovo imbarco e ne li sbarcasse di nuovo per inviarli a Palazzo Reale.

Ciò militarmente tornava lo stesso che rinunziare ai vantaggi di felici disposizioni rdi truppe, che racchiudevano la città in una cinta di ferro e, impedendo l’evasione delle bande, offrivano l’agio di troncare d’un tratto quella misera insurrezione.

Fortunatamente l’Angioletti, che ne sapea più del Carderina, corresse la sciocca disposizione di quest’ultimo. Nella sua relazione si esprime cosi: «Liberato il Palazzo, mi posi agli ordini del Luogotenente Generale Carderina, comandante il dipartimento, il quale mi ordinò di recarmi in persona, nella mattina susseguente al Palazzo Reale con due di quei battaglioni del 54° che si trovavano sull'Oreto. Ma essendo sbarcati poche ore prima ai Quattro Venti due battaglioni del 59° fanteria (divisione Longoni), marciai al Palazzo Reale, con quelli, persuaso così di meglio interpretare gli ordini del comandante il dipartimento.»

Come ben di leggieri si scorge da queste parole, l’Angioletti, disubbidiva giudicandoli per quello che erano in fatto — una corbelleria militare.

In sul far della sera di quel venerdì fu ordinato al 31° bersaglieri di prendere d’assalto il Municipio e di ardere la tela appesa ai Quattro Cantoni. Fu detto e fatto. Vennero con fiaccole accese e tirata in giù la tela, cadde, e in breve furon padroni del Municipio dove — al dir di taluni — trovarono uno scribacchino con tutti gli elenchi della forza armata insurrezionale, che si facea pagare,dal Comitato. Epperò (la ragione militare è un mistero) il Carderina avea ordinato a queste truppe di non conservare la posizione, limitarsi a disfare la barricata dei Quattro Cantoni e ritornare sul Palazzo Reale!

La catastrofe si avvicinava, e gl’insorti se n’accorgeano. Le due cariche dei bersaglieri fatte nel cuor della città, la liberazione delle Autorità della Provincia e del Comune dalla cinta assediante, il continuo arrivare di truppe faceano avvertito ognuno, che l’anarchia stava per cessare e che tra poco il Governo avrebbe ristabilito l’ordine.

Mancanti di munizioni, disperanti ornai dal trovare aiuto veruno dalla cittadinanza, stremati di forze per sostenere in qualsiasi modo una lotta maggiore od eguale a quella già resa vana, gl’insorti non osavano affacciarsi all’esito di quel lor movimento e si ristavano sbalorditi.


vai su


Ciò che in quel punto commosse i più influenti capisquadra, fu il pensiero della vita di fuorbanditi che loro naturalmente toccava in sorte per la sicura vittoria delle truppe. Si agitarono quindi per cercar di comunicare col Governo — chiesero per. mezzo di ufficiali, che aveano prigionieri, patti ed amnistia — lo che, come può ben ritenersi, fu subito rifiutato da uomini, cui la paura della fame non avea fatto smarrire il sentimento dell’onore. Falliti questi tentativi, dicevano, volere il caposquadra Nobile tentare un colpo di mano sopra qualcuno dei membri di quel Comitato provvisorio che, forzato a costituirsi a furia di minaccie e a dare colore politico a quel movimento, avea avuto l’abilità di resistere e sconvolgerlo, assumendo un’indole esclusivamente municipale e frenando per quanto gli veniva fatto l’anarchia e i perversi istinti di una parte della commossa plebe. Posero gli occhi addosso, più che su altri, sul principe Antonio Pignatelli che avrebbero voluto nelle mani come ostaggio e come testa buona per disfogare vendette. Ma le condizioni del venerdì sera erano di molto mutate da quelle del martedì. — Ognuno sentivasi forte allora della vicinanza delle truppe numerose e poteva di leggieri sprezzare le più stolte minaccie. Né, per dire il vero, il Pignatelli fu minacciato — ma con ogni maniera di lusinghe invitato a recarsi dal Console francese per conferir seco lui sulla risposta data dalle Autorità politiche al parlamentario degli insorti. Ma il Pignatelli non cedette: ed anche questo tentativo dei capisquadra andò a vuoto. Le bande di campagna nella notte cercarono scampo fra le tenebre e rimasero in città i soli disperati e i pochi illusi.

Occorre però ch’io dica qui alcuna cosa sulla condotta delle truppe, la quale sarà avversa alla relazione deh Generale Angioletti. Ma io scrivo per la storia, e non pei ministri di un regno costituzionale.

La guerra del brigantaggio nelle provincie napoletane, se ha forse avvezzo il soldato italiano ad affrontare il pericolo nella sua maggior gagliardia per la piccola guerra fatta, ha però d’altro canto radicato in lui la convinzione che l'avversario che combatte sia sempre un brigante — un uomo ex lege

— cui la proprietà sia prevento di furti e grassazioni.

In Sicilia non c’è stato mai brigantaggio, non ce ne sarà mai perché la condizione isolana, le accidentalità del territorio non sono le medesime che nel Napoletano. Le bande di malfattori campagnuoli, ingrossati dai latitanti di ogni sorta, ben può distruggere e facilmente, un’abile polizia.

Angioletti mandando le sue truppe contro le bande armate che tenean viva l’insurrezione di Palermo dimenticava annunziar loro come avessero di fronte insorta la plebe soltanto e non partecipanti i cittadini — dovere quindi liberare presto la popolazione da un’anarchia nella quale l’aveano gettata l’insipienza di sei anni di governo e il tradimento del questore Pinna.

Invece si gridava alle truppe — dalli ai briganti

— e le truppe vedean briganti dappertutto. Fu la truppa che devastò la casa dell’avvocato Sangiorgi in via Lolli; quella del signor Burgio di Villafiorita a 8. Francesco di Paola; e che minacciò di morte la signora Giordano sorella dei signori Francesco ed Alessandro Giaccio, devastandone anche i mobili nella sua casa nel piano dell’Olivuzza; fu dessa che fucilò qualche infelice, colpevole soltanto di essersi trovato vicino a lei. Sviste le une, atti inevitabili forse gli altri; ma che pur non giungono a macchiare menomamente l’onore di una valorosa milizia, che del suo sangue fece rosseggiare invano i campi di Custoza. Ma sviste ed atti che l'Angioletti avrebbe giustificate meglio in confessare, frenando in tempo e punendo all’uopo, e che io ho raccolto e scrivo con quella verità, che impone il racconto di fatti da tramandarsi ai venturi.

E come diedi il biasimo, cosi or qui dò lode, e per azioni veramente degne. — È giudizio esatto che la ufficialità bassa del nostro esercito, giovane, a tirannide non avvezza, sente più che non l’alta i doveri del cittadino verso sé stessa e verso la nazione. Fra i tanti fatti, occorsi in Palermo in siffatta occasione, i più notevoli io cito. Un luogotenente dei carabinieri dopo aver combattuto ogni giorno e da valoroso, stava all’immediazione dell’Angioletti per la conoscenza che avea dei luoghi. — La plebaglia mentre ei combatteva gli avea saccheggiata la casa. — Avea la truppa arrestato il trombettiere delle guide della G. N., che da borghese con altri due, inermi tutti, andava verso il Giardino Inglese. Stavano per essere fucilati quanti accorso quell’ufficiale per buona fortuna giunge in tempo a salvarli. — Poco dopo conduceano alla Quinta Casa pestati i fratelli Turrisi e i Paino, padre e figlio, appartenenti tutti e quattro all'aristocrazia palermitana, e arrestati per un equivoco. In momenti di turbolenze, quando le leggi non hanno vigore, si va sempre per le corte, onde l’equivoco bastava perché si ordinasse la fucilazione di quei cittadini. Saputo quell’arresto l’ufficiale al quale accenno, con parole efficacissime persuade l’Angioletti dell’innocenza di quei cittadini, e riesce a salvarli.

Da canto suo il maggiore Belli, Comandante il Castellammare, non tralasciò di spiegare tutta la sua solerzia onde alleviare la trista situazione delle cose. Offri ricovero nel Forte alle spaventate famiglie di quei dintorni e fe’ tutte quelle profferte umanitarie che egli potea, onde impedire orrori più grandi.

Se ciò prova la generosità d’animo di molti ufficiali dell’esercito italiano, che li fa rifuggire dal versare sangue innocente, dimostra altresì come vi siano pur di taluni i quali per non sapere o volere elevarsi collo spirita della guerra de' nostri giorni ripongono il valore e l’ardimento nel guerreggiare alla Medio-Evo.

§19

SABATO 22

Poche e rade fucilate si facevano sino alle 9 di quella mattina. Tutti coloro che i giorni avanti uscivano armati per difesa personale e per vaghezza di conoscere la situazione delle cose, aveano lasciato a casa le armi; solo portavano un fucile quelli che s’illudevano ancora di poter vincere. Il Municipio era tenuto a custodia da pochi uomini: le cannoniere aveano cessato di farsi udire: la plebe divulgava essersi stipulata una tregua.

Alle 9 la truppa attaccò da ogni parte; pel Corso vennero giù il 31° battaglione bersaglieri e il 6° battaglione del 53°; da Porta Macqueda venivan battaglioni del 59°. La fucilata fu viva in alcuni punti; e alle 12 la truppa aveva occupato tutta la città, e i cittadini si sprigionarono alla perfine e usciti fuor delle case, ripopolarono le deserti vie.

Era un correre ad abbracciarsi e a chieder nuove di parenti e di amici, ed a parlare di quei tremendi giorni trascorsi nei quali la vita era rimasta incerta, sospesa. Guardavano attoniti ai danni avvenuti, ai casamenti, alle chiese, ai palazzi e per ogni dove, un affollarsi attorno alla truppa che avea trovato guerre cittadine invece di guerra gloriosa contro lo straniero. Si domandava di tanti ufficiali, che la sventura avea colpito in fazioni ingloriose, dannati a morte o a ferite da vergognosa impreviggenza. Sperava ognuno, ché tanti mali servissero una volta di esperienza, e che questa povera Sicilia e questa desolata Palermo potessero finalmente aver pace!

Era tanto il dolore, il commovimento di quell’ore bramate, e insieme il crudele risentimento di tanto disordine di cose, che taluni chiedean pur vendetta e ad alta voce, sanguinosa vendetta, che dal nome di esempio severo

vestivano. Molta era la gente, che chiedea fucilazioni in massa per coloro, i quali erano stati i principali rimescolatori di quell'immenso trambusto o strumenti ciechi di quell’anarchia sfrenata, che avea atterrito e sparsa di sangue la città. E, cosa naturale, coloro che più in tali sensi strepitavano, erano appunto quelli che più aveano avuto paura. Tutto ciò infatti che quest’umano sentimento può immaginare di rigoroso, voleasi istantaneamente fosse fatto eseguire. Ed erano vive e premurose le istanze presso il Governo. — In Francia furono i Montagnards

che perderono la Repubblica col terrore, in Palermo erano gli ultra governativi che volendo annegare nel terrore gl’istinti rivoluzionari tentavano la perdita del Governo; e con si poca logica in vero, da sconoscere interamente cotesti istinti, i quali, se giovarono nel 1860 all’idea unitaria, non furono per nulla modificati in sei anni di nuovo governo: anzi parrebbe a chi ben vede, che ogni potere sia stato adoperato per aizzameli e sbrigliameli.

Il Sindaco tornava al Municipio — il Torelli percorreva il Corso; i partiti per un momento tacenti e confusi dall'afa soffocante del dispotismo licenzioso delle masse, non tardavano nuovamente a risollevarsi. La città attendeva curiosa i provvedimenti del governo centrale: ed aspettava, veramente impaurita, il flagello epidemie che, colla venuta di truppe infette, stava per minacciarla di strage nuova.

Il Ministero mandava per ristabilire l'ordine

un militare rivestito d’ampio potere di violare le leggi ed il dritto.

Scrive su tal proposito m moderato:

«Nel pomeriggio del sabato entrava in Palermo il Generale Raffaele Cadorna, comandante generale delle truppe in Sicilia, e regio Commissario con poteri straordinari per la città e Provincia di Palermo:, esso prendea stanza al R. Palazzo. — L’ordine era restaurato!» ((21)).

Le truppe fucilarono sommariamente alcuni insorti presi colle armi alla mano. Tutta la sera continuarono ad arrivare milizie. In pochissimi giorni vennero tutte le truppe delle 10a e 19a divisioni attive — in Sicilia riunironsi quasi 40 mila uomini. Il governo potea dormirvi sonni tranquilli.

Ma le milizie che venivano, portavano con seco loro il convincimento che la insurrezione di Palermo fosse opera del clero regolare e secolare, poiché cosi si esprimevano le pubblicazioni officiali fatte a Firenze. E il generale Cadorna ricevea in questo senso istruzioni speciali. ;

Con tali credenze non faranno meraviglia gli atti commessi contro a membri di corporazioni religiose, ai quali io verrò accennando. Per ora narro soltanto che il venerdì 21 alcuni soldati presero il can. Michelangelo Raibaudi, professore di Dritto Naturale all'Università di Palermo, come un incitatore della rivolta — fu gravemente maltrattato, bastonato, e poi condotto alla Questura e tenutovi alquanto in un modo indegno di secolo civile, e insultato ivi nel modo più indecoroso — e tutto ciò perché portava un abito, che in quell’ora riusciva malviso ed odiato.

Ciò era ingiusto, recava danno, e dinotava sempre più la debolezza del Governo, poiché quando un potere è forte non si lascia trascinare dalle subitanee emozioni della vita pubblica, né il risentimento fassi arbitro della giustizia.

§20

DOPO L’ANARCHIA — IL GOVERNO

I documenti, posti in fine, convinceranno il lettore degl’intendimenti e delle idee dei governanti. Io mi limito ad ordinare quei fatti, sui quali i documenti non possono gettare che poca luce.

Appena riattivata razione governativa furono imposti: lo stato d’assedio, il disarmo, lo scioglimento della G. N., l’istituzione dei Tribunali militari. Quattro provvedimenti che servirono solo a dimostrare come i governanti d’Italia siano inetti al correggere e come il potere ridotto nelle mani di un partito non possa che condurre a peggiori mali e fors’anco a rovina.

E prima di trattare dei rimedi pei quali, cred’io, puossi avviare la Sicilia alla prosperità ed al bene, dirò della missione che incombeva al governo,; seguendo la quale egli avrebbe profittato dell’esperienza della Storia e dei detti ami della scienza del governare.

La forza della legge 23 maggio 1866, relatore il Deputato Crispi, il governo avea ricevuto ampie facoltà durante la guerra coll’Austria. Queste facoltà riguardavano l’uso ampio di tutte le risorse nazionali al solo ed unico scopo di fare la guerra. Assieme a queste facoltà, presa a considerare l’anormalità di vita pubblica in. cui versava il paese impegnato in lotta decisiva, e dalla quale dipendevano la sua esistenza ed il suo onore, il potere esecutivo ottenne l’autorità di estendere più oltre i suoi confini, onde vegliare energicamente alla pubblica sicurezza. A norma delle leggi esistenti si diceva quindi al Governo di provvedere di sé senza bisogno di richiesta all’autorità del potere legislativo.

Ma il Governo, punto curando la Sicilia insino al 16 settembre, le piombò addosso tutto ad un tratto con velleità di forza. Il Generale Cadorna metteva in istato di assedio la città e provincia di Palermo attese le gravi condizioni della pubblica sicurezza nella città e provincia suddetta, e la necessità d’immediatamente ristabilirla.

E derogando completamente alle leggi penali vigenti, ordinava l’applicazione degli articoli 226, 231, 521 e 522 del Codice penale militare.

Con ciò il governo commetteva un atto illiberale e dispotico, che nel linguaggio parlamentare suona un atto incostituzionale. Per legge militare ben può un generale promulgare lo stato d’assedio in un dato territorio e con regole stabilite, per ripararsi dalle insidie del nemico. Ma in Palermo nemico non ce n’era più, e la publicazione dello stato d’assedio il 23 settembre, dopo che le bande erano fuggite pei monti, dinotava soltanto, che senza leggi eccezionali il partito moderato in Italia non sa reggere la cosa pubblica. Più, con la derogazione alla legge penale comune, il Cadorna violava le attribuzioni del potere legislativo, che egli arrogavasi.

Come anche, politicamente considerando le cose, al Governo non sarebbe convenuto giammai venire a cotesti atti, che ponevano un’intera provincia ex lege.

Egli avea narrato nel suo organo officiale di essere stato sorpreso da un miscuglio basso di delinquenti e di reazionari, e di voler liberare, come infatti liberò, la cittadinanza di Palermo dalle orgie anarchiche di quella plebe; ed ivi fu festeggiato appunto per questo. Ma lo imporre, dietro ciò, lo stato d’assedio tornava lo stesso che dare importanza politica a' fatti avvenuti e smentire sé medesimo, assoggettando la città di Palermo, sgombra intieramente ad insorti, alla noia ed agli impacci di uno stato eccezionale.

Era il terzo stato d’assedio costituzionale in quattro anni! — Un po’ troppo invero.

Il disarmo sarebbe stato ottimo rimedio se avesse tolto le armi di mano alla gente, facile ad impugnarle in ogni popolare sommossa. Ma in Sicilia, parrà strano e ciò farà gridare di nuovo essere ella un paese ingovernabile, il togliere le armi colla forza sola del potere al villico o all'uomo uso a portarle, è impossibile cosa. Infatti la cittadinanza, la gente onesta e avvezza a rispettare la legge fu sollecita ad ubbidire e a privarsi di ciò che formava la propria difesa. Al contrario i soliti nascondigli tennero nuovamente in serbo le solite armi. E il Governo per far mostra de' suoi soliti mezzi inefficaci, sebbene il Cadorna osasse minacciare ad arbitrio la fucilazione a chi detenesse un’arma ((22)), non ordinò alcuna perquisizione domiciliare, e la misura del disarmo continuò a discreditarlo, a fargli perdere il poco merito acquistato coll’aver domato l’insurrezione di settembre. La cronaca della pubblica sicurezza, che si stampa nel Giornale di Sicilia,

non manca dal registrare fatti pei quali scorgesi tenere la plebe sempre pronta ai delitti o alle occasioni le sue armi.((23))

Dopo il disarmo fu sciolta la Guardia Nazionale e disarmata. Certamente, organizzata a quel modo, era impossibile evitare una tale misura;,ma venirci giusto in quel tempo, a furia, ad infliggerle severo biasimo, fu tale cosa che, nel tempo stesso che la sciolse, la distrusse intieramente; a mio avviso il chiamare a nuova vita la G. N. di Palermo senza prima cangiare le norme del governare è opera vana.

La Guardia Nazionale non poteva, come i fatti esposti dimostrano, accorrere ai quartieri quando già duravano da un pezzo le fucilate fervendo la lotta tra la plebe e il potere travolto dalla sua ignoranza e dalla ostinata diffidenza verso de' cittadini. Poca ne accorse perché poca accorrerne dovea. Nella storia dei paesi dove esiste Guardia Nazionale non c’è esempio del suo riunirsi durante un tumulto non passeggiero ma nato da cause di malessere generale. Egli è ben vero altresì che Guardie Nazionali, uscite dai quartieri organizzate, si siano al bisogno battute, come suol farsi da buoni soldati. E in Palermo le poche raccolte fecero accosto al Sindaco il loro dovere, onde i feriti furono nelle loro file e non in quelle dei. granatieri.

Quando perciò il Cadorna dicea, sciogliendola Guardia Nazionale di Palermo, che avea mancata alla sua missione, dicea cosa non vera. Avrebbe potuto dire invece: anco in questo il Governo mancò alla sua missione.

L’istituzione dei tribunali militari fu l’atto della maggiore anarchia, che il governo potesse operare. In un secolo civile, in Italia altera tanto, e a buon dritto, per le famose scuole de' suoi giuristi, nel paese di Beccaria, che ha stigmatizzato d’infamia il regime dei Borboni, lordo di ogni empia ingiustizia — fu visto un governo, che toglie qualità di libero, porre in non cale gli articoli 6 e 71 dello Statuto e i più ovvi ed elementari canoni della giuridica sapienza! .

Accecato da un turbine di folli fantasmagorie, il Cadorna, coadiuvato dal Ministero, ordinava in Sicilia — in Palermo — la retroattività delle leggi — l’impero della legge più grave sull’imputato governato da leggi diverse — e la negazione della libera difesa!

Fatti cotesti, che suscitano profonda indegnazione ma che basta a qualificare il freddo marchio che imprime sovr’essi la vigile coscienza dell’Umanità!

L’istituzione dei tribunali militari a Palermo violando completamente la giustizia portò l’opinione pubblica cittadina ad una possente reazione. Bastò sola a scavare tra il governo e i sentimenti e i pensieri dell’isola un abisso di mali maggiori. Né vale a giustificare il Ministero la deliberazione del Consiglio comunale di Palermo, che incoraggiava il primo a persistere nelle misure eccezionali e nella formazione dei Tribunali militari. Nota è a noi la voce il Consiglio comunale essere stato richiesto di ciò con dispaccio telegrafico del Barone Ricasoli in data 6 o 7 ottobre, e, non rappresentante già più gl’interessi della città (prova le ultime elezioni amministrative), composto tutto di gente del partito governativo, fu riunito straordinariamente il 10 ottobre per non giovarsi della sessione Ordinaria, che si apriva il 15 e che portava al Consiglio uomini dell’opposizione ((24)).

E quand’anche il voto del Consiglio Comunale di Palermo fosse stato spontaneo, te deliberazioni dei Consigli e dei Parlamenti non hanno mai la potenza di tramutare in giustizia un’ingiustizia evidente e la Storia ha nome e qualità per siffatte deliberazioni. Anche i Borboni riceveano continui indirizzi da' Comuni che si diceano felici del dispotismo sbirresco di Aiossa e di Maniscalco!

Un governo che col pretesto di rimettere l’ordine publico

si vale di mezzi ingiusti, dimostra ch’egli è ridotto all’impotenza e che, se non cede o muta indirizzo, la rivoluzione moralmente è fatta, e per rivelarsi aspetta il segno dal tempo. Né valga per iscusa il grido di terrore che può sfuggire dal petto ad una maggioranza appena rimessa dalla grave commozione di un pericolo subito; poiché i governanti in un paese com’è l’Italia schiacciato sotto il peso soverchiante della sua centralità politica e amministrativa, tolta a prestito dallo spirito servile straniero, avrebbero dovuto avere il nobile coraggio di rispondere, a chi li richiedea d’ingiustizia: (seppur d’ingiustizia furon richiesti): un governo civile non calpestare giammai le proprie leggi, perché esse soltanto sono l’usbergo di un potere esecutivo; che non teme le insurrezioni.

La necessità? la salute pubblica? Oh le sono parolone coteste, le; quali farebbero supporre la vita umana essere una commedia, se non trascinassero seco pagine di Storia che vituperano secoli e le nazioni! «La necessità è la divinità delle tirannidi, essa può opprimere ed incatenare, ma è pur giustizia creduta. Salus popoli suprema lex esto,

suol essere il domina, della giustizia degl’ingiusti ((25)).»

Né con ciò vo’ dire assolutamente facessero i tribunali militari loro ingiustizie. Non so che ne facessero né giudico i loro atti, e né ho elementi da ciò. Nonpertanto mi basta sentir negata la libertà della difesa, udir promulgare la retroattività della legge penale, per giudicare apertamente e con severità il Ministero indecoroso e la nazione timida che non lo fè cadere sotto la furia dell’universale indegnazione.

E fosse cotesto ingiusto temperamento riuscito a coronare il pretesto che lo fece richiedere, avesse rimosso il disordine publico e rimessa la pubblica tranquillità nel cui nome alcuni si fanno lecito financo il delitto!

Ma com’è proprio delle cose che riluttano alla coscienza umana, appunto perché ne violano profondamente la dignità, accadde, che i tribunali militari non fecero che ingarbugliare. Trovaronsi nella città di Palermo sovraccarichi da circa 3000 processi che generarono confusione infinita. Riboccanti le carceri d’imputati, tutta gente popolana, strumenti di un moto rabbioso ed inutile, tolta ogni comunicazione co’ parenti, era pur fortunato chi trovavasi con un processo allestito o incominciato. Molti arrestati furono posti in dimenticanza e lasciati marcire nel carcere preventivo da una società che nemmeno sapea condannarli! I tribunali militari giudicavano gente che non comprendevano, e spesso fu d’uopo ricorrere agl’interpreti perché giungessero a scorgere un po’ di luce in un dialetto per loro nuovo affatto. Laonde sfuggendo spesso a' testimoni o agli imputati alcuna circostanza, si assolveva un colpevole e si condannava un innocente. Negata la libera difesa; chiusa da avvocati fiscali inurbani ed incivili la porta in faccia a chiunque desiderasse sapere lo stato del processo di tale o di tal altro per apprestare le prove della sua innocenza ((26)); inutile riusciva il parlar di dritto a gente che col dritto non era molto familiare. Quando pur finalmente i tribunali militari fecero sentire il bisogno di un’amnistia, che, rimandando a casa gli arrestati per reato di sedizione, rimettesse ai tribunali ordinari l’esame dei reati comuni coni messi.

La plebe di Palermo avea certamente smarrito il senso morale prima di ridursi al mal partito dell’insurrezione. Al più volgare buon senso potrebbe sembrare per avventura, come la restaurazione dell’ordine


vai su


principalmente questa causa dovea riguardare, o sia educando o svegliando il sopito senso morale, o sia nell’evitare per l’avvenire simili effetti. Lo spettacolo dei tribunali militari non era fatto per ciò — infatti la plebe ignorante, leggendo il lusso delle sentenze di condanna a pene severe che ornavano le cantonate della città, non vi apprese altro se non se che il governo si vendicava;

ed esser ciò nelle sue facoltà dappoiché avea vinto!

Ma la serie degli errori governativi non limitossi a questo soltanto. Ho già detto del criterio che recavano da Firenze gli agenti mandati dal ministero; aggiungo, che la supposizione della completa colpabilità del clero nei moti avvenuti, diede allo scioglimento delle corporazioni religiose in Sicilia un’indole acerba, irritante, appassionata; e questa impronta si rivelò anche nelle misure prese riguardo a' membri di coteste corporazioni;, cosa indegna senza dubbio di un governo che si sente forte e dignitoso.

Credo anch’io alcuni del clero secolare e regolare abbiano partecipato all’insurrezione; anch’io suppongo là gran maggioranza di esso aver desiderato ardentemente il trionfo di un moto popolare dal quale sperava la propria conservazione; come ancora io ritengo che altri più illuminato, veramente liberale, abbia veduto gli avvenimenti senza allucinazione e senza velo e ne deplorasse anzitempo le funeste conseguenze. Ma tutto ciò certamente non giustifica gli strapazzi onde fu trattato il clero dagli agenti del governo. Comprendo, che molto male derivò dalla sciagurata indole umana giù volgente a capofitto per la china di una passione passeggierà e fanatica, a cui le circostanze e i tempi la spingono; ma altresì colpa grave egli ebbe il Governo i di cui atti addimostrarono un dispetto volgare, impolitico, dannoso.

Fu primo a dar tristo esempio di una tale insofferenza il Generale Cadorna colla lettera scritta all'Arcivescovo di Palermo e colla pubblicazione fattane, insieme alla risposta avuta, nel Giornale di Sicilia.

Coteste lettere, che troverannosi in fine tra i documenti, doveano avvertire a sufficienza il governo centrale, che il fare soldatesco non taglia che una sola volta i nodi gordiani, e che bastava la vanità delle cose ottenute dal Cadorna per rimuoverlo da un posto che non s’addiceva ad un militare. E il Cadorna, malgrado questa lettera, segno del suo pochissimo criterio, della completa ignoranza di lui nelle cose riguardanti la Sicilia, e della niuna fede nelle libertà giurate, rimase in Palermo come Regio Commissario e il Governo a indebolire sempre più in credito e in autorità.

Non dirò di quel continuo schiamazzare contro il clero, di quella smania meschina, per cui bastava il vestire una sottana nera per essere un manigoldo, di tempi intolleranti tornati questa volta non già a servire le monomanie religiose, ma quelle che pur tolgono nome di libere e qualità d’indipendenti.

Dirò invece che spesso si mancò di umanità, di riguardi alla vecchiezza, di giustizia sempre. E tra gli altri fatti notevole fu quello che colpi Monsignor Benedetto D’Acquisto. Il D’Acquisto è uno dei migliori filosofi italiani, nel sistema sperimentale. La Germania l’onora e l’accademia di Berlino si recò a pregio di ritrarlo in un busto marmoreo. Unico forse tra il clero siciliano che il governo di Napoli avesse innalzato per virtù soltanto delle sue doti intellettuali, era il D’Acquisto un umile frate chiamato ad occupare il seggio dell’arcivescovato di Morreale. È uomo che ha tocco, oramai il 16° lustro, estraneo al mondo, che socievolmente ha poco conosciuto, e perciò facile strumento d’ogni minimo maneggio o politico intrigo. Infatti, essendo tra gl'istigatori de' moti, qualcuno fra i monaci Benedettini di Morreale, credette saggio consiglio il costringere l’Arcivescovo D’Acquisto a presiedere il Comitato provvisorio della città di Morreale. In tale qualità gli fecero firmare un proclama che invitava quei terrazzani all’ordine.

Vinta dal Governo l’insurrezione, questi pensò d’iniziare un processo contro Monsignor D’Acquisto. Si disse che un delegato di Questura fosse andato dal Giudice Istruttore Costanzo a richiederlo di staccare mandato di cattura contro l’Arcivescovo ((27)). Il Giudice volle esaminare le carte, dalle quali dicevasi sorgesse la partecipazione insurrezionale del D’Acquisto, e, vista la loro insufficienza, si ricusò all’invito fattogli. Il delegato insistendo, aggiunse che si rivolgesse al Regio Procuratore Pisano perché facesse la requisitoria a tale oggetto. Senonché il Pisano si negò a far la requisitoria e Monsignor d’Acquisto non fu arrestato se non che dopo essere stati istituiti i Tribunali Militari la sera del 6 novembre.

Nella medesima sera del 6 novembre, mentre il morbo asiatico flagellava inesorabile, il Governo del Cadorna e gli avvocati fiscali militari vollero mostrare che l’uomo, quando si ci mette, sa essere più crudele di un male naturale. Eran circa le dieci e vennero tratti in arresto con grande apparato di forza, il barone Riso, il principe di Galati, il barone Sutera, il Dr. Di Benedetto, il principe di Linguaglossa, il principe di S. Vincenzo, il principe Rammacca ed accusati di aver capitanato la rivolta! Ordine di arresto fu anche staccato contro il Principe Pignatelli e il Principe Niscemi, il primo scappato a Napoli, il secondo nelle sue terre a Partanna per timore del colera.

Quando l’indomani la città apprese quest’atto di stoltezza anarchica restò sbalordita e attonita. Conosceva già per le cose operate dal governo, che i funzionari del Regno d’Italia sono capaci degli atti più biasimevoli, ma ch’eglino giungessero sino all’arresto di gente, che avea fino allora lavorato per gl’interessi d’Italia, e che riunita forzatamente in Comitato non avea dato luogo nemmeno, all’appicco di una calunnia, ciò pareva strano e ridicolo, se non ci fosse stata di mezzo l’ansia universale che temeva per la vita di quei cittadini sorpresi e spaventati di notte durante un’epidemia, sulla quale, dicono, influisca molto la paura. Eppure il Cadorna, la sera precedente a quell’arresto avea avuto a pranzo il principe di Galati, e avea mandato il permesso d’asportazione d’armi al barone Riso!

Politicamente poi quest’arresto scombuiava interamente il concetto che dei moti aveasi insino allora. Il Governo da Firenze avea gridato tanto — ai clericali — ai reazionari — ai malfattori, onde v’era gente dimentica perfino della ragione prima — il malcontento. Ma quando vennero tratti in arresto quei cittadini non si seppe più che pensare, e gli stessi sfegatati amici del Ministero, soliti ad applaudire, non seppero frenare lo stupore e l’istinto di indegnazione.

Era ancora fra quei membri del Comitato provvisorio certo Monsignor Bellavia, persona poco conosciuta (contro il quale pure era stato staccato ordine di arresto), in voce di latitante o di fuggito. E fu somma meraviglia e in uno censura grave per un Governo militare, il leggere nel giornale l'Amico del Popolo del giorno 10 novembre una lettera di esso Bellavia, che domandava perché non era stato arrestato cogli altri, e dava le più precise indicazioni del luogo ove abitava, additando le persone che colà lo avean visto sempre. Questa lettera si troverà tra i documenti e varrà a mostrare come il governo militare coadiuvato dall'ingiustizia, dall’arbitrio e da 40 mila uomini fosse caduto in basso.

E come un Governo militare sia inutile, impotente in Palermo, dimostrato è a sufficienza dal timor panico che egli divise colla città il 27 ottobre. Sin dall’arrivo del Cadorna nel popolo minuto si sparse la voce che l’insurrezione avvenuta non fosse che il prodromo di una più grande rivolta, come il 4 aprile 1860 era stato il principio di ciò che poi dovea compiersi il 27 maggio. Cadorna disprezzò sulle prime queste voci, poi si diede a minacciare chiedendo a' cittadini denunziassero gli spargitori di notizie allarmanti — e le voci seguitavano. Egli allora cominciò dal far mostra della forza di cui disponeva. Il giorno 14 ottobre spirava in Palermo un forte e caldissimo vento di scirocco, e l’indomani il Regio Commissario passava in rivista le truppe — 4 reggimenti di fanteria, un battaglione di bersaglieri, quattro squadroni Lancieri di Foggia e 6 pezzi da 8 rigati. Quattro o cinque giorni dopo, lo scirocco e l’affollamento prodotto dalla rivista produssero i loro effetti: il colera mieteva in un sol giorno circa 300 vite! Ma ciò non facea cessare il sordo romoreggiare di nuovi tentativi rivoluzionari, onde il Cadorna se ne occupò seriamente e ne temette, e con lui ne temettero moltissimi cittadini, tra i quali più spaventati erano alcuni del partito governativo, che per la paura avuta durante le sette giornate del settembre aveano invocato una reazione a furia di fucilazioni e di deportazioni. Ve ne fu tra essi, cui il timore consigliato avea di radere la barba per mutare aspetto che prestò fede a siffatte voci, e non dormì per alcuni giorni a casa, ma prossimo ad imbarcarsi se ne stette vicino al mare.

La sera del 27 ottobre, (avea saputo il Governo eccezionale ispirare tanta fiducia!) non ostante una guarnigione da 10 a 12 mila uomini e il disarmo, la paura che! invase la città fu grande e divenne immensa poi allo; scorgere i preparativi di difesa che egli faceva, onde alla perfine facile scorgeasi esser egli quei che più sentiva dubitanza. Le truppe furono per tutta quella notte in sull’allarme è con strategìa disposte.

Se però il Cadorna avea con ciò dimostrato l’insufficienza propria per la polizia del paese, lo spiegamento delle forze produsse il vantaggio di rassicurare alquanto gli animi e premunirli interamente contro la credenza di nuovi e possibili torbidi imminenti.

La missione di Regio Commissario in Sicilia recava forse con sé molti vantaggi, poiché il Cadorna facea il poter suo onde perdurasse il regime eccezionale. Infatti non mancarono, con la buona intesa di lui, di farsi di molti maneggi per costringere i cittadini arrestati la notte del 6 novembre sottoscrivere una dichiarazione mediante la quale riconoscessero la competenza dei tribunali militari, per così poi mostrare al governo centrale come anco i detenuti desideravano la felice violazione delle leggi. Però quei cittadini, eccetto il principe di Rammacca, ebbero la fermezza di non aderire a tale dichiarazione; e Cadorna, insciente, si vide riguardato dal Ministero come suol farsi degli agenti inutili. Cadorna proclamò lo stato d’assedio, ed abusò del potere esecutivo — il Governo centrale revocò ogni cosa collo spirar del novembre ((28)).

