MEMORIE PER LA STORIA DE' NOSTRI TEMPIDAL CONGRESSO DI PARIGI NEL 1856 AI PRIMI GIORNI DEL 1863SECONDA SERIE VOLUME SECONDO TORINO STAMPERIA DELL'ORIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE Via Carlo Alberto, casa Pomba, n° 33. 1864 |
Nel riassumere i principali fatti avvenuti nell'anno1860,passandolo mese per mese in rassegna, invitiamo dapprima il lettore a considerare che, sebbene sembri a prima vista aver Iddio abbandonato nel 1860 il mondo ai suoi capricci, e l'uomo alle sue iniquità, pure intervenne provvidenzialmente negli eventi che si svolsero. Imperocché, osserva Bossuet, che l'intervento della Provvidenza manifestasi primieramente col permettere la distruzione di tutti i mezzi umani, acciocché di poi splenda più chiaramente la forza onnipotente del suo braccio.
Ebbene nel 1860 il Signore permise che i mezzi umani apprestati per sostenere la sua causa fallissero, volendo egli operare divinamente nell'anno che sta per cominciare. Il 1860 fu l'anno dulie iniquità, il 1861 sarà l'anno dei miracoli. Nell'uno operò l'uomo sfogando le sue passioni, nell'altro opererà Iddio glorificando i suoi attributi. Abbiamo deplorato nei dodici mesi passati la politica dei gabinetti; ammireremo nei mesi che verranno la sapienza dell'Altissimo. Sulla fine del 860 dobbiamo dire che il tiglio dell'uomo ha vinto, ha regnato, ha imperato; sulla fine del 1861 ripeteremo ciò che sta scritto sull'obelisco Vaticano: Cristo vince! Cristo regna! Cristo impera!
Con questo criterio esaminiamo i dodici mesi del 1860, e i fatti principali avvenuti in ciascuno.
Gennaio.Fu questo il mese delCongresso. Le cose stavano per definirsi dall'Europa congregata. Il Congresso era accettato da tutti e vi doveva intervenire pel Papa il cardinale Antonelli. La maggioranza delle Potenze avrebbe promossa la causa dell'ordine schiacciando la rivoluzione. Era un mezzo umano, e Dio volle che andasse fallito. L'opuscolo uscito a Parigi col titolo,Il Papa e il Congresso, pose condizioni inaccettabili, inique, assurde, e il Congresso andò a monte.
Il di 1 del 1860 parlò a Parigi Napoleone III, e il Papa in Roma. Il Bonaparte protestò rispettopei diritti riconosciuti,e promise difar rinascere la fiducia e la pace. Mantenne la parola?
Il Papa disse che se l'autore dell'opuscolo,Il Papa e il Congresso, tentava intimidirlo, s'ingannava a partito, perché chi è «sostenuto dalla protezione del Re dei Re, non ha certamente di che temere dalle insidie degli uomini», e Pio IX non ha temuto, non teme, non temerà mai ne Re né Imperatori.
Per far rinascere la fiducia e la pace Napoleone III pubblica nel Moniteur di Parigi una sua lettera al Papa, consigliandolo a cedere le provincie insorte.
E l'intrepido Pio IXnel Giornale di Romadel 17 gennaio avvertiva i Cattolici, che s'era creduto in dovere di coscienza di rispondere negativamente a tale consiglio».
Filippo de Boni vedendo la soverchia potenza dei nemici del Papa e la debolezza apparente di questo, scriveva nelDirittodel 29 di gennaio:le porte dell'inferno prevalemmo contro la Roma dei Papi, come già Diocleziano faceva scrivere in Ispagna: nomine christianorum deleto
Febbraio. Fu il mese delle manifestazioni cattoliche e delle contraddizioni rivoluzionarie. In tutte le parti del mondo il fiore del clero, della nobiltà, della scienza difese la causa del Papa. In Piemonte Solaio della Margarita, Brignole Sale, Luigi di Colegno, Avogadro della Motta, Cava di Giletta, Giambattista Spinola, Giambattista Negiotto, Costa della Torri. Costa di Beau regard ecc. ecc. si dichiararono apertamente per Pio IX. Altrove Villemain, de Falloux, Montalembert, il principe di Broglie, Dupantoup, Rowver, il visconte Feilding, il visconte Campden, lord Thvenne, lord Vaux, lord Petre, lord Arun dell, lord Stourton, lord Dormer, lord Clifford, lord Lovat, lord Heriesecento altri stettero pel Papa. Incominciò così quella sublime manifestazione del suffragio universale cattolico in favore del dominio pontificio, che continua tuttavia.
In Francia il ministro di colui che aveva promesso difar rinascere la fiducia e la pace, il 12 febbraio scriveva contro il Papa, accusandolo di confondere lo spirituale col temporale, perché la quistione romanaeraveramente temporale. E pure Napoleone III il 20 di ottobre del 1859 aveva scritto al re di Sardegna di aver volutosoddisfare il sentimento religioso dell'Europa cattolica coll'accordare al Santo Padre la presidenza onoraria della Confederazione italiana!
Un altro ministro del Bonaparte, il signor Rouland, che il 4 maggio del 1859 aveva scritto ai vescovi: Napoleonevuole che il Capo della Chiesa sia rispettato in tutti i suoi diritti di sovrano temporale, il 20 di febbraio del 1859 scriveva:tra l'Imperatore ed il Papa vi ha disaccordo riguardo alla questione temporale.
Un terzo ministro del Bonaparte, il signor Billault, che nel novembre del 1859 dichiarava che,assalendo il Papa nel suo potere politico, sostenevasi la causa della rivoluzione, il 21 di febbraio del 1800 proibiva la difesa del Papato per nonturbare le coscienze!
Marzo.Fu il mese del mercato della Savoia e di Nizza. Il 2 di marzo 1860 il conte di Cavour scriveva al cavaliere Nigra, incaricato d'affari della Sardegna a Parigi. «Il governo di Sua Maestà non consentirebbe mai, anche in vista dei maggiori vantaggi, a cedere o a cangiare qualche parte del territorio, che forma da tanti secoli l'appannaggio glorioso della Casa di Savoia». Orso Serra, governatore a Ciamberì, assicurava i Savoini che non sarebbero ceduti, e le stesse assicurazioni dava ai Nizzardi il marchese di Montezemolo.
Cavour spediva al marchese Orso Serra un dispaccio sotto la data del 29 di gennaio 1860, dove leggevansi queste parole: «Il Governo non In mai avuto il pensiero di cedere la Savoia alla Francia». E poi? E poi, il 24 di marzo, il conte di Cavour sottoscriveva il trattato checedevaalla Francia la Savoia e il Circondario di Nizza!
Napoleone III aveva intrapresa la guerra perun'idea;l'8 di febbraio del 1859 protestava di avereintenzioni disinteressate, giurava di non volereconquiste,chiamava suoi nemici coloro che gli attribuivano pensierid'ingrandimento. E poi? Il FrancoImperatore deiFranchibeccavasi Nizza e Savoia.
Aprite.Fu questo il mese delle votazioni. Si votò a Nizza ed in Savoia, come prima s'era votato a Parma, Modena, in Toscana e in Romagna. Tutte queste votazioni erano collegate. «La cessione di Nizza e della Savoia, disse ai deputati il conte di Cavour il 12 di aprile, era condizione essenziale del proseguimento di quella politica che in così breve tempo ci ha condotti a Milano, a Firenze, a Bologna».
Ora della votazione di Nizza attestò il deputato Laurenti Roubaudi, il 12 aprile: È una derisione, è uno scherno.... è impossibile che un tale atto possa essere accettato dall'Europa quale voto libero di popolo libero». E Cavour soggiunse: e In quanto alla maniera di votare noi abbiamo stimato di non poter adottare miglior sistema, che applicando a Nizza ed alla Savoia le disposizioni che erano state messe in pratica nell'Emilia, e nella Toscana».
IlJournal des Débatsaveva prima confessato che il suffragio universale era una puraoperazione meccanica;laGazzetta del Popoloaveva detto che questo suffragio in fin dei conti era laforza brutale del numero;ed ilConstitutionnel dichiarava che il suffragio universale era un pericolo per l'Europa, e se ne dovevanecessariamente limitare l'azione.
Il deputato Castellani-Fantoni chiamava l'annessione di Nizza e Savoia alla Franciaun'ingiustizia, non ostante le votazioni; Guerrazzi dicevalaun'onta alla religione del patto;secondo Bertani con questa annessione ci siamoaggiogati all'imperodel Bonaparte; secondo Pallavicino Trivulzio abbiamodisfatto l'Italia;secondo Baudi di Vesme ci fu impostoun grandissimo sacrificio materiale e morale.
Il voto di Nizza, eguale a quello dell'Italia centrale «non fu scevro da influenze, preoccupazioni, timori, destrezze, arti ed inganni», come disse il senatore Musio; «con Nizza ne sono andati di mezzo l'onore e la probità», come soggiunse lo stesso Senatore. «Le masse hanno rispostosissignorecome rispondono sempre», a detta di Deforesta. La cessione di Nizza e Savoia fu illegale, dannosa, immorale;a detta di Linatifu un tutto di famiglia;e per confessione di Sclopis»; il suffragio universale diretto è illogico, e non se ne puòstabilire la regolarità e la libertà, come conchiuse il senatore Gallina, e conchiudiamo noi questo primo quadrimestre del 1860.
Maggio. Fu il mese degl'imprigionamenti e delle vessazioni contro il Clero. Il Cardinale Arcivescovo di Bologna morì di dolore, il suo Vicario fu strascinato in carcere, imprigionato il vescovo di Piacenza, tradotto a Torino il Cardinale Arcivescovo di Pisa, arrestalo il Vescovo di Faenza, quattro gesuiti innocenti, sostenuti ingiustamente in carcere per quarantatré giorni, il Vescovo di Parma obbligato a fuggire dalla Diocesi, processato il Cardinale Vescovo d'Imola, imprigionato il Vescovo di Carpi e sei sacerdoti con lui, perseguitati i preti insegnanti, vessati i padri Camillini di Ferrara, poi riconosciuti innocenti, le Dame del Sacro Cuore costrette ad abbandonare Milano, falsificate le firme di parrochi per mostrarli avversi al Pontefice, perquisiti i conventi a Bologna, dimessi dall'insegnamento di quella università ottimi sacerdoti per affidarlo ai Mazzarella, sospesi da Bettino Ricasoli tutti i preti professori di teologia nell'Università di Siena, arrestato un parroco di Ravenna, imprigionato il canonico Ortalda in Torino, perquisizioni all'ottimo D. Cafasso, morto poi di dolore, perquisizioni all'oratorio di D. Bosco ecc.
Noi ommettiamo cento e cento altri nomi di Chierici imprigionati, vessati, condannati nel solo mese di maggio, e per qual delitto? Unicamente per non aver voluto cantare ilTe Deum,per aver voluto usare di quellalibertà di coscienzache tanto altamente si proclama dai libertini! Per questo enorme delitto furono condannati monsignor Testa, il canonico Ostacchini, il canonico Maretti, il canonico Tirotti, il canonico Gemmi, il canonico Morandi, il canonico Rocci, il canonico Ferrari Non la finiremmo mai se volessimo proseguire!
Giugno.Fu il mese dell'invasione della Sicilia per parte di Garibaldi e delle menzogne diplomatiche del conte di Cavour. Cavour mandava ad offerire a Garibaldidanaro ed armi, come disse laGazzetta del Popolodel 28 dicembre, e nellaGazzetta UfficialeCavour dichiarava: «Il Governo ha disapprovato la spedizione di Garibaldi, ed ha cercato di prevenirla con tutti quei mezzi che la prudenza e le leggi gli consentivano!
Cavour protestava d'aver comandato alla flotta realed'inseguire i due vapori di Garibaldi e impedire losbarcodei Garibaldini, e in una nota presentata al rappresentante del Re in Napoli, condannava Garibaldi, comeusurpatore, e poi il 2 di ottobre questo stesso conte Cavour dicevaGaribaldi è un generoso patriota; «l'autorità e l'impero di Napoli stanno nelle mani gloriose di Garibaldi».
Non sappiamo che cosa la storia sfolgorerà con maggiore indegnazione, se le imprese del Nizzardo o le brutte contraddizioni del Cavour. Le une e le altre saranno certo giudicate severamente; ma almeno il Garibaldi corse qualche rischio, laddove su Cavour pesa la menzogna e l'inganno.
Luglio.Fu il mese dei 150 milioni. La nostra Camera dei deputati, il 29 di giugno, accordava questo nuovo prestito al ministero, che nel luglio se lo godeva deliziosamente, spendendo e spandendo a gloria della libertà, e ad errore dell'Italia rigenerata.
Il deputato Macchi uscì in queste memorande parole: «Quando anche a furia d'imprestiti e d'imposte lo Stato fosse veramente condotto alla ineluttabile necessità o di assorbire gran parte delle proprietà private o di gettare alle fiamme il libro del debito pubblico, purché con ciò ci fosse concesso il bene supremo di vivere liberi, poco a noi premerebbe!»
Il deputato Minghetti, ora ministro, diceva: «Il bilancio del 1859 ci presenta undeficitdi circa 100 milioni; 100 milioni ce ne presenta parimente l'anno 1860... Credo che noi avremo ancora altri 100 milioni di disavanzo del 1861. Dunque per gli anni 1859, 60, 61, 300 milioni di disavanzo!»
Il deputato Nichelini nel votare i 150 milioni, esclamava: «O Italia sia, o vada a soqquadro Italia tutta». E la seconda parte del dilemma di Michelini si sta avverando, edecco l'Italia tutta in soqquadro!
Agosto.Fu il mese dei colloqui politici; parecchi ebbero luogo in questo mese, e parecchi altri vennero combinati, sono celebri gli abboccamenti di Coblenza tra il ministro Prussiano e lord Russell, ministro inglese; l'abboccamento di Baden, dove Napoleone III voleva mostrare la luna nel pozzo ai principi della Germania, ma andò per suonare e fu suonato; l'abboccamento di Teplilz tra il principe reggente di Prussia, e l'imperatore d'Austria; l'abboccamento di Varsavia tra l'Austria, Russia e Prussia combinato in agosto, e avvenuto più tardi, e del quale vedremo gli effetti in sui primi del prossimo marzo.
Ma fra tutti questi colloqui memorando è quello che si tenne a Ciamberì tra Luigi Bonaparte, Farini e Cialdini. Nel quale la rivoluzione ebbe licenza di procedere oltre, e di continuare quella via, per cui già era arrivata a Bologna ed a Firenze. Si dice che il Bonaparte raccomandasse a Cialdini di piombare al più presto sul generale Lamoricière, e disfare l'esercito del Papa.
Certo è che quando il Console francese, residente in Ancona, andò incontro a Cialdini per intimargli, in nome di Napoleone III che sostasse; Cialdini rispose! — Io conosco meglio di voi le intenzioni dell'Imperatore, avendogli parlato a Ciamberì!
Settembre. Fu mese della guerra contro il Papa, il mese dello invasioni delle Marche e dell'Umbria, il mese del bombardamento d'Ancona, il mese, in cui Cialdini, l'11 di settembre, diceva ai soldati:Combattete, disperdete inesorabile mente quei compri sicarii, e parlava dell'esercito Pontificio, degli eroi di Castelfidardo, che alla difesa del Padre comune avevano sacrificata la propria vita.
II settembre del 860 resterà memorando negli annali d'Italia e della Chiesa, memorando per la fedeltà ed il coraggio dei difensori del Papa, memorando per ciò che patirono quei generosi, fatti prigionieri, memorando per la sublime condotta del generale Lamoricière, memorando per l'assedio di Ancona, memorando per essere stata bombardata una città che aveva innalzata bandiera bianca!
Ottobre.Fu il mese della partenza da Torino dei rappresentanti delle Potenze estere. L'Imperatore dei Francesi, avesse o no di nascosto incoraggiato o permesso l'invasione delle Marche, reputò necessario di protestare apparentemente richiamando da Torino il suo ambasciatore. La Russia richiamò l'intera Legazione, e ne fe' trasportare gli archivii a Genova. Il rappresentante della Spagna fu pure richiamato da Torino, e più tardi anche il rappresentante della Baviera. La Prussia scrisse al nostro Governo una nota severissima, nella quale condannava le opere del conte di Cavour come contrarie al diritto delle genti.
L'Inghilterra soltanto per mezzo di lord Russell, sorse in difesa del nostro gabinetto, e mentre la perfida Albione incatena l'Irlanda, conserva col diritto della forza Gibilterra, munge Malta, governa col bastone le isole Jonie, e si tiene soggette le Indie con lo Statuto delle cannonate, proclamava in Italia il preteso diritto dei popoli, quel diritto che sì tristamente calpesta in casa sua!
Novembre.Fu il, mese delle fucilazioni e delle reazioni nel regno delle Due Sicilie. Il 2 di novembre il governatore di Teramo proclamava: — reazionarii presi con le armi alla mano saran fucilali. — Cialdini. —Fucilò tutti i paesani armati. — Pinelli. —Chi insulta la bandiera nazionale sarà fucilato immediatamente. — De Virgilii. —Colpite i reazionarii senza pietà. — Il tenente colonnello Curci. —Ogni comunicazione coi Borbonici sarà punita irresistibilmente colla morte.
E prima Garibaldi aveva fatto fucilare trentanove Milazzesi, e Nino Bixio proclamava a Bronte lafucilazione,e a Montemaggiore i rivoluzionarii davano esempi severi,e in Sicilia avvenivano quotidiane dimostrazioni «nelle quali contavansi trenta o quaranta morti per ciascuna», come disse La Farina nella nostra Camera de' deputati.
Dicembre.L'ultimo mese del 1860 fu il mese dei latrocini e dei ladri. Rubarono a Milano, fra le altre cose, la massa d'argento della Corte di Cassazione; rubarono a Firenze gli ori della Madonna che è inS. Gaetano,rubarono idepositi fiscali,rubarono le gemme dellagalleria degli uffìzii;rubarono in Loreto; rubarono in Sicilia, rubarono in Napoli, rubarono in Piemonte: dall'Alpi a Siciliaovunque son ladri. E ne furono e ne sono tali e tanti in Bologna, che quella sventurata popolazione dovette presentare un indirizzo.
Ora riepilogando le cose dette sul 1860, che oggi finisce abbiamo questo doloroso calendario.
«Gennaio. Il mese del Congresso dell'ipocrisia.
«Febbraio. Il mese delle contraddizioni del Bonaparte.
«Marzo. Il mese del mercato della Savoia e di Nizza.
«Aprile. Il mese delle ridicole votazioni.
«Maggio. Il mese degl'imprigionamenti del clero.
«Giugno. Il mese delle invasioni di Garibaldi, e degli inganni di Cavour.
«Luglio. Il mese del ventesimo prestito e della minaccia d'abbrucciare il gran Libro del debito pubblico.
«Agosto. Il mese dei colloqui politici.
«Settembre. Il mese della guerra contro il Papa.
«Ottobre. Il mese del richiamo degli ambasciatori da Torino.
«Novembre. Il mese delle reazioni e delle fucilazioni in Napoli.
«Dicembre. Il mese de' ladri e dei latrocinii in tutta l'Italia rigenerata.
(Pubblicato il22e il 25 gennaio 1860).
Mentre i giornali piemontesi, da quelli che, come laGazzetta del Popolo, voglionofare a meno delta costose spesa di un Re,a quelli che, comel'Unione, tengono le parti di Giuda Iscariote e danno il torto a Gesti Cristo, fan festa pel ritorno del conte di Cavour al ministero, nell'Italia centrale se ne mena dai rivoluzionari grandissimo trionfo, e si applaude, e si festeggia con luminarie più che la vittoria di Magenta, o quella di Solferino.
Nè i rivoluzionari e gli empi hanno torlo di abbandonarsi a tanta allegrezza: coi loro applausi e panegirici pagano un debito di riconoscenza al conte di Cavour, e manifestano una speranza che forse non sarà delusa! Quando il signor Conte cessò di essere ministro, l'Armoniatacque del fatto suo; ma ora che è ridivenuto potente, e può farci sospendere per altri due mesi, francamente entriamo a dimostrare la gran parte che ebbe nella rivoluzione dell'Italia centrale.
Pigliamo le mosse dal Congresso di Parigi nel 1856. Il 29 di aprile il conte di Cavour ritornava da Parigi, e i nostri giornali l'applaudivano con inni rivoluzionarii. «Andiamo nuovamente incontro alla rivoluzione!» esclamava il Cittadinod'Asti, giornaletto ministeriale, nel suo N° 59. «L'Italia non dee aspettar più dalla diplomazia, né più dai governi europei l'aiuto per sollevarsi», soggiungeva ilTempodi Casale, giornale del ministero, nel suo N° 8. «Se gli Italiani sentono di potervisi acconciare, tal sia di loro; se no insorgano», gridava ilDirittodi Torino, nel suo N° 98. e Insorgano e imparino a non transigere col potere contro cui insorgeranno sotto qualunque forma si presenti»r ripeteval'Italia e Popolodi Genova, nel suo N° 113.
Con il ritorno da Parigi del conte di Cavour veniva salutato a Torino, Genova,. Asti, Casale, e possiamo aggiungere in quasi tutte le città dello Stato con un invito agl'Italiani d'insorgere. E il Conte stesso si accingeva a preparare l'insurrezione co' suoi discorsi nel Parlamento! Il 30 di aprile conveniva alla tornata della Camera dei Deputati, e l'avvocato Buffa suo familiare, previo accordo, congratulavasi con lui del suo ritorno, domandandogli di assegnare un giorno per un'interpellanza ch'egli intendeva di muovergli, affine di udire dalla sua bocca informazioni maggiori di quelle che contenevansi nei protocolli del Congresso di Parigi mandati alle stampe.
Il conte di Cavour si dichiarò prontissimo a darete richieste spiegazioni, avvertendo però che egli avrebbe dovuto passare molte cose sotto silenzio, tanto per la delicatezza dell'argomento, quanto per non danneggiare con imprudenti rivelazioni negoziati, di cui alcuni non sono ancora condotti a termine.
Si assegnò per l'interpellanza il giorno 6 di maggio.
In questa tornata il conte di Cavour seminò i denti del dragone, e manifestò il programma che noi veggiamo avverarsi a' nostri giorni.
Disse di avere presentato una Nota verbale sullo Stato Pontificio, che l'Inghilterra accolse assai bene. E bene l'accolse pure la Francia, ma ripigliava il Conte, che il governo francese doveva usare riguardi, stante che il Sommo Pontefice non è solo il Capo temporale di uno Stato di tre milioni di abitanti, ma è altresì il Capo religioso di trentatré milioni di Francesi». A forza di riguardi, tuttavia il governo imperiale ha trattato il Sovrano Pontefice come tutti veggono oggidì!
Le parole dette dal conte di Cavour, il 6 di maggio 1856, sul Congresso di Parigi e sugli affari d'Italia furono tali che il deputato Lorenzo Valerio conchiuse: € Le nostre parole,le parole del signor Presidente del Consiglio di tanto più importanti delle nostre, non staranno sicuramente chiuse in questo recinto o serrate nei confini che segna il Ticino. Le frontiere, le baionette, i commissari di polizia, i birri che ricingono le altre provincie italiane, le quali sono da noi divise, non potranno tener lontano il suono delle nostre parole».
E siccome nel Senato del Regno il conte di Cavour, il 10 maggio, aveva tenuto gli stessi discorsi, così Massimo d'Azeglio ripetà la stessa osservazione, e si credette in obbligo di raccomandare agli Italiani di non insorgere ancora. € Le nostre discussioni, disse il d'Azeglio, ed i nostri giornali, tutto quanto si dice da noi attraversa tutti i confini, delude tutte le polizie, ed è letto altrove con forse maggiore avidità che non nei nostri paesi».
Si sa poi che il conte di Cavour e i suoi fautori fecero tirare a migliaia e migliaia di copie i discorsi recitati nel Senato e nella Camera dei Deputati, e vennero largamente sparsi per tutte le contrade d'Italia insieme con giornaletti, come ilPiccolo Corriere, che mandavansi in forma di lettere e con proteste stampate alla macchia, come quella intitolata:Ultima protesta degl'Italiani.
Daniele Manin scriveva da Parigi alDiritto: Agitale, agitate;e per mantenere ed accrescere l'agitazione incominciavo no i doni e gl'indirizzi al conte di Cavour. I rivoluzionari della Toscana gli offerivano un busto, e lo salutavano il nuovo Farinata che difese l'Italia «viso aperto;e gli emigrati degli Stati Pontificii, avendo a capo Farini e Mamiani, regalavano al conte di Cavour una medaglia d'oro con un caldo indirizzo. E il Conte ringraziava e incoraggiava cosiffatte dimostrazioni!
Manin da Parigi continuava a scrivere in Torino, ed è utile rileggerne di questi giorni l'epistolario. Il suo programma venuto dalla Senna era questo: L'unificazione d'Italia; Vittorio Emanuele II Re d'Italia. Usava grazia il Manin alla Monarchia piemontese, «perché essa non ha fatto concessione alcuna ai perpetui nemici d'Italia, l'Austria ed il Papa» (Lett. dell’11di maggio1856). E ripeteva:Agitatevi ed agitate, L'agitazione non è propriamente l'insurrezione ma la precede e la prepara Molesta il nemico con migliaia di punture di spillo, prima che cada trafitto con le larghe ferite della spada»
(Lett. del23maggio). E il 28 di maggio tornava a scrivere; La rivoluzione in Italia è possibile, forse vicina», e diceva ai Romani: «Finché c'è guarnigione francese in Roma, Roma non deve insorgere. L'8 di luglio del 1856 si proposero al Parlamento le fortificazioni d'Alessandria «significazione eloquentedelle nuovee patriottiche tendenze del Piemonte» (Gazz. del Popolo, 11 luglio 1856).
Fu pure proposta da Norberto Rosa, approvata e sostenuta dal conte di Cavour la soscrizione di Cento Cannoni per Alessandria, a cui doveva pigliar parte tutta l'Italia. «IlMemorandumdi Cavour (scriveva ilCittadinod'Asti, e perMemorandumintendeva la Nota Verbale), il Memorandumdi Cavour diede un impulso vigoroso all'agitazione. Ebbene giova cercare tutti i mezzi più acconci, perché questa si mantenga e duri finché venga il giorno decisivo».
Intanto nella notte dal 25 al 26 di luglio 1856 una banda di rivoltosi parti vasi da Sarzana per levare a tumulto il Ducato di Modena. LaMagadi Genova del 29 di luglio, N° 91, difendeva quest'attentato coll'autorità del conte di Cavour; «Cavour diceva alle Camere, che la nostra politica era lontana più che mai dalla politica austriaca, dicea nelMemorandum, nelle Note verbali, che, se continuasse lo stato attuale di cose, il governo Sardo sarebbe stato costretto a gettarsi in braccio alla rivoluzione per salvare l'Italia». EVItalia e Popolo del 30 di luglio 1856, numero 210, a difesa dei rivoluzionari di Sarzana scriveva: «Tutti rammentano come all'epoca della memoranda discussione parlamentare, il governo Sardo a far divampare il fuoco latente nelle altre provincie d'Italia, facesse stampare i discorsi di Cavour e di Buffa, e li diffondesse a migliaia di esemplari nei Ducati, nelle Romagne, nel Lombardo-Veneto, a Napoli e nella Sicilia. Ma ciò non bastava: egli incoraggiò per mezzo de' suoi emissari quegli abitanti, e si sa che le paroleViva Vittorio Emanuelesi scrivevano dai partigiani piemontesi sui muri e sulle porte delle case a Carrara. Lusinghe ancora più esplicite vennero date ai regnicoli andati espressamente a Torino».
IlRisorgimento,giornale fondato dallo stesso conte di Cavour, in quel torno scriveva nel suo N° 1658: «La rivoluzione non si farà mai in Italia finché non possano le popolazioni italiane far certo assegno sul concorso del Piemonte. Importa quindi mantenere viva in esse la persuasione, che dietro i popoli insorti sta l'esercito piemontese». E continuando sullo stesso argomento diceva; «Verrà momento, in cui in una o in altra parte d'Italia scoppierà un'insurrezione; quella sarà la prima favilla dell'incendio universale. L'Austria vorrà intervenire, e il Piemonte avrà il diritto d'intervenire anch'esso per impedire l'eccessivo estendersi dell'influenza austriaca,e non interverrà egli solo. Questa crediamo sia la sola possibile soluzione della questione italiana».
Qui la materia ci cresce straordinariamente tra le mani, quantunque sopprimiamo ad ogni momento i commenti, un po' vivi, ma sempre veri, sempre spontanei, che ci vengono giù dalla penna. Ci permetta il lettore di rimandare ad un secondo articolo questa biografia politica del conte di Cavour, e della rivoluzione italiana.
La Gazzella di Modena dell'Eccelso Farini, nel suo N° del 20 di gennaio, ci reca le notizie delle feste fatte dalla rivoluzione nell'Italia centrale per l'assunzione al ministero del conte di Cavour. A Modena bandiere, fiaccole, magnanime parole dell'Eccelso, teatro affollatissimo, veglione, evviva Cavour! viva Farini! — A Borgo S. Donnino «la notizia del ritorno di Cavour al ministero accolla con gioia da tutti».
A Cesena gran festa per l'assunzione di Cavour al ministero». A Ferrara «la fausta novella del ministero Cavour accolta con concorde entusiasmo». A Reggio «Viva Cavour, Farini, Napoleone!» Che magnifico triumvirato! A Guastallasimili dimostrazioni. A Piacenza «grande dimostrazione nelle strade. Viva Cavour! Il teatro è illuminato». A Bologna,piena soddisfazione ed esultanza pel ritorno di Cavour. A Forlì:Notizia ritorno Cavour al ministero accolta con entusiasmo. Teatri, Rimini, Cesena e Forlì illuminali a giorno. Spettacolo commovente, sublime.
In tutti questi dispacci telegrafici il famoso proverbio ci deve entrare per molto. Il dottore Farini prima di essereEccelsoera medico del conte di Cavour. Avvezzo afregarloper rimedio fisico, continua tefregagioniper rimedio politico. Tuttavia le feste della rivoluzione pel risorgimento del Cavour sono innegabili. Noi abbiamo incominciato a provare in un numero precedente, che erano anche giuste, ed oggi continueremo la dimostrazione.
Al conte di Cavour si deve principalmente la rivoluzione dell'Italia centrale. Già fu detto come vi desse mano colle sue Note al congresso di Parigi, co' suoi discorsi nel Parlamento, raccolti poi in volumetti, e mandati a diffondere tra le popolazioni, e colla sua sottoscrizione dei così detti cento cannoni per Alessandria, promossa e fatta girare alla macchia per tutta l'Italia.
Questa sottoscrizione ne provocò un'altra in Genova come complemento della prima, ed era una «sottoscrizione per l'acquisto di diecimila fucili destinati alla prima provincia italiana, che insorgerà contro il comune nemico». I cento cannoni, diceva ilDiritto, servonoper difenderci, i diecimila fucili serviranno per offendere.
È vero che il conte di Cavour faceva sequestrare in Genova le liste della sottoscrizione. Ma quando? Sette giorni dopo che erano corse per lo Stato, che erano usciti da ottocento nomi di sottoscrittori, che nella stessa Torino aveano sottoscritto anche parecchi deputati. E poi la sottoscrizione continuò, si pubblicarono le liste senza nome di stampatore, e i sequestri non ebbero nessun effetto.
Gli altri governi dell'Italia doveano guardarsi attentamente da tutte le provenienze piemontesi. La Toscana che aveva fermamente rifiutato un giovine diplomatico inviatole dal conte di Cavour, rimandava da Firenze gli alunni di un collegio di commercio stabilito in Genova; e da una Nota del Cavour, pubblicata in quel tempo, rileviamo che qui pure entrava la sottoscrizione deidiecimila fucili.
Intanto il 29 di giugno del 1857 scoppiava la congiura di Genova, a cui tenevano dietro i moti di Livorno e la spedizione di Pisacane contro il regno di Napoli.
Se il ministero del conte di Cavour ha proceduto contro i congiurati, fu in seguito agli avvisi della polizia francese, come il ministro dell'interno confessò davanti il Senato del Regno, nella tornata del 40 di luglio 1857. LaGazzetta del Popolodel 15 luglio 1857, N° 166, scriveva: «Non farebbe nessuna sorpresa, se quella polizia (di Napoli) trovasse, per esempio, nel portafoglio di Pisacane una lettera di Rattazzi». Certo è che il barone Bentivegna, promotore di una rivoluzione in Sicilia, era stato prima in Torino a pigliar la parola.
Pochi giorni dopo l'attentato di Genova Mazzini scriveva al ministero Cavour, sotto la data del di luglio: «Voi gli avete detto (al popolo):L'Italia sarà, gli gridaste ieri, giova ripeterlo sempre:O riforme, o rivoluzione. Oggi volete punirlo perché esso non vedendo riforme, cerca rivoluzione. Ma potete spegnerlo? Potete cancellare la logica che strappava a voi quelle parole, e suggerisce ad esso quei tentativi?»(Italia e Popolo, N° 56).
A quei dìl'Armoniascriveva: «Mazzini ha fatto in Genova ciò che Camillo Cavour a Parigi. L'opera loro è la stessa, giacche riducesi ad un sillogismo, di cui Cavour piantò le premesse e Mazzini dedusse le conseguenze» (Armonia, 1° agosto 1857, N° 175).
E pili tardi Mazzini io un suo secondo articolo, pubblicatonell'Italia del Popolo, 4 di agosto 1857, N° 162, dichiarava di avere trovato in Piemonteun punto d'appoggioper le sue congiure, un luogosacro«dove gli Italiani possono meglio intendersi e apprestare senza pericolo gli apparecchi della lotta».
Le stesse cose venivano ripetute da taluno degli accusati della congiura di Genova davanti il magistrato. Uno tra gli nitri dichiarava, che ben lungi dal far male muovendo con Carlo Pisacane per liberar Napoli, avea stimato d'acquistarsi un merito presso il conte di Cavour, giacché dava opera ad eseguirne i disegni.
Il quale pensiero era poi svolto dallo stesso Mazzini tu una sua letteraai Membri della Corte d'Appello di Genova,stampata nell'Italia del Popolodel 24 marzo 1858, N° 85. Ecco le precise parole del Mazzini:
«Signori, di che volete punirmi? lo non ho fatto che porre in atto le frequenti insinuazioni del vostro governo. Ho tentato d'offrirglil’opportunità vocata da dieci anni in poi da' suoi agenti, dagli organi semiufficiali dei suoi desiderii. Eccovi unmemorandum,nel quale il conte Cavour dichiara sole due vie essere lasciate all'Italia,riforme o rivoluzione. Non diceva egli, quasi a commento nella discussione delle Camere intorno ai protocolli di Parigi,essere inconciliabile la politica del gabinetto con quella dell'Austria: la lotta poter essere lunga, molte le peripezie, ma il gabinetto aspettarsi con fiducia l'esito finale, e la via da tenersi esser quella ad ogni modo, che più direttamente conduce al maggior bene d'Italia?Non dava conferma a quel virile linguaggio la sottoscrizione incoraggiata, ingrossata dagli uomini del governo per l'acquisto dei 100 cannoni? Non proferiva il ministro quelle solenni parole:Le grandi soluzioni non s'operano colla penna; la diplomazia è impotente a cangiare le condizioni dei popoli essa non può che sancire i fatti compiuti?((1)). Non ripetevano i suoi giornali,che bisognava leggere tra le linee del Memorandum?Voi mi dite che erano parole quelle e non altro, che non era intento di chi le proferiva d'incarnarle in fatti, che il ministro ingannava ad un tempo l'Italia e la diplomazia. Che imporla a me?Son io reo, perché tra il gemito dei miei fratelli e la chiamatadei buoni, ho creduto debito mio prepararmi a tradurre in atti la fede inculcatami dal ministro, e santificata dal grido del core? Credete più onesto il ministroprovocatore,che si ritrae, e conferma pochi dì dopo con altre parole i trattati del 1815, o me, che, credente nella prima dichiarazione, mi apprestava a suggellarla col mio sangue, volando a rafforzare gli iniziatori delle battaglie emancipatrici?».
Noi potremmo moltiplicare queste citazioni, ma ornai ci accorgiamo di recar acqua al mare, e legna al bosco. Tutti convengono amici e nemici, che il conte di Cavour ebbe la mano principale nell'insurrezione presente, ed egli stesso se ne gloria in una lettera scritta recentemente a Brescia. Piuttosto è nostro dovere di rispondere ad una osservazione che veggiamo ripetersi con molta frequenza. Se i governi dell'Italia centrale, se in ispecie il governo Pontificio fossero stati governi regolari, forti, fondati sull'amore delle popolazioni, non sarebbe bastato a sconvolgerli il ministero del conte di Cavour.
La risposta a questa osservazione ve la darà il governo francese col contegno che serba oggidì. Non è forte l'imperatore Napoleone III? Eppure vedete come teme l'agitazione? Con quanto zelo e rigore se ne premunisce? Quel governo teme le pastorali dei Vescovi, teme gli indirizzi al Papa, teme le società cattoliche. Eppure ha centomila soldati a Parigi, e più di cinquecentomila in tutto l'Impero!
(Pubblicato il 2 febbraio 1860)
Due fatti importantissimi ci erano stati annunziati dal telegrafo: la pubblicazione in Francia dell'Enciclica di Pio IX, in cui annunzia ai cattolici di aver rigettato i consigli di Napoleone III, e la soppressione dell'Univers,cotanto devoto alla S. Sede. Noi non abbiamo voluto discorrere di questi due fatti senza aver prima sotto gli occhi i giornali francesi, recatici dal corriere di quest'oggi.
Il governo imperiale in breve ora mutò consiglio intorno all'Enciclica del Papa. Il 28 di gennaio giungeva a Parigi, e l'Universnella notte la stampava, pubblicandola il mattino del 29 e distribuendola a' suoi associati della capitale. Lungo quel giornol'Union, laGazette de France, l'Ami de la Religion equalche altro giornale venivano avvertiti ch'era proibito di ristampare l'Enciclica, e che pubblicandola si esporrebbero alle più severe misure cioè alla soppressione. Tale interdetto durò fino alle quattro pomeridiane, e siccome a quest'ora l'Enciclica era già conosciuta per tutta Parigi, e non se ne potea pili impedire la diffusione, così fu data licenza ai giornali di ristamparla.
Intantol'Universveniva soppresso. Nella relazione del ministro Billault all'Imperatore tra le accuse che si muovonol'Universnon parlasi menomamente della pubblicazione dell'Enciclica, ma si condanna in globo tutta la stampa religiosa di Francia «la quale misconobbe la missione di moderazione e di pace che doveva compiere». l'Universsoprattutto, dice il ministro e insensibile agli avvertimenti che gli vennero dati, tocca ogni giorno gli ultimi limiti della violenza»; epperò bisogna sopprimerlo.
Ilpiosignor ministro Billault propone la soppressione dell’Universper amore dei veri interessi della Chiesae per devozione al Clero, a cui gli scandali dell'Univers sono argomento di profonda tristezza. Non è già per paura che vogliasi sopprimerel'Univers, giacché e un governo fondato sulla volontà nazionale non teme la discussione»; ma si è per affetto «all'ordine pubblico, all'indipendenza dello Stato, all'autorità ed alla dignità della religione.
Notiamo con piacere che tutti i diari di Parigi dall'amide la religionalSiècle si dolgono della soppressione dell’Universper quella solidarietà che passa tra la stampa periodica di qualunque colore. Per contrario quando l'Eccellenza del conte di Cavour sospese il nostro giornale, i nostri confratelli di Torino ne menarono trionfo!
Del resto la soppressione di un giornale a Parigi sotto Luigi Napoleone non è cosa nuova. Il mattino del 2 dicembre 1851 dodici giornali ricevevano l'ordine di sospendere le loro pubblicazioni, e vedevauo poste sotto sigillo le loro tipografie. Erano(l'Union, l'Assemblée Mattonale, l'Opinion publique, leMessagert leCorsaire, l'Ordre, leSiècle,leNational, l'Avénement du peuple, la République, laRevolution,e leCharivari. A que' dìl'Universsi lasciava libero, e non rendeva cattivi servigi né alla causa dell'ordine in generale, né a quella di Luigi Napoleone in particolare. Ma resterà sempre a gloria dell’Universe de' suoi scrittori di non aver ricevuto, e di non aver voluto ricevere per que' servigi altro premio che la soppressione.
Dopo la soppressione dell’Universè facile capire come dell'Enciclica di Pio IX non parlino che ilSièclee ilConstitutionnel. Il primo osa dire che l'Enciclica è unappello ad una guerra religiosa, e noi di sì indegna calunnia lasciamo giudici tutti coloro che hanno letto l'Enciclica istessa. IlConstitutionnel poi deplora che il Papa siasi immischiato di cose civili, e invoca contro di lui le tradizioni della Chiesa di Francia.
Nel proemio dell'opuscolo:Il Papa e il Congresso, s'insiste anche troppo sulla necessità del dominio temporale per la religione, sicché il Vescovo d'Orléans in una frase della sua prima lettera lasciava capire l'esagerazione di questa tesi. Ora come può essere divenuta esclusivamente civile una questione, che ieri era totalmente religiosa? IlConstitutionnel, così favorevole all'opuscolo:Il Papa e il Congresso,perché ne disdegna le dottrine?
Quanto alle tradizioni della Chiesa di Francia, invocate dalConstitutionnel, noi vorremmo che fossero seguite. Allora chi si dice successore di Carlo Magno, correrebbe in difesa del Papa e del suo temporale dominio, e gli ammiratori di Bossuet direbbero con lui: «Nous savons que les Papes.... possèdent des fiefs et autres seigneuries aussi légitimement et avec autant de droits que les autres hommes sont maîtres de leurs biens; nous savons même que ces choses étant consacrées à Dieu, on ne peut plus les ravir à l'Église pour les donner à des séculiers sans commettre un sacrilège. Nous félicitons volentier a le Saint-Siège et toute l'Église de ce que les empereurs ont accordé aux Papes a la souverainetà de la ville do Rome et de son territoire, afin qu'ils puissent exercer plus librement dans tout le monde la puissance de l'apostolat, et nous faisons des vœux et des souhaits pour qu'il plaise à Dieu de protéger et de conserver le sacre Patrimoine de saint Pierre»(Défense de la Déclaration de1682, 1re partie, liv. 1er).
Ai Venerabili Fratelli Patriarchi, Primati, Arcivescovi, Vescovi ed altri Ordinarli dei luoghi che sono in comunione colla Sede Apostolica.
Venerabili Fratelli, salute ed, Apostolica Benedizione.
Non troviamo parole, VV. FF., per ispiegare quanta consolazione e letizia ci abbia recato, nelle massime nostre amarezze, la singolare e maravigliosa fede, pietà e devozione vostra e dei fedeli affidati alle vostre cure, verso Noi e verso questa Apostolica Sede, e il lodevolissimo consenso, alacrità, impegno e costanza nel difendere i diritti della medesima Sede, e sostenere la causa della giustizia. Imperocché, appena delle nostre Lettere encicliche, il 18 di giugno dell'anno passato a voi indirizzate, e dalle due nostre concistoriali Allocuzioni, con sommo dolore dell'animo nostro conosceste i gravissimi danni onde le sacre e civili cose nell'Italia erano afflitte, e sapeste i nefarii moti ed attentati di ribellione contro i legittimi Principi della medesima Italia, e il legittimo e sacro Principato nostro e di questa S. Sede, voi, secondando i voti e le sollecitudini nostre, senza nessun indugio vi affrettaste con ogni impegno ad ordinare pubbliche preghiere nelle vostre diocesi. Di poi non solo con ossequiosissime ed amorosissime lettere a Noi indirizzate, ma con Pastorali e con altri dotti e religiosi scritti sparsi tra il popolo, levando la vostra voce episcopale con insigne gloria del vostro ordine e del vostro nome, e valorosamente propugnando la causa della SS. nostra Religione e della giustizia, altamente detestaste i sacrileghi attentati commessi contro il civile principato della Chiesa Romana. E difendendo costantemente il medesimo principato, vi gloriaste di professare e d'insegnare che esso, per singolare consiglio di quella Provvidenza che tutto regge e governa, fu dato al Romano Pontefice, affinché non mai soggetto alla civile podestà di alcuno potesse esercitare con pienissima libertà, e senza nessun impedimento nel mondo universo l'uffizio del supremo apostolico ministero, che gli venne divinamente affidato da Cristo Signore. E i carissimi figli della Chiesa Cattolica, ammaestrati dalle vostre dottrine ed eccitati dal vostro nobile esempio, andarono e vanno vivamente a gara per attestarci questi medesimi sentimenti.
Imperocché da tutti i paesi dell'orbe cattolico ricevemmo lettere quasi innumerevoli d'ecclesiastici e di laici d'ogni dignità, grado, ordine e condizione, firmate da centinaia di migliaia di cattolici, con cui in modo solenne confermano la loro figliale devozione e venerazione verso di Noi e verso questa Cattedra di Pietro, e detestando grandemente la rivoluzione e gli attentati commessi in alcune delle nostre provincie, affermano che il Patrimonio di S. Pietro devesi conservare assolutamente intiero ed illeso, e difendersi da ogni attentato; tra i quali non pochi inoltre la stessa cosa dimostrarono con savie o dotte scritture date alla pubblica luce. Le quali cospicue dimostrazioni da voi e daifedeli fatte, degne certamente di ogni laude e di ogni elogio, e da iscriversi a caratteri d'oro ne' fasti della Chiesa, talmente ci commossero l'animo, che non potemmo a meno di esclamare lietamenteBenedetto Iddio e Padre del S. N. G. C.,Padre delle misericordie, e Dio d'ogni consolazione, che ci consola in tutte le nostre tribolazioni. Imperocché fra le gravissime angustio da cui siamo oppressi, nulla di più grato, nulla di più giocondo, nulla di più desiderato poteva giungerci, che il vedere da qual unanime ed ammirabile ardore voi tutti, VV. FF., foste animati ed accesi per difendere i diritti di questa S. Sede e con qual egregio buon volere i fedeli alla vostra cura affidati allo stesso scopo cospirino. E da per voi stessi potete conoscere facilmente con quanta veemenza la nostra paterna benevolenza verso di voi e verso i medesimi cattolici, a buon diritto, ogni di più vada aumentando.
Ma,mentre codesto ammirabile ossequio ed amore di voi e dei fedeli verso di Noi e verso questa Santa Sede mitigava il nostro dolore, ecco d'altra parte sopravvenire nuova cagione di tristezza. Ed è perciò che vi scriviamo questa lettera, affinché, in cosa di tanta importanza, sia a voi specialmente ed interamente noto il nostro pensiero. Venne testò, come molti tra voi sapranno, dal giornale parigino, avente per titoloLe Moniteur, pubblicata la lettera dell'Imperatore dei Francesi, con cui rispondeva alla nostra lettera, nella quale con tutto calore pregammo la Maestà Sua, perché nel Congresso di Parigi volesse col suo validissimo patrocinio difendere l'integrità e l'inviolabilità del temporale dominio nostro e di questa Santa Sede, e dalla iniqua ribellione rivendicarlo. In questa sua lettera l'Imperatore rammentando un certo suo consiglio datoci poco prima riguardo alle provincie ribellate dei nostri Stati, ci esorta a voler rinunziare al possesso delle provincie medesime, conciossiaché sembri a lui essere questo il solo modo di rimediare alla presente rivoluzione.
Ognun di voi, VV. FF., conosce benissimo che Noi, memori del gravissimo nostro dovere, non abbiamo potuto tacere nel ricevere siffatta lettera. Quindi, senza frapporre indugio alcuno, ci siamo affrettati a rispondere al medesimo Imperatore dichiarando, colla apostolica libertà dell'animo nostro, chiaramente e francamente di non poter in modo alcuno aderire al suo consiglio; giacché esso e presenta difficoltà insuperabili, avuto riguardo alla dignità nostra e di «questa Santa Sede, al nostro sacro carattere, e a diritti della medesima Sede che non appartengono alla successione di qualche famiglia reale, ma a tutti i cattolici», ed insieme protestammo di non poter noi cedere ciò che non è nostro, e pienamente conoscere Noi che la vittoria, che egli voleva che fosse accordata a' ribelli delle Romagne, sarebbe di stimolo ai rivoltosi paesani e forestieri delle altre provincie a fare altrettanto, scorgendo quale prospera sorte fosse toccala a' ribelli». E fra le altre cose abbiamo detto all'Imperatore di non poter rinunziare alle mentovate provincie dell'Emilia soggette al nostro potere, senza violare i solenni giuramenti, da cui siamo vincolati, senza eccitare lamenti e moti nelle rimanenti nostre provincie, senza far ingiuria a tutti i cattolici, e finalmente senza indebolire i diritti non solo dei Principi dell'Italia, i quali furono ingiustamente spogliati dei loro Stati, ma altresì di tutti e i Principi di tutto il mondo cristiano, i quali non potrebbero vedere con occhio indifferente messi innanzi certi perniciosissimi principii. Né tralasciammo d'osservarechela Maestà Sua non ignorava per mezzo diqualipersone,con e qual denaro, e con quali aiuti i recenti attentati di ribellione furono eccitati e consumati a Bologna, a Ravenna ed in altre città, mentre la massima parte del popolo a que' moti, che per nulla aspettava, fosse rimasta come attonita,e si fosse dimostrata tutt'altro che disposta a secondarli».
E poiché il Serenissimo Imperatore era di parere che Noi dovessimo rinunziare a quelle provincie per le rivoluzioni, che a quando a quando colà si vanno eccitando, opportunamente rispondemmo tale argomento, come quello che prova troppo, non provare nulla affatto; conciossiaché moti non diversi sieno accaduti in Europa e fuori, e ognuno vede che da ciò non si può dedurne alcun legittimo argomento per menomare gli Stati civili. Né tralasciammo di esporre allo stesso Imperatore, che del tutto diversa dalle sue ultime lettere fu la sua prima lettera scrittaci prima della guerra d'Italia, la quale non dolore, ma consolazione ci aveva recato. Siccome poi da alcune parole della lettera imperiale, pubblicata dal detto giornale, ci parve di dover temere che le sovradetteProvincie dell'Emilia dovessero considerarsi come già separate dai nostri Pontificii dominii, con pregammo la Maestà Sua a nome della Chiesa, perché, anche per bene e vantaggio suo proprio, volesse far cessare del tutto questo nostro timore. E con quella paterna carità, con cui dobbiamo provvedere all'eterna salate di tutti, gli abbiamo rammentato che tutti dovranno rendere strettissimo conto al tribunale di Cripto, e subirne il giudizio severissimo: e che perciò ognuno deve a tutt'uomo procurare di aver a provare gli effetti della misericordia, anziché quelli della giustizia.
Queste cose specialmente, tra le altre, che rispondemmo all'Imperatore dei Francesi, abbiamo riputato dovere nostro manifestare, affinché voi pei primi e tutto l'orbe cattolico sempre più chiaro conosca che noi coll'aiuto divino, secondo l'obbligo gravissimo del nostro ministero, senza timore adoperiamo tutti i mezzi e non omettiamo nulla per propugnare con fortezza d'animo la causa della religione e della giustizia, e il civile principato della Romana Chiesa, ed i possedimenti temporali di essa, e per conservare costantemente inviolabili e difendere i diritti che appartengono a tutto l'orbe cattolico; come pure per provvedere alla giusta causa degli altri Principi. Invero, confidando, nell'aiuto di colui che disse:Nel mondo soffrirete oppressura: ma confidale: io ho vinto il mondo(Giov., cap. 16, v. 33):e beati i perseguitali a cagion della giustizia (Matt., cap. 5, v. 10),siamo pronti a seguire le gloriose vestigia dei nostri antecessori, ad imitare i loro esempi ed a soffrire ogni acerbità e pena, e non abbandonare per nessun modo la causa di Dio, della Chiesa e della giustizia. Ma facilmente potete congetturare, venerabili Fratelli, da qual acerbo dolore siamo trafitti, vedendo la nostra religione assalita da orribile guerra con estremo danno delle anime, e la Chiesa e questa S. Sede sconvolte da violentissima tempesta. E facilmente pure intendete come profondamente siamo angustiati vedendo noi chiaro quanto granfie sia il pericolo delle anime in quelle nostre sconvolte provincie, nelle quali principalmente ogni dì vien deplorabilmente combattuta la pietà, la religione, la fede, il costume colla pubblicazione di scritti pestiferi. Voi adunque, venerabili Fratelli, che siete chiamati a parte della nostra sollecitudine, e che con tanta fede, costanza e valore sorgeste a difesa della religione, della Chiesa e di questa Sede Apostolica, proseguite con coraggio ed impegno maggiore a difendere la stessa causa, ed infiammate ogni dì i fedeli affidati alle vostre cure, affinché non omettano mai sotto la vostra guida di adoperarsi con ogni potere, studio e consiglio per la difesa della Chiesa cattolica e di questa S. Sede del civile principato della stessa S. Sede e del Patrimonio di S. Pietro, la tutela del quale appartiene a tutti i cattolici.
Ma sopratutto, e con ogni impegno, vi chiediamo, venerabili Fratelli, che insieme con Noi voi ed i fedeli affidati alle vostre cure, preghiate fervorosamente e continuamente Dio Ottimo Massimo, affinché comandi ai venti ed al mare, e col suo validissimo aiuto assista Noi, assista la sua Chiesa, surga e giudichi la sua causa, e propizio degnisi di illuminare colla celeste sua grazia tutti i nemici della Chiesa e di questa apostolica Sede e ricondurli nella via della verità, della giustizia e della salute. Ed affinché Dio, più facilmente placato, ascolti le nostre preghiere, le vostre e quelle di tutti i fedeli, ricorriamo prima di tutto all'intercessione di Maria Vergine Madre di Dio Santissima ed Immacolata, la quale è madre amorosissima di tutti noi e speranza saldissima; valida tutela e sostegno della Chiesa, il patrocinio della quale è il più valido presso Dio. Imploriamo anche l'intercessione del Beatissimo Pietro, principe degli Apostoli, stabilito da Dio pietra della sua Chiesa, contro la quale le porte dell'inferno non potranno mai prevalere, e del coapostolo di lui Paolo, e di tutti i Santi del Cielo, che con Cristo regnano in Paradiso. Siamo sicuri, venerabili Fratelli, che ottempererete con ardore, secondo la vostra esimia religione e zelo sacerdotale, di cui siete abbondantemente forniti, a questi nostri voti e domande. E frattanto, arra della nostra ardentissima carità per voi, diamo con amore e dall'intimo del nostro cuore la nostra Apostolica Benedizione a voi stessi, venerabili Fratelli, ed a tutti i fedeli cherici e laici affidati alla cura di ciascun di voi, augurandovi ogni vera felicità.
Dato a Roma presso San Pietro, 19 di gennaio 1860, l'anno decimoquarto del Nostro Pontificato.
(Pubblicata il 4° febbraio 1860)
Les adversaires voudraient bien faire accroire, qu'ils n'ont contre leur thèse qu’une poignée de fanatiques. Mais voici que les hommes du monde les nioinssuspects d'ultramontanisme et d'idées rétrogrades se prononcent dans notre sens. Avant-hier fêtait M. Villemain; hier Vi. de Sacv; aujourd’hui cesont H. Albert de Broglie et M. Francis de Corcelle»— Foisset, conseilleràla Cour imperiale de Dijon(in una lettera indirizzata al giornaleL'Union Bourguignone).
Abbiamo un altro nome di un personaggio illustre e di un liberale sincero da aggiungere ai chiarissimi dei Montalembert, dei Villemain) dei Falloux, dei Sacv, dei Valori, dei Nettement, dei Poujoulat, dei Normanbv, sorti in difesa del Papato. Il principe Alberto di Broglia ha scritto un opuscolo preziosissimo sulla lettera di Napoleone III al Papa; opuscolo nel quale riassume perfettamente le cose passate e le condizioni presenti.
È intitolato:La lettre imperiale et la situation, e vide la luce nelCorrespondantdi Parigi del 25 di gennaio. Questa circostanza ci lascia pienissima libertà di discorrerne in Piemonte e ragguagliarne i nostri concittadini. Noi lo faremo citando testualmente.
Nella storia del 1859, anno in cui Napoleone III sposò apertamente la causa italiana, il principe Alberto di Broglia distingue tre periodi. Il periodo delle promesse, il periodo dei consigli, il periodo delle esigenze.
Periodo delle promesse. «Nell'ardore d'una spedizione annunziata sotto i più splendidi auspici si prometteva (chi noi ricorda?) tuttociò ch'era domandato, e quello pur che non l'era; agli Italiani la libertà completa della loro patria ed una federazione di Stati, di cui non sentivano desiderio; Al Papa il mantenimento di tutto il suo potere e una presidenza dei futuri confederati, di x cui non aveva giammai chiesto il peso. L'Italia doveva essere libera fino all'Adriatico; tutte le mura ne portavano l'assicurazione sottoscritta col sigillo imperiale. Il Papa verrebbe conservato nell'integritàdi tutti i suoi diritti temporali. Tutte le chiese echeggiavano di questo impegno sottoscritto dal confidenteattitrédel pensiero sovrano. Davanti a tali asserzioni il dubbio, che certuni ostinavansi a concepire, veniva considerato come un oltraggio, e si comandava di cessare dall'essere inquieti sotto pena di divenire faziosi. Pastorali de' Vescovi, che non era ancora proibito ai giornali di pubblicare, trasmettevano l'atto della parola imperiale nelle più piccole parrocchie della Francia, e n'era fatta menzione sul cominciarsi d'ogni preghiera. Giammai nessun giuramento fu recato in cielo da tante bocche!
«Ora si sa che cosa sia avvenuto: si trovarono alcune forti cittadelle nel Veneto; e apparvero, egualmente inattesi, alcuni elementi rivoluzionari in Italia; la guerra improvvisamente cessò; la pace fu tosto conchiusa. L'Italia non potà essere libera per intero, e l'integrità degli Stati del Papa venne offesa dalla insurrezione. Le promesse non furono mantenute per nessuno.
Periodo dei Consigli. «Seguirono i consigli offerti a tutti; consigli agli Italiani di rinunziare ad ogni tentativo di unità esagerata e di rientrare di buona grazia sotto l'autorità dei loro Principi decaduti; consigliai Piemonte di rinunziare al disegno di annessioni esorbitanti; consigli all'Austria di raddolcire il suo giogo sulla Venezia, e di aprire le sue cittadelle alle truppe italiane; consigli al Papa di disarmare i suoi sudditi coll'offerta di concessioni fatte ai loro voti supposti. Ciascuno di questi diversi avvisi ebbe il suo dispaccio officiale ed anche la sua lettera autografa.
«Ma i consigli ebbero la stessa sorte delle promesse; e siccome queste non erano state mantenute in nessun luogo, così quelli non furono graditi da nessuno. Gli Italiani non si mostrarono disposti per un momento solo al ritorno delle autorità licenziate, dovessero ritornare colle mani piene di tutte le riforme e di tutte le costituzioni possibili. Il Papa non istimò conveniente di offerire ai suoi sudditi insorti concessioni anticipatamente rifiutate. Così ogni cosa camminando nell'incertezza, la politica francese dovette fare un passo di più. Il periodo dei consigli era succeduto a quello delle promesse, ed oggidì è surrogalo dal periodo delle esigenze e dei sacrifizi».
Periodo delle esigenze. «Ieri parlavasi a tutti; oggi non si parla più che al Papa. È il Papa, il Papa solo che deve liquidare a proprio carico le spese di una successione imbrogliata, che lasciò dietro di sé una guerra che ha scosso tutto, ed una pace che non ha rassodato nulla. Sotto una forma civile, discreta, ma chiara, e facilmente intelligibile, la lettera del 31 dicembre, se si può crederò a parecchi dei suoi commentatori, è una rispettosa intimazione fatta al Papa di sacrificare ciò che ha perduto sotto pena di perdere ciò che possiede. Dacché la guarentigia delle provincie ancora soggette all'autorità della Santa Sede non viene accordata che in contraccambio delle provincie insorte, è evidentissimo che il rifiuto del sacrifizio deve trarre con sé la perdita della guarentigia,c'est à prendre ou à laisser. Al cominciare della crisi tutto era promesso senza condizione; otto mesi dopo si offre in ricambio di una perdita certa una guarentigia condizionale!
«Così noi abbiamo camminato di giorno in giorno, di ora in ora precipitando o seguendo gli avvenimenti, spingendo le rivoluzioni avanti noi, o spinti da quelle. Ognuna delle nostre stazioni non avendo durato che qualche settimana, è possibile che dopo brevissimo tempo noi giungiamo all'ultima, a quella che metterà definitivamente in causa l'intero potere temporale.
«I fatti per verità, come osserva benissimo la lettera imperiale, hanno una logica inesorabile, e bisogna anche loro rendere questa giustizia, che sebbene d'ordinario ottimi logici, non hanno mai nò meglio, né con più sicurtà ragionato che da otto mesi in qua. Così non fu necessario d'essere profeta per prevedere il loro corso; bastò e basta ancora di saper tirare le conseguenze d'un sillogismo. Era perfettamente e logicamente certo che la guerra intrapresa in Lombardia verrebbe seguita da un'insurrezione immediata negli Stati Pontificii Era perfettamente e logicamente certo che l'insurrezione provocata dalla guerra e vittoriosa per la forza non cederebbe davanti la ragione, e non si arresterebbe in seguito alle preghiere. Era perfettamente e logicamente certo che l'intrapresa di conciliare non solo i voti, ma gli appassionati capricci degli Italiani con tutti i diritti della S. Sede, riuscirebbe ad una contraddizione incubile, e che promessa contraddittorie, fatte a parti contrarie, condurrebbero ad una necessaria mentita. Non eraegualmente così sicuro, ma era sgraziatamente troppo probabile chein questa alternativa la scelta dei sacrifizi cadrebbe su quella delle parti che nonavea per sé né forza armata, né forza popolare, né insurrezione, né cittadelle».
Qui il chiarissimo autore entra a parlare della guarentigia promessa al Papa, e domanda che cosa può valere una guarentigia diplomatica, quando non valse a nulla una solenne parola imperiale, che prometteva al Papa il mantenimento di tutti i suoi diritti?Quelle foi voulez-vous désormais qu'inspirent tous lei contrats d'assurance? Un altro giorno analizzeremo il resto di questo opuscolo in cui l'eloquenza è pari al coraggio, e la parola è severa come la logica.
(Pubblicato l'8 febbraio 1860)
Una ragione o piuttosto un sofisma, che sentiamo ogni giorno ripetere, anche da chi dovrebbe ripeterlo meno, contro il dominio temporale del Re Pontefice, è non esser di fede ch'egli lo debba avere: epperò, conchiudono praticamente, che gli venga tolto non è poi da menarne sì gran romore, come mostrano di fare al presente tanti opuscoli, che si stampano ogni giorno. Noi vorremmo apportare un poco di luce a questa obiezione, che colla sua speciosità inganna più d'uno.
E prima di tutto chiederemo a qualche nobile signore che l'adopera così arditamente: è egli di fede, signor Conte, signor Marchese, che voi possediate quel palazzo e quel podere, che vi apportano ogni anno tante migliaia di lire? Vi assicuriamo, che in tutte le Sante Scritture non se ne dice neppur parola; e però conchiuderemo anche noi, che non si vorrà menare tanto strepito se qualcuno ve ne spossesserà.
A qualche avvocato ed a qualche impiegato faremo una simile domanda: à forse di fede che voi dobbiate essere intendente, prefetto, governatore è buscarvi così le dieci, le venti, le trentamila lire all'anno? Vi diciamo, senza paura di essere smentiti, che in tutto il tesoro delle verità della fede non se ne dice parola! epperò se qualcuno vi balzerà dal posto e vi metterà sul lastricò, non sarà da farne nessun romore.
Che anzi rivolgeremo questa domanda perfino a' bottegai ed agli artisti, é chiederemo loro se aia di fede che essi debbano avere tanti avventori, che debbano toccare giornate sì grasse, e dimostreremo loro, dove ne aia bisogno, che non vi ha nessuna formola né di Canoni, né di Concilii che l'abbia mai definito! che però dove vengano mandati a spasso, non v'ha nessun motivo di farne lagnanza. Quindi conchiuderemo, e ci pare con qualche ragione, che se si debba stare solo alle definizioni di fede quando si tratta dei diritti altrui, al mondo saranno spenti tutt'i i diritti, anzi vi sarà un diritto contro ogni diritto
Del resto è molto pili sicuro il diritto del Re Pontefice al suo temporale go verno, che non sarebbe se fosse solo certo per definizione di fede. Tanti di quel dabbenuomini che ripetono da pappagalli non esser di fede il dominio del Re Pontefice, non sanno che vi sono verità fondamentali, le quali sono più universalmente note e solenni, che le stesse verità della fede, e che sono più universalmente note e solenni perché sono ancora più necessarie alconsorzioumano, che le stesse verità della fede.
Senza le norme eterne della giustizia, senza il principio della proprietà, senza l'onestà naturale è impossibile affatto la società: epperciò Iddio insegnò questi principii per lume naturale di ragione a tutti gli uomini: onde il mondo che creava fosse possibile. È perché hanno almeno questi grandi principii, sussistono in qualche modo le stesse società pagane.
Se quei principi! fossero solo noti per fede, cioè se fossero nient'altro che leggi positive conosciute per rivelazione, potrebbero essere invincibilmente ignorate da molti e senza loro colpa; ma invece essendo principii naturali, conosciuti anche col solo lume di natura, comuni a tutti quelli che sono uomini, pagani o cristiani, protestanti o cattolici, hanno senza dubbio una forza maggiore.
Or questo è appunto il caso nostro. Non è noto per fede, che il R. Pontefice debba avere uno Stato temporale: ma è noto per principio eterno di giustizia, che a niuno si possa rubare il fatto suo. Lo Stato Pontificio è riconosciuto da tutti, amici e nemici di Roma, perfino dall'opuscoloLe Pape et le Congrès, come appartenenza del Romano Pontefice. Lo stesso opuscolo chiama ribelli, rivoltosi quelli che si sono a lui sottratti. Né si può dire diversamente, senza rovesciare tutti i diritti umani, poiché, come è stato dimostrato, se non sono validi i diritti del Romano Pontefice sopra i suoi Stati temporali, sia per l'origine del possedimento, sia per la prescrizione di dieci secoli, non v'è più al mondo nessun diritto che sia valevole. È dunque chiaro che, salvi i diritti della eterna giustizia, che, come abbiamo detto disopra, costituiscono una legge ancora pili nota, ancora più solenne, e però anche più stringente, non si può spodestare il Romano Pontefice de' suoi Stati.
Anzi di qua si trae, che anche la fede è impegnata a guarentire il dominio temporale del Papa. La fede non dice che il Papa abbia diritto sopra queste o quelle provincie; ma la fede, confermando con ogni efficacia la legge stessa di natura, prescrive che sieno mantenuti ad ognuno i propri diritti. Come la fede non determina che voi abbiate delle possessioni o dei palagi, ma quando li avete, proibisce ad ognuno di toglierveli; così sebbene la fede non ordini che il Papa possieda le Romagne o le Marche, tuttavia quando le possiede, vieta ad ognuno di spogliamelo.
V'è di più. Se è delitto lo spogliare un privato qualunque di un suo possesso, il delitto è immensamente maggiore nel nostro caso. La natura dei beni che si tolgono ad una persona, aumenta, come è chiaro, la gravità del delitto. Togliete ad un padre di famiglia quello che debbe servire al sostentamento di una numerosa figliuolanza, è più grave che non togliere ad un ricco quello di che soprabbonda: perocché al primo è molto più necessario quel possesso, che non è al secondo.
Ma nel nostro caso il delitto trapassa tutto quello che può pensarsi di ordinario. Gli Stati del Sommo Pontefice sono un bene sacro per infiniti titoli. Sono essi un diritto del personaggio più inclito che abbia la terra, secondo la fede; epperò la fede fa conoscere che quello spoglio è anche un orrendo sacrilegio.
Gli Stati Pontificii non sono solo Stati del Sommo Pontefice, ma sono propriamente Stati della Chiesa Romana, cioè appartenenza di quella Chiesa che è, agli occhi della fede, la sola vera, la sola legittima, la sola sposa ed erede di G. C. Quindi agli occhi della fede è sempre più grave il sacrilegio.
Gli Stati Pontificii furono, per particolare provvidenza di Cristo, assegnati alla Chiesa per fini ed intendimenti sublimissimi. Debbono essi servire d'istromento e di mezzo alla libertà della Chiesa, alla sua indipendenza, alle spese eziandio che essa debbe sopportare nella sua amministrazione. Colla libertà ed indipendenza, che la qualità di Re dona al Sommo Pontefice, egli deve potersi indirizzare a tutti i Principi e popoli della terra, accender loro la fiaccola delle dottrine rivelate, mantenerla viva e splendente sempre di tutta la sua luce; debbe sfolgorare tutti gli errori che insorgono, sostenere tutte le lotte coi nemici interni ed esterni, guidare il mondo cattolico, e ravvivare quello che ancora giace tra le tenebre della morte.
Che il Sommo Pontefice abbia da far tutto ciò, la fede lo dice chiaro ai cattolici, e non Io negano neppure tra i nemici del Papato quelli che cattolici si dichiarano. Che lo Stato temporale valga a questo scopo, che adorni della necessaria dignità il Sommo Pontefice, che lo costituisca padrone di se stesso, libero, indipendente, è manifesto: ma dunque è anche manifesto, che chiunque vuole spogliarlo de' suoi diritti monarchici, viene a togliere alla Chiesa, quanto è da se, la sua libertà, la sua indipendenza, la sua dignità. Priva i fedeli dell'orbe cattolico di tutti que' mezzi di salute, che la Chiesa libera nella sua azione, poteva loro procurare, li lascia contro l'eresia, contro lo scisma, contro l'idolatria, contro ogni sorta di errore meno provveduti, meno difesi, perché meno illuminati e meno confortati: ecco a che cosa riesce quell'attentato!
Ora non sarà in nulla interessata la fede a lasciar consumare questo delitto? Se la fede può essere indifferente a lasciar violare tutti i diritti naturali, se può non curarsi né punto né poco della dignità del Vicario di Cristo, e se la Chiesa può non tener conto dei mezzi che il suo Capo divino le ha posto nelle mani por compiere sulla terra la sua missione; se i cristiani possono concorrere a spogliare la Chiesa di cotesti mezzi, allora sarà anche vero, che la fede non ha che apporre all'assassinamento del Re Pontefice. Ma se la fede non è quello che la imaginano certi cervelli esaltati, certi ignorantissimi mestatori, sarà anche chiaro che, sebbene non sia di fede che il Papa sia Sovrano, non è senza ingiuria gravissima della fede stessa lo spogliarlo della sua sovranità.
(Pubblicato il 21 febbraio 1860)
Il conteWalewski,non avendo il coraggio di cantare la palinodia, e disdir dopo la guerra ciò che aveva detto prima e durante la medesima, abbandonò il ministero degli affari esteri cedendolo al più maleabile signor Thouvenel.
No:i cosi il signor Rouland, ministro dell'istruzione pubblica e dei culti, il quale non ebbe nessuna difficoltà di rappresentare la parte di Giano bifronte.
Il telegrafo ci annunzia che ilMoniteurdel 20 di febbraio pubblica una circolare del dello ministro diretta agli Arcivescovi ed ai Vescovi, e ce ne trasmette la sostanza.
Il 4 di moggio del 1859, il signor Kouland scriveva pare una circolare all'Episco palo francese, e sarà pregio dell'opera confrontare un documento coll'altro.
Rouland I, il 4 di maggio, scriveva ai Vescovi perché illuminassero il Clero sulle conseguenze d'una lotta col l'Austria divenuta inevitabile.
Rouland II, il 20 di febbraio, scrive ai Vescovi per proibire loro d'illuminare il Clero, d'illuminare la Francia sulle conseguenze d'una lotta contro il Vicario di Gesù Cristo.
Rouland I, il 4 di maggio, prometteva ai Vescovi dell'Impero francese che la saviezza, lalealtà, l'energiadell'Imperatore nonverrebbero meno alla religione.
Rouland II, il 20 di febbraio, scrive ai Vescovi che, dopol'impotenza della Franciaa petto dei rivoluzionari dell'Italia centrale, debbono far tacere i preti che sostengono la S. Sede!
Rouland I, il 4 di maggio, dichiarava ai Vescovi che il Principe, il qualedopo i cattivi giorni del 484% ricondusse il S. Padre in Vaticano, era il più fermo sostegno dell'unità cattolica.
Rouland II, il 20 di febbraio, avverte i Vescovi «che se il Clero dee venerazione al Papa, deve rispetto e fedeltà all'Imperatore i: quasi che l'una cosa non si potesse conciliare coll'altra!
Rouland I, il 4 di maggio, protestava ai Vescovi che Napoleone VOLEVA CHE IL CAPO SUPREMO DELLA CHIESA FOSSE RISPETTATO IN TUTTI l SUOI DIRITTI DI SOVRANO TEMPORALE.
Rouland II, il 20 di febbraio, invece confessa che tra 'Imperatore ed il Papa (mette l'Imperatore prima del Papa!)vi ha disaccordo riguardo alla questione temporale.
Rouland I, il4di maggio, non faceva nessuna distinzione tra la questione religiosa e la questione temporale, e attribuiva idiritti di Sovrano temporaleal Capodella Chiesa.
Rouland II, il 20 di febbraio, distingue, come i giansenisti, corno gli eretici di tutti i tempi, e pretende che laspogliamone del Capo della Chiesanon importi per nulla alla religione cattolica.
Rouland ), il4di maggio, dichiarava che il principe Napoleone III, il quale aveva salvato la Francia dalle invasioni dello spirito demagogico, non potrebbe iccettare né le sue dottrine, né la tua dominazione in Italia.
Rouland II, il 20 di febbraio, accetta nelle Romagnela dominazione e le dottrine dello spirito demagogico, e comanda ai Vescovi di approvare o di tacerei
Rouland I, il 4 di maggio, diceva ai Vescovi, che la Francia veniva in Italia per liberarlaoppressione straniera.
Rouland II, il 20 di febbraio, proibisce ai Vescovi di lagnarsi chel'oppressione Stranierapesi sul S. Padre e sulle popolazioni soggette al suo scettro paterno.
Rouland I, il 4 di maggio, diceva ai Vescovi che la Francia voleva illegittimoprogresso dei popoli.
Rouland II, il 20 di febbraio, proibisce ai Vescovi di sostenere idirittidella S. Sede, dichiaratiincontestabilidallo stesso Napoleone; proibisce di difendere il sololegittimo governodelle Romagne che è quello di Pio IX.
Rouland II, il 20 di febbraio, minaccia i Vescovi che si levano contro la rivoluzione, che predicano il rispetto della proprietà della Chiesa, e la riverenza al S. Padre.
Rouland I, il 4 di maggio, accertava i Vescovi, che la Francia calando in Italia portava scritto sulla sua bandierail rispetto delle sovranità negli stati italiani.
Rouland 11, intima ai Vescovi di piegare il capo davanti all'esilio, alla profanazione, allo strazio della maggior parte di queste sovranità, e della più augusta di tutte, quella del Sommo Pontefice.
Rouland I, il 4 di maggio, diceva che le dichiarazioni di Napoleone III doveanofar nascere nel cuore del Clero francese non minore sicurezza che gratitudine.
Rouland II, il 20 di febbraio, considera come un delitto di fellonia dalla parte dei Vescovi e del Clero il solo ripetere quelle dichiarazioni medesime!
Rouland f, il 4 di maggio, raccomandava ai Vescovi ed ai preti di pregare? A piè degli altari, e d'informare da' pergami i fedeli sullo scopo e sulle conseguenze della guerra d'Italia.
Rouland II, muove guerra al Vescovi ed ai preti, perché abusano della libertà del pergamo, ripetendo le sue parole e le sue assicurazioni di dicci mesi fa.
I tempi di rivoluzione Sono tempi di contraddizioni, perché tempi d'ipocrisia, ' di menzogna, di tirannia materiale e morale.
Ma noi sfidiamo chiunque a ritrovare nella storia delle contraddizioni umane due documenti che cozzino tra loro così vergognosamente, come le due circolari del ministro Rouland.
Volete vedere che cosa sia il Papa? Leggete le sue Encicliche ed Allocuzioni. Pio IX nel 1860 dice ciò che ha detto nel 1848, ciò che prima di lui dissero Pio VII e i Pontefici che fiorirono durante dieci secoli.
Volete conoscere chi siano i nemici del Papa? Leggete le loro circolari, essi dicono é contraddicono, e finiscono per ismentire se stessi e strozzarsi colle loro medesime mani.
Abbiamo sotto gli occhi il nuovo dispaccio del ministro Thouvenel al duca di Gramont, ambasciatore francese à Roma, e lo daremo più innanzi tradotto in lingua italiana, giacché a suo tempo dovrà servire di documento alla storia dei nuovi trionfi della S. Sede.
Nel leggere gli scritti del signor Thouvenel, e in ispecie questo del 12 di febbraio, noi ci troviamo nella dolorosa alternativa, o di dovere conchiudere che egli è Un diplomatico uscito ieri dal guscio, e ignora affatto le cose italiane; oppure che, sapendole, le dissimula, o le travisa.
L'argomento capitale del signor Thouvenel è questo: il Papa doveva fare qualche cosa nelle Legazioni; fin dal 1831 le grandi Potenze gli consigliarono riforme; la Francia, in questi ultimi tempi principalmente, adoperò in vantaggio della S. Sede la maggioresollecitudine e previdenza. Ma Pio IX non volle far nulla; e se ha perduto le Romagne, ben gli sta. Con questo ragionamento il signor Thouvenel si asside arbitro tra il Papa e la rivoluzione, e decide che questa ha ragione, ed il Papa ha torto, perché non Tolle far nulla, né soddisfare alle domande e pretese dei rivoluzionari.
A udire messer Thouvenel parrebbe che Pio IX dal primo giorno del suo Pontificato fino al 1860 non avesse voluto proprio far nulla, non concedere una riforma, non mutare una legge, non accordare una libertà.
Madove eravate voi, messer Thouvenel, quando Pio IX levossi primo in Italia principe riformatore, e, come scriveva Donoso Cortes nel 1847, concepì «il grande scopo di rendere indipendente e libera la Chiesa e l'Italia, di emancipare pacificamente e ad una volta la società civile e la società religiosa; di realizzare l'indissolubile alleanza dell'ordine, e della libertà?»
Dove eravate, messer Thouvenel, quando Pio IX, magnifico e generoso come il suo divino maestro, stendeva la mano agli esuli e li rendeva alla patria, ascoltava i riformisti e concedeva riforme, compiaceva i liberali e accordava loro la libertà?
Dove eravate, messer Thouvenel, quando Pio IX largheggiava cotanto in concessioni da essere costretto a scusarsene presso le grandi Potenze, e a provare nella sua Allocuzione del 29 di aprile 1848 ch'egli in sostanza non avea accordato più di quello che alla S. Sede si fosse richiesto colMemorandum?
Dove eravate, messer Thouvenel, quando Pio IX secolarizzava talmente la sua amministrazione da mettere la somma delle cose nelle mani del ministro Rossi?
E tutte queste concessioni dove riuscirono? Se ne tenne pagala rivoluzione? Enon sapete, messer Thouvenel, che nel Ì848, in cui Pio IX accordò tutto quello che potea accordare, si vide appuntati i cannoni contro il proprio palazzo e fu obbligato a fuggire da Roma?
Ottimamente fece l'immortale Pontefice a largheggiare nel 1848, come fa egregiamente oggidì a resistere. Fu grande allora nella bontà, come oggi è impareggiabile nella fermezza.
Questi due periodi del suo memorabile pontificato si concatenano perfettamente e si difendono a vicenda. Libero di sè, esordì governando coll'affetto e colla dolcezza; ma ne fu ripagato colla più nera ingratitudine. La generosità sua verso i liberali riuscì a danno del suo popolo.
Aquesto punto Pio IX dovea giovarsi delle lezioni dell'esperienza, e non potea più metterai nelle mani di chi l'avea tradito. Tanto più che certuni pretendevano dargli lezioni di buon governo, mentre avrebbero dovuto imparare da lui.
E la fermezza fu più utile al Sento Padre della condiscendenza, perché se quella gli tolse le Romagne, questa gli aveva tolto l'intero Stato, cacciandola Gaeta
E neppur le Romagne avrebbe perduto il Pontefice, se la rivoluzione non vi fosse entrata dal di fuori, e Sua Maestà imperiale, disse Pio IX nell'Enciclica del 19di gennaio, non ignora per mezzo di quali uomini, con qual denaro, e con quali soccorsi i recenti attentati di ribellione sieno stati eccitati e compiuti a Bologna, a Ravenna e nelle altre città, frattanto che la grandissima maggioranza dei popoli restavano colpiti di stupore sotto il colpo di queste sollevazioni, ch'essi non si aspettavano in veruna maniera, e che non si mostrano in verun modo disposti a seguire».
Questo periodo dell'Enciclica venne soppresso dalConstitutionnel, dallaPatrie edagli altri giornali francesi ostili al Santo Padre, e una tale soppressione èper te sola una prova che Pio IX hadatonelsegno.
E il signor Thouvenel ha tentato già due risposte all'Enciclica, ma dissimulando sempre questo periodo. Sapete, o non sapete, messer Thouvenel, con quali uomini, con quali soccorsi, con quale danaro siasi fatta la rivoluzione in Romagna?
Sapete donde partì prima Massimo d'Azeglio, poi Lionello Cipriani, e finalmente Carlo Luigi Farini? Conoscete la parentela di Gioachino Napoleone Popoli, e la patria di Ferdinando Pinelli, di Giacomo Antonio Migliorati, del marchese di Rorà? Perché essendo le Romagne così ostili al Papa non si volle inscrivere tra gli elettori che un'infima minoranza? Perché tra gli iscritti non votarono neppure un terzo? Perché si paventa tanto dai rivoluzionari il suffragio Universale? perché tutto ciò, signor Thouvenel?
Voi giunto ieri da Costantinopoli forse l'ignorate; ed amiamo meglio accusarvi d'ignoranza che di mala fede. Ma fatevi a studiare la storia di questi tempi, e vedrete che Pio IX non poteva usare maggioreprevidenza e sollecitudine.
Appena giunto sul tronoprevide,che voi, signor Thouvenel, e tanti altri con voi, l'avrebbero accusatod'inazione, epperòagìgenerosamente e ricolmò il suo popolo di benefizi.
Reduce da Gaeta, Pio IX accordò agli Stati Pontificii un governo appropriato all'indole del paese e ai costumi e desiderii de' suoi sudditi; e ilMotti proprio di Pio IX riscosse gli applausi di tutta l'Europa.
Più tardi Pio IXprevide, che la guerra d'Italia intrapresa dalla Francia doveva tornare principalmente a danno della Santa. Sede, e per togliere ogni pretesto accomiatò dagli stati Pontificii e Francesi ed Austriaci.
Pio IXprevideche, se avesse accettato i consigli a cui allude il signor Thouvenel, non solo avrebbe perduto le Romagne, ma oggidì non sarebbe più in Roma.
Finalmente Pio IX non si consigliò coi calcoli della mondana politica, ma coi dettami della sua coscienza; e basta.
Riproduciamo dalMoniteur Universelil dispaccio relativo agli affari di Roma, dal signor Thouvenel indirizzato all'ambasciatore di Francia presso la Santa Sede, e di cui il telegrafo ci diede già un. sunto.
Parigi, 12 febbraio 1860.
Signor Duca, io vi feci conoscere l'impressione che cihacagionatol'Enciclica delSanto Padre ai Vescovi, e non vi dissimulai il rammarico sincero che ne risentimmo. Credo dover oggi completare la circolare che io hoindirizzataagli agenti diplomatici dell'Imperatore, in data dell'8 di questo mese,esaminando con voi i fatti recenti che crearono la situazione presente nelle Legazioni, affine di stabilire d'onde viene il male e a chi debbo incumberne la responsabilità.
Como, dunque, scoppiarono gli avvenimenti delle Romagne, e come le cose giunsero al punto in cui le vediamo in questo momento? Convien far risalire lo stato delle cose in codesto paese all'ultima guerra? Misarebbe penosolo estendermi in particolari presenti allo spirito di chiunque non è interamente estraneo agli affari del suo tempo, e benché l'Enciclica ci dia il diritto di ricordare il passato e di giudicare, come le grandi Potenze fecero dopo il 1831, il reggime politico applicato alle Legazioni, io mi asterrò di mettermi su codesto terreno. Mi limiterò semplicemente a far osservare che, dal giorno In cui gli Austriaci si ritiravano, gli avvenimenti che si sono compiuti dopo la partenza loro erano certi ed inevitabili. Noi abbiamo, di più, la convinzione che il governo pontificio non avrebbe ragione, da qualunque punto di vista, di rimproverarci di aver mancato a suo riguardo di sollecitudine e di previdenza.
All'incominciare delle ostilità, la neutralità della Santa Sede era stata proclamata e riconosciuta dai belligeranti. Essi continuavano ad occupare le posizioni di cui erano custodi avanti la guerra. Rinunciavano a fortificarvisi in modo a poter di là nuocersi reciprocamente. Sembravano, in una parola, penetrati di questa idea, che al disopra de' loro dissentimenti passeggieri elevavasi un interesse superiore, egualmente caro ad entrambi, quello dell'ordine negli stati del Santo Padre. I presidii di Ferrara, Comacchio, Bologna e Ancona potevano, in tutta sicurezza, vegliare al mantenimento della tranquillità nelle Legazioni e nelle Marche, mentre il presidio francese vegliava a Roma. Non istà a me di valutare le circostanze certissimamente imperiose a' suoi occhi, che determinarono l'Austria a non continuar più la parte sua, ma io ho il diritto di ricordare che la Francia è rimasta fedele alla sua parte.
Partite che furono le truppe austriache, le popolazioni profittarono dell'occasione, senza avere bisogno di esservi strascinate da alcuno eccitamento particolare; e si può dire ch'esse si sono trovate più ancora che non si sono rese indipendenti. Ecco tutto il segreto della ribellione delle Romagne.
Questa ribellione, signor Duca, non potrebbe dunque essere imputata alla Francia. Né autorizzare un dubbio qualunque sulla sincerità delle assicurazioni di simpatia e di buon volere che l'Imperatore aveva date a Pio IX all'origine della guerra. Ma l'Imperatore non doveva egli prendere in considerazione i nuovi fatti insorti contrariamente a' suoi voli? S. Maestà considerava, come doveva farlo, le difficoltà della situazione, e giudicando nullameno che la pace conchiusa a Villafranca poteva produrre tutte le conseguenze che ne attendeva se la Corte di Roma secondava i suoi sforzi, s'indirizzava, da Desenzano, al Papa, il 14 luglio, per fargliene conoscere le condizioni.
Nel nuovo ordine di cose, soggiungeva l'Imperatore, Vostra Santità può esercitare la massima influenza e far cessare per sempre ogni cagione di turbolenze. Acconsenta adunque, ovvero si compiaccia,de motu proprio, di accordare alle Legazioni un'amministrazione separata, con un governo laico, da lei nominato, ma circondato da un consiglio formato per elezione; paghi questa provincia alla Santa Sede un tributo fisso, e Vostra Santità avrà assicurato il riposo de suoi stati, e potrà far a meno di truppe straniere e lo supplico Vostra Santità di dare ascolto alla voce figlio devoto alla Chiesa, ma il quale comprende le necessitò della sua epoca, ed il quale sa che. la forza non basta a risolvere le questioni e ad appianare le difficoltà.
«Io veggo nella decisione di Vostra Santità o il germe d'un avvenire di pace, di tranquillità, ovvero la continuazione d'uno stato violento e calamitoso».
Voi sapete, signor Duca, che questi suggerimenti non furono accetti. Mentre gli eventi dal susseguirsi moltiplicavano le difficoltà, la Corte di Roma persisteva a rinchiudersi in una riserva propria solo ad aggravare uno stato di cose, che già più non poteva conciliarsi colla sua autorità senza sacrificii o senza compensi. Per tal guisa si lasciarono sfuggire tutte le circostanze atte a riunire le Legazioni alla Santa Sede; ed è per tal guisa che l'Imperatore trovò a fronte di un'eventualità ch'ei tentò indarno di scongiurare, e che S. Maestà è stata condotta ad indirizzare al Santo Padre la sua lettera del 31 dicembre. Ed ora, domando io, le cose essendo succedute nel modo da me espresso, erano sì strani i consigli che sono stati respinti? Certo la sincerità dei sentimenti, coi quali essi sono stati dati, è almeno assai ben dimostrata. I riguardi, e, meglio ancora, la devozione che il governo imperiale ha dimostrato in ogni occasione al Capo della Chiesa, sono uno dei tratti dominanti della storia degli ultimi dieci anni. U Clero di Francia sa con quale benevolenza e con quale larghezza di viste il governo imperiale ha sempre praticate le leggi che governano i suoi rapporti colla Corte di Roma. Esso pure sa di aver trovato nell'impero un potere riparatore, e sa che, sotto quest'appoggio tutelare, esso ha ripigliato nella società francese l'influenza e l'autorità che da altri governi erangli state contese. Questi fatti soli basterebbero a provare da quali disposizioni il governo imperiale era animato rispetto al Papato, quand'anche non gliene avesse dato prove dirette ed incessanti. Noi non contestiamo che l'occupazione di Roma, al tempo in cui è stata impressa, non sia stata dettata da considerazioni politiche egualmente che religiose; ma chi negherà essere stato il governo dell'Imperatore determinato a continuare d'anno in anno i sacrificii che questa misura impone alla Francia, specialmente da una sollecitudine affettuosa e perseverante per gl'interessi della Santa Sede? Chi non riconosce i maneggi per mezzo dei quali noi abbiamo attenuato od anche prevenuto gl'inconvenienti che seco naturalmente traeva l'occupazione di Roma, sì nel fondo come nella forma, per la sovranità dei Santo Padre? Chi negherà di vedere in quest'assieme di fatti un attestato delle più cordiali intenzioni, e della volontà la più formale di proteggere non solo la personale posizione del Santo Padre, ma di allargare, se possibile, la sua morale influenza? Gli è specialmente a quest'ordine d'idee, che si congiunge il concorso prestato dalla diplomazia francese al Santo Padre in tutti i paesi dove vi sono interessi religiosi da difendere, e che in larga misura si collegano le spedizioni compiuto od intraprese nei mari della Cina e del Giappone.
Finalmente, signor Duca, quale miglior prova di questa costante preoccupazione, quanto la stipulazione di Villafranca, per la quale l'Imperatore, deferendo al Santo Padre la presidenza onoraria della Confederazione, volea porlo alla testa dell'Italia rigenerata?
Si può dedurre da questa esposizione, quanto il governo imperiale sarebbe stato felice, e il sarebbe ancora, nelle congiunture presenti, di trovare una combinazione capace di diminuire gl'imbarazzi della Santa Sede. Ma qui il buon volere della Francia rischia di infrangersi contro insormontabili difficoltà.
Di fatto, non si tratta soltanto di rendere le Legazioni al Papa, bisogna anche trovare il mezzo di mantenerle sotto il suo dominio senza dar luogo ad una nuova occupazione, o ad un nuovo intervento. Gli avvenimenti hanno dimostrato abbastanza quanto codesta misura sarebbe impotente a rimediare il male. L'opinione dell'Europa è formala su questo punto, e l'occupazione condannata dalle lezioni del passalo nelle stesse Legazioni, è uno spediente, al quale nessuno potrebbe più ricorrere a meno di sconoscere le necessità che il senno e la previdenza impongono a tutti i governi.
Una tale politica è inammissibile oggi. Né autorità monarchica, né la maestà della Chiesa non avrebbero nulla a guadagnarvi; la religione e la ragione si riuniscono per respingerla con eguale energia.
Così dunque, signor Duca, il momento era ben venuto di preoccuparsi di combinazioni diverse, allorché l'Imperatore ne fece notare la necessità al Papa. Gl'interessi pili evidenti, le considerazioni più pressanti invitano la Santa Sede a consentirvi. Un partito preso in modo assoluto di ricusarsi a riconoscere il vero carattere dello stato delle cose attuali, non farebbe che aggravarlo di più in più, e finirebbe per creare impossibilità egualmente insormontabili. Se invece la Santa Sede si decidesse finalmente a lasciare la ragione religiosa, in cui la quistione non è veramente collocata, per tornare sul terreno degli interessi temporali, soli impegnati nella discussione, forse arrecherebbe, benché sia ben tardi un cangiamento favorevole alla propria causa. In ogni caso permetterebbe al governo dell'Imperatore di prestare il suo appoggio ad una politica conciliante e ragionevole.
Voi siete autorizzato a dar lettura di questo dispaccio al card. Antonelli ed a lasciargliene copia se ne mostra desiderio.
Gradite, ecc.
Thouvenel.
Pubblichiamo la Nota che il Card. Antonelli, segretario di Stato del governo Pontificio, indirizzava a Monsignor Nunzio in Parigi, in risposta alla Nota de' ministro Thouvenel, già pubblicata nelMoniteur.
Ill. mo e Rev. mo Signore,
Nel dispaccio del 12 febbraio, di cui codesto signor ministro degli affari esteri mi fece dar lettura e copia, e che deve essere a piena cognizione d V. S. Ill. e Rev. ma per la pubblicazione fattasene nelMoniteurdel 17 dello stesso mese, si contengono appunti di tal natura, che non mi sarebbe possibile di lasciarlo senza qualche osservazione, avuto anche riguardo agli attuali tempi, in cui è sì grande la premurosa sollecitudine che da per tutto si manifesta per un supremo interesse della Chiesa Cattolica e per l'augusto suo Capo. È ben per questo che mi credo in dovere d'indirizzarle alcune considerazioni intorno alla materia del succitato dispaccio, come anche della precedente Circolare diretta dal ministro medesimo ai rappresentanti Francesi all'estero, e comparsa anche essa nei giornali.
E pria di tutto, senza esaminare la qualità delreggime politico, applicato alle Legazioni, il certo si è, che non potà desso provocare i seguiti commovimenti una volta che applicalo identicamente il reggime stesso in altre parecchieProvincie dello Stato non ebbe quell'effetto,e perlo contrario assai prima ed in dimensioni assai più vaste che nelle Romagne si ebbe l'effetto medesimo nel Granducato di Toscana e nel Ducato di Parma, i quali due Stati erano in voce di essere governali nella maniera la più conforme ai voti, che a' dì nostri soglionsi attribuire alle popolazioni. Conviene dunque dire che il reggime politico non entrasse in modo alcuno in quell'effetto, e che questo anzi debba ripetersi da cagione comune a tutti gli Stati, che no furono la vittima. Ora egli è sufficiente l'aver dimoralo in Italia in quest'ultimo quadriennio, o l'averne almeno seguito con qualche attenzione le varie calamitose fasi, per sapere da chi, e con quali mezzi fosse apparecchiata, compiuta e sostenuta la rivolta, ed ilcui bono,pregiudizio gravissimo nelle materie penali, può aver qui un'applicazione tanto più evidente, quanto più sono patenti i maneggi di chi fa di tutto a fine d'impossessarsi delle Provincie, di cui vorrebbesi spogliare il S. Padre, o che vorrebbonsi piuttosto sottrarre al Patrimonio della Chiesa Cattolica. Da quel che si vuol fare in ultimo, s'intende bene quel che si voleva fare fin da principio; e furono di lunga mano prevedute ed apparecchiate quelle medesime difficoltà, che si dicono ora insormontabili, e fuori di ogni previsione. Né credo di mancare di riguardo verso chicchessia, se spinto dalla necessità di sostenere il mio assunto sarò obbligato a ricordare fatti ed anche nomi particolari, ma notorii gli uni e gli altri dall'un capo all'altro della Penisola.
E qui per non risalire più oltre, mi limiterò, a causa di brevità, ad accennare, che quando il conte di Cavour nel Congresso di Parigi del1856lanciòunacerta specie di programma intornoaciò che sarebbe a farsi nell'Italia, e dichiarò poscia nelle Camere Piemontesi di volerne spingere innanzi ad ogni patto l'attuazione, cominciò fin d'allora nell'Italia centrale a divenire più attivo quel lento lavorio, che, intrapreso da lungo tempo, mirava adapparecchiarla allasospirala annessione. Sarebbe lungo, per verità, e noioso il voler qui enumerare tutti 1 mezzi che furono all'uopo adoperati; ma gli emissari chela percorrevanoin tutti i lati, ma l'oro che largamente si profondeva, ma le stampe clandestine che si facevano circolare, ma le subornazioni militari, massime negli ultimi tempi, sono tra i principali. Come in altre città dello Stato persone ardite per ragguardevoli attinenze,cosìin Bologna il marchese Pepoli sicostituìcapo di quel partito, e ne teneva nella propria casaicongressi,esicircondavadi alcune centinaia di operai, e raccoglieva armi. Ilgoverno che tuttosapeva,fu sul punto di assicurarsi della persona di lui,quandoper riguardi facili ad immaginarsi, si contentò di darne avviso al signor ambasciatore diFranciain questa Capitale, il quale, in seguito di colloquio avuto col Pepoli inLivorno, diè assicurazioni, non confermate pur troppo dai fatti, di potersi vivere tranquilli sul conto di lui. Maquello che nella storia sarà rarissimoesempio,e forse unico, è ciò che gli agenti diplomatici della Sardegna fecero a detrimento degli altri Stati italiani, affine di secondare le mire ambiziose del proprio governo. Il contegno del commendatore BonCompagni in Toscana, o non ha nome, o lo ha tale, che io mi guarderei dall'adoperarlo, e non di meno, tranne l'estremo dei suoi passi, l'operato dei signori Migliorati e Pes della Minerva non fu in Boma guari diverso. Il primo di essi non si ristava neppur dal recarsi nei mesi estivi in alcune provincie dello Stato per organizzarvi deiclubsin favore del partito piemontese. Eccitamenti così operosi e perseveranti dovevano avere il loro effetto, e l'ebbero in realtà, o nel creare, o nell'ampliare alquanto quel piccolo partito, che forse vi era, ed intorno a cui si annodarono quasi tutti i malcontenti, che pur si trovano in ogni paese, senza che vi mancassero degli illusi e sedotti dalle aspirazioni dell'Italia una ed indipendente. Ma questi e quelli furon sempre ben lungi dall'essere il popolo: quel popolo cioè onesto, morigerato, cristiano, sopratutto delle campagne, che si levò a tanta esultanza ed a tante migliaia, quando il Santo Padre lo visitò, non sono ancora tre anni. Ma una tal classe di popolo, la quale in sostanza forma l'immensa maggiorità, perché onesta e tranquilla, non restò parecchie volte anche in altre parti d'Europa in balìa di un partilo piccolo ed audace, che per congiunture spesso impreviste prevalse e l'oppresse?
Di queste congiunture non sembra essersi tenuto abbastanza conto nel summenzionato dispaccio, quando vi si dice che pel solo fallo dell'essersi ritirati gli Austriaci da Bologna,le popolazioni si trovarono indipendenti senza aver bisogno di particolari eccitamenti. La verità è, che le popolazioni, come in cento casi simili, poco o nulla ne seppero, ma ritiratisi troppo improvvisamente gli Austriaci, e. restata la città quasi al tutto sguarnita di truppe, quel partito già apparecchialo per le mene precedenti, e reso sempre più ardilo da qualche proclama di alcuna delle parti belligeranti, afferrò il potere e lo impose al vero popolo, che con suo inestimabile danno e con uguale dolore loalasostenendo. E non andrebbe forse troppo lungi dal vero chi credesse, che ove si ritirasse all'improvviso da qualche Capitale la guarnigione, da cui è essa custodita, accadrebbe certamente qualche cosa di simile, senza che nondimeno se ne potesse trarre argomento o di mal governo anteriore, o d'incapacità presente. Qual poi fosse il motivo, che diede la spinta al suindicato ritiro degli Austriaci, sarebbe qui molesto l'accennarlo, e basterà solo l'indicare che il Principe Napoleone, in un suo rapporto dato dal Quartiere generale di Goito, sotto il dì 4 luglio 1859, e diretto a S. M. l'Imperatore de' Francesi affine di ragguagliarlo del proprio operato, sebbene affermi che il 5° corpo d'armata, riunendosi in Toscana, avesse fra le altre la missione di costringere con la presenza della bandiera francese sulle frontiere della Romagna il Governo Austriaco ad osservare strettamente la neutralità degli Stati del Papa, soggiunge nondimenoche la presenza del suo quinto corpo, pronto a sboccare sopra l'esercito Austriaco, aveva impresso sopra di lui un timore abbastanza vivo, perché si affrettasse di abbandonare Ancona, Bologna, e successivamente tutte le posizioni sulla riva destra del Po.
Ed abbenchè il nominato partito fosse confortalo dalle promesse, dagli incoraggiamenti, dai sussidii, e da mille altri mezzi, che gli venivano incessantemente dal Piemonte, nel giorno tuttavia della sua prevalenza si trovò essere così piccolo e debole, che appena potà radunare qualche centinaia d'adepti nella piazza di Bologna, ed a questi medesimi, allorché si venne ad abbassare Io stemma Pontificio, il marchese Pepoli dové far credere che ciò facevasi per sottrarre quello stemma ai possibili insulti, che nessuno in quel momento era disposto ad arrecargli. E come da fuori era stata apparecchiata, così, compiuta che fu la ribellione, da fuori altresì vennero per mantenerla forte tutti i presidii di munizioni, di danari, di uomini, d'armi e di toga, fra quali ultimi si vide sedere, Intendente d'una delle quattro Legazioni, quello stesso Migliorati, di cui si è fatta menzione. Ma le popolazioni non vi presero altra parte che astenersi per cinquantanove sessantesimi dalla votazione, sostenendo ogni sorta di pressure fino a vedersi dinegata la manifestazione de' propri sentimenti, e ciò con tutti i mezzi di minaccie, prigionie, proscrizioni, onde le fazioni prevalenti sanno servirsi.
Se tali fatti si fossero considerati, non si sarebbe per certo asserito che gli abitanti delle Romagne, senza aver bisogno di particolari incitamenti e quasi senza avvedersene, si trovarono indipendenti. Dai falli stessi poi potrà ognuno facilmente dedurre se a carico del Governo Pontificio, od a carico piuttosto di altri debba cadere la responsabilità della ribellione consumata in quelle Provincie. Sono ben lungi dall'accusare le armi francesi, e mollo meno la Francia, da cui tanto insigni servigi si sono resi alla S. Sede ed alla Chiesa, ma non posso tuttavia non richiamare alla memoria di V. S. quella inevitabile logica de' falli, in forza della quale codesto stesso Sovrano asserì nella sua ultima letteradi non poter isfuggire una certa solidarietà degli effetti del movimento nazionale provocato in Italia dalla lotta con l'Austria.Ora tra questi effetti non vi fu forse anche la rivolta delle quattro Legazioni?
Ma sia di chi si voglia la colpa o l'occasione dei danni seguiti, dovrà forse imputarsi al S. Padre ed al suo Governo l'essersi sì lungamente protratto quel deplorabile stato di cose, ed il non essersi finora trovata via alcuna di componimento? Così sembra volersi stabilire nel più volte citato dispaccio, ma alla S. V. III. ma e R. ma nel leggerlo saranno spontaneamente corse alla mente tutte quelle considerazioni che ne mostrano evidentissima la insussistenza. E chi più del S. Padre desidera di veder posto un termine ad una scissione che tante calamità e tanti scandali sta fruttando ad un terzo dei suoi sudditi, e che se mantiene in tanta ambascia il Cattolicismo è impossibile che non rechi gravissimo cordoglio al supremo suo Capo? Se dunque ad alcuni dei mezzi proposti si è egli negato, dovrebbe ciò essere indizio bastevole per dinotare, che quei mezzi si oppongono a qualche cosa, la quale deve star bene. al di sopra alle affettuose propensioni del cuore, ed anche ai giudizi più o meno veri del mondo. Ma quali sono i mezzi proposti per far tornare alla sua unità gli Stati della Chiesa, e pel cui rifiuto s;. vuol mettere a carico del S. Padre tutto ciò che di rovinoso in questi otto mesi circa è seguito, e quel peggio che potrebbe seguirne?
Nel dispaccio medesimo si ricordano i vantaggi che la Chiesa ha ottenuto in Francia sotto l'impero attuale, gli attestati di filial devozione che il Sommo Pontefice ha ricevuto dall'Imperatore, l'alacrità generosa, onde le armi francesi ricondussero sul trono lo stesso Pontefice, e i vantaggi altresì, che verranno alla Chiesa dallo lontane spedizioni della Cocincina e della Cina. Il S. Padre sente altamente di cotesto sovrano e di cotesta nobilissima nazione, ed è notevole la delicata sollecitudine ond'egli sempre ha cercato e cerca le occasioni pili acconcie per professare all'uno e all'altra la propria riconoscenza pei grandi servigi resi, e la fiducia dei maggiori che ne aspetta. Una prova, per tacer le altre, se ne ha dall'Allocuzione concistoriale del 20 giugno dello scorso anno e dalla Nota diplomatica indirizzata, il dì 11 marzo dello stesso anno, agli ambasciatori di Francia ed Austria pei presi concerti in ordine al termine dell'utile assistenza prestatagli dalle truppe francesi ed austriache nel territorio Pontificio. Ma vede ognuno che ciò non ha relazione veruna coi mezzi più adatti a restituirgli, secondo le fatte dichiarazioni, la integrità del Patrimonio della Chiesa. Rispetto a questo supremo scopo, il passato ha molte rimembranze che possono appianare la via a conseguirlo; il presente non ha che negative di aiuti efficaci, difficoltà opposte a chiunque volesse apprestarne, indugii pregiudicievoli, consigli di sommissione a chi anticipatamente si sa non volersi sottomettere, proposte di riforme, che il Santo Padre ha dovuto ponderare innanzi a Dio prima di accoglierle, disegni infine di parziale abdicazione, che a lui non era dato in modo alcuno di ammettere.
E poiché il dispaccio si fonda principalmente su questopartito preso, come esso dice, di rifiutare ogni accomodamento, così è necessario che su questo io m'intrattenga un istante.
Non trattandosi nel presente caso di una popolazione, ma bensì di un partilo, che di quella parola di riforme si vale sempre, e si vale per venire a capo de' suoi disegni, consideri ella qual triste influenza debba avere il sapersi da quel partito, che esso ha per sé Potenze estere, le quali si fanno sostenitrici de' suoi richiami, ed appoggio poderoso a volerli soddisfatti. Il meno che da ciò può temersi si è il vederne alimentate le ambizioni, e cresciute sempe più smisuratamente le pretensioni di riforme, che in sua mano debbono essere strumenti di sempre nuove esigenze sino ad esautorare del tutto il proprio Principe. Di ciò dovette prendere dolorosa esperienza il regnante Sommo Pontefice, al quale pochi Principi potranno uguagliarsi nella larghezza di concedere, e forse nessuno nello sconoscente abuso fatto a danno di lui e delle sue medesime concessioni. Dall'altra parte se fino ad alquanti mesi or sono fu possibilel'illusionedi pacificare i diversi Stati d'Italia con riforme e concessioni, una tale illusione è al presente impossibile, dopo che quei partiti han dichiarato altamente, com'essi fecero nella memoria del preteso governo bolognese, e come fece altresì uno dei principali eccitatori dell'agitazione in un suo ultimo scritto, che nessuna riforma può contentarli, se non sia la piena ed assoluta distruzione del potere temporale della Chiesa. Con uomini così disposti, è egli mai possibile venire a componimento per via di riforme?
Ad onta di tutto ciò il S. Padre non fu inaccessibile alla proposta di riforme recate innanzi dal governo di Francia, e vi si pose anzi volonteroso a solo patto, che quelle potessero comporsi con la coscienza propria, e con i veraci vantaggi de suoi sudditi. Il signor Thouvenel non può ignorare le pratiche condotte in Roma tra il governo Pontificio ed il sig. Ambasciatore francese, e dee pur conoscere le cose che sono state stabilite. E che l'imperiale governo ne restasse soddisfatto, chiaramente apparisce sia dalla relativa dichiarazione fattale dal sig. conte Walewski, e risultante dal dispaccio di lei sotto il 43 ottobre dello scorso anno, N° 1367, sia dalle premure espresse dallo stesso governo, alcuni mesi or sono, perché tali riforme fossero immantinente pubblicate e messe in atto. Tuttavolta sono ovvie le ragioni, per le quali il S. Padre si credette obbligato a soprassedere da quel passo fino a che non fossero tornate le provincie ribellate all'ordine legittimo. Il fare diversamente né alla sua dignità sarebbe stato conforme, né avrebbe corrisposto al fine inteso; perciocché da una parte avrebbe ciò dato sembianza di essersi fatte le concessioni per potenti insistenze piuttosto che per propria volontà, e dall'altra si correa rischio di vedere rifiutata superbamente l'offerta. Nell'uno e nell'altro caso l'autorità vi acapitava sempre. Ed è perciò che cotesto medesimo governo, riconoscendo la forza di tali motivi, ebbe, a mezzo del prelodato sig. conte Walewski, a manifestarle nella circostanza suindicata, che avrebbe cessato da ulteriori insistenze in proposito, fino a che nuove imperiose circostanze non avessero consigliato diversamente: il che non si è punto verificato. Ad ogni modo la pubblicazione di quelle riforme non era certamente mezzo valevole per ricondurre all'obbedienza i rivoltosi di Romagna, i quali nel preteso loroMemorouxdumhanno dato a divedere quel che essi richieggono.
Ma se il S. Padre potà consentire che si trattasse di riforme, motivi di ben altra portata, che non sono gl'interessi terreni, non gli permettevano neppure di ascoltare le proposte di una parziale abdicazione. Or niente meno di questo è forza vedere nella lettera data da Desenzano, il 14 luglio dello scorso anno, la cui parte principale recandosi testualmente dal dispaccio, si mostra quasi di voler rinnovare quella proposta, o di voler certo far credere che il non avervi aderito sia l'unica cagione,della rivolta non ancora compressa nella Romagna. Ora ella vede da sé come una amministrazione separata con consiglio formato per elezione, con non altra dipendenza dal Pontefice che l'averne un governatore laico, e pagargliune redevance,equivarrebbe ad una abdicazione assoluta, salvo una certasuzeraineté,la quale nei tempi attuali non può avere effetto veruno. Senza quindi mostrare, come pur si potrebbe, quanto vanamente da siffatta combinazione si aspetterebbe la cessazione di ogni turbamento, la sicurezza del riposo al rimanente dello Stato, il germe di un avvenire di pace e di tranquillità, quando vi sarebbe piuttosto a temere precisamente il contrario, io mi restringerò a farle osservare, come ad una abdicazione qualunque il S. Padre non può consentire, e non lo potrà giammai per le ragioni toccate nell'ultima Enciclica del 19 dello scorso gennaio. Non può, perché questi Stati non sono proprietà sua personale, ma appartengono alla Chiesa, in cui vantaggio furono costituiti; non può, perché con solenni giuramenti ha promesso innanzi a Dio di trasmetterli a' suoi successori intatti, e quali li ha ricevuti; non può, perché le ragioni di rinunziare alle Romagne, potendosi applicare, od anche creare pel resto de' suoi Stati, il rinunziare a quelle sarebbe implicitamente rinunziare in certo modo al tutto; non può, perché Padre comune delle sue ventunoProvincie, o deve render comune a tutte il bene che vedesse necessario per le qual tro provincie delle Romagne, o non deve permettere per queste il danno che non vorrebbe imposto a tutte; non può, perché a lui non deve essere indifferente la mina delle anime di un milione de' suoi sudditi, i qualiverrebbero abbandonati alla mercé di un partito, che per prima cosa ne insidierebbe la fede,ene corromperebbe i costumi; non può, per lo scandalo che ne seguirebbe in detrimento dei Principi italiani spossessati di fatto, anzi di tutti
Principi cristiani e della intera società civile, quando si vedesse coronata di così lieto successo la fellonia di una fazione.
Nè so vedere a quale proposito si ricordino, e Principi ecclesiastici che dalla forza furono spogliati di tutto, e Sommi Pontefici, ai quali col mezzo stesso venne sottratta una parte dei loro Stati. Prescindendo infatti dal riflettere, che coll'enumerare e riunire molti atti ingiusti non può mai farsene sorgere uno giusto, e che ad ogni modo non reggerebbe mai il confronto tra il Capo Supremo della Chiesa ed i Vescovi quivi rammentati, basti avvertire, che in qualsivoglia ipotesi, per mostrare la convenienza di quella combinazione ed il torto di rifiutarla, si sarebbero dovuti recare esempi analoghi di Pontefici, i quali indotti da rispettose persuasioni, e di motuproprio avessero consentito ad abdicare. Ora di questi esempi non so che siasene trovato finora alcuno. potà Pio VI, dopo aver tentato invano di difendersi dalle armi di un nemico potentissimo, cedere ad una violenza insormontabile, e per non vedere invaso il resto de' suoi dominii dalle armi francesi, rassegnarsi col trattato di pace di Tolentino a lasciare una parte de' suoi Stati. Ma se ben si consideri la diversità del caso, si vedrà di leggieri che la stessa ragione, la quale indusse quel Pontefice all'assenso, costringe il Pontefice regnante ad un'assoluta negativa. Imperocché dove Pio VI, in circostanze del tutto diverse dalle attuali, si trovava a fronte di una insuperabile violenza e di una forza materiale, il regnante Pontefice si trova a fronte di un principio che si vorrebbe far prevalere. Ora la forza materiale, non essendo che un fatto, è di natura sua limitata a ciò, a cui nell'atto si stende, né ha valore di oltrepassare un tal confine. I principii invece, attesa la loro indole universale, hanno un'inesauribile fecondità, e non ristandosi perciò al punto, a cui s'intende restringerli, ampiamente si stendono al tutto con la loro virtù di applicazione. Laonde Pio VI, cedendo alla forza materiale, potà ragionevolmente sperare di salvare il resto de suoi possessi, mentre il regnante Sommo Pontefice, cedendo a uri preteso principio, abdicherebbe virtualmente tutto il suo Stato, ed autorizzerebbe uno Spoglio contro ogni principio di giustizia e di ragione. Si rileva quindi da ciò che l'esempio addotto nella circolare conduce piuttosto ad una contraria illazione.
Se dunque alla rivolta delle Romagne non si trovò finora rimedio efficace, deve imputarsene la colpa a tutt'altri fuori che al S. Padre, che fu impedito di avere all'uopo qualsivoglia sussidio; che alla proposta di riforme si porse con discendente, volendo solo che si aspettasse il tempo opportuno per attuarle; e che alla proposta di abdicazione parziale non potà altrimenti rispondere che con un rifiuto, senza che valesse a ritrarnelo l'esempio di un Pontefice, il quale cedette alla violenza ed alle dure conseguenze della guerra.
I motivi addotti di sopra per giustificare l'impossibilità in cui trovasi il S. Padre di abdicare anche una parte de' proprii Stati, chiariscono abbastanza quanto sia mal fondata la meraviglia e la querela che dall'Enciclica sia stata presentata al mondo cattolico, come materia religiosa, una questione che per se stessa non esce dal giro della pura politica, e che dovrebbe perciò discutersi e comporsi tra il governo pontificio ed il francese, senza che altri ne sapesse o vi vedesse nulla. Quando il S. Padre a ciò acconsentisse, pare al sig. Thouvenel che si potrebbero ripigliare le trattative, e benché alquanto tardi, egli vede nondimeno possibile qualche aggiustamento.
Se non che la Costituzione medesima di questi Stati derivante da un sentimento e da uno scopo religioso; il chiamarsi ed essereStati della Chiesa; il servir essi di guarantigia e di mezzo onde il Vicario di G. C. abbia l'indipendenza necessaria per esercitare l'apostolico suo ministero, il formare essi il patrimonio del Capo della cattolicità che diviene Principe, perché eletto Pontefice, a differenza di altri potentati che si costituiscono capi delle loro Chiese, solamente perché Principi; tutte queste condizioni non avrebbero forse dovuto convincere chicchessia, che la presente questione non può non includere il concetto di questione religiosa, in quanto tocca davvicino i più vitali interessi della Chiesa Cattolica, e di tutti e singoli suoi membri? Se gl'interessi dei cattolici vi sono altamente compromessi, sembra che abbiano essi diritto, ed in parte ancora dovere di entrarvi alquanto più che in una questione meramente politica. E se dal fatto della scissione delle Romagne, e delle scissioni susseguenti, che in quella potrebbero trovare radice, restassero lesi i diritti di tutti i cattolici, in quanto questi, nel presente ordine stabilito dalla Provvidenza, hanno diritto che il loro Maestro supremo, senza essere suddito di alcuno umano potere, goda assoluta indipendenza nell'esercizio del suo ministero apostolico, ben si vede quanta convenienza vi era, anzi quanta necessità che gli aventi diritto fossero avvertili della minacciata lesione, e dei danni che ne sarebbero derivati. Né ciò poteva farsi altrimenti che sotto l'aspetto di religione, nella quale si fonda quel diritto riguardante principalmente la dignità e l'indipendenza delle coscienze cattoliche.
La ragione poi che aveva il S. Padre di rivolgersi al mondo cattolico si faceva tanto maggiore, in quanto che la pubblicità data alla lettera di cotesto Sovrano poteva ingenerare negli animi dei meno accorti qualche dubbio analogo alle insinuazioni che seco trae il dispaccio, del quale è parola, ed anche far credere che il rifiuto alle proposte imperiali fosse la sola cagione della permanenza del disordine e dei maggiori mali che fossero per conseguirne» Dovea egli dunque, con quella calma e dignità che gli è propria, manifestare al mondo cattolico il vero stato delle cose. L'Enciclica poi non fa che assegnare le ragioni, per cui il S. Padre avea dovuto rifiutare alcune proposte. Essa non confondendo punto la questione politica colla religiosa, ma distinguendo bene l'una dall'altra, prende questa a particolare suo tema, ed attesta in un tempo la celeste missione che ha l'augusto Pontefice di ricordare le norme eterne della verità e della giustizia, aia ai Sovrani, sia ai popoli; non chiedendo egli del resto ai fedeli altro sussidio che quello delle loro preghiere. — Che se torna incomodo e spiacevole ai nemici della S. Sede il sentimento, che da un capo all'altro del mondo si è destato in favore della medesima, ed al quale stanno prendendo parte i più ragguardévoli cattolici, anche laici, del nostro tempo, e perfino alcuni eterodossia, il S. Padreha ragione di benedirne la Provvidenza, la quale in quella pacifica e devota manifestazione ha forse apparecchiato il migliore presidio che nelle presenti difficili congiunture abbia la giusta causa della Chiesa.
Non voglio chiudere questo dispaccio senza prima farle un'ultima considerazione intorno alla impossibilità» che si dice esistere, per far tornare le Romagne sotto l'autorità legittima senza intervento straniero, o per mantenervele senzanuove occupazioni; cose che si asserisconoimpossibili,insormontabili. Ma se è vero, come non può dubitarsene, che la rivolta delle quattro Legazioni fu compiuta, e si mantiene per opera di un partito fatto prepotente dai sussidii grandi che ha di fuori, e dai maggiori che ne spera, io non veggo quale inconveniente vi sarebbe che una ribellione, consumala con illegittimi aiuti stranieri, fosse repressa e spenta da legittimi stranieri sussidii; se pur straniero può dirsi l'aiuto prestato da nazioni cattoliche al comun loro Padre, e per cosa che interessa tutto il mondo cristiano. Del resto quando dalle Romagne fosse bandito tutto quello che vi ha di forestiero, sia di uomini, sia di oro, sia d'influenza e conforti, vi sarebbe motivo di confidarsi che il governo del S. Padre giungerebbe coi mezzi proprii a contenere nell'ordine i pochi elementi rivoltosi che pur vi sono, malgrado gl'incrementi avuti da disordini così gravi e così prolungati in che si trovano.
Il fin qui esposto mi sembra più che bastante per chiarire i dubbi che potevan sorgere dal dispaccio e dalla circolare, di cui si tratta. Aggiungerò unicamente rapporto a ciò che concerne l'ultima parte del dispaccio stesso, che ove ad onta della data assicurazione di mettere in atto le stabilite riforme, appena torneranno all'ordine le Romagne, e, salvi sempre i principii di religione, di giustizia e di ordine, venissero presentate alla Santa Sede altre ammissibili proposte dirette a far cessare l'attuale deplorabile stato di cose in quelle provincie, non vi ha dubbio veruno che il Santo Padre, il quale più di ogni altro brama ardentemente di veder cessata in una parte de' suoi dominii la rivolta, donde tanti mali son derivati e derivano alla Chiesa ed alla Santa Sede, si presterebbe di buon grado ad occuparsene, ed anche ad accoglierle. Ma quali potranno essere siffatte proposte?
Del rimanente, quanto il Santo Padre è disposto ad ammetter nuove trattative sulle basi ora accennate, altrettanto è fermo (come egli ha già pubblicamente manifestate, ed intende or di ripeterlo) in sostenere coll'aiuto di Dio, del quale è in terra Vicario, i diritti del Patrimonio della Chiesa cattolica, qualunque sian per essere le aggressioni dei suoi avversarti, e qualunque le opposizioni che sventuratamente volessero mai farsi contro di lui nelle attuali luttuose vicende.
L'autorizzo a dar lettura del presente dispaccio a cotesto signor ministro degli affari esteri e di lasciargliene anche copia, qualora egli la desideri.
Con sensi poi della più distinta stima mi confermo, Di V. S. III. e Rev.
Roma, 29febbraio1860.
(Firmato)G. Card. Antonelli.
(Pubblicato il 23 febbraio 1860)
Terzo fra i ministri francesi ecco comparire il sig. Billault colla sua rispettiva circolare. Il conte Walewski, che aveva promesso di difendere il Papa non ebbe il coraggio di sostenere che tale difesa si compiva colla spogliazione del Papa medesimo. Cedette il postosi Costantinopolitano sig. Thouvenel, e questi scrisse la sua circolare ai diplomatici francesi all'estero, dove prova con una logica musulmana, che togliendo le Romagne al Papa si difende il dominio. temporale della S. Sede.
II sig. Rouland, ministro dei culti, più coraggioso del conte Walewski, rappresentò le due parti in commedia. Il 4 di maggio 1859 scriveva ai Vescovi di Francia che il Papa sarebberispettato in tutti i suoi diritti di sovrano temporale;e il 17 di febbraio 1860 mandò ai Vescovi una seconda circolare per proibire loro didifendere i diritti temporali del Papa sulle Romagne!
Ecco ora la circolare del sig. Billault, ministro degli affari interni, che non ha le paure del conte Walewski, ma il coraggio dell'intrepido sig. Rouland. Il sig. Billault scrive ai prefetti di proibire la diffusione degli opuscoli in favore del Papa, giacché l'Imperatorevuole pace e libertà per la religione!
Non è la prima volta che il ministro dell'interno dell'Impero francese parla della questione romana. Nel novembre del 1859 il sig. Billault dava un avvertimento alSiècleche merita di essere ricordato.
IlSiècle, diceva il ministro, assalendo il Papato nel suo potere politico e nel domma, di cui e l'augusta personificazione, confonde la nobile causa della indipendenza italiana con quella della rivoluzione».
Capite? Quattro mesi fa il sig. Billault non distingueva in Pio IX il Pontefice dal Re. Chi assaliva il Papato o neldomma, o nelpotere politico, sosteneva la causa della rivoluzione. Oggidì la causa della rivoluzione, secondo il sig. Billault, è sostenuta invece da coloro che stanno pel Papato e pel suo potere politico!
Quattro mesi fa, il sig. Billault protestava contro gli assalti mossi dalSiècle alpotere politicodel Papato, perché erano di tal natura da eccitare le malvagie passioni, da turbare le coscienze e da ingannare l'opinione pubblica sui veri principii della politica francese.
Ed oggidì il sig. Billault si lagna, che lecoscienze sieno turbate, mentre gl articoli del Siècle diventano circolari diplomatiche, come se ne pavoneggia giustamente questo giornale? Si lagna, il signor Billault, che i cattolici di Francia si mostrino spaventati oggidì, che i veriprincipiidella politica francesesono conosciuti come identici a quelli delSiècle?
Quattro mesi fa, il sig. Billault protestava: «il rispetto e la protezione de Papato fanno parte del programma, che l'Imperatore vuol far prevalere in Italia».
Oggidì, siccome il Clero francese osserva che questoprogrammaha subito qualche modificazione, e che ilrispetto e la protezione del Papato, frutto della politica francese in Italia, hanno un non so che di curioso e di strano, così il sig. Billault Io sgrida e intima ai Vescovi ed ai preti di credere che lalibertà e la pace della religionesi sostengono colla spogliazione del Santo Padre!
Quattro mesi fa, il sig. Billault scriveva: «se una lotta dolorosamente deplorabile si è combattuta a Perugia, la risponsabilità ne deve cadere su coloro che hanno obbligato il governo Pontificio a far uso della forza per la sua legittima difesa».
Oggidì, mentre il Grandguillot delConstitutionnelinsulta il Papa pei fatti di Perugia, il sig. Billault non vuole che il Clero francese e la Francia cattolica aiutino Pio IX in ciò che riguarda la suadifesa legittima!
Quattro mesi fa, il sig. Billault scriveva: «La indipendenza politica e la sovranità spirituale unite nel Papato lo rendono doppiamente rispettabile.
Oggidì il signor Billault dimentica questo doppio rispetto, e contraddicendo alle sue medesime parole vuol separare in Pio IX il Pontefice dal Be affine di potere liberamente assalire quello in questo.
Quattro mesi fa, il sig. Billault dichiarava che il governo francese avrebbe potutoinvocare contro ilSièclela repressione legaleperché assaliva il dominio temporale del Papa; ed oggidì minaccia larepressione legalecontro il c!ero, contro i cattolici, contro tutti gli onesti cittadini francesi, che pigliano a sostenere gli incontestabili dirittidel romano Pontefice!
Pio IX, con una ispirazione veramente divina, definiva la politica adoperata contro di lui una serie delle più schifóse ipocrisiee delle piùignobili contrai dizioni. I fatti e i documenti provano la verità di questo giudizio.
Per ora la forza impedisce all'indegnazione di scoppiare impetuosa come Vorrebbe l'enormità del caso; ma che dirà la storia quando, con libera penna, possa descrivere questi tempi e questi uomini?
«Jamais aucun Souverain
n'a mis la main sur ua Pape
quelconque et a pu se venter ensuite
d'un règne long et heureux»
(De Maistre, Lettera al Re di Sardegna, 6 giugno1810.)
Firmiano Lattanzio nel quarto secolo della Chiesa scriveva unTrattato della morte dei persecutori, in cui mostrava la tragica fine dei nemici dell'Altissimo e del suo Cristo. Sarebbe utilissimo un libro dello stesso genere, il quale togliesse ad enumerare i Be che perseguitarono i Papi, e mostrasse come tutti ne fossero terribilmente puniti in questo mondo dalla giustizia di Dio o in loro stessi, o nella loro discendenza.
A noi non basta, né l'animo, né il tempo per sobbarcarci ad un lavoro simile. Stimiamo tuttavia utilissimo di accennare qualche fatto, e sottoporlo alla meditazione de' nostri lettori. Gli avversarii diranno che sonocasi, combinazioni, avvenimenti fortuiti;ma una serie continua di fatti simili dee dar da pensare a chiunque non sia ancor uscito di cervello.
Da Nerone a Giuliano apostata la Chiesa e il romano Pontificato furono perseguitati da diciotto Imperatori, e di questi,quattrofurono carnefici di se medesimi,novefurono uccisi da altri,cinquefinirono miseramente.
Nerone, che aveva fatto uccidere S. Pietro, si troncò la vita col ferro per pura disperazione. Massimino Erculeo si strozzò con un laccio. Aurelio od Adriano si lasciarono morire di fame.
Alcuni furono uccisi a tradimento da' suoi come Domiziano, Giulio Massimino, Aureliano, Gallo che avea rilegato in Centocelle Papa Cornelio, Volusiano.
Altri furono uccisi o in guerra da combattenti come Decio, o dopo la guerra da vincitori come Licinio, strozzato per ordine di Costantino, e come Valeriano, ohe dopo di avere servito di sgabello a Sapore, re della Persia, fu da lui spogliato della pelle e salato come un maiale.
Traiano, che aveva cacciato da Roma il Papa Clemente, morì con sospetto gravissimo di veleno. Diocleziano più che dalla lenta sua febbre fu consumato dalla rabbia di non aver potuto con tanto sangue affogar la fede di Cristo. Severo cadde. estinto di mera malinconia. Galerio e Massimino furono divorati vivi dai vermi.
Giuliano l'apostata fu saettato da mano invisibile con ferita sì dolorosa, che, disperato, lanciava il suo sangue in aria confessando la vittoria delGalileo, che avea scelleratamente combattuto.
Dai primi persecutori pagani passando ai persecutori eretici troviamo l'imperatore Costanzo, il furibondo, fautore degli Ariani, che caccia da Roma il Papa Liberio e lo confina nella Tracia. Ma come finì Costanzo? Divenne giuoco de' suoi cortigiani, ed avrebbe perduto l'Impero se non avesse lasciato improvvisamente la vita alle falde del monte Tauro, l'anno 361.
Il Papa Giovanni I, costretto dall'ambizione di Teodorico re de' Goti a recarsi in Costantinopoli, fu dopo il suo ritorno tenuto prigione in Ravenna per non aver voluto secondare le mire del superbo Monarca. Come finì Teodorico? Miseramente ucciso in una battaglia.
Anastasio I imperatore di Costantinopoli insulta ì legati del Papa Simmaco, che lo scomunica. Dopo parecchie sedizioni, lo sciagurato Monarca muore nel l'anno 518 colpito da un fulmine.
I PapiSilverio e Vigiliofurono cacciati in esiglio dall'imperatore Giustiniano I. Ma dal puntola cui Giustiniano insorse contro i Papi, divenne il tiranno de' suoi popoli, tiranneggiato egli stesso da Teodora, donna di partito, che avea preso per moglie.
Il Pontefice S. Martino è perseguitato, esiliato, torturato dall'imperatori Costante II. Ma il persecutore muore barbaramente assassinato nell'anno 668. Andrea figlio del patrizio Troilo, lo segue un giorno ai bagni sotto ilpretesto di servirlo. Prende il vaso destinato per versargli l'acqua, e glielo dà si violentemente sulla testa, che lo stende morto.
L'imperatore Giustiniano II dichiarasi nemico personale di Papa Sergio, che non applaude né ai suoi vizi, né ai suoi misfatti. e Giustiniano cade vittima di un'insurrezione popolare, gli mozzano il naso, e nel 695 viene cacciato in esigilo nel Chersoneso.
Tra gli Imperatori Iconoclasti, persecutori dei Papi e della Chiesa cattolica, Teofìlo morì di pura angoscia; Leone Armeno fu fatto in Chiesa a pezzi dai congiurati; Leone IV fu roso da varie piaghe sulla testa; Costantino Copronimo fe' una morte egualmente miseranda, e Niceforo venne ucciso in guerra dai Bulgari.
Il Papa Leone III è perseguitato da quei medesimi che dovevan essere i suoi più fidi amici e coadiutori. Ma Iddio protegge miracolosamente il Pontefice, il quale cacciato da Roma vi ritorna glorioso in mezzo al suo popolo, che gli muove incontro. Carlo Magno condanna a morte i due persecutori di Leone III, ma questi, vendicandosi dà Papa, implora e ne ottiene la grazia.
Il Papa Giovanni Vili dovette cercare un asilo nelle Gallio per togliersi alle vessazioni di Lamberto duca di Spoleto, che commetteva enormi violenze in Roma. Ma poco appresso Lamberto veniva espulso dal proprio Ducato.
Crescenzio, che sul finire del secolo decimo vuol mettersi in Boma in luogo del Papa, e ne usurpa il dominio temporale, finisce per essere appiccato d'ordine di Ottone III ai merli di Castel Sant'Angelo.
Arnaldo da Brescia, che aveva voluto spogliare il Papa, fu imprigionato, abbruciato, e le sue ceneri gettate nel Tevere, mentre i Romani s'inchinavano davanti al Pontefice Adriano IV.
Cola di Rienzi, reo egli pure d'aver usurpato la sovranità di Roma nel 4364, è espulso dalla città a furia di popolo, un servo di essa Colonna gli pianta uno stile nel cuore, e i Romani ne appendono alla forca l'insanguinato cadavere.
«Aprite la storia, dice Crétinaeu-Jolv nella seconda edizione della sua opera: L'Eglise Romaine en face de la revolution, tom. i, pag. 222); scorrete il regno d'un nemico della Chiesa, d'un usurpatore del suo patrimonio, e Bis questi, 0 l'imperatore d'Alemagna, Enrico IV, o l'imperatore Federico II, voi assistete inevitabilmente ad uno di que' deplorabili spettacoli che spaventano l'immaginazione. È il Principe anatemizzato e disprezzato™ di Dio che con una mostruosa serie di misfatti fa in pari tempo una guerra parricida contro i suoi figli ribelli e contro la Sede Romana. Si trovano ad ogni linea morti terribili, congiure senza fine, empie lotte, odii rabbiosi e vendicatoti, che in pieno Cristianesimo fanno pensare ai più sciagurati Atridi. D'attentato in attentato questa grande stirpe degli Hohenstaufen vede la testa di Corredine, suo ultimo rampollo, rotolare sul palco elevato a Napoli, e il dell'eta maiorum immeritus luestrova nel suo sangue versato una splendida applicazione».
Ottone I, detto il Grande, cacciò da Roma Giovanni XII da cui poco prima aveva ricevuto l'imperiale diadema, e Ottone morì di apoplessia.
Ottone di Sassonia, nel 4209, essendosi gettato sulle terre della S. Sede contro le leggi più sacre della giustizia, ed anche contro le sue più solenni promesse venne scomunicato dal Papa, E Dio Onnipotente confermò la scomunica, e Ottone ebbe contro di lui la Francia e tutta l'Alemagna, e finì per perdere il proprio trono mentre avea tentato d'usurpare l'altrui. Federico Barbarossa pretendeva la sovranità di Roma e dell'Italia, e fu scomunicato dal Papa Alessandro III. Dio Onnipotente confermò la scomunica, e da quel punto le cose di Federico volsero in peggio, «e così fortemente, dice uno storico, venne percosso dal Giudice Supremo, che fu in ultimo costretto ad umiliarsi, e a spedire ambasciatori al Papa per chiedere l'assoluzione»(Baboxio, an. 1176. Fleubv,Hist. Eccl.:tom. xv, lib. 73).
Enrico V, persecutore del Papa Pasquale li, ha sofferto tutto ciò che può soffrire un uomo ed un Principe. Suo figlio snaturato morì di peste, dopo un regno agitatissimo.
Federico II, che insultava i Papi e ne occupava le città, dopo di essere stato deposto dalsuoImpero, finì avvelenato dal suo proprio figlio.
Filippo il Bello, il persecutore del Papa Bonifacio Vili, morì d'una caduta da cavallo nell'età di quarantasette anni.
«Quando la Provvidenza, segue a dire Crétineau-Jolv, non punisce che indirettamente il colpevole, come Luigi di Baviera o Filippo IV di Francia, essa infligge loro tali figlie, che regine a Parigi od a Londra, sotto il nome d'Isabelle portano la rovina nello Stato e l'infamia sul trono. Questa maledizione, che si trova attraverso tutte le età, non risparmia né i vittoriosi, né i pentiti. Essi hanno toccato l'unto del Signore!
La storia di Casa Savoia fortunatamente non somministra molti esempi di attentati contro la S. Sede. Ma coloro che citano spesso Vittorio Amedeo II e le sue resistenze al Papa, non dovrebbero dimenticare come finisse miseramente e poco dopo fosse estinta la sua discendenza!
Luigi XIV non peccava di soverchia soggezione alla S. Sede, e in ultimo provvedendo a casi suoi scrisse la famosa lettera di ritrattazione a Clemente XI, della quale Napoleone I poté bruciare l'originale, ma non le copie. Intanto le offese fatte al Papa da Luigi XIV furono scontate più tardi da Luigi XVI.
Giuseppe II, che perseguitò Pio VI, fu disgraziato in ogni sua intrapresa, e legò a' suoi successori nell'impero d'Austria una serie di sciagure che continuano tuttavia.
Napoleone I, che incarcerò per cinque anni Pio VII, dovette abdicare l'Impero in quel medesimo palazzo di Fontainebleau dove aveva dettato la legge al Vicario di Gesù Cristo, e dopo cinque anni di esiglio morì miseramente a Sant'Elena.
Gioachino Murat, che invade il Patrimonio di S. Pietro e vuole rendersi padrone di tutta l'Italia, cade tre mesi dopo fucilato al Pizzo.
Napoleone 11, chiamato da suo padre ilRe di Roma, mena una vita infelicissima, e muore in tenera età in quel palazzo di Vienna dove il primo Bona parte aveva segnato il fatale decreto che spogliava il Pontefice.
Luigi Napoleone, fratello di colui che è oggidì Imperatore dei Francesi, ripaga il Papa dell'ospitalità che gli accorda cospirando contra di lui, e muore meschinamente a Forlì.
Così è avvenuto dei passati persecutori, così avverrà di tutti coloro che leveranno le mani sacrileghe contro ilS. Padre che ne affliggeranno il cuore,chene usurperanno i diritti.
(Pubblicato il 26 febbraio 1860)
Quell'illustre italiano che è Ludovico Antonio Muratori, all'anno 1312 dei suoiAnnali d'Italia, considerando Clemente l in Avignonestare fra i ceppi, per cosi dire, del re Roberto e del Re di Francia, osservava che laSedia di Roma fu destinata dalla provvidenza di Dio alla libertà dei Papi.
Questa destinazione provvidenziale di Roma risulta principalmente da due capi: l'uno da quella serie portentosa di eventi, per cui i Papi s'impadronirono di Roma, e ne acquistarono il temporale dominio; l'altro da quella moltitudine di attentati che si commisero contro i Papi medesimi per cacciarli da Roma, attentati i quali tutti finirono col trionfo dei Pontefici e colla peggio dei loro nemici.
Avendo noi detto altra volta dei persecutori dei Papi e della loro pessima morte, sarà utile discorrere in quest'articolo dei Papi perseguitati ed espulsi da Roma, e considerare con Giuseppe DeMaistre il vecchio Pontefice che ritorna sempre al Vaticano.
San Pietro, principe degli Apostoli, risiede prima in Antiochia, poi trasferisce la sua Cattedra in Roma, donde lo caccia un editto dello stupido Claudio. Ma Pietro ritorna nella sua città, e ne]piglia possesso col martirio per sé e pei suoi successori.
PapaClementeè esiliato da Traiano,Cornelioè rilegato in Centocelle da Gallo,Liberiovien confinato nella Tracia da Costanzo,Giovanniè imprigionato a Ravenna da Teodorico; ma la persecuzione passa, e il successore di S. Pietro ritorna al Vaticano.
Giustiniano caccia da Roma i PapiSilverioeVirgilio;il Monotelita Costante manda in CrimeaMartino I; Leone III, tradito da' suoi, dee abbandonare la eterna città;Giovanni Viliè costretto a cercarsi un asilo nelle Gallie per liberarsi dalle vessazioni di un re d'Italia. Ma in fin dei conti la persecuzione passa, e il vecchio Papa ritorna al Vaticano.
Giovanni XIIè cacciato dalla propria Sede dall'imperatore Ottone;Benedetto vien confinato in orrido clima;Benedetto Vilideve recarsi in Germania ad implorare soccorso. Il mondo s'agita, Iddio lo guida; cadono gl'Imperio gl'Imperatori, e il vecchio Papa ritorna al Vaticano.
Giovanni XIII, Giovanni XV, Gregorio I sono costretti tutti tre ad abbandonar Roma, sopraffatti dalle interne fazioni; ma le ribellioni passano, i partiti muoiono, il popolo impara, e il vecchio Papa ritorna al Vaticano.
Benedetto IX e Gregorio VI, non di lieta memoria, sono cacciali da Roma. Ne viene espulsoAlessandro IIeGregorio VII, che muore in esiglio per avere amato la giustizia e odiato l'iniquità. Pasquale IIsoffre prigionia nel castello di Tribucco, eGelasio liè costretto a cercarsi un asilo in Gaeta. Ma Roma è destinata dalla provvidenza di Dio alla libertà dei Papi, e il vecchio Papa ritorna al Vaticano.
Innocenzo II,appena elettoPontefice, ècostretto ad abbandonare l'eterna città. Eugenio IIIriceve la tiara in Farfa, perché il popolo tumultuante l'ha cacciato da Roma.
Adriano IVsoffre le medesime violenze. Ma i flutti popolari siarrestano, e il vecchio Papa ritorna al Vaticano.
Alessandro III, il Papa della Lega Lombarda, è frequenti volte espulso da Roma; eLucio III, Gregorio IX, Innocenzo IV, Urbano IV, Bonifacio IX, Innocenzo VII, Giovanni XXIIIvengono pure costretti ad abbandonare l'eterna città. Ma gli eventi riescono sempre favorevoli ai Pontefici, e in ultimo il vecchio Papa ritorna al Vaticano.
Eugenio IVè cacciato da Roma per interna rivoluzione,Clemente VIIper forza esterna; e dopo di loroPio VI, Pio VII, Pio IX;ma i giorni della prova passano, e il vecchio Papa ritorna al Valicano. Pio IX è in quella Roma, di cui prese possesso S. Pietro.
La storia ci mostraventiquattroPapi martirizzati,trentottoespulsi da Roma, e una serie di persecuzioni inaudite mosse dai più potenti Imperatori contro il più debole Monarca. E i potenti passarono, ed il debole resta in Vaticano.
Saquesto non è un miracolo, può dirsi il maggior miracolo di tutti un fatto simile operatosi senza miracolo.
Ed oggidì abbiamo un guadagno assai grande sui tempi passati. I nemici del Papa disperano ornai di cacciarlo e spossessarlo di Roma, e non vogliono togliergli che le Romagne.
Ma la sola Roma non basta per la libertà dei Papi, e la Provvidenza che ha accordato loro le Romagne saprà bene restituirle al Pontefice, come già tante volte gliele ha restituite.
E un esempio di quest'ammirabile Provvidenza venne appunto accennato dal ministro francese Thouvenel nelle sue recentissime circolari, quando raccontò le questioni insorte nel Congresso di Vienna sul doversi o no restituire le Legazioni al Papa.
Mentre tali questioni s'agitavano, eccovi Napoleone nel marzo del 184 5 ritornare in Francia e riconquistare l'Impero. Eccovi Gioachino Murat dominante in Napoli incamminarsi verso Roma per toglierla nuovamente a Pio VII. Ma Murat non fa che preparare al Papa la restituzione delle Romagne.
Ai tre di maggio vien battuto a Macerata, il suo esercito disperso, e Murat perde il trono e la vita. Con ciò la questione di Napoli e dei compensi è semplificata; Pio VII al 7 di giugno 1815 rientra tranquillamente in Roma, e il 9 dello stesso mese il Congresso di Vienna dispone che la S. Sede ricuperi le Legazioni di Bologna, Ferrara, Ravenna, le Marche, Benevento e Pontecorvo.
Il 18 giugno la battaglia di Waterloo vinta dai collegati contro Napoleone I assicura l'esecuzione di quest'atto diplomatico, e il Papa riacquista i suoi antichi dominii.
Non andrà molto, e voi vedrete un nuovo tratto della provvidenza di Dio far ragione agliincontestabili dirittidel Vicario di Gesù Cristo. Noi raccogliamo gelosamente le spampanate degli empi, i quali gridano: il Papa ha perduto per sempre le Romagne; la rivoluzione è un fatto compiuto. Verrà tempo e noi getteremo in faccia agli insolenti avversarli queste grida invereconde, ed essi che si fanno gli apologisti di Giuliano Apostata, dovranno a loro marcio dispetto ripetere:Galilee vicisti!
(Pubblicato il 1° marzo 1860)
Che i rivoluzionari nemici dell'ordine, della monarchia e della società si scatenino contro il dominio temporale del Romano Pontefice, è cosa che facilmente ai capisce, e naturalmente si spiega; ma che v'abbiano Re in Europa, i quali tengano bordone ai facinorosi nell'assalire il più antico e legittimo governo, è un fatto che reca, non sappiam ben dire, se più sorpresa o dolore.
Imperocché i Monarchi dovrebbero essere i sostenitori del Papa-Re per due ragioni principali, l'una pel proprio interesse, l'altra per sentimento nobilissimo di riconoscenza, Jacopo Gretsero scrisse già un Commentario sulla munificenza dei Re e de' Principi cristiani verso la S. Sede; ma resta ancora da scriversi, e sarebbe bene che si scrivesse la storia dei benefizii che il Romano Pontificato ha reso ai Principi secolari.
