MEMORIE PER LA STORIA DE' NOSTRI TEMPIDAL CONGRESSO DI PARIGI NEL 1856 AI PRIMI GIORNI DEL 1863SECONDA SERIE VOLUME PRIMO TORINO STAMPERIA DELL'ORIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE Via Carlo Alberto, casa Pomba, n° 33. 1864 |
(SERIE SECONDA)
Confortati dal benevolo accoglimento fatto ai primi due volumi di queste Memorie, mettiamo mano ad una seconda serie, che tratterà delle cose avvenute dal 1859 ai nostri giorni. Nel congresso di Parigi covavano i semi della guerra e della rivolta. Colà, oltre le sette potenze, era convenuta un'ottava, e questa, com'ebbe a dire Angiolo Brofferio il 7 maggio 1856 nella Camera dei Deputati di Torino, ai chiamava la rivoluzione ((1)). E la rivoluzione, preceduta dalla guerra, scoppiò tre anni dopo, e dura tuttavia. Non ci stimiamo abbastanza liberi per iscriverne la storia, e dobbiamo però restringerci a semplici riproduzioni, confessioni, rivelazioni, statistiche, appunti. A suo tempo uno storico imparziale si gioverà della nostra raccolta, giudicando con giustizia inesorabile i fatti e le persone.
Volendo abbracciare con un solo sguardo tutto lo spazio che corre dal principio del 1859 a' giorni nostri, pare a noi che questo tratto di tempo possa dividersi in sei periodi come segue:
1° Periodo. — Dalle parole dette il 1 gennaio 1859 dall'imperatore dei Francesi Napoleone III al barone di Hubner ambasciatore austriaco, fino alla dichiarazione di guerra, e al proclama del 3 di maggio indi rizzato al popolo francese. In questo tratto di tempo si fanno dalla parte dell'Austria, della Francia e del Piemonte grandi preparativi di guerra; la diplomazia s'agita, l'Inghilterra si adopera per la pace, lord Cowlev va a Vienna, la Russia propone congressi, Napoleone III fa pubblicare articoli dal suo Moniteur, e libretti dal suo La Guéronnière, il conte di Cavour stringe matrimonii, e scrive Memorandum, il Piemonte ascolta il grido di dolore delle altre parti d'Italia, e dopo quattro mesi di continue incertezze, e di reciproci inganni, la sera del 23 aprile 1859 il barone Kellersperg arriva in Torino latore dell'Ultimatum dell'Austria.
2° Periodo. — Dalla dichiarazione di guerra alla pace di Villafranca. Il 3 di maggio Napoleone III avverte i Francesi che scende in Italia per restituirla a sé stessa, fa larghe promesse al Papa che vuoi difendere in tutti i diritti di sovrano temporale e Giulav invade il Piemonte; il 14 maggio Napoleone è in Alessandria, il 20 combattimento alla Sesia, il 30 battaglia di Palestro, il 24 giugno battaglia di Solferino e di San Martino; 18 luglio armistizio, e il 12 la pace di Villafranca che stabilisce una Confederazione di tutti gli Stati d'Italia sotto la presidenza d'onore del Romano pontefice. La guerra finisce, e la rivoluzione trionfa.
3° Periodo. —Dalla pace di Villafranca all'annessione della Savoia e della contea di Nizza alla Francia. Si da l'ultima mano alle rivoluzioni di Parma, Modena, Romagna e Toscana scoppiate al rompere della guerra. A Firenze il gran duca era stato costretto a partire fin dal 27 di aprile. Ricasoli comanda a bacchetta, il dottor Farini governa a Modena, poi a Parma ed a Bologna; si vota, si ciancia, si compra, si vende; Torino impresta milioni e soldati; il trattato di Zurigo è prima stracciato che sottoscritto, ma il Moniteur di Parigi protesta, Napoleone III manda nell'Italia centrale il signor di Reiset e il principe Poniatowski per perorare in favore de' principi, il ministro Thouvenel il 24 febbraio 1860 dichiara che assolutamente la Francia non può approvare in Italia un movimento unitario: tuttavia il 24 marzo il conte di Cavour sottoscrive la cessione di Nizza e Savoia alla Francia, ed allora avviene dalla parte di Napoleone III un totale cambiamento di scena.
4° Periodo. —Dall'annessione della Savoia e di Nizza alla Francia all'invasione delle Marche e dell'Umbria. L'11 e 12 marzo 1860 la Toscana risponde sì al plchiscito, e vuole unirsi col Piemonte; dall'11 al 25 di marzo viene legalizzata l'annessionedei quattro Stati dell'Italia centrale; Te Deum, banchetti e luminarie; il 2 aprile si radunano in Torino i nuovi deputati di Firenze, Bologna, Modena e Parma; nel maggio Garibaldi parte per la Sicilia; Camillo di Cavour minaccia d'inseguirlo e lo soccorre; pubblicamente lo condanna, segretamente lo difende; dalla Sicilia Garibaldi passa sul continente, ed entra in Napoli; i soldati Piemontesi corrono in suo soccorso, invadono le Provincie Pontificie senza dichiarazione di guerra ed entrano nelle Napoletane dopo d'essere passati sui cadaveri dei cattolici difensori di Pio IX.
5° Periodo. — Da Castelfidardo alla proclamazione del regno d'Italia ed alla morte del conte di Cavour. Le Marche e l'Umbria, Napoli e Sicilia rispondono sì liberamente e concordemente come Toscana,
Romagna, Modena e Parma; nel gennaio 1861 si convocano i comizii elettorali, e vengono nominati i deputati di tutta Italia che si radunano in Torino il 18 febbraio. Il 15 di marzo luminarie per la proclamazione del regno d'Italia; il 27 di marzo dichiarazione che si vuole andare a Roma a?accordo colla Francia, per proclamare sul Campidoglio libera chiesa in libero stato. Tutto fin qui era proceduto a seconda di rivoluzione, quando incominciano i rovesci, colla morte inaspettata del conte di Cavour.
6° Periodo. — Dalla morte del conte di Cavour alla presente agonia.Questo ultimo periodo non è che una serie di casi meschini, di spavalderie libertine, di badalucchi parlamentari, di vani e ridicoli sforzi per conquistare Roma, di ministri che partono, e di ministri che arrivano e fanno tutti pietà, di basse apostasie, d'invasioni di conventi e spogliazioni di monache e di frati, di vescovi processati e condannati, e di cardinali e di vescovi imprigionati senza processo e senza condanna, frattanto che scoppia in Napoli una guerra civile atrocemente combattuta da ambe le parti.
Gennaio 4. —Nel ricevimento del corpo diplomatico l'imperatore Napoleone III disse al barone Hubner, ministro austriaco a Parigi le seguenti parole: «Sono dolente che le nostre relazioni col vostro governo non sieno pia cosi buone come per lo addietro; ma vi prego di dire al vostro Imperatore che i miei sentimenti personali per lui non sono cangiati». (Constitutionnel, 4 gennaio 1859).
7 detto. — Il Moniteur smentisce le bruits alarmants fatti nascere dalla pubblicazione delle parole precedenti.
40 detto. — Vittorio Emanuele II inaugurando la sessione legislativa delle due Camere pel 1859, pronuncia un discorso nel quale dichiara e di non essere insensibile al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi».
21 detto. —La Camera dei deputati di Torino vota la legge per la mobilizzazione della Guardia Nazionale, dichiarando obbligatorio l'uniforme. Il deputato Casalis propose 3 mesi di carcere a chi mancasse al servizio!
29 e 30 detto. — Sponsali e matrimonio della principessa Clotilde col principe Napoleone, vincolo d'alleanza del Piemonte colla Francia. Grandi feste in Torino ed in Genova. Il municipio Taurino presenta alla sposa un candelabro!