In sul finir di quel mese al Ministero parve giunta l’ora di recedere un poco da quelle misure fatali, che avean creato tanto malessere. Prestando fede alla relazione del marchese di Rudinì volle affidare a siciliani il governo della provincia di Palermo; il Rudinì chiamò alla Prefettura, l’avvocato Albanese alla Questura; intese anche a rimandare il generale Medici al Comando militare: spinse i lavori pubblici delle provincie siciliane, e cercò modo che il medesimo si facesse de' lavori municipali di Palermo.

§ 21

LA CITTÀ E I PARTITI DOPO INSURREZIONE

La città di Palermo liberata dall’anarchia rimase in preda alle cause di quella. Profonde traccie e sanguinose lasciava dietro di sé la sommossa: la cittadinanza stremata e senza accordi: la plebe, non accasciata né doma.

Lo stato attuale è debole e non può reggere a lungo, e par sempre si volga al peggio. Le cause del malessere sociale non sono tolte a suscitare novella commozione al primo urto. Ignote sono ancora al Governo le fila che ordirono la trama del passato rivolgimento. E malgrado il vantaggio di una recente vittoria è facile il ritornare nuovamente alla lotta. Il lavorio delle dimostrazioni armate continua e continuerà inafferrabile, inavvertito insino a che non saranno rimosse le cause che la producono. Inutile anzi dannoso si è il combattere di una cosa gli effetti. — Le rivoluzioni si disperdono con la libertà o col socialismo, poiché esse non sono che crisi prodotte dal dispotismo o dal malessere sociale. In Sicilia il malumore non è scemato; la società è inferma, riesce quindi indispensabile por mano a' rimedi, e senza indugio.

A suo luogo li additerò, dico sol per ora come si preparino all’avvenire le classi ed i partiti. Ed anzi tratto del Municipio di Palermo, che data la sua esca al fuoco cogli errori commessi, ha in buona parte riparato a' bisogni che la nuova situazione delle cose imponeva. Tornò, è vero, qualcuno de' suoi uomini fatali al compito illiberale incominciato; ma in generale il Municipio è sceso nelle masse, e coll’eloquenza de' fatti addimostrò non essere egli governo estraneo al popolo, ma popolare amministrazione di bisogni civili.

Terribile il flagello asiatico ha colpito la sventurata città; più di 4000 vittime ha fatto, ma le solerti cure municipali l’hanno tolto a peggior danno, e lo scoramento non fu più grande dell’elogio che meritò. Disinfezione, soccorsi a domicilio, ospedali, medicine, beneficenza, tutto concorse a mitigare la furia deh male. E questa triste epidemia ha scoperchiato molte luride miserie. Il Municipio, coadiuvato da buoni cittadini, si mise in cerca di tuguri umidi ed ammuffati, di cenci, di nudità, e quanti ne rinvenne che fanno raccapriccio a chiunque ami la civiltà e le libere istituzioni! A chi vide dappresso lo squallore desolante del più povero bisogno, che mai sia dato a creatura umana di sopportare, scusabil cosa parrebbero gli avvenimenti del settembre, come che la disperazione suole sempre star presso alla miseria, né il pianto la satolla ma il sangue e la morte.

E se il Municipio è salito all’altezza della situazione durante il colera, sperabil cosa è ch’egli vi rimanga ancora nell’opera liberale senza cui vana speranza è la pace e la tranquillità della Sicilia. Duopo è scuotere l’incubo di certi nomi, smettere il colore politico, e prendere mano mano tendenze popolari, e accomunarsi con chi ha necessità di essere rialzato alla dignità ed alla potenza de' propri sforzi individuali.

Se però le masse immiserite, squallide, morenti per fame, aspettano o nuovamente la rivolta o la pace, non perdura men miserevole la condizione della cittadinanza. V’hanno di parecchi che, timorosi di siffatto spettacolo continuo d’irrequietezza, atterriti dal vedere sempre in lotta il dispotismo e la inettitudine contro la licenza e l'ignoranza, son fuggiti via con animo di più non tornare in Sicilia. Altri per timore delle instabili cose che rendono possibile in breve volger di tempo un ribollimento, misurano con affanno lo scorrere minaccioso del tempo intermedio alle rivoluzioni del 1820, 1848, 1860, 1866, e per fermo ritengono che continuando a persistere le cause di malessere, agevole torna lo irrompere d’una sommossa, e stanno nel paese come un passaggiero pronto all’andar via. Tutto ciò raddoppia l'incertezza delle cose, sofferma i commerci, le piccole industrie ed accresce la pubblica sciagura.

Né moralmente si solleva la cittadinanza dall’apatia sofferta, e rimane inoperosa. Scontenta di tutto vorrebbe il meglio né sa a qual partito appigliarsi, e pochi sono quei che sentono i doveri che impone la virtù del cittadino, pochissimi hanno la dignità di volere bastare a sé stessi ne’ bisogni delle attuali circostanze.

E queste miserie sono tanto più sconfortanti in quanto che non appaiono tali per la calma apparente che ne vela la sembianza: e perciò appunto sono più terribili, poiché un popolo è in calma o allorché è contento delle proprie catene, o quando si prepara come il mare a furiosa tempesta.

Se i sei anni di nuovo governo ebbero la sventura di sfruttare la potenza dei partiti liberali di Sicilia in faccia alla gravità delle cose, gli avvenimenti del settembre finirono per lasciarli privi di vita.

Buona parte del partito governativo conforme a sé stessa ne’ principi illiberali che avea sempre professato, infingendosi presa di grandissimo amore per la vita nuova d’Italia si diede a proclamare altamente leggi eccezionali, fucilazioni, terrore, come mezzi efficaci a rimuovere il danno patito. Espressione di lei, il Corriere Siciliano

tolse incarico di aiutante del carnefice e furono laide le tenerezze per una pena, che là civiltà condanna e la giustizia abborre. Cotesta classe d’uomini aggiunge così la sua politica insipienza a' mali che travagliano le provincie siciliane; provoca maggiormente, la scissura tra governo e popolo; calunnia il suo paese, e va in visibilio e dà in lagrime di candido piacere perché le truppe non abbian messo a sacco Palermo dopo che ve l’avean posto le bande contadine, ed osa plaudire con sfacciataggine allo spregio della legge del diritto! Vorrebbe trascurata la plebe, lasciata in abbandono alla miseria che se la infradicia — e intanto è pronta a darla a gambe per isfuggire agli odi che va seminando.

Un’altra parte sempre moderata e onesta, malgrado il sofisma che le fa velo alla mente, si è accorta che anziché sfuriare contro la plebe, opera civile ella è il volgersi con tutta l’anima ad azioni liberali e progressive, per porre il rimedio a mali gravi, che intristiscono la vita delle provincie siciliane.

Fra cotesta parte s’eleva, nobile tipo il Marchese Antonio di Rudinì: il quale, dopo avere nell’assedio sostenuto dalle truppe al Palazzo Reale rinfrancato insieme col Torelli gli animi dei capi militari, faceva ritorno al Municipio quando la sua casa era una desolata nudità e quando per le sapute cose il padre di lui era colpito d’apoplessia e presso che vicino a morire.

Amareggiato fieramente dall'ira immeritata della plebe, dalla perdita dolorosa del genitore, il signor di Rudini ebbe la nobile abnegazione di rimanere al suo ufficio, per riguardo principalmente dell'epidemia, che avea già colpito la città. Fu appunto in tale congiuntura, e quando in Italia e fuori ognuno si occupava di lui, ch’egli mostrò la bella indole sua e la virtù del cuore nella sua modestia, veramente rara. Non una parola di risentimento o di dispetto mosse da lui; la sua rappresentanza di Sindaco divenne fondo di sollievo a tante mani, che gli si stendevano vergognose; e tratti di delicatezza da gentiluomo, giovarono sempre più a dimostrare come fosse ingiusta cosa la stizza irragionevole del popolo minuto gravata sovra di lui. — Le sue relazioni al Ricasoli se addimostrano poca esperienza nell’arte di rimediare a' mali che affliggono un paese, e facciano stupire com’egli in sì giovane età si dichiari partigiano della pena di morte, rivelano però un criterio proprio ed indipendente, una giustezza di vedute sull’aspetto del paese, che, uniti a ciò che lo distingue dal lato morale, lo rendono veramente un uomo stimabile è sul quale il suo paese può a buon dritto contare.

La nomina di lui a Prefetto della Provincia di Palermo è forse una delle buone cose fatte dal Ministero Ricasoli in Italia. Il Marchese di Rudini non mancherà di certo alla sua missione, accrescendo forse la bella fama acquistata col procurare il maggior bene alla più infelice provincia siciliana. Ma le fatiche, l’intelligenza, le qualità morali del Rudini andranno per disavventura Sperdute ove il governo non pensi a curare nelle cause il male che rode la società in Sicilia. Il Rudini perderà la riputazione acquistata e diminuirà il pregio dell’opera sua, ov’egli sia costretto per la condotta del Ministero a mutar l’ordine de' suoi intendimenti.

Affranto allora del faticoso travaglio cederà il posto ad uh nuovo continentale, che inconscio dei bisogni dell’isola vi rimarrà a gravare la miseria e il danno dei suoi amministrati e a preparare di nuovo giornate simili a quelle del settembre.

In un sol modo il Marchese di Rudini potrebbe nuocere a sé ed alla sua amministrazione, in questo — continuando a tenersi ai fianco qualcuno di quegli amici che lo sforzano con indelicatezza ad operare il proprio sconsigliato avviso che tanto nocque a lui nell'amministrazione municipale e trascurando quegli studi severi che gli mancano. Lasciato a sé stesso, all’esperienza giornaliera che verrà ad educarlo mano mano ed ai suoi studi egli ha tale mente e tal cuore da giovarsene sui partiti per il bene della provincia, che è stato chiamato a reggere.

Il partito governativo non' tralasciò neppure l'occasione offertagli dalla bella condotta del signor di Rudini per isfruttarla come suole sfruttare ogni cosa buona. Una sottoscrizione esso iniziò per erigere un busto marmoreo' al Sindaco di Palermo, e con ciò fare cattivossi la censura de' ben pensanti e la stessa Critica del Rudini, che, con una modestia non comune, seppe rispondere all’offerta cortigiana. Offre infatti un bel contrasto il modo con cui la sottoscrizione fu cominciata colle parole veramente sagge, che rispondea il signor di Rudini. Ed ebbe poi il partito governativo a sentirsi dire, dal Journal des Debats

degli 11 ottobre queste severe parole: «...ces élans irréfléchis, ces enthousiasmes violens qui ont le caractère de l’idolâtrie, sont incompatibles avec cet esprit de modération et cette saine appréciation des hommes et des choses, indispensables à tout peuple qui veut conserver sa liberté.»

Fortunatamente la maggioranza del partito governativo non ha mai saputo libertà che sia.

Il partito d’azione avea tolto, subito dopo l’arrivo del Cadorna, per opera de' suoi guastamestieri, ad associarsi alla sconsigliata impresa di calunniare il proprio paese. Senonché vennero a tempo a sollevarlo gl’istinti generosi di molti de' suoi membri ed i consigli politici che loro mandava il Crispi da Firenze. E intanto il partito regionale si mantenne calmo e tranquillo nella inalterabile onestà delle sue intenzioni. Non potendo prevenire i moti non ne non ne colse amaro frutto. Slegato calunniato prima del settembre, non seppe dimostrare durante le sette giornate se non se la propria influenza in quelle dolorose commozioni che a lui si attribuivano. E se la relazione Rudinì fu voce leale che tolse fede per per la massima parte alle menzogne profferite anche dal governo a danno di questo partito, nulla valse a farlo riunire inazione compatta,concorde, onde spingere potesse le masse per una via diversa da quella tracciata con tanta sciagura del paese.

Onde alla perfine, io pur dico che pe' partiti la situazione è sempre la stessa. La loro debolezza giova, però a mostrare i pericoli nei quali versa la provincia di Palermo e çon,essa la Sicilia e l'Italia; finché essi non saranno per riprendere la loro lotta costituzionale a viso aperto, l’insurrezione si rannoderà cupa e profonda sotto de' loro piedi, e la società temerà sempre e con ragione, nuovi perturbamenti.


vai su


§ 22

I GIUDIZI DELLA. STAMPA E LE RELAZIONI

I fatti clamorosi accaduti nel settembre in Palermo doveano fuor d’ogni dubbio provocare il giudizio della stampa.

Infatti era tale la commozione sociale palese dovunque, che si provò il bisogno di vedere quanto interesse grave meritasse una sommossa la quale potea di leggieri trovare il riscontro nel continente italiano. Ma, come suole ad ogni umana cosa accadere, allato alle buone e sane idee riparatrici del male, avvertito in modo cosi improvviso, furon posti i più strani giudizi sulle cause della rivolta. Fu accusata l’azione commovitrice dei partiti, la cui colpa era stata invece quella di non aver più la direzione delle masse. Fu gridato addosso all’elemento, clericale come quella che avea spinto immediatamente? alla rivolta ((29)), senza por mente che se la parte borbonico-clericale avesse avuto davvero la direzione e il comando del moto avvenuto, avrebbe certo tratto partito dell’occasione più propizia nel luglio, anziché aspettare infino al settembre; quando l’invio delle truppe poteva esser compiuto, come fu, in tre o quattro giorni. E questo sbaglio di voler gettare tutta la colpa dei fatti sui borbonici e sui clericali non cagionò altro se non una serie di fatti violenti che ben poteano evitarsi con savi temperamenti, senza de' quali non c’è saggezza governativa.

Cotesta opinione di volere ogni cosa attribuire al connubio de' partiti reazionari era sorretta in pate da politica stoltezza. Poiché l’attribuire il movimento. avvenuto in Palermo esclusivamente ad influenze borbonico-clericali, tornava lo stesso che affermare il mutamento completo avvenuto negli animi di quelle popolazioni, senza la cui iniziativa e cooperazione l’Unità d’Italia non sarebbe diventata un fatto. Era menzogna cotesta e al tempo istesso la più possente accusa che potea mai farsi a chi per sei anni avea retto la pubblica cosa. Giacché per indurre una città tanto spietatamente bombardata dai Borboni a desiderare questi nuovamente, lunga, penosa, gravissima dovea essere stata l’insipienza e l’inettezza governativa.

Ma questo politico schiamazzo, utile solo a far danno, viene smentito apertamente dai fatti. Se il moto sud detto a' partiti reazionari si potesse addurre, avrebbe giovato a dissiparne completamente gli effetti la furia dispettosa ed ingiusta che contro di essi scagliossi — poi ché tali partiti si sfasciano sotto la prepotenza di una; reazione, e l’indomani d’una sconfitta la loro influenza sulle masse si sperde. Ma in Sicilia non è avvenuto cosi. In questo paese la società perdura inferma, e il timor panico del 27 ottobre prova chiaramente essere tuttora possibili nuovi moti in Palermo. Or, s’egli è così vero; è pure come il malessere sociale solo rende instabile l'ordine presente, insicura la dimane. Havvi tanta cagione di scontento in siffatto paese che la più piccola scossa vale sola a suscitarvi cento faville. Ed altri e più ragionevoli giudizi furono pronunciati su questi avvenimenti. E bene spesso furono svelate quelle cause che li aveano spinto ed alimentato. Il tristo retaggio di un secolare dispotismo, la ignoranza lunga, la mancanza di comunicazioni, d'industrie e di commerci, tutto ciò fu scritto, discusso e chiestone i rimedi.

Pochissimi però in Italia intesero l’animo alla cura di tanto male, pochissimi vollero riconoscerne la causa profonda consistente nel togliere, la vita ad esistenze organico-sociali, senza cui i principi conservatori in Italia sono una chimera il progresso del popolo, specialmente siciliana, una vana utopie. Pochissimi hanno fede a quei principi rigeneratori che chiamansi libertà e giustizia, senza cui ’opera di un Governo costituzionale atta è solo a preparare sconvolgimenti e continue perturbazioni sociali.

E queste sviste e questi gravi errori si commisero anche nelle relazioni fatte al Governo dalle Autorità e da' suoi agenti, i quali, chi più chi meno, guardando più agli effetti che alle cause, non conobbero e non vollero conoscere quei profondi bisogni della natura umana che ninna forza di volere può distruggere o sviare. E queste relazioni possono ben dividersi in due categorie. L’una d’esse riguarda l’esposizione degli avvenimenti seguiti; l’altra cerca studiare le cause che li produssero. Alla prima appartengono quelle del Camozzi, dell'Angioletti, la seconda del Rudini, quelle di Carderina, di Sannazzaro, e molte altre parziali. Alla seconda categoria appartengono la prima del Rudini, quelle del Torelli, del Cadorna e del Pinna, delle quali dirò a suo luogo.

Allorché il Ministero fece pubblicare nella Gazzetta Ufficiale

le relazioni del Generale Camozzi e del Sindaco Rudini, pubblicava accusa formale sul Prefetto Torelli, sul Questore Pinna, e sui generali Carderina e Righini; poiché se l’autorevole voce del comandante la G. N. di Palermo dimostrava la stupida impreviggenza delle due autorità politichese franche dichiarazioni del Sindaco manifestavano l’inettezza dei Generali e la loro paura che li spingeva a trattare dello arrendersi con un’anarchia sfrenata. Il Ministero invece di esser giusto volle favorire que’ suoi agenti: accettò le dimissioni offerte dal Torelli — tolse l’inchiesta giudiziaria contro Pinna e permise ch’ei mentisse nella propria relazione: contro a' Generali non riunì consiglio di disciplina e contentassi soltanto di porre al ritiro il generale di piazza Marini, che avea adempiuto al suo dovere, e di mettere a disposizione del Ministro della guerra il Generale Righini e in disponibilità il colonnello Sannazzaro.

Riguardo le relazioni sull’indole dei moti, quella del Torelli offre largo campo al Conoscere quanta ingenuità d’animo e poca esperienza di governo fosse in questo prefetto. Invero è ridevole cosa il vedere un’autorità politica far la polizia nel modo com’egli la facea. Quella del Rudinì, invece, lo dimostra conoscitore della società in mezzo alla quale è nato e vissuto, e al tempo istesso lo costringe a sottoporre alla discussione ed alla critica certe sue idee, che poste fuor d’esame ben potrebbero inciampare la sua novella amministrazione o renderne difficile l’avvenire. E lasciando queste relazioni, che hanno amendue il merito di essere oneste pel modo onde tolse a riguardare l’accaduto ognuno di quei due scrittori, dirò di quelle del Cadorna e del Pinna presentantesi sotto un aspetto molto diverso. Quelle del primo spirano la declamazione immaginosa, esagerata e non veritiera, dando ai fatti una sembianza minuziosa e calunniando indistintamente con asserzioni vaghe e indeterminate, le quali non poterono essere provate avanti dei tribunali militari. Quella del secondo è un’accozzaglia di osservazioni indigeste, fatte nell’isolamento completo in cui visse tutto il tempo che stette a Palermo; un miscuglio di meschine scappatoie per difendersi contro il giudizio comune che lo accusa di tale ignoranza che facilmente può scambiarsi per colpa.

Ciò nullameno e stampe e relazioni accordarono nel riconoscere i moti di settembre cagionati da difficili problemi sociali non conosciuti per anco da tutti, oggetto di severi studi per coloro che amano volgersi ad alleviate i bisogni diversi in cui versa là vita pubblica dell’Italia e specialmente della Sicilia.

Io porrò in nota a piedi dei documenti quelle osservazioni speciali, che dimostreranno la parte di quelle relazioni ohe scema o svisa i farti costituenti l’azione e la reazione creata dal moto insurrezionale del 16 settembre.

Tolto lo stato d’assedio, chiamato a reggere la Prefettura di Palermo il Marchese di Rudinì, decretata l’apertura del Parlamento ove sederanno tanti deputati della Venezia, atti a ben comprendere le difficili quistioni dell’interna amministrazione, comincia un periodo storico, che varrà od a rimuovere le cause del malessere sociale, od a preparare nuovi danni e più terribili, a seconda di quelle misure a che la legislatura sarà per appigliarsi.

CAPITOLO III

Rimedi

§ 23

IDEE GENERALI

Io tolgo a parlare difficili suggerimenti. Finché trattavasi di giudicare le cause di un’insurrezione, che il Torelli avvisa chiamare inesplicabile, e finché raccontavo fatti seguiti, spiavo nella società, che mi circonda, i vari moventi che la spingono al bene od al male, ed esponevo colla maggior verità possibile quel vario andamento di azioni e di reazioni accadute in gran parte sotto a' miei occhi. E s’io tolsi a criticarle non fu per vanità di sentenziare assoluto sopra uomini e cose; ma come un modo personale di giudicare libero ed indipendente. Venire ora additando i rimedi, che per avventura I ben potrebbero far prosperare non solamente la società liberale italiana dell’isola, ma quella di tutta Italia, egli torna lo stesso che gittare nel campo dell’arte del governare opinioni che sarebbero invero opera arrisicata, se io non m’avessi la convinzione profonda che elleno (1 )muovono da quella scienza sperimentale da cui sola può i venire al paese nuovo lustro e decoro. E tanto maggiormente è spinoso il campo quanto più io debbo criticare lunga serie di rimedi accennati e racchiudere le sorti italiane entro un trilemma, dal quale è impossibile scappar fuori.

Onesta franchezza addimandano i tempi nostri, più volti a fortuna che a bonaccia: ma per l’avvenire, che ci attende, sarebbe codardia il mentire, e niuno potriami assolvere da una viltà. Io butto giù quindi i miei intendimenti schietti e spassionati; possano dessi, se non altro, servire ad infuocare quella discussione dalla quale divamperà la luce a rischiarare le tenebre del futuro nazionale.

Finalmente il fatto dell'Unità politica della Nazione Italiana è compiuto. Né sia gloria alla grandezza che ci trasmisero i nostri padri, a quella non mai scontinuata serie d’ingegni eletti che ne fecero culto dell’anima, prima che il secolo XIX la rendesse verità storica. Ella è la più bella aureola a' sublimi martiri italiani che la fecondarono col sangue, quando lo straniero ci teneva incatenati e sulle nostre gloriose città insolentiva. — Oggi siamo tra noi. Le Alpi e il mare ne segnano i confini — oggi togliamo nome di popolo libero. Siamolo alla perfine!

Un nostro pubblicista ((30)) scriveva: «Noi Latini, non sappiamo slegarci dal sogno, non abbiamo le pupille animose dell’aquila che ficca gli sguardi nel Vero, e guardiamo con un orgoglio di razza mal provvido le genti germaniche che fecer divorzio da noi, perché camminarono nella luce: siam come il nano che ride con presuntuosa fatuità del gigante che gli sorge sugli oc chi. Non siamo ancora una schiatta di liberi, e vogliam farci iniziatori di libertà!»

So bene che a queste idee i miei sentimenti, la mia fede d’italiano si ribellano, ma egli è pur forza convenire che sinoggi l’Italia tratta di errore in errore ha dato aspetto di verità a coteste dure parole.

Egli può avvenire di leggieri sia questa colpa dei tempi e delle circostanze in gran parte — non oso tutto addebitare agli uomini — ma credo appormi al vero, citando le parole di un altro giovine scrittore: «L’eccessivo amore di libertà fe’ smarrire ai nostri padri la vista della nazionalità; badiamo di non cadere nell’eccesso contrario e di non perder d’occhio la libertà per fissar troppo la nazionalità. Sono esse due forze parallele la di cui risultante è l’Italia. Chi abbatte una delle due «abbatte la patria stessa ((31)).»

Appunto, questo furore, durato par sei anni, di fissar troppo la nazionalità ne ha rimpicciolito la grande idea, per racchiuderla in una cerchia gretta, meschina, piena di misere paure, indegna di un gran popolo che ha saputo volere in breve spazio di tempo cotante grandi cose. E mentre la furia di vedere in ogni libera discussione un attentato all’idea unitaria fuorviava le menti, i cittadini perdevano il senso della propria responsabilità politico-sociale; e le libertà cadevano fatte monopolio di questo o di quello. Onde avvenne, strano risultato! che i più ardenti unitari tolsero nome di fusionisti, gente, cioè, che non conosce menomamente che sia libertà, e che vorrebbe tutto annientare per vedere onnipotente quell’ente fittizio, ch’essa chiama Stato.

Or questa profonda scissura, che ha mutato l’unità in antitesi di libertà, è quella che principalmente ha fruttato lo scontento in Italia. Vi son di parecchi, i quali vinti dall'idea che ciò che si distrugge non si possa riedificare, perché non si deve tornare indietro,

non vorrebbero sviata o arrestata la tendenza al distruggere, senza badare che in ciò appunto sta la cagione prima del generale malessere, il quale in Sicilia, per le di lei condizioni speciali, si risolve in continue rivoluzioni.

Eppure ella è ben triste la condizione che siffatte false idee hanno imposto all’Italia. Allorché questa, a furia di intelligenza, di sangue e di tesori, ha ottenuto di spazzar via di casa propria tanti padroni e tirannelli, ella si dà volontariamente schiava di ordinamenti e d’istituzioni, imitati da uno straniero, pazzo di servire alla chinese, le quali annientano la potenza popolare, distruggono la libertà, e fanno la guerra alle nobili tradizioni di tutta una grande istoria!

Oh giunga al cuore d’ogni italiano la voce che grida: «La patria È in pericolo, poiché l’insurrezione di Palermo non è per avventura un fatto accidentale, isolato, folle, come mal può ritenersi; egli è invece il prodromo annunziatore di una serie fortunosa di eventi sciagurati o felici, dannosi sempre, perché non trovano né terreno opportuno né virtù cittadina grande abbastanza quanta ne chiedono i tempi. E se gl’Italiani penseranno davvero all’apostolato di libertà come a quello, di unità si dedicarono, l’avvenire sarà per essere tranquillo e lieto, e il moto scoppiato a Palermo il 17 settembre, avrà solo un’indole di avvertimento e locale, che varrà per l’assetto dell’ordinamento italiano.

§ 24

I RIMEDI FALLACI PROPOSTI

Ben si apposero al vero alcuni giornali ultra governativi e quegli uomini cui la voce non è dell’intutto senza efficacia presso le alte sfere di dove si comanda alle vicende nazionali, allorché dissero che la Sicilia, la parte d’Italia più intollerante d’accentramento, d’interessi lesi, di gravezze inutili, è un paese ingovernabile.

A che valgono le guarentigie costituzionali quando l’ordine non può fare a fidanza con la libertà, mancante di giustizia? Per la Sicilia la pena di morte sia ridotta spettacolo giornaliero; per essa regga ognora il regime militare ed eccezionale ed un presidio permanente di 30 a 40 mila uomini; per essa governi una polizia onnipotente. Taccia la stampa, e gli oppositori si deportino in Australia.

E, convengo anch’io, che la Sicilia diventerà in breve volger di tempo il paese più tranquillo del mondo; poiché metà della sua popolazione fuggirebbe via, o sarebbe paternamente

deportata: l’altra metà mogia mogia si starebbe per riunirsi in società segrete.

Se poi questa beatitudine potesse estendersi in virtù dei principi unificatori a tutta la penisola, non v’ha dubbio che l’Imperatore delle Russie manderebbe a studiare il sistema per applicarlo con buon frutto alla Polonia.

Egli è però bene avvertire che questo modo di governare offre alcuni piccoli difetti, tra i quali: la enorme spesa, lo spopolamento e la miseria, oltre di che, per la Sicilia, sarebbe imperioso bisogno il tenervi almeno 30 mila uomini di truppe, poiché il giorno che le truppe saranno 29,900 scoppierà un’insurrezione.

Ove poi questo rimedio sembri alquanto inattuabile, ben potrassi por rimedio a' mali che minacciano resistenza della nazionalità italiana venendo logicamente a quelle conseguenze a cui porta il sistema di governo tenuto da sei anni in qua! La Sicilia manca di comunicazioni terrestri o marittime, d’istruzione, d’industrie e di commerci; — ebbene, tolga il Governo incarico di provvedere ad ogni cosa: in un decennio le regali tutte le strade ferrate e rotabili, tutti i ponti ed i porti dei quali abbisogna; faccia che vapori postali mettano ogni giorno le più importanti città dell’isola in comunicazione coi più importanti porti del continente; paghi scuole in ogni comune, largheggi cogl’impiegati siciliani in posti nell'isola e nel continente; apra opifici modello, che dian pane e lavoro al proletariato dell’isola; regali macchine d’agricoltura; imponga leggi doganali protezioniste

a favore esclusivo dei produttori siciliani, ché in tal modo l’Italia non avrà più bisogno di farsi serva delle contrade dell’equatore pei prodotti coloniali. I moti di Palermo sono stati la prima favilla di Un malessere sociale che cova in tutta Italia, e che in Sicilia non è nemmeno coperto di cenere. Ebbene, sia veramente logico il Governo, rovesci i tesori d’Italia tutta, ricavati colle imposte, sulla sola Sicilia, tanto indietro per civiltà e benessere, e chiunque potrà farsi mallevadore che in Sicilia scomparirà lo scontento e diverrà il paese più unitario d’Italia. È cosa tanto da poco che vai la pena di esser logici!

In tal modo non saravvi più bisogno di una grossa guarnigione — la sicurezza pubblica sarà proverbiale ed il Governo non troverà in Italia popolazioni più liete e più ministeriali di quelle dell’isola.

Egli è vero che un siffatto bene sarebbe un’ingiustizia, fatta a danno delle altre provincie italiane, ma che monta purché ci sia la logica che da un sofisma proceda un’ingiustizia?

E questi due modi di riparare tanto scadimento sociale dell’isola sono i soli possibili per chi confida nell’azione del Governo. Ed invero tranne il dispotismo ed il socialismo, null’altro bene può venire in guanto ad interna amministrazione da parte dello Stato. E bisogna alla per, fine esser logici in Italia; quale che sia il sistema si adotti, debbe tornare gradito con tutte le possibili conseguenze. Non c’è peggio in politica del barcamenare tra idee e principi opposti; e per riguardo ad amministrazione, ciò è lo stesso che distruggere le forze della cosa amministrata e dilapidarla con continue stranezze.

E si ci badi bene, poiché i sintomi della situazione critica in cui versiamo si mostrano abbastanza terribili; l’avvenire nazionale d’Italia sta in questo — di scegliere il partito a cui appigliarsi per l’interno organamento delle forze vive del paese. La via battuta finora è stata una via falsa e il mutarla non è già, come potrebbero supporlo alcune piccole menti, farla da retrogradi ma da intelligenti liberali. Per la Sicilia poi specialmente la situazione si fa più grave, poiché dal suo risolversi dipendono i futuri rapporti di essa col restante d’Italia. Francamente, se la Sicilia vedrà ancora manie dispotiche, disprezzo dei diritti e. violazione della giustizia, essa sarà la pietra d’inciampo per il Governo italiano, la perpetua fucina d’incessanti rivoluzioni; e se per quietarla si vorrà avvezzarla ai vantaggi del socialismo, aprano gli occhi i Ministeri, poiché essa è un paese che. poi non si svezzerà di leggieri.

Dispotismo vuol dire rivoluzioni — socialismo vuol dire ingiustizia. Chi vorrà in Italia servirsi di questi termini che riunendosi in Luigi XIV colla frase lo stato son’io

ricordano soltanto che il loro tempo è passato e che senza libertà non c’è avvenire?

Si parla ancora nella penisola di codini e di clericali — e non sono essi giammai le piante parassite nocive alla vita italiana — essi sono rami secchi che il soffio ardente della libertà basta solo a consumare; ma i veri retrogradi in Italia sono coloro che balbettano il sacro nome di libertà e servono a' principi dispotici mascherati sotto la larva di declamazioni demagogiche e di parolone storpiate.

Per buona fortuna a' mali d’Italia ben può soccorrere la virtù italiana ed è ben tempo che il faccia!

§ 25

RIMEDI EFFICACI

Quando una successione di leggi, o quando l’indirizzo governativo intendono a rendere vane le civili libertà e a restringere l’ampia facoltà attiva degli individui e dei gruppi sociali entro la gretta sfera del regolamentarismo

((32)), la società offre un aspetto apatico, indifferente a tutto, il quale, per chi riguarda l’apparenza delle cose, può sembrare uno stato invidiabile di tranquillità e di ordine.


vai su


Per me avviso essere ella una ben pericolosa quiete cotesta. Quando l’ordine sussiste per forza di leggi illiberali, egli è fittizio e per poco si tramuta in disordine; come pure, allorché l’attività cittadina non può rivolgersi a quello sviluppo pieno e libero dal quale dipende la vera armonia sociale, gli è segno che a lavorare altro campo ella si è volta posciaché l’umanità ha per legge provvidenziale il moto incessante e la vita. Ella può ben paragonarsi ai vulcani, che quando cessano di gettar fumo minacciano di erompere lava.

In Italia è spenta ornai quella febbre di vita che porta tutte le giornaliere quistioni all’attrito delle continue discussioni. In Italia non esistono essenze organico-sociali indipendenti e libere. Gravi e dolorose cagioni coteste, di assai tristi effetti! Il cittadino italiano sente ogni giorno più venir meno la propria responsabilità liberale, al lungo gridargli di non dovere essere altro se non se un unitario.

Commessa un’ingiustizia presta era la parola ad avvertire non si protestasse, per timore di recar danno all’unità! — All’atto dispotico del Governo si gridava contro l’opposizione: per Dio! voi dunque volete guastare l’unità nazionale!... Per tale guisa, ingiustizie, dispotismo e silenzio... Sventuratamente avvenne quel che dovea accadere; sette giorni di guerra civile in Palermo!

Ma in Italia ogni rimedio non è ma tardo. E il primo e più grave malanno da curare è l’apatia della cittadinanza. Le riforme della legge elettorale, delle Costituzionali franchigie, saranno opera del tempo e della critica severa. Indispensabile cosa è oggimai il ridare vita propria amministrativa alle provincie storiche. Allora che la conservazione dell’ordine poggerà non sulle baionette di un’armata permanente, ma sull'elemento vero della lotta pacifica, che nasce dal contrasto fra gl’interessi sociali, allora solo vi potrà essere libertà e pace.

A Provincie storiche io chiamo quelle parti d’Italia che hanno per confine il dialetto, le tradizioni e la storia. Rappresentano esse attraverso i secoli le diverse schiatte dell’unico tronco della razza pelasgica, che venne ad abitare la penisola. Or non v’ha dubbio, che, come una nazione ha diritto alla indipendenza politica da qualsiasi altra nazione, una provincia che ha una particolare fisonomia in Uno Stato ha diritto alla propria indipendenza amministrativa, toglier la quale importa lo stesso che atrofizzarne la vita e renderla dolorosa.

Ridate alle provincie storiche tutta quella libertà amministrativa, che loro è dovuta, e voi avrete l’affetto del popolo, il quale vi darà con tutta l’ardenza d’un cuore italiano la nostra tanto vagheggiata unità, poiché egli la comprenderebbe allora non per la teoria ma colla pratica e col bene suo proprio. Né ciò solo. Egli avrà per tale’ guisa la responsabilità di tutta la vita amministrativa che più immediatamente lo riguarda, e il governo si troverà sgravato di tutta la farragine degli affari, e della numerosa coorte d'impiegati, che l’accentramento alla francese gli addossa. Per simil modo, al tempo istesso che si toglie di mezzo la cagione di livore che rende il governo. nemico dei governati, si apre un libero e pacifico campo all’attività cittadina, lasciandola operare apertamente, lo che toglie le cattive conseguenze di un lavoro, ch’ella sarebbe costretta di fare in modo coperto e segreto.

Si adotti con ciò quel gran principio conservatore e progressistico, che il freno della libertà lascia alla libertà medesima; e non se ne tema le conseguenze, poiché la libertà abborre dal disordine brama la luce; mentre il dispotismo, che grida incessantemente ordine,

alletta le cospirazioni e le sommosse.