Lasciamo stare quell'ordine di benefizi che sono l'effetto della dottrina cattolica, la quale vieta le rivoluzioni, condanna le congiure, proscrive le società segrete, e impone a' popoli di amare i loro Principi, come i figli amano i loro padri. Consideriamo semplicemente i grandi servigi che i Papi come re di Roma hanno reso soventi volte agli sventurati Sovrani dell'Europa.
Tra i primi a sperimentare la carità della Chiesa Romana si fu l'augusta Adelaide, alla quale il Papa assegnava in parte le rendite di Ravenna e di Comacchio per compensarla delle patite disgrazie. Tanto ricavasi da una Bolla di Gregorio l nel 998.
Pari munificenza sperimentò nel secolo undecimo Grisolfo principe di Salerno, il quale schiacciato da Roberto Guiscardo, suo cognato, e spogliato di tutti i suoi averi, recossi a Roma, dove in S. Gregorio VII trovò un generoso protettore che gli assegnò, finché visse, il governo della provincia di Campania.
Nè meno generosi furono i Romani Pontefici con Giovanni di Brenna, re dj Gerusalemme, il quale spogliato delle sue terre da Federico II, fu favorito dal Papa Onorio III, che gli assegnò in governo per sostentamento della sua real persona,totum patrimonium quod habet Romana Ecclesia a Radicofana usqve Romam, come riferisce il Rinaldi(Ann. Eccl.,an. 1227).
A chi non è noto l'animo grande di Pio II verso Tomaao Paleologo, principe del Peloponneso? Andando egli spogliato e ramingo, venne accolto in Roma dal Pontefice, che Io albergò nel palazzo di S. Spirito, aasegnandogli da vivere secondo la sua condizione.
Egualmente generoso fu Pio II con Carlotta, regina di Cipro, la quale, esule dal regno paterno, recavasi in Roma, nel 1461, a chiedere soccorso al Papa non solo per sé, ma anche pel marito Ludovico di Savoie, stretto con forte assedio dai Turchi. Pone lacrimas, dicevate Pio,atque confide filia: non te deseremvs;e fu di parola.
E Ferdinando di Napoli, figlio di Alfonso, non dovette il suo regno al Romano Pontefice, che lo sostenne con una guerra dispendiosa, la quale costò alla Sede Romana la cospicua somma di sopra novecentomila fiorini doro?
E Catterina, regina di Bosnia, non godé essa pure la generosità di Papa Paolo II, quando profuga dai Turchi, dai quali era stata spogliata del regno, la raccolse e nudrì per dodici anni?
Quale debito non hanno i Principi d'Italia a Papa Sisto IV, che li salvò dal l'invasione ottomana, snidando i Turchi dalla città di Otranto? Sul sepolcro di sì benemerito Pontefice, che esiste nella Basilica Vaticana, stanno scritte tre parole che i popoli e i Principi italiani non dovrebbero dimenticare:Turcis Italia summotis.
Leggansi le Memorie istoriche di Domenico Bernino,intorno a ciò che hanno operato i Sommi Pontefici nelle guerre contro i Turchi; e si vedrà quanto vantaggio recasse all'Europa il Principato civile dei Papi.
Eugenio IV, Clemente VII, Paolo III, Giulio III, Pio IV, san Pio V, Gregorio XIII, Clemente Vili, Gregorio XV, Innocenzo X, Alessandro VII, Clemente IX e X, Innocenzo XI, Innocenzo XII, e Clemente XI, somministrarono con larga mano milioni e milioni quando alla Germania, quando all'Ungheria, quando alla Polonia, quando alla repubblica di Venezia, e quando agli altri Principi, per tener lungi dalle loro terre le armi devastatrici dei seguaci di Maometto.
E nel secolo decimono, che pur si dice secolo di civiltà, noi vedemmo una lega della Francia, dell'Inghilterra e della Sardegna perdifendere l'integrità dell'Impero ottomano, ed ora veggiamo una simil lega perismembrare il regno dei Romani Pontefici!E questa è gratitudine e civiltà?
Ma la Casa di Savoia principalmente, e la famiglia dei Bonaparte in sul cominciare di questo secolo, provarono l'amorevolezza dei Romani Pontefici e il vantaggio del loro civile Principato.
Carlo Emanuele IV avea visto invaso il suo regno, e soffriva le arti scellerate de' rivoluzionari che volevano spogliarlo. «I traditori, recitiamo parole di Luigi Cibrario, i traditori accusavano il Re di tradimento, appunto come que' che assaltano alla strada chiaman, birbanti e ladroni i viaggiatori inermi da loro spogliati» (Storia di Torino, vol. i, pag. 495).
Il 4 di giugno 1802 Carlo Emanuele abdicava in favore del fratello Vittorio Emanuele I, e questi, spogliato dai rivoluzionari, sapete dove riparava? In Roma, e vi stabiliva la sua dimora fino al 1804 tra le amorevolezze e le beneficenze del Romano Pontefice.
E quando più tardi Napoleone I pretendeva che Pio VII rompesse guerra alla Sardegna, e cacciasse da' suoi Stati i nostri concittadini, l'antecessore di Pio IX amava meglio di perdere il trono e la libertà, che mancare di fede al nostro Re e negar protezione ai nostri padri. 0 Piemontesi! e potremo noi dimenticare questi fatti che pure sono d'ieri?
Riguardo alla famiglia Bonaparte tutti sanno che nel 1814, mentre Pio VII ritornava in Roma, nel suo medesimo viaggio ordinava di accogliere coi più benevoli riguardi la signora Letizia, madre del primo Napoleone, che recavasi nell'eterna città per ritrovarvi un asilo.
E allora che una legge proscrisse dalla Francia tutti i Bonaparte, pena la vita, chi accolse la madre dell'attuale Imperatore dei Francesi, suo fratello e l'Imperatore medesimo? Non fu il Papa? Non trovarono tutti in Roma una nuova patria e tutte quelle considerazioni dovute alla loro sventare? E se il Papa non fosse stato Re avrebbero potuto i Bonaparte, dopo il 1815, soggiornare in Italia?
Ma che cosa andiamo noi ricercando nelle istorie i grandi benefizii resi dai Romani Pontefici ai monarchi? Non ne abbiamo sotto gli occhi uno segnalatissimo nell'ultima Enciclica dell'immortale Pio IX, il quale coraggiosamente sposa le parli e de' Principi esautorati, e di tutti quegli altri de' quali la rivoluzione sta preparando colle false dottrine, o nelle tenebrose congiure la fatalo caduta?
Oh! a molti imperanti potrebbesi dire oggidì ciò che nel secoloviiPapa S. Martino rispondeva a Demostene di Costantinopoli:Vox, domini mei, ncscitis Ecclesiam Romanam. Voi, o signori, non sapete quello che fate: cospirando contro il Papa, cospirate contro voi stessi, e volendo togliere di mezzo il dominio temporale dei Pontefici cercate di distruggere ciò che può solo apprestarvi soccorso o prepararvi un asilo.
E appunto perciò Pio IX prega soventi volte pei suoi potenti nemici, e dice al Padre celeste come il suo divino Maestro;Pater, ignosce illis, non enim sciunt quid faciunt.
(Pubblicato il 6 marzo 1860)
Pubblichiamo più innanzi la nota di Thouvenel al barone di Talleyrand, sotto la data di Parigi 94 febbraio. Essa racchiude nuove proposizioni che fa Bonaparte al nostro governo; cioè: 40 Annettere i Ducati di Parma e Modena alla Sardegna; 2° formare un Vicariato delle Romagne e Vicario il nostro Re; 3° ristabilire il Granducato di Toscana nella sua autonomia politica e territoriale; 4° cedere alla Francia la Savoia e la contea di Nizza. Tutte queste proposte domanderebbero un libro per poterle esaminare come conviene, e noi non abbiamo neppur tanto spazio per iscrivere un articolo. Gli oblatori delDanaro di S. Pietroci rubano ogni giorno due o tre colonne, ma noi sappiamo lor grado del furto.
Incominciamo a notare che la testa del Bonaparte è feconda in progetti, e ornai ne passa ilprogettistadel Pignotti. Coll'opuscoloNapoléon IIIet l'Italie fe' il primo progetto, progetto di pace. Poi venne il progetto di guerra, e il famoso proclamadalle Alpi all’Adriatico. Quindi il terzo progetto di Villafranca, e la Confederazione colla presidenza del Papa. Eccoci ora al quarto progetto del Vicario e del Vicariato.
In questo quarto progetto è degno di osservazione come il Bonaparte si eriga a distributore di regni e a padrone assoluto d'Italia. Il Piemonte vuole Modena e Parma? Bene, pigli l'una e l'altra. Ma la Toscana la lasci assolutamente, Quanto alle Romagne si dividalo tra il Papa e il Piemonte. Chiècostui che parla così? Con quale diritto permette? Con quale diritto proibisce? Di chi è l'Italia? Che cosa è divenuta l'Europa? Quale principio domina? Nella nota del sig. Thouvenel noi non veggiamo né la dottrina della legittimità, né quella della sovranità popolare. Il diritto del più forte è l'unico che vi comparisce da capo a fondo.
E poi si vogliono erigere le Romagne in un vicariato. Ma con questo principio si riconoscono nuovamente i diritti del Papa, giacché il nostro Re ne farebbe le veci. Ma perché il diritto si viola mentre si riconosce? Perché s'impone al legittimo padrone e iiVicariatoe la scelta delVicario?Il Bonaparte può nominare un Vicario in qualche parte del suo impero; ma non in Romagna. Che ci ha egli da vedere?
Finalmente, quando si vuol togliere al nostro Re la Savoia, col pretesto che è francese, si viene a negare l'italianità della nostra dinastia. Tutti sanno gli sforzi dei nostri storici, e massime del cav. Cibrario, per dimostrare che Casa Savoia è italiana. Ma tutto l'edilìzio va in fumo se ora le si toglie la Savoia perché francese.
Il Bonaparte, d'origine córsa, cederebbe egli la Corsica che parla italiano, che appartiene geograficamente e storicamente all'Italia? E con quale fritto pretende egli la Savoia, che sebbene parli francese, non appartenne mai alla Francia?
In ultimo non è da pretermettersi la parte minacciosa, e diremo pure insultante della Nota del Thouvenel. Se non facciamo a versi dell'Imperatore, egli ci abbandonerà; e il pietoso Thouvenel dice:mi sarebbe doloroso d'insisteresull'ipotesi del governo sardoabbandonato sulle sole sue forze. Capite il sarcasmo di queste parole? Oh ci fanno pagar caro l'aiuto prestatoci!
Parigi, 24 febbraio 1860.
Signor Barone di Talleyrand
ministro di S. M. l'Imperatore
Torino
Signor Barone, ho l'onore d'inviarvi qui unita copia del dispaccio che ho indirizzato all'ambasciatore dell'Imperatore a Londra, e nel quale facendogli conoscere l'opinione del governo di S. M. intorno alla risposta del gabinetto di Vienna alle nostre ultime aperture, io gli spiego la miglior via da seguirsi, secondo me, onde evitare ogni risponsabilità, senza togliere ad alcuno la legittima libertà di azione, come anche per uscire da una situazione chebentosto diventerebbe tanto pericolosa quanto già è intricata se si lasciasse in balìa di se medesima, ed esposta ai capricci degli eventi. Ègiunto per tutti ilmomentodi spiegarsi con tutta franchezza: oggi quindi voglio esporvi senza reticenza veruna le idee del governo dell'Imperatore, acciocché il gabinetto diTorinopossa da se medesimo giudicare fino a qual punto gli convengauniformarvisicolla propria condotta in presenza di cotanto gravie,direi anzi, solennicircostanze.
Da una parte fare in modo che i risultati della guerra non sienocompromessi nella stessa Italia, ottenere dall'altra che dessi, in un avvenire più o meno prossimo, sieno consacrati dall'adesione officiale dell'Europa, ossia in altri termini, evitare delle complicazioni che getterebbero la Penisola nell'anarchia e fondare uno stato di cose duraturo, mettendolo pili presto che sia possibile sotto la salvaguardia del diritto internazionale, ecco il doppio scopo che mai cessammo di far oggetto dei nostri desideri i, e che desidereremmo raggiungere col concorso della Sardegna.
Il gabinetto di Torino può con noi associarsi per compiere tale assunto, ed il suo successo sarebbe verosimilmente assicurato; egli è libero del pari di battere un'altra via; ma gl'interessi generali della Francia non permetterebbero al governo dell'Imperatore di seguirlo, e la lealtà c'impone di dichiararlo. Egli è di questi due sistemi fra i quali dovrà cadere la scelta del governo di S. M. Sarda, che io devo paratamente intrattenervi.
Io sono convinto, signor Barone, che se il gabinetto di Torino si mostra deciso a considerare e far considerare da tutti l'organizzazione che una parte dell'Italia è chiamata a darsi, siccome costituente l'origine d'un periodo storico senza limiti prestabiliti alla sua durata in condizioni d'ordine e di pace, la natura medesima delle cose farà superare molli ostacoli. Affinché tale organizzazione rivesta un tal carattere agli occhi di tutti, gli è necessario che non contenga in germe gli elementi di un eventuale e probabile disordine, sia nel seno di se medesima, sia nelle sue relazioni esterne.
Il governo dell'Imperatore è dal canto suo profondamente convinto, che una stessa ed unica causa produrrebbe l'uno e l'altro di questi effetti, e che infallibilmente si farebbero sentire nel giorno in cui il gabinetto di Torino intraprenderebbe un'opera sproporzionata ai suoi mezzi regolari d'influenza e d'azione: che la Sardegna, specialmente per troppo territorio e pel lavoro d'assimilazione, al quale dovrà accingersi, incontrerà degli ostacoli che essa certamente non deve dissimularsi.
Essa troverassi in realtà meno potente e soprattutto meno capace di padroneggiarsi nelle sue risoluzioni: essa si lascierà trascinare, non sarà più dessa che darà la direzione; e l'impulso che fece la forza ed il successo del Piemonte in questi ultimi anni, non avrà più a Torino il suo punto di partenza. Non è in questo momento, signor Barone, in cui i destini della Penisola sono alla vigilia di decidersi irrevocabilmente che, il governo dell'Imperatore esiterebbe ad esprimersi con una libertà, che d'altronde porge fede del suo vivo interesse per una Corte amica ed alleata. Diciamolo adunque francamente, che il sentimento, il quale fe' sorgere in certe parti d'Italia l'idea dell'annessione, e che ne fece esprimere il desiderio, è piuttosto una manifestazione contro una grande Potenza anzi che un'attrazione ben ponderata verso la Sardegna. Se tale sentimento non fosse frenato da principio, non tarderebbe a cambiarsi in pretensioni che la saggezza consiglierebbe al gabinetto di Torino di combattere. Potrebbe egli farlo a lungo senza essere violentemente accusato di rinnegare e di tradire la causa, per la quale soltanto egli fu ampliato ed armalo? Nessuno il sa, ma verosimilmente egli sarebbe esposto a due eventualità egualmente deplorabili: la guerra, o la rivoluzione.
Considerando ogni cosa, sig. Barone, col fermo intendimento di cercare fra tutte le soluzioni quella che meglio si concilia colle attuali incalzanti necessità e colle convenienze di un più calmo avvenire, si riesce a scorgere ch'egli è ormai tempo di scegliere una combinazione che si possa sottoporre all'approvazione dell'Europa con qualche probabilità di fargliela accettare, e che conserverebbe alla Sardegna l'intero esercizio della normale influenza, cui essa ha diritto di pretendere nella penisola.
Tale combinazione, giusta l'opinione maturatamente ponderata del governo dell'Imperatore, sarebbe la seguente:
1. Annessione completa dei ducati di Parma e Modena alla Sardegna;
2. Amministrazione temporale delle Legazioni, della Romagna, di Ferrara e di Bologna sotto la forma di un vicariato esercitato da S. M. Sarda in nome della S. Sede;
3. Ristabilimento del Granducato di Toscana nella sua autonomia politica e territoriale.
In quest'aggiustamento, l'assimilazione, limitata alla Lombardia e ai Ducati di Parma e di Modena, non sarebbe più. un'impresa, alla quale la Sardegna sarebbe obbligata di consacrare esclusivamente tutte le proprie forze. Il gabinetto di Torino conserverebbe la sua libertà d'azione e potrebbe occuparsi anche a consolidare dal canto suo la tranquillità in Italia, mentre organizzerebbe in un regno compatto i territorii aggiunti alle possessioni ereditarie di re Vittorio Emanuele.
Il vicariato soddisferebbe lo spirito municipale, che è una tradizione secolare nelle Romagne, e l'influenza naturale che deve ambire di esercitare la Potenza diventata dominatrice della più gran parte del bacino del Po.
Questo genere di transazione avrebbe anche il vantaggio di guarentire alla Sardegna la posizione che le è necessaria al punto di vista politico; di soddisfare le Legazioni al punto di vista amministrativo; e al punto di vista cattolico constituirebbe un temperamento, il quale, speriamo, finirebbe per acquetare gli scrupoli e le coscienze.
Cotesto risultato non potrebbe essere indifferente alla Francia, poiché essa non potrebbe riconoscere in principio uno smembramento radicale e senza compenso degli Stati della S. Sede. E indifferente non potrebbe esserlo neanco alla Sardegna. Noi non lascieremmo nulla d'intentato, affinché le altre Potenze, edotte dell'impossibilità di restaurar completamente l'antico ordine delle cose e di non tener conto delle presenti necessità, si sforzassero, noi insieme, di far comprendere al Papa che tale combinazione, francamente accettata, salverebbe tutti i diritti essenziali della S. Sede.
Ciò che ho detto, signor Barone, intorno alla necessità di prevenirci pericoli, ai quali si troverebbe esposta la Sardegna, se essa aspirasse ad un maggior ingrandimento, si applica più specialmente alla Toscana. L'idea dell'annessione del Granducato, ossia l'assorbimento di un altro Stato di un paese dotato di una sì bella e nobile istoria, e finora cotanto affezionato alle sue tradizioni, non può sicuramente essere da altro prodotta, se non da un'aspirazione, il cui pericolo non può essere sconosciuto dal governo dell'Imperatore, e che egli è ben lontano dal crederla comune alla massa delle popolazioni. Tale aspirazione, non bisogna illudersi, qualunque sieno ora, io non ne dubito, leintenzionirette del governo sardo, nasconde dalla parte di coloro che essa affascina, un pensiero recondito di guerra all'Austria per la conquista della Venezia, e un secreto intento, se non di rivoluzione, almeno di minaccia per la tranquillità degli Stati della Santa Sede e del Regno delle Due Sicilie. A questo riguardo, sì in 'Italia che fuori, nessuno può farsene un'altra idea, e tali questioni, invece di sparire non farebbero che riprendere vigore con nuova violenza.
Il governo dell'Imperatore, senza nascondersi le difficoltà che rimarrebbero a risolvere, onde procurare il trionfo della soluzione, alla quale, se il gabinetto di Torino vi aderisse, egli consacrerebbe tutti i suoi energici e perseveranti sforzi, pure nutre fiducia, che cotali difficoltà non sarebbero invincibili. Certo d'altronde di agire sopra una base di tal natura da soddisfare completamente la Francia e la Sardegna, da pacificare l'Italia per un lungo periodo di tempo, e finalmente da non contrariare in modo troppo assoluto nessuno di quegli interessi, che l'Europa ha il diritto e il dovere di porre sotto la sua guarentigia, il governo di S. M. l'Imperatore, non solamente non esiterebbe ad obbligarsi dinanzi ad una Conferenza o ad un Congresso di assumere la difesa di questa combinazione, ma la proclamerebbe siccome tale da non poter essere, secondo lui, violata da un intervento straniero. In questa ipotesi adunque la Sardegna sarebbe certa di averci con sé e dietro di se. Voi siete autorizzato a dichiararlo formalmente al signor conte di Cavour. Avrò io ora bisogno, signor Barone, di entrare in lunghi particolari per dirvi qual sarebbe la nostra attitudine, se il gabinetto di Torino, libero nella sua azione, preferisse correre tutti quei rischi che ho accennati, scongiurando a volerli evitare?
L'ipotesi, nella quale il governo sardo non avrebbe che a far conto sulle proprie sue forze, si manifesta, direi così, da se stessa, e mi sarebbe increscevole di dovermi maggiormente su di essa intrattenere.
lo mi limito adunque a dirvi, dietro ordine dell'Imperatore, che noi non potremmo ad alcun costo consentire ad assumere la responsabilità d'una tal posizione. Qualunque siano le sue simpatie per l'Italia, e specialmente per la Sardegna, che ha mescolato il suo col nostro sangue, S. M. non esiterebbe a dimostrare la sua ferma ed irrevocabile risoluzione di prendere per guida della propria condotta gl'interessi della Francia. Come ho già detto al signor conte di Persigny, dissipare pericolose illusioni non è voler frenare abusivamente l'uso che la Sardegna e l'Italia possono voler fare della libertà che noi ci onoreremo sempre di averle aiutate a conquistare,echesododefinitivamente constatate dalle ultime dichiarazioni che il governo dell'Imperatore ha ottenute dalla Corte di Vienna. Ciò è semplicemente, Io ripeto, rivendicare l'indipendenza della nostra politica, per non esporla a complicazioni che non ci assumeremo di sciogliere se i nostri consigli saran 3tali impotenti a prevenirle.
Io non porrò fine a questo dispaccio senza dirvi qualche parola intorno alla Savoia e alla contea di Nizza. Il governo dell'Imperatore sentì rincrescimento per la questione prematura ed inopportuna, sollevata a questo riguardo dai giornali: ma egli non crede dovervi però meno prestar fede come all'espressione di un'opinione che s'afforza ogni giorno, a cui bisogna dare qualche peso. Tradizioni storiche, che è inutile di rammentare, hanno dato credito all'idea, che la formazione di uno Stato potente appiè delle Alpi sarebbe sfavorevole ai nostri interessi; e benché nella combinazione esposta in questo dispaccio l'annessione di tutti gli Stati dell'Italia centrale non sia completa, egli è certo però che al punto di vista delle relazioni estere essa equivarrebbe in realtà ad un analogo risultato.
Le stesse previsioni, per lontane che esse sieno, esigono certamente le medesime
garanzie ed il possesso della Savoia e della contea di Nizza, salvi gl'interessi della Svizzera, che desideriamo di prendere in considerazione, si presenta anche a noi in questa ipotesi come una necessità geografica per la sicurezza delle nostre frontiere.
Voi dovrete adunque richiamar su questo punto l'attenzione del signor conte di Cavour, ma gli dichiarerete contemporaneamente che noi non vogliamo costringere la volontà della popolazione, e che inoltre il governo dell'Imperatore non mancherebbe, allorché il momento fosse venuto, di consultare anzitutto le grandi Potenze dell'Europa, onde prevenire una falsa interpretazione delle ragioni che guiderebbero la sua condotta.
Vogliate leggere questo dispaccio al signor conte di Cavour, e rimettergliene una copia.
Ricevete, ecc.
Sott. THOUVENEL.
(Pubblicato l'8 marzo 1860)
Abbiamo sotto gli occhi quattro documenti diplomatici della maggiore importanza, e sono: 1° La nota del ministro francese Thouvenel al barone di Talleyrand, ministro di Napoleone III a Torino (24 febbraio 1860); 2° La Nota del conte di Cavour al cav. Nigra, incaricato d'affari della Sardegna presso il gabinetto delle Tuilerie (29 febbraio 1860); 3° La Nota del conte di Rechberg al principe di Metternich, ambasciatore austriaco a Parigi dove espone la natura della pace di Villafranca, e del trattato di Zurigo (17 febbraio 1860); 4°Un'altra Nota dello stesso conte di Rechberg, che risponde a varii appunti del detto ministro Thouvenel (stessa data).
Se noi pubblicassimo questi quattro documenti, il nostro foglio non potrebbe contenere una linea di più, e forse i nostri lettori resterebbero annoiati da tutto quelle formole diplomatiche. Epperò stimiamo miglior consiglio toglierne le parti più importanti, e radunarle in un articolo che dia un'ideacompletadelle recenti discussioni diplomatiche sulle cose italiane.
La Nota del Thouvenel, 24 febbraio, venne pubblicata per intero da noi. Essa proponeva al governo sardo: 1° L'annessione definitiva di Modena,Parma e Piacenza; 2° Un vicariato della Sardegna nelle Legazioni; 3° Un regno separato nella Toscana, e minacciava al Piemonte l'abbandono della Francia se non avesse accettalo queste proposizioni. Il conte di Cavour il 29 di febbraio rispondeva che avrebbe trasmesso le proposte ai governi dell'Italia centrale, e indicava ciò che que' governi avrebbero fatto.
«Non è punto probabile, diceva il Conte di Cavour, che quei governi, usciti dal suffragio popolare, assumano sopra di loro la responsabilità d'una risoluzione così grave, che decide della sorte di quelle popolazioni. Essi si crederanno naturalmente in dovere, come furono impegnati a farlo dalla quarta proposta inglese, di constatare la nazione in modo da ottenere una manifestazione de' suoi voti più che è possibile completa e solenne.
A questo fine essi adotteranno forse il mezzo del suffragio universale diretto, come quello il cui risultato può essere meno d'ogni altro contestato».
Il Conte di Cavour esaminava in modo particolare la proposta d'un vicariato nelle Romagne, ed eccone le parole:
«Egli è evidente, che il Santo Padre non potrebbe accettare questa combinazione, quantunque inspirata dal desiderio di salvare i suoi diritti e di non diminuire l'alta posizione ch'egli occupa in Italia. Infatti ciò che ha impedito finora a Sua Santità di acconsentire, non dirò a misure che dovessero necessariamente restringere la sua sovrana autorità, ma persino alle riforme consigliate da tutta l'Europa, si fu il timore d'incorrere nella responsabilità di atti, i quali, essendo pure conformi ai principii vigenti nella maggior parte dei paesi civili, potrebbero condurre ad alcune conseguenze contrarie ai precetti della morale religiosa, di cui il Sovrano Pontefice si considera, a giusto titolo, come il supremo custode. Un fatto recentissimo viene in appoggio di quest'asserzione. Allorché la Francia, desiderando porre un termine alla occupazione di Roma, invitava la Santa Sede a formare, sull'esempio delle altre Potenze europee, un'armata nazionale, le fu risposto che il Santo Padre non potrebbe ammettere il reclutamento, perocché ripugnerebbe alla sua coscienza di assoggettare ad un celibato anche temporario un gran numero de' suoi sudditi.
«L'istituzione d'un vicariato non trionferebbe di questi scrupoli. Il Santo Padre, riguardandosi come indirettamente responsabile degli atti del suo vicario non vorrebbe certo lasciargli la libertà d'azione necessaria a far sì che la combinazione proposta avesse un utile risultato».
Il conte di Cavour, che è egli pure un gran progettista, non si volle lasciar vincere inprogettidal ministro Thouvenel, e fe', riguardo alle Romagne, la seguente proposta, che a suo tempo esamineremo se l'incalzarsi degli avvenimenti cel consentirà:
«Io credo, dice il conte di Cavour, che, proponendosi la Francia di assicurare al Santo Padre alcuni vantaggi e di conservargli l'alta sovranità politica, si raggiungerebbe tale scopo con minore difficoltà ove si facesse l'annessione, sotto la espressa riserva, da parte del Re di Sardegna, di negoziare colla Santa Sede e di ottenere il suo consenso al nuovo ordine di cose, mediante alcune obbligazioni che Sua Maestà si assumerebbe verso di essa. Queste obbligazioni consisterebbero nel riconoscimento dell'alta sovranità del Papa, nell'impegno di concorrere anche colle armi al mantenimento della sua indipendenza, e di contribuire in determinata misura alle spese della Corte di Roma».
Finalmente il conte di Cavour terminava la sua Nota colla seguente dichiarazione.
«Qualunque sieno le risposte che gli Stati dell'Italia centrale emetteranno, il governo del Re ha in anticipazione dichiarato di accettarle senza riserva. Se la Toscana si pronuncia per la conservazione della sua autonomia, mediante la formazione d'uno Stato separato, la Sardegna non solo non si opporrà alla effettuazione di questi voti, ma contribuirà francamente a vincere gli ostacoli che questa soluzione potesse incontrare e a prevenire gl'inconvenienti che potrebbero derivarne.
«Essa agirà nello stesso modo per la Romagna e pei Ducati di Parma e di Modena.
«Ma se al contrario quelle provincie manifestano di nuovo, in modo solenne, la ferma loro volontà d'essere unite al Piemonte noi non potremmo opporvici più a lungo.
«Quand'anche lo volessimo, non lo potremmo.
«Nello stato attuale dell'opinione pubblica, un ministero che si rifiutasse ad una tale domanda di annessione, sancita da un secondo voto popolare da parte della Toscana, non solo non troverebbe più alcun appoggio nel Parlamento, ma sarebbe ben presto rovesciato da un voto unanime di disapprovazione.
Accettando in anticipazione l'eventualità dell'annessione, il governo del Re prende sopra di sé una immensa responsabilità. Le formali dichiarazioni contenute nel dispaccio del signor Thouvenel al barone di Talleyrand rendono naturalmente più gravi i pericoli che questa misura può portare in seguito. Se non retrocede dinanzi ad essi, è perché si convinse che, rigettando la domanda di annessione della Toscana, non solo il gabinetto, ma lo stesso re Vittorio Emanuele perderebbe qualunque prestigio, qualunque autorità morale in Italia, ed essi si traverebbero ridotti a non aver altro mezzo di governare che la forza. Anziché compromettere in questo modo la grand'opera di rigenerazione, per la quale la Francia fece tanti generosi sagrificii, l'onore e lo stesso interesse ben inteso del nostro paese consigliano il Re ed il suo governo ad esporsi agli eventi più pericolosi».
Che cosa farà la Francia? Aderirà all'esperimento del così detto suffragio universale? Manderà ad effetto le sue minaccie, e abbandonerà la Sardegna? I fatti risponderanno. Si dice intanto che Napoleone III abbia mandato ordine al maresciallo Vaillant di ritirare le truppe francesi dalla Lombardia?!?
Passiamo alle due Note del conte di Rechberg, ministro degli affari esteri nell'Impero austriaco. Egli espone ne' seguenti termini l'indole degli accordi di Villafranca:
«Al tempo della soscrizione de' preliminari di Villafranca, l'imperatore Napoleone — ce lo conferma il sig. di Thouvenel — nutriva speranza che il nuovo organamento dell'Italia potesse farsi di pari passo colla ristaurazione delle legittime autorità. Questa speranza, che nell'animo di Francesco Giuseppe giunse ad essere una convinzione, animava i due Sovrani, quando sì porsero la mano, per metter un termine allo spargimento di sangue. L'Imperatore, nostro augusto Sovrano, acconsentì ad un doloroso sacrificio, ma solamente sotto la condizione che nell'Italia centrale venissero ristaurate le legittime autorità. Nell'interesse del ristabilimento della pace, e nella speranza che questa potesse venire maggiormente consolidata e fatta ricca di salutari risultamene, mediante un sincero accordo col suo rivale della vigilia, egli si decise a rinunciare a diritti ed a titoli dei quali poteva disporre, ma si rifiutò con fermezza ad approvare combinazioni, le quali avessero avuto a pregiudicare ai diritti di terzi e segnatamente a quelli di quei Principi che si erano confidatinell'alleanza coll'Austria. Porre un argine al sempre più incalzante progresso della rivoluzione mediante la ristaurazione dei Sovrani spodestati, ed appoggiare nello stesso tempo gli sforzi dell'Imperatore dei Francesi, il quale credeva poter dare soddisfazione alla aspirazioni del sentimento nazionale, mediante l'intima unione dei governi della penisola con un vincolo federativo — questo era il doppio scopo che dominava tanto gli atti di Villafranca e di Zurigo, quanto le conversazioni diplomatiche che ebbero luogo in Biarritz tra i rappresentanti dei due gabinetti, specialmente nell'intento di dare un indirizzo uniforme alla attuazione della parte politica de' preliminari di pace.
«L'Imperatore non ha mutato il suo concetto rispetto alla situazione dell'Italia. S. M. crede ancora in oggi, come credeva a Villafranca, che sarebbe una pericolosa illusione quella di supporre che sia possibile fondare un durevole e regolare ordine di cose nella flagrante violazione di diritti consacrati dai secoli e dai trattati europei.
La Francia, dice il sig. di Thouvenel, è convinta quanto chicchessia della santità delle assunte obbligazioni. Noi dividiamo questa convinzione, ed è perciò che noi saremmo profondamente addolorati, quando fossimo obbligati a vedere che un primo trattato conchiuso da così poco tempo colla Francia dovesse restare inosservato riguardo alle stipulazioni di preponderante importanza. È chiaro che non avendo luogo la ristaurazione, resta in egual modo lettera morta quanto si convenne rispetto alla Confederazione. Quali ne saranno le conseguenze?»
In una seconda Nota il conte di Rechberg risponde ai principali appunti del ministro Thouvenel.
1°Appunto il contegno passivo dei Principi spodestati dell'Italia centrale dopo la pace di Villafranca. Il conte di Rechberg risponde:
«Ci sia permesso di chiedere in qual modo i Sovrani spodestati avrebbero potuto contenersi a fronte della situazione che veniva loro fatta. Non è necessario ricordare ora nuovamente le cagioni che produssero la sollevazione dell'Italia centrale. Questi fatti appartengono in questo momento al dominio della storia. Si fu la Sardegna che, dopo aver preparato da lunga mano il movimento, se ne impadronì per farla servire ai suoi fini. Furono agenti della Sardegna quelli che riorganizzarono l'amministrazione mercé l'espulsione di tutti gli elementi sospetti di attaccamento all'antico ordine di cose; furono ufficiali sardi quelli che ordinarono l'esercito della Lega. Anche in questo momento il ministro della guerra di S. M. sarda è nello stesso tempo comandante supremo dell'esercito della lega, e parecchi generali sardi dirigono i preparativi militari che si fanno in Bologna. I paesi insorti stanno sotto il governo di una dittatura militare; qualunque manifestazione a favore de' legittimi Sovrani è punita come un delitto d'alto tradimento. Cinque sesti della popolazione sono esclusi dalle operazioni elettorali, e quelli che furono in grado di esercitare i diritti elettorali, hanno votato sotto l'impressione del terrorismo, messo in opera dal partito dominante. Come avrebbero i Sovrani spodestati, a fronte di un sì violento stato di cose, potuto far udire la loro voce?
«L'accoglienza che i capi del movimento avrebbero infallibilmente preparata ai loro meglio elaborati manifesti, non sarebbe stata per la loro dignità un'ingiuria incancellabile, e non avrebbe compromesso senza utilità il loro avvenire?»
2° Appunto. L'esitanza del Sovrano degli Stati della Chiesa nell'attuazione delle riforme. Il conte di Rechberg risponde:
«Quali anche potessero essere state le riforme che il Sovrano degli Stati della Chiesa fosse risoluto d'introdurre ne' suoi domini, sarebbe egli stato conveniente di annunciarle in un momento in cui un'assemblea faziosa pronunciava in Bologna la di lui decadenza?»
3° Appunto. Il silenzio mantenuto dall'Austria riguardo all'amministrazione della Venezia. Il conte di Rechberg risponde:
«In quanto si riferisce alla Venezia, sussistono ancora le generose intenzioni che l'Imperatore, nostro augusto Sovrano, espose a questo riguardo a Villa franca, però dietro riserva della propria indipendenza ed autonomia in confronto di ogni e qualunque influenza straniera. Se quelle intenzioni non vennero ancora tradotte in atto, di chi è la colpa? Non è egli noto a tutti che la pace di Villa franca fu per il partito rivoluzionario il segnale di raddoppiare un'attività, della quale la Venezia fu oggetto e vittima ad un tempo? Non hanno i comitati costituiti a questo fine sotto l'egida della Sardegna, fatto sforzi incredibili per indurre le provincie venete alla ribellione? Noi ci appelliamo, a questo proposito, alla testimonianza del prode e leale esercito francese, sotto gli occhi del quale si svolsero quelle trame, e che, ne siamo convinti, divise con noi il sentimento d'indignazione prodotto da questa guerra sotterranea, che si continuava all'ombra della pace appena conchiusa.
«Gli emissari del disordine percorsero la Venezia in tutte le direzioni, accendendo dappertutto la fiaccola della discordia; e ciò è loro tanto bene riuscito che il governo nostro ha sentito l'imperioso dovere di guarentire ai pacifici cittadini, mediante vigorose misure contro gli irreconciliabili nemici della pubblica tranquillità, quell'efficace protezione, alla quale essi hanno un sacro diritto. Sarebbe stato bene ispirato il governo imperiale, ove avesse scelto un tale momento per mettere in atto quelle intenzioni, alle quali si riferisce il signor di Thouvenel?»
4° Appunto. Le missioni affidate al conte Reiset ed al principe Poniatowski nel l'Italia centrale, le quali andarono fallite amendue. Il conte di Rechberg risponde:
«Ma non si potrebbe forse, senza timore d'ingannarsi, attribuire anche in gran parte questo cattivo successo alle assicurazioni, che altriorganidel governo francese dettero dopo la pace di Villafranca, e dalle quali il partito dominante attinse la convinzione, che l'uso della forza era escluso dalla serie de' mezzi da adoperarsi per ottenere la ristaurazione? Pienamente tranquillati da tale promessa, i governanti avevano evidentemente un interesse di rimaner sordi alle insinuazioni, che loro venivano fatte nel senso della ristaurazione, e di servirsi senza ritegno di tutti i mezzi che stanno in ogni tempo adisposizione di un governo di fatto per impedire la manifestazione della vera opinione della maggioranza».
5° Appunto. Un intervento armato nell'Italia centrale è impossibile per parte della Francia e dell'Austria. Il conte di Rechberg risponde:
«È per noi cosa importante di far qui una distinzione tra la questione di principii e quella di opportunità. Motivi politici di differente natura, dei quali per nostro conto faremo calcolo, consigliano ad ambedue le Potenze di astenersi dallo intervento armato nell'Italia centrale. Dall'altro canto ci preme di constatare che l'applicazione del principio proclamato dalla Franciaè soggetto a molte eccezioni che dipendono dalla natura dei casi.
«È certo che la Sardegna esercitò un intervento attivo a favore della sollevazione dell'Italia centrale, senza il quale quella sollevazione non avrebbe potuto consolidarsi.
«Il governo francese, quantunque esso riconosca nel principio del non intervento una massima internazionale di grande autorità, confessa peraltro egli stesso, che questa regola non è senza eccezione, e che dal canto suo esso è intervenuto in Italia, cedendo a circostanze imperiose, e perché i suoi interessi gli imponevano come una necessità quell'intervento».
6° Appunto. Se non si aggiustano presto le cose d'Italia, la demagogia strariperà. Il conte di Rechberg risponde:
«Noi non neghiamo che la prolungazione dello stato d'incertezza, che pesa sull'Italia centrale, non possa aver per risultato finale lo straripamento delle idee demagogiche, come mostra di temere il signor di Thouvenel. Ma noi non possiamo per questo liberarci dal timore che una soluzione, la quale consacrasse il trionfo di que' principii che il partito demagogico è avvezzo a proclamare, ben lungi dallo scongiurare quei pericoli, non sia propria all'opposto a renderli maggiori».
E qui termina il sunto delle quattro Note da noi enumerate sul principio. Giudichi il lettore.
(Pubblicato il 15 marzo 1860)
L'Opinionetrova che il card. Antonelli ha detto poco nella sua Nota, e non ha detto nulla di nuovo. Gli argomenti che l'Eminentissimo adduce non sembrano all’Opinionedi verun peso, e i fatti arrecati di nessuna considerazione. Così con due semplici linee si risponde ad un ragionamento e ad una serie di fatti, che non ammettono nessun'altra risposta!
Noi regaleremo all'Opinione una semplice esposizione cronologica della presente rivoluzione romagnola, sfidandola, o a negare i fatti, o a trovare una spiegazione di questi, diversa da quella che ne arrecò il segretario di Stato del governo Pontificio. Non aggiungeremo molti commenti, perché inutili ad un tempo e pericolosi.
1. Le Romagne accolgono festose Pio IX nel suo trionfale viaggio. Carlo BonCompagni è testimonio di quelle feste. più tardi incomincia in que' paesi una sorda agitazione per ispedire volontari alla prossima guerra. I volontari sono cerchi da emissari forestieri che lipagano.
2. Scoppia la rivoluzione a Firenze. Il primo principe cacciato dal suo regno è il meno clericale di tutta l'Italia, e quello che ha un governo più laico, e più secolarizzato.Le riforme religiose e civili non lo salvano. La stampa libera e troppo libera serve per perderlo più presto.
3. Si conosce da tutti la parte presa da) BonCompagni nella rivoluzione toscana. Questi dopo di avere occupato il posto del Granduca, chiama a sé i capi rivoluzionari delle Romagne, ed ha con loro in Firenze segreti abboccamenti.
4. Era già stato chiamato prima in Torino il sig. Minghetti di Bologna, già ministro in Roma dei lavori pubblici nel tempestoso anno 1848, e dal conte di Cavour veniva creato segretario generale del ministero degli affari esteri. Non sei ricordal'Opinione, o forse trova questa una scelta affatto innocente?
5. Avendo la S. Sede dichiarato ufficialmente la sua neutralità durante la guerra, e ricevendone dai gabinetti di Parigi e di Vienna soddisfacente risposta, il conte di Cavour non l'accettò che conalcune riserve, le quali poi non furono neppur osservate.
6. Il BuonCompagni, governatore della Toscana, inviava truppe rivoluzionarie alle Filigare presso Bologna, a Marradi presso Faenza, a Terra del Sole presso Forlì, ad Arezzo presso Perugia, coll'intendimento di dare appoggio ai fratelli delle Romagne, siccome non si dubitò di annunziare con apposito articolo stampato nelMonitore Toscanodel 1° di maggio 1859.
7. Fu mandato l'ordine di cominciare la rivoluzione a Forlì, a cui il Comitato Forlivese rispose che per la presenza degli Svizzeri la rivoluzione non potrebbe essere incruenta. 1 Comitati rivoluzionari vennero forniti di danaro per corrompere le truppe pontificie, ed un appello fu sparso tra le loro file per eccitarle a seguire l'esempio delle truppe toscane. In questo appello s'abusava di un nome augusto, e dicevasi che lebravetruppe pontificie sarebbero accolte con trasporto sotto il glorioso vessillo del Re d'Italia.
8. L'autorità pontificia riusciva a sventare in Forlì una congiura, la quale tendeva a mettere l'artiglieria a disposizione dei rivoluzionari. Parte degli artiglieri ch'erano stati guadagnati fuggirono in Toscana. I disertori avevano abito borghese, carrozze e guide pagale. Giunti in Toscana, vi ottenevano dal BonCompagni applausi e promozioni. Un sergente, fra gli altri, fu creato di botto capitano! 1 dragoni pontificii disertarono da Foligno recandosi in Toscana.
9. Intanto il principe Napoleone sbarca coi Francesi a Livorno. Il governo Pontificio reclama inutilmente presso l'ambasciata francese e sarda, perché si allontanino dal suo confine inoffensivo le truppe toscane ed i corpi franchi, notandone i pericoli per lo Stato della Santa Sede. Invece i Toscani eccitano sempre più i Bolognesi ad attaccare gli Austriaci, promettendo aiuto, e dalle Fili gare s'introducono clandestinamente armi in Bologna.
10. Scoppia la rivoluzione a Parma, ducatosecolarizzato. Il governo pontificio interpella l'austriaco se siavi pericolo d'un'improvvisa partenza dei presidii di Bologna e di Ancona, senza dar tempo all'ingresso delle truppe papali. Il governo austriaco risponde;impossibile in ogni evento.
11. Un bastimento francese da guerra apparisce nelle acque di Rimini, e sbarca a terra gli uffiziali. Il console francese imbandisce un pranzo e s'odono grida sediziose, e cominciano a sventolare bandiere tricolori. Gli Austriaci muovono lagnanza, perché viene molestata contro le leggi di neutralità l'unica loro linea di congiunzione tra Bologna ed Ancona.
12. Lafregata francese,l'Impétueuse, si presenta nelle acque d'Ancona, chiedendo se sarebbe stata ricevuta ostilmente dalla guarnigione austriaca.
Avendonericevuto in risposta, non conoscersi le intenzioni del governo austriaco, parte con minaccia di ritorno. Questo contegno della Francia, da cui potevano derivare fatali conseguenze per lo Stato Pontificio, dà luogo ad un dispaccio telegrafico del comando militare austriaco, col quale s'ingiunge a tutti i comandanti delle varie piazze occupate di abbandonarle tostamente.
13. Il principe Napoleone visita i Toscani alle Filigare, entra nel territorio Pontificio, domanda se di là si veda Bologna, e dice che sarà fra pochi giorni quella città. Il cardinale Antonelli tace nella sua nota questi particolari, sebbene verissimi.
14. Partiti gli Austriaci, i rivoluzionari mandano ad effetto i loro disegni, prima in Bologna, e poi nelle altre città di Romagna. Vuolsi però avvertire che né Bologna, né le altre città sarebbero cadute nei lacci dei tristi, se non si fossero mascherati, dicendo che volevano la guerra contro l'Austria, senza parlare della nuova forma di governo da stabilirsi, il marchese Pepoli ordinò l'atterramento degli stemmi Pontificii, dichiarando chene rispondeva, e che faceva abbassare quegli stemmi persottrarli ai possibili insulti.
15. Scoppia la rivoluzione in Perugia, e i corpi franchi marciano da Arezzo in aiuto degli insorti. «Se una lotta dolorosamente deplorabile s'è combattuta a Perugia, la responsabilità ne deve cadere su coloro, che hanno obbligato il governo Pontificio a far uso della forza per la sua legittima difesa» (Avverti mento dato alSiècledi Parigi dal ministro dell’interno).
16. Lo squadrone dei dragoni pontificii, spedito a Ferrara per mantenervi l'ordine, si ribella, e ritorna a Bologna; 350 gendarmi, per la maggior parte della provincia di Ferrara, passano il Po per mantenersi fedeli al S. Padre.
17. Le truppe pontificie delle Romagne ripiegandosi su Pesaro impediscono il consolidamento della rivoluzione nelle Marche e nell'Umbria. Il marchese Pepoli, per mantenere la rivoluzione in Bologna, domanda soccorso al conte di Cavour che gli spedisce un corpo di carabinieri e il battaglioneReal Navi, e gli invia Massimo d'Azeglio col titolo di commissario militare, il quale, appena giunto a Bologna, comincia ad emanar leggi e decreti, e a destituire e a nominare impiegati in ogni ramo d'amministrazione pubblica. Come a Bologna così nelle altre principali città di Romagna si mandano Commissari piemontesi, ai quali dopo la pace di Villafranca, essendo stato tolto il titolo diCommissari, restarono al loro posto col nome$ Intendenti.
18. Trovandosi le Romagne ribellate,, senza danaro, né potendone il governo intruso raggranellare da quelle popolazioni, né ottenerne dai banchieri, fe' ricorso al governo sardo, il quale e imprestò danaro, e guarentì prestiti anche all'estero.
19. Il principe Napoleone nel suo rapporto all'Imperatore dice che la precipitosa partenza degli Austriaci dallo Stato Pontificio fu tutto suo merito, secondo la missione politica che aveva ricevuto. L'Imperatore Napoleone III invoca contro il Santo Padre ilfatto compiuto;dice di aver conchiuso la pace per timoreche la rivoluzione si estendesse, e dà consigli devotissimi. Poco prima della rivoluzione romagnola aveva proclamato agli Italiani in Milano:Insorgete ed armatevi tutti!
(Pubblicato il 22 febbraio 1860)
Da qualche giorno non si fa che parlare della scomunica, di questa ridicolaggine del medio evo, come la chiamano; e coloro che dicono di non temerla, parlandone sempre, fanno sospettare che la temono assai, e che il popolo, in mezzo a cui scrivono, e pel quale scrivono, la tema assaissimo.
Uno di questi giornali per parlare della scomunica risale oggi fino all'anno 1375. Noi saremo menoretrogradi,e ci contenteremo di ricordare i fatti avvenuti in sul cominciare del secolo decimonono.
Bonaparte era grande ed onnipotente. Davanti a lui taceva la terra, ed il mondo aspettava. 1 Potentati d'Europa accettavano rassegnati dalla sua bocca la decisione della loro sorte, e le nazioni l'invocavano come il proprio benefattore.
«Ma, scrive Tab. Louis nelle sueConférences littéraires, pubblicate nel 1835, ma Bonaparte elevato su quel punto culminante, in cui gira la testa di coloro che lasciano di guardare al cielo, abbassa gli occhi sulla terra... L'ambizione e l'orgoglio entrano nel suo cuore. Il padre della menzogna gli dice come già al Salvatore del mondo:Tutto questo è per te se mi adori. Il gigante s'inchina e il grande uomo scompare.
«Qual è la sua condotta verso i ministri di questa religione augusta che l'ha consacrato? Invece di umiliare la sua fronte davanti a colui che solo è grande per rialzarla di poi più raggiante e splendida, Bonaparte fa guerra a Dio mette la mano sull'incensiere, e vuol essere Be Pontefice e dottore. Strappa dalla sua sede il Capo dei Pastori, il venerando vecchio che ha versato l'olio santo sulla sua testa, e lo getta in una prigione. Colpisce i Vescovi, perché resistono a' suoi empi ordini, e i membri del Sacro Collegio, di questo augusto senato di Roma cristiana, espiano la loro fedeltà in un duro esiglio. Bonaparte nonèpiii che unpersecutore».
Avvertito dapprima paternamente, e poi minacciato della scomunica, Napoleone! domanda al cardinale Fesch, suo zio —Che cosaèdunque una scomunica? — E il Cardinale più da cortigiano che da teologo, risponde:Sire, la scomunica è una cosa che si sente più facilmente che non si possa spiegare.
Il Teologo avrebbe risposto come il P. Lejeune, dettole Pére Aveugle:«La scomunica è un venire consegnato a satana, un essere maledetto dalla Chiesa; è come se tutti i Vescovi e tutti i Prelati del mondo vi dessero la loro maledi' zione, maledizione così severa, che, come osserva San Bernardo, nell'officio del Venerdì Santo, la Chiesa prega pei giudei, pei pagani e per gli altri più grandi peccatori, ma non prega per gli scomunicati. Maledictio matris eradicai fondamenta domus(Eccl. III. vers. 2). La maledizione che una madre dà a' suoi figli rovina le fondamenta d'una famiglia; e ciò a più forte ragione dee avvenire della maledizione della Madre spirituale, d'una Madre sì santa e ai saggia com'è la Chiesa»(Sermons,t. VI, pag. 38).
Pio VII scomunicò Napoleone 1, sebbene quel gran Papa anche nel castigo mostrasse molto affetto al protervo Imperatore, giacché, scomunicandolo, ne taceva il nome. Bonaparte si rise della scomunica, e, scrivendo al Viceré d'Italia, chiedevaglise il Papa credeva che le sue scomuniche farebbero cadere le armi di mano ai soldati francesi?E. parecchie volte ripeteva al cardinale Caprera che agli si burlava della scomunica,puisgu'elle ne faisait pas tomber les armes des mains de ses soldats.
Passarono pochi anni,ela scomunica produsse i suoi effetti. Nella campagna di Russia il conte di Ségur, uno dei testimoni oculari di questa grande catastrofe, dice chele armi dei soldati parevano d'un peso insopportabile alle loro braccia intormentite. Nelle loro frequenti caduteesse scippavano dalle loro mani,si spezzavano, si perdevano nella neve. E Salgues dice alla sua volta che nella campagna di Russiail soldato non potea tenere le sue armi, le quali cadevano dalle mani dei piùvalorosi. E altrove ripete cheles armes tombaient des bras glacés qui les portaient.
Questi non sono fatti avvenuti nel medio evo, ma a tempi nostri, nel secolo dei lumi, dopo il regno della filosofia. E coloro che ridono oggidì delle scomuniche, non ne rideranno sempre.
Non ostante le proteste di rispetto e di devozione al Capo venerabile della Chiesa, il nostro ministero teme fondatamente che Pio IX possa servirsi di quelle armi spirituali già adoperate contro Napoleone 1, le quali derise dapprincipio, fecero poi a suo tempo cadere le armi di mano a' suoi soldati. Si è perciò che il ministero ha mandato ordine ai governatori di prendere tutte le precauzioni, affinché non vengano pubblicate nel nostro Stato le censure ecclesiastiche contro gli invasori del Patrimonio della Chiesa. I governatori obbedirono al comando ministeriale, e noi possiamo pubblicare laCircolare riservala,scritta da quel di Cuneo. Essa è del seguente tenore.
Circolare riservata.
Si ha fondata regione di credere che la Corte di Roma intenda pronunciare la scomunica contro la persona di S. M. e de' suoi ministri, tosto che sia sanzionato il voto popolare d'annessione delle Romagne ne' regii Stati. Il governo non può rimanere indifferente dinanzi a tale fatto, che senza avere la forza di menomare i diritti della Corona, può però produrre nel paese un'agitazione sediziosa e nociva all'ordine pubblico.
Fedele al principio di libertà che informa le patrie istituzioni, il governo non intende di entrare in una via di persecuzione contro chi credesse di dover dare a quell'atto della Corte Romana una importanza che realmente non ha, né può avere secondo le norme del buon senso e delle stesse leggi ecclesiastiche, ila, se dichiara essere sua intenzione che gli agenti governativi ai astengano da ogni misura di rigore contro la pubblicazione in forma privata, o la conveniente e ragionevole discussione anche in iscritto o stampa dell'atto di scomunica, non vuole in alcun modo tollerare che altri ne prenda pretesto per turbare la pubblica tranquillità, tentando di sommovere le popolazioni contro il governo, e gettare l'odio ed il disprezzo contro l'irresponsabile persona di S. M. e le nostre istituzioni, e meno ancora potrebbesi permettere che taluno ardisca dare a quell'atto una pubblicità vietata dalle leggi dello Stato per mancanza del sovrano assentimento, come sarebbe, per esempio, la lettura della Bolla dal pergamo, l'affissione alle porte delle chiese, la divulgazione sotto forma di Pastorali vescovile e simili.
in tal caso il ministero raccomanda ai rappresentanti del governo di agire con tutta energia contro i violatori delle leggi, o fautori di disordini, ordinandone l'immediato arresto,di qualsiasi dignità e grado sia rivestito il colpevole, non che il sequestro degli scritti e stampali da consegnarsi tosto all'autorità giudiziaria pel relativo procedimento, giusta le istruzioni loro compartite dal ministro guardasigilli.
Se un'opportuna vigilanza conducesse a scoprire copie autentiche della Bolla di scomunica, dovrà arrestarsi il detentore, impedendo qualunque comunicazione di esso con altre persone e specialmente ecclesiastiche sino all'ordine del sottoscritto, a cui dovranno indilatamente trasmettersi tali documenti.
Il sottoscritto mentre si fa premura di adempiere agli ordini ricevuti dal ministero comunicando le suespresse sue disposizioni a tutte le autorità amministrative dipendenti, confida nella loro pronta ed efficace cooperazione.
Cuneo
Il governatore Belutj.
Ai signori Intendenti, Delegati mandamentali e Sindaci
Noi faremo poche osservazioni a questa circolare riservata:
1° Se non si credo alla scomunica, perché tante precauzioni affine d'impedirne la pubblicazione?
2° Se si crede alla scomunica, perché si compiono quegli atti che possono provocarla?
3° Se Iddio onnipotente accoglie in cielo la scomunica fulminata dal suo Vicario sulla terra, a che cosa servono tutte le umane precauzioni?
4° A che cosa servirono a Napoleone I tante altre circolari simili, e governatori mollo più destri di quel di Cuneo?
Sanctissimi Domini nostri Pii Divina Providentia Papae IX litterae Apostolicae quibus maioris excommunicationis poma infigitur invasoribus et usurpatoribus aliquot provinciarvm pontificiae ditionis.
ad perpetuam rei memoriam
Cam Catholica Ecclesia a Christo Domino fundata et instituta, ad sempiternam hominum salutem curandam, perfectae societatis formam vi divinae suae institutionis obtinuerit, ea proinde libertate pollere debet ut in sacro suo ministerio obeundo nulli civili potestati subiaceat. Et quoniam ad libere, ut par erat, agendum iis indigebat praesidiis quae temporum conditioni ac necessitati congruerent; idcirco singulari prorsus divinae Providentiae Consilio factum est, ut cum Romanum corruit Imperium et in plura fuit regna divisum, Romanus Pontifex, quem Christus totius Ecclesiae suae caput centrumque constituit, civilem assequeretur Principatum. Quo sane a Deo ipso sapientissime consultum est, ut in tanta temporalium Principum multitudine ac varietate Summus Pontifex illa frueretur politica libertate, quae tantopere necessaria est ad spiritualem suam potestatem, auctoritatem et iurisdictionem toto orbe absque ullo impedimento exercendam. Atque ita piane decebat, ne catholico orbi ulla orìretur occasio dubitandi, impulsa fortasse ci vilium potestatum, vel partium stadio duci quandoque posse in universali procuratione gerenda Sedem illam, ad quampropter potiorem principalitatem necesse est omnem Ecclesiam convenire.
Facile autem intelligitur quemadmodum eiusmodi Romanae Ecclesiae Principatus, licet suapte natura temporalem rem sapiat, spiritualem tamen induat indolem vi sacrae, quam habet, destinationis, et arctissimi illius vinculi quo cum maximis Rei Christianae rationibus coniungitur. Quod tamen nil impedit quominus ea omnia, quae ad temporalem quoque populorum felicitatem conducunt, perfici queant, quemadmodum gesti a Romanis Pontificibus per tot saecula civilis regiminis historia luculentissime testatur.
Cum porro ad Ecclesiae bonum et utilitatem respiciat principatvs de quo loquimur, mirum non est quod Ecclesiae ipsius hostes persaepe illum convellere et labefactare multiplici insidiarum et conatuum genere contenderint: in quo tamen nefaria illorum molimina, Deo Ecclesiam suam iugiter adiuvante, in irritum serius ocius ceciderunt. tam vero novit uni versus orbis-quomodo luctuosis hisce temporibus infestissimi Catholicae Ecclesiae et huius Apostolicae Sedia osoresabominabiles facti in studiis suis, ac loquentes in hypocrisi mendacium hancipsam Sedem, proculcatis divinis humanisque iuribus, civili, quo potitur, Principatu spoliare nequiter adiutantur, idque assequi studeant non manifesta quidem, uti alias, aggressione, armorumque vi, sed falsis aeque ac perniciosis 5 principiis callide inductis, ac popularibus motibus malitiose excitatis. Neque enim erubescunt nefandam populis suadere rebellionem contra legitimos principes, quae ab Apostolo dare aperteque damnatur ita docente:
Omnis anima potestatibus sublimioribus subdita sit. Non est enim potestas nisi a Deo: quae autem sunt, a Deo ordinatae sunt. It-aquae qui resistit potestati, Dei ordinatim resistit. Qui autem resistunt ipsi sibi damnationem acquirunt((2)). Dum vero pessimi istiusmodi veteratores temporalem Ecclesiae dominationem aggrediuntur, eiusque venerandam autorictatem despiciunt, eo impudentiae deveniunt ut suam in Ecclesiam ipsam reverentiam et obsequium palam iactare non desinant Atque illud vel maxime dolendum, quod tam prava agendi ratione sese polluerit non nemo etiam ex iis, qui, uti Catholicae Ecclesiae filii, in ipsius tutelam atque praesidium impendere debent auctoritatem, qua in subiectos sibi populos potiuntur.
In subdolis ac perversis, quas lamentamur, machinationibus, praecipuam habet partem Subalpinum Gubernium, a quo pridem omnes norunt quanta et quam deploranda eo in Regno damna ac detrimenta Ecclesiae eiusque iuribus, sacrisque Ministris fuerint inlata, de quibus in Consistoriali potissimum Allo cutione che XXII Ianuarii MDECCLV habita, vehementer doluimus. Post despectas hactenus Nostras ea de re iustissimas reclamationes, Gubernium ipsum eo te meritatis modo progressura est, ut ab irroganda universali Ecclesiae iniuria minime abstinuerit, civilem impetens Principatum quo Deus banc B. Petri Sedem instructam voluit ad apostolici ministerii libertatem, uti animadvertimus, tuendam atque servandam. Primum sane ex manifesti» aggressionis indiciis prodiit quum in Parisiensi Conventu, anno 1856 acto, ex parte eiusdem Subalpini Gubemii in ter ho8tiles nonnullas expositiones speciosa quaedam ratio proposita fuit ad civile Romani Pontificis dominium infirmandum, et ad Ipsius Sanctaeque huius Sedia auctoritatem imminuendam. Ubi vero superiore anno ltalicum exarsit bellum in ter Austriae Imperatorem, et foederatos invicem lmperatorem Galliarum ae Sardiniae Regem, nihil fraudis, nihil aceleris praeter missum est, ut Pontificiae Nostrae Ditionis populi ad nefariam defectionem modis omnibus impellerentur. Hinc instigatores missi, pecunia largiter effusa, arma suppeditata, incita menta pravis scriptis et ephemeridis admota, et omne fraudum genus adhibitum vel ab illis, qui eiusdem Gubernii legatione Romae fungentes, nulla habita gentium, iuris honestatisque ratione, proprio munere perperam abutebantur ad tenebricosas molitiones in Pontificii Mostri Gubernii perniciem agendas.
Oborta deinde in nonnullis Ditionis Nostrae Provinciis, quae dudum occulte comparata fuerat, seditione, illico per fautores Regia Dictatura proclamata est, statimque a Subalpino Gubernio Commissarii adiecti, qui, alio etiam nomine postea appellati, provincias illas regendas sumerent. Dum haec agerentur, Nos gravissimi officii Nostri memores non praetermisimus binis Nostris Allocutionibus, che XX Iunii et XXVI Septembris superiore anno habitis, de violato civili huiusce S. Sedis principatu altissime conqueri, simulque violatore?serio monere de censuris ac poenis per canonicas sanctiones inflictis, in quas ipsi proinde misere inciderant. Existimandum porro erat, patratae violationis, auctores per itera tas Nostras monitiones ac querela» ab iniquo proposito destituros; praesertim cum universi Catholici Orbis sacrorum Antistites, et fideles cuiusque ordinis, dignitatis et conditionis eorum curae commissi suas nostris expostulationibus adiungentes unanimi alacritate Nobiacum huius Apostolicae Sedia, et universalis Ecclesiae iustitiaeque causam propugnandam susceperìnt, cum optime intelligerent, quantopere civilia, de quo agitur, Principatus ad liberam supremi Pontificatus iurisdictionem intersit. Verum (horrescentes di cimus 1 ) Subalpinum Gubernium non solum Nostra monita, querela» et ecclesiasticas poenas contempsit, sed etiam in sua persistens improbitate, populari Suffragio, pecuniis, minia, terrore aliisque callidis artibus centra omne ius extorto, minime dubitavit commemoratas Nostras Provincias invadere, occupare et in suam potestatem dominationemque redigere. Verba quidem desunt ad tantum improbandum facinus, in quo plura et maxima habentur facinora. Grave namque admittitur sacrilegium, quo una simul aliena iura contra naturalem divinamque legem usurpantur, omnia iustitiae ratio subvertitur, et cuiusque civili» Principatus ac totius humanae Societatis fundamenta penitus evertuntur.
Cum igitur ex una parte non sine maximo animi Nostri dolore intelligamus, irritas futuras, novas expostulationes apud eoa, quivelut aspides surdae obturantes aures«munihil hucusque monitis ac questubus Nostris commoti sunt; ex altera vero parte intime sentiamus quid a Nobia in tanta rerum iniquitate omnino postulet Ecclesiae huiusque Apostolicae Sedis ac totius Catholici Orbis causa, ìmproborum hominum opera tam vehementer oppugnata, idcirco cavendum Nobis est ne diutius cunctando gravissimi officii Nostri muneri deesse videamur. Eo nempe adducta res est ut illustribus Praedecessorum Nostrorum vestigiis inhaerentes suprema illa auctoritate utamur, qua cum solvere, tum etiam ligare Nobis divinitus datum est; ut nimirum debita in sontes adhibeatur severitas, eaque salutari ceteris exemplo sit.
Itaque post Divini Spiritus lumen privatis publicisque precibus imploratum post adhibitum selectae VV. FF. NN. S. R. E. Cardinalium congregationis consilium, Auctoritate Omnipotentis Dei et SS. Apostolorum Petri et Pauli ac Nostra denuo declaramus, eoe omnes, qui nefariam in praedictis Pontificiae Nostrae Ditionis Provinciis rebellionem et earum usurpationem, occupationem, invaaionem, et alla huiusmodi, de quibus in memoretis Nostris Allocutiouibus che XX lunii et XXVI Septembris superioris anni conquesti sumus, vel eorum aliqua perpetrarunt, itemque ipsorum mandantes, fautores, adiutores, consiliarios, adhaerentes, vel alios quoscumque praedictarum rerum exequutionem quolibet praetextu et quovis modo procurantes, vel per se ipsos exequentes, Maiorem Excommunicationem aliasque censuras ac poenas ecclesiasticas a SS. Canonibus Apostolicis Constitutionibus, et Generalium Conciliorum, Tridentini praesertim (Sess. XXII. Cap. XI, dereform. ) Decretis inflictas incurrisse; et si opus est, de novo Excommunicamus et Anathematizamus, item declarantes, ipsos omnium et quorumcumque privilegiorum, gretiarum et indultorum sibi a Nobis, seu Romania Pontifìcibus Praedecessoribus Nostris, quomodo libet concessorum amissionis poenas eo ipso pariter incurrisse; nec a censuris huiusmodi a quoquam, nisi a Nobis, seu Romano Pontifice prò tempore existente (praeterquam in mortis articulo, et tunc cum re incidentia in easdem censuras eo ipso quo convaluerint) absolvi ac liberarì posse; ac insuper inhabiles et in capaces esse qui absolutionis benefici um consequantur, donec omnia quomodolibet attentata publice retractaverint, revocaverint, cassaverìnt et aboleverint, ac omnia in pristinum statum plenarie et cum effecto redintegraverint, vel alias debitam et condignam Ecclesiae, ac Nobis, et huic Sanctae Sedi satisfactionem in praemissis praestiterint. Idcirco illos omnes, etiam specialissima mentione dignos, nec non illorum successores in officiis a retractatione, revocatione, cassatione et abolitione omnium ut supra attentatorum per se ipsos facienda, vel alias debita et condigna Ecclesiae, ac Nobis, et dictae S. Sedi satisfactione realiter et cum effectu in eisdem praemissis exbibenda, praesentium Litterarum, seu alio quocumque praetextu, minime liberos et exemptos, sed semper ad haec obligatos fore et esse, ut absolutionis beneficium obtinere valeant, earumdem tenore praesentium decernimus et pariter declaramus.
Dum autem hanc muneris Nostri partem, tristi Nos urgente necessitate, moe rentes implemus, minime obliviscimur, Nosmetiptos illius hic in terrìs vicariam operam agere, quinon vult mortem peccatoris sed ut convertatur et vivat; quique in mundumvenit quaerere, et salvum facere quod perierat. Quapropter io umilitate cordis Nostri ferventissimis precibus Ipsius misericordiam si ne intermissione imploramus et exposcimus, ut eos omnes, in quos ecclesiasticarum poenarum severitatem adbibere coacti sumus, divinae suae gratiae lumine propitius illustret, atque omnipotenti sua virtute de perditionis via ad salutis tramitem reducat.
Decernentes, praesentes Litteras, et in eia contenta quaecumque, etiam ex eo quod praefati, et alii quicumque, in praemissis interesse habentes, seu habere quomodo libet praetendentes, cuiusvis status, gradus, ordinis, praeeminentiae, et dignitatis existant, seu alias specifica et individua mentione et expressione digni, illis non consenserint, sed ad ea vocali, citati ed auditi causaeque, propter quas praesente emanaverint, sufficienter adductae, verificatae, et iustificatae non fuerint, aut ex alla qualibet causa colore pretextu, et capite, nullo unquam tempore de subreptionis vel obreptionis, aut nullitatis vitio, intentionis Nostrae, vel interesse habentium consensus, ac alio quocumque defectu no tari, impugnari, infringi, retractari, in controversiam vocari, aut ad terminos iuris reduci, seu adversus illas aperitionis oris, restitutionis in integrum aliudve quodcumque iuris, facti, vel gratiae remedium intentari vel impetrari, aut impetrato, seu etiam motu, sci enti a, et potestatis plenitudine paribus concesso, et emanato, quempiam in iudicio, vel extra illud uti, 8eu iuvari ullo modo posse; sed ipsas praesentes Litteras semper firmas, validas, et efficaces existere et fore, suosque plenarios et integros effectus sortiri, et obtinere ac ab illis, ad quos spectat, et prò tempore quandocumque spectabit inviolabiliter, et inconcusse observari: sicque et non aliter in praemissis per quoscumque iudices ordinarios et delegatos, etiam causarum Palatii Apostolici Auditores, et S. R. E. Cardinales, etiam de Latere Legatos, et Sedis praedictae Nuncios, aliosve quoslibet quacumque praeeminentia et potestate fungentes, et functuros, sublata eis et eorum cuilibet quavis aliter iudicandi et interpretandi facultate et aucto ritate, iudicari, et definiri debere; ac irritum et inane, si secus super bis a quoquam quavis auctoritate sci e n ter vel ignoranter contigerit attentari.
Non obstantibus praemissis, et quatenus opus sit, Nostra et Cancellariae Apostolicae regula de iure quaesito non tollenda, aliisqueConstitutionibus et Ordinationibus Apostolicis, nec non quibusvis etiam iuramento, confirmatione Apostolica, vel quavis firmi late alla roboratis statutis et consuetudinibus, ac usibus et stylis etiam immemorabilibus, prìvilegiis quoque, indultis, et Litteris Apostolicis praedictis, aliisque quibuslibet Personis etiam quacumque ecclesiastica vel mundana dignitate fulgentibus, et alias quomodo libet qualificatis, et specialem expressionem requirentibus sub quibuscumque verborum tenoribus et formis, ac cum quibusvis etiam derogatoriarum derogatoriis, aliisque efficacioribus, efficacissimis, et insolitis clausulis, irritantibusque, et aliis Decretis, etiam motu, scientia, et potestatis plenitudine similibus et consistorialiter, et alias quomodo libet in contrarium praemissorum concessis, editis, factis ac pluries itera tis et quantiscumque vicibus approbatis, confirmatis, et innovatis. Quibus omnibus et singulis, etiamsi proillorum sufficienti derogatone de illis eorumque totis tenoribus specialis, specifica, expressa, et individua, ac de verbo ad verbum, non autem per clausulas generales idem importantes, mentio, seu quaevis alla expressio habenda, aut aliqua alla exquisita forma ad hoc servanda foret, tenores huiusmodi, ac si de verbo ad verbum, nil poenitus omisso, et forma in illis tradita observata, exprimerentur et insererentur, praesentibus prò piene et sufficienter expressis et insertis habentes, illis alias in suo robore permansuris, ad praemissorum effectum hac vice dura taxat specialiter et expresse derogamus, et derogatum esse volumus, ceterisque contrariis quibuscumque non obstantibus.
Cum autem eaedem praesentes Litterae ubique, ac praesertim in locis, in quibus maxime opus esset, nequeant tute publicari, uti notorie constat, volumus illas, seu earum exempla ad valvas Ecclesiae Lateranensis, et Basilicae Principia Apostolorum, nec nonCancellariaeApostolicae, Curiaeque Generalis in Monte Citatorio, et in Aciae Campi Florae de Urbe, ut moris est, affigi, et publicari, sicque publicatas et affixas omnes et singulos, quos illae concernunt, perinde arctare, ac si unicuique eorum nominatim et personaliter intimatae fuissent.
Volumus autem ut earumdem Litterarum Transumptis, seu exemplis, etiam impressis, manu alicuius Notarii Publici subscriptis, et sigillo alicuius Personae in dignitate ecclesiastica constitutae munitis eadem prorsus fides ubique locorum et gentium, tam in iudicio quam extra illud, ubique adhibeatur, quae adbibe retur ipsis praesentibus, se si forent exhibitae vel ostensae,
Datum Romae apud S. Petrum sub Annulo Piscatoria die XXVI martii anno MDCCCLX.
Pontificatus Nostri Anno Decimo Quarto.
Lo + co Sigilli
PIVS PP. IX.
Anno a Nativitate Domini MDCCCLX. Indici. III. che vero 29 martii Pontificatus SS. in Christo Patris et Domini Nostri Domini PII Divina Pro videntia PAPAE NONI Anno XIV, praesentes Litterae Apostolicae affixae et publicatae fuerunt ad valvas Basilicarum Lateranensis et Vaticanue, Cancellariae Apostolicae, ac Magnae Curiae Innocentianae atque in Acie Campi Florae per me Aloisium Serafini Apost. Curs.
PHILIPPUS OSSANI, Magis. Curs.
Leviamo dallaGazzetta Ufficiale del Regno, del 18 di marzo la relazione dell'arrivo in Torino del cavaliere Farini, sfrondandola da certe frasi officiali che non dicono bene nel nostro giornale.
È giunto in Torino il cavaliere Luigi Carlo Farini per presentare a S. M. i documenti del suffragio universale delle popolazioni parmensi, modenesi e romagnole. La stazione della ferrovia di Genova era stata elegantemente adobbata. Piazza Cariò Felice, Via di Porta Nuova, Piazza S. Carlo, via Nuova e Piazza Castello erano parate di vessilli e di arazzi ai colori nazionali. La milizia nazionale faceva il servizio d'onore.
Alle 12 1|4 il cav. Farini è arrivato. Lo ricevevano alla Stazione il Sindaco e la giunta municipale di Torino, ed accompagnato dal primo magistrato municipale si recava in carrozza scoperta ali'Albergo Trombetta. '
Poco prima delle 4 il marchese di Breme, senatore del regno e gran mastro delle cerimonie, si recava in carrozza di Corte ali'Albergo Trombetta, e conduceva il cav. Farini al Palazzo Reale, dove lo introduceva alla presenza di S. M. il Re.
Il cav. Farini ha pronunziato il seguente discorso:
«Sire!
«Ho l'onore di deporre nelle mani di Vostra Maestà i documenti legali del suffragio universale dei popoli dell'Emilia.
«La Maestà Vostra, che ne sentì pietosamentele grida di dolore,ne accolga benignamente il pegno di gratitudine e di fede.
«Appagati de' legittimi voti, quei popoli, o Sire, non avrannoaltrodesiderio che quello di benemeritare della Maestà Vostra e dell'Italia emulandonelle civili e nelle militari virtù gli altri popoli della Vostra Monarchia Costituzionale».
S. M. il Re si è compiaciuto rispondere:
«La manifestazione della volontà nazionale, di cui Ella mi arreca l'autentica testimonianza, è così universale e spontanea che riconferma appieno alcospetto dell'Europa, e in tempi e condizioni diverse, il voto espresso altre volte dalle assemblee dell'Emilia. Tale insigne manifestazione mette suggello alle prove d'ordine, di perseveranza, di amor patrio e di saggezza politica, che in pochi mesi meritarono a quei popoli la simpatia e la stima di tutto il mondo civile.
«Accetto il solenne loro voto, e di quind'innanzi mi glorierò dichiamarli miei popoli.
«Aggregando alla Monarchia costituzionale di Sardegna e pareggiando alle altresue provincie non solo gli Stati Modenesi e Parmensi, ma eziandio leRo magne che già ai eranoda se medesimeseparate dalla signoria Pontificia, io non intendo di venir meno a quella devozione verso il capo venerabile della Chiesa, che fu e sarà sempre viva nell'animo mio. Come principe cattolico e come principe italiano io sono pronto a difendere quella indipendenza necessaria al supremo di lui ministero, a contribuire allo splendore della sua Corte e a prestare omaggio all'alta sua sovranità.
Il Parlamento sta per adunarsi. Questo accogliendo nel suo seno i rappresentanti dell'Italia centrale insieme con quelli del Piemonte e della Lombardia, assoderà il nuovo Regno e ne assicurerà viemaggiormente la prosperità, la libertà e l'indipendenza.
S. M. il Re è salito sul trono, avendo a suo fianco S. A. R. il Principe di Carignano, e circondato dagli EE. Cavalieri dell'ordine supremo della SS. Annunziata, dai Ministri di Stato, dai Ministri Segretari di Stato, dai componenti il Ministero precedente, dal Primo Presidente e dai Presidenti di sezione dei Consiglio di stato, dal Primo Presidente e Presidenti di sezione della Corte dei Conti, dal Primo Presidente, Presidenti di classe ed Avvocato Generale della Corte di Cassazione, del Primo Presidente, Presidenti di classe ed Avvocato Generale della Corte d'appello, dal Presidente del Tribunale di Circondario, ed Avvocato Fiscale Provinciale, dal Presidente del Tribunale di Commercio, dal Rettore della R. Università, dai Presidi delle, varie Facoltà, dal Primo Segretario del G. Magistero e Primo Uffic. dell'ordine Mauriziano, dai segretari generali e Direttori gen. dei Ministeri, dal Governatore e Vice Governatore della provincia di Torino, dal Sindaco e dalla Giunta Municipale della città, dal Generale della Guardia Nazionale e dal Capo di Stato-Maggiore, dagli Uffiziali generali dell'Esercito e dai Componenti la Real Corte.
S. M. il Re ha quindi firmato il Decreto, con cui a cominciare da oggi le Provincie dell'Emilia sono dichiarate parte integrante del nostro Stato. Una salve di 101 colpi di cannone ha dato annunzio al pubblico, che in gran folla era raccolto in Piazza Castello e nel cortile della Reggia, del grande atto che si compiva.
Il cav. Farini era ricondotto all'Albergo in carrozza di Corte.
VITTORIO EMANUELE II
re di Sardegna, di cipro b di Gerusalemme, ecc. ecc. ecc.
Visto il risultamento della votazione universale tenutasi nelle Provincie dell'Emilia, dalla quale risulta essere generale volo di quelle popolazioni di unirsi al nostro Stato;
Udito il Nostro Consiglio dei Ministri;
Abbiamo decretato e decretiamo:
Art. 1° Le Provincie dell'Emilia faranno parte integrante dello Stato dal giorno della data del presente decreto.
Art. 2. Il presente decreto verrà presentato al Parlamento per essere convertito in legge.
I nostri Ministri sono incaricali dell'esecuzione del presente decreto, il quale, monito del sigillo dello Stato, sarà inserto nella Raccolta degli Atti del Governo e pubblicato nelle Provincie dell'Emilia.
Dat. Torino, addì 48 marzo 1860.
VITTORIO EMANUELE
Il Presidente del Consiglio per gli Affari Esteri e Reggente il Ministero dell'Interno
C. CAVOUR. Il Ministro di Grazia e Giustizia
G. B. CASSINIS. Il Ministro di Guerra e Marina M. FANTI. Il Ministro delle Finanze F. S. VEGEZZI Il Ministro dell'Istruzione Pubblica T. MAMIANI. Il Ministro dei Lavori Pubblici JASINI.
Poiché laPerseveranza,laGazzella di Milano,ilMovimentodi Genova, ecc. pubblicarono la protesta del duca di Modena, crediamo lecito anche a noi di ristampare questo documento. Il Movimentovi premette alcune parole, per dire che il linguaggio di Francesco l'non dee sorprendere, perché egliè nato e cresciuto nel mondo del diritto divino. LaGazzetta di Milanodopo di aver chiamato Francesco l'exduca di Modena, chiama la sua protestaprotesta Modenese.
Arciduca d'Austria, principe Reale d'Ungheriaedi Boemia
Per la grazia di Dio
Duca di Modena, Reggio, Mirandola, Massa, Carrara, Guastalla, ecc. ecc.
I fatti sopraggiunti negli ultimi giorni d'aprile 1859 nel granducato di Toscana, e l'atteggiamento della Sardegna, divenuta allora più apertamente ostile a nostro riguardo, avendoci costretto a concentrare le nostre forze militari, allontanandole da quella parte del Ducato che è limitrofa tra quei due Stati, noi protestammo, il 14 maggio 1859, contro l'iniqua usurpazione di quelle provincie che il governo piemontese non tardò a compiere immediatamente dopo la partenza delle nostre truppe.
Gli avvenimenti della guerra in Lombardia, la rivoluzione di già consumata a Parma, l'imminenza di quella delle legazioni, la violazione del nostro territorio dal lato della frontiera di Toscana dalle truppe francesi, ci costrinsero a ritirarci colla maggior parte delle nostre truppe dal resto dei nostri Stati, convinto dell'impossibilità di mantenervici Come sovrano indipendente a fronte dei nostri nemici, immensamente superiore in numero e in mezzi.
La fazione rivoluzionaria, diretta e sostenuta in ogni guisa dal governo sardo, giunse a rovesciare la reggenza da noi istituita con nostro decreto in data dell’11 giugno 1859; e un commissario piemontese s'impossessò ben tosto del potere e si pose alla testa della rivolta. Allora noi pubblicammo a Villafranca, il 22 giugno 1859, una seconda protesta, nella quale, pure segnalando le spogliazioni commesse dal governo di Sardegna a pregiudizio dei nostri diritti di sovranità, noi ce ne riportammo alle dichiarazioni già emesse sulla nullità degli atti emanati da qualunque siasi governo al potere dei nostri Stati che da noi non venisse, e ce ne appellammo alle Corti amiche alleate.
L'armistizio di Villafranca avendo messo un termine alle ostilità tra l'Austria e la Francia, le Potenze belligeranti stabilirono i preliminari di pace, che in seguito col trattato di Zurigo furono portati all'altezza di stipulazioni solenni, e, tanto nei primi quanto nel secondo, fu apertamente e incontestabilmente convenuto il ristabilimento della nostra sovranità, in guisa che i nostri diritti n'ebbero una luminosa ed ulteriore sanzione.
Tutti sanno come il governo francese incagliò, co' suoi atti e colle sue interpretazioni, la possibilità della nostra ristorazione, e come il governo sardo, quantunque segnatario anch'egli del trattato di Zurigo, continuò slealmente per mezzo de' suoi organi e de' suoi rappresentanti, qualunque fosse il loro nome; a disporre da padrone del nostro Stato e ad assimilarlo al suo.
Il recente decreto d'annessione, che si dà la premura di far comparir come fosse la conseguenza di votazione in virtù d'un supposto suffragio universale, e che stendendosi all'Emilia abbraccia anche i nostri Stati, mette il colmo alla serie degli atti ingiusti ed illegali, coi quali si giunge a toglierci la sovranità di coi abbiamo il retaggio dai nostri antenati dopo che questi l'avevano esercitata da parecchi secoli: sovranità che in seguito ad avvenimenti analoghi ai fatti attuali, fa, nel trattato di Vienna del 1815, riconosciuta e reintegrata in favore della nostra famiglia da tutta l'Europa allora felicemente coalizzata e trionfante della rivoluzione.
Crediamo adunque adempiere ad uno dei più sacri doveri protestando, come protestiamo ancora una volta in faccia all'Europa, contro un simile atto che infrange i nostri diritti, basato com'è sulla violenza, e dopo che si profittò delle vittorie d'un potente alleato per giungere ad un ingrandimento da lunga mano anelato e preparato con mezzi dolosi ed ingannevoli; contro un atto basato sopra un principio opposto a qualunque sistema dinastico; contro un atto insomma che difetta nella sua esecuzione di ogni garanzia di buona fede, stante che è stato concepito, seguito e controllato da quelli medesimi che avevano escluso il voto in favore del potere legittimo e preesistente; da quelli, diciamo, che, appoggiati ad una numerosa forza armata costantemente tenuta nei nostri
Stati, impiegarono l'inganno, l'intimidazione onde esercitare una pressione opprimente sul voto popolare.
Le truppe fedeli che ci seguirono sul territorio di S. M. l'Imperatore d'Austria, il quale le ha accolte in una maniera così generosa ed ospitaliere; queste truppe che non cessano di serbare una fede ed una devozione incrollabile; il numero delle persone distinte, che colla loro volontaria emigrazione protestarono contro il cambiamento di denominazione dei nostri Stati; il numero ancore più grande di quelli che subirono la prigionia, vessazioni d'ogni maniere e la perdita dei loro impieghi, oche diedero spontaneamente la loro demissione dalle pubbliche cariche, esponendosi alle privazioni piuttosto che rinnegare ai loro principii o mancare ai loro doveri di sudditi fedeli, l'allontanamento di qualsiasi partecipazione alle attuali condizioni, col quale la gran maggioranza delle classi più elevate di Modena ed il clero si distinsero; finalmente le frequenti manifestazioni di fedeltà che si manifestarono nelle campagne, nonostante l'attivissima sorveglianza, e sebbene fossero immediatamente represse, sono altrettante prove che questo preteso suffragio universale, al quale l'usurpazione sarda vuol dare un'apparenza di legalità, non è che il risultato di quella perfidia e di quel costringimento, che distinsero sino dal principio la condotta del governo piemontese e de' suoi adepti.
Questa solenne dichiarazione, che noi facciamo anche per i nostri successori, ha principalmente in mira di protestare contro qualunque attacco ai diritti della sovranità, che per ordine di discendenza ci competono, e che dalle Potente europee sono stati sanzionati e garantiti. Protestiamo ancore contro le spogliazioni subito, contro le usurpazioni consumate, contro il suffragio universale a tal fine adottato o simulato, contro i danni che ne abbiamo patiti e contro quelli che ancore avremo a patirne, finalmente contro le perdite ed i pregiudizi, ai quali, in conseguenza di tali atti ingiusti ed illegali, potrebbe essere esposta la parte fedele dei nostri sudditi.
Abbiamo ricorso e ci spelliamo ancore una volta alle Potenze garanti dei trattati, sicuri, come siamo, che non ammetteranno mai né il diritto del più forte, né la teoria del supposto suffragio universale; poiché un tale principio, quantunque presentemente applicato ad un piccolo Stato (i cui diritti per altrosodo tanto sacri quanto quelli dei più grandi) potrebbe in seguito per analogia di ragione estendersi a tutti gli altri, e attaccare così tutte le monarchie dell'Europa.
Penetrato dei sentimenti del nostro dovere verso i nostri sudditi fedeli, dichiariamo finalmente che le avversità non ci faranno mai rinunciare ai nostri diritti di sovranità sui nostri Stati; e, convinto così di disimpegnarci degli obblighi che la Provvidenza divina ci ha affidati, attendiamo i futuri avvenimenti, fermi nella speranza che la giustizia di Dio metterà un termine alle macchinazioni, delle quali gli Stati ed i popoli sono le vittime, assicurando un giorno il trionfo della buona causa.
Vienna, 22 marzo 1860.
Firm. FRANCESCO.
Nella pubblicazione di certi documenti siamo costretti, nostro malgrado, ad aspettare che i giornali ministeriali ci precedano, giacché, essendo noi in balìa del ministero, non sappiamo ornai ciò che sia lecito pubblicare o ciò che si debba tacere. IlJournal des Débatsrecava la protesta della S. Sede contro l'incorporazione delle Romagne al Piemonte, ed oggidì trovandola noi ristampata dall'Opinioni, crediamo di poterla ripubblicare.
A coloro che ridono di tali proteste inermi ricordiamo ciò che Cesare Balbo diceva nella Camera dei Deputati, il 28 di febbraio del 1849, alludendo a Pio VII ed al primo Napoleone: «Quel protestare e non riconoscere e non cedere mai di quel Papa, quei Cardinali, quei Prelati, quei Preti allorac03ìdisprezzati, furono quelli che mi rivelarono la vigoria di quella istituzione cadente in apparenza». Ora si legga: più tardi si vedrà che Balbo diceva giusto.
Dal Vaticano, 24 marzo.
Le mene del partito rivoluzionario, diventato più audace durante l'ultima guerra, hanno raggiunto lo scopo, al quale esso aspirava da lungo tempo: la ribellione degli Stati centrali della Penisola e delle Romagne, e l'ingrandimento del Piemonte mediante la spogliazione dei principi legittimi. In mezzo a questi dolorosi avvenimenti la fiducia che alti riguardi per la religione e la giustizia avrebbero posto un argine al progresso del male, non diminuiva punto nell'animo del Santo Padre. Ciò non ostante, non si tenne conto de' più sacri diritti, e si mandò ad effetto la spogliazione di Una porzione dei dominii della Santa Sede. Con un decreto fatto a Bologna il primo giorno di questo mese, i popoli dell'Emilia furono obbligati ad esprimere il loro voto in favore del Piemonte. Tutti i mezzi, tutte le violenze e mille astuzie ai posero in opera, affinché il voto risultasse corrispondente allo scopo premeditato. Coll'accettazione del 18 marzo il re Vittorio Emanuele pose il colmo al dolore del Santo Padre, che vide la Chiesa spogliata del suo dominio temporale da un principe cattolico, erede del trono di monarchi illustri per la loro santità.
Il Santo Padre, mosso dall'obbligo che gli incombe di custodireedifendere il diritto della sovranità temporale, ha dato ordine al sottoscritto segretario di Stato di protestare contro la violazione dei diritti incontestabili della Santa Sede, cheS. 8. intende mantenere nella loro integrità, non riconoscendo e dichiarando nullo, e con ciò usurpatorio e illegittimo quanto si fece e si farà in quelle provincie.
Il movimento de' cattolici, che si è manifestato fino dai primi attentati contro il dominio temporale, persuade il Santo Padre che i sovrani non vorranno riconoscere questo atto di usurpazione sacrilega e fraudolenta.
Il Segretario di Stato pregando V. S. di portare a cognizione del suo governo questa protesta, deve pure aggiungere che il Santo Padre spera che non gli mancherà la cooperazione del vostro governo, perché abbia un giorno a cessare la spogliazione, contro la quale reclama altamente il diritto delle genti.
Leggesi nell'Opinione: e Riceviamo la protesta della duchessa Maria Luisa contro l'annessione di Parma, che ci affrettiamo a pubblicare.
«INoi Maria Luisa di Borbone, reggente pel duca Roberto I gli Stati Parmensi.
«In virtù dei fatti or ora compiutisi negli Stati del duca Roberto nostro amato figlio, e risguardando particolarmente ai pretesi voti emessi illegalmente nei giorni 41 e 12 del marzo scorso, e all'usurpazione degli Stati stessi in oggi consumata per la loro annessione allo Stato vicino,
«Noi consideriamo come sacro il dovere di elevare di nuovo le nostre proteste.
«Noi protestiamo dapprima.
«Contro il preteso diritto di dedizione, proclamato in favore delle popolazioni, nuovo incoraggiamento messo in opera per sottrarle all'obbedienza dei governi costituiti.
«Contro i procedimenti del Re di Sardegna per ottenere ad ogni preso io suo favore le manifestazioni delle popolazioni del ducato.
«Contro la violenza imposta dagli agenti del governo piemontese al popolo parmigiano. Conosciamo di lunga mano i veri sentimenti degli abitanti del ducato; ne abbiamo avute assai prove in memorabili circostanze durante la nostra reggenza, ed anche negli ultimi tempi: sono essi di attaccamento all'autonomia del paese, di fedeltà al loro sovrano legittimo. Egli è sotto l'intimidazione delle minaccio, sotto la corruzione del raggiro e l'oppressione del terrore; egli è in conseguenza dei giuramenti al re Vittorio Emanuele stati imposti sotto pena di destituzione agli impiegati d'ogni sferanell'amministrazione: egli è per Io scoraggiamento generale cagionato dai nove mesi di procurate incertezze e di sofferenze perigliose. Egli è con questi mezzi che si poterono strappare da un numero considerevole di individui le manifestazioni di un suffragio già anteriormente falsato. Opera dell'estero, contraria agli interessi permanenti delle popolazioni come ai diritti della sovranità, all'indipendenza dello Stato, queste manifestazioni non ponno avere alcun valore morale, e perciò le dichiariamo nulle e di niun effetto.
«Noi protestiamo in seguito
«Contro l'annessione degli Stati del nostro amatissimo figlio ai dominii della Casa di Savoia, che questa ha di presente accettata e compiuta, e pertanto non protestiamo meno
«Contro gli atti di accettazione e presa di possesso dei detti Stati che
«Contro chiunque co' suoi consigli od aiuti ha concorso a promuoverla e ad effettuarla.
«Quest'annessione è una violazione flagrante dei trattati europei, di tutti i principii di diritto delle genti e della inviolabilità degli Stati e delle corone.
«Quest'annessione non potrebbesi mai ripetere come una conseguenza legittima della guerra; e noi intendiamo respingere sempre e sovratutto gli erronei ragionamenti che vennero architettali dal governo piemontese, falsando il senso dei trattati puramente difensivi tra il ducato di Parma e l'Austria, e snaturando i fatti per trarre il ducato alla condizione di Potenza belligerante nel conflitto insorto fra l'Austria da una parte, la Francia ed il Piemonte dall'altra, e così procacciarsi un titolo apparente e farne soggetto di conquista.
Ognuno perfettamente conosce che dal momento in cui la guerra è stata dichiarata, la nostra condotta irrevocabile e i nostri perseveranti sforzi non hanno avuto altro scopo che quello di tutelare al possibile l'indipendenza ed il benessere dei nostri popoli, serbandosi in un'attitudine di neutralità. Questa neutralità, quale la permettevano i trattali, ma però vera e legittima, venne violata per l'entrare delle truppe estere a Pontremoli. Noi abbiamo protestato allora; e non ci siamo allontanali dagli Stati nostri, se non quando le nostre proteste non sono state più sufficienti a proteggere i sacri diritti di nostro figlio.
«La nostra neutralità a' appoggia a solidi argomenti di diritto e di fatto, che valsero a far riconoscere e riservare nel trattato di Zurigo il diritto del Duca di Parma. Essa è, cionullameno, sempre superiore alle condizioni ed alle vicissitudini di quel trattato. Basata nel diritto delle genti, non è soggetta a perire.
«Ora il diritto del duca Roberto sugli Stati di Parma è antico, riconosciuto, riconfermato ed intiero. Fu garantito dalle Potenze europee coi trattati del 1815 e 10 giugno 1817. Ottenne implicitamente conferma dal Re di Sardegna pei trattati internazionali seguiti da quell'epoca in poi, e notevolmente pel trattato di pace stipulato tra l'Austria ed il Piemonte, il 6 agosto 1849, al quale il duca di Parma per l'art. 5 fu invitato]ad aderire, ed ha aderito. Esso non può, secondo i principii riconosciuti finora e propugnati in Europa, essere surrogalo da un preteso diritto di suffragio popolare; meno ancora dal diritto illimitato dei popoli di darsi ad un sovrano estero.
«Per conseguenza l'offerta degli Stati di Parma che il governo piemontese ha procacciata al Re di Sardegna con mezzi rivoluzionari, la loro accettazione e la loro annessione or consumata pel decreto del re Vittorio Emanuele del 18 marzo 1860 sono atti di colpevole e odiosa spogliazione a detrimento del nostro amatissimo figlio il duca Roberto I e suoi successori.
E noi, madre, tutrice e reggente, riprotestiamo, nell'interesse della nostri dinastia e della popolazione degli Stati di Parma, contro tutti i suddetti atti ingiusti, come contro tutte le loro conseguenze.
E senza attendere l'esame, a cui le Potenze d'Europa potrebbero sottomettere anche per l'art. 9 del trattato di Zurigo, le nuove condizioni fatte all'Italia, noi ci appelliamo alle dette Potenze, chiediamo il loro appoggio, e ci rimettiamo con confidenza alla loro equità, e alla giustizia di Dio.
La presente protesta sarà notificata a tutte le Potenze segnatane dei trattati del 1815 e 1817, così come alle altre Corti amiche.
Zurigo; 28 marzo 1860.
Luisa m. p.
L'Austria ha fatto presentare alla nostra Corte una protesta contro le recenti annessioni, trasmettendola poi a tutte le Corti d'Europa accompagnala da una circolare. Ecco la circolare e la protesta:
Vienna, 25 marzo 1860.
Nel corso dall'anno passato noi ci trovammo parecchie volte obbligati a richiamare la seria attenzione dei gabinetti sugli atti del governo piemontese, che tendevano ad una violenta perturbazione dello Stato territoriale esistente in Italia e dei trattati che costituiscono la base del diritto pubblico in Europa.
Questi atti ebbero la loro conclusione nei decreti di S. M. il Re di Sardegna, delli 18 e 22 corrente, in forza dei quali gli Stati di Toscana, Modena, Parma e Romagna vennero annessi al Piemonte.
L'Imperatore, nostro augusto signore, limitandosi per ora(dans ce moment) a protestare contro questi alti, i quali non solo distruggono l'organamento politico d'Italia, a fondare il quale concorsero tutte le Potenze europee nei negoziati dell'anno 1815, ina costituiscono eziandio tante flagranti violazioni dei diritti guarentiti in specialità all'Austria dai predetti trattati, è persuaso di dar prova di una moderazione, la quale senza dubbio sarà apprezzata dai governi ai quali sta a cuore la conservazione della pace generale.
Noi abbiamo protestato contro i predetti decreti d i annessionemediantela inchiusa nota, che sarà trasmessa al gabinetto di Torino dalla cortesia della regia legazione prussiana.
Io prego V. S., sig........ a leggere questo dispaccio e la notainclusa alsignor ministro degli affari esteri ed a rilasciargliene copia. Aggradite, ecc.
Firm. Recheberg.
Al corte Brassier de Saint Simon a Torino
Vienna, 25 marzo 1860.
Con decreti di S. M. il Be di Sardegna, in data 18 e 22 corr., gli Stati di Parma, Modena, Toscana e Romagna vennero annessi al Piemonte.
Considerando che per l'articolo 98 detratto finale del Congresso di Vienna del 9 giugno 1815, i diritti di successione e di riversibilità appartenenti alle famiglie arciducali austriache rispetto al ducato di Modena, Reggio e Mirandola, come pure ai principati di Massa e Carrara, vennero mantenuti intatti; — che per l'art. 7 del trattato di Parigi del 40 giugno 1817, conchiuso tra le corti d'Austria, di Spagna, di Francia, della Granbretagna, di Prussia e di Russia, in esecuzione dell'art. 99 del predetto atto finale del Congresso di Vienna, venne espressamente confermata la riversibilità dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, come alava convenuta nel trattato austro-sardo del 20 maggio 1815, perii caso di estinzione della linea dell'infante Don Carlo Lodovico: — che, con un articolo dei preliminari di Vienna, 3 ottobre 1735, confermato dal trattato definitivo del 28 agosto 1736, il granducato di Toscana venne guarentito alla Casa di Lorena, quale compendo per il grande sacrificio da essa fatto colla cessione degli antichi suoi Stati: — che l'articolo 100 dell'atto del Congresso di Vienna ha confermate quelle disposizioni e quelle garanzie; — che per i preliminari di Villafranca, ai quali ha preso parte S. M. Sarda, venne stabilito che il Granduca di Toscana ed il Duca di Modena avessero a ritornare nei loro Stati; che, per l'art. 19 del trattato di pace conchiuso a Zurigo, il 10 novembre 1859, tra l'Austria e la Francia, venneroespressamenteriservati i diritti del Granduca di Toscana, del Duca di Modena e del Duca di Parma;
Considerando finalmente che i predetti decreti di annessione sono in diretta opposizione al complesso di queste disposizioni;
L'Imperatore, mio augusto Sovrano, non fa che usare di un evidente diritto, e non adempie se non ad un imperioso dovere, protestando solennemente contro i detti decreti e contro tutte le conseguenze che potessero derivare dai medesimi a danno dell'augusta sua Casa e de' suoi Stati, e riservandosi espressa mente tutti i diritti guarentiti all'Austria in questo proposito dai trattati europei.
Io ho l'onore di pregare l'E. V. di voler partecipare al signor Presidente del Consiglio di Sua Maestà Sarda questo dispaccio, lasciandone copia.
Aggradite, ecc.
Firm.: Rechberg.
Pubblichiamo la protesta del Granduca di Toscana contro le annessioni. È un importantissimo documento per la storia de' nostri tempi.
«Sino a tanto che, nel doloroso periodo trascorso dal 27 aprile 1859 sino ad oggi, ci fu dato sperare che il vero amore della patria, il sentimento del giusto e dell'onesto, il rispetto dei trattati, la parola del sovrano riuscirebbero ad arrestare il corso dell'opera perturbatrice, che, sotto il pretesto della felicità dell'Italia è sul punto di comprometterla nella più seria guisa, ci siamo con tutto il riguardo astenuti d'intervenire in questo grave dibattimento, sicuro che la prima parola che avremmo indirizzata al nostro popolo, sarebbe una parola d'intiero obblio del passato e di reciproca felicità per l'avvenire.
«Ma gli atti compiuti dall'abile cospirazione che, all'ombra del trono della Savoia, ha inviluppalo nelle sue reti tutta l'Italia centrale e sacrificato ad una ambizione dinastica quanto vi è di più sacro sulla terra, c'impongono il dovere d'innalzare la nostra voce di sovrano italiano e d'appellarsene alle Potenze europee, tanto nell'interesse dei nostri diritti violati, quanto in quello dei nostri amati Toscani e dell'intiera nazione.
«Quando nei primi giorni del 1859 i dissensi tra la Francia e la Sardegna da una parte, e l'Austria dall'altra, furono giunti al punto che dovevasi considerare probabile l'apertura delle ostilità, il governo granducale, fedele alla politica già da lui seguita in analoghe circostanze, propose ai gabinetti di. Vienna, di Parigi e di Londra la neutralità del suo paese, la quale, dalla prima accettata, era in via d'essere riconosciuta dagli altri, quando sopraggiunsero gli avvenimenti del 27 aprile.
«All'azione diplomatica venne allora a sostituirsi l'azione rivoluzionaria da lunga mano preparata dal governo piemontese, come lo constata l'arrivo a Firenze, alla vigilia del 27 aprile nella sera e nel mattino di detto giorno, d'individui, i quali, allora al servizio sardo, vennero a dirigere la rivoluzione e prendere il comando delle truppe del granducato.
«Il nostro augusto padre, il granduca Leopoldo II, si trovò in tal guisa ad un tratto in faccia alle imperiose esigenze della rivoluzione. Egli comprendeva che la sorte della guerra di già dichiarata non dipendeva punto del tutto dall'atteggiamento della Toscana, e che la neutralità reclamata avrebbe meglio garantiti gli interessi dello Stato qualunque fosse l'esito di quella gran lotta. Cionondimeno desiderando di evitare le discordie intestine,chiamòa sé il marchese di Lajatico, che la voce pubblica designava come l'uomo più accettabile per riuscire ad una conciliazione, lo incaricò della formazione del nuovo gabinetto e gli affidò la condotta politica interna ed esterna, che in sì gravi congiunture gli sembrasse la più conveniente. Il marchese di Lajatico accettò la missione e uscì dal palazzo Pitti col mandato di compierla.
«Il luogo e i consiglieri che andò a consultare per rispondere all'atto di fiducia del suo sovrano, furono la legazione di Sardegna ed i capi dell'insurrezione che vi avevano stabilito il loro quartiere generale.
È là che si deliberò la dimanda di abdicazione di S. A. I. e R. il granduca Leopoldo II; e il marchese di Lajatico, il quale, come mandatario del principe, doveva difendere e mantenere la sua autorità, non credette mancare facendosi latore della nuova proposizione.
«La dimanda d'abdicazione formolata nel momento istesso, in cui il principe accedeva alle esigenze messe avanti dai fautori della rivoluzione, lo mise in uno di quei casi supremi, in cui non si può prender consiglio che dalla propria dignità, la cui difesa implica quella degli interessi reali della nazione.
«S. A. I. e R. ricusò d'accettare queste ingiuriose proposizioni, e dopo aver protestato davanti al corpo diplomatico contro la violenza che gli era stata fatta, prese il solo partito possibile nella sua situazione, quello cioè di ritirarsi da un paese ove gli s'impediva l'esercizio della sua autorità sovrana, e ove gli era interdetto di pubblicare i suoi decreti.
«Gli avvenimenti della guerra riuscirono all'armistizio ed ai preliminari della pace di Villafranca, li quali, espressamente acconsentiti da S. M. il Re di Sardegna, portavano che i sovrani allontanati dalla rivoluzione rientrerebbero nei loro rispettivi stati, per far parte di una Confederazione italiana, che farebbe entrare la nazione nel diritto pubblico europeo.
«Allora, nel nobile desio di cancellare la traccia d'antichi dissensi e per togliere qualunque protesta agli agenti di discordia, S. A. I. il duca Leopoldo II abdicò liberamente la corona il 25 luglio, e quasi tutta l'Europa ci riconobbe come sovrano legittimo della Toscana. Da quel giorno siamo stati investiti di un sacro diritto, ed avevamo consacrata tutta la nostra vita all'amato nostro popolo di Toscana, il cui avvenire era ormai garantito dai saggi provvedimenti di libertà interna e d'organizzazione federale contenuti nel programma di S. M. l'imperatore Napoleone.
«Il trattato di Zurigo, firmato da S. M. il Re di Sardegna, venne ad aggiungere una nuova consacrazione ai diritti riconosciuti a Villafranca, ma tra i preliminari di Villafranca e le stipulazioni di Zurigo avvenne un nuovo fatto. Le autorità rivoluzionarie della Toscana, docili schiave del governo ambizioso, dal quale traevano la loro illegale origine, avevano di già proceduto alla convocazione di una assemblea destinata a votare arbitrariamente l'annessione della Toscana al Piemonte.
«Così travolgendo tutti i principii del diritto pubblico, un governo che la parola e la firma del suo Re obbligavano a prestarci il suo appoggio, o almeno a serbare verso noi una stretta neutralità, disconosceva i sacri doveri della sua posizione fino a suscitare contro il ristabilimento della nostra legittima autorità una manifestazione faziosa, di cui doveva raccogliere i frutti; e mentre l'imperatore Napoleone, fedele alle sue promesse, porgeva dinanzi al corpo legislativo e in faccia all'Europa consigli di moderazione e di prudenza al suo reale alleato, questi, profittando della presenza dell'armata francese, che fece passare in faccia al mondo come complice delle sue usurpazioni, proseguiva sino all'estremo la sua politica invaditrice e astuta, il cui ultimo termine doveva essere l'annessione.
«In presenza a simili fatti non possiamo più tacere. Noi dovevamo protestare eprotestiamo a tutt'uomo di nostra convinzione contro atti colpiti di nullità nel loro principio e nelle loro conseguenze.
«Protestiamo contro la violazione dei trattati, contro indegne manovre riprovate dalla scienza pubblica.
«Protestiamo contro questo nuovo procedere di usurpazione territoriale per mezzo d'assemblee popolari che, se fossero ammesse nel diritto delle nazioni, scuoterebbero tutti i fondamenti, sui quali l'indipendenza di ciascun Stato e l'equilibrio della società europea riposano.
«Ce ne appelliamo a tutti i sovrani dell'Europa personalmente nella nostra causa interessati.
«Ce ne appelliamo alla rettitudine dell'imperatore dei Francesi, il quale non ha potuto vedere senza profondo rammarico la riuscita di quelle colpevoli imprese consumate all'ombra del suo nome e della sua spada.
€ Ce ne appelliamo particolarmente a voi, nostri amati Toscani, che, per più di un secolo, avete goduto sotto il governo di nostra famiglia una prosperità di cui eravate giustamente alteri, imperocché era opera vostra, poiché era il risultato della vostra fedeltà e del vostro attaccamento alle vostre istituzioni.
«Se in questi ultimi tempi si è potuto traviare le vostre menti e sorprendere la vostra buona fede, egli é persuadendovi che l'annessione al regno di Sardegna vi renderebbe pili forti e proteggerebbe più fermamente la vostra indipendenza.
«Disingannatevi su questo punto.
«Per difendere la sua indipendenza contro i vostri possenti vicini, l'Italia non ha altra forza che l'azione morale del diritto pubblico o l'accordo di tutta la nazione. Ma siffatto accordo da sì gran tempo desiato, lo rendete voi medesimi impossibile partecipando alla formazione di uno Stato centrale che di già sveglia le giuste diffidenze d'una parte dell'Italia e prepara un funesto antagonismo. Voi separate la nazione invece di riunirla; e il giorno in cui l'ambizione e la violazione vorranno tentare al mezzogiorno ciò che è riuscito al centro, laguerracivile dilanierà ancora una volta le nostre contrade, e la sventurata Italia ritornerà ad essere preda delle invasioni.
«Se la Provvidenza sembrava avere riservata alla nostra nazione, tra tutte la gloriosa missione di ravvicinare tutti i membri della patria comune, di formarne un sol fascio e d'inaugurare in somma la Confederazione italiana, è a voi, o Toscani, che questo compito era certamente devoluto. Invece, coll'annessione diventate i membri d'un nuovo Stato, il cui spirito particolarmente amministrativo e militare niente ha di comune colla grandezza dei vostri ricordi, e Firenze, la città delle arti, la regina letteraria dell'Italia non sarà più che un capoluogo d'un dipartimento piemontese.
«Ma, grazie a Dio, la ragione del popolo non può restare a lungo pervertita a questo punto: questi subitanei cambiamenti apportati nella vita delle nazioni dall'errore e dall'intrigo, non potranno avere conseguenze durevoli; e la vostra virtù ritemperata nel dolore che l'annessione vi prepara, vi assicura più tardi migliori destini.
«Nel mio triste esiglio, cari ed amati Toscani, serbo la memoria di tuttele testimonianze d'affetto edirispettodavoi ricevuti; anchedalungiassistoe prendo parte alle vostre sofferenze. Ringrazio dal fondo del mio cuore i molti amici che danno ogni giorno nuove prove del loro inalterabile attaccamento ai miei interessi, e della loro confidenza nello avvenire.
«Verrà giorno, in cui l'ingiustizia che mi ha colpito avrà il suo termine, e quel giorno mi troverà pronto a consacrarvi tutte le forze della mia esistenza. «Dresda, 24 marzo 1860.
«FERDINANDO».
(Pubblicato l'11 aprile 1860)
Lors de la discussion d'une pétition sur l’échelle mobile le Sénat continua la discussion à un'autre séance. Il ne serait pas convenable que la discussion actuelle fut circonscriteà une demi-séance. Plusieurs orateurs inscrits n'ont pas pris la parole; différentes questions, qui n'ont pas étà abordées, peurrait être traitées... Il serait intéressant d'entendre à leur tour les militaires qui avaient demandés à prendre part à la discussion: ces généraux ont étà à Rome, ils connaissent l'état de l'Italie»
(Le Marquis de ' Boissv, Senato Francese,tornala del29di marzo).
Il Senato francese consacrò la tornata del 29 di marzo 1860 all'esame delle petizioni che gli erano state presentate, affinché si adoperasse per indurre il governo a sostenere la causa del Santo Padre e difendere l'integrità del suo dominio temporale. IlMoniteurcontro il suo costume, pubblicò il testo medesimo dei discorsi recitati da' Senatori in quella tornata.
Preziosa discussione sarebbe stata se il Senato francese con piena indipendenza e con assoluta libertà avesse potuto esaminare i seguenti punti; 1° delle cause della rivoluzione romagnola; 2° se v'ebbe parte il governo imperiale? 3° perché non fu possibile la ristaurazione Pontificia nelle Romagne; 4° dei doveri verso il Santo Padre che incombono alla Francia come Potenza cattolica, come Potenza incivilitrice, come potenza intervenuta nelle cose italiane.
Ma non fu lecito l'addentrarsi in questi punti, per varie ragioni: e per l'indole de' Senatori, la cui maggioranza disdegna le discussioni serie e profonde, che possono menomare la pace che gode su quei comodissimi e lucrosi seggioloni; e per la volontà del governo che, se consentiva qualche parola, non permetteva certo né di addurre ogni maniera di argomento, né di protrarre la disputa oltre il tempo determinato.
Così mentre il Senato francese avea prima speso due buone tornate per ventilare una petizione relativa alla scala mobile, potà appena consacrare mezza tomaia alle petizioni che avevano suscitato una questione eminentemente cattolica, eminentemente francese, eminentemente sociale. Detti appena alcuni discorsi, si gridò ai voti, ai voti; la chiusura la chiusura.
Il marchese di Boissv domandò che continuasse la discussionenell'interesse tanto bonapartista, quanto cattolico. Aveano parlato appena appena i Cardinali; il generale Gémeau aveva chiesto fin dai principio della tornala la facoltà di parlare, e non l'aveva ottenuta; volevano parlare altri militari, quelli in ispecie che erano stati in Roma, e conoscevano le condizioni d'Italia; ma tutto fu inutile. La discussione venne chiusa nel meglio, e a ciò dobbiamo forse la pubblicazione dei discorsi fatta dalMoniteur.
Quanta differenza tra la discussione della questione romana nell'Assemblea repubblicana del 1849 e nel Senato imperiale del 1860! Allora si consacravano ben tre tornate a sì grave argomento, quelle del 18, del 49 e del 20 d'ottobre, e Carlo Maria Curci raccogliendone in un prezioso volume i discorsi scriveva la pili splendida apologia del governo temporale dei Papi. Ma il 29 di marzo del 1860 lamezza tornatadel Senato imperiale ci diè ben poco; tuttavia anche quel poco vuol essere raccolto, divenendo molto per la condizione dei tempi.
Erano state presentate al Senato francese 42 petizioni, sottoscritte da 6342 persone, le quali chiedevano instantemente l'intervento del Senato in favore del potere temporale della S. Sede e dell'indipendenza del Capo della Chiesa». Parigi aveva presentato otto petizioni con 34 3 firme. La petizione di Marsiglia, stampata a gran numero di copie, recava 4517 sottoscrizioni. Un'altra petizione dello spartimento di Tarnet-Garonne non aveva che 467 sottoscritti; questi però dichiaravano «ch'essi avrebbero potuto comprovare l'assenso comune con un gran numero di firme, ma che hanno amato meglio arrestarsi ad un limite che lasciando alla loro petizione tutto il peso di un atto in armonia coll'opinione generale del paese, gli toglie la possibilità di essere un soggetto d'agitazione od inquietudine». Due petizioni, portanti i numeri 72 e 122, emanavano, la prima dal Vescovo di Montauban, l'altra dal Vescovo di Carcassona e dal suo Clero.
Ecco il testo della petizione dei Parigini: «Signori Senatori: — A termini dell'art. 25 della costituzione che ci regge, il Senato è il guardiano del patto fondamentale e delle libertà pubbliche. La più essenziale delle libertà pubbliche è la libertà di coscienza. La libertà di coscienza pei cattolici ha per condizione indispensabile la stessa indipendenza dell'augusto Capo della Chiesa. Ora la guarentigia dell'indipendenza del Papa è la sua sovranità temporale, la più rispettabile delle sovranità. Qualsiasi intrapresa contro questa sovranità è un'intrapresa contro la libertà delle nostre coscienze. 1 sottoscritti hanno l'onore di domandarvi, signori Senatori, di compiacervi, in virtù del diritto che vi è conferito dall'art. 25 della Costituzione, d'intervenire presso il governo affinché, fedele alle gloriose tradizioni della figlia primogenita della Chiesa, faccia uso della sua influenza a prodi tutti i diritti temporali della Santa Sede».
La petizione di 162 abitanti di Lione aggiungeva: «Che i cattolici mal comporterebbero con ragione di vedere introdurre nel diritto pubblico d'Europa, e contro il potere che regge la loro coscienza, il principio sovversivo della legittimità, della sommossa e dell'indegnità del sovrano. Che, se non è sempre possibile, utile o politico l'intervenire colle armi, è sempre facile di non accordare la. sanzione del diritto a fatti che son riprovati ugualmente dalla giustizia e dalla storia, dall'onore dei governi e dall'interesse dei popoli».
I petenti di Marsiglia ponevansi, in nome degl'interessi cattolici, sotto la protezione dell'art. 45 della Costituzione, che autorizza tutti i cittadini ad indirizzarsi al Senato allorquando circostanze difficili loro sembrassero esigere le manifestazioni delle proprie convinzioni e dei proprii voti. Nulla è tanto saggio, aggiungono essi, quanto questa fiducia del legislatore, il quale provoca così in modo legale e regolare l'espressione del pensiero pubblico; ma nulla altresì sarebbe tanto da condannarsi quanto la timidezza o la debolezza che, in un'occasione solenne, temesse di ricorrere al primo Corpo dello Stato per far giungere ai piè del trono le inquietudini di una grande nazione. Lo stato delle cose in cui gli eventi hanno posto la Francia e la Chiesa è una di queste occasioni solenni. I sottoscritti credono compiere ad un dovere di religione, d'onore e di patriottismo supplicando il Senato a compiacersi di voler essere il loro organo presso l'alta saggezza di S. M.».
Leggevasi infine in altre petizioni: «Si è invano che, per sottili distinzioni, si vuol separare il poter temporale del Sommo Pontefice dal suo potere spirituale: il buon senso, la storia e la tradizione della Chiesa si uniscono per attestare che l'indipendenza del Capo della nostra fede sta congiunta colla sua sovranità temporale, e che ledendo questa sovranità si turba tutto ad un tempo l'esercizio della sua autorità spirituale e la tranquillità delle nostre coscienze».
La prima Giunta delle petizioni incaricava il signor de Rover di riferire su tutte queste, e la relazione veniva presentata nella tornata del 24 di marzo. Il relatore osservava che in forza del decreto del 31 dicembre 1852 l'esito delle petizioni non poteva essere che questo; o rimandarle al ministro degli affari esteri ed al ministro dei culti, o passare all'ordine del giorno puro e semplice. Proponeva al Senato quest'ultima soluzione, giacché il governo imperiale avea proclamato altamente il rispetto ai diritti temporali del Papa;eia rivoluzione delle Romagnesfuggiva interamente all'azione della Francia ed alla responsabilità del suo governo.
Nellamezza tornatadel 29 di marzo incominciò a parlare il marchese di Gabriac, e sostenne la giustizia e l'opportunità delle petizioni. Tracciò la storia dei presenti tumulti, e ne addossò la colpa al governo piemontese il quale si appoggia su di un partito potente in Italia, perché molto più energico dei suoi avversari, e perché a suo talento può dispensare le speranze illimitate, di cui dispone ogni partito rivoluzionario».
Detto come avvenisse la guerra e come terminasse, accennò di quanto dolore fosse a' rivoltosi la pace di Villafranca; come poi tornasse al ministero piemontese il conte di Cavour che chiamava, al pari di Mazzini,il Capo del partito unitario;come si compissero le annessioni, e come per unanecessaria compensazionetoccasse all'Impero francese la Savoia e la Contea di Nizza. Il marchese di Gabriac godeva sopratutto dell'acquisto della Savoia. «La Savoia in specie, che nutre un popolo guerriero e generoso, che fe' la forza dell'esercito piemontese, è una preziosa conquista per la Francia;e le assicura un'influenza dominante in Italia». Gravi parole, che meritano d'essere ben ponderate dai Piemontesi e dagli altri Italiani.
Il marchese di Gabriac chiedeva che questainfluenzacominciasse ad adoperarsi dal governo francese in favore del Papa. Osservava, la rivoluzione delle Romagne non essere che il cominciamento di altre rivoluzioni. Gli unitari pretendere Roma, e ripetere con Mitridate: A Roma, miei figli, noi vogliamo andare; per ora mascherarsi e dissimulare, ma contro Roma combinare i loro attentati, e voler non solo diminuire, ma pienamente distruggere la sovranità temporale dei Papi «la quale è necessaria, indispensabile, al Pontefice per esercitare con indipendenza le sue sublimi funzioni, e poter essere con imparzialità ed autorità il centro ed il dottore del Cattolicismo».
Le petizioni, conchiudeva il marchese di Gabriac, chiedono che il governo francese non riconosca in diritto le recenti annessioni: non veggono altri infuori di Napoleone III che sia potente ad arrestare il corso della rivoluzione, e 'lo scongiurano ad adoperare perciò la sua forza; la quale domanda ha uno scopo religioso e politico ad un tempo: religioso perché mette in salvo l'indipendenza del S. Padre; politico perché provvede agli interessi della Francia.
Dopo il marchese di Gabriac parlò il Cardinale Donnet in favore delle petizioni, poi il sig. Tourangin contro; chiese di parlare il gen. Gémeau, e non l'ottenne; parlò il Cardinale Mathieu, il signor Dupin, il barone di Crouseilhes, il Cardinale Morlot, Monsignor di Mazenod, ecc. In un secondo articolo daremo l'analisi di questi discorsi.
Dopo il marchese di Gabriac parlò il Cardinale Donnet, il quale esordì osservando che, sebbene altre volte il potere temporale dei Papi sia stato assalito, raramente gli assalti provocarono in tutto l'orbe cattolico un esempio così imponente di proteste, uno slancio così generoso di resistenza morale come nella crisi presente. «Certo, diceva l'emmentissimo Senatore, noi siamo lontani dai giorni, in cui una querela di scuola, o qualche cosa di più grave ancora potea portare dei germi di divisione nel seno della Chiesa. Tra que' giorni e i nostri venne la persecuzione, come la fiamma che purifica l'oro, e il sangue de' Pontefici corse lavando il passato, fecondando l'avvenire, e cementando l'unione imperitura della Chiesa intorno al suo Capo.
Premessa questa consolantissima osservazione, il Cardinale Donnet avvertiva che i Vescovi, i quali seggono nel Senato francese, doveano difendere «la libertà della Chiesa minacciata nella sovranità temporale del suo capo con qualche cosa di più che lagrime e preghiere». Avvertiva che il Senato francese, tutore degli interessi religiosi e morali della Francia, doveva levarsi «contro la violazione di un diritto, che, consumala pervia della rivolta, mettea in pericolo il potere di tutti i principi, e lo stesso ordine sociale». Avvertiva, che nella questione romana v'avea qualche cosa di più che un interesse dinastico, o la causa di un popolo. V'avea l'interesse del mondo cattolico, la causa di ducento milioni di Cristiani, la libertà delle loro coscienze. Imperocché se, a detta dei sig. Thiers, la cui autorità venne citata nelle petizioni di Lione, non v'ha indipendenza pel Pontificato che nella sovranità, è diritto e dovere dei cristiani il protestare contro tuttociò che potrebbe diminuire questa sovranitàmedesima.
Il signor Rover nella sua relazione sulle petizioni, che ilfoglio ufficialedel conte di Cavour si affrettò a pubblicare per intero, aveva detto che la fede non correva nessun pericolo ed era fuori di questione. Al che rispose il Cardinale Donnei, che la causa della sovranità temporale del Papa implicando la sua indipendenza e la libertà della Chiesa, per questo verso, era questione essenzialmente religiosa.
Il sig. Rover avea soggiunto che l'imperatore Napoleone III erasi per lo innanzi dimostrato favorevole alla religione; e da ciò il Card. Donnet argomentava che per essere consentaneo a se medesimo dovrebbe l'Imperatore fare oggidì quello che già fece nel 1849. «Chi avrebbe pensato, esclamava il Cardinale, non dirò undici anni fa, quando riconducevamo da Gaeta nella capitale dei suoi Stati Pio IX, ma pochi mesi sono quando i Vescovi innalzavano al cielo i loro voti pel trionfo delle nostre armi, chi avrebbe pensato che ai nostri cantici di ringraziamento succederebbero così presto gli accenti di dolore del Padre comune dei fedeli!»
Il signor Rover avea attribuito l'insurrezione delle Romagne alla partenza degli Austriaci da quelle contrade. Ma il principe Napoleone non dichiarò d'aver obbligato gli Austriaci a partire? Dunque, argomentava il Card. Donnet, indirettamente almeno vuolsi attribuire alle mosse dell'esercito francese la rivoluzione romagnola. «E se l'Italia ingrata continua a mostrarsi accanita contro una Potenza, che un patriota italiano chiamava la sola grandezza vivente del suo paese, la Francia essendosi in certa guisa incaricata dei destini della Penisola, non può starsene in disparte per lasciar compiere gli avvenimenti».
Di questa guisa l'eloquente Cardinale incalzava il signor Rover, combattendone tutti i sofismi, e toccando della cessione della Savoia e Nizza, francamente notava lo sfregio che verrebbe alla Francia qualora potesse dirsi in Europa, che questa conquista e fu il prezzo delle Romagne tolte per mezzo di un'insurrezione al loro legittimo possessore l»
L'illustre oratore conchiudeva che non tutti sono capaci di discutere la questione del dominio temporale del Papa «ma che tutti hanno la coscienza che qualche cosa si prepara contro la più rispettabile autorità di questo mondo, e che le conseguenze ne saranno funeste per tutti Laonde eccitava il Senato a provvedere.
Dopo l'È. mo Donnet parlò il signor Tourangin, dichiarando il suo affetto alla causa del S. P. e della Chiesa, ma tuttavia votando contro le petizioni, perché era impossibile che Napoleone III e restasse indifferente per la più grave, la più difficile e la più dellcata quistione». Certo che egli resti indifferente non crediamo, ma che sia amico non oseremo dire!
Alle poche parole di quest'oratore tenne dietro il discorso del Card. Mathieu, il quale dimostrò che per tre ragioni principali dovevansi rimettere al ministero le petizioni: 1° Pel rispetto dovuto al Papa. Come? diceva il Cardinale, colpiremo coll'ordine del giorno una petizione che riguarda il nostro Padre nell'ordine spirituale, il nostro Capo nel cammino dell'eternità?» 2° Per l'interesse medesimo del governo. Se vuole il governo francese sostenere i diritti incontestabili del Papa, non dev'essere lieto di sapere che tale è pure il desiderio del popolo francese che ve lo spinge? 3° Per la pace pubblica.
Non può dissimularsi l'agitazione che regna in Francia. Per calmarla il governo ha proibito la pubblicazione delle Circolari dei Vescovi; ha proibito la distribuzione anche gratuita degli opuscoli in favore del Papa; ha proibito le prediche dei sacerdoti.
Non ostante l'agitazione continua, anzi le misure abbracciate, massime nella loro esecuzione, contribuirono ad accrescerla.
E qui il Cardinale Mathieu entrò a dire delle vessazioni della polizia francese; e la storia vuole che si conservi letteralmente il seguente periodo del suo discorso. Per gli opuscoli in difesa del Papa bisognò fare ricerche ed inquisizioni, e tale uomo povero delle campagne che s'era trovato d'averne un certo numero d'esemplari tra le mani, ha subito due interrogatorii. Si fecero visite domiciliari; si andò nelle scuole, si apersero gli scrigni de' ragazzi, s'interrogarono, ai fecero loro quelle domande che richiedevano le ricerche. Quale perturbazione 1 Quale inquietudine! Riguardo agli ecclesiastici, se non si fosse proceduto che contro i rei, il male sarebbe stato minore. Ma si volle prevenire, sapere, informarsi, e allora fu necessario raccomandarsi agli uomini infimi della società, ed è sotto l'ispezione di questi uomini, voglio credere onesti, ma poco elevati, pochi istrutti, che si trovano i pastori delle nostre campagne! Oh quale piaga! E chi potrà scandagliare le conseguenze di una simile posizione?»
E il Cardinale conchiudeva essere necessario un pronto rimedio a quest'agitazione, né potersene ritrovare altro che prestarsi ai voti de' cattolici, prendere a cuore la causa del Santo Padre, difendere il dominio temporale, combattere la rivoluzione che lo minaccia, dissipare i giusti timori de' buoni francesi.
Le quali idee vennero tosto ribadite dal Cardinale Gousset, che parlò di poi, mostrando che nessun danno potea provenire al governo imperiale dal prendere in considerazione le petizioni in favore del Santo Padre; laddove, se il Senato le trascurasse, ne potrebbero derivare degli inconvenienti, dei gravi inconvenienti. «Sarebbe doloroso, diceva il Cardinale Gousset, che il primo Corpo dello Stato sembrasse indifferente in una questione che importa sovranamente ai cattolici ed a noi tutti, qualunque siamo, imperocché riguarda la fede, la religione, la giustizia, il diritto pubblico europeo».
Allora prese a parlare Andrea Dupin, e il suo discorso veniva riprodotto il 10 di aprile dal foglio ufficiale piemontese, il quale colla sua solita buona fede non faceva motto né dei discorsi che l'avevano preceduto, né di quelli che lo seguirono. Noi diremo alcune parole della cicalata del Dupin, la quale non istordì nessuno, perché quèst'oratore è sempre dalla parte di chi ha in mano la forza e gli onori. Qusndo, il 5 di agosto del 1851, nell'Assemblea nazionale Dupin disse:Nessuno porta maggior rispetto all'autorità religiosa di quello che io faccia, tutta l'assemblea diè in uno scoppio di risa, come nota ilMoniteur Universel, del 6 di agosto 1851. Dopo il trionfo del Papa, state certi che Dupin gli sarà favorevole. Egli nel 1830 propugnava idirittidella Casa d'Orleans al trono di Francia; nel 1848 propugnava idirittidella nuova Repubblica: ora propugna idirittidel Buonaparte e del colpo di Stato. E domani?
Come proemio a ciò che diremo del suo discorso, ci sia lecito di riferire il ritratto che Luigi Cormenin, nel suoLibro degli Oratori, fece del Dupin:
«Il camaleonte che cangia colore mentre il contempli; l'uccello che dà in mille giravolte e sfugge; il disco della luna che s'invola agli occhi di chi loriguarda col telescopio; la navicella che sopra un mare agitato sale, discende e ricompare sull'onde; un'ombra che passa, una farfalla che vola, una ruota che gira, un lampo che guizza, un suono che si perde, tutti questi paragoni non sono che un'imperfetta idea della rapidità di sensazioni e della mobilità di spirito di Dupin» (Timon,Livre des Orateurs, tom. n, pag. 211, 17°édition). E tale doveva essere l'avvocato di una politica che Pio IX definìuna serie d'ipocrisie, e un ignobile quadro di contraddizioni.
Il signor Dupin esordì confessando che i Cardinali avevano parlato condignitàconmoderazione,e compiutoun dovere. Dunque èdoverede' Cardinali e degli uomini di Chiesa difendere l'integrità del dominio temporale del Papa. E perché noi sarà pei cattolici? — Confessò ancora il sig. Dupin ch'egli non volevacontestare alla S. Sedele Romagne, epperò riconosceva i diritti del Papa. Ma con quale coscienza potea poi assumere le difese di chi aveva violati questi diritti? — Confessò finalmente il sig. Dupin che la questione romana avea eccitato tale e tanta commozione, a cui mai non si vide l'eguale:Nous n'avons jamais vu de pareilles émotions se produire dans la catholicité. E il sig. Dupin che tanto rispetta il preteso voto delle Romagne, perché poi non tien nessun conto del voto del cattolicismo?
Anche Luigi XIV, osservava l'oratore, assalì il dominio temporale del Papa, e ilClero di Francia non se ne dolse. Ma questo che cosa prova? Prova una vittoria di Pio IX in Francia, dove il signor Dupin vede l'ultramontanismo il più sfrenato,cioè il più puro cattolicismo. Anche noi cattolici abbiamo fatto i nostri progressi!avea prima esclamato il Card. Donnet; e la perfetta unione de' cattolici francesi col Papa è un vero e salutare progresso. Il gallicanismo ornai bisogna ricercarlo tra i rigattieri e ne' discorsi del signor Dupin; il quale attribuendoUniversla colpadell''ultramontanismopredominante in Francia, ha fatto di quel giornale il più solenne panegirico.
Avrebbe voluto il sig. Dupin che contro i Vescovi francesi si procedesseper abuso di potere. Se Napoleone III l'avesse fatto, in ciascun Vescovo di Francia sarebbesi vista la fermezza, che già apparve, sotto Luigi Filippo, nel Cardinale di Lione. E poi? E poi il sig. Dupin non dovrebbe dimenticare che a suo tempo anche la rivoluzione procedette contro la monarchia di luglio perabuso di potere, e suonata l'ora stabilita dalla giustizia di Dio, l'orleanese raccolse ciò che avea seminato.
Il signor Dupin si dolse che le pie istituzioni francesinon autorisées par la loissposassero le parti del Papa; e deplorò leconfraternite, che si infiltrano perfino negli opifizi. Ah! non vi piace lo spirito religioso che spira nel cuore degli operai? Ebbene estinguetelo, e che cosa ne avrete? il comunismo e il socialismo del 1848. — Osservò il signor Dupin, che fu necessario proibire i giovani soldati di frequentare le scuole dei Fratelli, per preservarli dalcontagia dell'ultramontanismo. Saranno più valorosi i giovani soldati se impareranno dai «gallicani a disprezzare il Papa?
— Finalmente deplorò, il signor Dupin, che in tutte le chiese di Francia si fosse pregato per Pio IXsans autorisation du gouvernement. Ci vorrà dunque il permesso di Napoleone III per pregare Domineddio!
Su tutte queste preghiere, che sono altrettante petizioni, la Provvidenza passò all'ordine del giorno, e lasciò compirsi fatti, che senza dubbio erano nel suoi eterni disegni». Così il signor Dupin, con frizzo volteriano; e ilMoniteur nota a questo puntosensazione prolungata e viva approvazione. Ma noi diremo all'oratore e a chi lo applaude ciò che già fu detto a Cesare;Non siamo ancora a sera; i fatti non sono ancoracompiuti. Gli eterni disegni della Provvidenza si riveleranno a suo tempo, e voi, signor Dupin, colle vostre bestemmie ne affrettate lo svolgimento, perché osate rendere il giustissimo Iddio risponsale delle iniquità degli uomini!
Il sig. Dupin parlò della spedizione di Roma nel 1848 e 1849, levandola a cielo. «Noi abbiamo conquistato gloriosamente Roma a spese del sangue francese e ricondotto trionfalmente il Papa nella sede del Cattolicismo, rimettendolo nel Vaticano. Ecco uno di que' splendidi fatti, che non possono uscire dalla memoria dei cuori cattolici; uno di quegli alti fatti che la storia scriverà a giusto titolo tra legesta Dei per Francos». Benissimo detto. Ma non trovate una contraddizione tra il Bonaparte del 1848, e quello del 1860? Non trovate una rassomiglianza tra l'opera di Mazzini e l'opera di Cavour? Perché allora ristorare il dominio temporale del Papa, e dieci anni dopo scalzarne le fondamenta?
Pio IX ha una colpa agli occhi del sig. Dupin, imperocché fu più contento € dell'Austria che sottoscrisse un Concordalo ultramontano, che della Francia attaccata ancora alle sue libertà gallicane». State a vedere che il Papa dovrebbe anteporre i figli scapestrati, che si sottraggono al l'autorità della Chiesa, e la rendono schiava sotto l'ipocrito nome dilibertà,a divoti figli, che ne riconoscono i sacrosanti diritti!
L'Austria è cagione della rivolta delle Romagne, perché gli Austriaci abbandonarono il Papa. Così ripete il sig. Dupin, facendo eco al signor Rover. Ma se l'Austria ebbe torto di ritirarsi dalle Romagne, perché la Francia non ne emendò l'errore coll'impedire la rivoluzione? Perché rispettò la rivolta? Perché forse la favorì?
Vox popoli, vox Dei, esclama il signor Dupin, parlando del preteso suffragio universale delle Romagne. Ma perché non sarà invecevoce di Dio quella commozione della cattolicità,a cui per confessione del signor Dupin, non videsi mai nulla di simile ne' tempi andati.
Finalmente l'oratore, dopo di averci rappresentato Pio IX come una vittima del Cardinale Antonelli, e fatto giuoco della sua politica, osava protestare il suo rispetto al Papa,rispetto cristiano, rispetto cattolico,Ipocrisia! Ipocrisia! Voi insultate, non rispettate Pio IX. È egli che parla, e non il Cardinale Antonelli, che ne eseguisce gli ordini, come fedele e coraggioso ministro. Rispetterebbe Napoleone III chi lo dicesse incatenato dal sig. Thouvenel?
Queste osservazioni, e molte altre che noi tralasciamo, avrebbero fatto i Cardinali senatori al signor Dupin, se non fosse stata strozzala ladiscussione. Il barone di Crouseilhes, che parlò di poi confutò il Gallicano colle parole di Bossuet.
«I Papi troveranno, diceva il Vescovo di Meaux, que' caritatevoli vicini che il Papa Pelagio II avea speralo». E perché Pio IX non li trovò in Napoleone III? Monsignor di Mazenot potà dire appena poche parole per avvertire il Senato che, trascurando le petizioni de' cattolici francesi, siecciterebbe tra loro il piùgrande malcontento; e signori, continuava con fatidico accento l'illustre Prelato, dal malcontento al disamore non corre gran tratto; e questo sarebbe una grande disgrazia, imperocché importa molto al governo di regnare sui cuori».
Ma irumorisoffocarono la voce di Monsignor di Mazenod; le gridaai voti la closure, la closure!si fecero udire da ogni parte; i cattolici non poterono difendere più a lungo né se stessi, né il loro Santo Padre. Si votò, e tocca alla storia raccogliere i nomi dei Senatori che votarono in favore del Papa. Sono i seguenti:
S. Em. il Card. Mathieu, S. Em. il Cardinale Donnet, S. Em. il Card. Gousset, S. Em. il Cardinale Morlot, il conte di Béarn, il marchese di Boissv, il conte Francesco Clarv, il barone di Crouseilhes, il barone Dupin, il marchese di Gft bréc, il generale Giameau, S. Gr. Mona. Mazenod, il generale Montréal, il Duca di Padova, il generale Rostolan, Amedeo Thaver.
L'11 di aprile del 1860 il Corpo legislativo francese entrava a discutere la questione romana sollevata da un discorso dell'eloquente e coraggioso deputato il visconte Anatolio Lemercier. In quel giorno il Corpo legislativo dovea approvare il disegno di legge, che riduceva il contingente della leva del 1859 da 140,000 uomini a soli 100,000. La leva ordinaria in Franciaèdi 80,000 uomini. L'anno passato, quasi al rumore del cannone, il corpo legislativo, per ragione della guerra, aumentava questa cifra sino a 140,000 uomini. Per la pace di Villafranca il governo francese non si valse di tale facoltà, ed ultimamente propose che la leva accordata venisse ridotta da 140,000 a soli 100,000 per dare una prova de' suoi pacifici intendimenti.
Il visconte Lemercier, discutendo questo disegno di legge, stimò opportuno di esaminare la questione della pace. «Se la pace è sicura, diceva egli, come il governo sembra credere ed io desidero, non è a 100,000 ma a 80,000 uomini che la cifra del contingente dovrebbe venir ricondotta, e si è per tale motivo che, d'accordo con parecchi de' miei colleghi, ho presentato alta Giunta un temperamento in questo senso». Di qui il visconte Lemercier trasse argomento per gettare un'occhiata sull'Italia,dove la pace è più minacciata, etrattare la questione romana. Ecco gran parte del suo discorso tolto dalMoniteurdi Parigi: «Quale fu la politica seguita dopo l'elevazione di Pio IX dai governi di luglio, e da quello della repubblica? Questa politica consisteva nell'incoraggiare il Santo Padre nella via delle riforme, via nella quale questo Pontefice erasi così generosamente incamminato; aiutarlo nelle sue resistenze alle esagerazioni dellaGiovine Italia, e bilanciare ad un tempo l'influenza assolutista dell'Austria e l'influenza rivoluzionaria dell'Inghilterra, rivelata dalla famosa missione di lord Minto.
Questo movimento di riforme moderate, nel quale era entrato il governo Romano, fu violentemente arrestato dalla rivoluzione col trionfo di un partito, i cui membri non rifuggono davanti a nessuna violenza, e non si fermano nemmeno davanti all'assassinio. Tutti ricordano il deplorabile attentato contro il ministro di Pio IX, il conte Rossi, e la fuga, divenuta il solo scampo del Capo venerato della Chiesa, assediato nel suo palazzo. In questa circostanza il governo della Francia s'affrettò a salvare il Papa, poi a ristabilirlo sul suo trono, affine di non essere prevenuto in questo compito da un'altra nazione cattolica; e si è a questa saggia condotta, si è a questi incoraggiamenti dati alla politica liberale del S. Padre che sono dovuti ilmotu propriodel 1849, e la promulgazione delle libertà provinciali e comunali, come pure lo stabilimento della consulta delle finanze.
«A questa politica liberale il governo imperiale restò fedele fino a questi ultimi tempi. Epperò nella tornata del 30 di aprile 1859 il presidente del Consiglio di Stato prometteva davanti il Corpo legislativo — che il governo prenderebbe tutte le misure necessarie, acciocché la sicurezza e l'indipendenza della S. Sede fossero assicurate in mezzo alle agitazioni, di cui l'Italia potea divenire il teatro. — E il 2 del maggio successivo il ministro dei culti in una sua circolare protestava che i diritti del S. Padre verrebbero sempre trattati con grande rispetto. Finalmente l'Imperatore nel suo proclama del 4 di maggio s'esprimeva così: e Noi non andiamo in Italia a fomentare la discordia e scrollare il potere temporale del Santo Padre, che noi abbiamo rimesso sul suo trono, ma a toglierlo dalla pressione straniera che si aggrava sulla Penisola, ed a contribuire a fondarvi l'ordine sopra interessi legittimamente soddisfatti».
«Voi non ignorate, signori, che poco dopo l'epoca a cui si riferiscono questi documenti, taluni credettero di ravvisare una certa deviazione nella politica della Francia, deviazione i cui sintomi principali erano: i termini del proclama di Milano, l'entrata del corpo misto del principe Napoleone nei Ducati, ed il proclama di questo Principe, la presenza delle navi francesi in Ancona, le mene dei signori Pepoli e Cipriani, e finalmente lo sgombro delle Romagne. Tuttavia io mi sentii assicurato contro siffatti timori dai preliminari di Villafranca, in cui sono riconosciuti i diritti del Papa ed anche quelli dei Duchi, dalla nota dell'8 settembre, dalla pace di Zurigo e dalla convocazione del Congresso. Ma dopo la pubblicazione dell'opuscolo:Le Pape et le Congrès, una nuova politica venne adottata dal governo. Questa politica è tale da assicurare la continuazione della pace? Ecco la questione che io mi propongo d'esaminare, come quella che è intimamente connessa colla determinazione del contingente dell'esercito. «Da prima, quali sono gli eventi che fecero cangiar politica al governo? Il Congresso era sul punto di riunirsi, perché farlo andare a monte? Nulla eravi di più facile che restituire le Romagne al Papa.
Bastava il dire al Piemonte che la Francia non presterebbe la mano all'annessione, o piuttosto all'usurpazione delle Romagne, ed esigere dal governo Piemontese che richiamasse gli autori delle mene da esso assoldati. 1 Romagnoli, lasciati a se stessi, sarebbero stati lieti di riporsi sotto l'autorità del S. Padre: del che vi basti una sola prova; io dico, il viaggio trionfale che, tre anni or sono, fece il S. Padre in quelle provincie, ove si vedeva accolto di città in città, di villaggio in villaggio cori vere ovazioni.
«Quale dunque fu il motivo di questo cangiamento di politica? Noi so: ed è perciò che ne sono impensierito, e come cattolico, e come uomo politico. 1 cattolici sono inquieti perché l'annessione delle Romagne suscita in tutta la sua estensione la questione del dominio temporale del Papa. Sono convinto che nessuno in questa Camera contesterà la necessità di questo dominio; giacche tutti capiscono che se il Papa non fosse principe, gli converrebbe dipendere da un'altra potenza, e quindi non sarebbe che il suddito di un monarca: e perciò perderebbe ogni prestigio del suo potere verso coloro che non sono sudditi dello stesso Sovrano. Del resto poi è evidente che gli argomenti, che si adducono riguardo alle Romagne, militano del pari per tutte le altre possessioni della S. Sede, per Roma stessa; ed è perciò che la notizia dell'annessione delle Romagne al Piemonte scosse da un capo all'altro l'Europa.
Ho veduto con piacere che il governo ha permesso la pubblicazionein extensodel rendiconto della tornata del Senato, ove ai è dibattuta la questione delle petizioni de' cattolici; e fo voti perché i dibattimenti del corpo legislativo sieno liberi dagli incomodi vincoli (del rendiconto ufficiale. In quella discussione uno degli oratori ai permise di dire che questa commozione dell'Europa per l'annessione delle Romagne al Piemonte fu una mena di partito, lo dirò che i cattolici non sono uomini di partito per ciò che spetta alla religione, giacché voi trovate lo stesso pensiero negli Inglesi, negli Americani, ne' Belgi, negli Alemanni ecc. Niuno dirà che sono uomini di parte quelle parecchie centinaia di vescovi, che da tutte le parti del mondo levarono la voce a, difesa dell'indipendenza del Capo della Chiesa. Se la commozione fu grande, si è perché i cattolici tutti videro che questa non è una mera questione politica, ma una questione religiosa; si trattava cioè dell'indipendenza del Capo della Chiesa».
Qui l'esimio oratore viene a sciogliere le obiezioni, che si sogliono più comunemente fare contro il potere temporale del Papa. Poscia entra a discorrere della missione del generale Lamoricière. Indi si fa questa domanda: qual è la potenza che potrebbe surrogare la Francia a Roma? E dopo aver detto che l'Inghilterra e la Francia non permetterebbero che a Roma ai recasse un altro esercito cattolico, prosiegue così:
«Se nessun'altra nazione cattolica può surrogare la Francia a Roma, dovrà entrarvi la rivoluzione, ovvero l'annessione al Piemonte avrà luogo. La rivoluzione per ora non è da temere. Mazzini cederebbe il posto. Quindi si vedrà senza fallo il Piemonte padrone di Roma. Ora io dico che il governo deve pensare seriamente all'ingrandimento del Piemonte che può essere fatale alla Francia. Certamente che quello Stato, quand'anche avesse tutti i 26 milioni d'Italiani, non potrebbe essere un pericolo serio per la Francia.