4 e 9 febbraio. — La Camera di Torino fra gli applausi delle gallerie approva un imprestito di 50 milioni. Ai quattro di febbraio il conte di Cavour aveva indirizzato alle Corti una circolare sullo stesso prestito per dissipare i timori di guerra. Questo prestito fu aperto dal ministro Lanza il 1° successivo marzo al tasso del 79 p. 0|0.
95 detto. Risposta del conte Buoi alla nota del conte di Cavour indirizzata al gabinetto inglese sulla vertenza austro-piemontese.
5 marzo. —Il Moniteur pubblica un articolo diretto a dimostrare che la gravità della situazione in Italia ha destato l'attenzione dell'Imperatore, e la sua preoccupazione sulle alleanze conformi agli interessi della Francia. L'imperatore ha promesso al re di Sardegna di difenderlo contro qualunque atto aggressivo per parte dell'Austria e nulla pia; e terrà la sua parola. Nega che la Francia faccia armamenti, essa non ha aumentato l'effettivo del suo piede di pace. Sei lavori degli arsenali hanno avuto in questi ultimi tempi un impulso straordinario, gli è perché c'era tutto il materiale dell'artiglieria da cangiare e tutta la flotta da trasformare. I preparativi della marina si riducono all'armamento di quattro fregate e di quattro trasporti per le diverse eventualità.
6 detto. — Abolizione delle monete austriache, ed amnistia a tutte le pene incorse dai militi della Guardia Nazionale per infrazioni al servizio ed alla disciplina.
7 detto. — Memorandum del conte di Cavour alle Corti d'Europa sulla crisi italiana. Dice doversi combattere l'Austria perché ha stretto un Concordato colla S. Sedei (Vedi più innanzi pag. 32 e seg. ).
9 detto. —Manifesto del Comando militare di Torino per la chiamata straordinaria dei provinciali in congedo illimitato dietro dispaccio del ministro della guerra dello stesso giorno.
15 detto. — Nuova nota del Moniteur in cui è detto che una parte della Germania presenta uno spettacolo che affligge e sorprende. "Se la Francia si preoccupa della situazione inquietante dell'Italia gli è per risolverla, d'accordo cogli alleati, nell'interesse del riposo dell'Europa. È impossibile mostrare un desiderio pili sincero di sciogliere pacificamente le difficoltà, di prevenire le complicazioni che risultano sempre dalla mancanza di previdenza e di decisione. Prova tale diffidenza di una parte della Germania essere irriflessiva, ingiusta, offensiva per la Francia, essere un attentato contro la sua indipendenza e la sua politica. La vita di una grande nazione, come la Francia, non essere circoscritta nei suoi confini; essa si manifesta in tutto il mondo col mezzo della sua azione salutare che essa esercita a profitto della sua potenza nazionale e a vantaggio della civiltà.
21 detto. — Proclama del signor Sindaco di Torino per l'arruolamento volontario dei militi della Guardia Nazionale per l'imminente guerra. Si notò l'energia delle seguenti espressioni: Vittorio Amedeo II,» chi minacciava di opprimere il Piemonte col numero dei nemici, rispondeva: batterò la terra col piede e ne usciranno eserciti di combattenti». E dopo un proclama cosi caloroso i volontari che risposero all'appello municipale, furono due!!
25 detto. — Adesione dell'Austria alla riunione di un Congresso proposto dalla Russia. — Partenza del conte di Cavour per Parigi, dopo aver il 17 dettata una nota al marchese d'Azeglio, ambasciatore a Londra, in risposta ad altra del conte Buoi in data delli 14, con cui promette che il Piemonte non attaccherà l'Austria durante il Congresso.
1 aprile. — Sconfitta del ministero torv a Londra nella Camera in seguito ad una mozione di lord John Russel.
3 detto. — Grande rassegna militare passata a Parigi dall'Imperatore.
10 detto. — Inaugurazione in piazza Castello del monumento dei Milanesi all'esercito Sardo.
17 detto. — L'arciduca Massimiliano parte da Milano con tutta la sua casa.
23 detto. — Varcano la frontiera sarda del Ticino i signori Ernesto barone di Kellersperg, vicepresidente della Luogotenenza di Milano e il cavaliere Ceschi di Santa Croce, intendente generale presso l'esercito austriaco in Italia, latori di dispacci che non devono aprire che in Torino. Giunti a Torino verso le tre pomeridiane, nel momento appunto che il conte di Cavour disponessi ad andar alla Camera, domandano per mezzo della Legazione di Prussia, incaricata di proteggere gli interessi austriaci in Piemonte, un'udienza al ministro degli affari esteri che è loro accordata per le cinque e mezzo di sera. Presentati dal conte Brassier di S. Simon, ambasciatore di Prussia, all'ora scelta dal conte di Cavour, gli rimettono l'ultimatum del governo austriaco.
23 detto. — Il conte di Cavour da atto agli inviati austriaci della presentazione dell'ultimatum, riserbandosi a prendere in proposito gli ordini di S. M. — Il barone di Kellersperg rimane a Torino fino allo spirare del terzo giorno per ricevere la risposta.
— Comunicazione del governo alla Camera dei deputati, ed approvazione della legge dei pieni poteri.
24 detto, — Regio decreto di chiusura delle Università in Terraferma.
25 detto, — Il Senato ad unanimità approva la legge dei pieni poteri.
26 detto, — Risposta del conte di Cavour alla nota austriaca.
27 detto, — Enciclica di Pio IX per la pace.
27 detto. — Funzione religiosa in Torino. Sulla porta della Chiesa di S. Giovanni leggevasi questa iscrizione: II Re, l'Esercito, l'Italia al Dio che regge la sorte delle battaglie. — I Francesi sbarcano in gran numero a Genova e passano le Alpi. Si inondano le pianure del Novarese e del Vercellese. — Proclama del Re Vittorio Emanuele alle truppe.
27 detto, — Nomina di S. A. il principe Eugenio a Luogotenente del Re. —Moti in Firenze, in seguito ai quali il Granduca è obbligato a partire con tuttala famiglia, e proclamasi la Dittatura di Vittorio Emanuele.
28 detto, — Pubblicazione della legge sulla stampa durante la guerra, e decreto d'amnistia per i reati politici e di stampa.
29 detto, — Arrivo del maresciallo Canrobert e del generale Niel in Torino e loro partenza col Re verso Chivasso.
30 detto, — Primo arrivo dei Francesi in Torino (Chasseurs de Vincennes,divisione Bruat). — Gli Austriaci sbarcano ad Arona, passano il Ticino ad Abbiategrasso ordinandosi a Cassolo. — Ingrossano sul Piacentino. — Si concentrano a Pavia, dove trovasi lo stato-maggiore generale. — Gli avamposti di cavalleria erano alla mattina a Vespolate e Cerano; grosse colonne si avanzavano sopra Mortara. — Un drappello di cavalleria nella notte precedente inoltrasi sino a Gropello e Zinasco. — Massa e Carrara proclamano la dittatura del re Vittorio Emanuele. Essendo quella popolazione minacciata da una colonna di truppe estensi, il governo, considerandosi in istato di guerra col duca di Modena, ha spedito delle forze militari per proteggerle e mantenere la pubblica tranquillità. Il duca di Modena protestò contro quest'invio di truppe perla sua dichiarazione di neutralità nell'imminente guerra.
1 maggio.— S. M. il Re, col suo stato-maggiore, è partito alle ore 9 per assumere il comando dell'esercito. — II giorno prima alle 3 pomeridiane Novara era stata occupata dagli Austriaci che si avanzavano verso Vercelli. — Ad Arona gli Austriaci ruppero i fili elettrici e ripartirono. Si sono ingrossati a Vigevano, tenendo gli avamposti sul ponte del Terdoppio a San Marco..