Un altro importantissimo rimedio sta nel creare i mezzi onde la giustizia sia fatta. E dico bene creare, poiché con l’attuale ordinamento giudiziario la giustizia è una chimera. La magistratura, che subisce l'influenza del potere esecutivo, dal Ministro al brigadiere dei carabinieri, diventa profonda cagione di malessere sociale e contribuisce a screditare il Governo e a farlo cadere sotto il peso di violenti scosse. Egli è di mestieri che gl’Italiani si convincano profondamente di questa verità: finché l’ordine giudiziario starà sottomesso al potere esecutivo, e non potrà elevarsi a dignità d’indipendenza e a decoro di corporazione, la publica sicurezza e l’ordine pubblico

saranno soltanto un’utopia. Dinanzi la magistratura tutte

le colpe sian tratte; poiché allorquando la giustizia si allontanerà dal potere politico, allorché i publici funzionari saranno trattati senza favore a distinzione e come ogni altro cittadino, lo stesso popolo siciliano, tanto avverso alle testimonianze, si convincerà che i tribunali sono un santuario dove si amministra giustizia, principale guarentigia dei diritti individuali e sociali.

Ma non ci vinca a lungo una fatale illusione; per giungere a tanto, ei bisogna por giù le esitanze intorno ab l’esempio imitativo che viene in Italia dalla Francia; bisogna tornare alle patrie tradizioni sull'ordinamento giudiziario; e, quel che più monta, d’uopo è bandire assolutamente quel falso principio governativo, che usa della magistratura come d’un’arma di potere. Finché la giustizia non verrà sorretta da buone istituzioni, vana cosa è lo sperare pace in Italia.

Questi due supremi e vitali rimedi della libertà e della giustizia sarebbe di mestieri che sviluppassi nelle loro più piccole parti. Ma io oso solo accennarli, serbando a}la futura discussione italiana la fecondazione di essi.

Ed eglino bastan soli a recar pace e tranquillità alla vita italiana, e a fecondare i germi d’una nuova grandezza.

E ciò dico in ispecial modo per la Sicilia, per la quale, oltre la restituzione di una propria esistenza amministrativa, e di un’ampia assicurazione del diritto, un altro rimedio, indispensabile egli è bene di proporre. Nota è ornai la gran differenza di prosperità materiale e morale che pone l’isola in ben diverse condizioni di quelle del continente. Niuno oserebbe consigliare all'Italia di intender l’animo a' bisogni economici di quel paese, che ne affermò l’unità nazionale, profondendo in esso i tesori provenienti da gravi e dannose imposizioni. Ma l'Italia ha il dovere di lasciare all'isola i propri mezzi ch’essa possiede per soccorrere da sé, e nel miglior modo possibile allo sviluppo della propria ricchezza, alla cultura della propria intelligenza della quale: è tanto bisognosa. Egli è appunto per questo che io credo indispensabile cosa la riforma della parte economica della legge sulla soppressione delle corporazioni religiose Invece di lasciare che una voragine senza fondo inghiotta tre quarti delle rendite dei beni di manomorta, sarebbe atto di giustizia e di grande sapienza governativa, darli alle provincie storiche come fondo di dotazione per ispingere la pubblica attività e la privata ricchezza.

Cosi solo, a mezzo della provvida libertà, si risvegli il popolo alla vita pubblica, non s’intenda più all'unificazione per curarsi solo dell’unità vera e politica, assicurando la giustizia e rendendo prosperose le risorse economiche. Per tale guisa il Governo italiano potrà sperare la conservazione dell’ordine publico in Sicilia.

Se no sarà mestieri ricorrere o al dispotismo o al socialismo dei quali dissi gli svantaggi gravissimi. So bene che i rimedi ai quali accenno non muteranno a un tratto la società siciliana dovrà par passare alcun tempo perché la Sicilia diventi un paese invidiabile; ma l’umanità progredisce coi secoli quando le fa intoppo il sofisma; corre coi minuti se può muoversi liberamente, ma istantaneamente non muta mai. Vero è bene che nuovi errori potranno essere commessi dalle rappresentanze amministrative delle provincie’ storiche,'ma si avrà ottenuto almeno il grande vantaggio di distogliere il popolo dall’idea che il governo sia causa prima del bene e del male, che viene alle società per forza di umane cose, è si avvezzerà a sorvegliare: impropri interessi e a(:)riguardarli con maturità di senno e di giudizio. Ed allorquando sarà scontento de' suoi amministratori non avrà duopo di córrere alle armi e disfrenarsi all’anarchia, poiché facilmente gli sarà dato mutare le rappresentanze delle quali sarà insoddisfatto, o le chiamerà davanti la magistratura a fender conto del loro operato.

Ecco adunque(:) esposto il trilemma. — La Esilità più che ogni altra parte d’Italia brama pace. Tre modi sono più o meno acconci per assicurarvela: il dispotismo, i vantaggi del socialismo, la libertà e la giustizia. All'infuori di questi tre rimedi non ve n’ha altri, ed è giuocoforza adottare uno di essi con tutte le conseguenze alle quali logicamente conduce.

L’orizzonte dell’avvenire politico della Sicilia si presenta ben fosco alla mente, ove per disavventura continuasse a spirare il vento rovinoso che via ne porta il presente. Continuando il cammino che finora ella ha percorso, io non veggo che il caos, il disordine, la miseria.

Sebbene il vessillo austriaco più non sventoli sulle venete fortezze e il tricolore francese non copra più colla sua ombra il Castel Sant’Angelo — io non veggo senza profondo senso di dolore questo tempo di fatale incertezza che domina come incubo sulla esistenza italiana, per sei anni di pessima amministrazione. Ond’è ben duopo risolversi ed uscir di tanto danno. A che gioverieno mai le glorie e le comuni sventure che dall’Alpi al Lilibeo noi pronipoti degli Osci abbiamo avuto in una non discontinuata mai vita di tanti secoli, se la mancanza di civili libertà e di giustizia mette in pericolo quel fascio glorioso che fu sospiro inesaudito delle più grandi menti italiche, e che ci ha costato cotanti sagrifizì?

Salviamo l’unità d’Italia, rendendo la fede nella libertà agl’Italiani!

FINE

DOCUMENTI

I

COMITATO PROVVISORIO DI PALERMO

Concittadini!

In questi momenti supremi, è mestieri che il paese pensi alla sua tutela. La Guardia Nazionale renderà certamente questo servigio, il governo provvisorio fa ad essa un appello.

Animo «dunque e virtù cittadina. Compatti ai vostri quartieri; il paese è salvo.

Palermo,18 settembre 1866.

Il Presidente

del Comitato provvisorio

II

APPELLO ALLA INTIERA MAESTRANZA DI PALERMO (33).

Cittadini fratelli!

L’attuale stato della nostra città è pienamente conosciuto da tutti né voi potete ignorarlo.

Il Comitato riunito nelle poche ore di sua esistenza ha fatto tutto il possibile a dar cominciamento alla tranquillità del paese.

A questo sacro ed imprescindibile scopo devono concorrere tutte le classi dei cittadini, come cittadini noi tutti siamo.

Voi tutti benemeriti operai, siete nello istesso obbligo e perciò dovete contribuirvi.

Il Comitato chiama tutti i capi di bottega di qualunque siasi mestiere a prestare la loro opera patriottica di cui sopra è parola recandosi immantinente nel Palazzo di Città già del Municipio onde coadiuvare il Comitato ed aversi le istruzioni convenevoli all’uopo.

Il Comitato nudre piena fiducia che per il bene del paese» delle vostre stesse famiglie, delle vostre case e dei vostri stessi interessi commerciali non mancherete a cotanto sacro ed interessante appello.

Palermo, 19 settembre 1866.

Per l’intiero Comitato

Il Presidente provvisorio

Principe di Linguaglossa



III

COMITATO PROVVISORIO DI PALERMO

Il sottoscritto, abilitato dal Governo provvisorio invita i capisquadra a recarsi domani tra le 8 e le IO a. m. al Palazzo di Città col notamento de' loro uomini, ove saranno dal sottoscritto pagati.

Palazzo,19 settembre 1866.

Salvatore Nobile

IV

COMITATO PROVVISORIO DI PALERMO

Il Comitato provvisorio a cui son pervenuti reiterati reclami, che alcuni individui alla spicciolata, dandosi come uomini appartenenti alle squadre si son fatti lecito sotto vari pretesti di salire alquante case di pacifici cittadini, ciò che è una violazione al proprio domicilio, e che costituisce un reato in qualunque siasi tempo ((34)).

Ad impedire tale rilevante disordine, il Comitato incarica rigorosamente tutti i capisquadra a sorvegliare tutti gli uomini di sua dipendenza non solo, ma usare la massima vigilanza sopra qualunque individuo che fosse o no armato, affinché da questo momento in poi. non si sentisse più ripetere il disordine di cui sopra è parola; mentre il Comitato è onninamente deciso a farlo reprimere con ogni mezzo, e facendogli applicare tutto il rigore della legge.

Palermo, 21 settembre 1866.

Per l’intiero Comitato

Il Presidente Provvisorio

Principe di Linguaglossa

V

COMITATO PROVVISORIO DI PALERMO

Appello al Popolo

Concittadini!

La posizione del nostro paese è nota a tutti. Oggi dopo sei giorni di vittorie esso reclama maggiore difesa, difesa che ridonda al comune interesse.

E perciò s’invitano tutti i cittadini di ogni classe a prendere le armi, e correre al compimento dell’altissimo scopo; e ciò non perché manca la forza a sostenere questa suprema lotta, ma perché al bisogno della Patria è dovere d’ogni cittadino apprestare il suo braccio e la stia vita.

Concittadini

L'esperienza ci ha provato ché non mai siete mancati all’appellò della Patria, e sull'altare dì essa rosseggia ancora il sangue dei vostri generosi fratelli.

Fidiamo in vol.

I componenti del Comitato provvisorio, chiamati al popolo

Principe Antonio Pignatelli di Monteleone, Barche Giovanni Riso, Principino di Niscemi, Principe di Rammacca, Principe di Galati, Barone Sutera, Principe di San Vincenzo, Monsignor Gaetano Bellavia, Dr. Onofrio di Benedetto, Francesco Bonafede.

Palermo 21 settembre 1866.

Il Presidente

Principe di Linguaglossa

N. B. I primi nove dichiararono poi che le loro firme erano apocrife.

VI

Sulla voce delle trattative cominciate dal Maggiore Belli, per la resa del Forte Castellammare, mi piace riprodurre alcuni brani di una memoria inedita dello stesso, che varrà a mostrare d’onde quella voce erronea ebbe origine.

«La mattina del 17 cominciarono (gl’insorti) a costruir barricate agli sbocchi delle vie che fronteggiano il Castello. — Col cannone da 32 già posto in batteria quei deboli accrocchi di ceste e gabbie da polli non mi davano pensiero, riflettei per altro che se gl'insorti m’avessero attaccato si sarebbero senza dubbio messi per le case per tirar contro noi. Se ciò accadeva non avrei potuto fare a meno di cannoneggiarli, e Dio sa, quanta povera gente inoffensiva, vecchi, donne e fanciulli ne avrebbero sofferto! — Scrissi dunque poche parole e mandai fuori un ufficiale che accompagnato da banderuola bianca, fatto battere un rullo di tamburo, lesse le parole seguenti;

Il Comandante del Forte di Castellammare, nella dolorosa necessità di dover far fuoco coi cannoni contro le case che circondano il Forte, qualora queste servissero di ricetto agl'insorti, per evitare i terribili danni che ne verrebbero ai pacifici abitanti, fa invito ai medesimi o d’allontanarsi ad altre abitazioni, ovvero a rifugiarsi in questo Forte ove saranno in sicuro. — Dovranno però «portai con se i viveri necessari»

«All’udire il tamburo tutti si fecero alle. finestre, le barricate apparvero piene di armati ed ascoltarono. — Da prima non compresero, ma l’uffiziale (napoletano e pratico del dialetto) spiegò lo scritto in siciliano ed allora tutto il popolo, uomini e donne proruppero nel grido di Viva la Repubblica

». — Ciò non ostante ringraziarono replicatamente agitando i fazzoletti, mostrandosi grati all’invito.

«Qualche ora più tardi si presentò sotto i bastioni un parlamentario. Usci fuori a sentir che cosa volesse ed egli si disse mandato dal Comitato secondario di S. Domenico di cui era. uno dei membri. — D’oggetto della missione era chiedermi una copia dello scritto letto poco prima. Mentre questa copia facevasi entrammo in privato ragionamento, etc. »

Nella stessa memoria trovasi circostanziata la difesa del locale di Sanità Marittima fatta da un drappello del 67° fanteria:

Arrivò da Messina il 5 Battaglione del 67° e sbarcando a Porta Felice, lasciò i bagagli in un piccolo fabbricato ov’è l’Officio della Sanità posto sulla Cala in vista di Castellammare. L’ebbe in guardia il sergente Capoferri con un drappello di 43 soldati. Veduti dagli insorti furono attaccati ma, sebbene in piccolo numero, sostennero valorosamente ed a lungo la difesa finché, mancando loro le munizioni, gridarono ed agitarono i fazzoletti per far segno al Forte. Mandai una barca con una cassetta di munizioni. Giài soldati avevan messo i bagagli in quelle ed in altre barche quando il sergente, viste le munizioni, volle continuar nella difesa, fioche gl ’insorti, disperando d’averli prigionieri, desistettero dal loro intento. Il valoroso sergente venne allora a Castellammare è vi rimase finché non fu ristabilito l’ordine. »

VII

Abitanti della Città e Provincia di Palermo

Una mano di sconsigliati profittando abilmente della soverchia fiducia generalmente riposta nel buon senso e nel patriottismo della gran maggioranza di queste popolazioni, e dell’indulgenza che si è creduta di usare verso una gente inesorabilmente avversa al presente ordine di cose; non che traendo vantaggio dall’assenza della Reale Truppa chiamata a combattere le nazionali battaglie, ha irrotto nel 16 del volgente mese ne’ dintorni e nell’interno di questa Città, tenendovisi in varie posizioni per più giorni, onde abbandonarsi alle depredazioni ed al saccheggio. Tutte le altre città insulari, hanno unanimemente stigmatizzato con un grido di profonda indignazione questi riprovevoli fatti, e la popolazione stessa di Palermo, intendo la parte eletta e civile di essa, non si è resa per nulla solidale dei saturnali di una sfrenata plebaglia.

Invano si è tentato di orpellare siffatte scelleratezze con un nome politico che manca di significato; invano si è loro data una bandiera che l’opinione pubblica non può avere riconosciuto. Il paese ha già pur troppo scorto che nessun partito politico ha diritto a pretendere di essere rispettato per tale, quando i primi atti dalla sua esistenza s’inaugurano in mezzo a palazzi dilapidati,ad innocenti creature affamate, ad incendii e violenze di ogni natura.

Io son deciso fare opera a che forza sia data alla Legge; a che sieno in modo stabile e duraturo guarentite la vita e le sostanze di ogni ordine di cittadini; a che cessi una volta per sempre quello stato di incertezza che inferisce tanto danno a' più vitali interessi del paese, ed arresta l’industria ed il commercio, ed inaridisce le sorgenti della ricchezza pubblica.

Le gravi condizioni della pubblica sicurezza e gli ultimi dolorosi avvenimenti che hanno per più giorni desolato le popolazioni di Palermo e dintorni, rendono indispensabile il ricorrere à rigorose éd eccezionali misure, le quali, per quanto lasceranno incolumi la libertà e l’esercizio dei dritti d’ogni buon cittadino, altrettanto, e più ancora varranno a sgomentare la ribaldaglia ed a prevenire la rinnovazione di fatti cosi deplorevoli ((35)).

La necessità di aggravar la mano su’ malandrini non mi farà però venir meno al debito d’informare i miei atti ad intiera giustizia. Al di sopra di ogni passione partigiana, io mi propongo di far cesare definitivamente ogni causa più o meno diretta di esiziali oscillazioni dell’ordine pubblico, di quel mal essere artificiale che ha pesato come un incubo, e da gran tempo, su questa cittadinanza. Il paese ha bisogno di tranquillità solida e perenne — e l’avrà — tanto pe’ mezzi di cui dispone il Governo, quanto pel concorso efficace e sincero di tutti gli onesti.

Così avrete dimostrato anche questa volta, che i conati della reazione, per quanto si appoggino su gli osceni connubii col malandrinaggio, colla camorra, e con tutte quelle altre degradazioni della dignità umana, che furono il retaggio d’un secolare dispotismo, non riescono che a sempre più rinsaldare la fede delle popolazioni nelle nostre libere istituzioni, e a rinfiammare nella coscienza pubblica l’odio e lo sprezzo per un sistema d’immoralità e di perfidia già travolto nella ruina di una abborrita dinastia.

Il Luog. den. Comand. dalla forza Militare in Sicilia R. Comm. Straord. per la Provincia di Palermo

Raffaele Cadorna

II Luogotenente Generale Comandante della forza Militare dell’Isola di Sicilia, R Commissario Straordinario con ampii poteri per la Città e Provincia di Palermo;:

In virtù delle facoltà conferitegli con Regio Decreto dei 18 mese volgente;

Attese le gravi condizioni della Pubblica Sicurezza nella Città e Provincia suddetta, e la necessità di immediatamente ristabilirla,


vai su


Proclama

1. La Città e Provincia di Palermo sono oggi stesso dichiarate in istato di assedio.

Per editti speciali si provvederà al divieto assoluto degli assembramenti, al disarmo e a quanto altro potrà essere reputato necessario nell’interesse della sicurezza interna dello Stato.

2. Sono applicabili per la Città e Provincia summentovate e rispettivi territorii gli articoli 226, 231, 521, e 522 del vigente Codice Penale Militare.

Tutte le Autorità Civili e Militari sono chiamate ad eseguire nel limite delle proprie attribuzioni le prescrizioni contenute nel presente editto.

Palermo, 23 settembre 1866.

Il Luog. Gen. Comand. della forza Militare in Sicilia

R. Commissario Straordinario

RAFFAELE CADORNA

VIII

IL LUOGOTENENTE GENERALE COMANDANTE LE TRUPPE DI SICILIA, 
REGIO COMMISSARIO PER LA CITTÀ E PROVINCIA DI PALERMO

In virtù delle facoltà conferitegli con Regio Decreto del. 18 mese volgente; ‘

Visto l'Editto da Lui emanato nel giorno 23 mese suddetto con cui si è proclamato lo stato di assedio per la Città e Provincia di Palermo

Decreta:

Art. 1. È ordinato l’immediato generale disarmo nella Città e Provincia prementovate.

Art. 2. I detentori di armi di qualunque specie dovranno farne la consegna, per la Città di Palermo entro tre 12 giorni dalla pubblicazione del presente Decreto, presso le rispettive Ispezioni di Sicurezza Pubblica, per tutti gli altri Comuni della Provincia entro sei giorni dalla suindicata pubblicazione, presso gli Uffici locali di Pubblica Sicurezza.

Art. 3. È pure inibita la esposizione, e la vendita di qualunque specie di armi offensive: i venditori saranno tenuti alla consegna prescritta dall’articolo precedente.

Art. 4. Restano sin da ora revocati tutti i permessi di porto d’armi rilasciati da qualunque Autorità Politica della Provincia, con doversene fare la consegna nei tempi e nei modi descritti nell’articolo 2.

Art. 5. I contravventori al disposto del presente Decreto saranno arrestati, e passibili delle pene comminate dalle Leggi a mente del precitato Editto del 23 di questo mese, non esclusa la pena della fucilazione ((36)).

Art. 9. Le Autorità Politiche e Militari della Provincia di Palermo sono incaricate della esecuzione del presente Decreto.

Palermo, 24 settembre 1866.

Il Luogotenente Generale

Comand. le truppe di Sicilia Regio Commissario

Raffaele Cadorna

IX

Il Luogotenente generale Comandante le truppe di Sicilia Regio Commissario Straordinario per la Città e Provincia di Palermo.

In virtù delle facoltà conferitegli con Regio Decreto del 18 mese volgente:

Visto l'Editto da Lui emanato nel giorno 23 mese Suddetto con cui si è proclamato lo stato d’assedio per la città e Provincia di Palermo:

Riconosciuta la necessità di evitare che nelle ore notturne i malfattori profittando del numeroso accalcarsi delle persone pelle pubbliche vie sfuggano alle ricerche degli Agenti della forza pubblica o facilmente possano perpetrare reati.

Decreta:

1. Dalle 6 p. m. d’ogni giorno sino alle 6 a. m. del giorno successivo non è permesso di uscire fuori della città di Palermo senza una carta di circolazione che dovrà essere rilasciata dalle rispettive Ispezioni di Sicurezza Pubblica, e rinnovata volta per volta.

2. Non sarà permesso nelle ore indicate nel precedente articolo qualsivoglia riunione od assembramento di più di tre persone.

3. Le persone assembrate saranno tenute a sciogliérsi al primo invito orale degli Uffiziali ed Agenti di S. P.

4. Resistendo all'invito si procederà immediatamente all’arresto di chi non vi abbia ottemperato, salvo a promuovere in suo danno regolare procedimento secondo i casi e la gravità delle circostanze.

5. Tutte le Autorità Politiche e Militari della città di Palermo sono incaricate della esecuzione del presente Decreto.

Palermo, 24 settembre 1866.

Il Luogotenente Generale

Comand. le truppe di Sicilia R. Commissario

Raffaele Cadorna

X

IL QUESTORE DELLA CITTÀ E CIRCONDARIO DI PALERMO

Visto l’Editto emanato nel 23 mese volgente da S. E. Luogotenente Generale Comandante delle truppe dell'Isola, Regio Commissario per la Città e Provincia di Palermo.

Determina:

1. Entro tre giorni dalla pubblicazione della presente Ordinanza, tutti gli abitanti di questa Città sono tenuti a depositare presso le rispettive Ispezioni di Sicurezza Pubblica gli oggetti di qualunque natura provenienti dal saccheggio fattovi dalle bande armate e dalle squadre, nel tempo decorso dalla mattina del 16 a tutto il giorno 23 di questo mese.

2. Saranno tenuti del pari a depositare presso gli uffici indicati nel precedente articolo gli oggetti pur sopra descritti, in qualunque modo sieno lor pervenuti o possano pervenirgli nei giorni successivi.

3. Dalla Ispezione consegnataria di quegli oggetti sarà rilasciata ampia quietanza.

4. 1 contravventori al disposto della presente Ordinanza, oltre le pene in loro danno comminate dal vigente Codice penale, potranno essere passibili di quelle dipendenti dal precitato Editto del 23 di questo stesso mese, e ritenuti complici nel saccheggio fatto dalle bande armate e dalle squadre, ove perquisite le rispettive dimore vi si rinvenissero oggetti della specie e provenienza descritte nella presente Ordinanza.

Palermo, 24 settembre 1866.

Il Reggente la Questura

Pietro Biundi

XI

Il Luogotenente Generale Comandante le truppe dell’Isola, R. Commissario per la Città e Provincia di Palermo.

In virtù dei poteri conferitigli col Regio Decreto del 18 mese volgente;

Visto l'Editto del 24 mese sopradetto da lui emanato, e col quale è stato proclamato per la Città e Provincia di Palermo lo stato di assedio;

Vista la legge 4 marzo 1848;

Vista la proposta innoltrata dal Comandante della G. N. di questa Città con nota del 23 stesso mese con cui ne provoca lo scioglimento e il disarmo immediato,

Considerando che la condotta da essa tenuta nei dolorosi avvenimenti che hanno in questi ultimi giorni contristato il paese, non è stata all’altezza della missione affidata ad una istituzione, che è la salvaguardia delle no sire libertà e la guarentigia dell’ordine; e ciò per non essere ancora organizzata a mente della precitata legge 4 marzo 1848 e Regio Decreto del 13 maggio 1866, n. 2928.

Decreta:

1. La Guardia Nazionale di Palermo è sciolta, e sarà ricostituita a tenore delle leggi sopra citate.

2. Entro quattro giorni dalla pubblicazione del presente Decreto ogni milite e graduato è tenuto fare la consegna delle armi presso le sedi delle Commissioni che verranno stabilite con altro Decreto di pari data.

Palermo, 26 settembre 1866.

Il Luogotenente Generale

Comand. le truppe di Sicilia R. Commissario

Raffaele Cadorna

XII

Il Luogotenente Generale Comandante le truppe in Sicilia, R. Commissario per la Città e provincia di Palermo.

In virtù dei poteri conferitigli col Regio Decreto del 18 mese volgente;

Visto il Decreto da lui emanato oggi stesso con cui ordina lo scioglimento della Guardia Nazionale di questa città; e il disarmo immediato di essa;

Visto Part icelo 9 del Decreto citato nel precedente articolo,

Dispone:

1. Le armi dei militi e graduati della Guardia Nazionale disciolta, saranno depositate nei locali segnati in calce.

2. In ognuno dei locali medesimi risiederà per tutto il tempo stabilito per la consegna delle armi, una commissione presieduta da un assessore delegato dal Sindaco, e composta da due notabili scelti dal Sindaco stesso, da un Delegato di P. S., e da un Uffiziale dei Reali Carabinieri.

3. Le armi verranno depositate presso le rispettive Commissioni rilasciandosene da esse la corrispondente ricevuta.

4. Le Commissioni, spirato il termine stabilito per la consegna delle armi, stenderanno un analogo processo verbale in cui verranno designati in complesso il numero e la specie delle armi ricevute in consegna.

Palermo, 29 settembre 1864.

Il Luogot. Gen. Comand. delle truppe in Sicilia

Regio Commissario

Raffaele Cadorna

XIII

Il Consiglio Comunale di Palermo riunitosi in seduta straordinaria, il 24 settembre 1866 ha preso ad unanimità le seguenti deliberazioni:.

Il Consiglio

1. Dà un voto ài fiducia alla Giunta Municipale — Applaude alla virtù cittadina di che ha dato prova nelle fatali emergenze, di cui Palermo è stato testimone e vittima. E dichiara di avere ben meritato dal paese.

Dolente de' danni materiali recati al Sindaco li dichiara danni della Città.

Questa prima deliberazione fu presa sotto la presidenza dell'Assessore anziano cav. Trigona Mandrascati, essendosi il Sindaco ritirato dalla sala del Consiglio, per ingiunzione del Consiglio medesimo. I componenti la Giunta si astennero dal votare.

2. La Città di Palermo ha protestato coi fatti, ed ora protesta per mezzo della sua rappresentanza contro l’invasione di un’orda selvaggia che a pretesto politico tentò volgere il paese in campo di rapine e di saccheggiamenti.

Rende grazie a' prodi dell’esercito Nazionale che hanno salva la causa dell’ordine e della libertà dagli orrori dell’anarchia.

È dolente che un’insurrezione di ribaldi abbia costato un sangue nobile e generoso.

Invita la Giunta Municipale a farsi mterpetre de' sentimenti della Città presso i rappresentanti il Governo del Re.

3. Apre provvisoriamente un credito straordinario di Lire 200,000 per provvedere alle spese urgenti onde riparare i guasti fatti al paese, al Palazzo di Città ed agli Uffici Comunali non che per le spese sanitarie che nelle attuali emergenze sono indispensabili.

Palermo, 24 settembre 1866.

Conforme all’originale

Il Segretario del Municipio

A. Onufrio

XIV

Il Consiglio Comunale, il 10 ottobre, riunito numerosissimo ((37)), votava all'unanimità

le seguenti deliberazioni:

1.

«Il Consiglio:

«Considerando che le luttuose emergenze che conturbarono Palermo negli scorsi giorni di settembre han motivato bene a ragione per parte del regio Commissario la proclamazione dello stato d’assedio in tutta la Provincia, e la creazione di Tribunali militari straordinari per la pronta punizione dei malfattori.

«Considerando che una efficace ed esemplare repressione degli odiosi attentati commessi contro l’ordine sociale le persone e la proprietà è oramai la sola via per ristabilire una volta il prestigio dell’autorità e la pubblica sicurezza, che da sei anni si anela invano da tutti i buoni ed onesti cittadini.

«Considerando che l’azione energica della autorità debbe altresì estendersi alle speciali località della provincia in cui le piaghe non sono troppo appariscenti in distanza.

«Fa voti perché il governo del re persista nei mezzi eccezionali traducendoli in atto al più presto col disarmo generale effettivo, e con la pronta attivazione dei Tribunali militari localizzati anche nei punti ove più è urgente farne sentire l’azione immediata e locale, e riesca cosi una volta e compiutamente a ridonare a questa afflitta Provincia l’ordine e la sicurezza, primi elementi d’ogni civile ordinamento e dello svolgimento d’ogni prosperità.

2.

Proposta dal Sindaco;

«Alla vedova del capitano Bruni morto combattendo in difesa del Palazzo Municipale è accordata una pensione uguale al soldo ch’egli godeva, dedotta però la pensione governativa — In caso di morte o di seconde nozze la sudetta pensione passerà al figlio per goderne sino agli anni ventuno ((38)).

3.

«Il Consiglio si associa per lire 1000 alla sottoscrizione a favore de' soldati feriti e delle famiglie de' militari morti negli avvenimenti di Palermo. »

XV

Al seguente dispaccio del 25 settembre:

«Commendatore Rudini Sindaco — Palermo.

«Il Governo, informato della intrepidezza colla quale Ella in compagnia del Prefetto Torelli si adoperò a resistere quanto poteva alla prima insurrezione delle bande in Palermo, a mantenere l’autorità durando nella resistenza, le ne esprime la sua soddisfazione come ha bene meritato dalla sua Città e dall’ordine pubblico.

Ricasoli

Il Sindaco rispose.

«Ho fatto il debito mio — Ringrazio la S. V. Ill.ma del cortese dispaccio. »

XVI

Sulla proposta del Ministro della Guerra, S. M. si è degnata d’insignire il Sindaco di Palermo Antonio Marchese di Rudini della medaglia d’oro al valor militare; e sulla proposta del Ministro dell’Interno gli ha conferito il grado di Grande Uffiziale dell'ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.

(Giorn. di Sicilia)

XVII

«Palermo, 28 settembre 1856.

Illustrissimo sig. Sindaco,

«Ora che la G. N. di questa città è disciolta, e che S. E. il R. Commissario Straordinario mi consente di recarmi nel Continente a visitare la mia famiglia, io mi affretto a rimettere nelle vostre mani le bandiere della G. N. che potei salvare dalla depredazione dei malandrini.

In questa circostanza credo mio obbligo esternare la mia più sentita gratitudine alla S. V. che con tanto coraggio e sangue freddo affrontava nelle contrade le palle dei malfattori qual vecchio soldato, alle poche e brave Guardie Nazionali che ci seguirono, ed ai coraggiosi cittadini che proposero ed eseguirono le importanti sortite.

«Questo sentimento di gratitudine rimarrà indelebilmente impresso nel mio cuore, poiché solo per l'opera vostra e dei pochi che rimasero con me alla difesa del Municipio io posso dire anche in questa circostanza di avere onoratamente adempiuto al mio dovere.

«Sicuro che la S. V. Ill.ma vorrà gradire i sentimenti della più alta stima e considerazione, mi pregio dirmi

«Divotissimo — Gabriele Camozzi

Generale Comand, la G. N. di Palermo

«Ill. Signore,

«La S. V. allontanandosi da Palermo non ha voluto separarsi da me senza consegnarmi le bandiere della Guardia Nazionale che ha gelosamente custodite e, con scarsi compagni, gagliardamente difeso.

«Ma oggi che la Guardia Nazionale è sciolta, queste bandiere altro non sono che un ricordo ed una memoria. Ed io voglio offrirgliene una, acciocché le rammenti quei pochi, ma intrepidi e valorosi che dal suo fianco non si staccarono mai quando maggiore era il pericolo; acciocché le rammenti coloro che, seguendo il suo nobile e coraggioso esempio, seppero conservare illeso l’onore e adempiere ad un dovere che fu tanto difficile e doloroso quanto è grande e sincera la gratitudine della onesta cittadinanza.

«Ponga fede infine nell'affettuosa stima del

«Suo amico

A. ’Rudinì. »

«Palermo,30 settembre 1866. »

XVIII

Ai cittadini che iniziarono la sottoscrizione per elevargli un busto marmoreo il Sindaco rispose:

Palermo, 4 ottobre

Albergo della Trinacria.

«Ill.mo Signore,

«Alcuni cittadini proposero di elevarmi un busto in marmo, ed alcuni altri risposero a questa proposta con una sottoscrizione che la rese possibile.

Mi si permetta ora di domandare il perché di questa non ordinaria onorificenza. Io dico senza modestia che il mio dovere l'ho fatto. Ma aggiungo con profonda convinzione eh'io non merito tanto. Perché dunque tributarmi onori che a me non competono? Sarebbe ridicolo s’io mi sentissi offeso di una dimostrazione di stima ed affetto, ma è possibile accoglierla di buon animo quando si sente d'esserne indegno?

Se si vuole onorare un cittadino e additarlo ad esempio si scelga Cotone di Castelnuovo che fu troppo lungamente dimenticato.

È in lui che può senza esitanza onorarsi una vera virtù ed un uomo grandemente benefico. La prego, signor Direttore, di dare pubblicità a questa lettera, e se la contribuzione sarà destinata all’uso ch'io propongo m’iscriva per cento lire.

Suo Obb.mo — A.

Rudinì.

All'Ill.mo sig. Direttore del Giornale di Sicilia.

XIX

Tabella numerica delle perdite sofferte dalle truppe di terra e di mare nei moti di Palermo dal 16 al 22 settembre 1866

CORPI UFFIZIALI BASSAFORZA Totale perdite ufflz. e bassof.
morti feriti mancanti Totale morti feritimancanti Totale
10° Batteria dell’8(0) Reggim. fant. 1 2 3 3
10° Reggim. Granat. temporaneo 5 5 10 12 51 5 68 78
8b° Reggini, fant. tempor. 1 1 3 6 8 18 19
Deposito del 69° Regg.fan. 1 1 1 12 7 20 21
Deposito del 7° idem. 1 1 1 5 6 7
Carabinieri Reali 9 4 13 13
24° Battaglione Bersag. 4 4 6 28 34 38
31° Idem 3 21 24 24
53° Reggimento fanteria 1 1 3 21 30 31 (39)
54° Idem. 8 8 8
5° Battag. del 19° Reggim. Fant. 3 3 2 10
12 15
5° Idem del 51° idem.
1 7 8 8
REGIA MARINERIA
Re di Portogallo 1 1 1 14 15 16
Principe Umberto 2 2 14 1 15 17
Maria Adelaide 1 11 12 12
Gaeta 1 1 7 7 8
Duca di Genova 2 2 4 4 6
Garibaldi 3 3 3
Carlo Alberto 1 3 4 4
San Giovanni 1 1 1
Totale 7 20 27 46 235 24 305 382

vai su


N. B. Non trovansi comprese nella presente Tabella le perdite che siansi avute dai distaccamenti di truppa nella Provincia di Palermo.

XX

TOLTI DAL LIBRO ROSSO

Firenze, addì 1 agosto 1866.

Al Prefetto —

Palermo.

Prego dirmi d’urgenza se per provvedere condizioni sicurezza pubblica cotesta provincia, che dai rapporti ricevuti sembrano abbastanza gravi, siavi bisogno di altri delegati, se d’ordinare in distaccamento delle guardie nazionali, e altri provvedimenti somiglianti. Piacciale di far subito all'uopo proposte precise, essendo Ministero determinato adoperare tutti i mezzi possibili per la tutela della pubblica sicurezza.

Ricasoli

Firenze, 1 agosto 1866

Al signor Prefetto di Palermo.

Secondo proposta contenuta sua nota 27 luglio prossimo passato Ministero l’autorizza spedire Ustica 150 detenuti prescegliendo tra essi che siano colpiti maggiori prevenzioni per domicilio coatto, e che siano ritenuti come più pericolosi pubblica sicurezza.

Ricasoli

Firenze, addì 20 agosto 1866.

Al Prefetto

— Palermo

Rapporti carabinieri annunziano ricatti commessi vicinanze Cristine, da banda 40 malfattori, dei quali sette rimasti in potere forza in seguito conflitto.