Ma se l'Italia divenisse la testa di colonna di una lega europea, avremmo di che temere. E se la Francia non si opporrà all'ambizione del Piemonte, questo fra breve sarà padrone d'Italia tutta. Allora la scena cangierà: la parte del Piemonte sarà terminata. La rivoluzione, che si sarà per a tempo ritirata per giungere ad effettuare il suo sogno dell'unità italiana, ricomparirà; e la costituzione della repubblica dell'Ausonia concertata nelleVenditedei carbonari è già bella e pronta.
«So bene che Mazzini non durerà più a lungo di Cavour sul seggio di Roma; e che la Provvidenza veglia sul Capo della Chiesa. «So, dirò col Guizot in un discorso pronunciato nel 1848, che i partiti rivoluzionari sono arroganti; so e che tengono in non cale la religione, il cattolicismo, il papato, e che s'immaginano che distruggeranno tutte queste cose come un torrente, cacciandole innanzi a sè: parecchie volte hanno tentato di ciò fare. Si diedero a credere e che sarebbero riusciti a sterminare codeste antiche grandezze dalla società umana. Ma esse riapparvero alle loro spalle, e riapparvero più grandi di essi. ciò che resistette al potere della rivoluzione francese e di Napoleone sormonterà bene le fantasie della giovine Italia!»
«Non tocca a me il tracciar la via che ha da tenere il Governo. Potrei fare molte domande al governo. Ma mi limito alle seguenti, che sono più pratiche: il governo è pronto a ripetere la sua dichiarazione dell'anno scorso riguardo al dominio temporale della S. Sede? È sempre disposto a farlo rispettate in tutta la sua integrità? È deciso di protestare quindi energicamente contro l'annessione delle Romagne al Piemonte? — Io ho piena fiducia che l'onorevole presidente del Consiglio di Stato risponderà a queste domande. Ma finché non abbia risposto, io credo che sono fondati i timori dei cattolici, e non sono per nulla tranquillo riguardo al mantenimento della pace».
Il signor Baroche, presidente del Consiglio di Stato ha dato una risposta sibillina, all'uso del suo signore, Napoleone III.
Il visconte Anatolio Lemercier nel suo discorso, di cui abbiamo riferito una gran parte, ricordava come nel 1859 all'aprirsi della campagna d'Italia fosse stata in modo opposto interpretata la politica imperiale. Il signor Giulio Favre spiegavala come una politica altamente rivoluzionaria, laddove i deputati de la Sizeranne e Nogent Saint-Laurens, tra gli applausi della Camera dicevanta una politica conservatrice. «A quale di queste due politiche si è più ravvicinato il governo imperiale?» domandava Lemercier.
Il signor de la Sizeranne pigliò la parola, e cominciò a scusarsi dicendo che la pace di Villafranca era stata «un atto di coraggiosa moderazione, e avea fermato la questione italiana sul pendio rivoluzionario, sul quale stava per isdrucciolare». Tuttavia l'oratore continuava: «Da quel punto, lo confesso, la politica della Francia parve essersi notabilmente modificata... Non nego che alcune delle speranze, da me manifestate nella discussione ricordata dal sig. Lemercier, sieno andate fallite; mi duole che il Corpo legislativo non possa pesare di vantaggio nelle bilancie degli interessi politici del paese, e non potendo di più mi restringo a far voti, perché la prudenza e la moderazione presiedano sempre agli atti del governo, che ora assume in sé solo la risponsabilità della politica interna ed esterna della Francia».
Il sig. Guvard-Delalain parlò di poi, e sebbene favorevole a Napoleone III, cominciò «per rendere omaggio ai sentimenti religiosi che inspirarono l'onorevole sig. Lemercier». Di poi giudicò così la questione delle Romagne: «Un avvenimento grave ebbe luogo: le Romagne, provincie romane, si sono separate dal loro Sovrano italiano, a cui esse obbedivano da tanti secoli. Questa sciagura affligge tutti i cattolici, ed io partecipo profondamente a quest'afflizione. Rifiuto di riconoscere nell'avvenuto una manifestazione legittima della sovranità nazionale: non ammetto che una provincia possa a suo talento staccarsi dalla sua nazionalità, dalla sua famiglia; giacché questo sarebbe un riconoscere in principio il diritto d'insurrezione. Ora l'insurrezione non può a meno di generare il disordine, lo sprezzo delle leggi, dell'autorità, della giustizia, della religione. Ed è perciò che io non posso qui riconoscere i caratteri della vera sovranità nazionale, quella cioè che manifestandosi a lunghi intervalli nel decorso dei secoli, viene a ristabilire l'ordine, l'autorità, la religione.
Le Romagne adunque staccandosi dalla sovranità del Papa violarono un diritto consacrato dal rispetto dei tempi. Di fatto i proclami dell'Imperatore aveano dichiarato la neutralità e per conseguenza l'inviolabilità degli Stati del Papa. Questo diritto calpestato si conserverà; resterà un'inquietudine continua fino al giorno della sua trionfante risurrezione. Io confido nella forza indelchile del diritto, nella Francia, nel governo dell'Imperatore, nelle simpatie di tutta l'Europa. La Francia non può dimenticare che è la patria di Pipino, di Carlo magno, di S. Luigi, di Giovanna d'Arco; l'Imperatore non può dimenticare che è il successore di queste grandi glorie cristiane. La Francia fece assai, il passato risponde dell'avvenire».
Il conte de la Tour dopo di aver presentato alcune considerazioni sulla questione militare e sull'organamento dell'esercito, osservò che questo potrebbe essere moralmente scosso e materialmente impotente, se una politica savia e ferma non presiedesse ai destini del paese. «L'ordine sociale Europeo, disse l'Oratore, dipende dall'esito del conflitto tra il Papato e la rivoluzione dell'Italia, La vittoria di questa metterebbe a repentaglio le corone e le sostanze de' cittadini. Difatti il programma completo della rivoluzione a' dì nostri si riassume in queste tre formole: Libertà politica e nazionale, libertà religiosa, eguaglianza di diritti. Codeste formole si potrebbero ammettere, se fossero interpretate nel senso conservatore e cristiano. Ma nel vocabolario rivoluzionario esse significano abolizione della monarchia, abolizione del Papato, eguaglianza di godimenti, cioè esse contengono una minaccia per tutti gl'interessi. Non avvi che un solo sentimento, il quale possa preservare la società da siffatto pericolo, la fede; un solo freno che possa contenere il popolo nel dovere, l'unità della Chiesa, il suo potere sulle coscienze, il quale non può sussistere che per mezzo della sua indipendenza spirituale. Ecco il perché il mondo cattolico freme per la lesione fatta nelle Romagne al potere temporale del Papa, e per il pericolo a cui sono esposte le altre parti dello Stato Pontificio. Egli è quindi un onorare il governo il chiedergli di proteggere in Italia questo potente palladio di tutti gli interessi e di tutti i diritti».
Qui il visconte de la Tour entra a parlare di Garibaldi, ricorda ciò che egli fece a Roma, legge la sua risposta agli studenti di Pavia, in cui dichiara che i preti devono essere pigliati a sassate, e viene esponendo come oggidì la bandiera di Garibaldi sia la bandiera del Piemonte: quindi così prosiegue:
«Ma Garibaldi non è il solo che si debba temere, perché la politica inglese assecondò il moto rivoluzionario. Penso quindi che innanzi a questa Camera, che ha votato le spese per la guerra d'Italia, non sarà inopportuno di fare le dovute riserve per il diritto del Papa sopra una provincia, che è il bene comune de' cattolici. Non è mai fuori di proposito l'incoraggiare un governo ad impugnare l'errore e l'ingiustizia, massime quando queste intaccano le basi stesse dell'ordine sociale. Chi oserebbe mai dire essere un tiranno quel Sommo Pontefice che, ritornato sul suo trono dopo essere stato vittima d'una sanguinosa rivoluzione, non lascia versare una goccia di sangue per delitti politici, che permette ai comuni d'eleggere i loro consigli municipali, a questi di nominare i consigli provinciali, a queste ultime assemblee di sciegliere nel loro seno i consigli prefettoriali, e di designare la maggior parte de' membri della consulta delle finanze, base d'un reggime sinceramente liberale, il quale per isvilupparsi non aspetta altro che il consolidamento del potere?
«lo quindi fo voti ardenti, perché presto spunti il giorno, in cui le potenze riunite consolideranno questo potere, e restituiranno interamente al Santo Padre il piccolo regno che la Francia gli ricuperò, dieci secoli fa, e che sarà tra breve cancellato dalla carta geografica dagli unitarii italiani, se le Potenze cattoliche non ne guarentiscono l'inviolabilità. Per me desidererei che questa restaurazione si operasse per l'iniziativa di Napoleone III. Salutato dai rendimenti di grazie della Francia conservatrice, il compimento di siffatto benefizio religioso e politico sarebbe opera di buona politica italiana: sarebbe importante di lasciare divisi, per mezzo degli Stati Pontificii, il nord ed il mezzogiorno dell'Italia cosi diversi di carattere, di costumi e di linguaggio, e che non potrebbero restare uniti che sotto il dispotismo rivoluzionario, o sotto quello di un conquistatore.
«Io chiamo l'attenzione della Camera su questo fatto additato da lord Normanbv, che gli unitarii italiani tendono di più in più a formare un partito antireligioso, e ricordo il detto: la politica non si serve della rivoluzione, ma la serve. Conchiuderò dicendo, che il governo deve alla sua politica savia e cauta riguardo alla S. Sede i dieci anni di pace e di prosperità che ha goduto.. Quindi io lo scongiuro a rendere inviolabili gli Stati Pontificii, ponendoli sotto la guarentigia delle Potenze cattoliche. Allora tutte le migliorie amministrative diverrebbero possibili a Roma, le libertà municipali e provinciali potrebbero essere ampliate, e la rivoluzione in Francia e fuori toccherebbe un'irreparabile disfatta».
LaPerseveranzadel 16 di aprile dice di avere ricevuto da Parigi i seguenti documenti, che noi ci affrettiamo a ristampare, perché possono servire assai e pel presente e per l'avvenire.
Beatissimo Padre!
Con venerato autografo del 3 dicembre ora scorso, Vostra Santità m'impegna a sostenere innanzi al Congresso i diritti della Santa Sede.
Devo anzitutto ringraziare la Santità Vostra dei sentimenti, che la consigliarono a dirigersi a me in questa circostanza. Non avrei tardato finora a farlo, se il Congresso, com'era stabilito, si fosse radunato. Aspettava che la riunione dei plenipotenziarii fosse definitivamente decisa per risponderle in modo più adequato intorno al grave argomento, di cui tratta la lettera che mi fece l'onore di dirigermi.
Vostra Santità nell'invocare la mia cooperazione per la ricuperazione delle Legazioni, pare voglia darmi carico di quanto è succeduto in quella parte d'Italia, prima di confermare così severa censura, supplico rispettosamente la Santità Vostra a volere prendere ad esame i seguenti fatti e considerazioni.
Figlio devoto della Chiesa, discendente di stirpe religiosissima, come ben nota Vostra Santità, bo sempre nutrito sensi di sincero attaccamento, di venerazione e di rispetto verso la Santa Chiesa e l'Augusto suo Capo. Non fu mai e non è mia intenzione di mancare ai miei doveri di Principe cattolico, e di menomare per quanto è in me quei diritti e quell'autorità, che la Santa Sede esercita sulla terra per divino mandato del Cielo. Ma io pure ho sacri doveri da compiere innanzi a Dio e innanzi agli uomini, verso la mia patria e verso i popoli che la divina Provvidenza volle affidati al mio governo. Ho sempre cercato di conciliare questi doveri di Principe cattolico e di Sovrano indipendente di libera e civile nazione, aia nell'interno reggimento de' miei Stati, sia nel governo della politica estera.
L'Italia da più anni è travagliata da avvenimenti che tutti concorrono al medesimo scopo, il ricupero della sua indipendenza. A questi ebbe già gran parte il magnanimo mio genitore, il quale, seguendo l'impulso del Vaticano, pigliato per divisa il detto memorabile di Giulio II, tentò di redimere la nostra patria dalla dominazione straniera. Egli mi legò morendo la santa impresa. Accettandola, credo di non allontanarmi dalla divina volontà, la quale certamente non può approvare che i popoli sieno divisi in oppressori ed oppressi. Principe italiano, volli liberare l'Italia, epperò reputai debito mio accettare per la guerra nazionale il concorso di tutti i popoli della Penisola. Le Legazioni, per lunghi anni oppresse da soldati stranieri, si sollevarono appena questi si ritirarono. Esse mi offersero ad un tempo il loro concorso alla guerra e la dittatura. Io che nulla aveva fatto per promuovere l'insurrezione, rifiutai la dittatura per rispetto alla S. Sede, ma accettai il loro concorso alla guerra d'indipendenza, perché questo era sacro dovere d'ogni italiano.
Cessata la guerra, cessò ogni ingerenza del mio governo nelle Legazioni. E quando la presenza di un audace generale poteva mettere in pericolo la sorte delle provincie. occupate dalle truppe di Vostra Santità, adoperai la mia influenza per allontanarlo da quelle contrade.
Quei popoli, rimasti pienamente liberi, non sottoposti a veruna influenza estera, anzi in contraddizione coi consigli del più potente e generoso amico che l'Italia abbia avuto mai, richiesero con mirabile spontaneità ed unanimità la loro annessione al mio Regno.
Questi voti non furono esauditi. Eppure questi popoli, che prima davano sì manifesti segni di malcontento, e cagionavano di continuo apprensioni alla Corte di Roma, da molti mesi si governano nel modo più lodevole. Si è provveduto alla cosa pubblica, alla sicurezza delle persone, al mantenimento della tranquillità, alla tutela della stessa religione. È cosa nota, e ch'io ebbi cura di verificare, essere ora nelle Legazioni i ministri del culto rispettati e protetti, i templi di Dio pili frequentati che non lo fossero prima.
Comunque sia però, è convinzione generale ohe il governo di Vostra Santità non potrebbe ricuperare quelle provincie, se non colla forza delle armi, e delle armi altrui.
Ciò la Santità Vostra non lo può volere. Il suo cuore generoso, l'evangelica sua carità rifuggiranno dallo spargere il sangue cristiano pel ricupero di una provincia che, qualunque fosse il risultato della guerra, rimarrebbe pur sempre perduta moralmente pel governo della Chiesa. L'interesse della religione non lo richiede.
I tempi che corrono sono fortunosi, non tocca a me, figlio devoto di Vostra Santità, ad indicarle la via più sicura per ridare la quiete alla nostra patria, e ristabilire su saldo basi il prestigio e l'autorità della Santa Sede in Italia. Tutta? via mi credo in debito di manifestare e sottoporre a Vostra Santità un'idea, di cui sono pienamente convinto, ed è: che, ove Vostra Santità, prese in considerazione le necessità dei tempi, la crescente forza del principio delle nazionalità, l'irresistibile impulso che spinge i popoli d'Italia ad unirsi ed ordinarsi in conformità alle norme adottale da tutti i popoli civili, credesse richiedere il mio franco e leale concorso, vi sarebbe modo di stabilire non solo nelle Romagne, ma altresì nelle Marche e nell'Umbria tale uno stato di cose, che, serbato alla Chiesa l'alto suo dominio, ed assicurando al Supremo Pontefice un posto glorioso a capo dell'italiana nazione, farebbe partecipare i popoli di quelle provincie dei benefizi, che un Regno forte ed altamente, nazionale assicura alla massima parte dell'Italia centrale.
Spero ohe la Santità Vostra vorrà prendere in benigna considerazione questi riflessi dettali da animo pienamente a lei devoto e sincero, e che con la solita sua bontà vorrà accordarmi la santa sua Benedizione.
Torino, 6 febbraio 1860.
VITTORIO EMANUELE.
Maestà!
L'idea ohe Vostra Maestà ha pensato di manifestarmi, è un'idea non savia e certamente non degna di un Re cattolico e di un Re della casa di Savoia. La mia risposta è già consegnata alle stampe nella Enciclica all'Episcopato cattolico, ohe facilmente ella potrà leggere.
Del resto io sono afflittissimo non per me, ma per l'infelice stato dell'anima di V. M., trovandosi illaqueato dalle censure e da quelle che maggiormente la colpiranno, dopo che sarà consumato l'atto sacrilego, che ella co' suoi hanno intenzione di mettere in pratica.
Prego di tutto cuore il Signore, affinché la illumini e le dia grazia di conoscere e piangere e gli scandali dati e i mali gravissimi da lei procuraticollasua cooperazione a questa povera Italia.
Dal Vaticano, li 14 febbraio 1860.
PIUS PP. IX.
Beatissimo Padre!
Gli avvenimenti che si sono compiuti nelle Romagne mi impongono il dovere di esporre a V. 8. con rispettosa franchezza le ragioni della mia condotta.
Dieci anni continui di occupazione straniera nelle Romagne, mentre avevano portato grave offesa e danno alla indipendenza d'Italia, non avevano potuto dare né ordine alla Società, né riposo ai popoli né autorità al governo.
Cessata l'occupazione straniera, cadde il governo senza che nessuno si adoperasse per sorreggerlo o ristabilirlo. Rimasti in balìa di se medesimi, i popoli delle Romagne, ritenuti per ingovernabili, dimostrarono con una condotta che riscosse gli applausi dell'Europa, come si potessero introdurre fra essi gli ordini e le discipline civili e militari, colle quali si reggono i popoli più civili.
Ma lo incertezze d'uno stato precario, già troppo prolungato, erano un pericolo per l'Italia e per l'Europa.
Dileguata la speranza d'un Congresso europeo, innanzi al quale si portassero le quistioni dell'Italia centrale, non era riconosciuta possibile altra soluzione fuorché quella di interrogare nuovamente le popolazioni sopra i loro futuri destini.
Riconfermata con tanta solennità di universale voto la deliberazione per l'annessione alla monarchia costituzionale del Piemonte, io doveva per la pace ed il bene d'Italia accettarla definitivamente. Ma, per lo stesso fine della pace, sono pur sempre disposto a rendere omaggio all'alta sovranità della Sede Apostolica.
Principe cattolico, io sento di non recare offesa ai principii immutabili di quella Religione, che mi glorio di professare con filiale ed inalterabile ossequio.
Ma la mutazione che si è oggi compiuta riguarda gli interessi politici della nazione, la sicurezza degli Stati, l'ordine morale e civile della società; rìsguarda la indipendenza d'Italia, per la quale mio padre perdè la corona, e per la quale io sarei pronto a perdere la vita. Le difficoltà che oggi si incontrano, versano intorno ad un modo di dominio territoriale, che la forza degli eventi ha reso necessario. A questa necessità tutti i principati dovettero acconsentire, e la Santa Sede stessa l'ebbe riconosciuta negli antichi e nei moderni tempi.
In siffatte modificazioni della sovranità, la giustizia e la civile ragione di Stato prescrivono che si adoperi ogni cura per conciliare gli antichi diritti coi nuovi ordini, ed è per ciò che, confidando nella carità e nel senno di Vostra Beatitudine, io la prego ad agevolare questo còmpito al mio governo, il. quale dal canto suo non pretermetterà né studio, né diligenza alcuna per raggiungere il desiderato intento.
Ove pertanto la S. V. accogliesse con benignità la presente apertura di negoziati, il mio governo, pronto a rendere omaggio all'alta sovranità della Sede Apostolica, sarebbe pure disposto a sopperire in equa misura alla diminuzione delle rendite, ed a concorrere alla sicurezza ed all'indipendenza del Seggio Apostolico.
Tali sono le mie sincere intenzioni, e tali credo i voti dell'Europa. Ed ora che con leali parole ho aperto l'animo mio a V. S., aspetterò le sue deliberazioni colla speranza che, mediante il buon volere dei due governi, sia effettuabile un accordo che, riposando sul consentimento dei principi e sulla soddisfazione dei popoli, dia stabile fondamento alle relazioni dei due Stati.
Dalla mansuetudine del Padre dei fedeli io mi riprometto un benevolo accoglimento, il quale dia fondata speranza di spegnere la civile discordia, di pacificare gli animi esasperati, risparmiando a tutti la grave risponsabilità dei mali che potrebbero derivare da contrarli consigli.
In questa fiduciosa aspettativa io chieggo con riverenza alla S. V. l'Apostolica Benedizione.
Torino, 20 marzo 1860.
VITTORIO EMANUELE
Maestà!
Gli avvenimenti che si sono eccitati in alcune provincie dello Stato della Chiesa impongono il dovere a Vostra Maestà, com'ella mi scrive, di darmi conto della sua condotta in ordine a quelli. Potrei trattenermi a combattere certe asserzioni che nella sua lettera si contengono, e dirle, per esempio, che la occupazione straniera nelle Legazioni era da molto tempo circoscritta alla città di Bologna, la quale non fece mai parte della Romagna. Potrei dirle che il supposto suffragio universale fu imposto, non spontaneo: e qui mi astengo dal richiedere il parere di Vostra Maestà sopra il suffragio, universale, come ancora dal manifestarle la mia sentenza. Potrei dirle che le truppe pontificie furono impedite da ristabilire il governo legittimo nelle provincie insorte per motivi noti anche a Vostra Maestà. Queste ed altre cose potrei dirle in proposito; ma] ciò che maggior mente m'impone l'obbligo di non aderire ai pensieri di Vostra Maestà si è il vedere la immoralità sempre crescente in quelle provincie e gli insulti che si fanno alla religione e ai suoi ministri; per cui, quando anche non fossi tenuto da giuramenti solenni di mantenere intatto il Patrimonio della Chiesa, e che mi vietano di aprire qualunque trattativa per diminuirne la estensione, mi troverei obbligato a rifiutare ogni progetto, per non macchiare la mia coscienza con una adesione, che condurrebbe a sanzionare e partecipare indirettamente a quei disordini, e concorrerebbe niente meno che a gius li Beare uno spoglio ingiusto e violento. Del resto, io non solo non posso fare benevolo accoglimento ai progetti di Vostra Maestà, ma protesto invece contro la usurpazione che si consuma a danno dello Stato della Chiesa, e lascio sulla coscienza di Vostra Maestà e di qualunque altro cooperatore a tanto spoglio le fatali conseguenze che ne derivano. Io sono persuaso che la Maestà Vostra, rileggendo con animo più tranquillo, meno prevenuto e meglio istruito dei fatti, la lettera che mi ha diretta, vi troverà molti motivi di pentimento.
Prego il Signore a darle quelle grazie, delle quali nelle presenti difficili sue circostanze ella ha maggiormente bisogno.
Dal Vaticano, 2 aprile 1860.
PIUS PP. IX.
Eminenza!
Il barone di Roussv, segretario di Legazione di S. M., e portatore di una lettera che il Re mio augusto Signore ha scritta a Sua Santità, e che prego Vostra Eminenza di rimettere nelle mani del Santo Padre.
In cospetto degli avvenimenti compiutisi nelle Romagne, S. M. ha creduto suo dovere di aprire l'animo suo al Pontefice, pregandolo di agevolare al suo Governo i modi di risolvere le difficoltà presenti. Ad un tal fine ha accennato su quali basi si potrebbero conciliare gli antichi diritti coi nuovi ordini stabiliti nelle Romagne.
Ove queste proposte fossero dalla Beatitudine del Sommo Pontefice accolto come principio di negoziati, S. M. avrebbe in animo d'incaricare il conte Federico Sclopis, senatore del Regno, di trasferirsi in Roma per dar mano alle pratiche relative, lo mi affido che la scelta di questo personaggio, noto non solamente per la dottrina e l'ingegno che lo distinguono, ma per li religiosi e concilievoli intendimenti di cui ha in ogni tempo fatto prova, dimostrerà alla S. Sede che il Governo del Re è animato da desiderio vivo e sincero di accogliere tutti quei termini di accomodamento, che si accordino colla necessità delle circostanze.
Io non dubito che vostra Eminenza, ponderando le condizioni delle cose con la sicurezza di giudizio che le viene dall'alto ingegno lungamente esercitato nell'amministrazione dei più gravi interessi di Stato, darà opera efficace all'adempimento dei voti del mio augusto Sovrano, e contribuirà a rimuovere gli ostacoli che si potessero incontrare nel dare cominciamento ai negoziati.
In questa fiducia io mi reco ad onore di testimoniare all'Eminenza Vostra i sensi della profonda osservanza con cui mi pregio d'essere dell'Eminenza Vostra.
Torino, li 20 1860.
Devot. ed obb. servitore
C. CAVOUR.
Eccellenza!
Il signor barone de Roussv, segretario di Legazione di cotesta Real Corte, mi consegnò la lettera di Vostra Eccellenza del 20 marzo p. p., insieme all'altra di S. M. il Re Augusto di lei signore pel Santo Padre, nelle cui sagre mani mi feci un dovere di rassegnarla.
Gli avvenimenti testà provocati nelle provincie di Bologna, Ferrara, Forlì e Ravenna sono di tal natura, che non possono somministrare al S. Padre, Vicario in terra di Quegli che è autore della giustizia, titolo alcuno per concorrere alla consumazione della più flagrante ingiustizia. Da ciò comprenderà bene la E. V. non essere stata in grado la Santità Sua di accogliere come principio di negoziati le proposizioni fattele da S. M. il Re.
Conseguentemente mi duole di doverle dichiarare, non poter io spendere in modo alcuno la mia opera al compimento dei voli del Re di lei signore, giusta l'insinuazione da lei fallami, scorgendo impossibile l'apertura dei negoziati sulla base di uno spoglio di una parte degli Stati della Santa Sede, al riconoscimento del quale, per dovere di onestà e di coscienza, mi sarebbe affatto vietato di cooperare.
In tal incontro ho l'onore di professare a V. E. i sensi della mia più distinta considerazione.
Roma, 2 aprile 1860.
Di V. Eccellenza servitor vero
G. Card. Antonelli
(Pubblicato il 5 febbraio 1860)
Il Papa e il Re, il Cattolicismo e la Patria, ecco il nostro Programma, e siccome noi ci studiamo di sostenere secondo le nostre forze la nobilissima e santissima causa del Papato, così non vogliamo pretermettere una questione che è del maggior momento per la nostra Dinastia e pel nostro paese, intendiamo dire la separazione della Savoia e della contea di Nizza dal Piemonte.
Noi abbiamo sempre combattuto questa separazione, noi la combattiamo e combatteremo finché terremo in mano la penna, e ciò per affetto alla Dinastia che ci regge, per affetto ai valorosi e leali nostri Savoini, per affetto al Piemonte, all'Italia ed alla causa dell'ordine. Imperocché se si consumasse questa sciagurata separazione, ne patirebbero grandemente la Dinastia, la Savoia, il Piemonte, l'Italia, e verrebbe ad inaugurarsi un tremendo principio rivoluzionario.
Ne patirebbe dapprima la Dinastia. Antichissima è casa Savoia, e, toltane l'augusta Dinastia dei Romani Pontefici, è la più antica famiglia regnante che v'abbia in Europa. Essa risale a Umberto I Biancamano che fin dal mille possedeva i contadi di Moriana, di Savoia, il Ciablese e la Tarantasia, ecc. Separato la Savoia dal Piemonte, e la nostra Dinastia tronca le sue migliori tradizioni, e diventa una Dinastia d'ieri, che, invece di avere le radici piantate ne' secoli, si trova soggetta ai buffi malfidi dell'aura popolare.
Ne patirebbe di poi la Savoia, la quale, unita coll'Impero francese, perderebbe affatto ogni importanza politica, e diventerebbe l'ultimo degli spartimenti. Si persuadano i nostri fratelli che, divenuti Francesi, non istaranno meglio di noi né moralmente, né politicamente, né materialmente. Dovranno accettare leggi che abborrono e la religione condanna; dovranno subire quel governo che loro verrà da Parigi, e per quanti patti e condizioni sieno loro accordati al momento dell'unione, passata la luna di miele, si troveranno con un pugno di mosche. Deh, badino, per carità, che «brama di meglio star rende infelici!»
Ne patirebbe, e moltissimo, il Piemonte, conciossiaché dalla Savoia ci siano venuti sempre, e illustri uomini di Stato, e valorosissimi militari, dei quali vantaggiossi molto la patria, così in tempo di guerra, come in tempo di pace. E noi conservatori, che negli elettori della Savoia trovammo sempre un potentissimo aiuto, o nei loro Deputati al Parlamento caldi ed eloquenti difensori dei principii cattolici e della causa dell'ordine, saremmo non solo ingrati, ma non curanti degli interessi nostri se non ci adoperassimo in tutte le maniere per iscongiurare il pericolo che ci sovrasta, di vedere separata la Savoia dal Piemonte.
Ne patirebbe l'Italia, e questo punto fu già dimostrato nel nostro giornale da chi accennava, tome, perduta la Savoia, l'Italia resterebbe apèrta da una parto alla Francia, dall'altra all'Austria, e la vera e ben intesa indipendenza della Penisola ne riporterebbe un colpo mortale.
Colle Alpi francesi, col Mediterraneo,lago francese, con Nizza divenuta francese, noi resteremmo sempre alla mercé di chi comanda sulla Senna, il quale, se oggi è amico, o ci accorda protezione, domani potrebbe farla da padrone, e dettarci la legge.
Finalmente ne patirebbe la causa dell'ordine, e separandosi la Savoia dal Piemonte nei momenti presenti verrebbe a sancirsi un tremendo principio rivoluzionario. Questa separazione venne già consumata a danno dei nostri Re nel 1792; e il Ministro Servan nell'informarne la Convenzione nazionale, le proponeva di far celebrare tale avvenimentosulla piazza della Rivoluzione coll'inno dei Marsigliesi!dalla conquista della Savoiaa quella del Piemonte non ci passò gran tempo.
I diari francesi chiedono in nome della geografia, della lingua, della storia ohe la Savoia venga unita alla Francia. Terribile principio è quello che sotto pone il diritto alla geografia! Se si sancisse riguardo alle proprietà pubbliche perché non potrà stabilirsi riguardo alle private? Allora noi vedremo il pili potente impadronirsi del podere vicino per le condizioni topografiche de' suoi possedimenti.
Quanto alla storia, la Francia per impadronirai della Savoia, può invocare soltanto quella della rivoluzione, del terrore, del regicidio. E riguardo alla lingua dovrebbero i Francesi, prima di ricorrere a questo argomento, cedere l'Alzazia che parla tedesco, e la Corsica che, non ostante le grandi fatiche del governo per infranciosarla, continua a parlare italiano.
Noi speriamo che il nostro Ministero terrà fermo, e non permetterà che la più illustre porzione del nostro regno venga separala dal Piemonte. L'Opinione di quest'oggi, 4 di febbraio, scrive: e Se la Savoia dee congiungersi alla Francia, quando abbia il Piemonte bastevoli compensi, di posizioni stra logiche, sia pure; la Francia ne compierà l'educazione nazionale!
Protestiamo altamente contro queste parole. Protestiamo, perché nessun compensopuò esserebastevolea rifarci della perdila della Savoia, culla dei nostri Re, nerbo delle nostre truppe, origine della nostra gloria e del nostro potere.
Protestiamo perché la politica non deve essere un vile mercimonio, é le diverse parti di uno Stato non possono, dopo una consuetudine di tanti secoli rimanersi così fredde e insensibili da Separarsi le une dalle oltre, mediante compensi. Noi amiamo la Savoia di caldissimo amore, e nessuncompenso può darsi al nostro affetto.
Protestiamo, perché la Savoia non abbisogna ohe altri vengaa compiere la sua educazione nazionale; imperocché è educatissima all'obbedienza e al rispetto verso il proprio Re, educatissima alla difesa dei suoi diritti, ed al culto della patria.
(Pubblicato il 10 marzo 1860)
Il conte di Cavour, nella risposta data alla Nota del ministro Thouvenel, il 29 di febbraio, passò affatto sotto silenzio la questione della Savoia e di Nizza. Rispose però in una Nota a parte, sotto la data del 2 di marzo, che noi pubblichiamo più innanzi. Chi sa leggere e intendere questa risposta del conte di Cavour, capisce a prima vista, che la Savoia e Nizza sono perdute pel nostro Stato.
Il nostro Presidente dal Consiglioriconosce nei sudditi del Re che abitano oltre Alpi il diritto di manifestare liberamente la loro volontà; e promette da parte del nostro governo di uniformarsi a tale manifestazione fattain modo legale e conforme alle prescrizioni del Parlamento. Il conto di Cavour dice d'essere obbligato dalla logica inesorabile dei fatti ad ammettere in Savoia e nella contea di Nizza que principii che propugna nell'Italia centrale. E il Presidente del Consiglio, considerando come già avvenuta la separazione della Savoia e di Nizza dal Piemonte, stima opportuno di dire nella sua Nota che nel tracciamento dei confini dovràlasciarsi tanto alla Sardegna, quanto alla Francia una conveniente linea di frontiera.
Egli è doloroso vedere un ministro del Re erigersi a capo della rivoluzione, e dir egli stesso a' popoli, che da nove secoli vivono sotto la Casa di Savoia, se intendano continuare a far parte della nostra Monarchia, o staccarsene 1 Se questa domanda si fa agli abitanti della Savoia e della contea di Nizza, perché non farla egualmente a que' del marchesato di Saluzzo, di Pinerolo, del Monferrato, del Novarese, della Liguria? Dove saremo noi condotti da un sì tristo sistema?
Inoltre eccovi qui evidentissimo ciò che dicevamo altra volta agli elettori. Chi vuol togliere al Papa le Romagne, vuol togliere al Piemonte la Savoia e Nizza; vuol rendere Torino città di confine. Le due questioni si collegano perfettamente, e Io stesso conte di Cavour ne conviene.
Ma taluno ci osserverà, che il voto della Savoia e di Nizza può essere ancora favorevole allo Stato nostro. Poveri illusi! L'imperatore Napoleone è molto pratico nel raccogliere i voti, ed egli che seppe metterne insieme dieci milioni nell'impero francese, non saprà radunarne alcune centinaia di migliaia nella Savoia e nella contea di Nizza?
IlDirittonel suo N° 69, del 9 di marzo, reputa esso purefin d'ora perdute allo Stato Savoia e Nizza, ed eccone le parole:
«Dal giorno in cui il governo del Re abbandona a loro stesse quelle popolazioni (che giova il dissimularlo?) quelle due provincie cesseranno di far a parte dello Stato. Niun governo espone una parte del suo Stato ad una tale alternativa se non è deciso di cedere quella parte di Stato, e nessun governo consentirebbe a subire l'esperimento del voto delle popolazioni, e tanto meno quando questo governo si chiamaimpero francese, se non è anticipatamente certo che il risultato del voto gli sarà favorevole.
«Nè ci si dica che votando liberamente le popolazioni, liberamente possano dir di no alla Francia. Imperocché, suppongasi pur liberissima la votazione, a v'ha tuttavia un fatto superiore a qualsiasi volontà, che dominerebbe la situazione; vale a dire, da una parte l'abbandono del governo legittimo, dall'altra lo Stato vicino che batte alle vostre porte per raccogliere la vostra eredità.
Questo fatto eserciterebbe una così malefica pressione sul voto delle popolazioni da poterlo fin d'ora argomentare favorevole anziché contrario alla e annessione.
Non illudiamoci, ma ponendoci nelle condizioni speciali di Savoia e di Nizza, col governo piemontese che senza un ragionevole motivo, ma solo per pressioni di un potente vicino, si ritira; e dall'altro un governo chevuole l'annessionee che perciò sussurrerà infinite promesse, e poi ci si dica che il voto delle popolazioni sarà al tutto libero, spontaneo. O noi ci inganniamo, «o l'appello al voto delle popolazioni di Savoia e di Nizza non è e non può «essere che un manto per coprire la cessione».
Ottimamente detto 1 Solo ilDirittodovrebbe osservare, che il suo ragionamento può applicarsi alla lettera alle votazioni dell'Italia centrale, e noi perciò volemmo riferirlo testualmente, perché, a suo tempo, ne faremo il nostro prò.
Intanto è degno di osservazione, che il conte di Cavour nella cessione della Savoia e della contea di Nizza riserva, indipendentemente dalla votazione popolare, unalinea conveniente di frontiera per la Sardegna. Ma allora, diciamo noi, le popolazioni della frontiera saranno sacrificate, o almeno potrà farsi violenza a' loro voti. Ognuno lo vede; ma ognuno vede altresì, che questo sacrificio, questa eccezione al principio sarà giusta a cagione dell'indipendenza dello Stato. Donde però deriva una conseguenza importantissima, ed è che, se perl'indipendenza del Piemontesi può fare o contro o senza i voti delle popolazioni dei paesi di frontiera, perl'indipendenza della Chiesae del Capo del mondo cattolico può farsi senza il voto delle popolazioni degli Stati Pontificii.
(Pubblicato il 13 marzo 1860)
Abbiamo sotto gli occhi due numeri dellaGazette de Savoie,l'uno è U N° 2306 del 30 e 31 di gennaio, l'altro è il N° 2341 dell'11 di marzo. Troviamo nel primo e nel secondo alcune parole del marchese Orso Serra, governatore di Ciamberì. Confrontiamole.
Addì 29 di gennaio, aveva luogo in Ciamberì una grande manifestazione. «Inquieta pei rumori di separazione, dice laGazette, e offesa nel suo sentimento nazionale per gli articoli recenti di qualche giornale di Parigi, e specialmente dellaPatrie, la gran maggioranza della popolazione di Ciamberì avea risoluto di provocare una risposta categorica sulle intenzioni del nostre governo relative alla Savoia».
Una deputazione venne perciò spedita al governatore marchese Orso Serra il quale la ricevette nella gran sala del palazzo reale. I deputati protestarono della loro fedeltà a Casa Savoia, e domandarono schiarimenti sui disegni e le intenzioni del governo Sardo.
Il governatoresvolgendo un dispaccio ricevuto da Torino, disse le seguenti parole: «Signori delegati, informato della domanda che la popolazione avea deciso di farmi,ho chiesto istruzioni al governo del Re, e una risposta categorica ed ora sono lieto di potervela manifestare.
La politica del governo di S. M. è conosciuta;essa non ha variato;il governo non ha mai avuto il pensiero di cedere la Savoia alla Francia. Interrogato già precedentemente dal partito, che ha osato levare nel paese la bandiera della separazione, il governo non aveva neppur giudicato di dovergli rispondere». Così parlava Orso I, il 29 di gennaio 1860.
Il 10 di marzo, il governatore di Ciamberì tornò a parlare, e la parola di Orso II è tale che ilCourrier des Alpes dell'11 corrente può esclamare:Enfin nous voici frangisie con fina ironia rende omaggio «all'ultimo funzionario amministrativo, che rappresentò il Piemonte nella Savoia».
E che cosa dico Orso II? Egli indirizza un proclamaagli abitanti della provincia di Ciamberì, ed incomincia dal dichiarare chenon poteva prevedere avvenimenti a' quali è estraneo. Ma perché adunque un mese fa Orso I dichiaravacategoricamenteche ilgoverno Sardo non ha mai avuto intenzione di cedere la Savoia alla Francia?
Orso II continua dicendo che nacque unasorda agitazione nelle popolazioni savoine per la pubblicazione recente di documenti officialisulle sorti della
Savoia. Ma se questi documenti erano ignorati dai Savoini, non poteano esserlo dal governo Piemontese, a cui Orso I avea ricorso per avere una categorica risposta. E perché allora il governo e il governatore assicurarono le anime semplicette,che non sarebbe mai più ceduta la Savoia alla Francia?
Orso I avea protestato solennemente che lapolitica del governo di S. M. era conosciuta, e che questa nonavea variato. E con qual fronte Orso II allude oggidì allapubblicazione di documenti officiali, che fecero nascere in Savoia lasorda agitazione?
Orso II loda lagiustizia e la lealtàdel governo, il quale,prima di prendere veruna risoluzione, vuole consultare i voti delle popolazioni. Ma il 29 di gennaio Orso I non accertò che il governo aveva preso la risoluzione di non cedere la Savoia alla Francia? E non chiamava questa un'assurdità, a cui il, governo non ha mai pensalo?
Orso II dice a' Savoini che saranno chiamati adeleggeretra quest'antica Monarchia di Savoia, a cui li uniscono un affetto secolare e una devozione senza limiti, eia Francia. Ma non è fare un torto a' Savoini ed alla Monarchia di Savoia metterne solo in questionel'affetto secolaree ladevozione senza limiti?
E poi perché Orso 1, un mese fa, non ha detto questo a' Savoini, avvertendoli che sarebbero fra breve chiamati ad eleggere tra la Casa di Savoia e la Francia? Perché invece li ha assicurati che la Savoia non verrebbe ceduta ai Francesi? Perché si è scatenato contro ilpartitoche aveaosato levare la bandiera della separazione?0
Orso II aveva consultalo il governo, e non poteva ignorare quanto oggidì si conosce. Se lo sapeva, perché ha detto il contrario? So il governo l'ha ingannato, perché resta governatore?
Orso IL nel suo proclama ai Savoini non ha il coraggio di sperare che la Savoia colsuo secolare affetto e illimitata devozioneresti unita al Piemonte. Il suo proclama dice assai chiaro che la Savoia diventerà francese
V'è di più. Un dispaccio telegrafico pubblicato dalCourier des Alpesannunzia che già in Francia si pensa all'organamento della Savoia, la quale verrà divisa in due spartimenti, conservando la Corte d'Appello in Ciamberì. Sicché il governo Francese fa quel conto del voto popolare in Savoia, che ne fa il Piemonte nell'Italia centrale!
È doloroso per ogni buon Piemontese, affezionato al suo Re, veder rotta dalla rivoluzione un'opera di novo secoli, e una Dinastia antichissima divenire la più giovine Dinastia d'Europa. È doloroso veder dal governo e dai governatori piantati principii che potranno trascinare alle più deplorabili conseguenze. E doloroso finalmente dover constatare quasi ogni giorno questa doppiezza di linguaggio, e sempre nuove contraddizioni.
Parigi, 13 marzo 1860.
Signore,
L'Imperatore, nel suo discorso ai grandi corpi dello Stato, all'apertura della sessione legislativa, ha fatto conoscere il suo pensiero nel caso previsto di un importante rimpasto territoriale al di là delle Alpi, ed annunciata l'intenzione di sottomettere alla saggezza ed all'equità dell'Europa una quistione che non viene sollevata dall'ambizione della Francia, ma fatta sorgere in qualche modo dagli stessi avvenimenti. Sua Maestà ha creduto sia venuto il momento di adempiere a questo impegno, ed io mi affretto, in conformità agli ordini ricevuti, a mettervi in istato di comunicare le nostre spiegazioni al gabinetto di...
Atti solenni, liberamente firmati in seguito di una campagna felice per le nostre armi, hanno provato nel modo pili irrefragabile che noi non avevamo in vista un ingrandimento territoriale, allorquando la forza degli avvenimenti ci costrinse ad intervenire negli affari d'Italia. Se il governo imperiale ha potuto intravedere, come in una ipotesi, dalla quale il disinteresse non doveva poi escludere intieramente la prudenza, una situazione analoga a quella che oggi ci si presenta, esso si compiace nel ritenere che esso non cercò di farla sorgere, ma si sforzò all'opposto, in tutte le circostanze, di seguire la direzione più adatta ad escluderla dalle probabilità dell'avvenire.
Le stipulazioni di Zurigo, come quelle di Villafranca, la escludevano intieramente. Benché il possesso della Lombardia rendesse più forte il Piemonte sulle Alpi, noi facevamo lacere, senza esitanza, il nostro speciale interesse, e lungi dal favorire lo sviluppo di uno stato di cose che poteva fornirci legittime ed incalzanti ragioni per reclamare guarentigie, noi abbiamo impiegato, e l'Europa lo sa, tutta la nostra influenza per far attuare, nel loro significato ristretto, le disposizioni dei trattali che riservavano il mantenimento delle circoscrizioni territoriali nel centro dell'Italia.
Non è necessario che io ora ricordi di nuovo le circostanze che hanno impedito il buon esito de' nostri sforzi. Questo è un argomento che io ho già svolto nelle mie comunicazioni anteriori, e mi basterà il rammentare che la necessità di occuparci, prima di ogni altra cosa, e nell'interesse generale di stabilire un ordine di cose definitivo nella Penisola, potà solo determinarci a ricercare in combinazioni, diverse da quella che senza frutto avevamo tentato di far trionfare i mezzi di definire le questioni pendenti. Da quel punto una nuova situazione richiamava la nostra previdenza, e, senza metterci in opposizione colla politica che ha costantemente ispirato, sia gli atti, sia le parole dell'Imperatore, noi dovevamo nondimeno considerare gli svantaggi che le nuove condizioni d'Italia avrebbero potuto portare ai nostri proprii interessi.
£ impossibile negare che la formazione di uno stato considerevole, padrone di tutti e due i versanti delle Alpi, non sia un avvenimento di sommo rilievo in quanto si riferisce alla sicurezza delle nostre frontiere. La posizione geografica della Sardegna acquista un'importanza che essa non poteva avere quando questo regno contava appena quattro milioni di abitatori, e si trovava in qualche modo respinto da un complesso di convenzioni al di fuori della Penisola. Con un ingrandimento che deve quasi triplicare la sua popolazione ed i suoi mezzi materiali, il possesso di tutti i passaggi delle Alpi le permetterebbe, nel caso che alleanze da essa contratte avessero a farne per noi un avversario, di aprire l'ingresso del nostro territorio ad un esercito straniero, o di turbare colle sole sue forze, la sicurezza di una porzione importante delle nostre frontiere, intercettando la principale nostra linea di comunicazioni commerciali e militari.
Reclamare guarentigie contro una eventualità, che per quanto noi possiamo ritener lontana, sussiste però sempre, non è che obbedire alle più legittime considerazioni, come alle pili ordinarie massime della politica internazionale che in nessun tempo ha preso la riconoscenza ed i sentimenti per base unica delle relazioni tra gli Stati.
Queste guarentigie d'altronde sono esse tali da poltr dar ombra a qualche Potenza? Non stanno esse anzi nelle condizioni di un giusto equilibrio delle forze, e non sono soprattutto indicate dalla natura delle cose, che pose il nostro sistema di difesa al piede del versante occidentale delle Alpi? In diversi periodi della storia degli ultimi due secoli, e specialmente quando si trattò di regolare anticipatamente la questione della successione spagnuola, e più tardi in occasione della successione austriaca, vennero discusse convenzioni che estendevano i possedimenti del Piemonte in Italia e gli davano sia la Lombardia, sia altri paesi vicini. In quei progetti molto meno vasti certamente di quello del quale oggi |si tratta, l'annessione della Savoia e della Contea di Nizza venne sempre considerata da parecchie tra le principali Potenze dell'Europa come un compenso necessario per la Francia.
Ben certo che il mio pensiero non potrebbe dar luogo a false interpretazioni, io non provo alcun imbarazzo nel citare un precedente di data pili recente. Non sarà egli permesso di chiedere ammaestramenti alla storia del nostro secolo senza ridestare rimembranze irritanti che le presenti generazioni ripudiano? Io rammenterò adunque che in un momento in cui l'Europa era pure poco disposta ad usar moderazione in confronto della Francia, essa riconosceva dal lato delle Alpi le necessità della nostra posizione geografica e trovava all'unanimità cosa giusta il lasciarci una porzione del territorio diventato ora ben più indispensabile alla nostra sicurezza. Soltanto sotto l'impressione degli avvenimenti dell'anno successivo quella clausola venne annullata.
L'Imperatore, salendo al trono, dichiarò spontaneamente che egli prendeva per norma de' suoi rapporti coll'Europa il rispetto dei trattati conchiusi dai governi precedenti, e questa è una massima alla quale S. M. si farà sempre una legge di rimaner fedele. Ma non si potrebbe sconoscere l'indole eccezionale delle circostanze che ci determinano a chiedere che si faccia una modificazione alla fissazione del confine segnato in quo! tempo tra la Francia e la Sardegna. Il risultato della guerra fu di produrre, colla cessione della Lombardia al Piemonte, un primo mutamento nelle circoscrizioni territoriali dell'Italia: l'annessione di altri Stati a quel regno costituisce un nuovo cangiamento, le conseguenze del quale hanno per noi un'importanza particolare, e non è mancare al rispetto portato dall'Imperatore in tutte le occasioni ai trattati esistenti, il domandare che essi poi non vengano in sostanza alterati a nostro svantaggio.
In una comunicazione che prima d'ogni altra cosa si rivolge alla buona fede dei gabinetti, e che ronde testimonianza della buona fede che anima il governo dell'Imperatore, dovrei io esitare a dire che, restituendo la Savoia al Piemonte, si volle fare di questo paese il guardiano delle Alpi, perché ne tenesse aperti i passi verso la Francia? Per quanto questa posizione fosse incresciosa, noi ci siamo lealmente rassegnati durante un mezzo secolo: anzi la accettavamo ancora ritornando da una campagna in Italia, che ci avrebbe potuto porgere facilmente l'occasione di mutarla; ma le condizioni che noi abbiamo scrupolosamente rispettate onde non far sorgere alcun sospetto nelle nostre relazioni internazionali, dobbiam noi permettere che vengano aggravate, e l'Europa dal canto suo può essa trovar giusto che al peso, col quale esse già si aggravavano sopra di noi, venga ora ad aggiungersi quello di uno Stato, la forza del quale si è triplicata nel corso di un anno?
Provocando la modificazione de' trattati su questo punto, noi ci limitiamo in qualche modo a chiedere che una delle loro stipulazioni non acquisti, senza la volontà delle stesse Potenze che li hanno firmati, un'importanza pili grave ed un senso più dannoso per noi.
Io mi affretto ad aggiungere che il governo dell'Imperatore non vuole avere le guarentigie ch'egli reclama, se non dal libero consenso del He di Sardegna e delle popolazioni. La cessione che gli verrà fatta rimarrà dunque esente da ogni violenza come da ogni coercizione; è nostra ferma intenzione inoltre di combinarla, per quanto si riferisce ai territorii della Savoia soggetti allaneu trabeazione, in modo di non offendere alcun diritto acquistato, di non recar danno ad alcun legittimo interesse.
D'accordo colle nostre convenienze come colla volontà del Re di Sardegna, senza essere in contraddizione cogli interessi generali dell'Europa, la cessione della Savoia e della Contea di Nizza alla Francia non suscita quistioni che siano incompatibili colle regole pili precise e più rigorose del diritto pubblico. Se l'indole, la lingua e le abitudini delle popolazioni destinate ad essere riunite alla Francia ci fanno certi che questa cessione non è contraria ai loro sentimenti; se noi pensiamo che la configurazione del suolo ha confuso i loro interessi commerciali cornei loro interessi politici coi nostri; se noi diciamo finalmente che le Alpi costituiscono la barriera che deve separare eternamente l'Italia dalla Francia, noi ci limitiamo a conchiudere che il nuovo confine ohe deve esser tracciato tra noi ed il Piemonte trova la sua sanzione nella forza delle cose.
Non è in nome delle idee di nazionalità, non è in qualità di confini naturali che noi cerchiamo la annessione della Savoia e di Nizza al nostro territorio; è unicamente a titolo di guarentigia, ed in circostanze tali, che non sì può credere che abbiano a riprodursi in altri luoghi. In una parola, alieni da ogni idea d'ingrandimento, e più ancora da ogni idea di conquista, nostro unico scopo si è di ottenere, in nome de' principii di diritto pubblico, che i trattali non siano resi più onerosi per noi su di un punto, in cui essi erano stati dettati da disposizioni che il tempo, lo spero, ha contribuito a cancellare, e che, come sicurtà contro i pericoli, che l'ingrandirsi del Piemonte può produrre per noi nel futuro, la nostra frontiera venga fissata, mediante l'assenso del Re di Sardegna, a seconda de' bisogni della comune difesa.
Il governo dell'Imperatore, pieno di confidenza nell'autorità delle considerazioni che aveva a far valere, cominciò a trattare col gabinetto di Torino rispetto a questa importante quistione. Voi conoscete in qual modo ci siamo spiegati. Voi conoscete egualmente la risposta del gabinetto di Torino, e voi avrete veduto che, accogliendo le osservazioni che noi gli avevamo presentate, caso si mostra disposto, a prezzo di un sacrifliio volontario, ad accordarvi l'adesione che esse richiedono: io voglio lusingarmi che le ragioni di necessità e di diritto, ohe determinavano la nostra condotta, saranno con maggior ragione valutate dal governo di coi sentimenti di equità che lo ispirano, e collo spirito amichevole che dirige lo sue relazioni colla Francia. Esso comprenderà che, cercando di ottenere guarentigie tanto legittime, noi dobbiamo cercare di accordarci colla Sardegna intorno agli atti ed alle disposizioni necessarie.
In forza di circostanze il più delle volte indipendenti dalla loro volontà, i governi non aono sempre riusciti a fondare le loro combinazioni au basi che riunissero in sé le condizioni d'una vera stabilità, le quali altro non sono ohe quelle della giustizia illuminata dalla sana intelligenza degl'interessi reciproci, ed è per questo che gli atti destinati a consacrare la pace non ebbero alle volle altro risultato all'infuori di quello di deporre nel sistema politico nuovi germi di difficoltà e di complicazioni. La combinazione, della quale motivi tanto giusti e potenti ci autorizzano oggi a desiderare la realizzazione, è in vece tanto conforme agl'interessi generali, che essa, noi ne abbiamo ferma fiducia, è necessariamente chiamata a far parte di ogni sistema saggiamente concepirlo e regolato con previdenza. Essa trova dunque la sua legittimità nell'assenza di ogni lesione delle convenienze bene intese dell'Europa, come nelle esigenze della nostra propria situazione, e noi vogliamo credere che essa sarà considerata sotto questo questo aspetto dalla Corte di …........
Vi prego di voler leggere questa nota, e di lasciarne copia al sig
Aggradite, ecc.
THOUVENEL
(Pubblicato il 21 roano 1860)
I nostri Re già dueTolteperdettero la SavoiaeNizza, e stanno per perderle amendue la terza volta, ma in un modo che nelle istorie non trova confronto. Lasciando da parte il presente, che tutti sanno, ricordiamo il passato che molti ignorano.
La prima perdita della Savoia avvenne nel secolo decimosesto, e durò dal 1536 al 1559. Era duca di Savoia Carlo III dettoil buono. ma troppo buono, perché volea stare tra l'Imperatore di Germania e il Re di Franciatenga scontentare né l'uno, né l'altro,mentre que' due potenti si guardavano in cagnesco tra loro.
Francesco I, re di Francia, con que' pretesti che non mancano mai agli usurpatori, finì per invadere gli Stati del Duca, di cui era nipote. Dio ci guardi da tali nipoti! esclama il nostro collaboratore Cibrario. E chi sa che più tardi non abbia ad esclamare:Dio ci guardi da tali alleati1
I Francesi occuparono la Savoia, poi scesero le Alpi, e s'impadronirono di tutto il Piemonte, eccetto Val-d'Aosta, Vercelli, Cuneo e Nizza. Approssimandosi l'esercito francese, molte terre mandavano ad assicurare Carlo III della loro fedeltà. Egli rispondeva mestamente: gli conservassero la fede e l'amore che gli avevano sempre portato, ma si governassero in modo da non lasciarsi rovinare.
I borghi di Torino vennero distrutti dai Francesi che vi si fortificarono; fu presa Rivoli, e messa a sacco; toccò la stessa sorte a Grugliasco, i cui abitanti tanto si tormentarono per averne danaro, che molti ne morirono. Carignano, Chieri, Savigliano, Saluzzo restarono preda de' Francesi, i quali presero e distrussero il Castello di Bricherasio.
Poi nel 1543 la città di Nizza fu perduta dal Duca di Savoia, e venne occupata dai Francesi e dai Turchi, alleati del Re cristianissimo. Nel 1544 i Francesi pigliarono Alba a tradimento, e incendiarono S. Albano. Nel 1552 espugnarono Lanzo, Viu e Rivara; presero Busca e Dronero, facendovi impiccare Gerolamo Pallavicino; quindi Camerano e Solio, la cui guarnigione appesero per la gola; in ultimo s'impadronirono di Valperga, Pont, Ceva, Verrua, San Michele, Cortemiglia, ecc.
Carlo III moriva in Vercelli il 17 di agosto del 1553, e i Francesi impadronironsi tosto di quella città, rubando il tesoro del Duca. E poi continuarono a prendere sempre; presero e distrussero i castelli di Camerano, Baldichieri e Tigliole; presero Ivrea, Malvicino e Masino; presero Casale, Volpiano, Valenza, Valferrera e Cherasco: finché come Dio volle, presero una solenne battosta a San Quintino, e furono sconfitti dal valore di Emanuele Filiberto ili 0 d'agosto del 1557.
Allora si fe' la pace di Castel Cambrest (5 di aprile 1559) e il Duca di Savoia ricuperò tutti gli Stati aviti, ad eccezione di Ginevra, del paese di Vaud e del Vallese Il conte di Masino, luogotenente generale di Emanuele Filiberto, pigliò possesso degli Stati in nome di lui; e il 25 di gennaio lo stesso Emanuele Filiberto giungeva in Nizza, e dopo qualche mese in Piemonte, ed a Vercelli, dove stabiliva la sua residenza. Questa restituzione, dice l'ambasciatore veneto Andrea Boldù «fu tenuta per grandissimo miracolo, avendovi la Francia, in spazio d'anni ventitré che è durata la guerra, speso pili di 50 milioni di franchi, oltre tanto sangue che vi ha sparso con morte di tanti principi e signori».
Questo periodo di storia c'insegna: 1° Che le alleanze politiche e le alleanze di famiglia colla Francia non ci furono mai vantaggiose; 2° che la perdita della Savoia si trasse con sé la perdita del Piemonte; 3° Che la Provvidenza opera anchegrandissimi miracoliquando si tratta di favorire la causa dei buoni Principi; 4° Che bisogna avere pazienza e patire con dignità, giacché in ultimo la vittoria di S. Quintino non può fallire.
La seconda perdila della Savoia avvenne nel 1792. In sul finire di quell'anno la convenzione spediva il generale Montesquieu a fare la conquista delle terre savoine, e furono invase alla maniera rivoluzionaria, senza dichiarazione di guerra. Il 23 dicembre dello stesso 1792 i Francesi invadevano Nizza.
Il conte di S. Andrea, accampato sui colli di Rauss e di Brois, resistà valorosamente battendo i nemici in varii scontri. Nel giugno del 1793 i soldati piemontesi segnalaronsi nel tener testa agli assalti di Serrurier e di Brunet. Il duca di Monferrato tentando di liberar la Savoia respingeva dapprima i Francesi al di là di Moutiers, ma poi fu respinto egli stesso da Kellerman, e costretto a rivalicare il piccolo San Bernardo. In quella ritirata fatto bersaglio ai colpi de' repubblicani, fu pregato di celare le insegne della sua dignità; ma egli rispose;Voglio essere ciò chetono,e così debb'essere un principe di Savoia il dì della battaglia.
Sul finire d'agosto del 1793 Vittorio Amedeo III partiva pel campo della Ghiandola affine di tentare una spedizione su Nizza, risoluto di vincere o di morire. Nizza o Sopergaera il suo grido. Il duca d'Aosta comandava la spedizione, la quale falli per la lentezza dei soccorsi austriaci.
L'invasione della Savoia e di Nizza trasso dietro a sé in sul finire del secolo decimottavo l'invasione e la perdita del Piemonte, come già a mezzo il secolo decimosesto. Imperocché là sono le porte d'Italia, e darle in mano agli stranieri, e pretendere che stieno a vedere e non entrino è vana lusinga e vera stoltezza. Ci pensino i nostri rettori se sono ancora in tempo; ma forse il dado è tratto, e si preparano pel nostro paese le più grandi sciagure!
PS.È giunta a Torino una deputazione del Municipio di Nizza, incaricata di presentare al governo del Re le più calde istanze, affinché Nizza rimanga unita al Piemonte, o almeno venganeutralizzatae dichiarata indipendente. Noi speriamo ben poco da questa deputazione. È cosa veramente indegna la noncuranza che il Ministero mostra per la Contea di Nizza, sicché questa debba man dare inviati per supplicare il governo di non abbandonarla alla mercé della Francia! Oh, nessun altro governo italiano tratterebbe così le sue provincie!
(Pubblicato il 27 marzo 1860)
Il 24 di marzo veniva sottoscritto il trattato che cede alla Francia laSavoia, e ilcircondario di Nizza. Questa notizia è ufficiale, e fu annunciata dal Moniteurdi Parigi del 25, come dice un telegramma che il lettore troverà a
suo luogo.
Le condizioni sono due:la sanzione delle Cameree lanessuna pressione della volontà delle popolazioni;positiva la prima, negativa la seconda. Le Camere approveranno, e le popolazioni, secondo il solito, lascieranno fare.
Sebbene il trattato dica che le nuove frontiere di Francia e Piemontesaranno determinate da Commissioni miste francosarde,ad ogni modo noi possiamo fin d'ora calcolare già la perdita che dovrà fare fra pochi giorni lo Stato nostro.
Quanto alla Savoia noi perderemo i circondarli di Albertville, Annecv, Bonneville, Ciamberì, Moutiers, San Giovanni di Moriana, San Giuliano, Thonon, in tutto 543,098 abitanti.
Quanto a Nizza ilMoniteurdice che sarà ceduto alla Francia ilcircondario, e questo, secondo la nuova legge del 43 di novembre 18&9, si compone dei seguenti mandamenti:
| Mandamenti | Popolazione |
| Contes | 6. 072 |
| Guillaumes | 4,593 |
| Levenzo | 6,540 |
| Mentono | 5,673 |
| Nizza intra muros | 44,091 |
| Nizza extra muros | |
| Poggetto Tennieri | 3,261 |
| Roccasterone | 3,917 |
| Scarena | 6,939 |
| San Martino | 7,683 |
| Sospetto | 9,674 |
| Santo Stefano | 5,004 |
| Tenda | 6,034 |
| Utelle | 5,011 |
| Villafranca | 5,943 |
| Villars | 5. 374 |
| Tot. popolaz. | 125,71 |
Sonodunque settecentomila abitanti tra Savoia e Nizza che si cedono alla Francia, popolazione fedelissima e benemerita della Dinastia.
Dice ilConstitutionnelche verrà indirizzato dal nostro Re un proclama alle popolazioni di Savoia e Nizzaper iscioglierle dal giuramento di fedeltà. Ah! è dunque necessario, prima di annettere popolazioni agli Stati altrui, che il Sovrano legittimo le prosciolga dal giuramento? Giova molto il tener conto di questa dichiarazione.
Evuolsi riflettere eziandio come la Francia, per annettere in modo stabile e solenne Nizza e Savoia all'Impero, voglia procedere con tutte le forme legittime, e secondo que' principii che chiamansi didiritta divino;mentre....
Non occorre che noi qui facciamo confronti, giacché il lettore può farli da sé, e prevedere le conseguenze.
(Pubblicato il 28 marzo 1860)
Siamo accertati che oggi laGazzetta ufficiale del Regnopubblicherà il trattato, con cui il nostro governo cede,per la forza degli avvenimenti, le provincie della Savoia e la Contea di Nizza all'Imperatore dei Francesi. Se il trattato sarà pubblicato, Io ristamperemo in questo numero. Non sarà inutile tuttavia preparare un po' di proemio, a questo trattato medesimo; e il proemio per essere degno d'un cosi nobile contratto, verrà scritto da noi colle parole di S. M. I. Napoleone III, del conte di Mornv, presidente del Corpo legislativo, de!Moniteur, giornale ufficiale dell'Impero francese, e di S. £. il conte di Cavour, presidente del nostro ministero.
Napoleone III, 18 di giugno 1859, indirizzava dal quartiere generale di Milano unproclama agli Italiani,nel quale diceva: «I vostri nemici, che sono i miei, hanno tentato di sminuire la simpatia che era universale in Europa per la vostra causa, facendo credere che io non facessi la guerra cheper ambizione personale o perINGRANDIREil territorio della Francia. Se mai v'hanno uomini che non comprendono il loro tempo, io non sono certo nel novero di costoro. L'opinione pubblica è oggi illuminata». Illuminatissima!ripigliamo noi, e passiamo ad altro.
Passiamo al discorso che, il 7 di febbraio 1859, fu recitato a Parigi da S. M. I. Napoleone III, inaugurando le tornate del Corpo legislativo. Nei quale discorso l'Imperatore diceva: «Alla vigilia della mia terza elezione io faceva a Bordeaux questa dichiarazione:L'Impero è la pace, volendo provare con essa che, se l'erede dell'Imperatore Napoleone! saliva sul trono, egli non ricomincierebbe un'eradi conquiste... Giammaiun interesse personale!
una meschina ambizionenon dirigeranno le mie azioni. Allorché sostenuto dal voto e dal sentimento popolare un uomo ascende i gradini di un trono, s'innalza per la più grave delle risponsabilità al di sopra dellaregione infima, in cui si dibattono volgari interessi. Probabilmente nel novero deivolgari interessi,il 7 di febbraio del 1859, S. M. I. comprendeva anchele conquiste della Savoia e di Nizza. Ed ora?
Il conte di Mornv, (presidente del corpo legislativo, commentando, l'8 di febbraio 1859, le parole dette il giorno prima da Napoleone III, che cioè era alieno da interessi personalieda ambizioni meschine,diceva: Speriamo che nelle presenti circostanzele idee generose, le intenzioni leali eDISINTERESSATE dell'Imperatore si faranno strada nel mondo». E noi abbiamosperato e leintenzioni si fecero strada,ed eccole oggi apparire allaluce del mondo, e sono veramenteleali, disinteressate e generose!
IlMoniteurdi Parigi, nel suo numero del 45 di marzo 1859, pubblicava un articolo coll'intento di persuadere l'Europa che l'Imperatore Napoleone, contento del suo Impero, non voleva il guadagno di un palmo solo di terreno. La Francia è accusata, diceva ilMoniteur, di nutriredisegni ambiziosiche essa haripudiati,e di preparare conquiste di cui essa non ha bisogno; e si cerca, mediante questecalunnie, di spaventare l'Europa». E poco dopo il Moniteursoggiungeva: «Se l'Imperatore avesse voluto senza ragione rinnovare in un'era di pace e di civiltàle guerre e le conquistedeiprimo Impero, egli non sarebbe stato del suo tempo, ed avrebbe in tale guisa incorso il biasimo pili grande che possa colpire un capo di governo». Tuttavia, se abbiamo letto bene la storia, ci pare che la Savoia e la Contea di Nizza fossero alcune di quelleconquiste,che Luigi Bonaparte dichiarava diripudiare.
A compimento del commentario soggiungeremo ancora una citazione, che sarà del conte di Cavour, il quale, il sei di febbraio del 4855, avvertiva i deputati a diffidare d'ogni intervento straniero in Italia, giacché potrebbero verificarsi una seconda volta que' due versi che dicono —Il novo signore s'aggiunge all'antico — L'un popolo e l'altro sul collo ci sta:cioè ilsignored'Austria a Venezia, e ilsignoredi Francia a Nizza; ilpopoloaustriaco a levante, ed il popolofrancese a ponente; e noi in mezzo, nella pienezza della nostra indipendenza!(Atti del Parlamento,N° 452, pag. 4675).
E nella tornata del 16 aprile 1858 il conte di Cavour diceva ai deputati, che nel secolo passato la Francia, capitanata dal primo Bonaparte scacciò i Tedeschi dall'Italia, maper fare immediatamente mercimoniodelle provincie conquistate a prò dell'Austria stessa. E qui non si può dire, ripigliava il conto di Cavour, che essa abbandonava una parte per salvare il tutto, ma dava le Provincie veneteper assicurare le sue conquistene' Paesi Bassi, sulle sponde del Reno e della Schelda». Il conte di Cavour, il 46 aprile 1858, avea in orrore la politica cheche dà certe provincieper assicurarecerte conquiste!
Finalmente lo stesso conte di Cavour, il 17 di febbraio del 1859, nel Senato del Regno, scatenavasi contro i Principi Italiani, e diceva che essi (non avevano il diritto di alienare la loro indipendenza» che, alienandola «violavano manifestamente non solo lo spirito, ma la lettera dei trattati», e conchiudeva: «Io dico essere principio del diritto pubblico moderno, essere uno dei grandi progressi della civiltà e della scienzail non riconoscesi ne' principi il pi~ ritto di alienare i loro popoli»(Senato del Regno, Atti UfficialiN° 13, pag. 41).
Ora noi domanderemo umilmente al conte di Cavour, se il trattato che cede alla Francia le provincie della Savoia e la Contea di Nizza non sia una alienazione di popolimolto peggiore di quella che egli un anno fa rimproverava agli altri Principi Italiani? Gli domanderemo come sappia conciliare i suoi fatti colle sue parole?
E qui ha fine il nostro proemio. Il tempo e gli avvenimenti restano incaricati di fare i commentarli al trattato, e li faranno!
(Pubblicato il 31 marzo 1860)
Il trattato, che cede alla Francia le provincie della Savoia e la Contea di Nizza, porta la data del 24 di marzo, data dolorosa nella nostra istoria, perché in quel giorno medesimo nove anni fa piombava sul nostro paese la grande sciagura di Novara. Eppure noi non esitiamo a dire che questo trattato è una sciagura molto peggiore di quella.
Imperocché a Novara l'Aquila di Savoia fu ferita, ma oggidì lascia il luogo all'Aquila imperiale. Rattazzi, nove anni fa, colla sua imprudente politica giuocava il trono e la vita di Carlo Alberto, secondo la frase di Vincenzo Gioberti. Ed oggi Cavour e Farini, col trattato che hanno sottoscritto, distrussero in un giorno l'opera di nove secoli.
ANovara si cadeva dopo una resistenza, e coll'armi in pugno. Qui si obbedisce, si cede, si rinunzia umilissimamente. A Novara si salvava il principio dell'indipendenza d'Italia. Qui il principio è sacrificato, e si chiama lo straniero in Nizza, cioè in una delle migliori parti della Penisola.
ANovara soffrivamo una disfatta materiale, una di quelle ferite che il tempo basta a rimarginare. Ora ci tocca una disfatta morale, che il tempo peggiorerà, e da cui non ci riavremo mai pili.
ANovara volevamo recar aiuto all'amico e al fratello. Ora è il fratello e l'amico che noi rinneghiamo per darlo in balìa del francese. A Novara eravamo obbligati a pagare parecchi milioni all'Austria. Ora, cedendo Nizza alla Francia, paghiamo con popoli fedelissimi, e difendiamo in principio la legittimità della dominazione forestiera in Italia. Dopo Novara eravamo compatiti, perché deboli e sventurati. Ora l'Europa non ha per noi che rimproveri e disdegno.
E poterono trovarsi due Italiani, che sottoscrivessero coi plenipotenziari francesi un simile trattato? E uno de' sottoscrittori, il conte di Cavour, ha nelle vene sangue savoiardo? E l'altro, il dottor Farini, con una mano toglie le Romagne al Papa e coll'altra regala Nizza alla Francia? E questi due uomini, non che tollerati, vengono applauditi come eroi? Oh tristissimi tempi! Oh insipienti giudizi!
Percorrete la collezione de' nostri trattati, e non ne troverete un solo che possa paragonarsi con quello del 24 di marzo. I nostri annali raccontano gloriose imprese per riacquistare gli Stati nostri, non ree compiacenze nel cederli. Farini e Cavour hanno scritto nella nostra storia una pagina, che noi dovremo più tardi bagnare di lagrime. Torinesi, voi foste ben ricompensati dal presidente del ministero d'averlo mandato tante volle al Parlamento! Egli ha reso la capitalo una città di frontiera; ha ripagalo Torino e la Savoia d'eguale moneta.
Si confrontino un po' due trattati pubblicati a breve distanza, il trattato di Zurigo, e quello del 24 di marzo. Nel primo l'Austria, vinta, cede la Lombardia, ma è condotta a ciò dai patiti rovesci, e della Lombardia conserva le chiavi. Noi vincitori, al punto di pigliar possesso d'Italia, ne mettiamo le chiavi nelle mani della Francia I II trattato di Zurigo s'intende, quello del 24 di marzo è un mistero.
Il trattato di Zurigo era esplicito. Esso diceva chiaramente che cosa l'Austria cedeva,' e che cosa riservava per sé; parlava dei compensi, degli oneri assunti dalla Francia e dal Piemonte, e dei diritti riservati al governo austriaco. Laddove il trattato del 24 di marzo ci lascia nelle tenebre. Perdiamo la Savoia e la Contea di Nizza, ma non si sa bene quanti paesi debbano comprendersi sotto questi nomi, Resterà una parte del nostro debito alla Francia; ma in quale proporzione? L'unico diritto che ci riserviamo è di continuare il traforo del Moncenisio; vale a dire di continuare nel sacrifizio di molti e molti milioni con poca speranza di buon risultato! Se un vantaggio potea tornare al Piemonte dalla cessione della Savoia, si era di liberarci da un'impresa gigantesca sì, ma avventata scientificamente ed economicamente, qual è il traforo delle Alpi. Invece no, neppur questo vantaggio ci è rimasto, e noi ci riserviamo il diritto di traforare il Moncenisio, perché i Francesi possano venire in Torino sulla strada ferrala! V'è in tutto ciò qualche cosa di così strano, che noi non sappiamo con qual nome chiamarlo.
Sallo Iddio quanta afflizione ci rechi il dovere esporre per le stampe queste osservazioni I Avremmo amato meglio tacere. Ma ilParlamentoè chiamato a sancire il trattato del 24 di marzo, ed è un sacro dovere per il giornalista di condannarlo, e dimostrarne i danni presenti e i pericoli gravissimi a cui ci espone.
Il trattato dice all'art. 7° che e per la Sardegnasarà esecutorio appena che la sanzione legislativa necessaria sarà stata data dal Parlamento». Questonon è un articolo, ma un epigramma. Imperocché la Sardegna non ha nulla de eseguire; e l'esecuzione tocca alla Francia che ha già preso e sta per prendere possesso della Savoia e della Contea di Nizza. L'art. 7° per essere conforme allo Statuto dovea dire che iltrattato non sarebbe validose non dopo la sanzione legislativa. Dall'altra parte il richiamo del governatore di Ciamberì e l'abbandono totale, in cui si lascia Nizza, non è un principio d'esecuzione del trattato per parte della Sardegna?
Noi speriamo nel Parlamento che non approverà l'opera di Cavour e di Farmi. Ma perciò vuolsi ricorrere alle due Camere peg mmo di petizioni. Ora le parti principalmente interessate io questo trattato, la Savoia e Nizza, non possono manifestare la loro volontà. Non possono, perché, levandosi oggidì contro il governo francese, si esporrebbero a grandi pericoli. Non possono, perché hanno contro di sé laprima polizia del mondo, come osserva laGazzette de Nicedel 28 di marzo, edei fondi secreti considerevoli. Non possono, perché già subiscono l'occupazione straniera.
Tocca dunque al resto dello Stato venire in soccorso di quelle popolazioni sacrificate. Tocca a noi Piemontesi in ispécie di dire che non vogliamo separarci dalla Savoia, la culla dei nostri Re, né da Nizza che no fu spesse volle il rifugio.
Tocca ai Torinesi di non dimenticare che l'invasione della Savoia trasse semprecon sé la schiavitù della nostra città qualunque governo fosse in Francia, o l'assoluto di Francesco I, o il repubblicano del secolo passato. Oh sì, dicon spiritosamente mesi fa ilTimes,oh sì, che i Zuavi staranno a vedere dal Moncenisio le nostre belle pianure, senza che salii loro il grillo di venire più tardi a farvi una passeggiata!
E poi la causa della Savoia, e principalmente della Contea di Nizza, è la causa di tutta l'Italia. Se oggi s'ha la debolezza di cedere una provincia, domani s'avrà il coraggio di negarne un'altra? E di concessioni in concessioni, dove andremo a parare? È evidente ornai che il nipote vuole calcare le pedate dello zio, e voi sapete che questi non s'è arrestato né a Nizza, né alla Savoia. Che se lo zio procedette innanzi, non ostante la resistenza de' nostri Principi e de' nostri soldati, che cosa farà il nipote, che trova tanta compiacenza nei Cavour e nei Farini, arbitri delle nostre sorti, e signori delle nostre città?
Concittadini!
Sono cessate le incertezze sui nostri destini.
Con un trattato firmalo il24marzo scorso il valorosoreVittorio Emanuele haceduta alla Francia la Savoia e il circondario di Nizza. Ipiù potenti motivi di convenienza politica,le esigenze dell'avvenire d'Italia,il sentimento di gratitudine verso il suo potente alleato, infine le circostanze tutte speciali del nostro paese ha deciso, benché a malincuore, questo ben amato Sovrano a separarsi dalle provincie strettamente congiunte da secoli alla sua dinastia. Ma la sorte dei popoli non deve essere il risultato esclusivo della volontà dei principi. Di questa guisa il magnanimo imperatore Napoleone e il leale Vittorio Emanuele hanno desiderato che il trattato di cessione fosse convalidato dall'adesione popolare.
Per questo scopo voi sarete tra breve convocati nei comizi elettorali, e S. M. il Re mi ha commesso provvisoriamente il governo di questo circondario nella mia qualità di vostro concittadino.
Concittadini!
Alla voce augusta del Re ogni incertezza sul nostro avvenire è dileguata. Nella stessa guisa dinanzi a queste parole auguste debbono ormai scomparire i dissidii e le rivalità. Tutti i cittadini devono essere animati dallo stesso spirito di conciliazione. Tutte le opposizioni detono frangersi impotenti contro gl'interessi della patria e il sentimento del dovere, ha di più; esse troverebbero un ostacolo insuperabile negli stessi desiderii di Vittorio Emanuele.
Le pubbliche dimostrazioni in questi momenti non hanno più ragione d'essere. Solo loro scopo sarebbe quello di compromettere l'ordine pubblico che sarà oggimai energicamente protetto.
La confidenza, la tranquillità o il raccoglimento debbono presiedere all'atto solenne cui verrete chiamati.
Concittadini!
La missione che mi fu commessa dal Re è transitoria, ma importante. Per adempiere il mio uffizio in queste straordinarie circostanze io conto sull'appoggio del vostro rispetto alle leggi, e su quell'alto grado di civiltà, al quale voi vi sapeste innalzare.
Affrettiamoci dunque di raffermare coi nostri voti la riunione della nostra contea alla Francia. Rendendoci l'eco delle intenzioni del Re (sic), stringiamoci intorno alla bandiera di questa nobile e grande nazione che eccitò sempre le nostre più vive simpatie. Ordiniamoci intorno al trono del glorioso imperatore Napoleone III. Circondiamolo di quella fedeltà tutta speciale del nostro paese che noi abbiamo serbalo fino a questo giorno (sic) a Vittorio Emanuele.
Per questo augusto Principe che si serbi fra noi il culto delle memorie, e che degli ardenti voti si innalzino pe' suoi nuovi e splendidi destini.
Pel grande Napoleone III, la cui potente e ferma volontà è di aprire un'era novella di prosperità pel nostro paese, comincierà la nostra fedeltà a tutte prove e la nostra rispettosa devozione.
Viva la Francia!
Viva l'imperatore Napoleone III.
Nizza, 2 aprile 1860.
Il Governatoreprovvisorio
LUBONIS.
(Pubblicato il 4 aprile 1860)
Il discorso della Corona, pubblicato nel nostro numero precedente si distingue per due antitesi singolari, cioèl’annessionedell'Italia centrale al nostro Stato, e lasconnessionedal nostro Stato della Savoia e della Contea di Nizza; le lodi, la riconoscenza, la sottomissione ad unAlleato magnanimo,Luigi Bonaparte, e l'alterezza e indipendenza usata versoil Capo supremo della religionecattolica, Pio IX. Queste due antitesi meritano di venir considerate in due articoli, e comincieremo perciò dalla prima.
«L'Italia centrale è libera per meravigliosa virtù, de' popoli», prese a dir la Corona, e il giornale ufficiale segna a questo luogoviva approvazione. Poco dopo soggiunge: Ho stipulato un trattato sulla riunione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia». E pare che tali parole sieno state seguite daprofondo silenzio,perché il giornale ufficiale non segna nulla((3)).
Qui viene subito in mente la domanda: Come mai? La meravigliosa virtù dei popoli che operòl'annessionenell'Italia centrale, non potà impedire la e connessionenell'Italia settentrionale? Che nuovo sistema è questo di farliberauna parte della Penisola col renderneservaun'altra?Sconnetteredi qua perannetteredi là?
Il discorso della Corona dà di questa antilogia le seguenti ragioni: 4° La riconoscenza alla Francia;2° Ilbene d'Italia;3°L'assodamento dell'unione di Francia e d'Italia; 4° Lacomunanza di origini, di principii e di destini Ira gli Italiani e i Francesi. Esaminiamole una ad una.
La riconoscenza alla Francia. Bella cosa è la riconoscenza, e il poeta dice: «Che l'orror dei mortali è un'alma ingrata». Ma non si dovrebbe dimenticare che l'Italia ha pure qualche debito di gratitudine verso il Papato in genere e Pio IX in ispecie. E perché tanta fretta nel pagare i debiti al Bonaparte, e un si meschino ricambio al romano Pontefice?
E poi la riconoscenza, per quanto sia ampia e generosa, non può mai giustificare una contraddizione. Or bene gravissima contraddizione è codesta di mettere una parte d'Italia sotto lostraniero francese, perché ci aiutò a liberare un'altra parte d'Italia dallostraniero austriaco!
Finalmente ci costano cari i servigi napoleonici, se noi dobbiamo pagarli colsacrifiziode' nostri fratelli; e siamo tentali a supplicare Napoleone III di non aiutarci pili, perché, se dopo la conquista della Lombardia, dobbiamo pagarlo con Savoia e Nizza; dopo la conquista della Venezia, dovremo dargli il resto della Liguria e il Piemonte fino alla Sesia. Tanto più oggidì che confessa di non volersi più battere perun'idea!
Passiamo alla seconda ragione delsacrifizio, cioè ilbene d'Italia. Confessiamo l'ignoranza nostra: non sappiamo capire come il bene d'Italia possa richiedere che si ceda alla Francia Savoia e Nizza; anzi ci pare che il bene d'Italia avrebbe richiesto per contrario che non si cedesse né l'una, né l'altra. Ed eccone i motivi.
Cedendo Nizza, che è evidentementeitaliana,al governo francese, evidentemente bramerò in Italia, si legittimala dominazione straniera nella Penisola; e questo non ci sembra unbene,ma unmale.
Cedendo la Savoia, che è la porta d'Italia, si perdono le naturali difese che la Provvidenza ha stabilito pel nostro paese, e ci diamo in balìa degli invasori; lo che non ci sembra unbene, ma unmale, e un grandissimo male.
Cedendo la Savoia e Nizza, si prepara la strada ad altro concessioni, si fomenta l'appetito di coloro che diconol'appètit vient en mangeant, si fa venire l'acquolina in bocca ad altri stranieri che ci renderanno servizi simili per ottenerne simili contraccambi; e questo non ci pare unbene,per l'Italia, ma un gran male.
Cedendo la Savoia e Nizza, Nizza in ispecie, che fin dal 1388 sceglieva volontariamente per suo signore Amedeo VII ilRosso, Nizza che fu dal duca Carlo III onorata col titolo difedelissima, noi gettiamo semi di timore, di diffidenza, di disunione in altre parti d'Italia venute assai più tardi, e di una fe deità non ancora esperimentata. E questo pure ci sembra unmale,e non unbene.
La terza ragione per cui si voglionosconnetteredal Piemonte le provincie Savoine e la Contea Nicese, èl'assodamento dell'unione di Francia e d'Italia. La quale ragione ci fa gelare il sangue, perché prova troppo, e ci espone al pericolo di diventare interamente francesi.
Imperocché se perassodare l'unionegalloitala si ha da dare oggidì alla Francia una provincia italiana, domani se ne dovrà cedere un'altra, e a poco a poco dallo spartimento delleAlpi marittimeverremo a quellodi Montenotte. e via via fino allospartimento del Tevere,come è avvenuto nel secolo passato. Allora sì, saràassodata l'unionequando gli Italiani diverranno francesi 1
Il pericolo è più prossimo che non si crede, giacché noi non facciamo semplicemente il sacrifizio di alcune città, ma sacrifichiamo il principio istesso,e collae connessionedi Nizza mettiamo l'addentellato per altre sconnessioniche saranno egualmente ragionevoli, egualmente legittime.
E poi la storia è lì per attestarci che sempre, sempre, sempre, quando i Francesi furono a Nizza e nella Savoia, si inoltrarono più avanti in Italia. Credete voi di godere il privilegio della politica:Daghela avanti un passo?
Il quale pericolo viene dimostrato ancor più chiaramente dalla quarta ed ultima ragione, che si adduce perisconnetteredal Piemonte la Savoia e Nizza, cioè lacomunanza, di origini, di principii e di destinitra gli Italiani ed i Francesi.
Pogniamo che i Francesi volessero impadronirsi di Torino, come sotto Francesco I, sotto Luigi XIV, sotto la prima Repubblica. Essi potrebbero servirsi della frase del discorso della Corona, e dire che vengono a comandare sulla sponda della Dora o del Po, mossi dallacomunanza di origini, di principii e di destini!
Se questacomunanzagiustifica la dominazione francese in Italia, atterrate allora la Basilica di Soperga, che vi ricorda la resistenza de nostri padri, il loro valore, il loro eroismo per non sottostare allo, straniero.
Stracciate dalle nostre istorie molte pagine, e principalmente quella che racconta la battaglia di San Quintino, e le cose operate' da Emanuele Filiberto per sottrarre alla Francia il Piemonte, Nizza e la Savoia.
E perché venite a parlarci sì spesso deiVespri Siciliani, se esiste tra Francia e l'Italia tale e tantacomunanza di origini, di principii e di destini? E perché avete gridato tanto contro l'occupazione francese in Roma, chiamandolaun'occupazione straniera?
Comunanza d'originitra gli Italiani e i Francesi! È vero, siamo tuttigente latina. Ma gli Spagnuoli appartengono allo stesso ceppo, e si avvicinano forse più alla nostra lingua. Dunque potranno oggi o domani invocare le memorie antiche e riavere la Lombardia, la Sardegna, lo Stato napolitano?
Comunanza di principii!Abbiamo noi forse i principii deldue dicembre? Il nostro Parlamento è un'immagine del Corpo legislativo? Il nostro Statuto rassomiglia alla costituzione francese? La libertà nostra è la libertà che si gode in Francia?
Comunanza di destiniQuali sono i destini d'Italia, quali i destini della Francia? Se interroghiamo gli italianissimi, la nostra Penisola dee ritornare all'antica grandezza romana, cioè dominare coi proconsoli anche la Gallia. Se interroghiamo i Francesi, essi pretendono che il Mediterraneo sia un lago francese, e ohe mezza Europa debba sottostare alla loro signoria. Com'è dunque possibile lacomunanza di destini?
E se regna tra Francesi e gli Italiani questacomunanza d'origini, di principii e di destini, perché Luigi Napoleone non lascia a noi la Savoia e la Contea di Nizza? Perché egli signore d'un impero di trentacinque milioni si spaventa di uno Stato di dodici milioni? Perché il Bonaparte teme di noi e vuole le Alpi, e noi non dobbiamo temere del Bonaparte?
Oh 1 non si piglino le cose con tanta leggerezza! Non si emettano principii di comunanzacon tanta facilità! Che direbbe Alfieri redivivo se avesse udito in Piemonte il discorso che ieri risuonò nell'aula del Parlamento I Noi non sismo misogalli, ma siamo Piemontesi, e pur troppo veggiamo il Piemonte che se ne va ira le feste, le luminarie e gli applausi fragorosi di chi inganna e di chi si lascia ingannare! Fra poco tempo, concittadini, rileggerete quest'articolo, ecene darete il vostro avviso. Molti di voi ora dormono, e dai Piemontesi addormentati ce ne appelliamo a' Piemontesi svegli dai nuovi fatti imminenti.
(Pubblicato 18 aprile 1860)
Venerdì, in sul finire della tornata, ebbero luogo nella Camera dei Deputati le prime avvisaglie sulla questione di Nizza. Garibaldi e Laurenti-Robaudi, i due deputati di quella città, chiesero di interpellare il conte di Cavour su tale argomento, ed egli, che non avea preparato ancora le sue solite artiglierie, rifiutò la battaglia, e negò di rispondere, col pretesto che la Camera non era costituita.
Ne' tempi normali certamente sarebbe stata aliena dalle consuetudini parlamentari un'interpellanza come quella voluta dal generale Garibaldi; ma di questi giorni noi la ritroviamo affatto legittima. Imperocché la maggior parte delle elezioni vennero approvate, e quindi la Camera era costituita. E poi il pericolo incalza in modo da non patire indugio.
Se gli Austriaci fossero alle porte di Torino, osservava opportunamente il deputato Laurenti-Robaudi, forse che il conte di Cavour rifiuterebbe di prendere un qualche provvedimento, col pretesto che v'hanno tuttavia alcune formalità da compiere? Or bene, se gli Austriaci non sono alle porte di Torino, gli stranieri sono in Nizza; essi hanno invaso la nostra città senza il consenso del Parlamento, e il ministero è risponsabile dell'invasione,
SI, il ministero, ritirando da Nizza le nostre truppe, richiamando i pubblici officiali, cedendo la città ai soldati francesi, venne meno alla clausola del trattato di cessione che riserva alla approvazione del potere legislativo la validità del trattato medesimo. Lo Statuto è stato violato, l'onor della Camera offeso, smembrato il regno, gettata una città in balla dello straniero e negli orrori della guerra civile.
E un nizzardo, un uomo di cuore, che non sia una banderuola, che abbia una qualche convinzione politica, può leggere quotidianamente ne' diari ciò che ci raccontano di Nizza, delle violenze che soffre, delle lagrime che sparge, e vedersi in faccia l'autore principale di tanti dolori, e restarsi muto, e non chiedergliene ragione? Oh! no, davvero. Un nizzardo nella Camera non può aspettare, non può tacere, senza venir meno a' suoi più stretti doveri, ed al mandato ricevuto da' proprii concittadini.
La questione di Nizza è tale, che dovrebbe riunire in un solo tutti i partiti per riprovare solennemente l'operato del ministero, negando al trattato di cessione quel voto che è necessario al suo valore. Cosi dovrebbero votare i Nizzardi prima, poi gli altri Liguri, i Piemontesi, i Lombardi, i deputati dell'Italia centrale, i Veneti, i fautori della sovranità del popolo gli amici della monarchia.
I Nizzardi. La storia di Nizza grida forte ai deputati di quella città, che essa è italiana, e che deve rigettare la dominazione straniera. I loro padri nel 4388, per opporsi ai Provenzali, sceglievano volontariamente Amedeo VII, il Rosso,conte di Savoia. Nel 1538, davanti alle minaccie di due potenti monarchi, chiudevansi nella loro fortezza rispondendo alle intimazioni, col grido:Viva Savoia! Nel 1543 resistevano ai Galloturchi, e meritavano da Carlo III il titolo difedelissimi. Nel 1600 sbaragliarono i Francesi capitanali dal duca di Guisa, e restarono Italiani:Civium. virtù te. Nel 1639 conducevano in città il cardinale Maurizio al grido diViva Savoia. In seguitò i Nizzardi protestarono sempre colla parola e colle armi di non volersi staccare dal Piemonte, di voler rimanere Italiani((4)). E nel giubilo del 1848 dichiaravano: I discendenti di Caterina Segurana vanno superbi di appartenere a quella terra che produsse l'Alighieri».
E potrebbero i deputati nizzardi smentire tutta la loro istoria, negare le loro origini, le loro glorie particolari, i loro affetti, le loro proteste, e staccarsi silenziosi da questa Italia, di cui custodirono sempre le porte con tanto valore; di questa Italia, che onorarono coi loro scrittori, e coi loro capitani? Ah! no, non fia mai. L'avvenuto nella tornata di venerdì passato ci è sicurtà che i Nizzardi faranno costar caro ai Cavour ed ai Farini il loro mercato.
I Liguri. Certo i deputati liguri se hanno testa e cuore debbono coadiuvare i Nizzardi ed oppugnare il trattato!; imperocché Nizza fa parte della Liguria, che, secondo tutte le geografie, stendesi dalla Magra al Varo; e la causa di quella città è comune a tutte le altre che vengono di poi. Se il Piemonte cede alla Francia il nostro territorio fino alla Roia, domani potrà cederlo fino a Savona, e posdomani fino alla Spezia. La ragione del domandare per parte della Francia e del cedere per parte del nostro governo sarà egualmente plausibile. E se ora i deputati della Liguria hanno buono in mano per opporsi alle improvvide condiscendenze, non l'avrebbero più quando rendessero favorevole il suffragio al trattato, che mette Nizza in mano dello straniero.
I Piemontesi. Anche i deputati subalpini sono tenuti ad oppugnare il trattato che cede Nizza e la Savoia. L'affetto e la fedeltà di queste due provincie non ci permettono di sagrificarle, qualunque potesse essere il vantaggio del sagrifizio. Noi cediamo il certo per l'incerto, e mentre le nostre perdite si vogliono stipulare solennemente, i nostri guadagni dipendono dalla vita e dalla parola d'un uomo, il quale nella sua vita e nelle sue parole mostra una serie non interrotta di contraddizioni. E chi vien meno alle promesse fatte al Papa, di cui pure abbisogna, resterà fedele a noi, di cui si ride in cuor suo? Subalpini non v'illudete pel presente e pensate al futuro. Pensate in ispecie che la perdita della Savoia e di Nizza fu sempre il principio della servitù del Piemonte.
I Lombardi. Se v'ha taluno, che debba tremare al solo sentir discorrere di cessione, sono i deputati della Lombardia, la quale ieri fu ceduta dall'Austria alla Francia, e alla Francia alla Sardegna. Se essi approvano oggidì la cessione della Savoia e di Nizza, riconoscono di poter essere ceduti più tardi una terza volta; legittimano il governo antico, che chiamavanostraniero;rinnegano la nazionalità italiana, di cui tanto parlarono e straparlarono; e mentre si veggono indifesi a levante, mettono in mano alla Francia a ponente la chiave d'Italia, che è il passaggio delle Alpi.
Gli Italiani del centro. Gessi Iddio che noi rinneghiamo i nostri principii, o per vezzo d'opposizione ritrattiamo menomamente i giudizi emessi altra volta sulle cose avvenute nell'Italia del centro. I deputati di quelle contrade sono agli occhi nostri oggidì quello che furono ieri! Ma sorpassando per un momento sulla loro origine e sulle loro autorità, diciamo che se vogliono essere conseguenti a loro principii ed ai loro interessi debbono oppugnare la cessione di Nizza. Avvegnaché questa città sia passata al Piemonte cinque secoli sono per volontaria dedizione, la quale se ora può esser messa in non cale, e alienata in vantaggio della Francia, s'ha ragione di temere che tardi o tosto la stessa sorte possa toccare a Parma, a Modena, alla Toscana, ed alle Romagne. Ciò non avverrà mai più, diranno i ministeriali. Ma nel 1848, ed anche nel 1859 dicevano lo stesso di Nizza e della Savoia, mentre ora veggiamo avvenire la cessione dell'una e dell'altra.
I Veneti. Anche la Venezia è rappresentata nel Parlamento. Rinnoviamo le nostre proteste e senza approvare il fatto, lo constatiamo semplicemente per dire che i deputati veneti, che riconoscono straniero il dominio austriaco nella Venezia, non possono approvare la dominazione francese nella Contea di Nizza.
Il giorno in cui i deputati veneti sancissero il trattato del 24 di marzo, dovrebbero abbandonare Torino, e correre in grembo dell'Austria. Con qual coraggio oserebbero essi gridarefuori lo stranierodopo d'aver messo nelle sue mani una delle nostre migliori provincie? Qual conto farebbe la diplomazia de loro richiami, poiché essi li avessero smentiti coll'inaugurare in Italia la dominazione francese?
Abbiam detto che debbono ancora votare contro il trattato i fautori della sovranità popolare, e i puri monarchici se ve ne sono nel nostro Parlamento. Di fatto i primi veggono cogli occhi proprii che si usa a Nizza una gran violenza che si mette ostacolo alla libera manifestazione della volontà del popolo che non si tiene verun conto delle votazioni precedenti, che l'occupazione straniera precede il voto, il quale invece avrebbe dovuto precedere il trattalo. Se il popolo è sovrano, quale autorità avevano i Cavour ed i Farini di cedere la Savoia e Nizza? Napoleone III dovea aspettare che Savoini e Nizzardi andassero a lui, e non pretendere che i ministri sardi gli regalassero que' popoli.
1 puri monarchici poi riflettano che i nuovi fatti e le nuove dottrine scalzano il trono; che al 1792 tien dietro il 1798; che la capitolazione di Cherasco invece di consolidare la dinastia sabauda ne preparò l'inevitabile rovina come già venne osservato in questo foglio dal nostro collaboratore il cav. Cibrario. Si uniscano pertanto i deputati, e rigettino il trattato del 24 di marzo. L'Imperatore Napoleone non se ne adonterà, poiché nel trattato medesimo riconobbe l'autorità del Parlamento.
Il governatore della provincia di Ciamberì s'affretta d'informare gli abitanti della provincia, che è stato convenuto tra il governo sardo ed il governo francese che l'espressione dei voti del paese sarebbe fatta per mezzo del suffragio universale, e che per questo fine le seguenti disposizioni furono prese d'accordo tra essi:
Art. 10 I Savoini abitanti (fella provincia di Ciamberì sono chiamati a votare sulla seguente questione:La Savoia tuoi essere riunita alla Francia? Art. 2°. Il voto avrà luogo con un SI o con un NO, a scrutinio segreto, per mezzo di polizza manoscritta o stampata. Qualunque polizza che non recasse una risposta fretta alla questione fatta, o che recasse qualche frase riprensibile sarà considerata come nulla. Art. 3°. Lo scrutinio sarà aperto in ogni Comune domenica, 22 aprile 1860, dalle ore otto antimeridiane alle sette ore pomeridiane. Art. 4°. Saranno ammessi a votare tutti i cittadini in età d'anni ventuno almeno, nati in Savoia, o fuori della Savoia da genitori savoini, che abitano nel Comune almeno da sei mesi, e che non hanno subito condanna alcuna ad una pena criminale. Art. 5°. Sarà formalo in ogni Comune un Comitato presieduto dal sindaco, ed in caso d'assenza o d'impedimento, dall'assessore più anziano non impedito nella Giunta municipale, e composto inoltre da quattro membri presi dalla Giunta, e, ad un bisogno, nel Consiglio municipale per ordine di anzianità; secondo l'articolo 493 della legge del 23 ottobre p. p., questo Comitato si aggiungerà un segretario di sua scelta. Art. 6°. Farà le liste, e le farà pubblicare domenica, 45 del corrente, al più tardi. Deciderà d'urgenza intorno ai richiami che potranno essere fatti. Presiederà alla votazione, e ne registrerà il risultato in un processo verbale sottoscritto da tutti i membri. Art. 7°. Nei Comuni in cui il Comitato credesse necessario di formare parecchie sezioni per riguardo al numero dei cittadini iscritti, sarà stabilito, previa autorizzazione del governatore, per ogni sezione un uffizio speciale composto di cinque membri presi nel Consiglio comunale nel modo indicato nell'art. 5° sopra esposto. Sono inoltre applicabili a questo voto le disposizioni d'ordine pubblico contenute negli articoli 54, 52, 53, 54, 55 e 56, come pure quelle dell'articolo 65 della citata legge del 23 ottobre ultimo. Art. 8°. Lo spoglio essendo terminato, i processi verbali saranno immediatamente trasmessi agli intendenti dei Circondari(arrondissements)che li faranno giungere al segretariato della Corte d'Appello per mezzo del Governatore. Art. 9°. La Corte, a camere riunite, procederà allo spoglio generale, e ne constaterà il risultato con decisione pronunziata in seduta pubblica.
Ciamberì, il 7 aprile 1860.
Il governatore reggente
Dupasquier.
Mettiamo sotto gli occhi del lettore un curioso confronto tra le parole che il conte di Cavour disse in Torino alla Camera dei Deputati, il 12 di aprile, e le parole che lo stesso giorno il signor Baroche, presidente del Consiglio di Stato e rappresentante dell'Imperatore dei Francesi, disse al Corpo legislativo. Il conte di Cavour dichiarò che fu necessario cedere a Napoleone III la Savoia e Nizza per avere Bologna, e conservare laconquistadelle Romagne. Il sig. Baroche giurò che Napoleone III non entrò per uulla nella perdita delle Romagne patita dal S. Padre, e che anzi il Bonaparte ai adoperò in tutte le guise per conservarle e farle restituire al Papa! Sarebbe bene che Cavour e gli agenti di Napoleone III ai mettessero d'accordo nelle parole, come lo furono, e lo sono tuttavia nelle opere. Altrimenti ai confuteranno a vicenda come è avvenuto questa volta. Si legga e si giudichi!
Cavour. Per ora sul terreno della politica mi restringo a questa sola dichiarazione ed è che la cessione di Nizza e della Savoia eracondizione essenziale del proseguimento di quella viapoliticache in così breve tempo ci ha condotti a Milano, a Firenze, a BOLOGNA. Era impossibile respingere il trattato e proseguire nella stessa politica; non solosi sarebbero esposte a evidente pericolole passate conquiste. ma si sarebbero esposte a cimento le sorti stesse della patriat(Camera dei Deputati del 12, Atti uff., N° 10, pag. 37, col. 3). |
Bàboche. La France n'est pour riendans la séparation des Romagnes;laFrancia non entra per nulla nella se parazione delle Romagne........ Ce n'estpas la faute de l'Empereur si le Saint-Pére n'a pas conservé sur ces contrées son pouvoir;non è colpa dell'Imperatore, se il Papa non ha conservato su queste contrade il suo potere.......... Peut-on dire que la France a laissé les Légations échapper au Saint-Siège?Sipuò dire che la Francia abbia lasciato sfuggire le Legazioni alla S. Sede? (Tornata del Corpo legislativo francese del 12 aprile; pubblicata dalMoniteurdel 15). |
Quantunque aspettata da parecchi giorni, non è però meno dolorosa per ooi la pubblicazione del trattato, con cui si rinunziano alla Francia le provincie della Savoia e della Contea di Nizza. I nomi di Cavour e Farini, che porta sottoscritti il trattato medesimo, erano ben meritevoli di figurare in un etto simile. Il tempo e il dolore non ci consentono di scrivere commenti. Li riserviamo a domani.
Au nom de la Tès Sainte et indivisible Trinité.
Sa Majestà l'Empereur des Francis avant exposé les considérations qui par suite des changemens survenus dans les rapports territoriaux entre la Sardaigne et la France, lui faisaient désirer la réunion de la Savoie et de l'arrondissement de Nice (circondario di Nizza) à la France, et Sa Majestà le Roi de Sardaigne s'étant montré disposé à v acquiescer, Leurs dites Majestés, ont décidé de conclure un Traità à cet effet, et ont nommé pour Leurs Plénipotentiaires, savoir:
Sa Majestà le Roi de Sardaigne, Son Excellence M. le comte Camillo Benso de Cavour, Chevalier de Son Ordre Suprême do la Très Sainte Annonciade, Chevalier Grand Croix décoré du Grand Cordon de l'Orde Roval des Saints Maurice et Lazare, Chevalier de l'Ordre Civil de Savoie, Grand'Croix de l'Ordre Imperial de la Légion d'Honneur, et des Ordres de st. atexandre Newskv de Russie en diamants, du Medjidié de Turquie, du Lvon et du Soleil de Perse, Gran Cordon des Ordres de Léopold de Belgique, de Charles III d'Espagne, du Sauveur de Grèce, eter eter eter, Président du Conseil et Son Ministre des affaires étrangères, Notaire de la Cuoronne, eter, et Son Excellence M. le Chevalier Charlestouis Farini, Chevalier de l'Ordre Suprême de la Très Sainte Annonciade, et des Ordres des Saints Maurice et Lazare, et du Mérite Civil de Savoie, Son Ministre Secrétaire d'État pour les affaires de l'intérieur;
Et Sa Majestà l'Empereur des Francis, M. le Baron de Talleyrand-Périgord, Commandeur de Son Ordre Impérial de la Légion d'Honneur, Chevalier Grand Croix des Ordres de l’Étoile polaire de Suède, du Lvon de Zsringen de Bade et du Faucon blanc de Saxe-Weimar, eter eterte., Son Envové extra ordinaire et Ministre plénipotentiaire auprès de Sa Majestà le Roi de Sardaigne, et M. Vincent Benedetti, Commandeur de l'Ordre Impérial de la Légion d'Honneur, Grand Officiar de l'Ordre Roval des Saints Maurice èt Lazare, eter eter, Conseiller en Son Conseil d’État, Son Ministre plénipotentiaire et Di recteur des affaires politiques au Département des affaires étrangères;
Lesquels après avoir échangé leurs pleins pouvoirs, trouvés en bonne et dùe forme, sont convenus des articles suivants:
Art. 1. Sa Majestà le Roi de Sardaigne consent à la réunion de la Savoie et de l'arrondissement de Nice (circondario di Nizza) à la France, et renonce pour lui, et tous ses descendants et successeurs en faveur de Sa Majestà l'Empereur des Français à ses droits et titres sur lesdits territoires. Il est entendu entre Leurs Majestés que cotte réunion sera effectuée sans nulle contrainte de la volontà des populations, et que le Gouvernement du Roi de Sardaigne et de l'Empereur des Francis se concerteront le plustòt possible sur les meilleurs movens d'apprécier et de constater les manifestations de cotte volonté.
Art. 2. Il est également entendu que Sa Majestà le Roi de Sardaigne no peut transférer les parties neutralisées de la Savoie qu'aux conditions aux quelles il les possède lui-même et qu'il appartiendra à Sa Majestà l'Empereur des Français de s'entendre à ce sujet tant avec les Puissances représentées au Congrès de Vienne, qu'avec la Confédération Helvétique, et de leur donner les garanties qui résultent des stipulations rappellées dans le présent article.
Art. 3. Une Commission mixte déterminera dans un esprit d’équità les frontières des deux États en tenant compte de la configuration des montagnes et de la nécessità de la défense.
Art. 4. Une ou plusieurs Commissions mixtes seront chargées d’examiner et de résoudre dans un bref delai les diverses questione incidentes auxquelles donnera lieu la réunion, tel les que la fixation de la part contributive de ls Savoie et de l'arrondissement de Nice (circondario di Nizza) dans la dette publique de la Sardaigne et l'exécution des obligations résultant des contrats passés avec le Gouvernement Sarde, lequel se réserve toutefois de terminer lui-même les travaux entrepris pour le percement du tunnel des Alpes (Mont-Cenis).
Art. 8. Le Gouvernement Francis tiendra compte aux fonctionnaires de l'ordre civil et aux militaires appartenant par leur naissance à la Province de Savoie età l'arrondissement de Nice (circondario di Nizza), et qui deviendront sujets Francis, des droits qui leur sont acquis par les services rendus au Gouvernement Sarde; ils jouiront notamment du benèfico résultant de l'inamovibilità pour la Magistrature et des garanties assurées à l'armée.
Art. 6. Les sujets Sardes originaires de la Savoie et de l'arrondissement de Nice, ou domiciliés actuellement dans ces provinces, qui entendront conserver la nationalità Sarde, jouiront pendant l'espace d'un an,à partir de l’échange des ratifications, et movennant une déclaration préalable, fait à l'autorità compétente, de la facultà de transporter leur domicile en Italie et de s’v fixer, au quel cas la qualità de citoven Sarde leur sera maintenue.
Ils seront libres de conserver leurs immeubles situés sur les territoires réunis à la France.
Art. 7. Pour la Sardaigne le présent Traità sera exécutoire aussitòt que la sanction législative nécessaire aura étà donnée par le Parlement.
Art. 8. Le présent Traità sera ratifié et les ratifications en seront échangées à Turin dans le délai de dis jours, ou plus tòt si faire se peut.
Enfoi de quoi les Plénipotentiaires respectif al'ont signé et v ont apposé le cachet de leurs armes.
Fait en doublé expédition à Turin le vingt quatrième jour du mois de mare de l'an de gràce mil-huit-cent-soixante.
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Signé: C. CAVOUR. |
Signi: TALLEYRAND. |
Signé: FARINI. |
Signé: BENEDETTI. |
Pour copie conforme à l'originai:
Le Secrétaire Général du Ministère de Affaires Étrangères.
CARUTTI.
IlJournal des Débatspubblicava il testo del proclama che Vittorio Emanuele ha indirizzato alle popolazioni di Savoia e Nizza per isvincolarlo dal loro giuramento di fedeltà. Questo stesso proclama è pubblicato dallaGazzetta ufficiale del Regnodel 2 di aprile, N° 79, ed è del seguente tenore:
«Un trattato concluso il 24 marzo stabilisce che la riunione della Savoia e di Nizza alla Francia avrà luogo colla adesione delle popolazioni e la sanzione del Parlamento.
Per quanto siami penoso di separarmi da provincie che hanno per si lungo tempo fatto parte degli Stati de' miei antenati, e alle quali si attaccano tante reminiscenze, io ho dovuto considerare che i cangiamenti territoriali originati dalla guerra in Italia giustificherebbero la domanda, che il mio augusto alleato l'imperatore Napoleone mi ha indirizzato per ottenere questa riunione.
«Io ho dovuto inoltre tener conto dei servigi immensi che la Francia ha reti all'Italia, dei sacrifici che essa ha fatto nell'interesse della sua indipendenza, dei vincoli che le battaglie e i trattati hanno formato tra i due paesi, lo non poteva disconoscere da altra parte che lo sviluppo del commercio, la rapidità e la facilità delle comunicazioni aumentano ogni giorno di più l'importanza ed il numero delle relazioni della Savoia e di Nizza colla Francia.
«Io non ho potuto dimenticare infine, che le grandi affinità di razza, di linguaggio e di costumi rendono codeste relazioni ognor pili intime e naturali.
«Tuttavia un simile grande cangiamento nella sorte di codeste provincie non potrebbe esservi imposto; esso dev'essere il risultato del libero vostro consentimento, Questa è la mia ferma volontà, e tale è pur anche l'intenzione dell'imperatore de' Francesi. Affinché nulla possa imbarazzare la libera manifestazione dei vostri voti, io richiamo quelli tra i principali funzionari dell'ordine amministrativo, che non appartengono al vostro paese, e li surrogo momentaneamente da alcuni de' vostri concittadini che più godono la stima e la considerazione generale.
«In queste circostanze solenni voi vi mostrerete degni della riputazione che vi siete acquistata.
«Se voi dovete seguire altri destini, fate in modo che i Francesi vi accolgano come fratelli, che si è da lunga mano appreso a valutare e stimare.
Fate che la vostra unione alla Francia sia un legame di più tra due nazioni, la cui missione è di operare di accordo allo sviluppo della civiltà».
Torino, 6 aprile 1860.
VITTORIO EMANUELE
C. CAVOUR.
(Pubblicato il 13 aprile 1860)
Oggi, 12 di aprile, hanno luogo nella Camera dei Deputati le interpellanze del generale Garibaldi al conte di Cavour sulla cessione di Nizza alla Francia, sulla incostituzionalità della votazione, sulla violenza che patiscono i Nizzardi. I nostri lettori troveranno nella relazione della Camera le interpellante e le risposte. Affinché però possano apprezzare una cosa e l'altra come conviene, scriveremo alcuni cenni sulle relazioni che da molti secoli passano tra Casa di Savoia e la Contea di Nizza.
L'anno 1388, i Nizzardi sceglievano per loro signore Amedeo VII,il Rosso, conte di Savoia, ed una delle ragioni principali era perché il conte, per l'acquisto fallo a que' tempi dalla sua famiglia della vai di Gesso, poteva all'occorrenza mandar pronti soccorsi a Nizza per ricacciare oltre Varo i Provenzali, che da sei anni desolavano le sue terre(CosìGioffredo,Storia delle Alpi marittime).
L'anno 1538, quando i Nizzardi erano minacciati da due potenti Monarchi, rispondevano alle loro intimazioni col grido diViva Savoia, risoluti piuttosto di morire, che di cadere sotto altro padrone:Cum spe et fide potius moriendi, quam aliter permittendi,come lasciò scritto Bartolomeo Bensa, uno dei capitani preposti alla guardia delle porte (Gioffredo,loc. cit. lib. XIX).
L'anno 1543, i Nizzardi cacciavano dalia loro città i Gallo-Turchi, che l'aveano invasa, e Nizza veniva rimeritata del suo eroico coraggio col titolo di fedelissima,datole dal duca di Savoia Carlo III.
L'anno 1562, addi 20 gennaio, il popolo nicese, riunito in generale parlamento ad istanza dei sindaci nella chiesa di S. Domenico, rispondeva ai Francesi, che lo dicevano avverso alla signoria dei duchi di Savoia, confermando il voto del 1388 (Gioffredo, lib. XXI).
L'anno 1600, nella notte del 1° ottobre, assalita Nizza da 4000 Francesi, capitanati dal duca di Guisa, cacciava gl'invasoricivium virtute, come dicea un'iscrizione destinata a conservare memoria del fatto (Gioffredo, lib. XXIII).
L'anno 1639, rotte le porte, il popolo nizzardo conduceva in città il Cardinale Maurizio al grido diViva Savoia,e a sassate mandava via il governatore che stava pei Francesi (Gioffredo, lib. XXVI).
L'anno 1691 Nizza, obbligata a cedere alle truppe di Catinai e scendere a patti, nell'atto di resa stipulava, all'art. 25 Che non potendo il Castello es~ aere dalle armi di S. M. Cristianissima espugnato, dovesse la città e contado continuare sotto il dominio della R. Casa di Savoia (Relazione dell’Assedio, pag. 48).
L'anno 1696, dopo cinque annidi dominazione francese, restituita Nizza alla Savoia la gioia di tutti i cittadini fu inesplicabile da chi la vide, e incredibile a chi ne udisse il distinto ragguaglio», come dice uno scrittore contemporaneol'Aureo fiume della pace, dell'ab. M. A. Lascari. Nizza per Giovanni Romero, 1696, in fine del proemio).
L'anno 1792, quando i repubblicani di Francia invasero Nizza, il 27 settembre e vecchi e giovani, il ricco e il povero, il nobile ed il popolano, tutti indistintamente corrono per la città, gridando:Evviva Savoia!disposti a tutto intraprendere pel loro Sovrano amatissimo, e detestando gli odiosi stranieri», come scrisse il Bonifassi, testimonio di quei fatti, nelle suememorie.
Da due storici rileviamo come Nizza fosse riunita alla Francia durante la rivoluzione. La Contea di Nizza formò lospartimento delle Alpi marittime non in seguito ad un voto emesso dalla maggioranza degli abitanti, ma pei brogli di alcuni avidi novatori,la maggior parte stranieri venuti dietro all'esercito(Durante,Hist. de Nice, vol. III, pag. 242).
«È degna di memoria, così Carlo Botta, la differenza di procedere dei Savoiardi e dei Nizzardi verso i Francesi, avendo i primi mostrato molta inclinazione per loro, e desiderio di accomodarsi alle foggio del nuovo governo; al contrario, i secondi fecero pruova di molta avversione, e di volersene rimanere nei termini del governo antico» (Storia d'Italia, dal 1789 al 1814, libro II).
Sotto il primo Napoleone Nizza continuò ad essere il capoluogo dellospartimento delle Alpi marittime, come Savona di quello diMontenottere Cuneo di quellodella Stura,ma visse negletta, misera, spopolata dall'emigrazione. «Sotto la dominazione del Re di Sardegna, scriveva un viaggiatore nel; 1803, Nizza e il suo territorio conteneva 34,000 anime in circo: era ne contiene appena i due terzi» (Vovage dans le Département des Alpes Maritimes par S. Papon. Paris, imprimerle de Crapelet 1804, pag. 84).
Venne la pace tanto sospirata e il ristabilimento di Casa Savoia ne' suoi aviti dominii. Il Vescovo di Nizza, Mons. Colonna d'Istria, dicea a' Nicesi:
«Sì, ora la possedete quella pace che tra gli spontanei evviva della Nazione all'avito soglio riconduce il padre vostro Vittorio Emanuele pel cui ritorno mai non cessaste di porgere ferventi i voti vostri al cielo». Chi avrebbe detto allora che sotto Vittorio Emanuele II Nizza sarebbe stata ceduta ad un Napoleone III!
L'anno 1821 il re Carlo Felice scriveva alla città di Nizza il seguente regio biglietto, che vuol essere riferito nella sua integrità.
A' fedeli ed amati Nostri Consoli
e Consiglieri della cittàdi NizzaMarittima
Fedeli ed amali nostri. Molto abbiamo gradito le proteste di attaccamento, fedeltà e devozione che ci avete testò rassegnate. — Costanti di secolo in secolo si mantennero ne' buoni abitanti della città e Contea di Nizza Marittima questi sentimenti verso la Real nostra Casa, e costante fu parimente il particolare affetto ad essi portato dagli Augusti nostri antecessori. Volle il re Vittorio Emanuele, mio amatissimo fratello, darvene un solenne attestato, scegliendo nello passate luttuose vicende la sua dimora fra voi, dov'egli e la real sua famiglia hanno ricevuto tali dimostrazioni di rispetto e di amore, che esse non si cancelleranno mai dal nostro cuore; ed in ogni circostanza ei sarà grato il manifestarvi la distinta nostra benevolenza, come in ogni tempo pregheremo Dio che vi conservi e vi dia prosperità.
26 maggio 1824.
CARLO FELICE.
Due volte nel giro di pochi anni Carlo Felice passò l'inverno a Nizza. «Non vi ha pennello, dice l'Adrioli, che pinger possa la viva rispettosa gioia e gratitudine da fedeli Nicesi manifestata in quella faustissima occasione».
Carlo Alberto recossi in Nizza nel 4836. Le feste che s'ebbe furono degne della città fedelissima. IlNizzardo per difendere Savoie le fa scudo del suo petto, diceva un inno popolare pubblicato in que' lietissimi giorni.
Nel 1848 Nizza festeggiava ilRisorgimento d'Italiacon un volume di poesie intitolato:Raccolta di prose e poesie, con che i Nicesi celebrarono le piemontesi Riforme(Nizza, tipografia Suchet, 4848). Oh, non pensavano allora i Nicesi che l'ultimariformasarebbe stata di metterli alla porta, e rigettarli dalla gran famiglia italiana!
Coloro che oggidì invocano per le annessioni dell'Italia centurie i volontari che nell'ultima guerra vennero a combattere coi nostri soldati, non dovrebbero dimenticare che nel 4848 «più di seicento volontari nizzardi seguirono nelle pianure lombarde quei loro fratelli che la legge chiamava a rafforzare le file dell'esercito (vedi l'opuscolo:È vero che Nizza desideri staccarsi dal Piemonte?Prove del notaio Eugenio Emanuel, nizzardo).
Finalmente nel 1859, il 28 di settembre, il Consiglio municipale di Nizza votava un indirizzo al Re, manifestandogli i sensi di devozione che nutre per Sua Maestà e per la gloria stirpe di Savoia.
E tutti questi atti di fedeltà e di amore verranno ricambiati col cedere Nizza allo straniere? Quale dolorosa e tristissima lezione ai popoli I Oh prima di sancire definitivamente il contratto si tolga dal palazzo reale di Torino la seguente iscrizione, che si legge scolpita sovra una delle porle interne:
A LADISLAO PROVINO. COM. DESTITUTI
NICIENSES
DUM LIBERTATIS ARBITRI
FORTITUDINEM ET CLEMENTIAM
SABAUDORUM PRINCIP. ADMIRANTUR
ILLIS OBTEMPERARE
QUAM SIBI IPSIS IMPERARE MALUNT
1388
(Pubblicato il 18 aprile 1860)
Incominciano a giungerci le prime notizie della votazione di Nizza. Esse sono favorevoli alla Francia. Chi ne dubita? Potrebbe essere stato altrimenti? Susettemilaelettoriundiciappena restarono fedeli alla Casa di Savoia 1 II Moniteurparla d'entusiasmo. Noi sappiamo come si fabbrica, e quel vispo giornaletto che è ilPiemontece l'insegnava due settimane fa((5)).
Però il deputato nizzardo, Laurenti-Robaudi, fin dal 12 di aprile ci aveva detto nella Camera, parlando della votazione di Nizza: Che garanzia avranno leurne, quando saranno portate nel palazzo di città, e colà deposte per rimanervi fino alla domane e sotto la tutela di partitanti separatisti? Che guarentigia ci darete, che queste urne non sieno nella notte cangiate con altre ripieno di voti posti da mano nemica? E voi giudicherete da questi voti della nazionalità di un paese della volontà di diventare Francesi anzi che rimanere quel che siamo?»Atti uff, della Camera, N 44, pag. 42, 3. a col.
E lo stesso deputato Laurenti-Robaudi, raccontando come il voto di Nizza fosse stato per cosi dire improvvisato, soggiungeva: È possibile un voto fra due o tre giorni? No, non è possibile; è una derisione, è uno scherno che il governo fa a Nizza dopo un insulto che dura da più mesi. Non si può domandare ad un paese di volare; non si possono combinare le liste elettorali in due o tre giorni; è impossibile che un tale atto possa essere accettato dall'Europa quale voto libero di popolo libero»Atti ufficiali,N° 12, pag. 43, l. a colonna).
Queste osservazioni sono giuste, e noi le approviamo; ma non risguardano soltanto la votazione di Nizza, s ancora le votazioni dell'Italia centrale. Nell'Emilia e nella Toscana fu pure improvvisata la votazione, e vennero in pochi giorni compilate le liste elettorali. Nell'Emilia e nella Toscana nessuna guarentigia ebbero le urne, perché poste sotto la tutela dei partitanti annessionisti.
Nò vogliam dire con ciò nulla contro la legge d'annessione, che è legge dello stato, e che il fisco ci obbliga a rispettare; ma solo vogliamo ricordare una contraddizione solenne del deputato Laurenti-Robaudi, il quale approvò nell'Italia centrale ciò che poco prima aveva disapprovato in Nizza.
Inoltre il deputato Mancini avvertiva, riguardo alla votazione nicese e che la Camera non dovrà passivamente subire il suo materiale e numeroso risultamento che potrà venire annunziato, come sembra credere l'onorevole ministro per la pubblica istruzione; ma a lei apparterrà innanzi tuttoscrutare la sincerità di quel voto, ed accertarsi se venne accompagnato da quelle condizioni di sicurezza e d'indipendenza, che sono necessarie onde produca legittimità di effetto l'anticipala votazione delle popolazioni.
Noi vorremmo sapere perché questo metodo non si tenne riguardo alle votazioni della Toscana e dell'Emilia; perché il Parlamento non prese innanzi tuttoa scrutare la sincerità del voto;perché non procurò diaccertarsise il voto a Firenze, a Parma, a Modena, a Bolognavenne accompagnato da quelle condizioni di sicurezza e di indipendenza che sono necessarie onde produca legittimità di effetto?Tutti questi erano punti da appurare nel Senato e nella Camera dei Deputati. Ma invece il Parlamento tenne la sincerità della votazione dell'Italia centrale come un assioma, e in pochi minuti approvò la legge!
Finalmente noi faremo una supposizione. Che cosa direste se Nizza dopo essere stata annessa alla Francia, spedisse i redattori dell'evenir oraMessager de Nice,caldi partigiani della separazione, in qualità di deputati nicesi al Corpo legislativo di Parigi, e questo Corpo soltanto coi deputati dell'Atemr Messagersancisse l'annessione della Contea all'Impero francese?
Eppure questo è ciò che fu fatto per le annessioni dell'Italia centrale al Piemonte. Si votò liberamente come si vota in Nizza. L'ha detto il conte di Cavour ((6)). Poi coloro ch'erano più caldi per l'annessione vennero mandati alla Camera subalpina e tutti concordemente approvarono l'annessione!
(Pubblicato il 24 maggio 1860)
Relatore del trattato del 24 di marzo venne nominato il marchese Rorà, quel desso che fu a Ravenna commissario piemontese, e aiutò la politica che riuscì a sottrarre le Romagne dal dominio del S. Padre. Ed è curioso il vedere questo signor Marchese che contribuì a diminuire in Italia i possedimenti di un principe veramente italiano, ora dar opera perché un'italiana provincia venga ceduta allo straniero!
Imperocché il deputato Rorà nella sua relazione sostiene che la Savoia e la Contea di Nizza si debbono cedere all'Imperatore dei Francesi. E le ragioni che adduce sono le seguenti, che noi esamineremo brevemente.
La cessione consacra il passato, rassicura il presente, prepara l'avvenire. Consacra il passato? Oh, sì davvero! A Plombières il conte di Cavour fece un contratto col Bonaparte, negoziando la Lombardia, la Savoia e Nizza. La Francia compì la sua parte conquistando e cedendoci la prima. Ora tocca a noi fare l'obbligo nostro, e cedere alla Francia le provincie piemontesi. In questo senso la cessioneconsacra il passato!Ma è un nobile e glorioso passato?
Rassicura il presente? Ben doloroso, ben incerto dee essere questopresente se perrassicurarleci vuole il sacrificio non solo di una parte del nostro territorio, sì ancora del principio medesimo dell'indipendenza e nazionalità italiana! e questopresenteper quanto tempo dureràrassicurato?E ci sarebbe in Italia un altro governo che fosse disposto arassicurare il presentecol sacrificio di una parte de' suoi popoli? Anche al Papa fu proposto dal Bonaparte dirassicurare il pi esente,rinunziando agliincontestabili dirittiche ha su di alcune sue provincie. Pio IX ha risposto un generoso e intrepidonon possumus, e questa risposta l'onora e lorassicuraassai più che tutte le pericolose condiscendenze.
Prepara l'avvenire?Un tremendo avvenire ci prepara la cessione della Savoia e di Nizza. Dopo il dipartimento delle Alpi marittime la Francia chiederà quello di Montenotte, e noi dovremo accordarlo. La logica inesorabile dei fatti ci condurrà ad altre concessioni, e di tal guisa tutta la Liguria, tutto il Piemonte diventeranno francesi. Ecco l'avvenire che ci prepara il trattato del 24 di marzo, se Dio non disperde il triste vaticinio!
2° La cessione della Savoia e di Nizza, segue a dire il deputato Rorà, si dee considerare come una conseguenza della lega sardo franca, perché un'alleanzaè un ricambio di buoni uffizi. Giusto principio è questo, ma ilricambio dee farsi sempre nel medesimo ordine per essere ragionevole ed equo. Noi dobbiamo rendere alla Francia ciò che essa ba dato al Piemonte. Essa ci aiutò coi suoi soldati a vincere una guerra, e noi dobbiamo mostrarci pronti a soccorrerla qualora si trovasse nelle medesime contingenze.
Ma la cessione d'una provincia italiana al Bonaparte non è unricambio. Napoleone III non ci ha regalato nessuna provincia francese. Qualora osasse farlo, la Francia intera si leverebbe contro di lui. Perché dunque dovremo ri cambiarloalla maniera degli scialacquatori, e dare assai più di quello che abbiamo ricevuto?
3° Una terza ragione del deputato di Rorà è un solennissimo errore di storia e di geografia. Egli osa dire che Nizzafu sempre distinta dall'Italia, ed attinente alla Provenza per posizione geografica, per lingua e per antiche memorie.Ohi signor Roràt siete cosi ignorante? Leggete Strabone, e vi dirà che Nizza è italiana((7)). Leggete Plinio, l'Antico, e vi dirà ohe il Varo separa l'Italia dalla Francia((8)). Leggete Pomponio Mela, e vi dirà che il Varo è il limite dell'Italia((9)). Leggete Tolomeo, e vi dirà che l'Italia si stende dalle bocchedel Varofinoa Napoli((10)). Leggete le lettere del Petrarca, e imparerete cheItaliae terminus Varus est, e che Nizzaè prima italiarum urbium((11))E se non v'intendete di latino, leggete Amedeo Thierry, e v'insegnerà cheNice tetvéritàblementen Italie((12)).
La storia va d'accordo colla geografia, e dimostra che Nizza fasempre italiana, e italiano è pure il suo dialetto tanto quanto può esserlo il dialetto piemontese. Dunque il signor Rorà s'inchini coi ministri si supremo volere del Bonaparte, ma almeno non dica spropositi tali da far arrossire uno scolaretto.
4° Finalmente una quarta ragione arrecata dal signor Rorà è che, ce dando noi la Savoia, si distruggono i trattali del 1846! Oh questaèbella davvero! Dunque per distruggere i trattati del 1845 cedete tutto il Piemonte!.... «E non sapete, o capocchi, che Genova è posseduta dal Piemonte in forse di quei trattati che volete distruggere? E ignorate il lavoro sotterraneo, a cui già s'è messo mano per unire alla Francia anche la capitalo della Liguria?
Il depurato Rorà conchiude la sua relazione augurando mille prosperità alle popolazioni che passano alla Francia. È una specie dibuon viaggio,che che a que' popoli dopo di averli messi alla porta.
Signori,
La mostra Commissione ha preso a maturo esame il trattato presentatori dal governo del Re per la riunione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia.
Essa partecipa ai sentimenti di gratitudine espressi nella relazione che precede il progetto di legge, ma trae la giustificazione del trattato da più profonda cagione. Imperocché lo giudica, non come un fatto isolato, ma come parte della nostra politica nazionale. Il trattato del 24 marzo collegando in più intima unione la Francia e l'Italia, nel momento appunto che per le fatte annessioni i vincoli dell'alleanza correvano forse pericolo di allentarsi; questo trattato consacra il passato, rassicura il presente, e prepara l'avvenire.
Le Condizioni d'Europa, gli interessi e le relazioni moltiplicate di numero e di frequenza rendono più che mai difficile ad ogni nazione il vivere e il progredire segregatamente. Questa difficoltà diviene quasi impossibilità quando trattasi di compiere una grande impresa e di fare che i risultati di essa siano ammessi nel diritto pubblico europeo. L'Italia dunque, a fornire il compito assegnatole dalla Provvidenza, ha mestieri di alleanze sincere, intime e sopra tutto operose.
Ora un'alleanza è un ricambio di buoni offici, e di mutui sacrifizi ove occorra. La Francia Io provò accorrendo in nostro aiuto quando l'Austria invadeva il nostro territorio. I suoi prodi soldati versarono il sangue sol Ticino e sul Mincio; e gli eserciti alleati di vittoria in vittoria liberarono la Lombardia e la ricongiunsero alle antiche provincie. La Francia si mostrò ancora generosa alleata, vietando qualunque intervento straniero nell'Italia centrale, e lasciando iti lai modo liberi delle loro azioni i popoli dell'Emilia e della Toscana, quali col senno e colla perseveranza seppero riuscire all'esito desiderato. Finalmente, qualunque fossero stati i primi suoi consigli sul futuro ordinamento d'Italia, essa riconobbe il nuovo regno quale si trova ora costituito.
Ora il governo del Re ci propone che per parte nostra non ci opponiamo à Ciò che la Savoia ed il circondario di Nizza si riuniscano alla Francia col consenso delle popolazioni.
Certo è grave e doloroso sacrifizio il separarci da queste nobili provincie. Nizza, sebbene distinta dall'Italia ed attinente alla Provenza per posizione geografica, per lingua e per antiche memorie, ebbe comuni con noi quasi Cinque secoli di storia; lo spirito italiano già vi metteva radici. Savoia, distinta ancor pili dall'Italia fu culla dei nostri Re, terra classica dell'onore, della fedeltà e della prodezza militare. Pure, bene considerando la natura dei luoghi e delle popolazioni, non si può affermare che dal presente trattato venga leso il principio della nazionalità italiana. Tale fu il convincimento unanime della vostra Commissione. E come senza di ciò non vi avrebbe mai aderito, così ne trae argomento irrefragabile per la integrità futura del territorio nazionale.
Senza accettare l'autorità del suffragio universale, come principio assoluto, dobbiamo però riconoscere essere un grande progresso nel diritto pubblico europeo, che non possa disporsi dei popoli senza il loro consentimento. Il voto universale che fu già applicato nell'Italia centrale a conferma delle deliberazioni delle assemblee, potrà forse nell'avvenire ricevere ulteriori applicazioni. Noi non potevamo dunque rifiutarlo rispetto alla Savoia ed a Nizza.
Finalmente non si dee pretermettere che da questi fatti risulta un argomento nuovo ed efficace perché i diritti sanciti nei trattati del 4815 non possono invocarsi a danno d'Italia.
Passando ora a far parola dei particolari del trattato, la vostra Commissione avrebbe desiderato che il governo indicasse con precisione i nuovi confini fra il Regno e la Francia; ma le difficoltà inseparabili da questa operazione, e la necessità di togliere Nizza e Savoia da uno stato d'incertezza e di precarietà penoso e nocivo ai loro interessi, l'indusse a non insistere su questo punto. Bensì prendemmo atto delle dichiarazioni fatte nella relazione che precede il progetto di legge, ed insistemmo inoltre vivamente perché il ministro faccia ogni sforzo affinché rimangano all'Italia quei punti che più si attengono a noi, e che hanno maggiore importanza militare per la difesa.
Fu esposta al ministro la difficile condizione nella quale si troverebbero alcune popolazioni delle alte valli, le quali, rimanendo unite a noi, non avrebbero comunicazione dalla parte meridionale col rimanente dello Stato, se non attraversando il territorio francese; e ne avemmo assicurazione che condizioni doganali apposite sarebbero concertate colla Francia, per assicurare loro libertà di transazioni commerciali, provvedendo in appresso con nuove vie di comunicazione.
La Commissione ebbe dal ministro spiegazioni soddisfacenti riguardo alle disposizioni della Francia circa il Cbiablese ed il Faucignv, non solo rispetto alla neutralità svizzera, ma anche riguardo alla difesa del regno.
Similmente accolse di buon grado le sue dichiarazioni circa le vertenze contenute nell'art. 4. La Francia che tanto cooperò ad appianare gli ostacoli finanziari che sorsero coll'Austria in occasione del trattato di Zurigo, si dimostra pure ben disposta in questa circostanza, ed essa non vorrà opporre difficoltà alle nostre giuste esigenze.
Riservandosi la direzione e la esecuzione deltunnelsotto le Alpi, il governo del Re credette fare opera patriottica poiché questa gigantesca impresa fu ideata ed incominciata da ingegni italiani e con mezzi italiani. Ciò però non toglie che il governo francese non concorra anch'esso in equa proporzione alla spesa occorrente.
Senza entrare in pili minute considerazioni sull'arduo argomento, la Commissione unanime si propone l'adozione pura e semplice del progetto di legge.
Essa esprime i più caldi voti di prospero avvenire alle nobili provincie, che per tanti secoli ebbero con noi comuni le sorti, e che pagarono sì largo tributo alla nostra causa. Sappiano esse che i sensi espressi al Parlamento dal generoso Principe che ci regge sono scolpiti nel cuore di tutti.
Rora,relatore.
(Pubblicato il 26 maggio 1860)
Quest'oggi, venerdì, 25 di maggio, incomincia nella Camera dei Deputati la discussione del trattato del 24 di marzo, che cede alla Francia la Savoia e il circondario di Nizza. LaPatriedi Parigi ha detto che questa discussione sarebbe una sempliceformalità, e che il Parlamento non potrebbe rigettare il trattato, ma verrebbe invitato semplicemente aregistrarlo.
Invece il conte di Cavour, nella tornata del 12 di aprile, rispondendo alle interpellanze di Garibaldi ba dichiarato di non poter giustificare il trattato del 214 di marzo senza esporre i principii sui quali si è fondata, si fonda e si fonderà la sua condotta politica».
E questa esposizione il conte di Cavourassumeva l'impegnodi farla quando il trattato fosse sottoposto alla Camera. Dopo un maturo esame degli uffizi e di una Commissione da voi (deputati) eletta, il ministero darà a voile più ampie e le più precise informazioni».
Finalmente il conte di Cavour conchiudeva le sue promesse dicendo ai deputati: «Potete far assegnamento sulla nostra parola, che vi daremo ampio campo di discutere il nostro sistema».
Finora però siamo sempre al buio. Il presidente del Consiglio presentò alla Camera il trattato del 24 di marzo, e nell'esposizione, che lo precede, non disse nulla dei principii della sua politica, nò ci regalò lepiù ampie e più precise spiegazioni.
Il trattato venne discusso negli uffizi, fu nominata la Commissione, che elesse a relatore il deputato Rorà. Questi sdoganò molli spropositi di storia, di geografia, di buon senso, ma non ottenne, non ricercò, non diè alla Camera ed al paese le tanto aspettate epiù ampieepiù precise spiegazioni.
Ora siamo all'ultima scena: il conte di Cavour dee parlare e mantenere la sua promessa. Raccontarci la storia diPlombières, esporci i suoi accordi col Bonaparte, dirci perché questi dapprima non volevaingrandirsi, e poi mutò parere; perché il marchese Orso Serra, governatore a Ciamberì, protestò che il governo non cederebbe a qualsiasi costo la Savoia, e poi l'ha ceduta; perché il marchese Montezemolo, governatore a Nizza, proibì all'evenirla discussione della separazione della Contea dal Piemonte, la quale eraimpossibile, ed oggidì è un fatto compiuto; e andate dicendo.
Tutto questo noi ci aspettiamo di udire dal conte di Cavour, che inoltre vorrà anche indicarci dove il Bonaparte si fermerà, e quando. Imperocché oggidì Napoleone III nella determinazione dei nuovi contini non vuole più seguire i famosiversanti, od abbandona laconfiguration des montagnes. Secondo il Timespare che la Francia ci faccia grazia di qualche dirupo «per estendere la sua frontiera orientale sulla spiaggia marittima oltre i limiti del territorio di Nizza». E se saltasse in capo a Napoleone III di avere San Remo, Savona e Genova, che cosa farebbe il conte di Cavour?
Attendiamo le piùampie e più precise spiegazioni, che ci vennero promesse; e poi discorreremo.
Signori,
Ho l'onore di presentare alla Camera il progetto di legge che autorizza il governo del Re a dar esecuzione al trattato conchiuso a Torino, il24marzo 1860, per la riunione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia.
Gli avvenimenti memorabili testà compiutisi danno ragione di questo importantissimo atto politico.
In pochi mesi, mercé l'aiuto generoso accordatoci dall'Imperatore dei Francesi, un regno di undici milioni d'Italiani, capaci di difendere oramai la propria indipendenza, sottentrò a quello Stato subalpino che, per aver assunta la difesa della causa d'Italia, vedeva le sue provincie invase dalle truppe austriache.
Questo splendido risultato non potea essere senza grande influenza sulla politica estera del governo del Re.
La Francia, che ebbe tanta parte nei combattimenti avvenuti, espose al governo del Re non essere conveniente che il regno di Sardegna, cosi ampliato di territorio e di sudditi, conservasse quella stessa linea di frontiere che l'Europa aveva fissata fra i due paesi nei trattali del 4815. Il governo francese domandò quindi la cessione, a titolo di rettificazione di frontiere delle nostre Provincie poste al di là delle Alpi.
Per quanto grave fosse il sacrificio che ci veniva chiesto, il Re ed i suoi ministri non riputarono di poter respingere questa domanda.
Consci, anche per recenti esperienze, che l'ingratitudine è peggiore dei sistemi politici, noi non volemmo che la Francia potesse rammaricare l'aiuto accordatoci, e stimarsi meno tranquilla e sicura avendo per vicina, anziché l'Italia debole e divisa, l'Italia degli Italiani.
Però, nell'acconsentire alla separazione di due provincie, le quali, benché divise dal resto dello Stato da alte catene di monti, avevano dato all'augusta nostra dinastia tante prove di fedeltà e di affetto, il governo del Re appose al suo assenso alcune importantissime condizioni.
Stabilì in primo luogo che la Francia si obbligasse ad osservare, rispetto alle provincie neutralizzate della Savoia, tutte le speciali stipulazioni vigenti a questo proposito fra la Sardegna e la Confederazione elvetica.
Chiese inoltre che le popolazioni della Savoia e del circondario di Nizza fossero consultate intorno alla loro riunione alla Francia con quella stessa forma di votazione, con cui gli abitanti dell'Italia centrale manifestarono la loro volontà di formare un popolo solo con gli antichi sudditi di Re Vittorio Emanuele.
Si convenne poi espressamente che una Commissione mista avrebbe fissato i nuovi confini fra i due paesi, tenendo conto delle necessità reciproche di difesa e della configurazione delle montagne. Questa Commissione, che dovrà pur recarsi sui luoghi, non ha ancora compiuti i lavori che gli furono affidati. Il riferente è però lieto di recare a notizia della Camera che, giusta gli accordi già tenuti col governo francese, il nostro Stato rimarrà in possesso del corso superiore della Roiat della Tinea e della Vesubia, come pure degli altipiani del grande e del piccolo Cenisio, ora parte della provincia della Meriana.
Altre Commissioni miste furono incaricate di sciogliere le questioni relative alla quota di debito pubblico afferente alle provincie cedute, non che al tunnel del Cenciaio, alle ferrovie, ecc. ecc.
La soluzione di queste questioni, benché non possa effettuarsi in breve spazio di tempo, e richieda lavori e studii minuti e diligenti, non offre però difficoltà tali da lasciare campo a controversie. Il governo del Re erede adunque ohe possa bastare per ora d'aver stabilito che tali questioni saranno risolte d'accordo fra i due governi in quel modo che è più conforme alle massime generali del diritto pubblico ed alla convenienza reciproca.
Fu pure guarentita agli impiegati che divenissero sudditi francesi la conservazione del loro titolo, grado o pensione, e riservata a ciascuno degli abitanti delle provincie riunite alla Francia la facoltà di conservare la sudditanza sarda.
La necessità urgente di por fine ad uno stato d'incertezza che non era senza pericoli per l'ordine pubblico, fece sì che si dovesse procedere alle votazioni nella Savoia e nel circondario di Nizza prima che il trattato potesse essere sottomesso al Parlamento, del quale però fu espressamente riservata l'approvazione. Ma, essendosi adottata appunto quella forma larghissima di votazione, che fu adoperata testà nell'Emilia e nella Toscana, non parve inopportuno che il voto del Parlamento fosse preceduto da questa solenne inchiesta intorno alla volontà delle popolazioni.
Rimane ora che il Parlamento consacri o respinga col sue voto questa importante stipulazione. Nel sottoporre questo grave argomento alle vostre deliberazioni, il riferente si limita ad osservare che, se ogni cessione di territorio è sempre dolorosa, essa lo è assai meno quando non è il risultato d'umilianti sconfitte, ma la conseguenza d'una guerra gloriosa; non è una connessione ad un vittorioso nemico, ma un attestato solenne della gratitudine d'un popolo risorto verso il suo generoso alleato.
(Pubblicato il 31 maggio 1860)
Il trattato del 24 marzo, che cede la Savoia e Nizza alla Francia, fu votato il giorno 29 di maggio con 229 voti favorevoli nella votazione pubblica, e soli 223 nella votazione segreta. La discussione durava da cinque giorni, e il governo francese e il nostro non amavano che si protraesse più oltre.
IlCourrier des AIpesgià incominciava a riderede cette comèdie,ed esclamava: e Voglia o non voglia il Parlamento, noi siamo Francesi 1 Quindi pregava gli onorevoli a nonMarchander à la Francela Savoia, perché ladiscussione non potea riuscire a verun risultato.
Queste cose dette dalCourrierpubblicamente, pare sieno state ripetute da altri sotto voce. Mentre un gran numero di deputati dovea ancora parlare, si venne alla votazione. Quella per iscrutinio segreto diè sei voti meno di quella per appello nominale; fatto non nuovo, ma sempre scandaloso. Taluno potrebbe dire: che libertà avranno avuto i popoli, se anche sei deputati non ebbero coraggio di aprire pubblicamente l'animo loro?
LaGazzetta del Popoloattribuisce la cosa ad unasvista. Sei deputati che commettono unasvistaquando trattasi di alienare quasi un milione di cittadini! Ad ogni modo chi ha commesso lasvista, dee confessarlo, e rettificare il suo voto. Se no, lo scandalo sussiste, e ricade su tutte le votazioni precedenti.
Noi non faremo commenti all'approvazione parlamentare: l'avvenire la commenterà pur troppo e forse ben presto! Resta ancora il Senato. Corpo conservatore dovrebbe almeno conservare alla Dinastia la sua culla, che è la Savoia, il suo rifugio ne' giorni della sfortuna, che fu Nizza. Ma il Senato nostro poco o nulla differisce dal Senato francese; e non possiamo avere in lui speranza di sorta. La nostra speranza è in Dio, e non la perderemo mai qualunque rovescio avvenga. Il buon cattolico deve dire con Giobbe:etiam si occiderit me in ipso sperabo.