—,000 Austriaci giunsero a Sannazzaro: il generale Swarzemberg passò la notte a Luniello. Fu ordinata una forte requisizione in Mede; ed il sindaco fu legato e condotto al quartier generale per non aver potuto consegnare in tempo tutte le vettovaglie richieste.
2 detto.— Continua il movimento delle truppe austriache verso la Sesia.
Il generale Giulav ha pubblicato un proclama ai popoli sardi, nel quale rap«presenta il Piemonte come oppresso dalla violenza di un partito sovvertitore, dal quale egli viene per liberarlo. Contemporaneamente impone alla città di Novara una forte requisizione di vettovaglie e foraggi, pena, in caso di non consegna, di una multa eguale al quintuplo del valore. Gli Austriaci hanno occupato Vercelli, e si apparecchiano a gii tare un ponte sulla Sesia. Il grosso dell'armala nemica rimane sempre concentrato sulla sinistra del Po. Il Bollettino ufficiale dice: «Le truppe e i cittadini di Parma si sono pronunciati per la causa nazionale e per la dittatura di Vittorio Emanuele. La Reggente è par. tita, nominando una reggenza, la quale ha ceduto i poteri in mano di un Commissario provvisorio in nome di Vittorio Emanuele». Pontremoli si è sollevala al grido d'Italia e di Vittorio Emanuele. Gli Austriaci entrano in Modena e Reggio.
3 detto. — Gli Austriaci passano un ramo del Po a Cambiò, tentano di gettare un ponte sulla Sesia; ma le cresciute acque del fiume sono loro di impedimento. Costruiscono i ponti su due bracci del Po, uno dei quali detto Tartaro, perché letto antico del Tanaro. I ponti si costruiscono sulla strada nazionale che da Tortona conduce a Mortara. 150 Austriaci varcano la Sesia a Caresana, e 6i portano a Villanuova di Casale, dove si fermano alcune ore;quindi si ritraggono al di là del fiume. Verso sera un picchetto giunge a Terranuova, e fa una forte requisizione di vettovaglie e di carri. Cannoneggiano nella direzione di Valenza senza alcun effetto, s'inoltrano da Cambiò verso Sale;sulla sinistra del Po si avanzano verso Trino.
Fatto d'armi di Frassinetto. — Verso le ore 4 1 4 pomeridiane il nemico operò una forte ricognizione offensiva sulla sponda sinistra del Po' jn faccia a Frassinetto con tentativo di passare sulla ripa destra. Esso spiegò le sue forze all'altezza di Terranova dietro l'argine del fiume, aprì un fittissimo fuoco di moschetteria e di razzi contro i nostri avamposti. Le truppe del 47° reggimento fanteria colla 11. a batteria poste a guardia di quel sito, sostennero con intrepidezza il vivo fuoco del nemico. Il maggior generale cavaliere Cialdini, avvertito dal fragore del cannone, usciva con premura da Casale col 15° reggimento fanteria, con due squadroni di cavalleggieri Monferrato e la 3. a batteria di battaglia, per venire in aiuto delle truppe di Frassinetto e ricacciare il nemico al di là del fiume, qualora fosse riuscito a tragittarlo; prima però del suo arrivo colà a notte oscura, il nemico avea già cessato il fuoco, ed erasi ripiegato.
4 detto. — Nella notte dei 3 al 4, verso l'una e mezzo, il nemico tentò la costruzione di due ponti a barche in faccia a Frassinetto, ma, bersagliato da un vivo fuoco delle nostre batterie, dovette rinunciare il suo progetto, e verso le 8 del mattino di nuovo ritirarsi. Nello stesso mentre un altro corpo austriaco costrusse una batteria al ponte della ferrovia presso Valenza, è verso il mattino aprì un vivissimo fuoco contro le posizioni piemontesi. L'ottavo battaglione Bersaglieri e la 18. a batteria di battaglia che stavano a guardia e difesa di quel posto segnalaronsi per coraggio ed intrepidezza, e dopo tre ore di cannoneggiamento, costrinse il nemico a cessare il fuoco.
— Arrivo degli Austriaci in numero di 4000 a Castelnuovo Scrivia.
5 detto. — Gli Austriaci si avanzano fino a Tortona, abbracciando sette«reni del ponte di legno sul!» Scrivia, e fanno saltare colle mine il ponte della ferrovia sul medesimo fiume. Ordine a Milano di consegnare le armi fra tre giorni. Ritorno della duchessa reggente di Parma fra gli applausi della popolazione.
6 detto. — Ritiro degli Austriaci verso Vercelli. — Sgombro di CastelnuovoSeri via dirigendosi sopra Casei, Gerola e Pontecurone. — Sgombro di Vogheràe di Pontecurone. — Ricognizione alla testa di ponte di Gasale. — il generale Cialdini eseguisce una sortita dalla piazza di Gasale, e prende al nemico un grosso convoglio di bestiame ch'esso aveva raccolto; sono 64 buoi, 283 vacche, 51 manzi, 54 vitelli, 2 montoni, 6 tori, IO cavalli: in tutto 470 capi di bestiami. In questa sortita rimasero feriti un ufficiale e tre soldati. Fucilazione a Biella di Enrico Dossena di Pavia, spia austriaca.
7 detto, — Ristabilimento del ponte di legno sulla Scrivia. 'Direzione degli Austriaci verso Buronzo. Ordine. d'embargo posto sulle navi austriache nei porti dei R. Stati.
8 detto. — Breve occupazione di Biella, direzione del nemico verso Ivrea per Mongrando. Ricognizioni verso Cigliano. Gli Austriaci si ingrossano verso Valenza facendo saltare i due,'primi archi del ponte dalla sponda sinistra. Il governo incarica il generale Sonnaz della difesa di Torino.
9 detto. — Sgombro degli Austriaci da Tronzano.
10 detto È instituita la reggenza dell'Imperatrice di Francia. Essa si conformerà agli ordini scritti dall'Imperatore, di cui S. A. I. il principe Gerolamo, i presidenti dei Corpi dello Stato, i membri del Consiglio privato e i ministri prenderanno conoscenza. S. M. L'imperatore dei Francesi con S. A. I. il principe Napoleone parte da Parigi alle 5 pomeridiane. Giunto a Marsiglia, si imbarca sullateina Hortenseì meriggio del giorno seguente, e salpa alle ore due.
Il detto. — Proclama del principe Eugenio alla Guardia Nazionale di Torino.
Il detto. — Il quartier generale austriaco è a Mortara stendendosi a Palestro ed a Robbio. Il cardinale Antonelli in nome del Papa partecipa a tutti i funzionali del governo della Santa Sede che il S. Padre ha Avuta ampia ed esplicita dichiarazione dalla Francia e dall'Austria, che la neutralità dichiarata dalla Santa Sede verrà in ogni modo rispettata.
12 detto. — Trasferimento del quartier generale Sardo da San Salvatore ad Oocimiano. L'Austriaco ingrossa a Castel S. Giovanni sulla strada da Piacenza a Stradella. L'Imperatore dei Francesi è sbarcato a Genova poco dopo le 8. Erano andati al suo incontro il principe Eugenio, il conte di Cavour, i Ministri Bona e Nigra e il principe Latour d'Auvergne. Proclama dell'imperatore Napoleone.
13 detto. — Gli Austriaci ad un'ora e mezzo del mattino in numero di 200 entrarono in Bobbio. Gran movimento di truppe austriache presso il ponte della Stella a sinistra del Po. Alcune loro pattuglie sono andate a Broni,Argine e Gatteggio.
14 detto. — L'Imperatore de' Francesi ha trasferito il suo quartier generale ad Alessandria. S. M. attraversò la città a cavallo, accompagnato dal maresciallo Canrobert, e seguito da molti generali francesi e sardi. L'arrivo dell'Imperatore fu festeggiato con molte dimostrazioni di onore e di pubblica gioia. Un arco di trionfo portava l'iscrizione: All'Erede del Vincitor di Marengo.