Prego riferire particolari conflitto con nomi agenti forza pubblica che sonosi distinti e dirmi se arrivato rinforzo truppa per più energica persecuzione malfattori.

Ricasoli.

Firenze, addì 21 agosto 1866.

Al Prefetto Palermo

A seconda suoi desideri domani partiranno cotesta provincia due battaglioni soldati per rendere più attiva e sicura persecuzione bande malfattori.

Ricasoli.

Dal Ministero della guerra a quello dell'Interno.

21 agosto 1866 (ore 15.)

Ministero non approva invio Palermo allievi carabinieri, quindi formeremo subito colà due battaglioni di fanteria.

Da Palermo, 22 agosto 1866

Il Prefetto al Ministro

Diversi renitenti e disertori di essere disertori mi fecero sapere di essere disposti a presentarsi, ma volere un’assicurazione che saranno raccomandati alla clemenza sovrana Ho d'uopo poter dire che ne ho l'assicurazione del Ministero. L'effetto sarebbe grande e favorevole. Vi ha un precedente al tempo del commissario Monale.

Torelli.

Firenze, addì 22 agosto 1886.

Al Prefetto Palermo

Il Governo autorizza il Prefetto Palermo a promettere di raccomandare i renitenti e i disertori alla clemenza sovrana quando si presentino spontanei.

Ricasoli.

Firenze, 17 agosto 1866.

Al signor Prefetto di Palermo

Ho letto con profondo dolore la relazione della S. V. Illustrissima intorno allo scoppio della polveriera del Monte Pellegrino, e se come cittadino avrò l’animo lungamente aggravato dal pensiero di tanto disastro e dalla sorte miseranda toccata a 24 persone, o preda delle fiamme, o vittime dei crollati edilìzi, come ministro mi sono però non poco confortato alle assicurazioni dalla S. V. ricevute, che funzionari ed agenti del Governo abbiano tutti gareggiato di zelo, di abnegazione e di coraggio in così grave momento.

Le proposte che promette di avanzare la S. V. al Ministero sui funzionari, agenti dell’autorità, o privati cittadini, di umile o d’alto grado che fossero, i quali ebbero a segnalarsi maggiormente alla stima del pubblico ed alla considerazione del Governo, il sottoscritto le attende con premura, essendo suo intendimento di non lasciar mai inosservato alcun fatto di abilità o di valore, di pubblica carità o di straordinario patriottismo, capace di poter essere esempio insigne di emulazione nell’interesse del pubblico servizio. Ma non basta, per rispondere interamente ai nostri doveri in presenza di una cosi grave e cosi straordinaria sventura, che siano immediatamente considerati dall’autorità coloro che mostraronsi capaci di far sacrifizio delle loro persone nello interesse della salute del paese; è necessario che sia pure rivolta l’attenzione della S. V. Ill. ma, ed, occorrendo, anche quella del Ministero, sulle famiglie di quei miseri che incontrarono la morte in si improvviso disastro. Quelle famiglie che avran perduto chi procacciava ad esse il giornaliero sol stentamente della vita, bisogna ché trovino nell’autorità una mano soccorrevole che valga a riarzarle, sia con momentanei sussidi fino a che non abbiano trovato una sicura occupazione, sia preferendo alcuno dei superstiti di quelle misere famiglie a quei lavori nei quali si occupavano gli estinti, sia trovando altro modo di soccorso, per evitare il pericolo che dopo la perdita dei loro cari avessero da restare desolate da una seconda sventura, quella cioè di non avere ancora di che campare la vita.

Ciò osservato nei riguardi di umanità verso le famiglie degli estinti, importa poi al Ministero di conoscere al più presto la vera origine di un si grave avvenimento; e tanto maggiormente gli importa, in quanto che da particolari informazioni sarebbe assicurato di essere altri incendi avvenuti in altri luoghi della città, e di essersi pure nei trascorsi giorni osservato qualche segnale di segreta concitazione nel così detto partito autonomista. Taluni soggetti che. sono in voce di rappresentanti di un tale partito avrebbero primeggiato nelle elezioni provinciali, e di ciò la pubblica opinione si sarebbe, a quel che dicesi, alquanto preoccupato ((40)).

Aspettandosi il Ministero più ragguagli sulla verità ed importanza degli altri incendi, e sulla loro possibile connessione col disastro in esame, come sulla verità ed importanza de' risultati che diconsi riportati dal partito autonomista nelle ultime elezioni, e manifestandole su tale proposito il suo desiderio d’essere sollecitamente informato con speciali rapporti in ogni occasione di fatti somiglianti, atti a rivelare le successive modificazioni dello spirito pubblico, o meritevoli altrimenti della superiore attenzione del Governo, il sottoscritto si raccomanda viva mente alla S. V. Ill. ma perché la più oculata, la più scrupolosa, la più sollecita investigazione sia portata sulle cause dello scoppio della polveriera, di quella polveriera che, comunque collocata con assai poca prudenza presso l’abitato, è pur d’uopo ritenere che fosse stata abbastanza garantita con opere esteriori se tanti comandanti militari e tanti prefetti si avvicendarono nell’amministrazione di cotesta provincia senza darsi un pensieri di quel deposito di polvere in una posizione somigliante.

Sicuro che la S. V. Ill. ma vorrà apprezzare la gravità dei miei dubbi, e la necessità di trovare ai medesimi una pronta soluzione, sicché sia evitato il pericolo di quegli allarmi che sono sempre compagni delle sventure rimaste nel mistero, ed il paese o abbia a veder segnalati alla giustizia penale gli autori di tanto reato, o a rassegnarsi nella sicurezza di una in volontaria sventurati sottoscritto si aspetta su di ciò un preciso rapporto, che quanto più sollecito, tanto sarà ancora per riuscirgli più grato.

Il ministro — Ricasoli.

Firenze; 27 agosto 1866.

Ill. mo sig. Prefetto di Palermo

Il Ministero della guerra, al quale si comunicarono gli schiarimenti dati dalla S. V. Ill. ma con la nota di Gabinetto del 21 corrente, numero 801, di non essere cioè fino a quel giorno pervenuti costi gli 800 uomini di truppa regolare, necessari per rinforzare cotesta guarnigione, con nota del 25 corrente fa conoscere che effettivamente le truppe di Sicilia furono aumentate di 400 uomini ed anche più, avendo ordinato cotesto comandante generale del dipartimento militare di mobilizzare quattro compagnie di deposito.

Quanto agli altri 400 per raggiungere il promesso numero di 800 uomini, il ministero della guerra non ha potuto spedirli costì, perché i piroscafi, che da queste provincie vanno a Palermo, toccano Genova e Napoli, e quindi i loro sbarchi sono soggetti alla contumacia 15 giorni, come alla S. V. Illustrissima è ben noto.

Ma alla prima occasione di un piroscafo che parta da Livorno per codest’isola in libera pratica, sarà imbarcato il rinforzo promesso.

Tanto il sottoscritto si pregia partecipare alla S. V. Illustrissima per opportuna sua norma.

Ricasoli

Firenze,27 agosto 1866.

Al Prefetto di Palermo

Ho letto con vivo compiacimento suo telegramma oggi, e sono sicuro sua sagace energia, riuscirà sollevare pubblici sicurezza cotesta provincia. Si compiaccia riferire subito rivelazioni malfattore arrestato, e sia certo che fra pochissimo tempo le giungeranno quattro altri battaglioni truppa regolare.

Ricasoli

Firenze, 28 agosto 1866.

Al Prefetto di Palermo,

Sue prevenzioni di dolo per incendio Ficuzza fanno sospettare egualmente doloso incendio avvenuto scorsi giorni, e quindi è d’uopo di tutta la sagacia autorità pel sollecito scoprimento colpevoli. Altre truppe già spedite, dica se abbisogni altri provvedimenti Ministero per riuscire dispersione malfattori.

Ricasoli.

Da Ancona, 29 agosto 1866.

Notte 27 al 28 partiti piroscafi Piemonte

e Washington

con parte del 8 reggimento granatieri. Giorno 28 partiti piroscafi Marco Polo e Colombo

col resto dette reggimento diretti Palermo.

A. Strada.

Firenze, settembre. 1866.

Al signor Prefetto di Palermo,

Dica se opportuno spingere alla persecuzione de' malfattori anche squadriglie paesani, a piedi,o a cavallo, scelti convenientemente, e mescolati carabinieri o soldati, con alla testa uffiziali pubblica sicurezza. — All'affermativa, faccia sue proposte, anche per telegramma.

Ricasoli.

Da Palermo,4 settembre 1866.

Squadriglie già organizzate due circondari germini e Cefalù, ed ora si stanno organizzando Palermo e Corleone, come da relazione che manderò.

Rapporto al generale Righini havvi in corso una mia nota, che coincide coir domanda fatta.

Torelli.

Firenze, & settembre 1866.

Al signor Prefetto di Palermo,

Ministero guerra non potrà prima di altri 15 giorni spedire altro rinforzo truppa. Soprasoldo però soldati distaccati servizio straordinario da parte del Ministero interno è pronto. Vegga allora se con forza attuale, soldati linea, carabinieri, guardie sicurezza pubblica, paesani armati non possa tentarsi sforzo energico, che valga in pochi giorni finirla con bande malfattori. — Cosi sarebbe soddisfatto ad un tempo alle esigenze di cotesta popolazione, a' desideri vivissimi del Governo, ed al nostro comune amor proprio, con l’immediato ristabilimento della pubblica sicurezza.

Ricasoli

Firenze 10 settembre 1866.

A. S. E. il Ministro della Guerra,

Il rapporto del generale comandante il dipartimento di Palermo,che cotesto Ministero si è compiaciuto di comunicare con la nota di ieri, n. 2241, lungi dal rivocarla in controversia, conferma maggiormente la opportunità di una operazione militare, che si assomigliasse a quelle già dirette e sostenute dai generali Govone e Medici, per riuscire alla più sollecita dispersione dei malfattori. Il prefetto medesimo della provincia di Palermo dicendosi interamente d’accordo col generale comandante della, divisione militare di Sicilia, insiste ancora una volta sulle proposte di cui tratta la nota della S. V. Illustrissima, ed insiste perché la forza militare della provincia sia portata almeno a 5000 soldati.

Per fermo, secondo il quadro trasmesso dal prefetto, e che si alliga in seno alla presente con preghiera di restituzione, il generale Righini non avrebbe oggi a sua libera disposizione che appena 1000 uomini, coi quali non è possibile divisare alcun servizio di persecuzione contro una quantità di malfattori, che si calcola approssimativamente al di là di 13000, e che possono imperversare su di una larga estensione di terreno.

Se quello adunque che si osserva dal signor generale Righini è vero, e se è impossibile che egli prendesse parte con la desiderata alacrità alla dispersione delle bande con una forza inferiore a quella domandata, e che della metà,minore della, forza già una volta comandata da Medici, è assolutamente indispensabile che cotesto Ministero della guerra provveda al più presto al domandato rinforzo.

Diasi del resto o no facoltà al generale Righini di dirigere un servizio somigliante a quello di Medici, questo è certo però che in Palermo, anzi in tutta la Sicilia, vi ha bisogno di forza, e se la forza non è mandata sollecitamente l’animo mi presagisce che avremo l’un giorno o l’altro a deplorare qualche grave sventura, per cui saremo obbligati di spedire concitatamente una quantità di soldati molto maggiore dell’attuale bisogno, senza poter riparare ai danni già avvenuti e capaci di costituire una seria responsabilità, morale a carico del Governo. Io veggo infatti in brevissimi giorni quattro incendi diversi dolosamente scoppiati nell’interno della città, e. l’ultimo di essi durato per 10 ore; ed una volta che il dolo è indubitato, come si annuncia dall’autorità locale,, non posso a meno d’inferire che un segreto lavoro di agita? zioni reazionarie siavi nell’interno della città, allo scopo di abbattere sempre più gli animi degli onesti cittadini, di sommovere i tristi a subugli, e rendere ad un tempo più numerose e spaventevoli le scorrerie dei malfattori.

Io veggo vari agenti della forza pubblica uccisi in conflitto coi malfattori, non solo nella provincia di Palermo, ma in altri punti dell’isola. Io veggo un delegato di sicurezza pubblica ferito a morte per un agguato tesogli poco lontano da Catania, e mentre era seguito da una numerosa compagnia di amici, non senza la presenza di alcuni agenti della forza pubblica. Io veggo, pei telegrammi che incessantemente pervengono al Ministero, lo stato di preoccupazione morale in cui si trovano in ogni provincia della Sicilia le autorità politiche pel solo lontano pericolo della invasione del colera... e da tutte a coro non altro si domanda che forza militare, e gli uffizi di richiesta di soldatino di rimostranza indarno aspettata, sono per la forza gran parte della corrispondenza ufficiale con quell'isola .So ,0981

Veda adunque la S. V. Ill.ma quale peso ogni giorno ci si aggrava sugli omeri per le sue condizioni della sicurezza pubblica della Sicilia che ogni giorno si incalzano maggiormente, ed a quale responsabilità può l’un dì o l’altro trovarsi esposto il Governo, a noi sopratutto ministri dell’interno o della guerra ai quali principalmente incombe di provvederne.

Che si mandi adunque in Sicilia una competente quantità di soldati, prendendola donde ne sia più facile la spedizione, è la preghiera che io le rivolgo. Né le quaranttene sanitarie debbono menomamente arrestarci dal provvedere in questa guisa, poiché apparecchiati che saranno, sia a Livorno, sia ad Ancona, i soldati da dover essere spediti in Sicilia , sarà facile di prendere dei concerti sul modo di fare scontare la contumacia , e si vedrà se sia meglio di ordinarla a bordo dei medesimi legni o in uno dei lazzaretti più prossimi al luogo della partenza, quando pure non fosse dato di far partire in libera pratica, con certe determinate cautele, i vapori di trasporto della truppa anzidetta.

Il Ministro – Ricasoli.

Firenze, 18 settembre 1866.

Istruzioni pel Luogotenente Generale Cadorna, Comandante delle forge militari dell’isola di Sicilia Commissario straordinario con ampli poteri pel riscaldamento della pubblica sicurezza.

Tutte le autorità politiche e militari saranno poste sotto la di lui dipendenza, e;sarà prima loro cura di ordinare e far eseguire l’arresto di tutti i camorristi e di tutti i sospetti di connivenza, con la banda dei malfattori o coi sediziosi — Provvedendo opportunamente la legge del 17 maggio 1866, sia allo arresto dei conniventi co’ briganti, sia a quello delle persone principalmente sospette, di voler attentare all’unità dello Stato, non sarà bisogno di altre proclamazioni in forma eccezionale.

Contemporaneamente allo arresto dei camorristi e delle principali persone sospette, un altro opportuno provvedimento di urgenza pel ristabilimento della pubblica sicurezza: sarà il disarmo generale della città di Palermo e di tutti i comuni, nei quali si ritenga di avere avuto i malfattori, più facili aderenze; ed anche per questa parte senza bisogno dì dichiarazioni di facoltà eccezionali, bai starà un bando o provvedimento speciale col quale, avuto riguardo alle gravi condizioni della pubblica sicurezza, siamo invitati tutti i cittadini indistintamente a consegnare fra tre giorni tutte le armi dai fuoco, pistole e fucili, di lunga o di corta misura, di chi si trovino possessori, dichiarandosi da quel momento ritirate tutte te licenze di asportazione di armi che mai si fossero rilasciate dall’autorità politica. Scorso il termine di tre giorni, le autorità politiche e militari sorprenderanno te abitazioni delle persone indiziate di detener le armi in oltraggio del provvedimento militare, sequestrando le armi che saranno per ritrovarsi, e traendo in arresto i detentori ((41)).

Un altro bando od ordinanza con cui il commissario straordinario vietasse formalmente ogni attruppamento pereto vie sarà pure importante; e nel pubblicarlo si accennerà egualmente alla gravità delle condizioni della pubblica sicurezza, e quindi si prescriverà che in caso di attruppamento le persone assembrate, che al primo invito delle autorità politiche o militari non si sciogliessero, saranno arrestate o disperse con la forza.


vai su


Questi tre provvedimenti dell’arresto dei sospetti di connivenza, del disarmo generale, e del divieto degli assembramenti, che sono stati la parte più importane delle disposizioni eccezionalmente prese le altre volte che si è dovuto proclamare lo stato d’assedio, per alcune provincie del regno, si possono oggi recare ad effetto, senza bisogno d’una proclamazione formale di stato di; 'assedio; tanto più che le stesse autorità giudiziarie avranno riservate le istruzioni dal Ministero della giustizia di tenersi in diretta corrispondenza col commissario straordinario, e di secondarlo in tutte le determinazioni che crederà opportune nello interesse della pubblica sicurezza ((42)).

Solo per la sospensione della libertà della stampa sorgerebbe la necessità di proclamare la provincia di Palermo in uno stato di amministrazione eccezionale; ma negli stessi editti che furono pubblicati all’epoca dello stato d’assedio del 1862, non fu nemmeno sospesa interamente la libertà della stampa, ed i commissari straordinari si limitarono a prescrivere che in un giornale po tesse pubblicarsi senza una speciale autorizzazione del l’autorità politica. Ond’è che anche oggi potrebbe farsi per modo di disposizione particolare da comunicarsi verbalmente dai capi degli uffizi della questura, ai vari di rettori dei giornali, senza bisogno di un’ordinanza stampata da affiggersi per la città. Tutti i buoni cittadini comprenderanno la ragionevolezza di questo provvedimento, né possibile, né moderato, in questa guisa che potesse mai dar luogo a reclami.

Dunque tutte le facoltà date altra volta ai commissari straordinari possono oggi, che è in vigore una legge eccezionale, essere mantenute senza necessità di una solenne proclamazione dello stato d’assedio.

Se non pertanto, le cose si aggravassero, e con l’adempimento delle cennate istruzioni e con le operazioni militari della forza, la pubblica sicurezza versasse ancora in seri pericoli, a rimuovere i quali, per la impressione di terrore che è capace di esercitare nell’animo dei ribaldi uno stato d’assedio, si riconoscesse opportuno di proclamarlo, il sua qualità di commissario, un editto, e costituire la provincia di Palermo in istato d’assedio. Allora nella proclamazione dello stato d’assedio si prescriverebbe più apertamente il divieto degli assembramenti, il divieto dell’asportazione e detenzione delle armi, e si spiegherebbe in un modo più formale la sospensione di qualunque pubblicazione di giornale.

Il successo delle operazioni militari del commissaria straordinario con queste sole facoltà sembra sicuro, non trattandosi per quel che è dato inferire da tutte le relazioni ricevute finora, che di bande di malfattori. Non pertanto gioverà prevedere anche il caso lontano che questi provvedimenti non bastassero, e che si trattasse di una specie di sedizione politica, la quale avesse reclutato i suoi agenti fra le bande dei malfattori, sicché vi fosse bisogno di maggiori e più eccezionali facoltà. In questa ipotesi ne soccorrerebbe il Codice penale militare con gli articoli 226, 231, 521 e 522, i quali elevano a semplici reati in tempo di guerra l’arruolamento, il tradimento nelle varie forme prevedute dal detto Codice, la rottura dei fili telegrafiche fatti simili, e pendono giudicabili dai tribunali militari le persone anche non militari. Una operazione militare, ordinata su vasta scala, della durata di più giorni contro comitive di sediziosi che avessero innalzata la bandiera della ribellione, incontrerebbe in principio di diritto alcun ostacolo per essere considerata come un'operazione di guerra. Però la dignità del Governo italiano non consentirebbe mai che in una proclamazione ufficiale si mentovasse questa parola, quando si dà opera alla dispersione di orde dì malandrini, o di gente sediziosa, senza patria e senza stato. In conseguenza d comandante militare dell’isola dovrebbe guardarsi sempre dal, pronunciare nei suoi bandi la parola di guerra, ed in quella ver ce, nel caso estremo, che qui si prevede, dovrebbe predar mare lo stato di assedio in virtù delle facoltà concessegli dall’art. 226 del Codice penale militare ((43))

Infine la missione del commissario straordinario con ampli poteri porta con sé la necessaria facoltà di potere al bisogno sciogliere e riordinare le guardie nazionali dell’isola, le quali debbono riguardarsi alla dipendenza del commissario medesimo, come lo è ogni altra forza di Sicilia.

Essendo poi incerte tuttora pel Ministero le vere condizioni in cui versa la sicurezza pubblica della provincia di Palermo, è inutile soggiungere che il commissario straordinario debba far uso in tutto o in parte di queste istruzioni, a seconda delle diverse circostanze, e dell’indole più o meno grave degli avvenimenti, dei quali è a lui riserbato di valutare la importanza.

Il ministro — Ricasoli.

Da Termini, 24 settembre 1866.

A. S. E. Ministro Interni

Ricevo ora (ore 16 30) suo dispaccio ore 23.

Gravità situazione non mi lascia dubbio sulla necessità stato d'assedio che ieri ho già pubblicato con proclama nella città e provincia, e che ho spedito a V. E.

Ho tosto assunto comando e direzione affari concentrando tutti rami di servizio per vigoroso impulsò ed unità di azione.

Già spedito Trapani, Girgenti, Termitai. ed filtri luoghi forze coordinando operazioni.

Fin da ieri mattina mandato ristabilire comunicazioni telegrafiche interrotte con molti guasti.

Apparso colera portato da truppa proveniente Napoli, che ho imbarcata a quella volta. Date pronte disposizioni sanitarie.

Fatte congratulazioni Ministero alle autorità molto meritate.

Generale — Cadorna.

Al Gen. Cadorna Comm. straord

Palermo 25 settembre.

La ringrazio delle pronte disposizioni date per l’apertura del filo telegrafico ed i rinforzi militari spediti a Termini, come assicura il sottoprefetto di questo circondario. Credo però che una notizia segnalata dallo stesso sottoprefetto, riguardante il primo giorno dello sbarco delle truppe, sia stata per errore riportata nel telegramma ai giorni successivi, dicendosi che fino a ieri sera si fossero fucilati 72 individui. Nel giorno del combattimento i malfattori o insorti con armi alla mano erano sorpresi in atto flagrante di resistenza; ma cessata la sommossa all’interno della città, e con essa il combattimento, nessuno degli arrestati potrebbe essere; sottratto ad un regolare procedimento innanzi alla autorità giudiziaria, di cui com’ebbi già osservarle t nel giorno delle istruzioni,non è dato ad alcuno d’immutare la competenza ((44)). Il desiderio del Ministero, del quale ella col suo avvedimento ben comprende da importanza, si è di poter ottenere un’energica repressione, ma senza trascendere le norme di legge; e quindi mi affido che ella avrà dato alle autorità di sua dipendenza tali direzioni, da esser sicuro che esse siano per mantenersi nei limiti delle anzidetto istruzioni del Ministero.

Il ministro — Ricasoli

Da Termini,25 settembre 1866 (ore 18).

A S. E, il Presidente dei Ministri

Appena sbarcato in Palermo ordinai riattivazione telegrafi rotti, molti i guasti, vi si lavora attivamente. Intanto stabilita corsa periodica per mare con Termini. Accoglienza con dimostrazioni a truppa e rispettivi capi al loro arrivo. Città tranquillissima. Accolto favorevolmente stato d’assedio, proclama agli abitanti. Ieri pubblicate ordinanze su attruppamenti e consegna armi. Né spedisco copia nel corriere. Verranno in seguito restrizioni stampa e scioglimento guardia nazionale, che fu invocato da tutti compreso il suo capo, e che fu passiva ed inerte. Spedita truppa per tutta Sicilia e specialmente provincia Palermo per reprimere bande che hanno abbandonato questa città.

Sempre più si scoprono saccheggi ed atrocità commesse.

Oggi spedisco rapporto con corriere all’E. V.

Casi colera a tutt’oggi soli 24 molti dei quali assai dubbi. Presi tutti necessari provvedimenti. Eccitato municipio provvedere e provvederà.

Cadorna.

Firenze,27 settembre 1866.

Al Commissario Straordinario,

Il Governo, privo tuttora delle notizie richieste per potersi formare un preciso concetto sulla vera indole dei fatti avvenuti dal giorno 16 al 23, la prega vivamente di voler nominare una Commissione d'inchiesta amministrativa, e darle l’incarico di raccogliere al più presto le maggiori notizie possibili e sul modo come le bande riuscirono a concentrarsi fino alle porte della città, e sulle cause che ne agevolarono l’entrata, e sulla connivenza incontrata all’interno della città, e se momentanea o predispostale sulle principali persone compromesse, e sugli atti operati dalle bande e dagli insorti nel tempo della invasione e sul contegno spiegato dalle diverse autorità, così prima come nel giorno della sommossa.

Le relazioni di questa Commissione d’inchiesta, non aventi nulla di comune con le prove istruttorie per l’accertamento della reità degl’imputati già in arresto o da arrestarsi, le quali si appartengono all’autorità giudiziaria, e che credo siansi già alacremente iniziate sotto la direzione di cotesto procuratore generale, il Ministero desidera di averle nel minor tempo possibile per prenderne norma ai suoi provvedimenti.

Il ministro — Ricasoli.

Firenze, 2 ottobre 1866.

Al Commissario Straordinario

— Palermo.

Poiché i provvedimenti a prendersi sulle cause che originarono i dolorosi fatti di questi giorni passati, ed a riguardo delle persone che ebbero a figurarvi, saranno tanto più efficaci, per l'impressione pubblica dell’autorità è giustizia del Governo, quanto più pronti e sicuri, io la prego voler affrettare il lavoro della commissione' d’inchiesta, rammentandole essere particolare desiderio del Ministero di avere un giudizio esatto sul contegno spiegato dai funzionari ed impiegati pubblici di ogni classe. E forse in questo esame non sarà inopportuno si tenessero presenti vari telegrammi e varie note riguardanti la sicurezza pubblica di coteste provincie che, dal 1 agosto in poi, sono state spedite dal Ministero a cotesta Prefettura.

Una coscienziosa inchiesta mi metterà in grado di segnalare all’attenzione del Governo e del paese quei funzionari che si distinsero per abnegazione e per patriottismo, e di colpire con energiche misure coloro che mancarono ai propri doveri.

Ricasoli.

27 settembre 1866.

Dal Comm. straord. di Palermo al ministra dell interna.

Rispondo al telegramma del 24 — ore 21 — testé ricevuto confermando che avvennero saccheggi, depredazioni, barbarie, uccisioni prima di arrivo truppa; spedito ieri rapporto con vapore postale. Rispondo telegramma 23 — ore 11 — che non mi consta assolutamente che dopo occupazione Palermo, siasi in alcun modo passato per le armi nessuno degl’insorti. Dato ordini contrari, non solo, spontaneamente truppa si asteneva da ogni eccesso ((45)), e nello stesso combattimento suo contegno troppo moderato Ju proporzione delle barbare provocazioni insorti, Palermo fortemente occupata compresi i conventi e monasteri, che furono rifugio ladri insorti.

In tutta la provincia stabilita rete di truppa con zone e sottozone, distaccamenti truppa coordinati; fuori della provincia mandate truppe a Trapani, Girgenti, Catania, Messina, e tutto già stabilito e imbarcato, o in marcia. Fatti già importanti arresti.

Cadorna.

Palermo, 2 ottobre 1866.

A S. E. il presidente del Consiglio dei Ministri,

Non posso astenermi dallo svolgere come ho promesso col precitato mio telegramma, le ragioni perle quali credo indispensabile che sia adita la giurisdizione del già istituito tribunale militare. Non bisogna dissimularselo, la gravità della situazione non è ancora del tutto cessata; numerose bande di rivoltosi scorazzano ancorai dintorni di Palermo, e minacciano qualche colpo di mano ai comuni adiacenti. Le stesse apprensioni del colera, giustificate dai pochi casi già verificatisi e rinnovatisi in Palermo, vengono in aiuto alle mire dei ribelli e dei nemici del Governo stesso. Il paese aspetta giustizia,, e pronta; l’opinione pubblica, quella stessa di eminenti funzionari dell’ordine giudiziario,unanimemente riconoscono che le lungaggini delle forme ordinarie dei procedimenti distruggerebbero l’effetto morale di quella esemplarità punitrice che tanto è più efficace, quanto più immediatamente tien dietro alla colpa. La stessa denominazione di tribunale militare ne impone grandemente alla ribaldaglia. Non più tardi di ieri fu aggredita la vettura corriera da un’orda di briganti, tra Misilmeri ed figliastro, vuol dire al limite di questo circondario, ed ivi ieri stesso venne pure aggredita una vettura particolare.

Ciò prova che la baldanza de' malfattori non è ancor doma ciò prova che il procedere in suo danno con deforme ordinarie Tenderebbe inefficace l’opera della legge.

Del resto, com’ebbi già a dichiararle per telegramma, Jo sarei pronto ad assumere tutta la responsabilità della. istituzione dèi tribunale militare, di che mi è data facoltà I nelle istruzioni ministeriali del 18 sett. scorso, e precisa| mente in quella parte di esse che comincia dalle parole: Non pertanto gioverà prevedere anche il caso ecc. termina

con le parole: 226 del Codice penale mutare.

Ito sarei pronto a dichiarare pubblicamente, revocando il già emesso editto, che il Governo ispirato da maggior mitezza abbia disposto, di richiamare al giudice naturale ed ordimario la conoscenza ed di giudizio sui fatti della insurrezione, ma prevedo che ciò produrrebbe una penosa ita» pressione nel pubblico, che invece ha accolto con tanto plauso la istituzione del tribunale di cui trattasi e tutto questo senza tener conto di una tal quale esautorazione, che. ripercuoterebbe sulle facoltà straordinarie dir cui sono rivestito, con la revoca di un provvedimento di cosi grave importanza e cosi vivamente reclamato dalla presente situazione ((46)).

Il R. Commiss. straord. — Cadorna.


Firenze, 3 ottobre 1866.

Al Commissario straordinario di Palermo,

La dichiarazione di stato di guerra secondo codice militare era nell’istruzione preveduta come caso estremo in cui tutte le altre facoltà non bastassero; e si trattasse dì una insurrezione con bandiera politica, che minacciasse di durare per molti giorni éd avesse bisogno di operazioni militari su vasta scala. Era calibra una estrema necessità per reprimere l’insurrezione. Ma la posizione attuale Ella vedrà bene di essere diversa da quella;ipotesi. Oggi la sommossa: è sedata; oggi mon vi ha che bande di malfattori fuggitivi da Palermo, che scorrono disperse la campagna, e la istituzione dei tribunali militari; secondo uno stato di guerra, non avrebbe altro scopo che di punire militarmente gli (autori di una sommossa già vinta, ciò che non è permesso dalla legge, ed il Governo, anche volendolo, non avrebbe potestà di autorizzarlo. La condizione essenziale preveduta nell’articolo 226 del Codice militare per potersi da un comandante militare proclamare lo stato di guerra siè che i nemici in una marcia aggressiva si trovassero poco lontanodal territorio di una divisone militare ed oggi questa condizione non si riscontra nel fatto.

Cosi stando le cose, il mezzo per conciliare tutte le esigenze' della giustizia da una parte e del prestigio $ sua autorità dall’altra, sarebbe questo: di far trascorrere: tre o quattro altri giorni, e quindi limitarsi a dichiarare, che, sedata ogni sommossa, non avendo più le reali truppe che a perseguitare i malfattori nella campagna ove seriosi dispersi, e dalle relazioni delle autorità militari risultando che più del Codice militare, il solo editto della istituzione dei tribunali militari abbia a ritenersi come rivocato, ferma rimanendo per le altre sue conseguenze la dichiarazione dello stato d’assedio ((47)).

Il ministro — Ricasoli.

Palermo, 4 ottobre 1866.

Al Ministro Interni.

Debbo insistere mantenersi tribunali militari. Già molto dannosa esitanza questi giorni per farli funzionare, né potrebbe protrarsi. Revoca sarebbe tanto più pericolosa, e tale da compromettere situazione. Consta bande armate ingrossano vicinanze Palermo; che moto questa città era collegato a quelle altre città isola. Giornalismo, opinione pubblica reclamano contro lentezza procedimento a danno rivoltosi. Risulta istruttoria esistessero Comitati che prepararono rivolta appoggiatisi su malandrini e ladri. Mantengo che farei dichiarazione che Governo più mite che regio commissario restituirebbe reati insurrezione giudici ordinari; ma mia coscienza ((48)) altamente ripugna a dichiarare che non sia più bisogno tribunali militari e che da autorità militari risulti non essere più necessario. Revocherei qualunque altro provvedimento eccezionale, non quello. Caso ministero creda indispensabile revoca tribunali, prego delegare ad altri mie funzioni regio commissario. D’altronde sarei esautorato e quindi più dannoso che utile.

Cadorna.

Firenze,5 ottobre 1866.

Al Commissario straordinario,

Attese le varie circostanze espresse nel suo telegramma io intendo consultare dei ragguardevoli giureconsulti e magistrati, e prendere di poi una definitiva determinazione intorno ai tribunali militari. Prosegua frattanto nelle istruzioni, ma sospendendo qualunque giudizio, e domani avrà le ulteriori risoluzioni del Governo; il quale è sicuro che trattandosi di una questione di principi, ella non sarà mai più per insistere sulle idee accennate nell’ultima parte del suo telegramma.

Il ministro — Ricasoli.

Firenze, 6 ottobre 1866.

Al regio Comm. straord. di Palermo,

Circostanze segnalate suo ultimo telegramma, come ha dovuto rilevare dalla risposta di ieri sera, colpirono grandemente l’attenzione ministero. Nelle istruzioni ministeriali era appunto preveduto il caso di estreme condizioni in cui sicurezza isola non potesse mantenersi che con estreme misure, e quindi le si dava facoltà di potere in quel caso proclamare stato assedio con la istituzione tribunali militari.

Della esistenza o meno di tali condizioni estreme dubitava sulle prime il ministero, ma poiché Ella insiste ad assicurare di essersi quelle condizioni avverate, e non esserle altrimenti possibile ristabilimento pubblica sicurezza, il ministero non trova più nulla ad osservare sulle sue assicurazioni, e quindi sull’attuazione del suo ultimo editto. Tale fu pure lo avviso dei giureconsulti f all’uopo interpellati, che cioè, quando gravi pericoli sovrastano alla pubblica sicurezza, possa in principio pròclamarsi lo stato d’assedio ed essere sospese talune guarentigie costituzionali, e che in fatto debba la valutazione; di quel pericolo lasciarsi allo accorgimento di chi rappresenta sopra luogo autorità del Governo. Prosegua dunque innanzi: Ministero si affida alla sua prudenza, limitandosi ad avvertirla essere nella necessità e nel pericolo della pubblica sicurezza la misura ed il limite di questo eccezionale provvedimento, affinché posto in atto colla maggiore temperanza, abbia a cessare non appena ne cessi là necessità. Infine comprenderà di leggieri che le condanne capitali abbiano ad essere riferii al ministero, sospendendone la esecuzione fino a ch esso non avrà disposto di non esservi difficoltà ad eseguirle.

Ricasoli.


vai su


XXI

Ecco il telegramma a sui si accenna nella pag. 138 e che per ordine del Ricasoli spediva il duca della Verdura:

Opportuno che Deputazione Provinciale Giunta e Consiglio Comunale con loro deliberazione appoggino; presso Governo del Re stato d’assedio, e istituzione consigli di guerra; onde ottenersi pronta punizione rei con severa ed illuminata giustizia.»

I 26 Consiglieri Comunali ai quali si accenna a detta pagina 138 e che votarono la deliberazione come al documento di N. XIV furono i signori: marchese di Rudinì, prof. Albeggia, Meli, dott. Cuzzaniti, Stagno; Pirandello, Varvaro, Fileti, sac. Camarda, barone Anca, Daita, cav. Trigona, cav. Di Giovanni, Giuseppe Ciotti, Costantino Ciotti, principe di Sant'Elia, barone Paino, cav. Balsano, dott. Santocanale, Traina, dott. Deltignoso, dott. Sangiorgi, prof. Sampolo, cav. E. Lanza, cav. M. Lanza, D’Antoni.