Ecco i nomi di coloro che approvarono, o rigettarono il trattato.
Risposerosì:Agudio — Airenti — Alasia — Albasio — Albicini — Aleardi —Alfieri — Allievi — Alvigini — Andreucci — Anguissola — Arnioni — Antinori — Ara — Arconati-Visconti — Armelonghi — Astengo — Audinot — Balduzzi — Bartolommei — Bastogi — Beccalossi — Beolchi — Bernardi — Bertini — Berruti — Besana Alessandro — Bezzi — Bianchi Andrea — Bich — Bichi — Binard — Boccaccini — Boggio — Bolmida — Bona — Bon-Compagni Bonghi — Bonollo — Borella — Borelli — Borgatti — Borghi — Borsacelli — Boschi — Brizio-Falelli — Brunet — Busucca — Gagnola — Ca mozzi — Canalis — Canestrini — Canili — Caprioli — Carrega — Carulli
Cassinis — Castellanza ~ Castelli Demetrio — Castiglioni — Cavallini Gaspare — Cavour Camillo — Cavour Gustavo — Cempini — Chiapusso—Chiavarina — Chiaves — Chiò — Ciardi — Collachioni — Colombani — Coppini — Corrias — Corsi — Costamezzana — Crema — D'Ancona — De Benedetti — De Bernardis — De-Blasiis — Degiorgi — De Giuli — De Herra—Della Gherardesca — Demaria— Di Cossilla — Ercolani — Fabre — Fabrizi — Falqui-Pes — Fantoni — Farini — Fon zi — Figoli — Finali — Fontanelli — Frappolli — Fusconi — Gadda — Galeotti — Gazzoletti—Genero—Gherardi — Ginori-Lisci — Giorgini — Giudice — Giustiniani — Gorini—Grattoni — Grillenzoni — Grimelli — Grosso — Gualterio — Guerrieri Gonzaga — Guglianatti — Guicciardi — Jacini — Incontri — Kramer — La Farina — Lanza — Leo — Lissoni — Longo — Loi — Maceri — Macciò — Maggi — Magnani — Mai — Malenchini — Malmusi — Mamiani — Manfredi—Manganaro — Mangini —Mansi — Mari — Marliani — Marsili — Martinelli—Martini — Massa — Massarani — Massari — Mazza Pietro — Melegari Luigi — Menichetti — Menotti — Meuron — Michelini Aless. — Minghelli Vaini — Minghetti — Mischi — Mongenet — Mongini — Morandini — Morelli — Moretti — Morini — Mureddu — Negrotto— Oldofredi — Oytana — Panatoni— Pateri — Pellegrini — Pelluso —Pepoli Carlo — Pepoli Gioachino—Peruzzi — Pescetto — Pezzani — Piroli — Pirondi — Pistone — Poerio—Possenti — Rasponi — Restelli — Ricasoli Vincenzo — Ricci Giovanni—Ricci Antonio — Richetta —Robecchi (da Garlasco) — Robecchi Giuseppe—Rorà — Rovera — Ruffini — Ruschi — Rusconi — Sacchi — Salvoni — Sanguinetti — Sanseverino — Sanvitale — Scialoia — Sella Gregorio — Sella Quintino — Sergardi — Sforza-Cesarini — Simonetti — Solari — Sola roli — Strigelli — Susani — Tenari — Tegas — Tenca — Terrachini — Testa — Ti baldi — Tonelli — Tonello — Torelli — Torrigiani — Toscanelli—Trezzi — Turali — Ugoni — Valvassori — Varese — Vegezzi Zaverio — Villa — Viora — Visconti-Venosta — Zambellt — Zanolini. — Totale 229.
Rispondevanono:Anelli — Asproni — Bertoni — Bertea — Berti-Pichat—Biancheri — Bottero — Castellani-Fantoni — Castelli Luigi — Cavaleri — Depretis — Dossena — Ferracciu — Ferrari — Franchini — Guerrazzi — Maccabruni — Macchi — Massei — Mellana — Morardet — Mordini — Mosca—Pareto — Polli — Regnoli — Ricci Vincenzo — Sanna Gio. Antonio — Sanna Giuseppe — Sineo — Tornati — Valerio — Zanardelli. — Totale 33. —Si astennero: Ameglio — Berli — Bonati — Cabella — Capriolo — Casa retto — Cavallini Carlo — Ceppino — Cornero — Costa — Cotta-Ramusino—Cuzzetti — De Amicis — Gentili — Giovanola — Levi — Mathis — Melegari Luigi Amedeo — Michelini G. Battista — Montezemolo — Monticelli — Rattazzi — Rubieri — Sperino — Tecchio. — Totale 23.
(Pubblicato il 7 giugno 1860)
Venerdì prossimo il Senato discuterà il trattato di cessione della Savoia e di Nizza alla Francia. «A questo Consesso disse il conte di Cavour nel presentargli il disegno di legge, a questo Consesso particolarmente si appartiene il mandato di conservare i diritti e lo tradizioni del Regno»(Att. Uffic. del Senato,N° 12, pag. 37). Eppure chiedeva ai Senatori di distruggere otto secoli di tradizioni, di annientare i diritti della Casa di Savoia 1
Le principali ragioni esposte dal conte di Cavour al Senato per indurlo a sancire il trattato si riducono a queste due: 1° Lagratitudine pei benefizi ricevuti;Lasicurezza e gli interessi della Francia. Diciamone poche parole.
Se la gratitudine pei benefizi ricevuti ci obbliga a cedere a Napoleone III la Savoia e Nizza, è naturale che noi dovremo cedergli altre provincie appena egli ci abbia accordato nuovi benefizi.
Or bene ieri laGazzetta di Torinoci avvertiva che l'Austria andava ingrossando le sue truppe ai nostri confini; che in Verona si attendono settantamila soldati presso a calare dal Tirolo per formare un campo trincierato a Peschiera; che a Padova ne giungeranno quarantamila venuti da Trieste.
E laGazzettaavverte che l'esercito austriaco «ha avuto, tempo di reintegrarsi, di rafforzare la sua organizzazione e la sua disciplina ad onta delle stremate finanze». Donde appare che noi tardi o tosto avremo bisogno di ricevere da Napoleone IIInuovi benefizi.
Ma se si pianta il principio che i benefizi napoleonici debbono pegarsi colle nostre provincie, e se pei benefizi giàricevutisi cede Nizza e la Savoia, quando riceveremo altri benefizi dovremo cedere altre provincie, e verrà la volta di Torino e di Genova.
La ragione arrecata dal conte di Cavour al Sonato del Regno servirà per dimostrare egualmente che il Piemonte e l'intera Liguria hanno da passare alla Francia. Imperocché posti nuovi benefizi, posto un nuovo debito di gratitudine, ne verrà per necessaria conseguenza la cessione di nuove provincie., La nostra alleanza con Napoleone III ornai è il contratto che i giuristi diconodo ut des. Napoleone ci dà aiuto, e noi gli cediamo provincie; aiuti ulteriori esigeranno altre cessioni. Ci pensi il Senato del Regno; se oggi approva il trattato, domani non potrà più rigettare un trattato simile. Stabilito il principio, se ne dovranno subire fino all'ultimo le conseguenze.
La seconda ragione del conte di Cavour è che noi dobbiamo cedere la Savoia e Nizzaper la sicurezza e gli interessi della Francia. Nel leggere queste parole, chiedemmo a noi stessi: Il conte di Cavour è egli un ministro francese o piemontese, mentre viene a perorare davanti il nostro Senato per lasicurezza e per gliinteressi della Francia?Una volta i nostri ministri badavano agli interessinostri, allasicurezzadel Piemonte. Ora le coso sono mutate totalmente, perché il Piemonte è divenuto uno spartimento francese, e il conte di Cavour un prefetto dell'impero.
Ma la Savoia e Nizza, trovandosi tra la Francia e l'Italia, non possono giovare agliinteressidella prima senza danneggiare gliinteressidella seconda. E se queste provincie, passando all'impero, ne accrescono lasicurezza,di necessità debbono diminuire la sicurezza dell'Italia, e grandemente indebolire il nostro paese.
Laonde la proposta del conte di Cavour si può tradurre ne' seguenti termini: «Signori Senatori, io vi propongo d'indebolire l'Italia per rinforzare la Francia, e di danneggiare il Piemonte per recar vantaggio agli interessi francesi». Ci vuole una bella e buona fronte per fare proposte simili!
Il peggio è che il conte di Cavour si tiene sicuro del voto del Senato. Va dicendo essere cosa impossibile che i Senatori gli rispondano di no, imperocché la maggior parte li ha creati egli stesso, e li ha scelti secondo le proprie idee. E temiamo forte ch'egli si apponga al vero, e che sia ben ragionevole questa sua persuasione.
Tempo già fu che il Senato del Regno faceva contrappeso alle condiscendenze ed agli ardimenti della Camera elettiva. Ora l'elemento conservatore ne è stato presso che sbandito, e noi veggiamo nel suo seno le intemperanze dei Roncalli e compagnia contro i preti, intemperanze, di cui non s'ebbe ancora esempio nell'altro ramo del Parlamento.
Per la qual cosa poche speranze restano agli amici della monarchia di Savoia. I Senatori venerdì o sabato la seppelliranno, e la sua culla e la sua tomba passeranno alla Francia. E a noi toccherà la sorte degli Ebrei, che conquistati dai Romani, doveano pagare per entrare e piangere nelle loro antiche città.
(Pubblicato il 12 giugno 1860)
IlCourrier des Alpestre giorni fa annunziava che il 10 di giugno sarebbe comparso nelMoniteurdi Parigi il decreto, che stabilisce i due nuovi sparti menti dell'Impero, Nizza e Savoia. Sabato adunque il nostro Senato dovea votare il trattato del 24 di marzo. Ma la discussione non fu chiusa in quella tornata, e l'alleanza francosarda stava per correre pericolo 1
Il conte di Cavour scongiurò il Senato di radunarsi nuovamente la sera, e non si acquietò se non quando i Senatori gli promisero una tornata pel 10 di giugno, quantunque fosse domenica. La tornata ebbe luogo, e il trattato fu proprio votalo il 10 di giugno, sicché ilCourrier des Alpesera benissimo informato, e l'alleanza francosarda ora è salva!
I Senatori sommavano acentodue;votarono in favore del trattatonovantadue, e contro soltantodieci. Queste cifre vi dicono abbastanza che cosa sia il nostro Senato del Regno. Unaquindicinadi Senatori parlarono contro il trattato, e diecisoli lo rigettarono!
Da questo punto noi non possiamo più scrivere una parola in favore di Nizza e della Savoia. Il trattato, che cede queste provincie, ornai è legge dello Stato. Chi affermasse che Nizza è in Italia, potrebbe venir condannato come un fellone. Bisogna credere che i Nizzardi sono Francesi, pena la multa ed il carcere. '
Avvertiamo chi tenesse in casa qualche carta geografica, o qualche trattato di geografia anteriore al dieci di giugno 1860 di consegnarlo immediatamente alle fiamme, giacchépericulum est in mora. Potrebbe ordinarsi una perquisizione domiciliare, e se qualche prete o qualche frate avessero un mappamondo con Nizza Italiana, poveri a loro! Sarebbero rei di cospirazione contro l'Impero francese, contro il nuovo Regno italico, e contro l'alleanza sardofranca.
Quanto a noi aspettiamo gli atti officiali del Senato del Regno per poter dire ancora qualche parola in favore di Nizza e della Savoia; ma saranno sempre parole dei Senatori, i quali godono l'inviolabilità parlamentare. Gli altri regnicoli sono obbligati a credere che Nizza è francese, e conchiudere come gli Animali Parlantidel Casti:Ci ha bagnati il sole!
(Pubblicato il 17 giugno 1860)
Ci pare di non lieve importanza il documento che qui riferiamo, cioè la relazione fatta dal sig. Thouvenel, ministro degli affari esteri, a Napoleone III per la promulgazione del trattato di cessione della Savoia e di Nizza alla Francia. Giova il mettere questa relazione a riscontro delle discussioni avvenute nel nostro Parlamento, e degli altri Atti del Governo relativi a questo grave avvenimento. Il governo francese pose grande diligenza per circondare questa cessione con tutte le guarentigie e formalità più solenni affinché giammai nò per iscorrere di tempi, né per mutazione di governo potesse essere menomamente rivocata in dubbio. Di fatto volle che ildiritto divino,il diritto costituzionale, il diritto rivoluzionario sancissero questo trattato. Il diritto divino, ossia il diritto monarchico fu il fondamento di questo trattato, perché Napoleone volle prima di tutto che il Re acconsentisse a questa cessione, e che sciogliesse i popoli dal giuramento di fedeltà. Venne poscia il diritto rivoluzionario, cioè il cosi dettosuffragio universale. In ultimo si volle il voto del Parlamento. L'ordine tenuto da Napoleone nell'esigere queste diverse sanzioni dimostra quali sono le sue idee in fatto di costituzioni politiche. Il fondamento è il principio monarchico, succede il voto del popolo diretto dal Monarca, ed emesso sollo la sua tutela ed influenza, a cui si aggiunge la formalità del voto della rappresentanza nazionale.
Intanto qualunque sia il governo che ne tempi avvenire potesse stabilirsi vuoi in Francia, vuoi in Piemonte, non si potrà mai per difetto delle necessarie formalità intaccare il trattato di Torino, per cui le due provincie della Savoia e di Nizza rimarranno sempre alla Francia.
A questo prudente e sagace contegno della Francia fa brutto contrasto la leggerezza del nostro ministero, il quale senza alcuna guarentigia baratta le vecchie colle nuove provincie. Il conte di Cavour con puerile millanteria osò dire che non solo non ha chiesto guarentigie per i nuovi possessi dell'Italia centrale, ma che li avrebbe rifiutati qualora la Francia li avesse offerti. Invece il signor Thouvenel ripete con compiacenza, che con questo trattato Napoleone cercò ed ottenneguarentigiecontro il Piemonte. Vedete un po': la grande nazione ha bisogno ed esigeguarentigie; il Piemonte non solo non le esige, ma le sdegna! Oh che ridicoli signori sono mai i nostri uomini di Stato 1 Ecco la relazione del sig. Thouvenel.
Sire,
Ho l'onore di sottomettere alla M. V. il decreto di promulgazione del trattato sottoscritto a Torino il 24 scorso marzo, in virtù del quale S. M. il re Vittorio Emanuele, cedendo all'Imperatore tutti i suoi diritti e titoli sulla Savoia ed il circondario di Nizza, consenti alla riunione di quei due paesi al territorio della Francia.
Il Parlamento sardo sanzionò testà con voto solenne la cessione fatta dal Sovrano e sancita poi dal voto delle popolazioni destinate a diventar francesi. Non accadde mai che la legittimità di una transazione internazionale fosse meglio stabilita.
Il regolare e successivo compimento di questo complesso di condizioni, unito alla esposizione dinanzi sottomessa alle Corti sottoscrittrici dell'atto generale di Vienna per ispiegare loro i motivi che determinarono la domanda fatta dalla M. V. al re di Sardegna, dimostra il carattere affatto eccezionale della nuova acquisizione della Francia. Non fu da pensiero d'ambizione che fu di retta la politica imperiale, bensì da un sentimento di previdenza. La M. V. non cercò conquiste, ma guarentigie: non ricorse alla forza per averle, le ottenne dall'amicizia e dalla riconoscenza d'un sovrano, ed il valore di tale guarentigia fu raddoppiato dallo slancio spontaneo ed unanime delle popolazioni che d'ora innanzi ne saranno custodi.
La M. V., o Sire, e la Francia possono andar orgogliosi dell'esito che ingrandi il loro prestigio morale senza che ne risulti lesione d'interesse legittimo o sacrifizio d'amor proprio per nessuna potenza. Infatti coll'articolo 2 del trattato di Torino le condizioni speciali che dietro domanda della Sardegna furono dall'Europa messe alla possessione di una parte della Savoia sono mantenute, e la lealtà nostra c'impone il dovere di rispettare al pari della neutralità svizzera, aspettando che un prossimo accordo colle Corti sottoscrittrici dall'atto generale di Vienna e colla stessa Confederazione elvetica abbia stabilita la soluzione della questione.
Piaccia dunque alla M. V. di apporre la sua firma all'unito decreto, il quale forma una bellissima pagina d'un regno già fecondo in prosperi avvenimenti.
Parigi, 41 giugno 1860.
Thouvenel.
Il N° 4108della Raccolta ufficiale degli Atti del Governo contiene la seguente legge:
VITTORIO EMANUELE II. ecc., ecc.
Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato,
Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:
Articolo unico.
Il Governo del Re è autorizzato a dar piena ed intera esecuzione al Trattato conchiuso tra la Sardegna e la Francia per riunione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia, sottoscritto in Torino il giorno 24 del mese di marzo dell'anno mille ottocento sessanta, le cui ratificazioni furono ivi scambiate addì 30 stesso mese ed anno.
Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserta nella Raccolta degli Atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.
Dat. a Torino, addì i giugno 1860.
VITTORIO EMANUELE.
C. CAVOUR.
«Il Senato Francese approvò all'unanimità l'unione della Savoia e Nizza alla Francia nella tornata del 42 di giugno. Gioverà pel presente e per l'avvenire raccogliere qualche particolare di quella tornata, secondo la relazione del Moniteur Universel. Il ministro di Stato Achille Fould parlò in questa sentenza: Signori Senatori, l'Imperatore m'incaricò di annunciarvi che il trattato, in virtù di cui la Savoia e il circondario di Nizza sono riuntti all'impero, ricevé la sua consacrazione definitiva.
«Spetta a voi il proclamare l'incorporazione di questi paesi al nostro territorio, il dichiarare che vi saranno applicabili la nostra costituzione e le nostre leggi, il dare all'Imperatore i mezzi di effettuarne, quanto più prontamente si potrà, l'assimilazione alla Francia.
«Il sig. presidente e i signori commissari del Consiglio di Stato, disegnali da S. M., stanno per presentarvi il disegno di senatoconsulto, il cui voto vi assoderà ad uno degli atti più fortunati di un regno, cui la Francia deve già tanta gloria e prosperità» (Segni generali di approvazione seguiti da grida di Vita l'Imperatore!).
Il presidente del Consiglio di Sfatodepone sul tavolo del Senato il disegno di senatoconsulto concernente la riunione alla Francia della Savoia e del circondario di Nizza. Eccone il testo:
Art. 4. La Savoia e il circondario di Nizza fanno parte integrante dell'impero francese. La costituzione e le leggi francesi vi saranno poste in esecuzione dal 4 gennaio 4861.
Art. 2. La ripartizione dei territorii riuniti alla Francia in giurisdizioni di corti imperiali e in dipartimenti sarà stabilita per legge.
Art. 8. Le diverse provvisioni relative allo stabilimento delle linee doganali n tutte le disposizioni necessarie per l'introduzione del reggimento francese In quei territorii potranno essere regolate da decreti imperiali pubblicati prima del 4 gennaio 4861. Tali decreti avranno forza di legge.
Questo disegno di senatoconsulto fu deliberato ed approvato dal Consiglio di Stato nella tornata degli 11 giugno 1860.
Il Presidente del Consiglio di StatoBaroche.
Il Senato dà atto a S. E. il ministro di Stato e ai signori commissari del go Terno delle comunicazioni da loro fatte. H Presidentepropone al Senato di ritirarsi negli uffici a fine di nominare la Giunta incaricata di esaminare il disegno di senatoconsulto. La Giunta si potrebbe riunire immediatamente e il Senato deliberare in questa stessa tornata sul disegno(assenso unanime).
Il Senato si ritira negli uffizi. Dopo due ore di sospensione, ricomincia la tornata alle cinque e un quarto.
Il Presidentelegge, quale relatore, il lavoro della Giunta incaricata dell'esame del disegno.
«Signori, la proposta del Senatoconsulto sottoposta alle vostre deliberazioni non è fra quelle di cui si discute il principio; è fra quelle che si approvano con entusiasmo. Infatti, alla Francia si unisce una popolazione brava, onesta, intelligente, cui ama e da cui è amata; essa vede le sommità delle Alpi alzarsi come un baluardo tra il suolo straniero ed il suo territorio aggrandito; finalmente essa varca, non per forza o per sorpresa, ma per pacifici accordi, i confini impostile al tempo dei suoi disastri. Sian rese grazie all'Imperatore per un risultamento sì nazionale e si bello, e non temiamo d'inquietare l'Europa accogliendo con gioia questi nuovi figli dell'Impero, che vollero darsi a noi. La Francia, libera di contrattare coi suoi vicini, profittò di una circostanza, in cui l'equità faceva intendere la sua voce per modificare i trattati antichi per un trattato particolare reciprocamente volontario ed amichevole. Si pratica il diritto comune, non è una minaccia. Se per suo onore la politica imperiale deve essere indipendente nelle sue azioni, per lealtà deve rigettare le vane e turbolente cupidigie dell'ambizione. Il solco che essa delinea nella storia è quello della moderazione e della giustizia. Essa vuole mostrare che la forza può non essere disgiunta dall'amore della buona fede, del diritto delle genti e della conciliazione»{Benissimo ).
L'art. 1° del disegno vi chiede di dichiarare l'annessione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia; e per la necessità di una transizione, di decidere che la costituzione e le leggi francesi non vi saranno poste in esecuzione che dal 1° di gennaio 1861. Tale disposizioneèconforme aisenatoconsultipubblicati sotto il primo Impero, nei casi d'annessione. L'incorporazione è un atto costituzionale, poiché modifica la consistenza del territorio francese e la costituzione del territorio riunito. La dilazione indicala per mettere in vigore la costituzione e le leggi francesi vi parrà necessaria a fine di prevenire una mutazione troppo subitanea e provvedere a molti atti preparatorii.
L'Art. 2 vi propone di far stabilire per legge la ripartizione dei territorii riuniti alla Francia in giurisdizioni di Corti imperiali e in dipartimenti; sovente sifece per senatoconsulti tale ripartizione. Ma vi parrà giusto di lasciare al Corpo legislativo il regolamento di una materia, in cuis'incontranoquestioni, lacui soluzione dipende da circostanze, da fatti e da particolariamministrativi. Per altra parte il Corpo legislativo troverà in ciò l'occasione di associarsi come noi all'opera patriottica e gloriosa dell'annessione (Nuovi segni di approvazione).
«Per l'art. 3 vi si propone di affidare a decreti, che si pubblicheranno prima del 1° gennaio 1861, e aventi forza di leggo, lo stabilimento delle linee doganali e tutte le altre provvisioni necessarie per l'introduzione delreggimento francese, A questo riguardo i signori commissari delgoverno diederoalla vostra Giunta delle spiegazioni che le parvero soddisfacenti. Illimitato nonèil potere che vi chiede il governo, è anzi circoscritto alle provvisióni atte a produrre la fusione legislativa dei paesi riuniti alla Francia. Pei decreti che pubblicherà l'Imperatore, non si derogherà alle leggi vigenti, ma invece se ne preparerà la messa in vigore e l'esecuzione. L'articolo terzo è conseguenza del secondo. Bisogna che l'intervallo, che scorrerà fra oggi e il 1° gennaio, sia impiegato dal governo per mettere il presente in armonia collo stato futuro delle contrade annesse.
«In queste circostanze, signori Senatori, degnerete di dare ascolto all'impazienza dei due paesi che si vogliono unire a noi, e giudicherete probabilmente utile di non far loro aspettare un benefìzio che il trattato di Torino, ora ratificato, guarentisce loro. Alteri per divenire Francesi, hanno premura di acquistarne i diritti.
«Infatti voi rammenterete la viva e generale adesione con cui diedero il suffragio in favore dell'annessione. Immensa era la foga. Sindaci, ecclesiastici, borghesi, agricoli, operai, tutti accorrevano allo scrutinio spinti da fede ardente nell'avvenire della Francia e nel Monarca che la governa. Paragonate questo voto con quello del 92 e vi farà gran sensazione la differenza dei tempi. Allora la rivoluzione fermentava sulle pendici delle Alpi. La discordia era dovunque: preti e nobili proscritti e fuggitivi vedevano con isgomento la Francia e protestavano contro ogni mutazione di signoria. Ora la patria è in calma dai due lati. Non v'ha lusinga, violenza, passioni procellose che la ingannino, la precipitino, la dividano. Ma un popolo fu consultato dal suo Sovrano legittimo e secolare sui novelli ordinamenti, e rispose esprimendo i suoi sentimenti d'affezione per la Francia. Un solo pensiero riunì tutti i cuori: un solo interesse parlò in tutte le classi: un solo grido si fece udire:Viva la Francia! Viva l'Imperatore!Che è ciò, signori, altro che il movimento regolare ed il giudizio solenne di una popolazione libera, che decide della sua sorte? In questa guisa la Francia si diede all'Imperatore e all'Impero: pel suffragio universale, compreso in tal guisa e cosi sinceramente praticato, si fondano le dinastie, si costituiscono e si consolidano gli stati. Entrando sotto tali auspicii nella patria francese, Nizza e Savoia saranno da quinci innanzi inseparabili da questo Corpo potente per la sua unità, indistruttibile per la sua coesione (vivo assenso).
«Voi poi, signori Senatori, che credete ai destini dell'Impero ed alla sua costituzione, voi sarete felici potendo contribuire a comunicare ai novelli nostri concittadini le istituzioni e le leggi cui dobbiamo i nostri costumi liberali, la nostra prosperità interna e tutte le tendenze verso il progresso cui tanto promuove l'ordine politico fondato dall'Imperatore. In seno alla Francia troveranno un'amministrazione attiva e vigilante che feconderà le loro ricchezze. I loro interessi civili saranno guarentiti dal diritto il più equo e da un ordinamento giudiziario che tutti i popoli c'invidiano. La loro fedeltà alla fede dei padri avrà un appoggio nel governo che ama la religione per se stessa e la protegge, non per calcolo, ma per convincimento. Finalmente la loro dignità di cittadino vedrà se la libertà vera e sensata manca in questa terra francese, di cui è, per dir cosi, un frutto naturale: poiché la libertà civile vi scorre pienamente negl'innumerabili canali che vi scavarono l'ammirabile nostro Codice Napoleone, i nostri Codici criminali, la libertà di coscienza, la libertà d'insegnamento, l'eguaglianza delle persone e dei beni e, brevemente, tante leggi inspirate dai principii dell’89 ili
«Quanto alla libertà politica di cui si discute s spesso, meno pel necessario ragionevole e legittimo che pel superfluo, i nostri compatrioti delle Alpi sanno che ne debbano pensare: uomini prudenti, riflessivi, non si abbandonarono all'incognito; essi fecero la loro scelta e non si crederanno troppo schiavi quando godranno del suffragio universale, del dritto di render suffragio sulle leggi e le imposte, del dritto di petizione, del dritto di querela contro gli atti costituzionali, e del dritto più esteso di pubblicare le loro opinioni e le loro doglianze sovra ogni argomento per mezzo della stampa non periodica.
«Signori Senatori, le popolazioni discrete e illuminate dall'esperienza non sono come que' Greci smemorati e sofistici, cui il console Flaminio consigliava vanamente la temperanza nella libertà. Sanno esse contentarsi di quella sobria libertà che previene e corregge gli abusi e non reca nocumento né a sé né agli altri. I nostri nuovi concittadini saranno dunque contenti di noi, poiché l'autorità francese parrà loro dolce, e la libertà esente da vincoli non giustificati.
«Per nostra parte noi li abbracceremo come fratelli e a nostra volta saremo contenti di loro. Ne abbiamo per mallevadore il loro nobile desiderio di portar il titolo di cittadino francese. Del resto noi li abbiamo visti altra volta all'opera; la storia ci dice che più fiate e fra le nostre file illustrarono il loro nome dell'esercito, nel sacerdozio e in tutte le carriere civili e liberali, ove fioriscono l'attività francese e il genio inesauribile della nostra nazione. La vostra Giunta vi propone unanime di approvare il senatoconsulto presentalo alle vostre deliberazioni». (La relazione è seguita da vivi ed unanimi segni di approvazione). Giusta la proposta del presidente, il Senato passa incontanente alla deliberazione della proposta del senatoconsulto. Nessuno chiedendo di parlare nella discussione generale, il senatore segretario del Senato legge gli articoli che sono successivamente messi a partito e vinti.
Si passa quindi allo scrutinio sul complesso della proposta per via di scrutinio. Ecco il risultamento: Votanti 126. Assensienti 426. Perciò il presidente dice; il Senato approva il senatoconsulto concernente la riunione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia. (La proclamazione dei suffragi è accolta da ripetute e calde grida diViva l'Imperatore). L'adunanza si scioglie alle 5 e ½.
Da un supplemento dellaGazzetta Ufficiale del Regno, d'oggi 99 marzo, togliamo i seguenti particolari relativi all'arrivo in Torino del barone Ricasoli:
All'4 pomeridiana passata il barone Bettino Ricasoli giungeva alla stazione della via ferrata, dov'era ricevuto dal Sindaco e dalla Giunta municipale di Torino. La Guardia Nazionale rendeva gli onori.
Il barone Ricasoli si è recato in carrozza scoperta col Sindaco di Torino all'albergoTrombetta. Durante il suo passaggio è stato salutato da cordiali acclamazioni. Dai balconi gli si gettavano fiori. Tutti gridavano:Viva il Rei Viva l'Unione l Viva la Toscana! Viva Ricasoli!
Giunto all'albergo, il barone Ricasoli compariva sul balcone, e ringraziando con affettuose parole la popolazione torinese, per le festevoli accoglienze, rendeva omaggio di gratitudine a Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele ed al Piemonte.
Alle 4 il marchese di Breme, senatore del Regno e gran mastro delle cerimonie, si recava in carrozza di Corte all'albergoTrombettae conduceva il barone Ricasoli a Corte, dove aveva l'onore d'introdurlo all'augusta presenza di Sua Maestà il Re.
La M. S. avendo al fianco S. A. R. il Principe di Carignano e seguita dagli EE. Cavalieri dell'Ordine Supremo della SS. Annunziata, è salita sul trono, intorno al quale stavano i Dignitari di Corte, ed i componenti le Case militari di S. M. e di S. A. R.
Assistevano al solenne ricevimento le LL. EE. i Ministri di Stato, i Ministri Segretari di stato di S. M., i componenti il Ministero precedente, il Gran Magistero dell'Ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro, il Consiglio di Stato, la Corte di Cassazione, la Corte dei Conti, la Corte d'Appello di Torino, il Tribunale supremo militare, il Tribunale di Circondario, il Tribunale di Commercio, il Rettore della R. Università ed i Presidi delle Facoltà, il Governatore ed il Vice-Governatore dalla provincia di Torino, i Segretari generali ed i Direttori generali dei diversi Ministeri, il Sindaco e la Giunta Municipale di Torino, il Generale comandante in capo e lo Stato Maggiore della Milizia Nazionale torinese, e gli Uffiziali generali del R. Esercito.
Il barone Ricasoli ha pronunciato il seguente discorso:
Sire!
«Fedele alle secolari tradizioni della Vostra Real Casa, e ascoltando i voli d'Italia, Voi avete saputo nobilmente toccare il sommo della gloria domestica, procurando la massima felicità della nazione. A Voi pertanto, o Sire era dovuto il più bello de' premii, quello ohe supera il vanto dello maggiori conquiste: l'amore dei popoli che nelle mani di Vostra Maestà commettono i loro destini per fondare la nazione, per farla indipendente, per ritornarla illustre.
«Io vengo, o Sire, a portarvi il primo omaggio della Toscana fatta parte del vostro nuovo Regno. Così voi riunito nuovi figli intorno la patria comune, e la Toscana è lieta di portare anch'essa col prode e generoso Popolo Subalpino tutte le sue forze intorno a un Trono veramente italiano per uscire dalla vecchia vita del Municipio, ed entrare nella nuova vita della Nazione.
Io vado altero, Sire, di potervi attestare il generoso moto e la fede dell'anima toscana. Questa fede e quest'anima Vi saranno, o Sire, i sostegni più. grandi, perché nell'unificazione dei popoli che a Voi si raccomandano, le virtù di ciascuno diventino comuni, i mali di ciascuno siano curati da tutti, e nel nuovo conserto delle leggi e delle armi, degl'istituti civili e dei provvedimenti economici, tutti egualmente i popoli fondatori del vostro nuovo Regno con saggio procedere acquistino i benefizi del tempo nuovo e della vostra sapienza».
S. M. il Re si compiaceva di rispondere:
«L'omaggio che Ella mi reca a compimento del voto solenne già autorevolmente manifestato dall'Assemblea, in cui si raccoglieva il fiore della toscana cittadinanza, corona quella serie d'invitti propositi e di opere generose che meritarono alla Toscana l'affetto d'ogni italiano e il plauso delle genti civili.
«Io accetto questo voto che, dopo più mesi di prova, trovasi ora avvalorato dall'unanimità del suffragio popolare, e mi glorio di poter chiamare miei popoli anche i Toscani.
«Associando le sue sorti a quelle del mio Regno, la Toscana non rinunzia alle gloriose sue tradizioni, ma le continua e le accresce accomunandole a quelle di altre nobili parti d'Italia. Il Parlamento, nel quale i rappresentanti della Toscana siederanno accanto a quelli del Piemonte, della Lombardia e dell'Emilia, informerà, io non ne dubito, tutte le leggi al principio fecondo della libertà: il quale assicurerà alla Toscana i benefizi dell'autonomia amministrativa senza affievolire, anzi rassodando quell'intima comunanza di forze e di voleri, che è la guarentigia più efficace della prosperità ed indipendenza della patria».
Dopoché S. M. il Re terminava il suo discorso, S. E. il presidente del Consiglio porgeva alla M. S. il Decreto con cui la Toscana è dichiarata, a datare da oggi, parte integrante del nostro Stato. Al momento in cui S. M. il Re apponeva la sua firma a quel Decreto, lo sparo delle artiglierie dava annuncio al pubblico, che il grande atto era compito. La folla radunata inPiazza Castelloe nel cortile della Reggia all'udire il primo colpo di cannoneprorompeva in applausi calorosissimi al Re, alla Toscana, all'Italia. L'Augusto Sovrano chiamato reiterate volte dalle ardenti acclamazioni della popolazione si è degnato di affacciarsi due volte dal balcone della Reggia, ed entrambe le volte le grida diViva il Reecheggiavano più fragorose e più vive che mai.
Il barone Ricasoli è stato ricondotto all'albergo nella carrozza di Corte con lo stesso cerimoniale, con cui era venuto, e la folla si è recata di bel nuovo a salutarlo sotto le finestre.
S. M. il Re si è compiaciuto fregiare S. E. il barone Bettino Ricasoli del collare dell'Ordine Supremo della SS. Annunziata.
VITTORIO EMANUELE II
Re di Sardegna, di cipro e di Gerusalemme, ecc. ecc. ecc.
Visto il risultamento della votazione universale delle provincie della Toscana, dalla quale consta essere generale voto di quelle popolazioni di unirsi al nostro Stato;
Sentito il nostro Consiglio dei ministri;
Abbiamo decretato e decretiamo:
Art. 4. Le provincie della Toscana faranno parte integrante dello Stato dal giorno della data del presente decreto.
Art. 2. Il presente decreto verrà presentato al Parlamento per essere convertito in legge.
I nostri ministri sono incaricati dell'esecuzione del presento decreto, il quale, munito del sigillo dello Stato, sarà inserto nella Raccolta degli Atti del Governo e pubblicato nelle provincie della Toscana.
Dat. Torino, addì 22 marzo 1860.
VITTORIO EMANUELE II,ecc. ecc.
Visto il decreto nostro in data d'oggi, col quale abbiamo determinato che le provincie della Toscana siano riunite ai nostri Stati per far parte integrante dei medesimi;
Visto l'art. 63 della Legge elettorale 20 novembre 1859, stata pubblicata in Toscana con decreto 21 gennaio ultimo scorso;
Visto il decreto di convocazione dei collegi elettorali della Toscana, emanato da quel R. Governo il 46 corrente mese, e del tenore seguente:
IL R. GOVERNO DELLA TOSCANA
Veduto il decreto di S. M. il Re del 29 febbraio scorso che convoca i Collegi elettorali per la nomina dei Deputati al Parlamento nazionale;
«Decreta:
«Art. 1. 1 Collegi elettorali della Toscana sono convocati por il giorno 25 del corrente mese onde eleggere i Deputati al Parlamento nazionale.
a Art. 2. Occorrendo una seconda votazione, questa avrà luogo il giorno 29 del corrente.
«Il ministro dell'interno è incaricalo dell'esecuzione del presente decreto.
«Dato in Firenze, il 16 marzo 1860.
«Il pres. del Consiglio dei ministri e ministro dell'internoB. Ricasoli.
«Il ministro di grazia e giustiziaE. Poggi».
Visto l'art. 2° del decreto nostro del 29 febbraio, ultimo scorso, con cui il Senato del Regno e la Camera dei Deputati sono convocati pel giorno 2 dol mese di aprile prossimo venturo.
Sentito il consiglio dei ministri;
Sulla proposta del ministro dell'interno;
Abbiamo ordinato ed ordiniamo:
Articolo unico.
Il decreto surriferito, 16 marzo corrente, del Regio governo della Toscana s'intenderà far parte degli Alti del Governo.
Ordiniamo che il presente decreto, munito del Sigillo dello Stato, sia inserto nella Raccolta degli Alti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.
Dat. a Torino, addì 22 marzo 1860.
VITTORIO EMANUELE
C. CAVOUR.
(Pubblicato il 25 marzo 1860)
Ieri vennero nominati due nuovi cavalieri dell'Ordine supremo della SS. Annunziata; ed oggi corre appunto la festa dell'Ordine. Non si potrebbe perciò trovare occasione più opportuna per iscrivere alcune notizie su questa celebre istituzione dèi Reali di Savoia. Mettiamo adunque mano a raccoglierle col potentissimo aiuto del nostro collaboratore Cibrario, che ha parlato dottamente, saviamente e santamente della storia del Collare in due sue opere, l'una intitolata:Storia della Monarchia di Savoia, l'altra:Notice sur l'Ordre de l'Annonciade, premessa alla ristampa degli Statuti, e del Catalogo de' Cavalieri, eseguila per ordine di Carlo Alberto nel 1840.
A mezzo il secolo decimoquarto Amedeo VI, detto ilConte Verde,era Conte di Savoia e segnalavasi in Europa per le più strepitose vittorie. «Avvertito (parla il nostro collaboratore) avvertito che l'impero d'Oriente, assalito dai Bulgari, trovavasi presso alla rovina, riunì a Venezia una flotta numerosa, fe' vela per Costantinopoli, sconfisse i Bulgari in parecchi incontri, liberò dalle loro mani l'Imperatore Paleologo, e per prezzo d'un servizio sì eminente domandò all'Imperatorediritornare egli e la sua Chiesa al centro dell'unitàcattolica, e lo condusse a Roma a' piedi di Urbano VI (1366, 1367)». Amedeo VI potea dire davverod'aver fatto la guerra per un' idea, e questa era la grande idea cattolica!
Il nobilissimo Principe andava convinto della seguente verità predicata dal nostro collaboratore Cibrario nel libro i, capo 2° della suaStoria della Monarchia di Savoia«che senza l'appoggio della Chiesa Romana l'indipendenza dell'Italia non sarà mai che un sogno». A Roma perciò Amedeo VI rivolgeva i suoi pensieri ed i suoi passi. E a Viterbo incontrava quel Pontefice Urbano e che di quell'anno medesimo (parla di nuovo il nostro intrepido collaboratore) avea consumato la santa opera di restituire la cattedra di Pietro alla (sua vera sede,sottraendosi all'incomoda vicinanza dei Monarchi Francesi. Il cuore del Papa ristorò l'illustre vincitore dei patimenti sofferti; e in difetto d'ogni premio mondano, osserva piamente il Cavaliere Cibrario, che non fosse una vana aura di lode, Amedeo ebbe dal labbro del Papa un'arra di quel solo premio che dovea desiderare, e che s'aspettava nell'altra vita».
Nel 1362 questo gran Principe fondava l'Ordine del Collare di Savoia, che vien detto da tre secolil'Ordine dell'Annunziata, e lo fondava «in onore di Dio, della Vergine Madre, delle sue quindici gioie e di tutta la Corte Celeste». Imperocché Amedeo VI era divotissimo di Maria Vergine, e su quella nave che recavalo in Oriente sventolava la bandiera di zendado azzurro coll'immagine di Nostra Signora in un campo seminato di stelle. «E quel colore di cielo consacrato a Maria (nota giustamente e devotamente il caro nostro collaboratore) è, per quanto a me pare, l'origine del nostro color nazionale». Altri applaudano pure ai tre colori; ma il cav. Cibrario sta per l'azzurro,color di cielo consacrato a Maria,e veronostro color nazionale.
Amedeo VI assegnava per divisa ai cavalieri dell'Ordine del Collare il nodo d'Amore, emblema di fede indissolubile. Il collare d'argento dorato cingeva il collo a guisa quasi d'un'armatura, e dal medesimo pendeano tre nodi in aul petto. Nel collare intrecciate ai nodi erano le rose, emblema d'una pia devozione Mariana», come dice il nostro collaboratore: il quale spiega così ilfert scrìtto intorno al collare:porta il vincolo della fede giurataaMaria. Dove gli altri cavalieri, così Cibrario, che facevan voto di compiere qualche difficile impresa in onore di bella Dama, cerchiavano il braccio d'un anello di ferro, que' devoti campioni della maggiore e più bella e più santa tra le figlie d'Eva, portavano più leggiadro simbolo della perpetua fede, per cui se le erano obbligati».
Avverte ancora il nostro collaboratore che «i cavalieri dovevano essere gentiluomini antichi di nome e d'armi, scevri d'ogni rimprovero, disposti a servire il Principe di consiglio e d'aiuto». I più antichi statuti che ci restano dell'Ordine del Collare, sono d'Amedeo VIII, nipote del fondatore, e portano la data del 30 di maggio 1409. Carlo III,detto ilBuono,Emanuele Filiberto, Carlo Emanuele I fecero di mano in mano alcune variazioni all'Ordine istesso. Gli statuti ora vigenti sono quelli pubblicati d'ordine di Carlo Alberto dal cav. Cibrario, e portano il nome di Emanuele Filiberto. Ecco un'analisi brevissima dei principali.
Art. 1° Nell'Ordine vi saranno quindici cavalieri e cinque di sopranumero, non computato il Sovrano e il suo figlio primogenito.
Art. 2° 1 cavalieri saranno gentiluomini di nome e d'armi, i cui avi paterni e materni sieno di nobile stirpe, e senza macchia. E colui sarà detto senza macchia che non sia stato infetto né egli, né i suoi da alcuna eresia, tradimento o fellonia.
Art. 3° Nomina alcuni cavalieri, e chiede l'avviso per nominarne ed eleggerne altri.
Art. 4° Il Sovrano avvertirà della morte d'un cavaliere nel primo capitolo per l'elezione.
Art. 5° Nell'Assemblea il segretario leggerà le alte gesta del cavaliere morto, e poi si procederà all'elezione.
Gli articoli seguenti prescrivono alcune formalità. L'8° mette le parole che dirà il cancelliere prima del giuramento. Il 12° stabilisce come si debba significare l'elezione a un gran signore, e il modo di dargli il collare. L'art. 14° segna le parole che dovrà dire il cavaliere eletto, e quelle che gli risponderà il Sovrano.
L'art. 15° mette la forma del giuramento. Tra le altre cose i nuovi cavalieri giurano «di difendere, mantenere, e ristabilire gli Stati e libertà della nostra Madre la Santa Chiesa e della Santa Sede Apostolica di Roma», e di combattere per ciò col Sovrano o in caso d'impedimento mandare altri che combatta per loro.
L'art. 17° nota le parole che dice il Sovrano nel mettere il collare al cavaliere: «Dio voglia che voi possiate portare lungamente questo collare a sua lode, servizio ed esaltazione della Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana», Gli articoli successivi trattano dei cavalieri forastieri, e del come si debbano regolare in tempo di guerra; delle precedenze, dei giorni in cui i cavalieri debbono portare il collare, della restituzione del collare in caso di morte, del vestimento dei cavalieri, della celebrazione dell'Ordine, la festa dell'Annunziata, dei Vespri e della Messa pei morti dell'Ordine, delle pene da infliggersi ai cavalieri fuorviati, ecc. ecc. ecc.
Il giuramento dei cavalieri della SS. Annunziata subiva nel 1822 alcune modificazioni, e più tardi nel 1840, Carlo Alberto, con suo decreto del 15 di marzo, Vitto da Monsignor Luigi Fransoni, Arcivescovo di Torino, ne determinava la nuova formola. Nella quale trovasi tuttavia che i nuovi cavalieri debbono giurare di combattere col Sovranopour défendre, maintenir, et rétablir la dignité, États, et libertà de notre Mère Sainte Eglise, et du S. Siège Apostolique de Rome.
Abbiamo ommesso di avvertire che l'articolo 18 prescrive ilbacio di pace, che i nuovi cavalieri eletti dovranno dare agli antichi. Or ecco la lista dei cavalieri, a' quali il barone Ricasoli e il dottore Farini dovranno darele baiser debaix:
Monsignor D. Luigi dei marchesi Fransoni — Monsignor dei marchesi d'Angennes, Arcivescovo di Vercelli. — Gerbaix di Chatillon de Sonnaz conte Giuseppe Maria. — Marchese Antonio Brignole-Sale. — Conte Rodolfo de Maistre. — Crotti di Costigliole cav. Angelo Michele. — Benso di Cavour conte Camillo. — Gerbaix de Sonnaz cavaliere Ettore — Alfieri di Sostegno marchese Cesare. — Ferrerò della Marmora' cav. Alfonso.
I personaggi stranieri cavalieri dell'Ordine sono molti. Noteremo però il duca di Modena Francesco V, l'imperatore d'Austria, e, se non pigliamo abbaglio, il granduca di Toscana,
(Pubblicato il 20 maggio 1860)
Il telegrafo ci annunzia che presto noi vedremo in Torino il Cardinale Cosimo Corsi, arcivescovo di Pisa, e vi sarà trascinato dai carabinieri per rendere ragione de' fatti suoi al conte di Cavour e al dottore Farini.
I Vescovi di Faenza e d'Imola e il Vicario di Bologna gemono in prigione; ma questo è poco per un Cardinale di Santa Chiesa. Egli dee abbandonare la sua diocesi e fare il proprio ingresso nella capitale dellalibera Italiaaccompagnato dalla forza pubblica. Il ministero, che testà confessava nellaGazzetta Ufficiale del Regnola suaimpotenzariguardo a Garibaldi, si mostrapotentissimorispetto al Cardinale Corei, e dalle rive dell'Arno lo fa tradurre prigioniero su quelle del Po.
Allargatosi appena il nostro Stato, si accresce tosto il numero de' Vescovi esuli o incarcerati, e l'angiolo della Chiesa di Pisa non tarda a bevere al calice delle amarezze toccato all'angiolo della Chiesa di Torino.
Che delitto ha commesso il Cardinale Corsi? Finora non si sa: nessun processo gli venne girato contro; nessun tribunale ha ancor condannato, e già la pena lo colse, e giungerà in Torino come un reo!
Il conte di Cavour applica al Cardinale Corsie misure estralegalionde fu già vittima Monsignor Fransoni. E il signor Farini, ministro dell'interno «che fu così sollecito (sono parole delCorriere dell'Emilia, 25 aprile, N° 137) a fare scarcerare dal forte Castelfranco circa un migliaio di precauzionarii, che, invecchiati nel vizio ed organizzati fra loro al delitto, davano poca, anzi niuna speranza di essersi emendati»; il signor Farini mette i Vescovi al posto di costoro, e fa tradurre a Torino dai carabinieri l'Arcivescovo di Pisa!
A noi mancano le parole per condannare, come conviene, una simile enormézza. Il telegrafo a servizio dei ministri osa dire che ilpaese applaude a quest'atto di energia.
Qual è questo paese cheapplaude? Non ilpaese cattolico, il quale invece deplora un fatto così doloroso. Non ilpaese liberale, che in questo arresto preventivo scorge una violazione delle più preziose libertà, della libertà della Chiesa, e della libertà individuale.
Non crediamo neppure che ilpaese ministerialeapplauda, giacché il ministero, gettandosi per questa via, si rovina nel concetto di tutti gti onesti, e fa più male a se stesso che qualunque suo più sfidato nemico.
E il telegrafo osa chiamar questo unatto di energia!Per istrascinare à Torino un settuagenario e di malferma salute ci vuole proprio mollaenergiaAndate là, che voi così deboli fino a cedere allo straniero le nostre province, ora vi mostrate forti coi Vescovi e coi Cardinali!
La sera del 21 di maggio, verso le ore dieci, giungeva in Torino Sua Eminenza il signor Cardinale Cosimo Corsi, Arcivesc. di Pisa. I nostri lettori conoscono già dai telegrammi pubblicati come fin dalla sera del 17 di maggio il capitano Crespi intimasse a Sua Eminenza un ordine del Presidente del Consiglio dei ministri di recarsiimmediatamentea Torino. Al quale ordine l'Eminentissimo Arcivescovo non si credette in obbligo di obbedire né come Arcivescovo, né come cittadino.
Per la qual cosa il 19 di maggio il cavaliere Ceva di Noceto, capitano dei Reali Carabinieri, accompagnavalo a Genova per la via di terra, e di là a Torino. Noi ci riserbiamo di raccogliere più tardi i particolari del viaggio, che pubblicheremo nel?'Armonia.Per ora le nostre corrispondenze di Pisa ci annunziano essere completamente falsa la notizia data dal telegrafo, che il popolo applaudisse all'arresto del suo Pastore. Invece i Pisani ne furono costernatissimi, e ben dimostrarono, con le loro numerosissime visite a Sua Eminenza, quant'affetto e venerazione sentissero pel proprio Arcivescovo.
Giunto in Torino il sig. Cardinale venne consegnato all'abate Vachetta, che era accorso allo scalo della via ferrala, specialmente incaricato dal ministero. L'abate voile persuadere a Sua Eminenza che era in libertà, ma n'ebbe in risposta, che se si trovasse libero sarebbe tosto ripartito per la sua diocesi,donde si era allontanato con tanto dolore. E a ciò non pare che l'abate acconsentisse giacché il sig. Cardinale fu da lui accompagnato nella casa dei Missionari di Torino, dove si trova libero certamente nell'anima, indipendente nella coscienza, ma prigioniero di corpo e in potere dei ministri.
Non si sa quale delitto abbia commesso l'Arcivescovo di Pisa, né davanti qual tribunale verrà tradotto. 1 buoni Torinesi saputa la nuova del suo arrivo, accorsero tosto a rendergli omaggio. Siamo lieti di poter dire che Sua Eminenza, non ostante il lungo e faticoso viaggio, gode buona salute, e mostra quel gaudio che distingueva gli Apostoli quandoibant gaudentes a conspecta Concila. Vorremmo ohe fossero egualmente tranquilli coloro che lo fecero imprigionare.
LaGazzetta Ufficiale del Regnonon dice motto dell'arrivo del Cardinale Arcivescovo di Pisa.
IlMonitore Toscanodel 20 di maggio ha le seguenti parole:
«S. Em. il Cardinale Arcivescovo di Pisa, chiamato a Torino in seguito ai rapporti di S. E. il Governatore Generale della Toscana al Governo del Re, dal ministro di Grazia e Giustizia per render conto del suo contegno in occasione della Festa Nazionale dello Statuto, è partito questa sera a quella volta, accompagnato dal cav. Ceva capitano dei RR. Carabinieri».
(Pubblicato il 25 maggio 1860)
L'Eminentissimo Cardinale Corsi è sempre prigioniero in Torino, e non si sa che cosa il ministero vorrà fare di lui. Dal momento che gli fu usata violenza nel suo palazzo arcivescovile di Pisa, egli si diè in balìa di chi l'arrestò, nò muove passo senza il suo comando. Dal capitano dei carabinieri passò nelle mani dell'abate Vachetta, che coronò i suoi meriti con questo nobilissimo uffizio, onde ilPiemontegiornale ed il Piemonte paese già lo chiamano in corol'abate Carabiniere.
Il Vachetta, prima di recarsi alla strada ferrata per pigliar possesso della persona del Cardinal Corsi, andò nella casa dei Missionari per visitare le camere che gli dovevano essere assegnate. E siccomeisignori della MissioneSiscusavano di non avere alloggio per un Principe di Santa Chiesa, il nostro abate trovò le camere più che sufficienti. E difatto considerandole come una prigione ba stano all'illustre prigioniero, che si guarda ben bene dal passarne la soglia.
Nella storia ecclesiastica de nostri giorni il Vachetta avrà la sua pagina. Sotto Napoleone I molti preti, Vescovi e Cardinali furono imprigionati come venne già accennato da noi colle parole istesse di Carlo Botta. Ma non sappiamo che un chierico facesse mai l'ufficio del carceriere, né che il primo Bonaparte pensasse nemmeno a ricercarne un solo perciò. A que' dì i Vescovi e i cardinali arrestali si consegnavano al bargello.
I nostri ministri furono più fortunati. Un prete, un canonico (li S. Giovanni, un abate mitrato si mostrò tanto compiacente da servire il ministero fino a questo punto, e, come osserva ilCampanile, quest'abate trovòun rinforzonel teologo Vaccarone. Vaccarone e Vachetta sono due nomi che vogliono essere tramandati alla posterità.
Intanto che fare del Cardinale Corsi? IlDirittodice che se egli non si ritratta, l'abate Vachetta piglierà possesso de' suoi beni. La cosa è naturale. Silvio Pellico racconta nelleMie prigioni, che essendo stato condotto nel carcere di Santa Margarita se gli presentò il custode «e questi si fece da me rimettere con gentile invito, per restituirmeli a tempo debito, orologio, danaro, ed ogni altra cosa ch'io avessi in tasca, e m'augurò rispettosamente la buona notte».
È un po' difficile che l'Arcivescovo di Pisa si ritratti. Egli rinnova oggidì i gloriosi esempi dei Grisostomi e degli Ambrogi. Le minaccie non lo spaventano: non timentibus numquam est gravis terror,diceva il santo Vescovo di Milano. L'emmentissimo Corsi non ammette che il nostro ministero possa insegnargli il Vangelo. Come Ambrogio a Valentiniano egli ripete: «Si docendus est Episcopus a laico quid sequetur? Laicus ergo disputet et Episcopus audiat: Episcopus discat a laico».
Il ministro di Grazia e Giustizia, il 22 di maggio, ha fatto tradurre alla sua presenza l'Arcivescovo di Pisa. Il cavaliere Bullio, capo divisione di quel dicastero,pregòl'eminentisimo Cardinale di recarsi presso il Ministro, ma il Cardinale, come prigioniero, non potendo aderire allapreghieraconvenne usare la violenza. E qui raccontal'Opinioneche quando il cav. Bullio intimò al signor Cardinale di obbedire all'ordine ministeriale, questi volle che si stendesse l'atto di siffatta intimazione. E prima di partire si scrisse una dichiarazione che l'Eminentissimo andava davanti il ministro non di sua spontanea volontà, ma forzatamente; dichiarazione che venne sottoscritta dal segretario dell'Arcivescovo, dallo stesso cavaliere Bullio, e da due signori della missione come testimoni.
La Predica che il ministro avrà fatto all'Arcivescovo è facile ad immaginare, come è facilissimo supporre che l'illustre Porporato, fermo nel suo sistema, non avrà dato nessuna risposta. Già corrono per la nostra città dei curiosi episodii su questo proposito, e noi rinnoviamo la promessa di ristampare poi a suo tempo un'esatta relazione di tutto.
Intanto ci pare che i nostri ministri siensi gettati in un tale ginepraio da non sapere come cavarsela. La loro condotta è eminentemente impolitica e tirannica. Contro l'Arcivescovo di Pisa non si è potuto intavolare regolare procedimento, perché non si sa di qual delitto sia reo. Fu arrestato con misuraestralegale ed è sostenuto in carcere in via economica.
E poi accusano i preti di non voler cantare ilTe Deumper lo Statuto! Ma se lo Statuto esiste, perché voi trattate di questa maniera l'Arcivescovo di Pisa? Se lo Statuto non è ancora in vigore in Toscana, perché pretendete che si ringrazi Domineddio? La contraddizione non può essere più manifesta.
(Pubblicato il 2 giugno 1860)
Egli è da oltre una settimana che l'Eminentissimo Cardinale Arcivescovo di Pisa venne arrestato e tradotto dalla forza pubblica in Torino, dove rimane in carcere aspettando che piaccia al ministero di pronunziare sopra le sue sorti future.
Questo fatto inaudito nel nostro paese, e che ricorda i luttuosi tempi di Napoleone I, quando giunto al colmo del suo dispotismo prese a far guerra al Capo della Chiesa, e a disperdere il sacro Collegio, ha destato profonda sensazione non solamente in tutti i paesi cattolici, ma anche nei paesi eretici, i quali sono non poco meravigliati di vedere un principe della Chiesa trattato insiffattaguisa da un governo cattolico e sedicentelibéralissimo!
Era naturale che ognuno stesse aspettando che fosse fatto conoscere il delitto, onde erasi reso reo il Cardinale di Pisa, e che gli avea tirato addosso un sì grave e strepitoso castigo. Ma finora quest'aspettazione venne delusa. Si sa che l'Eminentissimo Porporato fu per forza condotto innanzi al ministro guardasigilli.
Ma né di quel colloquio nulla traspirò nel pubblico, né alcuna dichiarazione venne fatta dal governo che accennasse la colpa di cui è accusato l'Eminentissimo Arcivescovo; nè, per quanto sappiamo, dopo quel primo abboccamento il ministro ebbe alcuna comunicazione per se stesso, o per i suoi agenti coll'illustre prigioniero.
In mancanza di dichiarazioni officiali ed officiose, i giornali che sono in voce di organi del governo, hanno additato due colpe, di cui l'Eminentissimo Cardinale sarebbe reo, od almeno accusato.
La prima colpa si è, che il Cardinale non andò a ricevere Sua Maestà quando recossi in Pisa, e che proibì al suo Clero di festeggiare lo Statuto in Chiesa.
Per vedere quanto sia insussistente codesta imputazione, basta il riflettere che di talcolpasono rei del pari tutti i Vescovi della Toscana e dell'Emilia, come ne convengono gli stessi giornali accusatori. Quindi se il Cardinale di Pisa ha violato con questo suo procedere qualche legge dello Stato, con esso lui sono rei tutti gli altri Vescovi delle provincie dell'Italia centraleannesseal Piemonte. E perciò la giustizia non vorrebbe che tra tanticolpevoliuno solo fosse punito, mentre sono risparmiati tutti gli altri. Che se tutti gli altri sono trovati innocenti, od almeno non sono pubblicamente, e per forza strappati dalle loro diocesi, e tradotti in carcere a Torino, non si vede ragione per cui codesto castigo si debba infliggere al solo Arcivescovo di Pisa.
L'altra colpa ascritta dai giornali ministeriali al Cardinale Corsi è che esso sia il capo dell'opposizione, che l'Episcopato dell'Italia centrale fa al governo, e che da lui emanassero gli ordini a tutti i Vescovi di non presentarsi al ricevimento del Sovrano, e di proibire al Clero di fare la festa dello Statuto.
Quest'accusa non è meno insussistente della prima. Di fatto non si vede come il Cardinale di Pisa potesse dare ordini a tutti gli altri Vescovi della Toscana e dell'Emilia. Se l'accusa si restringesse a dire che diede ordini a suoi suffragane!, avrebbe qualche apparenza di ragione. Ma che il Cardinale Arcivescovo di Pisa comandi, per esempio, all'Arcivescovo di Modena, al Cardinale Arcivescovo dj Bologna, al Cardinale Arcivescovo di Ferrara, è tale stranezza che non può venire in mente a chiunque abbia fior di senno, e conosca per poco le relazioni tra i diversi membri della gerarchia ecclesiastica.
Che se taluno dicesse, come qualche giornale accenna, che il Cardinale di Pisa non diede ordini a tutti gli altri Vescovi, almeno colle sue istigazioni e raggiri indusse tutti i suoi colleghi a quegli atti, in cui altri si ostina a vedere un'opposizione puramente politica al governo, risponderemo che quand'anche il Cardinale di Pisa avesse voluto rappresentare questa parte di capo dell'opposizione politica, e che tutti i Vescovi dell'Italia centrale si fossero piegati alle mire del supposto capo, sarebbe stato impossibile di mandare ad effetto un tale divisamento. E di questo non vogliamo avere altra prova che la testimonianza del ministero stesso. Esso, che è così oculato e vigile nel tener d'occhio a tutte le relazioni, corrispondenze, ecc. tra i membri del Clero, e massime dell'Episcopato, sia per telegrafo, sia per la posta, sia per messi spediti appositamente, ci dica se ha veduto un telegramma, una lettera, se ha sorpreso un solo messo spedito a preparare codestacospirazionedel Cardinale di Pisa? Il ministero, trattandosi di perquisizioni domiciliari e personali, non è per nulla scrupoloso, come dà a divedere in questi giorni. Se esso avesse potuto menomamente sospettare di questemenedell'Arcivescovo di Pisa, pensate se non avrebbe frugato in tutti gli angoli degli episcopii per rinvenirne qualche documento!
Ma è facile il vedere quale sia lo scopo di queste voci che si fanno correre intorno alla supposta influenza del Cardinale Corsi sugli altri Vescovi delle provincie annesse. L'unanimità dell'Episcopato nell'astenersi da ogni funzione religiosa in queste circostanze fu uri colpo mortale alle pretese della rivoluzione, la quale si vantava che il Clero dell'Italia centrale parteggiasse per ilmuovodir ritto delle genti. L'Episcopato volle tenersi interamente estraneo ad Ogni mira politica. Siccome non aveva fatto nulla di contrario ai nuovi ordini politici, restringendosi sempre a reclamare il mantenimento dei diritti della Chiesa, così non volle far nulla di favorevole a quei medesimi ordini. La rivoluzione stessa intimò al Clero di ritirarsi dalle lotte politiche nel recinto del santuario. Or bene: l'Episcopato ha lasciato ad altri le discussioni sulla politica, e si è ritirato ia chiesa. Afa quando la politica volle entrarvi, allora l'Episcopato sgombrò dalla chiesa, e non volle partecipare all’immistionedella politica colla religione.
Per attenuare la profonda impressione di questo contegno dell'Episcopato, si volle far credere che questo fosse l'effetto di una sola influenza; e intanto per vedere modo di rompere questa terribile unione dei Vescovi ai è pensato di far un gran colpo sopra il Cardinale Arcivescovo di Pisa, colla speranza che taluni di essi, vedendo così colpito un principe stesso della Santa Chiesa, si pendesse d'animo e venisse a patti.
Ma indarno si sperò di spaventare con questo colpo l'Episcopato ed il rimanente del Clero, invece non si fece altro che porre loro sotto gli occhi un nobilissimo esempio da imitare. Certamente l'illustre Episcopato dell'Italia centrale non avea bisogno d'essere incoraggialo dai fatti altrui per tenersi fermo nella via del suo dovere. Ma se mai taluno avesse avuto qualche pensiero di venire a patti cogli avversarli della Chiesa, lusingandosi forse di evitare mali maggiori, il magnanimo contegno dell'Eminentissimo Arcivescovo di Pisa lo farebbe avvertito, che non bisogna lasciarsi atterrire, né illudere da chiunque muove guarnì al Capo della Chiesa.
Non è solo sopra l'Episcopato ed il Clero che l'arresto del Cardinale di Pisa produsse un effetto del tutto contrario a quello che si voleva dal ministero. Non parlando dell'immensa maggioranza del popolo dell'Italia centrale, il quale, non ancora avvezzo alle bestemmie della stampa licenziosa, è altamente scandalizzato di questo fatto, sappiamo che moltissimi partigiani sinceri della libertà censurarono fortemente quest'atto del ministero, come quello che dà una pessima idea della libertà che si vuole predicare. Inaugurare lo Statuto colla violazione più manifesta e solenne dello Statuto medesimo non pare a nessun uomo di senso il di farlo ricevere volontieri dal popolo!
Diremo da ultimo, che egli è da circa un anno che si trattava di allontanare il Cardinale Corsi dalla Diocesi di Pisa; e non si sa perché questo divisamento non sia stato posto ad effetto molto prima. E d'altro lato si sa da tutti in Toscana chea Torinoilministero nonfache mettere adesecuzione ì suggerimenti e gli ordini che vengono da Firenze. Quando si proclamò l'annessione, i Toscani credettero che finalmente cesserebbe il dispotismo del governo provvisorio. Ma allora che videro l'arresto del Cardinale di Pisa, ordinato dal ministero di Torino unicamente perché voluto dal governo di Firenze, cessò l'illusione dei Toscani, e dovettero persuadersi che, a dispetto dello Statuto e dell'annessione, essi non sono altro che ilpotere esecutivodel Barone Bettino.
E di questo si è già accorta la Camera dei Deputati, la quale credendosi di essere col Senato l'unico potere legislativo, ha visto invece che a Firenze si fanno alla barba sua di buone e belle leggi, e Bettino Bev continua a comandare a bacchetta.
(Pubblicato il 20 giugno 1860)
Il Cardinale Arcivescovo di Pisa è da trentun giorno prigioniero in Torino, sebbene non condannato, né processato. Il ministero cercò nei codice toscano il suo delitto, e noi trovò; quindi ricorse alle misureestralegali, cioètiranniche.
Affine però di provvedersi per l'avvenire propose al Parlamento un disegno di legge, che introduce in Toscana tre articoli del nostro Codice penale improvvisalo nel 1859 durante i pieni poteri. Questi articoli sono ii 268, il 260 e il 270.
Il primo punisce severamente i sacerdoti pei peccati diparole d'operee di ommissioni,che commettessero contro la libertà. Al sacerdote che pronuncia in pubblica adunanza undiscorsocontenente censura delle istituzioni e delle leggi dello Stato duemila lire di multa e due anni di carcere. — Al sacerdote che commettefattida eccitare il disprezzo e il malcontento contro le dette istituzioni e leggi duemila lire di multa e due anni di carcere. — Al sacerdote checoll'indchito rifiuto dei propri uffiziturba la coscienza pubblica o la pace delle famiglie duemila lire di multa e due anni di carcere.
Il secondo articolo stabilisce che se le parole, le opere e le ommissioni contengono provocazione alle leggi dello Stato o ad altri provvedimenti della pubblica autorità», per esempio, del barone Bettino Ricasoli, il quale pretende di essere ilCapo dello Stato, in questo caso la pena contro i sacerdoti non potrà essere minore di tre anni, e resta in arbitrio del magistrato di estenderla anche ad un secolo!
Il terzo articolo stabilisce, che chi pubblicherà una Bolla, o altri provvedimenti relativi alla religione cattolica provenienti dal S. Padre, contravvenendo alleregole vigenti(regole non leggi!)sopra la necessità dell'assenso del governo, soffrirà sei mesi di carcere e L. 500 di multa. Questi tre articoli sono il primo regalo fatto alla Toscana dopo le sue nozze col Piemonte 1
La Camera dei Deputati, nella tornata del 46 di giugno, approvava questo dir segno di legge con 164 voti Favorevoli e 20 contrari. Daremo più innanzi qualche estratto della discussione, levandola dagli atti ufficiali. Qui ci restringeremo a due semplici osservazioni: l'una riguarda il passato, e l'altra l'avvenire.
Se oggidì la Camera vuole applicare alla Toscana gli articoli citati del Codice penale, concede che questi articoli non esistevano. Ciò fu asserito solennemente in Parlamento dal deputato Cempini, il quale diceva che l'applicazione di questi articolicreava d'oggi in avanti in Toscana dei nuovi reati comuni (Atti Uffic. N° 85, pag. 321).
Dunque: 1° Il Clero toscano era perfettamente libero di rifiutarsi a cantare ilTe Deume benedire l'annessione, a festeggiare lo Statuto. 41 delitto proveniente da questo rifiuto non esisteva allora, non esiste oggidì, non esisterà finché sia sancita e promulgata la nuova legge.
Dunque: 2° Le leggi leopoldine quantunque avverse alla Chiesa ed a' suoi ministri, lasciavano tuttavia maggiore libertà agli ecclesiastici di quella che loro lasci il Codice penale sardo del 1859, il quale fu compilato dai liberali.
Dunque: 3° li governo toscano che col suoMonitoreminacciò il Clero, se non cantava ilTe Deum, di terribili castighi, ed anzi perseguitò i preti che non volevano cantare, questo governo commise un atto del più truce dispotismo considerando come un reato ciò che era per Io meno un'azione indifferente. Il barone Ricasoli abusò del suo potere, e dee essere posto in stato d'accusa.
Dunque: 4° Il Cardinale Arcivescovo di Pisa fu ingiustamente, tirannicamente, barbaramente strappato dalla sua diocesi, e dee tosto venire rimesso in libertà. Egli non può essere né condannato né processato; egli ha diritto di processare invece i ministri e tutti coloro che presero parte alla sua carcerazione dal Guardasigilli all'abate Vachetta.
La legge votata dalla Camera il 4 6 di giugno, è per questo verso il più splendido trionfo del Clero toscano, e la più solenne condanna de' suoi persecutori. Persecutori sono coloro che puniscono un delitto che non esiste, ed il delitto non esisteva in Toscana giacché sivuol creare oggidì, come dichiarò il deputato Cempini.
Ora un pensierod'avvenire.Creato il delitto in Toscana, potrà darsi che i sacerdoti, i quali obbediscononon propter gladium sed propter conscientiam, in certe circostanze continuinoe. rifiutare i loro uffizi. Poniamo un caso: Bettino Ricasoli va a confessarsi al Cardinale di Pisa, e questi gli rifiuta l'assoluzione.
Allora che cosa ne avviene? Bettino denunzia ai magistrati l'Eminentissimo Corsiper indchito rifiuto de' proprii uffizi. Il fisco procede immediatamente. Si fanno interrogatorii, e si verifica che proprio il mattino del giorno tale messer Bettino andò a confessarsi, e non potà ottenere l'assoluzione dal Cardinale Arcivescovo di Pisa.
Si fa luogo perciò a procedimento. Il tribunale si raduna coll'intervento dei giurati, e s'incomincia la discussione, «Sono i giurati, ha detto il deputato Panettoni il 16 di giugno, i quali depositarli della fiducia pubblica e testimoni della mira e degli effetti del rifiuto, saranno protettori ad un tempo e della pubblica pace e dell'indipendenza della Chiesa»(Atti uff.,N° 85, pag. 322).
Ma non basta ai giurati di sapere che l'assoluzione venne rifiutata a Bettino. Essi debbono giudicare se ilrifiutofu debito od indchito. Il Cardinale di Pisa, obbligato dal sigillo sacramentale, non potrà parlare, e toccherà al barone Bettino Ricasoli di ammaestrare idepositari della fiducia pubblica.
Di che, dovrà egli ripetere ai giurati la sua confessione, e dire, per esempio: —Ho cospirato contro il Granduca quando era mio legittimo signore — Ho avuto segreti abboccamenti col conte di Cavour — Ho regalato una tavola di pietre dure al cav. BonCompagni — Ho violato le tali e tali leggi della Chiesa — Ho detto le tali e tali bugie—Ho commesso le tali e tali persecuzioni, e via discorrendo.
E dopo di ciò i giurati decideranno che il buon Bettino meritava l'assoluzione, e che il Cardinale di Pisa in conseguenza è reo dirifiuto indchito. Oppure che i peccati del Bettino sono veramente gravissimi, e che ilrifiuto è debito. In conseguenza noi avremo i giurati giudici nella morale cattolica e dell'amministrazione de' Sacramenti.
Ora chi sono i giurati? Noi ci guarderemo dal parlarne male; ma ci sarà permesso di citare due autorità, pigliandone una nella Camera dei deputati, l'altra nel Senato del Regno.
Carlo BonCompagni (levatevi il cappello!) ha detto nella Camera dei deputati che i giurati in Piemonte pronunziaronoassolutorie scandalose, che i loro giudizihanno male espresso la coscienza pubblica;che si videro giurati, i quali «per difetto di coltura e di educazione non erano in grado di avere né la saga cità né l'indipendenza, così dal governo come dalle parti che si richiede a quest'ufficio»(Atti uff. della Camera, tornata del 6 di febbraio 1852, pag. 2288, N° 624).
E questi giurati, di cui parlava il BonCompagni, sono quelli che, a detta del dep. Panattoni «saranno protettori ad un tempo e della pace pubblica e dell'indipendenza della Chiesa!»
Il senatore Lamarmora diceva a sua volta: Supponiamo che tra i giurati vi sia un pizzicagnolo, un venditore di tessuti, un liquorista: il primo, che saprebbe bene apprezzare un presciutto, sarebbe, io scommetto, un pessimo giudice per definire la qualità di un reato di stampa o di politica; così del venditore di tessuti, il quale però sarebbe esperto nel riconoscere le quantità di fili di cotone introdotti in una tela di lino, e via via degli altri»Atti uff. del Senato, tornata del 23 febbraio 1852, N° 214, pag. 871.
Ma fra breve il liquorista, il venditore di tessuti e di presciutti siederanno prò tribunaliin Toscana, e giudicheranno inappellabilmente che il Cardinale Arcivescovo di Pisa dovea cantare unTe Deum, e concedere l'assoluzione sacramentale a Bettino Ricasoli; che perciò è reo dirifiuto indchito, e degno di essere castigato con due o tre anni di prigione!
(Pubblicato il 17 aprile 1860)
Questo proclama ci era stato annunziato e promesso dal Ministro Mamiani fin dal 12 di aprile, quando il filosofo nella tornata della Camera dei Deputati volea provare ai rappresentanti del popolo, che essi doveano comperare la protezione della Francia al prezzo della Savoia e della Contea di Nizza.
In quel suo discorso il Mamiani argomentava così: Se noi neghiamo la Savoia a Nizza alla Francia, addio amicizia francese! «Pare a voi, chiedevasi deputati, pare a voi che in simili condizioni,che in questo momento difficilissimo possiamo mettere a repentaglio lasola amicizia,a cui dobbiamo l'esser nostro?» (Att. uff. della Camera, N° 11, pag. 41).
Così che noidobbiamo l'esser nostroalla Francia, o, per meglio dire, a Luigi Napoleone Bonaparte; viviamo per lui, egli è la nostra anima, e se ci abbandona, siam morti, a detta del Mamiani. Oh viva lungamente il Sire francese, altrimenti guai a noi! Che ve ne pare di questa nuova foggia d'indipendenza e dì nazionalità italiana?
Ma perché il Mamiani trovavadifficilissimo questo momento? Unicamente pel primo proclama che il generale Lamoricière, nuovo comandante in capo delle truppe pontificie, aveva indirizzato ai soldati del Papa. Ecco le parole del ministro tolte dalla relazione ufficiale: Noi abbiamo più sorte di nemicinumerosi epotenti:forse oggi o domani almeno vedrete pubblicato nellaGazz. del Regno l'ordine del giorno del generale Lamoricière. Egli si dichiara campione e propugnatore della civiltà contro la barbarie,e i barbari siamo noi;egli dice che il mondo è minacciato da un nuovo islamismo,e i musulmani siamo noi». Donde conchiudea che imomenti sono difficilissimi, e che s'ha da dare presto, presto, presto la Savoia e Nizza all'Imperatore dei Francesi. Pare a voi, domandava nuovamente il Mamiani ai deputati, pare a voi che noi possiamo ricusare un vivissimo, unfermo desiderioespresso daquel solo governo, che sta con noi a combattere per il principio delle nazioni, e contro i fanatici della teocrazia?».
Dalle quali parole del Mamiani si possono dedurre parecchie conseguenze di gran momento. 1° Chi sta pel Papa, sta contro il Mamiam, contro i suoi colleghi e contro la loro comune politica. 2° I nemici del Mamiani e Compagnia, epperò gli amici del Papasono numerosi e potenti. 3° La ditta Mamiani e C.» (usiamo parole commerciali, imperocché il gabinetto italianissimo oggidì mercanteggia l'Italia!) La ditta Mamiani e Compagnia non ha nel mondo che l'amiciziadi un solo governo, e questo e il francese. 4°A detta del Mamiani, Napoleone III sta combattendo il Papa a somiglianza del Piemonte. 5° Perché Napoleone III continui a combattere il Papa, è necessario soddisfare un suovivissimo e fermo desideriodi avere la Savoia e la Contea di Nizza. 6° Dunque non è per amore della indipendenza italiana che il Bonaparte combatte a' fianchi del Mamianie C.,sibbene perlaragione dell'utile. 7° Ilmotivo addotto dal Mamiani per cedere la Savoia e Nizza a Napoleone III varrebbe egualmente se questi chiedesse Genova e Firenze. 8° Per nonrimanere soli,noi saremo d'ora in poi obbligati a soddisfare qualsiasivivissimo e fermo desideriodal Bonaparte. 9° Non mai il Granduca di Toscana o i Duchi di Modena e di Parma trovaronsi cosi dipendenti dall'Austria, come oggidì il Piemonte dipende dalia Francia. 10° Se la Francia allarga oggidì i suoi confini, e conquista la Savoia e Nizza, ne dee saper grado al primo proclama del generale Lamoricière.
Difatto il Mamiani, avendo adotto la notizia di questo proclama come una ragione per aderire alvivissimo e fermo desideriodell'Imperatore dei Francesi, ognun vede il vantaggio che il Lamoricière ha recato indirettamente alla sua patria, nell'atto che perorava in favore del Papa. Né per questo verso può dolersene l'Imperatore de' Francesi, giacché le parole del valente generale servirono a far traboccare la bilancia in suo vantaggio.
Intanto dopo l'annunzio del Mamiani che il proclama del generale Lamoricière il 12 di aprile, o certamente il 13 sarebbe comparso nel foglio ufficiale, tutti attendevano questa pubblicazione. Ma fidatevi delle promesse dei ministri costituzionali! Noi ignoreremmo tuttavia il celebre proclama, se non ce l'avesse, recato ilGiornale di Romadell'11 di aprile, N° 83. Eccone il testo.
Roma, giorno di Pasqua, 8 aprile 1860.
Soldati!
La Santità di Nostro Signore Papa Pio IX essendosi degnata di chiamarmi all'onorevole incarico di comandarvi per la difesa de' suoi diritti disconosciuti e minacciali, io non ho esitato un istante a riprendere la mia spada.
Agii accenti della grande voce, che non ha guari, dall'alto del Vaticano facea noti al mondo i pericoli del Patrimonio di S. Pietro, i cattolici si sono commossi, o l'emozione loro s'è ben presto diffusa su tutti i punti della terra.
Ciò vuol dire che il Cristianesimo non è soltanto la religione del mondo civilizzato, ma sì il principio e la vita stessa della civilizzazione; vuol dire che il Papato è la base su cui poggia il Cristianesimo. Tutte le nazioni cristiane sembrano aver oggi la coscienza di queste grandi verità, che sono la nostra fede.
La rivoluzione, siccome altre volte l'Islamismo, minaccia oggi l'Europa; ed oggi come altre volte, la causa del Papato è (quella della civilizzazione e della libertà del mondo.
Soldati! Abbiate fiducia e siate certi che Iddio sosterrà il nostro coraggio all'altezza della causa di cui, Egli affida la difesa alle nostre armi.
Il generale comandante in capo
G. DeLamoricière.
Noi non faremo commenti, dacché questi furono fatti auticipatamente dal Mamiani, il quale disse; «Il generalo Lamoricière si dichiara campione e propugnatore della civiltà contro la barbarie, e i barbari siam noi, egli dice che il mondoèminacciato da un nuovo Islamismo, e i musulmani siamo noi». A queste deduzioni noi non abbiamo da opporre che un solo argomento di fatto. Il governo del gran Sultano ha protestato di non voler riconoscere la politica del conte di Cavour e del ministro Mamiani.
(Pubblicato il 25 aprile 1860)
I nemici del Papa che speravano una prossima rivoluzione in Roma, restarono atterriti per due recenti nomine fatte da Pio IX; quella cioè del generale di Lamoricière a comandante in capo dell'esercito Pontificio, e l'altra di Monsignore Francesco Saverio di Mérode a proministro delle armi. Del primo abbiamo già detto altre volte, e oggi però scriveremo poche parole sul secondo.
Premettiamo qualche cenno sulla famiglia di Mérode, una delle più antiche, più nobili, più ricche del Belgio. I suoi membri si segnalarono sempre per una grande devozione al Cattolicismo e un sincero affetto alla libertà. La popolazione belga ha debito alla casa di Mérode d'essere sfuggita alla tirannia protestante.
Luigi Federico Ghislain conte di Mérode trovavasi a Parigi nel 1830, e appena seppe i pericoli della patria corse ad arruolarsi come semplice volontario nel corpo di Chasteler. Il 25 di ottobre del 1830, gravemente ferito nella fazione del cimitero di Berchem davanti Anversa, moriva aMalines il 4 del successivo novembre. Egli fu considerato nel Belgio come un eroe, e gli venne eretto nella cattedrale di Brusselle un grandioso monumento, scolpito da Geefs. Filippo Felice Baldassarre Ottone Ghislain conte di Mérode è il padre del nuovo proministro delle armi del governo Pontificio, ed ebbe egli pure grandissima parte nella fondazione del nuovo regno belga. Fu nominato membro dei governo provvisorio, e contribuì moltissimo all'elezione del re Leopoldo. Dal 15 di marzo al 20 di maggio del 1832 fu ministro della guerra, e mostrossi sempre tra i più ferventi cattolici.
Egli ebbe due figli: l'uno, nato nel 1816, si stabilì in Francia, dove fu membro del Corpo legislativo fino all'anno 1853, e l'altro nato nel 1820, entrò nell'esercito belga, vi ottenne il grado di luogotenente, si segnalò per la sua scienza, la sua pietà, il suo valore, e in ultimo, abbandonata la milizia, entrò nel chiericato, andò a Roma, venne ordinato sacerdote, e Pio IX lo creò suo cameriere segreto. Si è questi il nuovo proministro delle armi del governo Pontificio.
Il Papa non va a cercare i suoi ministri tra gli avventurieri, ma tra le persone più distinte d'Europa; e quanto in Europa v'è di più illustre per nascita, per iscienza, per virtù si tiene onorato di poter mettere il suo ingegno, la sua spada e la sua ricchezza a servizio del Padre comune dei fedeli.
Francesco Saverio di Mérode continua in Roma le tradizioni della propria famiglia; e servendo Pio IX, serve non solo la causa del Cattolicismo, ma quella pure della libertà che viene insidiata dalla rivoluzione bellamente paragonata dal generale Lamoricière all'antico islamismo.
Oggidì, che tanto si grida contro il governo clericale, e se ne chiede a piena gola lasecolarizzazione, la provvidenza di Dio ha disposto che si trovasse in Roma un Chierico, che fu già valente nelle armi, e che è il più acconcio a sostenere, il ministero. Così il Papa procura il bene dello Stato, e non cede a nessuna esigenza rivoluzionaria.
I libertini, volendo a qualunque costo dare addosso al S. Padre, l'accusano di essersi scelto per ministro uno straniero. «La nomina del signor di Mérode, scrivel'Opinionedel 23 di aprile, è, a parer nostro più grave di quella del generale di Lamoricière, avvegnaché introduce nello stesso governo Pontificio l'elemento straniero».
Dapprima nessuno è straniero a Roma, patria comune di tutti. Quando il primo Bonaparte voleva che Pio VII rompesse guerra agli Inglesi, e ai Piemontesi, e li cacciasse da' suoi Stati, il Papa non volle, perché erano tutti suoi figli. In Roma sta il Santo Padre, e i cattolici, che sono tutti membri della stessa famiglia, non possono chiamarsi stranieri presso il rappresentante di Colui che tutti salutiamo colla dolce preghiera:Padre nostro che sei ne' cieli.
Lo che dee dirsi molto più de' sacerdoti, che entrando nel chiericato si stringono con maggiori vincoli alla persona del Pontefice, e acquistano in certa guisa, un diritto più solenne alla nazionalità romana, come ministri di quella Chiesa, che il titolo diRomanaaggiunge ai titoli diCattolicaedApostolica.
Le quali ragioni forse non appagheranno i nostri libertini, come quelli che fanno i visacci ed il nifolo a tuttocciò che si solleva alquanto da considerazioni terrene, e sfiora l'idea sovranaturale. Ebbene, risguardando Pio IX come semplice Re di Roma, e Monsignor di Mérode come semplice cittadino belga, diremo chel'Opinionenon può lagnarsi della scelta che quegli fece di questo suo proministro delle armi.
I liberali del Piemonte nel 1849 non hanno scelto un polacco per capo del nostro esercito? Luigi Filippo non avea scelto per suo ambasciatore in Roma un italiano, il conte Rossi? Il polacco Walewski non era ministro degli esteri del Bonaparte? Il Bonaparte stesso non è italiano, e tuttavia la Francia non l'ha eletto per suo Imperatore? Perché dunque osate lagnarvi di Pio IX, che confidò il ministero delle armi a Monsignor di Mérode?
Ma v'è di più. In qual momentol'Opinioneha il coraggio di accusare Pio IX d'introdurre nello stesso governo Pontificio l'elemento straniero?Nel momento in cui i padroni dell'Opinione non affidano soltanto ad un estraneo un ministero, ma gli cedono tutta una provincia italiana. Sì, mentre il ministero Piemontese per certe sueragioni di necessità politicacede Nizza alla Francia, i ministeriali rimproverano Pio IX perché chiamò Monsignor di Mérode, oriundo del Belgio, al ministero delle armi! Oh gente senza logica e senza pudore!
Non curiamoci però di appunti così sleali, e riconosciamo invece questo nuovo e grande servizio, che il regnante Pontefice rese allo Stato Pontificio coll'affidarne l'esercito a due valorosi, quali sono di Merode e di Lamoricière.
Quando Pio IX tornava da Gaeta, esercito Pontificio non esisteva, avendolo guasto e disperso il rovinosissimo vento della rivoluzione. Ma le economie e la solerzia del governo Papale bastarono in pochi anni a mettere insieme un nuovo esercito, che nel 1858 già contavadiciassettemilauomini, e di questidodeci milaalmeno erano nazionali.
Imperocché non ti ha da credere menomamente a' libertini quando vi dicono che i soldati del Papa sono gente raccogliticcia, convenuta da ogni parte del mondo. Il più di quest'esercito è composto di Romani, di sudditi di Pio IX, che volontariamente accorrono a servirlo.
E questi soldati, ben ordinati e ben diretti, faranno prodigi dì valore. «Quanto a' soldati, scriveva Soriano, ambasciatore veneto nel 1570, è comune opinione che nello Stato della Chiesa siano i migliori che tutto il resto d'Italia, anzi dei l'Europa». E Leopoldo Ranke nella suaStoria del Papato((13))cita molte testimonianze in favore degli spiriti marziali, e del valore, e de) coraggio de' sudditi Pontificii. I Perugini sono detti attenti e valorosi; prodi i Romagnoli; i Bolognesi coraggiosi, ma poco disciplinati: i Faentini atti a sostenere un assalto e inseguire il nemico nella ritirata; i Forlivesi i primi nelle mosse; que di Fermo eccellenti nel maneggio della lancia.
E a coloro che trovassero oggidì esagerati simili encomii, il Ranke ricorda ciò che i sudditi Pontificii fecero sotto il primo Napoleone. Nel 1808 i soldati del Papa, incorporati all'esercito francese, formavano il 4°di linea italiano; e inviato in Ispagna, il 4° di linea si segnalò pel suo valore, per la sua istruzione, per la sua disciplina.
Basta leggere l'opera intitolata:Memorie per servire alla storia (Malia, dal 1805 al 1815, laStoria degli assedii e campagne degli Italiani in Ispagna, dì Vacani, e leMemoriedei marescialli Ganvion, 8ainteyr e Suchet, e vedrassi il 4° di linea italiano associato gloriosamente con quelli di Grrona, Rosas, Hottalrich, Valenza, Tamagona, ecc.
Un bollettino di Napoleone I del 1812, datato dalle sponde del Boriatene, narrato uno splendido fatto d'armi, conchiude:i coscritti Romani hanno mostrato di non essere degeneri dai loro avi.
E noi veggiamo già fin d'ora, da private corrispondenze, che il generale di Lamoriciére loda assai le truppe Pontificie, el'Opinioned'oggi, 24 di aprile, dice: Il generale scrive che ha sedicimila uomini di buone truppe». E la più bella lode di questi soldati sono i fremiti e la rabbia della rivoluzione, che non può andare innanzi, e trovasi scompigliata nei suoi divisamento.
(Pubblicato il 29 aprile 1860)
Importantissime per la storia sono le parole dette dal conte di Cavour, il 12 di aprile nella Camera dei Deputati: e La cessione di Nizza e della Savoia era condizioneESSENZIALEdel proseguimento di quella via politica, che in così breve tempo ci ha condotti a Milano, a Firenze, e a Bologna». Le quali parole provano che se noi andammo a Bologna, ci andammo coll'aiuto, o almeno col consenso della Francia, e che questo aiuto, o consenso, ci sarebbe mancato se il conte di Cavour non se lo avesse comperato colla cessione della Savoia e di Nizza.
Ciò premesso sarà utile ricordare lavia politica, che incosibreve, tempo condussei nostri ministri a Bologna. Questa via venne additata, il 22 dicembre 1859, dall'opuscolo:
Il Papa e il Congresso. La data del 22 dicembre si collega col l'altra del 24 di marzo 1860, giorno in cui si sottoscrisse il trattato che cede Nizza e Savoia alla Francia. Sono i due capi dellavia politicache condusse a Bologna il conte di Cavour. Lungo questa via, che non è lavia sacra, della quale parlava Napoleone III sui cominciare della guerra d'Italia, sono molte date memorande,e noi le percorreremo senza commenti, perché si commentano a vicenda.
Il mattino del22dicembre1859. L'opuscolo:Il Papa e il Congressosi pubblica a Parigi, e nello stesso giorno compare volto in inglese nelTimes, in tedesco nellaGazzetta di Colonia, in italiano nellaPerseveranzadi Milano. Le conclusioni finali di quest'opuscolo sono, che si deve diminuire il territorio e il numero dei sudditi del Papa. Primo passo per andare a Bologna.
La sera del22dicembre1859. La sera del giorno, in cui fu pubblicato l'opuscolo:Il Papa e il Congresso, l'Imperatore e l'Imperatrice dei Francesi vanno al teatro, dove si rappresenta un fatto avvenuto in Bologna, sotto il titolo: La Tireuse de Cortes. Questo fatto è la storia del giovinetto Mortara, abilmente acconciata per attirare l'odio contro il Papa e la Chiesa. Il sig. Moquard, segretario privato dell'Imperatore, è considerato come autore del melodramma, la cui rappresentazione fu vi va mente applaudita dal pubblico della porta Saint Martin e da Napoleone III. Secondo passo per andare a Bologna.
24 dicembre. Si tiene a Parigi un consiglio dei Ministri, e vi si discute se il Moniteurdebba pubblicare qualche linea sull'opuscolo:Il Papa e il Congresso, come più tardi è avvenuto intorno all'opuscolo:La Coalition. Si conchiude che ilMoniteurfarà le viste d'ignorare l'esistenza di uno scritto, che levò a rumore tutta l'Europa, come una rivelazione delle intenzioni del Bonaparte.
Terzo passo per andare a Bologna.
25 dicembre. Appena pubblicato l'opuscolo:Il Papa e il Congresso, viene comunicato al governo Pontificio, e il Cardinale Antonelli dichiara che se la la Francia non dà schiarimenti su tale pubblicazione, il Papa non manderà al Congresso il suo rappresentante. Il conte Walewski dichiara al Nunzio Pontificio ed all'Imperatore d'Austria, chetali non saranno le idee del governo francese fintanto che egli, conte Walewski, resterà ministro degli affari esterni.
Il mattino del28dicembre. La Russia dichiara che so l'opuscolo:Il Papa e il Congresso, deve essere considerato come il programma politico della Francia, il rappresentante dello Czar non piglierà parte al Congresso. Era ciò che desiderava Napoleone III, che il Congresso non avesse luogo, perché sarebbe stato un ingombro al ministero Piemontese, che muoveva per alla volta di Bologna.
La sera del28dicembre. Ha luogo in Parigi un Consiglio dei ministri dell'Impero, e si discute nuovamente la necessità di respingere le idee dell'opuscolo:II Papa e il Congresso. Il conte Walewski dimostra questa necessità; il conte di Mornv la sostiene, ma si risolve di non dir nulla. Il telegrafo perciò avverte le grandi potenze che il Congresso è indefinitamente differito non essendo potute riuscire a buon risultato le spiegazioni tra Francia, Austria e la S. Sede». Questi fatti risultano dalla corrispondenza diplomatica presentata al Parlamento inglese.
31dicembre. Napoleone III scrive al S. Padre di fare il sacrificio delle provincie insorte, che da cinquantanni suscitano tanti imbrogli al suo governo, e di chiedere invece alle Potenze la guarentigia delle restanti possessioni della S. Sede». Nuovo passo nella via politica che condusse il conte di Cavour a Bologna.
1°gennaio1860a Roma. Pio IX nel ricevimento del 4° dell'anno dice davanti al generale francese il conte di Govon, che l'opuscolo:Il Papa e il Congresso, è un monumento insigne d'ipocrisia, un ignobile quadro di contraddizioni. Pio IX ha capito che quell'opuscolo dee condurre a Bologna il conte di Cavour.
1°gennaio 1860 a Parigi. Napoleone III ringraziando il Corpo diplomatico recatosi a visitarlo, non parla del famigerato opuscolo, e si restringe a dichiarare ilsuo profondo rispetto pei diritti riconosciuti. Il conte di Cavour potrà perciò andare a Bologna, dove non sonoriconosciutii diritti del Papa.
4 gennaio. Il conte Walewski, che non volea condurre a Bologna il conte di Cavour, dà le sue dimissioni, e viene surrogato nel ministero degli affari esteri dal sig. Thouvenel, già ambasciatore franche a Costantinopoli.
5 pennato. IlMoniteurpubblica una lettera di Napoleone III, dove annunzia misure economiche. La lettera è il fruito di precedenti negoziati col sig. Cobden, e mira a stringere sempre più la lega anglofrancese, che dee servire per condurre a Bologna il conte di Cavour,
8gennaio. Pio IX dichiara a Napoleone III di non poter cedere le Legazioni «senza violare i suoi solenni giuramenti, senza produrre disgrazie e commozioni nelle altre provincie, senza far onta a tutti i cattolici, senza indebolire i diritti non solo di tutti gli altri Sovrani d'Italia, ma anche di quelli di tutta la Cristianità».
14gennaio. La lega anglo-francese produce le famose proposte inglesi — Nessun intervento in Italia — Evacuazione dei Francesi dalla Penisola — Riorganamento della Venezia — Astensione del Piemonte da ogni intervento nell'Italia centralefinché non abbia avuto luogo una nuova votazione sulla questione dell'annessione. La sola Francia accetta le proposizioni inglesi, che spianano la via per Bologna.
17gennaio. Preparata a questo modo la strada, il conte di Cavour che, dopo la pace di Villafranca era uscito dal ministero piemontese, vi rientra come Presidente del Consiglio e ministro degli affari esteri.
19gennaio. Pio IX col suo sguardo perspicace vede e comprende queste mene, e coll'inspirata parola le rivela al mondo cattolico nella sua Enciclica, eterno monumento di pietà, di fedeltà, di coraggio, d'eroismo.
24gennaio. La regina Vittoria inaugura il Parlamento Inglese con un breve discorso, che rivela tuttavia l'accordo tra la Francia e l'Inghilterra per condurre a Bologna il conte di Cavour. «Mi sforzerò di ottenere, dice la Regina, pei popoli d'Italia la libertà di decidere da loro stessi delle proprie sorti senza intervento straniero». Il 23 di gennaio, cioè il giorno prima, era stato sottoscritto il nuovo trattato di commercio tra la Francia e. l'Inghilterra.
27gennaio. II conte di Cavour, che si vede la strada sgombra per andare a Bologna, scrive una circolare ai rappresentanti della Sardegna presso le Corti estere, e dichiara netto «che' bisogna rinunziare all'idea di una ristaurazione, che sarebbe impossibile a Bologna e a Parma, come a Firenze ed a Modena.».
29gennaio. l'Universè un ciottolo che impedisce alla Francia di accompagnare certamente a Bologna il conte di Cavour, epperò il governo francese leva questo ciottolo di mezzo al cammino, sopprimendo il cattolico giornale. Intanto i giornali bonapartisti incominciano a perorare caldamente per l'annessione della Savoia e della Contea di Nizza alla Francia: e ciò dà luogo a serii timori, e a vive discussioni del Parlamento Britannico.
5febbraio. Vittorio Emanuele II scrive una lettera al S. Padre per eccitarlo a cedergli il vicarialo non solo delle Romagne, ma anche delle Marche e dell'Umbria. Il S. Padre dichiara che questa ideanon è né savia, né cattolica.
24febbraio. Il sig. Thouvenel scrive al ministro francese in Torino, che si potrebbe comporre così la questione italiana: annessione completa alla Sardegna di Modena e Parma; vicariato sardo nelle Legazioni; autonomia politica e territoriale del Granducato di Toscana. Dice una parola in favore dell'unione di Nizza e della Savoia alla Francia.
29febbraio. Il conte di Cavour rigetta le proposte del sig. Thouvenel; e poi in una nota particolare si mostra facile a cedere alla Francia la Savoia e Nizza, purché trovi eguale condiscendenza dalla parte della Francia.
1°marzo in Francia. Napoleone III inaugura il Corpo legislativo, e dice d'aver consigliato il Re di Sardegna a rispondere affermativamente al voto delleprovincie che si davano a lui, ma dirispettare in principio i diritti delta S. Sede, e mantenere l'autonomia della Toscana. Quanto alla Savoia e Nizza l'Imperatore dice che attende allarevendicationdi questo territorio.
Il 1°marzo nell'Italia centrale. Sono convocati nell'Emilia e nella Toscana i comizi elettorali per iscegliere tra l'annessione alla Sardegna, ed un regno separato.
2marzo. Il conte di Cavour indirizza una nota all'incaricato d'affari della Sardegna in Parigi, dove consente ad un'analoga votazione in Savoia ed in Nizza, dichiarando che ciò che fa il Piemonte nell'Italia centrale non può negarlo alla Francia al di là delle Alpi e sul Paglione.
Da questo punto tutto è finito. Il 18 di marzo si promulga il decreto d'annessione dell'Emilia: il 22 il decreto d'annessione della Toscana. Il 24 di marzo Farini e Cavour sottoscrivono il trattato che cede alla Francia la Savoia e la Contea di Nizza. Il 29 di marzo la scomunica, sotto la data del 26, è affissa a Roma.
12 aprile. Alcuni deputati non vorrebbero che Nizza italiana passasse allo straniero. Ma il conte di Cavour ingenuamente dichiara alla Camera: «La cessione della Savoia e di Nizza era condizione essenziale del proseguimento di quella via politica, che in cosi breve tempo ciba condotti a Milano, a Firenze a Bologna».
Tutti questi fatti e detti, raggrupati insieme, si spiegano a meraviglia, e mostrano l'Europa convertita in una gran borsa commercialo. Tre negozianti vi entrano; l'Inghilterra, la Francia, il Piemonte. L'una vi guadagna un trattato di commercio; l'altra due bellissime provincie; il Piemonte fa il migliore mercato e si piglia la Toscana e l'Emilia.
(Pubblicato il 3 maggio 1860)
Il Re Vittorio Emanuele II entrava ieri sera in Bologna accompagnato da Cavour e da Farini. È pericoloso per noi il discorrere di quest'argomento, ma non possiamo tacerne, perché è un fatto capitale dei nostri tempi; un fatto che i posteri peneranno a credere, come gli avi non giunsero mai a prevedere; un fatto che avrà gravissime conseguenze tanto nell'ordine morale, quanto nel politico. Noi ne parleremo senza mancare di rispetto alla Monarchi, per cui sentiamo altissima devozione.
Ciò che ora avviene in Bologna ci richiama tosto a memoria quello che vi avveniva, non sono ancor tre anni. Il 9 di giugno del 1857 entrava in quella città il suo Padre e Sovrano, il glorioso Pio IX, e vi dimorava poco meno di due mesi e mezzo, cioè fino al mattino del 27 di agosto.
Furono oltre ogni dire splendide, giulive e magnifiche le feste, onde Bologna volle allietare Io arrivo e la stanza del proprio Sovrano e Pontefice entro le sue mura. Bellamente l'esprimeva un Bolognese, scrivendo della sua città:Effusa civitas omnibus laetitiis laeta adelamat, plaudìt. Immenso, né mai visto, l'affollarsi della moltitudine per le vie e per le piazze che dal palazzo apostolico e dal tempio metropolitano conducono fin oltre il sobborgo degli Alemanni, ben quasi un miglio fuori Porta Maggiore. Tutto addobbi il cammino, archi di trionfo, unanimi scoppii d'applausi, ordine perfetto, contentezza universale; e tutto questo non per un momento, non per un giorno, ma persettantotto giorni, quanti Pio IX ne passava in Bologna tre anni fa.
Coloro che dicessero compre quelle feste, e combinate dalle autorità locali, oltre che si renderebbero ridicoli, supponendo che tutta una città per tanto tempo possa commoversi e mutare in gaudio la tristezza secondo la volontà d'un pubblico officiale, pianterebbero un principio che può ritorcersi contro di loro, che distrugge la teorica del suffragio universale, che toglie ogni significato a feste posteriori, che trasmuta il popolo sovrano in un pugno, di burattini. È nell'interesse stesso dei nemici di Pio IX il confessare la spontaneità delle feste che Bologna fe' al suo Sovrano nel 1857.
Ma perché oggidì queste feste contro di lui? E chi le riscuote (pognamo che i giornali dicano il vero), forse penserà che ben maggiori ne riscosse tre anni fa Pio IX, e poi venne esautorato. E che colpa ebbe il Papa verso i Bolognesi? Dal 1857 in poi non cominciò una nuova serie di benefìzi verso di loro? Fu sua colpa la via urbana di Galliera in Bologna, che ordinò a carico in gran parte dell'erario pubblico? Fu sua colpa l'aver dato di suo privato peculio scudi duemila per comperare dagli eredi del Cardinale Mezzofanti la classica collezione dei libri che appartennero già a quell'illustre poliglotte, onde la Biblioteca bolognese crescesse in viemaggiore rinomanza? Fu sua colpa l'aver decretato che si conducesse a termine la facciata della Basilica di S. Petronio, assegnando a tal fine una cospicua somma sullalista civile?Fu sua colpa la veramente paterna sollecitudine che Pio IX dimostrò per Bologna, e l'averla in ultimo liberata dagli orrori della guerra? Il Santo Padre può ben dire ai Bolognesi: Popule meus, quid feci libi, ani in quo contristavi te, responde mihi?
Confrontando però le feste di Bologna del 1857 con quelle del 1860, due grandi differenze vi si parano innanzi, l'una nell'ordine religioso, e l'altra nell'ordine diplomatico. Le feste del 1857 erano benedette e santificate dalla religione. I credenti di tutti i paesi accorrevano a pigliarvi parte. Oltre a grandissimo numero di ecclesiastici e prelati d'ogni grado, convenivano in Bologna Arcivescovi e Vescovi dal Lombardo-Veneto e dagli Stati vicini; l'Episcopato piemontese vi mandava espressamente due suoi rappresentanti nei vescovi di Saluzzo e di Pinerolo; l'esule Monsignor Fransoni, Arcivescovo di Torino, vi si recava fin da Lione; e la presenza di tanti amplissimi Prelati e di ben nove Cardinali recava lustro alle grandi solennità religiose, che vi furono compiute dal S. Padre, o vennero decorate dalla sua presenza.
Invece oggidì la religione tace, si raccoglie e piange. I prelati fuggono, i sacerdoti si ritirano. Coloro che vogliono separare la Chiesa dallo Stato sono ben dolenti di questa separazione! Noi non ne diremo di più. Tutti sentono ciò che manca oggidì alle feste di Bologna, e tutti capiscono perché ci manca.
Nè solo il sacerdozio si astiene dell'intervenire alle feste di Bologna, ma anche la diplomazia. Venne osservalo che nel 1849 non si trovò una Potenza sola, fosse pure ostile al Papa, che riconoscesse il Governo, da cui era stato esautorato. La famosa Miss Meriton White, spedita da Giuseppe Mazzini in Iscozia per radunarviaiuti morali e materialiin favore d'Italia, diceva a Paislev, l'11 di maggio 1857: «Gli Inglesi credevano ogni popolo avere il diritto di scegliersi qual più gli piacesse governo. Perché dunque l'Inghilterra non riconobbe la Repubblica Romana? L'Inghilterra era paese protestante, né a lei stavaa cuore il Papa; avea riconosciuto un anno prima la Repubblica Francese». Eppure non riconobbe la Repubblica Romana! (Vedi ilPaislev HèraIdriferitodall'Italia del Popolo, 25 marzo 1857, numero 33).
Altrettanto avviene oggidì. Nessun ministro diplomatico volle andare a Bologna. L'inglese era disposto a recarsi in Toscana, ma in Bologna no, mille volle no. Sicché per evitarespiacevoli risposte,come diceva laPerseveranza,la diplomazia non fu nemmeno avvertita del viaggio.
Ricordiamoci per converso ciò che avvenisse nel 1857 quando andava in Bologna Pio IX. Non solo a que' dì faceano corona al Papa i diplomatici, ma e Principi e Sovrani accorrevano a rendergli omaggio sul suo cammino. A Perugia l'ossequiava l'arciduca Carlo di Toscana; a Loreto l'intendente di Teramo e il generale Carolis, mandativi espressamente dal re delle Due Sicilie. In Ancona trassero come rappresentanti dell'Austria il conte Degenfeld e il barone Lederer; a Pesaro l'arciduca Massimiliano; a Imola il marchese Pallavicini, ministro degli esteri di Parma; a Bologna il duca di Modena, l'angusta sua consorte, l'arciduchessa Beatrice, il visconte d'Alte, inviato del Portogallo, il giovinetto duca di Parma, il re Luigi di Baviera, il granduca di Toscana, la duchessa di Berrv, e perfino il commendatore Carlo BonCompagni di Mombello, inviato straordinario del Piemonte.
Oh! sig. BonCompagni! Vi risovvenga quando voi foste in Bologna appiè del Pontefice, e volevate persuaderlo che il conte di Cavour e i suoi compagni erano devoti alla S. Sede! Vi risovvenga quando Pio IX vi pose addosso il suo fatidico sguardo, e v'intimò di non procedere innanzi in queste protestazioni, per non obbligarloa darvi una smentita!Pallido come un cencio, e tremante come verga allora vi ritiraste, e poi in Toscana fuggiste dalla faccia del Papa che vi avea letto nel cuore.
Tra i tanti bei doni onde Iddio arricchì Pio IX, gli diè pure uno spirito di profezia, un sublime discernimento degli spiriti. Egli vedeva fin dal 1857 che quel conte di Cavour che gli mandava ossequi, contemporaneamente meditava a' suoi danni una rivoluzione. Lo vide, lo disse, e così fu.
Vide il Santo Padre che era facile abbindolare i popoli, vide il 1860, e recatosi al mausoleo di Dante, e richiesto dalla Magistratura di Ravenna, che volesse scrivere l'augusto suo nome sul libro, ove stanno le firme de' più illustri viaggiatori che visitarono quella tomba, Pio IX, invece del proprio nome, tutta per disteso voile scrivere quella terzina del cantozidel Purgatorio, che dice:
Non é il mondan rumore altro che un fiato Di vento, che or va quindi or va quinci, E muta nome, perché muta Iato.
Presago dei futuri avvenimenti Pio IX nel 1857, dopo di avere in Bologna incoronato di ricchissimo diadema il simulacro della Vergine SS. di S. Luca, prese a parlare, e conchiuse il suo tenero discorso, dicendo: «lo Pontefice pregai e prego la Madre per Bologna». E la Madre ascoltò la preghiera, e la Madre l'esaudirà. E noi cospiriamo e cospireremo col Papa pregando, e la nostra non sarà mai altro che una cospirazione di preghiere alla Madre del Re dei Re. Pregheremo principalmente in questo mese pel Papa e pei suoi nemici, affinché Maria Santissima accordi all'uno il trionfo, agli altri la conversione. Pregheremo perché la Vergine di Lepanto atterri un'altra volta il principio rivoluzionario, che è l'antico islamismo, e, ucciso l'errore, benedica e salvi tutti quanti gli uomini.
(Pubblicato il 15 maggio 1860)
Nell'Armonia fu già data la notizia dell'arresto e dell'assolutoria del Padre Pier Gaetano Feletti,, imputato come inquisitore del Santo Ufficio del ratto del fanciullo Edgardo Mortara, davanti al tribunale civile e criminale di prima istanza in Bologna. Ma non abbiamo ancor detto nulla del suo processo, delle diverse accuse fiscali, del contegno dell'ottimo Padre, degli interrogatorii che sostenne, della sua splendida difesa, e via via, giacché ci mancavano i documenti. L'Opinionee laPerseveranzasi tennero paghe di stampare la requisitoria fiscale, e colla loro solita buona fede tacquero del resto. Tocca a noi dunque il parlarne un po' a lungo, giacché questa è una delle principali scene del dramma rivoluzionario. Il segretario di Napoleone III l'ha messa sul teatro col titolo laTireuse de Cortes,e l'Imperatore e l'Imperatrice assistettero ed applaudirono alla sua rappresentazione.
Vuolsi ricordare dapprima che il 10 di agosto del 1859 il Signor Lionetto Cipriani, sedicentegovernatore generale delle Romagne, insieme coi Pepoli, i Montanari, i Pinelli e simili decretavano: «Nelle Romagne tutti i cittadini senza distinzione di culto, sono eguali dinanzi alla legge». più tardi cioè il 14 di novembre dello stesso anno 1859,l'EccelsoFarini succeduto al Cipriani decretava: «Il tribunale detto della Sacra Inquisizione e Santo Uffizio è abolito nella provincia delle Romagne». Ma da lì a poco la più perfida inquisizione, il più tristo procedimento adoperavasi contro il P. Feletti, e i due decreti erano bruttamente violati a suo danno!
Il 30 di ottobre 1859 Samuel Levi Mortara, zio del fanciullo Edgardo, indirizzava una supplicaall'EccelsoFarini, informandolo che suo figlio Momolo «trovavasi a Londra per ottenere l'appoggio di quella Potenza per reclamare la restituzione dell'amato Edgardo». Intanto,indipendentemente dai passi che potesse fareil Momolo, padre, il sig. Samuel zio supplicava l'Eccellenza de! Farini «di far valere la sua potente interposizione per la sospirata restituzione del dilettissimo nipote Edgardo». E Farini scriveva sotto alla supplica: «Ai ministri di grazia e giustizia e dell'interno, perché a termini di legge ricerchino gli autori del rapimento. — Farini».
In seguito a ciò, il 2 di gennaio del 1860,verso le ore ire antimeridiane, Curletti Filippo, ispettore generale di pubblica sicurezza, Bernardo Buscaglioni, ispettore di questura, Carboni Camillo, aggiunto cancelliere, Mazza dottor Girolamo, addetti alla direzione di polizia,colla scorta di un competente numero di guardie di pubblica sicurezza, si trasferirono nel convento dei Domenicani di Bologna, ed arrestarono il P. Feletti, al quale fecero tosto subire un interrogatorio.
Interrogato chi fosse, il padre rispose: «Mi chiamo e sono P. Pier Gaetano Feletti mai inquisito, mai arrestato. Questo mio arresto lo riconosco proveniente da un'autorità incompetente, come sacerdote regolare, e come apertamente incaricato dal Sommo Pontefice all'Inquisizione di Bologna». Interrogato soventi volte sull'affare del fanciullo Mortara, l'ottimo padre diè sempre questa risposta: lo non potrò negare cose di fatto se mi saranno rese ostensibili, ma nulla dirò del resto, perché sono vincolato da un giuramento sacrosanto di non manifestare le cose che appartengono al tribunale della fede cattolica. Per ciò che riguarda le cose da me eseguite come Inquisitore del Santo Ufficio di Bologna sono obbligato a darne conto unicamente alla superiore sacra Congregazione di Roma, il cui prefetto è il Sommo Pontefice Papa Pio IX. A niun altro io sono responsabile delle cose d'ufficio».
Di questo lungo interrogatorio si diè lettura al P. Feletti, il quale, sebbene riconoscesse sue le cose dette, rifiutò di sottoscrivere. Poi soggiungono gli atti processuali,fu fatta diligente e minuta perquisizionenell'alloggio del padre, e nulla trovossi ad influente reato. Si conchiuse trascinando il P. Feletti alle carceri del Torrone; e s'incominciò un illegalissimo e tirannico procedimento contro di lui.
Diciamoillegalissimo e tirannico, imperocché nelle Romagne, il 21 agosto 1859, era stato pubblicato un decreto, che dice all'art. 14: «Nessun ordine d'arresto personale potrà essere spedito dal processante per la sua esecuzione senza il permesso del presidente del tribunale, sentito il fiscale e il difensore d'officio sopra rapporto del processante». Questa guarentigia alla libertà personale è stata formalmente disconosciuta. «Se, come dovea, osservò più tardi chi parlava davanti il tribunale in favore del P. Feletti, se ildifensore d'officio fosse stato interpellato dal fisco, egli non avrebbe esitato un momento a dichiarar francamente che l'autorità di questa provvisione era tirannica, perché si faceva riguardar indietro la legge!».
Il P. Feletti stette in prigione dal 2 di gennaio al 16 di aprile 1860; si fecero interrogatorii, inchieste, visite, e s'instruì il processo. Il P. Feletti fu ammirabile nello sue risposte: non negò mai il vero, e restò sempre fedele al prestato giuramento. In un ultimo interrogatorio subito, il 6 marzo, egli disse: «lo mi offro a soffrire quelle pene, che potessero essere inflitte a qualunque altra persona involuta in questa causa, non escluso né anche l'ebreo Momolo Mortara, il quale violò le leggi emanate dalla Chiesa, di non poter tenere al suo servizio alcuna persona cristiana per evitare appunto qualunque inconveniente. Perciò, dissi, io mi offro a soffrire quelle pene che potessero essergli inflitte per questa trasgressione, e mi anima a questa offerta, che io faccio di me stesso, l'indulgenza usata dalla Chiesa in questa causa di non molestare alcuno che vi abbia avuto parte».
Il 21 di marzo il magistrato di Bologna recavasi nellacamera aduso di segreta del P. Feletti «ed avvertitolo, dicono le tavole processuali, che il presente processo rimane fin d'ora aperto e pubblicato, e che perciò si richiede per parte sua la nomina di un difensore, il medesimo se ne rifiutò adducendo che la sua difesa la pone soltanto in Dio e nella B. Vergine SS.; siccome quelli che conoscono appieno la sua innocenza». Allora gli Tenne nominato un difensore d'ufficio, e questi fu l'avvocato Francesco Jussi.
Noi abbiamo sotto gli occhi la difesa che egli disse davanti il tribunale, stampata in Bologna,Tipografia all'Ancora. È dotta, eloquentissima e vittoriosa in ogni sua parte. Lode all'illustre Avvocato che adoperò cosi gloriosamente il suo ingegno a difendere l'innocenza è la dottrina della Chiesa, e mise in sì bella mostra la stomachevole tirannia fiscale!
Il fisco accusava il P. Feletti di un delitto che non sapeva definire. Dapprima chiamavaloattentato alla tranquillità pubblica, di poiun ratto, più tardi una sottrazione violenta, in ultimo unabuso di potere. Il difensore del P. Feletti provò cogli atti medesimi del processo: 1° Che il fanciullo Mortara era stato battezzato; 2° Che il battesimo era valido; 3° Che il battesimo era stato lecito trovandosi il bambino Mortara in caso di morte quando fu battezzato; 4° Che il padre del fanciullo Mortara era reo, avendo, contro le leggi del Chiesa e dello Stato, preso a suo servizio una donna cristiana; 5° Che il P. Feletti poteva e doveva procedere secondo queste medesime leggi; 6 che egli fu l'esecutore degli ordini di S. S. Pio IX.
E tra i molti argomenti che addusse per provare quest'ultimo punto, fu curioso quello che tolse dallanota circolareche il signor Gioachino Pepoli indirizzò ai suoi agenti, nella quale attribuiva a Pio IXla presa del piccolo Mortara. Sicché quel governo che riconosceva nel Principe la cagione del fatto, ne citava poi davanti i tribunali l'innocente esecutore!
Fu eloquentissimo il difensore del P. Feletti, quando, dopo avere messo in sodo che questi avea osservato una legge dello Stato, legge prima esistente poiché era stata abolita dal Farini, disse: «Come dunque si potea procedere contro un magistrato, perché soltanto avea eseguito una legge inerente al suo ufficio, e quando quell'ufficio ancora esisteva?.... Se colali principii dovessero prevalere, noi vedremmo alcuni di quei magistrati che nel passato governo tenevan seggio, come oggi, in questo tribunale, andando con questa regola non potersi tenere più sicuri al loro posto, ma aspettarsi ad ogni momento d'esser un giorno chiamati a render conto delle loro sentenze».
Il processo girato al P. Feletti resterà memorando, come il fatto dell'Anviti. II fisco di Bologna non si vergognò di adoperare contro il povero frate documenti che, sotto la data deldiciasettedi marzo, volevano infermare fatti avvenuti ildiciotto!l!«Cosa dicea il difensore del P. Feletti, che non può stare senza un miracolo, perché superiore a tutte le nozioni che fin qui si sono date dai filosofi intorno l'indole e le proprietà del tempo».
Il tribunale, il 16 di aprile pronunziava la sentenza, dichiarando chel'ablazionedel fanciullo Mortarafu fatto di Principe. «Che non era quindi e non è luogo a procedere criminalmente contro gli esecutori dell'ablazione suddetta, e perciò contro il prevenuto P. Pier Gaetano Feletti dell'Ordine dei Predicatori, quale in conseguenza ordina che venga liberamente dimesso dal carcere.
Questo processo, che costò tre mesi e mezzo d'angoscie al P. Feletti, portò gran vantaggio, perché fece conoscere molte particolarità del fatto. Risultò che il P. Feletti fece eseguire la legge colla maggiore possibile dolcezza; che il fanciullo Mortaranon si sentii per nulla afflitto dal distacco dei parenti;che da Bologna a Romanon pianse mai;che a Fossombroneesternò desiderio di andare a messa;che nelle varie fermate fino a Romaandava domandando che si conducesse in chiesa;ed in ultimo essere una solenne bugia ciò che venne stampato dai giornali, che lungo il viaggio domandasse continuamente de' suoi genitori e della suamezzuzà,specie di medaglia ebraica.
Risultò inoltre l'indulgenza e la bontà del Santo Padre che non volle processati i genitori del Mortara, rei d'aver preso a loro servizio una donna cristiana; risultò che Pio IX fe' mettere a disposizione di questi medesimi genitori due posti nella diligenza, perché andassero in Roma a visitare il figlio; risultò che la madre del Mortara avendo tentato in Alatri di trafugarlo, questi diè in altissime grida: risultò in questo avventurato fanciullo una miracolosa tendenza nel credere alla verità della religione cattolica, e insieme un timore di poterla perdere se mai ne fosse stato strappato da' suoi genitori.
€ Il P. Feletti, dicea il suo avvocato, il P. Feletti che tanto poco ha pensato a se stesso quando s'è trattato della propria difesa per non incorrere nelle censure ecclesiastiche, e per non rompere fede a quei giuramenti, dai quali era astretto quando accettò quell'ufficio, nelle lunghe ore di solitudine, nell'angoscia del carcere, nell'altissima quiete delle cose circostanti, si sentì ispirato a rendere gloria al Fattore dell'universo, manifestando quella grazia ch'egli vedeva infusa in quel bambino di età così tenera, per la sua impassibilità alla vista dei carabinieri e alla separazione dalla famiglia, per la sua tranquillità mirabile, per la sua pazienza, per la sua direi quasi piacevolezza nel viaggio, come lo conferma e ne fa fede il maresciallo Agostini».
Il Padre Feletti, conchiudeva il difensore «nella sua mente vide la grazia che il Signore trasfuse in Edgardo, ed assorto in quest'idea pensò di abbandonarsi a quello che il cielo avrebbe fatto di lui, né cercò alcun'altra difesa umana, contento di offerire a Dio e non agli uomini le sue lacrime». E queste lacrime costeranno care a chi le fece ingiustamente spargere dal 2 di gennaio al 16 di aprile dopo aver simulato clemenza e dolcezza coll'abolire il tribunale del Sant'Offizio.
(Pubblicato il 19 maggio 1860)
Nel nostro numero precedente abbiamo parlato di alcuni arresti di Vescovi e preti, rei del grande, dell'enorme, dell'incredibile delitto di non aver voluto cantare. In pari tempo enumeravamo benventiduediocesi per cagione della nostra politica, prive del loro pastore. Ed ecco che il numero degli arresti è sul crescere, e al Vicario generale di Bologna, al Cardinale Arcivescovo di Ferrara, al Vescovo di Piacenza vuolsi aggiungere quel di Faenza.
Leggesi di fatto nell'Adriatico,giornale rivoluzionario, sotto la data di Faenza 13 di maggio: «Oggi è stato posto in istato d'arresto il Vescovo, che venne custodito dai carabinieri nell'Episcopio, non consentendo lasua saluteche venga altrove trasportato. Gli è stata praticata una perquisizione. Il motivo dell'arresto si è il divieto da lui fatto al Clero della diocesi di prestarsi alla funzione religiosa per la festa dello Statuto. Per l'applicazione pertanto del disposto degli articoli 168 e 169 del Codice penale è stato quel vescovo denunciato dall'autorità politica al fisco, che istruisce il relativo processo».
E non ci fermeremo qui, perché ireisono molti, e li veggiamo denunziati alle ire dei Cavour e dei Farini dai giornali della rivoluzione. È reo l'Arcivescovo di Firenze denunziato dallaNazione,perché proibì a' sacerdoti addetti alla Chiesa metropolitana di prendere parte alla festa dello Statuto, facendo ritirare i paramenti sacerdotali, i candelieri, e perfino il campanello che si adopera pel segnale dell'elevazione.
È reo il Cardinale Arcivescovo di Pisa, il quale ba fatto la stessa proibizione a' suoi sacerdoti, e siccome parecchi non obbedirono, così li colpì colle censure della Chiesa. Un dispaccio spedito dal prefetto di Pisa a S. E. Ricasoli, e pubblicato dalMonitore Toscano, dice: «Il Cardinale ba sospeso il Gigli celebrante, il Belluomini ed il Vanelli assistenti, e il Biagini cerimoniere universitario. Dicesi che farà togliere il collare a sei chierici intervenuti alla funzione. Domandano la protezione del Governo».
State a vedere che l'eccellenza di Bettino Ricasoli, come collare dell'Ordine della SS. Annunziata, rimetterà il collarino ai chierici, e accorderà la facoltà a' preti di celebrare la S. Messa!
E' reo il Vescovo di Volterra, il qualeha posto ostacoli attafesta dello Statuto, come scrìve il segretario del Gonfaloniere al Governatore generale della Toscana. Nonostante, dice il signor Segretario, sonosi potuti trovare quattro sacerdoti, ed è stato a forma della legge cantato ilTe Deumnella cattedrale».
È reo l'Arcivescovo di Lucca, il quale ba fatto la medesima proibizione dei suoi colleghi, donde il prefetto scrive ài Governatore generale della Toscana: Gran malumore contro l'autorità ecclesiastica.
É reo il Vescovo di Cortona, dove, a detta del prefetto d'Arezz0, «fu cantato ilTe Deumda pochi preti senza intervento del Vescovo, né del Capitolo». Dunque in prigione Capitolo e Vescovo.
È reo il Vescovo ed il Vicario generale di Borgo S. Sepolcro, i qualisono mancati alla funzione essendosi assentati dalla città, come li denunzia a Bettin Bev il suddetto Prefetto d'Arezzo. Agli arresti perciò il Vescovo ed il Vicario.
E pare che si voglia proprio procedere col massimo rigore, giacché ilMonitore Toscanodopo di avere accusato iministri di Dio diventati soldati del Papa (bìpuò dare una peggiore scelleratezza?), conchiude: «Tutti i cittadini sono eguali innanzi alla legge; i Vescovi se si sottraggono ai doveri di cittadino non potranno sottrarsi all'impero della legge».
El'eguaglianzaobbligherà a procedere eziandio contro altri vescovi. IlMovimentodel 16 di maggio ci dice: «Anche i Monsignori di Parma, Piacenza, Modena e dell'Emilia vollero mostrare la loro avversione alle nostre istituzioni, rifiutandosi di prendere parte alla cerimonia religiosa solita in tale anniversario». Dunque in prigione tutti.
Ed in prigione anche i Parrochi; giacché, per esempio, a Montelupo il Parroco non volle saperne diTe Deum, e si dovette mandare in cerca di un sacerdote, e a forza di frugare di qua e di là trovossene uno d'Empoli. E a Borgo San Lorenzo il Pievano se ne stette in Gasa, e se non era del cappellano Galli, Te Deumnon se ne cantava.
Dicasi lo stesso di tanti altri luoghi, dove sottosopra il Clero mantenne il medesimo contegno, sicché ilMonitore Toscanonon sa lodarsi che dialcuni sacerdoti di buona volontà. Ora, se tutti questi Vescovi, tutti questi parrochi, tutti questi preti, meno glialcuni di buona volontà, s'hanno da chiudere in carcere, voi vedete che bel da fare! E dall'altra parte essendosene imprigionati parecchi, perché lasciare il resto in libertà?
A nostro avviso il ministero ha fatto ben male a procedere con questo rigore, ed eccone le ragioni che noi esporremo brevemente con numero d'ordine:
1° La presentazione degli indirizzi avea persuaso qualche semplicetto, che il Clero fosse favorevole alla presente politica. Ma tutti questi arresti riducono a nulla la faccenda degli indirizzi.
2° Se s'imprigionano tutti coloro che non vollero cantare ilTe Deum, non avremo peiTe Deumsuccessivi che glialcuni sacerdoti di buona volontà, e quando si festeggierà tra breve il trionfo di Garibaldi, si rinnoverà loscandalo.
3° Non ci pare bello lo accusare e condannare un prete reo di non aver volutocantare. Sulla terra della libertà dovremmo essere liberi di cantare o di piangere, come meglio ci aggrada.
Non crediamo che siano per riuscire vantaggiosi al Governo questi rigori, né pel presente, né per l'avvenire, e su tale proposito ci piglieremo la licenza di raccontare ai Cavour, ai Farini ed ai Ricasoli un po' di storia. Stateci a sentire, buona gente.
Sotto il primo Napoleone nel 1809 correvano presso a poco i tempi d'oggidì. I preti operavano da preti, e il Bonaparte da Bonaparte li faceva mettere io prigione. Molti ne furono chiusi in Fenestrelle, fortezza alle fauci delle Alpi Sopra Pinerolo «che fondata, osserva Carlo Botta, dai Re di Sardegna a difesa d'Italia, era per volontà di Napoleone divenuta carcere degl'Italiani, che anteponevano...» Andate a leggere il resto nellaStoria d'Italia, libroxxiii.
Allora si pretendeva un giuramento, ed alcuni giurarono, ma la maggior parte no. Aveva il Vescovo di Tivoli giurato, ma pentitosi e condottosi a fare il pontificale nella chiesa del Carmine il giorno di S. Pietro, con molte lagrime dopo il Vangelo si ritrattò, d'onde i gendarmi se lo pigliarono e condussero carcerato alla Minerva.
«Tutti i non giurati suonando loro d'ogni intorno le armi de' gendarmi napoleonici chi in Francia, chi a Torino, chi a Piacenza, chi a Fenestrelle, furono condotti»(Botta,Storia d'Italia, lib. xxiv).
E i carceratiibant gaudentes,e davano la baia ai carceratori, come avvenne del Vescovo di Famagosta, che più lo sprofondavano nell'esilio e nella miseria, e più rideva e si burlava di loro tanto che per istracchezza il lasciarono andare.
Le cose giunsero al punto che per gli esilii e le carcerazioni gli uffizi] divini dovettero venire interrotti, mancando i sacerdoti. Né questo riuscì a lode del Bonaparte o a vantaggio del suo governo; e se volete sapere che cosa dica la storia dei sacerdoti obbedienti al potente, e di quelli, cheministri di Dio diventarono soldati del Papa, leggete Carlo Botta, che non è certo scrittore clericale.
Affinché tutto ciò non si rinnovi, sarà utile al Governo nostro di lasciare ai preti lalibertà di coscienza, e chi vuole cantare canti e s'abbia la croce de' santi Maurizio e Lazzaro, e gli abbracciamenti del conte di Cavour, e sia detto un sacerdote dibuona volontà;ma si lasci in pace chi non ha labuona volontàdi cantare.
(Pubblicato il 30 maggio 1860)
Se le violenze sono proprie degli uomini deboli, e le villanie della gente dappoco, dobbiam dire che i nostri ministri si sentano molto malfermi e snervati di forze, giacché ornai la loro politica è questa: fuori del Parlamento imprigionare, processare, perquisire Cardinali, Vescovi, preti e frati, e dentro il Parlamento insultare tutti gli uomini di Chiesa fino al Papa inclusive.
E sebbene da lunga data sappiamo che l'insulto è l'arma parlamentare del conte di Cavour, tuttavia non ci saremmo aspettati che lo prodigasse così a larga mano contro il Capo medesimo del Cattolicismo, contro il valoroso ed eroico generale Lamoriciére, che osò chiamarecapo di squadre d'avventurieri, capo delle oh de papali, contro Monsignor de Mérode, l'illustre ministro delle armi, contro il Belgio e contro l'Irlanda, che tra le cattoliche nazioni si segnalano nell'assistere Pio IX, e perfino contro la Francia, chesomministra al Pontefice il capo del suo nuovo esercito((14)).
Noi proveremo in quest'articolo che gl'insulti dei conte di Cavour al Santo Padre derivano da che egli teme il Papa, e crede senza volerlo, alla forza sovrumana del Papato, e s'aspetta d'avere la peggio in questa guerra che gli ba rotto, e come i demoni crede, trema e bestemmia.
Il conte di Cavour parlò alla Camera dei Deputati nella tornata del 26 di maggio, e cercò dimostrare che all'imperatore Napoleone III doveasi cedere la Savoia e Nizza in compenso dellanon mai abbastanza celebrata lettera del30 dicembrea Pio IX. Nella qual lettera, dice il conte di Cavour, l'Imperatoredichiarava al Pontefice risolutamente, che il suo dominio sulle Romagne era finito((15)).
«Sì, o signori, continuava il conte di Cavour, questa lettera segna un'epoca memorabile nella storia d'Italia; con questa lettera l'Imperatore dei Francesi ha acquistato, a mio credere, un titolo alla riconoscenza degl'Italiani non minore di quello che ottenne sconfiggendo gli Austriaci sulle alture di Solferino (sensazione).
«Sì, ripigliava il conte di Cavour, e preghiamo il lettore di avvertir bene queste parole, sì perché con quella lettera egli (Napoleone III) metteva fine al regno dei preti, il quale è forse altrettanto dannoso all'Italia della signoria austriaca».
Dunque Napoleone III colla sua lettera del 30 dicembre non volea solo togliere al Papa le Romagne, ma tutto il regno Pontificio compresa anche Roma. Quest'almeno è l'avviso del conte di Cavour.
Dunque que' pochi preti scervellati ed imbecilli, che aderiscono alla politica del conte di Cavour, si danno della scure sui piedi; sono preti che combattono contro i preti; sono preti che applaudono a chi dichiara dannosissima all'Italia la signoria dei preti!
Dunque Nizza e Savoia sono il prezzo di una lettera, che contristò il Santo Padre, di una lettera chemetteva fine al regno dei preti, che distruggeva il dominio pontificale.
Ora qui sono da vedersi due cose: l'uria se Pio IX abbia fatto bene di rispondere come ha risposto a quella lettera; l'altra, se a spiantare dall'Italia e dal mondo il dominio papale, o come dice il conte di Cavour, la malasignoria dei preti, potrà bastare quella tal lettera del Bonaparte.
Quanto al primo punto il conte di Cavour in quella che voleva insultare Pio IX, ne ha tessuto, suo malgrado, la più splendida apologia.
«Il Sommo Pontefice, dicea il Conte a' deputati, ha sdegnosamente respinto ogni tentativo di conciliazione, ha dichiarato che non volea scendere a patto alcuno che non avesse per base il ristabilimento del suo dominio nelle provincie delle Romagne».
Ora avendo il conte di Cavour premesso che il principio, in forza del quale voleansi togliere al Papa le Romagne, serviva amettere fine al regno dei preti, non solo nelle Romagne, ma dapertutto, come si può fare una colpa a Pio IX di avere sdegnosamente respinto ogni tentativo di conciliazione?
Pio IX risposenon possumus, e non solo nella storia della Chiesa, ma anche in quella dell'indipendenza italiana avrà una bella pagina questa risposta. Già Domenico Guerrazzi nemico del Papa e de' preti, fu costretto a celebrarla nella Camera de' Deputati, il 25 di maggio:
«Non possumusha avuto il coraggio di esclamare un uomo, che tolto il suo sacro carattere, ci comparisce come vecchio e imbelle,non possumusha osato dire Roma dei preti, e dovranno dire possiamo e vogliamo un popolo che intende risorgere, un Parlamento di liberi italiani?((16)).
E qui giudicate lamala signoria dei preti, e la buona signoria del conte di Cavour. I primi sostengono il diritto e l'indipendenza, e non indietreggiano checché ne avvenga. II secondo non bada né all'indipendenza, né al diritto, né al lecito, né al giusto, né alla dignità, né alla patria, ma solo all'interesse, all'utile, al tornaconto.
Il Papa soffre qualunque disgrazia piuttosto che vendere i suoi popoli: il conte di Cavour cede la culla della dinastia savoina, cede i baluardi d'Italia, cede la terra degli avi suoi, e può ridere e far ridere la Camera mentre discorre di un fatto di questo genere! Ecco la suabuona signoria!
Ma il conte di Cavour conseguirà dalla sua cessione l'utile che se ne ripromette? È egli poi vero che la famosa lettera del Bonaparte sia stata il colpo di grazia recato al Papato?
Il conte di Cavour contraddicendo a se stesso dopo d'aver protestato che Napoleone III colla sua lettera del 30 dicembremetteva fine al regno dei preti, soggiungeva che il nuovo regno italiano era minacciato amezzodìdalla signoria dei preti!
Il Papa minaccia il conte di Cavour ed i suoi «né conviene, dice egli, considerare questo stato di cose come scevro da ogni pericolo Confessa che la voce di Pio IXnon rimase senz'eco;ed anzitrovò eco maggioretra i popoli più amanti di libertà ed indipendenza.
Si, o signori, è doloroso il dirlo, ripete il conte di Cavour,è doloroso il pensare, è doloroso il dire, è doloroso il pensare, è doloroso il vedereche il Papa è stato udito nel Belgio, nell'Irlanda e nella Francia. «Questo costituisce per noi argomento di serie riflessioni».
Che razza di logica è quella del nostro Conte! Egli vuole dare a Napoleone III la Savoia e Nizza, perché ha distrutto lasignoria dei preti,e poi dice che queste due provincie s'hanno da cedere al Bonaparte, perché lasignoria dei pretiminaccia il nuovo regno italiano!
Ha ragione il conte di Cavour di temere il Papato; ma s'inganna a partilo se spera di poterlo vincere cedendo la Savoia e Nizza. Tutti gli aiuti del Bonaparte non varranno a nulla contro il Dio degli eserciti. Questo gli fu prenunziato da uno scredente, da un razionalista, da un filosofo volteriano. Il sig. Ferrari, l'autore dellaStoria delle rivoluzioni d'Italia,che oggidì è pur egli deputato, il 27 di maggio, parlò così al conte di Cavour ed ai suoi:
«Il Papato che voi credete morto o quasi morto, io, che non sono sospetto di troppo ciecamente venerarlo, lo credo fortissimo; io vedo che quanti lo assalgono coraggiosamente, capitano male; non fu felice la fine di Napoleone I, non furono vittoriosi né i filosofi del secolo XVIII, né i settarii della rivoluzione francese
V'ha principio in fondo del Papato: il principio della religione e della morale; l'idea di un tribunato universale e popolare di pubblica moralità./p>
«Da trent'anni avvilito, scosso, insultato, invaso, il Pontefice sopravvive alle proprie catastrofi, e non solo sopravvive, ma è difeso dai Re, adorato dalle moltitudini, rispettato dagli stessi eretici ».
Queste confessioni, vennero frammiste dal Ferrari con molte sentenze demagogiche; ma la tristizia delle une cresce l'importanza delle altre. Oh il Papato ha sentito soffiare altri venti ed altre tempeste! Grande è l'arte, la potenza, l'astuzia del Bonaparte; ma anche di lui il Signore ha detto:in interitu vestro ridebo et subsannabo vos.
(Pubblicato li 22 e 23 giugno 1860)
Questo viaggio, gentil lettore, non l'abbiamo fatto noi, ma l'avvocato Angiolo Brofferio, il quale ce lo racconta nei volumi un e xiv delle sueMemorie che intitolò:I miei tempi. E quantunque il Brofferio non ci dica tutto, perché lagravità degli eventi gli impone discretezza e silenzio, tuttavia sarà bene far tesoro di questo poco in attesa dellecompiute rivelazioniche ci promette.
Quando Brofferio viaggiò nell'Italia centrale l'eccelso Farini comandava a Parma ed a Modena, Lionetto Cipriani in Bologna, Bettino Ricasoli in Toscana.
Chi è Farini? Brofferio lo definisce così «Antico rivoluzionario a Rimini aveva Farini tutta la mia simpatia; nuovo moderato in Piemonte io lo guardava come un cattolico fatto ebreo» (vol. xiv, pag. 5).
Farini e Cavour trovaronsi alla villa di Brofferio in Locarno, dopo «il fatale colloquio di Plombières che doveva condurre Napoleone a Villafranca, i Francesi a Nizza e a Ciamberì, e l'Inghilterra, e la Russia, e la Prussia il cielo sa dove! (pag. 7).
Di Farini in Locarno Brofferio non ci dice altro se non che gli consegnava un segreto, cioè qualmente colle corniole si potesse fare una conserva eccellente, e gli lasciava una ricetta tutta di suo pugno in cui le dosi erano specificate con saggia misura. Questa conserva chiamasi ancora oggidì a Locarnoconserva Farini.
Ciò premesso veniamo di botto al viaggio di Brofferio nell'Italia centrale. Egli giungeva a Parma dove fu benissimo accolto dai principali membri del governo rivoluzionario, che lo invitarono a pranzo nel palazzo ducale. Erano con lui Mauro Macchi, Filippo De Boni, Antonio Losio e parecchi altri. Il ministro della guerra Frapolli, il ministro dell'interno Armentonghi, il comandante militare Fontana, il dittatore Manfredi fecero gli onori del banchetto.
«Un mastro di cerimonie, racconta Brofferio, ci introdusse nella sala del banchetto e ci mettemmo a tavola. Quella sala era ancora tal quale l'aveva lasciata la fuggitiva Duchessa. Gli stessi mobili, gli stessi arazzi, gli stessi tappeti, gli stessi candelabri; non un vaso, non un pendulo, non un quadro era cangiato di loco.
«Il pranzo fu allestito dal cuoco della Duchessa; ci servivano i camerieri della Duchessa; mangiavasi nei piatti e nell'argenteria della Duchessa; bevevansi i più squisiti vini della Duchessa. Si sarebbe detto che gli spettri dei morti Duchi si collocassero dietro le nostre sedie ed assistessero minacciosi e frementi al nostro popolare convito. Io non mi saziava di osservare il volto e il contegno di quei vecchi servitori di Sua Altezza costretti a servire a tavola noi, razza plebea e democratica, che avevamo cacciati i loro padroni e mangiavamo i pranzi del loro cuoco e bevevamo il migliore bordò della loro cantina».
Dopo di aver diluviato e trincato ad onore e gloria della libertà e dell'Italia, Brofferio recossi ad arringare il popolo digiuno, e gli disse che,per liberarsi dai diplomatici, dovea fare tre cosearmarsi, armarsi, armarsi. Brofferio e compagnia s'erano già bene armati.... a tavola!
Da Parma Brofferio recossi a Modena nel palazzo dell'eccelso dittatore Farini, e qui è bello conoscere il cerimoniale dell'introduzione. «Il palazzo del Duca di Modena, dice Brofferio, è forse la più sontuosa e più splendida reggia italiana; e prima di arrivare agli appartamenti abitati da Sua Eccellenza dovetti traversare due o tre vasti cortili, passare dinanzi a due o tre corpi di guardia, salire due o tre magnifiche gradinate sino a che di valetto in valetto, di sentinella in sentinella mi comparve dinanzi una persona vestita di nero, che all'udire il mio nome mi condusse per vaste sale, tutte splendenti d'oro, di specchi e di marmi, sino ad un ultimo vestibolo dove la persona nera mi pregò di trattenermi un istante
«Dopo due minuti la porta dellaBaiasi dischiuse e comparve Farini».
Farini voleva che Brofferio andasse ad alloggiare in quella ch'egli chiamava casa sua. E questi avendo rifiutato, conchiusero che la sera sarebbe andato a pranzo, e poi si sarebbe data una festa da ballo.
All'ora del pranzo, racconta Brofferio, mi trovai a tavola col Dittatore, che mi volle seduto accanto alla Dittatrice, la quale faceva gli onori di Corte. Compagni a mensa erano alcuni deputati piemontesi giunti in quel giorno stesso a Modena, e, fra essi, il mio amico Lorenzo Valerio. Finito il pranzo reale (potete credermi che era un pranzo da Re) Sua Maestà con piglio famigliare avea la bontà di dirmi: Ora andremo a prendere il caffè, ecc.» (vol. IV, pag. 36).
Della festa da ballo Brofferio scrive: Se ne avessi il tempo, vorrei ora descrivervi il ballo sontuosissimo di quella notte, che mi ricordava, per quanto ne ho letto in Victor Hugo, le danze e le feste di Francesco I, al tempo in cui il popolo andava in liquefazione sciamando:le Roi s'amuse».
Al ballo era l'amico Valerio, Malmusi, presidente dell'Assemblea Modenese, Albieini, ministro dell'istruzione pubblica, Pepoli, ministro a Bologna, ecc. I balleriniparlarono molto delle condizioni della patria.
«Stava per ritirarmi dalla festa, racconta Brofferio, allorché Farini, traendomi in disparte, mi invitava per il giorno successivo a far colezione con lui». Brofferio non potà accettare, perché già invitato da Garibaldi. — Sai come fa colezione il generale? — gli disse Farini. —No veramente: rispose Brofferio. E Farini: — Beve vino adacquato e mangia pane e fichi. — Non per questo Brofferio volle anteporre la colezione di Farini a quella di Garibaldi.
Dopo un pranzo, una festa da ballo e una colezione da Spartano, Brofferio recossi a Bologna, soggetta alla dittatura di Cipriani «sbucato da Livorno, dove qualche anno addietro accarezzava colla mitraglia i suoi concittadini» (pag. 57). Brofferio lo dipinge «un uomo sui sessantanni, di non amabile aspetto, di fiero portamento con modi da soldato, con parole da padrone» (pag. 63).
In un dialogo che Brofferio ebbe con Cipriani, questi gli diceva «che la Francia si trovò quasi sola a sostenere la guerra, e che fu una manna del cielo per noi tutti la sospensione delle armi a Villafranca, senza la quale tutto si sarebbe volto a precipizio» (pag. 64).
E Brofferio per provare a Cipriani che le Romagne non erano abbandonate dal Piemonte dicevagli: «Scusi: io so che TRE MILIONI IN CONTANTE ediciottomila focilipassarono, non è molto, da Torino a Bologna». A cui Cipriani rispondeva: «È vero: ma ai bisogni che abbiamo queste sono inezie» (pag. 65, vol. xiv).
Il dialogo continuò, e Cipriani disse delle Romagne: «Il popolo non vuole coscrizione, non vuole imposte, e non vuole guerra». E Brofferio: «Allora il popolo si tenga il Papa, i Cardinali, e tutto il Sacro Romano Collegio. Questo è il solo mezzo di non pagare tasse, di non fare il soldato, e di non esporsi ai rischi delle battaglie» (pag. 66).
A Bologna i pranzi non mancarono, «Uscendo dal colonnello Cipriani, dice Brofferio, incontrai il marchese Pepoli che mi aspettava per invitarmi con Rusconi a pranzo alla sua villa dopo le cinque».
Un altro pranzo ebbe Brofferio in casa del conte Tanari, dove capitò dopo il pranzo «un faccendiere parigino incaricato di una missione più o meno segreta dalla Corte napoleonica». E qui ci pare utile ristampare quattro intere pagine del vol. XIV de' Miei Tempidi Brofferio e sono le pagine 76, 77, 78 e 79.