— S. M. il Re, giunto contemporaneamente ad Alessandria, andava all'incontro dell'Imperatore.
15 e 16 detto. — Ordine del giorno dell'Imperatore Napoleone all'armata d'Italia.
17 detto. — Il Moniteur pubblica il rapporto sul prestito francese. Il numero dei sottoscritti fu dì 525,000, II capitale sottoscritto è di due miliardi, 307 milioni, di cui 80 milioni in sottoscrizioni da 10 franchi caduna.
18 detto. — Primo saggio dei cannoni rigati francesi presso il ponte di Valenza. Detti cannoni a 2600 metri di distanza impedirono agli Austriaci di fortificare un casamento sulla riva sinistra del Po.
20 detto. — Gli abitatori di Casteggio fino dal 18 avevano barricate le vie e respinto tre piccoli assalti degli Austriaci, uccidendo un uffiziale e ferendo parecchi soldati.
— Il colonnello De Sonnaz copriva da parecchi giorni la destra degli alleati sino a Casteggio. Alle 11 due forti colonne nemiche assalirono i nostri cavalleggieri, che dopo d'avere opposta resistenza, si ripiegarono (su Fossagazzo, ove trova vasi qualche corpo di fanteria francese. I nostri cavalleggieri, sei volte ritornando alla carica, ritardarono l'avanzarsi dell'inimico. Parte della divisione Forev entrò allora in linea, e combattendo alla baionetta, sostenuta da impetuose cariche della nostra cavalleria, al grido di «Viva l'Imperatore» e «Viva il Re» riprese Genestrello e Montebello, dove i nemici si erano trincierati nelle case e nel cimitero. Il combattimento durò sei ore; i nostri inseguirono fino in Casteggio i vinti, i quali lasciarono un gran numero di morti sul terreno, e 200 prigionieri, tra i quali 140 feriti. Gli alleati hanno avuto cinquecento tra morti e feriti. Rimasero uccisi il colonnello Morelli, t tenenti Blonav, Scassi, Govone; rimasero feriti il capitano Piola, i tenenti Ghiglini, Salasco, Milanesio, e il sottonente Mavr. il generale Sonnaz riportò una leggiera contusione al viso.
Combattimento alla Sesia. — II generale Cialdini, volendo impadronirsi del capo sinistro del ponte di Vercelli, rotto dagli Austriaci, e proteggere la costruzione di un altro ponte sulla Sesia, mise in movimento due colonne, le quali passando il fiume, convergessero al medesimo punto. Una di queste colonne si spinse ad Albano, dove passò a guado la Sesia. Assalita da forte numero di nemici imboscati, sostenne un vivo combattimento verso Villata, e fatto impeto, li mise in rotta e giunse a stabilirsi a Borgo Vercelli con poca perdita dei nostri. L'altra colonna guadò la Sesia ai Cappuccini Vecchi, sorprendendo due compagnie nemiche, e vi si stabilì.
La perdita dalla nostra parte fu lieve: considerevole quella degli Austriaci, i quali lasciarono nelle nostre mani prigionieri e salmerie. Si segnalarono in questo fatto d'arme i bersaglieri, due squadroni de' cavalleggeri di Alessandria, il reggimento Piemonte reale ed un battaglione del 10.
21 detto, — Ritirata dei nemici su Stradella. — Gli Estensi abbandonarono Aulla, Fivizzano, Fosdinovo e paesi vicini, e si sono ritirati per la via del Cerreto. Fu proclamata la dittatura del Re Vittorio Emanuele. La bandiera tricolore sventola in tutta la Lunigiana.
22 detto. — Ricognizioni dirette dal Re sulla Sesia, occupazione per parie»delle regie truppe dell'isolotto in faccia a Terranova. — Sorpresa fatta dal 1° fanteria al Torrione. — Partenza del principe Napoleone per Livorno ed arrivo il giorno seguente. — Dichiarazione della Garfagnana per la rivoluzione.
— Trasferimento del quartier generale austriaco a Garlasco. — Proclama del generale Giulav, col quale prescrive a tutti gli abitatori dei paesi occupati dalle truppe imperiali la consegna, nel termine di due giorni, di tutte le armi da fuoco e da taglio, sotto pena della fucilazione.
23 detto. — Fucilata dei Piemontesi contro Palestro. — Garibaldi passa il Ticino, —II battello austriaco, il Ticino, si appressò ad Intra, intimando si consegnassero due individui ritenuti in prigione come spie. Fu battuta la generale, furono suonate le campane a stormo; accorse la guardia nazionale in gran numero, anche dai paesi vicini; allora il Ticino si allontanò, facendo fuoco contro l'isola di S. Gioanni e contro la Castagnola. Nessuno dei nostri fu offeso.
detto. — Arrivo del generale Garibaldi a Varese. Grande entusiasmo. —Dichiarazioni pel re Vittorio Emanuele.
detto. — Attacco degli Austriaci a Sesto Calende.
detto. — Battaglia di Varese. — Entrata dell'Imperatore in Vercelli.
detto. — Entrata in Corno di Garibaldi e del generale Ribotti in Parma. Interruzione della corrispondenza del Piemonte colla Lombardia. Destituzione del Sindaco di Castelletto sopra Ticino. Destituzione ed arresto del Commissario provvisorio di Arona. Gli Austriaci occupano Bobbio.
detto. — Fucilazione in Vercelli di certo Speirani Angelo da Pavia, spia austriaca. Entrata del Re a Vercelli.
detto. — Battaglia di Palestro. — Proclama del Re alle truppe.
Si detto. — Seconda battaglia di Palestro ottenuta col concorso degli Zuavi. Si presero al nemico otto cannoni, di cui 5 dai Zuavi, e 3 dai nostri bersaglieri. Il Re espose a pericolo più volte la sua vita, e per il sommo coraggio dimostrato i Zuavi lo nominarono loro Caporale.
2 giugno. — Gli Austriaci sgombrano precipitosamente Novara e Mortara, e si ritirano oltre il Ticino.
5 detto, — Battaglia di Magenta, vinta dai Francesi capitanati dall'Imperatore. Il generale MacMahon si guadagnò il nome di Duca di Magenta. Grandi feste a Parigi ed a Torino per questa vittoria.
6 detto. — Sgombro degli Austriaci da Pavia. — Milano è libera, e gli Austriaci hanno sgombrato la città e il castello. — Una deputazione del Corpo municipale di Milano ha consegnalo a S. M. il re Vittorio Emanuele, in presenza di S. M. l'imperatore Napoleone III, un indirizzo.
8 detto — Entrata trionfale del re e dell'imperatore in Milano — Vittoria di Melegnano, conseguita dai] francesi. — Gli austriaci abbandonano Laveno, riparandosi coi vapori nelle acque svizzere. Molti materiali e viveri furono dal nemico abbandonati. — La guardia nazionale d'Intra, il commissario della Regia-Dogana ed un distaccamento dei Cacciatori delle Alpi presero possesso di Laveno.
— Proclama dell'Imperatore Napoleone III agli Italiani.
9 detto — Proclama di S. M. Vittorio Emanuele ai popoli della Lombardia. 9 detto — Nuova partenza della duchessa reggente da Parma.
Il detto — Gli Austriaci sgombrano Bologna — Gli Austriaci hanno abbandonato la cittadella di Piacenza, distruggendo le fortificazioni ed abbandonando una gran quantità di vettovaglie, di cannoni e di munizioni.
12 detto — Gli Austriaci abbandonano la fortezza di Pizzighettone e lasciano libere Cremona e Brescia.