(Dal libro rosso)

XXII

Pubblichiamo qui appresso una lettera indirizzata jeri da S. E. il Luogotenente generale e Regio Commissario, non che la risposta di quest’ultimo.

Dopo le scelleratezze e gli orrori deplorati in Palermo nel moto anarchico dei giorni trascorsi, dopo che tutti sanno qual influenza vi abbiano esercitato e frati e preti, anche col. loro materiale concorso, l’Arcivescovo non ha avuto una sola parola di riprovazione per siffatta offesa alla morale, alla civiltà ed al Vangelo.

Giudichi adunque l’opinione pubblica sulla portata della scusa ch’egli allega, per contrapporla alla energica e assennata interpellanza rivoltagli ((49)).

Palermo, 28 settembre 1866.

Permetterà la Em. V. che io chieda francamente delle spiegazioni sulla condotta da; Lei tenuta nelle ultime dolorose vicissitudini che hanno contristato Palermo e dintorni.

Io debbo credere che Ella abbia troppo la coscienza dei propri doveri per potersi menomamente dubitare che vi abbia potuto contravvenire per incertezza sul modo come regolarsi.

Ella non potea ignorare che il clero regolare, e in non poca parte anche il secolare, avevano da tempo dato opera a sconvolgere l’ordine pubblico, e ad inspirare alla plebaglia massime immorali e sovvertitrici. Non potè del pari disconoscere, che frati e preti, e monache perfino, non si guardarono, con una impudenza senza esempio, o dal mettersi alla testa delle orde dei rivoltosi, o dall’incitarle alla rapina ed al saccheggio.

Ebbene, cosa fece la Eminenza Vostra a prevenire che questi indegni ministri del Santuario, che queste vestali fanatiche di bugiardo fervore e di superstizione, si fossero fatti complici dei più atroci reati?

Mentre le primarie autorità sono rimaste ferme a loro posti, là ove il loro debito di coscienza e di onore richiedeva che stessero, perch’Ella, che avrebbe dovuto esser d’esempio, agli altri, si è tenuta completamente in disparte?

Com’è ch’Ella non si sia interposta, arca di pace e di alleanza, fra una gente briaca di ladronecci e di stragi?

Ma non è questo che vien prescritto dal Vangelo. Ma non è cosi che si adempie ai dettami di Cristo. Ma non si giunge in tal modo a render gli animi inchinevoli al rispetto ed alla devozione verso coloro che dovrebbero essere estranei, e pur troppo noi sono, ad ogni passione politica.

In nome dell’autorità di cui sono rivestitolo chiedo alla Eminenza V. che mi renda stretto conto del suo operato; perché il Governo ed il paese possano giudicare se, e sino a qual punto sia Ella responsabile degli eccidii perpetrati e del versato sangue cittadino.

Attendo sua particolareggiata risposta, e Le dichiaro sin da ora che reputerei il Suo silenzio come una esplicita confessione di colpa.

Il Luogotenente Generale

Comandante delle Truppe in Sicilia Com. R.

Raffaele Cadorna

A S. S. Ill.ma e Rev. ma

Mons. Arcivescovo di Palermo

Palermo, 28 settembre 1866.

Con somma mia sorpresa, e grave rincrescimento ho preso lettura del suo foglio d’oggi stesso n. 34, col quale si vuole mettere a mia responsabilità, l’opera del clero, tanto regolare, che secolare, che si suppone che avesse da tempo dato opera a sconvolgere l’ordine pubblico, e ad inspirare nella plebaglia massime immorali e sovvertitrici.

Su di ciò credo opportuno sottomettere a Lei che il clero regolare, non è per le Leggi di Sicilia sottoposto alla mia giurisdizione, ma bensì a quella del Giudice della monarchia.

Per quanto riguarda le monache recluse, può Ella esser sicuro che nessuna di esse è stata giammai in contatto colla plebaglia, e che perciò non ha potuto giammai mirare ad ispirare alla stessa massime immorali e sovvertitrici.

Relativamente poi al Clero Secolare io credo che in nessuna altra città d’Italia vi fosse un clero, che nella sua generalità fosse modello di buoni costumi e che fosse alieno dall’inspirare alla plebaglia idee di simil natura.

Che, se qualche eccezione potesse esistere fra taluno dì esso, è inutilmente che a me se ne vuole addebitare la responsabilità.

L’Autorità Arcivescovile in questi tempi è esautorata sino agli estremi, e quando ha voluto ricondurre taluno traviato al retto sentiero secondo le Leggi del Vangelo, l’Arcivescovo è stato attaccato sotto tutti i rapporti dal giornalismo, il quale è stato quello che precipuamente ha fatto opera per inspirare a questa plebaglia le idee sovvertitrici di ogni Religione, di ogni potere costituito, e di ogni rispetto dovuto alle proprietà.

D’altronde sino a questo giorno nessuna doglianza è a me pervenuta da parte del R. Governo e delle autorità politiche circa la condotta del clero secolare, che è appunto quello che esclusivamente è sotto la mia giurisdizione.

Sino a questo giorno nessuno appartenente a questo clero è stato a me denunziato come quello che avessero dal Sacro pergamo profferito parola che attentasse ab l’ordine costituito ed alle massime ispirate dal Vangelo ed io ho ferma coscienza di non avere neanco dei privati e delle autorità ecclesiastiche denunziato persona che munita della facoltà di predicare ne avesse abusato contro i poteri costituiti per sovvertire l’ordine pubblico.

Ella poi chiede perché non mi sia interposto fra una gente briaca di ladroneggi e di strage ad impedire tanti danni.

Se Ella intende con ciò annunziare che era mio dovere di scendere fra le barricate nel momento del conflitto, credo che vi fosse grave equivoco sul proposito, poiché oltre che la mia età compie già l’ottantesimo anno, ed è gravemente affiaccata in salute, certamente essendo il palazzo Arcivescovile per la tutela dell’ordine occupato dalle Truppe reali, appena che io mi sarei affacciato, sarei stato ricevuto com’altro mio predecessore a colpi di archibugio é senza alcun utile effetto.

In quei momenti terribili ciò che mi era lecito di fare si era di accogliere con ogni ospitalità le Truppe che si erano stanziate nel mio palazzo, e son fiducioso che coloro che vennero da me non ebbero ragione a rimanere scontenti di cosa.

Io ho salda coscienza che il Governo ed il Paese giudicando di me non mi riverseranno neppure una braciola degli eccidii perpetrati e del versato sangue cittadino, che sono da imputarsi a chi è contemporaneamente nemico alla religione, al Governo del Re, alla proprietà, e che oggi per discaricarsi della grave responsabilità che pesa su di loro tentano di rovesciarla su di altri.

In ogni evento siccome nei precetti del Vangelo vi ha di essere ossequioso ai Governi costituiti, io dal mio canto non potrei permettere che nell’esercizio dei suoi doveri il Clero potesse ribellarsi a questo precetto, e quindi se Ella avesse qualche cosa con ispecialità da imputare contro alcuno che si appartenesse al Clero secolare io sono pronto a sottoporlo a quelle misure di rigore che sono nei miei poteri di attuare.

L’Arcivescovo

Giovanni B. Naselli

XXIII

Palermo, 24 settembre 1866.

Eccellenza,

Mi credo in dovere di dare all’E. V. una esatta relazione di quanto occorse per opera mia e della Guardia. Nazionale di questa città nei deplorevoli fatti che anche in questo momento la desolano, e mi accingo a darla ora che le circostanze me lo permettono.

Perché V. E. possa formarsi un’idea precisa delle cause che possono aver dato luogo a così infausto avvenimento, è necessario che io le dica alcuni particolari che precedettero di qualche tempo i dolorosi fatti.

Quando verso la fine di giugno p. p. io arrivai a Palermo e presi il comando di questa Guardia Nazionale, la trovai in uno stato di assoluta dissoluzione. L’ufficialità tutta, sia dello stato maggiore che delle legioni, aveva dato le proprie dimissioni, e le legioni non esistevano che nominalmente sui registri del Consiglio di ricognizione. Si trattava adunque o di domandarne lo scioglimento, o di continuare, col mezzo, dell’influenza personale di molti bravi cittadini che pure in Palermo esistono e fanno parte di questa Guardia Nazionale, a mantenere un servizio meno irregolare possibile.

La circostanza della guerra guerreggiata e la necessità di adoperare la milizia cittadina immediatamente stante la mancanza assoluta della truppa, mi fecero pte scegliere il secondo mezzo, e posati dichiarare per onore del vero e di quella parte dii coloro che cooperarono a mantenere il decoro della Guardia Nazionale, che un; importante servizio fu da loro reso al paese nell'interesse dell’ordine pubblico.

In quel frattempo, come etra mio dovere, procurava di avvicinare persone pratiche e distinte del paese che per mezzo di amici d’antica relazione io potei conoscere, e col mezzo di queste, ed ascoltando tutti coloro che credevano confidarmi alcun che d’importante relativo alla pubblica sicurezza, mi andava convincendo) che in Palermo i cittadini erano tranquilli, ma che il movimento che si spandeva nella provincia, per parte degli irrequieti, turbava i buoni ed incoraggiava i tristi.

Fui avvisato di alcune riunioni che attenevano in luoghi remoti della città, ne feci avvertita la questura, e per tranquillare per quel poco che poteva la popolazione, combinai un servizio straordinario mediante il Corpo dei Bersaglieri Nazionali. Due compagnie per sera dovevano perlustrare l’una i dintorni dell’Olivuzza facendo quartiere colà, l’altra i dintorni della Guadagna, ove pure doveva acquartierare. Richiesi il signor generale barone Righini per avere una quarantina dì uomini di truppa per coadiuvare la milizia cittadina, il quale gentilmente e di buon grado li accordò, e tanto l’una che gli altri vennero rimessi a disposizione dell’autorità di pubblica sicurezza.

Il servizio durò otto giorni e con tutte le perlustrazioni fatte nulla ebbesi a rinvenire che desse indizio di agglomeramento di persone. Anche nelle ispezioni che ebbi a fare verso Falsomele e Ponte della Grazia non ebbi mai ad accorgermi di movimento alcuno, eccettuato però il caso di una perquisizione fatta verso Porrazzi dai signori Capitani Vassallo e marchese di San Giorgio, nella quale trovarono appostati diversi individui in alcuni giardini, che però poterono sfuggire stante l’estensione della località.

Ciò nonostante le voci in Palermo continuavano e crescevano, per cui non credetti opportuno di ristabilire il semplice servizio ordinario, ma disposi perché ima compagnia intera di bersaglieri montasse e stesse pronta al palazzo Municipale, ordinando che diverse pattuglie percorressero la città, e più particolarmente la via Cavour.

In tutto questo tempo dalla provincia arrivavano nuove tristissime di aggressioni, di ricatti e di assassini che si toglievano dall’ordinario, e più di complotti che si combinavano in Monreale e precisamente nei conventi dei Benedettini, per cui molti dei comandanti delle Guardie Nazionali dei paesi circonvicini ritenevano necessario qualche pronto ed energico rimedio ad un male, che pareva andasse ingrandendo con molta rapidità.

Per tutto ciò il signor Salvatore Cappello, colonnello Ispettore delle Guardie Nazionali della provincia, fece al signor Prefetto la proposta di ricostituire un dato numero di Guardie Nazionali a cavallo per ogni comune.

Il signor prefetto accolse il pensiero e ci recammo in Termini, ove erano convenuti, dietro invito dal signor Ispettore, una buona quantità di sindaci e di comandanti le Guardie Nazionali del circondario di Termini è di Cefalù.

Si conchiuse di ammettere le Guardie Nazionali ai cavallo pagate in proporzione dai singoli comuni.

Più tardi si riunirono presso il signor prefetto molti altri sindaci e comandanti delle Guardie Nazionali del circondario di Palermo allo stesso scopo ed anch'essi pattuirono e firmarono quanto avevano pattuito e firmato quei di Termini e di Cefalù.

Dal complesso dell'esposto: V; K comprenderà che l'animo mio era irrequieto sullo stato della pubblica sicurezza in Palermo, e che vieppiù mi conturbava il pensiero, che i cittadini si trovavano divisi in due parti, l’una che nulla credeva e che dichiarava impossibile un’entrata dei malandrini in Palermo, l’altra invece chiamata degli allarmisti, che instava sulle probabilità, se non altro di qualche tentativo.

Nel giorno 12 covrente queste voci andavano sempre più aumentando, e sollecitato da alcuni cittadini parlai col signor Sindaco onde vedere se fosse il caso di far battere la generale

; ma per non allarmare il paese si convenne di far riunire per mezzo dei tamburini e dei trombettieri quel maggior numero possibile di guardie nazionali; ma tale mezzo valse poco, perché di poco aumentarono.

Nel giorno 13 le voci andavano sempre più aumentando, per modo che Una parte di quei cittadini che fino allora avevano sostenuto il contrario incomincia vano a dubitare e a rendermi avvertito sulla probabilità di qualche imminente pericolo. — Io ne avvertii il signor prefetto richiedendolo perché mi lasciasse battere la generale,

ma né il signor prefetto, né il sindaco non credettero per anco giunto il momento opportuno

Il giorno 15 di mattina venni nuovamente avvertito che nell'indomani sarebbesi assolutamente verificato quanto era già stato avvertito per il giorno poscia per il giorno 8 corrente.

Da cittadini che io poteva apprezzare come onesti mi vennero date alcune indicazioni anche in iscritto, che io mi trovai in dovere di trasmettere in parte all'autorità di pubblica sicurezza ed in parte al signor prefetto direttamente.

Tornava in quel momento più urgente la necessità di far battere la generale

appunto perché essendo l’animo dei cittadini conturbato dalle voci delle bande che si muovevano sopra la città, provenienti dai paesi circonvicini, e più di ttutto dalla gran quantità di acquisti che il minuto popolo, andava facendo di generi di prima necessità; appunto per tali voci pare credetti opportuno di inviare alla pubblica sicurezza ed il signor prefetto le indicazioni dei luoghi che avrebbero dovuto essere perquisiti nella giornata, a norma delle indicazioni che mi venivano date e lo richiesi nuovamente di far battere la generale

– Il signor Prefetto non lo predette ancora opportuno perché le notizie a lui pervenute dalla Questura erano tutt’altro che allarmanti.

Lungo tutta la giornata le voci continuavano a diffondersi, ma continuavano pure ad essere apprezzate in modo assai di verso, copie per lo addietro. — Verso le ore 6 pomeridiane il signor colonnello cav. Digiovanni capo della prima legione venne ad avvertirci della necessità di rinforzare i quartieri, perché le voci, che prima correvano siccome vaghe soltanto, andavano prendendo molta consistenza nella, città, e perciò il servizio d’ordine, pubblico richiedeva un assoluto aumento di forze.

Io credetti fosse il caso d’interpellare nuovamente il signor Prefetto. perché mi fosse acconsentito di far battere la generale

ma lo stesso mi disse che avendo fatto verificare per mezzo della Questura quanto io aveva a lui comunicato come riferitomi nel mattino, aveva avuto per risposta che le ispezioni erano state fatte, e che nulla erasi rinvenuto che potesse dar. prova della sussistenza; del fatto. — Osservatogli che il signor colonnello capo della prima legione mi richiedeva di un aumento di forza, e che questo aumento: non. poteva ottenersi che col far batterla generale,

egli mi rispose come per lo addietro, che non lo credeva necessario, e che invece pensassi per mezzo dei tamburini e dei trombettieri a riunire il maggior numero possibile dei militi cittadini, onde non dare alla città un inutile allarme.

Mi recai al comando col suddetto signor colonnello verso le ore sette della sera, e diedi quelle disposizioni che mi erano possibili a quell’ora, ed ottenni in fatto qualche aumento di forza in tutti i quartieri.

Poco dopo la mezzanotte fui avvisato che il posto di guardia di San Francesco di Paola domandava rinforzi perché avendo udito dalla parte di Bocca di Falco un fuoco di fucileria ben nutrito e continuato per più di una mezz’ora, temeva di poter essere aggredito da qualche squadra di malandrini. — Diedi subito ordine che quel posto venisse rinforzato, e mi portai immediatamente all'ispezione di tutti i posti interni della Guardia Nazionale per assicurarmi del loro stato, e proseguii a quella dei corpi di guardia di Borgo, del Molo, di Valverde e di Santa Teresa che sono esterni alla città, onde rendermi certo della provenienza delle fucilate avvertite.

Trovai i posti della città parte abbastanza forniti e parte no. — Ebbi però la soddisfazione di trovare quegli esterni bastantemente presidiati.

Interrogati i capiposto sulla direzione delle fucilate, quelli di San Francesco di Paola, dello Spirito Santo e di Valverde mi indicarono la direzione di Bócca di Falco, quello di Santa Teresa mi indicò invece l’altro dei Porrazzi. — In questa circostanza incontrai il maggior Fiastri comandante il 1° battaglione del 10 granatieri, il quale avendo mandato gente nella direzione delle fucilate si trovava pure a quell’ora in movimento per dare le necessarie disposizioni, e mi assicurava che dalla parte dei Porrazzi le fucilate si avanzavano in modo che dalla sua casa, che rimaneva vicina a Porta di Castro, le palle si sentivano fischiare.

Credetti allora portarmi direttamente dal signor questore onde avere nozioni positive di quanto accadeva e mi rispose non esservi nulla di serio, non poter essere che uno scontro tra i malandrini e la pubblica forza, ed aver egli spedito truppa regolare, guardie di pubblica sicurezza e carabinieri, e non averne sino a quell’ora ricevuto notizie di sorta. — Gli osservai che i fuochi di quella sera indicavano tutt’altro che un semplice scontro coi malandrini, ma egli insisteva per persuadermi non poter esser nulla di serio, bastare la forza spedita, inutile far battere la generale. —

In quel frattempo entrava il delegato di pubblica sicurezza signor Taramelli, il quale tutto sossopra avvertiva il sig. questore che al piano de' Porrazzi la banda era composta di oltre duecento uomini, che aveva battuta la truppa, ucciso due carabinieri, e che avanzava verso la città.

A quell’avviso uscii senz’altro e mi recai al Comando, dando ordine al mio aiutante di campo destinatomi dal Ministero, signor Giuseppe Gamba, di recarsi immediatamente dal Prefetto per renderlo avvertito dello stato delle cose e per nuovamente richiederlo di poter far battere la generale.

— Erano circa le 4 ant. il signor prefetto si alzò subito, ma, come al solito, mi fece dare una risposta negativa. — Nel frattempo mandai a svegliare il signor Sindaco per metterlo al fatto delle cose, il quale pure immediatamente si alzò e venne al Municipio. Mi portai con lui nuovamente dal prefetto per richiederlo sull’urgenza di far riunire la Guardia Nazionale col mezzo già prima domandato, ma nemmeno in questa circostanza lo credette opportuno.

Le fucilate intanto andavano avanzandosi in città, ed io in unione al Sindaco mi recai al Comando, da dove diedi ordine di far battere la generale,

ancorché non ne avessi avuto l’autorizzazione. — In questo mentre le squadre dei malandrini si avanzavano al grido di Viva la Repubblica,

colla bandiera rossa spiegata per prendere d’assalto il Municipio. — Ci rinchiudemmo, e con quelle poche guardie nazionali che vi erano rimaste riuscimmo con un bel nutrito e vivo fuoco a tenerle lontano, ed a costringerle a ritirarsi nei vicoli che mettono in via Macqueda.

La generale

però era stata battuta troppo tardi, e le fucilate che d’ogni dove sentivansi risuonare per la èìtt& fecero sì che solo una quarantina di militi si riunissero nella piazza Pretoria.

Visto così poco numerò di guardie nazionali, il sig. Sindaco e vari della Giunta credettero che una sortita o per meglio dire una passeggiata in città, fatta da noi coi pochi militi colà raccolti e coi pochi cittadini che pure eransi radunati al Municipio, avrebbe potuto, come altra volta, produrre buon effetto e servire di nucleo a poter riunire i militi, poiché la tardanza della chiamata, le fucilate incominciate e l’organizzazione cattiva della Guardia Nazionale non stabilita per contrade, rendevano se non impossibile, difficile assai al milite isolato recarsi al quartiere.

Accettai di buon grado la proposta del signor sindaco e della Giunta: diedi il comando dei militi riuniti al capitano signor Notarbartolo marchese di San Giorgio, e ci avviammo per la città quando i Quattro Cantoni venivano occupati dalla truppa in seguito alle istanze fatte dal capitano di stato maggiore principe di Santa Flavia.


vai su


In diversi punti veniamo ricevuti a fucilate — ne rimangono diversi dei nostri feriti, morti quattro malandrini, e ne prendiamo quattro prigionieri. — Notai che tutti erano armati di coltelli e di pugnali, e molti fra loro di fucili da caccia.

Percorsa una parte della città ritorniamo al Municipio senza però aver potuto aumentare per nulla il numero dei militi cittadini.

Più tardi rinnoviamo la passeggiata in unione al signor Prefetto e ad un pelottone di truppa che era stato messo a sua disposizione e che era comandato dal luogotenente Castaman del 10° Granatieri. — Siamo dappertutto ricevuti a fucilate, ed arrivati al convento delle Stigmate lo troviamo già occupato dai malandrini, che ci accolgono a fucilate e ci obbligano a ripiegare sul Municipio.

Feci osservare al signor Sindaco la necessità di avere della forza per poter tenere quel posto, non potendo avere guardie nazionali, le quali anziché crescere andavano diminuendo sempre più. — In seguito a ciò il sindaco diede ordine che tutti i cosi detti bavaresi,

le guardie doganali, i pontonieri, e in una parola tutti quelli che dipendevano da lui si recassero alla difesa del Municipio.

Riunitisi poscia il signor Prefetto, il signor Sindaco ed altri della Giunta per prendere consiglio sul da fare, credettero opportuno di recarsi a Palazzo per prendere concerti coi signori generali Carderina e Righini.

Io credetti rimanere al Municipio come luogo in cui risiedeva il Comando della Guardia Nazionale.

Verso le ore 5 arrivò una compagnia di granatieri comandata dal signor capitano Bruni con ordine di difendere il Municipio a tutt’oltranza. — Tutta la forza ammontava a circa 150 (centocinquanta) uomini. — La notte passò abbastanza tranquilla, ma il giorno 17 di buon mattino i malandrini avendo invaso l’Università, il convento della Martorana, la casa del Sindaco, il campanile di San Giuseppe, tutti punti circostanti al Municipio, ci obbligarono a barricare le finestre ed a far fuoco continuamente contro di loro. — Stante la posizione da noi occupata in casa Bordonaro potemmo far tacere l'Università, ma le altre posizioni continuarono il fuoco, per cui tutta la giornata avemmo a sostenere non solo quel fuoco, ma anche l’altro delle squadre che si avanzavano dalle strade; contro le quali il bravo capitano Bruni postava continuamente la truppa e se stesso tacendo fuoco senza intervallo.

A questo punto però s’incomincia a scorgere la stanchezza nei soldati stante la privazione di cibo dal sabato a sera in poi. — Non abbiamo modo di provvederci di pane e lo aspettiamo invano dal Palazzo.

Verso le ore 4 pom. sono avvertito che ci è intercettata anche l’acqua e che le munizioni da fuoco sono alla fine.

Nello stesso tempo il capitano Bruni riceve un colpo nella tempia, e rimane immediatamente cadavere.

Nel Municipio eravi il cav. De Maria rappresentante il Municipio, il sig. capitano Vassallo con suo figlio come semplici cittadini, il sig. Perrone Paladini con suo fratello, il signor luogotenente Ferricene, i militi Magliocco, Brunetti, Colonna e i trombettieri Giuliano Giovanni, Trevisano Domenico, Durante Ignazio, Lalumia Fortunato, Lalumia Antonio e D’Agostino Nicolò, e questi furono i soli della Guardia Nazione che rimasero col sottoscritto.

In questa circostanza non ricevendo alcun rinforzo per parte dell’Autorità militare, digiuni da due giorni senz’acqua e senza cartuccie, e tolta ogni speranza che i Quattro Cantoni di città, punto più adatto per tenerla in freno e che erano stati abbandonati la sera prima, potessero essere nuovamente occupati dalla truppa; vengo interrogato dal rappresentante del Municipio sopra le cose nostre, e dichiaro impossibile protrarre la resistenza oltre il mattino vegnente, a meno che non arrivassero munizioni da fuoco prima di quell’ora.

Dietro a ciò riunitosi il detto rappresentante coi diversi concittadini che si trovavano presenti, vengono alla determinazione di tentare una sortita lungo la notte, ciò che fortunatamente ebbe luogo verso le due ant. del giorno 18 corrente, avendo potuto portare con me le bandiere della Guardia Nazionale.

Eccellenza,

Da tutto il suesposto, il mio concetto è il seguente: La provincia di Palermo è tuttavia invasa da vecchi pregiudizi e da influenze di forti, ricchi e potenti nemici dell’attuale ordine di cose.

La legge sulla soppressione delle Corporazioni religiose destò in tutta quella gente un movimento reazionario che mantenendosi all’ombra dei conventi e dei monasteri, diretto da persone abili e prudenti, potè condurre le cose al punto doloroso in cui si trovano.

Una polizia senza avvedutezza e sorda ai suggerimenti di molti, che certamente non dovevano essere trascurati, cooperò fatalmente a che i nemici dell’ordine potessero organizzarsi con tutto loro comodo, e più ancora cooperò a mantenere l’autorità superiore nella persuasione che tutta Palermo e i suoi dintorni fossero pienamente tranquilli.

I monasteri di Monreale e le combriccole dei frati e dei monaci Benedettini si ritenevano fiabe e cose da nulla.

La Guardia Nazionale organizzata a capriccio, senza alcun elemento militare che la mantenesse nella dovuta disciplina, composta di cittadini di ogni sorta, senza alcuna scelta per le qualità che devono distinguere un Corpo eletto di cittadini, non poteva rispondere che come rispose, cioè venendo pochi alla chiamata, unendosi molti, alle bande e rimanendo i più alle proprie case ((50)).

Ora nella mia qualità di Generale comandante la Guardia Nazionale di Palermo credetti mio dovere di proporne al signor commissario Regio l'immediato scioglimento e disarmo per ricostituirla poi a norma di legge quando sembrerà utile al Governo.

Nella mia qualità poi di deputato dichiaro necessario lo stato d’assedio per tutta la provincia di Palermo, e la pronta occupazione di tutti i conventi e monasteri per parte della Truppa.

Questa è l’esposizione genuina dei fatti occorsi in questo ultimo periodo di tempo, e le proposte mie sono quelle che la mia coscienza mi detta, come utili ai buoni pensanti della provincia, dopo di avere con ogni cura procurato di rendermi conto della origine di cosi dolorosi avvenimenti.

II maggior gen. comandante

la Guardia Nazionale di Palermo

GABRIELE CAMOZZI

A S. E. il Presidente del Consiglio,

dei Ministri

XXIV

Palermo, 24 settembre 1866.

Era già tempo che in Palermo e nei comuni circostanti circolavano voci di gravi ed imminenti disordini, di bande armate, ed in numero assai rilevante, che scorazzavano le vicine campagne; di qualche tentativo, infine d’irrompere nella città attaccando la truppa ed imponendosi i al governo.

La mattina del 16 volgente dalle 3 alle 4 ant. dal lato meridionale e settentrionale della città ((51)) cominciò a sentirsi una viva fucilata. Accorsero sul luogo carabinieri e guardie di questura, scambiarono delle schioppettate con qualche comitiva di malandrini ivi apparsa e obesi è dispersa immediatamente. Vi furono due carabinieri feriti ed uno morto. Avvisato in tempo il capo della provincia accorse anch’egli sulla località invasa dai malandrini, e rientrando subito dopo in città, presi gli opportuni accordi coll'autorità militare, si cominciarono ad ordinare movimenti in diverse direzioni della poca truppa disponibile.

Frattanto la Giunta municipale si riuniva nel Palazzo di città dove era pure il comandante della Guardia Nazionale, alcuni militi di essa guardia, che in tutto non potevano ammontare che a circa cinquanta.

Però gl’insorti avanzavano da tutti i lati, e sia per essersi non pochi tra loro immessi nel centro della città, sia perché vi si trovassero già nascosti sino dalla notte antecedente, il fuoco s’impegnava in pari tempo in quasi tutti li rioni della città medesima.

Vista la gravità della situazione, il Capo della provincia, seguito dal suo consigliere delegato recavasi al Municipio. Si tentava di là con una sortita delle poche guardie nazionali raccolte, e con alla testa il prefetto medesimo ed il Sindaco, di sgominare le bande più internate nella città; ma se l’effetto morale di questo passo ardito fu incontrastabile, nel fatto poi l’invasione delle squadre continuò su larga scala, sicché si dovette prendere la determinazione di riunirsi nel palazzo reale tanto il sindaco che i componenti della Giunta municipale, quanto quei cittadini che vollero rafforzare del loro appoggio l’autorità governativa.

Ciò avveniva verso le ore 5 pom. dello stesso giorno. Da quel momento si può dire che le bande siano rimaste padrone della città, eccettuati il forte di Castellammare, il Carcere, le Finanze, il Palazzo Reale ed il Palazzo di Città, che si mantennero sempre in potere della truppa. Ad ora ad ora, sia in quel giorno medesimo, sia nei successivi sino al 20 volgente, si tentarono delle sortite per riprendere prima le comunicazioni col Palazzo di Città, e poi col mare in attesa della flotta; ma quasi tutte riuscirono poco efficaci. Frattanto il giorno 17 il Palazzo di Città venne aggredito parecchie volte ed a riprese dai malfattori, talché le poche guardie nazionali e gli agenti municipali ivi concentrati, non potendo più sostenersi e profittando della poca vigilanza delle bande la notte successiva riuscirono anche essi ad evadere riunendosi alla truppa ed alle autorità governative e municipali in Palazzo Reale.

D’allora in poi non si pensò che a costituirsi in di fesa dell’edifizio teste detto, tenendo dei posti avanzati nei punti estremi della vasta piazza del locale stesso, erigendovi anche delle barricate. Si provvide il più possibile a non far mancare le munizioni da bocca, e si fecero delle requisizioni tanto per esse che per le munizioni da guerra.

Le autorità tanto politiche che militari convenivano in questo, che bisognava cioè protrarre ad ogni costo la difesa del Palazzo Reale, sino a quando non fossero giunti dei rinforzi, che già dalla E. V. erano stati segnalati e che si aspettavano. Si tentavano frattanto tutti i modi onde mettersi in comunicazione coi primi legni da guerra già arrivati ed ancorati in rada, ma sventuratamente non vi si riusciva. Giungeva un battaglione da Messina, che fu abbastanza molestato dai malandrini nella marcia che dovette fare dalla parte esterna della città onde arrivare al Palazzo Reale ((52)). Ma esso bastava appena a dare il cambio a quella sparuta truppa, che da due giorni interi prestava un incessante servizio in difesa del locale anzidetto.

Insomma sino alla mattina dei 20 volgente quando sono giunti tre battaglioni comandati dal generale Masi tutta l’opera delle varie poche forze di cui si poteva disporre, tutti gli argomenti dei funzionari che non lasciarono il loro posto, non mirarono che a tener fermo contro le minaccio e gli attacchi delle bande, che spinsero il loro ardire sino a pretendere che si fosse sceso a trattare con loro, quasiché il Governo avesse mai potuto riconoscerli come parte belligerante.

La sera del 20 un battaglione di bersaglieri con alla testa il generale Masi fece una brillante carica pel corso Vittorio Emanuele; ma per vedute militari poco dopo è rientrato intorno al Palazzo Reale. La mattina del 21 però si è ritornato alla carica e si è presa la posizione del Palazzo di Città. Frattanto giungevano man mano alcune delle forze che fanno parte delle divisioni Longoni ed Angioletti le quali costeggiando in separate colonne le parti esterne della città dal lato del nord e del sud, ed avendo per punto obbiettivo il Palazzo Reale, dopo diversi e vivi conflitti colle bande dei malfattori riuscirono a sgominarle, talché cominciarono a ristabilirsi le comunicazioni coll’interno della città, e l’anarchia era da quel punto decisamente schiacciata.

Intorno alle cause ed ai moventi di questo disordine io mi asterrò da qualsivoglia apprezzamento, trattandosi di fatti avvenuti prima del mio arrivo e sui quali perciò non sono chiamato a giudicare,

Io non posso però fare a meno di richiamare l’attenzione dell’E. V. sulla riprovevole condotta tenuta in questi ultimi emergenti da questo Intendente di Casa Reale, che è stato fra i primi ad abbandonare non solo, il suo posto, ma anche a scappar via dalla città imbarcandosi colla famiglia sul vapore postale il Dispaccio,

e lasciando tutta la gente chiamata dal suo dovere a fermarsi nel suddetto Reale Palazzo alla discrezione di un servitorame indisciplinato e perverso, ed in gran parte connivente al malandrinaggio ed alla reazione.

Mi riservo di rassegnare al Ministero della guerra un particolareggiato rapporto in quanto concerne le operazioni militari.

Devo però dire fin d’ora che la truppa compiendo con risoluta energia il suo dovere si astenne da ogni eccesso, e che anche nel fervore del combattimento il suo contegno fu moderato non ostante le barbare provocazioni dei malfattori.

Non devo anche tacere ché da parte dei frati( )0 delle monache s’influì grandemente a promuovere i lamentati torbidi. Risulta dagli atti della già incoata istruzione, che il loro danaro fu la principale risorsa per mettere su e mantenere le bande armate, per apprestar Idre armi e munizioni. Parecchi frati han preso parte nei combattimenti in mezzo alle squadre dei malandrini. Questi erano principalmente trincerati in conventi, ed in quello delle Stigmate, che fece la più valida resistenza; le monache assistevano al fuoco ed incoraggiavano i ribelli a tirare contro la truppa ((53)). L’opinione pubblica reclama anche in vista di ciò la pronta soppressione di queste cittadelle della reazione.

Del resto il carattere del movimento finora descritto emerge chiaro dagli atroci fatti che nella sua breve durata si son qui e nei dintorni perpetrati. In Misilmeri 28 tra carabinieri e soldati dopo aver resistito alle orde dei malfattori furono costretti, soverchiati dal numero, a deporre le armi, e rimasti inermi furono sgozzati. Alla caserma della Vittoria che dista circa un chilometro dalla parte occidentale di questa città, la forza che era in quartiere venne in gran parte barbaramente trucidata, manomesse tutte le forniture, involati i fondi e spogliate di vestiario e d’ogni altra cosa quelle povere vittime di una cosi bestiale ferocia. Saccheggiate furon del pari parecchie case di privati, fra cui quella di questo egregio Sindaco, che ha avuto una cosi nobile parte nel salvare col suo dignitoso contegno e col suo non comune coraggio l’onore e il nome del paese da lui rappresentato. Saccheggiati ugualmente l’ospedale militare, il comando militare della città e circondario, il magazzino merci e la biblioteca militare.

In Monreale fu trucidato l'ispettore di questura signor Bolla. Dappertutto insomma il tumulto s’inaugurava nel sangue e negli eccidi.

Questi brevi cenni valgano a dimostrare l’irrecusabile necessità di proclamare, corno ho. già fatto, lo stato d'assedio, potendo la E. V. dal mio proclama e dai successivi editti, che ho l’onore di rassegnarle, desumere le cause efcienti elo svolgimento di tutte quelle misure di rigore, che la gravità della situazione e gli eccessi della più sfrenata anarchia hanno reso indispensabili.

Il Luogotenente Generale

Comand. delle truppe in Sicilia Regio Comm.

Raffaele Cadorna.

A S. E. il Presidente del Consiglio

dei Ministri

XXV

Palermo, 4 ottobre 1866. Eccellenza,

All’oggetto che V. E. possa meglio apprezzare l’indole della rivoluzione avvenuta in questa città dal dì 16 al 21 settembre, oltre quanto ho avuto l’onore di esporle nel mio rapporto generale; credo opportuno sottoporre alla di lei considerazione la narrativa di alcuni fatti constatati in seguito alle ricerche praticate sugli avvenimenti dei menzionati sei giorni.