Dice adunque Angiolo Brofferio che l'incaricato dalla Coi te napoleonica essendo giunto in casa Tanari in Bologna poiché la conversazione si aggirava sulle vicende del giorno non tardò ad esprimere le sue opinioni, le quali, in sua qualità di bonapartista puro sangue, armonizzavano colle mie come il suono di un flauto col picciare di una mestola sopra una caldaia.
«La maggioranza era napoleonica, ma era anche cavouriana: il faccendiere invece scoccava di tratto in tratto qualche acuta punta a Cavour: e finché stava in questi confini io non aveva nulla da osservare, e mi contentava di rispondere che per me tanto era l'amore che portava a Bonaparte venuto in Italia, quanto a Cavour che ve lo aveva condotto.
«Bonaparte condotto da Cavour in Italia gridò il faccendiere? Oh, questa sì che è bella!.... Sappiano, signori miei, che Cavour al Congresso di Parigi pensava tanto a far l'avvocato dell'Italia come a cantar vespro col patriarca di Costantinopoli. Fu l'Imperatore che gli rivelò primiero i suoi progetti a favore dell'Italia, e lo eccitò a presentare il famosoMemorandumche era tutta opera di Napoleone. Sappiano, che il conte Cavour fu talmente pigliato all'improvviso dall'Imperatore, che sulla condizione delle Legazioni, principale argomento del Memorandum,mancando egli di ogni nozione dovette scrivere prontamente ad un amico in Torino pregandolo ad istruirlo dello stato delle cose dell'Emilia, di cui non si era mai occupato. Sopra questo soggetto, se vogliono saperne qualche cosa di più, interroghino il signor Minghetti, il quale dice abbastanza volontieri la parte che ebbe in tutto questo, e non ha il difetto di tenere celati i proprii meriti.
«I circostanti si mostrarono sorpresi di questa notizia, non io che l'aveva udita altre volte; quindi non mi accinsi a contraddirla; ma quando poi il diplomatico si diffuse in immense lodi sul procedere di Napoleone in Italia, e dichiarò santissime le sue intenzioni, io non potei trattenermi dal citargli tre o quattro fatti che smentirono le asserzioni sue.
«Alla qual cosa rispose a questo modo il faccendiere:
«— È vero che questi fatti, consideranti nel loro complesso, potrebbero condurre ad una contraria conclusione: ma con Napoleone non bisogna giudicare dalle carte che mette in tavola, bisogna indovinare quelle che tiene sotto la tavola. Ella crede che una parola proferita da Napoleone abbia la solita significazione che ha in bocca di tutti gli altri uomini; signor no, questa parola, per trovarne il vero senso, bisogna scandagliarla in modo assolutamente diverso; e il più delle volte s'indovina intendendo il contrario di quello che dice.
«— Ella dovrà almeno concedere, io soggiunsi, che questi scandagli e queste strologherie non onorino molto le persone che credono averne bisogno per essere comprese e credute, lo fo miglior giudizio dell'Imperatore: questi modi che ella dice non sarebbero conformi all'antica lealtà francese.
— Buon Dio, ripigliò il faccendiere, qui non si parla di lealtà, ma di politica.
«Tutti risero del frizzo inverecondo.
«lo non volli ridere e replicai:
«— So che la lealtà, agli occhi di molti, è una vecchia droga e che la moderna ragione degli stati molto volentieri ne fa senza. Pure io mi ostino a credere che si possa essere valente statista ed onoralo cittadino.
«— Non è impossibile, ma è assai difficile.
«— Perdoni, la politica ha per me due faccie. Vi è la politica degli uomini probi e la politica degli uomini reprobi, lo lascio l'ultima a quelli che la preferiscono; per me, nato in Piemonte, dove regna un principe onest'uomo, dichiaro altamente che ho fede nella politica onesta.
«Dopo queste parole, che fecero un senso profondo, mi alzai e presi commiato».
E qui per oggi anche noi prenderemo commiato dai nostri lettori, riservandoci a discorrere domani di Brofferio e di Bettino Ricasoli in Toscana.
Nel nostro numero precedente abbiamo visto Angelo Brofferio a Parma, a Modena, a Bologna, ed oggi lo vedremo in Toscana. Mentre egli viaggiava per Firenze chiese notizie del barone Bettino Ricasoli, e seppe che questi aveva espulso Pietro Sterbini, Giuseppe La Masa, Filippo De Boni, Reggio, officiale veneto, e Dall'Ongaro. Seppe che aveva incarcerato Maria Montecchi, Rosolino Pilo, Giuseppe Libertini, Pietro Marelli, e molti Svizzeri ed Ungheresi. Seppe che avea ordinato perquisizioni domiciliari contro il fiorentino Valentini e contro Gustavo Bonagrazia.
«Molte altre carcerazioni, proscrizioni e perquisizioni, dice Brofferio, furono fatte in seguito a Firenze, a Pisa, a Lucca, a Livorno di liberali cittadini sottoposti a leggi di eccezione, giudicati da Commissioni militari o da tribunali statari} (vol. XIV, pag. 97). E se così trattavansi i liberali dai nostro Bettino, pensi il lettore che cosa si sarà fatto a danno de' conservatori, de' chierici, degli amici e fedeli servitori del Granduca!
Ma chi è questo sig. Ricasoli che comandava e comanda tuttavia a bacchetta in Toscana? Brofferio risponde che il barone Bettino negli anni andati non fu mai in sospetto di amare troppo l'Italia». Risponde che il barone Bettino e come Cipriani si distingueva a Livornopuntandole artiglierie contro il popolo». Risponde che strumento prima della reazione, giurò poi guerra al Granduca, perché questiparve dimenticarlo.
In attesa del giorno della vendetta lostizzitoRicasoli «si ritirò in villa, dove ai occupò mollo proficuamente della coltivazione del frumento e della propagazione delle puledre. Felicissima Firenze, s'egli non avesse mai abbandonato questo genere di occupazioni! Ma nel 1859, dice Brofferio, Bettino «lasciò il governo del bestiame per quello degli uomini»; e parve che a questi applicasse il metodo adoperato con quello!
Il suo governo è così descritto da Angiolo Brofferio: «Nessuna libertà di persona, di domicilio, di stampa; ogni associazione vietata,violato sistematica mente il segreto delle lettere;uomini senza fede e senza carattere onorati; reietta la libertà religiosa; la guardia nazionale ordinata a servizio di polizia, non a difesa nazionale; ilpubblico erario dilapidato per saziare l'ingordigia di nuovi favoriti; lusso di birri e di spie all'infinito; pauroso silenzio dappertutto; espulsioni, arresti, perquisizioni, mene quotidiane; insomma dal barone Rica soli "al duca di Atene la distanza non era molta» (pag. 104).
il barone Ricasoli ha fatto un processo ali'Armoniaper unaBreve storia, dice la citazione e contenente dei fatti, ì quali, se sussistessero, potrebbero costituire reato, ed in ogni modo sarebbero profondamente lesivi dell'onore e della riputazione di detto signor barone». E perché invece non si difende da queste imputazioni di Brofferio, che lo accusa d'avereviolato sistematicamente il segreto delle lettere, e di averedilapidato il pubblico erario?Un adagio latino dice:Sec oculos in carta, nec manus in area. Eppure Brofferio accusa Ricasoli d'aver messoet manus in arca, et oculos in carta. E Ricasoli non se ne risente!
Basta, se i tribunali decideranno che il barone Bettino sia proprio ilCapo dello stato, allora)'Armonia,tra i testimoni a difesa, citerà anche l'avvocato Brofferio, il quale deporràquaeque ipse miserrima vidi!Per ora continuiamo la storia..
Angiolo Brofferio trovavasi in Firenze quando recavasi in Torino dalla Deputazione toscana il voto d'annessione a e il signor Giorgini sveniva due o tra volte in piazza Castello per la grande consolazione che aveva di liberare l'Italia». In quel giorno medesimo, scrive Brofferio «il telegrafo portava a Firenze la risposta del Re,che il corriere aveva già portata quattro o cinque giorni prima(pag. 115, vol. xiv).
Allora il governo toscano mostrava ai Fiorentini lucciole per lanterne, e dava ai Toscani orpello per oro. «Il caso volle, è Brofferio che parla, il caso volle che vedessi dinanzi a Palazzo Vecchio l'avvocato Salvagnoli. — E non bai vergogna, io dissi, ad ingannare così questa brava gente? — E come vuoi fare, egli mi rispose: bisogna tirare innanzi come si può; e del restocolla verità non si governa». Bella massima, degna proprio di chi l'ha profferita!
«Il popolo, che vede sempre corto, tanto a Firenze quanto a Torino, pigliò tutto come oro di zecca, e illuminò, e festeggiò, e gridòviva, tutta la notte Così Brofferio a pag. lift del suo xiv volume, ma questo popoloche vede sempre cortoè pure il popolo sovrano, il cui giudizio si mette sopra dei Re, e sopra del Papa medesimo! E qual conto si può fare delle votazioni di un popolo che vede sempre cortoed è retto da chi non sagovernare colla verità?
Però abbandoniamo questo sdrucciolo terreno, e seguitiamoilnostroviaggiatore che da Firenze s'incamminaperSiena, dove trova feste, acclamazioni, applausi, e dà perfino il nome ad un caffè, come già Farini avea dalo il nome ad una conserva di corniole. Ma povero il caffettiere di Siena proprietario del caffè Brofferio!«Egli ebbe a sopportare molte molestie dal signor Ricasoli per aver profanato il suo caffè col mio nome sopra la porta». Pensate s'egli l'avesse invece chiamatocaffè Leopoldo, ovverocaffè Ferdinando!
Della qual cosa, indegnato Brofferio, esclama: Quando si riflette ben bene sopra il privilegio che hanno certi uomini di commettere impunemente ingiustissimi alti e di far ingoiare al popolo con petto di bronzo tante scempiaggini non solo, ma tante prepotenze, vi è di che perdersi di coraggio e smettere ogni speranza nel progresso dell'umana specie» (pag. 122).
E segue moralizzando sul popolo felicissimo di sapere che v'è uno che vuol aver la bontà di governare invece sua». E sul dittatore che fa il generoso «e colle arche piene d'oro risponde:— Lasciatemi la gloria di morir povero». E conchiude: «Oh che ignobili commedie si rappresentano! E la platee non fischia 7»
Giunto a Livorno il signor Brofferio eratravagliato da crudele emicrania, e n'avea ben donde. Molti cittadini l'invitarono a rimanere almeno un giorno colà, ma egli non volle tenere l'invito, e dopo due ore deliberò ad ogni costo di partire. E partì dolente d'aver seminato su sterile terreno, perché dice egli che se i suoi consigli fossero stati seguiti «forse a quest'ora si sarebbe potuto compiere l'annessione senza comprarla col sacrifizio di Nizza e Savoia, sacrifizio che suonerà sempre come un rimprovero, e resterà come un rimorso» (pag. 428),
Non è mente nostra di farci qui ad esaminare i consigli e le idee politiche dell'avv. Brofferio, sì solamente di raccoglierne le rivelazioni. E da ciò che siamo venuti esponendo in questi due articoli risulta:
1° Che i democratici mangiavano a due palmenti in Parma a spese della Duchessa e del popolo;
2° Che Farini rigenerava l'Italia con pranzi da re, e con suntuose feste da ballo;
3° Che il ministero piemontese quando Cipriani governava in Bologna gli mandòtre milioni in contanti, i quali non apparvero ancora in nessuno de' nostri bilanci;
4° Che lo stesso ministero quando non aveva nulla da vedere nette Romagne, ci mandavadiciottomila fucili;
5° Che sotto il barone Bettino Ricasoli in Toscana eraviolato sistematica mente il segreto delle lettere;
6° Che sotto il sullodato barone venivail pubblico erario dilapidato per saziare l'ingordigia di nuovi favoriti;
7° Che tra gliavvenimenti politicidel nuovo Guicciardini, toscano, M signor Salvagnoli, vi è questo:Colla verità non si governa;
8° Che il popolo toscano fu tratto in errorecon ignobili commedie;
9° Che l'EccelsoFarinicolle arche piene d'oroesclamava:lasciatemi la gloria di morir povero.
E bastino queste nove conclusioni, le quali non sono nostre, ma tratte a verbo da Angiolo Brofferio, a cui ne lasciamo perciò tutta quanta la risponsabilità.
(Pubblicato il 28 giugno 1860)
Dante, nell'intraprendere il suo divino viaggio, si vide attraversato il cammino da tre bestie, che sono diventate famose: una lonza, un leone ed una lupa.
La lonza leggiera e presta moltodi pel maculato era coperta;e i commentatori di Dante credono che questo animale simboleggiasse ilpiacere, che fuorvia l'uomo dal retto cammino, e lo inganna tramutando ben presto in afflizione dell'animo la voluttà che promette.
Il leone si fe' innanzi a Dante «con la test'alta e con rabbiosa fame», e dicono gl'interpreti che questo simboleggiava lasuperbia, la quale procede ardimentosa, ed avida di comando e di gloria, distruggendo tutto ciò che può darle ombra, e facendosi sgabello a salire d'ogni diritto divino ed umano.
La lupa finalmentedi tutte brame«sembrava carca nella sua magrezza. — E molte genti fe' già viver grame». UnDizionario politico aduso della gioventù italiana, pubblicato in Torino dal Pomba nel 1849, intende per questa lupa la polizia politica, e gli eccellentissimi signori Ricasoli e Farini vanno provando come sia giustissima questa spiegazione.
Noi percorreremo brevemente le diverse qualità della lupa di Dante, mostrando come quadrino a capello alla polizia fariniana e ricasolina, di cui abbiamo ogni giorno frequentissimi esempi.
E dapprima la lupa di Dante era unabestia senza pace,ed egualmentesenza paceè la polizia di Ricasoli e di Farini: non può godere un momento di tranquillità, e non lascia goderne agli altri.
Dappertutto la lupa vede una congiura e un cospiratore contro il nuovo Regno italico; trema da capo a piè, cerca, fruga, scandaglia semai le venga ritrovata alcuna cosa che interessar possa le viste, fiscali.
Nessuno vorrà negare la verità, di ciò che scrisse Gioberti nel primo volume delRinnovamento, pag. 90: Oggi la forza e la frode sono considerate come il fiore del governo, e lapoliziadegli sgherri come il nervo dellapolitica.
Fatto sta che ornai i galantuominisono senza pace, e noi conosciamo moltissime famiglie nella capitale che rovistarono in tutti gli angoli delle loro case per distruggere quante carte vi potessero rinvenire. E ciò non mica perché vi avessero scrittida interessare il fisco, ma perché non volevano che in caso di una perquisizione passassero sotto gli occhi della polizia certe loro carte di famiglia, né che fossero tenuti a disagio per parecchi giorni coll'assistere alla lettura diligentissima di tutte le loro scritture.
E ci scrivono dalla Toscana che i conservatori fecero altrettanto, temendo ad ogni suonare di campanello di vedersi a' panni gli sgherri del barone Ricasoli, i quali pigliano occasione di sospetto anche da un gruzzolo di danaro che trovano nella cassa d'un così dettolibero cittadino. Come se per mostrarsi buon italiano e amico del governo si richiedesse per condizionesine qua nond'essere spiantato!
La lupa di Dante assaliva i galantuomini, e li respingevalà dove il sol tace. Né altrimenti fa la polizia dei Ricasoli e dei Farini. Quest'ultimo dice ilCanocchialedi Bologna (N° 2 del 21 giugno) «circa all'epoca dell'annessione sprigionò da Castel Franco qualche centinaio di malfattori matricolati, che colà degevano da qualche tempo senza aver subito condanna». Ma co' preti e co' frati non s'usano eguali riguardi, e sono ornai a centinaia i sacerdoti che,senza aver subito condanna,gemono in carcere nel nuovo Regno italico 1
La lupa di Dante faceatremar le vene e i polsial povero poeta, e fa tremare egualmente la polizia fariniana e ricasolina, perché ornai nessuno ne può scampare. Le donne e i senatori del Regno ne furono vittima insieme co' Vescovi e coi preti, e non bastò a salvarli né la loro condizione, né la bella fama onde godevano.
Noi siamo oggidì sotto unterroreche se non va agli eccessi delterrorismo francese, non è già per difetto di buon volere, si per la debolezza nostre, e per la paura dell'Europa civile.
E ne appelliamo a chiunque in Piemonte o in Toscana pigli in mano la penna per iscrivere due linee. Per dire anche le cose più innocenti non è egli costretto dalla prudenza a valersi di circonlocuzioni e a tacere il proprio nomee l'altrui?
Dante scriveva della lupa ch'avea incontrata: «Non lascia altrui passar per la sua via — Ma tanto lo impedisce che l'uccide». E questo è il ritratto pretto e maniato della polizia del nuovo Regno italico.
Venne assoldato un esercito di spie, che non solo manifestano il male, ma talora lo provocano per dinunziarlo di poi. E gli stessi giornaliitalianissimi non hanno vergogna di farsi delatori, e per lo più calunniatori del Clero, stimando con ciò di rendersi benemeriti della patria.
Siamo ritornali agli schifosi tempi di Tiberio, quando delatores,genusho minum publico exitio repertum, et poenis quidem nunquam satis còercitum, per proemia aliciebantur» (Tacito,Annal.,lib. iv, cap. 30, edizione del Val lauri, pag. 116).
La lupa di Farini e di Ricasoli come quella di Dante non si contenta d'unsi vittima sola, ma mainon empie la bramosa voglia«E dopo il pasto ha più fame di pria». Di fatto le perquisizioni e gli incarceramenti continuano con moto uniformemente accelerato, e se ieri ne deplorammo due, oggi ne abbiamo dieci da compiangere.
La terribile lupa ci venne addossoa poco a pocoa somiglianza di quella dell'Alighieri, ma prima ch'abbia finito il suo pasto sa Iddio quale strage vorrà fare, e quali dolorose memorie lasciare registrate nella storia italiana I.
Finalmente la lupa di Dante collegavasi con molti altri animali «c E moltf son gli animali a cui si ammoglia egualmente la lupa dei Ricasoli e der Farini; la rivoluzione, l'empietà, l'eresia, la prepotenza e andate dicendo.
Ma fino a quando imperverserà questa lupa? Quella di Dante dovea imperversarein fin che il veltro«Verrà che la farà morir di doglia» Questo veltro dell'umile Italia fia salute, perché caccierà la lupa per ogni villa,
Finché l'avrà rimessa nell'inferno
Là onde invidia prima dipartilla.
Però Dante non si curava più della lupa, poiché incontrò Virgilio, e racco mandossi a lui, acciocché lo guidasse: «Sì che io vegga la porta di S. Pietro».
E noi tiriamo innanzi pel nostro cammino senza lasciarci impaurire dalla lupa dei Ricasoli e dei Farini. Obbediamo bensì non per timore della spada, ma per debito di coscienza, seguendo sempre in tUtto ciò che si attiene alla religione ilPastor della Chiesa che ci guida, ilClavigero del Cielo, il Romano Pontefice.
Riveriamo l'alma Roma e il suo impero che «Fur stabiliti per lo loco santo — ll'siede il successor del maggior Piero».
Che se oggidì sgraziatamente ci troviamo in un «Buio d'inferno e di notte privata — D'ogni pianeta sotto pover cielo», la speranza non ci abbandoni, che Dio è con noi se noi siamo con Roma Pontificale.
I nostri avversarii godono l'oggi, e noi aspetteremo con pazienza il domani Ci conforti la storia, ci conforti la divina promessa. Iddio non abbandona mai il suo Vicario, ma tardi o tosto fa sorgere dalle pietre i suoi difensori:
E quando il dente Longobardo morse
La santa Chiesa, sotto alle ali sue
Carlo Magno, vincendo, la soccorse.
(Pubblicato il 29 giugno 1860)
Il deputato Minghetti, nella tornala del27di giugno, ricordò che nella Camera non si trovava un solo conservatore, come che questo partito esistesse numeroso e potente in Italia, e che invece l'Assemblea elettiva era composta tutta quanta di rivoluzionari, i quali, chi più, chi meno, dal conte di Cavour» deputato Ferrari, il Proudhon italiano, mostravansi tutti quanti dichiarati patroni della rivoluzione.
Per conoscere che tra i deputati presenti non vi hanno conservatori, basta questo fatto solo, che tra più di trecento oratori neppur uno si inscrisse per perorare contro il nuovo prestito di cencinquanta milioni, ma tutti manifestarono il loro intendimento di dare al ministero quanti milioni desiderasse, fosse pure, come diceva il deputato Sineo, un milione di milioni.
Molte sono le differenze che corrono tra la parte conservatrice e la rivoluzionaria: una però della principali ai è questa, che la prima va a rilento nello spendere i danari del popolo, si fa scrupolo di coscienza lo sciuparne un solo centesimo, e sa che del proprio volo dovrà rendere conto non solo agli elettori, ma e Dio medesimo; laddove la rivoluzione gode il presente e l'avvenir trascura»; pende senza ritegno, sparnazza le pubbliche rendite, spoglia la generazione presente, aggrava quella che verrà, e non dice mai:Troppo, non risponde mai: Basta.
Come commentario alla discussione che ha luogo di questi giorni nella nostra Camera dei deputati sul nuovo prestito di cencinquanta milioni, diremo in quest'articolo prima due parole sulle tradizioni lasciate dalla rivoluzione francese riguardo all'amministrazione delle finanze; e poi faremo un breve confronto tra la discussione che ebbe luogo nel 1858 sul prestito di 40 milioni, quando molti conservatori sedevano nella nostra Camera, e quella che avviene presentemente che i deputati sono tutti rivoluzionari.
Larivoluzione francese si segnalò per requisizioni, confische, imposte, imprestiti prima spontanei, poi forzati, spogliazioni, assignati, e via via. Essa fece requisizioni di biancheria, di grano, di scarpe. Saint-Juste obbligava chi avesse due paia di scarpe a darne un paio((17)). Vennero tolti non solo alle chiese i vasi sacri per convertirli in danaro, ma perfino i cucchiai d'argento de' privati, pena lamorte chi ne conservasse un solo. Furono spezzati finalmente lo scettro e la corona dei re di Francia, e recali alla zecca((18)).
Il 31 di luglio del 1793 vennero confiscati in massa tutti i beni della Vandea; il 3 di gennaio 1794 si confiscarono egualmente tutti gli ori e gli argenti trovati in luoghisecreti e nascosti; e per ultimo il 26 di luglio dello stesso anno si confiscarono tutti i beni delle accademie e delle società letterarie.
Il 18 di marzo 1793 la rivoluzione decreta un'impostagraduataeprogressiva il 7termidoroun'imposta personale su tutti i Francesi, e il quarto di più per le donne maggiori di trent'anni e non maritate; poi un'imposta su tutti i camini, meno quello della cucina; un'imposta sui servi, un'altra sui cavalli e sui muli, un'imposta sulle carrozze, e così di seguito((19)).
Ciò che sopravanza dalle imposte viene assorbito dai prestiti forzati. Il 20 di maggio 1793, prestito forzato d'un bilione sui cittadini ricchi. Il 19frimaire anno iv, prestito di 600,000,000 in valori metallici a carico dei cittadini agiati. Questo prestito dapprima volontario, il 29nevosoviene dichiarato forzato. Poi la rivoluzione prende tutti i beni del Clero, la cui rendita allora oltrepassava i 150 milioni; prende tutti i beni della nobiltà; prende tutti i beni della Corona; prende le foreste dello Stato; prende tutti i beni degli emigrati anche plebei; prende tutti i beni delle sue vittime, rivoluzionarie o no, e crea per 33,430,481,623 lire diassignati((20)).
E tutto questo è divorato in sette anni, e così ben divorato, che Napoleone, reduce dall'Egitto, non può ritrovare nelle casse dello stato 150 franchi per ispedire un corriere in Italia ((21)); e infine il 30 di settembre del 1797 la repubblica fa una bancarotta di ben 50,000,000,000 ((22))!
Le rivoluzioni venute dopo quella dell'89 ne sposarono i medesimi principii, e produssero le stesse conseguenze. Le finanze piemontesi, un dì ai floride, caddero in pochi anni tanto in basso da essere forse le più deplorabili di tutta Europa.
Quando nel 1858 la nostra Camera dei deputati era popolata di conservatori, essi chiesero severissimo conto ai Ministri del modo con cui amministravano il pubblico danaro. 1 memorandi discorsi detti in quella circostanza dai deputati di Camburzano, del Carretto, Ghiglini, di Revel, Vallauri, Roberti, Costa della Torre, Lachenal, della Margarita vennero raccolti in un volume, e formano il più bell'elogio della parte conservatrice.
«A conforto delle nostre popolazioni, diceva il conte di Camburzano, risuona ogni anno nel nostro Parlamento la promessa delle ristaurate ed ammigliorate finanze, ed ogni anno propongonsi nuovi imprestiti tosto o tardi precursori di nuovi tributi ((23))». E continuava: «Bando dunque una volta a questi continui imprestiti, che sono la rovina del Piemonte né più 8i sacrifichino alle facili condiscendenze verso i Ministri, od alle paurose esitazioni gli interessi suprem della Nazione!»
Il marchese del Carrettocolla logica delle cifremostrava il pessimo stato del nostro erario, e, caldo d'amor di patria, pigliava a cuore la causa del popolo, ed esclamava tra gli applausi: «Signori Ministri, signori Deputati, salvate il paese».
Il cavaliere Ghiglini, dopo di avere con eloquenza e nobiltà di linguaggio, e sodezza di ragionamento additato il rovinoso pendio, in cui eravamo, supplicava il governo di por mano a ristaurare davvero le nostre finanze, contentando Un desiderio che da più anni gli manifesta invano l'intera Nazione ((24))».
Ottavio di Revel con lucida mente e piena conoscenza delle entrate e delle spese, impugnava l'amministrazione finanziaria del Ministero, e dichiaravaspaventosala nostra condizione. E i fatti dicono se vedesse giusto!
Il cavaliere Tommaso Vallauri mosso daamor patrioesortava i Ministri e i Deputati così: «Pensiamo una volta a provvedere seriamente ai gravi, agii un genti nostri bisogni, e prima di farla da tutori ai fratelli, adoperiamoci efficace mente per dare un migliore assetto agli affari di casa nostra». E l'esimio professore ricordava molto a proposito la gravissima sentenza del principe degli storici romani:Aerarium, si ambinone exhauseris, per iniqua supplendum est.
Il conte Vittorio Roberti osservava che dalle cose di pubblica amministrazione «dipende il pane quotidiano del popolo giornalmente scemato e reso insufficiente»; e negava il suo voto al prestito perché persuaso «che continueranno ad essere trasandati gli interessi supremi del paese, come lo furono finora».
Il conte Costa della Torre maestrevolmente discorrendo il modo con cui prima e dopo del 1848 amministraronsi le nostre finanze, e accennando come pochi imprestiti fruttassero unnovemilioni e mezzo per diritto di commissione, avvertiva: «Intendo bene che coloro i quali profittarono di questi nove milioni e mezzo possano essere favorevoli al sistema dei prestiti, ma un deputato obbligato a vegliare sul danaro del popolo gli dee essere contrario((25))».
Il cavaliere Eugenio Lachenal enumerava i nostrideficitannui, ed avvertiva che un buon cittadino non polca a meno d'essere sorpreso da viva inquietudine al vedere con quale cieca imprevidenza si continuava, senza fermarsi mai, nella rovinosa carriera dei disavanzi».
Finalmente l'intrepido e valoroso conte Solaro della Margarita con vera indipendenza esclamava: «Il Paese dobbiam salvare, non il Ministero», e negava il suo voto al prestito di quaranta milioni insieme con tutta ladestra, di cui era l'illustre campione((26)).
Oggidì ricerchiamo inutilmente nella Camera dei Deputati tutti questi ragguardevolissimi personaggi, ma con essi manca pure quella savia e feconda opposizione che tanto giovava alla sostanza pubblica, che costringeva i Ministri a rendere conto severo dei fatti loro.
Tra glionorevoliche compongono ora il Parlamento non ve n'è un solo che abbia una giusta cognizione del passato delle nostre finanze, e che legga ben addentro nei conti presenti. Voi udite poesie, aspirazioni, frasi senza costrutto; non un calcolo severo, non un meritato rimprovero, ma panegirici, blandizie, condiscendenze.
Oh posero popolo! imparerai a tue spese che voglia dire mettersi in mano dei rivoluzionari, lasciare in disparte i deputati cattolici, e confidare i tuoi più preziosi interessi a chi passò la sua vita nel cantar inni e scrivere romanzi.
Già si udì nella Camera la fatale proposta di abbruciare il libro del debito pubblico, ossia di far bancarotta. E dopo ancora qualche imprestito come il presente sarà questo l'ultimo risultato dell'economia politica dei Vegezzi, dei Mamiani e dei Cavour. «Continuando nella via che abbiamo seguito da due anni noi andremo difilati al fallimento» diceva fin dal 1850 il Presidente del Mini Stero, e ora siamo nel 1860, e in questi dieci anni abbiamo sempre continuato per la medesima strada!
(Pubblicato il 4' luglio 1860)
Diciamo prima ai nostri lettori che cosa sia ilGran Libro del Dchito Pubblico. Si chiamò con questo nome in Francia il registro formato in esecuzione della legge del 24 di agosto 1793, sul quale fu iscritto il titolo d'ogni rendita dovuta dal tesoro pubblico, titolo detto comunementeInscrizione di rendita. Questa legge ebbe per jscopo di liquidare tutti i debiti contratti dalla Francia prima della rivoluzione, dalla Corona, dagli antichi Stati provinciali, dagli antichi Capitoli, dalle case religiose, e dagli altri stabilimenti soppressi; e dopo la rivoluzione dalla nazione, dagli spartimenti, dai distretti, dai Comuni. L'articolo 6 della legge 24 agosto 1793 dichiarò che in avvenire il gran libro del debito pubblico sarebbe il titolo unico e fondamentale di tutti i creditori dello Stato,
Il gran libro fu opera della Convenzione. Quattro anni dopo le successe il Direttorio, il quale colla legge del 30 settembre 1797 abbruciò il famoso libro riducendo i creditori dello Stato alterzo consolidalo, riconoscendo cioè creditore di cinque chi era per lo innanzi creditore di quindici. Ciò che abbassò i fondi pubblici della Francia a L. 5, ossia con uno scudo si comperava una cedola del valore nominale di 100 lire!
Che cosa volete? La rivoluzione divorava da sette anni. Essa avea emesso tantiassegnatipel valore dicinquanta bilioni, laddove si calcola che oggidì il numerario in circolazione in tutta l'Europa non arrivi aquattro bilioni. Di che l'immensa sproporzione tra la carta e il numerario, e un paio di scarpe si pagava L. 500, un abito costava da 7,000 a 8,000 lire, e mezzo kjlogramm di butirro avea il prezzo di L. 200.
Noi siamo incamminati per la medesima strada. I nostri debiti sono immensamente superiori alle nostre rendite, e crescono a dismisura. Ne volete un saggio? Eccovelo qui colle cifre medesime citate dal deputato Gregorio Sella nella tornata del 27 di giugno. Al 1° di gennaio del 1859 noi dovevamo pagare annualmente per interessi del debito pubblico L. 33,500,000. Al 1° di gennaio 1860 questi interessi aumentavano a 53,290,000 lire. Al 1° di gennaio del 1861 saranno di lire 73,290,000.
Il deputato Mauro Macchi fu il primo a parlare sul nuovo prestito di 150 milioni; e ammise in principio che continuando di questo passo noi arriveremo «all'inevitabil bivio di immolare o i creditori della nazione, o i proprietari delle terre». Ma il deputato Macchi non se ne spaventò. Udite le sue parole, che le riamo dagliAtti ufficiali della Camera, N° 107, pag. 416, tornata del 27 giugno:
«Quando anche a furia di imprestiti e di imposte lo Stato fosse veramente condotto alla ineluttabile necessità o di assorbire gran parte delle proprietà private, o di gettare alle fiamme il libro del debito pubblico, purché con ciò ci fosse concesso il bene supremo di viver liberi, poco a noi premerebbe. Che anzi oserei dire che in questo medesimo squilibrio sempre crescente delle private e pubbliche fortune è riposto per avventura il rimedio di molti mali, che fanno si dolorosa la nostra generazione; oserei dire che in esso può trovarsi la inevitabile soluzione di quegli ardui problemi d'economia politica e sociale, che formano lo sgomento degli egoisti e la preoccupazione dei filantropi dell'età nostra, e che certo saranno risolti a beneficio delle future generazioni».
Su queste parole del deputato Macchi sono da farsi parecchie importantissime riflessioni. Dapprima domandiamo noi, che deputati sono costoro che pur volendo accordare al Governo la facoltà di contrarre un prestito di 150 milioni vengono fuori a parlare dell'assorbimento delle proprietà private e dell'abruciamento del gran libro del debito pubblico? Ciò mira a rovinare il credito dello Stato nel tempo istesso che si riconosce d'averne maggior bisogno. Voi minacciate di ridurre in cenere le obbligazioni dei Governo, e licenziate il Governo a contrarre nuove obbligazioni 1 Ma questa è una contraddizione solennissima. Non mai s'erano intese nella nostra Camera parole di tal latta, e certo esse non serviranno a rialzare la fiducia che si ripone nella nostra amministrazione.
Di poi il deputato Macchi osservava che quando agli Italiani fosse datodi vivere liberi, poco premerebbel'abbruciamento del gran libro del debito pubblico, o l'assorbimento delle private fortune. Questo ci ricorda un'argutissima pasquinata che si fe' a Roma quando la rivoluzione francese, cacciato il Papa, v'inaugurò quella che i Romani giustamente chiamavanorepubblica di stracci. Le satire in Roma si fanno a dialogo tra le due statue di Pasquino e Marforio.
Un bel mattino fu trovala la statua di Pasquino con una cenciosa camicia indosso, che rideva da cento bocche. E Marforio, visto il suo collega con quella ragnatela, l'interrogava:Pasquino, che cosa fai?— E Pasquino rispondeva: Non vedi, Marforio, mi hanno messo in libertà. E' pare che il deputato Macchi e molti da' suoi colleghi vogliano dare agli Italiani la libertà di Pasquino, mettendoci tutti in camicia, e allorasaremoperfettamente liberi.
I liberali di tutti i tempi ebbero una certa inclinazione per ridurre l'unum genere in camicia, e sono famosi nella storia delle eresie e delle rivoluzioni i camiciardi nerie icamiciardi bianchi, come pure tutti sanno che gli uomini dell'ottantanove attribuivano alle brache un'idea di servitù, e presero perciò il nome disansculottes, espressione che si consacrò ne| calendario della repubblica pell'istituzione dellesansculottes.
Poco premerebbeadunque l'abbruciamento del gran libro del debito pubblico, o l'assorbimento delle proprietà private, anzi gioverebbe per accrescere il nu mero degli italianissimi» e questa è appunto la tesi sostenuta da Mauro Macchi, deputato del primo collegio di Cremona.
E giova notare eh'egli è lombardo, e rappresenta un partito che sgraziata? mente esiste in Lombardia, e si mostra potentissimo. E il partilo che vede mal divise le proprietà, il partilo che non vorrebbe il mondo come Dio l'ha fatto coi ricchi e coi poveri, coi padroni e coi servi, coi fabbricanti e cogli operai; il partito che provoca i frequentissimi scioperi che ci annunziano i giornali lombardi.
Secondo il deputato Macchi vi sono dei problemi che rendonodolorosa la no stra generazione, problemi di economia politica e sociale, la cuisoluzione è inevitabile. Per preparare questa soluzione l'onorevole deputato troverebbe un buon acconcio nell'assorbimento delle proprietà private, e nell'abbruciameoto del libro del debito pubblico, ossia in un po'di comunismo.
Capite a qual punto noi siamo già arrivuti? E aspettale che l'Italia sia
fatta, aspettate che non si abbia più nulla da temere al di fuori, che la parte clericale sia spiantata nell'interno, e vedrete che le idee del deputato Macchi hanno molti e molli patroni.
Il deputato Gregorio Sella trovò soltanto che il tempo non era ancora giunto di abbruciare il gran libro del debito pubblico. «E pur troppo, disse egli, quantunque anch'io possa avere volontà di gettare alle fiamme quel gran libro che si chiama il libro del debito pubblico, tuttavia, pur troppo, bisogna rassegnarsi a conservarlo ancora per qualche tempo, e forse lungo tempo» (Atti Uffic N° 107, pag. 417, col. 3»).
Dunque non è questione di giustizia, di diritto, di onore; è questione di tempo, questione di opportunità, questione di utilità. E ciò vien detto nella discussione di un nuovo prestito di cencinquanta milioni!
(Pubblicato il 3 luglio 1860)
Nella tornata dei 26 di giugno il deputato Guerrazzi invitò il governo piemontese presieduto dal conte di Cavour «a salireal Campidoglio glorioso delle opere proprie, ed anche delle opere altrui». E gli dava perciò i cencinquanta milioni domandati, gridandoavanti, avanti:Noi aspetta Roma». E incoraggiava il conte di Cavour a correre sull'eterna città, dicendogli: «Vi dà fastidio Roma? Io vi affermo in verità, che Roma anch'essa è larva, e forse più delle altre larve che l'errore creò e la prepotenza mantiene»(Atti Uff., N° 108, pag. 419, 420).
E il deputato Minghetti, che conosce il conte di Cavour ed il suo debole, per dargli una spinta più potente a correre su Roma gli ricordò ibeni ecclesiastici sono nello Stato Romano, e la relazione ufficiale nota che a questo punto un grido eloquentissimo:Ahi bene!l— Non dice però chi proferisse questa esclamazione, se il conte di Cavour, o il ministro, delle finanze o qualche altro deputato, o tutta la Camera in corpo!
Notiamo qui un raffronto storico. Carlo Emanuele IV, re di Sardegna, costretto nel 1797 dalle minaccio e dalla prepotenza del Bonaparte a stringere alleanza offensiva o difensiva con la repubblica francese, non vi consentì finché non a' inscrisse nel trattato un articolo, in cui la repubblica «per dare al Re di Sardegna una prova di sua considerazione, dichiarava che non sarebbe portato danno all'integrità degli Stati della S. Sede, cui il Papa non aveva rinunziato nel trattato di Tolentino». Quantunque Carlo Emanuele corresse gravissimo rischio di perdere lo Stato proprio, se non accettava l'alleanza propostagli dal Bonaparte, tuttavia amava meglio esporsi a qualunque pericolo, anzi che non tutelare gli interessi del Papa.
Oggidì quanto mutarono i tempi e gli uomini! I ministri del Re di Sardegna non contenti delle Romagne pensano a impossessarsi di Roma, e Domenico Guerrazzi vedenon l'aquila di Savoia che non c'è più, mail genio italicovolare sul Campidoglio per insediarvi il conte di Cavour a proclamarvi le sue imposto e i suoi imprestiti!
Roma è la città a cui mira principalmente la rivoluzione, e ci fece ridere l'autore dell'opuscoloIl Papa e il Congresso, quando proponeva di riservare la sola Roma pel Papa! È Roma che vogliono gli italianissimi, questa che cercano togliere al Pontefice che l'ha ricreata, che l'ha conservata, che ha proibito al tempo di distruggerla, come ha distrutto tante altre città antichissime. Vogliono Roma perché là batte il cuore del Cattolicismo, perché là e la cittadella che custodisce non solo la fede, ma il principio d'ogni autorità. Vogliono Roma per distruggere il Pontefice Re, e creare se stessi Re e Pontefici!
La nostra rivoluzione è figlia della francese dell'ottantanove, e come la madre tenta conquistare il Campidoglio. Berthier vi saliva il 27piovoso,anno vi, ed esclamava: «Ombre di Catone, di Pompeo, di Bruto, di Cicerone, d'Ortensia, ricevete l'omaggio dei Francesi liberi nel Campidoglio, dove avete tante volte difeso i diritti del popolo ed illustrato la repubblica romana. Questi figli dei Galli coll'olivo della pace in mano vengono in questo luogo augusto per ristabilirvi gli altari della libertà elevati dal primo dei Bruti»(Moniteur,tom. mix, pag. 165).
Ecco il discorso che dirà il conte di Cavour appena giunto sul Campidoglio, conchiudendolo poi col suo solito ritornello:Bisogna pagare e pagar molto! Anche a Mazzini riuscì di salire a tanta altezza, e ci racconta il Farini cheper le elezioni in Campidoglio a pubbliche spese si rifocillavano i diligenti. Dal Campidoglio i mazziniani pubblicavano la costituzione della repubblica; ma ben presto succedeva la ristaurazione del governo papale.
Il deputato Guerrazzi mentre spronava il conte di Cavour a impadronirsi di Roma e salire sul Campidoglio dicea opportunamente: «Noi pensiamo che dietro il Campidoglio ci è la rupe Tarpea; pensateci anchevoi». E se i ministri e i deputati ci penseranno davvero, conosceranno ben presto che quanti vollero salire sul Campidoglio camminando sulle rovine del Papa, trovaronsi invece sulla rocca Tarpea, e di là furono precipitati dalla mano di Dio.
Crescenzio Numanziano, conquistato Castel Sant'Angelo, stimava di essere signore del Campidoglio, e con inaudite crudeltà tentava operare la instaurazione di Roma risuscitando una larva di libertà gentilesca. Ma ben presto trovossi sulla rocca Tarpea, e giù negli abissi!
Arnaldo da Brescia volevadi Pietro crollar l'immobil pietra, e ricondurre i Romani alla grandezza dell'antica repubblica. Ma Roma, dice lo stesso Sismondi, sotto il governo di un Senato repubblicano trovossi in preda a tanti disordini che volontaria si sottomise al Senato nominato dal Pontefice. E Arnaldo da Brescia giù dalla rocca Tarpea, giùnegli abissi!
Stefano Porcari voleva liberare Roma dal Papa, e gli parve di essere quel cavaliere, a cui Roma «con gli occhi molli di pianto chiedeva mercé da tatti i sette colli». E preparò macchinamenti per impadronirsene a forza, fé' arruolare masnadieri e banditi, e insinuatosi di nascosto concertò di occupare il Campidoglio, prendere il Papa, i Prelati, e Castel Sant'Angelo. Ma il Porcari trovossi invece sulla rocca Tarpea, e giù negli abissi!
Così avvenne a tutti coloro che tentarono di salire sul Campidoglio e romper guerra, al Papa. Saliteci, signor conte di Cavour, saliteci per un momento, e contemplate da quell'altezza il tristissimo fine di tolti i nemici della Santa Sede. E se abbisognate di una guida perciò ve la somministra un romano, Carlo Ripandelli, che mandò testà alle stampe alcuniPensieri sul Pontefice e sui suoi persecutori((27)).
Ma non per questo il conte di Cavour e i suoi si arresteranno. Fatu trahtìnt: la rivoluzione italiana vuol muovere contro Roma. Ornai tutti i Principi della Penisola furono disfatti. La grande statua dell'indipendenza è presso ad essere compiuta. È una statua grande, di un'altezza sublime ed uno sguardo terribile.
Però dal Campidoglio, su cui sperano gli italianissimi di elevare la statua, un sassolino misterioso sta per partirsi,lapis de monte sine manibus,e percuoterà l'idolo famoso nelle sue piante che sono di ferro e di creta, e verrà ridottoquasi in facillam aestioae areae quae rapta est vento.
Della statua superba non resterà vestigio, e il sassolino diventerà un gran monte che riempirà tutto il mondo. Questa profezia di Daniele è la storia della Chiesa e del Pontificato Romano. Affrettatevi, o rivoluzionarii, a salire sul Campidoglio, ma coi vostri nuovi attentati nuovamente dimostrerete che Dio ha dato al suo Pontefice un regno che non verrà dissipato in eterno: tutti i regni che gli fan guerra saranno stritolati e consumati,et ipsum stabit in aeternum.
(Pubblicato il 14 luglio 1860).
Tommaso Carlisle l'uomo, secondo il Mazzini,dai nobili e generosi affettiche reggono la sua vita e brillano in tutti i suoi scrittinella suaStoria della rivoluzione francese, vol. 1, lib. IV, cap. IV, fa menzione dimolti deplorabili stadii di ciarlatanocrazia,pei quali ha da passare la democrazia prima di riuscire a creare il nuovo mondo sociale, politico e religioso.
Lademocrazia, come tutti sanno, vuol dire governo del popolo, e laciarlatanocrazia, come è facile capire, significa governo de' ciarlatani. E noi intendiamo provare brevemente in questo articolo, che l'annessione di Savoia e di Nizza alla Francia, badate bene di Savoia e di Nizza alla Francia, e i grandi vantaggi che se ne promettevano al popolo, furono tutti effetto diciarlatanocrazia; laondel'Avenir,badate bene,l'Avenirequalche giornale savoino meritano d'essere laureati in questa scienza.
Veggiamo di fatto che cosa si dicesse ai Nizzardi ed ai Francesi prima dell'annessione. Si diceva ch'erano sotto un governo tirannico, carichi d'imposte, sopraffatti dai debiti; e si prometteva loro un Eldorado un paradiso terrestre, quando avessero abbandonato il governo antico. Ma così le accuse contro il governo antico, come le promesse sotto il governo nuovo erano effetto d'una solenne ciarlatanocrazia.
Rileviamo dalCourrier des Alpesdell'11 di luglio, che v'hanno in Savoia parecchimalheureux d'étre heureux,come esso dice, i quali cioè cominciano a vedere e a toccare con mano che i ciarlatani sono sempre ciarlatani, e che i Savoiniannessialla Francia continuano a vivere come vivevano, e peggio.
E costoro non debbono essere in sì scarso numero, perché ilCourrierspende un articolo affine di persuaderli che aspettino, che non vadano achercher midi à quatorze heures, e che si consolino pensando allastella, perché lastella dei Francesi è la stella della Francia«Note étoile des Francata est l'etoile de la France».
Che se la Savoia incomincia sentirsi vittima dellaciarlatanocrazia delle annessioni, vi sappiam dir noi che Nizza non ride. LaGazzettadi quella città annunzia che tutti i generi di consumazione e di prima necessità aumentarono di prezzo; laddove gli oggetti di lusso e d'industria, per la concorrenza dei mercanti francesi, diminuirono assai di valore.
Quindi due mali, minore guadagno, e maggiore spesa per vivere. Ei Nizzardi non sentono ancora le nuove imposte; non godono ancora le delizie del debito pubblico francese; la loro annessione alla Francia non ha portato ancora tutti i suoi frutti. Se ne accorgeranno più tardi; ogni giorno che passerà, dovranno ricordarsi del fataleouiche hanno deposto nell'urna.
Intanto Nizza che unita al Piemonte era la terza città dello Stato nostro, ora è divenuta l'ultima dell'Impero francese, ha perduto la Corte d'Appello ed ogni sua importanza, e non tarderà a perdere quel concorso di forastieri che erano la sua principale ricchezza.
Imparino almeno oggidì Nizza e Savoia (imperocché noi non parliamo che di Savoia e di Nizza), imparino a conoscere i ciarlatani politici che loro promettevano tanti benefizi andati sì presto in fumo.
Imparino a disprezzare i raggiratori, i commettimale politici, i soffioni che, sotto il pretesto di migliorarne la condizione, li indussero ad abbandonare la loro antica patria, e il proprio Re.
Le imposte del passato governo, e le delizie del nuovo erano pura e pretta ciarlatanocrazia, giacché verranno ora a pagare mollo più di quello che pagassero precedentemente.
Ciarlatanocraziaera la libertà che loro si annunziava sotto l'Impero francese; e ornai i Savoini e Nizzardi si saranno accorti che agli arbitrii ministeriali succedettero le imperiali volontà, ed agli inquisitori del Po, le spie della Senna.
Ciarlatanocraziai ladri che dipingevansi con sì tetri colori sotto il governo nostro per invogliare que' popoli del governo altrui; mentre sono ladri in Nizza francese, come trovavansi tagliaborse in Nizza italiana.
Ciarlatanocraziai debiti del Piemonte, quasi che la Francia non ne avesse. Ornai ogni governo ha i suoi, e li ha tanto maggiori quel governo che precedette gli altri nel lubrico cammino dellaeconomia politicae del progresso moderno.
Ciarlatanocraziale imposte subalpine che, sebbene gravi ed enormi, sono però molto lontane dal raggiungere quelle dell'Impero francese, giacché la libertà nostra non data che dal 1848, mentre la libertà francese incomincia dai grandi principiidel 1789.
Ciarlatanocraziala felicità, la prosperità, i guadagni, gli onori, e tutto il resto che venne promesso per favorire l'annessione. I guadagni dovevano farli coloro che cooperarono a strappare dal popolo questo voto. Oh! essi guadagnarono davvero, «si trovano molto meglio di prima. Ma il popolo è sempre lo stesso, se pure non ha peggioralo di molto.
Quando si propone a qualche città e a qualche Stato di mutar governo e di passare ad altri, se si badasse alle conseguenze, se si pesassero con giusta bilancia i danni ed i vantaggi che sono per derivarne, si guarderebbero con orrore le rivoluzioni e i cangiamenti.
La storia del fìgliuol prodigo non è soltanto quella di molli individui, ma anche di molte città e di molli paesi. Non v'ha luogo dove si stia meglio che nella propria famiglia; ma sgraziatamente quando i popoli lo capiscono, non possono più dire:surgam, et ibo al patrem meum.
Almeno non possono dirlo le popolazioni di Nizza e della Savoia, perché passarono legalmente alla «Francia col consenso del proprio Re e coll'unanimità del proprio voto. Esse sono tenute in coscienza ad obbedire all'Imperatole, perché loro legittimo Sovrano, e se non hanno caro il nuovo governo, ne rendano grazie allaciarlatanocraziache l'ha promosso e favorito.
IlGiornale del Regno delle due Siciliedel 13 aprile 1860 contiene quanto segue: Pubblichiamo qui appresso ciò che nella sua data interna contiene ilGiornale Officiale di Sicilia dei10, tranne l'ordinanza e le due proclamazioni da noi pubblicate:
«Palermo, 10 aprile.
«Gli atti, che qui appresso inseriamo, emanati dal generale comandante le armi nella provincia e real piazza di Palermo, accennano gli avvenimenti che qui hanno avuto luogo in questi ultimi giorni, e che avean cominciamento con un molo sedizioso nel mattino del 4 corrente mese. L'autorità, cui è confidata la tutela dell'ordine, avea già fatto conoscere precedentemente al generale comandante le armi i propositi di una fazione, i cui incitamenti non ebbero verun eco nella città: e tutte le disposizioni erano state già adottate anticipatamente, sì che quando l'insurrezione cercò levare il capo, fu soffocala nel locale stesso, dove tentò le prime sue prove.
«Il convento dei Minori. Osservanti della Gancia fu il punto di convegno di una mano di nomini, i quali, sorpresi pria che uscissero in piazza, opposero quella resistenza che poteron maggiore, dappoiché, accortisi della presenza degli agenti dell'ordine pubblico, cominciarono ad aprire un vivo fuoco contro la gendarmeria, le guardie di polizia ed i compagni d'armi, che fin dalle prime ore del mattino circondavano quell'edificio. Un battaglione delle reali milizie arrivato prontamente sul luogo, atterrate le porte del convento, entrava a viva forza colla baionetta ed al grido di viva il Re! onde reprimere quel sedizioso tentativo, e disperdeva con uno slancio ammirevole di valore, od arrestava quanti stavano rinchiusi nell'edificio, dove furon rinvenute armi e munizioni da fuoco.
«Nella stessa mattina del 4 il generale comandante le armi della provincia e real piazza di Palermo, concentrando nelle sue mani tutti i poteri, emanava la seguente ordinanza:
(È quella che dichiara lo stato di assedio, di cui sopra abbiamo fatto cenno, e dopo la quale si leggono le seguenti parole):
«La città rimasta silenziosa a sì sconsigliata provocazione, vide nelle energiche misure adottate la più salda guarentigia, dell'ordine, e se la presenza di gente raccogliticcia, la quale nella stessa mattina del 4 si mostrò in varii punti del contado, potà destare negli onesti e pacifici abitanti delle apprensioni, queste dileguaronsi a fronte della più decisa altitudine delle reali milizie che respinsero ripetutamente quelle bande, le quali tentavano di penetrare nella città.
«Quest'attitudine tranquilla non potea non meritar gli elogi del generale comandante le armi, e pubblichiamo qui appresso le due proclamazioni emanate nei giorni 5 e 7.
(Seguono le due suddette proclamazioni, dopo le qualiilGiornale Officiale di Siciliacontinua come appresso):
«Queste rincoranti parole non rimasero inascoltate, perché la città cominciò a rassicurarsi, e varii negozi furono aperti nella maggior via, e tutti indistintamente nelle vie secondarie. Però è a notare che giammai si pati penuria di generi annonari; che la libera circolazione non fu in verun giorno arrestata, e che le stesse misure rigorose a tutela dell'ordine non furon severamente attuate.
Stamane il generale comandante le armi emanava il proclama, che pubblichiamo qui appresso, ed esso annunzia che la causa dell'ordine ha trionfato, chele reali milizie hanno investito ieri gli avanzi delle bande in armi vaganti pel contado; che tutte le ruote della macchina governativa riprendono il loro normale movimento, giammai interrotto del resto, e che la fiducia rinata nei pacifici abitanti è la conseguenza della certezza di sapersi sicuri e tutelati da un potere energico e previdente.
«Il Generale Comandante le armi della provincia e real piazza di Palermo.
«Fà palese che un certo numero di predoni, di quelli che fiutano il sacco e la rapina in tutte le perturbazioni civili, corsero ad infestare it contado nella speranza d'irrompere in città, appena seppero il moto sedizioso del mattino del 4 dello stante. Questa gente, che tiene ancora in ansietà la città, e sulla quale gli agitatori fondano ancora le loro speranze di sovversione, ieri è stata vigorosamente attaccata dalle reali milizie del villaggio di S. Lorenzo, ed in breve ora rotta e dispersa.
«A tornare alla completa quiete, a rianimare ogni pubblico servizio, ed a riattivare il traffico ed il commercio, ingiunge a tutti i capi delle amministrazioni civili e giudiziarie a riprendere il corso degli affari, inculcando agl'impiegati di recarsi al loro posto. I capi delle amministrazioni faranno quotidianamente giungere alla sede di questo comando delle armi gli stati d'intervento degli uffiziali delle rispettive officine. Invita tutti i negozianti ed i fabbricanti ad aprire i loro magazzini ed i loro opifici, ed a ripigliare i negozi ed il lavoro, facendoli certi che l'autorità tutelerà i loro interessi. Comunque permanessero le restrizioni, che sono una conseguenza dello stato d'assedio, pure ogni agevolezza sarà data al commercio pel trasporto delle merci e delle derrate fra l'interno e l'estero della città. Abitanti di Palermo! Stringetevi intorno alla idea dell'ordine, e smettendo ogni sinistra preoccupazione, tornate con fiducia alle vostre abitudini ed alle vostre occupazioni, all'ombra di un potere provvido e forte.
«Palermo, 10 aprile 1860.
«Il Generale Comandante
le armi nella Provincia e real Piazza.
GIOVANNI SALZANO».
«Il valore delle reali milizie e l'alta preveggenza con cui furono ordinati e diretti i loro movimenti, sono superiori ad ogni lode; ed ora, mercé i poderosi rinforzi venati dal continente, forti colonne mobili muovono per ogni verso affine di rassicurare colla loro presenza le pacifiche popolazioni.
Non altro aggiungiamo a questo estratto, se non che tutte le ulteriori notizie fino a questa mattina, che ci vengono dalla Sicilia, o trasmesse dal telegrafo, o portate dai piroscafi, consuonano con le precedenti, confermando che in tutta l'Isola domina l'ordine e la massima tranquillità. In questo punto giunge un altro piroscafo con notizie sempre più liete sopra la città di Palermo e suoi dintorni, annunziando che ogni cosa vi procede ottimamente, e che gli affari seguono da per tutto il loro pacifico andamento.
DalGiornale Ufficiale del Regno delle due Sicilie, N° 110 del 18 di maggio 1860, leviamo le seguenti notizie: «Mentre il real governo co' più generosi e perseveranti sforzi e con la minima effusione di sangue era riuscito a sedar la rivolta in Sicilia, un alto di flagrante pirateria veniva consumato il dì 11 di questo mese, mercé lo sbarco di gente armata alla marina di Marsala, siccome annunziammo col supplemento al N° 106 di questo giornale, secondo i primi dispacci pervenutici telegraficamente.
«Posteriori rapporti han chiarito esser la banda disbarcata di circa ottocento e comandata da Garibaldi. Appena que' filibustieri ebbero preso terra, evitarono con ogni cura lo scontro delle reali truppe, dirigendosi, per quanto ci vien riferito, a Castelvetrano, minacciando i pacifici cittadini e non risparmiando rapine, incendi e devastazioni di ogni sorta pe' comuni da loro attraversati.
«Ingrossatisi ne' primi quattro giorni della loro scorreria con gente da loro, armata e profusamente pagala, si spinsero a Calatafimi.
«Risaputo ciò in Alcamo, il brigadiere Landi, la sera stessa di quel giorno, quantunque alla testa di forze molto minori, mosse ad affrontare quelle masnade, che nello scontro vivo ed ostinato soffrirono gravi perdite tra morti e feriti. Esse furono battute al grido diViva il Re,scacciate ed inseguite fino alle montagne, nelle quali ricovraronsi; ed il prelodato Brigadiere stabilì in Calatafimi il suo quartier generale.
«Com'egli ebbe poi avuto notizia che la gente da lui fugata, non ignara che la città di Alcamo, appena uscitene le reali truppe, avea alzato il vessillo della rivolta, e che lo stesso avean fatto i facinorosi abitanti di Partenico, mosse a quella volta, e manomise con immenso valore e slancio irresistibile le masnade che occupavano que' comuni. In Partenico segnatamente la gente di Garibaldi, attaccata alla baionetta con impeto straordinario da una parte dell'8° Cacciatori ed una parte de' Carabinieri a piedi, ebbe perdite gravissime. Quivi un uffiziale superiore, che un prigioniero asserisce essere o il colonnello Bixio o il figlio dello stesso Garibaldi; mentre teneva la bandiera nelle mani ed incuorava la sua gente fu trafitto con un colpo di baionetta da un giovane soldato dell'8° Cacciatori, il quale venne all'istante promosso a 2° sergente. Quella bandiera ed il cavallo dell'ucciso rimasero in potere de' vincitori.
«Dopo due giorni di gloriosi combattimenti la colonna del brigadiere Landi rientrava a Palermo, ognuno de' suoi componenti con la coscienza di aver valorosamente adempito a' proprii doveri».
Lo stesso giornale pubblica due decreti di Francesco II relativi alla Sicilia. Il primo decreto è del seguente tenore:
«Considerando che dopo il disbarco de' faziosi in Sicilia l'ordine pubblico trovasi colà gravemente compromesso, nella intenzione di far cessare il più presto possibile lo stato attuale delle cose, tanto dannoso alla pubblica sicurezza ed agl'interessi de' nostri amatissimi sudditi al di là del Faro;
«E volendo or noi nella sollecitudine dell'animo nostro convenevolmente ripristinare l'ordine con provvidi ed energici temperamenti governativi, ed accorrere con tutti i mezzi adatti alla natura degli avvenimenti che colà si succedono;
«Sulla proposizione del nostro consigliere ministro segretario di Stato presidente del Consiglio dei ministri, abbiamo risoluto di decretare e decretiamo quanto segue:
«Art. 1. Nominiamo il tenente generale D. Ferdinando Lanza nostro commissario straordinario in Sicilia con tutti i poteri dell'alterego, onde recarsi in quella parte de' nostri reali dominii, e nei punti dove crederà meglio per ristabilire la calma, ricondurre l'ordine, animare i buoni e tutelare le persone e le proprietà.
«Art. 2. Egli eserciterà le funzioni inerenti a tale incarico fino a che, ripristinato l'ordine, invieremo colà il Real Principe che abbiamo già prescelto per nostro luogotenente generale ne' nostri dominii oltre il Faro.
«Art. 3. Accorderà in nostro real nome ampio e general perdono a tutti i nostri sudditi che, or traviati, faranno la loro sommessione alla legittima autorità.
«Art. 4. Il nostro consigliere ministro segretario di Stato presidente del Consiglio de' ministri, e tutti i nostri ministri segretari di Stato sono incaricati, ciascuno per la parte che lo riguarda, della esecuzione del presente decreto.
«Napoli, 15 maggio 1860.
«Firmato: FRANCESCO».
Il secondo decreto che porta egualmente la data del 15 di maggio, dice: «D. Pietro Ventimiglia, nostro procurator generale presso la Gran Corte dei Conti in Palermo, è destinalo provvisoriamente alle funzioni di ministro segretario di stato presso il nostro luogotenente generale ne' nostri reali dominii oltre il Faro, e sarà incaricato di assistere nella spedizione di tutti gli affari il tenente generale D. Ferdinando Lanza nostro commissario straordinario in Sicilia».
La partenza di Garibaldi con altri volontari del nostro Stato per sostenere la rivoluzione siciliana, o piuttosto per riaccenderla, è una pagina importante della storta contemporanea, epperò noi dobbiamo raccogliere i fatti e i documenti che vi si riferiscono.
Nella Camera dei Deputati il sig. Bertani, deputato lombardo, interpellò il conte di Cavour eccitandolo a mandare soccorsi alla Sicilia. Il signor conte, secondo il solito, se ne usci pel rotto della maglia.
Il 6 di maggio questo signor Bertani scriveva aiPungolodi Milano la seguente lettera, che troviamo stampata nelPungolodell'8 corrente.
«Genova, 6maggio. Il generale Garibaldi mi lasciava ieri la lettera, di cui le unisco copia, che credo necessario di pubblicare.
«Nell'assumermi l'incarico avuto, giacché, malato, qual sono, non potei questa volta seguire, come avrei pur desiderato, la sorte di tanti amici nella generosa impresa, io la prego, signore, di voler dargli la maggiore pubblicità che per lei ai possa, e di adoperare tutta la di lei patriottica attività ed influenza, perché i gravi bisogni, cui accenna il generale, le sue convinzioni per la nostra salvezza e i provvedimenti che suggerisce possano ottenere il valido e pronto aiuto, che ogni liberale italiano deve sentir obbligo di dare.
«Coi dovuti ringraziamenti la riverisco.
«Aff. Bertani.
«Mio caro Bertani,
«Genova, 5 maggio 1860.
«Spinto nuovamente sulla scena degli avvenimenti patrii, io lascio a voi gli incarichi seguenti:
«Raccogliere quanti mezzi sarà possibile per coadiuvarci nella nostra impresa.
«Procurare di far capire agli Italiani, che se saremo aiutati dovutamente, sarà fatta l'Italia in poco tempo e con poche spese; ma che non avran fatto il dovere quando si limiteranno a qualche sterile sottoscrizione.
«Che l'Italia libera d'oggi, in luogo di centomila soldati, deve armarne cinquecento mila, numero non certamente sproporzionato alla popolazione, e che tale proporzione di soldati l'hanno gli stati vicini, che non hanno indipendenza da conquistare; con tale esercito l'Italia non avrà più bisogno di stranieri, che se la mangiano poco a poco col pretesto di liberarla;
«Che ovunque sono Italiani che combattono oppressori, là bisogna spingere tutti gli animosi e provvederli del necessario per il viaggio;
«Che l'insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla, ma dovunque sono dei nemici da combattere.
«lo non consigliai il moto della Sicilia; ma, venuti alle mani quei nostri fratelli, ho creduto obbligo di aiutarli.
«Il nostro grido di guerra sarà:Italia e Vittorio Emanuele, e spero che la bandiera italiana anche questa volta non riceverà strazio.
«Con affetto,
vostroG. GARIBALDI».
Lo stessoPungolo, nel citato numero 126 dell'8 di maggio, pubblica i seguenti particolari sulla partenza di Garibaldi, colla data diGenova, 6maggio.
«Stamane Garibaldi è partito per la Sicilia con 1300 uomini,Sìrtori,Medici, NinoBixio,il colonnello Turr, il conteTeleki;insomma con tutti i suoi migliori ufficiali. Di notte salirono a bordo dei due vapori, credo ilCavoure il Piemonte— e costrinserocon le pistole alla golai due capitani a salpare. — La Società Rubattino protestò per laviolenza subitache lerubòi suoi bastimenti. — Garibaldi comanda uno di questi, l'altro lo comanda Nino Bixio — come sapete, sono due eccellenti marinai. — Li segue un altro legno straniero. —A bordo vi sono armi, munizioni da guerra e da bocca, carbone e danaro. — I tre legni d'imbarco furono armati in fretta, ma abbastanza bene. — Una popolazione commossa, esaltata assisteva all'imbarco, sebbene avvenisse sul crepuscolo del mattino. — Fra due o tre giorni sarà pubblicato un proclama di Garibaldi alla nazione, con cui le chiede scusa della violenza commessa — la necessità la giustifica, la santità della causa la santifica — comunque vadano le cose, confida che la generosità della nazione soddisferà ai danni che la sua violenza cagiona ai terzi —domanda danari per la Sicilia».
Garibaldi prima di partire ba lasciato un proclama pel nostro esercito, ed è il seguente:
«Soldati italiani,
Per alcuni secoli la discordia e l'indisciplina furon sorgente di grandi sciagure al nostro paese. Oggi è mirabile la concordia che anima le popolazioni tutte dalla Sicilia alle Alpi. Però di disciplina la Nazione difetta ancora; e su di voi che sì mirabile esempio ne deste e di valore, essa conta per riordinarsi e compatta presentarsi al cospetto di chi vuol manometterla.
«Non vi sbandate adunque, giovani! Resto delle patrie battaglie 1 Sovvenitevi che anche nel Settentrione abbiamo nemici e fratelli schiavi, e che le popolazioni del Mezzogiorno, sbarazzate dai mercenari del Papa e del Borbone, abbisogneranno dell'ordinato, marziale vostro insegnamento, per presentarsi a maggiori conflitti.
Io raccomando dunque, in nome della patria rinascente, alla gioventù che fregia le file del prode esercito, di non abbandonarla, ma di stringersi vieppiù ai loro valorosi ufficiali ed a quel Vittorio, la di cui bravura può essere rallentata un momento da pusillanimi consiglieri, ma che non tarderà molto a condurci tutti a definitiva vittoria.
«Firmato:
Giuseppe Garibaldi.
Intanto il signor La Farina, presidente della Società Nazionale, diresse in Napoli la seguente lettera, che abbiam l'obbligo di pubblicare:
«Società Nazionale Italiana,
«Il Comitato che in Napoli ba per simboloOrdine,è dichiarato parte della Società Nazionale Italiana, edèfacilitato ad assumere il nome diComitato Napolitano della Società Nazionale Italiana.
Il Comitato centrale di Torino prega quindi tutti coloro i quali accettano i programma che ai compendia nello paroleIndipendenza, Unificazione e Casa Savoiaa cooperare col detto Comitato Napolitano pel trionfo definitivo della nobile causa che difendiamo.
«Torino.
«Il Presidente La Farina».
Garibaldi chiama i soldati napoletani figli dei Sanniti e dei Marzi, e li invita a stringersi ai fratelli della Sicilia.
All'esercito napoletano.
La tracotanza straniera signoreggia sulla terra italiana per le discordie italiane. Ma il giorno che i figli dei Sanniti e dei Marzi, stretti ai fratelli della Sicilia, daranno la mano agl'Italiani del settentrione, in quel giorno il popolo nostro, di cui siete la più bella parte, ripiglierà, come ne' passati tempi, il suo posto tra le prime nazioni dell'Europa.
Soldato italiano, io ambisco solo di vedervi schierati accanto a questi soldati di Varese e di San Martino, per combattere insieme i nemici dell'Italia!
G. GARIBALDI.
Garibaldi dichiara agli abitanti del Napoletano che è tempo d'insorgere per godere le delizie degli altri undici milioni d'Italiani, comprese le imposte ed i debiti.
Agli abitanti del Napoletano
Tempo è d'imitare l'esempio magnanimo della Sicilia, sorgendo contro la più scellerata delle tirannidi. Alla razza spergiura ed assassina, che sì lungamente v'ha torturati e calpesti, sottentri alla fine il libero governo onde godono altri undici milioni d'Italiani, ed al turpe vessillo borbonico il glorioso vessillo dai tre colori, simbolo fortunato dell'indipendenza e dell'unità nazionale, senza le quali è impossibile libertà vera e durevole.
I vostri fratelli del settentrione non ambiscono altro che l'abbraccio vostro al consorzio della famiglia italiana.
G, GARIBALDI — G. RICCIARDI— BARONE STOCCO.
Garibaldi avverte i Siciliani che chi non impugna un'arma è un codardo od un traditore, e che in conseguenza verrà trattato come i traditori ed i codardi.
Siciliani!
Io vi bo guidato una schiera di prodi, accorai all'eroico grido della Sicilia — Reato delle battaglie lombarde — Noi siamo con voi! — e noi non chiediamo altro che la liberazione della nostra terra — Tutti uniti l'opera sarà facile e breve — All'armi dunque! chi non ira pugna un'arma è un codardo od un traditore della patria. Non vale il pretesto — della mancanza d'armi. Noi avremo fucili, ma per ora un'arma qualunque ci basta — impugnata dalla destra d'un valoroso — I municipii provvederanno ai bimbi, alle donne ed ai vecchi derelitti. — All'armi tutti! — La Sicilia insegnerà ancora una volta come si libera un paese dagli oppressori, colla potente volontà d'un popolo unito.
G. GARIBALDI.
Garibaldi rilascia un attestato ai direttori dei vapori nazionali, che essi hanno dovuto cedere ad unalto di violenza.
Genova, 5 maggio.
Signori Direttori dei Vapori Nazionali,
Dovendo imprendere un'operazione in favore d'Italiani militanti per la causa patria — e di cui il governo non può occuparsi — per false diplomatiche considerazioni — ho dovuto impadronirmi di due vapori dell'Amministrazione da LL. SS. diretta e farlo all'insaputa del governo stesso e diluiti.
Io attuai un atto di violenza; ma comunque vadano le cose — io spero che il mio procedimento sarà giustificato dalla causa santa servita — e che il paese intiero vorrà riconoscere, come debito suo da soddisfare, i danni da me arrecali all'Amministrazione.
Quandoché non si verificassero le mie previsioni sull'interessamento della nazione per indennizzarli — io impegno tutto quanto esiste di denaro e materiale appartenente alla sottoscrizione per il milione di fucili, acciocché con questo si paghi qualunque danno, avaria, o perdita a LL. SS. cagionata.
Con tutta considerazione
G. GARIBALDI.
Lettera di Garibaldi al sig. Caranti, colla quale domanda oro,uomini ed armi.
Genova, 5 maggio.
Mio caro Caranti,
É quasi certo che partiremo questa sera per il mezzogiorno. In questo caso io conto con ragione sull'appoggio vostro. Bisogna muovere la nazione—liberi e schiavi, lo non consigliai il moto della Sicilia, ma credetti dover accorrere dove Italiani combattono oppressori, lo sono accompagnato da uomini ben noti all'Italia, e, comunque vada, l'onore italiano non sarà leso.
Ma oggi non si tratta del solo onore, bensì di rannodare le membra sparse della famiglia italiana per portarla poi compatta contro più potenti nemici. Il grido di guerra sarà Vittorio Emanuele ed Italia.
Io assumo la risponsabilità dell'impresa, e non ho voluto scrivere al Re né vederlo, perché naturalmente mi avrebbe vietato di operare.
Vedete tutti i nostri amici, che vi aiutino a dare al popolo italiano la sublime scossa di cui è capace certamente, e che deve emanciparlo.
Non si tocchi al prode nostro esercito, ma, quanto v'è di generoso nella nazione, si mova verso i fratelli oppressi, e questi Riarderanno e combatteranno per noi domani. Oro, uomini, armi, l'Italia tutto possede. Presto avrete notizia di noi.
G. GARIBALDI.
Togliamodall'Indipendentedi Messina, nel suo 1° numero, il seguente proclama di Garibaldi:
Alle popolazioni del continente napolitano
L'opposizione dello straniero interessalo al nostro abbassamento, e le interne fazioni, impedirono all'Italia di costituirsi.
Oggi sembra che la Provvidenza abbia posto un termine a tante sciagure.... L'unanimità esemplare delle provincie tutte —eia Vittoria sorridendo dovunque alle armi dei figli della libertà — sono una prova che i mali di questa terra del genio toccano al termine.
Resta un passo ancora!.... e quel passo non lo pavento. Se si paragonano i poveri mezzi che condussero un pugno di prodi sino a questo Stretto, coi mezzi enormi di cui noi disponiamo oggi, ognuno vedrà che l'impresa non è difficile.
lo vorrei però evitare, fra Italiani, lo spargimento del sangue — e perciò mi dirigo a voi figli del continente napolitano.
Io ho provato che siete prodi — ma non vorrei provarlo ancora. — Il sangue nostro noi lo spargeremo insieme sui cadaveri del nemico d'Italia — ma tra noi.... tregua!....
Accettate, generosi, la destra che non ha mai servito un tiranno — ma che si è incallita al servizio del popolo.... A voi chiedo di far l'Italia, senza l'eccidio de' suoi figli.... e con voi di servirla o di morir per essa.
Messina, 6 agosto 1860.
G. GARIBALDI.
L'Unitàdi Genova del 29 agosto 1860 insiste provando contro i ministeriali, che il programma di Garibaldi è correre contro Roma nello stesso tempo che si corre contro Napoli. Ecco le paroledell'Unità: «Osare per vincere.
«È il proclama di Garibaldi. E sui primi del mese ei scriveva per telegrafo aun amico influente:il15,i nostri saranno in terraferma, nel Regno:AGITE AOLTRANZA NELLE PROVINCIE ROMANE.
«Citando un dispaccio privato, non crediamo tradire un segreto. Siam certi di non essere biasimati da Garibaldi. Quel dispaccio compendia energicamente quanto, con parole e con fatti, egli ba detto dal 5 maggio in poi.
«Garibaldi ba tenuto la sua promessa: i nostri sono sulle terre napoletane. Perché il paese non si affretta a compiere l'altra metà del programma? Voi acclamate a Garibaldi come al solo che ha mostrata la vera via; perché non lo seguite su quella? Perché perdete un tempo prezioso in discutere sul capo da scegliersi o sul programma più o meno esplicito, più o meno intollerante da portarsi alle provincie oppresse d'Italia? Capo è chi guida, capo è chi osa».
Traduciamo dalDailv Newsla lettera seguente, che Garibaldi avrebbe indirizzato al re Vittorio Emanuele:
Sire,
il grido di affanno che dalla Sicilia arrivò alle mie orecchie, ba commosso il mio cuore, e quello di alcune centinaia de' miei vecchi compagni d'arme. Io non bo consigliato il movimento insurrezionale de' miei fratelli di Sicilia, ma dal momento che essi si sono sollevati a nome dell'unità italiana, di cui Vostra Maestà è la personificazione, contro la più infame tirannia dell'epoca nostra, non ho esitato di mettermi alla testa della spedizione. So bene che m'imbarco per un'impresa pericolosa, ma pongo confidenza in Dio, nel coraggio, e nella devozione de' miei compagni.
Il nostro grido di guerra sarà sempre: «Viva l'unità d'Italia!—Viva Vittorio Emanuele, suo primo e più bravo soldato!» — Se noi falliremo, spero che l'Italia e l'Europa liberale non dimenticheranno che questa impresa è stata decisa per motivi puri affatto da egoismo, e interamente patriottici. Se riusciremo, sarò Superbo d'ornare la corona di Vostra Maestà di questo nuovo e brillantissimo gioiello, a condizione tuttavia che Vostra Maestà si opponga, a ciò che i di lei consiglieri cedano questa provincia allo straniero come hanno fatto della mia terra natale.
Io non ho partecipato il mio progetto a Vostra Maestà: temeva infatti che per la riverenza che le professo, Vostra Maestà non riuscisse a persuadermi d'abbandonarlo.
Di Vostra Maestà, Sire, il più devoto suddito
G. GARIBALDI.
Per ora ristampiamo senza alcun commento le seguenti linee, che si leggono nellaGazzetta Uffic. del Regnodel 17 di maggio 1860: «Alcuni giornali stranieri, acui fanno eco quei fogli del paese che avversano il governo del Re e le istituzioni nazionali, hanno accusato il ministero di connivenza nell'impresa del generale Garibaldi. La dignità del governo ci vieta di raccogliere ad una ad una queste accuse e di confutarle. Basteranno alcuni brevi schiarimenti.
«Il governo ha disapprovato la spedizione del generale Garibaldi, ed ha cercato di prevenirla con tutti quei mezzi, che la prudenza e le leggi gli consentivano la spedizione ebbe luogo non ostante la vigilanza delle autorità locali; essa fu agevolata dalle simpatie che la causa della Sicilia desta nelle popolazioni. Appenaconosciutasi la partenza dei volontarii,laflotta reale ricevette ordine d'inseguire i due vapori e d'impedirne lo sbarco. Ma la marineria reale non lo potò Bare, nella guisa stessa che non lo potò quella di Napoli, che puredaparecchi giorni stava in crociera nelle acque di Sicilia. Del resto l'Europa sa che il Governo del re, mentre non nasconde la sua sollecitudine per la patria comune, conosce e rispetta i principii del diritto delle genti, e sente il debitodi farli rispettare nello Stato, della sicurezza del quale ha la risponsabilità».
Il Giornale ufficiale di Sicilia porlain fronte lo stemma delle armi di Savoia. Tra gli altri atti ufficiali contiene i due seguenti proclami del Garibaldi.
«Siciliani!
«Il generale Garibaldi, dittatore in Sicilia, a nome di S. M. Vittorio Emanuele re d'Italia, essendo entrato in Palermo questa mattina, 27 maggio, ed avendo occupato tutta la città, rimanendo le truppe napolitane chiuse sol nelle caserme e nel Castello amare, chiama alle armi tutti i comuni dell'Isola, perché corrano nella metropoli al compimento della vittoria. «Dato in Palermo, oggi 27 maggio 1860.
G. GARIBALDI».
«Siciliani!
«Oggi la Sicilia presenta uno di quegli spettacoli, che giganteggiano nella vita politica delle nazioni, che tutte le generazioni ricordano con entusiasmo e reverenza, e che incidono immortale il marchio di sublime virtù ad un popolo grande e generosa.
«Italia abbisogna di concordia per esser potente, e la Sicilia sola dà il vero esempio della concordia. In questa classica terra il cittadino s'innalza sdegnoso dalla tirannide, rompe le sue catene, e coi ferrei frantumi trasformati in daghe combatte gli sgherri. Il figlio dei campi accorre al soccorso dei fratelli della città ed esempio stupendo, magnifico, edificatile in Italia, il prete, il frate, la suora marciano alla testa del popolo alle barricate ed alla pugna! Che differenza tra il dissoluto prete di Roma, che compra mercenari stranieri per spargere il sangue de' suoi concittadini, ed il nobile venerando sacerdote della Sicilia, che si getta primo nella mischia, dando la vita al suo paese! È veramente immortale il Cristianesimo!.... e lo provano al mondo questi veri ministri dell'Onnipotente!
«Palermo, 2 giugno 1860.
GARIBALDI».
Convenzione stabilita fra i sottoscritti per arrestare l'ulteriore effusione di sangue fra i combattenti di Palermo.
Per vedute umanitarie la tregua è prorogata sino al compimento delle seguenti operazioni:
1. Saranno imbarcati gli ammalati esistenti nei due ospedali e negli altri depositi colla massima celerità.
2. Sarà lasciato libero l'imbarco, o movimento per terra, a tutto il corpo d'esercito esistente in Palermo, con equipaggi, materiali, artiglieria, Cavalli, bagagli, famiglie e quant'altro possa appartenergli, secondo che S. E. il tenente generale Lanza stimerà, compreso il materiale che è nel forte di Castellammare.
3. Qualora fosse preferito l'imbarco, quello di tutte le truppe sarà preceduto da quello del materiale da guerra ed equipaggi, non che da una parte degli animali.
4. L'imbarco delle truppe e del materiale da guerra sarà al Molo,, trasferendo tutto ai Quattro Venti.
5. Il forte del Castellaccio, del molo e Batteria Lanterna, nonché le adiacenze, saranno evacuate dal generale Garibaldi.
6. Il generale Garibaldi consegnerà tutti gli ammalati e feriti che trovansi in suo potere.
7. Saranno scambiati in totalità, e non per numero, tutti i prigionieri e dispersi dall'una parte e dall'altra.
8. La consegna dei sette detenuti di Castellammare sarà fatta quando tutte le operazioni di spedizione e d'imbarco saranno ultimate coll'uscita della guarnigione di Castellammare. Detti detenuti saranno consegnati al Molo.
9. Firmati i suddetti patii, s'aggiunge per articolo addizionale, che la spedizione di cui si tratta avrà luogo per via di mare al Molo di Palermo. Palermo, 6 giugno 1860.
Pel generale Lanza
Il colonnello Cavillo Rovo,
sotto capo dello stato maggiore
Il gen. G. Letizia— Il gen. G. GARIBALDI.
Giuseppe Garibaldi, comandante in capo le forze nazionali in Sicilia, in virtù de poteri a lui conferiti, decreta:
Art. 1. È istituita una Commissione di difesa, la quale dovrà provvedere attivamente a quanto è necessario per costruire le barricate regolari in tutta la città, ed a metterla in istato di difesa indipendentemente dai generosi venuti dalle altre provincie italiane in soccorso della Sicilia.
Art. 2. Le barricate stabili si formeranno alla distanza di cento passi all'incirca l'una dall'altra, ed alla loro costruzione si adopereranno le pietre del selciato, le gabbionate, le fascine e sacchi ripieni di terra, mettendo alla direzione dei lavori persone intelligenti, che abbiano pratica nella costruzione di tali opere. Gli oggetti per le barricate mobili si prepareranno nei luoghi ove l'utilità lo esiga, e specialmente ove le nostre milizie debbano avanzarsi protette dal fuoco nemico, come nel dar l'assalto ai quartieri ed altri luoghi occupati dai regi.
Queste barricate si formeranno di botti piene di terra, di materazzi, paglia ricci, ecc.
Art. 3. La Commissione terrà un deposito di sacchi di terra che farà senza indugio riempire a migliaia e migliaia.
Art. 4. Le barricate devono essere sempre custodite dalle persone più coraggiose, che si trovano nella via ove sono erette.
Art. 5. Le porte e le finestre delle case devono essere aperte sì di giorno che di notte, onde dare ricetto alle persone, che la Commissione spedisce per assicurare meglio la difesa.
Art. 6. La Commissione organizzerà un corpo di guardia centrale che possibilmente risiederà vicino al luogo di sua residenza. Ogni via deve avere un corpo di guardia filiale, che col mezzo di piccole pattuglie si terrà in rapporto col corpo centrale, coll'incarico di mandare un espresso ogni mezz'ora per informarlo dell'andamento della difesa, e di spingere gli abitanti di ogni casa ad adoperarsi per la difesa della medesima.
Art. 7. La Commissione si circonderà di un forte distaccamento di uomini armati onde potere all'occorrenza spedire rinforzo nei sestieri più minacciati.
Art. 8. Avrà cura di far preparare della munizione, e specialmente la cosi detta polvere rivoluzionaria.
Ecco il proclama del prodittatore, con cui è promulgato lo Statuto Sardo col decreto relativo:
«Siciliani,
«L'illustre soldato, onore d'Italia, da voi acclamato vostro liberatore, vuole aggiungere alla gloria delle armi lo splendore delle civili riforme.
«Lo Statuto del Regno italiano, il patto inviolabile ed inviolato che unisce l'Italia e Vittorio Emanuele sarà proclamato in Sicilia.
«A questa suprema altre leggi susseguiranno. L'interesse della patria comune reclama che nuove discipline conformi, per quanto è possibile, a quelle di che va lieto il regno di Vittorio Emanuele, siano pubblicate nell'isola. Informati ai principii di libertà, i nuovi ordini cancelleranno le vestigia della funesta signoria, che per tanti anni vi afflisse.
«Siciliani! Voi avete compiuta una gloriosa rivoluzione. Ora dovete comporvi ordinati e sicuri come si conviene ad un popolo libero e risoluto ad aiutare efficacemente, con tutte le forze, la grande opera dell'unità nazionale.
«Che a questo fine santissimo tutti i buoni cittadini aiutino il governo, uniscano le loro forze, e non sia altra gara tra loro che di abnegazione e di patriottismo.
«Palermo, 4 agosto 1860.
«Il prodittatore Depretis.
«Il segretario di StatoF. Crispi».
«In virtù dell'autorità a lui delegata,
«Udito il parere dei segretari di Stato;
«Considerando che il voto espresso dai Siciliani nella gloriosa rivoluzione del 4 aprile col grido unanime degl'insorti, al quale unanime rispose quello di tutte le popolazioni dell'isola, con la bandiera che levarono combattendo, con gli indirizzi di tutti i Comuni, fu ed è l'annessione al regno italiano e costituzionale dell'augusto Vittorio Emanuele re d'Italia;
«Considerando che questo voto è conformo al diritto nazionale, superiore ed eterno, che spinge i popoli di una stessa nazione a costituirsi ad unitàdi Stato, e fu suggellato dal sangue degli insorti e dei valorosi, che guidati dal generale Garibaldi portarono vittoriosa e coprirono di nuovi allori la tricolore bandiera, nella quale è impressa la croce di Savoia;
«Che le altre provincie italiane e tutte le nazioni civili accolsero con plauso il programmaItalia e Vittorio Emanuele, e la bandiera della rivoluzione siciliana;
«Considerando che se i poteri straordinari della dittatura, intesi a consolidare l'ordine novello, ed a conseguire il fine della rivoluzione, non consentono perora l'attuazione immediata della legge fondamentale della Monarchia italiana, è necessario tuttavia affrettarne la promulgazione, perché in essa legge s'informa tutto l'ordinamento delle nuove leggi, delle autorità e delle giurisdizioni, che sono o debbono entrare in vigore; decreta:
«Art. 1. Lo Statuto costituzionale del 4 marzo 1848, vigente nel regno d'Italia, è la legge fondamentale della Sicilia.
«Art. 2. Esso entrerà in vigore nelle diverse sue parti all'epoca che sarà designata con decreto dittatoriale.
«Art. 3. Sarà pubblicato il detto Statuto insieme al presente decreto in ogni Comune e nelGiornale ufficiale di Sicilia.
«Art. 4. Tutti i segretari di Stato sono incaricati della esecuzione del presente decreto.
«Palermo, 3 agosto 1860.
Il Prodittatore Depretis.
«I segretari di Stato:
«F. Crispi — Gaetano La Loggia
— Giovanni Interdonato
— Vincenzo Errante — Michele Amari
— G. Piola— Gaetano San Giorgio
— Paterno — Francesco Di Giovanni.
La rivoluzione ba in Palermo un giornale ufficiale. Nel suo N° 8 e 9 si contengono molti decreti: La creazione dei tribunali miliari. Il decreto d'indennizzo pei danni cagionati dai borbonici. La creazione di una Commissione per il riordinamento della milizia nazionale.
Decreto: pena di morte per il furto, il saccheggio e l'omicidio. Creazione della Questura. Nomina del nuovo Municipio di Palermo. Nomina della Commissione delle barricate. Compenso da darsi in terre comunali o demaniali a chi avrà combattuto per la patria.
Inoltre nomine di governatori e presidenti di Municipio.
Luigi Scaglia, presidente del Municipio di Partenico — Pistone del Municipio di Carini.
Paolo Migliore, governatore del distretto di Palermo — Barone Angelo Vari sano, del distretto di Piazza — Domenico Bartoli, del distretto di Girgenti — V. Tedeschi, del distretto di Catania — G. B. Scavo, in Nicosia.
Nomina del ministero: Guerra e marina, V. Orsini — Interno e Finanze, F. Crispi — Giustizia, Guarneri — Culto e istruzione, Gregorio Ugdulena—Ispettore delle prigioni, Giuseppe Ugdulena.
Nomina d'una Commissione di parrochi per distribuzione di sussidii ai poveri.
Il 27 maggio Garibaldi loda i Siciliani per singolare concordia. Il 6 giugno proclama che adotta i figli dei morti per la patria:
Art. 1. I figli dei morti in difesa della causa nazionale sono adottati dalla patria.
Saranno educati e nutriti a spese dello Stato; se donne, fino agli anni sedici, se uomini, sino agli anni diciasette.
Giunte le donne agli anni sedici, avranno una dote conveniente alla loro origine, da conseguirla tostoché prenderanno marito. Gli nomini agli anni diciasette non saranno più a carico dello Stato; agli anni ventuno avranno un capitale pure conveniente alla loro origine.
Art. 2. Le vedove dei morti in difesa della causa nazionale avranno una pensione conveniente al loro stato. La pensione durerà finché si manterranno in vedovanza.
La stessa pensione è accordata alle vedove dei tredici individui che subirono la fucilazione nel giorno 14 aprile 1860.
I loro figli vanno compresi nella disposizione dell'antecedente articolo.
Art. 3. tutti coloro che per causa di ferite riportate battendosi in difesa della patria e della causa nazionale, resteranno storpi, o mutilati, o inabili al lavoro cui prima erano addetti, saranno raccolti in apposito ospizio, e mantenuti dallo Stato.
Art. 4. Il segretario di Stato dell'interno è incaricato per l'esecuzione del presente decreto.
Palermo, 6 giugno 1860.
Il Dittatore G. GARIBALDI
Il Segr. di Stato dell'interno F. Crispi.
IlGiornale ufficiale di Siciliadel 33 luglio 1860pubblica un decreto del generale Dittatore, datato da Milazzo il 22 eter a mese, sulla nominad'altronde già conosciuta dell'avv. Agostino Depretis, deputato al Parlamento nazionale, a Prodittatore; un altro decreto sulla proroga del termine per le operazioni delle Commissioni elettorali a tutto il 6 prossimo agosto, ed un lungo elenco di Consigli comunali che domandano l'annessione al Regno italiano sotto il re costituzionale Vittorio Emanuele.
Lo stesso giornale contiene ancora quest'altro decreto del dittatore Garibaldi.
Art. 1. Sulle entrate degli aboliti ordini religiosi dei Gesuiti e dei Liguorini è assegnata la somma di ducati 18,000 all'anno in favore della pubblica istruzione.
Art. 2. Questo assegnamento correrà dal giorno dell'abolizione de' detti due ordini.
Art. 3. La somma ai distribuirà alle università, licei, ed altri stabilimenti, d'insegnamento superiore e secondario dell'isola, nel modo che sarà stabilito con altro decreto.
Art. 4. Le biblioteche, musei d'antichità ed arti, o di scienze naturali, i gabinetti di fisica, e tutt'altra collezione di simil natura, che appartenevano ai Gesuiti o ai Liguorini saranno addette ad uso pubblico ciascuna nella stessa città ove si trovi, e verranno aggregate agli stabilimenti analoghi della città quando ve ne siano.
Art. 5. I fondi assegnati per posti franchi, o mezzi posti franchi nei collegi dei medesimi ordini, saranno invertiti al medesimo uso in altri collegi o esistenti o da istituirsi.
IlGiornale Ufficiale di Siciliaci reca i seguenti decreti dittatoriali: In data 22 giugno, un decreto istituisce ilbattaglione degli adolescenti, il quale, in forza di un altro decreto dello stesso giorno, è. formato sulle stesse basi organiche de' battaglioni dell'esercito nazionale.
Il battaglione sarà comandato da ufficiali resi invalidi al servizio attivo. I sotto ufficiali saranno scelti fra gli adolescenti, e il loro grado sarà onorifico nell'esercito. L'armamento, il vestiario saranno uguali a quelli dell'infanteria dell'esercito. Non si riceveranno nel battaglione i minori d'anni 10, o maggiori di 17.
Un decreto, in data del 29 giugno parifica gli ufficiali dell'esercito siciliano nel soldo, soprassoldo, razióni, ecc., agli ufficiali dell'esercito sardo.
Sotto la stessa data vien decretato che l'Ospizio di beneficenza sarà aggregato alla scuola militare.
Un decreto in data 30 giugno punisce di morte chiunque avrà ucciso, o gravemente ferito un cittadino qualunque per motivi politici, ed anche colui che avrà eccitato al delitto. Punisce coll'esilio perpetuo chiunque arresterà e farà arrestare un cittadino senz'ordine espresso dall'autorità competente.
Un decreto del 29 giugno conferisce al governo il diritto di nomina degli ufficiali superiori della seconda e terza categoria delle milizie nazionali.
Un altro decreto del 29 sottomette i governatori delle provincie di seconda classe ai governatori delle provincie di prima, fino a provvedimenti ulteriori.
Il segretario di Stato per la guerra e marina, con avviso in data 1° luglio, ringrazia la popolazione di Palermo dell'entusiastico zelo e disinteresse spiegali nell'atterramento delle cinte esterne del forte Castello, e ne sospende l'opera di distruzione.
Il pretore della città di Palermo invita con un avviso gli artisti a presentare nel termine di 15 giorni un progetto di medaglia da conferirsi ai prodi che col generale Garibaldi liberarono la Sicilia; la leggenda vien invitata a dettarla il professore Gaetano Daita.
Con altro avviso poi invita gli artisti a presentare altro progetto per la coniazione della medaglia di bronzo in commemorazione della rivoluzione di Sicilia. — Il prof. G. Daita è chiamato a far la leggenda anche di questa medaglia.
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Il Giornale Ufficiale di Siciliadell'11 luglio 1860 reca un decreto, nel quale (visto il decreto 17 maggio che ordina doversi gli atti pubblici intestareIn nome di Vittorio Emanuele Re d'Italia)determina che non potrà darsi esecuzione alle sentenze e decisioni d'alti pubblici spediti anteriormente al 17 maggio suddetto, senza aver surrogato l'intestazioneInnome diVittorio, ecc.
Contiene una circolare del ministro delle finanze, Francesco Di Giovanni, ai tesorieri, nella quale si chiama il versamento del quadrimestre della tassa fondiaria scaduto col 30 aprile. La circolare dà facoltà agli agenti di percezione di riscuotere il contributo fondjario con tutti i mezzi che loro apprestano le leggi; termina poi con queste parole;
«Tutti abbiam diritti e doveri, ed il governo è deciso di proteggere i primi ed a volere l'esecuzione immancabile dei secondi — e minaccia di pubblicare i pomi dei resistenti, qualunque sia la condizione loro, sulGiornale Ufficiale, indipendentemente delle azioni legali».
—Giornale Ufficialedel U porta un decreto, in data 13 luglio, che regoli il servizio della guardia del palazzo dittatoriale; ed un altro, in data pure del 13, nel quale è determinato che sino alla pubblicazione d'una legge, colla quale s'introduca nella Sicilie il sistema monetarie dell'Italia settentrionale, il franco correrà baiocchi ventitré ovvero tari due e grana sei.
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Riassumiamo dal Giornale Ufficiale di Sicilia seguenti nuovi decreti del Dittatore:
«— Il questore d'ogni distretto avrà alla sua dipendenza un Delegato per aiutarlo e supplirlo.
«— È riserbata al Dittatore la facoltà di nominare tutti i funzionari pubblici, sia direttamente, sia indirettamente, dietro proposta dei rispettivi governatori.
«— Le fedi di credito emesse dalla Cassa di Corte in Messina, a qualunque data appartengano, non avranno corso nell'isola, finché le truppe borboniche occuperanno quella città.
«— I governatori di prima classe saranno anche presidenti dei Consigli degli Ospizi».
Lo stessoGiornale Ufficialedi Sicilia pubblica i seguenti decreti:
«È abolito il titolo diEccellenzaper chicchessia.
«Non si ammette il baciamano da un uomo ad altro uomo.
«Lo stemma della Sicilia è quello stesso del Regno d'Italia.
«I militi della prima categoria, che son sotto le armi, e che necessità imperiose del raccolto chiamano a casa, sono temporaneamente congedati.
«Il Municipio di Palermo.
«1° Ha votato una medaglia memorativa da coniarsi e distribuirai a suo tempo ai volontari della prima spedizione.
«2 Una medaglia di merito da darsi dai Generale conformemente alle relazioni dei rispettivi ufficiali pei fatti di Calatafimi e Palermo. — La redazione della leggenda per le due medaglie è affidata al professor Daita.
«3° Ha accordato la cittadinanza palermitana a Garibaldi ed ai prodi che lo hanno seguito.
«Le navi siciliane innalzeranno la bandiera italiana. Essa, per le navi da guerra, avrà nel mezzo lo stemma della Casa di Savoia sormontato dalla corona; tutte le altre il semplice stemma.
«La stessa facoltà gli è riserbata per la nomina dei magistrati municipali sino al termine della guerra.
«Le nomine sinora fatte dai governatori, e delle quali è stata già data partecipazione al governo, son mantenute».
Si legge nelGiornale Costituzionaledel 25 agosto la seguente protesta del governo napolitano contro gli atti del governo di Sicilia.
«Dal ministro degli affari esteri è stata diretta ai Rappresentanti delle Potenze estere accreditati pressoS. M. siciliana la seguente circolare:
«Napoli, 21 agosto 1860.
«Il generale Garibaldi dopo di aver invaso la Sicilia, non contento di aver usurpato la bandiera reale di Sardegna ed intestato tutti i suoi atti col nome del Re Vittorio Emanuele, per decreti del 3 andante, ba messo in vigore lo Statuto piemontese, e obbligati tutti gli impiegati e le municipalità nominate dalla rivoluzione di prestare giuramento di fedeltà al Re Vittorio Emanuele.
«Il governo di S. M. siciliana si crede nel dovere di portare alla conoscenza di tutte le Potenze queste nuove usurpazioni e questi attentati, che conculcano le prerogative più evidenti della sovranità, i principii più inconcussi della ragion delle genti, e fanno dipendere le sorti di un popolo dai capriccio arbitrario di una forza straniera.
«Il governo di S. M. volendo, a costo dei più grandi sacrifizi, evitare l'effusione dei sangue sin dalla promulgazione dell'atto sovrano del 25 giugno, nel desiderio di armonizzare la sua politica con quella della Sardegna per il mantenimento della pace in Italia, ha sperato la soluzione della questione siciliana nelle sue lunghe e persistenti trattative.
«Delusa quest'ultima speranza, il governo di S. M. per organo del sottoscritto, ecc., si vede nell'imprescindibile obbligo di denunziare a S. E. il sig questi attentati che si commettono sotto la pressione di una forza straniera in Sicilia, di protestare fermamente contro tutti gli atti che tendono & negare od indebolire i legittimi diritti del Re, S. A. S., e dichiarare che non riconosce né riconoscerà alcuna delle loro conseguenze, essendo fermamente deciso a mantenere le ampie istituzioni liberali promesse specialmente a quell'isola, e a non transigere mai sul principio poggialo sulla storia e sul diritto pubblico europeo, che riunisce sotto la real casa di Borbone i due regni di Napoli e di Sicilia.
«Firmato: G. De Mastino».
Commilitoni,
Poco fa, nel dare addio ad una parte di voi, io vi esortai a mostrarvi sempre soldatinon meno valorosi verso i nemici d'Italia, che generosi verso gli inermi, ed a dare nobilissime prove di questa vera virtù militare nella nuova via di gloria, che la Provvidenza destinava a tutti i figliuoli della gran patria comune.
Il momento di attuare queste mie esortazioni è oramai giunto 1
Separato da voi, crebbe ancora più in me il pensiero della vostra prosperità, del vostro onore, della vostra gloria. Ed avendo studiate le condizioni di tutta Italia e di Europa, mi sono profondamente convinto, che per voi e per tutta questa bella parte d'Italia non v'è altra salvezza se non quella di appartenere all'intera famiglia italiana, sotto lo scettro glorioso di Vittorio Emanuele, quell'ammirabile monarca, che l'eroico Garibaldi venne non ha guari ad annunziare alla Sicilia, e che fu evidentemente eletto da Dio ne' suoi fini imperscrutabili, a costituire in. gran nazione la nostra gran patria comune, sinora così indegnamente spogliata ed assassinata.
Questo pensiero mi ricondurrà irresistibilmente tra voi, risoluto di operare fraternamente con voi, e con voi compiere il santo mandato di cui dobbiamo sentirci tutti investiti dalle supreme necessità della patria.
Finché la Provvidenza ha tollerata l'Italia divisa, io ho saputo easere il più costante verso la causa che mi trovava di avere abbracciata. Ma quando la mano visibile di Dio intende onnipotentemente a riunirla, chiunque non ne segue lo impulso, è traditore della patria.
Questa santa verità si fa strada da sé nelle vostre coscienze, e nella compressione in cui vi trovate, vi trascina alla diserzione alla spicciolata.
Non seguite questa via, poiché ella è funestissima alla patria 1
Il re Vittorio Emanuele, in cui l'Italia s'incarna, ha bisogno di avervi tutti intatti e disciplinati, per valersi del vostro fortissimo braccio a debellare quello straniero, che fu l'eterno nemico d'ogni nostra felicità.
Italia settentrionale, agosto 1860.
ALESSANDRO NUNZIANTE.
Sire,
Se la mia voce si levò un giorno a scongiurare i pericoli che sovrastavano alla nostra Gasa, e non fu ascoltata, fate ora che, presaga di maggiori sventure, trovi adito nel vostro cuore, e non sia respinta da improvido e più funesto consiglio.
Le mutate condizioni d'Italia ed il sentimento della unità nazionale, fatto gigante nei pochi mesi che seguirono la caduta di Palermo, tolsero al governo di V. M. quella forza, onde si reggono gli Stati, e rendettero impossibile la lega col Piemonte. Le popolazioni dell'Italia superiore, inorridite alla nuova delle stragi di Sicilia, respinsero coi loro voti gli ambasciatori di Napoli; e noi fummo dolorosamente abbandonali alla sorte delle armi, soli, privati di alleanze, ed in preda al risentimento delle moltitudini, che da tutti i luoghi d'Italia si sollevarono al grido di esterminio lanciato contro la nostra Casa, fatta segno alla uni versale riprovazione.
Ed intanto la guerra civile, che già invade le provincie del Continente, travolgerà seco la dinastia in quella suprema rovina, che le inique arti di consiglieri perversi hanno da lunga mano preparata alla discendenza di Carlo III Borbone; il sangue cittadino, inutilmente sparso, inonderà ancora le mille città del reame; e voi, un di speranza ed amore dei popoli, Sarete riguardato con orrore, unica cagione di una guerra fratricida.
Sire, salvate, che ancora ne siete in tempo, salvate la nostra Casa dalle maledizioni di tutta Italia! Seguite il nobile esempio della nostri regale congiunta di Parma, che allo irrompere della guerra civile sciolse i sudditi dalla obbedienza, e li fece arbitri dei proprii destini. L'Europa ed i vostri popoli vi terranno conto del sublime sacrifizio; e voi potrete, o Sire, levate confidente la fronte a Dio, che premierà l'atto magnanimo della M. V.
Ritemprato nella sventura il vostro cuore, esso si aprirà alle nobili ispirazioni della patria, e voi benedirete il giorno, in cui generosamènte vi sacrificaste alla grandezza d'Italia.
Compio, o Sire, con queste parole il sacro mandato che la mia esperienza mi impone; e prego Iddio Che possa illuminarti, e farvi meritevole delle sue benedizioni.
Napoli, 24 agosto 1860.
Il Comitato unitario nazionale di Napoli pubblica i seguenti documenti del moto di Potenza:
VITTORIO EMANUELE RE D'ITALIA
Il generale Garibaldi dittatore delle Due Sicilie.
1. Un governo prodittatoriale si è stabilito per dirigere la grande insurrezione Lucana;
2. I suoi componenti sono i cittadini Nicola Mignogna Giacinto Albini — Segretari: Gaetano Cascini — Rocco Brienza — Giambattista Malera — Nicola Maria Magaldi — Pietro Lacava;
3. i suddetti componenti sono in seduta permanente nell'antica sala dell'Intendenza.
Potenza, 19 agosto 1860.
Pel dittatore Garibaldi i prodittatori
N. MIGNOGNA — C. ALBINI.
I segretari:
— Gaetano Cascini — Rocco Brienza
— Nicola Maria Magaldi
— Giambattista Matera Pietro Lacava.
— Seguono altri due decreti, che insigniscono un Comitato di sicurezza pubblica, e un altro, il quale vuole che tutti gli atti pubblici debbano portare l'intestazione Vittorio Emanuele re d'Italia, e Giuseppe Garibaldi dittatore delle Due Sicilie».
Torino, 13 agosto 1860.
Sollevati or son tre mesi, i Siciliani allo acquisto della libertà, ed accorso in aiuto il generale Garibaldi con pochi valorosi, l'Europa fu piena della fama di sue vittorie; tutta Italia ne fu commossa e grande fu l'entusiasmo di questo Regno, dove gli ordini liberi ed il libero costume non pongono impedimento alla manifestazione dei sentimenti della pubblica coscienza. Indi le generose collette di danaro ed il grande numero di volontari partiti per la Sicilia.
Se in tempi meno commossi andarono lodati i popoli che diedero favore e soccorso alla liberazione di nazioni straniere, e se i governi ubbidienti, diremmo, alle autorità del sentimento universale, dove non favorirono apertamente, lasciarono soccorrere le Americhe, la Grecia, il Portogallo, la Spagna,, che combattevano per l'indipendenza e per la libertà, è a credersi che l'Europa civile porti giudizio equanime sui modi tenuti dal governo del Re in questo accidente dello irresistibile mote nazionale. Ora la Sicilia è venuta in condizione di esprimereliberamente 1 propri voti, ed il governo del Re, che deve custodire tutte le prerogative costituzionali della Corona e del Parlamento, e deve adempiere eziandio quell'ufficio di suprema moderazione del molo nazionale che a lui a' appartiene, e perle prove che ha fatte e per pubblico consentimento, ora il governo ha il debito di moderare ogni azione scomposta e di, correggere gl'ingerimenti illegittimi nelle cose di Stato di chi non ha le Costituzionali e le litorali responsabilità, che esso ha gravissime verso la Corona, il Parlamento e la nazione. Altrimenti potrebbe avvenire che, per consiglio ed opera di chi non ha mandato né risponsabilità pubblica, lo Stato venisse a pericolo, e la fortuna d'Italia sinistrasse. E posciaché negli Stati liberi l'ordine e la disciplina civile, più che nel rigore della legge, hanno presidio nella pubblica opinione, il sottoscritto la invita a dare ogni pubblicità possibile a questa lettera circolare.
Più volteil sottoscritto ammonì non potersi nò volersi tollerare che nel Regno si facessero preparazioni di violenza a governi vicini, ed ordinò che fossero impedite ad ogni costo. Esso spera che la pubblica opinione basti a frenare gl'impeti sconsigliati ma in ogni evento si confida nelle podestà civili e militari per la pronta esecuzione degli ordini che ba dati. Raccomanda pure nuovamente, che con ogni maggiore diligenza sieno ricercati, e con ogni legale severità puniti coloro che, cospirando e trafficando ad ingiuria dell'onore nazionale e della disciplina militare, ai fanno fautori e procuratori di diserzioni.
E perché il sottoscritto deve compiere l'ordinamento della guardia nazionale mobile e preparare la formazione dei corpi composti di volontari della guardia nazionale che la legge abilita, non vuolsi altrimenti permettere che altri faccia incetta e raccolta di soldati volontari.
Conchiudendo il sottoscritto deve dichiarare che, ae il governo del Re è costante nella volontà di accettare il leale concorso di tutte le parti politiche, che intendono a libertà, unione e grandezza della patria, esso è pur fermo nel proponimento di non lasciarsi soverchiare da chi non ha dal Re e dalla nazione il mandato e la risponsabilità del governo. L'Italia deve e vuole essere degli Italiani, ma non delle sètte.
Il ministroFarini.
«Generale, voi sapete che non ho potuto approvare la vostra spedizione e che io vi fui intieramente straniero; ma oggidì le circostanze così gravi in cui si trova l'Italia mi fanno un dovere di mettermi con voi in comunicazione diretta.
«Nel caso che il Re di Napoli acconsentisse ad evacuare intieramente la Sicilia, che abbandonasse volontariamente ogni specie d'azione, e si obbligasse formalmente a non esercitare veruna pressione qualsiasi sopra i Siciliani, in modo che questi possano con ogni libertà pronunziare la loro volontà e fare scelta del modo di governo che loro sembrerà da preferirsi, credo che fareste cosa savia a rinunziare ad ogni ulteriore impresa sul Regno di Napoli.
«In caso contrario, io riservo in modo espresso la mia libertà d'azione e mi dispenso dal farvi veruna osservazione sopra i vostri progetti».
L'entrata di Garibaldi in Napoli, avvenuta il 7 di settembre, è così descritta dal giornale ilNazionale.
Viva Vittorio Emanuele, Re d'Italia!
Viva Garibaldi; Dittatore delle Due Sicilie!
Fin dalle prime ore del mattino la città era tutta in movimento, e bandiere tricolori con in mezzo la croce di Savoia sventolavano per tutte le strade, e segnatamente per l'ampia e popolosa Toledo, essendosi saputo che il prode generale Garibaldi avrebbe in giornata Tatto il suo ingresso in Napoli. La guardia nazionale tutta sotto le armi, e un battaglione è andato a riceverlo alla strada ferrata, ove un numero straordinario di carrozze erano già sopra luogo, inviate spontaneamente dalle più distinte famiglie napoletane e straniere, per lui e per il suo seguito. Alle 11 e 1|2 il generale è giunto con un treno speciale, accompagnato da tutte le Deputazioni che erano andate infino a Salerno ad incontrarlo, oltre il sindaco, il comandante la guardia nazionale ed il ministro dell'interno, signor Romano. È incredibile l'immensa calca del popolo che da più ore, ad onta dei cocenti raggi del sole, lo attendeva alla stazione; e quando il gran Generale è comparso, chi può dire la gioia, l'entusiasmo, i gridi mille volte universalmente ripetuti diViva Garibaldi, Dittatore! Viva l'Italia! Viva Vittorio Emanuele!Sono queste di tali scene popolari, commoventi, entusiastiche, che non è possibile ritrarre colla penna.
Tutta quella folla plaudente, frenetica, accresciuta ad ogni passo, frammezzata da migliaia di carrozze, ha in parte seguito ed in parte preceduto la carrozza del Generale lungo la strada del Piliero, ove da tutti i balconi, gremiti di signore, si gettavano fiori, e si scambiavano grida di prolungatievvivaall'Italia, a Garibaldi, a Vittorio Emanuele. A percorrere una strada, che ordinariamente si percorre in pochi minuti, si,è impiegato, per l'immensa folla che l'attraversava, oltre ad un'ora, in guisa che il Generale è giunto al palazzo della Foresteria, ove ha preso stanza provvisoriamente, ad un'ora circa dopo il mezzogiorno vi è stato ricevuto dai maggiori della guardja nazionale e da altri distinti personaggi. Dall'immenso largo di S. Francesco di Paola, stipato tutto intorno di gente accorsa dagli angoli più rimoti della città, partivano tali fragorose voci eViva Garibaldi, che il Generale ba dovuto più volte farsi al balcone, in una delle quali ha pronunziate le seguenti parole:
Bene, a ragione avete diritto di esultare in questo giorno in cui cessa la tirannide che v'ha gravati, e comincia un'era di libertà(applausi frenetici).
«E voi ne siete degni, voi figli della più splendida gemma d'Italia(altri applausi fragorosi).
«lo vi ringrazio di quest'accoglienza non solo per me, ma in nome dell'Italia che voi costituite nell'unità sua mediante il vostro concorso; di che non solo l'Italia, ma tutta l'Europa vi dev'essere grata»(applausi prolungati).
Intanto in una delle grandi sale dove trattenevasi Garibaldi, in compagnia di tutti coloro cui era stato permesso l'ingresso, il signor Mariano d'Avala ba pronunziato il seguente discorso che è stato più volte nel mezzo e nella fine fragorosamente applaudito:
Capitano italiano,
«Permettete ohe io umile come voi, ma non come voi sì grande, a nome di questi che io chiamerei notabili se non temessi di offendere la loro modestia, e le orecchie e l'animo del notabilissimo d'Italia, permettete che io e questi egregi deputati della città vi diamo un bacio su quella fronte semplice come sull'isola di Caprera, ma circondata di visibile gloria; e questo bacio è il bacio dei 500 mila abitanti.
«Vi accorgerete voi medesimo, o Capitano, come questo bacio ve lo diedero davvero per le vie le genti affollate ed esultanti al vostro passaggio.
«Voi non siete, no, e vi sdegnerete di essere il conquistatore della città regina del Mediterraneo; voi ne sarete il primo cittadino, poiché non la conquista d'una città d'Italia, non la conquista delle cento nostre città potrebbe tornarvi sì cara, come vi tornerà dolce udire pel mio labbro che voi avete fatto più nobile conquistaèpiù desiderata da voi, una conquista degl'Italiani di Sicilia e di Napoli.
«E che sarebbe mai la conquista dei 9 milioni dell'Italia meridionale, dei 12 milioni dell'Italia settentrionale, se non aveste conquistato l'ammirazione di tutto il mondo civile dei due emisferi? se il vostro nome soltanto non scuotesse le fibre delle nazionalità oppresse; se al nome di Garibaldi l'Ungherese, e l'Illirico e fino il Boemo ed il Croato non sentissero infiammarsi di carità di patria e di sdegno verso l'oppressore?
«Udirete in città unanime il grido diViva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi,nomi carissimi e venerali che si compenetrano e riescono in un nomeè in un grido solo:Viva l'Italia.
«Ma avanti di partire permettete, ardito e ad un tempo ingenuo Capitano, che io vi dia un altro bacio in fronte, perché voi lo diate agli uomini dell'ordine, che vi circonderanno del loro freddo senno e del braccio, àgli uomini dell'azione che vi circonderanno del loro braccio audace e del sennò; e voi, a mano a mano svolgendo l'ampio e maestoso concetto, per opera del Senno e del braccio, sarete l'uomo più sapiente, più ardito e più fortunato che l'Italia genuflessa e piangente àvanti a Dio aspettava; l'uomo che vide, cessando di piangere, dopo 5 secoli, il dì 4 di luglio 1807».
Il generale ha risposto:
«Laringrazio, sig. Avala, delle benevole parole che ha voluto indirizzarmi. Io ho sempre confidato nel sentimento dei popoli; e quando si tacciava di temeraria la mia impresa, chi pronunziava tali parole, non comprendeva che cosa significhi il concorso unanime, concorde, spontaneo di tutti i cittadini, che vince e trionfa delle più ardue ed audaci imprese».
L'avv. Gennaro Filippo ha ripigliato:
«Sono contentissimo, illustre Generale, così di stringere novellamente quel l'Invitta è gloriosa destre, come di avere voi personalmente verificato quello che, or & un mese, & nomo de' miei concittadini, io ebbi l'alta fortuna di assicurarvi in Messina sul sentimento unanime del popolo napoletano, quanto avvento all'abborrita dinastia borbonica, altrettanto amico a quella magnanima di Savoia; e più che questo, con l'abbondanza del più vivo convincimento io vi dichiarava quale immenso, indescrivibile entusiasmo destava il solo vostro nome in tutte le classi di questo popolo passionato, delirante per voi, e confidente che il vostro potentissimo braccio sarà per compiere il più forte, il più ardente del suoi voti: l'unità e l'indipendenza d'Italia sotto lo scettro di Vittorio Emanuele».
Il gen. Garibaldi è ospitato per ora al palazzo d'Angri; ripasserà più tardi alla Foresteria.
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IlGiornale Ufficiale delle Due Siciliestampa i seguenti decreti del dittatore Garibaldi, in data del 12 settembre 1860:
Art. 1. Il ministero dell'interno, che attualmente comprende il ramo della polizia,èdiviso in due distinti dicasteri, l'uno denominalo dipartimento dell'interno e l'altro dipartimento della polizia.
Art. 2. L'avvocato signor Raffaele Conforti è incaricato del dipartimento della polizia, continuando l'incarico già affidato del dipartimento dell'interno all'avvocato signor Liborio Romano.
Altro decreto del 12 settembre.
I governatori delle provincie sono le prime autorità civili ed amministrative delle provincie.
Gl'intendenti che per la nomina de' governatori delle provinciecessano dal loroufficio, saranno chiamati ad altre funzioni.
Altro decreto del 12 settembre.
Dal giorno d'oggi i beni della Casa Reale, i beni riservati alla sovrana disposizione, i beni dei maggiorati reali, i beni dell'ordine Costantiuiano amministrati già sotto la dipendenza del ministero della presidenza dei ministri i beni donati da reintegrare allo Stato, sono tutti dichiarati beni nazionali;
Altro decreto del 12 settembre.
Il signor Pasquale Villari è nominato segretario presso l'inviato straordinario al governo di S. M. il re Vittorio Emanuele.
Altro decreto del 12 settembre.
Art. 1. È instituito in Napoli un collegio gratuito, che sarà chiamatodei figli del popolo, e sostenuto dallo Stato.
Art. 2. Vi saranno accolti i ragazzi dei popolani poveri, cioè senza capitalee reddito qualsiasi, di qualunque Comune delle Due Sicilie, quando abbiano compiuti i sette anni o non oltrepassino i dieci, e siano di buona costituitone fisici
Art 3. L'insegnamento, oltre il leggere, lo scrivere ed il conteggiare, sarà quello conveniente alla pratica cognizione d'ogni art e mestieri, illustrata delle teoriche dimostrazioni.
Art. A.La disciplina sarà militare ed i ragazzi saranno esercitati nell'uso delle armi.
Art. 5. Il numero degli educandi sarà, per ora, di mille, estensibile indefinitamente.
Art. 6. I locali saranno presi dai beni ecclesiastici e regi incamerati.
Art. 7. Le spese saranno sostenute dall'erario.
Art. 8. Compiuti i 18 anni e fatti capaci di guadagnarsi la vita da sé saranno licenziali.
Sarà però facoltativo alla direzione dello stabilimento il trattenere in collegio quegli alunni, che mostrassero nna distinta altitudine per un'arte che richiegga maggior tempo ad essere imparala.
Art. 9. In caso di bisogno della patria saranno presi gli adulti per servizio dell'esercito nazionale.
Il ministro dell'interno e quello delle finanze sono incaricati per la parte che singolarmente li riguarda dell'esecuzione del presente decreto.
Figlio del popolo, è con vero rispetto ed amore che io mi presento a questo nobile ed imponente centro di popolazioni italiane, che molti secoli di dispotismo non banno potuto umiliare, né ridurre a piegare il ginocchio al cospetto della tirannia.
Il primo bisogno dell'Italia era la concordia per raggiungere l'unità della grande famiglia italiana; oggi la Provvidenza ha provveduto alla concordia colla sublime unanimità di tutte le provincie per la ricostituzione nazionale: per l'unità, essa diede al nostro paese Vittorio Emanuele, che noi da questo momento possiamo chiamare il vero padre della patria italiana.
Vittorio Emanuele, modello dei sovrani, inculcherà a' suoi discendenti il loro dovere per la prosperità di un popolo, che lo elesse a capitanarlo con frenetica devozione.
I sacerdoti italiani, conscii della loro missione hanno per garantia del rispetto con cui saranno trattati!! lo slancio, il patriottismo, il contegno veramente cristiano! I dei numerosi loro confratelli, che dai benemeriti monaci della Gancia! ai generosi sacerdoti del continente napolitano, noi abbiamo veduti alla testa de' nostri militi sfidare i maggiori pericoli delle battaglie. Lo ripeto, la concordia è la prima necessità dell'Italia. Dunque i dissenzienti d'una volta, che ora sinceramente vogliono portar la loro pietra al patrio edifizio, noi li accoglieremo come fratelli. Infine, rispettando la casa altrui, noi vogliamo essere padroni in casa nostra, piaccia, o non piaccia ai prepotenti della terra.
Salerno, 7 settembre (mattina) 1860.
G. GARIBALDI.
Troviamo nei giornali di Napoli del 7 di settembre 1860 molti documenti importantissimi, che ci affrettiamo a pubblicare.
Fra i doveri prescritti ai Re, quelli dei giorni di sventura sono i più grandiosi e solenni, ed io intendo di compierli con rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso, quale s'addice al discendente di tanti monarchi.
A tale uopo rivolgo ancora una volta la mia voce al popolo di questa metropoli, da cui debbo ora allontanarmi col dolore.
Una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei Stati, nonostante che io fossi in pace con tutte le Potenze europee.
I mutati ordini governativi, la mia adesione ai grandi principii nazionali ed italiani, non valsero ad allontanarla; ché anzi la necessità di difendere la integrità dello Stato trascinò seco avvenimenti che. ho sempre deplorati. Onde io protesto solennemente contro queste inqualificabili ostilità, sulle quali pronunzierà il suo severo giudizio l'età presente e la futura.
Il Corpo diplomatico residente presso la mia persona seppe fin dal principio di questa inaudita invasione da quali sentimenti era compreso l'animo mio per tutti i miei popoli, e per questa illustre città, cioè garantirla dalle rovine della guerra, salvare i suoi abitanti e le loro proprietà, i sacri templi, i monumenti, gli stabilimenti pubblici, le collezioni di arte, e tutto quello che forma il patrimonio della sua civiltà e della sua grandezza, e che appartenendo alle generazioni future è superiore alle passioni di un tempo.
Questa parola, è giunta ormai l'ora di compierla. La guerra si avvicina alle mura della città, e con dolore ineffabile io mi allontano con una parte dell'esercito, trasportandomi là dove la difesa dei miei diritti mi chiama. L'altra parte di esso resta per contribuire, in concorso con l'onorevole guardia nazionale, alla inviolabilità ed incolumità della capitale, che come un palladio sacro raccomando allo zelo del ministero. E chieggo all'onore ed al civismo del sindaco di Napoli e del comandante della stessa guardia cittadina risparmiare a questa patria carissima gli orrori dei disordini interni ed i disastri della guerra vicina; a quale uopo concedo a questi ultimi tutte le necessarie e più estese facoltà.
Discendente da una dinastia che per 126 anni regnò in queste contrade continentali, dopo averle salvate dagli orrori di un lungo governo viceregnale, i miei affetti sono qui. lo sono napoletano, né potrei senza grave rammarico dirigere parole di addio a' miei amatissimi e a' miei compatrioti.
Qualunque sarà il mio destino, prospero od avverso, serberò sempre per essj forti ed amorevoli rimembranze. Raccomando loro la concordia, la pace, la santità dei doveri cittadini. Che uno smodato zelo per la mia Corona non diventi face di turbolenze. Sia che per le sorti della presente guerra io ritorni in breve fra voi, o in ogni altro tempo in cui piacerà alla giustizia di Dio restituirmi al trono dei miei maggiori, fatto più splendido dalle libere istituzioni di cui l'ho irrevocabilmente circondato, quello che imploro da ora é di rivedere i miei popoli concordi, forti e felici.
Napoli, 6 settembre 1860.
Francesco.
Dacché un ardito condottiero, con tutte le forze di che l'Europa rivoluzionaria dispone, ha attaccato i nostri dominii invocando il nome di un Sovrano d'Italia, congiunto ed amico, noi abbiamo con tutti i mezzi in poter nostro combattuto durante cinque mesi per la sacra indipendenza dei nostri Stati. La aorte delle armi ci è stata contraria. L'ardita impresa, che quel Sovrano nel modo più formale protestava sconoscere, e che non pertanto, nella pendenza di trattative di un intimo accordo, riceveva nei suoi Stati principalmente aiuto ed appoggio, quella impresa, cui tutta Europa, dopo d'aver proclamato il principio di non intervenzione, assiste indifferente, lasciandoci soli lottare contro il nemico di tutti, è sul punto di estendere i suoi tristi effetti fin sulla nostra capitale. Le forze nemiche si avanzano in queste vicinanze.
D'altra parte la Sicilia e le provincie del Continente, da lunga mano e in tutti i medi travagliate dalla rivoluzione, insorte sotto tanta pressione, hanno formato dei governi provvisorii col titolo e sotto la protezione nominale di quel Sovrano, ed hanno confidato ad un preteso Dittatore l'autorità ed il pieno arbitrio de' loro destini.
Forti nei nostri diritti, fondali sulla storia, su i patti internazionali e sul diritto pubblico europeo, mentre noi contiamo prolungare, finché ci sarà possibile, la nostra difesa, non siamo meno determinati a qualunque sacrifizio per risparmiare gli orrori di una lotta e dell'anarchia a questa vasta Metropoli, sede gloriosa delle più vetuste memorie e culla delle arti e della civiltà del Reame.
In conseguenza noi moveremo col nostro esercito fuori delle sue mura, confidando nella lealtà e nello amore dei nostri sudditi, pel mantenimento dell'ordine e del rispetto all'autorità.
Nel prendere tanta determinazione sentiamo però al tempo stesso il dovere, che ci dettano i nostri diritti antichi ed inconcussi, il nostro onore, l'interesse dei nostri eredi e successori, e più ancora quello dei nostri amatissimi sudditi, ed altamente protestiamo contro tutti gli atti finora consumati, e gli avvenimenti che sono compiuti o si compiranno in avvenire.
Riserbiamo tutti i nostri titoli e ragioni, sorgenti da sacri incontrastabili diritti di successione e dai Trattati, e dichiariamo solennemente tutti i mentovati avvenimenti e fatti nulli, irriti e di niun valore, rassegnando per quel che ci riguarda nelle mani dell'Onnipotente Iddio la nostra causa e quella dei nostri popoli, nella ferma coscienza di non aver avuto nel breve tempo del nostro Regno un sol pensiero che non fosse stato consacrato al loro bene ed alla loro felicità. Le istituzioni che abbiamo loro irrevocabilmente garantite, ne sono il pegno.
Questa nostra protesta sarà da noi trasmessa a tutte le Corti, e vogliamo che, sottoscritta da noi, munita del suggello delle nostre armi reali, e controsegnata dal Nostro ministro degli affari esteri, sia conservata nei nostri reali ministeri di Stato degli affari esteri, della presidenza del Consiglio dei ministri e di grazia p giustizia, come un monumento della nostra costante volontà di opporre sempre la ragione ed il diritto alla violenza ed alla usurpazione.
Napoli, 6 settembre 1860.
Firmato— FRANCESCO.
Firmato— GIACOMO DE MARTINO.
ITALIA E VITTORIO EMANUELE
Al popolo di Napoli,
Appena qui giunge il sindaco ed il comandante della guardia nazionale di Napoli che attendo, io Verrò fra voi.
In questo solenne momento vi raccomando l'ordine e la tranquillità, che si addicono alla dignità di un popolo, il quale rientra deciso nella padronanza dei proprii diritti.
Il Dittatore delle Due Sicilie: G. GARIBALDI.
A. S. E. il ministro segretario di Stato, dell'interno
e della polizia generale in Napoli.
L'uffiziale interprete: Mario Stasi.
Salerno, 7 settembre 1860, ore 6 30 antim.
IV. Come Liborio Romano, ministro del Re di Napoli, si dimostrò galantuomo verso il suo Re!
All'invitissimo generale Garibaldi, Dittatore delle Due Sicilie,
Liborio Romano,ministro dell'interno e polizia.
Con la maggiore impazienza Napoli attende il suo arrivo per salutarla il redentore d'Italia e deporre nelle sue mani i poteri dello Stato ed i proprii destini.
lo questa aspettativa io starò saldo a tutela dell'ordine e della tranquillità pubblica: la sua voce già da me resa nota al popolo è il più gran pegno del successo di tali assunti. Mi attendo gli ulteriori ordini suoi, e sono con illimitato rispetto. Napoli, 7 settembre 1860.
Di lei Dittatore invitissimo:Liborio Romano.
V. Altro proclama dell’onestissimo Liborio Romano.
Cittadini!
Chi vi raccomanda l'ordine e la tranquillità in questi solenni momenti è il liberatore d'Italia, è il generale Garibaldi. Osereste non esser docili a quella voce, cui da gran tempo s'inchinano tutte le genti italiane? No, certamente, Egli arriverà fra poche ore in mezzo a noi, ed il plauso che ne otterrà chiunque avrà concorso nel sublime intento, sarà la gloria più bella cui cittadino italiano possa aspirare.
lo quindi, miei buoni concittadini, aspetto da voi quel che il dittatore Garibaldi vi raccomanda ed aspetta.
Napoli, 7 settembre 1860.
Il min. dell'interno e della poliziagenerale:
LiborioRomano.
I giornali di Madrid ci recano i particolari dell'attentato di assassinio contro la regina Isabella. L'assassino è un giovinotto di 18 anni, chiamato Rodriguez, servitore di un deputato alle Cortes. Pare che questo sciagurato non sia che un imbecille, massime avendo riguardo al luogo mal adatto in cui si è posto per tirar sopra la Regina, ed alla qualità della pistola di cui si è servito: a segno che la palla cadde dalla bocca della pistola prima di spararla. Checché ne sia, aspettiamo l'esito del processo. A questo proposito troviamo nelPensamiento spagnuolo un gravissimo articolo che con rincrescimento non possiamo riferire. Osserva l'ottimo periodico che il regicidio è il primo frutto delle dottrine democratiche, e viene colla storia confermando la sua asserzione.
Questo nuovo attentato naturalmente ci richiama il pensiero alla glorificazione del regicidio fatta dal governo di Garibaldi. Non solo fu assegnata la pensione alla famiglia di Agesilao Milano, ma venne celebrata una festa solenne in onore del regicida, spargendo fiori sulla sua tomba, e pronunziando discorsi in suo onore. Anzi fu aperta una soscrizione per innalzargli un monumento, ed il comandante della guardia nazionale fa parte della commissione, che ha l'incarico di farlo eseguire.
Questo fatto che ha destato l'indegnazione in tutta l'Europa, provocò la seguente protesta del re di Napoli Francesco li, comunicala ai ministri delle Potenze estere, che lo seguirono a Gaeta:
Gaeta, 6 ottobre.
«Il giornale officiale del governo rivoluzionario di Napoli pubblica, nel suo numero del 28 settembre p. p., questo decreto(segue il decreto con cui sioc corda una pensione alla famiglia di Agesilao Milano).
«Il sottoscritto portando questo decreto a notizia dell'Europa, crede poter dispensarsi da ogni commento su tale inqualificabile disposizione.
«In nessun paese la rivoluzione non era giunta a questo grado di perversità e d'anarchia; fino ad oggigiorno, non erasi ancor veduto onorare il regicidio come cosa santa, ricompensare pubblicamente l'assassinio, e provocare così all'uccisione de' sovrani.
«La dittatura che signoreggia nel regno delle Due Sicilie ha offerto questo affliggente spettacolo. Una tale glorificazione dell'assassinio ebbe luogo in una città occupata dalle truppe piemontesi, per cura di uncondottieroche opera in nome del Re di Sardegna, il quale, da quattro mesi, ricusa ogni specie di responsabilità, perché si mente alla sua bandiera ed al suo nome.
«L'uomo che tenta di assassinare il suo simile, il soldato che esce dai ranghi per uccidere il suo generale, il cittadino che, armato d'una baionetta, si precipita sul suo re, è dunque considerato dal governo di Garibaldi come un martire degno d'elogio, di ricompensa, di rimpianto 1
«Questa apoteosi sul giornale ufficiale di Napoli, questa ricompensa del regicidio data a nome di re Vittorio Emanuele, parlano più altamente d'ogni descrizione dell'anarchia e dello stato deplorabile in cui geme il paese dal momento dell'invasione.
lo non protesto contro lo scandalo di questo decreto che ripugna ad ogni senso morale, ad ogni principio d'onore e di religione. Mi limito a denunciarlo alla giustizia dell'Europa come una delle innumerevoli prove della moralità politica di certuni, che, mercé la forza straniera e provocando ad indegni tradimenti, hanno usurpato l'autorità o occupato la parte più considerevole della Penisola».
IlConstitutionneldel 17 di ottobre, n° 291, pubblica la nota, colla quale il barone di Winspeare, ministro del Re di Napoli presso la Corte di Sardegna, sotto la data di Torino, 7 di ottobre, protestava contro l'invasione piemontese in Napoli, e annunziava al conte di Cavour la sua partenza. Noi pubblichiamo questo documento scritto colla maggior dignità, e dove si fa un cenno eloquentissiroo dell'augusta e santa madre di Francesco li, Cristina di Savoia. 1 giorni delle vertigini passeranno; ma la storia conserverà i falli e le proteste. E noi, Piemontesi, noi potremo andar gloriosi di simili imprese?
Torino, 7 ottobre 1860.
Eccellenza,
L'occupazione del regno delle Due Sicilie per parte delle truppe piemontesi, della quale io ebbi notizia mediante la comunicazione di Vostra Eccellenza, in data di ieri, è un fatto tanto apertamente contrario alle basi di ogni legge e di ogni diritto, che sembrerebbe quasi inutile che io mi dilungassi a dimostrarne la illegalità; i fatti che hanno preceduto questa invasione ed i vincoli di amicizia 16 e di parentela, tanto intimi quanto antichi che esistevano tra le due corone, la rendono tanto straordinaria e tanto nuova nella storia delle nazioni moderne, che lo spirito generoso del Re, mio augusto padrone, non sapeva risolversi a crederla possibile, ed infatti, nella protesta che il generale Casella, suo ministro degli affari esteri, indirizzava il 16 settembre scorso da Gaeta a tutti i rappresentanti delle Potenze amiche, era chiaramente dimostrato che S. M. aveva la fiducia che S. M. sarda non avrebbe mai potuto dare la sua sanzione agli etti di usurpazione compiuti sotto all'egida del reale suo nome nel seno della capitale delle Due Sicilie. È parimente cosa superflua per me il cercare di dimostrare a Vostra Eccellenza che questa protesta solenne, unita a vari proclami del mio augusto Sovrano ed agli eroici sforzi fatti sotto le mura di Capua e di Gaeta, rispondono in modo incontestabile alla strana argomentazione dell'abdicazione di fallo di S. M., che io fui sorpreso di leggere nella comunicazione summenzionata di Vostra Eccellenza.
L'anarchia ha trionfato negli stati di S. M. siciliana in conseguenza di una rivoluzione invaditrice(débordante),della quale, fino dal primo momento, tutti presentivano manifestamente i disordini futuri, ed alla quale il Re, mio padrone, proponeva già da gran tempo, ma invano, a S. M. il Re di Sardegna di opporre, con un comune accordo, una diga, affinché essa non potesse traripare, e non potesse mettere in pericolo, coi suoi eccessi, la vera libertà e l'indipendenza d'Italia.
In quest'ora fatale, in cui uno stato che conta 10 milioni di anime, difende colle armi in mano gli ultimi avanzi della istorica sua autonomia, sarebbe cosa vana il ricercare da chi questa rivoluzione sia stata sorretta, tanto da diventare un colosso — ed in qual maniera essa abbia potuto arrivare a tanto da effettuare tutti quegli sconvolgimenti che essa aveva divisato. Quella Provvidenza divina, della quale Vostra Eccellenza ha invocato il santissimo nome, pronuncerà, prima che scorra gran tempo, lo sue decisioni all'ora del combattimento supremo; ma, qualunque sia per essere questa suprema decisione, la benedizione del cielo non discenderà sicuramente sopra coloro che si apprestano a violare i grandi principii dell'ordine sociale e morale, facendosi credere gli esecutori di un mandato di Dio.
La coscienza pubblica, dal canto suo, quando sovra di essa non peserà più il giogo tirannico delle passioni politiche, saprà determinare la vera indole di una impresa usurpatrice, cominciata coll'astuzia e terminata colla violenza.
La cortese accoglienza fattami da questa popolazione generosa e leale, accoglienza della quale sarà sempre viva nel mio cuore la rimembranza, mi vieta di addentrarmi più ancora nella critica severa degli atti del governo di S. M. sarda, ma Vostra Eccellenza vorrà bene intendere le ragioni per cui un più lungo soggiorno a Torino del rappresentante di S. M. siciliana sarebbe incompatibile colla dignità di S. M., come pure colle usanze internazionali.
E per questi motivi, protestando solennemente contro l'occupazione militare Sopraindicata e contro qualunque usurpazione dei 6acri diritti di S. M. il Re del regno delle Due Sicilie, già intrapresa e che sia per essere tentata per opera del governo di S. M. il Re di Sardegna; riservando, inoltre, nello stesso tempo al Re Francesco II, mio augusto padrone, il libero esercizio del potere sovrano che a lui spetta, di opporsi con tutti quei mezzi che egli stimerà più opportuni a queste aggressioni ed usurpazioni ingiuste, come pure di fare gli atti pubblici e solenni che egli stimerà esser più utili alla difesa della real sua Corona; per questo, io dico, io mi appresto ad abbandonare questa residenza, appena avrò terminato di porre in ordine alcuni affari particolari di S. M. relativi alla successione dell'augusta sua madre, di santa memoria.
Prima di partire io avrò l'onore di presentare a V. E. il sig. De Martini, il quale sarà semplicemente incaricato di trasmetterle le comunicazioni che il governo del Re, mio padrone, trovasse più tardi conveniente di indirizzare ancora al governo di S. M. sarda.
Mi permetta, sig. conte, di prendere congedo da V. E., ringraziandola degli atti cortesi che ella ha ben voluto usare con me nelle nostre relazioni personali, ed aggradisca, ecc.
LaGazzetta di Gaetadel 16 di ottobre contiene varie proteste del Re di Napoli contro gli atti del governo di Garibaldi. Crediamo a proposito di riferire la seguente, relativa alla confiscazione del patrimonio privato del re Francesco II e di tutti i Principi del sangue, come quella che dimostra fin dove giunga il furore della rivoluzione. Chi può non essere profondamente colpito dalle seguenti parole di questa protesta: e La dote di questa Principessa piemontese (l'illustre e venerabile madre del Re, Maria Cristina) e stata confiscata dal governo di Garibaldi in nome del Re di Piemonte, e si contesta al figlio il diritto a questa santa e legittima eredità di sua madre, dovutagli in virtù di un trattato colla Sardegna!»
Ecco il documento:
«Dopo aver spogliato il Re, nostro Signore, de' suoi Stati, la rivoluzione trionfante lo spoglia pure della sua privata e legittima fortuna. Con essa sono stati confiscati i maggiorati dei Principi, le doti delle Principesse, il prodotto delle loro particolari economie, tutte le proprietà insomma che, costituite dalle leggi civili, sono in tutti i paesi inciviliti, e dai più anarchici governi rispettate.
«Ma questo attentato non meriterebbe altro che lo sdegno di S. M., che avrebbe creduto al disotto di sua dignità farvi attenzione, se allo spoglio non si accompagnasse la calunnia.
«Il Giornale di Napolidel 20 settembre, N° 5, nel rendere conto di questo fatto al pubblico, procura raccomandarlo o scusarlo, dicendo che sapendo il ministro di polizia di Garibaldi come grandi ricchezze avessero a scapito del popolo accumulato i Principi di Casa Borbone, si diede a veder modo onde una parte almeno di esse fosse reintegrata al tesoro dello Stato». Raccontando poi la trasmissione violenta di una somma di 184,608 ducati di rendita, ed aggiungendola ad un'altra di ducati 317,186 prodotto annuo dei maggiorati ed economie private della Casa Reale, calcola il capitale di questa doppia rendita in 11 milioni legittimamente, aggiunge, rivendicata alle finanze dello Stato,
«Mentre che negli inqualificabili alti, che hanno luogo nell'invasione del Regno, s'invoca soltanto il dritto della rivoluzione, il governo di S. M. lascia alla Provvidenza, all'opinione pubblica e alla giustizia dell'Europa il giudizio di uno stato di cose che, opponendosi a tutti i principii sociali, non può essere né accettato né durevole. Ma quando si parla di legge e di diritto, nello stesso tempo che si conculcano tutti i diritti e tutte le leggi, il governo di S. M. non crede dover lasciare agli invasori e ai rivoluzionari il beneficio dell'impunità delle calunnie.
«Le rendite occupate violentemente dal sig. Conforti e violentemente confiscate dal governo di Garibaldi si compongono di quelle due partite accennate nel suo giornale di Napoli. La prima, cioè quella di 184,608 ducati, rappresenta l'eredità lasciata ai suoi dieci figli ed ai poveri dal defunto re Ferdinando II.
«Questo è il frutto delle economie personali di 30 anni di regno; e dichiarare illegittima questa eredità vai tanto che attaccare la legittimità della lista civile e del patrimonio che hanno posseduto lutti i monarchi delle Due Sicilie.
«L'altra partita si compone, nella maggior parte, dei maggiorati dei Reali Principi, e delle doti delle Reali Principesse, costituiti in virtù di antiche e finora sempre rispettate leggi. Là stanno pure piccole economie fatte in favore di orfani durante la loro infanzia, come può rilevarsi dalla lista stessa pubblicata nel giornale della rivoluzione, trovandosi due sole partite appartenenti al Re (N. S. ), una di 5,415 ducati, economie della sua assegnazione di Principe ereditario, e un'altra di 67,500, interessi composti ed accumulali durante ventitré anni, della dote ed eredità propria della sua illustre e venerabile madre Maria Cristina di Savoia.
«La dote di questa Principessa Piemontese e stata confiscata dal governo di Garibaldi, in nome del Re del Piemonte, e si contesta al figlio il diritto a questa santa e legittima eredità di sua madre, dovutagli in virtù di un trattato colla Sardegna I
«Nel permettermi dopo le istanti mie preghiere, di trasmetterle queste necessarie spiegazioni, mi ha ordinato il Re (N. S. ) di prendere per base la pubblicazione stessa fatta dal governo rivoluzionario che si è impadronito de' suoi stati in nome del Re di Sardegna. Non è cerio l'animo di S. M. di lagnarsi dello spoglio di tutta la sua fortuna particolare; S. M. ne aveva fatto il sacrifizio quando costantemente, anche nei giorni i più minacciami della lotta e dell'invasione, si rifiutò ostinatamente a far vendere le sue rendite di Napoli per piazzarle con più sicurezza in fondi di altri e più fortunati paesi. Potrebbe sì compiangere la sorte di nove fratelli e sorelle condannati, senz'altro delitto che il loro nome, a vedere confiscati dalla rivoluzione tutti i loro mezzi di fortuna, ma qualunque sia il loro avvenire, sia la loro sorte vivere nell'esilio e nelle più dure privazioni, S. M. è sicura che sapranno sopportare l'avversità con costanza degna della loro stirpe e del rango in che per esempio degli altri li fece nascere la Provvidenza. In mezzo a queste miserie della rivoluzione splende più alta e più gloriosa la magnanimità del nostro augusto Sovrano. I palazzi, i musei che ha lascialo, nel partire, pieni dei tesori dell'inestimabile eredità de' suoi antenati, attestano al mondo il completo disinteresse e la generosità d'animo di Francesco II.
«Unita la sua causa a quella dei suoi popoli, non ha voluto il Re trasportare fuori del paese neanche la sua particolare fortuna, come si sdegnasse salvare per sé una tavola nel naufragio generale del Regno. La sua indifferenza pei beni materiali della vita è proverbiale; né pure i grandi dolorosi avvenimenti, che hanno avuto luogo nel breve, ma difficile periodo della sua ascensione al trono, avrebbero permesso queste cure ad uno spirito esclusivamente occupato della pace e della prosperità dei suoi sudditi.
«Non sono necessarie queste spiegazioni per quelli che conoscono lo stato delle cose in Napoli; ma come potrebbe avvenire che trovasse eco in codesti paesi la calunnia, credo del mio dovere tenerla al corrente dei fatti, perché sia in grado di smentirla. Non sono tesori che la Casa di Borbone portò seco nel l'abbandonare la Capitale; sono i suoi palazzi, i suoi musei e la santa eredità dei suoi antenati, che lascia come monumento della sua generosità nel suo sempre amato Regno, senza curarsi dell'eventualità dell'avvenire. Ijidote della madre del Re, l'eredità particolare di suo padre, i maggiorati, le economie dei Principi e delle Principesse, tutto quanto costituisce la fortuna privata della famiglia reale, quanto assicurano le leggi civili, quanto rispetta il diritto comune de' popoli, tutto è stato confiscato dal governo rivoluzionario di Napoli, senza che il Re si degnasse neanche protestare contra questo scandaloso spoglio, trovando al di sotto della sua dignità occuparsi dei suoi interessi particolari, quando cadono in rovina i grandi interessi dello Stato. Né avrebbe annuito alle rappresentazioni rispettose e ripetute del suo governo, se non fosse dovere dei suoi ministri respingere con indignazione le false imputazioni, che possono agire sugli spiriti prevenuti od ignoranti.
«Ella è autorizzata a fare di questa comunicazione l'uso, che stimerà nella sua prudenza conveniente, ed a rilasciarne copia a cotesto ministro degli affari esteri».