17 detto, — Gli Austriaci occupano Montechiari.
detto— Enciclica di S. S. Pio IX ai patriarchii primati, arcivescovi, vescovi, ecc.
24 detto, —Battagliaci Solferino e S. Martino.
25 detto — Proclama dell'Imperatore ai soldati.
4. luglio Investimento di Peschiera dal lago di Garda al Mincio. Tutto l'esercito francese passa il Mincio. 8 detto — Armistizio tra i due imperatori. 10 detto— Ordine del giorno dell'Imperatore Napoleone 111.
12 detto — Dopo un abboccamento tra i due imperatori a Villafranca, conchiusero la pace e ne firmarono i preliminari: Napoleone ne diè annunzio all'esercito con un proclama.
detto — Dimissione del ministero Cavour. Ritorno di S. M. il Re in Milano, ove pubblica un proclama.
15 e 16 detto — Arrivo delle LL. MM. Vittorio Emanuele e dell'Imperatore a Tonno alle 5 1|2 pomeridiane del 15. Era giorno di venerdì, l'accoglienza doveva essere e fu magra, perché i liberali non sapevano comprendere i precipitali preliminari di Villafranca. Partenza dell'Imperatore alle ore 6 del mattino seguente per la ferrovia di Susa. Si notò nell'Imperatore una fisionomia pia allegra, e nella popolazione una maggior simpatia. — Nel suo tragitto per la Savoia ebbe le più vive dimostrazioni. A Modane, in ispecie, gli abitanti tutti in abiti da festa l'andarono a salutare, ed un fanciullo offrì a S. M. un mazzo di fiori per portarlo al principe imperiale. A Saint Michel una vecchia si ò avanzata verso il convoglio imperiale ed offrì a S. M. alcune bottiglie di vino vecchio di San Giuliano ed un cacio del paese. L'imperatore gradì assai si l'una come l'altra offerta.
19 e 20 detto — Costituzione del nuovo ministero Lamarmora-Rattazzi.
28 detto — II governo ritira dai Ducati, dalla Toscana e dalle Legazioni le autorità sarde. —Il dottor Farini, governatore a Modena, rassegnò i suoi poteri ai municipii, ed il popolo di Modena raccolto sulla gran piazza del palazzo ducale lo acclamò Dittatore. — Il dittatore parlando al popolo di Modena tra le altre cose disse: Vi raccomando il rispetto alla religione, alle persone ed alle cose sacre; chi non rispetta le leggi di Dio piega più facilmente il collo alla tirannide.
Massimo d'Azeglio che era ritornato a Torino, appena seppe la conclusione dei preliminari di Villafranca, mandò anch'esso sotto la stessa data, 28, un proclama ai popoli delle Romagne col quale si dimetteva dalla carica di Commissario straordinario. (Leggi a pag. 45 certe parole di D'Azeglio nel 1849).
3. agosto 11 commendatore Bon-Compagni già ambasciatore presso la Corte di Toscana, poi Commissario straordinario del Re di Sardegna per la Toscana, parte con insolito cerimoniale da Firenze passando per la via dei Cerrettani e ritorna in Piemonte.
8 detto. — Prima conferenza a Zurigo per il trattato di pace nell'albergo Baucr.
15 detto, —Feste in Torino, Genova, Parigi e Roma per l'onomastico dell'imperatore.
detto— L'assemblea Toscana vota la decadenza della dinastia di Lorenae la annessione al Piemonte.
17 detto— Dittatore Farmi accetta anche la Dittatura di Panna e Piacenza.
20 detto — L'assemblea di Modena vota la decadenza di Francesco l'e l'annessione al Piemonte.
3 settembre Arrivo della Deputazione Toscana in Torino. Questa deputazione è composta dei signori conte Ugolino Della Gherardesca, conte Scipione Borghesi, dottore Rinaldo Ruschi, professore G. B. Giorgini e banchiere Pietro Adami. — Alle 4 pom. la deputazione fu ricevuta dal Re, il quale rispose di accoglierò il voto dell'assemblea di Firenze, e prometteva di propugnare la causa della Toscana davanti il Congresso delle potenze Europee.
7 detto — L'assemblea Bolognese dichiara che i popoli delle Romagne vogliono l'annessione al regno costituzionale di Sardegna sotto lo scettro di Vittorio Emanuele II.
9 detto — Il Moniteur fa mostra di rimproverare gli Italiani perché coi loro voti respingono il ritorno dei duchi e degli arciduchi. Dice francamente, che il solo mezzo per ottenere quel che vogliono, sarebbe la guerra ma «l'Italia sa che in Europa una sola potenza può far la guerra per un'idea, e questa è la Francia ma la Francia ha fatto il suo compito».
Il detto — L'assemblea Parmense vota un indirizzo di ringraziamento a Napoleone III e la decadenza della dinastia Borbonica..
12 detto — La stessa assemblea di Parma vota l'annessione al regno sardo.
14 detto — Arrivo a Torino della Deputazione Parmense Modenese, la quale fu accolta dal Re che promette, valendosi dei diritti che gli sono conferiti dalla deliberazione dell'assemblea, di propugnare davanti alle grandi potenze la causa dei Ducati.
24-25 detto — Arrivo in Milano della Deputazione delle Legazioni il 23 e il 24 fu ricevuta dal Re a Monza — La deputazione è composta dei signori Giuseppe Scarabei li, vicepresidente dell'Assemblea delle Romagne — Conte Giovanni Bentivoglio — Conte Giovanni Gozzadini — Marchese Luigi Tanarì — Conto Vincenzo Salvoni — Conte Lodovico Laderchi e signor Angelo Maresootti.
26 detto — Allocuzione del Sommo Pontefice Pio IX nel concistoro segreto di tal giorno, in cui riprova e dichiara pienamente irriti e nulli gli atti dell'assemblea del governo Bolognese commessi contro l'ecclesiastica potestà e immunità, contro il dominio temporale della S. Sede, contro le potestà, il principato e la giurisdizione pontificia ed aggiunge inoltre che tutti coloro i quali nelle predette provincie prestarono la loro opera, il loro consiglio, o il loro assenso, o per qualunque motivo fornirono appoggio, sono incorsi nelle ecclesiastiche censure e pene.
28 detto — II governo Sardo spedisce un memorandum alle Corti estere por chiamar l'attenzione dei Gabinetti Europei sulle deliberazioni dell'Italia Centrale in favore del Piemonte.
Ottobre 1. Il Papa conosciuta la risposta del Re di Sardegna alla deputazione Bolognese, fa consegnare i passaporti al conte della Minerva, incaricato d'affari sardo, il quale chiede di poter differire la partenza sino al fine della settimana per combinare una dimostrazione in suo favore, la quale però viene impedita dal generale Govon.
5 detto. —Assassinio del colonnello Anviti a Parma. Quest'infelice viene arbitrariamente, alla stazione della ferrovia di Parma, arrestato da due volontari e consegnato ai carabinieri; il popolaccio di Parma lo toglie a forza dalla caserma, gli mozza il capo che colloca sopra una colonna cantando e schiamazzando, quindi strascina il monco cadavere per tutte le vie della città, tinche dopo quattro ore di baccano la forza accorsa pone rimedio a tanto scandalo senza però arrestare alcuno degli assassini. — L'Eccelsodi Modena (che tale fu il titolo assunto dall'umile Dittatore Farini!) ringrazia per telegrafo la guardia nazionale pel suo patriotico comportamento!! — Il governo di Francia avuta notizia di questo assassinio da ordine al console francese a Parma di abbandonare il posto se giustizia non sarà fatta. Intanto l'intendente Cavallini da fuori un proclama in cui dice che l'ucciso era un miserabile e che l'offeso era il popolo, ma che toccava solo alla legge il punirlo, e scusa il delitto colla febbre della vendetta. — Farini si reca il 20 a Parma e promette con un proclama di fare severa giustizia, ma passano intiere settimane, passano intieri mesi, e non si da esempio contro chi commise questo spaventevole misfatto. —Massimo D'Azeglio altamente sdegnato scrisse un articolo sulla Gazzetta Piemontese del 14 ottobre, in cui fulminando quell'eccesso di ferocia, disse che la responsabilità di quel fatto s'aggravava sul governo, e che il non punirlo era opera da traditore. Ma quell'articolo cadde come corpo morto cade, e dell'Anviti non si parlò più.