Le bande dei rivoltosi saccheggiarono l’ospedale militare, gettarono a terra tutti i malati, anche gravi, e sottrassero materassi, lenzuoli e tutto il materiale che costituiva il patrimonio di quel pio stabilimento. I frati Domenicani con bandiera rossa in mano entrarono nella corte dell’ospedale, e conferirono colle squadre Poco dopo tutto l’ospedale era invaso, e i malati isolani furori (54) distinti dai continentali che dovevano essere uccisi ((55)).

Indi le bande si rivolsero agli asili infantili, e là pure involarono tutto quanto vi si trovava, non risparmiando alcun oggetto né danaro, anche di privata proprietà degl’impiegati

Quelle medesime bande irruppero nell’istituto Garibaldi, sebbene i giovinotti ivi raccolti tentassero di fare una certa difesa sotto il comando dei loro capi. Ma il numero dei ribelli soverchiando le loro forze, li rese impotenti a resistere, e dove ron soffrire che essi si impadronissero di tutto l’equipaggiamento del quartiere, delle casse degli ufficiali, de' loro denari e di quant'altro poterono rinvenire nella furia forsennata della loro invasione. Fu notato che in questa circostanza i rivoltosi staccarono perfino i chiodi dalle pareti, riducendo una vasta e florida abitazione a uno squallido asilo di miseria.

Furono saccheggiati il magazzino merci, il Comanda militare, la Biblioteca militare, due case del sindaco Rudinì (una delle quali incendiata), la casa del giudice Castagna, dell'Ispettore dei dazi comunali cav. De Maria, dell’avvocato Francesco Perroni Paladini, dell’amministratore dei dazi comunali Salvatore Perricone, dei signori Forno ai Porrazzi. Saccheggiati furon pur anco i Tribunali, le Giudicature mandamentali, le Ispezioni di pubblica sicurezza, le Stazioni secondarie dei RR. Carabinieri, il Palazzo municipale, il quartiere della Vittoria, il Posto di guardia di piazza Bologna, le case dell’avv. Spina, del giudice istruttore Nicolosi, e molte altre abitazioni di minor conto.

Moltissimi agenti della pubblica forza furono uccisi in modo barbaro. Un artigliere fu trovato crocifisso nel quartiere della Vittoria; senz’occhi, mutilato in alcune palli inverecondamente, martirizzato e squartato. Presso Sant’Antonino un carabiniere che non volle gridare Viva la Repubblica

fu quasi ammazzato con colpi alla testa e di stile, e quindi i frati di quel convento, acceso un rogo ve lo deposero moriente. Quasi alle porte dello stesso convento, come ancora a Morreale, si vendeva dai rivoltosi la carne dei carabinieri uccisi a un tanto il rotolo ((56)).

Il dì 21 a sera, dalle 5 alle 6, una processione muovendo da via Macqueda, percorreva la via del Ponticello verso la statua di San Gaetano ((57)).

Un popolaccio numeroso seguiva un prete che aveva il Cristo in mano, e tutti insieme eran preceduti da un vecchio tamburino che batteva la cassa, e da una donna che teneva una sedia col quadro di Santa Rosalia protettrice del paese, e che gridava da furibonda essere ordine del Comitato di preparare acqua bollente per buttarla dai balconi appena le truppe fossero entrate in Palermo. Dopo pochi momenti il 31° battaglione bersaglieri, espugnata la barricata dei Quattro Venti, prese il palazzo comunale((58)).

Alle improvvise fucilate dei bersaglieri, prete, tamburino e popolaccio si scompigliarono e si dispersero precipitosi.

Quasi tutti i conventi e monasteri furon ricettacolo delle squadre ((59)). I frati fecer fuoco nei giorni della rivoluzione sulle truppe. I Benedettini bianchi furon veduti dal Palazzo Reale tirare la mattina del 21 ((60)). In quel giorno all'altezza della chiesa di Sant’Antonino in via Macqueda, stavano numerosi malandrini ili attitudine minacciosa, armati di fucili e coltelli. Essi volevano salire nelle case e uccidere i cittadini. Un prete con viatico traversò la via Macqueda. Tutte le squadre s‘inchinarono,‘e. il prete, alzando il 'Cristo in Sacramento, le benedisse. Da tutte quelle gole fameliche dì sangue e di rapina uscirono urli di gioia feroce, e male articolati gridi di S. Rosalia.

Misilmeri furono uccisi con crudeltà senza esempio quasi tutti i carabinieri e le guardie di pubblica sicurezza. Circondati e sorpresi da numerose bande questi pubblici funzionari doverono cader vittime di una vendetta inumana. Nel massacro generale seguirono fatti che non potrebbero esser creduti se non fossero Contemporanei. Un tal Sartorio, guardia di pubblica sicurezza, fu condannato ad essere ucciso a furia di morsi, e le donne si accinsero a compiere questo inaudito supplizio. Dopo legatolo, esse staccarongli coi denti efferati lacerti di carne, e lo ridussero un mostro sanguinoso che lasciò la vita in mezzo a dolori che nessuna lingua varrebbe a descrivere ((61)).

Al Parco, paesotto poco distante da Palermo, fu pure fatta strage orrenda sui carabinieri e gl’impiegati ((62)).

Certo Isaja, maggiore in ritiro, f. f. di sindaco, rifugiatosi in abitazione amica, ebbe prima saccheggiata la propria, e quindi, dopo aver resistito per alcun tempo ed aver riportate tre ferite, cadde in mano delle bande che lo straziarono. La stessa sorte toccò al Fiorenza, percettore delle tasse e dei dazi comunali.

A Palermo un seguace delle bande, dopo avere uccisi diversi soldati, potè slanciarsi sopra il corpo di uno, caduto allora per ferita mortale, onde involargli il fucile, e mentre si accingeva a fargli oltraggio coi pugni e coi denti, riconobbe esser suo figlio. Inorridì sul momento, ma seguitò dopo Forgia infernale incominciata il mattino ((63)).

I frati di San Cosimo, nei giorni degli eccidi, suonavano le campane a stormo per incoraggiare le bande, facevan fuoco, distribuivano la polvere ((64)). Le monache del convento delle Stimmate fecero aprire il fuoco della rivolta, e furon le ultime a farlo cessare. Le monache di Santa diaria Nuova, dirimpetto il Palazzo Arcivescovile, uscirono accompagnate da orde di malfattori, e furono condotte sane e salve a San Vito. Quasi tutti i conventi eran nido di reazione, e si può dire che Palermo deve ad essi le ultime sventure sofferte ((65)).

Mi trattengo dal far commenti sulla natura dei fatti già esposti, e quando, come io spero, mi saranno pervenute altre notizie dai diversi Municipi della Provincia, sarà mia cura a darne contezza a V. E. ((66))

Il R. commissario straordinario

Raffaele Cadorna

A S. E. il presidente del Consiglio dei Ministri.


vai su


>XXVI

Signor barone Ricasoli,

Dopo gli ultimi avvenimenti onde Palermo fu conturbata, stimo speciale mio debito il rintracciare le causò che resero possibile l’insurrezione di settembre, e palesarle nettamente i miei pensieri; ed a ciò mi conforta il Consiglio della Giunta municipale, la quale mostrò non ha guari coi fatti il suo affetto alla patria italiana ed alla dinastia di Savoia.

Ma a farsi un’adequata idea delle presenti condizioni della provincia fa mestieri il ricordare i partiti, che in questi ultimi anni si sono agitati.

Io credo che possano enumerarsi cosi: moderato, avanzato, regionista, borbonico-clericale.

Il primo è stato sempre e costantemente sostenitore imperturbabile dell’Italia e del Governo. Il secondo, amando l’Italia monarchica, ha quasi sempre avversato le Autorità. Il terzo, accettando l’unità italiana, ha desiderato un discentramento larghissimo, ed in altri termini la regione. Il quarto infine ha cospirato di tutta sua forza a distruggere il Regno d’Italia.

Eccetto il primo, tutti, con una assiduità che si avvicina alla costanza, hanno fatto al Governo un’opposizione vivissima. Sotto le bandiere dell’uno e dell’altro partito si sono, mascherandosi, raccolti i mestatori, i ribaldi, e quella zavorra di camaleonti politici, che si gittano sempre dal lato di chi più strepita. Ma depurati da questa marmaglia, il partito avanzato ed il regionista non hanno mai meritato in Palermo quelle accuse, onde spesse volte sono stati colpiti. Il solo esente dalle calunnie, il solo che, per essere tenuto più debole, fu disprezzato, è il clericale-borbonico, e questo appunto ha mostrato coi fatti d’essere il più potente ed attivo nemico delle nuove instituzioni, e meritevole quindi delle accuse più acerbe.

Moderati, avanzati e regionisti hanno tutti avuto il gran torto d’essersi mostrati esclusivi, né scevri talvolta d’ira e di bile.

Che il partito avanzato abbia in Palermo delle intenzioni non conformi al plebiscito, lo niego recisamente; e si è caduto in errore quando se n’è dubitato; al modo stesso che questo partito è caduto in inganno quando ha lasciato supporre che i moderati tradissero gl’interessi del paese.

Gli uni e gli altri avrebbero fatto una guerra inutile e senza scopo, se non fossero, loro malgrado, riusciti a distruggere molte riputazioni onorevoli. e ad affievolire l’autorità del Governo.

Pure, quasi a provare il torto della loro reciproca avversione, si sono sempre trovati uniti e compatti quando l’Italia correva a pericolo, o minacciavasi la provincia di qualche disordine.

Però quella specie d’ostracismo al quale i regionisti sono stati dannati fu causa potente di mali gravissimi; in fatti il partito che contro sua voglia diè maggiore incitamento al male e servi di scudo ai nemici d’Italia, è stato quello appunto che da se stesso si è battezzato col nome di regionista. Vi sono, è vero, taluni estremi che vorrebbero i tre bracci

del Parlamento sedenti in Palermo: ma, se prendiamo questo partito nel suo complesso, vediamo uomini ragionevoli e scienziati, che hanno con la virtù e cogli scritti illustrato il paese, che pel suo bene soffersero esilio e patimenti molti; uomini in gran parte attempati e prudenti, che il popolo da lungo tempo si è avvezzato a rispettare; uomini d’ordine ed amanti di legalità; convinti, se non plaudenti, che in seno al regno d’Italia è soltanto sperabile il bene di questa terra; desiderosi più che altri di larghezze amministrative, e persuasi al tempo stesso che debbano chiedersi e discutersi nell’aula del Parlamento Nazionale.

Questi uomini furono respinti e sprezzatagli animi loro s’inasprirono, e divennero tenacemente ostili. Il malcontento e le doglianze pronunziate dalla bocca di uomini rispettabili fu incitamento potentissimo al malcontento e alle doglianze altrui; mentre i reazionari camuffati da repubblicani, da autonomisti o altrimenti, lavoravano sottomano per prender parte alla lotta ove era più viva, scrollando fra le masse l’autorità del Principe e delle leggi; la qual cosa era tanto più agevole per le condizioni speciali della provincia.

Confesserò non senza rossore che una buona parte del minuto popolo di Palermo e dei paesi che la circondano è forse la più corrotta d’Italia. Questa corruzione si deve, è vero, al Governo borbonico; ma è pure dovuta a quello stato, permanente di ostilità alle leggi ed alle Autorità, che incominciò nel 1815, che durò fino al 1860, e non cessò del tutto negli anni seguenti.

I cittadini più influenti e i più rispettati, volendo ad ogni costo abbattere il governo dei Borboni, non esitavano a demolire costantemente il principio di autorità ovunque si fosse. Le feroci ordinanze, gli strani soprusi, la costante persecuzione dei buoni, toglievano ogni prestigio alle leggi; e l’odio alla pubblica forza era abitudine di civili virtù.

Aggiungerò che gli onesti, cospirando con deboli mezzi alla libertà del paese, stendevano talvolta la mano al ladro ed all’assassino per trovar forza da opporre al Governo. Tre rivoluzioni a brevi intervalli, il 20, il 48 ed il 60, e i moti del 24, del 31, del 37, del 50, del 56 e del 59 compirono il pervertimento d’una massa ignorante, la quale si abituò facilmente al sangue ed alla rapina. I sentimenti dell’onore e della virtù furono poi intieramente perduti per essa, quando il dimani della rivolta o della restaurazione amnistiavansi i reati comuni, e più volte salutavasi eroe il grassatore e l’assassino, decorandolo di medaglie e ricompensandolo di pensioni.

Una generazione che ha tante volte demolito il Governo non può facilmente rispettare il Principe e le leggi: e da ciò appunto è derivata quella ostinazione funestissima, con la quale dopo il 60 si sono offesi trascinandoli nel fango, quasi tutti gli uomini del Governo, e le aspre ed ingiuste censure onde tutte le leggi sono state seguite.

Si aggiunga la straordinaria ignoranza del villico e dell’operaio, l’educazione pervertitrice del prete, e si vedrà come l’abbietta bordaglia del circolo palermitano dovesse necessariamente trovarsi pronta sempre alle armi e pronta ad accogliere con gioia ogni tentativo di ribellione, che da solo basta a destare l’ebbrezza del popolo minuto, e che si traduce per la marmaglia in speranza di largo bottino e d’impunite vendette.

Né è a maravigliare, se in simili circostanze varie classi operaie si trovino unite e compatte, quando si consideri ch’esse sono fortemente organate in pie congregazioni; le quali, falsando i principii onde furono instituite, conservano ancora lo spirito e l’organismo delle antiche corporazioni, e sono non di rado convertite in assemblee di camorristi.

Ed ora mi permetta, signor barone, di svolgere alcune brevi osservazioni intorno alle conseguenze immediate della rivoluzione fatta al 1860.

Essa ebbe qui ben altri effetti, che non son quelli prodotti da un semplice cambiamento di dinastia.

Qui la rivoluzione fu sociale; e non solo ne soffersero gli aderenti del cessato Governo, ma la massa intera della popolazione si trovò spinta in nuovo terreno.

Dalla rivoluzione francese, che fe’ sentire la sua forza e la sua influenza nell’Italia continentale, la Sicilia non ebbe che la legislazione civile. Questo fatto è di suprema importanza; esso spiega perché l’opera governativa abbia qui più che altrove trovato ostacoli e resistenza.

Ma intanto il Regno d’Italia e la dinastia di Savoia, anche pria che nelle altre città del mezzogiorno furono qui salutati con gioia da tutto il popolo, il quale sperò pronti ed immediati miglioramenti, senza calcolare che ad ottenerli erano pur necessari grandi e dolorosi sacrifizi.

Questi sacrifizi affrettatamente richiesti e la perturbazione portata dalla sollecita riforma delle vecchie leggi e! delle vecchie instituzioni furono potente stimolo al mal contento, che affermo senza voglia di giustificarlo, quantunque non sempre motivato da cause fondate nelle supreme ragioni del bene nazionale. — Il sistema delle imposte mutato costrinse l’operaio a versare nel pubblico tesoro qualche lira di tasse gravate in forma diretta, che fu più doloroso a contribuirsi degli scudi che si pagavano per la tassa del macinato; la soppressione del centro governativo, la legge di leva, il mutuo forzato, la disponibilità degli impiegati e soprattutto lo scioglimento delle corporazioni religiose, per quanto fossero in massima parte inevitabili e giuste, incalzandosi l’una sull’altra, destarono impazienze, rancori ed ire inconsulte.

Sarebbe però una grande illusione il supporre che questi soli motivi abbiano prodotto quella massa di malcontenti, di cui la reazione seppe giovarsi per compiere i luttuosi avvenimenti dello scorso mese. Altre cause vi contribuirono potentemente, e non fu estraneo a queste il governo locale.

Ed anzitutto dirò con franchezza che molti uomini I rispettabili e seri cominciano dal dubitare se vi fu mai in Palermo vero governo locale. La mia memoria non può ricordare tutti i nomi di coloro che ressero in sei anni questa provincia: la mutabilità ha dato al governo l’impronta della leggerezza e della irrisolùzione.

Ed è sopratutto a deplorare che il capo della prefettura, l’uomo in cui il Governo ripone la sua piena fiducia, sia stato, per continuo avvicendarsi, direi quasi, । estraneo alla provincia, e quindi ignaro delle cose e delle persone. Né può facilmente comprendersi come possa sperarsi l’attiva e salutare influenza dell’autorità, quando । essa si trova in un paese a guisa di viaggiatore, obbligato a fermarsi per qualche giorno, e pronto sempre a rimettersi in via.

Ponga fede, signor barone, a queste parole, e creda che moltissimi errori sono stati perciò stranamente commessi.

La mancanza di sicurezza, prodotta certamente da cause svariatissime, è da attribuirsi in gran parte a questo stesso difetto che francamente ho accennato. Se gli onesti diffidarono, se i malfattori presero ardire, si deve specialmente alla perenne incertezza degli uomini del governo, cui segui l’incertezza delle vite e delle sostanze, la quale diventava ogni giorno maggiore per la provata inefficacia della giustizia punitrice.

Il colono ed il proprietario hanno troppo sofferto di questi mali; e, lasciati quasi in balia = agli assassini, hanno provato maggior sicurezza proteggendo Sbrigante, che appoggiando il Governo.

La Classe pensante, la più affezionata all’Italia, ed alRe più devota, ha pure crudelmente sofferto di questo stato d’angoscia perenne; e non esito ad affermare che anch’essa oppose in parte per questo stesso motivo quella specie di resistenza passiva che si è più volte incontrata. ,

In mezzo a questo generale sconforto si sono, peropera dello Stato, della provincia e del comune, iniziate $ e compiute molte radicali riforme, e si è a viso aperto lottato contro i malfattori di ogni risma, coi quali era é antico costume il transigere. Or queste radicali riforme,che feriscono tanti interessi, che combattono tanti pre| giudizi, che offendono il fanatismo religioso delle masse 1 ignoranti, non potevano condursi a buon fine, se non con l’opera del tempo o della forza. ;

Il tempo era forse da preferirsi ma le rivoluzioni fa talmente hanno fretta e procedono arditamente spazl

zando ogni ostacolo. Bisognava dunque ad ogni costo ed inevitabilmente adoperare la forza; ed era questa H più che altrove necessaria in Sicilia, e più specialmente nella parte occidentale, dove il popol minuto è più pervertito.

Nelle altre provincie italiane non fu nuova la legge di leva; e le corporazioni religiose già demolite una volta, non eran numerose, ricche, forti e prevalenti come nell’isola. In nissun’altra parte della stessa Sicilia così risentivansi gli effetti della soppressione del centro governativo, né era cosi vivo il fanatismo. religioso e profondo l’abborrimento alla leva come in Palermo.

La forza era dunque indispensabile. Eppure quella poca I che v’era fu per la guerra diminuita, quando le cause direazione erano più potenti; ed il presidio fu assottigliato cosi, che nel mese trascorso vi erano forse nella provincia di Palermo più renitenti, disertori e malfattori colpiti da mandato di cattura, che soldati, carabinieri f ed agenti di pubblica sicurezza.

Ed intanto la soppressione delle corporazioni religiose

era peggio che eseguita, perché decretata soltanto; le imposte erano aggravati ed il mutuo forzoso dovevasi fra poco pagare.

Che i reazionari clericali abbiano profittato di questo tempo per operare un disperato sforzo non è straordinario, né strano. ,

Celati nell’ombra, anche durante le sanguinose giornate del settembre, si appoggiarono sulla bordaglia, la suscitarono, ed armata la slanciarono nelle vie della desolata Palermo.

I disordini avvennero, né maravigliarono alcuno. Se vi fu meraviglia, fu questa soltanto, che decorressero sei lunghissimi giorni, e prendessero l’aspetto di una vera insurrezione.

Ma questa stessa insurrezione non potè mai costituire I una larva qualunque di governo; e giova dirne il perché.

La cittadinanza intelligente ed onesta, che non fu del resto opportunamente convocata, quantunque si stimasse ferita nei suoi più vitali interessi, comprendeva che ogni moto ed ogni mutamento era impossibile, e che ogni sperabile bene poteva solo aspettarsi dal consolidamento del Regno d’Italia; si mantenne quindi, direi quasi, passiva.

Questa inerzia nocque nel primo giorno all'ordine, e giovò nei giorni seguenti, quando la massa del popolo minuto, già trascinata nella rivolta, si avvide che gli onesti non parteggiavano per la sommossa, che nessun capo di buon nome era possibile, e che il moto insurrezionale altro non era che una turpe festa di malfattori.

La S. V. conosce i particolari dell’insurrezione, ma io la prego di tenere in gran conto questo fatto, che a me sembra di significato gravissimo, e che avrebbe reso possibile al Governo il dominare un movimento provocato da pochi, se avesse prestato credito agli annunzi precorsi.

Le leggi che incontrarono più ostinata resistenza debbono nondimeno mantenersi in vigore, e quelle che non furono ancora del tutto attuate debbono ad ogni modo eseguirsi, perché alla fin fine faranno gran bene e grande sarà la prosperità ed il civile progresso, che soprattutto la soppressione delle corporazioni religiose frutterà a questo paese.

Ma nella condizione presente della provincia il Governo si sarà avveduto della necessità d’impiegare per qualche tempo forza, affinché le leggi siano rigorosamente osservate, e d’indugiare e procedere con passo ben cauto nelle nuove riforme.

Quando la società si trova in condizioni anormali niente di più naturale che governarla con mezzi anormali.

Bisogna però questa forza non agisca a salti, coi né finora si è fatto; ma che l’opera ne sia permanente e costante. La permanenza corrobora l’autorità del Governo, e gli fa acquistare quella illimitata fiducia, di cui si sente si vivo il bisogno. Ed è impossibile che gli onesti facciano una vera reazione contro i ribaldi, emancipandosi dalla Camorra

se non sono prima ben certi, anche per l’avvenire, della protezione e dell’assistenza governativa.

Parlando di forze s’intende accennare ad un forte presidio; che lo stato d’assedio è di necessità passeggiero. E più di tutto s’intende quella forza morale, che nella provincia nostra è deplorabilmente scrollata.

Gli è ritemprando le suste dell’Amministrazione locale, che il buon governo sarà reso possibile: gli è co! farsi familiari ai cittadini, che posson le autorità esercitare influenza: gli è avvalendosi degli elementi della provincia, che la polizia sarà veramente efficace.

Io non so concepire un agente di sicurezza pubblica che non parli e non intenda il dialetto. Come farà egli per invigilare non visto? come farà ad intendere le deposizioni? e di quanti anni non avrà egli bisogno per conoscere ad uno ad uno i ribaldi e gli onesti del suo rione?

Le guardie di sicurezza e tutti gli agenti di polizia saranno, non ne dubito, da oggi innanzi prescelti in quello stesso paese, nel quale sono chiamate ad esercitare le loro funzioni. Se cosi non fosse, la sicurezza in città e soprattutto nelle campagne non potrebbe facilmente raggiungersi.

Per quanto sia grande e meritata la fiducia goduta dai carabinieri non bisogna tuttavia supporre ch'essi possano, se del tutto estranei al paese, rendere quel servizio di polizia che tende a prevenire i reati. Valoroso sempre e pieno di annegazione, ispirato ai più nobili sentimenti del dovere e della legalità, il carabiniere non è però uno strumento ben docile né sempre opportuno nelle mani del capo della provincia, a cui gioverebbe assai più un corpo di guardie di sicurezza montato a cavallo per vegliare all’ordine nelle campagne.

La S. V. intenderà agevolmente ch’io sono ben lontano dal riproporre i compagni d'armi.

Questi erano malfattori, che si pagavano perché non rubassero e tenessero in soggezione gli altri ribaldi; la responsabilità dei furti che davasi loro era un appalto della sicurezza, e li obbligava a transigere coi malandrini, permettendo un reato ed evitandone un altro.

Ma la S. V. Ill.ma conoscendo le condizioni di» questa provincia, avrà veduto che un nuovo ordinamento della polizia non può da solo bastare, se non si pensi al tempo stesso a curare risolutamente altre piaghe onde Palermo è tormentata.

Se i furti sono troppo frequenti, se le armi vietate generalmente si asportano, se i manutengoli sono numerosi, se il contrabbando è creduto un onesto mestiere e si esercita sfacciatamente, ciò significa che le pene non sono abbastanza severe, né abbastanza attuate.

Non è mestieri che si addimostri quanto importi di reprimere il furto,ma la S. V. filma vorrà permettermi ch'io spieghi la ragione per cui stimo opportuno che l’autorità si preoccupi del porto d’armi vietato, del manutengolo e del contrabbando.

I popolani della Provincia usano indistintamente le armi: se non hanno il fucile, nascondono sotto le vesti il coltello; e quindi all’accento d’ira ed alla leggera offesa facilmente rispondono col piombo o col ferro.

Una classe estesissima, che solo in Palermo si conta a migliaia, vive di contrabbando, e si abbrutisce in questa vita che conduce ad atti continui di rivolta consumati armata mano contro la pubblica forza. Da qui il disprezzo alle leggi ed una corruzione su vastissima scala.

Vengo ora al manutengolo.

Quasi tutti i cittadini all’occasione sono manutengoli; pure ben molti meritano il titolo di onesti.

Or quando una piaga si estende cosi, convien dire che il male è ben grave, e conviene con ogni studio rintracciarne la origine — Possono alcuni essere manutengoli per animo pravo; ma è impossibile che questa pravità sia a tutti comune. — Se non cado in errore, è la sfiducia nella quale il governo è tenuto che induce a proteggere i malfattori. Se si è manutengoli, egli è perché si ritiene — e giova il ripeterlo — che a difendere il cittadino, il Governo non sia forte abbastanza, e si cerca quindi intendersi e transigere col malandrino.

Condanno quell’anima bassa che non arrossisce di stendere la sua mano al ribaldo: ma ciò nondimeno il fatto sussiste, e giova trovarvi rimedio.

Il furto, il contrabbando, e l’asportazione delle armi vietate possono a mio avviso reprimersi, se vuole la Camera che sieno, per qualche tempo almeno, proclamate leggi più rigorose.

Ma una più severa punizione inflitta al manutengolo non gioverà che ben poco, ove il male non sia reciso alla radice, rianimando gli sconfortati e creando con perseveranza quella fiducia nella forza e nella giustizia del Governo, che può sola indurre a sprezzare il malfattore.

Le corporazioni degli operai sono mezzo all’esercizio della camorra,

ma, se è vero che queste associazioni sussistano per rendere possibile una coalizione permanente, io credo opportuno che le più nocive sieno sciolte.

Partigiano della pena di morte, non so comprendere come le condanne capitali non sieno più da qualche tempo eseguite. Nel Codice questa pena sta scritta tuttora; ed io, che la credo efficace, desidero di vederla attuata.

Nel breve periodo di pochi anni si è avuto per due volte lo stato d’assedio e con esso le fucilazioni; né so vedere perché la sentenza di un tribunale militare debb’essere tenuta in maggior conto di quella del magistrato ordinario, che giudica forse con soverchio scrupolo, e riserba la morte pei più truci misfatti! — Io so di un mostro, che uccise la madre dopo di averla stuprata, e quest’uomo, condannato all’estremo supplizio, vive tuttora!

Sono, è vero, delle ragioni potenti per le quali si esita ad eseguire le condanne di morte,; ma io non mi astengo per ciò dal manifestare intera lo profonda convinzione che, se quella pena è sempre efficace, è poi necessaria nella nostra provincia.

Tutto il rigore delle leggi presenti e quello che io spero per l’avvenire non riuscirà pertanto ad ottenere gli effetti desiderati, se non si affrettano i passi della giustizia. ‘La pena è davvero esemplare quando segue immediatamente al reato; ma qui si fa sempre lungamente aspettare.

Non è certo da mettere in dubbio che il lento procedere della giustizia sia naturale effetto della molteplicità dei reati. Però la giustizia dee per questo stancarsi? Il Governo dee per questo dimenticare che il carcere giudiziario sia zeppo di detenuti?Io son perfettamente convinto che il Governo del Re non tarderà a molteplicare il numero degl'istruttori e quello delle Corti di assisie, finché si ottenga una volta questa condizione suprema d’un buon ordinamento penale, il breve intervallo fra la colpa e il giudizio.

Non ho parlato dei due grandi fattori di civiltà e di benessere, che sono l'istruzione ed i lavori, perché la convinzione della loro utilità è troppo generale e profonda. Ma importa notare che se per l’insegnamento, si è in via di rapido progresso non può dirsi lo stesso intorno ai lavori, ed a quelli specialmente che facilitano le comunicazioni, mezzo potentissimo al di rozzamente dei popoli ed alla pubblica sicurezza. Essi furono sino ad ora molto scarsi e molto fiaccamente condotti; e questa loro insufficienza — rapporto al vivo bisogno che è universalmente sentito — fu causa anch’essa di giustissimo malcontento.

Né è a supporre che il quarto dei beni tolti alle corporazioni religiose e dato ai comuni possa solo bastare a fecondare questa provincia mettendola al livello delle altre del continente: né è a supporre nemmeno che le comunicazioni postali, ancora non giornaliere, abbiano dato al paese quella vita, quel movimento e quel contatto col continente, da cui non è ingiusto sperare un gran bene.


vai su


Se le strettezze dell’erario nazionale consigliano larghissimi risparmi, permetta chi io dubiti della loro bontà quando arrestano il progresso della civiltà in una parte importantissima del regno. Gli è certo, signor barone, che la Signoria Vostra Illustrissima ha più volte inteso discorsi dal mio poco dissimili.

Gli è certo che la S. V. avrà sempre, e particolarmente in questi ultimi giorni, studiate le condizioni di questa provincia. — Tuttavia mi è sembrato che forse non sia del tutto inutile una parola franca e sincera.

Gradisca intanto il più profondo ossequio del

Palermo,11 ottobre 1866.

Suo devotissimo:

A. Rudinì

A Sua Eccellenza

il signor barone Ricasoli

Firenze

XXVII

Ill.mo signor Ministro,

Da molte relazioni che sono state alla S. V. Ill.ma dirette intorno agli avvenimenti dello scorso settembre, che insanguinarono questa città, mi obbligano a narrarle i fatti che avvennero in mia presenza.

Noi feci finora, perché stimava sufficiente il breve cenno scrittole il 22 settembre e le idee più ampiamente svolte nell’altra mia lettera del dì 11 corrente; ma dopo tanti rapporti la mia coscienza m’impone di parlare il linguaggio del testimone.

Alle 4 ant. del giorno 16 settembre fui fatto svegliare dal generale Camozzi, e subito andai al Palazzo Municipale. — Ivi mi narrò il Camozzi che durante la notte, si era udita una fucilata vivissima in vari punti delle borgate vicine; che più volte ne avea avvertito il questore; ma che gli si era risposto non esservi nulla di serio.

Mi disse ancora che ne avea avvertito il prefetto.

Noi giudicammo la situazione ben grave, quale essa era di fatti. Pure pensammo che nissun provvedimento d’importanza era da prendersi se prima non si fosse sentito il prefetto.

Montati in legno, andammo al Palazzo Reale; però nella piazza vedemmo il commendatore Torelli, il quale si accingeva a recarsi, nella sua carrozza, verso i Porrazzi, dove si udiva un fuoco ben nutrito di fucileria — la nostra conferenza col prefetto durò pochi secondi. — Ei disse che andava a vedere di che si trattasse; ed io risposi che mi avrebbe trovato al mio posto fai Municipio); non ostante l’avverti d’inviare un po’ di forza nel cuore della città, dove, a mio avviso, era possibile che si facesse qualche tentativo per turbarvi l’ordine.

Col Camozzi tornai al Palazzo di città. Vi erano sei o sette militi di Guardia Nazionale e più il sig. Serra direttore del giornale L’Amico del Popolo. — S'

udì allora qualche colpo di fucile, e poco dopo giunsero il. principe di S. Flavia capitano dello Stato maggiore della Guardia Nazionale; due o tre militi dei bersaglieri, fra cui primo era un Pinelli.

Per giudicare meglio di che si trattasse mi spinsi, sempre in compagnia del Camozzi, sino al convento di S. Nicolò, che è il quartiere delle guardie daziarie municipali, poco lungi dal Municipio, e vi trovai circa 40 guardie, che si erano ritirate dalla cinta della città, d’onde dissero di essere stati cacciati a fucilate. Si udirono intanto altri colpi di moschetto. Feci chiamare l'ispettore delle guardie daziarie signor Di Maria, che tosto venne, e tornai al Municipio. Qui il generale Camozzi ordinò che si battesse la generale.

Poco dopo tre o quattro soldati, che erano di guardia all’officio della Posta, situato alle spalle del Muni' cipio, furono aggrediti dai rivoltosi. I soldati si batterono da bravi, rispondendo coraggiosamente al fuoco, ed ordinai allora ai pochi uomini che erano con me di rispondere a quello degli insorti.

Un furiere e due soldati, che erano alla Posta, caddero, morto il primo e feriti i secondi. Gl'insorti avanzavano nella via Macqueda, e sin poi quasi alla piazza Pretoria. (z)

Non erano più di 20 o 30 quelli che si mostrarono a petto nudo e a viso scoperto. Lungi procedeva un manigoldo che portava alla mano un cencio rosso. Ma il fuoco che facevasi dal Municipio, ferì nel braccio il bandieraio, ed obbligò gli altri a ritirarsi.

Intanto dalla via dei Giudici si ripeteva l’attacco. La posizione era difficile. Non si vedeva un soldato, non un carabiniere, non una guardia di pubblica sicurezza.

Il principe di S. Flavia, profittando di un momento opportuno, andò in cerca di rinforzi. Egli trovò nel vicinissimo palazzo Viola il generale Righini e due compagnie di granatieri. Avvisò il generale della nostra posizione; e vidi poco dopo che il Righini, in abito da borghese, ordinava ai soldati, dalla piazza Vigliena, un attacco per liberare il Municipio.

Si avanzò un pelottone, il quale ebbe due o tre feriti; ed il Palazzo Municipale fu pel momento svincolato. Un altro pelottone si appostò alla piazza Vigliena, ed aprì il fuoco nella via Macqueda dalla parte dei Crociferi e S. Agostino.

Allora si raccolsero al Palazzo di Città alcuni fra gli assessori, primi di tutti i signori Emanuele Notarbartolo di S. Giovanni e Francesco Traina, e poi i signori Gaetano Trigona di Mandrascati, Manfredi Lanza e Luigi Scalia. Vennero ancora alcuni notabili, l’avvocato Albanese, il professore Tommasi, l’avvocato Perrone Paladini, il signor Vassallo, il presidente signor Murena e il colonnello ispettore della Guardia Nazionale signor Cappello ed altri.

Vennero pure militi ed ufficiali della Guardia Nazionale che in tutto sommavano a 50 circa, dei quali ho già trasmesso l’elenco al prefetto.

Quando i cittadini furono raccolti e mentre deliberavasi intorno al da fare sopraggiunse il prefetto, il consigliere delegato, ed il duca della Verdura.

Si decise di mandare una pattuglia di Guardia Nazionale comandata dal bravo capitano Notarbartolo di S. Giorgio e preceduti dalla Giunta Municipale (inerme) per chiamare i cittadini a stringersi intorno al Municipio e per tentare di sollevare gli spiriti.

Fra gli applausi delle finestre e le fucilate per via si percorre in parte il mandamento Tribunali.

Si arrestarono due malfattori — se ne disarmarono quattro — e si tornò al Palazzo Municipale.

Allora il prefetto si uni alla Giunta, e seguito da un pelottone di granatieri, si rinnovò la passeggiata pel mandamento Castellammare — fummo accolti ugualmente — non ostante due degl’insorti furono morti per mano della Guardia Nazionale.

Poco dopo si passava dalle, finanze e percorrevasi in gran parte il corso Vittorio Emmanuele.