La guerra sta per iscoppiare. Ma Napoleone III calerà di nuovo in Italia? Da quanto pare i rivoluzionari temono grandemente di essere abbandonati dal loro protettore. Noi non ci stupiremo di questo voltafaccia di Napoleone III: e bisognerebbe essere di una semplicità arcadica per istupirsene. Egli è politico in rigor della parola. Succia gli aranci e getta via la scorza. Egli si è servito di tutti i partiti, ed ha corbellato tutti i partiti. Popoli e sovrani, rivoluzionari e cattolici, la Chiesa e gli Stati tutti ebbero da lui promesse ed anche aiuti, ma tutti si trovarono col corto da' piedi. Non è bisogno di tessere la storia della politica di Napoleone III che tutti sanno a memoria. Ma eccone lino di recente asciato nelle peste da Napoleone III, dopo avergli promesso Roma e toma: vogliamo dire il Re di Napoli, come appare dalla seguente lettera autografa dell'infelice giovine monarca spedita a Napoleone per mezzo del signor Manna»
«Sire,
«Voi mi avete consigliato di dare delle instituzioni costituzionali ad un popolo che non ne dimandava, io ho aderito al vostro desiderio. Voi mi avete fatto abbandonare la Sicilia senza combattere, promettendomi che così facendo il mio regno sarebbe garantito. Sinora le Potenze sembrano persistere nel loro pensiero di abbandonarmi. Ora io debbo prevenire V. M. che sono risoluto di non discendere dal mio trono senza combattere; io farò un appello alla giustizia dell'Europa, ed ella saprà che io difenderò Napoli, ove sia assalito».
(Pubblicato il 16 maggio 1860)
Il 25 di giugno del 1857 Pisacane partiva da Genova sul vapore ilCagliari con una mano di congiurati, dirigendosi verso il regno di Napoli. IlCagliarifu catturato «e la banda insurrezionale dovunque passò, oltre di essere attaccata e battuta dalla gendarmeria e dalle guardie urbane, trovava la più grande avversione nelle popolazioni, che ne uccidevano ed arrestavano gli sbandati» (Dispaccio del conte di Gropello, incaricato degli affari del governo sardo a Napoli a S. E. il conte di Cavour, sotto la data di Napoli 4 luglio 1857).
Il conte di Cavour chiamava la spedizione di Pisacane undeplorando e criminoso fatto, e diceva: «Il deplorando e criminoso fatto ha destato l'indignazione del governo del Re, indignazione che fu divisa da ogni sensata ed oneste persona; la S. V. potrà esprimere a nome mio questo sentimento al ministero di S. M. siciliana»(Dispaccio del conte di Cavour al conte di Gropello, sotto la data di Torino,9luglio1857).
Il Commendatore Carafa, ministro a Napoli per gli affari esterni, nel sentire tantaindegnazionedel conto di Cavour osservava, che ideplorabili avvenimenti «avrebbero potuto evitarsi con tenersi conto degliartifiziosi e noti preparativi che li han preceduti, come conviensi a' governi che vogliano mantenersi alla altezza della loro propria dignità e posizione» (Nota del Commendatore Carafa al conte di Gropello, sotto la data di Napoli, 5agosto1857).
Il conte di Cavours'indegnavaancora piùper le malevoli insinuazionicontenute in questa Nota, le quali «oltreché sono poco conformi al linguaggio diplomatico, non potrebbero considerarsi se non come offensive al governo di Sua Maestà»(Dispaccio al conte di Gropello, sotto la data di Torino, 14agosto 1857).
Intanto volevasi che il governo napoletano restituisse ilCagliaricatturato. Quel governo resisteva al conte di Cavour; ma quando l'Inghilterra entrò nel litigio e pesò nella bilancia con tutta la sua forza marittima, Napoli cedette e restituì.
«Scorgendo dalla nota di V. E., scriveva il comm. Carafa al conte di Malmesbury, che l'affare delCagliaria niuno può essere della più grande importanza, che alla Gran Bretagna(lo none can this be of greater importante than to Great Britain)non rimangono al governo napoletano altri ragionamenti ad esporre, nò altre osservazioni a fare»(Lettera del comm. Carafa al conte di Malmesburv sotto la data di Napoli, 8giugno1858).
Ci parve utile di ricordare questi fatti e questi documenti oggidì che sì rinnova sul grande teatro europeo qualche cosa di simile. Il 6 di maggio del 1860 partiva da Genova Garibaldi con parecchi vapori, e molle armi, armali e danari per sostenere la rivoluzione siciliana, e levare contemporaneamente a sommossa Napoli e gli Stati del Papa.
Il conte di Cavour, a detta del Grandguillot delConstitutionel, biasima energicamente l'audace tentativo di Garibaldi. Non sappiamo se quest'energico biasimogiunga fino a chiamare la spedizione di Garibaldi, come quella di Pisacane, un deplorando e criminoso fatto.
Il conte di Cavour, a detta delConstitutionnel,era informato degli intendimenti del Garibaldi, ma non potà impedirli, perché «se la sua spedizione è contraria agli interessi del Piemonte, essa rispondeva tuttavia alle tendenze del popolo, di cui Garibaldi è l'eroe».
E qui sono da farsi tre osservazioni. La prima, questo contrasto stabilito dal Constitutionneltra gliinteressi del Piemontee letendenze del popolo. La seconda, questa ragione d'interesse, la sola che sia venuta in mente jdConstitutionnel. La terza il diverso linguaggio delConstitutionnel,che chiama Garibaldiun eroe! e dellaPatrie, che già lo disse unpirata, uncondottiero, un Walker. Eppure ilConstitutionnele laPatriestanno agli stipendi di Napoleone III, e ne sostengono la politica!
Del resto non sappiamo quanto possa riuscire cara e onorevole al conte di Cavour questa patente d'impotenza regalatagli dal diario francese. Un governo che non può impedire una spedizione da luienergicamente biasimata,è governo senza forza e meritevole di molta compassione!
Noi siamo altamente maravigliati chel'Opinioneaderisca ai ragionamenti del Constitutionnel, e li facccia suoi. Il giornale ministeriale dice che il conte di Cavour non poteva opporsi alla spedizione di Garibaldi senzafar divorzio dalla e coscienza pubblica. Ma in questo caso non ha fatto divorzio dallapubblica coscienza,biasimando energicamenteuna tale spedizione?
Si accerta intanto che Garibaldi sia sbarcato in Sicilia, ma che abbia perduto i due vapori della spedizione, cioè ilPiemontecatturato dalla marineria napolitana, e ilLombardomandato a fondo.
Dicono che una fregata inglese impedisse che ilPiemontefosse affondato come ilLombardo,protestando a favore de' macchinisti inglesi, che vi stavano sopra.
Così, se la spedizione di Garibaldi non avrà buon esito, vedremo rinnovarsi riguardo alPiemontele stesse discussioni già avvenute rispetto alCagliari, e il governo di Napoli verrà obbligato a restituirlo all'Inghilterra.
Imperocché ilPiemonteappartiene alla società Rubattino come ilCagliari,e questa ba dovuto nuovamente cedere alla forza, e ne ha la dichiarazione di Garibaldi, sotto la data di Genova 5 di maggio, come dal Pisacane le era stata già accordata una simile dichiarazione.
Staremo a vedere come e dove tutto questo andrà a finire. IlFischiettoci dipinge Garibaldi, che tura il cratere del Vesuvio col Re di Napoli; e costa poco pensare e dipingere simili caricature Ma metterle in pratica può costare qualche cosa di più.
Per ora noi raccogliamo i documenti, e ne abbiamo molti, principalmente proclami. Garibaldi prima di partire ne ha fatto una buona provvista, e n'avea per tutti, per l'esercito napoletano, per gli abitanti del regno di Napoli, pei Siciliani, pei Romani, pei soldati Piemontesi, ecc. Che effetto produrranno questi proclami? Dove la rivoluzione si fermerà, e quando?
(Pubblicato il 4 luglio 1860)
Tempo la pubblicammo un articolo in cui, sotto il titolo diMisteri della rivoluzione siciliana,enumeravamo alcuni fatti, che davano luogo a gravi pensieri, e colle presenti nostre cognizioni non si sapevano spiegare; dichiarando che toccava al tempo di metterli in chiara luce, e indicarci le cause principali che li avevano prodotti. Ora noi faremo lo stesso sulle cose di Napoli, e gettato prima un rapido sguardo sui primordii del nuovo Re, esporremo imisteriosi eventi, il cui eco dalle rive del Sebeto giunse or ora sulle sponde del Po.
Il 22 di maggio del 1859 Francesco II succedeva al proprio padre nel regno delle Due Sicilie, e succedeva, diceva egli «ad un grande e pio monarca, le cui eroiche virtù ed i pregi sublimi non saranno mai celebrati abbastanza».
Il 24 di maggio dello stesso anno Francesco II trasmetteva l'ultimo addio de proprio genitore all'esercito; «a questa fedele armata, che seppe in ogni tempo ed in ogni occasione, e per tutte le vie corrispondere degnissimamente con la sua disciplina e col suo valore alla predilezione del grande Re, che ne fu il fondatore ed il compagno; a quest'armata cui Noi stessi andiamo superbi di appartenere, e di averne fatto parte fin dai nostri primissimi anni, il che ci ba dato l'agio di conoscerla e valutarla dappresso».
A que' dì ferveva la guerra tra l'Austria, la Francia e il Piemonte. Una delle prime dichiarazioni del nuovo Re di Napoli era di volersi tenerein una stretta neutralità,«ed osservare scrupolosamente dal canto suo tutto ciò che concerne i diritti internazionali in tempo di guerra riguardo al commercio, o navigazione dei neutri».
Giunta questa notizia in Torino, laGazzetta del Popolodel 7 di giugno 1859 dichiarava il Re di Napoliposto fuori della legge. Il nuovo Re, diceva la Gazzetta, dichiarandosi neutrale, ha ripudiato la causa italiana e si è quindi posto fuor della legge».
Intanto Francia ed Inghilterra, che aveano interrotto le relazioni col Re di Napoli defunto, le riappiccarono tosto col figlio, mostrando verso di lui una benevolenza singolare, sicché la flotta inglese dovea perfino accorrere nelle acque di Napoli per prendere parte alla solennità dell'incoronazione.
Nel settembre però del 1859 l'inviato francese, barone Brenier, rinnovava a Francesco II la domanda di radicali riforme, già fatta al proprio padre, ed egli le rifiutava, dichiarando «che sull'esempio di suo padre manterrà l'integrità dei suoi diritti; non voler precipitare il suo popolo nella via fatale, che forma l'onta e la rovina di tanti Stati; saprà rendere felici i Napoletani, conformandosi ai veri loro interessi ed alle loro tradizioni; bastare un confronto della quota delle imposte e della tassa della rendita nelle due Sicilie e negli altri paesi d'Europa per assicurarsi che la nazione napoletana è più prospera di quelle che pretendono predicare sempre delle riforme, le quali non riescono che a nuovi aggravi». E il Re soggiungeva di conoscere tutti i pericoli ond'era minacciato, ma essere pronto a lottare come suo padre con coraggio e con perseveranza.
E con perseveranza e coraggio lottava Francesco II fedele al suo programma, né gli veniva meno l'amore del popolo. Durante la guerra, e molti mesi dopo la pace, egli visse tranquillamente, finché scoppiò la rivoluzione in Sicilia, che dal valore de' propri soldati venne sedata. Ma, a ridestarla, partiva Garibaldi dal Piemonte, e in breve ora non solo l'Isola fu tutta in iscompiglio, che anzi il Re di Napoli scese perfino a pubblicare una Costituzione, e a chiedere egli stesso una lega col Piemonte. E qui incomincia la serie dei misteri, che noi intendiamo enumerare.
Come mai il Re di Napoli Francesco II s'indusse ad abbandonare improvvisamente la via segnatagli dal suo genitore, dalGrande e Pio monarcadieroiche virtùe dipregi sublimi? Chi Io indusse a ciò? Con quali promesse? Con quali minaccie? Con quali intendimenti?Primo mistero!
Come mai lafedele armata,che colla suadisciplina, col suovaloreerasi meritata lapredilezione del gran Re,ed al nuovo avea reso anche in Sicilia segnalati servigi, non indusse Francesco II a persistere nelle sue nobili resistenze, e ad abbandonare la Corona piuttosto che cedere alla rivoluzione? Fu questa colpa de' generali? Fu effetto d'inesperienza? Fu il frutto del tradimento? Secondomistero!((28)).
Come mai Ferdinando II potà tener testa alla Francia ed all'Inghilterra apertamente ostili, né per la partenza dei loro ambasciatori avvenne nel reame il menomo disordine, ed anzi per buona pezza tutto procedette regolarmente, e Francesco II con questi esempi sotto gli occhi si arrese a strani consigli, e voltò repentinamente bandiera cedendo ad una forza in apparenza infinitamente minore?Terso mistero!
La sentenza che metteva il nuovo Re di Napolifuori della legge,e veniva promulgata dallaGazzetta del Popolo,un anno fa, avrebbe oggidì la sua esecuzione? E perché si tardò finora ad eseguirla? E chi ne sono gli esecutori? E chi fu il tenebroso tribunale che pronunziò la fatale condanna?Quarto mistero!
Non sarebbe stato meglio pel nuovo Re di Napoli di continuare come suo padre ad essere in piena rottura diplomatica coi governi di Francia e di Inghilterra, oppure tornò alla Corte di Napoli di qualche vantaggio l'avere ristabilito le sue relazioni con queste due Potenze riacquistandone l'amicizia?Quinto mistero!
E la Russia che rimproverò tanto all'Austria la sua ingratitudine, la Russia, a cui il Governo di Napoli restò fedele durante la guerra d'Oriente, la Russia, che prese a sostenere il Re delle Due Sicilie quando Francia e Inghilterra lo minacciarono e gli tennero il broncio, perché oggidì la Russia abbandonò Francesco II, e non lo sovvenne almeno di un suo consiglio e d'un suo conforto? Sesto mistero!
E poi se le riforme erano un grande bisogno di Napoli e del reame, e quel popolo le invocava, perché, oggidì che le ha ottenute, non so ne allieta, non fa festa, non ringrazia il Principe che gliele ha accordate? Perché invece i disordini incominciano in Napoli colla promulgazione dell'atto sovrano che accorda lo Statuto?Settimo mistero!
Perché l'Inghilterra, la quale pretese con tanta insistenza dal Re di Napoli la concessione di libere istituzioni, ora che vennero appagati i suoi desiderii, e fa inalberata la bandiera tricolore non piglia le parti del Re generoso, ma invece continua a piombargli addosso più accanita, e lo vuole esautorato ad ogni costo?Ottavo mistero!
Se il Re di Napoli voleva stringere lega col Piemonte, perché dichiarare la suaneutralità, quando fervea la guerra; o se stimava utile al suo popolo ed al suo governo serbarsi allora neutrale, come può oggidì egli stesso proporre una confederazione col Piemonte?Nono mistero!
E il Piemonte che tanto sospirava una lega con Napoli, e vedeva in questa la salute d'Italia e la sua indipendenza, perché non l'accetta oggidì che gli viene offerta? Ama forse più d'unalegaun'annessione, e rinunzia a quella per questa? E allora che cosa significano le protestazioni di disinteresse e di amore sincero verso l'Italia e i Principi che ancora vi comandano?Decimo mistero!
Noi per ora ci restringiamo ad accennare queste difficoltà senza recarne giudizio. Ci dorrebbe troppo di non poterlo recare favorevole al Re delle Due Sicilie. Certo noi non possiamo rallegrarci della condizione in cui si trova. L'avremmo visto più volentieri in compagnia dell'Arciduca di Toscana e dei Duchi di Modena e di Parma. Ad ogni modo ci mancano ancora i documenti e le cognizioni necessarie per giudicare questo Principe. Il tempo e gli eventi diranno chi fossero i suoi consiglieri, e se gli dessero buoni consigli.
(Pubblicato il 6 luglio 1860)
Incomincia a spandersi un po' di luce sulla nuova politica del Re di Napoli. Non pare che si apponessero al vero que' diari, i quali ci parlarono d'un brusco ricevimento toccalo io Parigi al De Martino, inviato straordinario presso l'Imperatore de Francesi; o se il ricevimento fu proprio in apparenza freddo e inconcludente, ciò proveniva dal desiderio di nascondere certi accordi, che si sarebbero visti di poi.
Napoleone III per due motivi non poteva dare il suo suffragio all'annessione di Sicilia e di Napoli al Piemonte. L'uno deriva dalle lezioni di suo zio, a cui egli mostrasi sempre fedele e devotissimo; l'altro dalle proprie idee precedentemente manifestate, e sulle quali suole essere d'una straordinaria tenacità.
Il 13prairialanno v, ossia il primo di giugno del 1797 Napoleone Bona parte scrivendo al Direttorio usciva in questa sentenza: «Coloro che possedono la Sicilia e il porto di Napoli se divenissero una grande Potenza, sarebbero i nemici nati e formidabili del commercio francese».
Dunque la Francia avrebbe molto da temere pei suoi interessi qualora una sola Potenza italiana fosse signora di Genova, di Livorno, di Napoli e di Sicilia, Pensate! Luigi Bonaparte si spaventò perché il Piemonte allargatosi in Lombardia avea conquistato l'Italia centrale, e volle tosto la Savoia e Nizza come guarentigiadelle frontiere francesi.
Ora è evidente che avrebbe avuto una maggior ragione di spavento quando il Piemonte si fosse allargato fino a Messina. Per provvedere quindi agli interessi francesi, non se gli paravano innanzi che due ripieghi, o impedire l'annessione, o permettendola, pretendere nuove guarentigie e impadronirsi di Genova e di Torino.
Quest'ultimo partito presentava un mondo di difficoltà. Indurre il Piemonte al sacrifizio di se medesimo; prima difficoltà: ottenere dall'Europa, che va sì a rilento nel sancire la cessione della Savoia e di Nizza, il consenso per un nuovo e più importante ingrandimento; seconda difficoltà maggiore della prima.
Laonde il Bonaparte non poteva nemmeno mettere in discussione questo ri piego ed appigliossi all'altro, di attraversare le miro del conte di Cavour su Napoli e sulla Sicilia. E nel far ciò egli sudiossi, come suol dirsi, di battere due ferri, ad una calda, spingendo innanzi la sua idea manifestata a Villafranca, il disegno cioè di una Confederazione italiana.
Pertanto fe' sapere al Re di Napoli che egli stesso spontaneamente rimettesse sul tappeto questo disegno. E siccome dopo Villafranca Francesco II si era mostrato favorevolissimo ad un'idea di confederazione, così tenne il consiglio, e propose al Piemonte la lega.
Ma vi era una difficoltà di qualche momento che potea servire al conte di Cavour di scappatoia per uscirsene pel rotto della maglia. Il nostro ministero avrebbe potuto osservare che una lega politica tra due Stati retti con diversi principii, costituzionale l'uno, assoluto l'altro, discordava in genere, numero e caso.
Il Re di Napoli prevenne l'obiezione e la tolse di mezzo proclamando lo Statuto. Da questo punto i due Regni sono retti coi medesimi ordini rappresentativi, e nulla può o mai ragionevolmente impedire la loro confederazione.
Il ministero adunque di Francesco II ne fa la proposta sotto le condizioni seguenti: 1° La lega tra il Piemonte e Napoli sia essenzialmente difensiva, cioè non abbia verun intendimento ostile contro le altre Potenze che sono nella Penisola; 2° La lega rispetti l'autonomia dei diversi Stati che sono in Italia; 3° La lega aiuti l'unità italiana in tutto ciò che possa conciliarsi colla delta autonomia, e col premesso rispetto agli altri diritti sovrani.
Il ministero piemontese ha una sola difficoltà da opporre. Esso chiede a Napoli se sia pronto a riconoscere le annessioni dell'Italia centrale allo Stato nostro. Napoli risponde che non tocca a lui riconoscere il primo ciò che niuna Potenza in Europa ha ancora riconosciuto. Del resto essere una questione adiafora quella delle annessioni, e non poter recare nessun impedimento alla lega.
Il conte di Cavour volea dapprima attenersi al,partito deltemporeggiarema Napoli chiede una risposta, e questa non può ragionevolmente differirsi. Ola risposta è affermativa, ed ecco distrutto il principio che vuole l'Italia una sotto il Regno costituzionale di Vittorio Emanuele II. E siccome le annessioni dell'Italia centrale vennero compiute su questa base, cosi distruggendola, in certo modo si rimettono in dubbio quelle annessioni medesime.
Oppure la risposta è negativa, e le conseguenze sono gravissime. La risponsabilità dei pericoli di guerra che perdurano in Europa cade tutta sul Gabinetto Piemontese; a lui si può ascrivere la colpa d'aver impedito quella sola unità italiana che sia nell'ordine dei possibili; e finalmente non va pili immune dalla taccia di pretendere l'altrui, e di lavorare sotto mano per trarre l'acqua al proprio molino.
Inoltre Napoleone III si leva e dice: Come? Il Re di Napoli, che io non ho aiutato con un solo uomo, a cui non ho imprestato un centesimo, che non ho ingrandito con un palmo solo di terreno, tuttavia abbraccia le mie idee, e si fa zelante promotore della Confederazione Italiana da me promessa a Villafranca, e il Piemonte, a cui ho dato prima uomini e denari, e poi la Lombardia, rigetta una si savia, si prudente, sì italiana proposta?
Allora vien fuori il rimprovero d'ingratitudine, a cui succede la freddezza, poi l'abbandono, e così Napoleone III esce coll'onore delle armi da quel ginepraio, in cui si è messo quando prese a fare l'Italia. Di poi si ravvicina al Papa, piglia a cuore la causa del Re di Napoli, fa completo divorzio dalla rivoluzione italiana, e ottiene più facilmente dall'Europa che essa riconosca l'annessione all'Impero di Savoia e di Nizza.
Se noi siamo bene informati, tale sarebbe il disegno della politica imperiale. Si aspettino tuttavia i fatti, giacché è difficile leggere addentro alla testa misteriosa del Bonaparte, che talvolta accenna da un Iato per condurre al lato opposto. Ad ogni modo questa nostra esposizione ci pare plausibile, e può almeno passare come congettura.
Del resto, se il nostro ministero amasse davvero l'Italia, dovrebbe secondare pienamente le mire del Re di Napoli. Ma senza curarsi dell'avvenire, obbedendo alla rivoluzione che l'incalza, continuerà a combattere Francesco II rigettandone l'amicizia. E ne avrà lode dai rivoltosi.
Peròrespice finém!Verrà un giorno di luce, un giorno di disinganno, un di que' giorni, in cui le cose si veggono come sono in sè, senza quelle nubi, con cui sogliono oscurarle le passioni politiche. A questo giorno, che presto o tardi verrà certamente, noi ci appelliamo contro coloro che ci accusano di non amare l'Italia.
I fatti avranno allora provato che noi amavamo di gran cuore questa nostra patria, e che noi le rendevamo, secondo le nostre forze, qualche servizio, scongiurando la tempesta che se le addensava sopra, e propugnando la causa dell'ordine e della religione.
(Pubblicato il 19 luglio 1860)
In ogni civile paese vengono tenuti in conto d'inviolabili e sacri i legati che recano qualche ambasciata, di qualunque genere essa sia, e comunque si chiami il Sovrano che ne li ha incaricati. Anche in tempo di guerra l'inviato latore di una proposta, fosse la più ridicola ed assurda, vien ricevuto con ogni riguardo, e si riputerebbe barbaro chi cogliesse quell'occasione per dire villania o a lui o chi lo manda.
Or bene noi abbiamo in Torino i signori Manna e Winspeare, ambasciatori straordinari di Napoli, che vennero a proporre in nome del loro Re un'alleanza col nostro governo. Volete sapere come il Re che manda l'ambasciata e gli ambasciatori sono trattati nella civilissima Torino? Leggete laGazzetta del Popolo, N° 198, del 18 di luglio. E se questa gazzettavi fa schifo, come dissero una volta i deputati, soffrite almeno che noi vi mettiamo sotto gli occhi un estratto delle gentilezze che nel citato numero essa dice al Re di Napoli e a' suoi legati.
Il primo complimento è che questi signori Manna e Winspeare sono ipocriti, e sidanno l'aria di liberali e d'Italiani. Essirappresentano una commedia epperò sono buffoni. Il ministro di Napoli, residente in Torino, è unimbecille. I due ambasciatori non meritanod'essere creduti. «Si dichiarino nemici del loro Re, dice laGazzetta, e allora, allora soltantosaranno creduti». Finora ogni loro atto è riputato,con tutta ragione, fiacchezza, tortuosità, arte di governo, arte sciocca.
Questi signori ambasciatori, continua laGazzetta, hannoun patriottismo di conio speciale, un patriottismo di conio stravagante. Il Re che li 'manda si chiamaBomba IIeBombino. Il suo governo è ungoverno atroce. In un anno quel Re si è tessuto una sanguinosa Iliade d'infamia». I due ambasciatori che ba spedito in Torino, Manna e Winspeare, sonosedicenti liberalied hanno unariputazione più o meno artificiale. 1 suoi soldatifurono pecore e lepri davanti a Garibaldi, mentre Garibaldi stesso scrisse il contrario e ne lodò il valore.
E la gazzettaccia, con istile da bettola, continua vuotando ilSacco Nerodegli improperi, e conchiude finalmente: «Gli inviali napoletani quando partono da Torino? Inviati del Borbone sono ospiti mal graditi». Le quali parole vennero scritte evidentemente per aizzare la marmaglia contro i due ambasciatori. E pensare che sono due membri della Camera dei Deputati che scrivono laGazzetta del Popolo!
Noi domanderemo 1° al Re di Napoli: Maestà, credete voi di esservi posto sulla buona via? Sperate di potervi confederare con ministri che vi lasciano trattare di questa guisa? Vi piace questo nuovo genere di civiltà, di libertà, di progresso che regna nella capitale delnuovo Regno italico?
Noi domanderemo 2° agli ambasciatori napolitani: Che vi pare di questi bei saluti che ritrovaste in Torino? Il barone Bernier venne bastonato a Napoli. Ma certe ingiurie non sono peggiori delle bastonate? Non dice un proverbio che: La lingua non ha osso, ma rompe il dosso?
Noi domanderemo 3° al popolo torinese; È la tuaGazzettaquesta che scrive così villanamente? Che si mette sotto i piedi ogni diritto delle genti? Che ti procaccia la fama d'incivile e di barbaro? Che tratta gli ambasciatori venuti con parole di amicizia ben peggio degli inviati austriaci venuti in Torino nel 1859 a recare la dichiarazione di guerra?
(Pubblicato il 14 agosto 1860)
Due documenti furono pubblicati nello stesso giorno, cioè il 4 agosto, pubblicati l'uno a Napoli e l'altro a Palermo. Il primo è il programma del ministero costituzionale. Questo è come tutti gli altri programmi, cioè contiene di molte e belle promesse; ma bisogna Aspettare per vedere se anche di questo, come degli altri si avvererà ilprometter lungo e l'attender corto. Notiamo però due cose particolari a questo programma. La prima è l'insistenza con cui il ministero promette di attuare e condurre a fine grandi lavori pubblici per dar del pane al popolo. Pare con ciò il ministero aver bisogno di gratuirsi la popolazione, la quale dappertutto fa mal viso alla Costituzione. L'altra cosa che notiamo si è che il ministero parla delle trattative col Piemonte in modo da far credere che esse riusciranno a buon fine,l’Una missione del governo sta in Torino per negoziare la lega col Piemonte, ed il ministero ne proseguirà con ogni sforzo le trattative nel doppio scopo di veder presto congiunte da vincoli indissolubili le sorti della grande Italia, e questa nobile regione abbandonarsi sicura, fidente e senza ostacolo di nemiche passioni allo asseguimento de' suoi novelli destini».
Di fatto non è vero che gli inviati napoletani sieno partiti da Torino, e che le trattative sieno rotte. Solo si annunzia la partenza del sig. Manna per alla volta di Parigi; forse per implorare dal padrone dell'Italia qualche cosa che i servitori di Torino non vogliono concedere ai conservitori di Napoli.
Ora non sappiamo accordare queste trattative coll'altro documento pubblicato altresì il 4 agosto a Palermo. Il Depretis ha il titolo di prodittatore. Ma in fatto esso è il vero dittatore. Garibaldi non è che il prestanome della ditta Depretis, Cavour e socii. Egli è dittatore come il gerente di un giornale che ne assume la risponsabilità legale. Ma tutti sanno che egli non fa altro che mettere il suo nome appiè del giornale.
Il Depretis adunque il 4 d'agosto pubblica un bando, con cui annunzia ai Siciliani che l'illustre soldato, onore d'Italia, da loroacclamatoloroliberatore, vuole loro accordare lo Statuto piemontese e l'annessione al Piemonte. Nello stesso tempo pubblica il decreto, in data del giorno innanzi, in cui, senza neppur far cenno dell'illustresoldato, il Depretis si degna di ottriare lo Statuto piemontese ai Siciliani. I lettori vedranno più innanzi questi due documenti, intorno ai quali avremo occasione altra volta di far qualche osservazione.
Per ora ci limitiamo a dire che lo Statuto piemontese, quantunque ottriato ai Siciliani, rimane però una lettera morta. Per ora lo Statuto è Depretis. Lo Statuto piemontese fu portato in Sicilia, ma ancora in fasce e messo a balia sotto la custodia del signor Depretis, che ne è il balio. Quando lo Statuto sarà in grado di far da sè, allora il babbo balio si ritirerà, e le cose ripiglieranno l'andare legale. Intanto finché il bimbo sia divezzato, gli sieno dati i piedi, si aia baloccato col carniccio ecoll'equitare arundine longa,il balio comanderà ai Siciliani.
In Sicilia si ripete la commedia rappresentata altrove. Si comincia a cacciare a forza i legittimi padroni; si promette al popolo che nulla sarà ordinato senza il suo voto ed il suo consenso. Un dittatore intanto si reca in una mano le redini del governo e nell'altra il flagello, e chi non vuole piegare il groppone, scudisciate come Dio vel dica. Garibaldi ne' suoi bandi a' Siciliani avea promesso di interpellare il popolo per mezzo del suffragio universale, affinché decidesse delle sue sorti. I decreti furono fatti per formare le liste elettorali; venne determinato il giorno delle elezioni... Ed ecco che il Depretis viene fuori dicendo:
«Considerando che il voto espresso dai Siciliani fu ed è l'annessione al Regno italiano e costituzionale dello augusto Vittorio Emanuele, re d'Italia», e con ciò liste elettorali, suffragio universale, elezioni, ogni cosa andata in fumo. Va ora e di' un po' a' Siciliani che abbiano il grillo di contraddire al decreto di babbo balio! Si che te li concierà per le feste!
Ora, diciamo noi, come mettere d'accordo questi due documenti? Come accordare la pubblicazione dell'annessione della Sicilia al Piemonte colle trattative tra il governo di Napoli e quello del Piemonte? Come? Tante dispute, tante controversie, tante contese per sapere se la Sicilia sarebbe napoletana, piemontese, autonoma, ed ora Depretis tronca il nodo con un colpo di penna? Era pregio dell'opera che il Garibaldi mandasse ambasciadori a Torino, a Parigi, a Londra per trattare questa faccenda, se essa dovea decidersi così ad arbitrio del Depretis? E perché il povero La Farina, che pure voleva fare ciò che fece il Depretis, fu espulso come un broglione, un commettimale, un seminatore di zizzania?PoveroLa Farina, eraandatocolà per buscarsi anche lui il cordone dell'Annunziata come Farini e Ricasoli, ed ecco che dovette tornarsene con tanto dinaso! EdorasaràilDepretische si buscherà il gran cordone, che lo farà cugino del Re!Habent sua fataanche gli arruffapopoli!
Eccoci dunque padroni della Sicilia! Ecco la famiglia piemontese aumentata di due milioni di persone! Oggimai se le Potenze non ci accordano il diploma di grande Potenza, sapremmo noi farla da grandi. Quattordici milioni, non si burla mica no? Quand'anche Napoli non fosse nostro (come sarà senza fallo!!) non siamo noi grande Potenza?
Basta: se son rose fioriranno, e se sono spine pungeranno. Badiamo a noi l Ci andiam dilatando; ma dilatandoci avviene, come a tutte le cose, che si dilatano, le quali sogliono perdere tanto in profondità e sodezza, quanto guadagnano in superficie. Nulla valse tanto a conciliare l'odio di tutta l'Europa contro Napoleone III, quanto l'ambizione di dilatare il suo Stato. Il timore che egli covasse in cuore quell'intento, lo rendeva sospetto; ora che per l'annessione di Nizza, e della Savoia il sospetto è diventalo un fatto, l'odio è sottentrato al timore.
Il Piemonte infatuato delle sue facili conquiste, ed ebbro di gloria per gli allori che non sono troppo sudati, vede tutto in color di rosa. Ma badi bene che i popoli d'Italia sono gelosi del suo ingrandimento, e detestano la sua ambizione. E ciò non è un sentimento recente e passeggero. Noi citeremo un testimonio per nulla sospetto; vogliam dire il Giusti, il quale tra i rivoluzionari è uno de' più franchi e de' piùgiusti(secondo rivoluzionario). Or bene ecco ciò che scriveva ad Alessandro Manzoni fin dal 1848:
«I Piemontesi (ma zitto per l'amor di Dio se non mi vuoi vedere lapidato), i Piemontesi hanno la voglia e la forza di salvare l'Italia, ma ne hanno anche la presunzione, e, starei per dire la pedanteria. Non dicono:Ego primam tolto nominor quia leo, ma giù di lì. Cesare Balbo è il paese incarnato. Leggi i suoi scritti, ascolta ciò che ti dice, e ti pare, ed è di fatto il primo amico della libertà; toccato nelle sue opinioni, allora lui è l'Italia, e l'Italia è lui, e addio roba mia. Il primoluilo metto perché sei tu, ma come accademico della Crusca sarei obbligato a scrivere con ripicchiata eleganza,essoè l'Italia, e l'Italia è lui: non è vero?
«A proposito del Piemonte, avrei altre cose da dire; ma assai vostra signoria è repubblicana, e non vorrei per tutto l'oro che è sotto la cappa del cielo, che i giornalisti, mezzani di Carlo Alberto, avessero a dire che io gli seduco le g.... lombarde. Credo che sia tua l'osservazione che il partito repubblicano ha sul partito costituzionale il vantaggio di dire ciò che sente alla faccia del sole, senza ricorrere a mezzi termini, per tirare dalla sua chi la pensa diversamente. Quanto alle parole, siamo d'accordo, quanto ai fatti, no. Conosco i polli, e so che a un punto preso, fanno di tutto, e in nome dell'Italia una e indivisibile non hanno scrupolo di barattarti le carte in mano. Ma il mondo è mondo per tutto e per tutti:
E tutto si riduce, a parer mio,
A dire: Esci di lì, ci vo star io.
«E il sapere stare sul suo, è un microscopio che ti scopre il baco dov'è ((29))».
Se questo il Giusti diceva nel 1848, che cosa direbbe dopo le annessioni di Lombardia, dell'Emilia, della Toscana, e della Sicilia?
Il telegrafo ci reca gravi notizie di Napoli, dove la sera del 15 di luglio avvennero serii conflitti tra i soldati e il così dettopopolo. Cagione del disordine fu una dimostrazione fatta in onore degli emigrati reduci in Napoli. Quella dimostrazione era una doppia offesa al Re vivente, e a suo padre defunto, e, come si capisce facilmente, mancava d'ogni principio di delicatezza. Se il Re dimentica e perdona, perché i rivoluzionari non vogliono dimenticare, né perdonare mai?
Intanto il primo ministero costituzionale di Napoli si è dimesso, non rimanendo che il signor De Martino, il quale pare sia riuscito a comporre un nuovo gabinetto, dove il sig. Liborio Romano sarà ministro dell'interno, e il generale Pianelli ministro della guerra. In quindici giorni il Re di Napoli ha già avuto due gabinetti costituzionali, e non istarà molto a cercarsi il terzo, e poi il quarto, e poi il quinto, se il tempo gli basterà.
Le condizioni di Napoli sono tristissime, e se vi esiste la Costituzione, non vi si trovano oggidì costituzionali. In quel reame, come dappertutto, vi hanno buoni e pessimi, galantuomini e ladri, amici dell'ordine e fautori delle sommosse.
Gli amici dell'ordine non possono essere paghi della Costituzione, perché improvvisata, perché concessa o alla preponderanza straniera, o all'insolenza rivoluzionaria, perché incapace a produrre il menomo benefizio, perché indebolisce l'autorità regia in tempi grossi che vogliono la dittatura, come ne dànno l'esempio i liberali medesimi.
Badate che cosa facessero i Ricasoli e i Farini nell'Italia centrale, e che cosa faccia Garibaldi in Sicilia? Diedero forse la Costituzione questi messeri? Oh no, davvero. Invece governarono cogli ordini più stretti, pigliando in mano i pieni poteri, e scusandosene colla natura dei tempi. Ebbene anche per Napoli i tempi correvano tali da sospendere la Costituzione, se fosse esistita, come si praticò in Piemonte nel 1848 e nel 1859. Invece ilbuon Reproclamò lo Statuto!...
Gli amici della rivoluzione adeguano egualmente le istituzioni costituzionali, perché vogliono di più, perché odiano il Re, e non soffrono né che governi, né che regni; perché non si sanno arrestare a mezza via, perché quanto riuscirono ad ottenere ne cresce la baldanza e le pretese.
Di che noi vedremo in Napoli un alternarsi di sconvolgimenti parziali, forieri d'uno sconvolgimento totale, resosi inevitabile dopo la prima concessione. Il Re di Napoli andrà tardi o tosto a raggiungere gli altri Principi italiani spodestati, se avvenimenti europei non lo salvano.
Pare del resto che la Provvidenza abbia permesso a Napoli tanta debolezza e tanto tramestìo, perché in mezzo a sì fitte ombre risplendesse di più bella luce il vero e grande Re italiano, che è Pio IX; il solo nella Penisola che resista alla rivoluzione, e che saprà vincerla gloriosamente.
(Pubblicato il 29 agosto 1860)
Il ministero per far gabbo a non sappiamo chi, e per potere almeno, a suo tempo, schermirsi dalle accuse di aver fomentato e promosso la spedizione contro gli Stati Pontificii, immaginò di metter a conto di Mazzini tutto ciò che era già stato apparecchiato tanto a Genova, quanto in Toscana. E colla sua circolare del 13 agosto simulò di dare un buon rafaccio a quello stravagante di Mazzini, che vuol cacciarsi in mezzo agli agenti del ministero, a cui tocca esclusivamente ilgoverno del molo italiano, e così guastare le uova nel paniere.
Il Mazzini che si trova non poco solleticato dall'onore di figurare per una potenza in questo trambusto italiano, pigliò allegramente per sé il rimprovero gettato dal Farini allesèttein generale, e rispose tosto al manifesto del 13 agosto col suo manifesto nell'Unità Italiana. D'altro lato il Mazzini sa con chi ha da fare; sa che i ministri facendo i fatti loro, fanno ancora meglio i fatti suoi; sa che intorno ai ministri vi sono i più caldi suoi amici; quindi è informato di tutto ciò che si fa dietro le scene, e però saleggere tra le righedelle circolari ministeriali. Laonde egli accetta la parte di antagonista assegnatagli dal capocomico, ed asseconda benissimo il giuoco del ministero..
Ma Garibaldi che è digiuno dellearti volpinedella diplomazia e le detesta, non si acconcia alla parte che gli si vuole assegnare. Garibaldi è forse il miglior pezzo che vi sia in questa frotta di rigeneratori dell'Italia, vuoi nostrani, vuoi forestieri. Almeno egli combatte a viso aperto, ed espone continuamente la sua vita. Non mentisce, non tergiversa, non vende lucciole per lanterne, non manda gli altri a farsi sbudellare, serbando egli la pancia pei fichi, come fanno i rigeneratori dell'Italia delle gazzette, dei cade e del portafoglio. Garibaldi dunque non vuol saperne di queste arlecchinate. Egli vuole armi, soldati, denari e non anela che alla battaglia. Non gli parlate né di circolari, né di Note diplomatiche, né di temporeggiare, né di tergiversare. Baie! Egli tira avanti, e lascia cantare. Ora questo è che mette in un brutto impiccio il ministero e chi comanda al ministero.
Figuratevi che ieri stesso giungeva a Torino con speciale incarico di promuovere da capo e col massimo fervore i vietati arruolamenti de' volontarii il maggiore Tosetti, il quale viene non da Londra, ma dalla Sicilia, e può mostrare l'ordine formale sottoscritto, non da Mazzini cospiratore, dice ilDiritto d'oggi (28), ma da Paterno, ministro della guerra.
E laGazzetta popolaredi Cagliari pubblica la lettera da noi riferita nel numero antecedente, con cui Garibaldi autorizza l'avvocato Giovanni Sulliotti a recarsi in Sardegnaper arruolare un intiero battaglione di volontarii sardi.
Ma il più curioso è che ilDirittorimbeccandol'Opinione,la quale mise sul capo di Mazzini le spedizioni preparate contro gii Stati Pontificii, rivendica quest'onore a Garibaldi! «A questa gratuita asserzione, dice ilDiritto, noi siamo in grado di poter dare la più ampia e la più esplicita mentita. Coi nostri occhi medesimi abbiamo letto la lettera con cui Garibaldi raccomanda ai dirigenti ilComitato centrale di Genova(i quali, sia detto di passaggio, non sono strumenti né del signor Mazzini, né del signor Cavour) di sospingere la spedizione delle Romagnea tutta oltranzaed è da lungo tempo fatto di pubblica ragione il famoso proclama del 5 maggio, in cui dice che non basta promuovere l'insurrezione in Sicilia, ma vuolsi fare eziandio «nell'Umbria, nelle Marche, nella Sabina, nel Napolitano, ecc.». E tale raccomandazione, ripetiamo, non è sottoscritta da Mazzini, ma da Garibaldi».
Dunque signor Farini, non fate Io gnorri; non ci state ad armeggiare a ciancie con Mazzini per tenerci a bada, rimproverandogli come un delitto di leso diritto delle genti l'aver voluto fare una spedizione armata contro gli Stati Pontificii. È Garibaldi, proprio il vostro Garibaldi che ha dato quegli ordini, è Garibaldi che ordinò di attaccare dal lato di Toscana gli Stati della Chiesa. È quel Garibaldi che agisce in nome di Vittorio Emanuele, che è in corrispondenza con Vittorio Emanuele; che invia alla Corte di Torino i suoi ambasciadori; che riceve alla sua Corte gli ambasciadori delRegno italiano; che proclama a' suoi popoli Io Statuto delRegno italiano; e li dichiara annessi alRegno italiano; Ora che ci avreste adire? Voi, signor Farini, avete gittato il biasimo e il disprezzo sullesètte, che, assalendo gli Stati Pontifìcii, si arrogavano l'opera vostra. Ora le sétteche preparano la guerra contro il Papa è Garibaldi ed i suoi, cioè voi ed i vostri, giacché con Garibaldi voi non fate che una cosa sola, almeno per ora.
Diciamoalmeno per ora, perché, tre mesi or sono, Garibaldi ed il ministero erano uno al polo artico, e gli altri all'antartico. Allora il ministero faceva escludere Garibaldi dal Parlamento come indegno di sedere nel consesso dei rappresentanti del primo Parlamento italiano, lui che, divenuto francese per la cessione di Nizza alla Francia, non era neppur italiano. Ed il ministero faceva proclamare dall’Opinione che l'elezione di Garibaldi sarebbe stata un'immoralità.
Ecco quanto leggevasinell'Opinionedel 3 maggio. Dopo aver proposto l'avv. Fabre ed il dottor Borella per il 5° ed il 6° collegio di Torino contro il signor Robaudi e Garibaldi, si dice: «Chi ha eletto i ministri non può dar il voto che a uomini dello stesso partito; darlo ad altri sarebbeun'immoralità. È un'immoralitàil solo proporlo, e sarebbe un'offesa agli elettori il solo sospettarlo.
Il dì 3 di maggio Garibaldi deputato al Parlamento eraun'immoralità,anzi eraimmoralità la semplice sua candidatura. — Ma dopo il 3 di maggio venne il 26 di maggio e la presa di Palermo, allora Garibaldi non solo sarebbe degno di essere deputato al Parlamento, ma è degno di essere dittatore della Sicilia a nome di Vittorio Emanuele, e di trattare da pari a pari colle Potenze! I Torinesi (s'intende i Torinesi del conte di Cavour) lo esclusero dal Parlamento, ed in sua vece vi posero quel sommo uomo che è l'avvocato Fabre. Ma se oggi Garibaldi tornasse a Torino, i nostri buoni concittadini (sempre quelli del conte di Cavour) si farebbero in quattro per onorare Garibaldi con luminarie, gazzarre, feste e dimostrazioni d'ogni sorta.
Intanto consta in modo indubitato che l'arruolamento dei volontari per assalire lo stato Pontificio è stato fatto e si fa tuttora per conto e per ordine di Garibaldi; e che Garibaldi non solo non è disapprovalo dal ministero, ma è in tutto e per tutto approvato e lodato.
(Pubblicato il 31 agosto 1860)
Le rivoluzioni si fanno sempre da pochi tristi; ma i pochi nulla potrebbero, se non fossero i molti, i quali comechessia tengono il sacco a coloro che rubano. E questi che tengono il sacco a' tristi sono di tre categorie: imalcontenti, gli ambiziosi, ifuggifatica, ossia nicodemi. I malcontenti, per vendicarsi del governo, di cui hanno ricevuto o credono d'aver ricevuto qualche torto, sono lieti di chiappar per i capegli l'occasione di vendicarsi delle ingiurie ricevute; o, se non vendicarsi, almeno afferrare qualche cosa per contentarsi. Gli ambiziosi, che rimproverano alla patria di non riconoscere i meriti dei cittadini, e per cui ogni onore è sempre poco, sperano che cacciati coloro che sono in onore, sottenderanno essi al loro posto. Finalmente havvi coloro, i quali abborrenti da ogni lotta, non solo lasciano fare a' mestatori tutto ciò che vogliono, ma s'indispettiscono contro quelli stessi che a' conati dei rivoluzionari si oppongono; non già che approvino il disordine, ovvero disapprovino chi al disordine si oppone, ma perché da quel contrasto sorge un moto nella società che può disturbare la pace, e trascinarli benché riluttanti in mezzo alla lotta. Questi sono i buoniegoisti, che pur troppo sono in gran numero.
Con questi aiuti destramente maneggiati, i rivoluzionari preparano ogni cosa per il giorno e per l'ora indicata. Quando tutto è in pronto, sopravviene il coup de mg. indi Ledru»Rollin, ed ecco fatto il becco all'oca. I rivoluzionari da principio si fanno piccini piccini, dolci, mansueti, tolleranti, finché si sono bene assettati sulla sella. E non sì tosto si sentono bene a cavallo, cominciano a menar a tondo la mazza, ed a fare strage dei loro nemici, cioè di quelli stessi che li aiutarono a montar a cavallo.
Perciò si servono alternativamente dei partiti, aizzandoli gli uni contro gli altri per distruggerli tutti, cioè cacciarli dal maneggio della cosa pubblica, e restare essi soli coi loro parenti, amici e amici degli amici a reggere il paese ed a beatificarlo. D'ordinario la prima vittima è il Clero, contro del quale, dopo aver aizzati tutti i partiti, sogliono essere scagliati i primi colpi. Dopo il Clero viene l'aristocrazia, dopo l'aristocrazia, la magistratura e via dicendo, finché non rimane pili d'intatto che l'esercito. Ma anche l'esercito quando la rivoluzione è pienamente trionfante cade sotto i suoi colpi; e si sa che i rivoluzionari odiano con odio pari il prete ed il soldato. Il prete è la prima vittima, d'ordinario il soldato e l'ultima. Per distruggere l'esercito ne corrompono lo spirito, la disciplina, l'amministrazione; e si sa che un esercito corrotto è un esercito distrutto.
Il felicissimo Stato di Sua Maestà di Bettino Ricasoli è entrato nel secondo stadio della rivoluzione. Il Clero ebbe già la sua parte pel primo come è giusto secondo il diritto della rivoluzione. Ora viene la parte degl'impiegati civili: si è l'epurazionedell'amministrazione, che ora viene annunziata per la Toscana. L'augusto padrone delta autonomia toscana fece pubblicare a suono di tromba il bando con cui annunzia a' suoi autonomi impiegati che egli sta per cominciare l'epurazione, sceverando il frumento dal loglio. Il trombetta è laNazione, che si dice essere giornale degli ebrei, benché figurino esserne i padroni alcuni cavalieri di fresca data.
LaNazioneadunque del 26 agosto ebbe l'incarico disvelare al governo del Re una piaga. E naturalmente, come il trattar lepiaghenon è cosa che vada a genio, il giornale dei nuovi cavalieri, o degli ebrei, protesta che a quel nauseante ufficio è tratto pei capegli: vi ci è «spronato dal desiderio del bene del nostro paese, e crede anzi far cosa utile a tutti, svelando al governo del Re una piaga» di cui forse disconosce, o non conosce appieno la importanza. Noi vogliamo richiamare l'attenzione del ministero sugli impiegati toscani». Gran mercé che abbiamo un giornale ebreo a Firenze, che svela lepiaghel Altrimenti unapiaga nascosta come farebbe a guarire? Essa potrebbe far sacco, passar in cancrena,
«Tuttavia ci pare un' imperdonabile negligenza del ministero, che non conosca una piaga pubblica, gravissima, pericolosissima: e che tocchi proprio agli ebrei disvelarla. Se si trattasse di qualche impiegatuccio in qualche angolo dimenticato del Regno autonomo, si capisce che potrebbe lapiagasfuggire agli occhi lincei del sig. Farini: ma altro che impiegatuccio raro e da poco! Sentite il giornale dei nuovi cavalieri:
«In mezzo alla grandissima turba degl'Impiegati toscani ve ne hanno pochi caldamente liberali, non pochi per i quali ogni programma politico si racchiude in un completo indifferentismo, molli che essendo stati troppo teneri dell'antico» regime, sono naturalmente avversi al nuovo.
«Non parleremo de' buoni e nemmeno degli indifferenti, i quali, se non co zelo, adempiono però a' loro uffici. Parleremo bensì di quegli impiegati, che sotto il governo di Vittorio Emanuele parteggiano faziosamente per Ferdinando» di Lorena.
«È questa una piaga che rode poco a poco l'amministrazione del paese,. In quale non procede franca e spedita, come dovrebbe, per la forza d'inerzia che contrappongono al libero corso della macchina governativa questi nemici che abbiamo in casa, che vivono del nostro danaro, che noi paghiamo perché ci servano male, o perché infine servano al principio opposto a quello che è la base dell'ordinamento politico dello Stato».
Vi pare a voi che questa siapiagada non badarci? Capite? I liberali sonopochi;gli indifferenti sononon pochi; e gli avversi al nuovo reggime sonomolti! Ed il governo se ne sta colle mani alla cintola contemplando inon pochied i moltisuoi nemici come se nulla fosse? Su via, scotete questa vostra indolenza, signori ministri! «Queste piante parassite, questi elementi venefici o bisogna distruggerli, o porli nell'impotenza di nuocere. È dovere del governo provvedervi, perché il governo prima dei cittadini deve dar esempio del rispetto alla legge. E male i cittadini possono imparare a rispettare la legge, quando i pili acerrimi nemici di lei sono fra le file di coloro che dovrebbero curarne l'osservanza, e che per questo appunto vengono dallo Stato retribuiti».
Scandaloso di un governo! Così dai l'esempio ai cittadini dirispetto alle leggi! Cosi paghi coi denari dello statoi più acerrimi nemicidello Stato medesimo? Eh, non so a che mi tenga dal mettere in accusa il ministero in corpo ed anima. — Forse tu governo dirai che alla fin fine tutto il torto non è tuo; e che i governi precedenti, dal 27 aprile in poi, avrebbero dovuto occuparsi di sterpare queste piante parassite, e questi elementi venefici. «Forse fu grave torto (è sempre laNazioneche parla) dei governi che precederono quello che oggi ci regge, non indurre radicali cambiamenti nel personale degli impiegati d'ogni dicastero, cominciando da quelli di più bassa sfera e risalendo fino agli ufficiali della legge. Ma quei governi potevano almeno giustificare la loro tolleranza: imperocché trattavasi allora di costituire il paese ed era mestieri allontanare ogni causa di individuale malcontento. Ma ora che il paese è costituito, ora che il governo è forte per la manifestata volontà popolare, per il concorso di ogni classe di persone, quella tolleranza, che poteva in altri tempi scusarsi, non ha nessuna ragione d'esistenza».
Avete capito? Finora la rivoluzione non era ancora bene consolidata, e le conveniva andare colle buone. Ma ora che è forte, ora è tempo di schiantare, disperdere, annientare inostri più acerrimi nemici.
Ma signori cavalieri, adagino, adagino: che non veniste mai così di rimbalzo, o di matonella, come si dice costà, a ferire l'augusto vostro padrone Bettino, il quale essendo sullafaccia del luogodeve saperle queste cose. E dall'altra parte egli da quell'uomo risoluto che è, se vi fosseropiagheè tale cerusico da tagliare, bruciare, troncare braccia, gambe ed anche teste per guarire lepiaghe. Badate a voi, signori cavalieri, che, a quanto si dice, vivendo della pagnotta dell'augusto Bettino.... — che Bettino? Non c'è barone che tenga. «Noi lo confessiamo francamente: in questo non ritroviamo la energia che è propria del carattere del barone Ricasoli. Perché tollera egli questo stato di cose? Perché egli, che destituì, e saviamente, tre professori dell'Università senese, non agisce con eguale fermezza contro tutti coloro che ne imitano e ne superano l'esempio? Perché almeno non chiede al ministero che si faccia un cambio di impiegati, onde allontanare questi che qui in Toscana sono di scandalo, per mandarli in luoghi ove sarebbero costretti ad usar maggior prudenza, e a compiere al dover loro con coscienza maggiore? Un governo su tema siffatto non può, non deve esitare».
Giacché neppur il padrone è risparmiato bisogna che la faccenda sia grave. Eccettoché questa fosse una commedia concertata insieme col padrone stesso, il quale si fa sgridare da' suoi stessi staffierie che è troppo buono, e cheè troppo tollerante, e che è troppoindolente, e che diquesto passo oggi mai tutti gli………. addosso; affinché possa menar giù mazzate da ciechi riportandone tuttavia lode di troppo buono e troppo indulgente. Ma codeste le sono supposizioni di qualche malignuzzo che non conosce la pasta di zuccaro che è Bettino! Dunque; diciamo, conviene che sieno veramente gravi i delitti di questielementi venefici, deipiù acerrimi nemicidello Stato! — Se sono gravi i delitti! voi dite. Gravissimi? Ascoltate:
«Quando il paese sa che certi impiegati vanno dicendo chequesta baracca può durar pocoeche presto tornerà il Granduca;quando il paese sa, che altri va spargendo che il governo attualeè nemico della religione, e la vuole distrutta, quando il paese sa, che certi impiegati rifiutano dì concorrere a ogni coscrizione che abbia intendimenti liberali, e poi son larghi di soccorsi per il danaro di San Pietro; quando il paese sa, che in certi uffizi si conservano e si tengono esposte tuttora le immagini dei Principi decaduti che in altri si fanno conventicole nere; quando sa, che certi alti impiegati sussidiano la stampa nerissima e gongolano di gioia nel leggere i giornali più reazionarii; quando sa infine, che chi dovrebbe per ufficio sostenere il governo lo scredita in ogni maniera e dà mano a chi vuole abbatterlo; il paese ha diritto di domandare al governo, perché si pratichi questa inesplicabile tolleranza, e ha diritto di chiederlo, perché questi che dovrebbero servirci son pagati col danaro nostro, col danaro di tutti».
Qui avremmo varie osservazioni da fare: per esempio, perché, eccetto pochi, tutti gli impiegati sospirano per la ristaurazione del Granduca? Come si fece adunque la votazione per la sua decadenza all'unanimità? Perché si puniscono gli impiegati peropinioni politiche? Ma l'articolo è lungo. La conclusione è che gli impiegati Toscani devono aspettarsi un'imminente strage per mano di Bettino-bev e dei suoi agenti. Non vogliamo dire che sia una strage degliinnocenti, perché almeno rei dinicodemismodevono confessarsi. D'altro lato non crediamo che vi sia ninna relazione tra il sior Bettino ed il re Erode.
nel maggio e nell'ottobre del1860
(Pubblicato il 5 ottobre 1860)
Ornai le contraddizioni politiche sono il pane quotidiano degli uomini che governano di qua e di là delle Alpi, e noi siamo disposti a ritrovarne ogni giorno delle audacissime e stomachevoli. Non ostante ci fe' ribrezzo il confronto tra ciò che il conte di Cavour disse alla Camera dei Deputati il 2 di ottobre, e le parole che fe' stampare sullaGazzetta Ufficiale del Regnodel 17 di maggio 1860.
Cavour il2di ottobre del1860. Il governo del Re potà non fallire all'assunto di secondare la fortuna d'Italia e compiere ardite imprese. — Altri undici milioni d'Italiani hanno infranto le loro catene. —Il ministero è al tutto alieno dall'attribuireunicamentea se stesso il merito di sì mirabili eventi. —A rispetto di Napoli e di Sicilia, è dovuto al concorso generoso dei volontarii, e più che ad altra cagione al magnanimo ardire dell'illustre loro capo, al generale Garibaldi. Il ministero si restringe a notare che questi memorandi casi furono conseguenza della politica proseguita per dodici anni dal governo del Re. Garibaldi è un generoso. patriota. — L'autorità e l'impero di Napoli e Palermo stanno nelle mani gloriose di Garibaldi, il quale ha reso segnalali servizi alla patria» (Atti uff. della Camera,N° 138, pag. 539, 540).
Cavour il17di maggio1860. «Alcuni giornali stranieri, a cui fanno eco quei fogli del paese che avversano il governo del Re e le istituzioni nazionali, hanno accusato il ministero di connivenza nell'impresa del gen. Garibaldi. La dignità del governo ci vieta di raccogliere ad una ad una queste accuse e di confutarle. Basteranno alcuni brevi schiarimenti.
Il governo ha disapprovato la spedizione del generale Garibaldi, ed ha cercato di prevenirla con tutti quei mezzi, che la prudenza e le leggi gli consentivano. La spedizione ebbe luogo non ostante la vigilanza delle autorità locali; essa fu agevolata dalle simpatie che la causa della Sicilia desta nelle popolazioni. Appena conosciutasi la partenza dei volontari, la flotta reale ricevette ordine d'inseguire i due vapori e d'impedirne lo sbarco. Ma la marineria reale non lo potà fare, nella guisa stessa che non' lo potà quella di Napoli, che pure da parecchi giorni stava in crociera nelle acque di Sicilia. Del resto l'Europa sa che il governo del Re, mentre non nasconde la sua sollecitudine per la patria comune, conosce e rispetta i principii del diritto delle genti, e sente il debito di farli rispettare nello Stato, della sicurezza del quale ha la risponsabilità»(Gazzetta Ufficiale del Regno,num. del 17 di maggio).
Dunque nel maggio del 1860 Cavourdisapprova la spedizione di Garibaldi, mandaordine d'inseguirlo,lo denunzia all'Europa comeviolatore del diritto delle genti. E nell'ottobre del 1860 Cavour applaude alla spedizione di Garibaldi, la chiamamirabile evento, memorando caso, magnanimo ardire, segnalato servizio reso alla patria!!
FRA SEI MESI!
(Pubblicato il 13 ottobre 1860)
Nella tornata dell'11 di ottobre il conte di Cavour ha dichiarato solennemente ai deputati che vuol togliere al Papa anche la città di Roma, e che se gliela lascia per poco, si è per cagione dei tempi, per difetto d'opportunità, per timore del mondo cattolico. Quando però si presenti il destro, Roma seguirà le sorti delle Romagne, delle Marche e dell’Umbria.
E il conte di Cavour aggiunse che questa è l'idea piemontese da dodici anni in qual Come? Mentre i liberali scioglievano le labbra in inni e benedizioni a Pio IX, meditavano di spogliarlo perfino di Roma? Mentre Carlo Alberto si profferiva così affezionato al Pontefice Romano, divisava di strappargli dalla fronte la Corona? Noi non avremmo osalo di gettare quest'insulto sulla memoria di quel Re.
Ad ogni modo è un bel guadagno per noi il conoscere oggidì nettamente le intenzioni del ministero. Garibaldi ha vinto Cavour. Imperocché il dissenso insorto tra Cavour e Garibaldi era che quegli voleva arrestarsi alle mura di Roma, e Garibaldi fare di questa la Capitale del Regno Italiano. Ora il conte di Cavour sposa pienamente la politica garibaldina, e i due eroi, degni l'uno dell'altro, diventano due anime in un nocciolo.
Ma il conte di Cavour, nel vagheggiare il conquisto di Roma, e la totale spogliazione del Pontefice, non si potà difendere da un arcano timore, e domandò a se stesso, domandò ai deputati:in quali condizioni sarà fra sei mesi l'Europa?
Questa domanda fu eloquentissima. Era una confessione, che il Piemonte trovasi oggidì come un bastimento in alto mare «nave senza nocchiero in gran tempesta» per dirla colla parola d'un nostro celebre poeta, e non sa dove andrà a riuscire.
Era un presentimento di grossi torbidi, di guerra vicina, di rivoluzione imminente, che ci trascineranno dove non vogliamo e non possiamo, comehanno trascinato sempre tutti coloro che vollero andare a Roma, a cui venne il capogirlo prima ancóra che fossero giunti sul Campidoglio.
Era una dichiarazione di quanto sieno legittime le incertezze dei privati e dei popoli, quando colui medesimo che ha in mano la somma delle cose, che s'aggira nei segreti della diplomazia, che conosce i pensieri dei gabinetti europei, conviene di non saperne nulla, e chiede agli altri checosa sarà da qui a sei mesi l'Europa?
Ma che cosa sarà l'Europa da qui a sei mesi? Il conte di Cavour noi sa, i deputati noi sanno, e lo sapremo noi? Eppure una cosa noi sappiamo, e possiamo dirla francamente senza esitare e senza paura d'essere smentiti: il Papa sarà sempre Principe temporale; sarà sempre Re di Roma! Passeranno sei mesi, passeranno sei anni, passerà il conte di Cavour, come passò Crescenzio Numanziano, il conquistatore di Castel Sant'Angelo, come passò Arnaldo da Brescia che volle diPietro crollar l'immobil pietra, come passò Stefano Porcari, come passò Cola da Rienzo, come passò Berthier e tanti altri invasori di Roma; ma una cosa non passerà: non passerà il dominio temporale dei Papi!
Vedete la gran differenza che corre tra noi cattolici e il conte di Cavour ed i suoi. Costoro hanno molte e grandi speranze, veleggiano col vento in poppa, si veggono favoriti in tutto dagli avvenimenti. Tuttavia nell'ebrezza del trionfo non sanno difendersi da un segreto timore e domandano:Che sarà l'Europa da qui a sei mesi?
Ma nessun timore di questo genere può intromettersi nel cuore d'un cattolico. Egli si farebbe coscienza di chiedere che sarà del Papa, che sarà del suo dominio temporale? Sa che questo dominio è necessario oggidì alla Chiesa per la sua indipendenza e libertà; e se per lo innanzi ne avesse menomamente dubitato, ora l'unanime consentimento di tutti i Vescovi del mondo l'avrebbe convinto dell'empietà del dubbio.
Posta adunque questa utilità e necessità, nel cuore di noi cattolici non sono che speranze scevre da ogni timore, e le speranze nostre non si fondano nò sullagenerosa Francia,, né sullagusta Inghilterra, ne sullanobile Germania. Non abbiamo bisogno di largheggiare in epiteti come il conte di Cavour; perché le nostre speranze si fondano sulla provvidenza, sull'onnipotenza, sulla giustizia di Dio.
Il quale appunto in questi momenti prepara la pili gloriosa vittoria del dominio temporale dei Papi. E come ciò? State a sentire.
Una vittoria è tanto più segnalata, quanto maggiore apparisce la potenza dei nemici, e minori i mezzi di difesa. Questo è evidentissimo. Or bene per la vittoria del Papato debbono andare innanzi questi due fatti: che il Papa venga assalito da una forza grandissima, e che non abbia nessun mezzo umano per ischermirsene.
E i due fatti ornai sono messi in luce, e tutti li veggono da sè. Ora la vittoria non può tardare. E quanto sarà gloriosa per Pio IX? E quanto sarà utile alla Chiesa? Se il Papa vincerà in questa lotta, e vincerà di certo, chi oserà mettere in dubbio l'intervento della Provvidenza in favore di Pio IX? Chi oserà ripetere ancora non essere il Papa-Re nei grandi decreti di Dio? Chi oserà più lusingarsi di poter atterrare Roma Pontificale?
Egli è in questo senso che noi diciamo apparecchiarsi oggidì la più gloriosa vittoria del dominio temporale dei Papi, e fra qualche tempo ci saprete dire se c'inganniamo. Non preciseremo né i giorni, né i mesi, imperocché il tempo è in mano di Dio che conosce itempi ed i momenti.
Ma voltiamo la pagina e torniamo alla domanda del conte di Cavour: che Sarà l'Europa da qui a sei mesi? Che sarà della Francia? Che sarà dell'Italia? Che sarà del nostro Parlamento? Che sarà del conte di Cavour medesimo?
Il Piemonte ha ammesso un grande e terribile principio. Predicando ilnon intervento,il Piemonte è intervenuto negli Stati Pontificii perristabilirvi Por dine morale, per dare ai popoli lalibertà di esprimere i loro voti!
Questo principio potrebbe formare argomento del Congresso di Varsavia, o di qualche altro Congresso. L'ordine moralee lalibertà dei popolipotrebbero apparire ad altri Principi in modo ben opposto a quello in cui li vide il governo piemontese, e allora che sarebbe di noi?
Grandi fatti si stanno maturando: aspettiamoli con pazienza e con rassegnazione, non istancandoci mai di pregare e di compiere il nostro dubbio, nei timori e nelle incertezze. Ringraziamo Iddio che ci ha fatto la grazia di stare uniti a quella pietra che non si smuove, e di entrare nelle file di quell'esercito che è sicuro della vittoria.
(Pubblicato il 31 ottobre 1860)
«Le masse hanno rispostosì signorecome rispondono sempre, diceva l'avvocato Deforesta il 9 di giugno del 1860 nel Senato del Regno, ed ora isifioccano a Napoli ed in Sicilia, e sonosìliberi e spontanei come quelli che già si raccolsero prima in Toscana e nell'Emilia, e poi nella Contea di Nizza.
Nella provincia di Napoli, dice il telegrafo, erano iscritti 229,780 cittadini. Risposerosì185,468; e no soli 1609. Si vede che molti non risposero né no,né si! Se Francesco II, quando era a Napoli, avesse interrogato i Napoletani, credete voi che non avrebbe raccolto altrettantisì?Suo padre Ferdinando II ne raccolse un numero molto maggiore quando volle abolire lo Statuto.
Nella votazione delle Due Sicilie troviamo un progresso ed un regresso, paragonandola colle votazioni precedenti nella Toscana e nell'Emilia. Ilprogresso è che s'incontrano di tanto in tanto alcune centinaia dino. Le quattro Assemblee di Toscana, di Bologna, di Modena, di Parma aveano detto sì all'unanimità. Questo era troppo, e il soperchio rompe il coperchio.
Ilregressopoi è che dall'Italia centrale prima della votazione si ritirarono i nostri pubblici ufficiali e le nostre truppe; laddove nell'Italia meridionale mandaronsi le nostre truppe, e perfino il nostro ministro degli affari interni, perché assistessero alle votazioni.
Anzi il conte di Cavour commise la grande imprudenza di scrivere al prodittatore Pallavicino che il risultato del plebiscito erain gran parte dovuto al suo patriottismo. Che cosa ba egli fatto il Prodittatore? Noi credevamo che si fosse contentato di dare semplicemente il suo sì, in virtù del decreto che avealo nominato cittadino di Napoli. Ma un solosìnon meritava i complementi del conte di Cavour. Il Pallavicino ha procacciato moltissimi altrisì,dacché il risultato del plebiscito èdovuto in gran partea lui((30)).
Oh conte di Cavour, che imprudenza avete commesso! Napoleone III che la sa più lunga si è guardato ben bene dal ringraziare il sig. Pietri, e dal dirgli che il voto di Nizza erain gran parte dovuto al suo patriottismo. L'Europa ne avrebbe riso, come riderà certamente del vostro dispaccio.
Ma o ridere o piangere, l'Italia ornaièfatta; ci mancano ancora isìdelle Marche, che si attendono dalpatriottismodi Lorenzo Valerio, e poi il bel paese dove ilsìsuonaèrisorto a forza disì. Sonosipreziosi, che si portano sul cappello,sìche vengono scritti sulle porte delle case,sìche sono deposti nelle urne, sìche trovansi dappertutto, meno forse nell'interno de' cuori.
Oh fi fortunali, si benedetti,sìeloquentissimi I Uno scrittore francese poco ortodosso, il signor Mignet, ha visto lalibertà del mondonel famoso no, pronunziato dalla Dieta di Vormazia. La libertà d'Italia invece consiste nel si, che resterà famoso come quelno.
Dicevano cosa tanto difficile riunire la Penisola, e ricordavano come non ci fossero neppure riusciti gli antichi Romani colle loro legioni. Ma Garibaldi e Cavour hanno provalo all'Europa essere cosa facilissima. L'Italia si fa con una sillaba: si stampa unsì,si mostra, si consegna e l'Italia è fatta.
Tuttavia ci dà gran pensiero quell'aforisma che dice:eademres per quascum que causas nascilur per easdem et dissolvitur.Unsìha fatto improvvisamente l'Italia, e unsìpotrebbe improvvisamente disfarla. Il popolo è mobile assai, epperciò Vincenzo Gioberti chiamava il suffragio universale unassurdoed una follia.
(Pubblicato 18 novembre 1860)
Il sottoscritto ha ricevuto la Nota 24 andante, con la quale l'illustrissimo signor cavaliere Canofari, inviato, ecc., ecc., ha informato che nei proclami sparsi dal generale Garibaldi in Sicilia esso assume il titolo di Dittatore in nome del Redi Sardegna, e richiama su tal fatto la disapprovazione e la contraddizione del governo di S. M. il Re di Sardegna.
Benché non possa nemmeno cader dubbio su questo proposito, il sottoscritto, d'ordine di Sua Maestà, non esita dichiarare—che il governo del Re è totalmente estraneo a qualsiasi atto del generale Garibaldi, che il titolo da lui assunto è onninamente usurpato, éd il reale governo di Sua Maestà non può che formalmente disapprovarlo.
Rinnova, ecc. ecc.
Torino, 26 maggio 1860.
C. CAVOUR.
Questa nota veniva rimessa il 26 di maggio. Alcuni giorni prima la nostra Gazzetta Ufficiale,riconoscendo ancora iprincipiidell'anticodiritto delle genti, pubblicava la seguente dichiarazione:
«Alcuni giornali stranieri, a cui fanno eco quei fogli del paese che avversano il governo del Re e le istituzioni nazionali, hanno accusato il ministero di connivenza nell'impresa del generale Garibaldi. La dignità del governo ci vieta di raccogliere ad una ad una queste accuse e di confutarle. Basteranno alcuni brevi schiarimenti.
«Il governo ha disapprovato la spedizione del generale Garibaldi, ed ha cercato di prevenirla con tutti quei mezzi,che la prudenza e le leggi gli consentivano. La spedizione ebbe luogo non ostante la vigilanza delle autorità locali; essa fu agevolata dalle simpatie che la causa della Sicilia desta nelle popolazioni. Appena conosciutasi la partenza dei volontarii, la flotta reale ricevette ordine d'inseguire i due vapori e d'impedirne lo sbarco. Ma la marineria reale non lo potà fare, nella guisa stessa che non lo potà quella di Napoli, che pure da parecchi giorni stava in crociera nelle acque di Sicilia. Del resto l'Europa sa che il governo del Re, mentre non nasconde la sua sollecitudine per la patria comune, conosce e rispetta i principii del diritto delle genti, e sente il debito di farli rispettare nello Stato, della sicurezza de) quale ha la responsabilità»(Gazzetta Ufficiale del Regno, numero del 17 di maggio).
(Pubblicato il 9 novembre 1860)
Ieri abbiamo pubblicato alcuni documenti relativi al reame di Napoli, cioè la dichiarazione dellaGazzetta Ufficiale del Regnodel 17 di maggio 1860, eia Nota del conte di Cavour al cavaliere Canofari, inviato del re Francesco lì. Oggi pubblichiamo altri documenti, che si riferiscono all'ingresso del re di Sardegna Vittorio Emanuele II nella capitale del Regno delle Due Sicilie. Se vi fu mai argomento, in cui noi dovessimo restringerci unicamente a' fatti senza una parola sola di gloria, si è questo che ora abbiamo per le mani.
Come si sa la popolazione del Regno di Napoli votò il plebiscito. Il risultato di questo voto fu proclamato in Napoli dal signor Niutta, presidente della Corte Suprema, il quale, prima di proclamarlo, disse un discorso, riferito dalGiornale Ufficiale di Napolidel 4 di novembre. Ecco la parte più importante del discorso:
«la Corte Suprema, essendosi occupata dello scrutinio generale, dopo diligente ed accurato esame degli atti, dice il signor Niutta, ha osservato che le operazioni delle Giunte provinciali sieno state eseguile in piena regola ed ai termini della legge; e che il numero degli elettori accorsi nei comizi sia stato di 1,312,376, dei quali, attesta il signor Niutta, hanno votato affermativamente 1,302,064, e negativamente 10,312.
«Quindi, prosieguo il signor Niutta, la Corte suprema di Giustizi dichiara che il risultato generale dello scrutinio dei voti delle provincie continentali di questa parte meridionale d'Italia sia di 1,302,064 voti afermativi contro voti negativi 10,312.
€ Che ciò importa, dice il signor Niutta, piena ed assoluta accettazione del plebiscito anzidetto; e che in conseguenza vi sia luogo a proclamare, siccome proclamo, dichiara il signor Niutta, che il popolo delle provincie continentali dell'Italia meridionale vuolel'Italia una ed indivisibile, con Vittorio Emanuele Re costituzionale e suoi legittimi discendenti.
«Questo è il voto del popolo, conchiude il signor Niutta, a cui ogni cuore fa plauso, col grido di gioia:Vittorio Emanuele RefItalia una ed indivisibile». E qui ebbe termine il discorso del signor Niutta.
«Dopo di che il 7 di novembre alle ore nove e mezzo del mattino Re Vittorio Emanuele II fece il suo ingresso nella città di Napoli, pubblicando il seguente proclama ai popoli Napoletani e Siciliani.
«II suffragio universale mi dà la sovrana podestà di queste nobili provincie. Accetto quest'altro decreto della volontà nazionale, non per ambizione di regno, ma per coscienza d'Italiano. Crescono i doveri di tutti gli Italiani. Sono più che mai necessarie la sincera concordia e la costante abnegazione. Tutti i partili debbono inchinarsi devoti dinanzi alla maestà dell'Italia che Dio solleva. Qua dobbiamo instaurare governo che dia guarentigia di viver libero ai popoli, di severa probità alla pubblica opinione.
«Io faccio assegnamento sul concorso efficace di tutta la gente onesta. Dove nella legge ba freno il potere e presidio la libertà, ivi il governo tanto può pel pubblico bene, quanto il popolo vale per la virtù.
«Alla Europa dobbiamo addimostrare che se la irresistibile forza degli eventi superò le convenzioni fondate nelle secolari sventure d'Italia, noi sappiamo ristorare nella nazione unita l'impero di quegli immutabili domini, senza dei quali ogni società è inferma, ogni autorità combattuta ed incerta
«VITTORIO EMANUELE».
Per la qual cosa la missione di Garibaldi è finita, ed egliva a deporrei suoi poteri come si esprime in un dispaccio indirizzato agli incaricati d'affari garibaldini presso le Corti di Parigi e di Londra. Questo dispaccio vien pubblicato nelGiornale Ufficiale di Siciliadel 2 di ottobre, ed è del seguente tenore:
«I decreti degli 8 e 15 del cadente mese, che invitavano il popolo dell'Italia meridionale a dichiararsi pel Regno di Vittorio Emanuele, han dovuto prevenirvi che noi tocchiamo alla meta che ci eravam prefissi colla guerra nazionale.
Il verdetto popolare è ornai pronunziato, ed io, siccome lo avevo promesso in vari atti, vo a deporre i miei poteri nelle mani di quel Re fortunato, cui la Provvidenza destinò a raccogliere in una sola famiglia le divise provincie della patria nostra. In conseguenza di ciò il mio governo cede il posto al governo del Re, e la vostra missione presso la Corte di S. M.... cessaipso facto, le rappresentanze all'estero del Re d'Italia assumendo il debito di sostenere presso i governi in cui sono accreditate, tutti gli atti della politica nazionale.
«Nel richiamarvi intanto dall'ufficio che nell'interesse del paese io vi aveva affidato, sento il dovere di dichiararvi che, nelle circostanze difficili in cui Io esercitaste, avete meritato la mia piena soddisfazione. Abbiatevi dunque i miei più vivi ringraziamenti, e siate sicuro che il ricordo dei vostri nobili e disinteressati servizi resterà sempre impresso nella mia memoria.
«Parteciperete questa mia risoluzione a.... dal quale vi congederete.
«Presentandogli i miei complimenti.
«G. GARIBALDI».
Ora restano Roma e Venezia, che il conte di Cavour ci ba promesso frasei mesi, de' quali è già passato uno. Come passeranno gli altri cinque mesi, vedremo. L'Opinionedell'8 di novembre dice: «Noi non possiamo farci a credere che ogni intoppo sia rimosso, e che l'andamento della cosa pubblica non incontri più alcun inciampo». Questo timore dell'Opinione èassai prudente, e potrebbe trovare conferma in un'opera stampata, non sono molti anni, a Parigi col titolo:Mémoires et correspondance politique et militaire du roi Joseph, publiées, annotées et mis en ordre par A. Du Casse, aide de camp de S. A. 1. le prince Jéróme Napoléon, deuxième édition. Paris, Perrotin libraire éditeur, 41,Rue Fontaine Molière1853.
E poiché ci venne citato questo libro, non sarà inutile levarne dal t. n, pag. 128, il seguente documento:
Napoleone, per grazia di Dio e per le costituzioni, imperatore de Francesi e re d'Italia, a tutti quelli che la presente vedranno, salute
Gl'interessi del nostro popolo, l'onore della nostra corona ela tranquillità del continente dell'Europavolendo che noi assicuriamo di una maniera stabile e definitiva la sorte del popolo di Napoli e di Sicilia, caduti in nostro potere per diritto di conquista, facendo inoltre parte del grande impero, noi abbiamo dichiarato e dichiariamo per le presenti riconoscere per re di Napoli e di Sicilia il nostro molto amato fratello Giuseppe Napoleone, grand'elettore di Francia; questa corona sarà ereditaria per ordine di primogenitura nella sua discendenza mascolina, legittima e naturale. Venendo ad estinguersi (ciò che Dio non voglia!) la detta discendenza, noi intendiamo di chiamare i nostri figli maschi, legittimi e naturali, quelli del nostro fratello Luigi, e la sua discendenza mascolina, legittima e naturale per ordine di primogenitura; riservandoci, se nostro fratello Giuseppe Napoleone venisse a morire durante la nostra vita, i diritto di nominare per succedere alla detta corona un principe della detta casa, o anche di chiamare un figlio adottivo((31)), secondo che noi giudicheremo conveniente per l'interesse de' nostripopoli e per il vantaggio del grande sistema, che la divina Provvidenza ci ba destinato a fondare.
Noi stabiliamo nel detto regno di Napoli e di Sicilia sei grandi feudi dell'impero col titolo di ducato e coi medesimi vantaggi e prerogative di quelli che sono instituiti nelle provincie veneziane riunite alla nostra corona d'Italia, per essere i detti ducati grandi feudi dell'impero a perpetuità, e di nostra nomina di quella de' nostri successori nel caso di vacanza. Tutti i particolari della formazione de' detti feudi sono rimessi alle cure del predetto nostro fratello 'Giuseppe Napoleone.
Noi ci riserviamo sopra il medesimo regno di Napoli e di Sicilia la facoltà di disporre di un milione di rendite per essere distribuite a generali, ufficiali e soldati della nostra armata che hanno reso più servizi alla patria ed al trono, e che noi nomineremo a questo effetto, sotto l'espressa condizione che i detti generali, ufficiali e soldati non possono, avanti il termine di dieci anni, vendere od alienare le rendite stesse che colla nostra autorizzazione.
Il re di Napolisarà a perpetuitàgrande dignitario dell'impero, sotto il titolo di grand'elettore, riservandoci per altro, quando lo giudicheremo conveniente, di creare la dignità di principe vice-grand'elettore.
Noi intendiamo che la corona di Napoli e di Sicilia, che noi collochiamo sopra la testa di nostro fratello Giuseppe Napoleone e de' suoi discendenti, non possa pregiudicare di modo alcuno a' loro diritti di successione al trono di Francia. Ma è egualmente la nostra volontà che le corone, sia di Francia, sia d'Italia, sia di Napoli e Sicilia, non possano giammai essere riunite sopra la medesima testa.
D. nel nostro palazzo delle Tuileries, il 30 marzo 1806.
NAPOLEONE.
LaGazzetta Ufficialedel 26 dicembre pubblica i decreti relativi alle annessioni del resto d'Italia, eccetto Roma ed il Veneto, al Piemonte. Sono documenti storici che meritano di essere conservati fino alle sottoscrizioniinclusivamente. LaGazzetta Ufficialeincomincia dalla pubblicazione della legge che autorizza il Governo ad accettare le donazioni fatte per lavolontà dei popoli manifestataliberamente. Ecco la legge famosa.
Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato, Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:
Articolò unico.
Il Governo del Re è autorizzato ad accettare e stabilire per Reali decreti l'annessione allo Stato di quelle provincie dell'Italia Centrale e Meridionale, nelle quali si manifesti liberamente, per suffragio diretto universale, la volontà delle popolazioni di far parte integrante della nostra Monarchia costituzionale.
Ordiniamo che la presente, munita del sigillo dello Stato, sia inserta nella
Raccolta degli Atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.
Dato in Palermo addì 3 dicembre 1860.
VITTORIO EMANUELE.
G. B. CASSINIS
Su questa base posano i seguenti decreti:
1° Per l'annessione di Napoli:
Visto il Plebiscito sottoposto al suffragio universale e diretto del popolo delle provincie napolitane, convocato in comizi il 21 scorso ottobre;
Visto il processo verbale di presentazione e di accettazione di tale Plebiscito, seguito in Napoli il giorno 8 scorso novembre;
Vista la legge del 3 corrente mese con cui il Governo del Re è autorizzato ad accettare e stabilire per decreti reali l'annessione allo Stato di quelle provincie dell'Italia centrale e meridionale, nelle quali si manifesti liberamente per suffragio diretto universale la volontà di far parte integrante della nostra Monarchia costituzionale;
Udito il Consiglio dei ministri, abbiamo decretato e decretiamo:
Art. 1° Le provincie napoletane faranno parte integrante dello Stato Italiano dalla data del presente decreto.
Art. 2° L'articolo 82 dello Statuto con cui è stabilito che fino alla prima riunione delle due Camere il Governo provvederà al pubblico servizio con sovrane disposizioni, sarà applicabile alle provincie suddette sino alla riunione del Parlamento nazionale, fermi rimanendo i poteri prima d'ora da noi conferiti al nostro Luogotenente generale delle provincie napoletane.
Ordiniamo che il presente decreto, munito del Sigillo dello Stato, sia inserto nella Raccolta degli Atti del Governo e pubblicato nelle provincie suddette, mandando a chiunque spetta di osservarlo e di farlo osservare.
Dato a Napoli, 17 dicembre 1860.
VITTORIO EMANUELE.
G. B. CASSINIS — M. FANTI — C. CAVOUR
— M. MINGHETTI — F. S. VEGEZZI
— S. JACINI — T. MAMIANI — C. CORSI.
2°Per l'annessione della Sicilia. Premessi i trevistidel decreto precedente, sotto la stessa data, e colle stesse sottoscrizioni si decreta:
Art. 1° Le provincie siciliane faranno parte integrante dello Stato italiano dalla data del presente decreto.
Art. 2° L'art. 82 dello Statuto, con cui è stabilito che fino alla prima riunione delle due Camere il Governo provvederà al pubblico servizio con sovrane disposizioni, sarà applicabile alle provincie suddette sino alla riunione del Parlamento nazionale, fermi rimanendo i poteri prima d'ora da noi conferiti al nostro Luogotenente generale delle provincie siciliane.
3° Per l'annessione delle Marche. Premessi i soliti trevisti, si decreta sotto la stessa data e colle stesse sottoscrizioni.
Art. 1 Le provincie delle Marche faranno parte integrante dello Stato italiano dalla data del presente decreto.
Art. 2° L'art. 82 dello Statuto, con cui è stabilito che tino alla prima riunione delle due Camere il Governo provvederà al pubblico servizio con sovrane disposizioni, sarà applicabile alle provincie suddette sino alla riunione del Parlamento nazionale.
4Per l'annessione dell'Umbria. Premessi i soliti trevisti, si decreta sotto la stessa data e colle sottoscrizioni medesimo:
Art. 1° Le provincie dell'Umbria faranno parte integrante dello Stato italiano dalla data del presente decreto.
Art. 2° L'art. 82 dello Statuto con cui è stabilito che fino alla prima riunione delle due Camere, il Governo provvederà al pubblico servizio con sovrane disposizioni, sarà applicabile alle provincie suddette sino alla riunione del Parlamento nazionale.
Finalmente un R. decreto stabilisce riguardo ai Commissarii:
I Regii Commissarii straordinarii nelle provincie delle Marche e dell'Umbria conserveranno i loro poteri sino alla installazione dei nuovi Intendenti generali che vien loro affidata.
Dato a Torino, addì 24 dicembre 1860.
EUGENIO DI SAVOIA.
M. MINGHETTI.
Tutta questa serie di decreti presenta le seguenti quistioni, che scioglieranno i lettori:
1° NapoleoneIIIè contento o no di tutti questi decreti?
2° Perché s'è diferito fino al 17 dicembre a decretare tutte queste annessioni?
3° Perché i decreti del 17 dicembre non si pubblicarono che il 26 dello stesso mese?
4° Se Napoleone III è contento di questi decreti, s'è contentatogratis, Oppure con qualche promessa, o dietro qualcheidea?
5° Se non fosse contento che cosa ne avverrebbe?
6° La presa a Parigi di Vimercati, Villamarina, Arese, Solaroli eCastelfidardo può avere relazione colla pubblicazione di tutti questi decreti?
Ecco sei domande intorno alle quali si eserciterà la sagacità de' nostri lettori. Speriamo che il nostro corrispondente di Parigi vorrà dircene qualche cosa.
(Pubblicato il 14 novembre 1860)
Un illustre personaggio che vive in Francia, conosce assai bene la ri votazione e ne ha indovinato finora le opere e le vittorie, ci scrive sotto la data dell'11 di novembre! «Caduto con Gaeta il Re di Napoli, verrà prima la volta di Roma o di Venezia?» Non sapremmo che cosa rispondere alla domanda: certo è ohe Roma e Venezia formano oggidì l'argomento dei pensieri, dei disegni, dei preparativi dei rivoltosi.
Il generale Garibaldi ha abbandonato Napoli partendo per l'Isola di Caprera insieme con Menotti, Basso, Gusmarolo, Forsecanti e Manuele sua ordinanza Prima di partire, il generale Garibaldi ha fatto tre cose: 1° Ha rifiutato il gran Cordone della Ss. Annunziata e il titolo di Maresciallo; 2° ha avutoun vivo altercocol prodittatore Pallavicino; 3° ha indirizzato sotto la data di Napoli, S di novembre, un proclama aisuoi compagni d'arme.
Sul rifiuto di Garibaldi leggiamonell'Indipendentedi Napoli del 9 di novembre: «Il generale Garibaldi ringraziando il re Vittorio Emanuele dell'onore che volea compartirgli, ha rifiutato il gran Cordone dell'Annunziata ed il titolo di Maresciallo. — La sola decorazione che il Dittatore consentirà di portaresarà la stella che gli han votatoi mille».
Sull'alterco tra il Dittatore e Prodittatore, dice lo stessoIndipendentedel 91 e Un vivo alterco,di cui potremmo dir la cagione, ha avuto luogo questa mattina, nel momento di andare a firmare il plebiscito, tra il generale Garibaldi e il prodittatore Pallavicino, il quale ha prodotto una completa rottura fra loro. H generale si è quindi recato a palazzo in una semplice vettura di piazza col prodittatore di Sicilia suo amico((32))».
Finalmente il proclama di Garibaldi ai suoi compagni d'arme è del seguente tenore:
Ai miei compagni d'armi.
Penultima tappa del risorgimento nostro, noi dobbiamo considerare il periodo che sta per finire, e prepararci ad ultimare splendidamente lo stupendo concetto degli eletti di venti generazioni, il di cui compimento assegnò la Provvidenza a questa generazione fortunata.
Si, giovani! L'Italia deve a voi un'impresa che meritò il plauso del mondo.
Voi vinceste; — e voi vincerete — perché voi siete ormai fatti alla tattica che decide delle battaglie!
Voi non siete degeneri da coloro che entravano nel fitto profondo delle falangi macedoniche e squarciavano il petto ai superbi vincitori dell'Asia.
A questa pagina stupenda della storia del nostro paese ne seguirà una più gloriosa ancora, e lo schiavo mostrerà finalmente al libero fratello un ferro arruolato che appartenne agli anelli delle sue catene.
All'armi tutti! — tutti: e gli oppressori — i prepotenti sfumeranno come la polvere.
Voi, donne, rigettate lontani i codardi — essi non vi daranno che codardi — e voi figlie della terra della bellezza volete prole prode e generosa!
Che i paurosi dottrinari se ne vadano a trascinare altrove il loro servilismo, le loro miserie!
Questo popolo è padrone di sè. Egli vuol essere fratello degli altri popoli, ma guardare i protervi colla fronte alta: non rampicarsi, mendicando la sua libertà — egli non vuol essere a rimorchio d'uomini a cuore di fango. Noi No! No!
La Provvidenza fece il dono all'Italia di Vittorio Emanuele. Ogni italiano deve rannodarsi a lui — serrarsi intorno a lui. Accanto al Re Galantuomo ogni gara deve sparire, ogni rancore dissiparsi! Anche una volta io vi ripeto il mio grido: all'armi tutti! tutti! Se il marzo del 61 non trova un milione di Italiani armati, povera libertà, povera vita italiana. Oh! no: lungi da me un pensiero che mi ripugna come un veleno. Il marzo dal 61, e se fa bisogno il febbraio, ci troverà tutti al nostro posto.
Italiani di Calatafimi, di Palermo, del Volturno, d'Ancona, di Castelfidardo, d'Isernia e con noi ogni uomo di questa terra non codardo, non servile; tutti, serrati intorno al glorioso soldato di Palestra, daremo l'ultima scossa, l'ultimo colpo alla crollante tirannide!
Accogliete, giovani volontari, resto onorato di dieci battaglie, una parola d'addio! love la mando commosso d'affetto dal profondo della mia anima. Oggi io devo ritirarmi, ma per pochi giorni. L'ora della pugna mi ritroverà con voi ancora — accanto ai soldati della libertà italiana.
Che ritornino alle loro case quelli soltanto chiamati da doveri imperiosi di famiglia, e coloro che gloriosamente mutilati hanno meritato la gratitudine della patria. Essi la serviranno nei loro focolari col consiglio e coll'aspetto delle nobili cicatrici che decorano la loro maschia fronte di venti anni. All'infuori di questi, gli altri restino a custodire le gloriose bandiere.
Noi ci ritroveremo fra poco per marciare insieme al riscatto de' nostri fratelli schiavi ancora dello straniero, noi ci ritroveremo fra poco per marciare insieme a nuovi trionfi.
Napoli, 8 novembre 1860.
G. GARIBALDI.
Dunque o in febbraio, o al più tardi in marzo del 1861 verrà la volta della Venezia e di Roma, se pure la rivoluzione si degna di aspettare fino a quel giorno.
Intanto se vuolsi conoscere la spontaneità deisìnel Regno di Napoli, leggasi il seguente manifesto pubblicato dai giornali napolitani, e ristampato dall'Opinione del 13 di novembre, N° 314. È un documento che sparge grandissima luce sull'entusiasmo del popolo.
Il Governatore della Provincia di Teramo
Vista la risoluzione presa in Consiglio dei ministri il dì p. p., con cui si concedono ai governatori delle provincie poteri eccezionali ed illimitati per reprimere il brigantaggio ed i disordini, che in talune di esse si vanno manifestando;
Visto il decreto del 17 settembre ultimo;
Visto lo statuto penale e l'ordinanza di piazza per la proclamazione dello stato d'assedio e la creazione de' Consigli di guerra subitanei,
Ordina:
1. Tutti i comuni della provincia, dove si sono manifestati e si manifesteranno movimenti reazionari e briganteschi, sono dichiarati in istato di assedio, o vi saranno sottoposti di diritto al primo manifestarvisi del minimo disordine.
2. In tutti i detti comuni, fra le 24 ore dall'affissione della presente ordinanza, sarà eseguito un rigoroso e generale disarmo da' comandanti de' distaccamenti in essi accantonati.
3. Icittadini che mancheranno all'esibizione, entro il detto spazio di tempo, delle armi di qualunque natura, di cui sono detentori, saran puniti con tutto il rigore delle leggi militari da un Consiglio di guerra subitaneo, che verrà stabilito da' rispettivi comandanti.
4. Gli attruppamenti saranno dispersi con la forza. I reazionari, presi colle armi alla mano, SARAN FUCILATI. Gl'illusi ed i sedotti che al giungere delle forze nazionali depositeranno le armi, e si renderanno, avran grazia. Ai capi e promotori non si accorderà quartiere, purché non si rendessero a discrezione e senza la minima resistenza; nel qual caso avran salva la vita, e saranno rimessi al poter militare.
5. Gli spargitori di voci allarmanti, e che direttamente o indirettamente fomentano il disordine e l'anarchia, saran considerati come reazionari, arrestati e puniti militarmente, e con rito sommario.
Teramo, 2 novembre 1860.
P. DEVIRGILI —Il Segr. Gen.:E. MEZZOPRETI.
Ciò nonostante la così dettareazionecontinua nel reame di Napoli, e vi piglia parte perfino la guardia nazionale! Ecco che cosa ne dicel'Indipendentenel numero citato: «Un nostro associato di Cava ci fa conoscere che, il giorno 6, alle ore 4 p. m., si è manifestata una forte reazione ad Amalfi, provocata dai marinari, ed alla quale si sono aggiunti gl'individui della guardia nazionale. — Da Massa e da Salerno sono partiti de' corpi della guardia nazionale per andarla a reprimere».
Da tutto questo il lettore può raccogliere che cosa sia il Reame di Napoli, quali vantaggi rechi a' popoli la rivoluzione, e quale lieto avvenire si prepari all'Italia, se non ci rimedia l'Altissimo nella sua onnipotenza e infinita misericordia.
(Pubblicato li 8 e 9 novembre 1860)
«Està rcvolucion de Italia es hija,
hija legiliina de la rivolucion fraoewa»
(Il sig. Avarisi y Guijarho nel Congresso
spagnuolo, torn. del 27 ott.).
Fu detto che l'Italia era restata indietro della Francia almeno di settantanni, ed è verissimo. Ora noi Italiani facciamo ciò che i Francesi sullo scorcio del secolo passato. La nostra rivoluzione è figlia legittima della rivoluzione francese; egualmente schifosa, egualmente empia, egualmente crudele; ma non è che una brutta copia, non è che un'imitazione servile, senza originalità, senza genio, senza eroismo.
Sarebbe facilissimo dimostrare colla storia alla mano che i presenti avvenimenti d'Italia sono una ripetizione letterale di quanto avvenne in Francia. La nostra rivoluzione come la madre ha due rivali che vuol combattere a morte, il Cattolicismo e la monarchia. «Questa rivoluzione, dicea benissimo nel Congresso spagnuolo il deputato Aparisi, assale Pio IX Pontefice e Re; nel Pontefice assale la fede cattolica, e nel Re assale la monarchia».
La nostra rivoluzione come la madre fa l'apoteosi del popolo, lo dichiara sovrano assoluto e indipendente da ogni principio di legittimità e di giustizia. Rinnova l'empio assioma di Anacharsia Cloolz: a II popolo è Dio, e non v'ha altro Dio che lui». E poi, in nome di questo popolo divinizzato, fa tutto, giustifica tutto, non sente più nessun ritegno al compimento de' suoi disegni.
La nostra rivoluzione come la madre assale Roma. Kellermann, nominato comandante in capo l'esercito delle Alpi, pigliava comiato dalla Convenzione in questi termini: «Cittadini legislatori, si è verso l'Oriente che voi dirigete i nostri passi; si è per liberare Roma antica dal giogo dei preti che voi comandate ai soldati francesi di passare le Alpi: noi le passeremo». Non vi pare di leggere un proclama di Garibaldi?
La nostra rivoluzione, come la madre, celebra il regicidio. La madre elevava tempii a Bruto, ed era giunta perfino a stabilire un giorno destinato alla festa del regicidio. La figlia dichiarasacrala memoria di Agesilao Milano, che di piantare la baionetta nel cuore al Re di Napoli.
Tutte queste ricompense che la figlia accorda ai rivoluzionari ed alle loro vedove, sapete da chi le ha imparate? Dalla propria madre, la rivoluzione francese, che il 29 dicembre 1790 dava a Gian Giacomo Rousseau «nella persona della sua vedova, un testimonio di riconoscenza nazionale», e decretava che Maria Teresa Le Vasseur, vedova di Gian Giacomo Rousseau, fosse nutrita a spese dello Stato».
Lo stesso praticava l'Assemblea Francese colla serva di Marat, dichiarando che sarebbe, come laTeresadi Rousseau, nutrita a spese dello Stato, e dava il nome di Marat alla stradades Cordelierse all'isola Boix, come lafigliadà alle strade ed alle piazze il nome di Camillo Cavour.
Lamadreconservava gelosamente la pelliccia di Voltaire e la parrucca di Mirabeau, e lafigliava più innanzi, e conserva la penna, la stecca, le forbici, la spazzola e diciamo tutto, perché la storia dee gettarsi dietro le spalle ogni riguardo, e perfinol'orinale di porcellana colorata rossa,che servì in Palermo a Giuseppe Garibaldi!
Bisogna distruggere la Vandea, esclamava la madre;bisogna distruggere la reazione,ripete la figlia. La prima abbruciava 4800 villaggi; e la seconda scrive per mezzo di Cialdini; «Fate pubblicare che io fucilo quanti contadini trovo colle armi alla mano».
Lamadreconfiscava i beni di coloro che credeva nemici della patria, e se ne serviva per arricchire i proprji amici. Lafiglias'è già messa per questa via, e un decreto di Garibaldi del 23 di ottobre distribuisce allevittime politiche le rendite confiscate ai Borboni, e un decreto di Mordini del 21 di ottobre mette sotto sequestro i beni di Salvatore Maniscalco, nemico della patria». Lamadredichiarava guerra all'Europa, non era contenta d'aver messo a soqquadro la Francia, volea portare la sualibertà, dappertutto; e lafiglia, quantunque piccola e ancora imbracata nelle fascie, vuol liberare l'Ungheria e distribuisce le bandiere alle legioni che andranno a conquistarla!
Lamadredistruggeva il tempio di Dio col pretesto che all’Autore della naturarendevasi un culto viziato, e voleva perciò rendergli ilcullo della ragione. Lafiglia,il 23 di ottobre, pubblicava un decreto del dittatore Garibaldi che poneva a disposizione del P. Gavazzi ilGesù nuovo«perché fosse destinato al culto cattoliconella sua purità».
Lamadreai Santi del Paradiso sostituiva gli eroi della rivoluzione e»martiri della libertà,e lafigliaincomincia già a venir fuori conS. Giuseppedi Napoli intendendo Garibaldi, conS. Camillo di Loriintendendo Cavour, conS. Manfredo d'Anconaintendendo Fanti, e colBeato Nino Bixio,colBeato Medici, colBeato Stefano Turr((33)).
Esaminate più minutamente la madre e la figlia, e troverete tra la rivoluzione francese e l'italiana l'indole medesima, le stesse aspirazioni, eguali procedimenti. Ora in Italia corre l'andazzo di scrivere in versi certe parodie delPater,del Credo, dellaSalve Regina,delDeprofundise che sappiam noi. Ebbene tutto questo è un'imitazione servile della rivoluzione francese.
Nel 1793 si pubblicava a Parigi un volumetto intitolato:Office des Décades, offdiscours, hvmnes et prières en usage dans le temple de la Raison, par les citovens Chénier, Dusausoir et Dalaurent (Paris, chez Dufort; imprimeur libraire, rue Honoré, près le temple de la Raison, ci-devantÉglise Rock).
Contemporaneamente pubblica vasi a Parigi ilPaterdei liberali((34)), pubblica vasi ilCredo repubblicano,pubblicavansi iComandamenti repubblicani,pubblicavasi unCorso di prediche,che ha molta rassomiglianza collePrediche domenicalidi BianchiGiovini e del deputato Borella, e ilMoniteurdel 16 di ottobre 1794 annunziava iDiscours dècadaires pour toutes les fétes républicaines par le citoven Poultier, deputà à la Convention Mattonale,
Se volessimo andar per le lunghe, potremmo su cento altri punti continuare questo confronto. Potremmo mostrare che la rivoluzione italianafigliafa la guerra come la rivoluzione francesemadre; che la madre e la figlia aveano per iscopo di trascinare i popoli nel paganesimo; che l'una e l'altra sprecarono immense somme, vnotando il pubblico erario. Potremmo dirvi a chi rassomiglino Cavour e Farini, di quali frati rinnovino gli esempi i Pantaleo e i Gavazzi, come si chiamassero in Francia coloro che in Italia hanno nome di Pallavicino e di Mordini. Potremmo dire tante altre cose che lalibertàci vieta anche solo di accennare, ma che i fatti diranno solennemente più tardi, mostrando come in tutto lafigliarassomigliasse allamadre.
In conferma delle cose accennate nell'articolo, stampato nel nostro numero precedente, pubblichiamo qui una serie di documenti preziosissimi per la storia, e che raccomandiamo alla meditazione de' nostri lettori. La rivoluzione italiana, essendo debole, non fa di pili; ma se essa potrà crescere e rinforzarsi, si mostrerà degnissima di sua madre la rivoluzione francese.
La confisca in Sicilia
Dal Giornale Ufficiale di Sicilia, del 29 ottobre, riferiamo per intiero il seguente decreto:
«Il Prodittatore: Considerando che Salvatore Maniscalco, strumento ferocia simo di abbietta tirannide, conculcando i doveri di cittadino e la dignità di uomo, si fece nemico della patria;
«Considerando che giunto nell'Isola, per isventura dei Siciliani, nel 1849, dal semplice grado di tenente di gendarmeria salì ai supremi non invidiabili onori di capo della polizia con strapotenti prerogative di sovrano arbitrio, e da uomo senza beni di fortuna pervenne a crearsi con rapidità un lauto patrimonio;
«Considerando che la coscienza pubblica altamente protesta contro ricchezze accumulate con frodi, con estorsioni, con ogni maniera di male arti, ricchezze che importa rivendicare al patrimonio nazionale;
«Considerando per altro che vuolsi fare distinzione fra i beni raccolti con mano rapace e lorda di cittadino sangue, e quelli acquistati coi regolari proventi di un pur sempre disonesto officio;
«Considerando che a correggere gli effetti dell'arbitrio voglionsi fuggire sin le apparenze dell'arbitrio per non offendere i diritti dei successibili e per escludere ogni pericolo di odiosità private da atti di solenne giustizia nazionale; ha ordinato:
«1° Che i beni mobili ed immobili, capitali, titoli di credito, ed altro, di proprietà di Salvatore Maniscalco, nemico della patria, esistenti, sotto qualunque forma e presso qualunque persona, in Sicilia, siano posti sotto sequestro fiscale, per cura dell'agente del contenzioso.
«2° Che sia aperta apposita inchiesta per liquidare la provenienza, la specie, la data dell'acquisto, il valore e tutti gli altri elementi riferibili ai beni anzidetti, perché possano successivamente essere prese le opportune definitive provvidenze.
«3° L'inchiesta di che sopra è affidata ad una Commissione composta dei signori Vincenzo Cacioppo, consigliere della Suprema Corte di Giustizia, Antonino Ferro, vicepresidente graduato di Gran Corte Civile, e Filippo Orlando, procuratore generale sostituito della Gran Corte Civile di Palermo.
Palermo, 29 ottobre 1860.
«Il ProdittatoreMordini».
La confisca in Napoli
Dal Giornale Ufficiale di Napoli, del 29 di ottobre riferiamo quest'altro decreto, avvertendo chel'Unità Italiana di Genova, N° 216 del 5 di novembre, lo proclamagiustocoll'esempio della Svizzera, dove «dopo la guerra del Sonderbund le spese della guerra furono addossate ai Cantoni ribelli». Verrà tempo, in cui gli avversaridell'Unità Italianadi Genova potranno servirsi della stessa logica.
Il Dittatore dell'Italia meridionale
Considerando che nel giorno nefasto 15 maggio 1848 il governo dei Borboni ruppe il patto giurato, riempì la città di terrore e di sangue, ed all'autorità della legge sostituì l'arbitrio e la violenza;
Considerando che il governo emerso da quella cittadina catastrofe infierì con pertinacia spaventosa pel corso di dodici anni, e non lasciò inviolato il santuario della giustizia e della famiglia; onde uomini onorali ed amanti della patria furono condannati a pene criminali, popolate le prigioni di vittime, ed un gran numero di cittadini costretto ad abbandonare lo Stato e rifuggire in terre ospitali e straniere;
Considerando che i danni e i mali prodotti da siffatta efferata tirannide furono immensi;
Considerando che è debito di giustizia, degna di un governo italiano e libero, compensare, per quanto è possibile, i danni patiti per la causa che ora trionfa, decreta:
Art. 1. Dal valore delle rendite inscritte confiscate ai Borboni, e poste a benefìzio dello Stato per antecedente disposizione, si distaccherà la somma effettiva di sei milioni di ducati, i quali con equa estimazione saranno distribuiti alle vittime politiche, dal 15 maggio 1848 in poi, di queste provincie continentali.
Art. 2. Sarà nominata a tale uopo dal governo una Giunta d'integerrimi cittadini, i quali faranno la distribuzione dell'accennata somma a vantaggio di quelli che soffrirono saccheggi nel 15 maggio 1848; — di quelli che furono incarcerati o condannati per causa politica; — di quelli ohe emigrarono in conseguenza di un mandato d'arresto, sia dall'autorità giudiziaria, sia dall'autorità politica; — di quelli che vennero violentemente espulsi dallo Stato per causa politica; — di coloro che furono costretti per causa politica a dimorare in Comune diverso da quello, ove avevano stabilito il loro domicilio; — finalmente di quelli che si resero latitanti in conseguenza di un mandato di arresto per causa politica.
Art. 3. La Giunta medesima nel determinare la misura valuterà nella sua prudenza il compenso, che a ciascuno dev'essere attribuito per i danni sofferti.
Art. 4. Il diritto di rifacimento si può anche esercitare dagli ascendenti e discendenti di coloro che vanno inclusi in alcuna delle accennate categorie.
Art. 5. Le dimande dei danneggiati debbono presentarsi alla Giunta nello spazip di quattro mesi dopo che i componenti la medesima saranno pubblicati nel giornale ufficiale. Il termine di quattro mesi sarà improrogabile.
Art. 6. Tutti i ministri sono incaricati dell'esecuzione del presente decreto.
Napoli, 23 ottobre 1860.
Il Dittatore:
G. GARIBALDI.
Riabilitazione del parente di un martire
Abbiano già recatonell'Armoniaaltri decreti di Garibaldi e di Pallavicino che accordano pensioni ai parenti dei rivoluzionari. Non sarà inutile aggiungervi anche il decreto seguente:
Il Dittatore dell'Italia meridionale
Considerando che il barone D. Gius. Bentivegna da Cordone del fu barone D. Giliberto è stato condannato dal cessato dispotico governoperl'opera d'un Consiglio di guerra, che, strumento d'un potere esecrato, non si faceva scrupolo di punire le aspirazioni della libertà sotto la forma di reati comuni;
Che appunto mira del borbonico dispotismo era quella di denigrare le riputazioni più oneste per associare l'idea del delitto comune ai più nobili spiriti d'indipendenza e di libertà:
Che però il Bentivegna, il cui nome del resto ricorda uno dei più illustri martiri della libertà ed indipendenza italiana, dev'esser redento (la tanta nequizia e restituito alla sua dignità, cui ha diritto, decreta:
Art, 1. È accordata piena grazia al barone D. Giuseppe Bentivegna di Corleone; gli è condonata interamente la pena e la condanna ai danni, interessi e spese, ed esso sig. Bentivegna è riabilitato a tutti i diritti civili ed ai pubblici uffizi.
Art, 2. Il segretario di Stato alla mia immediazione è incaricato dell'esecuzione del presente decreto.
Caserta, 22 ottobre 1860,
Il Dittatore:
G. GARIBALDI.
Le reliquie di Garibaldi conservate a Palermo
Il sig. Mordini,l'alter egodi Garibaldi in Sicilia, dopo di avere decretato che la stanza da letto, già occupata da Garibaldi in Palermo, fosse conservata,ad perpetuam rei memoriam, nello stato in cui presentemente si trova, è passato ad altri atti che è bene di registrare. I posteri rideranno ed esiteranno a credere a siffatte sciocchezze; ma l'autenticità dei documenti li caverà d'ogni dubbio.
Processo verbale contestante gli oggetti esistenti nella stanza da letto occupata dal generale Garibaldi in Palermo, nel padiglione annesso al Palazzo Reale sopra Porta Nuova, e la collocazione di una tavola di marmo incisa all'ingresso di detta stanza.
L'anno mille ottocento sessanta, il dì 24 ottobre in «Palermo alle ore due pomeridiane.
Noi barone Pietro Scrofani, segretario di Stato del dicastero della giustizia, assistito dal segretario generale del dicastero medesimo sig. Vincenzo Cortese, funzionante da, cancelliere, in esenzione del decreto del 21 di questo mese ed anno, per lo quale si è disposto di conservarsi in perpetuo, nello stato in cui presentemente si trova, e coi mobili di cui è attualmente fornita, la stanza da letto occupata dal generale Garibaldi in Palermo, nel padiglione annesso al Palazzo Reale sopra Porta Nuova; e di collocarsi all'ingresso di delta stanza una tavola di marmo portante la incisione del detto decreto, ci siamo recati nella stanza surriferita, dove, presente il prodittatore Antonio Mordini, il segretario di Stato dell'interno signor Enrico Parisi, e il signor Gioachino Ondes, governatore del Real Palazzo, abbiamo trovato:
Entrando a destra:
1. Un letto di rame giallo con colonne scanalate, con tre tavole, e fornito di due materazzi, due cuscini, e biancheria di tela, con coltre di filo bianco.
2. Un orinale di porcellana colorata rossa.
3. Tre sedie accanto al letto, di color perla, e con lo stemma di Savoia.
A sinistra sotto il vano della porta:
4. Un bacino di porcellana colorato lilas sostenuto da un trepiè di mahogoni.
5. Una brocca di creta.
6. Una tovaglia di filo appesa al vano della porta.
A sinistra:
7. Una sedia a braccia di mahogoni foderata di pelle nera con chiodi di rame giallo.
8. Una toilette di mahogoni con tavola di marmo bianco, sopra la quale;
9. Due candelieri di rame dorato con candele steariche.
10. Tre spazzole di setole bianche, di legno nero vernicialo.
11. Due forbici.
12. Tre vasi di cristallo di color verde, due di forma cilindrica, ed una quadrata, con dentro della polvere di mandorla.
13. Un pezzetto di sapone involto in una carta portante lo scritto — Savon surfin à la rose — Joseph Senès, Palerme, rue Toledo, n. 104.
14. Altre tre sedie simili alle precedenti.
15. Una tavola di mahogane con superficie di panno bleu.
16. Un arnese di porcellana color rosa fiorata, e con fregi dorati, con calamaio, spolverino e un pezzetto dimezzalo di ceralacca.
17. Un orologio di rame dorato chiuso in una campana di cristallo sostenuta da un poggio colore chermes.
18. Un lume ad olio di rame dorato.
19. Un campanello di rame argentato con manico di legno.
20. Un pennaiuolo di cristallo celeste sormontato da un poggetto di marmo bianco.
21. Una bugia di rame dorato con candela stearica.
22. Un cassettino di fiammiferi con la impronta stampata A. M. Pollak io Wien.
23. Sette quinterni di foglietti, cinque più grandi e due più piccoli.
24. Stecca di avorio.
25. Cesta di carta.
Osservati i detti oggetti abbiamo assistito alla collocazione di una tavola di marmo che trovammo lì preparata, dove leggemmo incisi i sensi del cennato decreto del 21 ottobre 1860, giusto sopra la porta della cennata stanza. 85
Di ciò abbiamo redatto il seguente verbale in triplice originale, che si è segnato da noi e dal cancelliere, non che dal prodittatore, dal segretario di Stato dell'interno, e dal governatore del Palazzo Reale, da rimanere negli archivi: uno del Palazzo Reale, e gli altri due negli archivi dei dicasteri della giustizia e dell'interno.
PIETRO SCROFANI — VINCENZO CORTESE
A. MORDINI.
Il Salve Reginadegli Italiani
Il Corriere delle Marche, giornale ufficiale di Lorenzo Valerio, che comanda in Ancona, nel suo N° 28 del 3 novembre 1860 pubblicava la seguentepatriottica preghiera, e chiamavala «una eloquente protesta contro coloro che proclamano separati gli interessi della religione da quelli della patria!».
Salve Regina da recitarsi con devozione da chi sia vero Italiano.
Salve, Donna del Ciel, Madre pietosa.
Salve, Dolcezza, nostra speme e vita!
A te, da questa valle lagrimosa
Chieggiam nell'ansie del dolore, aita!
Oh! Difesa possente ed amorosa
Volgi il Tuo sguardo alla mortai ferita
Che del mar rende la leggiadra Sposa,,
Ludibrio vii dell'Aquila abbonita 1
E noi l'orme seguendo del Tuo Figlio
Che per liberi farci sj moria,
Noi pure sfidererm onte e periglio!
Oh! Vergine Clemente, oh! Dolce, oh! Pia
Togli Venezia al furibondo Artiglio,
E ognor laudata Tu sarai. Maria!
Milano, 27 settembre 1860.
Un italiano galantuomo caldo d'amor patrio
Il De profundisdelle Marche
Lo stessoCorriere delle Marchenel numero sopra citato recava pure il seguenteDe profundis. IlCorriereavvertiva: «In un giorno di solenne esultanza, quale è quello che deve precedere la votazione, parrà stramba cosa il mandare a stampa unDe Profundis». Tuttavia ilCorrierel'ha stampato, ed è il seguente:
Ai prodi martiri d'Italia queste religiose e sublimi parole la redenta nazione consacra: e quanti non abbiano il cuore selvaggio ripeter le devono ad ammaestramento dei giovani figli d'Italia.
De Profundis!L'alma intuoni
La mestissima preghiera,
Sulle labbra non risuoni
Che la voce del dolor:
Una croce e una bandiera
Stan in mezzo al Tempio Santo,
Sangue e gloria, tutto e pianto
Col vessilo redentor.
De Profundis!Questo sangue
Che dai Prodi fu versato
Per chi geme, per chi langue
Arra sia di Libertà:
Quarantotto, tu hai segnato
La vigilia del riscatto,
De' tuoi màrtirViveil patto
E fia sacro ad ogni età
De Profundis!Sull'altare
Della patria abbiam giuralo
Di voler l'Adriatico mare
Non il Mincio pei confin,
Questo giuro, fìa il più grato
Fior che adorni il santo avelle,
Tutti liberi è l'appello
Immutabile divin.
A quest'anime benedette una lacrima, uri addio, un omaggio da Cristoforo Pialorsi, presidente e promotore dei militi della Carità — Parole di Cecilia Macchi.
Milano, 20 ottobre 1860;
Parodia dello Stabat Mater
Noi potremmo continuarci nella riproduzione di altri documenti simili; ma ve ne sono alcuni che non abbiamo il coraggio di ristampare. Per esempio, il Lago Maggiored'Intra, nel suo N° 44 del 4 di novembre 1860, pubblica una Parodia dello Sabat Mater. Ci perdoni il lettore, ma il dovere di storici ci obbliga a dargliene un saggio:
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Stabat
Nardo dolorosus Juxta Pium lacrymosus, Quia Marchae et Umbria... O quam tristis et afflictus Fuit Nardo derelictus, Piantatus ab omnibus! Qui tremabat et dolebat Islamitos cum videbat Repulisti facere. |
Qui
est homo qui non fleret, Nunc Nardonem si videret In tanto pasticio? Vidit suum Generalem, Qui facebat animalem Svignans cum milionibus. Tui Pii vulnerati, Tam dignati prò nos pati: Borsam mecum divide ecc. |
Il marchese Gioachino Napoleone Pepoli, cugino di Napoleone III, Gran Cordone dei santi Maurizio e Lazzaro, e per grazia delle baionette di Cialdini e delle bombe di Persano, commissario piemontese nell'Umbria, ha soppresso «tutte le Corporazioni religiose eccettuate poche benemerite» ba chiuso i conventi, ne ha incamerato i beni, ed ha compiuto unDue Dicembresulle proprietà ecclesiastiche.
A questo modo i popoli dell'Umbria incominciano a capire che cosa significa l'articolo dello Statuto che dice: «Le proprietà sotto inviolabili senza alcuna eccezione!» Un Pepoli entra nelle case dei frati e delle monache, ne conculca i sacrosanti diritti, mette alla portai padroni, si asside al loro posto, e comanda da signore. Viva la libertà!
II bello è che Napoleone Pepoli incamera i beni ecclesiastici nell'Umbria pochi giorni dopo che il conte di Cavour protestò contro la Svizzera, che avea sequestrato una parte dei beni del Vescovo di Como! Noi abbiamo riferito la Nota di Cavour nel N° 287 dell'Armoniadell'11 dicembre. Rileggiamola e giudichiamo l'opera di Pepoli colle parole del nostro primo ministro.
«La natura ecclesiastica dei beni non inferma per nulla il diritto di proprietà», dice il conte di Cavour. Dunque è come se Napoleone Pepoli fosse entrato nelle case dei signori dell'Umbria, K avesse gettati sulla strada, ne avesse aperto gli scrigni, disponendone a suo arbitrio. E in questo caso come si chiamerebbe Napoleone Pepoli?
Quello che si fa, continua il conte di Cavour, contro i beni di un ecclesiastici, è come se si facessecontro te proprietà di qualunque altro suddito del Re. È se può essere permesso a Napoleone Pepoli di confiscare i beni dei conventi secondo il suo piacere, potrà egualmente impossessarsi dei beni di qualsiasi cittadino. E allora sì che godremo un bel progresso, una preziosa libertà!
II conte di Cavour dichiaròin terminische il semplice sequestro di una parte dei beni del Vescovato di Comoera contrario al diritto. E non sarà contrariò al diritto l'incameramento di tutti i beni dei conventi dell'Umbria? Ed essendo contrario al diritto potrà essere permesso ad un Pepoli, quantunque si chiami Napoleone, di fare man bassa sui diritti altrui? E quale libertà sarà la nostra se ildirittopuò essere conculcato impunemente?
— Ma Napoleone Pepoli ha convertito i conventi in iscuole ed ospedali.
— E che per ciò? Si può egli invadere la proprietà altrui per fare elemosina? Si può cacciare dalla sua casa un individuo per convertire quella casa in una scuola, od in un ospedale? E se questo non è lecito coi privati, non può essere lecito nemmeno coi frati, perché, come ha detto testò al Governo svizzero il conte di Cavour,la natura ecclesiastica dei beni non inferma per nulla il diritto di proprietà.
— Ma Napoleone Pepoli ha affidato l'amministrazione dei beni confiscati alla Cassa Ecclesiastica.
State allegri, popoli dell'Umbria, che la Cassa Ecclesiastica vi recherà dei belli e grandi vantaggi, quei vantaggi che ha recato al Piemonte, dove la sua farina se ne andò tutta in crusca!
«Quando si creò la Cassa Ecclesiastica, diceva nella Camera il deputato Boggio, il 30 aprile 1858, il motivo impellente di quella legge, secondo dichiarò esplicitamente il ministro che la propose, era quello di cessare la spesa delle 928,000 lire annue ch'era iscritta sul bilancio per sussidio al Clero. Or bene sapete, o signori, che cosa invece abbiam fatto? Invece di spendere ogni anno quelle lire 928,000, spendiamo qualche cosa di più»(Atti Uffic.,N 183, pag. 693).
E Brofferio nella stessa tornata parlando della legge che stabilì la Cassa Ecclesiastica, e che produsse tante liti, diceva: «Una legge che in due anni ha prodotto più di 600 liti, che razza di legge può essere?...... Questo ginepraio di liti prova che noi abbiam fatto una scellerata legge» (Loc. cit., vediArmonia del 1858, N° 258, dell'11 di novembre).
La Cassa Ecclesiastica fa sempre debiti, e presenta annualmente i suoi bilanci in deficienza. E poi che amministrazione è la sua? Noi l'abbiamo provato l'anno scorso, ed attendiamo ancora oggidì la risposta. Popoli dell'Umbria, eccovi un saggio dell'amministrazione della Cassa Ecclesiastica e della Commissione di sorveglianza.
Il 22 ottobre 1858 la Cassa presenta una relazione e ci dà il conto del 1855 dicendo d'avere riscosso L. 1,839,000. Il 16 settembre 1859 ci dà un'altra relazione, e dice di non avere riscosso nello stesso anno 1855 che sole L. 1,798,000!
Di più nella penultima relazione della Cassa si afferma verificato nel 1858un aumento del reddito e una diminuzione nelle spese, e dai conti che accompagnano la relazione risulta invece che vi fu un aumento di spesa e una diminuzione di rendita.
Inoltre la relazione della Cassa ci dice che nel 1857 vendette per quasi tre milioni di stabili, eppure le spese d'imposta e di manutenzione che si pagavano per questi stabili medesimi invece di diminuire dopo la vendita, crebbero dal 36 al 50 per cento!
Finalmente la quota di concorso pel 1858 recata in conto per L. 132,186, nelriepilogo generaledello stesso conto diventa invece di lire 226,0001(1).
Eccovi la bella amministrazione, a cui Napoleone Pepoli ba rimesso i beni de' conventi! Fra breve tempo nell'Umbria non ci saranno più né conventi, né beni; ma le case dei frati si convertiranno in prigionicome inInghilterra, o in manicomii come in Piemonte.
(Pubblicato il 9 ottobre 1860)
Nella modesta stanza, dove già soggiornò il Cardinale Corsi, Arcivescovo di Pisa, condannato invia economicaad ingiustissima prigionia, trovasi oggidì un altro Cardinale di S. Chiesa, l'Eminentissimo Filippo De Angelis, Arcivescovo di Fermo. Il generale Fanti, perristabilire nelle Marche l'ordine morale, lo fe' togliere dalla sua dilettissima diocesi, e condurre in Torino, dove si dovette tosto presentare all'Eccellenza del conte di Cavour.
L'Arcivescovo di Fermo è forse il trentesimo tra i Vescovi che, in meno d'un anno, soffrono l'esilio e la prigionia per la causa della Chiesa, e per opera del nostro ministro amantissimo dell'ordine morale11 ministri pretendono ch'egli sia libero, perché gli lasciano facoltà di recarsi dapertutto, meno nella sua diocesi. Ma i poverini non sanno ancora che un Vescovo condannato a vivere fuori della sua Sede, è condannato alla maggiore delle pene, e non vi si può acconciare senza essere vittima della peggiore violenza.
Gliitalianissimisi sentono ripetere oggidì dal Cardinale De Angelis quelle medesime verità, che già udirono dal Cardinale Corsi, e sono costretti ad ammirare la stessa fermezza, eguale affetto e devozione al Pontefice Romano, e non dissimile zelo e riverenza pei Canoni di Santa Chiesa. E tutti questi preti, tutti questi Vescovi, tutti questi Cardinali, che, posti nelle stesse condizioni, nei cimenti medesimi, pensano in egual modo, e rispondono identiche parole, sono un bel trionfo pel Cattolicismo, e una solenne lezione pei ministri.
La ragione per cui il Cardinale De Angelis venne allontanato dalla sua diocesi, non si sa; puossi però di leggieri indovinare, pensando che l'Arcivescovo di Fermo è detto ilpadre delle Marche, che Fermo è città fedelissima e meritò ad antico l'elogio:Firmum fida fide, Romanorum colonia, e che il Clero nel l'archidiocesi di Fermo ha gran potere sul popolo che è religiosissimo. Bisognava per ciò e intimorire e scompigliare i preti, togliendo loro il proprio capo, e traducendolo a Torino.
L'illustre Cardinale patì rassegnato il lungo viaggio e la dolorosa separazione dalla propria Chiesa. Egli non parla de' suoi presecutori se non per attestare che fu trattato coi maggiori riguardi. Non pensa a ciò che soffrì, o che gli resta a soffrire; tutti i suoi pensieri, tutte le sue sollecitudini sono per quell'illustre vittima, per quel Pontefice martire, che è Pio IX.
La misericordia di Dio si muoverà per tanto eroismo. La rassegnazione, i dolori, le virtù di sì ammirabili sacerdoti ascenderanno al cielo, e chiameranno sulla terra l'intervento della divina Onnipotenza; la quale, come osserva un 19
S. Padre, permette l'iniquità dei tiranni, perché la Chiesa si abbellì colla pazienza de' martiri.
Dall'altra parte non è la prima volta che il Cardinale de Angelis soffre persecuzione per Gesti Cristo. Le storie della Repubblica Romana sotto il Mazzini parlano di ciò ch'egli dovette sopportare nel 1849 insieme ad altri Cardinali e Prelati. «Quanti sacerdoti percossi, carcerati ed anche uccisiI esclama uno storico! Il Cardinale Arcivescovo di Fermo fu assalito nel suo palazzo dalla guardia nazionale, e condotto barbaramente nelle carceri d'Ancona ((35))».
«In poco tempo, dice un altro storico, furono arrestati il Cardinale De Angelis, Arcivescovo di Fermo, Monsignor Vespignani, Vescovo d'Orvieto, e Monsignor Rocci, suffraganeo di Civitavecchia. Il primo fu trasferito a mano armata nella fortezza d'Ancona ((36))».
Un terzo racconta, coi documenti alla mano, come si tentasse nel 1849 di avvelenare il Cardinale De Angelis prigioniero in Ancona. Eccone le parole:
«Ho già di sopra brevemente accennato come il Card. Arcivescovo di Fermo venisse strappato dalia sua sede e tradotto alla fortezza d'Ancona. Ora debbo aggiungere copiando i processi che nemmeno in quella fortezza la sua vita poté essere sicura dalla rabbia demagogica. Il fatto passò di questa maniera. Non so bene se il 22 ovvero il 23 aprile 1849 due dei noli assassini d'Ancona P..... C..... e V..... R..... si presentano ad un farmacista di quella città, e senza un riserbo al mondo gli discorrono in questa sentenza: «È un pezzo che noi tentiamo d'ammazzare il Cardinale De Angelis che sta nel forte. Noi avevamo ideato di dargli una trombonatadal Campetto;giacche da lì ci ai vede la finestra dove in tutte le mattine il Cardinale si affaccia. E colla palla allacciatasi arriverebbe: ma siccome il colpo può fallire; così vogliamo da te che ci somministri un veleno che faccia subito, perché questo è il mezzo più sicuro». E qui R..... soggiunse:Giacché io ho un compare che gli porta il pranzo tutti i giorni. E C..... conchiuse: «Noi proveremo il veleno sopra di un cane, e se c'ingannate, potreste essere il secondo». Intendi il secondo farmacista ucciso in Ancona; perocché un altro Elia Belluigi era stato poco prima tolto di vita, come di sopra è narrato.
«L'onesto farmacista aperse subito a tre suoi amici l'orribile cimento in che si trovava posto, o di uccidere un degno prelato di S. Chiesa, o d'essere ucciso egli stesso. Due dei detti amici erano dottori in medicina, e gli suggerirono il modo d'evitare l'uno sconcio e l'altro: preparasse poca acqua con due grani di tartaro emetico: tale pozione sperimentata sul canc avrebbe prodotti que' sintomi che suole il veleno, e propinata al Cardinale non avrebbelo ucciso. Cosi appunto fu fatto, e sul far della sera i due manigoldi vennero puntualmente a ritirare la preparata carafina.
Il farmacista ciò nonpertanto non istava quieto: andò la mattina per tempo ad avvisare del pericolo un basso uffiziale civico, al quale era stata affidata la custodia del Cardinale. Quegli si pose in guardia, né fu diligenza che lasciasse intentata, perché l'avvelenamento non seguisse: lo sperpero seguito in que' giorni di tutti gli assassini della città ne allontanò anche il pericolo ((37))».
Il Cardinale De Angelis, sopravissuto a tante pene e scampato a sì gravi pericoli, doveva soffrire nuove persecuzioni «nuove tirannie nel 1860. Ma non più sotto la repubblica di Giuseppe Mazzini, bensì sotto il governo costituzionale del conte Camillo Cavour, cavaliere della Santissima Annunziata!
(Pubblicato il 16 ottobre 1860)
Egli è dal 28 di settembre che il Cardinale De Angelis, Arcivescovo di Fermo, fu arrestato,etradotto in Torino alla presenza del conte di Cavour, e si trova da sedici giorni prigioniero senza saperne il motivo. Imperocché è pienamente falso che l'Eminentissimo Cardinale o fosse alla testa di truppe, o arruolasse soldati per la guerra. Intrepido sostenitore dei diritti della Chiesa e del Santo Padre, l'Arcivescovo di Fermo non ne difese mai la nobilissima causa altrimenti che colle armi proprie del suo ministero.
Ora non basta al conte di Cavour d'aver con tanta ingiustizia incarcerato il Cardinale De Angelis, non gli basta d'avergli fatto patire i disagi d'un lungo viaggio, non gli basta di tenerlo lontano dalla propria Sede: egli tollera ancora che un giornale a' suoi stipendi, un giornale, dove egli stesso scrive talvolta, lanci le più villane ed atroci calunnie contro il venerando prigioniero, contro un uomo doppiamente sacro, e per la porpora che veste, e pel carcere che soffre!
Nell'Opinione del 13 di ottobre, N° 283, si legge un sucido articolo contro il Cardinale De Angelis, doveèaccusato d'ingiustizia, di crudeltà, d'avarizia. Il Cardinale ha fatto incarcerare, ha fatto tormentare, ha fatto impiccare;è avarissimo, non dà nulla per carità, ingrassa suo fratello, ecc., ecc. El'Opinione conchiudeofferendol'Armoniai documenti!
Quando si tratta di simili accuse, i documenti non si promettono, ma sipremettono!Sfidiamol'Opinionea darci iragguaglia cui accenna. I suoi appunti non sono soltanto calunnie, ma vere assurdità. Imperocché il Cardinale De Angelis non ba mai coperto cariche, nelle quali potesse macchiarsi di que' delitti che gli vengono ascritti. Ornai una moltitudine di Torinesi hanno potuto ossequiare l'Arcivescovo di Fermo. Dicano essi seò, se può essere un uomo crudele?
Mal'Opinionenon fa che razzolare nel fango d'un giornale fiorentino nato e morto in breve tempo a Firenze. Questo giornale intitolato ilRisorgimentofu l'inventore delle perfide calunnie, ma non ne recò mai un filo di prova((38)). Parole, declamazioni, bugie, ecco il patrimonio de' libertini.
Due documenti portava bensì ilRisorgimentodi Firenze, e questi dicono i veri delitti del Cardinale De Angelis, delitti antichissimi in lui, e dei quali non sarà mai che si penta, delitti che gli valsero la dura detenzione di Ancona nel 1849, e il tentato avvelenamento che l'Opinione medesima non può negare; delitti che gli procacciarono le ingiurie del diario fiorentino, e gli procacciano oggidì la prigionia del conte di Cavour e le calunnie del suo giornale.
Sapete voi che cosa sono questi due documenti? Son due pastorali del Cardinale De Angelis: l'una del 12 di gennaio 1860, e l'altra del 12 di febbraio dell'anno medesimo. L'Arcivescovo di Fermo nell'uno e nell'altro di questi documenti inculca ne' popoli i grandi principii cattolici, e combatte la rivoluzione! ((39)).
E certo noi confessiamo che l'empietà e la demagogia hanno ben donde essere scontente dell'Eminentissimo De Angelis. I servigi che egli rese alla Santa Sede fin da quando fu nunzio apostolico in Isvizzera sono sì grandi, che Giambattista Torricelli volle celebrarli nelle sueOrazioni.
Quest'esimio apologista ci racconta come Filippo De Angelis, nato in Ascoli di nobilissima stirpe, si segnalasse assai nell'accademia ecclesiastica di Roma, e si meritasse la benevolenza di Papa Leone XII, che lo creava visitatore apostolico della provincia di Forlì, dove compose le interne discordie, e condusse la pace religiosa e civile ((40)).
Pio VIII creatolo Arcivescovo di Cartagine lo mandò nunzio apostolico in Isvizzera, ed egli nel maggio del 1830 giungeva a Lucerna. Correvano tempi difficilissimi e la rivoluzione collegata col giansenismo, di cui s'era fatto predicatore lo sgraziato Luigi Fuchs, metteva in conquasso l'Elvezia ((41)). Il rappresentante pontificio De Angelis valorosamente difese la causa della Chiesa. «Una maniera la più soave, dice il Torricelli, un tratto il più gentile, un parlare il più mansueto furono le armi da lui adoperate ((42)).». E di questa guisa egli giunse a persuadere il Gran Consiglio di S. Gallo che, docile alle paterne voci di Gregorio XVI, con decreto del 5 di agosto 1835 rivocava i suoi decreti ostili alla Santa Sede.
Col governo dei Grigioni ebbe pur da fare assai il Nunzio De Angelis, ma la di lui prudenza e saggezza furono vincitrici di tutte le opposizioni, e lo adornarono di novelli trofei ((43))».
Il governo del Cantone di Ginevra, l'Atene del calvinismo, favoreggiava la propagazione dell'eretica pravità nelle venti parrocchie cattoliche già soggette al Re di Sardegna, e unite a quel Cantone col trattato di Torino. «In Monsignor De Angelis que' fedeli, il Clero ed il Vescovo trovarono il consolatore ed il ristoratore nelle loro disavventure ((44))». Finalmente quando il Piccolo Consiglio d'Argovia tentò stendere la mano sacrilega sulle proprietà de' conventi «Monsignor De Angelis accorse nell'illuminato suo zelo alla difesa degli oppugnati diritti», e ottenne completa vittoria ((45)).
Queste sono le guerre combattute da Filippo De Angelis, quando era Nunzio in Isvizzera, e non dissimili furono quelle che combatté da Vescovo in tutte le diocesi, a cui fu preposto, e sfidiamo il conte di Cavour e la suaOpinionea recar documenti, ch'egli mai si macchiasse le mani di sangue, o guerreggiasse altrimenti che colla spada della parola.
Ma su di un punto non possiamo chiedere documentil'Opinione,perché essa sta in sulla negativa, che non può essere provala. Essa dice che il Cardinale De Angelis èavarissimo, e non conosce la beneficenza. Toccherebbe perciò a noi provare il contrario.
Ora noi non possiamo certamente recarci presso il Cardinale De Angelis e dirgli: — Eminenza, favorisca di somministrarci le prove della sua generosità? — Fin dalla prima volta che avemmo l'onore di ossequiarlo, egli ci fe' capire che, tranquillo nella sua coscienza, non amava che i giornali si occupassero di lui. Pensate, che ci risponderebbe quest'umile e santo Prelato, se gli chiedessimo di dirci ciò che, secondo il precetto evangelico, non dee sapere neppure la sua mano sinistra!
Ad ogni modo, siccome v'hanno dei momenti, in cui si debbono rivelare le opere della carità, così noi abbiamo scritto a Roma ed a Fermo per conoscere quanto si può sapere della generosità e beneficenza del Cardinale De Angelis; e stia sicural'Opinioneche intorno a ciò noi le daremo que' documenti, ch'essa sugli altri punti non ci potrà somministrare mai più.
Mentre però ci riserviamo di rinvenire su tale materia, non lasceremo allatto digiunal'Opinione. Nel marzo del 1854 ilGiornale di Romaparlava della beneficenza del Cardinale De Angelis, Arcivescovo di Fermo, e diceva come in occasione di un'insolita penuria convarie migliaia di scudiavesse redento tutti i pegni depositati al Monte di Pietà, tratto che basterebbe a salvarlo dalla taccia diavarissimo((46)). Inoltre i giornali ci dissero quanto il Cardinale De Angeli largheggiasse verso i Padri Cappuccini di Fermo, il cui convento era stato venduto ai tempi del Regnoitalico, e possono affermare que' Padri se l'Arcivescovo siaavarissimo((47)).
Finalmente, scorrendo laCiviltà Cattolica, ci vennero sott'occhi le seguenti parole stampate nel primo quaderno dell'aprile 1851:
«Non ha molto alcuni giornali piemontesi rimproverarono all'Eminentissimo De Angelis di essersi fatto lautamente ricompensare dal governo dei danni sofferti da lui nel suo lungo imprigionamento in Ancona nel tempo della rei pubblica. Non negheremo che il Cardinale sia stato ricompensato: ma osserveremo che la ricompensa non fu quella di non so quanti mila scudi, che i predetti giornali pubblicarono aver egli ricevuti: bensì l'Eminentissimo Porporato ottenne dal governo per sua indennizzazione la diminuzione della metà della pena, cui i suoi oltraggiatori sacrileghi erano stati condannati. Questi sono i compensi che prendono i dignitarii ecclesiastici!»
Qui faremo punto. Prima però di lasciare la penna ancora una parola al conte di Cavour. —Eccellenza,l'Opinionefa il suo mestiere: vi serve. Ma se essa calunnia, è perché la lasciate calunniare; è perché crede di farvi piacere calunniando. Quindi le infamie sue pesano su di voi; e non a lei, ma a voi Cavaliere, a voi Presidente del ministero chiederemo sempre ragione d'un Cardinale di Santa Chiesa, d'un Arcivescovo venerando, che voi imprigionaste in nome della libertà, e che il vostro giornale ingiuria e calunnia in nome del progresso. Siamo intesi. —
(Pubblicato il 10 novembre 1860)
Abbiamo detto altra volta che l'Arcivescovo di Fermo si chiama ilPadre delle Marche. Il Cardinale De Angelis, che colla bontà del suo cuore e l'affabilità delle sue maniere così bene risponde a questo titolo, venne imprigionato fin dal 28 di settembre, o trovasi ancora oggidì in Torino in potere del conte di Cavour che gli proibisce di recarsi nella sua diocesi!
L'onorevoleConte non seppe addurre al Cardinale De Angelis nessuna ragione della sua prigionia, imperocché la vera era tale che il presidente del Consiglio vergognavasi di manifestarla. Temevasi che la presenza in Fermo del Cardinale De Angelis potesse mandare a monte il plebiscito, e impedire ilvivo,ilgrande, l'universale entusiasmo,di cui ci parla continuamente ii telegrafo!
Or bene il plebiscito è stato proposto, la votazione è compiuta; nulla si ba più da temere dal Cardinale De Angelis. Perché si prolunga ancora la sua cattività? Perché si protrae più oltre la vedovanza della Chiesa fermana? Perché si nega così crudelmente a' figli il proprio padre? Con quale legge, con quale giustizia, con quale ombra di pretesto?
E non vede il conte di Cavour che l'iniqua prigionia a cui ha condannato e condanna arbitrariamente il Cardinale De Angelis, non vede che è una solenne smentita alle dicerie de' suoi giornali? Se le Marche sono così avverse al Santo Padre, basterebbe la sola presenza d'un Arcivescovo per rendergliele amiche? Se il Clero marchigiano èitalianissimo, come bestemmiano i telegrammi, l'Arcivescovo di Ferino si troverà isolato. Tutti sarannonell'entusiasmo,meno il Cardinale. Perché dunque perseguitarlo più lungamente?
L'illustre Porporato prigioniero m Torino è la più bella, la più nobile, la più eloquente protesta contro il plebiscito delle Marche e dell'Umbria. Si possono negare altre violenze, ma non questa che abbiamo sotto gli occhi d'un illustre cittadino d'Ascoli, d'un venerabile Arcivescovo incarcerato a servizio delsuffragio universale!
(Pubblicato il 7 settembre 1860)
Avevamo detto che la calunnia dell'ordine del giorno, con cui il generale de Lamoricièreintimavaalle sue soldatesche l'ordine di saccheggiare le città che si rivoltassero, era un preparativo per disporre gli animi alla notizia dell'irruzione negli Stati Pontificii per parte dell'esercito rivoluzionario. Dicevasi anzi ne' circoli politici che il giorno di quest'iniqua aggressione è già fissato per sabato 8 corrente, giorno della Natività di Maria Santissima; colla qual voce consuona un telegramma, che annunzia Garibaldi aver detto che per quel giorno stesso voleva entrar in Napoli.
Oggi i giornali della rivoluzione o ministeriali confermano appuntino le nostre asserzioni. L'Opinione,che lunedì sfolgorava con tutti i fulmini della sua sguaiata eloquenza l'ordine del giorno alleorde papali, ora che ha veduto come i giornali francesi smentirono quella calunnia, dice nel suo numero d'oggi(6)«Non credal'Armoniache si voglia dare a ciò (all'ordinadel giorno)molla importanza». Ahi dunque tutto que) fracasso da finimondo non era che una chiassata! Sapevameelo: ma è bene che anche voi lo facciate sapere a quei goccioloni tra vostri lettori, che vi avesserodato qualche importanza.
Ma il più bello si è che quell'ordine del giornonon si conosce!Èl'Opinione che ve lo dice con un'ingenuità che tiene del citrullo: «Non si conoscequell'ordine del giorno, perché probabilmenteè stato letto soltanto nelle caserme». Oh che gioiello!Non si conosce?— Ma come dunque col vostro telegrafo l'avete sparso a' quattro venti? Dunque il telegrafo se l'ha inventato? È appunto ciò che abbiamo detto. Probabilmenteè stato ietto soltanto nelle caserme?— Un ordine del giorno, che non si conosce, probabilmenteè stato letto nelle caserme: e sopra questi dati fulminate, ingiuriate e minacciale guerra per vendicare quella barbarie divisata?
Ora dopo di ciòl'Opinionesoggiunge: «La notizia che un generale ed un francese al servizio del Papa abbia ordinato alle truppe di mettere le città a sangue ed a ruba ba destato raccapriccio». Ed è per questo che voi l'avete spacciata quella notizia, Ma la notizia che voi l'avete coniata di pianta, quale senso desterà ne' popoli? Andate là: codeste sono degne arti del partito cui servite.
Ma pure questo e un nulla a petto di ciò che vien dopo. Bisogna necessariamente riferire le parole dell'Opinione, sia perché sembrano incredibili tanto sono stolte, e sia perché questo è il sunto d'un documento che il Ministero ha già preparato per rendereragioneli della invasione delle Marche e dell'Umbria. Eccole:
«Le Marche e l'Umbria sono ora sotto un governo che non si può più chiamar pontificio. Il generale Lamoricière comanda ed impera. Ventimila mercenari stranieri sono padroni di due belle provincie italiane, sono accampati nel cuore della penisola e turbano la quiete de' paesi vicini.
«Può il nostro Stato, può l'Europa permettere quest'intervento di nuovo genere, e che ha tutti gl'inconvenienti dell'intervento di estere Potenze, senza che queste si compromettano e corrano il rischio di una guerra?
«Il principio del non intervento non è applicato se il Governo pontificio non si risolve a liberarsi dalle orde straniere scese in Italia, non per difender lui, ma per opprimere i popoli.
«Se esso non pensasse che alla propria difesa, non avrebbe radunato un esercito di 25 mila uomini, od avrebbe cercato di formarlo d'Italiani e di sudditi.
«Le truppe pontificie sono adunate contro i vicini. Il generale Lamoricière l'ha detto nel primo proclama: è una crociata contro l'Italia; la quale potrebbe col tempo cagionare molestie e perturbazioni gravissime, se non si provvede a disperderla, inducendo il Governo pontificio a licenziare i soldati forestieri.
«Il Papa è tutelato dalla Francia. Le forze indigene debbono essere sufficienti a tutelargli il resto dello Stato. Se non bastano, è segno che i popoli non vogliono più saperne del suo governo e cercano di scuoterne il giogo.
«Che le truppe straniere abbiano bandiera austriaca o vestano l'assisa papale, non importa: conviene considerare il fatto in se stesso. È un intervento e dei più pericolosi, epperò è necessario che finisca».