12 detto. — Partenza per Parigi del generale Dabormida, ministro degli affari esteri, per dare spiegazioni sull'andamento della politica di Torino e prender consiglio sulla condotta da tenersi in avvenire.
detto. — Partenza del generale Dabormida da Parigi coll'incarico di consegnare al Re una lettera di S. M. l'Imperatore dei Francesi al Re Vittorio Emanuele. (Vedi questa lettera a pag. 42 e seguenti).
detto. — La Gazzetta Piemontese pubblica un decreto reale che autorizza un prestito di 100 milioni.
26 detto. — Morte, in seguito ad un colpo apopletico, del conte Colloredo, plenipotenziario dell'Austria al Congresso di Zurigo. Fu surrogato in quel posto dal conte Karoli.
2 novembre. — Apertura della soscrizione del prestito di 100 milioni all'80 per cento.
7 detto. — Le quattro assemblee di Parma, Bologna, Modena e Toscana, nominano a reggente dell'Italia centrale, S. A. R. il principe di Carignano.
— Leonetto Cipriani si dimette da governatore delle Romagne, e quell'assemblea elegge a governatore il dottore Farini.
10 detto. — Si firma in Zurigo il trattato di pace.
13 detto. — cavaliere Minghetti presidente dell'assemblea delle Romagne ed il cavaliere Peruzzi ministro della Toscana in Torino, offrono a S. A. R. il principe di Carignano il voto delle assemblee dell'Italia centrale e la pregano ad accettarne la reggenza. — S. A. R. si degnava rispondere nei termini seguenti:
«Io sono profondamente commosso, e ringrazio le assemblee e i popoli dell'Italia centrale, che mi hanno dato una prova così grande di, fiducia. Più che al merito mio l'attribuisco alla devozione loro verso il Re, e agli spiriti non solo liberali e nazionali, ma eziandio d'ordine e monarchici di cui sono animati.
«Potenti consigli e ragioni di politica convenienza nel momento in cui si annunzia prossima l'apertura del Congresso, mi tolgono, con mio grande rincrescimento, di poter recarmi in mezzo a loro per esercitarvi il mandato commessomi. Avrei ambito, lo confesso, di dare questa prova del mio affetto all'Italia; pure mi conforta il pensiero che anche coll'astenermene, il mio sacrificio tornerà maggiormente utile alla patria comune.
«Nondimeno, valendomi di quella stessa fiducia di cui mi onorano, ho stimato di fare un atto di grande interesse e vantaggio loro, designando il commendatore Carlo Bon-Compagni, perché assuma la reggenza dell'Italia centrale.
«Siate, o signori, interpreti di questi miei sentimenti verso le popolazioni. Dite loro che perseverino in quella condotta che ha meritato le simpatie di tutta l'Europa, che confidino pur sempre nel Re che propugnerà i loro voti, e non abbandonerà chi con tanta fede si è commesso alla sua lealtà».
15 detto. — Garibaldi viene a Torino e da le sue dimissioni. Egli volea portar la rivoluzione nel resto degli Stati Pontificii e nel Napolitano; ma era troppo presto.
17 detto. — II Re firma a Torino il trattato di pace.
20 detto. — Questo giorno è memorando in Piemonte per la quantità di leggi (47) che il ministero, valendosi ancora dei pieni poteri, presenta alla firma del Re; leggi che cambiarono tutto l'ordinamento del Regno: fu un vero colpo di Stato. L'Opinione,giornale ministeriale fino al midollo, disse che dubitavapoter il parlamento in cinque anni far quello che ha fatto il ministero in cinque settimane, e farlo meglio. La Gazzetta del Popolo ne ricavò da questo che l'Opinione predicava l'inutilità del Parlamento. — Partenza da Torino del cavaliere Bon-Compagni per l'Italia centrale, e scambio in Zurigo delle ratifiche del trattato di pace.
22 detto. — La Gazzetta Piemontese pubblica il trattato di pace di Zurigo.
(dall'Armonia, n. 69, SS aprile)
Il principio d'un Congresso è accettato dalle cinque grandi Potenze, e su questo punto tutte le notizie concordano perfettamente. Ma di che cosa dorrà occuparsi il Congresso? «Dorrà prevenire, dice il Moniteur, le complicazioni che lo stato d'Italia potrebbe far sorgere, di natura da turbare il riposo dell'Europa». Va bene. Ma quali sono queste complicazioni che il Congresso dovrà prevenire? Qui incominciano i punti di dissenso, e le grandi Potenze durano fatica ad intendersi nello determinare le complicazioni possibili.
Questa incertezza dipende da quel medesimo carattere indeterminato, che ha la quistione italiana. Fateti ad interrogare coloro che vogliono scioglierla: — Di grazia, signori, in che cosa consiste questa quistione?— E non troverei» due che vadano d'accordo.
Uno vi risponde: —La quistione italiana! Chi non lo vede? Essa consiste nel dominio straniero, che abbiamo in Italia, e non può essere sciolta altrimenti elio colla cacciata dell'Austriaco dalla Lombardia e dalla Venezia.
Un altro ripigliai —Lo straniero in Italia è una parte della questione italiana, ma non è tutto; ma non è la parte principale. Il nodo della questione consiste nel dominio temporale dei Papi, che da tanti secoli si opposero alla grandezza, potenza, unità della Penisola.
Entra un terzo e dice: — Voi siete esagerati; e la questione italiana può essere sciolta anche restando gli Austriaci in Italia, purché cessi l'influenza Austriaca che pesa sulla Penisola. L'abolizione dei trattati austriaci con Napoli, colla Toscana, con Modena, con Parma: ecco la quistione italiana.
Un quarto soggiunge: — L'abrogazione dei trattati austro-italiani è la prima parte della quistione italiana; ma viene poi subito la seconda, che è quella delle riforme nello Stato pontificio; cioè secolarizzazione, codice Napoleone, coscrizione e simili.
— Non vene intendete un frullo, salta a dire un quinto. Questi trattati, questo riforme sono altrettanti accidenti della quistione italiana, la quale sostanzialmente consiste nell'unità d'Italia, che dee essere congiunta in un solo Governo come la Francia.
Ma un sesto gli taglia a mezzo la parola, ed osserva: — Forse che la Francia, anche unita in un solo Governo, non da luogo a complicazioni? Avete dimenticato il 1848 e il 1851? Non conoscete i sedici Governi che s'alternarono in Francia in questi ultimi sessantanni?
Perché l'Europa abbia pace è necessario che sia tutta repubblicana, e l'Italia non quieterà se non si regga a repubblica.
— Taci lì, tristo mazziniano, grida un settimo: l'unità ci vuole, siamo d'accordo, ma l'unità sotto di un re, e questo re sia Vittorio Emanuele, re d'Italia, Per isciogliere la quistione italiana è necessario che le cinque Grandi Potenze gridino a coro: Viva Verdi! —
Un ottavo osserva, che questo sarebbe un pretendere l'impossibile; —Bisogna rispettare tutti i diritti, perché justitia cedificat gentes. L'unità italiana può ottenersi benissimo, restando in Italia diversi principi, purché sieno stretti in lega sotto la presidenza del Sommo Pontefice. —
E se noi volessimo continuare l'interroga torio, ascolteremmo forse ancora altrettante risposte, tutte diverse dalle precedenti, perché su nessun altro punto, come sulla quistione italiana, si verificò mai alla lettera quell'adagio: Quot capita, tot sententiae.