Qui il contegno dei cittadini parve favorevolissimo. Le case s’imbandierarono, e, preso animo da quest’accoglienza, si andò in piazza dell’Oli velia, coll’intendimento di riunirsi in via Macqueda e prendere alle spalle i rivoltosi, che avendo fatto una barricata, lottavano colla truppa lasciata in piazza Vigliena.

Ma in piazza dell’Olivella la resistenza fu viva; ciCr nondimeno andavasi innanzi. Un fuoco vivissimo ci accolse in via dell’Orologio; ma si. andava pur sempre innanzi, caricando alla baionetta gl’insorti che sgomentati fuggivano.

Si stette un istante perplessi, ma fu deciso di continuare, perché l’impresa potesse compirsi. Ma nel momento in cui si stava per entrare nella via Macqueda, una scarica inaspettata venuta dal Monastero delle Stimmate arrestò i passi della Guardia Nazionale e della truppa. Si rispose al fuoco, e si ebbero a deplorare cinque feriti, oltre l’assessore signor Trigona Mandrascati che fu graffiato da una palla al ginocchio.

Ma, visto che quello era il quartiere generale degli

insorti, e non avendo strumenti da rompere le porte, si pensò di rinnovare l’attacco col rinforzo dell’artiglieria.

Si tornò quindi al Municipio, e si avvertì i generali che si giudicava il cannone indispensabile.

Ma i generali fecero sapere che non potevano giovarsene, perché qualche cavallo poteva essere ferito, e qualche cannone cadere in mano dei ribelli ((67)).

Più volte il Prefetto pregò i generali di venire al Palazzo municipale per prendere concerti, e li pregò per mezzo del consigliere delegato, all’uopo spedito. Ma i generali stettero fermi al Palazzo Reale.

Si mancava di munizioni, ed il Prefetto, allontanatosi per poco, trovò forse modo di andare egli stesso al Castello, e certo portò seco al Municipio un buon numero di cartucce.

Intanto il maggiore Fiastri con un battaglione di granatieri tentò valorosamente un attacco nella via Macqueda. Si spinse innanzi per colonna di pelottone, e giunse a sormontare una delle barricate iniziate presso S. Agostino. Ma l’assalto non riuscì, ed il maggiore riportò una prima ferita.

Si fu allora che il Prefetto e la Giunta, seguiti da alcuni cittadini, fra cui il duca della Verdura, Martino Beltrani Scalia, Serra ed altri credettero opportuno di andare dai generali per prendere i desiati concerti.

(1) Si parlò con i generali Carderina e Righini. Essi dichiararono che non si poteva offendere, ma conveniva pensare alla difesa, finché venissero i rinforzi già domandati. Credettero pertanto che il Palazzo di Città, le Finanze, il Castello, le Carceri dovessero custodirsi e difendersi.

Si mandò una compagnia al Municipio, e si decise che la Giunta dovesse restare presso il Prefetto per coadiuvarlo.

Al Palazzo Municipale restarono il generale Camozzi, e i signori Di Maria e Perricone, impiegati municipali nell’amministrazione daziaria, ai quali, durante la mia assenza, che credevo temporanea, dissi di tener fermo e rappresentarmi.

Circa venti doganieri, che il direttore delle gabelle aveva messo a mia disposizione, pochi militi e graduati di Guardia Nazionale, pochi cittadini fra cui il sig. Francesco Perrone Paladini e Notar Magliocco e da 40 a 50 fra guardie daziarie e Pompieri restarono ugualmente al Municipio.

Il domani, lunedi, giungeva da Messina un battaglione comandato dal maggiore Gagliardi, il quale venne al Palazzo passando per il corso Vittorio Emanuele dove fu fragorosamente applaudito e salutato dalle bandiere nazionali. Alle Finanze il presidio gli aveva fatto conoscere che mancava di viveri e munizioni, ed accompagnandosi alle truppe, era giunto dal Municipio un messo il quale portava una lettera dei signori Di Maria e Perricone..

La lettera diceva: Staremo fermi sino alla morte man date viveri e munizioni.

Pregai il generale Righini di profittare del buon mo. mento per soccorrere i nostri, ma il generale osservò che la truppa era stanca e digiuna e che la farebbe ristorare, e poi tornare per la stessa via.

Dopo due ore il battaglione si spinse sin presso alla piazza Bologni; ma fu respinto, ed al suo retrocedere contribuì l’impaccio di due carri di viveri destinati al Municipio ed alle Finanze.

Il battaglione doveva inoltre prendere munizioni al Castello e portarle al Palazzo Reale.

Il suo insuccesso ci lasciò senza munizioni.

Il Municipio e le Finanze aspettarono invano il chiesto soccorso.

Il resto della giornata sino alle 2 pom. si passò vedendo un fuoco nutritissimo a direzione del Palazzo Municipale.

Alle 2 circa i rivoltosi tentarono un attacco contro il Palazzo Reale dalla parte della piazza del Duomo.

Se gl’insorti avessero guadagnata quella piazza, appostandosi dietro una balustrata massiccia che ivi esiste, avrebbero potuto spazzare gran parte della piazza Vittoria ed obbligare i difensori del Palazzo a chiudersi fra le quattro mura di esso.

La Giunta e i cittadini tennero consiglio col prefetto, i civili che avevano assistito a tre rivoluzioni, e con ispecie il signor Martino Beltrani che fu nel 1860 valoroso combattente, consigliavano di formare presso l’arcivescovado, a Porta Nuova, presso l’arco dell’Antico Spedale e innanzi le scalinate del Palazzo delle barricate.

Consigliavano ancora di occupare il fabbricato che si chiama Infermeria dei Cappuccini, il monastero di Santa Elisabetta, quello dei Sette Angeli, ed il palazzo di Carini.

Ed il prefetto, convinto che i suggerimenti erano giusti, prese l’iniziativa dell’esecuzione. Certo conferì coi generali, perché senza indugio una parte del battaglione venuto da Messina si spinse nella piazza del Duomo e sin verso il Papireto (ed il prefetto era alla testa).

Gl’insorti furono respinti, e si cominciarono a costruire le barricate.

I Sette Angeli, Sant’Elisabetta, e gli altri edifici di cui sopra è cenno, furono occupati.

Cittadini e soldati presero animo; e sull’imbrunire una seconda sortita fu fatta dal maggiore Fiastri, ma ferito mortalmente, non poterono i suoi pervenire come intendevasi al Palazzo di Città.

Mancavano intanto i viveri; il colonnello dei carabinieri aveva fatto fare delle requisizioni di buoi; per prendere farina e pasta fu dalla Giunta indicato l’Albergo dei Poveri, dov’è una grande manifattura di pasta, e la requisizione non fu infruttuosa.

Nella notte il presidio ch’era al Palazzo Municipale avendo fatto arditamente una sortita, si univa alle truppe della Piazza Vittoria; ed in seguito a questa operazione fortunatamente riuscita, una compagnia di truppa tentò ma inutilmente, di giungere alle Finanze.

Il martedì (18) si fecero pure delle requisizioni di viveri, dirette alcune dai carabinieri ed altre da quel medesimo sig. Perricone ch'io aveva prima lasciato al Palazzo Municipale e che ne sortì la notte del lunedi. Ed egli continuò a farne anche nei giorni seguenti raccogliendo in gran quantità vino, formaggi, sigari, caffè e zucchero.

Arrivarono intanto legni da Napoli. Si vide che mettevano a terra truppe di sbarco e s’inviarono verso il mare per incontrarli 50 uomini volontari, fra cui due pompieri vestiti da soldati per essere di guida; e si seppe poi che essendosi valorosamente battuti furono nondimeno costretti a rendersi.

Il dimani (19) fu attaccato e preso dagl'insorti il quartiere dei Borgognoni alla Vittoria, indi giunse la flotta, e nel pomeriggio si udì il cannone e la fucileria avanzarsi sin presso, S. Francesco di Paola; e dall’alto dell’Osservatorio scorgevasi che dentro il monastero delle? Stimmate i rivoltosi, stando al coperto, rilevavano colpi senza posa e senza respiro.

Il soccorso sperato non giunse. E fu per tutti un vivo dolore.

Ho ragione a credere che i generali si fossero seriamente preoccupati della posizione delle cose per certo non molto felice.

Mancavano i viveri e soprattutto le munizioni. Ed in una conferenza tenuta col Prefetto pensarono seriamente alla possibilità di una capitolazione. Ma il prefetto Torelli non volle udirne una parola; propose che si mangiassero i cavalli, e i cavalli furono mangiati, e incoraggiò tutti a star fermi. La giunta applaudì quando Torelli comunicò il risultamento della conferenza avuta coi generali.

Ed allora s’ingegnarono tutti per trovar modo di accrescere le munizioni.

Quando fu occupato dalle truppe il monastero dei Sette Angioli, si comunicò colla casa vicina, del barone Mulè, e si seppe ch’egli aveva della polvere.

Rammentai questo fatto a Torelli, ed egli stesso andò subito nella notte a prendere la polvere. Mancavano le palle. Uh pezzo di legno fu dall’assessore Notarbartolo e dal Beltrani ed altri convertito in pallierà; ed il piombo dei condotti del gas forni il materiale opportuno.

Si lavorò con successo. Noi avevamo ottenuto da mille a due mila colpi e nelle strettezze nostre erano un grande soccorso.

Pure il giovedì furono dal colonnello dei carabinieri date al prefetto moltissime palle prima dimenticate.

In quel giorno gl’insorti da parte di Santa Elisabetta, e del corso Vittorio Emanuele attaccarono vivamente, ma senza successo, il Palazzo Reale.

Era intanto necessario che le truppe arrivate dal Continente, e quello che si aspettavano conoscessero la posizione in cui trovavansi i difensori del Palazzo Reale. E il prefetto coll’aiuto del suo consigliere delegato trovò modo di spedire molti messi fedeli di cui si sa che ne arrivarono due.

Sull’imbrunire giunsero in porto molti legni con truppa. Il venerdì arrivò il generale Masi che aveva a guida un impiegato municipale a nome Giacomo Magliocco, sottotenente ne’ volontari. Egli incontrò nel suo cammino una viva resistenza all’Olivuzza e quantunque le truppe di presidio al Palazzo non potessero forse sorreggerlo con opportuna sortita pure superò tutti gli ostacoli.

Giunse pure il maggiore Brunetti guadagnando prima, con pochi soldati, tutte le barricate da Porta Macqueda al Duomo ed al tramonto il Masi, alla testa dei bersaglieri, penetrò in città, giunse alla piazza Vigliena spazzando ogni ostacolo e tornò poi a Palazzo dopo di avere sparso il terrore fra le bande armate.

Più tardi vennero per mezzo del prigioniero tenente Menozzi proposte di resa per parte dei ribelli; ed a lui come ad altri fu risposto con quella dignità che il caso voleva.

Il sabato il generale Masi per primo coi bersaglieri ed altre colonne, guidati tutti dai pompieri municipali, dalle guardie daziarie municipali, e dal signor Ferricene che posto fu sotto gli ordini del Masi, penetrarono nella città senza incontrare grave resistenza.

La S. V. avrà visto che io mi sono limitato a narrare i fatti di cui fui testimone; ma sento il debito di esprimere alla S. V. queste poche osservazioni.

La città fu sorpresa come il Governo; essa restò quasi passiva; ma non prese alcuna parte al movimento nel quale il solo popolo minuto fu trascinato. Non pochi furono quelli che si presentarono ad onta di gravissimi ostacoli, il giorno 16 al Municipio dando alle autorità un forte appoggio morale.

Alcuni si batterono gagliardamente.

Gli assessori componenti la Giunta stettero fermi al loro posto con abnegazione e coraggio. Fra mille sofferenze molti pericoli, si deve a loro se potè il Municipio protestare davvero coi fatti contro il moto insurrezionale; ed io sento il dovere di segnarli alla pubblica riconoscenza.

La forza municipale daziaria che fti possibile di raccogliere (e che non era facile a riunirsi, perché sparpagliata in punti isolati e lontani) segui i suoi capi Perricone e Di Maria ed adempì il debito suo.

I militi e graduati di Guardia Nazionale, benché in numero pur troppo scarsissimo, fecero strenuamente il loro dovere del quale il generale Camozzi dava bellissimo esempio.

Gli ufficiali tutti della truppa combatterono con straordinario valore. E vidi il prefetto condursi sempre egregiamente, con non comune coraggio e con fermezza.

Se il Governo non si fosse fatto cogliere alla sprovveduta, ho fondamento per credere che, come nel maggio 1865,avrebbe trovato nella cittadinanza appoggio efficace ( )ed effettivo.

Per mezzo del signor prefetto ho mandato al Regio Commissario un notamente di quei cittadini, militi e graduati della Guardia Nazionale ed impiegati municipali che per la parte avuta nei suaccennati fatti ho creduto meritevoli della riconoscenza del Governo.

Il Sindaco —

Rudinì.

A S. E. il presidente del Consiglio dei Ministri.

XXVIII

Eccellenza,

A tenore delle disposizioni impartitemi, mi pregio riferire alla E. V. quanto segue:

Quando nell’aprile dello scorso anno fui destinato a reggere la questura di Palermo, trovai le condizioni della pubblica sicurezza di quel circondario in critico stato, per cagione dei moltiplici partiti che travagliavano quella svegliata popolazione, delle scissure di famiglie, d’una inesplicabile ritrosia a deporre il vero e d’una marcata tendenza a difendere, occultare e sussidiare i delinquenti.

Essi partiti potevano e possono riassumersi in autonomista, che mira alla separazione della Sicilia dal resto d’Italia: componendosi esso di una gran parte della nobiltà, di capitalisti e di possidenti, è il più influente: in regionista, il quale desidera l’autonomia amministrativa e cómponesi per lo più d’uomini istrutti e quasi confondesi col primo; al medesimo nulla cale questa o quell’altra forma di governo, questo o quell’altro regnante: in borbonico, che vuole il ritorno della caduta dinastia, cui aderiscono una frazione di nobili e parte dei possidenti, gli ex-capi urbani che amministravano la polizia nell’abitato, per lo più facendo la camorra; e gli ex compagni d’armi, che appaltatori della pubblica sicurezza della campagna, transigevano coi ladri e cogli assassini, dai quali per lo più venivano tratti: in reazionario, il quale, composto per la maggior parte della numerosa classe de' preti e frati, è molto potente, disponendo della massa della popolazione sfruttandone l’ignoranza e conseguente superstizione; esso è sempre disposto ad appoggiare quel partito, dal quale possa sperare l’integrità delle sue ricchezze e della sua influenza: in repubblicano che si compone dal partito d’azione, dalla Società Operaia e da parte della gioventù: infine in governativo, composto della maggioranza della Società Patriottica, la quale, se fosse più compatta, più ardita e se spiegasse tutta l’influenza di cui è capace, apporterebbe un bene morale e materiale( )a quello sventurato paese, che tante future speranze racchiude nell’ingegno de' suoi abitanti e nella ricchezza del proprio suolo.


vai su


Sino dal tempo dell’assassinio Corrao si scisse il partito repubblicano, ed una frazione capitanata dal noto Badia, avvicinatasi, per accrescere la propria forza agli autonomisti e a' borbonici faceva nel successivo maggio temere gravi sciagure e segnatamente quella di far invadere la città dalle bande, che numerose scorazzavano nella provincia.

L’attività, l’energia e l’accortezza del senatore marchese Gualterio, potentemente coadiuvato dal distinto generale Medici, valsero a scongiurare tal pericolo, col disporre opportunamente della numerosa forza dipendente, la quale riusciva indi all’arresto dello stesso Badia e di molti suoi correi, tra i quali i preti e frati; come anche all’arresto di molti malviventi de' quali furono ripiene le carceri. Ciò non potea che produrre sgomento nelle bande ed un sensibile miglioramento nelle condizioni della pubblica sicurezza: e lo produsse.

La questura accessibile ad ogni classe di persone, energica ed imparziale, non ostante l’invio di continue anonime e fosse senza interruzione assediata da una moltitudine di protettori, sollecitatori e confidenti, i quali raramente somministravano dei dati per iscoprire qualche delinquente, ma che non intendeano testimoniare, coadiuvò certo a conseguire tale lodevole risultato. Ed appena osservava rialzato alquanto lo spirito pubblico, rivolse ogni cura ad iniziare numerosi procedimenti di assassini commessi, di ferimenti, di sequestri di persone, di grassazioni e di furti, come anche a completare quelli in corso d’istruzione.

Alla partenza del signor Marchese Gualterio i partiti non erano Spenti, come lo dimostrarono le elezioni politiche e la celebrazione dell’onomastico di Mazzini. Come pure non ostante il numeroso personale armato, di cui si disponeva, e l’attività immensa spiegata da tutti, rimanevano liberi nel circondario de' capibanda. Tali furono Randazzo, Losecco, Nobili, Buonafede e altri in territorio di Palermo: i fratelli Romanotto, i fratelli Spinato, Cucia, Giordano ed altri a Monreale: Perna ed altri a Carini: i fratelli Speziale, Giancola ed altri a Bagheria: Giordano, Plescia ed altri a Misilmeri: Stazzi ed altri a Piana de' Greci: Tarda ed altri a S. Giuseppe, e non pochi nei territori degli altri comuni. Lasciava pure, come l’avea trovato, il malcontento quasi generale nella popolazione, in ispecialità sempre crescente nella bassa classe per mancanza di lavoro, ed in quella degli impiegati in disponibilità.

Non pochi arrestati pel «noto processo politico Badia» tanto borbonici quanto repubblicani, furono dall’autorità giudiziaria rilasciati. Moltissimi di quelli trattenuti per reati comuni furono parimenti liberati per mancanza di prove. I primi uscirono di carcere maggiormente inaspriti contro il partito avverso; i secondi non ismentirono i loro precedenti.

Per tali motivi la missione della pubblica sicurezza si rese sempre più ardua. Tuttavia la medesima, continuando a procedere energicamente, potè mantenere le sue condizioni nello stesso stato insino all’arrivo del nuovo prefetto l’egregio senatore del Regno sig. comm. Torelli, il quale informatosi, come di dovere, dello stato delle cose, non dava nuove istruzioni, né maggiori provvedimenti.

Sopravvennero intanto le voci di guerra, la pubblicazione della legge sulla soppressione delle corporazioni religiose, il corso forzato dei biglietti di banca, l’aumento di prezzo nella macinatura del grano per le cessate pioggie, e quindi un maggiore ristagno nel commercio e nei lavori d’opere pubbliche e private. E benché tutto ciò accrescesse il malcontento, e facesse sorgere dei continui gravi disturbi, ai quali con molti stenti s’ovviava, tutta via non s’appalesava nella popolazione alcun altro grave sintomo, che facesse presentire una prossima insurrezione. Notizie di fatti determinanti non ne ebbi io, né i miei dipendenti impiegati, quasi tutti siciliani, non n’ebbe il signor prefetto, non n’ebbero le altre autorità, non me ne riferiva infine la benemerita arma de' Reali Carabinieri ((68)).

Fattasi poco dopo la leva, e questa avendo dato, se condo il solito, gran numero di renitenti, fu cagione, della nuova comparsa delle vecchie bande da essi rinforzate. In presenza di siffatto grave inconveniente, la questura, approfittando della forza militare che tuttavia rimaneva nella campagna, credette d’appigliarsi al mezzo altra volta usato, dell’arresto dei parenti, che fruttò la presentazione del maggior numero di renitenti, e lo scioglimento in parte delle bande stesse ((69)).

Posteriormente avvenne la chiamata delle classi, che diede un maggior contingente di disertori, i quali, presa la campagna, andavano cagionando gravi sconcerti, cui si tentò mettere riparo coll’esortazione e coll’arresto d’un limitato numero di parenti. Ma non valse certo a portar rimedio allo stato delle cose, dacché se fruttava la presentazione di non pochi, questi, lasciati in Sicilia nuovamente disertarono.

Sfortunatamente, essendosi pure dalla questura mandate varie circolari ai signori sindaci, per attivare il servizio delle Guardie Nazionali, quasi tutte disorganizzate, poche corrisposero all’appello: cioè quelle di San Giuseppe, di Marineo, di Piana de' Greci, di Balestrate e di qualche altro comune.

Circa questo tempo comparve, nelle montagne sovrastanti a Bagheria, una numerosa banda di malfattori cen bandiera rossa, che il delegato mandamentale signor Natale — barbaramente assassinato a Palermo — attaccatala colla poca forza delle guardie di pubblica sicurezza, dei Reali carabinieri, e della poca atta Guardia Mobile, riuscì a mettere in fuga, senza fare nessun arresto.

Ad avvisare ai mezzi di garentire nel miglior modo possibile la sicurezza delle persone e degli averi degli amministrati, si tenne alla prefettura una riunione alla quale intervennero il signor prefetto, il generale Righi ni, il signor colonnello dei Reali carabinieri, il questore ed il signor capitano comandante la compagnia interna dell’arma suddetta. Si decise in essa di affidare al suddetto capitano la direzione della forza incaricata di tutelare la pubblica sicurezza della campagna, la quale forza consisteva nelle stazioni dei Reali carabinieri e delle guardie di pubblica sicurezza, in un battaglione della Guardia Nazionale Mobile, ed in duecento militari di linea, tuttavia mancanti d’istruzione, dei quali soli, disse il generale Righini, poter disporre. Dopo aver osservato che i mezzi non corrispondevano alla gravità della situazione, esterna, che per quanto le bande si tenevano lontane da Palermo, la sua sicurezza non sarebbe per pericolare, ma se per contro le medesime s’avvicinavano alla città, la sua sicurezza ne rimarrebbe compromessa. Soggiunsi pure, che bisognava procedere energicamente negli arresti delle persone sospette, non essendo altrimenti possibile far fronte alle esigenze del servizio; e che senza di ciò lo stato delle cose verrebbe ad aggravarsi. E così avvenne di fatto, giacché mentre l’egregio capitano con istenti e con tutto zelo possibile correva colla forza nei luoghi ove eransi commesse grassazioni, le bande comparivano in altri siti, procedendo anche a sequestri di persone.

Onde appoggiare lo stesso signor capitano nelle sue operazioni, il prefetto mandava apposita circolare ai signori sindaci pel concorso della Guardia Nazionale. Ma sgraziatamente anche questa disposizione rimase senza frutto nel circondario.

Siffatto servizio durò per un mese, in fine del quale tenutasi nuova riunione, si deliberò d’aumentare la forza militare, mettendola a disposizione dell’arma dei carabinieri e della pubblica sicurezza.

La questura ordinava intanto nuovi arresti di persone sospette e di parenti di renitenti e disertori, benché co stretta a procedere con troppa cautela in materia politica, dacché la Commissione pel domicilio coatto non intendeva condannare alcuno senza convincenti dati, se non impossibili, certo molto diffìcili ad aversi in Palermo per notorie moltiplici cause dalle quali ho toccato fin da principio. Liberò infatti un prete di Terrasini, il quale fu precedentemente rilasciato dall’autorità giudiziaria per ordinanza di non farsi luogo a procedimento; e sciolse lo stesso famoso Miceli di Monreale, che fu pure dalla stessa autorità giudiziaria rilasciato dalle carceri, nelle quali era infine dall’anno scorso, con pari ordinanza di non farsi luogo a procedimento per l’ascrittagli imputazione di attentato contro la sicurezza interna dello Stato, siccome complice di Badia e suoi correi. I primi arresti erano accanitamente avversati dai giornali del partito d’azione, per eccellenza detto anche unitario, il quale infin del mio arrivo in Palermo mi bandi la crociata, per non aver lasciato al partito il monopolio degli affari della questura. Di qui le ire e le menzogne. Come quando affermano che ingannai il prefetto, il quale era associato ai medesimi, conversava quasi giornalmente colle altre autorità, ed aveva estése rela| zioni(1) in paese; quando dicono che fui avvertito delle cospirazioni da persone del loro partito, mentre nessuno mi somministrò mai alcun dato determinato; quando । asseriscono che le persone del loro partito furono da me perseguitate, mentre ricevetti e senti tutti quelli che mi si presentarono;ma respinsi sempre il loro giogo e le loro pretensioni; come respinsi quelle degli altri; e infine quando allegano che io deferiva a relazioni di preti e frati, e nominatamente del padre Spadaro. Ogni ceto di persone era da me ricevuto e trattato secondi i dettami del giusto e dell’onesto, e con tutta quella cortesia che il tempo e le occupazioni mi permettevano.

Siccome si continuava pure negli arresti dei parenti di renitenti e disertori, e perché anche questo mezze dovesse venir meno, furono fatte delle osservazioni dai persone competenti al signor prefetto, il quale colla so lita sua bontà mi interessava a disporre pel rilascio di quelli, come poco dopo si effettuava.

Tale provvedimento, per sé legale, ma interpretato come debolezza, terminò di scalzare l’ascendente della pubblica sicurezza, abbastanza scosso dallo stato delle cose e dal detto giornalismo, che senza alcun freno predicava apertamente e quasi impunito l’insurrezione e l’anarchia.

Da questo tempo, temendo de' gravi sconcerti, avanzai nuove preghiere al signor prefetto, perché eccitasse la superiorità a completare il numero delle guardie mancandone cento e più, ed all'invio della forza militare, segnatamente bersaglieri. La qual cosa non fu dato conseguire per moltiplici legittime cause. Nell'intentopoi d’inseguire e tenere possibilmente lontane dalla città de bande, almeno insino al termine della guerra (e in questo si riusciva), pregai il generai Righini di provvedere per aumento nella campagna di tutta la forza disponibile. Ed avendovi premurosamente accondisceso, fu la nuova forza, insieme con quelle che vi si trovava, disposta, salvo errore, come in appresso:

1. Una compagnia tra Monreale e Partinico a disposizione de' rispettivi delegati mandamentali, e de' co. mandanti le stazioni de' R. carabinieri; dividendo il servizio in ordinario, cioè in quello delle carceri e nella perlustrazione delle strade; ed in straordinario in colonna mobile per l’inseguimento delle bande, in cui si dovea impiegare la rimanente forza disponibile. Ma questa non poteva essere che esigua, attesa la circostanza, che le dette pattuglie per le strade dovevano constare di un competente numero d’uomini per non essere sopraffatte da' latitanti;

2. Altra compagnia tra i mandamenti di Bagheria e Misilmeri;

3 Quaranta militari al Parco, a disposizione di quei R. carabinieri;

4. Altri quaranta a Montelepre, a disposizione del delegato Tresca e del comandante la stazione dei R. carabinieri;

5. Altri quaranta a Carini;

6. Sessanta e più a Piana de' Greci, a disposizione di que’ delegati e de' comandanti le stazioni dei R. carabinieri;

7. Dieci a Villabate a disposizione del comandante la stazione de' R. Carabinieri. Vi si trovava ancora una stazione di guardie di P. S. che dipendeva dalla sezione esterna dell'Ortobotanico diretta dal signor delegato Barrili;

8. Venti militari con una stazione di guardie dipendenti dalla suddetta sezione dell’Ortobotanico. Questa sezione disponeva pure di altra stazione di guardie in prossimità dell’ufficio, di altra a Falsomiele, di altra a Brancaccio, e di altra a Mezzo Morreale, oltre le diverse stazioni di carabinieri: ed avea l’incarico di sorvegliare il proprio distretto tanto di notte quanto di giorno, estendendo la sorveglianza insino alla montagna di Gibilrossa, Porrazzi, e ai giardini adiacenti;

10. Dieci militari a Boccadifalco, a disposizione di quel comandante la stazione dei Reali Carabinieri. Questa località dipendenza dall’altra sezione esterna detta del Molo, diretta dal signor ispettore Fassio, alla cui disposizione erano pure la stazione delle guardie, posta in quella de' Colli, quella di Passo di Rigano, quella dell’Olivuzza, oltre le varie stazioni di carabinieri e venti altri militari. Il suo incarico era quello di sorvegliare notte e giorno il proprio distretto, come anche le falde di Monte Cuccio, dalla parte di Monreale.

Essendo stati commessi vari gravi reati nelle due sezioni esterne (come i sequestri delle persone Serio e Tramonte, l’invasione all’acqua dei Corsari e l’assassinio dei Longo) pregai l’egregio generai Camozzi, che incontrai a Palazzo, onde vedesse modo di eseguire dai bersaglieri della Guardia Nazionale delle perlustrazioni notturne. Ed in effetto, pochi giorni dopo, essendosi egli degnato di comparire in ufficio col suo capo di stato maggiore, si concertava che seralmente sortirebbe una o due compagnie. E siccome non intendevano perlustrare, senza truppa, si pregava il generale Righini di mettere a disposizione altri quaranta uomini, al che, secondo il solito, egli aderì con premura. Si principiava quindi la desiderata necessaria sorveglianza, che tanto influiva al mantenimento dell’ordine. Ma sfortunatamente cessava qualche settimana dopo, o per istanchezza o per altri motivi a me ignoti, rimanendo però a disposizione della P. S. i militari, che passarono agli ordini del signor ispettore Fassio e del delegato Barrila.

La sorveglianza poi dell'interno della città rimase affidata alle quattro sezioni interne di P. S., alle diverse stazioni di carabinieri ed alla Guardia Nazionale. La sezione de' tribunali era diretta dal signor ispettore Biondi, quella di Castellammare dal signor ispettore Messina, quella del Monte di Pietà dal signor delegato Di Franco e quella del Palazzo Reale dal delegato Filippone. Per il caso di gravi disordini furono diramate apposite istruzioni, affatto militari, dal generale Righini.

Durante gli scorsi mesi di luglio ed agosto furono continue le voci di prossima liberazione de' detenuti. Comparvero in tal periodo di tempo i tre proclami repubblicani, che rassegnai al signor prefetto, qualificandoli all'udienza come seri.

Le bande essendo cresciute di numero e d’ardire, inviai pure in colonna mobile il delegato Montesanti con quaranta militari, dieci guardie di pubblica sicurezza e con naturali di Misilmeri, cui essendosi aggiunti il delegato di Marineo con naturali di quel comune riuscirono essi a scoprire gli autori del sequestro Salerno, e ad arrestare in parte gli autori.

Le altre colonne agivano pure vigorosamente per quanto lo comportavano il numero e la qualità delle truppe, appoggiate qualche volta dalle Guardie Nazionali di San Giuseppe e Piana dei Greci. Fecero importanti arresti alla Sicciara, vari a Monreale che dichiararono i componenti la banda Cucia e Spinato, e diversi in territori del suddetto comune di Piana nei Greci. Lo sfortunato delegato Natale fece a Bagheria l'importante arresto di Giancola, capo della banda di Montagna Cane, e poco dopo anche quello d’uno dei fratelli Speciale. Precedentemente fu ferito in conflitto dall’arma dei carabinieri uno dei fratelli Spinato, che poi morì all’ospedale di Monreale. Quivi tempo prima furono pure arrestati i famosi fratelli Romanoto, Gorlano ed altri. A Carini fu ucciso il Perna, ed a Borgetto altri due pericolosi latitanti.

Giunse intanto il settembre, e il giorno 4 essendo corsa voce che le bande si sarebbero recate nei dintorni di Palermo per tentare la liberazione dei carcerati, si diedero speciali disposizioni. Ma nessuna ne comparve. In seguito in tale nuova vociferazione mi procurai la presenza del signor capitano comandante la compagnia e sterna dei R. carabinieri, e con esso concertai tre generali perlustrazioni, da farsi nei giorni 10,12 e 15 settembre (salvo errore) con tutta la forza disponibile del circondario, compresa quella delle sezioni esterne, dirette personalmente dallo stesso solerte capitano, che a tale oggetto si trasferì a Piana de' Greci. Dell’esecuzione delle due prime n’ebbi rapporto, col quale mi si fecero arresti di persone sospette. Della terza non mi fu riferito niente.

In tal tempo mi recai pure dall'Ill.mo signor colonnello dei reali carabinieri, onde veder modo di prendere qualche altra misura. Ma il medesimo giustamente, colla consueta sua cortesia, osservava che avendo inviato, anch’egli in vista del bisogno, alcune colonne mobili dei suoi dipendenti, non gli rimaneva personale disponibile.

Nel giorno 5 si ripeterono le stesse voci del 4, e nessuna banda parimenti comparve. Però essendosi in quella giornata recato da me il signor ispettore Fassio, per dirmi che persona confidente gli aveva fatto conoscere che un cavallo carico di viveri, destinati per la banda, era partito da Torretta alla volta di Monte Cuccio, gli chiesi se colà aveva inviato la disposta sorveglianza, e, risposto affermativamente, soggiunse che le guardie, rientrate poco prima nulla avevano osservato. In quel giorno si temevano gravi disordini a Palermo per essersi rifiutata la contumacia sulle provenienze di Livorno. Mi limitai perciò ad inculcare al sudetto ispettore che disponesse un’esatta sorveglianza sul luogo. Ed egli avendomi inviata una colonna di quaranta uomini, tra militari, carabinieri e guardie, questi osservarono sul Monte Cuccio una banda che calcolarono di cento e più, colla quale non avendo creduto opportuno di cimentarsi, si ritirarono nel convento di San Martino. Di qui mandarono un espresso alla questura, la quale fece subito sortire due colonne, composte di carabinieri, guardie e militari, da Palermo; altra dalla parte di Monreale, ed una terza dalla parte di Montelepre, e queste, riunitesi sul luogo, nulla rinvennero ((70)).

Il giorno 15 si rinnovarono con più insistenza le stesse voci. In questo giorno essendo stato riferito al signor prefetto che molti malfattori si trovavano riuniti ai Porrazzi, s’inviarono immediatamente sul luogo i delegati Barrilà e Abbate con competente forza. Al loro ritorno avendo essi riferito che, ben ispezionato il luogo, non trovarono né malfattori e neppur traccia di essi; ordinai al sig. ispettore Taramelli che ne compilasse pronta relazione, sentiti i detti delegati, per rassegnarla al signor prefetto, come fu fatto.

Inoltre essendo stato anche rapportato che dalla popolazione si faceva provvista di pane, mandai apposita circolare ai signori ispettori, i quali riscontrarono che sussistevano i soliti allarmi, che dalla bassa gente si faceva qualche provvista di pane, ma che veri sintomi di gravi sconcerti loro non risultavano. Anzi quelli dell’Orto Botanico e del Molo riferirono che nella loro sezione non si verificarono né provvista di pane, né altro indizio che preconizzasse prossimi disordini. E verso le ore 9 pomeridiane, avendo riuniti gl’ispettori delle sezioni interne, tutti siciliani, e richiesti sullo stato delle cose, confermarono a voce quanto avevamo scritto. Il sig. Biondi poi all’apposita interpellanza che gli feci, rispose che poteva nascere qualche disordine, ma non gravi sconcerti; e accennavami sotto voce il partito dal quale potea provenire il disordine, partito più volte menzionatomi insino dal tempo dei moti imputati a Badìa.

E qui noterò di passaggio che l’accennato delegato sig. Di Franco, persona integra e che molto stimavo, giorni prima venuto a riferirmi che un ex-guardia gli avea confidato di aver saputo da un suo amico che si erano segnate delle case da spogliare, lo interessai a far ricercar della persona, la quale trovata ed esortata a propalare nulla volle dire. E benché messa in carcere, continuò a tacere o per non sapere, o per paura, o per pregio di saper mantenere il segreto.

Tornando agli ispettori di pubblica sicurezza, congedatisi essi poco dopo, raccomandai loro di stare in sull’avviso, procedendo energicamente in caso di disordini. A quello dell’Orto Botanico prescrissi di sorvegliare attentamente il proprio distretto, stando in permanenza; ed a quello del Molo diedi in iscritto le medesime disposizioni.

A queste aggiunte quelle già impartite dal Comando generale della divisione, di sopra menzionate, ben si può rilevare che tutte le disposizioni preventive s’ erano prese, anche pel caso di gravi disordini. E forse anche volendo, non ce n’erano altre, eccetto l’accettazione del concorso della Guardia Nazionale, che non ricusai secondo come in seguito accennerò.