Dunque l'esercito piemontese sta per varcare i confini delle Romagne, e passare una seconda volta il Rubicone! Ed il pretesto si è che l'esercito pontificio è un intervento straniero in Italia!!
Noi non vogliamo colle nostre parole spegnere o diminuire l'indegnazione che desta in ogni animo, non del tutto traviato, questo procedere. Per buona ventura il pretesto è così evidentemente futile, che quel del lupo contro l'agnello a paragone di questo è un diritto sacrosanto.
Ci piace tuttavia notare che non sono ancora otto giorni che l'esercito de gen. de Lamoricière era sbandato a furia di diserzioni, mal ordinato, peggio allestito, pessimamente disciplinato, e ridotto ad un'accozzaglia di pochi spiantati, che uno starnuto di Garibaldi sarebbe bastato a fugarli; se pure la paura non li avrebbe fatto basire e cascar morti. Oggi l'esercito di Lamoricière fa tremare il Regno italiano a dispetto dei suoi 200 mila soldati, a dispetto della protezione di Napoleone III, a dispetto della, taumaturga potenza di Garibaldi!!
Veduto così la iniqua ridicolaggine della stampa ministeriale, giova vedere la non meno iniqua serietà della stampa rivoluzionaria, cioè che affetta di fare opposizione al ministero, benché rivoluzione e ministero sieno carne ed unghia. Noi dicemmo pili volte e dimostrammo, che Garibaldi ed il ministero furono sempre d'accordo, e che i dissapori rivelati colla circolare fariniana del 13 agosto erano solo apparenti per serbare agli occhi della diplomazia una maschera di legalità. Il Dirittoel'Unitàdi Genova provarono con solenni fatti e solennissimi documenti quest'enteritecordialetra Garibaldi e Cavour fino al 13 agosto. Ma da quel giorno i due diari sostengono che Venienteè rotta, e che havvi antagonismo assoluto tra i due eroi della rivoluzione italiana. Noi crediamo che veramente ci sia un po' di ruggine tra i due cavalieri dell'Italia per gelosia di mestiere e di gloria, ed anche perché uno lavora per la repubblica italiana e l'altro lavora per il Piemonte; ma che quanto alle opere della rivoluzione sieno perfettamente d'accordo. Questo serve per capire meglio le parole delDirittod'oggi(6), che sono le seguenti:
«Revocammo ieri in dubbio la notizia data da un diario di Milano, che il governo del Re avesse inviata una Nota alla Corte di Roma per invitarla a licenziare i corpi stranieri da lei assoldati.
«Maggiori informazioni ci permettono di confermare nuovamente che finora nessuna Nota fu inviata.
«Ci viene tuttavia affermato che il Ministero è risoluto di romperla a qualunque costo con la Corte di Roma; ora a ciò non mancando le ragioni anche le più diplomatiche, dobbiamo aspettarci tra breve, ed anche tra pochi giorni, una rottura d'ostilità con Roma.
«Questi ragguagli sono confermati dal linguaggio singolarmente bellicoso della stampa ministeriale e dagli apparecchi militari di questi ultimi giorni.
«È evidente che il segreto movente di questa risoluzione del Ministero è quello di prevenire l'arrivo di Garibaldi nelle Marche e nell'Umbria, assalendo immediatamente Lamoricière, come avrebbe fatto Garibaldi appena compiuta l'impresa di Napoli.
«Con questo colpo, che del resto è, non che consentito, ma indirettamente suggerito da Francia e da Inghilterra, come appare chiarissimo dai giornali più, devoti a quei due governi, e dalle parole amichevoli, che diconsi mandate da lord Palmerston per mezzo di sir Edwin James, con questo colpo il Ministero spera di rialzarsi nel concetto dell'opinione pubblica, e riprendere nuovamente la direzione del movimento nazionale, che incautamente si lasciò sfuggire.
«Sebbene queste siano le ragioni che inducono il Gabinetto alla spedizione delle Marche e dell'Umbria, tuttavia noi, non che dolerci, siamo lieti che si varchi la Cattolica, perché in fin de’ conti questa impresa, da qualunque affetto muova, avrà per risultato di liberare senza indugio care ed infelici provincie d'Italia dalla pili esosa delle dominazioni; ora questo è il primo ed ultimo dei nostri desiderii: noi saremo sempre con chiunque combatta con la bandiera di Vittorio Emanuele per la causa d'Italia.
Qui non faremo altro che mettere a riscontro le asserzioni dei due giornali, da cui risulta che le colpe, di che si vuole accagionare il Governo romano, sono le colpe che il lupo ascriveva all'agnello: ma che la verità è, che il lupo aveva fame e voleva divorarsi l'agnello. Il Ministero dice: io assalisco Roma, perché è rea d'intervento straniero, assoldando soldatesche forestiere. — Garibaldi dice: voi mentite, giacché andate a Roma per furarmi le mosse, e impedire che ci vada io. Da ciò si vede che amendue vogliono andare a Roma, ed in ciò sono d'accordo; ma ciascuno vuol andarvi per conto proprio, ed è ciò in cui non sono d'accordo.
E Napoleone III che cosa fa? Egli che si proclamò ilpiù solido sostegno dell'unità cattolicae sostenitore ditutti i diritti del Pontefice come Sovrano temporale?—Napoleone III se la diverte, passeggiando per le sue nuove conquiste, e ride di sottecchi. A lui pare che gli sia caduta la Pasqua in domenica. Pensate che egli aveva la stizza tanto contro i rivoluzionari, quanto contro i Principi dell'Italia. Contro i primi era irritato, perché gli intimavano con note diplomatiche all'Orsini di far l'Italia, se no Contro i Sovrani era stizzito, perché aveva un bel tempestare che accordassero riforme per acquetare i rivoluzionari, affine che lasciassero lui in pace: essi gli ridevano in faccia, e dicevano:quando voi, sig. Napoleone, accorderete la libertà al vostro popolo, noi vedremo se dobbiamo accordarla ai nostri. Ora che ne avvenne? I Principi sono tutti o quasi tutti spodestati: e i rivoluzionari stanno per venire alle mani tra loro. Comunque la vada, Napoleone ci guadagna. 0 i rivoluzionari ci lasciano la pelle, e lasceranno lui in pace; ovvero sono vittoriosi, e allora si lacereranno a vicenda da buoni fratelli.
Intanto per meglio riuscire nel suo giuoco si è reso mallevadore agli Italiani che niuno interverrà per mischiarsi de' fatti loro, ed ha promesso che ae l'Ao stria venisse a disturbarli, egli, Napoleone, calerebbe per darle una seconda lezione di Solferino.
(Pubblicato l'8 settembre 1860).
L'ipocrisia dei moderati, e l'audacia feroce dei mazziniani sidannola mano e si sostengono a vicenda nel nuovo assalto che stanno per dare agli Stati Pontificii. Ieri, mettendo a riscontrol'Opinione col Diritto, facevamo notare la contraddizione che dimostra bugiardi amendue i partili, per cui,mentrei moderati fingono di temere l'attacco del generale de Lamoricière, e costretti perciò a prevenirlo; i mazziniani all'incontro dicono che il ministero nell'assalire gli Stati Pontificii vuol impedire che Garibaldi vi entri pel primo, e faccia l'Italia per conto della repubblica.
Oggi si ripete la stessa commedia con parole poco diverse. Secondo l'Opinione risulta dalle lettere delle Marche e dell'Umbria che l'agitazione cresciuta a dismisura e le disposizioni militari del generale Lamoricière sembrano dovere affrettare lasoluzione di una crisi, che quanto più dura tanto più si aggravai. Quantoall'agitazioneabbiamo fatto conoscere nel numero antecedente colla testimonianze delSièclee delJournal des Débatsche essa è il risultato degli emissarii piemontesi, e che senza un esercito del di fuori la sollevazione di quelle provincie non ha probabilità alcuna. Non è poi necessario di far notare che lasoluzione della crisi,nel gergode' l'Opinione,significa l'irruzione del nostro esercito nelle Marche e nell'Umbria. E ciò si ascrive alledisposizioni militaridel generale de Lamoricière. Or bene sentiamo come ilDirittod'oggi sbugiardal'Opinione.
Ragguagli degni di fede, dice, fanno salire a 24 mila i soldati di Lamoricière, e li dipingonoindisciplinati, ladri e codardi. Ma pogniamo pure che questa soldatesca ammonti a trentamila uomini, e che costoro siano fior di soldati (il che non può credersi di un'armata raccogliticcia, composta di mascalzoni venuti d'ogni paese e guadagnati con qualche scudo); ebbene qual pericolo v'ha per noi che possiamo irrompere negli Stati Pontificii con sessantar mila valorosi, forniti di tutto l'occorrente, e che abbiamo l'appoggio entusiastico di popolazioni pronte a battersi con noi? Per verità sarebbe follia dubitare del successo in questa circostanza; bisognerebbe supporre che il nostro esercito fosse interamente disorganato e che le truppe di Lamoricière agguagliassero nel numero almeno le nostre. Ma invece si osserva dall'uno e dall'altro lato precisamente il rovescio; tutte le probabilità della vittoria sono per noi, come la sconfitta è certa per loro. Se le truppe papali non opporranno grave resistenza, la campagna sarà una marcia trionfale pei nostri soldati. Se per contro le truppe del Papa si batteranno, avremo qualche zuffa ed anche una battaglia, e poi l'esercito papale sarà disperso e fugato. Queste non sono previsioni immaginarie, ma fondatissime; osiamo persino dire che non sarebbe in alcun modo ragionevole credere il contrario».
IlDirittoprosiegue a dimostrare che il pigliar le Marche e l'Umbria è un giuoco, un trastullo per il Piemonte. Difatti che cosa possono mai 30 mila codardi, ladri indisciplinati, mascalzonicontro 60mila valorosi?— E poi le popolazioni che sono tutte all'unanimità pei Piemonte non basterebbe da solo a conquidere i trentamilamascalzoni?«Una tal forza, esclama ilDiritto, basterebbe a schiacciare non che uno, ma due eserciti di Lamoricière». Ed intanto ecco il ministero tremare come una foglia, pensando alledisposizioni militari del generale romano! Si direbbe che i nostri ministri temono di vedere da un momento all'altro Annibale, cioè il generale de Lamoricière alle porte di Torino. Ora questa ipocrisia è tanto goffa che fa stomaco. Per noi preferiremmo la franca sfacciataggine di Mazzini e di Garibaldi alla grossolana ipocrisia di Farini e di Cavour.
Ma in fatto d'ipocrisia il modello ed il figurino conviene cercarlo in Parigi; ed in conformità del modello di Francia si vanno acconciando i nostri ministri sempre devotissimi servidori dello straniero. Quel fior di galantuomini alla moda, che è ilcaroPersigny, è andato a collocare la prima pietra della chiesa diNostra Signora delle Vittoriea Roanne, scompartimento della Loire. Niuno al certo s'immaginava che vi fosse relazione tra la prima pietra della chiesa di Roanne e la quistione romana. Eppure il caro Persigny ce ne trovò tanta, che, fattosi una bigoncia della pietra fondamentale, vi sciorinò un discorsetto che è il sunto del famigerato libelloIl Papa ed il Congressodichiarato da Pio IXun atto d'ipocrisia e d'ignobili contraddizioni.
Il signor Persigny vuol scolpare il suo padrone da ogni ingerenza nella rivoluzione delle Romagne. «Tal è la devozione dell'Imperatore alla Chiesa, che è al di sopra di quell'immensa ingiustizia che, poco fa ancora, commosse.
Cattolicismo, e fece stupire il mondo. Permettetemi, signori, di dirvi una parola su questo soggetto». E qui il Persigny espone a suo modo la rivoluzione delle Romagne. Comincia dall'accusare l'Austria d'aver abbandonato le Romagne, e con ciò d'aver provocato la rivoluzione, ed essere stata cagione della perdita fatta dalla S. Sede di quelle provincie. Il Persigny non ignora il rapporto del principe Napoleone, comandante del quinto corpo dell'esercito francese in Italia, sotto il dì4luglio 1859, ove è detto «che la presenza del suo quinto corpo, pronto a sboccare sopra l'esercito austriaco, aveva impresso sopra di lui un timore abbastanza vivo, perché si affrettasse di abbandonare Ancona, Bologna, e successivamente tutte le posizioni sulla riva destra del Po». Ciò vuol dire che la ritirata degli Austriaci, e la conseguente rivolta delle Romagne furono opera dell'esercito francese.
Il Persigny prosieguo ad esporre come l'Imperatore proponesse al Papa il vicariato del Re di Sardegna per le Romagne annesse al Piemonte, e prosiegue dicendo: Nello stesso tempo che l'Imperatore cedeva con un tale progetto all'impero d'una necessità assoluta, egli ne tirava un partito enorme a profitto del Papa, perché in cambio del sacrifizio, egli offriva di guarentire e di far guarentire dall'Europa, o quanto meno da tutto il Cattolicismo, gli stati attuali della Santa Sede, ed assicurava per sempre l'indipendenza e la sicurezza del Papa.
«Che queste sagge, nobili e generose proposte siano state qualche tempo snaturate dall'ignoranza, dall'errore o dall'odio dei partiti nascosti sotto il manto della religione, non vi ha in ciò nulla di straordinario, ma ciò che posso dirvi, o signori, si è che agli occhi di tutti gli uomini politici di qualche valore in Europa queste proposte apparvero come la prova più chiara della devozione dell'Imperatore verso il Santo Padre, che tutti i nemici religiosi del Papato in Europa si sono rallegrati di vederle rigettate, e che infine secondo tutte le umane probabilità, se esse fossero state adottate, l'Italia sarebbe in pace, e la Corte di Roma libera d'ogni pericolo».
Ora non è questa un'ipocrisia di un'impudenza unica, anziché rara? Sol punto, in coi la rivoluzione sta per ingoiare ancora il rimanente degli Stati Pontificii, venir fuori con queste storielle cui non credono neppur i bimbi che se la dicono ancora col cavalluccio e collo scoppietto di latta! Tutti oggimai sanno che tanto la rivoluzione delle Romagne, quanto quella che è imminente nelle Marche e nell'Umbria sono opera del governo francese, almeno in quanto nulla si è fatto e nulla si farà dal Piemontesenza licenza dei superiori, come diceva ieri benissimo laGazzetta del Popolo. E ciò come dice la stessaGazzetta per ora, cioèper ora i superioridanno licenza al Piemonte di beccarsi le Marche e l'Umbria; più tardi verrà il resto. Una alla volta, diceva colui che ferrava le oche.
Napoleone diedelicenzaal Piemonte di beccarsi le Romagne. E poi disse al Papa: Santo Padre, vedete quel bricconcello di Piemonte vi ha tolto le Legazioni, ed io mi sono trovatoimpotentead impedirnelo. Ma ora, cosa fatta capo ha. Fate il sacrifizio di quella parte dello Stato già assolutamente perduta, ed io vi sto mallevadore del rimanente degli Stati. — Napoleone prevedeva già che ilPapa direbbe di no, come dovea. Allora Napoleone, fregandosi le mani, disse tré sé e sè: un pezzo è già crollato, ed io me ne son cavato con buona grazia: l'ho fatta franca.
Ora ha datolicenzadi annettere le Marche e l'Umbria. Quando il fatto sarà compiuto, Napoleone ripeterà il suo discorsetto al Papa. — Santo Padre, il Piemonte e quel diascolo di Garibaldi vi hanno tolto le Marche e l'Umbria, ed io fuiimpotentead impedire quell'immensaingiustizia. Ma ora il fatto è fatto: fate sacrifizio di queste provincie, e delle altre annesse l'anno scorso; ed io vi do la mia parola d'Imperatore e di Napoleone, che difenderò contro e verso tutti la Comarca, Civitavecchia e Viterbo per mantenerle nella vostra ubbidienza. — S'intende che il Papa dirà di no; e Napoleone, contentissimo in suo cuore, farà il piagnone nelMoniteur, nelConstitutionnel, e farà dire dal suo Persigny, che l'ostinazione del Papa è cagione di tutti i suoi malanni.
Finalmente viene l'ultima licenza di annettere le provincie di Viterbo con Roma e la Comarca. Si ripetono le stesse scene, e si termina colla medesima catastrofe. Allora la commedia è finita, cala il sipario, e buona notte.
Tali sono i divisamenti della rivoluzione, la quale fa i suoi conti sul non intervento delle Potenze della terra. Ma non ha pensato ad assicurarsi del non intervento della Provvidenza. Non possiamo determinare quando quest'intervento avrà luogo, se a mezzo la commedia, ovvero alla fine. Ma sappiamo di certo che l'intervento avrà luogo, e che la rivoluzione ne andrà colle corna rotte.
(Pubblicato l'11 settembre 1860)
Il 20 di marzo del 1860 il conte di Cavour scriveva una lettera al Cardinale Antonelli, nella quale riconoscevagli antichi dirittidel Papa sulle Romagne, e per conciliarli coinuovi ordiniofferiva di mandare a Roma il conte Federico Sclopis,uomo di religiosi e concilievoli intendimenti.
Contemporaneamente un augusto personaggio scriveva al Santo Padre Pio IX, gloriandosi di essere «figlio devoto della Chiesa e discendente di stirpe religiosissima», e adduceva questa prova di sua religione: «Quando la presenza di un audace generale (Garibaldi) poteva mettere in pericolo la sorte delle provincie occupate dalle truppe di Vostra Santità, adoperai la mia influenza per allontanarlo da quelle contrade».
Queste lettere vennero pubblicate nell'Armoniadel 17 di aprile 1860, Nó 90, e invitiamo i nostri lettori a rileggere e a meditare ben bene le risposte del Papa, le quali pei fatti odierni riacquistano un'eloquenza straordinaria, e splendono di una luce diremmo quasi sovranatnrale.
Dalla fine di marzo il conte di Cavour non ebbe più nulla da dire, né da fare col Cardinale Antonelli. Se non che l'altro giorno gli scrisse nuovamente, e non più una commendatizia, come cinque mesi fa, ma unultimatum.
E questoultimatumfu spedito a Roma per mezzo del conte della Minerva, il quale, come sanno i nostri lettori, riceveva tempo fa dal governo Pontificio i suoi passaporti, perché sotto la veste di rappresentante diplomatico del Piemonte dava opera a preparare quelle belle cose che ora veggiamo!
Il conte di Cavour, il 7 di settembre; rimandava questo signore a Roma col» l'incarico di presentare una nota, che richiede al Papa di licenziare i soldati francesi, irlandesi, svizzeri che stanno al suo servizio. Se no, le truppe piemontesi invaderanno le Marche e l'Umbria.
Il conte della Minerva partì da Torino la sera di venerdì; da Genova per terra recossi a Livorno, ed a Livorno s'imbarcò per Civitavecchia. Egli giunse a Roma il 10 di settembre, e forse a quest'ora ha già presentato il suo Ultimatum.
I lettori possono facilmente indovinare quali sentimenti prova il cuor nostro nel dettare queste linee, ma intenderanno eziandio come noi siamo costretti dalla gravità delle circostanze a contenerci nella massima riservatezza, ed eliminata ogni frase meno moderata, restringerci ad alcune brevi osservazioni.
Il conte di Cavour vuole adunque che il Papa licenzi i suoi figliuoli accorsi in sua difesa, perché essi sono inglesi, francesi, irlandesi, e la loro presenza nell'esercito Pontificio costituisce unintervento straniero.
Ma chi è il promotore della politica del nonintervento in Italia?È Luigi Napoleone. Or bene egli non crede che la presenza di questi così dettistranieri nelle truppe del Papa costituisca intervento, e la prova è ch'egli stesso ha permesso a molti francesi, ed allo stesso generale de Lamoricière di pigliar servizio nell'esercito Pontificio.
Inoltre i giornali ci dicono che l'esercito di Garibaldi si compone di molti stranieri, e ci contano ditrentasetteufficiali ungheresi che stanno a' suoi ordini, di duemila cinquecento soldati inglesi, di molti svizzeri, di parecchi francesi, e via dicendo. Ma se questo può essere permesso a Garibaldi per conquistare l'altrui, dovrà essere vietato al Papa per difendere il proprio regno?
In ultimo il conte di Cavour ha tale un concetto dell'indipendenza e sovranità de' principi ne' loro Stati, che li giudica padroni non solo di ricevere in casa propria chi meglio loro talenta, ma di cedere perfino allo straniero le loro medesime provincie. Si è di fatto il conte di Cavour, che ba sottoscritto il trattato che cede a Napoleone III la Savoia e Nizza.
E potrà essere permesso a questo signor Conte di dare allo straniero le terre italiane, e sarà proibito a Pio IX di ricevere a suo servizio i cattolici a qualunque paese del mondo appartengano?
E non è forse il conte di Cavour che chiamò in Italia i Francesi, e si valse del loro soccorso per difendersi da forze che soverchiavano le nostre? E non potrà Pio IX accettare a suo servizio una mano di prodi, perché non sono italiani?
E nel 1859 il conte di Cavour non accettava gli stranieri nel nostro esercito, anzi non ne volava in cerca per tutte le parti? E il duca di Chartres, per dire di un solo, è forse italiano?
E quando l'Austria intimò al conte di Cavour di sciogliere i reggimenti di volontari, stranieri al Piemonte, il nostro presidente del Consiglio aderì forse alla pretesa?
Ma egli s'inganna a partito se spera di trovare minore fermezza, minore indipendenza e dignità nell'animo invitto di Pio IX. La risposta all’ultimatumdel conte di Cavour sarà quale ogni uomo d'onore l'ha presente in cuor suo, e quale se l'aspetta lo stesso nostro governo.
Laonde si può ornai conchiudere che il Piemonte romperà guerra al Papa, e il pretesto è degno della politica italianissima. È sottosopra il pretesto stesso trovato dal primo Napoleone per tormentare Pio VII.
Si avverta intanto la serie degli assalti mossi dal conte di Cavour a Roma. Dapprima nel Congresso di Parigi accusa il Papa di non sapere da sé costituirsi un esercito, ed abbisognare del sostegno altrui. Pio IX in breve ora si costituisce un esercito.
Il conte di Cavour, tolte le Romagne al Papa, l'accusa di volere spargere il sangue italiano per riconquistarle colla forza. Pio IX soffre in pazienza la perdita delle sue migliori provincie, e si guarda ben bene dal ripiombare l'Europa negli orrori della guerra.
Il conte di Cavour si lagna, che il governo del Papa sia un fomite di rivoluzioni. I fatti lo smentiscono solennemente, imperocché avvengono rivoluzioni dappertutto meno negli Stati del Papa.
Il conte di Cavour non sa più come uscirne e si aggrappa agli specchi, accusando il Papa d'avere uno straniero per comandante in capo del suo esercito, e truppe straniere a suo servizio. Ma a Novara chi comandava nel 1849 l'esercito piemontese? Non era forse un generale polacco?
E poi quelli che voi chiamatestranieri, sono la minima parte dell'esercito pontificio, giacché ilCourrier du Dimancheli fa ascendere a soliseimilasoldati, che sarebbero per ciò il quinto della truppa.
Di buone ragioni, come si vede,. ne abbiamo da vendere. Ma è oggidì la forza che impera. Il Papa non s'è potuto atterrare cogl'inganni, colle ipocrisie, coi tradimenti, ed ora si vuol perdere coi cannoni.
Però non è questa un'impresa da pigliare a gabbo. La stessaGazzetta del Popolodel 10 di settembre grida a' suoi:chi è tranquillo, non è che un imbecille. LaGazzettache disprezzava il Papa, già ne sente la forza prima ancora che incominci la battaglia!
Umanamente parlando, i libertini dovrebbero esseretranquillissimisull'esito della pugna. Imperocché l'esercito pontificio é un nulla in proporzione de' suoi nemici, e trovasi combattuto di fronte ed alle spalle.
Dunque perché solo gliimbecillipossono essere tranquilli? Perché solo gli imbecilli possono rinnegare la storia, e non capire quanto audace impresa sia muovere contro Roma.
Ieri noi abbiamo celebrato la festa del nome di Maria, e questa festa ci dice che spesse volle anche i grossi battaglioni hanno la peggio quando Iddio non è con loro.
Napoleone 1 raccomandava a' suoi di trattare col Papa come se avesse dietro a sé ducentomila soldati. Più tardi, scrisse Massimo d'Azeglio,napoleone se ne dimenticò, e ne pagò lo scotto!
Gli italianissimi si trovavano a fronte l'Austria e Roma. La prima con mezzo milione di soldati, e l'altra presso che inerme. Elessero adunque di combattere questa, e dichiarano francamente di non volersi pei ora misurare coll'Austria perché è forte.
Ma Roma, sappiatelo o signori, Roma è molto più forte dell'Austria, e cadranno mille Austrie prima del Papa.
Ecco l'ordine del giorno pubblicato l'11 di settembre dal generale Cialdini. Noi lo leviamo dall'Adriaticodell'11 di settembre, N° 210.
Dal quartier gen. di Rimini,11settembre1860.
Soldati del quarto corpo d'armata! Vi conduco contro una masnada di briachi stranieri che sete d'oro e vaghezza di saccheggio trasse nei nostri paesi.
Combattete, disperdete inesorabilmente quei compri sicari, e per mano vostra sentano l'ira di un popolo, che vuole la sua nazionalità e la sua indipendenza. Soldati! L'inulta Perugia domanda vendetta, e benché tarda, l'avrà.
Il generale comandante il1°corpo d'armata:
EnricoCialdini.
La rivoluzione è in festa, e dappertutto batte palma a palma, accende lumi, inalbera bandiera, perché il Papa è stato vinto e il suo esercito distrutto. «La vittoria (contro il Papa), dice laGazzetta Ufficiale del Regno,è stata festeggiata con entusiasmo non solo a Torino e a Milano, ma bensì a Genova, a Bologna; a Firenze, a Parma, a Livorno e in tutte le città del Regno((48))».
E allaGazzetta Ufficialefanno coro gli altri giornali. «C'è rottura diplomatica tra Dio e il suo Vicario!», esclama l'uno beffardamente((49)). E l'altro: «Chi non ammira la mano di Dio in questi rapidi avvenimenti? Che farà il governo papale da tutti abbandonalo?((50))». E un terzo: «L'ultimo appoggio che rimaneva al potere temporale dei Papi venne abbattuto Il Papa privo ornai di forze materiali, con cui far valere la sua volontà temporale, non può più avere autorità nemmeno su Roma. Esso ba cessato di essere Principe....
In Roma egli non è più che un cittadino((51))E un quarto: «Dopo la pubblicazione della stupenda vittoria, i preti che incontro hanno l'aria di tanti san Bartolomei scorticati((52))». E un quinto: A festeggiare i trionfi (contro il Papa) il teatro Guillaume era sfarzosamente illuminato((53))». E un sesto, per tacere di tanti altri, dice a Pio IX:
Come un di sull'Oribbo in mezzo al tuono,
Fra la folgor di guerra or parla Iddio,
E ti avverte che lasci, o nono Pio,
In pro d'Italia il mal usato trono((54)).
Ed ecco oggidì rinnovarsi ciò che è avvenuto sul cominciar di questo secolo, e quello che ci prenunziava in certo modo l'esimio conte Costa della Torre sul cominciare di quest'anno; Pio VII, dicea l'illustre scrittore, venne imprigionato, e in quel medesimo giorno Napoleone guadagnava la battaglia di Wagram. Allora un celiare sulla scomunica, un ridersi del Papa e della Chiesa, come se Dio pagasse sempre il sabato. Mi suonano ancora agli orecchi le bestemmie dei tristi, e i piagnistei della gente di poca fede!((55))».
Napoleone I, nel giorno 6 di luglio 1809, mentre rapivasi il Papa, trionfava nella battaglia di Wagram, e che battaglia era quella, e che vittoria! Non combatteva Napoleone I unamasnada di briachi,come l'11 di settembre Enrico Cialdini chiamava i suoi nemici, ma «da tre a quattrocentomila uomini, da milleducento a millecinquecento pezzi di cannone si battevano per grandi interessi su di un campo di battaglia studiato, meditato, fortificato parecchi mesi prima dal nemico((56)).
E il Buonaparte vinceva quella battagliadecisive et à jamais celèbre, come chiamolla egli stesso. E di questa vittoria servissi tosto per abbindolare i popoli: giacché fece indirizzare ai Vescovi di Francia una lettera circolare, in cui chiedeva che si celebrasse con una solennità religiosa il giorno 6 di luglio, in cui Dio aveva sancito la sua condotta riguardo al Papa col favorire le sue armi in sì splendida maniera ((57)).
E poi? Come finì Pio VII? Come Napoleone I?……. 0 voi che godete al vedere Pio IXda tutti abbandonato, voi che gongolate delle sue sconfitte, ricordatevi ciò che fu scritto da S. Ilario: Questo è proprio della Chiesa, che allora vinca quando è offesa, allora sia manifesta quando è contraddetta, allora prosperi quando è abbandonata ((58))». Ricordatevi ciò che fu ripetuto testé da Pio IX: La Chiesa «non che essere sopraffatta e stremata dalle persecuzioni, viene anzi ad accrescersi e ad abbellirsi di sempre nuovi e più splendidi trionfi ((59))».
Agli ammiratori dell'eroismo religioso tornerà gradito il conoscere alcuni particolari sopra le vicende del compianto generale pontificio, marchese de Pimodan, morto teste in difesa del Santo Padre. Rampollo di un'antica famiglia cavalleresca e adorno dei più rari doni di fortuna e di mente, Giorgio di Pimodan nella sua natura ardente, nella imaginazione austeramente poetica, nell'anima imperterrita palesava un tal quale istinto che lo portava sempre all'arduo e al generoso. Là, diceva egli,dove il pericolo e grande, è ancora più grande la gloria. L'Austria rammenta con riconoscenza i servigi che egli le rese nel 1848 sui campi d'Italia e di Ungheria. Tornato in Francia, gli aveva la Provvidenza fatto trovare in una damigella del sangue dei Montmorency una sposa, che i pericoli delle battaglie doveva tramutargli nelle delizie della pace domestica. Sullo scorcio di quest'inverno udì dell'intendimento di comporre un esercito a difesa degli interessi del Santo Padre, e dato l'addio, che doveva essere l'ultimo, alla consorte e ai due figliuoletti, volò a Roma, ove fu posto ai fianchi del Lamoricière.
Nel 1849 aveva combattuto contro la rivoluzione ungherese, e scrisse, in istile semplice ma commovente, una memoria dove racconta, come, fatto prigioniero di Kossuth, si aspettava di essere fucilato.
Non aveva, allora che,26 anni. «Io m'era conservato, dic'egli, un anello, nel quale era incastonato un piccolo diamante. Mi trassi quell'anello dal dito, e sopra uno dei quadrati scrissi queste parole: —Addio, cari parenti. Sto per essere fucilato. Sono rassegnato e tranquillo: muoio pieno di fede e di speranza. Cara madre, la mia sola ambascia è la vostra!— Spiccai quindi il nastro della mia croce per tenermelo sul cuore sul punto di venir fucilato, e sedutomi sopra il letto, mi rappresentai allo spirito le memorie antiche della mia famiglia. Mi sovvennero tutti i particolari della morte eroica di lord Strafford, i quali io non aveva letto mai senza che mi sentissi compreso di maraviglia. Giurai allora di mostrare altrettanta fermezza d'animo che quella da lui mostrata in tal punto. Le speranze che sovente aveva io accarezzate in cuor mio, bisognava abbandonarle; ma io poteva in quel momento supremo guadagnarmi ancor dell'onore».
Nacque il Pimodan nel 1822; dal che si pare nuovo titolo di riputazione, che si acquista quel gran baccalare di giornale ilConstitutionnel, il quale pronunzia che il Pimodan aveva abbandonato l'esercito francese nel 1830! Se la Francia ha il privilegio di possedere giornalisti, che paion fanciulli da balia, non crediamo che abbia però mai avuto dei soldati in ritiro dell'età di otto anni.
Sul generale di Pimodan leggiamo nellaGazzetta Ufficialedel 24 di settembre: «Ilgenerale Cialdini, mosso da quella,gentilezza di sentimento che gli è propria; non solo ha fatto rendere gli estremi onori al corpo del generale marchese di Pimodan, morto nel combattimento di Castelfidardo, ma l'ha fatto inoltre imbalsamare e chiudere in una bara di zinco, e l'ha mandato alla signora marchesa di Pimodan, moglie del generale. Il principe di Ligne ed un altro aiutante del defunto, ambidue prigionieri e messi appositamente in libertà, accompagnano la salma del generale in Francia».
IlGiornale di Romadel 12 corrente reca i seguenti importantissimi documenti:
Mentre in alcuni paesi delle Marche e dell'Umbria stavano succedendo i fatti di cui diedesi cenno nel giornale di ieri, si faceva pervenire nella sera dello scorso lunedì (10) all'Eminentissimo sig. Cardinale Segretario di Stato di Sua Santità una lettera del sig. conte di Cavour, ministro degli affari esteri di S. M. Sarda, la quale è concepita nei seguenti termini:
Torino, li 7 settembre 1860.
Eminenza,
Il governo di Sua Maestà il Re di Sardegna non poté vedere senza grave rammarico la formazione e l'esistenza dei corpi di truppe mercenarie straniere al servizio del governo Pontificio. L'ordinamento di siffatti corpi non formati, ad esempio di tutti i governi civili, di cittadini del paese, ma di gente d'ogni lingua, nazione e religione, offende profondamente la coscienza pubblica dell'Italia e dell'Europa. L'indisciplina inerente a tal genere di truppe, l'improvida condotta dei loro capi, le minacce provocatrici di cui fanno pompa nei loro proclami, suscitano e mantengono un fermento oltremodo pericoloso. Vive pur sempre negli abitanti delle Marche e dell'Umbria la memoria dolorosa delle stragi e del saccheggio di Perugia. Questa condizione di cose già da per se stessa funesta, lo divenne di più dopo i fatti che accaddero nella Sicilia e nel reame di Napoli. La presenza dei corpi stranieri che ingiuria il sentimento nazionale, ed impedisce la manifestazione de' voti dei popoli, produrrà immancabilmente l'estensione dei rivolgimenti alle provincie vicine.
Gli intimi rapporti che uniscono gli abitanti delle Marche e dell'Umbria con quelli delle Provincie annesse agli Stati del Re e le ragioni dell'ordine e della sicurezza dei propri Stati impongono al governo di Sua Maestà di porre per quanto sta in lui immediato riparo a questi mali. La coscienza del re Vittorio Emanuele non gli permette di rimanersi testimonio impassibile delle sanguinose repressioni, con cui le armi dei mercenari stranieri soffocherebbero nel sangue italiano ogni manifestazione di sentimento nazionale. Niun governo ba diritto di abbandonare all'arbitrio di una schiera di soldati di ventura gli averi, l'onore, la vita degli abitanti di un paese civile.
Per questi motivi, dopo avere chiesti gli ordini di Sua Maestà il Re mio Augusto Sovrano, ho l'onore di significare a Vostra Eminenza che le truppe del Re hanno incarico d'impedire, in nome dei diritti dell'umanità, che i corpi mercenari Pontifici reprimano colla violenza l'espressione dei sentimenti delle popolazioni delle Marche e dell'Umbria.
Ho inoltre l'onore d'invitare Vostra Eminenza per i motivi sovra espressi a dare l'ordine immediato di disarmare e disciogliere quei corpi, la cui esistenza è una minaccia continua alla tranquillità d'Italia.
Nella fiducia che Vostra Eminenza vorrà comunicarmi tosto le disposizioni date dal governo di Sua Santità in proposito, ho l'onore di rinnovarle gli atti dell'alta mia considerazione.
Di Vostra Eminenza
Firmato— C. CAVOUR.
A questa lettera l'Eminentissimo signor Cardinale Segretario di Stato dava la seguente risposta:
Eccellenza,
Astraendo dal mezzo, di cui Vostra Eccellenza stimò valersi per farmi giungere il suo foglio del 7 corrente, ho voluto con tutta calma portare la mia attenzione a quanto ella mi esponeva in nome del suo Sovrano, e non posso dissimularle che ebbi in ciò a farmi una ben forte violenza. I nuovi principii di diritto pubblico che ella pone in campo nella sua rappresentanza mi dispenserebbero per verità da qualsivoglia risposta, essendo essi troppo in opposizione con quelli sempre riconosciuti dall'universalità dei governi e delle nazioni. Nondimeno, tocco. al vivo dalle incolpazioni che si fanno al governo di Sua Santità, non posso ritenermi dal rilevare dapprima essere quanto odiosa, altrettanto priva d'ogni fondamento ed affatto ingiusta la taccia che si porta contro le truppe recentemente formatesi dal governo Pontificio; ed esser poi inqualificabile l'affronto che ad esso vien fatto nel disconoscere in lui un diritto a tutti gli altri comune, ignorandosi fino ad oggi che sia impedito ad alcun governo di avere al suo servigio truppe estere, siccome in fatto molti le hanno in Europa sotto i loro stipendi. Ed a questo proposito sembra qui opportuno il notare che, stante il carattere che riveste il Sommo Pontefice di comun padre di tutti i fedeli, molto meno potrebbe a lui impedirsi di accogliere nelle sue milizie quanti gli si offrono dalle varie parti dell'orbe cattolico in sostegno della S. Sede e degli Stati della Chiesa.
Niente poi potrebbe essere più falso e più ingiurioso, che l'attribuirsi alle truppe Pontificie i disordini deplorabilmente avvenuti negli Stati della Santa Sede, né qui occorre il dimostrarlo. Dappoiché la storia ha già registrato quali e donde provenienti siano state le truppe che violentemente imposero alla volontà delle popolazioni, e quali le arti messe in opera per gettare nello scompiglio la più gran parte della Italia, e manomettere quanto v'ha di più inviolabile e di più sagro per diritto e per giustizia.
E rispetto alle conseguenze, di cui si vorrebbe accagionare la legittima azione delle truppe della S. Sede per reprimere la ribellione di Perugia, sarebbe in vero stato più logico l'attribuirle a chi promosse la rivolta dall'estero; ed ella, sig. Conte, troppo ben conosce donde quella venne suscitata, donde furono somministrati danaro, armi e mezzi di ogni genere, e donde partirono le istruzioni e gli ordini d'insorgere.
Tutto pertanto dà luogo a conchiudere, non avere che il carattere della calunnia quanto declamasi da un partito ostile al governo della S. Sede a carico delle sue milizie, ed essere non meno calunniose le imputazioni che si fanno a loro capi, dando a crederli come autori di minaccie provocatrici, e di proclami proprii a suscitare un pericoloso fermento.
Dava poi termine alla sua disgustosa comunicazione l'Eccellenza Vostra col l'invitarmi in nome del suo Sovrano ad ordinare immediatamente il disarmo e lo scioglimento delle suddette milizie, e tal invito non andava disgiunto da una specie di minaccia di volersi altrimenti dal Piemonte impedire l'azione di esse per mezzo delle regie truppe. In ciò si manifesta una quasi intimazione, che io ben volontieri qui mi astengo di qualificare. La Santa Sede non potrebbe che respingerla con indignazione, conoscendosi forte del suo legittimo diritto, ed appellando al gius delle genti, sotto la cui egida ha fin qui vissuto l'Europa: qualunque siano del resto le violenze alle quali potesse trovarsi esposta senza averle punto provocate, e contro le quali fin d'ora mi corre il debito di protestare altamente in nome di Sua Santità.
Con sensi di distinta considerazione mi confermo Di Vostra Eccellenze,
Roma, 11 settembre 1860.
Firmato: — G. Card. Antonelli.
Contemporaneamente alla lettera surriferita del signor conte di Cavour, altra ne faceva pervenire il sig. generale Fanti, ministro della guerra di S. M. Sarda, al sig. generale de Lamoricière, comandante in capo delle truppe Pontificie, la quale è del seguente testuale tenore:
Arezzo, le 9 septembre 1860.
Excellence,
S. M. le roi Victor Emmanuel II, qui est intéressé si vivement au bonheur de l'Italie, est très préoccupé des événements qui ont lieu dans les Provinces des Marches et de l'Ombrie.
S. M. n'ignore pas que toute manifestation dans le sens national près de la frontière méridionale de son rovaume qui fut réprimé par des troupes étrangères n’avant pas même entre elles aucun lien de nationalité, produirait inévitablement un contre coup funeste dans tous ses états.
C'est à la suite de ces graves considérations que S. M. a ordonné une concentration de troupes aux frontières des Marches et de l'Ombrìe, et qu'il rata fait l'honneur de me confier le comandement supérieur de ces troupes.
Il m'a prescrit en même temps de me diriger à V. E. pour vous faire connaître que ces troupes occuperaient au plutòt les Marches et l'Ombrie dans les cas suivants, c'est à dire:
1) Si des troupes à vos ordres se trouvant dans une ville des Marches et de l'Ombrie eussent à Taire usage de la force pour comprimer une manifestation dans le sens national.
2) Si des troupes dont vous avez le commandement eussent à recevoir l'ordre de marcher sur une ville des mêmes provinces pontificales, toutefois qu'une manifestation dans le sens national vint à se produire.
3) Toutefois qu'une manifestation dans le sens national s'étant produite dans une ville, et avant étà comprimée avec l'usage de la force par vos troupes, celles-ci ne reçoivent pas immédiatement de vous, l'ordre de se retirer en laissant la ville qui s'était prononcée libre d'exprimer ses vœux.
Personne mieux que V. E. peut comprendre comment le sentiment national doive se révolter devant une oppression étrangère, et j'ose avoir confiance qu'en acceptant franchement et de suite les propositions que je viens de vous faire au nom du gouvernement du Roi, vous épargnerez la protection de nos armes à ces provinces de l'Italie et les conséquences fâcheuses qui pourraient s'en suivre.
Agréez Excellence.
Gli atti surrìferiti dal ministero sardo sono di tale natura che al criterio di chiunqueèdato rilevarneL'inqualificabile esorbitanza, sicché ci asterremo dal farvi qualsiasi commento.
E la loro esorbitanza si accresce, ove si aggiunga che nell'atto in cui davasi corso alla risposta dell'Em.mo segretario ai Stato alla lettera del conte di Cavour, giungeva dalle Marche la notizia che mentre le truppe Pontificie avevano già ristabilito l'ordine nella città di Fossombrone sconvolta, come fu ieri annunziato, dalla banda rivoluzionaria che avevala invasa, le truppe regolari del Piemonte, già in grandissimo numero concentrate sul confine toscano e presso la Cattolica, osarono da quest'ultimo punto muovere ad attaccare Pesaro, la cui limitata guarnigione si ritirò nella rocca, spingendo la loro vanguardia sino a Fano.
Intanto si conosce come S. M. l'Imperatore dei Francesi tosto che seppe del divisamento in che era venuto il gabinetto sardo di fare una sommazione al governo Pontificio diretta ad ottenere lo scioglimento delle sue truppe estere con la minaccia d'invadere ed occupare, in caso di rifiuto, le Marche e l'Umbria, la lodata Maestà Sua scrisse per telegrafo da Marsiglia al Re di Piemonte, annunziandogli che, qualora le truppe sarde penetrassero nel territorio Pontificio, egli sarebbe stato costretto ad opporvisi, e che aveva già dato ordini perché fosse rinforzato il suo corpo francese di occupazione.
(Pubblicato il 16 settembre 1860)
Contro il Salvatore del mondo trovaroosi molti falsi testimonii, i quali però non servirono a nulla, perché non andavano d'accordo con loro; e contro il Santo Padre trovansi molti pretesti, ma tali che si distruggono l'un l'altro, e provocano, non sappiamo, se più a stomaco od a riso. Esaminiamo i documenti.
Le Marche e l'Umbria sono tranquille, ma, giunto Garibaldi nel Regno di Napoli, già incominciasi a parlare della loro insurrezione. Scrivevano da Torino alSièclesotto la data del 2 settembre: «Tutti i giornali parlano di un'insurrezione imminente nelle Marche e nell'Umbria....... Emissari mandati da Genova e da Torino per combinare una sommossa insurrezionale sono convinti che senza l'intervento d'una forza straniera è impossibile ogni sollevazione».
Da questo punto incominciasi a cercare il pretesto perl'intervento nelle Marche d'una forza straniera. L'Opinionedel 6 di settembre grida guerra contro l'esercito del Papa, perché «le truppe Pontificie sono adunate contro i vicini!».
Il conte di Cavour (notate bene che queste sono parole tolte dall'Unità Italianadi Genova, N° 165 del 14 di settembre) «avendo già risoluto di occupare le Marche e l'Umbria, prima che Garibaldi vi giungesse dal sud, trovò altri capi, dei quali era sicuro, e disse loro—entrate colla gioventù impaziente di agire a ogni modo, sommovete qua e là le località delle due provincie, affinché un'insurrezione, grande o piccola, vi sia: noi vi terremo dietro. — Con questo piano si è iniziata la rivoluzione, la quale necessariamente partecipa del carattere di chi ne ha la direzione».
E più innanzi la stessaUnità Italianasoggiunge: «Si vede che la sollevazione, lungi dall'essere una rivoluzione per se stessa, doveva essere solamente il motivo ad altre operazioni puramente militari; Sembra che i capi dicano alle differenti località presso la frontiera: movetevi tanto da dar segno che siete, disposti; il soccorso giungerà»,
E finalmentel'Unità Italianadimostra come la pretesa insurrezione delle Marche e dell'Umbria sia un vero movimento strategico combinato anticipatamente a servizio del nostro esercito: «Il moto cominciò l'8 su tutta l'immensa frontiera delle Marche e dell'Umbria, che, cominciando alla Cattolica sull'Adriatico, fa il contorno della Romagna e della Toscana, e scende per il Trasimeno fino ad Orvieto. — Scoppiò a Pesaro, piccola città e porto sull'Adriatico, internandosi nel Montefeltro fino ad Urbino e a Fossombrone. Sulla frontiera toscano-ombrina, là dove Cortona guarda Perugia, il paese rimane quieto, come se volesse lasciare a Fanti libera la strada strategica della Fratta. L'insurrezione sembra qui Tare un salto: scavalca il Trasimeno, lascia Perugia al nord, e si mostra a Città di Pieve, a Città di Castello, a Monteleone, stendendosi a sinistra al nord fino a Piagaro, a poca distanza di Perugia, e innonda al sud il paese fino ad Orvieto che prende».
Prima che la pretesa insurrezione scoppii, il ministero manda le troppe sui confini perché trovinsi pronte, e si pubblicano i decreti che chiamano sotto le armi i corpi distaccati della guardia nazionale. Quando tutto è pronto, si dà il segnale e il telegrafo annunzia le insurrezioni p Pesaro, a Montefeltro, ad Urbino.
L'11 di settembre un proclama sottoscritto Cavour-Farini dice ai soldati già pronti ai confini: «Voi entrate nelle Marche e nell'Umbria per restaurare l'ordine civile nelle desolate città, e per dare ai popoli la libertà di esprimere i loro voti lo voglio rispettare la sede del Capo della Chiesa».
Lo stesso giorno un altro proclama del generale Enrico Cialdini dice ai soldati del 4° corpo d'armata: «Vi conduco contro una masnada di briachi stranieri, che sete d'oro e vaghezza di saccheggio trasse nei nostri paesi. Combattete, disperdete inesorabilmente quei compri sicarii, e per mano vostra sentano l'ira del popolo.
Lo stesso giorno un terzo proclama del generale Fanti dice ai soldati di andare a liberare i popoli delle Marche e dell'Umbria dalmartirio,giacché «quei figli sventurati d'Italia sperarono indarno giustizia e pietà dal loro governo».
Allora i nostri soldati invadono le provincie Pontificie, e il 12 di settembre, il conte di Cavour scrive nel suoMemorandumche, attesa l'insurrezione di quelle popolazioni, fu obbligato ad intervenire, sia per riguardo all'Italia, sia per riguardo all'Europa. Dichiara tuttavia che «le regie truppe dovranno rispettare scrupolosamente Roma e il territorio che la circonda».
Ma Garibaldi, che sa un po' meno di diplomazia, vien fuori con un manifesto al popolo di Palermo, sotto la data del 10 di settembre, e gli dice: «L'annessione ed il regno del Re Galantuomo in Italia noi proclameremo presto, ma là sulla vetta del Quirinale».
Da tutti questi documenti risulta che il conte di Cavour e i suoi amici non hanno ancora saputo trovare un motivo plausibile per coonestare l'invasione delle Marche è dell'Umbria.
Ora dicono che hanno invaso gli Stati del Papa, perché là vi era unvero intervento mascherato. Poi non sono contenti della ragione, e soggiungono che l'esercito papale era una minaccia contro di noi. Sentono che questo è ridicolo, e ripigliano che sono andati nelle Marche e nell'Umbria per comprimere l'anarchia. Non piace questo motivo a quei medesimi che lo adducono, e vengono fuori dicendo che sono andati nelle Marche per dare la libertà al popolo di manifestare i suoi voti. Dubitano essi stessi della ragionevolezza di questa scusa, e protestano che sono andati avendicare l'inulta Perugia.
E cosi dicono, disdicono, contraddicono che è una pietà. Cavour intanto è in opposizione patente con Garibaldi. Imperocché l'uno dichiara di «voler rispettare scrupolosamente Roma», e l'altro afferma di voler proclamarepresto sulla vetta del Quirinale l'annessione ed il regno del Re galantuomo. A chi credere?
Forse Cavour si opporrà a Garibaldi, che vuol salire sol Quirinale? Non è possibile, giacche nel suoMemorandumchiama il Garibaldi unillustre guerriero,che merita la suaammirazione,e le cui imprese «ricordano ciò che la poesia e la storia raccontano di più sorprendente
Dunque conquistate le Marche e l'Umbria, Cavour e Garibaldi s'incammineranno sul Quirinale. E per verità le ragioni che adducono a giustificare l'invasione delle provincie, servono anche per l'invasione della capitale degli Stati Pontificii.
Se le truppe del generale Lamoricière in Ancona costituiscono un intervento straniero, non saranno uno straniero intervento le truppe francesi in Roma? Se il Piemonte ha diritto e dovere di andar a liberare i popoli delle Marche e dell'Umbria, acciocché possano emettere i loro voti, non potrà e dovrà fare altrettanto coi Romani? Se dee vendicare le stragi di Perugia, non saprà trovare altre stragi da vendicare sul Tevere?
IlMemorandumdel conte di Cavour o non prova nulla, o prova che anche Roma, anche il Quirinale dee essere tolto al Papa. Così l'intende Garibaldi, ed almeno è logico, almeno è sincero. Egli non conosce la vigliacca ipocrisia di Cavour, che spogliando il Papa della sua porpora, lo saluta ilPadre augusto e venerabile di tutti i cattolici!
Leggiamo nelGiornale di Romadel 20 di settembre: «A Monsignor ministro dell'armi pervenne ieri a sera il seguente dispaccio datato da Pontecorvo nel mattino dello stesso giorno 49 settembre.
«Monsignore,
«Ieri a un'ora dopo mezzodì Pontecorvo fu occupato dalle troppe di Sua Santità dopo una marcia forzata e senza seria resistenza da parte degli invasori. I quattrocento miserabili soldati dell'insurrezione fuggirono al secondo colpo di cannone spaventati dall'attacco vivissimo della mia testa di colonna dopo avere tirato tre colpi di fucile.
«Disgraziatamente la stanchezza della mia gendarmeria a cavallo non mi ha permesso d'inseguirli: coloro passarono il ponte sul Garigliano prima che una sezione di gendarmeria a piedi che io mandai a guardare il passo vi fosse per venuta.
Le autorità pontificie sono state immediatamente ristabilite, come del pari gli stemmi di S. S. Tutti hanno fatto il loro dovere, ed il morale del mio distaccamento si conserva nel grado il più soddisfacente. Avrò l'onore di dirigere a V. E. il mio rapporto ufficiale dettagliato.
«È mio solo dispiacere, e le truppe lo dividono con me, che gl'invasori non siensi meglio difesi. La compagnia di gendarmeria a piedi Carrara è al di sopra di ogni elogio, e questo officiale merita ogni considerazione.
L'effetto morale nel paese è stato grandissimo, e le popolazioni in generale soddisfattissime.
Sonovi però molti ladri che infestano la campagna, e sono individui fuggiti dalle bande garibaldiane.
«Prego, ecc.
«Firmato:ColonnelloMontillier
«Capo di Stato Maggiore Generale».
«La stessa E. S. Monsignor proministro delle armi ha ricevuto la seguente comunicazione:
«Gabinetto del Generale Comandante in capo.
«il 13 settembre 1860.
«Monsignore,
Come io lo temeva ieri, le nostre comunicazioni telegrafiche con Foligno sono interrotte, e credo che il corriere che passerà questa sera sarà egli stesso arrestato e spogliato de' suoi dispacci nello stesso luogo. Prendo dunque il partito d'inviarvi la presente per un mezzo che il latore di essa v'indicherà.
Nel momento, teco qualèla nostra situazione: i Piemontesi hanno occupato questa mattina Jesi per farvi fare un pronunciamento. Ignoro il loro numero su tal punto.
«Secondo i dispacci di Ancona (ove i nostri dispacci elettrici vanno ancora) la loro massa sembrava essere concentrata a Scnigaglia cogli avamposti a Fiumesino per impedirci di ritirarne le farine.
«Il nemico sparge la voce che la città sarà bloccata per mare; le squadre di Napoli e del Piemonte si riunirebbero a questo fine; i legni francesi potranno passare fino a dichiarazione di blocco effettivo, più tardi no, a meno che la Francia non impieghi la sua marina per opporsi al blocco.
«Noi siamo giunti ieri da Serravalle qui, la truppa ha percorso 40 miglia in 22 ore. Pimodan mi raggiungerà domani mattina. Io non vi parlo de' miei progetti, non sapendo quale sarà la sorte di questa lettera.
«Nella montagna d'Ascoli noi abbiamo molti volontari organizzati; Chevigné, da cui ho ricevuto ieri sera un dispaccio, farà di tutto per difendere la città contro le bande assai numerose che si formano sul territorio napoletano, e se sarà forzalo a ritirarsi, si dirigerà verso la montagna, i di cui abitanti si dicono inespugnabili e sono benissimo animati per la causa del Santo Padre.
«In tutto ciò che qui accade, vi è un fatto importantissimo da far rimarcare, ed è che i pronunciamenti non si verificano che a misura dell'arrivo delle truppe piemontesi, senza la presenza delle quali niente sarebbe avvenuto.
«Non avendo alcuna notizia di quanto accade nelle vostre parti, io non ve ne parlo punto, mentre non potrei che darvi delle indicazioni senza rapporto collo stato delle cose.
«Io spero che il generale de Govon, il quale non verrebbe che col permesso e coi mezzi di agire, non si limiterà a difendere le mura di Roma e il patri monto, e che impedirà per lo meno l'invasione dalla parte di Napoli e quella dalla vallata di Orvieto. I Francesi avendo occupato quest'ultima città undici anni addietro, non faranno difficoltà di ritornarvi, e se volessero mettere subito guarnigione a Viterbo, Velletri e Orvieto, sarebbe pur qualche cosa.
«L'Imperatore finirà coll'offendersi nel vedere che i Piemontesi non fanno alcun conto delle sue rimostranze.
«Il Generale in capodeLamoriciére».
Notizie pervenute da Rieti ci fanno conoscere come la tranquillità pubblica non fu in quella città turbata che per brevissimo istante e senza produrre il benché minimo sinistro.
«Ecco come i fatti si passarono:
Nelle ore pomeridiane del giorno 48 dalla vicina Città Ducate del Regno di Napoli arrivò' a Rieti una frotta di guardie così dette nazionali, che, avendo inalberata una bandiera tricolore, scorrazzavano per Rieti, accogliendo dietro a sé alcuni individui dell'infima plebe, gridando voci sediziose.
La città trovavasi sfornita di truppe regolari: laonde a tranquillare i timori destatisi dall'improvvisa invasione nei pacifici cittadini, Monsignor Delegato Apostolico riputò spediente di fare organizzare una guardia di pubblica sicurezza, che si componesse di quanti individui fossero necessari perché uniti alla tenue forza governativa mantenessero l'ordine. Il che fu immediatamente eseguito, ponendosi la nuova guardia sotto la direzione dei più specchiati e probi della città.
«Venuta la sera, vedendo la così detta Guardia Nazionale di città Ducate che per essa era inutile lo scorrazzare Rieti, uscì di città, accompagnata da un'accozzaglia di ragazzume, che per soddisfare alla voglia di far baldoria andava gridando: Fuori i lumi», alle quali voci non essendosi da tutti, come accade, conosciuto il vero delle cose, alcuni lumicini qua e là furono per poco tempo posti alle finestre.
c Del rimanente null'altro accadde. Le autorità stettero e stanno al loro posto; non un nobile né un notabile borghese si unì a quei sciagurati venuti dal Regno: nessuno abbandonò le faccende, né del momentaneo trascorso si ba più vestigio.
«La gendarmeria, che raccoltasi in colonna era uscita prima dell'arrivo delle genti di città Ducate per guardare i luoghi destinati alla sua ispezione, e rientrata in Rieti, e ciò assicura meglio contro la rinnovazione di somiglianti tentativi.
«Ci è comunicata la seguente lettera di Pesaro in data del 13, scritta da un militare di quella guarnigione:
«Avrà sentita la nostra sorte; siamo prigionieri di guerra a discrezione del nemico. L'attacco cominciò con quattro batterie alle 3 pom. e durò sino alle 8. Ripigliò alle 4 ant. sino alle 9. Poi fecesi la resa al nemico infuriato che non Volle venire a patti. Aveva ordinato l'appressarsi di altre quattro batterie, per cui saremmo stati, dentro mezz'ora, sepolti dalle macerie o passati a fil di spada. Avemmo quattordici morti e ventidue feriti; tra' primi il tenente Riccardi.
«Le bombe, i razzi, le palle grandinavano orribilmente. Il forte è tutto in isfacio. Ora ci mandano a piedi, dicono, ad Alessandria. Immagini la nostra condizione e quella delle famiglie. Questa notte si è dormito in terra senza paglia, esposti a tutte le intemperie, incerti della nostra sorte. Monsignor Delegato accompagnato da Simonetti è stato trasportato a Torino. Alla caserma ove io mi era stabilito, hanno portato via tutto. — Sono, ecc.». Fin qui ilGiornale di Roma.
Pubblichiamo questi due documenti che debbono servire per la storia: «In 18 giorni voi avete battuto il nemico in campo, preso i forti di Pesaro, di Perugia, di Spoleto, di S. Leo, e la fortezza d'Ancona, a cui ebbe gloriosa parte il raro ardimento della nostra squadra.
L'armata del nemico, ad onta del suo valore, fu interamente sconfitta e prigioniera, meno un'accozzaglia di gendarmi e di fuggitivi di ogni lingua ed arma, raccolti da Monsignor Merode, che campeggiano ancora, ma per breve, nella Comarca di Velletri.
Io non so se più debba in voi ammirare il valore nei cimenti, la sofferenza delle marcie, o il contegno amoroso e disciplinato verso queste popolazioni che vi benedicono per averle liberate dal martirio e dall'umiliazione.
In nome di Vittorio Emanuele io vi ringrazio, e mentre la patria vi ricorderà con orgoglio, Sua Maestà compenserà largamente, come suole, coloro fra voi che ebbero l'occasione di maggiormente distinguersi.
Abbiatevi la viva riconoscenza da chi ha l'onore di comandarvi, e col cuore pieno di gioia ripetete con me:Viva il Re, Viva l'Italia!
Dato dal quartier generale d'Ancona, 29 di settembre 1860.
Il Comandante in capo, M. Fanti».
Ogni volta che avete sparato il cannone contro il nemico vi siete distinti. L'armata di terra vi guardava, volevate emularla.
Ho l'onore di dirvi che avete pienamente ottenuto il vostro intento. In meno di tre ore, con dueFregatee dueCorvette, avete annientato tutte le fortezze che difendono Ancona dal lato di mare.
Il generale Lamoricière mandò alla marina proposte di capitolazione. Il vostro ardire, la vostra perizia hanno sorpreso tutti. Il ministro della guerra, comandante generale, si degnava esternarmi la sua soddisfazione. Il generale Cialdini, alle cui mosse strategiche si deve il termine della guerra in sì breve tempo, mi mandava congratulazioni. Il generale Della Rocca, che prese i monti Pelago e Polito, vi complimentava.
Evviva dunque a vol. lo vi ringrazio, e di che cuore; voi che mi conoscete, ben lo sapete. Iddio vi benedica e benedica il nostro Re, primo affetto di ogni cuore italiano.
Evviva a Vittorio Emanuele!
Evviva all'Italia!
Il Comandante la squadra:C. diPersano.
Data da bordo dellaMaria Adelaide, addì 29 settembre 1860.
(Pubblicato il 2 ottobre 1860)
Ben capiscono i nostri lettori che in questi momenti non ci è dato di sfogare l'animo nostro, ed esprimere que' sensi che proviamo in cuore. Oltre ai pericoli legali che. di pendono dal fisco, riceviamo quotidianamente lettere anonime piene di furibonde minaccie, e n'abbiamo sul tavolo un grosso plico da serbarsi per documenti. Non ci fanno mica grande paura, ma ci avvertono che non godiamo piena libertà.
Ciò premesso, in occasione della resa d'Ancona ci contenteremo di riassumere la storia della guerra contro il Papa((60)). La quale preparata di lunga mano, e, come dicono i giornali rivoluzionari, a Ciamberì, scoppiò il 7 di settembre colla Nota del conte di Cavour al Cardinale Antonelli, nella quale s'intimava al Papa didisarmare e scioglierei corpi dei Cattolici accorsi in difesa del Padre comune.
Prima che la risposta del Cardinale fosse conosciuta, il nostro esercito entrava nelle Marche e nell'Umbria, e il gen. Cialdini, l'11 di settembre, dicea a' suoi soldati:Vi conduco contro una masnada di briachi. — Combattete, disperdete inesorabilmente quei compri sicarii.
Il 12, Cialdini assale Pesaro, dove non sono che 1200 soldati tutti Italiani. Que'briachisi difendono da valorosi; ma, soverchiati dal numero, si arrendono a discrezione dopo aver fatto soffrire molte perdite al Cialdini. Il delegato pontificio, Monsignor Bellà, viene imprigionato e mandato a Torino.
Lo stesso giorno, 12 settembre, un gran corpo d'esercito comandalo dal generale Fanti entra a Città di Castello dopo di averne atterrate le porte. Non vi sono a guardia che settanta gendarmi, i quali fanno fuoco e si difendono; ma in ultimo debbonsi arrendere, e vengono fatti prigionieri insieme col governatore.
Il 14 di settembre il generale Cialdini giunge a Sinigaglia, dove trova un piccolo corpodi Pontificii, lo vince, e lo f& prigioniero. Lo stesso giorno il generale Fanti entra in Perugia. Le poche truppe pontificie che v'erano in presidio si difesero ostinatamente, e la città fu presadopo vivo combattimento di contrada in contrada. I Pontificii, non potendo più resistere, si ridussero nel forte, e sulla sera si arresero a discrezione. Vennero fatti 1600 prigionieri insieme col generale Schmidt. Perugia non fu presa senza perdite considerevoli dalla parte del generale Fanti.
Il 15 di settembre i Piemontesi occupavano Orvieto. Il 17 Cialdini piglia possesso delle formidabili posizioni di Torre d'Iesi, Osimo e Castelfidardo, e impedisce al generale comandante in capo le truppe Pontificie di entrare io Ancona. Lo stesso giorno la Rocca di Spoleto con soli 600 Pontificii di guarnigione è obbligata a capitolare. Si fa prigioniero anche il delegato Monsignor Pericoli.
Il 18 alle ore 10 del mattino Lamoricière assale il generale Cialdini a Castelfidardo. Il combattimento è breve, ma sanguinoso e violento; e la vittoria in ultimo resta ai grossi battaglioni. Il generale pontificio, marchese di Pimodan, muore gloriosamente; e il generale Lamoricière trova modo di entrare in Ancona per sostenere l'assedio e resistere fino all'ultimo.
Il 21 i generali Fanti, Della Rocca e Cialdini giungono a Loreto, e il 22 visitano il Santuario. Il dispaccio telegrafico non ci disse se ringraziassero Maria Santissima per le conseguite vittorie, e se facessero voto, come Vittorio Amedeo li, di alzare presso a Torino un'altra Soperga.
Il 24 le regie truppe sarde occupano il forte di S. Leo dopo che la guernigione Pontificia ebbe fatto molta resistenza, secondo che permetteva lo scarso numero de' soldati.
Il 18 di settembre incominciava l'assedio d'Ancona. Presentavasi in quel giorno davanti a quella città la flotta sarda composta delle fregate ad elice Maria Adelaide, Vittorio Emanuele, Carlo Alberto, della fregata a velaSan Michele,delle fregate a ruoteGovernoloeCostituzione, e della corvetta a ruote Monzambano.Il Papa non avea un burchiello da opporre alla flotta.
Fin da quel giorno cominciò il fuoco tra la batteria della piazza, detta la lanterna,e la flotta. Il 22 l'ammiraglio Persa no dichiarava officiai mente il blocco definitivo del porto d'Ancona. Il 23 la flotta sarda cannoneggiava vivamente le fortificazioni, che rispondevano con gran furia. Il 26 la brigataBologna, e il 23° e 25° battaglioneBersaglieriprendevano d'assalto i fortiPelagoePulito. Il 28 s'impossessavano del forte delleGrazie, trovando dappertuttoaccanita resistenza. Il 29, distrutte tutte le batterie del porto d'Ancona, il generale Lamoricière capitolava, e restava insieme colla guarnigione prigioniero di guerra.
Ecco in breve la storia della guerra contro il Papa, secondo i dispacci piemontesi. Ora sono da farsi poche e semplicissime osservazioni:
1° Accusavasi il governo Pontificio d'essere incapace a formarsi un esercito. E in poco tempo l'esercito Pontificio fu creato, nonostante le strettezze dell'erario e la perdita delle Romagne.
2° L'esercito del Papa non dovea servire per sostenere la guerra contro una Potenza qualunque, ma solamente per provvedere all'ordine interno, e far testa all'irrompente rivoluzione.
3° Il governo Pontificio e il generale Lamoricière furono cólti all'improvviso, e non pensarono mai di dover sostenere una guerra contro la Sardegna, e di affrontare un esercito sei volte maggiore.
4° Il governo Pontificio e il generale Lamoricière pensavano di dover sostenere un assalto Unicamente dalla parte di Garibaldi, e tutti gli apparecchi militari furono fatti per ciò. Mentre adunque si aspettava un assalto da una parte, eccolo improvvisamente partire dalla parte opposta.
5° Appena giunse a Romal'Ultimatumpiemontese, il duca di Gramont, ambasciatore di Francia, assicurò il Santo Padre che i Piemontesi non si sarebbero inoltrati verso Ancona, e quest'assicurazione venne comunicata al generale Lamoricière, il quale perciò anche dopo l'invasione continuava a tenersi sicuro.
6° Dietro queste assicurazioni il generale Lamoricière non potà combinare anticipatamente il suo disegno di difesa, e non ebbe tempo a concentrare tutte le sue truppe per opporle all'inimico.
7° L'esercito Pontificio fu rotto alla spicciolata, e piccolo in sé di numero, si trovò necessariamente indebolito dall'essere stato sparpagliato qua e colà in pessime posizioni.
8° Nonostante tutto ciò i soldati del Papa disputarono palmo a palmo il terreno alle truppe piemontesi, che non poterono conquistare un luogo solo senza un combattimento.
9° Chi s'intende di cose militari dovrà riconoscere che i Pontificii si comportarono in questa campagna da eroi, e non mancano alcuni tra' giornali rivoluzionari di rendere loro fin d'ora quest'onore.
10° La guerra contro il Papa fu guerra di Cattolici contro il Capo della Chiesa, fu guerra di Italiani contro un esercito composto per cinque sesti di truppe italiane.
I diarii di Parigi del 1° di ottobre ci recano i sentimenti che destarono nella Francia cattolica le notizie della caduta d'Ancona. «Ancona è caduta! esclama l'Union.Le fortificazioni non erano ancora terminate; la piazza non era armata che imperfettamente; il presidio contava appena alcune migliaia di soldati. Tuttavia, sotto l'intrepido generale che la comandava, essa potà resistere per dieci giorni ad un esercito di 35,000 uomini sostenuto da diedi vascelli
La Porta Pia, presa e ripresa cinque volte da un pugno di bravi, bastava per la gloria di quest'ammirabile difesa. Tuttavia il generale Lamoricière e la sua valorosa truppa non se ne contentarono. Essi non consentirono a capitolare che dopo di aver perduto l'ultimo loro cannone».
«Ed oggidì, segue a direl'Union, Pio IX non ha più né esercito, né fortezze, né provincie. Gli fu tolta la sua autorità, i suoi sudditi, il suo territorio. Dalle finestre del suo palazzo può vedere i fuochi dei bivacchi piemontesi, può udire i canti di trionfo dei soldati di Vittorio Emanuele!».
Le Mondescrive: «Ancona ha capitolato. Ciò si aspettava; e l'indifferenza dell'Europa cristiana non lasciava che presagire la sorte degli eroici difensori d'Ancona. Alcune migliaia di persone abbandonarono le loro famiglie, ed accorsero in difesa del Padre comune dei fedeli. che importa ch'essi sieno stati vinti? Hanno dato la loro vita; e che cosa potevano fare di più?».
LaPatriedichiara, dietro le sue corrispondenze, che Ancona venne difesa con un ammirabile coraggio fino all'ultimo. Gli assediati non avevano in tutto che centoventi pezzi in batteria, perché l'armamento non era ancora terminato, quando i Piemontesi cominciarono l'assalto. Lamoricière non si arrese se non quando fu smontato l'ultimo suo cannone.
L'amìde la Religionscrive: «Ancona si è arresa il 29. di settembre dopo dieci giorni di un assedio eroicamente sostenuto contro forze dieci volte maggiori e mezzi materiali potentissimi. La flotta sarda, come confessa laGazzetta Ufficiale Piemontese, ha dovuto soffrirne assai per l'intrepida resistenza della piazza.
LaGazzetta d'Elberfeldassicura che i Prussiani stabiliti in Ancona, dove possedevano beni d'un valore considerevole, invocarono la protezione del loro governo per la riparazione dei danni cagionati alle loro proprietà dal bombardamento.
avvenuto nel settembre del1860per opera della flotta sarda,
essendo ministri in Piemonte il romagnolo Farini ed il piemontese Cavour
La R. squadra, composta delle fregate ad eliceMaria Adelaide(con bandiera del viceammiraglio conte di Persano, comandante cav. Riccardi),Vittorio Emanuele(comandante conte Albini),Carlo Alberto(comandante cavaliere Mantice), della fregata a velaSan Michele(comandante cavaliere Provana), delle fregate a a ruoteGovernalo(comandante marchese d'Aste) eCostituzione(comandante cavaliere Wright) e della corvetta a ruoteMonzambano(comandante cavaliere di Monale), presentavasi il 18 corrente innanzi ad Ancona.
La batteria della piazza, detta dellaLanterna, le faceva improvvisamente fuoco addosso, quantunque, dice la nostraGazzetta Ufficialedel 28 settembre, le R. navi non si trovassero quasi a tiro. Successivamente le batterie tutte della città rivolte al mare(Monte Murano, Cappuccini e Monte Gardetto) aprirono un fuoco vivissimo.
Fu tarda, ma formidabile la risposta della squadra regia: la batteria di Monte Murano ne andò assai malconcia, vi furono smontati tre cannoni, uccisi quattro artiglieri e feriti molti. Quella dei Cappuccini ebbe un cannone imboccato: ivi e a Monte Gardetto le nostre granate uccisero molti nemici: tutte le fortificazioni soffrirono danni gravissimi, tanto che, cessato il fuoco, fu necessaria l'opera di tutti i forzati del bagno d'Ancona, di molti campagnuoli requisiti e di soldati per restaurarle alla meglio.
Questo splendido successo, dice laGazzetta Ufficiale, è dovuto non tanto alla potenza delle artiglierie della squadra, quanto alla giustezza c|ei tiri, alla perizia ed al sangue freddo dei nostri marinai. Nessuna fra le navi toccò danni di qual che rilievo. Persone tutte incolumi.
Per mala sorte, alcuni proiettili andarono a colpire in città, e ne furono morte due donne ed un fanciullo I Lo sventurato caso grandemente affliggeva l'ammiraglio Persano, dice laGazzetta Ufficiale, il quale tosto ordinò si ponesse per l'avvenire ogni studio ad evitare che si rinnovasse, amando meglio mettere le navi a maggior pericolo, col non battere certi punti fortificati in prossimità delle case, anziché porre a repentaglio la vita dei cittadini che, dice laGazzetta Ufficiale,affrettano coi più fervidi voti l'ora del nostro trionfo come osserva la Gazzetta Ufficiale.
II 20 corr. i regii piroscafi da trasportoDora, Tamaro, Conte Cavour(aggregato), e il brigantino-gabarraAzzardoso,carichi tutti di munizioni da guerra e da bocca, e di carbon fossile, raggiungevano la squadra. Il 22 l'ammiraglio Persano dichiarava ufficialmente il blocco definitivo del porto d'Ancona.
Il 23, onde appoggiare le operazioni dell'esercito, i legni della squadra cannoneggiarono vivamente le alture di Monte Pelago, Monte Pulito e il Gardetto. Rispose la piazza con sì gran furia che una pioggia di bombe e di palle cadeva incessantemente sopra le navi: il soloCurio Albertoebbe 40 proiettili nel corpo del bastimento.
Tuttavolta le nostre perdite si limitarono ad un morto a bordo delVittorio Emanuele,ed a cinque feriti fra le diverse navi: né molto gravi furono le avarie negli scafi e nelle alberature. Ammirabile fu il contegno degli equipaggi, i quali, anziché ad una pugna, sarebbesi credulo assistessero ad una festa, come dice laGazzetta Ufficiale.
Il24a sera sette barcaccie della squadra armate in guerra, sotto il comando del capitano di corvetta, cavaliere Cernili, si avvicinarono al porto, rimorchiate dalMonzambano:misero in grande allarme la piazza, e cagionato non lieve danno alle difese del porto, si ritrassero sotto un fuoco violento. Fuvvi un solo ferito, il sottotenente di vascello, signor Carchidio.
Or tutti, dice laGazzetta Ufficiale,a bordo della squadra reale, anelano al momento di venire all'azione decisiva, e a giudicarne dall'ardore che li anima, è certo che si copriranno di nuova gloria. Così laGazzetta Ufficialedel 28 di settembre.
(Pubblicato il 7 ottobre 1860)
VENERABILIFRATELLI,
Siamo nuovamente costretti, o Venerabili Fratelli, a deplorare con incredibile dolore o piuttosto angoscia dell'animo Nostro, ed a detestare i nuovi e fino 21 aquesto dì inauditi attentati, commessi dal governo subalpino contro di Noi e di questa Sede Apostolica e della Chiesa cattolica. Questo governo, come sapete, abusando della vittoria che coll'aiuto di una grande e bellicosa nazione riportò da una funestissima guerra, dilatando per l'Italia il suo regno contro ogni di ritto divino ed umano, sommossi a ribellione i popoli e cacciati per somma ingiustizia dal loro dominio i legittimi Principi, invase ed usurpò con ardimento iniquissimo e al tutto sacrilego alcune provincie del Nostro Stato Pontificio nell'Emilia. Ora mentre tutto il mondo cattolico, rispondendo alle Nostre giustissime e gravissime querele, non cessa di gridare altamente contro quest'empia usurpazione, il medesimo governo determinò di impadronirsi delle altre provincie di questa S. Sede, poste nel Piceno, nell'Umbria e nel Patrimonio. Ma vedendo che i popoli di quelle provincie godevano perfetta tranquillità, ed erano a Noi fedelmente congiunti, né per danaro largamente profuso, né con altre arti mal vage si potevano alienare e divellere dal civile dominio di questa Santa Sede; per questo scatenò sopra le stesse provincie non solo bande di uomini scellerati, chevieccitassero turbolenze e sedizione, ma eziandio il suo numeroso esercito, che le medesime provincie con impeto di guerra e colla forza dell'armi soggiogasse.
Voi ben conoscete, Venerabili Fratelli, l'impudente lettera che il governo subalpino scrisse in difesa del suo latrocinio al Nostro Cardinale segretario di Stato, nella quale non ebbe onta di annunziare, aver esso dato ordine alle sue truppe di occupare le predette Nostre provincie, se non venissero licenziati gli stranieri arruolati al Nostro piccolo esercito, che del resto era stato raccolto per tutelare la tranquillità dello Stato Pontificio e de' suoi popoli. E non ignorate che le medesime provincie vennero invase dalle truppe subalpine quasi al tempo stesso che ricevevasi quella lettera.
Per fermo, niuno può non sentirai altamente commosso e preso da indignazione nel considerare le bugiarde accuse e le svariate calunnie e contumelie, colle quali l'anzidetto governo non si vergogna di coprire l'ostile ed empia sua aggressione, e d'investire il governo Nostro. E chi non si stupirà sommamente nel l'ascoltare che il Nostro governo viene ripreso per essersi al Nostro esercito ascritti degli stranieri, mentre tutti sanno non poterai negare a nessun legittimo governo il diritto di arruolar forestieri nelle proprie schiere? Il qual diritto con più forte ragione compete al governo Nostro e di questa Santa Sede; giacché il Romano Pontefice, essendo Padre comune di tutti i cattolici, non può non accogliere volentierissimamente tutti quei suoi figliuoli, i quali mossi da spirito di religione vogliono militare nelle schiere Pontificie e concorrere così alla difesa della Chiesa. E qui crediamo opportuno di osservare, che questo concorso di cattolici stranieri fu specialmente provocato dall'improbità di coloro che assalirono il civil Principato di questa Santa Sede. Imperocché niuno ignora da quanta indignazione e da quanto tutto l'universo orbe cattolico venne commosso, tostoché seppe che una così empia e così ingiusta aggressione era stata consumata contro il civile dominio di questa Sede Apostolica. Di che è avvenuto che moltissimi fedeli da varie regioni del mondo cristiano per proprio impulso e con somma alacrità sono insieme volati ai Nostri pontificii possedimenti, ed hanno dato il loro nome alla nostra milizia, affine di difendere valorosamente i dritti Nostri e di questa Santa Sede. Con singolare malignità poi il governo subalpino non si vergogna di dare con somma calunnia a questi nostri guerrieri la taccia di mercenarii, quando non pochi di essi, sì indigeni e sì stranieri, sono di nobile prosapia e cospicui per nome illustre di famiglia; e da solo amore di religione eccitati vollero, senza alcuno stipendio, militare nelle nostre schiere. Né è ignoto al subalpino governo con quanta fede ed integrità il Nostro esercito si comporti, mentre esso sa benissimo essere riuscite vane tutte le frodolenti arti da lui adoperate per corrompere le Nostre milizie. Né poi ci è ragione di soffermarci a confutare l'accusa di ferocia data improbamente al Nostro esercito, senza che i detrattori potessero recarne in prova niuno argomento; che anzi una tale accusa giustamente può ritorcersi contro di loro, secondoché manifestamente dimostrano i truculenti bandi dei generali di esso esercito subalpino.
Or qui conviene notare, come il Nostro governo punto non potesse sospettare di codesta ostile invasione; conciossiaché gli fosse dato per certo che le soldatesche del Piemonte avvicinavansi al nostro territorio non già per intendimento d'invaderlo, ma sì al contrario per tenerne lontane le masnade de' sommovitori. Pertanto il supremo duce delle Nostre milizie non potea pur pensare di dover affrontare in battaglia l'esercito piemontese. Ma quando, fuor d'ogni aspettazione, essendosi le cose perversamente cangiate, conobbe lo irrompere nemico di quell'esercito, che certamente pel numero de' combattenti e per la potenza dell'armi prevaleva moltissimo, tolse il provvido consiglio di ritirarsi in Ancona munita di fortezza, affinché i Nostri soldati non fossero esposti a così facile pericolo di soccombere. Ma essendogli tagliato il passo dalle schiere del nemico, fu costretto di venire alle mani per aprirsi il varco a viva forza con tutti i suoi.
Del resto, mentre tributiamo le meritate e dovute laudi al mentovalo condottiero supremo delle nostre milizie ed ai loro capitani e soldati, i quali assaliti improvvisamente e stretti d'ogni parte dal nemico, sebbene di numero e di forze molto disuguali, pure combatterono fortemente per la causa di Dio, della Chiesa e di questa Sede Apostolica, e della giustizia; appena possiamo frenare il pianto, sapendo quanti valorosi soldati e principalmente elettissimi giovani, che con animo veramente religioso e nobile erano accorsi a difendere il civile Principato della Chiesa Romana, furono spenti in questa ingiusta e crudele invasione. Sommamente ancora ci commove il tutto che se ne sparge nelle loro famiglie; e volesse Iddio che Noi potessimo colle Nostre parole asciugare quelle loro lagrime! Ci confidiamo però che debba tornare loro a non lieve consolazione e conforto l'onorevolissima menzione che degli estinti loro figliuoli e consanguinei Noi qui meritamente facciamo per l'esempio veramente splendido da loro dato con immortale gloria del loro nome, al mondo cristiano d'una esimia fedeltà, pietà ed amore verso di Noi e di questa Santa Sede. E certamente Ci confortiamo della speranza che tutti coloro, i quali incontrarono sì gloriosa morte per la causa della Chiesa, ottengano quella sempiterna pace e felicità che loro pregammo e non cesseremo mai di pregare da Dio Ottimo Massimo. E qui ancora ricordiamo con i dovuti economii i Nostri diletti figliuoli Presidi delle provincie, e specialmente quelli della Urbinate e Pesarese, e della Spoletina, i quali in queste tristissime vicende dei tempi satisfecero al loro ufficio con sollecitudine e costanza.
E così, Venerabili Fratelli, chi mai potrà tollerare la insigne impudenza ed ipocrisia, con la quale gl'iniquissimi assalitori non dubitano di affermare nei loro bandi, che eglino entrano nelle Nostre provincie e nelle altre dell'Italia, affine di ristabilirvi i principii dell'ordine morale? E ciò senza vergogna si afferma da tali, che rompendo già da lungo tempo una ferissima guerra alla Chiesa Cattolica, a' suoi Ministri, ed alle sue cose, e in nessun conto avendo le ecclesiastiche leggi e le censure, sono stati osi di gettare nelle prigioni Cardinali della S. R. C. e Vescovi specchiatissimi e uomini commendevolissimi dell'uno e dell'altro Clero, di cacciare da' proprii claustri famiglie religiose, di sperperare i beni della Chiesa e di soqquadrare il civile Principato di questa Santa Sede. Appunto i principii dell'ordine morale si ristabiliranno da coloro che aprono pubbliche scuole di ogni falsa dottrina, ed ancora pubbliche case di prostituzione((61)); che con abbominandi scritti e spettacoli teatrali si argomentano di offendere e sbandeggiare la verecondia, la pudicizia, l'onestà e la virtù, e di schernire e sprezzare i Misteri, i Sacramenti, i precetti, le instituzioni, i sacri ministri, i riti, le cerimonie sacrosante della nostra divina Religione, di togliere dal mondo ogni ragione di giustizia, e di scrollare e rovesciare le fondamenta sì della religione come della civile società!
Pertanto in questa così ingiusta, così ostile ed orrenda aggressione ed occupazione del civile principato Nostro e di questa Santa Sede, perpetrala dal Re Subalpino e dal governo di lui contro tutte le leggi della giustizia e l'universale diritto delle genti, ben memori del Nostro uffizio, in questo Vostro amplissimo consesso e alla presenza di tutto l'orbe cattolico, di nuovo alziamo con veemenza la Nostra voce, e riproviamo e onninamente condanniamo tutti i nefandi e sacrileghi attentali del medesimo Re e Governo, e ne dichiariamo e decretiamo interamente nulli ed irriti tutti gli atti, e con tutta la possa ci richiamiamo e non mai cesseremo di richiamarci per l'integrità del civile Principato che possiede la Romana Chiesa e pe' diritti suoi che a tutti i cattolici appartengono.
Peraltro non possiamo dissimulare, Venerabili Fratelli, che Noi ci sentiamo opprimere da somma amarezza, perciò che in una aggressione tanto scellerata e da non mai esecrarsi abbastanza, per cagione di varie difficoltà insorte, ancora ci vediamo privi dell'altrui soccorso. Notissime a Voi sono per verità le iterate dichiarazioni fatte a Noi da uno dei più potenti Principi dell'Europa. Con tutto ciò, mentre già da un pezzo ne aspettiamo l'effetto, non possiamo non affliggerci e turbarci altamente in mirare che gli autori ed i fautori della nefanda usurpazione, con audacia ed isolenza persistono e progrediscono nel malvagio loro proponimento, quasi di certo confidino che niuno si opporrà loro effettivamente.
E questa perversità è giunta a tal segno, che, spinte le forze ostili dell'esercito piemontese fin quasi sotto le mura di quest'alma nostra città, è rimasta intralciata ogni comunicazione, i pubblici e i privati interessi sono posti a pericolo, sono interchiuse le vie, c, ciò che è gravissimo, i) Sommo Pontefice di tutta la Chiesa è ridotto in una penosa difficoltà di provvedere, secondoché conviene, ai negozii della Chiesa medesima, stanteché si è oltremodo ristretta la via di comunicare con le varie parti dell'orbe. Per lo che in tante Nostre angustie, ed in così grande estremo di cose, facilmente intendete, Venerabili Fratelli, che Noi oramai siamo spinti quasi da una trista necessità a dovere, ancorché mal nostro grado, prendere consiglio opportuno per guarentire la Nostra dignità.
Frattanto non possiamo astenerci dal deplorare, oltre agli altri, quel funesto e pernicioso principio, che chiamano diNon Intervento, da certi governi poco tempo fa, tollerandolo gli altri, proclamato ed usato ancora quando si tratti dell'ingiusta aggressione di qualche governo contro un altro: cotalché par che sì voglia onestare, contro le umane e divine leggi, una tal come impunità e licenza di assalire e manomettere gli altrui diritti, le proprietà e i dominii stessi, conforme vediamo accadere in questa età luttuosa. Ed è veramente cosa da stupire, che al solo governo piemontese sia lecito di violare impunemente un tal principio e di averlo in ispregio, mentre scorgiamo che esso con le ostili sue schiere, guardandolo tutta Europa, negli altrui dominii irrompe, e da quelli caccia i legittimi Principi: dal che segue la perniciosa assurdità, che l'intervento altrui si ammetta allora solo che si deve eccitare e favorire la ribellione.
Quindi ci è offerta opportuna occasione di eccitare tutti i Principi d'Europa, affinché con tutta la sperimentata gravità e sapienza dello loro menti prendano seriamente a considerare quali e quanti mali siano accumulati nel detestabile fatto di cui parliamo. Imperocché si tratta di un'immane violazione, che nequitosamente fu commessa contro il comune diritto delle genti, sicché, dove questa non sia al tutto repressa, oggimai non potrà durar saldo, inconcusso e sicuro qualsiasi legittimo diritto. Trattasi del principio di ribellione, a cui il governo subalpino vergognosamente serve, e dal quale è facile ad intendere quanto pericolo di giorno in giorno si prepari a qualsiasi governo, e quanto danno provenga a tutta la società civile, aprendosi per tal modo l'adito ad un fatale comunismo. Trattasi di solenni convenzioni violate, le quali come degli altri Principati in Europa, cosi ancora vogliono intatta e secura l'integrità del dominio pontificio. Trattasi della violenta distruzione di quel Principato, che per singolare consiglio della divina Provvidenza fu dato al Romano Pontefice, perché esercitasse con pienissima libertà l'Apostolico suo Ministero in tutta la Chiesa. La quale libertà senza dubbio deve stare sommamente a cuore di tutti i Principi, affinché il Pontefice stesso non soggiaccia all'impulso di veruna podestà civile, e sia cosi ugualmente provveduto alla spirituale tranquillità dei cattolici che vivono nei dominii dei medesimi Principi.
Debbono pertanto tutti i Principi sovrani essere persuasi che la nostra causa è intimamente congiunta con la loro, e che essi, recandoci il loro soccorso, provvederanno non meno alla salvezza dei loro che dei Nostri diritti. Perciò con somma fiducia li esortiamo e li scongiuriamo che ci vogliano porgere aiuto, ciascuno secondo la sua condizione ed opportunità. Non dubitiamo poi che massimamente i Principi e popoli cattolici non abbiano a congiungere con ogni ardore le cure e l'opera loro per affrettare di soccorrerci in tutti i modi, e proteggere e difendere, conforme al comune loro dovere, il Padre ed il Pastore di tutto il gregge cristiano oppugnato dalle armi parricide d'un figliuolo degenere.
Siccome poi anzitutto sapete, Venerabili Fratelli, che ogni nostra speranza è da collocarsi in Dio, il quale ci è aiutatore e rifugio nelle tribolazioni Nostre; il quale ferisce e medica, percuote e sana, mortifica e vivifica, conduce agli abissi ed indi ne ritorna alla luce; così in ogni fede ed umiltà del cuor Nostro non tralasciamo di spargere continue e ferventissime orazioni a Lui, valendoci primieramente dell'efficacissimo patrocinio (dell'Immacolata e Santissima Vergine Maria madre di Dio e del suffragio dei Beati Pietro e Paolo, affinché usando la potenza del suo braccio conquida la superbia dei nemici suoi, ed espugni i Nostri impugnatori, ed umilii ed abbatta tutti gli avversarli della sua santa Chiesa; e con l'onnipossente virtù della sua grazia faccia che i cuori di tutti i prevaricatori rinsaviscano, e che della loro desideratissima conversione la santa Madre Chiesa quanto prima si rallegri.
(Pubblicato li 25 e 26 ottobre 1860)
Una delle più gravi e frequenti accuse che la rivoluzione soleva fare agli Stati del Papa si era quella di non avere Codici, e d'essere governati da tristissime leggi; di che la parola d'ordine di ogni sommossa era:Codice Napoleone. Gli insorti di Rimini nel 1845 domandavano ilCodice NapoleoneLuigi Bonaparte nella famosa lettera ad Edgardo Nev volea imporre al Papa ilCodice Napoleone; il conte di Cavour e il marchese Villamarina strepitavano nel 1856 davanti il Congresso di Parigi per l'introduzione negli Stati Romani delCodice Napoleone, e finalmentel'eccelsoDittatore Farini, per festeggiare il Bonaparte nel 1859, decretò che ilCodice Napoleonesarebbe applicato alle Romagne.
Ma quando si venne a studiare davvero la legislazione Pontificia, che prima non si conosceva né punto, né fiore: quando si stabilirono confronti tra le sue disposizioni, e le disposizioni di altri Codici; quando si vollero governare le Romagne in guisa ch'esse non si avessero a dolere del governo, né fossero tentate a sospirare l'antico, oh, allora s'andò ben a rilento nell'abolire la legislazione Pontificia, ed anzi si confessarono apertamente i suoi benefizi, donde agli occhi degli imparziali il Papa apparve vincitore di tutti i suoi calunniatori.
I trionfi della legislazione Pontificia consistono nei bellissimi encomii che né fece uno dei primi avvocati della Francia, il sig. Sauzet, dopo di averla attentamente studiata; —Consistono nelle severissime critiche che si scrissero dallo stesso signor Sauzet del Codice Napoleone che volea contrapporsi alle leggi del Papa, e nella riconosciuta necessità della revisione di questo Codice medesimo; — Consistono negli appunti gravissimi che i membri della Camera sedicente rivoluzionaria fecero al Codice Piemontese riformato dai liberali;—Consistono nella natura stessa delle accuse che si poterono lanciare contro la legislazione Pontificia quando giunse il momento di non criticarla con semplici generalità, ma scendendo ai particolari; — Consistono finalmente nelle difese che della legislazione e procedura vigente negli stati del Papa furono costretti a prendere i suoi medesimi nemici.
Confortiamo di prove tutti questi punti, incominciando a favellare del bellissimo lavoro del sig. Paolo Sauzet((62)). Il quale osserva che «dietro al Codice Napoleone a Roma, come dietro al suffragio universale in Italia si nascondono le aspirazioni e gli stratagemmi del genio rivoluzionario». E per dimostrarlo entra a confrontare il Codice Napoleone e la legislazione Pontificia: «L'uno, dice, fu lo studio di tutta la mia vita; l'altra fu l'occupazione costante del mio lungo soggiorno in Italia».
E dapprima qual è la legislazione Pontificia? Il diritto che regge Roma oggidì è semplicemente il diritto Romano. Sì, il diritto Romano, come vive nelle immortali raccolte che ne formarono la grandezza, e quale bastò per governare da tanti secoli tutte le società europee. Il commercio negli Stati Romani è governato da un Codice speciale conforme sottosopra al francese ed a quelli degli altri popoli. Imperocché le leggi commerciali dappertutto si rassomigliano, e destinate a proteggere gli scambi e le transazioni tra popolo e popolo, appartengono più di tutte le altre agli immutabili principii del diritto delle genti.
L'istruttoria criminale e il diritto penale vennero regolati con Codici da Papa Gregorio XVI, Codici che in questi ultimi anni furono perfezionati con una nuova revisione maturamente elaborata sia nel Consiglio di Stato, sia nel Consiglio dei ministri, revisione che stava per ricevere la sanzione sovrana quando soppragginnse la rivolta, questa grande nemica del bene del popoli, e delle vere e desiderabili riforme.
Esisteva adunque negli Stati Pontificii una legislazione regolare fondata su basi piantate dall'equità, e che furono rispettate da tutti i secoli. S'era ben lungi a Roma, osserva il sig. Sauzet, da quella confusione legislativa, con cui la Gran Bretagna ammucchia gli Statuti di tutti i suoi tempi, promulgando sempre, e non abrogando giammai; conservando insieme le carte dei Plantageneti, i decreti d'Elisabetta e le ordinanze della regina Vittoria.
Sorse la rivoluzione e gridò: Il Codice Napoleone a Roma!—Va bene. Ma qual è questo Codice che si vuole imporre al Papa? È quello del primo Impero promulgato nel 1804, oppure quello che regge presentemente la Francia? Imperocché tra l'uno e l'altro corre un'enorme differenza, essendo stato il primo energicamente riformato, anzi radicalmente trasformato con grande soddisfazione dei savii e sincerissimi applausi dei popoli.
Luigi Bonaparte quando scriveva se Edgardo Nev per imporre al Papa colle baionette il Codice Napoleone, quando l'eccelso Farini nel 1859 decretava che questo Codice sarebbe stato applicato alle Romagne, non potevano intendere del vero Codice Napoleone. Esso non esiste più in Francia, e la Francia noi saprebbe più tollerare. Come mai vorrebbe impiantarsi negli Stati Pontificii la morte civile, la confisca, il divorzio?
Dunque intendevano parlare del nuovo Codice radicalmente riformato, che vige presentemente in Francia. Ma quel Luigi Bonaparte, che volea regalarlo ai Romani fin dal 1849, lo riformava continuamente, e non passò una sessione del Corpo legislativo senza che gli proponesse qualche riforma sostanziale. Ne riconobbe perciò le gravi imperfezioni. E come mai Pio IX poteva accettarle ed applicarle ai suoi popoli?
Nel Codice Napoleone, come in tutte le legislazioni, vi sono due parti distintissime: la fondamentale e permanente, l'accidentale e mobile. La prima non è che la riproduzione del diritto delle genti, di quella legge di naturainsita non scripta. Il titolo delle obbligazioni, quelli che trattano dell'usufrutto, della prescrizione, delle servitù e di tutti i contratti, e tutti quegli altri titoli che si riferiscono alla parte immutabile delle leggi, sapete dove li ha tolti il Codice Napoleone? Li ha tolti di pianta dal diritto Romano.
Ma è forse questa parte delCodice Napoleoneche volea impiantarsi negli Stati Papali? Essa v'è da secoli secoli. Napoleone come tutta l'Europa l'hanno presa in Roma. E gli italianissimi pretendevano di recare all'Italia questo bell'onore che pigliasse dallo straniero ciò che era suo? Ma Pio IX conobbe un po' meglio e sostenne la dignità e la gloria d'Italia. Non volle accondiscendere che si fìngesse trasportato dalla Francia in Roma ciò che da Roma era stato trasferito alla Francia. Uno dei grandi benefizi resi dai Papi all'Italia ed all'Europa si è la conservazione dei principii del diritto Romano, fecondati tuttavia dalle decisioni della Rota, la cui autorità fe' per lungo tempo legge in Europa, e che viene ancora riconosciuta oggidì come un inseparabile commentario del medesimo diritto Romano.
Questi principii non sussistono in Roma sotto la forma di Codice. Ma che importa? Che vantaggio deriva dall'essere raccolti in libro e divisi in tanti articoli? È cosa di pura torma, e i giureconsulti disputano tuttavia sui vantaggi della codificazione. Comunque sia, Pio IX sarebbe assai condiscendente se non si volesse da lui che la riunione in un Codice dei grandi principii legislativi che governarono da tanto tempo i suoi popoli.
Oltre la parte immutabile e permanente esiste nel Codice Napoleone, come in tutti gli altri Codici, unaparte accidentale e propria del popolo a cui venne applicato. E questa non potea trasferirsi negli Stati Papali per molte ragioni. Dapprima il Codice Napoleone si risente dei tempi che lo produssero, ed è una transizione tra l'antico diritto monarchico e il nuovo diritta rivoluzionario. Di poi v'ha una grande diversità tra il carattere e le abitudini del popolo francese e del popolo romano, e ciò che è buono pel primo può riuscire fatale al secondo. Finalmente nella legislazione Pontificia v'ha una parte così buona, e tanto egregia, che la Francia dovrebbe toglierla da Roma, non Roma dalla Francia, come prova il sig. Sauzet, e diremo un'altra volta.
Non sappiamo che alle leggi civili o penali che regolavano e regolano gli Stati Pontificii si muovesse mai verun serio appunto, uscendo dalle generalità, e ci tendone le disposizioni. Invece ciò Tu fatto riguardo alla procedura Pontificia nella nostra Camera dei deputati, tornata del 18 d'ottobre 1860. Nella quale il ministro di grazia e giustizia, avvocato Cassinis, perorando affinché fosse in. tradotto in Romagna il Codice di procedura civile vigente in Piemonte, erasi visto costretto a dire quali fossero i difetti della procedura Pontificia, che si volea abrogare. G il ministero a forza di cercare e ricercare non seppe addurne che tre.
1Difetto. «La legge non dà iniziativa ai giudici((63)), ma lascia tutto in arbitrio dei litiganti. Quindi, la lite può rimanere stazionaria per molto tempo. Questo primodifettonon è che un gran rispetto al diritto ed alla libertà individuale, diritto e libertà che il Codice. Sardo misconosce, perché cammina con pregiudizio gravissimo delle parti e con sacrifizi gravissimi delle guarentigie costituzionali», come dichiarò il deputato Bernardi.
E poniamo pure che dalla piena libertà che lascia alle parti il Codice Pontificio potesse derivarne qualche sconcio, qual è la più santa disposizione di legge di cui non si possa abusare? State a sentire che cosa diceva il deputato Bernardi del Codice di procedura sardo che voleasi regalare agli stati del Papa. «Volete un'idea più precisa di questo Codice? Ebbene figuratevi, per esempio, un povero operaio che voglia chiedere il fatto suo ad un ingiusto padrone, che chieda il frutto dei suoi sudori per sostentare la sua famiglia; lo farà citare: se il padrone interviene nel giudicio, in pochi giorni sarà condannato, potendo la sentenza dichiararsi esecutoria nonostante appello; ma se rendesi contumace, allora ha un mese di tempo per far opposizione alla sentenza! (Movimento). Ed in questo mese il povero operaio deve consumare altra parte del fatto suo per vivere. Ora io domando se questo esempio semplicissimo non dimostri quanti inconvenienti rechi questa procedura, la quale toglie ogni mezzo più facile in tali giudizi.
E il deputato continuava enumerando altriinconvenienti gravissimiconchiudendo: «Sono innumerevoli gli inconvenienti di questo Codice». E il Codice fu fatto dai liberaloni, fu fatto da coloro che denigravano continuamente la legislazione Pontificia!
2°Difetto. Il secondo difetto che il ministro Cassinis seppe trovare nella procedura Pontificia èil sistema degli opinamenti. Sentitelo come egli ne parli: e V'ha un'altra cosa ancora che, debbo dirlo, mi fa molta meraviglia in codesta procedura, ed & il sistema degli opinamenti. Il tribunale si raduna, le parti si presentano, gli avvocati disputano la causa, il tribunale decide. Quando questi ba deciso, si comunica alle parti la sentenza; esse l'esaminano: all'una naturalmente piace la decisione, all'altra no; allora si è compreso il sentimento, l'opinione del giudice perché si ha la sentenza: ebbene si disputa nuovamente, le parti tornano, gli avvocati ricompaiono dinanzi ai giudici, disputano l'uno sostenendo l'opinamento e l'altro combattendolo; il tribunale finalmente pronunzia di bel nuovo».
Anche questo pare piuttosto un merito che un difetto della procedura Pontificia, e molti e molti litiganti piemontesi avrebbero desiderato cotesto sistema.
Il deputato Sineo, avvocato liberalissimo, ne pigliò le difese nei seguenti termini: «Il guardasigilli aveva citalo, come uno degl'incovenienti nelle provincie bolognesi, l'opinamento. Io veramente credo che, considerato in sé, quell'opinamento non è ami che l'applicazione di principii mollo savii, che io desidererei poterei introdurre in modo pratico anche nelle altre provincie. L'opinamento non è che un omaggio reso alla giustizia, all'imparzialità dei giudici. I giudici stessi, dopo aver formulata la loro sentenza, la sottopongono al sindacato delle parti, e dal nuovo contrasto che nasce nella libera discussione di questo primo opinamento, sorge la verità».
3°Difetto. Finalmente un terzo ed orribile difetto scoperto dal ministro Cassinis nella procedura Pontificia è questo, che v'hanno due turni di giudici, e sta alle parti di indicare quale sia la classe, che essi intendono scegliere, e dalla quale intendono essere giudicati». Che ve ne sembra? Noi ne appelliamo a tutti i litiganti: dicano essi se non desidererebbero di poter scegliere i loro giudici? Dicano se non era provido e abbastanza liberale quel governo, che lasciava in loro arbitrio eleggere da chi intendono essere giudicati? Dicano se era savio e giusto strepitare tanto contro il governo clericale e intraprendere la rivoluzione delle Romagne e l'invasione delle Marche per correggere questa tirannia di nuovo genere!
I deputati dell'Emilia, crema di rivoluzionari e nimicissimi del Papa, tuttavia presero le difese della legislazione Pontificia in confronto della subalpina.
Il sig. Zanolini parlò così: «lo vi dirò, o signori, che nell'ultimo intervallo delle Sessioni parlamentari mi recai in Bologna, mia città natale, e procurai, per quanto era in me, di consultare l'opinione del paese, né solo i giurisperiti ed i magistrati, ma consultai precipuamente gli uomini d'affari e nomini d'ogni condizione su questo particolare. Non vi dirò già che in questo fosse uniforme l'opinione di tutti. E quando mai, nelle gravi quistioni, le opinioni riescono uniformi? Ma il maggior numero ricusava segnatamente il Codice di procedura civile e l'ordinamento giudiziario......
«Venni in Torino, interrogai uomini autorevoli, uomini riputatissimi, giurisperiti e non giurisperiti, ed intesi da tutti fare altrettante censure quante quelle che il nostro ministro Guardasigilli faceva al Codice di procedura delle Romagne. Io non entrerò, signori, in questa materia della bontà rispettiva dei Codici di procedura civile; altri dei miei compagni nella Commissione vi dimostreranno che non è poi cori pessimo il Codice o Regolamento di procedura civile delle Romagne».
Il deputato Borsari soggiunse: «Nè poi è vero che nelle Romagne il fondo della legislazione sia così cattivo come si pretende. Vi regge il diritto Romano, che è la fonte da cui hanno attinto tutte le legislazioni del mondo. Noi applichiamo il puro testo Romano con alcune modificazioni del diritto canonico, che vi ba portato non lievi miglioramenti».
Il deputato Regnoli fece l'elogio delsistemaipotecario vigente nelle Romagne, molto migliore del sistema introdotto in Piemonte dal Codice Albertino: «Questa, disse egli, è una delle parti migliori della nostra legislazione; così tra le altre cose vige in essa l'obbligo della trascrizione rimpetto ai terzi, base di un buon sistema ipotecario».
Sul quale argomento delle ipoteche si distende assai il signor Sauzet, e mostra quanti difetti avesse ii codice Napoleone, come la legge del 23 di marzo 1855 ne riparasse una parte, ma altri ancora ne reatino che invocano pronto rimedio; laddove «questo sistema è tutto ordinato nella legge in vigore a Roma. Le donne ed i minori hanno un'ipoteca legale. La legge esige assolutamente l'iscrizione per la validità dell'ipoteca, ma essa non ne incarica soltanto i mariti ed i tutori: ne impone l'obbligazione a' pubblici officiali, che riuniscono la perfetta conoscenza dei fatti colla risponsabilità efficace delle condizioni. Così tutto è guarentito: la pubblicità, la protezione degl'incapaci, la sicurezza delle transazioni, l'inviolabilità del credito, e sopratutto la santità della fede pubblica((64))».
Il disegno d'introdurre negli Stati del Papa la legislazione Piemontese, sapete come venne definito dal deputato Fioruzzi? Uditelo dalla bocca medesima dell'oratore: «Ilvostro sistema mi rende immagine di quest'altro (permettetemi il paragone), che ad un tale, il quale alloggiasse abbastanza bene, ma potesse poi avere un alloggio migliore, ne proponeste intanto uno meno buono, e lo assoggettaste a tutte le spese e i danni del disloggiare, promettendogli domani un'abitazione pili comoda e più bella. Ma chi è che accetterà questo partito? Egli vi direbbe: lasciatemi tranquillo in casa mia. E così diciamo noi, o signori, poiché i rimedi che vi avete proposti, anziché far migliore la nostra condizione, per fermo la peggiorano».
Noi potremmo andare innanzi in 'queste citazioni: ma quanto ne abbiamo detto fin qui basta per mettere in chiaro questa grande vittoria conseguita dai Papa su suoi nemici e calunniatori riguardo alla legislazione Pontificia. Imperocché, chiamata ad un esame un po' serio, s'ebbe a riconoscere dagli stessi avversari molto migliore di quella che vigeva in Piemonte per opera degli italianissimi; e mentre nella Camera dei Deputati furono detteassurdele disposizioni dei Codici Piemontesi((65)), nella Camera medesima da non sospetti oratori si dovettero celebrare le disposizioni de' Codici Pontificii.
Tuttavia nella tornata notturna del 18 di ottobre la Camera dei Deputati decise che nelle Romagne sarebbe stato introdotto il Codice civile vigente in Piemonte ed anche il Codice di procedura «ad eccezione delle leggi relative al sistema ipotecario, pel quale rimarranno per ora in osservanza le leggi colà vigenti».
Ora volete sapere quale accoglienza fosse fatta nelle Romagne a questa decisione parlamentare? Vel dirà la seguente corrispondenza di Bologna, 21 ottobre 1800, ohe leggevasi nelDirittodel 24 di ottobre, N° 295:
» Fece impressione penosa il voto della Camera elettiva, che estende a queste provincie il Codice Albertino quale si trova. Il generale rimescolamento dei pubblici e privati interessi sarà l'effetto di questa intempestiva deliberazione. Gli avvocati e giudici più rispettabili sono dell'avviso, che il ministro di grazia e giustizia non darà effetto a questo voto, o troverà un temperamento di lui degno por sottrarci a questa calamità. Non potete immaginarvi il malumore, che seminerebbe l'esecuzione precipitata ed inopportuna del Codice Albertino, poiché necessariamente una quantità enorme d'interessi ne rimane scompigliata. La maggioranza del Parlamento ba espresso tale voto senza perfetta cognizione di causa. Si dice che quasi tutti i deputati dell'Emilia siano stati contro la risoluzione, e quelli che si additano per essersi pronunciati in favore del Codice Albertino per queste provincie non possono averlo fatto che per ignoranza ed iscienza».
(Pubblicato il 14 ottobre 1860)
Spesse volte S. M. 1. Napoleone III si è lagnato per mezzo delMoniteurdi Parigi, ed anche egli stesso ne' suoi discorsi d'aver voluto impedire la rivoluzione italiana, ma d'essere statoimpotentead opporvisi; laonde egli vincitore dapprima restò poi vinto in Italia.
Così questo caro Imperatore fuimpotentead effettuare la Ristorazione nei Ducati promessa a Villafranca; fuimpotentead ottenere che le Romagne tornassero sotto la paterna dominazione del Papa, in cui avea riconosciutodiritti incontestabili;fuimpotentead impedire la spedizione di Garibaldi in Sicilia, impotentead impedire l'invasione delle Marche e dell'Umbria;impotentissimo poi ad impedire l'occupazione di Napoli per parte delle nostre truppe.
Eppure in mezzo a tantaimpotenzaeccovi comparire un punto luminoso, in cui splende di bellissima luce la potenza del Bonaparte. Ciò avviene a Viterbo negli Stati Pontificii, dove la rivoluzione piombata dal di fuori aveva fatto man bassa sull'autorità del Papa, sottratto il suo stemma dal palazzo delegazione innalzato invece lo stemma sabaudo. Erasi esautorato l'antico Gonfaloniere, nominandosi in vece sua una Giunta municipale, la quale veniva riconosciuta dal governo piemontese, rappresentato in Viterbo dal duca Sforzacommissario del Re.
Le cose andavano a Viterbo come in Ancona, in Macerata, in Spoleto, quando Napoleone III volle che Viterbo restasse al Papa, e la sua volontà fupotentissimanel fine, nei mezzi e nella esecuzione. In meno che noi noi scriviamo i rivoluzionari sfrattarono da quella città, che ritornò tosto sotto il dominio del Papa. È questo un fatto importantissimo, di cui la storia dee prendere nota, perché spiega altri fatti della stessa specie.
Ora badate come s'è regolato Napoleone III per non essereimpotentea riconquistare Viterbo. Ha spedito ordine al generale Govon di mandare a Viterbo due battaglioni del 25° di linea e una sezione di due pezzi d'artiglieria; e gli uomini e i cannoni non erano ancora arrivati, che già lo stemma papale stava a suo posto.
Abbiamo detto testà che il Gonfaloniere non esisteva più a Viterbo, ma invece il governo piemontese per mezzo del Commissario del Re v'avea creato una sua Giunta municipale presieduta da certoAlessandro di Agostino Poli dori. Il generale Govon non tenne verun conto né della Giunta, né del Commissario del Re, ma scrisse al Gonfaloniere di Viterbo la seguente lettera:
Quartier generale di Roma, il 7 ottobre 1860.
Signor Gonfaloniere,
Ho l'onore di prevenirla che una colonna di truppe francesi, composta di due battaglioni del 25 di linea, di una sezione di due pezzi d'artiglieria e di 20 uomini di cavalleria, formante insieme un effettivo di 60 ufficiali, 4260 uomini e 70 cavalli, partiti da Roma il 9 ottobre mattina, ed alla destinazione di Viterbo, giungerà il giorno 11.
La prego di prendere le necessarie misure per assicurare l'alloggio degli ufficiali, degli uomini e de' cavalli che fan parte di questo distaccamento.
Riceva, signor Gonfaloniere, l'assicurazione della mia distinta considerazione.
Il Generale Comandante in capo le truppe francesi d'occupazione
in Italia, Aiutante di campo dell'Imperatore
G. Govon.
Il signor Alessandro di Agostino Polidori,presidente della Commissione municipale, considerò come scritta a lui stesso la lettera indirizzata al Gonfaloniere di Viterbo, e l'8 di ottobre rispose al conte di Govon: «Noi abbiamo acclamato il governo di Vittorio Emanuele II, Re amico ed alleato della Francia: S. M. ci ha mandato un Commissario per governarci, ed abbiamo conservato l'ordine il più perfetto.... Se ad onta di ciò gli ordini che voi avete, signor Generale, sono tali che non ammettono cangiamento,voi qui non troverete la minima resistenza»
E questa risposta del Pollidori venne approvata dal duca Sforza, Commissario del Re in Viterbo, e Sforza e Polidori s'andarono con Dio, facendo riverenza al conte di Govon ed ai Francesi che entravano. Ecco la dichiarazione dello Sforza:
Viterbo, 8 ottobre 1860.
Il signor Polidori, vicepresidente della Commissione municipale provvisoria di questa città, nel mettersi in comunicazione col generale Govon e nei termini adottati rispondendo alla comunicazione del medesimo, si è messo di concerto con me, ed abbiamo d'accordo adottato quelle misure che in critiche circostanze ispiravano la prudenza, e il desiderio di conservar l'ordine senza turbare con precoci timori gli animi della popolazione. Tende questa dichiarazione a far sì che nessuno possa tacciarlo di arbitrio preso, avendo operato di pieno concerto coll'autorità governativa.
Il Commissario del Re
Duca Sforza.
Dopo avere adunque compiantol'impotenzadi Napoleone III, ammirate questa volta, o lettori, lapotenzasua dimostrata in Viterbo, dove il nuovo Giove franco-italianoannuit et totum nutu tremefecit Olympum,
PS. Sulla rivoluzione di Viterbo e sul modo che venne compiuta, riceviamo da quella città una relazione che non ci crediamo liberi di pubblicare. Il nostro corrispondente dice: e lo sapeva che la rivoluzione esprime il sentimento d'una società trasnaturata, ma che fosse così brutta non credeva. Vedeva il profilo del suo carattere; tutt'essa qual era per esperienza non sapeva. La vidi e ne fui preso d'orrore. Era la mattina del 20 settembre, che ella si affacciava dalle vette di Montefiascone per poi discendere a turbare le pacifiche pianure Viterbesi». E qui il corrispondente entra a descrivere la rivoluzione e i rivoluzionari con vivissimi colori, citando nomi, fatti, circostanze, che la storia dirà a suo tempo; ma un giornale torinese dee per ora tacere.
(Pubblicato il 24 ottobre 1860)
Parecchi dei nostri associati ci chiedono un articolo che faccia chiaramente conoscere a quale stato trovisi presentemente ridotto il S. Padre, quali provincie gli furono tolte, e su quali finora continui a regnare. L'argomento non è tanto facile, imperocché Luigi Napoleone ba certe alternative dipotenzae di impotenza, per cui quel paese fa oggi restituire a Pio IX, e quell'altro no, onde alcune terre degli Stati Pontificii al mattino salutano lo stemma del Papa e alla sera la croce di Savoia, e viceversa.
Tuttavia procureremo di mettere sotto gli occhi del lettore uno specchio dei danni patiti dal Papa, e detto in breve come si componessero gli Stati Pontificii, accenneremo ciò che Pio IX ha momentaneamente perduto, e quello che ba conservato. Abbiamo messo tutta la diligenza in questo lavoro; ma se ci fosse avvenuto di cadere in qualche abbaglio, ne chiediamo anticipatamente scusa al lettore.
Gli Stati Pontificii si partivano in due grandi divisioni:divisione del Mediterraneo, edivisione dell'Adriatico. Come dal figliuolo di Dio era stato detto dai profeti chedominabitur a mari usque ad mare, così quel piccolo Regno, che la Provvidenza aveva formato al Vicario di Gesù Cristo pel meglio della Chiesa, stendevasi da un mare all'altro.
Ladivisione del Mediterraneoconteneva dieci provincie, cioè: 1° Roma e Comarca, 2° Benevento, 3° Civitavecchia, 4° Frosinone, 5° Orvieto, 6° Perugia, 7° Rieti, 8° Spoleto, 9° Velletri, 10 Viterbo.
Queste dieci provincie si suddividevano in 570 Comuni, i Comuni in 1577 parrocchie, le parrocchie in 188,555 case, le quali erano abitate da 239,250 famiglie, composte di 1,187,484 individui.
Ladivisione dell'Adriaticopartivasi egualmente in dieci provincie, cioè: 1° Ancona, 2° Ascoli, 3° Bologna, 4° Camerino, 5° Fermo, 6° Ferrara, 7° Forlì, 8 Macerata, 9° Pesaro e Urbino, 10° Ravenna..
Le dieci provincie dell'Adriatico suddividevansi in 650 Comuni, i Comuni in 2478 parrocchie, le parrocchie in 279,902 case abitate da 716,022 famiglie, composte di 1,937,184 persone. In totale gli Stati Pontificii contenevano 3,124,668 abitanti, secondo l'ultimo censimento.
Ora al Papa vennero tolte tutte le dieci provincie dell'Adriatico e cinque delle provincie del Mediterraneo. Di venti provincie, che componevano gli stati Pontificii, non restano più che cinque a Pio IX, e sono la provincia di Roma e Co marca, Civitavecchia, Frosinone, Velletri, Viterbo.
Spiegatevi sotto gli occhi una carta geografica d'Italia. Eccovi qui Roma. Al di qua di Roma avete Civitavecchia, Corneto, e poi la foce del fiume Fiora. Ebbene i limiti dello Stato, che ebbero labontàdi lasciare al Santo Padre, incominciano da questo punto, e rimontando la sinistra del fiume, lasciano al Papa Musignano ed Arlena; poscia le creste delle colline, che dividono il lago di Bolsena e Montefiascone, segnano la continuazione del confine per Guardiola, la montagna della Guercia e delle Grazie sino al di qua di Civitacastellana; quindi il nuovo confine prosegue il corso del Tevere fino all'antica circoscrizione dei distretti di Tivoli e Subiaco.
Hanno tolto dunque al Papa Ancona, Jesi, ed Osimo, cioè tre distretti, otto governi, 174,890 abitanti.
Gli hanno tolto Ascoli e Montalto, due distretti, sei governi, e 90,944 abit.
Gli hanno tolto Benevento con una popolazione di 23,176 abitanti.
Gli hanno tolto Bologna la cui provincia conteneva dodici governi, e 375,631 abitanti.
Gli hanno tolto Camerino con due governi e 42,686 abitanti.
Gli hanno tolto Fermo con sette governi e 109,403 abitanti.
Gli hanno tolto Ferrara e Lugo con undici governi e 242,501 abitanti.
Gli hanno tolto Forlì, Cesena e Rimini con undici governi e 217,398 abitanti.
Gli hanno tolto Macerata, Fabriano, Recanati, Loreto, San Severino con sedici governi e 240,978 abitanti.
Gli hanno tolto Orvieto con due governi e 28,920 abitanti.
Gli hanno tolto Perugia, Città di Castello, Fuligno, Todi con dodici governi e 234,533 abitanti.
Gli hanno tolto Pesaro, Urbino, Fano, Gubbio, Sinigaglia con quindici governi e 256,016 abitanti.
Gli hanno tolto Ravenna, Imola, Faenza con nove governi e 174,106 abitanti.
Gli hanno tolto Rieti e Poggio Mirteto con sei governi e 73,683 abitanti.
Gli hanno tolto Spoletto, Norcia, Terni con dieci governi e 433,339 abitanti.
E che cosa hanno lasciato al povero Papa? Gli hanno lasciato la provincia di Roma e Comarca, compost? di Roma, Tivoli e Subiaco, e che si divide in sedici governi, e contiene 321,114 abitanti.
Gli hanno lasciato la provincia di Civitavecchia, piccola provincia composta di tre governi, Civitavecchia, Corneto e Mangiarca con 20,701 abitanti.
Gli hanno lasciato la provincia di Frosinone e Pontecorvo con tredici governi e 153,592 abitanti.
Gli hanno lasciato la provincia di Velletri con sei governi e 81,010 abitanti. Gli hanno lascialo la provincia di Viterbo con undici governi e 128,324 abit. Insomma gli stati del Papa si componevano di 3,124,668 abitanti, e di questi gliene hanno tolto 2,439,927, lasciandogliene soli 684,741. Eccovi la superficie delle terre finora lasciate al Papa:
| Roma ed Agro | 2047 | 60 | chilometri quadrati |
| Comarca | 2476 | 50 | » |
| Civitavecchia | 981 | 01 | » |
| Frosinone | 1904 | 99 | » |
| Velletri | 1474 | 87 | » |
| Viterbo | 2991 | 25 | » |
Avanti la superficie degli Stati Pontificii era di 41,294 76 chilom. quadrati!
Dunque quattro quinti del regno vennero già tolti al Papa, e mentre gli pesano sempre sopra le spalle i maggiori aggravi, come sarebbero lo stipendio agli impiegati fedeli, i pagamenti del debito pubblico, il soldo da darsi all'esercito che si riordina e via via, Pio IX ba perduto quelle provincie che fornivano all'erario i migliori sussidi.
Ognuno può immaginare da sé in quali termini si trovino le finanze pontificie dopo tante spese e tante perdile. Il nostro Santo Padre versa nei pili gravi bisogni. Tutta la sua speranza ornai è riposta nell'aiuto de' cattolici e nel frutto delDanaro di San Pietro.
Non è mai avvenuto che una nazione patisse senza che il Papa Pio IX si muovesse a pietà e accorresse in suo soccorso. Dall'Irlanda che incominciò a soccorrere ne' primi giorni del suo Pontificato, fino ai cristiani della Siria che ieri ancora, dimentico delle sue strettezze, largamente soccorreva, tutti i miseri provarono le beneficenze del Papa.
Ed ora questo grande e generoso Pontefice è misero a sua volta, e aspetta la carità. Quanti doveri abbiamo noi di fargliela! Doveri di religione, doveri di umanità, doveri di riconoscenza. Oh, tristo colui che non soccorre il Papa!
Sono appena due anni, e un'inondazione terribile gettava nella miseria una nostra provincia della Liguria di Ponente. Pio IX era de' primi ad accorrere in suo soccorso. Ora egli può ripetere col salmista:intravemut aguae usque ad animavi meam. Le acque della rivoluzione e dell'invasione tolsero al Papa quattro quinti de' suoi Stati e le migliori provincie. Piemontesi, è venuto il tempo di rendere il contracambio al nostro S. Padre.
PS. Consegnato quest'articolo alla tipografia ci giunge laPerseveranzadi Milano con undispaccio privatoche dice:Orvieto sarà occupato dalle truppe francesi. Dunque è già necessario apporre all'articolo unerrala corrige!Napoleone III manda le sue truppe dove vuole, el'impotentespiega, se occorre, una veraonnipotenza.
(Pubblicato il 31 ottobre 1860)
Tutti i dominii della Chiesa Romana sono il patrimonio di San Pietro. Nulla dimeno furono designate comunemente sotto tal nome quelle città e provincie che possederono i Papi fin da quando ebbe origine la loro sovranità temporale. Queste furono da essi acquistate sotto il Pontificato di San Gregorio II, verso l'anno 730. Tutta quanta l'Italia avendo scosso il giogo dell'Imperatore di Costantinopoli per cagione della terribile persecuzione che muoveva contro i cattolici, Roma e le città vicine vollero divenire popolo speciale di San Pietro. Per tal guisa i Papi, che erano stati da lungo tempo i protettori ed i benefattori di Roma e del suo Ducato, ne divennero i Sovrani, per una meravigliosa disposizione della Provvidenza, la quale compì allora ciò che per una lunga serie di eventi aveva preparato. I Papi sono i più antichi sovrani del mondo, poiché niuna delle famiglie presentemente regnanti rimonta al secolo ottavo.
Una cosa degna d'esser notata si è che il dominio temporale della Santa Sede ebbe per fondatori tre santi Papi che son venerati sugli altari: San Gregorio II, romano; San Gregorio III, siriaco e S. Zaccaria, greco: questi due ultimi proseguirono l'opera di San Gregorio II; né possono perciò venire accusati d'aver operato con viste politiche e per ispirito di opposizione contro gli Orientali. Stranieri di nascita all'Italia, accettarono tuttavia la sovranità temporale, la consolidarono colla loro prudenza e col loro coraggio e la difesero contro i suoi nemici. S. Zaccaria andò a Terni per dimandare al re Luitprando la restituzione delle città usurpate, e al suo ritorno i Romani lo ricevettero in trionfo. L'Esarcato avendo voluto, ad imitazione di Roma, porsi sotto la speciale protezione di San Pietro, il Papa San Zaccaria intraprese il viaggio di Ravenna. Così il patrimonio di San Pietro era costituito molto tempo prima delle spedizioni dei re franchi in Italia. Pepino e Carlomagno obbligarono i Lombardi a restituire alla Santa Sede le città ed i territorii usurpati, fecero alcune nuove donazioni, ma non si può dar loro il titolo di fondatori della grandezza temporale dei Papi, poiché è certo che la sovranità della Romana Chiesa esisteva prima di loro.
Quali sono le città comprese nel territorio primitivo? Eccole: Roma, Porto, Civitavecchia, Ceri, Bieda, Marturano, Sutri, Nepi, Gallese, Orte, Polimazio, Amelia, Todi, Perugia, Narni, Otricoli. Nella Campania: Segni, Anagni, Ferentino, Alatri, Pratico, Frosinone e Tivoli. Tutti i monumenti della storia consentono nello specificare queste stesse città, i cui nomi trovansi nei diplomi degl'Imperatori. Questi atti solenni non mancano mai di fare una chiara distinzione tra Roma e il suo Ducato, posseduti dai Papi fin dal principio, e le provincie date loro dai Re franchi.
La contessa Matilde, che l'anno 1077 diede il suo patrimonio a S. Gregorio VII, confermò tal donazione al Papa Pasquale II nel 1101. Ora il Papa volle che questa porzione della Toscana pigliasse il nome diprovincia del Patrimonio di San Pietro. Le principali città date dalla contessa Matilde sono: Viterbo, Montefiascone, Bracciano e Gorneto. Qualche storico pretende che Bolsena fosse compresa nel Ducato di Roma.
Presentemente si suol dare il nome diPatrimonio di San Pietroai paesi compresi nelle delegazioni di Viterbo, Orvieto e Civitavecchia. Quindi è manifesto che l'antico patrimonio, il dominio primitivo di San Pietro era assai più vasto, abbracciando a mezzogiorno tutto il territorio fino a Frosinone e stendendosi al nord fino a Perugia, siccome abbiamo detto più sopra. Gli storici di Perugia, Crispolti, Pedini ed altri raccontano infatti che Perugia, verso l'anno 727, seguendo l'esempio di parecchie altre città, si sottomise al dominio temporale della Sede Apostolica. Quantunque Rachis, Re dei longobardi, avesse stipulato un contratto di pace col Papa S. Zaccaria, per 20 anni, ciononostante volle ampliare i limiti del suo regno e strinse d'assedio Perugia. A tal notizia S. Zaccaria accorse e parlò con tanta forza, che obbligò il Re a levare l'assedio. Anzi seppegli ispirare un tale disprezzo per le periture grandezze di questo mondo, che ei si decise di abdicare la corona e farsi monaco a Monte Cassino. Questo fatto solo, che è riferito nella leggenda di San Zaccaria, prova che Perugia apparteneva al dominio primitivo. Di qui ne viene: 1° Che le Romagne e le altre provincie tolte alla Santa Sede da un anno in qua, sono precisamente quelle dedicate al Principe degli Apostoli dalla pietà dei Re di Francia; 2 Non si può dire che il Papa posseda ancora ilPatrimonio di San Pietro, quello cioè che sotto tal nome si usò specificare; poiché questo non sarebbe vero, finché non si ristabilisca la legittima autorità a Perugia e ad Orvieto. Presentemente sono oltrepassati negli Stati Pontificii anche i disegni esposti nel famoso opuscoloIl Papa e il Congresso.
Riproduciamo qui due bellissimi documenti, i quali provano la generosità del sentire del conte di Chambord e l'alto concettoreligioso, cheegli ha del Capo augusto della Chiesa. Sono due lettere chetroviamonell'Universeldel 17 Settembre 1860, l'una diretta al signor Sauzet, l'altra alVescovod'Orleans. Ecco la lettera scritta al signor Sauzet:
«Qual cuore francese e cattolico non s'è commosso, o signore, agli attentati che di questi tristi giorni si fecero contro il potere del Capo della Chiesa? A voi spettava alzare alla vostra volta la voce per difendere in tutti i diritti del rappresentante della sovranità in questo mondo, i diritti inviolabili di tutti i Sovrani; di mantenere a Roma l'autorità salutare delle leggi romane contro la mal fondata e pericolosa trasportazione d'un'altra legislazione che non potrebbe senza gravi inconvenienti lor essere sostituita, e di vendicare il governo pontificale dalle passionate ed ingiuste aggressioni de suoi accusatori, sottomettendo nulladimeno rispettosamente alla sua alta saviezza quei miglioramenti che ei sarebbe possibile e desiderevole d'introdurre in qualche parte dell'amministrazione. È questo un servizio di più che avete reso ad una grande e santa causa, la quale è ad un tempo la causa della religione e della società, la causa della giustizia, della libertà e della civiltà, là causa dei popoli e dei Re, la causa di Dio stesso. Quante volte, al racconto dei dolori di questo nuovo Calvario, esclamo fra me, come il nostro primo Re cristiano: Se io fossi là co' miei Franchi........
Ricevete i miei più sinceri ringraziamenti e del vostro bel libro e della vostra bella lettera. E godo di potervi rinnovare i sentimenti della mia costante direzione».
Enrico».
L'altra lettera, diretta al Vescovo d'Orléans, il quale gli aveva mandato il suo libro sulla sovranità del Papa,èconcepita nei termini seguenti:
«Monsignore, ho ricevuto la copia che mi avete mandato del vostro libro sulla sovranità Pontificia; e mi fo premura di ringraziacene, e di dirvi quanto ne sia rimasto soddisfatto. Benedico Iddio, che in questi tristi tempi, in cui tutti i principii sono indegnamente calpestati, ne susciti ancora difensori così eloquenti e così coraggiosi. Richiamando i sacri titoli del Pontefice-Re alla venerazione universale, dimostrando nell'origine, nella preparazione e nello stabilimento definitivo del suo potere temporale, non solamente l'opera dei secoli, ma l'opera stessa della Provvidenza, e nei suoi antichi diritti, la più augusta, come anche la più stabile guarentigia dei diritti di tutti, e facendo vedere colla doppia fiaccola del buon senso e dell'esperienza ciò che senza il Papato diverrebbe Roma, l'Italia, anzi l'Europa intiera, avete reso alla Chiesa e alla società un nuovo ed inestimabile servizio. Fra tanti nemici che cospirano contro ad essa, i più formidabili non sono già quelli che si lasciano vedere, che predicano alto ad ognuno ciò che vogliono, che assalgono di mezzogiorno ed a faccia scoperta; ma quelli piuttosto che stanno nascosti, che hanno due faccie e due parlari, che si cuoprono colle apparenze del rispetto, che agiscono nell'ombra e non potendo o dovendo impedire il male, lasciano che si faccia. Ma non dubitiamo, che Iddio confonderà la violenza degli uni e l'ipocrisia degli altri, esaudirà una volta le preghiere delle anime sante e i voti de' cuori fedeli, e come tosto la sua ora sarà venuta, saprà per la sua propria gloria e perla pace del mondo far trionfare dappertutto la causa del diritto, che è la sua. Godo dell'occasione che mi è offerta, di rinnovarvi in un coi sentimenti della mia gratitudine quelli della mia sincera e costante affezione.
«ENRICO»
Roma, 4 novembre 1860.
La Santa Sede lamentava recentemente la violenta invasione di parecchie provincie degli Stati Pontificii, fatta posteriormente a quella già compiuta nelle Romagne per opera d'un governo vicino, che, dominato dall'ambizione stravagante di dilatare il suo Regno in tutta l'Italia collo spogliare gli altri Principi legittimi, ba incomincialo e continua ad effettuare i suoi perversi disegni, ignorando e disprezzando ogni diritto, come colui che non riconosce ostacolo al suo desiderio sfrenato d'usurpazione. Dopo essersi impadronito delle Marche e dell'Umbria e d'una parte del Patrimonio di San Pietro colla violenza più ostile e con una guerra, governata alla maniera delle più mostruose piraterie, il governo piemontese colmò oggidì la misura della sua violazione della sovranità Pontificia mercé l'insigne abuso, già da lui messo in pratica nei paesi anteriormente usurpati con una pretesa manifestazione della volontà nazionale, immaginandosi di creare in questo modo un elemento valevole a legittimare l'estensione di territorio già usurpato con violazione dei dritti altrui. È inutile di notare qui gli artifizi tanto frodolenti, quanto ignobili, coi quali si suole preparare e regolare questi appelli derisorii alla volontà popolare, vera violenza che altri osa esaltare come il risultato della libera manifestazione dei desiderii del popolo. La cosa è notoriamente dimostrata; e, tutto al più, non è il modo con cui si esprime quel voto abusivo, che ora importi di biasimare o mettere in evidenza; ma sibbene devesi biasimare la violazione di tutti i principii; mediante la quale si cerca d'introdurre nel diritto internazionale moderno un elemento sommamente rivoluzionario, distruttivo dei sacri titoli di Sovrano legittimo.
Qualunque sia sopra questo punto l'idea di un governo, che in istretta alleanza colla rivoluzione, le porge la mano come promotore e come capo, il principio che pretende di stabilire viene pienamente condannato dalle leggi immutabili della giustizia, dalle massime generali del Codice delle nazioni, dalle ragioni fondamentali dell'ordine civile e sociale, dal sentimento, finalmente, di qualunque popolo ben costituito. E, a dire il vero, se un principio così strano fosso mai stabilito, quale sovranità, benché forte pel suo diritto, potrebbe d'ora innanzi credersi al sicuro del pericolo di essere da un momento all'altro abbattuta e distrutta? A quali perniciose incertezze i governi non resterebbero continuamente esposti, e con essi tutto il mondo incivilito, sotto l'influenza di un principio così fecondo, per sua natura, di sconvolgimenti, di perturbazioni, e di disordini atti a produrre la confusione generale? Il governo Pontificio fondandosi per conseguenza sopra queste considerazioni tanto gravi, si vede costretto a protestare contro l'abuso commessole che continua ad essere commesso dal governo usurpatore col mezzo del preteso appello al voto delle popolazioni per decidere della sorte del proprio Sovrano; abuso che equivale all'introduzione di un principio che fa d'ogni erba fascio; calpesta i diritti di tutte le sovranità legittimamente costituite; insulta e travisa la legge che sulla fede dei trattati solenni e delle convenzioni internazionali presiede al governo degli Stati; tende alla distruzione delle massime eterne ed invariabili dell'equità; stabilisce, in una parola, il diritto mostruoso dell'usurpazione, ed innesta alla società un germe di funeste inquietudini e turbamenti.
I sentimenti di alta riprovazione, coi quali gli altri governi si pronunciarono contro la politica di prevaricazione del Piemonte e contro la sua attitudine usurpatrice degli altri Stati Italiani, come degli Stati Pontificii, non lasciano verun dubbio che essi non siano compiutamente d'accordo sopra questa ultima protesta presentemente emessa dal governo Pontificio per proteggere e difendere la sovranità temporale del Sommo Pontefice contro la condotta ognor più colpevole dell'usurpatore, che prosegue nella sua opera audace ed orribile di invasione delle provincie sopraindicate, come ha già fallo in quelle parti degli Stati della Chiesa, che egli si ha anteriormente appropriato. G vi ha ragione di credere, che i governi in quistione saranno disposti a dare il loro appoggio efficace alle giuste rimostranze del governo di Sua Santità ed a sostenere nello stesso tempo il buon diritto di questo governo di rendere il Re di Sardegna, o la suaamministrazione, risponsabile d'ogni danno proveniente dall'invasione ostile effettuata e mantenuta negli Stati della Santa Sede, e di chiedere agli invasori la restituzione compiuta. Con questa confidenza e persuasione, il sottoscritto Cardinale Segretario di Stato di Sua Santità v'invita a comunicare la presente Nola al vostro governo, ecc. ecc.
G. Cardinale Antonelli.
(Pubblicato il 1° maggio 1860)
Avvengono fatti straordinarii, e il nostro giornale si servirà perciò di straordinarii collaboratori. Messo da parte per ora il cavaliere Cibrario, piglieremo la difese del nostro Santo Padre Pio IX colle parole di Camillo Cavour, Vincenzo Gioberti, Massimo e Roberto d'Azeglio, Carlo Luigi Farini, Filippo De Boni» Carlo BonCompagni.
«Pio IX, ilSommo Pioè uno dei più zelanti Pontefici, che siasi mai seduto sulla Cattedra di Pietro. Con modo energico e nobile seppe in questo memorando fatto (dell'occupazione di Ferrara) difendere i suoi diritti, ed arrestare colla sola potenza della parola un'odiosa invasione..... Si paragoni la condizione finanziera dello Stato Pontificio con quelle delle pili fiorenti monarchie dell'Inghilterra, della Francia, del Belgio, avuto riguardo alle rispettive loro popolazioni, e di leggieri si riconoscerà che il peso dell'annua spesa e quello del debito contrattoè molto minore pel primo(Stato Pontificio), che per questi ultimi Stati».
CAMILLO CAVOUR, nel Risorgimentodel 14 e 25 gennaio 1848, numeri 13 e 23. —
«Evviva Pio Nono!È il grido, con cui l'Italia inaugurò il suo risorgimento. Evviva PioNono, è il grido, in cui si esprime il pensiero che si debba spingere a nuovi destini la nazione, pensiero di ossequio verso la religione e la Chiesa, di cui egli è capo; pensiero di eroica devozione all'indipendenza della patria, di cui egli ci diede il generoso esempio colle animose proteste opposte alle odiose prepotenze degli occupatori di Ferrara».
CARLO BONCOMPAGNI, nelRisorgimentodel 7 di gennaio 1848, N° 7. —
«Io vo' pensando che non senza speciale consiglio di Provvidenza la città vostra, e Bolognesi, passasse alla Chiesa dalla breve e torbida tirannide dei Bentivogli...» onde dal connubio della città sacra colla profana, e del laicato col sacerdozio risultasse con ottimo temperamento l'accordo della civiltà e della religione, che sono i due principii fattivi, e i due cardini del nostro vivere sociale. Bologna quindi è necessaria a Roma, come Roma a Bologna, e l'unione di entrambe è richiesta alla perfezione degli stati ecclesiastici e al bene di tutta la Penisola».
VINCENZO GIOBERTI al circolo Felsineo, il 20 giugno 1848. Operette politi Che,raccolte dal Massari. Capolago 1851, tom. ii, pag. 404. —
Il governo di Pio IX convalidando ed approvando questa protesta (contro l'invasione di una parte de' suoi Stati) ha nobilmente adempiuto ai suoi doveri; egli merita onore e gratitudine non solo per parte de' sudditi Pontificii, ma per quella di tutti gli Italiani, per aver espressa con degne e severe parole quella protesta che sorgeva da tutti i cuori, suonava su tutte le lingue, all'annunzio di un attentato inesplicabile e da stimarsi impossibile nello stato presente delle relazioni internazionali della civile Europa. Bello veramente ed augusto spettacolo sarebbe veder la forza vinta dal diritto; l'armi della violenza infrante dalla placida ed ardita parola che piq IX ba saputo rendere onnipotente e terribile a forza di giustizia, di clemenza e d'amore; parola atta oramai ad operare il nuovo prodigio di opporre un principio al cannone, e vincerlo, e ridurlo inutile istrumento».
MASSIMO D'AZEGLIO,governatore di Milano, lettera in data di Roma, 41 agosto 1847, pubblicata nell'Ausonio, dispensa XVIII, agosto 1847, pag. 318 e seg. —
Dicono alcuni che al Papa, come a capo della Chiesa, non conviene l'armarsi; che al Pontefice, ministro di pace e di carità, non s'appartiene l'usar armi terrene. Concedo se s'intende d'usar queste armi per offendere altrui, per allargare lo Stato, per conquistare, in una parola per fini ingiusti; ma sarebbe strano, che l'esser ministro di pace e di carità dovesse appunto servir di ragione al Papa per trascurare que' mezzi terreni concessigli dalla Provvidenza, onde mantenere e conservare a' suoi popoli la pace (ed è detto antico:si vis pacem, parabellum),onde impedire che si commetta a loro danno la più enorme di tutte le violazioni della carità — la conquista».
MASSIMO D'AZEGLIO nelRisorgimentodi Torino, N° 17, del 19 di gennaio 1848. —
«La Corte di Napoli poneva opera solerte a risvegliare i sospetti ed accrescere i timori nell'animo suo (del Papa Pio IX. a Gaeta), e faceva diligenza per dare ad intendere, che tutte le profferte del Piemonte velavano il disegno d'impadronirai di gran parte dello Stato della Chiesa. 1 ministri napoletani affermavano averne le prove, e lo stesso principe di Cariati ne spargeva la notizia e ne faceva testimonianza non pure in Napoli ed jn Gaeta, ma in Francia. Sei seppe il governo Piemontese, e se ne sdegnò siffattamente, che volle richiamato da Napoli il senatore Plezza, di cui quella Corte non aveva ancora voluto riconoscere il grado e la qualità, e spedì i passaporti all'inviato napoletane che risiedeva in Torino, interrompendo ogni ufficio diplomatico. Questa nostra deliberazione (scriveva il Gioberti) fu cagionata non solo dal rifiuto arbitrario che il gabinetto di Napoli fece di accettare il sig. Piazza, non allegandone alcuna ragione valevole (essendone stata smentite quelle di cui avea fatta menzione) e i poco garbati trattamenti recati al medesimo;ma più ancora l'indegna calunniaspacciata in Francia dal principe di Cariati, colla quale ci attribuiva l'offerta di togliere al Papa le Legazioni. Spero cheil sospetto di Ionia infamianon anniderà per un solo istante nell'animo del Pontefice.... Ella procuri di matterò nel Papa la fiducia nel Piemonte»,
LUIGI CABLO FARINI;Lo Stato Romano,volume m, 2° edizione, Firenze, Felice Le Monnier 1851, vol. III, lib. IV, cap. pag. 190, 191,—
«Singolare natura questa ({ella romana Corte, la quale si rassegna tal fiata, ma non piega mai l'animo, né alla forza, né alla fortuna, né per tempo, dimentica mai. Esautorata da Napoleone, diede di sé tale esempio di dignità e fortezza, che parve vincitrice anzi che vinta; e restaurala poi da' vincitori di Napoleone, si richiamò corrucciata del non restituito, quasi signora alle ancelle, la tradizione è in Roma quasi tanto potente ed efficace negli ordini temporali, quanto pegli spirituali».
Lo stesso LUIGI CARLO FARINI:Lo Stato Romano, volume i, capitolo j, Protette del Consalvi,pag. 9,—
La voce di Dio più non tuona dal Sinai, ma dal Vaticano, e gli nomini l'ascoltano con eguale riverenza.... Noi abbiam fede pei destini della Religione Cattolica, e riconosciamo nell'elezione di Pio IX una delle più stupende manifestazioni dell'intervento divino nelle cose umane...., La parola di Dio non si prende a gabbo, È empio chi ne tropea una sillaba; e l'opposizione della condotta dell'uomo collo spirito della legge è irrisione dell'uomo alla legge l'inosservanza della legge. Nella gran bilancia, ove la mapo di Dio pesa eternamente i popoli, sta da un lato il giusto, dall'altro l'ingiusto. Non v'ha in essa quel dubbio argine che lascia la mano dell'uomo nel farne la misura.., Noi credenti nel Cristo, amanti colla carità del Cristo, invochiamo con fiducia quello che n'è il Vicario quaggiù.... Noi facciamo voti fervidi a Pio IX, e leviamo i nostri occhi al monte, al monte ove domina su noi la santa sua figura».
ROBERTO D'AZEGLIO nel giornale la Concordia d 3 gennaio i&g 2, primo articolo, pag. 5.
«Noi abbiamo ferma fiducia che quel Dio, che ispira la sua carità nel cuore di Pio IX, sia per effundere la sua sapienza nello spirito di tutti gli altri ministri del Sommo Gerarca, e promuovere nuovi trionfi alla religione del Cristo».
ROBERTO D'AZEGLIO nelRisorgimentodel 3 marzo 1848, N° 57, pag. 226. —
«Se l'Imperatore vincesse in Lombardia, egli non si contenterebbe più degli antichi dominii: torrebbe al Papa le Legazioni; distruggerebbe la sua indipendenza politica con grave danno della libertà ecclesiastica.... come accadde nello scorso secolo, quando l'Italia e la Tede furono ludibrio ai repubblicani interni e ad un imperatore forestiero: onde due santissimi Pontefici non solo vennero spogliati dei loro temporali dominii, ma l'uno di essi fu tratto prigioniero in esilio, e l'altro fu spento».
GIACOMO PLEZZA, ministro dell'interno in Piemonte, Circolare ai signori Parroci, Torino, agosto 1848. —
«Sono pur belle le smorfie dell'Austria 1 È già da lungo tempo che volge nell'animo di fare che ilmaggior prete torni alla rete.... Manteneva a Bologna emissari per indurre i Romagnoli a chiedere formalmente di essere incorporati agli Stati Austriaci!.... Importa moltissimo al Pontefice, se vuol essere vero Pontefice, e venerato e obbedito dal mondo cattolico di conservare,a qualunque costo, il tesoro della sua politica indipendenza e di quella del suo popolo...