Or bene, quali complicazioni vorrà prevenire il Congresso? Le complicazioni che possono far nascere gli unitarii repubblicani, o gli unitarii monarchici, o i federalisti, riformisti o i parlamentari, o i riformisti alla due Dicembre è gli avversarii della dominazione austriaca o i semplici nemici dei trattati austro-italiani, o i fautori della secolarizzazione del Governo pontificio, o coloro che oppugnano il dominio temporale del Papa? Tutti questi elementi si contengono nella quistione italiana, e il Congresso che cosa farà? Soddisferà gli uni, e si opporrà agli altri? Ma allora le complicazioni nasceranno dalla parte non soddisfatta, e il Congresso non avrà raggiunto il suo scopo.
Presto detto: Io propongo un Congresso. Prestissimo risposto: io l'accetto. Però il Congresso che cosa dovrà fare? Quali argomenti discutere? Hoc opus, hic labor. Prima che le Potenze si radunino conviene sceverare il positivo dal controvertibile. Convien determinare i punti che sono fuori d'ogni questione, e quelli intorno ai quali si ammette la disputa.
Se la diplomazia riesce a fermare questi punti, se le cinque Potenze restano d'accordo preventivamente intorno alle quistioni da agitarsi nel Congresso, oh allora si possono nutrire grandi speranze su di un aggiustamento pacifico tra diplomatici e diplomatici, ma mai e poi mai, intendiamoci bene, tra i Governi e la rivoluzione.
Che se il Congresso proposto ed accettato non si potesse radunare perché non si potò prima stabilire l'essenza della quistione italiana, che cosa allora dovremmo dire d'una guerra che si rompesse alla cieca senza sapere perché, né con quale intendimento?
In quale città si radunerà il Congresso? 11 Moniteur ci disse che la Russia ha proposto di radunarlo in una città neutra; e il Times aggiunse che questa città sarebbe Londra o Berlino. Ma intorno a ciò siamo ancora sull'incerto, e i giornali disputano sul significato della città neutra. Altri vogliono che questa città non appartenga né all'impero austriaco, né al francese, e quindi accennano Berlino o Londra. Altri però intendono la neutralità più ampiamente, e dicono che la città dove dee radunarsi il Congresso non può appartenere a nessuna dello cinque Potenze che vi convengono; epperò parlano di Ginevra o di Brusselle.
Un dispaccio ricevuto dal Morning Herald nomina l'Aia; ma per ora nessuno ne sa niente. Aspettiamo prima la risposta officiale che l'Austria, la Prussia e l'Inghilterra accettarono il Congresso. Aspettiamo poi la notizia più importante delle basi su cui i diplomatici stabiliranno le loro discussioni. Preme poco che il Congresso si raduni in ultimo o in Inghilterra, o in Olanda, o in Prussia, o nel Belgio, o in Isvizzera; purché si raduni, e riesca a buon termine.
(Dall'Armonia, n. 69, 25 marzo 1859).
Carissimo Nipote,
Inquesti gravi momenti stimo necessario di scrivervi due linee d'avvertimento, affinché giovino a voi, carissimo nipote, la mia esperienza e le mie disgrazie.
Pace, o mio Luigi, pace. Monarca e padre sappiate che la pace serve alla sicurezza de' troni ed a quella delle famiglie ((2)). La guerra è un giuoco serio nel quale si compromette la propria riputazione, le proprie truppe ed il proprio paese ((3)). Ed io che ho fatto per troppo tempo la guerra, all'ultimo per lo ristabilimento della pace in Europa ho dovuto dichiarare e che rinunziava per me e per i miei eredi al trono della Francia e dell'Italia ((4))».
Ah! che importerebbe che noi conseguissimo vittorie, quando poi fossimo odiali nella nostra patria? ((5)). Il est à souhaiter lasciatemelo dire in francese, il est à souhaiter actuellement que l'on ne fasse pas la bascule, et que l'on ne se jette pas dans le parti contraire. Colla saviezza soltanto e con una grande moderazione di pensiero si può assicurare in una maniera stabile la felicità della Francia ((6)). Voi finora potete dire come io diceva a Sant'Elena: «Ho chiuso la voragine dell'anarchia e dissipato il caos ((7))». Deh, per parte vostra, non ritorni quel caos, e non rinasca quell'anarchia!
Approvo che la Francia resti costantemente nell'atteggiamento che gli Ateniesi diedero a Minerva: le casque en téte, et la lance en arrét ((8)). Ma questo per mantenere la pace, non per provocare la guerra; per conservare l'ordine e l'equilibrio in Europa, non per metterla in conquasso; per difendere il proprio dominio, non per usurpare l'altrui.
Ricordatevi, carissimo nipote, ciò che io diceva degli ideologi, e non vi lasciate accalappiare dall'ideologia. Chi vuole rigenerare uno Stato deve seguire principii totalmente contrarii ((9)). Voi non dovete portare in Italia quello che avete distrutto in Francia, ne lasciarvi allucinare dalle utopie. Non si va contro la natura, ed io ho dettato a S. Elena, che la configurazione (singolare della penisola italiana ha incontestabilmente contribuito ai destini di questo bel paese ((10)).
Traitez toujours avec le Pape comme s'il avait cent mille hommes derrière lui. Io mi scordai in seguito di questa grande sentenza, ma ne pagai lo scolio, come osservava nel 1849 un certo Massimo d'Azeglio, in un suo libretto che ho potuto leggere soltanto due giorni fa ((11)). Trovai con piacere in questo libretto che il Papa è il più inviolabile di tutti i Principi, e che Pio IX «sarà sempre per l'Europa, pel mondo l'uomo della bontà, del perdono e della clemenza».
Il Papa è necessario; ed è non solo una necessità religiosa, ma anche una necessità politica. Io l'ho sentito, ed ho detto: il me faut le vrai Pape, catholique, apostolique et romain celui qui siège au Vatican. II Papa non può stare che a Roma, in questa vecchia Roma lungi dalla mano dogli imperatori d'Alemagna, da quella dei Re di Francia e dei Re di Spagna, e tenendo la bilancia tra i sovrani cattolici, con uno Stato né troppo grande né troppo piccolo e perfettamente neutrale, Ce sont les siècles qui ont fait cela, et ils l'ont bien fait ((12)).
Voiavete, carissimo nipote, ripetuto pia d'una volta ai Vescovi della Francia ciò che io diceva al Vescovo di Nantes: Monsieur l’Évêque, sovez sans inquiétude, la politique de mes États est intimement liée avec le maintien et la puissance du Pape il me faut qu'il soit plus puissant que jamais; il n'aura jamais tant de pouvoir que ma politique me porte à lui en désirer ((13)). Fate quello che ho detto io ed avete ripetuto voi, e guardatevi dal commettere gli errori di vostro zio.
Io ho dato a mio figlio, duca di Reichstad, il titolo di Re di Roma,e non potei mai essere tranquillo sul suo avvenire. Temeva che lo assassinassero fisicamente o moralmente, capiva che quel titolo era un mio delitto segnato in fronte al figliuolo, come i figli degli Ebrei portano in fronte il sangue da padri imprecato, e gridava: Et sì enfin il échappait à l'assassinai phvsique et à l'assassinat moral; si sa mère et sa nature venait à le sauver de tous ces dangers, alors!... alors!... alors!... «ripeteva sovente questa parola senza potere
giammai terminare la frase, ed esprimere ciò che presentiva ((14)). Quanto meglio la pensaste voi, ora io nipote, che al vostro figliuolo deste per padrino il Santo Padre!