Taluno però potrebbe osservare che si doveano conoscere i capipartito e le fila della cospirazione. Francamente risponderò che nella massima parte conoscevo i detti capipartito, i quali erano numerosi e potenti nell’autonomista e nel borbonico; arditi e pronti a qualunque sbaraglio nel partito di azione; desiderosi di miglior fortuna nella numerosa classe degl'impiegati in disponibilità. Praticai pure attive investigazioni, procurando anche di sorprendere corrispondenze provenienti da Roma, da Marsiglia e da Malta. Ma ogni sforzo tornò vano. E se potei avere sentore della cospirazione (e in Palermo si cospira sempre), non giunsi certo a conoscerne le fila: come forse non si conoscono ora non ostante i seguiti movimenti.

E avessi anche scoperto le fila, a Palermo non avrei potuto averne le prove, in pratica quasi impossibili.

Facilmente nella Maffia

si può trovar persona che per differenza o per interesse, od anco per poca moneta, si offra a commettere un assassinio, ma non mai a far l’infame, come essi chiamano il far da testimonio o rii velare, eccetto per vendetta. È un pregiudizio che d'educazione e la istruzione farà sparire, ne è garante la precoce intelligenza degli abitanti. D’altra parte qual’è la posizione che la legge fa al questore, e l’influenza che conseguentemente gli lascia? Esso viene considerato meno di un delegato di prima classe, capo d’uffizio, eccetto nello stipendio e nella contrastata autonomia.

Ma si potrebbe soggiungere che ben potevasi in via preventiva arrestare detti capi. Al quale mezzo non credetti appigliarmi, sia per non esservi autorizzato dalle circolari superiormente diramate, sia per ravvisare tal mezzo, anzi che valevole, pericoloso, giacche jaon potendo gli arrestati consegnarsi all’autorità giudiziaria per mancanza di prove, né essendo sperabile che la Commissione del domicilio coatto le condannasse per la sola asserzione della pubblica sicurezza e dovendosi quindi rilasciare dopo pochi giorni, secondo che si notava, maggiormente inaspriti potevano far precipitare gli avvenimenti, come lo poteva fare il semplice atto del loro arresto, e forse in occasione in cui non v’era rimedio come sarebbe stato il tempo nel quale l’esercito era tuttavia impegnato nella guerra. Diffatti avendo tentato anche questo mezzo, coll’arrestarne quattro a Misilmeri, fra i quali due preti, dovetti per mancanza di dati certi liberarli, e ciò anche per consenso del signor prefetto. E a Misilmeri appunto si fecero maggiormente sentire i tristi effetti della rivoluzione.

Io speravo di vincere la situazione con una non interrotta sorveglianza, e col procedere energicamente contro le persone sospette di reati comuni, insino all’arrivo i della truppa, e segnatamente dei bersaglieri, dei quali; due soli battaglioni sarebbero stati sufficienti a prevenire ogni sconcerto in città, ove per altro si godeva I piena sicurezza, ed a ristabilire la medesima nella campagna. Io credevo a qualche futuro disordine, ed onde (ripararvi, lasciai le occorrenti disposizioni: ma non mai mi sarei potuto convincere che una città di circa duecentocinquantamila abitanti fosse per accettare l'invasione di briganti, e sopportare in buona pace la propria spogliazione. Ingenuamente lo confesso che io confidavo pienamente nella parte eletta dei palermitani, che pure è la più numerosa: i quali, valorosi in campo aperto, lasciarono imbrattare il giardino d’Italia per paura della Camorra e della Maffia. Essi spero si convinceranno in progresso che solo mirai al bene del paese durante il tempo che rimasi a capo della questura.


vai su


In seguito al congedo e partenza degli ispettori io continuai a rimanere in ufficio col signor ispettore Tarameli! e qualche altro impiegato. Recatomi verso la mezzanotte in vicinanza a Porta Nuova, udì ed osservai poco dopo dei colpi d’arma da fuoco in vicinanza a Morreale. Ad aver conoscenze del fatto ordinai al signor ispettore La Porta di trasferirsi sul luogo con trenta militari, che richiesi all'uffiziale di guardia della caserma San Giacomo, cui notificai l’oggetto della richiesta e l’accaduto. Mentre il La Porta si disponeva alla partenza, comparso in questura ove io mi era poco prima restituito, il sig. ispettore Bolla, e dichiaratomi di volere per lo stesso oggetto recarsi in Morreale, gli osservai colà avere già inviato il La Porta, e che perciò sarebbe bene rimanesse in residenza per ogni eventualità. Ma egli volle raggiungere, e insieme col delegato Castagnone raggiunse di fattoi! detto ispettore. Mentre usciva dalla questura lo incaricai di portarsi dal signor prefetto, per dargli conoscenza dell’oggetto della sua gita, la qual disposizione non eseguiva o per dimenticanza o per non dare molto peso all’accaduto. Desso giunto alla Rocca, ove trovavasi una stazione di guardie, mi scriveva un biglietto, col quale mi partecipava che colà nulla eravi di nuovo, che interpellato il comandante di detta stazione, niente gli seppe dire a motivo di essere andato a riposare coi suoi dipendenti,! quali erano stanchi della perlustrazione praticata nella precedente giornata; e per ultimo che esso, il La Porta e il Castagnone avrebbero proseguito per Monreale, consegnando la truppa al reggente la sezione dell’Orto Botanico, signor delegato Barrila, il quale con altra si trovava in perlustrazione verso i Porrazzi. Colà giunti, e recatisi al convento dei Benedettini, furono da questi avvertiti di non uscire per essere il paese invaso dalla numerosa banda Cucia e Spinato. Ma non curando l’avviso andarono fuori e da essa sorpresi, il Bolla fu barbaramente fucilato, il La Porta potè evadere e restituirsi in Palermo ed il Castagnone riusci a ricoverarsi nuovamente nel detto convento.

Verso un’ora dopo la mezzanotte comparso in uffizio il signor ispettore Biondi, vi rimase insin poco prima di principiare i colpi d’arma da fuoco a' Porrazzi. Poco dopo la sua partenza, presentatosi il generale Camozzi notificandomi il fatto delle fucilate, m’interpellava se dovesse far battere la generale, cui, previa partecipazione dell’invio del signor Bolla a Monreale e della sorveglianza predisposta nelle legioni esterne, risposi che per parte mia nulla ostava a che egli rilasciasse l’ordine di battere la generale per la riunione della Guardia Nazionale. Se non che avendo egli osservato che per ciò eseguire era necessaria una richiesta in iscritto gli soggiunsi che sarebbe bene per l’oggetto si portasse subito dal prefetto. Seppi poi che dal medesimo s’avviava Valutante sig. Gamba, e che fu in effetto battuta la generale.

Poco prima dell’alba, principiati i colpi di fucile ai Porrazzi, mi recai nuovamente in piazza. Ed avendo osservato nessun movimento nella caserma di San Giacomo, richiesi per la seconda volta il suddetto uffiziale che facesse tener pronto un battaglione di truppa, e inviai altro messo al signor ispettore Fassio, perché altro simile se ne tenesse pronto in quella dei Quattroventi.

Ritornato in questura, ove sbrigai qualche incombenza ed accertatomi che nessun piego o foglio era pervenuto dalle sezioni interne, tornai di nuovo in piazza, nella quale trovai il signor prefetto che usciva dalla caserma dei carabinieri con un ufficiale e vari militari dell’arma e si dirigeva, con essi verso i Porrazzi. Vedendo che le fucilate si avvicinavano alla città, richiesi di nuovo il menzionato ufficiale di guardia della caserma di San Giacomo, che armasse e tenesse pronta tutta la truppa disponibile, e che mandasse ad avvertire, se non si era ancor fatto, il generale Righini. Inviai immediatamente il terzo messo al signor ispettore Fassio pel medesimo. oggetto con ordine di occupare le carceri, che in tempo eseguiva, e disposi che non mancasse la custodia alla caserma centrale..

Intanto ritornava in piazza Palazzo il signor prefetto; e giunti pure colà i generali Carderina e Righini disposero quanto ulteriormente si operava.

E qui finisce il mio compito, ed entra quello del militare secondo le istruzioni più volte accennate; e

quindi finisce anco la mia relazione. Una sola cosa mi resterebbe, riferire cioè sugli impiegati e sul personale delle guardie. Ma tralascio di farlo per averne di già conferito col signor prefetto, al quale feci pure note tutte le disposizioni che presi per antivenirne gli avvenimenti. Noterò solamente che dagli impiegati delle sezioni interne non ebbi scritto o relazione di sorta sullo stato delle cose nel distretto loro affidato, e che rioccupata la città essi ricomparvero in questura. Né tacerò che, durante la insurrezione, i signori ispettori Prina e Taramelli, e i delegati Barrilà, Badalotti, Barbagallo, Pittà, Moncada ed altri rimasero in piazza Palazzo esposti all’infuriare delle palle, come vi rimasi anch’io, cui due palle rasentarono la testa, ed altra fortunatamente fredda, colse nel petto.

Venendo ora alle considerazioni che nascono dai fatti esposti, me la passerò in breve, avendone già toccato nel racconto dei fatti e nelle cagioni che li precedettero.

Palermo, una volta capitale e centro d’affari, che imperava su tutta l’Isola e ne riceveva gran parte delle ricchezze, ridotta ora a capoluogo di provincia, non offre più largo campo alle ambizioni, né sufficienti mezzi di sussistenza alla sua numerosa popolazione. Onde origina la miseria, e con essa il profondo malcontento che vi regna.

La massa della popolazione e in città e nel circondario, non avendo ricevuto altra educazione, se non quella che conveniva alla cessata dinastia di darle colla sua numerosa coorte di preti e frati, è in buona parte corrotta, ed in certa proporzione dedita ai reati riolenti.

Quest’elemento, per essere stato accettato nelle molte rivoluzioni che susseguirono nell’Isola, acquistò familiarità colla classe media, ed un certo ascendente nella sfera più alta. Colla sua arditezza sa incutere all’occorrenza anche del terrorismo, onde l’abitudine di avere al servizio uno della Maffia, il quale la fa da dispotico. Se scontentato, suole arrecare danni ingenti al padrone e qualche Volta termina col farlo sequestrare e poi si grida contro al Governo che non dà ai proprietari sufficiente sicurezza. Questo fece ogni possibile per levar tale abitudine, ma essa è inveterata e in si larga scala, che solo il tempo e l’istruzione la potranno far cessare.

Le rivoluzioni per lo passato furono fatte col mezzo pure delle squadre e colla facilitazione di qualche impiegato. Ed essendosi le medesime successe ad intervalli, ne consegui la permanente organizzazione delle squadre, alle quali basta l’avvertimento di tenersi pronte per la prossima favorevole eventualità. Anche a Bologna trovai ordinate le squadre, ma ottenni che vi cessassero di esistere per concorso prestato dagli abitanti, i quali vollero e conseguirono la sicurezza.

Dal 1860 in qua l’agitazione promossa da' partiti per ambizione, interesse e desiderio di cose nuove, col mezzo del giornalismo o con procurate dimostrazioni, fu sempre stazionaria. E se in tale eventualità, veniva ad accadere qualche grave sconcerto, vittime ne furono sempre le autorità, contro cui si gridava e si scriveva con ogni sorta di epiteti per colorire i fatti, diminuire la propria colpa, e far isparire gli attori.

Le voci sparse ad arte di mutamento di Governo erano parimenti all’ordine del giorno. Di tali voci approfittava pure la Maffia, la quale alla sua volta e coll’insinuare che i tempi di assettare i conti erano prossimi a venire e col tentare ed eseguire qualche colpo ardito continuò a tenere aggiogati i proprietari, i danneggiati ed i testimoni.

I Palermitani devono convincersi che il vezzo di dichiarare l’ostracismo alle autorità ed agli agenti continentali, è un, mezzo di spianare la strada alla autonomia. Né vale a colorirlo il pretesto d’essere essi estranei al paese, di non conoscere la natura e le abitudini della popolazione, né saperne il dialetto. Che cosa seppero dei passati avvenimenti gl’impiegati di P. S. siciliani? che ne seppero le altre autorità siciliane? Nulla. Gl’impiegati e gli agenti del dazio consumo non sono forse siciliani? Eppure il contrabbando viene esercitata in larga scala. Io credo che il continentale sia uno dei validi mezzi per estirpare la camorra d’ogni classe.

I buoni abitanti della città e del circondario di Palermo, che pure son molti, avversando l’idea d’una nuova forma di governo e d'una piccola patria, devono combattere ad oltranza quei partiti che colle inconsulte iniziative infamano il paese, ed offendono l’Italia e il suo Re, che tanto soffersero per la sua unione e grandezza. Devono arditamente scuotere il giogo della Camorra e della Maffia, denunziando reati e delinquenti all’autorità, che ha urgente e stretto bisogno del loro non interessato concorso, senza del quale non potranno avere la desiderata sicurezza. Ciò mancò alle precedenti autorità, le quali non caddero. cosi basso quanto si vuol asserire, essendosi mantenute sempre indipendenti, integre, energiche ed attive; a scapito anche della propria salute. Tale mancanza fu una delle cause anche de' passati avvenimenti, che seguirono per un complesso di circostanze cagionate da' tempi eccezionali e che non si poterono prevenire per sola mancanza di forza occupata a combattere il secolare oppressore della patria.

Per quanto dolorosi questi avvenimenti, bisogna pure guardarli in viso, e dire nettamente tutto il vero, se voglionsi sanare le piaghe della bella Sicilia, per farne una delle più splendide, gemme della corona d’Italia.

Da' riscontri avuti mi risulterebbe che ne’ passati avvenimenti non poche furono le squadre che entrarono in Palermo, composte in massima parte da' latitanti di varie provincie. Il loro ingresso fu reso possibile dalla maggioranza degli abitanti, che presero parte al movimento, od attivamente ó rimanendo passivi, salvo poi a pronunciarsi in caso d’esito favorevole. Fu vera anarchia di saccheggi, in ispecialità ne’ locali dei pubblici uffici, di assassini e specialmente su impiegati, militari, carabinieri, guardie di P. S., quasi tutti continentali, anarchia che darò dal 16 al 22 settembre.

Assunse un tale moto la forma repubblicana, perché in essa l’autonomista sostanzialmente ci trovava la separazione dell’Isola; il regionista il suo centro amministrativo; il reazionario la speranza della conservazione della ricchezza e dell’influenza; il borbonico la speranza di far luogo al suo idolo, appoggiato dal reazionario, continuando il disordine e l’anarchia; il repubblicano la sua ambita forma ideale di governo. Né si dica che il partito d’azione non vi prese parte, dacché ed il suo giornalismo, che da tutti può esser letto, lo preparò, ed io potrei citare qualche caposquadra che il procedimento in corso m’impedisce di nominare. Allo stesso partito per altro appartenevano pure il carcerato Badia emigrato e garibaldino, i latitanti Nobili, Buonafede, Pisa ed altri, liberati dalle carceri dall'autorità giudiziaria, ove erano detenuti come correi o complici del primo. D’altronde lo stesso partito fu sempre costante । nel votare coll’opposizione nelle elezioni politiche.

Ciò premesso, raggiungerò che sebbene io non sia partigiano della pena di morte e dello stato di assedio, che soglion d’ordinario lasciar traccio di maggiore abbrutimento e di ferocia nelle popolazioni, ritengo tuttavia che la continuazione di tali mezzi nella provincia di Palermo, per le condizioni eccezionali in cui si trova,, possa tornare di qualche momentaneo giovamento. È ì però urgente ed indispensabile apprestare qualche fonte ì di guadagno a quegli abitanti — mancanti perfino di un sufficiente ricovero di mendicità — da cui possano trarre. onesto sostentamento.

L’attività, l’energia e l’imparzialità fecero si, signor direttore superiore, che la città di Palermo, dall’aprile dello scorso anno al tempo delle voci di guerra godesse piena sicurezza; e la campagna del circondario andasse sempre migliorando. Il malcontento che ha sempre esistito, accresciuto dalle suddette voci, dalla pubblicazione delle leggi sulla soppressione delle corporazioni religiose e sulle tasse nuovo, dal corso forzato dei biglietti di banca, dall’aumento del prezzo sulla macinatura del grano, da un maggior ristagno nel commercio e nei lavori, e dalla leva, sconcertò le condizioni della medesima. La chiamata delle classi ed il ritiro quasi completo della forza militare dalla campagna, finirono di aggravare lo stato delle cose. Ma pure si potè tener fermo sino al termine della guerra. Da questo tempo, per un complesso d’influenti circostanze, non essendo stato possibile di vincere la situazione, le cose precipitarono in modo da seguirne i gravi avvenimenti che si lamentarono, non ostante le disposizioni preventive possibili prese dalla questura.

Posto ciò attenderò il savio giudizio della E. V., come quello dei Palermitani, i quali, spero, a mente calma, saranno per riconoscere che principale causa del lamentato inconveniente fu la mancanza della forza e del loro concorso.

Il Questore —

Pinna.

XXIX

Egregio sìg. Direttore dell’

Amico del Popolo,

Essendo stata Ella compiacente di accogliere la mia lettera li protestazione nel num. 223, 27 settembre 1866, del suo giornale, la prego efficacemente perché si degni d’inserirvi la presente, la quale ha intima relazione, con quella, ed offre al Paese, cui amo e sono devotissimo, in certo qual modo, la soddisfazione che merita; Io fui segnato siccome uno degli undici componenti l’anomalo Comitato del settembre ultimo. Protestai non essere stata mia quella firma comparsa fra le altre, e di declinarne perciò qualunque responsabilità; non averne apposta a Proclami dr sorta, né ad alcun altro atto dello stesso Comitato.

Non parlai allora di violenze statemi usate, perché seguir volli il moderato timore degli altri; perché, come dice la stampa, ciò è notissimo per tutti, e perché infine certo che un giorno avrei dovuto giustificarmi di Legge su questo punto.

Avrei potuto dire come nel giorno 18, invasa l’abitazione mia da circa venti uomini armati per trascinarmi al Municipio, con persuasioni e preghiere potè riuscirmi di scongiurar quella prima tempesta: testimone tutta la famiglia del Capitano in ritiro D. Carmelo Tarangioli.

Che nel giorno 19, tornarono più che cento di squadra ad intimarmi, pena la vita, di seguirli al Municipio, ed io in quel momento terribile obbedì alla pistola ed al pugnale: testimoni la detta famiglia Tarangioli, le famiglie Lopes, Ardito, e tutti della strada, che piansero sulla mia sorte, non sapendosi di che si trattasse. Oggi nel num. 258 del di lei giornale trovansi segnati come arrestati quei Signori componenti con me il cennato Comitato, del cui sapiente contegno, che onninamente valse in quei brevi, ma solennissimi momenti, a salvare il Paese da danni incalcolabili, fui già testimonio. Io infaustamente avvolto in quel caos, dove rifugge il pensiero d’essermi trovato, dirò senza modestia, che ci ebbi ancora la mia parte, né vorrò ili alcun conto esserne defraudato. La storia a suo tempo soddisferà in modo adequato al Paese. Essi Signori sono stati arrestati: io perché no?

Io supplico perché lo sia ancora. Io fui con loro; io protestai coi rispettabili Signori arrestati; non intendo quindi che la mia sorte, almanco in questa spiacevole congiuntura, non sia comune a quella degli stessi. Ho troppa esperienza davvero di trame di privati nemici, perché interdir possa qualche non infondata esaltazione di fantasia. Mi si avrà voluto forse far credere assente, imbarcato assente nascosto? nulla affatto di ciò: a scanso d’ogni equivoco, e di qualche meno retta insinuazione quindi dichiaro che io sono stato sempre in mia casa, via Genovesi num. 30 2. do piano, prontissimo ad ogni richiesta, od ordine delle Autorità; e che fra il lutto per la perdita d’intimi congiunti, ho curato e seguo a curar la mia salute bastantemente affranta.

Palermo 8 novembre 1866.

Suo obbl. mo servo — Monsig. Gaetano Bellavia

XXX

Abitanti della Città e Provincia di Palermo,

In virtù del R. Decreto del 27 mese precorso pubblicato nella Gazzetta Ufficiale di quella stessa data, con cui è stato revocato il mio Editto del 23 settembre ultimo, sono cessate col giorno di ieri le mie funzioni di Regio Commissario Straordinario per la Città e Provincia di Palermo, e di Comandante Generale di tutte le forze dell’Isola.

Da oggi l’Amministrazione locale riprende il suo normale andamento, e son sicuro che se ne ricaveranno salutari effetti. In quanto a me, che ebbi a cominciare la mia breve gestione in un periodo di tempo ed in mezzo a vicissitudini, di cui dovrebbe perfino cancellarla memoria, ho la coscienza di aver fatto il mio dovere dando forza alla legge, e ristabilendo l’ordine pubblico che per opera di soli malvagi era stato per qualche giorno profondamente scosso.

La brevità della durata delle mie funzioni, e la natura stessa di esse, non mi diedero vasto campo a rispondere, per quanto era in me, a quelle giuste esigenze della buona cittadinanza, che il R Governo è cosi disposto non soltanto a secondare, ma anche a prevenire.

Ma l’efficacia dei provvedimenti emessi dal Governo stesso, ha fatto sì che si è pervenuto a rimuovere in gran parte gli ostacoli per riprendersi od iniziarsi opere pubbliche di massima importanza ed utilità per questa Provincia.

Il cholera che sventuratamente ha infierito in questa Città e dintorni subito dopo i luttuosi avvenimenti del settembre, non ha mancato di rendere più ardua la mia missione: però da parte del Governo del Re e mia, non si è lasciato mezzo alcuno intentato per far pesare il meno possibile sulle popolazioni questa grave sventura.

Abitanti della Città e Provincia.

Dividendomi da voi, in mezzo a cui, malgrado la rigorosa severità del compito affidatomi, non mi è venuto meno il valido appoggio di quella eletta cittadinanza che ha dovuto riconoscere la indeclinabile necessità delle misure da me adottate. Io porto meco il rassicurante convincimento di avere informato tutti i miei atti al sentimento d’imparziale e spassionata giustizia, e di avere rivendicato la riputazione e la fama di questa cospicua Città, respingendo anche il più lontano sospetto che essa siasi potuta menomamente rendere solidale di fatti e di delitti la cui responsabilità ricade sultanto su pochi sconsigliati e colpevoli, in gran parte già condannati al meritato castigo.

Anche lontano, io affretterò coi più sinceri voti dell’anima la maggiore prosperità di questa nobilissima Provincia, di cui mi sarà sempre gradito il ricordo.

Palermo 18 dicembre 1866.

Il Luog. gen. Com. le forze dell’isola

R. Comm. straordinario

Cadorna


vai su


NOTE

(1) 

In modo preciso, i due periodi illustrati dallo Amari sulla dominazione dei Musulmani in Sicilia (incompleto ancora) e sul Vespro; quella di Fr. Perez sull’epoca della Regina Bianca e Cabrerà, quelle di I. La Lumia sul Caso di Sciacca, su Matteo Palizzi, sull’epoca di Carlo Imperatore, su Giuseppe d’Alesi sul Conte d’Ossuna.

(2)

Mafia dicesi in Sicilia l'elemento malandrinesco, al quale il partito governativo dà concetto e rilievo come ad un partito politico.

(3)

Il Mari nativo di Nizza fu sino al 1858 in quella città commesso nel magazzino di chincaglierié e di cristalli di M. Lefehre,

(4)

Ad onor del vero m’è forza dire che durante il periodo dei tribunali militari non mancò un alto magistrato dal rimetter loro questo processo perché lo giudicassero!

(5)

Un governo forte non dee mai farsi lecito l’arresto di gente, che i tribunali debbono per insufficienza di prove rimettere in libertà. Egli è appunto per evitar questo errore che le tirannidi deportano o uccidono gl’invisi al potere, senza processi ó carcere preventivo.

(6)

Relazione del Prefetto della Provincia di Palermo al Consiglio Provinciale letta nella tornata del 3 settembre 1866.

(7)

«Pertanto a un Principe è necessario saper bene usare la bestia. e l’uomo... debbe di quelle pigliare la volpe e il leone; perché il leone non si difende da' lacci, la volpe non si difende da' lupi. Bisogna, adunque, esser volpe e conoscere i lacci, e leone a sbigottire i lupi.» — Macchiavelm, Il Principe, cap. XVIII. Il Governo italiano in Palermo non fu né leone né volpe.

(8)

Di lui si racconta il seguente fatto: Essendogli stato riferito che un rivendugliolo offeso appunto dalle misure, che frenavano le usurpazioni della pubblica via, avea in piazza detto ad alta voce che voleva ucciderlo, egli lo fece chiamare al municipio. Accoltolo gentilmente, gli espose lo stato in cui avea trovato la città, gl’inconvenienti che si doveano riparare, il perché delle misure prese, i vantaggi che si sarebbono ottenuti. E quegli a riguardarlo attonito: poi confuso a richiederlo della cagione che spingea il sindaco a dirgli tutto ciò. E questi — Aver saputo che lagnanze molte il popolo facea per quel che si era operato, e che anzi era a sua conoscenza la minaccia in publico da lui profferita; aggiungea — Essere egli solo, ed inerme; se le ragioni narrate non fossero state bastevoli, disfogasse pure l’ira sua.

Come può ben supporsi, il popolano, che scendea poco dopo le scale del municipio, era ben diverso da quello che or dianzi era salito. Stabile dimostrava con ciò a sufficienza — che quando al governo di un paese stanno uomini onesti ed intelligenti, per ignorante che sia un popolo, essi hanno sempre la forza di educarlo, e di restituirgli il senso morale, per disavventura smarrito. — La colpa del pervertimento delle basse sfere sociali in un governo semiliberale, è sempre degli uomini che siedono al governo di quelle.

(9)

Si attribuì a lui il richiamo del generale Medici nel continente.

(10)

Relazione del Colonnello della l. a Legione al Comandante la G. N.

(11)

Al Municipio yrovavansi in divisa di ufficiali di G. N. i signori S. Flavia; Cerda Stagno, Vassallo padre e figlio; Saracene, fratelli S. Giorgio, Corona, Perricone, in abito [ borghese il Precetto, il Sindaco, il generale Camozzii il sen. Duca della Verdura, l’Ispettore provinciale della, G. N. Cappello, fi prof. Tommasi, gli assessori Notarbartolo, Traina, Scalia, Trigona, F. Ispettore delle prigioni cav. Beltrani, l’Ispettore dei dazi civici cav. De Maria, il Cons. d’Appello Murena, il Direttore delle gabelle cav. Carega,, e i signori Albanese, Serra Caracciolo Dir. dell’amico del Popolo, Magliocco Ant., fratelli Perrone Paladini, barone Anca, professore Cannizzaro, Fr. Vassallo ed(!) feltri molti dei quali sono sfuggiti i nomi.

(12)

Nemmeno alfa pattuglia si univano i 400 o 500 soldati elettorali del partito governativo, tanto compatti e disciplinati a votare! Ciò prova, ad evidenza che questo partito, facile a reclamare misure eccezionali e il monopolio ministeriale, il giorno del pericolo non sà prendere le armi per sostenere la causa dell’ordine o(!)del potere. 'Tolte sempre le onorevoli eccezioni, non c’è cosa più inutile della gente pasciuta all’ombra....

(13)

Tra i motivi di scusa, che allega il Governo centrale in suo favore sul non aver mandato truppa a tempo opportuno in Palermo, è principalmente quello delle giuste esistenze sanitarie dell'isola nei suoi rapporti col continente colpito dal cholera. Non sarà fuor di proposito tener presente à tale dopo che un battaglione di bersaglieri era stato mandato per Palermo e avea già scontato la contumacia, quando il Ministero lo mandò in Calabria!

(14)

Signori Perricone, fratelli Perrone, Paladini, De Maria, Migliocco, Crisafi ed altri.

(15)

«Id, militàres animos altius cónjectantibus, praecipuum indicium magni atque implacabili motus quod neque disiecti, nec paucorum instinctu, sed pariter ardescerent, pariter silerent; tanta aequalitate et constantia, ut regi crederes.» Tacitus Ann. 1. XXII.

(16) Chiesto qualcuno dei combattenti a che cosa tendesse il moto, che cosa personalmente egli volesse, rispondea: il fine sconoscere, veder sì a combattere gente d’ogni specie, liberale, ladra, borbonica — egli liberale combattere per qualche cosa di meglio del presente. E un altro popolano, uomo di buon senso, ed accorto, che assistea indifferente ai moti, afflitto però nel vederne i gravi danni e l’inutile spreco di sangue, riassumea tutto colla forza del dialetto nelle seguenti parola. «nzumma mi pari disfizziamentu di populu.»

(17) Coloro che lo emetteano non ne comprendevano il significato. Un villico richiestone, supponeva ai trattasse di un Re Pubblica.

(18) Al Giudice di Mandamento Castagna furono rubate alcune migliaia di lire in oro — erano queste tutta la sua fortuna.

(19) Il processo Badia non fu punto cercato. Era noto che fosse all’ufficio del Procuratore Generale. Il Palazzo dei Tribunali coi suoi archivi ebbe pochi guasti, il solo ufficio d’Istruzione fu devastato completamente.

(20) Fu detto che cotesta sentenza fosse eseguita da alcune donne. Ma ciò non è vero; coteste crudeltà atroci furono immaginate e compiate da mostri umani vissuti in Misilmeri.

(21) Per un governativo l’ordine si restaura quando un alto ufficiale va da Regio Commissario.

(22) Satriano, Generale dei Borboni di Napoli, adoperò al 1849 il mezzo medesimo. Maniscalco, dopo di lai, sempre vigente la minaccia della fucilazione, ordinò due volte il disarmo, nell’ottobre del 1859 e nell’aprile del 1860. È inutile aggiungere che per tutta l’isola in quell’epoca le squadre insorte erano provvedute di fucili propri!....

(23) Lo annunziare questi fatti, giova soltanto per dimostrare come il terrore, il rigore eccezionale, il regime militare non valgono a nulla. Per tutta risposta si dice dal partito governativo: la Sicilia è ingovernabile. Capperi! E neppure una sola volta si ammette che i governanti non sappiano governare?

(24) Aggiungo che fu detto il Barone Ricasoli richiedere le deliberazioni del Consiglio comunale e del Consiglio provinciale: ma di questo temeronsi gli elementi indocili, e non fu più richiesto. Di quello i Consiglieri votanti furono 25 — pochi giorni dopo quando si apriva il 15 la sessione ordinaria 25 consiglieri non poteronsi riunire!

(25)

Em. Amari. Critica di una scienza delle legislazioni comparate, pag. 42, Genova 1857.

(26) Fra gli altri inurbanissimo e vantatore della propria scortesia era certo Pieri.

(27) Vedi nel concetto del Governo quel che importi indipendenza del potere giudiziario!

(28) Però Cadorna prima di partire pubblicò un proclama, che si troverà tra i documenti, e che merita di stare allato agli altri che egli regalò alla storia.

(29) Ciò che ancora rimane a provare.

(30) G. Trezza. Psicologia delle schiatte. Politecnico vol. XVIII, p. 289.

(31) G. Gcerzqui. La lega lombarda. Politecnico vol. XXVI. p. 91.

(32) Ce quelle j’appelle liberté; c’est le pouvoir, fa puissance d’agir, qui se manifeste et qui croit en nous à mesure que nous parvenons à délivrer, débarrasser, désobstruer nos facultés des obstacles de toute nature qui en gênent ou en arrêtent l’exercice.

Dunover. De la liberté du travail, vol. 1 p. 24.

(33) Questo proclama, che fu il secondo di quelli pubblicati dal Comitato provvisorio, sfuggì e non fu ripubblicato nel giornale l'Amico del Popolo.

(34) É d’uopo convenire che i redattori di cotesti proclami, ai quali il Linguaglossa era costretto apporre la firma, non erano eleganti nello scrivere!

(35) Fu al contrario provato che queste misure, mantenute poi più di due mesi, non valsero a nulla.

(36) Questa pena è creazione della giustizia del Cadorna.

(37) 25 Consiglieri, tutti del partito governativo.

(38) A tal proposito io noto che mentre le truppe delle divisioni Angioletti e Longoni venivano pagate sul piede di guerra, La poca truppa che si difese valorosamente a Palermo non ebbe né soprassoldo né indennità. Vi furono uffiziali di quella guarnigione che perdettero tutto e che non ebbero nemmeno un mese di stipendio per rifazione de' danni sofferti!

(39)

Queste truppe furono quelle che sostennero il fuoco all’Olivuzza il 21 e a' Quattro Cantoni la sera di quel giorno e la mattina del 22. Ebbero in tutto 55 uomini fuori combattimento. Vedi a pag. 129.

(40) Le solite calunnie contro il partito regionale riprodotte e vistate graziosamente dal Ministero.

(41) Il Cadorna non adempì a coteste istruzioni.

(42) Come si vede lo stato di assedio proclamato dal Cadorna non era autorizzato dal Ministero. Ciò giustifica due assunti:. l’uno che il provvedimento peggiore che può prendere un governo è quello di affidare una missione politica ad un generale; l’altra che il Ministero era debole in faccia a Cadorna e osava lasciarsi imporre da uno dei suoi agenti.

(43) È strano abbastanza questo linguaggio: la dignità in tal modo non è più il rispetto del dritto e della propria personalità, ma la finzione di un fatto per mezzo di parole!

(44)

Il Ministro poteva ben risparmiarsi queste osservazioni poiché Cadorna coi suoi altri illiberali ed ingiusti dimostrò che il regime militare non sente freno alcuno.

(45) Vedi a pag. 129 e 130.

(46) Non c’è male; questo suggerimento sulla esautorazione pesa quanto tutto il Governo di Cadorna!

(47) Dunque Ricasoli, capo del Governo, si accorgeva dell’ingiustizia, e per non esautorare Cadorna si faceva imporre la violazione del dritto!

(48) Ha una eccellente coscienza il Generale Cadorna!

(49) Queste parole leggevansi nel Giornale di Sicilia del 30 settembre 1866, N. 211, e precedevano le due lettere che seguono. Con tali parole, uscite dal Gabinetto di Cadorna come appare dallo stile appassionato, il potere militare chiedeva ad un ottuagenario conto del perché non era sceso tra le masse combattenti ad esercitare il suo ministero di pace! C’ è da credere con molto fondamento di certezza, che se il Cadorna fosse stato Arcivescovo non avrebbe ambito di far la fine di M.r Sibour a Parigi.

(50) Dalle premesse di queste relazione non si aspettavano queste accuse, che dimostrano non avere il Camozzi idee esatte sull'istituzione della G. N. Ed egli invece poteva risparmiarsi i suggerimenti che seguono.

(51) I Porrazri sono un sobborgo a mezzogiorno della città. Il Cadorna lo pone al sud e al nord!

(52) Il detto battaglione fu pochissimo molestato.

(53)Ciò non è vero.

(54)Non è vero.

(55)Vedi a pagg. 113 e 119, il resto non è vero.

(56) Creazione della imaginazione esaltata di Cadorna.

(57) Non è vero.

(58) Deve dire Quattro Cantoni.

(59) Non è vero.

(60) È impossibile questo fatto per il luogo e la distanza.

(61) Bella davvero questa descrizione bugiarda!

(62) Non è vero. Tre soli cittadini vi furono uccisi.

(63) Allucinazione e fantasmagoria.

(64) Ciò non è stato provato.

(65) Asserzioni gratuite.

(66) In questo modo i Regi Commissari in Italia fanno la Storia!

(67) La posizione dei Quattro Cantoni era abbastanza sicura per collocare un cannone in batteria, e il timore dei generali era quindi mal provvido e irragionevole.

(68) Perché è pagato un Questore, se delle indicazioni importanti che venivano fatte al Pinna egli non seppe cavare il giusto criterio sulla situazione delle cose?

(69) È abbastanza immorale la rivelazione impudente che fa un agente di un Governo civile di simili mezzi adoperati per la esecuzione della legge. Non si sa di chi maggiore la colpa, se del Governo o del funzionario.

(70) Il Pinna non può fare a meno dal confessare questo fatto che lo condanna a sufficienza.




vai su







Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - l'ho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)














Ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilità  del materiale e del Webm@ster.