Quelli che proverbialmente e per ischerzo sono detti soldati del Papa, sono i medesimi che empirono di prodi le legioni romane, che fornirono i più celebri campioni alle compagnie di Ventura nel medio evo, e che somministrarono i migliori guerrieri al Regno d'Italia Pare che la milizia pontificia sia per riprendere il posto che le si compete».
BIANCHI-GIOVINI, Note al libello di Cormeninsull'Indipendenza d'Italia, Torino, presso Carlo Schiepatti 1848. —
«Oh! Italiani, a che questo smarrimento di fede, a che vi lasciate travolgere da iroso scetticismo, morte d'ogni virtù e d'ogni viva dottrina! Oh! Italiani sull'orlo d'un precipizio chiedeste al cielo un conforto. E il cielo vi diede Pio. Oh! Italiani, con lacrime di dolore e di gioia, per le sofferenze di tanti anni, per la quiete comune, per l'evangelica carità gli chiedeste i figliuoli ed i padri, i fratelli e gli amici esulanti qua e là per Europa, vissuti della rinfacciata limosina dello straniero, senza famiglia e senza patria. E Pio dischiuse le carceri, ridonò a tutti la patria, decretò perdono. Oh! Italiani, con plausi, con festa, con amore gli avete risposto, e chiedeste che alla povera nostra patria ei stendesse una mano, asciugasse una lacrima. E Pio stese la mano, asciugò quella lacrima. Sacerdote del mondo, un dì guerriero degli uomini, ora soldato di Dio e dell'italico onore, perché si riposa un momento, perché oggi prega, durante la sacra veglia delle armi, onde chiedere alla sua volta quell'indomabile possanza al Signore, che valga in combattere il male che offende la religione e la patria, che abbraccia l'Italia e l'universo; voi, increduli che siete, subito collo sdegno disertate i suoi fianchi, invece di sostenerlo, invece di chiedere quanto egli chiede ai Signore? Su dunque; sien le azioni preghiere vostre.... egli stenderà il suo mantello sulle acque, ed incolumi traverserete per la fede in lui e nella patria l'oceano che ci serra in grande tempesta».
FILIPPO DE BONI,la Congiura di Roma e Pio IX, Losanna, 1847, presso S. Bonamici e compagni, pag. 38, 39. —
Exibant autem daemonia a multis clamantia et dicentia: quia tu es filius Dei!» (S. Luca, capo iv, vers. 41).
IL PAPATO E ALFONSO DI LAMARTINE
(Pubblicato il 23 settembre 1860).
Alfonso di Lamartine ha intrapreso da molto tempo una pubblicazione periodica col titolo di:Cours Familier de littérature. — Un entretien par moie.Nell'ultimoEntretienche venne in luce, studia Nicolò Machiavelli. Dopo di avere ricordato ciò che l'Italia fosse ai tempi del Machiavelli, il sig. di Lamartine traccia a grandi tratti la storia italiana fino ai nostri tristissimi giorni. Roma si presenta la prima a' suoi sguardi. Egli vuole che Roma resti la capitale di qualche cosa di grande e maestoso, e non trova nell'Italia e nel mondo niente di più grande del Papato. Colla testimonianza degli storici filosofi, i meno cristiani, come a dire Gibbon, Sismondi, Guinguené, Voltaire medesimo, ricorda i servizi resi all'Italia nel corso dei secoli dal potere temporale dei Papi, che «per ordine di data è la Potenza più antica in Italia, e per ordine di servizi è la Potenza più italiana».
Lamartine, dopo di aver raccontato i trionfi e le vicende del potere temporale dei Papi, con grande esattezza di termini e meravigliosa elevazione di pensieri, entra a discorrere dei tempi nostri. Ascoltiamolo:
Pio VI, strappato da' suoi Stati come prigioniero di guerra dai soldati francesi, morì detronizzato e cattivo io Francia. Ma tosto, dopo le sue vittorie d'Italia, Bonaparte ristabilì il Papa in Roma non solo come Pontefice, ma come sovrano italiano. Egli chiamò Pio VII a Parigi per farsi consacrare come un altro Carlomagno. — più tardi volle, in un momento d'impazienza, rovesciare di bel nuovo quel trono Pontificio, che egli stesso aveva ristabilito; fece di Roma una città conquistata,annessaall'impero, sotto il nome didipartimento del Tevere. Il Papa brutalmente strappato dal suo palazzo dai gendarmi francesi, fu strascinato da Firenze a Torino, da Torino a Savona, da Savona a Fontainebleau come un prigioniero che, recando impiccio, si rimandava di prigione in prigione.
Quando Bonaparte si sentì sfuggire di mano l'Impero e la vittoria, si affrettò di restituire gli Stati Pontificii al Papa e di rimandarlo rispettosamente a Roma, come un pegno di restituzione e di pace all'Europa. 1 trattati del 1815, di cui sovente si parla senza punto conoscerli, non furono altro che il ritorno di tutte le Potenze nel loro rispettivo territorio, poiché ebbe fine lo straripamento della Francia napoleonica. I congressi e questi trattati in cui le Potenze acattoliche erano in maggioranza, riconobbero la sovranità tal quale del Papa non come un diritto religioso, ma come un fatto politico: non racconciarono la carta lacerata del mondo antinapoleonico, ma non fecero che ricucirla.
Pio VII governò per mezzo del Cardinale Consalvi con saviezza, liberalità e moderazione gli Stati Romani. Non vi ebbero né reazioni, né eccessi sotto il suo regno; ei fu il Luigi XVIII della Chiesa. Come Pontefice, il Papa presente era un secondo Pio VII; come uomo di preghiera, egli vivea senza veder la terra, tenendo gli occhi fissi al cielo; come Sovrano politico, era un Italiano tenero dell'indipendenza e della dignità dell'Italia. — Il suo patriottismo gli suggeriva di romperla con l'Austria; la sua coscienza gli diceva che la guerra non era cristiana, e che meglio era essere Pontefice di pace, irreprensibile davanti a Dio, che un grande tribuno armato dell'Italia davanti agli uomini. Ascoltò la sua coscienza; quindi la sua virtù dispregiata e le sue sciagure».
Qui Lamartine entra a Favellale delle cause dei patimenti e delle disgrazie del Papa Pio IX. Ecco com'egli parla:
«Alla voce d'un ministro piemontese, il Congresso del 1856, contro tutti i principii di diritto pubblico ed internazionale, s'arrogò illegalmente un diritto d'intervento arbitrario e permanente nel reggime interiore delle sovranità straniere. Napoli, Roma, Parma, la Toscana, l'Austria furono denunziate siccome vulgari accusale davanti al tribunale del Piemonte, della Francia e dell'Inghilterra. Un simile sbaglio contro il diritto non poteva a meno di generare il disordine al di fuori; era questo il principio del caos europeo.
«L'indipendenza e la risponsabilità dei Sovrani in faccia al loro popolo essendo distrutte, ognuno aveva diritto di comandare in casa altrui, eccetto in casa propria. Il diritto di consiglio creava il diritto di reciproco intervento militare; da questo diritto di reciproco intervento derivava e deriva tuttavia il timore di continua guerra tra i vicini:all'opposto del dirittodiciviltà,che è l'indipendenza dei popoli in casa loro.
«Il Piemonte che dalia compiacenza o dalla sorpresa del Congresso del 1856 aveva ottenuto un simile principio, non tardò a servirsene. La guerra detta dell'indipendenzascoppiò perciò in Italia. Questa guerra per contiguità ai stese dal Piemonte a Parma, a Modena, alla Toscana, agli Stati del Papa, ed ora si sta deliberando a Parigi ed a Londra, nei consigli della Gallia e della Granbretagna, Su ciò che sarà tolto o conservato del Principato temporale degli Stati in Italia! Questa sola deliberazione è un intervento chiarissimo, distruggitore d'ogni diritto pubblico e d'ogni indipendenza italiana; quindi qualunque cosa voi pronuncerete, pronuncerete male. Perché voi, Europa, al congresso del 185$, a Parigi, vi siete arrogata, alla voce di un ministro piemontese, il diritto di deliberar sull'interno reggime dei popoli? Questa sola deliberazione sull'ultimo villaggio italiano è un'usurpazione o sulla sovranità dei governi, o sopra la libera volontà dei sudditi.
«Non c'ingannammo nel 1856, leggendo quest'irregolare intervento concesso al Piemonte negli affari interni del Papa, del re di Napoli e delle altre Potenze italiane. Lo dissi a me stesso: è una dichiarazione di guerra sotto la forme di una segnatura di pace. Noi discutiamo oggidì sulle conseguenze di questa linea inserita nel Protocollo del Congresso del 1856. che diverrà il potere temporale del Papato, se l'Europa è conseguente? Che diverrà l'Italia, se l'Europa si ritratta? Questo diritto d'intervento reciproco, emanato dal Congresso di Parigi nel 1856, è la fine del pubblico diritto europeo. Il diplomatico piemontese ha teso un tranello al Congresso, e il Congresso vi è caduto. Non ne uscirà se non riconoscendo il diritto contrario».
(Pubblicato il 6 ottobre 1860)
Il celebre professore Leo pubblica a Halle un suo giornale intitolatoVolksblat fàr stadi und Land, e sebbene egli sia protestante, conserva tuttavia quel reato di fede e di pietà che il protestantismo ha ereditato staccandosi dal cattolicesimo. Mosso adunque da giusti principii il dotto professore giudica severamente coloro che perseguitano il Papa, prenunzia la prossima vittoria della Chiesa, e dichiara stupidi i protestanti che si promettono un guadagno dalla caduta del Papato, imperocché cadrebbero con questo tutte le massime fondamentali di qualsiasi religione. Invitiamo il lettore a meditare le seguenti osservazioni del protestante Leo. Egli scrive così:
«La persecuzione ordita contro la Chiesa per mano di apostati, tra cui ve n'ha di tali ohe si vorrebbero eziandio spacciare percredenti, va pigliando tuttora incrementi novelli, e se nulla veggiamo negli indizi che ci porgono i tempi, questa persecuzione riuscirà tosto o tardi a un macello spaventevole. La rivoluzione non è mai che pigli di mira le cose temporali soltanto, ma tiene intese l'occhio perpetuamente all'ordine divino. Inoltre ella dirige dapprincipio i suoi assalti contro la Chiesa, e solo più tardi fulmina colle sue batterie i re, i principi, i ricchi, le classi dei possidenti.
«Ma in genere i possenti della terra sono eterni in quel ohe si attieneaquesti primi cominciamenti della rivoluzione, e tale accecamento spingono tant'oltre, da favorire la rivolta, scavandosi così una tomba che tranghiottirà i loro propri diritti. Si direbbe talvolta, vedendoli tenere una simile condotta, che per mezzo di potali favori intendono rifarsi presso la rivoluzione della rendita dei loro diritti medesimi! I più furiosi assalti dei rivoluzionarihansempre per segno quel potere tra ipoteri temporaliche invoca, mentre pur vi si appoggia, il di ritto del Dio vivente, e che ammette idiritti della Chiesa del Cristo.
«Volgiamo primieramente gli sguardi all'Italia. La persecuzione quivi, già son molti anni, organata dal governo Piemontese contro la Chiesa ha soprattutto, io noi niego, per iscopo la forma esteriore di essa Chiesa, cioèi beni ecclesiastici, il dominio temporale del Papa;ma in verità l'assalto è mosso contro il potere spiritualenascosto sotto quella estrinseca forma. Ora per le genti cattoliche il potere spirituale dimora in questo segnatamente, che il Papa è il Vicario del Cristo. E contro appunto il dominio del Cristo si scatenano i nostri cattolici nell'irrompere ch'essi fanno contro la dominazione del Papa, eziandio se temporale: «Chiunque ripudia il Papa, ripudia il Cristo; adunque nessun'altra alternativa più rimane ai cattolici, se non l'ammettere il Papa e il Cristo, o il non ammettere né Papa, né Cristo.
«Chi pigli la norma delle condizioni presenti, quali le han partorite i capi politici dappoi mille anni, non che indotto, si trova irresistibilmente necessitato a non riconoscere come depositario della piena autorità apostolica un Papa, che dipendesse politicamente da un altro Monarca.
«.... È collo scopo medesimo di tutelare il dominio temporale del Papa, vediamo levarsi come un sol uomo non l'alto Clero solamente, ossia l'Episcopato, ma pur anco (fatte pochissime eccezioni) il Clero in universale, armato del soccorso delle lettere pastorali e della preghiera; per questo medesimo fine il popolo cattolico prende così a petto l'opera del Danaro di S. Pietro; e per questo ancora drappelli di guerrieri magnanimi, con a capo il valoroso Lamoricière, tolgono in mano la spada della difesa.
.... «La Chiesa cattolica, e nessuno lo disconosce, geme per ora in una profonda costernazione. Se nondimeno il Papa esce da strette così difficili, aiutatovi dai proprii suoi mezzi e da quelli che il mondo cattolico gli ha spontaneamente fornito, gioverà questo a dare all'elemento rivoluzionario una tale disfatta, quale non ha egli sofferto mai da tutte le violente repressioni adoperate dopo il 1848; e d'altra parte un simile evento sarà per la Chiesa un mezzo di consolazione sì viva, che altrettanta non ne ha ella più sentito da cinquecento anni al dì d'oggi.
«Quanto a noi, troppo saremmo lontani dall'esultare per la decadenza del Papa e del suo poter temporale, perché non è giàla Chiesa protestante quella in cui prò tornerebbeuna tal caduta, ma unicamentela sua caricatura, la negazione, la mogia incredulità, e la folla stupida di coloro che nel voler essere in voce d'uomini di fede, si precipitano nelle braccia della crassa empietà e del suicidio morale, nelle braccia degl'insensati protestanti dell'Inghilterra, dell'alleanza evangelica, degl'iscritti al partito dellaGazzetta Ecclesiastica, e di tutta la borra e il pattume della stessa specie.
«Se anche, qui e colà, alcuni membri della Chiesa protestante, benché animati dal vero spirito clericale, han manifestato la speranza che il decadimento del Papa recherà il trionfo della Chiesa protestante (nel che ci movono a pietà del fatto loro), essi ci porgono in questo una provad'imbecillità politica e religiosa, la quale è tutt'altro che onorevole per la nostra Chiesa».
Così parla un protestante, perché uomo di dottrina e uomo di coscienza, e quanti cattolici ed anche sacerdoti dovrebbero vergognarsi nel leggere simili parole!
(Pubblicato il 17 ottobre 1860)
La prigionia di Pio VI e di Pio VII recarono alla Chiesa grandissimo guadagno. Il progresso del cattolicismo in Inghilterra data principalmente da quel tempo.
La cattività di Pio IX in Gaeta produsse il trionfo della Santa Sede nell'impero austriaco mediante il Concordato, il cui primo annunzio ci venne dato appunto dall'esule Pontefice.
Ora la Provvidenza di Dio prepara, come premio dei patimenti del Vicario di Gesù Cristo, segnalate vittorie della Chiesa in Germania.
Un gran numero di teologi e di laici protestanti e cattolici si sono riuniti a Erfurlh il 21 e 22 di agosto per preparare unaconversione in massa al cattolicismo di que' protestanti, che conservano ancora un filo di fede, e non trovano i principii cristiani che nella religione cattolica apostolica romana.
Dalla parte de' cattolici si cita tra i convenuti il nome del conte Caio di Stolberg, e dalla parte de' protestanti il celebre professore Leo di Halle, che i nostri lettori conoscono pel bellissimo articolo ch'egli scrisse in favore del Papa, e venne stampato dall’Armonia.
Intanto la stampa protestante, quella che appartiene al protestantesimo che diconopositivo,perché non s'è ancora gettato nello scetticismo e riconosce tuttavia certi principii di fede, continua a sostenere le parti del Santo Padre, perché vede in lui la causa della religione, della libertà, della verità, della giustizia.
Ci piace citare su questo proposito quanto scrive la protestanteNuova Gazzettadi Prussia riguardo all'ultima Allocuzione del Santo Padre. Essa dice così:
«In sé è già cosa difficile respingere colle sole armi spirituali le baionette maneggiate da bande d'invasori; ma questa difficoltà diviene poi insuperabile, se si considera che a nostri dì ogni speranza sta riposta nella forza brutale e materiale. Per queste ragioni noi crediamo che l'Allocuzione papale, pubblicata ultimamente nelle nostre colonne, non produrrà che un effetto mediocre tanto sui nemici, quanto su coloro che dovrebbero essere gli amici della Santa Sede. Nulladimeno noi abbiamo salutato con gioia tal documento! Esso attesta, apertamente, esistervi ancora nell'universo un paese, dove si osa dare il nome, che lor conviene, agli avvenimenti d'Italia ed alle conseguenze che ne derivano.
«Gli eccessi commessi dal ministero piemontese, invadendo il territorio della Chiesa, il conculcamento di tutti i diritti, a dispetto de' quali questo governo stende la sua dominazione, eccita i popoli alla ribellione e spoglia i Sovrani dei loro troni, le calunnie e le diffamazioni che il ministero del Piemonte non teme di chiamare a suo soccorso per distruggere il potere temporale del Papa, la lettera spudorata, cui ebbe audacia di mandare al Cardinal Antonelli col fine di giustificare il suo delitto, le bande di uomini perduti lanciati negli Stati della Chiesa per fomentare il disordine ed eccitare la rivolta, le astuzie e gl'inganni, coi quali si vinse l'esercito del Papa, il tristo principio del non intervento, pericoloso sotto ogni rispetto, perché permette allo straniero d'intervenire, purché venga a svegliare o a soffiare la ribellione; ebbene tutto questo ci ricolma di piacere, dacché vediamo proclamale energicamente dall'alto del Vaticano quelle idee, che non cessiamo di difendere giornalmente nelle nostre colonne.
«In Italia, come è detto nell'Allocuzione, in Italia il diritto delle genti è violato con un'audacia inudita, e se non si riesce a riporlo in onore, nessun trono legittimo resterà in piedi, tutti i governi saranno minacciati, e la società stessa civile sarà alla sua volta aggredita. La rivoluzione non tende solamente a distruggere la potenza temporale del Papa e laliberaamministrazione della Chiesa cattolica, ma essa si sforza egualmente di opprimerela libertà di coscienzade' cattolici sudditi dialtri principi, vuole l'abolizione dei diritti e dei principii, che sono il fondamento del potere di tutti ilegittimi sovrani. Epperò abbandonando la causa del Papa, i Principi tradiscono se stessi».
(Pubblicato il 4 novembre 1860)
La Chiesa è quaggiù la persona continuata di Gesù Cristo, e la Chiesa e il Papa sono la stessa cosa, secondo la bella frase di S. Francesco di Sales. Al Papa dunque tocca principalmente percorrere la carriera del Redentore dei mondo, ed entrare nella gloria per la via dei patimenti.
Il primo Pontefice, S. Pietro, ebbe una rassomiglianza grandissima colla passione di Cristo:Petrus passioni Dominicae adaequatur, come scrisse Tertulliano((66)). E tutti i Papi che vennero di poi, chi in un modo, chi nell'altro, bevettero al calice del Nazzareno.
Il nostro Dante osservava questo in Bonifazio Vili, imprigionato nel 4303 per ordine di Filippo il Bello, re di Francia. Veggio, cantava l'Alighierinel Vicario suo Cristo esser catto,
Veggiolo un'altra volta esser deriso;
Veggio rinnoveHar l'aceto e il fiele,
E tra nuovi ladroni essere anciso((67)).
Uno dei Papi, in cui si appalesano di più le circostanze medesime della passione del Signore è il regnante Pio IX. Egli può ripetere con San Paolo:Ad impleo ed quae desunt passionum Christi iti carne mea, prò corpore eius quod est Ecclesia(Ad Coloss., cap. 24).
Già parecchi scrittori in Francia e nel Belgio mandarono alle stampe alcuni libri dove espongono la Passione di Gesù Cristo rinnovata nella persona del suo Vicario, e bellissimo tra tutti è un volume uscito di quest'anno a Parigi col titolo:La voie douloureuse des Papes, par Edmond Lafond, dove l'autore racconta la passione di Pio IX dalla grotta di Getsemani fino alla risurrezione((68)).
Noi pure tenteremo di svolgere alla nostra maniera quest'argomento, e ciò a glorificazione del regnante Pontefice, in cui onore ridonda la sua rassomiglianza con Gesti Cristo, e a conforto dei buoni cattolici, i quali, dopo tanti patimenti, possono con forte certezza attendere ben presto la Pasqua di Risurrezione. Incominciamo.
L'Osanna.Quando Pio IX fu assunto sul seggio Pontificale, quanti elogi, quanti applausi non ottenne egli mai dagli itali attissimi! Egli ilcreator del genio italico,secondo Gioberti; eglicuor generoso, spirito eletto, speranza universale, secondo Gavazzi; egliprofeta del popol suo,la cui voce sisparge per l'intero mondo nunzia di giustizia,secondo Massimo d'Azeglio; egli unangiolo,un redentore,ilsommo,l'immortale Pio IX.
Era la cospirazione delle ovazioni, come scrisse benissimo il conte di Falloux; era la domenica delle Palme, a cui dovea presto succedere il venerdì della Passione, come dicea lo stesso Pontefice, quando vedessi sopraffatto dalle feste assordato dagli evviva, tormentato dagl'ipocriti, che non rifinivano mai di chiederne la benedizione.
La cena. Poiché Pio IX con un atte di clemenza inaudito fino allora in un Principe, ebbe perdonato a tutti i suoi nemici, questi, riacquistata la patria e la libertà, si finsero gratissimi al benefizio, e vollero recarsi, in segno di ringraziamento e pietà, alla Mensa Eucaristica ed essere comunicati dal Papa. E Pio IX distribuiva loro la Santa Eucaristia, come già il Nazzareno a' suoi Apostoli nella notte fatale in cui dovea essere tradito.
— In verità vi dico che uno di voi mi tradirà— avvertiva Gesti Cristo i suoi Apostoli; e Pio IX tra gli amnistiati che ricevevano dalle sue mani la santa Comunione, non ne avea un solo, ma cento e cento che dovevano tradirlo! Giuravano sulla croce che portava sul petto di volergli restare fedeli fino alla morte, ma forse in quell'istesso momento aveano giurato di perderlo.
Il bacio. La storia dei Romani Pontefici è una serie di lotte, di patimenti, di persecuzioni, ma non sapremmo indicare qual altro Pontefice aia stato così bistrattato sotto il pretesto dell'amicizia. Pio VI e Pio VII patirono moltissimo ma chi li tormentava non pretendeva d'esserne il salvatore. Pio IX potò dire e ripetere a taluna — Amico, a qual fine tu sei venuto? Tradisci il Figlio dell'Uomo con un bacio? —
Quando col tempo ci saranno rivelati i misteri delle società segrete, sapremo dove ai tenne la combriccola, chi andò in mezzo ai rivoluzionari e disse loro— Che volete danni, ed io ve lo consegnerò nelle mani? — E leggeremo il patto fiatale dove è scritto: «E colui Che lo tradì aveva dato loro il segnale, dicendo} Quegli ohe io bacio 6 desso: pigliatelo».
L'abbandono,«Tutti i discepoli, abbandonatolo, se ne fuggirono»: è detto in S. Matteo del Redentore del mondo, il quale fu la vittima augusta del non intervento.Ed ecco oggidì il Vicario di Gesù Cristo nello stesso abbandono conciossiaché le nazioni cattoliche parte per connivenza, parte per paura lo lasciano in balìa de' suoi nemici. I Potenti della terra che dovevano proteggere il Papa, come i Discepoli nell'orto, invece di vegliare, si addormentarono, «imperocché gli occhi loro erano aggravati». E quando i rumori della guerra vennero a destarli dal sonno, impauriti, corsero a nascondersi nel covo tenebroso dellaneutralità((69)).
Da Pilato ad Erode. E Pio IX fu condotto nel Concilio, dove erano radunati i suoi nemici, e tutto il Concilio cercava false testimonianze per condannarlo Il conte di Cavour l'accusò, e Villamarina con lui: e furono i due testimoni; che trovaronsi per perderlo. Ma il Papa, come Gesù, si taceva. E parecchi gli dissero: — Non rispondi nulla a quello che questi depongono contro di te? — E Pio IX in silenzio.
Intanto il conte Walewski finse di lavarsene le mani; e il suo successore, Thouvenel, più d'una volta disse: — Io sono innocente del sangue di questo Giusto: pensateci vol. — Laddove gli Inglesi protestanti, come Erode, beffarono il Vicario di Gesù. E nel giorno della sua passione Francia e Inghilterra divennero amiche, conciossiaché per lo innanzi fossero nimicissime fra di loro.
La corona di spine. Alcuni mesi fa i cattolici di Liraborgo presentarono a Pio IX un indirizzo coperto da 80,000 firme, e sul frontispizio del prezioso volume era una bellissima miniatura, opera del celebre Schoofs, rappresentante Maria Santissima che leva dalla fronte del Santo Padre una corona di spine, e ci mette invece una corona di rose.
Pio IX nel ricevere il volume pose il dito su quest'emblema, e disse: «La corona di rose non è della vita presente: quaggiù bisogna portare la corona di spine». Poi sorridendo amorevolmente soggiunse: «Talora tra queste spine si trovano le rose, e certo, signori, la vostra deputazione, organo dei cattolici del Belgio così devoti e generosi, è una bella rosa in mezzo alle mie spine».
Fortunati coloro che poterono consolare il Santo Padre in mezzo alle sue afflizioni! Guai invece a que' tristi che ne punsero l'augusta fronte, e la circondarono d'una corona di tormenti!
Quelle spine si rivolgeranno tardi o tosto contro di loro, e si conficcheranno terribili nel loro cuore.
Ecce Homo. Ridotto Pio IX alla miseria, spogliato delle sue città, abbandonato da' suoi amici, viene ora mostrato alla plebe in mezzo agli insulti ed alle bestemmie. Alcuni fingendo di piegare il ginocchio innanzi a lui lo deridono; altri gli sputano addosso, prendono la canna che gli hanno posto ora le mani e lo battono nella testa; e v'ha pure chi lo schiaffeggia, e poi lo sfida ad indovinare chi l'ha percosso. tu che distruggi il tempio di Dio e lo rifabbrichi in tre giorni salva te stesso: se sei figliuolo di Dio scendi dalla croce: — dicevano beffardamente i giudei a Gesù Cristo, ed ora lo ripetono i tristissimi cristiani al suo Vicario. —
Il Papa ha salvato l'Europa dalla barbarie e non può salvare se stesso — Ha confidato in Dio: lo liberi addesso se gli vuol bene.
Le pie donne. In mezzo agli insulti ed agli scherni non mancano però le anime buone che consolano il Santo padre, e piangono sulle sue sciagure. E Pio IX dice loro come il Nazzareno, di piangere sulle sciagure de' proprii figli. Egli pure ne piange ed ba detto al mondo cattolico nella sua Enciclica del 19 di gennaio del 1860,quanto fosse profondamente afflitto vedendo la perdita di tante anime.
Ogni Papa, il giorno in cui è creato Papa, osservava un Vescovo francese, piglia le viscere di padre. Pio IX era Padre prima ancora d'essere Papa. È il miglior cuore nella peggior epoca, come bellamente lo definì uno spagnuolo((70)). Pio IX piange e invita a piangere, ma sui mali che sovrastano all'Italia, su tanti cristiani che precipitano negli abbissi, sui pericoli che corrono i popoli ed i governi.
Quanto a sé Pio IX non teme. Non ba guari, il giorno di San Patrizio, diceva agli allievi del collegio irlandese in Roma: Voi compatite le mie sofferenze, ma nella vita del vostro Santo protettore io trovo ch'egli Tu schiavo tre volte, e tre volte la mano di Dio lo liberò dalla schiavitù. La Chiesa non fu liberala tre volte soltanto, ma mille e mille volte. Mille e mille volte fu assalita dai potenti, perseguitata dalle passioni, conculcata dagli uomini; ma in mezzo a tutti questi tormenti essa era libera, perché nelle mani di Dio, che non ha mancato mai di convertire in trionfo ciascuna delle sue umiliazioni».
La spogliazione sul Calvario. Gesti Cristo portava la sua veste inconsutile, che era cosatemporale, e ne lo spogliarono, e se la giuocarono a' dadi. Il Papa è la persona continuata di Gesti Cristo, e mentre nella sua essenza spirituale non può venire offeso e spoglialo, può esserlo bensì in tutto ciò che ha di umano e temporale. E coloro che sotto questo aspetto ne conculcano i diritti e se ne appropriano i beni, sono rei di gravissima colpa, e non offendono solo il Re, ma il Papa, come quelli che, spogliando il Nazzareno, non offesero solo il figlio dell'Uomo, ma il figlio di Dio fatto uomo.
I ricchi e i nobili imitino l'esempio di Giuseppe d'Arimateavir nobilis et ipse dives,che ravvolse nella Sindone il nudo corpo del Redentore, e che versò in abbondanza il balsamo sulle sue ferite. Ci volea un gran coraggio in quel pio, ma l'ebbe; e il Vangelo ci dice che:audacter introivit. IlDanaro di San Pietro è la Sindone in cui dobbiamo ravvolgere Pio IX. Avanti, o ricchi! Avanti, o cattolici: con coraggio e generosità soccorriamo il nostro Santo Padre, il Vicario di Gesti Cristo 1
La crocifissione. Tra le profezie sui Papi attribuite a S. Malachia, Arcivescovo d'Armagh in Irlanda, quella che riguarda Pio IX èCrux de Cruce,e vuol dire che questo Pontefice porterà unacroce doppia. E senza attribuire alla profezia maggiore importanza di quella che meriti guardando unicamente a' fatti, veggiamo che Pio IX ha portato la doppia croce: l'una gliel'ba poeta sulle spalle Mazzini nel 1848, e l'altra Cavour ai nostri giorni. E Pio IX è pronto a sopportare tutti questi patimenti «aspera quaeque et acerba perpeti ac vel ipsam e animam ponere, antequam Dei, Ecclesiae ac iustitiae causam ullo modo de seramus».
Ma Cristo elevato da terra trasse ogni cosa a se stesso; e Pio IX procaccerà alla Chiesa un segnalato trionfo colla grandezza de' suoi patimenti e coll'eroismo delle sue virtù. Verrà tempo, in cui coloro che lo rinnegano, si picchieranno il petto, e diranno: veramente era costui il Vicario di Gesù Cristo!
Quando sarà oscurato il sole della verità, e i popoli cammineranno nelle tenebre e nelle ombre della morte; quando tremerà la terra, e crolleranno i troni((71)); quando la guerra passerà dalle pubbliche alle private sostanze, ed alle invasioni succederanno le invasioni; quando l'Italia, questa nuova Gerusalemme, dovrà pagare la pena dei auoi errori e de' suoi delitti, allora ascolterete che solenni rimproveri, che grandi rammarichi, che preziose confessioni!
La risurrezione. Il Papa è immortale: egli vive insultato tra la sua gloria passala e la sua gloria futura, simile a Cristo crocifisso, in mezzo al tempo, tra il giorno della creazione e il giorno del giudizio universale. Taluno crede giunto l'ultimo momento del Papato, e ne prepara i funerali: ma vi hanno funerali, che esalano un odore di vita.
Giunta l'ora scritta nei decreti della Provvidenza, voi vedrete il Papa risorgere più glorioso che mai, lo vedrete sbaragliare le guardie che lo custodiscono, e rompere i sigilli con cui la diplomazia cercasse di munire la pietra del suo sepolcro.
Ai nemici di Pio IX noi possiamo dire colle parole del tragico francese
Qù le conduisez-vous? — À la morti À la gioire!
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(Pubblicato l'11 novembre 1860)
Dimolti esublimidolori soffre il nostro Santo Padre, PioIX,questo martire generoso e intrepido della giustizia, della verità e dell'amore, e molti e gravissimiancora gliene tengono In serbo snaturati e ingratissiml Italiani.
Grande dolore fu per Pio IX vedersi perseguitato dai ministri di Casa Savoia; grande dolore riconoscere l'Ipocrisia di coloro che se gli protestavano amici e leali protettori; grande dolore veder tolto a brano a brano alla Chiesa il suo patrimonio: grande dolore sentire tagliato a pezzi l'esercito de' valorosi cattolici accorsi a difenderlo; grande dolore vedere eccitati i propri sudditi alla ribellione, e ripagato colla più nera sconoscenza l'affetto del più benefico He, e del più tenero Padre; grande dolore vedere nelle sue provincie introdursi l'indifferenza, l'eresia, l'immoralità; grande dolore.... E chi può tutti annoverare i dolori di un Pontefice così barbaramente tormentato?
Ma sebbene tutti questi dolori sieno vivi e crudelissimi, il cuore del nostro Santo Padre ne soffre uno che tutti gli altri sorpassa, e ne strazia più vivamente l'anima benedetta. È il dolore che già sofferse Davide, vedendosi combattuto dal proprio figlio; Il dolore che patì Cristo Gesti quando fu tradito dal proprio discepolo; dolore ohe doveva essere riservato al suo Vicario, e fu eroicamente sopportato da Pio VII, e che oggidì sopporta con eguale eroismo il suo successore Pio IX.
Questo ineffabile dolore manifestava Davide nel salmo cinquantesimo-quarto: — Se il mio nemico m'avesse maledetto, avrei pur voluto sopportarmelo in pace. E se colui che m'odiava avesse agguzzato contro di me la sua lingua, forse mi sarei tolto alla sua presenza. Ma tu, uomo che avevi un sol cuore con me, ch'eri nel novero de' miei condottieri, de' miei famigliari, che ti cibavi dolcemente conme, che camminavi al mio fianco nella casa del Signore! —
Le quali parole ripetute poi dal Redentore del mondo, passavano in bocca ai Romani Pontefici Spesso traditi da quegli ecclesiastici che loro dovevano maggiore affetto e fedeltà. Pio VII poté indirizzare a parecchi la davidica lagnanza.
Quando nel 1809 «l'appetita Roma venne in mano di colui che ogni cosa appetiva», come si esprime Carlo Rotta, fu imposto agli ecclesiastici il giuramento di fedeltà a Napoleone I. Moltissimi, anzi l'immensa maggioranza ricusò il giuramento ma pure alcuni giurarono. Tra' Vescovi rifiutarono di Ritirate quei di Terracina, Sezze, Piperno, Ostia, Velletri, Amelia, Telni, Acquapendente, Nocera, Assisi, Alatri. I gendarmi se li pigliarono, e chi in Francia, chi a Torino, chi a Piacenza, chi a Fenestrelle furono condotti.
Ma giurarono invece fedeltà al Bonaparte i Vescovi di Perugia, Segni, Anagni. Aveva giurato anche il Vescovo di Tivoli, però pentitosi ben presto, e condottósi a pontificare nella chiesa del Carmine, il giorno di S. Pietro, Con multe lagrime foce dopo il Vangelo la sua ritrattazione, e venne ghermito dai bitti, Condotto a Roma e carcerato alla Minerva.
I canonici de' Capitoli di San Giovanni e di San Pietro in Roma tutti ricusarono il giuramento, salvo Vergani e Doria: quei di Tivoli e di Viterbo, tre soli eccettuati, giurarono. Giurarono quei di Subiaco ad istigazione dei Tivolesi, ma poi si ritrattarono. Non vollero giurare i canonici di Canepitta e di Cori, e caddero in mano a' gendarmi.
Dei tanti parroci di Roma tre soli giurarono, quei della Traspolitina, di Santa Maria del Carmine fuori di Porta Portese, della MadonnadellaLuce inTrastevere; i renitenti furono portati via, o se infermi ed Impotentiall'esilio, serrati in San Callisto.
Sicché Pio VII, se ebbe a gioire della fedeltà di molti, ebbe pule a rammaricarsi del tradimento, o meglio, della debolezza di pochi, e dire a ciascun di loro: Tu uomo, che avevi un sol cuore con me, che eri nel novero de' miei condottieri, de' miei famigliari!
Ora tocca a Pio IX patire questo dolore acerbissimo. Parecchi preti in Sicilia, a Napoli in Lombardia l'angustiarono!Trepreti della nostra Camera dei Deputati votarono contro di lui, e non contenti di votare in segreto, applaudirono in pubblico! A Bologna un canonico se gli dichiarò avverso con gran giubilo dei rivoltosi. A Pisa un prete Gigli tenne co' tristi, e ne fu ripagato come meritava.
Ma tra tutti chi si segnalò di vantaggio nell'addolorare Pio IX fu testà il canonico Paolo Spinucci già Vicario Generale della diocesi di Pesaro. Egli non contento di votare contro il Papa ne rigettò pubblicamente, solennemente il dominio come contrario allo spirito ed alla lettera del Vangelo, e perciò infausto agli interessi della religione; come impotente a reggere con prosperità la cosa pubblica».
Era un dire al Papa, al Vicario di Gesù Cristo: — Voi siete un empio Voi rinnegate il Vangelo; Voi combattete il Cattolicismo. — E questo Io disse à Pio IX il canonico Spinucci! 0 Santo Pontefice, quanta ragione avete Voi di ripetere: Se il mio nemico m'avesse maledetto, avrei pur voluto sopportarmelo In pace! Ma tu, o uomo, che avevi un sol cuore con me, ch'eri nel novero dei miei condottieri, de miei famigliari; tu....
Il canonico Spinucci prima di recarsi ad accusare presso il Concilio la Santità di Pio IX, e di tanti Santissimi Pontefici che lo precedettero, come rei dì lesa religione, diviolalo Vangelo, scrisse una lettera al Vescovo di Pesaro, rassegnandogli l'ufficio di suo Vicario Generale.
Egli sentì di non meritare più d'essere ammesso alla presenza del Prelato, egli confessò cdi non aver mai lasciato scorgere certi suoi sentimenti ed opinioni, manifestando poi d'un tratto una suaconvinzione profonda, una sua caritàardentissima verso l'Italia. Carità singolare, che potà restare nascosta per tanto tempo, mentre è proprio digli affetti il riprodursi esternamente!
Noi pubblichiamo più innanzi questa lettera dello Spinucci, e terremo dietro diligentemente agli atti suoi. Oh potesse egli mostrare la forza del Vescovo di Tivoli! Quanto bene provvederebbe ai suo onore quaggiù, e alla sua sorte altrove!
Basta, compatiamo al grande dolore che costui ha recato al nostro Santo Padre, dinunziandolo comenemico del Vangelo!Deploriamo uno scandalo così grave, e procuriamo noi di mostrarci sempre più fedeli, devoti, affezionati a Pio IX, affinché l'affetto nostro e la nostra fedeltà compensino i traviamenti altrui, e consolino alquanto l'addolorato Pontefice.
Sì, Padre Santo, se parecchi figli vi tradiscono, più altri vi si mantengono obbedienti e fedelissimi. Se la debolezza vostra è cagione di scandalo a' codardi, per noi è argomento d'affetto e devozione sempre maggiori. Voi ci siete tanto più caro, quanto più perseguitato. Segua chi vuole i potenti, noi stiamo col Padre nostro. Voi non ci potete dar nulla, perché voi stesso abbisognale del 'Obolo di S. Pietro. Ebbene, appunto perciò difendiamo la vostra causa con più grande impegno, sentendo purificato pienamente quell'affetto santissimo che ci accende il cuore.
(Pubblicato il 16 novembre 1860)
«E cominciarono alcuni a sputargli addosso, a velargli la faccia e a dargli dei pugni dicendogli: profetizza, e i ministri lo schiaffeggiavano (S. Marco, cap. XIV, vers. 65.
Pareva difficile che i rivoluzionari sapessero inventare ancora nuovi insulti per affliggere l'animo del Santo Padre; ma l'odio che recano al Vicario di Gesti Cristo è così fecondo in ripieghi, che suggerì loro un nuovo scherno da gettare in faccia all'addolorato Pontefice. Come i giudei deicidi gli sputacchiarono in volto!
LaPerseveranzadi Milano e laNazionedi Firenze pubblicarono contemporaneamente una pretesa corrispondenza di Roma, riferita il 14 novembre dall'impero e dallaGazzetta di Torino, giornali cavouriani tutti quattro, secondo la quale corrispondenza «proseguono le trattative tra il conte di Cavour e il
Cardinale Antonelli intorno alla rinuncia del potere temporale. Il conte di Cavour offre al Papa una rendita annua di un milione di scudi e 10,000 a ciascun Cardinale con la dignità di senatore del regno. Queste proposte,rigettate dapprima con disprezzo, troverebbero adesso un poco più di favore». Così laNazionedi Firenze; e laPerseveranzaripete sottosopra lo stesso.
Ora noi diciamo che queste notizie, oltre all'essere una solennissima assurdità, oltre al dimostrare che i giornali pubblicandole tengono i loro lettori in conto di capocchi e d'imbecilli, riescono eziandio ad un villano insulto contro il grande Pio IX.
Per restarne convinti basta ricordare ciò che disse il Santo Padre nella sua bellissima Allocuzione del 19 di gennaio 1860. Egli manifestò all'universo che «nulla lascia d'intentato per sostenere con fortezza la causa della religione e della giustizia e difendere e conservare costantemente integro ed inviolato il civile principato della Romana Chiesa e i suoi temporali possedimenti e diritti, che appartengono all'Orbe Cattolico».
Soggiunse il Pontefice che questo erasuo gravissimo dovere, e protestò di essere disposto «a seguire le illustri pedate de' suoi predecessori, ad emularne gli esempi, a tollerare ogni acerbità ed amarezza, a lasciarci la vita(ipsam animam ponere)piuttosto che abbandonare in qualsiasi modo la causa di Dio, della Chiesa e della giustizia».
Dopo tali proteste offrire al Papa danaro perché rinunzi ai diritti della Chiesa, e dire ch'egli entra in trattative, è offenderlo, è schernirlo, è spulargli in volto.
Il Papa ha dichiarato di essere obbligato(prò gravissimi ufficii nostri debito) a non lasciar togliere un palmo solo del patrimonio della Chiesa. Chi dice che il Papaentra in trattativesu questo punto, afferma che sta in forse se debba fallire al debito suo, epperò l'ingiuria e gli sputa sul volto.
Il Papa ha dichiarato che il suo Principato civile appartiene al mondo cattolico(ad universum catholicum orb'em pertinet). Chi afferma che vuol cederlo per un milione di scudi, viene a dire che è custode infedele, e cerca alienare il fatto altrui' epperò l'offende e gli spula sul volto.
Il Papa ha dichiarato di voler mantenereintegroedinviolatoil Patrimonio della Chiesa. Chi suppone che egli oggidì entri a parlare di rinunzia, insinua che Pio IX voglia venir meno ai suoi propositi ed ai suoi giuramenti, ed empiamente lo schernisce e gli spula sul volto.
Il Papa ha dichiarato di volerseguire le vestigia ed emulare gli esempidei suoi predecessori, i quali ad ogni costo difesero l'integrità del proprio civile Principato. Chi scrive adunque che Pio IX entra in trattative per rinunziarvi, vuol far credere che il regnante Pontefice sia degenere dai suoi predecessori, epperò lo svillaneggia e gli sputa sul volto.
Il Papa ha dichiarato di voler piuttosto morire, che sacrificare il dominio temporale. E dire oggidì ch'egli sta per cederlo mediante un milione di scudi, non è schiaffeggiarlo, non è sputargli sul volto?
E quando cesserete una volta, o figli snaturati, di tormentare il nostro Santo Padre? Non siete contenti d'averlo spogliato, d'averlo ridotto alla miseria? Perché lo tormentate ancora colla calunnia, e colla peggiore delle calunnie, insinuando ch'egli, per ragioni di danaro, voglia sacrificare la causa della Chiesa e della giustizia?
Copie? Pio IX per un milione di scudi rinunzia il dominio temporale? Quel Pio IX che nel 1848 per ragioni di coscienza ba rifiutato tutta l'Italia, ette la rivoluzione gli offeriva! Quel Pio IX che da due anni ha sofferto la perdita di milioni e milioni di scudi per restar saldo nell'adempimento de' suoi doveri! Quel Pio IX che con tanta forza resiste alle promesse ed alle minaccie del Bonaparte, non temendo e non isperando nulla che da Dio!
Ab! i giornali del conte di Cavour non credono quello che dicono. Essi hanno stampato scientemente una menzogna, ma l'hanno stampata per contristare il Papa, per ischiafleggiarlo, per isputargli sul volto. Il conte di Cavour, quantunque audacissimo, non ba mai osato, non oserà mai di offerire al Papa un milione di scudi, perché rinunzi a' suoiincontestabili diritti,e venga meno alla Sua parola ed a' suoi giuramenti. E se la baldanza del conte di Cavour, giungesse fino a questo punto, Pio IX gli risponderebbe colle parole di San Pietro? Pecunia tua tecum sii in perditionem!
(Pubblicato il 18 novembre 1860)
Nel 1847 Vincenzo Gioberti diceva a Pio IX: «Che possono i despoti e gli Imperatori con le loro armi brutali, e le ambascerie frodolente? Più prova una vostra parola, che un esercito; più vale il suono della vostra voce per eccitare negli animi la speranza e il terrore, che il fragorìo delle armi o il fremito, delle battaglie. E non solo è potente il nome del vostro grado, ma eziandio quello della vostra persona, perché esso ricorda molte antiche glorie, che voi vi apparecchiate non solo a pareggiare, ma a vincere((73))».
E Vincenzo Gioberti fu buon profeta; e il regnante Pontefice Pio riunì in sé tutti i patimenti e tutte le virtù, tutte le persecuzioni e tutto l'eroismo degli altri pontefici di questo nome che lo precedettero. Ed in conferma di ciò sarà bene passare in rivista i Pontificati degli otto Pii, paragonandoli con quello di Pio IX.
S. PioI. Il primo Pontefice che portasse il nome diPiofu successo del Papa S. Igino nell'anno 142. Era un italiano ed è venerato come martire. Tillemont pretende che non fosse ucciso, ma che i combattimenti dovuti de lui sostenere equivalessero al martirio, Laddove il Fontanini nella sua Storia letteraria d'Aquilea dimostra che realmente fu passato a 61 di spada.
Pio IX è successore di S, Pio I, e soffre un vero martirio, colla differenza che non sono i pagani che l'uccidono, sibbene i cattolici, i suoi figli! Egli può dire con S. Paoloquotidie morimur;ogni giorno se gli fanno soffrire nuovi tormenti) è martire della clemenza, martire della bontà, martire della giustizia, martire del suo affetto all'ingratiasima Italia.
Pio. Grande Pontefice fu Enea Silvio Piccolomini, e nel suo Pontificato due fatti principalmente risplendono. l'opposizione che trovò in Francia e riffe differenza con cui l'Europa accolse le sue proposte di guerra contro il Turno, i seguaci di Maometto stavano per soperchiare la cristianità, e i Principi cristiani sonnecchiavano. Pio II non riuscendo a scuoterli colla forza delle parole, tentò di muoverli colla virtù dell'esempio. Apprestò una flotta a spese della Chiesa, ed egli stesso recossi in Ancona per imbarcarsi e passare in Asia. Ma Dio dispose altrimenti, e sul punto di partire, sopraffatto dalla fatica, lo zelante Pontefice moriva il 16 agosto del 1464.
Pio IX è successore di Pio U; egli trova in Francia quelle grandi opposizioni, quella sorda guerra che tanto contristarono il Piccolomini: egli trova in Europa la stessa freddezza, la medesima indecisione contro{'Islamismomoderno. Ancona, quell'Ancona dove Pio li morì, quando stava per muovere egli solo in difesa dei Principi europei minacciali tutti in un fascio dalla Mezzaluna, fu bombardata sotto Pio IX, e l'Europa, osserva il generale di Lamoricière, l'Europa non mandò nelle sue acque una sola vela per confortare almeno colla sua presenza i difensori del Papa!
Pio IIInon ebbe che soli ventisei giorni di Pontificato. La sua morta, dica il Muratori «fu gran perdita per la religione, L'integrità della sua vita in tutti gli anni addietro, la sua prudenza e il suo zelo facevano sperare dei grandi vantaggi alla Chiesa.. Abborriva la guerra,«nonmeditava senonconsigli di pace».
E Pio III fu redivivo in Pio IX nello zelo, nella prudenza, nell'amor della pace. Oh quanto fece, quanto patì questo Re pacifico! Meditò consigli di pace nel 1849, e s'attirò contro le ire della rivoluzione! Non benedisse la guerra della Crimea nel 1853, ben prevedendo che quella non era guerra in favor della Chiesa, ma diretta piuttosto a prepararle grandi guai e sciagure. Scongiurò la guerra nel 1859, licenziando dagli Stati Pontificii i Francesi e gli Austriaci che n'erano il pretesto. Soffrì in pace la perdita delle Romagna piuttosto che suscitare in Italia nuove cagioni di guerra. Ed in ultimo il Re pacifico fu assalito in casa sua in quella maniera che tutti sanno.
Pio IVcominciò il suo Pontificato nel1559col perdonare ai nemici del suo predecessore e della S. Sede. Riprese con molto atto la celebrazione dal Concilio di Trento, ch'era stata sgraziatamente sospesa, e lo vide condotto a termine, e pubblicò la Bolla che ne confermava i decreti. Si dee a lui l'istituzione di Seminari, opera di tanta importanza per la Chiesa, che fe' spargere lagrime di consolazione ai Padri Tridentini. Abbellì Roma di parecchi edifizi pubblici, e non fu immune da pericoli per l'opera d'insensati che attentarono alla sua vita.
Se il Concilio di Trento onora la memoria di Pio IV, un altro Concilio onora e onorerà eternamente il nome di Pio IX ed è quella riunione di Vescovi, avvenuta in Roma nel 1854, quando dal regnante Pontefice fu proclamato il dogma dell'Immacolata Concezione. Del resto Pio IX fu clemente come Pio IV, come lui attese all'istruzione del Clero, ne moltiplicò i Seminari, stabilì in Roma quel Seminario Pioche già fu e sarà sempre alla Chiesa di maggior vantaggio, adornò Roma di tanti monumenti e musei che ornai ogni via ne ricorda un benefizio, e patì e continua a patire le cospirazioni degli ingrati.
S. Pio l’è una gloria del Piemonte, e cui appartenne per nascita. Dall'Episcopato di Mondovì egli passò alla cattedra di S. Pietro. Suggerì, promosse, aiutò efficacemente contro il Turco una lega dei Potentati cristiani, e, più felice di Pio II, vide il suo disegno compiuto da una grande vittoria, e rinnovò nella moderna Roma gli spettacoli trionfali dell'antica. Divotissimo di Maria, vinse per lei a Lepanto e salvò l'Europa. Ebbe le virtù di un Santo, e le prerogative di un gran Principe, e quando morì il sultano Selim, ordinò per tre giorni in Costantinopoli pubbliche e solennissime feste.
L'Europa ba ripagato e ripaga tristamente dei vantaggi della battaglia dì Lepanto il successore di S. Pio V. Mentre il Turco trovò tre Potenze cristiane che profusero l'oro e il sangue per difenderne laintegrità dell'Impero, Pio IX vede quelle stesse Potenze cospirare per togliere a lui il Principato. Ma l'intrepido Pontefice non se ne spaventa. Sta con lui quella Vergine potente e terribile come una ben ordinata falange che vinse a Lepanto. Col suo aiuto egli uscirà trionfante dalla lotta tremenda che combatte oggidì contro la rivoluzione. I Turchi moderni lo credono morto, e fanno festa; ma non tarderanno ad accorgersi quanto sia duro cozzar contro Roma.
Pio VI. Quando il Braschi prese il nome di Pio, disse: «Pio l’è l'ultimo Papa che la Chiesa abbia messo nel novero dei Santi; vorrei camminare sulle sue traccia e giungere alla sua beatitudine». E vi giunse col martirio, e oggi dice tra Beati: «E venni dal martirio a questa pace».
Pio VI peregrinò a Vienna per convertire un tristo Imperatore e un perfido ministro. La barca di S. Pietro allora faceva acqua da tutte le parti, secondo la frase di Federico II, e i Principi empi e codardi l'abbandonavano. Poco dopo ecco che «les Rois n'ont plus de tròne oti Dieu n'a plus d'autel! ((74))».
La rivoluzione volevascattolicizzarela Francia, come dichiarava Mirabeau((75)), epperò tolse a Pio VI il regno e la libertà, e più tardi anche la vita. Il Pontificato di Pio VI fu da lui stesso riepilogato in una medaglia che rappresentava Cristo avviato al Calvario colla Croce sulle spalle. L'esergo diceva:Factus est Principatus super humtrum eius.
Lo stesso può ripetersi di Pio IX. Egli regna per la Croce, colla Croce, sulla Croce. Quella medesima rivoluzione chea detta di Kaunitz,durerà lungo tempo, crocifigge ora Pio IX dopo di avere crocifisso Pio VI.
Ma ciò non serve che per rinnovare al mondo due grandi spettacoli: lo spettacolo vergognoso della slealtà, dell'empietà, della barbarie de' rivoluzionari, e lo spettacolo sublime della rassegnazione, della pazienza, della costanza del Vicario di Gesti Cristo.
Pio VIIè il Pontefice vincitore della rivoluzione. La storia del Papato presenta un'alternativa di umiliazioni e di glorie, di apparenti disfatte, e di finali trionfi; e quest'alternativa si è appunto quella che ne chiarisce la divinità.
Sotto il Direttorio, Laréveillière-Lépaux, l'inventore della teofilantropia, lagnavasi del meschino risultsto del nuovo culto. — Volete un buon consiglio? gli disse un giorno Talleyrand — Volontieri — Ebbene morite il venerdì, e risuscitatela domenica. —
Ma ciò non è dato alle istituzioni umane, ed è proprio solo del Papato, che ba i suoivenerdìe le suedomeniche. E la domenica giunse per Pio VI!; ed egli, useremo le parole di Vincenzo Gioberti e mostrò col proprio esempio l'onnipotenza morale del Pontificato, poiché vinse inerme e disarmò colui che imbrigliava e schiacciava il mondo colle arti della sua politica, e col peso delle sue armi».
E questadomenicasta per sorgere anche per Pio IX, il qualedisarmeràquell'uomo redivivo, coll'invincibile fermezza della sua coscienza; e l'ha fin d'ora già vinto, obbligandolo a nascondere i suoi pensieri, a rinnegare apparentemente ciò che forse approva in suo cuore.
Pio VIIIebbe breve, ma pur glorioso Pontificato. Durante il conclave al rappresentante della Corte di Francia che gli ricordava il bisogno di conciliare le idee antiche colle opinioni moderne, rispondeva: «Il S. Collegio conosce la difficoltà dei tempi; ma, pieno di confidenza nell'Onnipotente, spera che questi metterà una diga allo sfrenato desiderio di sottrarsi da qualsiasi autorità. Ogni ordine di società e di potenza legislativa venendo da Dio, la sola vera fede cristiana può rendere sacra l'obbedienza. Il nuovo Pontefice regolerà la sua condotta secondo il Vangelo, che è la sola vera scuola di un buon governo».
Mosso da questi principii, Pio Vili cominciava il suo regno con un'Enciclica, in cui rivelava le arti della rivoluzione, e metteva in roano a' cattolici le armi per combatterla. Fu vigilante e inesorabile contro le società segrete, che tentavano di sconvolgere Roma, la testa ed il cuore dei mondo. Mostrassi zelantissimo difensore della libertà della Chiesa, e proclamò in un Breve chela Chiesa è libera per istituzione divina. Prudenza e fermezza, ecco le due belle virtù che risplendettero in Pio VIII((76)).
E prudenza e fermezza sono le virtù di Pio IX. A chi gli volle imporre il Codice di Napoleone, rispose che il Papa ha per Codice il Vangelo.
A chi pretese da lui il sacrifizio della propria coscienza, rispose come Cristo a Satana, che lo tentava dopo averlo affamato. E prudenza e fermezza sono le virtù di Pio IX. A chi gli volle imporre il Codice di Napoleone, rispose che il Papa ha per Codice il Vangelo. A chi pretese da lui il sacrifizio della propria coscienza, rispose come Cristo a Satana, che lo tentava dopo averlo affamato. A chi cercò d'incatenare la Chiesa nella persona del suo Capo, ornai fece capire che Pio IX può essere ucciso, non può essere incatenato.
Laonde noi veggiaroo tutte le antiche gloria dei Pii rinnovate in Pio IX. Egli martire come San Pio I; egli, combattuto dalla Francia ed abbandonato dall'Europa come Pio II, non si perde d'animo e fa fronte alla rivoluzione; egli amico della pace come Pio III; egli difensore e glorificatore della fede come Pio IV compie il Concilio di Trento colla definizione dell'Immacolata; egli vincitore del moderno islamismo come San Pio V; egli crocifisso come Pio VI; egli trionfante dell'ipocrisia e della forza brutale come Pio VII; egli sostenitore della politica del Vangelo e della libertà della Chiesa come Pio VIII.
Noi proviamo una vera soddisfazione nel far valere gli scritti dei nemici del Papa a sua gloria; epperò termineremo questo articolo, conchiudendolo colle parole di Vincenzo Gioberti, con le quali l'abbiamo incominciato, dicendo a Pio IX: e La gloria che il Cielo v'apparecchia, è dunque unica; e come oggi diciamo Gregorio, Giulio, Innocenzo, Leone, senz'altro, per significare l'individuo che più illustrò ciascuno di questi nomi, così verrà tempo che per richiamarvi al pensiero dei popoli riconoscenti basterà che ai pronomi il nome di Pio((77))».
(Pubblicato il 25 novembre 1860)
Il protestantismo, rimettendo la regola del credere ai vaneggiamenti dell'umana ragione, non tardò a degenerare in aperto anticriatianesimo, e dopo di essersi ribellato all'autorità della Chiesa, giunse a spacciare per una favola l'esistenza medesima di Gesù Cristo.
Chi ignora le scandalose teorie dei protestanti razionalisti della Germania? Venne Kant, e disse che Cristo era la perfezione ideale dell'umanità. Hegel affermò che l'uomo-Dio era la figura dell'unione del finito e dell'infinito nell'uomo. Secondo Fichte, la parola si fa carne come in Gesti, in ogni uomo che comprende la sua unità ton Dio. A detta di Schelling, l'Uomo Cristo è il punto culminante dell'esistenza umana della Divinità. Strauss spacciò per un'invenzione la storia evangelica, riconoscendovi tuttavia qualche po' di vero. Krugg provò ohe Strauss era inconseguente, e prenunzio un miticista più ardito che avrebbe riconosciuto come un mito tutti i documenti del Cristianesimo. Feuerbach non volle riconoscere altro Cristo che l'umanità, e finalmente giunse Massimiliano Stirner che disse: «IlCristo-umanità come il Cristo storico sono un'invenzione dei Cappuccini».
In messo a queste aberrazioni si conservò tuttavia in Germania un drappello di protestanti dotti e pii, i quali gelosamente custodirono la fede in Gesù Cristo e nei dogmi principali del Cristianesimo, e ai dissero protestantipositiviin quanto ohe, rigettando alcune verità cattoliche, ne conservano molte altre a differenza dei semplici protestanti che ogni cosa rigettano e cadono nel puro razionalismo senza più riconoscere nessun elemento sopranaturale.
Ora codesti protestantipositiviriconobbero come la rivoluzione fosse essenzialmenteanticristiana, e combattendo il Papa, combattesse non solo il Cattolicesimo ma anche quella partepositivadel Cristianesimo, che parecchi protestanti ritenevano. Sicché confessarono di correre co' cattolici i medesimi pericoli, sostennero ne' loro giornali la causa del Papa, combatterono i principii Sovversivi della demagogia, e trovarono di potersi riunire co' cattolici nel far testa all'avversario comune che cercava spiantare dalla società ogni elemento cristiano,
A tal fine molti protestanti e cattolici di Germania, il giorno SI e 2$ di settembre, tennero una conferenza in Erfurt collo scopo di potersi meglio intendere; e sullo scorcio di ottobre doveano avere una seconda conferenza per con durre a buon termine i loro accordi; i quali non sarebbero già fondati sul principio dell'indifferenza religiosa, come gli accordi precedentemente tentati da parecchi utopisti, ma sul pericolo comune, e sul comune nemico. La grazia di Dio poi farà il resto, e la discussione mostrerà ai protestantipositiviche non si può essere cristiani a mezzo!
Importa assaissimo, tener dietro a questo movimento religioso che si mani festa in Germania, dove forse la Provvidenza vuol rifare il Cattolicismo delle perdite che patisce io Italia.
Già fin dal cominciare della lotta, un giornale protestante, intitolatoGiornale di Dresda, era pieno d'ammirazione pel Papa: e È inconcepibile, diceva, come in vista della debolezza della Germania verso l'Ovest, si possa ancora avere l'insolenza di disprezzare il Papato in un momento, in cui essospiega una forza di resistenza che ha dato da pensare anche al più forte»,
Il dottore Lecner nellaGazzetta ecclesiastica di Darmstadtvaticinava «che la guerra mossa al Papato colla violenza e coll'astuzia avrebbe tardi o tosto avuto la sua reazione, e che questa sarebbe più certa, quanto maggiori fossero i trionfi dei nemici del Papa».
Tra i diari protestanti laNuova Gazzetta di Prussiafu quella che sostenne più caldamente la causa di Pio IX: «Gli sforzi che si fanno oggidì contro la Chiesa, diceva essa, sono la migliore testimonianza in suo favore. I protestanti possono esserne gelosi. Queste persecuzioni sono anzi che una punizione divina, una distinzione in favore della Chiesa cattolica, che dee farci venire i rossori sul viso. Il nostre dovere è di considerarci come solidari colla Chiesa cattolica, tanto sotto il rispetto politico, quanto sotto il religioso a fronte della scellerata alleanza tra la rivoluzione smascherata e il dispotismo. Il medesimo diritto che protegge il patrimonio di San Pietro, protegge anche il presbiterio luteriano e il trono del re di Prussia.
Il marchese Napoleone Gioachino Pepoli, cugino di Napoleone III, tentò di convertirela protestanteNuova Gazzetta di Prussia, e renderla nemica di Pio IX, e le mandò una certa suamemoriaindirizzataalle Potenze ed ai governi d'EuropaLaGazzetta, ringraziando, il signor Pepoli e compaia, rispondeva: «Noi non abbiamo letto nulla di più bislacco, di più arbitrerò, di più leggiero. Questo documento è più insipido ancora del liberalismo mede Simo, più arbitrario, nelle sue ipotesi della stessa rivoluzione, più leggiere della passione che parla dall'alto della tribuna. Noi lasciamo da parte la qualità di capo della Chiesa cattolica, per non considerare nel Papa che la sovranità. Questi signori (Pepoli e compagnia) avrebbero potuto risparmiare la pena di esprimere fin dalla prima pagina illoro profondo rispettoversol'autorità spiritualedel Papa. Essi sono in rivoluzione contro il loro Sovrano, e noi crediamo che veggano di mal occhio come questo Sovrano nella sua qualità di capo della Chiesa romana siasi procacciato le simpatie di 200 milioni di cattolici. Le Romagne appartengono agli Stati ecclesiastici fin dal secolo XV. Oggidì l'alleanza francese ha offerto l'occasione di conquistarle coll'aiuto d'una rivolta che non ha ancora deposto i guanti gialli e gli stivali inverniciali, ma che finirà come le altre, dalla tribuna nel fango, dall'inchiostro nel sangue».
IlVolksblattdi Halle, organo de) protestantismo credente, sul rompersi della guerra contro il Papa diceva: Una sola Potenza ha raccolto il guanto gettato dall'Imperatore. Aspettiamo alle prove questa Chiesa cattolica per assicurarci se sia ancora una Potenza........ Possano le armi della Chiesa, sorella della nostra, essere quelle d'una cavalleria spirituale, alle quali venne promessa la vittoria».
E più tardi ilVolksblattammirava il Papa, ammirava l'Episcopato cattolico, ammirava principalmente l'Episcopato e il Clero italiano. «Ogni cristiano evangelico, diceva, dovrebbe sentire una specie di gelosia, vedendo tanti Vescovi, canonici e preti comparire coraggiosamente davanti i tribunali piemontesi per avere rifiutato di cantare unTe Deumdestinato a celebrare la...... il....... E quando adunque le nostre chiese incatenate al potere secolare vedranno dei consiglieri, dei conciatori, dei sopraintendenti e dei pastori consolarle con una simile confessione?».
Il celebre storico protestante, Enrico Leo, esaminando la presente guerra contro il Papa, osservava: «Egli è vero, che questa non assale se non quello che appartiene alla forma esteriore della Chiesa, esempligrazia, i beni ecclesiastici e la sovranità temporale del Papa; ma in realtà l'assalto è diretto contro la sua spirituale autorità. Imperocché pel mondo cattolico il Papa è il Vicario di Gesù Cristo. Si è dunque contro il regno di Gesti Cristo medesimo, che insorgono molti cattolici dei nostri giorni, quando si sollevano contro il potere del Romano Pontefice, fosse pure semplicemente il suo potere temporale. Chiunque non vuole il Papa, non vuole Gesù Cristo, ed i cattolici debbono optare tra questa alternativa: o ammettere il Papa e Gesti Cristo, o non riconoscere né l'uno né l'altro».
Dietro queste buone disposizioni dei protestanti positivi della Germania, si combinò, come abbiamo accennato da principio, la Conferenza d'Erfurt ch'ebbe luogo sul finire di settembre. Secondo ilFoglio Ecclesiastico della Marca, giornale cattolico che si pubblica a Berlino, i protestanti erano rappresentati alla Conferenza dal dottor Leo, dal professore di Berlino Rindewald, non ba guari ancora membro del ministero ecclesiastico, e da altripositivisti. Tra i cattolici si distinguevano il conte di Stolberg e l'ab. Michelis, redattore della rivista intitolata:La Natura e la Rivelazione. Sullo scopo di questa riunione, ecco una nota pubblicata dalla nuovaGazzetta Prussiana, e sottoscritta dal conte di Stolberg:
«La rivoluzione e l'anticristianesimo non solo si estendono, ma gettano ogni giorno più profonde radici.
«Noi prestiamo oggidì l'orecchio ad idee che ci avrebbero fatto schifo nel 1848. È tempo di riprendere coraggio; ma nessun coraggio avrà una solida base, se non è fondato sulla Chiesa. I protestanti e i cattolici Romani, non ostante la diversità di dottrine che ii separano, si sono uniti per la comune difesa de' loro beni più preziosi. In presenza del comune nemico essi formano un esercito di battaglioni distinti, è vero, ma solidarii.
«Questo pensiero e i procedimenti della rivoluzione in Italia, a disprezzo d’ogni giustizia, principalmente nelle sue aggressioni contro il potere più venerabile di quel paese, i cui diritti sono meno contestati, hanno indotto certi membri, d'accordo sull'appressamento morale di queste circostanze, a riunirsi il 21 e il 22 di settembre, affine di arrivare ad un accordo più preciso.
«Dopo d'essersi intesi sui punti essenziali convennero di riunirsi di nuovo verso la fine del mese di ottobre, colla speranza che tutti coloro i quali sottoscrivono ai loro voti, o hanno le medesime simpatie, verranno ad accrescere il numero dei membri di quest'assemblea.
«Coloro che presero l'iniziativa di un tale invito dichiarano formalmente che la futura assemblea non si riunirà in uno spirito d'indifferentismo religioso. Ciascuno conserverà il suo diritto, ma vuolsi sperare che ciascuno si sentirà inclinalo a deplorare, anche sotto il rispetto nazionale, i mali prodotti dallo scisma.
«Brauna, 9 novembre 1860.
C. conte diStolbesg».
Nè vengano a dirci non essere dunque vero ciò che noi abbiamo affermato altra volta che il protestantismo favorisce la rivoluzione, e viceversa. L'asserzione nostra è verissima, e ben lungi dall'essere infermata viene convalidala da ciò su cui presentemente discorriamo. Imperocché i protestanti che credono, e che non vogliono essere rivoluzionari, sono condotti ad avvicinarsi e collegarsi co' cattolici.
Per l'opposto i diari protestanti e razionalisti, come ad esempio laGazzetta di Vosse laGazzetta Universale Tedesca, levano altissime grida contro questo procedere de' loro correligionari; e vorrebbero che invece parteggiassero per la rivoluzione. Ma i protestanti credenti ancora in Gesti Cristo stanno pel Papa. Essi in Germania contribuiscono in gran numero alDanaro di San Pietro, essi sottoscrivono per una spada d'onore da offerirsi al generale Lamoricière, e le due prime sottoscrizioni furono fatte a Berlino da due protestanti', essi giunsero perfino a mettere in qualche tempio il busto incoronato del grande Pio IX.
La provvidenza di Dio permette per le sue ragioni i grandi dolori del Papa, le prove tremende che soffre la Chiesa. Ma persuadiamoci che saprà trarne un grande vantaggio per la Chiesa e pel Papa. Abbiamo mostrato altra volta come la Passione di Gesù Cristo si rinnovi oggidì in Pio IX. Or bene, morto il Redentore del mondo, l'anima suadescendit ad inferos, e ne liberò coloro che aspettavano la redenzione. Così Pio IX discenderà nelle ombre dello scisma e del protestantismo, e nel giorno del suo trionfo si trarrà con sè, come sublime trofeo, oltre gli Italiani pentiti, i scismatici e i protestanti rientrati in grembo della propria Madre. In Oriente quattro milioni di Bulgari, e in Occidente le Conferenze d'Erfurl stanno preparando queste spoglie opime al gran vincitore della rivoluzione, al glorificatore di quella vergine Immacolata, che ha ucciso ogni eresia.
(Pubblicato il 2 dicembre 1860)
Que faire pour le Pape?Questa domanda forma il titolo e l'argomento di un opuscoletto, scritto recentemente da uh illustre cattolico francese, il signor de St. Laurent, e pubblicato a Parigi dall'editore Charles Douniol, 29,rue de Tour noti. Non si può a meno di ammirare Io zelo e la costanza dei cattolici d'oltre Alpi. Essi noti hanno che un'ombra di libertà, versano in mezzo ai più gravi pericoli, si veggono circondati dagli empii e dai rivoluzionarli; ma non temono. 1 Vescovi in prima fila, poi i preti, in ultimo i laici predicano, scrivono, stampano, parlano, operano, combattono assiduamente in difesa della Chiesa e del Papa. Non si lasciano prostrarre dai sinistri avvenimenti, anzi ne traggono occasione di far di pili; né credono d'aver fatto abbastanza, quando resta tuttavia molto da fare. Inspiriamoci al loro esempio, al loro coraggio, al loro santissimo zelo, e facciam tesoro dei loro consigli.
Que faire pour le Pape?Chi è cattolico deve fare qualche cosa pel Papa, e nessuno può scusarsi colla ragione della difficoltà o dell'Impotenza. «La causa del potere temporale del Papa, osserva il signor de St. Laurent, nei momenti presenti è la causa del Papa medesimo: ne dipende il libero esercizio del suo potere Spirituale; Ma causa della Chiesa, la causa dello stesso Iddio: la ragione cel dice, e la parola del Vicario di Gesù Cristo cel conferma». Un vecchio adagio proclamava:Nella Causa dello Stato Ogni Suddito nacque soldato; ed egualmente nacque soldato ogni cattolico nelle sante battaglie della Chiesa militante.
Che fare adunque pel Papa! Tre cose, a detta del sig. di St. Laurent:pregare, dare, parlare: una di queste cose può fare certamente qualunque siasi cattolico. Il dotto puòparlare, il riccodare, e chi non è né ricco, né dotto, può fare ancora moltissimo collapreghiera. Svolgiamo questi tre punti sotto la scorta del nostro chiarissimo autore.
La preghiera. L'arma più potente del cristiano è la preghiera. Iddio, per concedere le sue grazie, vuol essere pregato; e non sa rifiutar nulla a chi divotamente e costantemente lo prega. Pregate, pregate, dicea il Redentore a' suoi discepoli, e raccomandava agli Apostoli dipregarenella terribile sera del tradimento. Tutti possono pregare, pregar molto, pregar sempre, in pubblico ed in privato; tutti debbono farlo, le donne, i fanciulli, i poveri: i deboli sono quelli che colle loro preghiere trovano più facile accesso al Cielo.
Che bella, dolce, stinta cosa pregare pel Papa! Chi non pregò, chi non prega pel padre e per la madre stia? Ebbene il Papa è il nostro padre, la Chiesa è la nostra madre: preghiamo pel trionfo d'amendue. Preghiamo come Cristo pregava nell'orto, quando i giudei cospiravano contro di lui; preghiamo come i cristiani pregavano per San Pietro, quando i persecutori del Pontificato nascente l'aveano chiuso in prigione. Quei cristiani erano un pugno di credenti contro un mondo d'increduli: non avevano che l'arma della preghiera contro formidabili eserciti. Eppure pregando incessantemente vinsero, e sul trono dei Cesari si assise il Successore di San Pietro.
«Volete fare, dice il signor di St. Laurent, qualche cosa di più che pregare voi soli? Ebbene, fate pregare. La giovine madre può compiere questo tenero ministero, quando insegnando al suo innocente figliuoletto a balbettare il santo nome di Dio, gli dica:Figlio, prega pel Santo Padre». E la madre che insegna al suo bimbo di pregare pel Santo Padre, gli dà la più bella educazione, e vedrà crescere quel figliuolo devotissimo, ed obbediente a lei; imperocché la fedeltà e l'affetto al Papa che ci dio e ci conserva la vita dello spirito, trae con sé fedeltà ed affetto ai genitori, ai superiori, a tutte quante le altre autorità.
«Pregate adunque; fate pregare; unitevi colla preghiera. Gesù ha detto che dove saranno due o tre congregati in suo nome, egli si troverà in messo a loro. E uniamoci pregando, come si univano i martiri nelle catacombe, come ai unirono sempre tutti i cristiani nelle grandi prove che dovette sostenere la Chiesa; e preghiamo pel Papa, preghiamo pei suoi difensori, preghiamo principalmente pei suoi nemici, memori che il Redentore del mondo finiva la Sua vita mortale pregando, e pregando per coloro che lo avevano crocifisso.
L'elemosina.Dopo la preghiera un mezzo sicuro di piacere a Dio e di chi mare sulla terra le sue benedizioni è l'elemosina. Le elemosine ohe noi facciamo offriamole a Dio pel Papa; raccomandiamo ai poveri la classe privilegiala e, per così dire,aristocraziadel cattolicismo, di pregare per Pio IX; dedichiamo, in nna parola, al Vicario di Gesù Cristo tutte le nostre opere buone, le nostre gioie e i nostri dolori.
Ma il Papa stesso è povero oggidì, ed ornai non ba più dove riposare il capo La rivoluzione l'ha spogliato delle Bue rendite, e ora cerca di levargli la sua Roma» Pio IX è povero sul Vaticano, e vi sta circondato da una moltitudine di poveri, i Vescovi, i preti esiliati, e tutti i suoi fedeli servitori. E dal Vaticano il Papa chiede al mondo cattolico l'elemosina per sé e pei suoi.
«Fate l'elemosina a vostro Padre, esclama il signor di St. Laurent: voi la farete direttamente a Dio medesimo, che sièreso povero per amore vostro. Se siete ricchi, date largamente. E se non potete prelevare che un modico superfluo sui prodotti delle vostre rendite e del vostro lavoro, datelo pure. Il Papa fu intenerito fino alle lacrime, io l'ho udito dire e facilmente lo credo, quando seppe che i suoi figli, danaro per danaro, si studiavano di venire in aiuto della sua povertà».
Dare al Papa non è che fare un imprestito, perché Dio lo rende. Se non vel renderà quaggiù, lo riavrete altrove, ma vi verrà reso certamente, e reso ad usura. E il primointeresseche ne ricaverete sarà la gioia ineffabile che inonderà il vostro cuore dopo di avere soccorso il Papa, dopo di avere consolato il desolatissimo Pio IX.
Date al Papa che sopravvive a tutte le rivoluzioni; date al Papa che dall'alto della sua sede assicura le vostre proprietà proclamando il precetto inonrubarti date al Papa ohe oggidì sostenendo i suoi diritti difende anche i vostri; che resistendo ai rivoltosi combatte i socialisti e i comunisti che insidiano al vostro patrimonio; date al Papa perché siete obbligati di dargli, per dovere di religione e di gratitudine, per amor di Dio, per amor suo e pel vostro medesimo vantaggio.
Date al Papa, e fate che altri ancora lo soccorrano; raccontate i suoi bisogni, infervorate i tiepidi, raccogliete le elemosine, adoperatevi in tutte le guise per rifornire il suo tesoro vuotalo dalla rivoluzione. Ciò che potete fare su tale proposito non è mestieri che ve l'insegniamo noi. Quando mai fu necessario di mostrare ad un figlio la via per soccorrere il proprio padre nelle strettezze?
La parola. Oltre alpregareed aldarebisogna ancoraparlarein favore del Papa. Non sentite quante menzogne, quante calunnie, quante ingiurie contro Pio IX si dicono e si stampano tutti i giorni? Parlate in sua difesa, parlate a sua gloria; celebrate i suoi benefizi, lodatelo, beneditelo, come si faceva sui primordi del suo Pontificato.
«Il vero, il giusto, osserva il signor di St. Laurent, hanno in se stessi una forza che loro è propria, ma non l'esercitano astrattamente; essi abbisognano d'essere affermati da una bocca umana. Prestate loro la vostra bocca; parlate, confessate la verità, la giustizia con fede, con amore, e siate certi di produrre un'impressione favorevole sugli spiriti e sulle coscienze».
Dio potrebbe fare senza di noi, ma vuole servirsene. Seminate, egli ci dice— Ma io non ho che un solo granello debole, alterato. — Non importa: saprò io dare l'incremento: spargete questo seme. — Ma l'inverno, le tempeste, gli insetti. — Ci penserà il Signore: seminate, e tardi o tosto vedrete biondeggiare la vostra semenza in pinguissime spighe. Ad ogni modo ne avrete merito non secondo il frutto che non dipende da voi, ma secondo il lavoro che è vostro.
E quando le vostre parole non fossero che la manifestazione di un sentimento sincero, forse che riuscirebbero inutili? Se amate un vostro amico, voi gli dite di amarlo, e glielo dite sopratutto se egli è nell'abbandono e nella costernazione, ed egli ama di udirlo da voi, e le vostre parole lo fortificano e lo consolano.
'Si può parlare in due modi, e nelle conversazioni, e colle stampe. Chi sa impugnare la penna, scriva in lode e difesa del Papa, pubblichi giornali,stampi libretti, stenda indirizzi, faccia conoscere a Pio IX che l'ama, lo venera, ne riconosce i sacrosanti diritti, lo faccia conoscere ai suoi concittadini, lo faccia sapere al mondo, e tutti veggano che un cattolico si vergognerebbe di combattere il Papa, ma non si vergogna, anzi si gloria di sostenerne la causa.
E chi non sa scrivere, parli e ricordi a tutti che Pio IX è il Vicario di Gesù Cristo, che egli è il Pontefice della bontà e della clemenza; che egli e i suoi predecessori furono sempre l'onore e la salvezza d'Italia; che senza Papa non v'è cattolicismo; che il cattivo cattolico è pessimo cittadino; che quanto si scrive contro la Santa Sede è menzogna e calunnia; che i nemici del Papato confutarono essi stessi nel 1848 quanto ora affermano impudentemente; dica questo, e dica quel molto di più che l'affetto sempre eloquentissimo gli metterà sulle labbra.
Il signor di St. Laurent conchiude la sua scrittura così: «Come uomo, come cristiano, come francese, io farò pel Papa ciò che tutti un giorno vorranno aver fatto». Imitiamone il nobile esempio. Noi siamo Italiani, e appunto per ciò dobbiamo fare pel Papa qualche cosa di più degli altri. Lo dobbiamo, perché il Papa è principalmente nostro, lo dobbiamo, perché sono in massima parte Italiani coloro che combattono e contristanoilPapa. Verrà un giorno, in cui vorremmo aver Tatto e fatto molto per Pio IX, e sarà quando la rivoluzione, dopo d'aver assalito il Papa nella sua Sede, verrà a tormentar noi nelle nostre case; sarà quando la Chiesa s'innalzerà vincitrice sulle rovine de' suoi nemici, e vorremmo partecipare alle sue vittorie; sarà quando la scena del mondosiafinita per noi, e vorremmo entrare nell'eternità, esclamando: Ho combattuto un buon combattimento, ho terminato la mia carriera, ho conservato integra la mia fede!
(Pubblicato l'8 dicembre 1860)
Affinché più conforme fosse la passione del Santo Padre con quella di Gesù Cristo, dovevano gli stessi giudei intervenirvi e collegarsi coi rivoluzionari per mettere il colmo alle sue amarezze. E questo ufficio si assunsero testé i giudei Rothschild, i qualiflagellaronoil Papa, secondo la espressione medesima del banchiere Mirès, e mancando a tutte le condizioni di delicatezza e di buona fede, cercarono di screditare il Governo Pontificio.
Già due voltel'Armonia,in un articolo ed in una corrispondenza parigina, mise in luce il tristissimo procedimento dei giudei Rotschild, che sospesero i pagamenti ordinati loro dal Papa col pretesto che non avevano ancora ricevuto l'intera somma da pagarai. L'Armoniaosservò che quei giudei se non volevano più pagare per conto del Governo Pontificio, dovevano avvertimelo in tempo — che almeno dovevano pagare fino alla concorrenza della somma ricevuta — che fu per mal animo che non vollero pagare, giacché non potevano ragionevolmente temere di perdere un centesimo. Diffatto oggi che lo scandalo è avvenuto dichiarano che pagheranno I
Egli ai tocca con roano che i giudei Rotschild in quest'occasione non operarono conforme all'interesse loro, ma a seconda dell'odio che sentono contro il Vicario di Gesù Cristo; e mentre il Redentore, nella persona del Papa, è «bestemmiato e deriso un'altra volta i, essi non vollero starsene colle mani in mano, né lasciare agli italianissimi ed ai rivoltosi tutto il merito del nuovo deicidio.
E questi giudei che flagellarono Pio IX, furono ingrati a somiglianza de' loro padri offendendo e tormentando il Papato, da cui erano stati beneficati. Siccome nell'era antica non fuvvi nessuna nazione tanto largamente protetta da Dio quanto l'Israelitica, così nell'era nuova questa nazione, umiliata e maledetta pel suo delitto, non trovò pietà e compassione che nei Papi, nei Vescovi, nei Ministri dell'Uomo-Dio, che morendo crocifisso dai giudei, diceva all'Eterno suo Padre — Perdonate loro perché non sanno quel che si facciano! —
A mezzo il secolo Settimo il Papa S. Gregorio difendeva i Giudei e li proteggeva in tutto il mondo cristiano. Nel secolo decimo i Vescovi della Spegna opponevansi colla maggior energia al popolo che voleva trucidarli. I Vescovi di Francia proteggevano egualmente nel secolo undecimo un gran numero di Giudei, che stavano nelle Diocesi di Uzès e di Clermont. 8. Bernardo li difendeva nel secolo duodecimo dal furore de' Crociati, e la stessa protezione trova vano nei Papi Innocenzo II ed Alessandro III.
Nel secolo decimoterzo Gregorio IX li preservava tanto in Inghilterra, quanto in Francia ed in Ispagna dalle grandi sciagure ond'erano minacciali, e proibiva sotto pena di scomunica il far violenza alle loro coscienze, o disturbare le loro feste. Clemente somministrò loro i mezzi per istruirsi. Clemente VI li ricettò in Avignone allorquando erano perseguitali in tutto il resto dell'Europa.
Li protesse il Vescovo di Spira contro coloro che, essendo debitori verso i Giudei, rifiutavano di pagare i debiti col pretesto delle loro usure. Li protesse Nicolò II scrivendo all'Inquisizione di non molestarli menomamente. Li protesse Clemente XIII adoperando tutta la sua autorità pontificale, acciocché ne venissero rispettati i figli. Breve, i Papi furono sempre i più grandi protettori de Giudei.
Nè questo diciam noi, ma fu dichiaralo solennemente dal gran Sinedrio radunato a Parigi da Napoleone I, il 30 di ottobre del 1806. Là Isacco Samuele Avigdor celebrava i beuefizi resi dai Papi ai Giudei, e il Sinedrio, il 5 di febbraio del 1807, sj dichiarava nel suo processo verbale pieno di riconoscenza per l'accoglimento che parecchi Pontefici e parecchi altri ecclesiastici hanno fatto in diversi tempi agli Israeliti di diversi paesi, allorquando la barbarie, i pregiudizi e l'ignoranza perseguitavano e cacciavano i Giudei dal seno della società» (Procès verbal des séancesde l'Assemblée des députes français professantla religion juive,pag. 169).
Si fu per questo spirito di tolleranza che anche a' tempi nostri i Papi non isdegnarono di accettare per banchieri del proprio Governo i Giudei, e i Rothschild sanno essi soli quali e quanti guadagni abbiano fatto a Roma. Ma Gesti Cristo era passato tra i Giudeibenefaciendo et sanando omnes,eppure lo crocifissero: pensato se essi vogliono trattai meglio i Sommi Pontefici!
Crétineau Joly nella sua preziosa opera intitolataL'Eglise Romame en face de la revolution, riferisce una lettera di un giudeo conosciuto sotto il pseudonimo diPiccolo-Tigre, e indirizzata agli agenti superiori della Vendita Piemontese. Il giudeo scrive loro sotto la data del 28 di gennaio 1822:
«La rivoluzione nella Chiesa si è la rivoluzione in permanenza, si è il necessario rovesciamento dei troni e delle dinastie...... Non cospiriamo che contro Roma, epperciò serviamoci di tutti gli incidenti, e mettiamo a profitto tutte le eventualità. Guardiamoci principalmente dalle esagerazioni di zelo. Un buon odio, ben freddo, ben calcolato, ben profondo vale meglio che tutti questi fuochi d'artificio e tutte queste declamazioni di tribuna. A Parigi non vogliono capirla(ovvero non volevano capirla nel1822!!!) Ma in Londra ho visto uomini che intendono meglio il nostro disegno, e vi si associano con maggior frutto. Ho ricevuto oblazioni considerevoli; e ben presto avremo a Malta unastamperia a nostra disposizione. Noi potremo allora con impunità e con sicurezza all'ombra dellabandierainglese spargereda un capo all'altro dell'Italia i libri, i libelli, ecc. che la Vendita giudicherà a proposito di mettere in circolazione» (L'Église Romaine,ecc. vol. II, pag. 123Paris1859).
Questo giudeo, soggiunge Crétineau Jolv, la cui attivitàèinfaticabile, e che non cessa mai di girare il mondo per suscitare dei nemici al Calvario, nel 1822 rappresenta una parte molto importante nel carbonarismo. Eglièora a Parigi, ora a Londra, talvolta a Vienna e spesso a Berlino. Dappertutto lascia traccio del suo passaggio, dapertutto ascrive atte società segrete ed anche all'alta Vendita uomini zelanti, sui quali l'empietà può fare assegnamento. Agli occhi dei Governi e della polizia è un mercante d'oro e d'argento; uno: di que' banchieri cosmopoliti, che non vivono se non di affari, e si occupano esclusivamente del suo commercio. Ma, visto da vicino e studiato alla luce della sua corrispondenza, quest'uomo sarà uno de' più abili agenti della preparala distruzione.
A coloro che studiano le cause prossime e remote delle presenti tristissime condizioni d'Europa, proponiamo il quesito seguente. Ricercare se la straordinaria potenza de' giudei, e la loro intromissione in tutte le classi, nei dicasteri, nelle università, nella diplomazia, non abbia contribuito, e non contribuisca per nulla a tutto questo tramestio? — Noi ci contentiamo di proporre la domanda e perché la risposta possa venir meglio studiata, vorremmo qui dare qualche cenno statistico sull'intervento de' giudei ne' pubblici affari, nelle finanze, nei giornalismo, nei municipii.
Un giudeo dell'Impero austriaco, di nome Giuseppe Werthvimer, mandò testò in luce a Vienna coi tipi Sommer unJahrbueh fùr Israelitem,ecc. ossia annuario pei giudei per l'anno 5621 (1860-1861), nel quale parla delle onorificenzee dei gradi che godono di questi giorni i giudei nel mondo. È una statistica preziosissima, e ne parleremo in un prossimo numero.
Cessi Iddio che noi vogliamo proscrivere tutti in un fascio i giudei 1 Ce ne sono dei buoni degni di moltissima lode. Ma la loro intromissione straordinaria nei pubblici affari è un fatto che in questi tempi merita d'essere considerato. Il signor Wertheimer che parla delle onorificenze ottenute da giudei nel 1860 avrebbe potuto aggiungere nel suo Annuario, che il conte di Cavour desiderando un giovine di sua confidenza tra tutti i cattolici d'Italia noi trovò, ed elesse a questo posto un ebreo!
(Pubblicato il 19 dicembre 1860)
Il nostro ministero ba detto e ridetto che mandava i nostri soldati e i commissari! regi nelle Marche e nell'Umbria perristabilirvi l'ordine morale; e questi signori commissarii al primo entrare in mezzo a quelle popolazioni proclamarono che il desiderio diristabilirvi l'ordine moraleve li avea chiamati.
Orjbene, quale nuovo genered'ordine moralesiasi colà stabilito cel diranno Ire illustri Prelati, in tre Lettere Pastorali. L'uno è l'Eminentissimo Cardinale Pecci, Arcivescovo Vescovo di Perugia, l'altro l'Eccellentissimo Monsignor Arnaldi, Arcivescovo di Spoleto, il terzo è il Reverendissimo Vescovo d'Ascoli.
Il Vescovo di Perugia, il 27 di novembre, diceva al suo dilettissimo popolo:
L'antico Insidiatore, sempre desto alla ruina delle anime, volge ora più intesamente le mire e gli sforzi a spogliarvi, o dilettissimi, del più prezioso tesoro, che Iddio vi abbia largito, lasanta Fede. Tolta questa, esso è sicuro del trionfo; e perciò molli sono i lacci che ordisce, moltissime le frodi onde asconde il reo disegno. Lo dimostrano quelle falseBibbie, che largamente 8i vanno disseminando fra voi, offertevi in dono o a vii prezzo da mano sconosciuta. Lo dimostrano quegli empii almanacchi, que' libercoli e scritti inverecondi, che si vanno diffondendo nelle piazze e nelle campagne, ove la sacramentale confessione, il culto e il sacerdozio, la divina autorità della Chiesa, l'inviolabile dignità del supremo suo Capo, sono messe a strazio, o travolte nello scherno e nel ridicolo. Un doloroso argomento pur ne forniscono quei parlari irreligiosi e sconci, che odonsi nella bocca perfino d'imberbi giovanetti; l'ignoranza studiosa dei doveri cristiani, la noncuranza dei giorni santi e dei precetti della Chiesa; l'irriverenza e il dileggio ai ministri del Santuario. E per tacere di altro, la diffusione di que' dettami, al tutto pagani, onde con apparenti larve di mondana grandezza vuol darsi il bando agl'immutabili principii di eterna giustizia, che Iddio pose a cardine di ogni umano consorzio; e messi da parte gl'interessi della vita futura, circoscrivere l'uomo al presente e ai beni materiali e transitorii di quaggiù».
Che ve ne sembra, o lettori, di quest'ordinemoralerecato nella diocesi di Perugia?
La diocesi di Spoletto non istà meglio. Uditelo dal suo Arcivescovo, che ne parla al Clero ed ai fedeli dell'archidiocesi nella sua Pastorale del 12 di novembre;
Quel che vediamo in questi giorni, o Figli dilettissimi, perpetrarsi in mezzo a voi a scapito della vostra fede, e a corrompimento del vostro costume, non lo vedemmo certamente per lo innanzi, e Noi che siamo profondamente nel più vivo del cuore rattristati, e compresi da santa indignazione. Se in altri tempi i nemici della Religione Cattolica solamente di soppiatto e dimezzo alle tenebre tendevano agguati alle anime vostre, e attesa la efficace vigilanza dei Pastori appena poteano vibrar qualche colpo, e ghermire insidiosamente alcune prede, oggi per somma sventura lo fanno apertamente, e con tanta temerità e audace licenza, che ba dell'incredibile: ma pur troppo è così! Gli occhi nostri ce lo attestano, e le lamentevoli voci dei sinceri cattolici lo deplorano solennemente, senza che Noi possiamo prendervi riparo. Da poco tempo in qua si fanno correre libercoli infami e scritture di ogni genere in stampa; si sono propagate e pubblicamente vendute per vile prezzo a bello studio da questi empii disseminatori di false dottrine, si son fatte circolare nei caffè, nelle botteghe, e nei fondachi pubblici e privati; si sono date e distribuite anche gratuitamente aj poveri artieri e ai semplici abitanti del contado; libercoli e scritture, colle quali si propina il veleno delle massime protestanti, si insulta empiamente al Sacerdozio ed al Papato, si mette in discredito e in disprezzo il magistero della Chiesa Cattolica, se ne beffano i sacri riti, e le auguste sue cerimonie. Non bastando tutto questo a siffatti uomini di perduta fede e morale corrotta, si servono dell'illusione del teatro per rappresentarvi le oscenità più sozze, per mettervi in scena l'augusta Persona del nostro Santo e veramente angelico adorato Pontefice Pio IX, e farla segno alle ire ed agli insulti dell'empia e prezzolata moltitudine, di cui si sollevano le passioni cogli artifizi della menzogna e della calunnia resa più efficace coi mezzi, che il teatro potentemente somministra.
«Questa inaudita diabolica impudenza, o Figli dilettissimi, della quale si fa pompa in mezzo alle popolazioni cattoliche e in mezzo a voi, che sempre vi distingueste per fede, e pietà, e filiale attaccamento alla Santa Sede, questa inaudita diabolica impudenza, lo ripetiamo, di cui si fa pompa a strazio della Religione, e ad insulto del venerato Capo del Cattolicismo, è cosa lagrimevole assai per chi non ha perduta colla fede anche la ragione, e voi non potete non deplorarla e detestarla nel vostro cuore. Mentre perfino gli scismatici e gli eretici volgono ossequiosamente lo sguardo dell'ammirazione e della più commovente rispettosa sorpresa all'augusto Pio IX, vittima della più nera ingratitudine, della fellonia e del tradimento, ma invitto ed invincibile, martire nobilissimo e pieno di tranquilla e celeste fermezza tra gli urti incessanti di mille inique persecuzioni, e inclinano sempre più verso la Chiesa Cattolica, e se ne innamorano, e la riconoscono per la vera Chiesa di Cristo; mentre, in una parola, il perseguitato, ma gloriosissimo Vicario di Cristo, forma l'oggetto dell'amore e della venerazione dei veri cristiani di tutto il mondo, non che di tutte le nazioni anche eterodosse, dobbiamo vedere questo enorme e mai abbastanza detestato scandalo nel centro del Cattolicismo per opera di alcuni figli traviati e corrotti, i quali, per distruggere, se loro fosse possibile, la Religione Cattolica Romana, mettono in opera ogni mezzo il più scaltro ed empio onde abbattere l'Autorità Pontificia, che è il centro, la pietra angolare ed il fondamento del Cattolicismo, èraggiungere in tal guisa il perfido scopo, ohe è quello di svellere dal cuore dei fedeli ogni principio di Religione.
Ali miei dilettissimi, un pensiero funesto ci tormenta assai, e ci riempie della più cruda amarezza! Chi sa che qualcheduno in mezzo a voi non abbia ad esser sedotto e travolto nel baratro della incredulità e dell'irreligione 1 Noi vediamo chiaramente la grandezza e la forza della tentazione, e perciò del pericolo in Cui siete; gli errori si vomitano facilmente, se ne riempiono senza fatica gli scritti, e circondali da certe idee seducenti, le quali favoriscono le passioni, ai appiccano di leggeri, e producono quei guasti, che in altre epoche si sono dovute lamentar in persone d'ogni fatta.
«In faccia a questo pericolo alziamo, o carissimi Figli, la nostra voce per prevenirvi e gridarvi:All'erta,onde non meritarci l'obbrobriosa qualifica data dal Profeta ai custodi d'Israello, chiamandoli cani muti, che non osavano parlare:Canes muti non valente latrare. Non vogliamo tradir voi, non vogliamo tradir l'anima nostra, ed il nostro ministero; in conseguenza non fia mai che ci abbandoniamo ad un codardo riprovevole silenzio: ci sta troppo a cuore il vostro vero bene; ci sta troppo a cuore di non richiamar su di Noi le divine maledizioni; ilVeh mihi quia tacuici risuona sempre all'orecchio. Quindi, se altre volte, e di frequente, non lasciammo di parlarvi e a viva voce, e per lettere pastorali, onde premunirvi contro le insidie d'inferno, questo è il momento più solenne di farlo, e Noi lo facciamo francamente, e chiaramente. Finalmente il Vescovo d'Ascoli dice così al Clero ed al popolo della sua diocesi:
«Le dolorose afflizioni, che vengonsi aggravando ogni ora più per la Santa Chiesa e per questa mia diocesi, mi spremono dal cuore un gemito, che non può d'avvantaggio contenersi pila nascosto nel fondo del medesimo, sì che non giunga sensibile fino all'animo de' miei dilettissimi Fratelli e Figli in Gesù Cristo. Manus Domini tetigit nos. Non chiamiamo in colpa delle percosse, che sopra di Noi si scaricano, la mano dei ciechi nostri fratelli, ma sì più veramente la «nano onnipossente di Dio, che con questa sferza ci vuole emendati e corretti dellenostre colpe:Manus Domini tetigit nos. E perciò umiliamoci sotto questa destra onnipossente di Dio, poniamo ciascuno pentiti la mano al petto, e con» lessiamo ingenuamentemea culpa!Raddoppiamo la preghiera; mettiamo mediatrice tra Noi ed il celeste nostro Padre. sdegnato l'amorosa nostra Madre Maria, affinché ne plachi il giusto sdegno e ci abbrevii il tremendo castigo. Confidiamo! Io confido sì, ma appunto come un ferito, che insieme alla fiducia della guarigione non può non sentire il dolore della piaga ricevuta, lo confido, ma non posso più a lungo contenere nel silenzio la mia afflizione, perché la taciturna mia sofferenza potrebbe per avventura non essere credula rassegnazione, ma invece colpevole oscitanza e indifferenza, come già fin da ora somigliante sussurro giunse al mio orecchio. Sappiano adunque tutti i miei venerabili Fratelli e Figli in Gesù Cristo, sappiano l'afflizione dell'animo mio, sappiano come io sento al vivo l'onta e il danno, che di questi giorni si recano alla Santa Chiesa col l'usurpazione de' Buoi diritti, delle sue sostanze, della sua libertà; e li Invito a bagnar meco di calde lagrime le dure catene, di cui fu cinto nuovamente. Il virgineo collo dell'augusta figlia di Sion. Sì, non solo i nostri diritti, le nostre portanze ma la libertà, che a noi venne data da Gesti Cristo, allorché ci elesse a guida e custodia del suo gregge, in questi giorni funesti ci viene tolta, lo non posso più dirigere a voi, mie pecorelle, la pastorale mia voce, se questa non passa, dirò così, pe' fessi del crivello posto da quelli, che ora stanno sul seggio dell'autorità secolare. Perciò questa mia giungerà a voi non più pubblicata per le stampe, ohe ne rendevano sollecita e facile la diramazione, ma nel silenzio e nella riservatezza di uno scrittonon più pubblico, ma privato. Leggetela adunque, e serva come di una protesta di disapprovazione di quanto contro le leggi ecclesiastiche, renuente la mia volontà, siècompiuto o si compierà in mezzo a vol. Tutto quel male, che non mièdato d'impedire, almeno lo disapprovo, lo condanno, e nell'atto che prego Iddio a perdonare agli sventurati che lo fecero, da lui Spero ed attendo il rimedio, che sembra da ogni altra parte insperabile.
«Nell'atto poi che prego tutti, e specialmente 1 reverendi sacerdoti e parrò» chi a diportarsi con rassegnazione, investirsi di sentimenti di pace e conciliazione, evitare, impedire dimostrazioni e tumulti, che senza servire a Dio sarebbero non solo di disturbo ma di danno incalcolabile alle loro famiglie, contentandosi solamente di non prendere alcuna parte attiva al male, anzi disapprovarlo, e salvare così la propria coscienza; nel medesimo tempo prego caldamente per le viscere di Gesù Cristo tutti i padri di famiglia e rettori d'anime ad invigilare, perché certe massime irreligiose non si propaghino nella gioventù e nelle anime loro affidale o per mense di tristi libri pieni di lurido veleno e di eresia, che si vendono a tenuissimo prezzo, e si distribuisco nò anchegratis,o per mezzo di certi maestri d'iniquità, che con arte diabolica sanno insinuarsi anche ili mezzo agl'ingenui cultori dei campi, onde loro corrompere il cuore offuscare la mente, e contaminare l'intatta purezza della loro fede. Tenete lontane per amor di Dio dalle vostre ville, dalle vostre case, dai vostri figli colali libri, co tali maestri, se non volete poi e presto piangere per voi e per essi d'un pianto inconsolabile. Ommette di avvertirvi di certe stampaccie e ligure, poiché sono sì laide e sacrileghe, che basta guardarle... anzi non possono guardarti senza rabbrividire fuorché da questi, cui la sozzura del cuore giunse perfino a guastare e istupidire la vista».
Bell'ordinemoraleche venne ristabilito negli Stati del Papa! Rassomiglia maltoaltariformache recavano i luterani e calvinisti sette provincie cattoliche, ed ispirò al Chiabrera quella sublime canzone che incominciaSul teatro del monde—Sorse Calvino e passeggiò la stella.
La nazione francese non vien meno alle sue nobili tradizioni, ed ai dolcissimi doveri che ba verso il Santo Padre. Papa Anastasio dicea a Clodoveo: «Dio ha provvisto alla sua Chiesa nella tua persona; e tu ne sei la difesa e lo scudo».
A que dì nell'universo cristiano non v'era alcun Principe cattolico. I Re e gli Imperatori appartenevano all'eresia. L'Italia e Roma medesima gemevano sotto la spada del Goto Ariano. E Dio, contro ogni speranza,bìcreava un fedele servitore, il Re dei Franchi, il cristianesimo Clodoveo, che, uscito dalla superstizione pagana, fu l'intrepido difensore della fede cattolica.
I figli di Clodoveo non degenerarono dal loro padre, né la Francia fallì alla sua sublime destinazione. «Non avrà mentito, scrisse il Baronio ne' suoiAnnali, chi dirà essere stata la Francia il porto sereno, in cui la barca di Pietro fu sempre ben accolta quando le tempeste la flagellavano».
E Spondano: «Noi non cesseremo di affermare che ai Franchi appartiene la difesa della Chiesa Romana. Ci è perciò che i loro Re vincono tutti i Principi dell'universo per titoli d'un'impareggiabile eccellenza. Essi vengono chiamati i figli primogeniti della Chiesa, i Re cristianissimi.
Laonde i Romani Pontefici, questi teneri Padri della Cristianità, che non dimenticano mai nessun benefizio, considerando i Re dei Francesi come i difensori nati della Chiesa, eccitavano il mondo cattolico a pregare per loro, e Innocenzo IV, Clemente V, Leone X aprirono a tale effetto il santo tesoro delle indulgenze.
E a vicenda i Re Cristianissimi prima di morire legavano ai loro figlinoli legge sacra della Monarchia e li avvertivano, che la Francia era obbligata a mettersi sempre tra il Vicario del Verbo ed i suoi nemici; che essa doveva intervenire ogni qual volta il Romano Pontefice fosse assalito ad amareggiato.
Quando Enrico Vili d'Inghilterra stava per compiere quella brutta apostasia, a cui trascinavalo la sua libidine, egli s'adoperò in tutte le guise per indurre Francesco I di Francia a mancar di rispetto al Papa Clemente Vili. E il Re settario, facendo dire a Francesco che amava la sua alleanza. — lo la rompo, rispondeva il Re cattolico, io la rompo con colui, il quale vorrebbe che io misconoscessi mia madre. —
Lo stesso Francesco I ebbe un abboccamento con Papa Leone X in quella medesima città di Bologna, su cui piange oggidì l'amantissimo Pio IX. Francesco disse al Papa: «Beatissimo Padre, sono lietissimo di vedere faccia a faccia il Sovrano Pontefice Vicario di Gesù Cristo, lo sono il figlio e il servo di Vostra Santità, e mi dichiaro prontissimo ad eseguirne tutti i comandi». E il Papa Leone soggiungeva: «Si è a Dio, non a me che s'indirizzano queste parole». Memorando colloquio, il quale esprime l'alleanza della fede religiosa e della dignità dell'anima nel seno della Chiesa Cattolica.
Un autore anonimo del secolo decimoquinto scriveva di aver udito da un uomo ragguardevole della Casa reale di Francia, che presso i Signori franchi era dovere di conservare gelosamente la concordia tra la Chiesa romana e la nazione, e che i padri facevano imparare a memoria a' loro figliuoli quattro versi in lingua volgare, i quali esprimevano questa obbligazione. 1 versi dicevano che la Chiesa e il regno di Francia stavano uniti con un felicissimo vincolo, e che i dolori dell'una erano dolori anche dell'altro;
Quand l'un de l'autre partire
Chacun d'eux si n'ea sentirà
Merita d'essere osservato che in tutte le ristorazioni del governo temporale del Papa, la Francia ebbe sempre grandissima parte; e sebbene ciò s'attribuisca a diverse cause politiche, noi ci veggiamo la mano di Dio che dirige a suo talento il cuore dei re. Parliamo soltanto di questo secolo.
Larivoluzione spoglia il Papa Pio VI, ma non tarda a venire il primo Bonaparte che, acquietato il predominio della Francia, si serve del suo potere in difesa della Chiesa, e stringe un Concordato colla S. Sede.
Più tardi quest'Imperatore tradisce Pio VII, e lo compensa dei grandi servigi e favorì che ebbe da lui, spogliandolo e imprigionandolo. Ma la Francia nel Congresso di Vienna è quella che maggiormente ai adopera per far restituire le Legazioni al S. Padre.
Nel 1848 la rivoluzione scoppia in Roma, e un antico ministro di Luigi Filippo, il conte Rossi, diviene ministro di Pio IX, e lo serve a costo della sua medesima vita. E poi la stessa repubblica francese manda i suoi valorosi soldati ad atterrare la repubblica di Mazzini.
Molti anni dopo Napoleone III, volendo scendere in Italia per portarvi la guerra, affine d'indurre i Francesi s seguirlo, protestò che correva a difendere il Santo Padre etuttii suoi diritti di Sovrano temporale.
La promessa fallì, ma la Francia non mancò di essere fedele alla sua storia. Uno de' suoi più valenti e gloriosi generali è comandante in capo dell'esercito pontificio, e sta con lui un drappello d'eroi che si faranno tagliare e pezzi prima di cedere un palmo di terreno.
I Vescovi francesi furono de primi e de' più ardenti difensori del Papa. La loro parola commoveva la Francia, e il governo, che l'aveva invocata al momento della guerra, la soffocò dopo la pace.
Ma un Vescovo cattolico non si costringe così facilmente al silenzio. L'Episcopato francese continuava a parlare ai fedeli come che fosse proibito a' giornali di ristamparne le Pastorali. Anzi que' zelantissimi Prelati parlavano anche forte al governo, lagnandosi della sua condotta e dell'ingiuriosa proibizione fatta al giornalismo di ristampare le loro scritture.
E tanto dissero a' ministri dell'Impero francese e accompagnarono i loro lamenti con si valide ragioni, che il fatale divieto venne rivocalo, e fatta licenza in Francia di sottoscrivere al prestito pontificio, di raccogliere il Danaro di San Pietro, e di ristampare le Pastorali dei Vescovi.
Lo telo, l'alacrità, l'affetto della FranciaTersoil Romano Pontefice da (presto punto riapparve con grande consolazione di tutti i buoni cattolici. Ogni giorno 1 diari di Parigi ci recano nuove Pastorali vescovili, che sono stupende apologie del dominio temporale del Papi, e tenerissime esortazioni a soccorrere il governò Pontificio nelle sue presenti strettezze.
«Quando trattasi di attestare al successore di San Pietre devozione ed amore, un Vescovo dee sempre servire d'esempio e di modello» esclama l'Arcivescovo di Rennes. «Dio vuole che quando la Chiesa Romana è spogliata e perseguitata, noi accorriamo in suo soccorso. SI, Dio vuole che la Francia, questa figlia primogenita della Chiesa, mostri all'universo quanto affetto essa nutra per la propria Madre, e come sia indefettibile la sua devozione filiale per la cattedra di S. Pietro», ripiglia il Vescovo di Saint Briene.
E il Vescovo d'Autun: «La Francia dee mostrarsi tanto più alacre e generosa verso il Santo Padre, perché in seguito alla commozione prodotta in Italia dalle nostre vittorie la rivoluzione scoppiò in Bologna e nelle Romagne».
E il Vescovo di Versailles: «Generosi soldati accorsero al servizio del Santo Padre; essi hanno un capo, la coi scienza e coraggio sono ben conosciuti. Diamo loro del pane e delle armi, e non dubitiamo che si mostreranno degni figli dei Crociati, e Sapranno morire per la difesa di ciò che v'ha di più legittimo e di più sacro del mondo».
È il Vescovo di Mans: «Che fortuna pei figli di poter venire in soccorso del loro padre, e pei cattolici di concorrere, nella misura delle loro forze, al sostegno di un potere, il cui dominio è ad una volta il patrimonio comune e la guarentigia dell'indipendenza e della dignità di nostra fede 1».
E il Vescovo d'Arras: «Da tre secoli il mondo ha spogliato la Chiesa (tà scoi beni temporali, sperando così di umiliarle, di avvilirla, di spaventarla, mettendola in istrettezze, e procacciandole una vita dipendente e precaria; Oò fece in Inghilterra col protestantismo, in Francia colla rivoluzione, e oggidì lenta di fare altrettanto in Roma coll'uno e coll'altra. £ dovere di tutti i buoni fedeli di prevenire questa oppressione con tatti i mezzi che sono in loro mano».
Non dissimile è il linguaggio di tutti gli altri Vescovi; e i Francesi ne ascoltano riverenti la voce, e si prestano ai loro inviti. Certo gli ideagli post) anteriormente dal governo fecero perdere molto tempo; ma non perciò la Francia i raffreddò coll'attendere; anzi pare che abbia guadagnato in alacrità ed energia.
Coloro che sognano la distruzione del governo temporale del Papa hanno da lare prima con Dio, e poi col mondo cattolico. Oh 1 guardino ciò che avviene nella sola Francia, e se sono avveduti e prudenti muteranno consiglio come pare l'abbia mutato il Bonaparte.
Nei momenti presenti gioverà assai avere sotto gli occhi ciò che il signor de Bonald scriveva nel 1815 riguardo alla importanza non solo religiosa, ma anche politicadel governo temporale del Papa. Leviamo le seguenti gravissime considerazioni dall'opera intitolata:Réflexions sur l'intérét général de l'Europe, pubblicata a Parigi il 7 di gennaio del 1815. Questo scritto trovasi nei tom. ii delleOeuvres complèlesdel sig. de Bonald, pag. 515, edizione Migne.
Qualunque voglia essere la sorte riserbala alla Francia nella generale pacificazione dell'Europa, sia che essa riceva come altri Stati un aumento di territorio, sia che l'aspetti dal tempo e dagli eventi, evvi un'altra Potenza, la cui alta politica dimanda più imperiosamente che mai l'assodamento; voglio parlare della Potenza della Santa Sede. Daessa venne la luce eda essaverranno l'ordine e la pace degli spiriti e dei cuori. S'adoprino tutti i governi a ricollocare sulle sue antiche basi questa colonna, che reca con sé i destini dell'Europa, a stringere questo misterioso legame della cristiana società, il quale in un con tutti i suoi figli, quelli ancora unisce, che riconoscendo per comun Padre il divin fondatore del cristianesimo, son nati da diverse madri. I pagani avevano fatto del territorio del tempio di Delfo un luogo d'asilo e di pace; rispettino i popoli cristiani sempre mai nelle loro querele questa sacra terra, donde uscirono legioni tanto sublimi e spedizioni tanto eroiche per l'incivilimento dei popoli, e dove trovarono conforto tante e sì gravi sciagure. S'inchinino i vessilli cristiani, e s'abbassino le armi nel passare innanzi a questo grandioso tempio, santuario della verità, fortezza dell'ordine sociale, che resistà a tante aggressioni e trionfò di tanti nemici; abbia insomma la religione cristiana un dritto d'asilo almeno nella cristianità!
«La politica si fa forte di tutto ciò che concede alla religione, e s'impoverisce di tutto ciò che le niega. Sopra questo alto e nobile principio Carlomagno aveva stabilita la cristianità; così che tornava danno alla società, se sviati da false e ristrette opinioni o da perfide intenzioni, i governi dimenticavanoche nelle nazioni indipendenti e proprietarie non v'è dignità che nell'indipendenza, e non indipendenza che colla proprietà; e che la religione, il suo Capo ed i suoi ministri, i quali più che altri mai hanno bisogno di dignità e di considerazione, devono essere indipendenti dagli errori dei governi, dai bisogni delle amministrazioni e dalle passioni degli uomini».
FINE DELVOL. II. — SECONDA SERIE.
ERRATA CORRIGE
A pag. 298invecedi Ipocrisia ed imprudenza, ecc.,
leggiIpocrisia ed impudenza
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per servire alla storia dei nostri tempi
SECONDA SERIE
Il chiarissimo scrittore, teologo Giacomo Margotti, del quale ormai è vanocommendare l'ingegno e l'amore alla Chiesa, imprese l'anno scorso, tramezzoalle gravi fatiche di scrittore indefesso dell'Armonia e poidell'Unità Cattolica,la pubblicazione dei fatti più importanti che hanno riempito in questi giorni nonsolo l'Italia ma si pure il mondo, e che egli acconciamente intitolòMemorie perservire alla storia dei nostri tempi dal Congresso di Parigi nel 1856 aigiorni nostri. Nel corso del 1863 vennero pubblicati in dodici quaderni due volumi di questo pregevolissimo lavoro, i quali danno le vicende occorse dal 1856al 58. Per lo più sono articoli raccolti dall'Armonia, edisposti con sì bell'ordine e criterio che ti danno un quadro perfetto, in cui vedi dipinte con quel brioche è proprio dell'illustre scrittore, le infamità, le tirannie, i sacrilegi commessidalla rivoluzione a perseguitare la giustizia, il diritto e la Religione di Gesù Cristo,e insieme le battaglie, le vittorie e i trionfi riportati dalla Chiesa e dal Pontificato. Ci vedi descrittele mene, gl'intrighi, le contraddizioni, la malafede e gl'ingannide settarii che allora tenevano sede in Piemonte congiurando a' danni della religione e della società; i loro empi progetti svelati, le loro menzogne svergognate,gl'insulti e le calunnie scagliate contro gli onesti sostenitori del diritto e della giustizia stritolate e disperse: insomma chiunque brami vedere l'origine e lo svolgimento di tutte quelle rovine che ci premono al presente, ciò trova aperto e limpido nelleMemoriesuddette.
Ora saviamente il chiarissimo pubblicista cattolico sta continuando l'intrapresolavoro, e in dodici altri quaderni che vedranno la luce nel 186i comprenderà levicende dal 59 al 62. Non v'ha alcuno che non conosca l'importanza d'aver sottoocchio, per meditarli continuamente, i fatti svoltisi in questo periodo di tempo,nel quale abbiamo visto tante iniquità e ingiustizie trionfare specialmente nellamisera nostra Italia. Questi fatti noi li troveremo esposti fedelmente, discussi egiudicati con sana critica in questeMemorie;e ce n'è pegno l'autore stesso cheservirà alla compilazione. Dio volesse che in tanto travisamento di falli, in tantasmania di perfido calunniare contro la Religione, in tanto ammasso di rovineche sta ammucchiando una stampa perversa per imbastardire la storia, tutti avessero a mano leMemoriedel Margotti per vedervi le scelleraggini, i tradimenti,le ipocrisie che hanno rovinalo la nostra patria!
Per questo noi le raccomandiamo con tutta l'anima ai nostri lettori, securi netrarranno vantaggio e dilette; ma specialmente poi al giovine clero ed al giovine laicato.
(Continua nell'intimo della copertina).
Queste menti vergini, uscite dalle speculazioni della scuola, hanno necessità, in questi tempi miseri, di saper tra cui vivono, di quali armi usano, qualierrori spacciano i nemici che li circondano. E da questeMemorieapprenderannole battaglie che si sono agitate nel nostro tempo, ne vedranno in l'accia i combattenti, e vi acquisteranno forza e spirito per accingersi con coraggio alle pugne,ché i nemici durano tuttavia audaci e perversi a lacerare il seno della nostra Madre la Chiesa, e a spandere veleno e desolazione. V'è bisogno che la gioventùla quale s'incammina nella vita in questi giorni di lolle non si senta piombare addosso i nemici senza conoscerne gl'inganni, le forze e le pretese; e ciò impareràrileggendo in questeMemoriele oppressioni, le usurpazioni, gli assassinii commessi a danno del diritto, della Giustizia, della Religione. E così anche le mentiprive di esperienza si potranno formare un giusto concetto de' tempi e degli uomini che ne circondano.
Sia lode pertanto all'esimio Autore che se non ha voluto narrarci la storia deinostri tempi, ha però arricchito l'Italia del più che bastevole a compensare questovuoto, col darci in questeMemoriei falli, le battaglie ed i trionfi della Chiesa edel Papato contro la tirannia delle rivoluzioni; e così ha reso un segnalato servigio alla religione e alla società.
Le associazioni a questeMemoriesi ricevono all'Ufficio dell’Unità Cattolicamediante un vaglia postale di L. IO per l'Italia e di L. 12 per l'estero.
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Queste Memorie, al contrario di tante altre pubblicazioni del giorno d'oggi,sotto un nome modesto contengono moltissimo, e sono in realtà molto più di quelloche promettono. Sono una collezione degli articoli più importanti pubblicati nell'Armonia e scritti da quell'aurea e feconda penna del signor teologo GiacomoMargotti, che al più puro amore alla verità e alla Chiesa congiunge la più profonda dottrina e la più vasta erudizione.
QuesteMemoriesono una vera storia contemporanea, scritta con imparzialitàe con brio senza pari, una storia ragionata degli avvenimenti più importanti e dellefasi più rilevanti dell'attuale rivoluzione, che può dirsi s'inizia dal famoso Congresso tenutosi a Parigi nel 1856. LeMemoriepubblicate nella prima serie sono'una caparra sufficiente dell'interesse e dell'importanza di quelle che saranno datein luce in questa seconda: laonde stimiamo inutile ogni ulteriore parola per raccomandarle a tutti quelli che amano davvero di conoscere la storia dei nostritempi.
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Questa seconda Serie muove dal 1859, anno fecondissimo di avvenimenti, perché in esso cominciarono a ridursi all'atto i preparativi, i disegni, le macchinazioni, già da lungo tempo meditate da chi volevarinnovare i tempiin Italia. Il sig. Ab. Margotti, dotto, vivace, disinvolto scrittore, e strenuo campione dei diritti della Santa Sede, come pubblicò nel decorso anno dodici quaderni In due volumi, che vanno dal mille ottocento cinquantasei a tutto il cinquantotto; cosi seguita adesso sul medesimo piede a fornire alla storia preziosi documenti quel che furono alla storia antica le cronache, le raccolte, i diarii, i regesti; saranno alla nostra leMemorieche viene opportunamente dando alla luce il chiarissimo direttore dell’Unità Cattolica:saranno, cioè, una miniera alla quale vorranno attingere tutti coloro che sulla storia italiana dei giorni nostri non ameranno fore romanzi, ma scrivere la verità. Seppure non abbia a dirsi che taliMemoriesono esse medesime una storia, perché, oltre le notizie dei fatti e i documenti, vengono, a dir cosi, ravvivate, e commentate da articoli dettati dalla stessa penna faconda del sig. Margotti, via via che quelli avvenimenti si svolgevano, quando era direttore dell'Armonia». E anco cotesto è stato ottimo divisamento; perché gli articoli scritti a mano a mano che i fatti accadevano, sono la espressione più genuina delle impressioni provate dall'animo, e danno alla storia una fragranza tutta sua particolare, che forse non possono avere i racconti troppo discosti dagli avvenimenti. Avvi chi dice che la storia contemporanea suol essere passionata. E ciò in qualche parte è vero. Ma bisogna intendersi. Può essere passionata quando lo scrittore si lasci troppo trasportare dei propri sentimenti ed affetti, talché torca gli avvenimenti ad interpretazioni che per se stessi non hanno, o dia alle cose un valore che forse non meritano. E può essere passionata quando chi scrive rimane indietro dalla verità, cioè non ne comprende tutta la importanza ed estensione, non apprezza adequatamente i meriti e le virtù di chi è oppresso, o non flagella colla debita severità i vieti e la nequizia di chi opprime. E questa ultimaappassionatezzaè forse la più dannosa alla moralità della storia, come quella che tende ad offuscare i pregi della virtù, e a velare il vizio, o sminuirne l'orrore e scusarlo. Ad ogni modo, chi scrive la storia contemporanea deve ad ogni passo seguitare la scorta dei documenti, e parlare, diremmo quasi, colla voce di quelli; e di ciò abbiamo un esempio in un libro pubblicato recentemente tra noi, I Casi della Toscana;libro che nonostante alcune poche e lievissime mende, le quali in una seconda edizione sarebbe agevolissimo togliere, sopravviverà a tante sconciature con cui a' di nostri si è voluta oltraggiare la verità. Ma tornando alle Memoriecompilate dal sig. Ab. Margotti, noi speriamo che gl'Italiani vorranno far loro buona accoglienza, siccome meritano, e procacciarsi un tesoro di notizie e di documenti la cui importanza verrà crescendo col tempo.
Restano ancora parecchie copie dei dodici quaderni della prima seriedi questeMemorie, e si spedirannofranche di posta per tutta Italia a chi ne farà domanda accompagnando la lettera con un vaglia postale intestato al Direttore dellUnità Cattolica, Nella prima seriedi questeMemoriedimostrasi con documenti irrefragabili come venisse apparecchiata e fomentata la presente rivoluzione.
Raccomandiamo caldamente ai nostri lettori ed amici di procacciare associati a questa pubblicazione, essendo da una parte utilissimo di riunire e conservare molti documenti che gettano tanta luce sulle cose presenti, e dall'altra non potendoci noi rifare delle grandi spese di stampa e di posta che con un buon numero di associazioni.
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Pochi libri,aparer nostro, saranno utilialeggersi quanto lo presenti Memorie. Testé il Guerrazzi scrisse che tutte le storie dicasi odierni sono calunnie: e in fattocalunnie son a dirsi anche quando vestonsi della più bassa e scurile adulazione a qualche soldato audace, a qualche dittatore prepotente, a qualche invialo traditore. D'altra parte i giornali anche onesti, sotto la battaglia quotidiana non possono nonrisentire delle passioni momentanee, delle falsità spacciale francamente, di quelloscorcio che produce il veder troppo da vicino.
Il giornale dell'Armonia, a cui succedettel'Unità Cattolica, accompagnò i fatti giornalieri con quell'acume di veduta, quell'intrepidezza di giudizio,quell’irremovibilitàdi principii che tutti sanno; principalmente con quella instancabile memoria, cheraffronta l'oggi coll'ieri, le parole i falli d'un uomo con quelli di tempo fa, gli sviluppi presenti coi precedenti; facoltà preziosa e terribile in un tempo che l'attualitàsuona il tamburone tanto forte da non lasciar sentire il rantolo del passalo e i vagiti dell'avvenire. Ma in quel giornale, come negli altri, son a distinguere la partegiornaliera, effimera, ispirata dal momento, e passibile de' sentimenti del momento; e la parte di fondo, la polemica seria, la storia. Questa prima parte deve perire colgiorno; l'altra resta testimonianza ai fasti. Fu dunque ottimo pensiero restarla, eformarne,queste Memorie. Ripetiamo, non sono storia ma sono documenti, sopra iquali noi contemporanei possiamo ritessere i fatti e all'occorrenza rivederli, per metterli a fronte dei nuovi, per vedere le incoerenze degli uomini e la logica degli avvenimenti. Saranno poi un gran prezioso repertorio per chi vivrà tanto da vederedissipate le nebbie presenti e ritornar il sole della verità.
Intanto queste Memorie, coiCasi di Toscanae collaStoria delle due Siciliedal1847 al 1861, di Giacinto de' Sivo, si può già formarsi un concetto de' fatti e degliuomini presenti, e trovar fra le tenebre un raggio di luce che aiuti al giudicare e prepari all'operare.
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Man mano che escono questi quaderni recano sempre novella luce alle condizionipassale e presenti di questa parte dell'età nostra, e ci lasciano intravvedere non pocodell'avvenire: e quando saranno compiuti gli avvenimenti, sarà puro non lieve vantaggio e conforto rimontare, col sussidio di questo lavoro, più poderoso di quel chepaja al semplice titolo, alle cause che buono o malgrado li preparavano.
Questo quaderno poi è specialmente utile per noi Modenesi in quanto contiene riflessioni e documenti a noi relativi, che sebbene stampati ne' giornali di Torino,l'EccelsoDittatore Farini, venuto a recarci la libertà proibiva che fossero tra noi introdotti. Fra glialtri documenti v'è il testo ufficiale del Trattato di Zurigo con analoghe osservazioni. Restano anche di questa serie sette quaderni da pubblicare, perché questa comela prima (della quale evvi un deposito presso il sig. Direttore dell'Unità Cattolicaecosta lire 10) verrà composta di 12 quaderni.
Nelle provincie chi intende associarsi spedisca un vaglia postale di Lire 10 in lettere affrancata, intestatoaisig. Direttore dell'Unità CattolicatTorino.
Illustrissimo Signore,
Volge presto al suo termine la seconda serie delleMemorie per la storiade' nostri tempi,e gli Associati, dentro i mesi di dicembre e gennaio,riceveranno gli ultimi quaderni che restano. Noi fummo consigliati ad intraprendere questa pubblicazione dai seguenti motivi: 1° Dalle continue domande che civenivano dall'Italia e da fuori, per avere documenti ed informazioni riguardo allastoria contemporanea; 2° Dalla necessità di contrapporre fatti veri e documentiirrefragabili ai volumi che la rivoluzione ogni giorno spande a centinaia nella nostraPenisola; 3° Dal vantaggio che ricavasi nel riassumere i detti ed i fatti de' rivoltosi, e gettarli sulla loro faccia come argomento della slealtà, e della contraddizioneche ne forma tutta la politica e la morale; 4° Dalla difficoltà che più tardi dovrassicertamente provare per raccogliere que' documenti, quegli articoli di giornali, quelleconfessioni parlamentari, che, si hanno oggidì facilmente alla mano.
Sull'esempio perciò de' nostri antichi pubblicammo la prima serie delleMemorieper la storia de nostri tempi, la quale fu bene accolta dal pubblico, e benedettadal nostro Santo Padre Pio IX, Ma gli Associati allaseconda seriediminuironoassai, e prima di metter mano alla terza, desideriamo essere certi del loro concorso Il prezzo dell'opera è cosi tenue, che non potremmo rifarci delle ingentispese di stampa e di posta, senza un buon numero Ji soscrittori. Di che abbiamostimato buon consiglio mandare innanzi questa circolare, come una domanda ainostri amici. Rispondeteci francamente: Pare a voi che questa raccolta d'articoliedi documenti si debba proseguire, oppure terminare collaseconda serieoggidì incorso di stampa? Ne' quaderni pubblicati non potà inserirsi il tutto, perché ad ognimomento la materia cresce straordinariamente, e ci parve meglio compiere la storiad'un anno, che sfiorare quella di cinque. Ad ogni modo l'opera resta compiuta,tanto nella prima quanto nella seconda serie. In quella avete avuto gli apparecchidella rivoluzione italiana; in questa la storia del 1859 e 1860. Vi piace che noi,proseguendo, raccogliamo leMemoriedel 1861, 1862, ecc.? Oppure lasciamo lìquesto lavoro? Ecco la nostra domanda, a cui vorremmo una risposta prima diaprire una nuova associazione. Noi non intendiamo per ora di accettare danari perla terza serie delleMemorie de' nostri tempi, giacché non potremmo pubblicarlesenza prima essere certi d'un discreto numero d'associati che ci salvino dalle spese. Chi ha dunque intenzione d'associarsi a suo tempo, favorisca di sottoscrivere perora la scheda unita alla circolare distribuita coll'antecedente fascicolo, e ce lamandi franca di posta. Il numero poi delle schede che riceveremo servirà perfarci risolvere se dobbiamo metter mano allaterza serie, o terminare la nostrapubblicazione colla seconda.
Torino, 25 novembre 1864.
GIACINTO ISNARDI
Gerente dell'UnitàCattolica.
PER LA STORIA DE' NOSTRI TEMPI
Terza Serie
Da ogni parte, e dalle più autorevoli persone ci giunsero consigli ed esortazioni perché proseguissimo la pubblicazione di questeMemorie,i cui primi quattro volumi giù bastano a farne apprezzare tutta l'utilità non solo per l'avvenire, ma eziandio pel presente. Difatto le questioni relative agli appelliper abuso, ed agliarticoli organici, che oggidì rinascono in Francia, sono discorse nellaprima serie, dove si parla di un simile processo girato da Napoleone III al vescovo di Moulins, nell'anno 1857. E la famosa Convenzione del 15 di settembre 1864 vi si trova bellamente interpretata e commentata coi documenti, e coi fatti relativi al 1859 e 1860.
Arrendendoci adunque agli altrui consigli, annunziamo che nel 1865 verrà in luce laterza seriedelleMemorie per la storiade' nostri tempi. Vi discorreremo i fatti del 1861, le origini del Regno d'Italia, la genesi della formola: libera Chiesa in libero Stato, le larghe promesse fatte alla Chiesa; la proclamazione di Roma capitale; le orazioni del senatore Vacca, che volea aboliti gli Exequature gli appelliab abusu,e cento altre cose simili. Questa serie dovrà riuscire più importante delle precedenti, e potrà formare come un'opera a parte a cui si potrebbe apporre per titolo: primi vagiti del Regno d'Italia.
Noi siamo ben lungi dall'avere raggiunto quel numero di associati che ci sarebbe necessario per cavarci dalle spese ingenti richieste dalla stampa. Confidiamo tuttavia che nel corso dell'anno gli associati cresceranno, e i più zelanti ce ne procacceranno dei nuovi. Intanto coloro i quali sottoscrissero la scheda unita alla circolare inviata, favoriscano di farci tenere il prezzo dell'associazione per l'anno corrente con un vaglia postale di L. dieciintestato al direttore dell'Unità Cattolicain Torino.
Avvertiamo che ci restano ancora invendute molte copie della prima e della seconda Serie, le quali si spediscono franche di posta a L. 10per Serie in Italia, e a L. 12nel Veneto e negli Stati esteri. |
(1) Si notino bene queste parole che dire a Cavour fin dal 1850 dopo di essere stato a Parigi! Ora vengono ripetute dal Bonaparte.
(2) San Paolo, Ep. ad Rom., cap. XVIII, v. I et seg.
(3) Il Diritto del 3 di aprile, N° 94, scrive: Un significante silenzio accolse le parole che riguardano Savoia e Nizza; e parve persino una crudele ironia il ricordo della sanzione delle Camere e del voto dei popoli, quando ognuno sa che noi abbiamo ornai abbandonate quelle due. provincie, mentre esse sono occupate dai Francesi. Era meglio non toccare questo tasto delicata, se non volevasi che in ogni cuore avesse un'eco di dolore. Il silenzio che accolse questo passo del discorso della Corona deve pure avere avvertito il ministero, che il paese, con grande ansietà attende chiare spiegazioni su questo penosissimo argomento».
(4) Vedi lo scritto intitolato: È vero che Nizza desideri staccarsi dal Piemonte? Prove del notaio Eugenio Emanuel, nizzardo. — Nizza, stamperia del Nizzardo, diretta da Eugenio Lavagna, 1859.
(5) Anche all'arrivo in Nizza delle prime truppe francesi il Moniteur parlava d'entusiasmo. Ma il dep. Mancini disse alla Camera il 12 di aprile: «Io che ho assistito all'ingresso delle truppe francesi in Nizza, non mi sono accorto menomamente del preteso entusiasmo dell'accoglimento dei Nizzardi (Ilarità)» (Atti ufficiali, N° 12, pag. 43, col. 2).
(6) «In quanto alla maniera di votare noi abbiamo stimato di non poter adottare miglior sistema che applicando a Nizza ed alLa Savoia le disposizioni che erano state messe in pratica nell’Emilia e nella Toscana. Qualunque pertanto sia il risultato del voto, esso avrà il carattere d’un voto schiettamente espresso» (Cavour, tornata del 12 aprile, Atti Uff., N° 10, pag. 88).
(7) Gallia Narbon., lib. IV.
(8) De Nerbo. Prue., cap. IV.
(9) Italiae Descriptio, lib. u, cap. 3.
(10) De Italiae sita, cap. I, tav. 6.
(11) lib. u, epist. 7, lib. v, epist. 3.
(12) Storia della Gallia sotto la dominazione romana, tom. 3, pag. 75.
(13) Parigi 1838, tom. II, pag. 186 e seg.
(14) Tutte queste citazioni sono tolte dagli Atti Ufficiali, N° 42.
(15) «Io dico, o signori, che quella lettera costituisce per me un gran compenso i Cavour, loc. cit.
(16) Atti Uff. N. 40, pag. 132, 2 col.
(17) Moniteur 19 giugno 1792, 16 febbraio 1793.
(18) Moniteur 8 ottobre 1794.
(19) Moniteur 7 thermid. an. III.
(20) Moniteur 30 pluvióse an. IV.
(21) Mèmoires de Bourrienne, tom. VI.
(22) Granier de Cassagnae, Histoire du Directoire, tom. i, parte 2». Si calcolò che le rivoluzioni di luglio e di febbraio costarono alla Francia più di 30,000,000,000! Leggi sir Francis d'ivernoi, delle perdite cagionate dalla rivoluzione.
(23) Tornata del 14 maggio 1858.
(24) Tornata del 15 maggio 1858.
(25) Tornata del 17 maggio 1858.
Tornata del 31 di maggio 1858.
(27) Il Pontefice e i suoi persecutori. Pensieri di Carlo Ripardelli. — Roma, tipografia Aureli, 1860.
(28) Il deputato Mancini nella tornata del 29 di giugno chiamò l'esercito napoletano «una armata bene istrutta, forte di numero e di disciplina» (Atti Uff. ) N 112, pag. 437).
(29) Lettere del Giusti pubblicate da Le Monnier, vol. II, Lettera 350.
(30) Ecco il dispaccio del Conte di Cavour:
Al marchese Pallavicino, prodittatore—Napoli.
Torino, 24, ore 4, 45 pom. — Chieti, ore 7, 20 pom.
L'Italia esulta pel splendido risultato del plebiscito che al suo senno, alla sua fermezza ed al suo patriottismo è in gran parte dovuto. Ella si è acquistato cosi nuovi e gloriosi titoli alla riconoscenza della nazione.
Conte CAVOUR.
(31) Napoleone non aspettò la morte di Giuseppe per nominare un altro re; né nominando questo, chiamò un principe della sua casa a figlio adottivo, ma in vece Murat!
(32) Pare però che più tardi il Dittatore e Prodittatore si sieno riconociliati, giacché l'Indipendente pubblica quanto segue:
«Devo per ossequio della verità dichiarare che fui incaricato di portare una lettera del generale Garibaldi al prodittatore Pallavicino, in cui egli esprimeva il suo dispiacere dell'accaduto, e che la loro amicizia continua ad essere sempre quella di prima, e Napoli, il 9 novembre 1860.
S. Turr».
(33) Nel Fischietto, giornale che pubblicasi in Torino, il giorno 1° di novembre (N° 131, leggevasi: «Il Fischietto ba pensato di segnalare all'adorazione e alle invocazioni dei fedeli i Santi più propizi, i Santi più favorevoli alla causa italiana, acciò ad essi singolarmente sia rivolto ogni voto, ogni pensiero del pubblico. Tali sono: 1° S. Vittorio e Sant'Emanuele, che si possono dire due spiriti in corpore uno per volere il bene e la felicità d'Italia. 2° San Giuseppe di Napoli — o San Giuseppe dalla camicia rossa—che i nemici d'Italia hanno sopranominato il Diavolo; mentre va classificato invece fra i Santi del numero uno. 3° San Camillo — non di Lellis ma di Leri. — Un Santo malizioso che ama molto il fumo dell'incenso — ma che ama assai più l'Italia, e che perciò si fa perdonare il resto, Sant'Enrico di Castelfidardo. — Un Santo che mena botte da orbo, quando capita l'occasione. 5° Sant'Alfonso del Mincio — il quale si è incaricato di guardarci le spalle, e caschi il mondo!..... ce le guarderà. 6° San Manfredo d'Ancona. — È un posa piano, ma di quelli per cui fu scritto: Posa piano e fa bel colpo. 1° San Carlo, Ammiraglio. — Differisce da San Carlo Borromeo nel naso — avendolo assai più piccolo — e nell'uso delle nespole e delle ciliegie — San Carlo Borromeo le mangiava: San Carlo ammiraglio le lancia, con effetto prodigioso, sulla testa e sul naso ai nemici d'Italia. 8° E non bisogna dimenticare i Beati: come sarebbe il Beato Nino Bixio, il Beato Medici, il Beato Stefano Turr, il Beato Cosenz, ed altri, tutti avvocati, tutti benemeriti della santa causa che ci sta a cuore...».
(34) Perché il lettore possa lare da sé maggiori confronti, pubblichiamo il Pater stampato a Parigi nel 1791, col titolo: Prière républicaine adressée à l’Être suprême, propre à réciter dans toute l’étendue de la République les jours de fete. È un documento rarissimo. Eccolo: «Liberté, bonheur suprême de l'homme sur la terre, que ton nom soit célébré par toutes les nations; que ton règne bienfaisant arrive pour détruire celui des tyrans; que ton culte sacré remplace celui de ces indoles méprisables que tu viens de renverser; que la justice soit désormais la régie de nos volontés.
«Ne laisse plus tes lâches ennemis partager avec nous notre pais quotidien; méprise leurs audacieux attentats; fais les rentrer dans la fange de l'esclavage, puisqu'ils s'y plaisent; seconde nos efforts pour venger l’humanité de leur scélératesse; ne nous laisse point succomber à la séduction de leurs infâmes agents; mais délivre-nous pour toujours de la féodalité, et fais, qu'un jour, enfin, l'univers retentisse des noms sacrés de liberté, d’égalité et de justice».
(35) Il Cattolicismo e la Demagogia italiana. Roma, Tipografia della Reverenda Camera Apostolica, 1849, pag. 63.
(36) La Rivoluzione Romana al giudizio degli impaniali. Firenze 1852, 2 edizione pag. 218.
(37) Fatti atroci dello spirito demagogico negli Stati Romani, racconto estratto dai processi originali. Firenze 1853, pag. 302.
(38) Vedi un articolaccio del Risorgimento di Firenze, 21 gennaio, N° 10, intitolalo la Pastorale del Vescovo di Fermo.
(39) Le due Pastorali vennero pubblicate nel Risorgimento di Firenze del 21 di gennaio, 9 e 10 marzo 1860.
(40) Orazioni sacre e dissertazioni storico-polemiche del canonico teologo Giovanni Battista Torricelli. Lugano, 1857, tom. v, pag. 119, 120.
(41) Il Fuchs e i suoi errori vennero condannati da Gregorio XVI coi Brevi del 24 di luglio e 17 settembre 1833. Vedi il Cattolico di Lugano, vol. II e ih.
(42) Torricelli, vol. v, pag. 122.
(43) Torricelli, vol. v, pag. 126.
(44) Torricelli, vol. v, pag. 136.
(45) Torricelli, loc. cit., pag. 137.
(46) Civiltà Cattolica, serie n, vol. v, pag. 691.
(47) Civiltà Cattolica, serie li, vol. xi, pag. 365.
(48) Gazzetta Ufficiale, 22 di settembre 1860, numero 226.
(49) Gazzetta del Popolo, 23 di settembre, num. 225.
(50) Unitario di Modena, 22 di settembre, num. 82.
(51) Tempo di Casale, 21 di settembre, num. 50.
(52) Movimento di Genova, 22 di settembre, Suppl. al num. 266.
(53) Sentinella Bresciana, 22 di settembre, num. 108.
(54) L'Arlecchino di Firenze, 21 di settembre, num. 157.
(55) Pio VII e Pio IX— Reminiscenze e Conforti, pag. 11.
(56) Vingt-Cinquième Bulletin, 8 juillet 1809.
(57) Alzog, Storia delta Chiesa, vol. ut, pag. 439, Parigi 1849,
(58) StHilar, De Trinitate, lib. 7, cap. 4.
(59) Allocuzione del 13 di luglio 1860,
(60) Tutti questi particolari sono tolti dai dispacci piemontesi, non avendo noi avuto relazioni dai generali pontificii.
(61) Il ministro dell'interno del Piemonte, sotto la data del 20 di luglio 1855, ha visto ed approvato le istruzioni relative alla prostituzione, e il 1° di gennaio 1857 approvò un regolamento sulla prostituzione della città di Torino. Il Diritto lagnossi altamente dell'immoralità del regolamento, il Courier des Alpes sfolgorò lo stabilimento in Savoia delle case di prostituzione, malgrado la querela dei cittadini onesti di Ciamberì; e quel tribunale di prima cognizione, con sentenza del 31 di luglio 1857, riparò allo scandalo ministeriale. Vedi ciò che fu scritto intorno a ciò dal conte Solaro della margherita nel suo Discorso secondo alla Nazione, pag. 6, e dall'Armonia nel N° 249 del 29 di ottobre 1857 (Nota della Redax. ).
(62) Rome devant l'Europe, deuxième Édition, Paris, 1860. La seconda parte di questo libro è intitolata: Il Codice Napoleone e le Leggi Romane. Tale trattazione si stende da pagina 153 a pag. 278. Ne raccomandiamo la lettura a tutti i nostri avvocati, e principalmente all'avvocato Cassini».
(63) Tutte le citazioni delle parole dei Deputati sono tolte dalla relazione officiale della tornata dei 18 di ottobre 1860, N° 166, 167, da pag. 645 a pag. 649.
(64) Rome devant l'Europe par M. Paul Sauzet. Seconda edizione, pag. 235.
(65) Il deputato Cavalieri, nella tornata del 16 di maggio 1860, fece la critica del Codice penale Piemontese raffazzonato nel 1859 dai liberali, e trovò che postergava i postulati della ragione e della giustizia universale — che conteneva assurdi unici in Europa — apriva l’adito a condanne d'innocenti ripugnava a tutti gli insegnamenti di tutte le scienze — era contrario a tutti i principii di legislazione e di ragion civile — contrario ad ogni principio di scienza morale (Atti Uff. della Camera, N° 25, 26, pag. 94, 95).
(66) Tertulliano, De Praescript., cap. 36. «Pietro vive sempre, perché i trentatré anni della vita del Salvatore si continuano tutti i giorni nella Chiesa. Cosi il P. Faber nei suo discorso pronunciato il 1° di gennaio del 1860 nella chiesa dell'Oratorio di Londra.
(67) La notte in cui Pio VII fu imprigionato nel Quirinale, questi versi di Dante e quelli che seguono, vennero scritti sulle mura di Roma.
(68) A Liegi venne pubblicato un libretto col titolo: Pie IX dans la voie du Calvaire, ou les XIV stations du chemin de la croix, appliquées a IV. T, S. P. le Pape.
(69) Jésus sera en agonie jusqu'à la fin du monde: il ne faut pas dormir pendant ce temps-la Pascal, Pensées et fragments.
(70) Don Juan Gonzales, El Papa en todos los tiempos.
(71) Thiers, il 30 di marzo del 1849, chiamava l'autorità temporale del Papa une autorità nécessaire à l'Europe.
(72)) In questi giorni, in cui il nostro Santo Padre Pio IX è tanto perseguitalo, e soffre per la causa della Chiesa e della giustizia cosi acerbi dolori, noi non sappiamo che pensare a lui che scrivere di lui, che cercare ogni via per compensare le scelleratezze che si commettono contro di lui. Pio IX oggidì è il nostro unico pensiero, il nostro maggiore affetto, e noi vorremmo lodarlo e benedirlo tanto quanto i tristi l'offendono e lo maledicono.
(73) Gesuita Moderno. Edizione di Torino, 1848; vol. iv, pag. 136.
(74)Cosi il Card. Bernis nel suo poema: La Religùm vengée.
(75) Questo è lo scopo di tutte le rivoluzioni, ridurre i popoli al paganesimo, e renderli, come diceva S. Paolo, sine Christo, sine Deo in hoc mundo (Ad Ephes., n, vers. 12).
(76) «Pie Vili, avant son élection, avait souffert la persécution auprès de Pie VII, et avait appris de lui la résignation du marlvre». Lafqud, Lo voie douloureuse des Papes, Paris, 1860; pag. 178.
(77) Gesuita Moderno, Ediz. tor., 1848; vol. IV, pag. 136.
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Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura! Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin) |
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