Non vi dipartite per carità da que' principii che v'hanno condotto ad un trono cKera follia sperare. La rivoluzione v'ha promesso la popolarità se la servite. Qu'est ce que la popularité? La débonnairetà ho risposto io un bel giorno.
Badate bene che il più gran torto che possa avere un principe è quello d'essersi lasciato corbellare. Voi vi trovate oggidì ad una grande altezza, ed alla sommità dell'arco. Avvertite, o mio nipote, di non muovervi, perché non potete far altro che discendere.
Lealtà, franchezza, rispetto degli altrui diritti, non ambizione, non ciarlatanismo, non millanteria; ecco le cose che vi raccomanda dall'altro mondo.
Il vostro aff. mo zio
Napoleone I.
(Dall'Armonia, n. 77, del 5 aprile 1869)
Dietro preghiera del conte Rodolfo DeMaistre, degnissimo figlio del conte Giuseppe, e che da lui ereditò la nobiltà dell'animo, la sodezza dei principii, la purità della fede, l'Armonia di sabbato dichiarava, che lo scritto pubblicatosi testà a Parigi ed a Lione col titolo: Pian d'un nouvel équilibre politique en Europe, ouvrage publié en 1798 sous le voile de l'anonime par Joseph de Maistre. non era opera di Giuseppe DeMaistre, laonde veniva a lui falsamente attribuito. Questo servizio da noi reso contemporaneamente alla critica bibliografica ed all'amor figliale ci chiamò addosso le solite villanie dell'Unione, la quale il 3 di aprile scriveva così:
«In testa all’Armonia d'oggi (sabbato) leggonsi queste parole: «È stata ristampata ultimamente in Francia un'opera intitolata: Antidote au Congrès de Rastadt sotto il nome del conte Giuseppe DeMaistre. Siamo pregati di dichiarare che il conte Giuseppe DeMaistre non è autore di questo libro, falsali mente perciò a lui attribuito».
«Noi, a nostra volta, dichiariamo, essere pregatila dichiarare, che il conte DeMaistre è l'autore di questo libro, falsamente finora attribuito all'abate de Pradt. «Quando D. Margotti ci dirà da chi fu egli pregato, noi pure gli diremo da chi fummo pregati noi.
«Intanto, a che meschine risorse è mai ridotta l'Armonia? alle falsificazioni più impudenti!»
Lo stesso giorno però, mentre l'Unione accusavaci di ricorrere alle più impudenti falsificazioni, l'Opinione ci rimproverava in certo in certo d'aver detto cosa che tutti sanno, e portato così civette ad Atene, e frasconi a Vallombrosa. Ecco le parole dell'Opinione.
«L'Armonia d'oggi dichiara che l'opera — Antidote atf Congrès de Rastadt —non è del conte DeMaistre.
«In un assonnato articolo, il Journal des Débats aveva già non dichiarato, ma dimostrato, che quell'opera non era del DeMaistre.
e: Essa è dell'abate de Pradt, al quale è stata finora a buona ragione attribuita, ed il signor de Chantelauze, volendola affibbiare al conte DeMaistre, ha preso un granciporro.
Noi protremmo essere paghi della risposta che l'Opinione ha dato all’Unione;ma vogliamo soggiungere, a scusa del signor de Chantelauze, che attribuì a Giuseppe DeMaistre l'Antidote au Congrès de Rastadt, che, vivente ancora quel chiarissimo personaggio, altri cadde nel medesimo abbaglio. Ma essendo stato recato l'Antidote alla signora Huber Allèon in Ginevra, e dettole che era uscito dalla penna di Giuseppe DeMaistre, essa che ne conosceva i propositi, dichiarò che lo scritto non era suo. Non, ce rìest pas vrai! E di questa dichiarazione Giuseppe DeMaistre ringraziava la signora HuberÀllèon in sua lettera, colla data di Pietroburgo 26 settembre 1806, che leggesi nel primo volume delta Lettres et opuscules pag. 112.
«Vous qui écoutez toujours mes pensées, scriveva il DeMaistre a madame Huber Alléon, comment pourriez vous ne pas les entendre? Une fois vous m'avez rendu justice pleinement contre toutes les apparences. On eut beau vous montrer le livre, vous eûtes la constance de dire: Non, ce n'est pas vrai. En disant cela vous me rendiez justice, et je vous en ai su un gré infini: vous avez étà juste à mon égard, et moi, madame, je serai aussi juste que je dois l’être envers votre justice
Ciò serva a provare quanto valgano le critiche dell'Unione: «noi da gran tempo le stimiamo per quello che valgono.
L'universdel 3 di aprile pubblica la lettera seguente:
«Turin, 1er avril 1859.
«Monsieur
«J'ai lu dans le Journal l'Union deux articles littéraires sur l'Antidote au Congrès de Rastadt, ouvrage attribué à mon pére, et que l'on a même hardiment imprimé sous son nom. Sans porter aucun jugement sur cet écrit, et simplement pour rendre hommage à la vérité, j'affirme que le comte Joseph DeMaistre n'est point l'auteur de ce livre.
«Je vous serai reconnaissant si vous voulez bien accorder a ma réclamation une place dans votre journal, et je vous offre, avec mes remerciments anticipé, l'assurance de ma considération très distinguée».
Le Comte Rodolphe DeMaistre.
(Dall'Armonia, n. 79, del 7 aprile 1859)
I nostri lettori conoscono il Padre Félnc, celebre oratore Gesuita, profondo come il Bourdalou, eloquente come il Ravignan, coraggioso come un apostolo. Egli da alcuni anni detta conferenze quaresimali nella chiesa di NotreDame a Parigi, e secondo il costume de' suoi predecessori, ha preso a svolgere un solo argomento. Il tema prescelto da lui è il progresso cattolico, quel progresso che il Redentore predicava al mondo quando diceva ai suoi discepoli: Siate perfetti, com'è perfetto il Padre mio.
Quest'anno il Padre Félix entrò a discorrere dell'autorità, base essenziale del progresso, dimostrando in Gesti Cristo la sorgente d'ogni autorità nel cristianesimo; e confrontando riguardo all'autorità l'opera della Chiesa e l'opera della società moderna.
Nell'ultima sua conferenza per far toccare con mano l'ideale dell'autorità secondo il cattolicismo, la mostrò personificata in tre tipi, nel padre, nel sacerdote, nel re. E poi in ultimo, riassumendo bellamente il suo discorso, presentò ai proprii uditori un tipo unico di queste tre autorità nel Papa, in cui si concentra l'autorità paterna, sacerdotale, regia.
Tale argomento toccato a Parigi in questi giorni richiedeva un coraggio apostolico, e non fallì al Padre Félix che predica Gesù Cristo Crocifisso. Parlando dell'autorità sacerdotale egli aveva detto poco prima: «Fra breve, sceso da questa cattedra, io non sarò più che un uomo debole, e così debole da tremare anche davanti a un fanciullo. Qui io mi credo ambasciatore di Gesti Cristo, e sento che nulla mi potrebbe impedire di proclamare davanti a tutti i diritti del mio Sovrano.
Solenni parole indirizzò l'oratore a coloro che, combattendo il Papato, combattono ad una volta l'autorità del padre, del sacerdote, e del re, e mirano a scassinare contemporaneamente la famiglia, il cattolicismo, l'impero.
«Il Papato, esclamava il padre Félix, ah 1 non è solo la chiave della volta dell’edilizio sociale, non è solo il più forte riparo che protegga l'ordine contro l'anarchia, e la società contro la rivoluzione; il Papato, sostenuto attraverso i secoli dall'obbedienza, dal rispetto e dall'amore dei popoli cristiani, si è più che un riparo che ci difende, più che uno scudo che ci ricuopre, è come un carro che ci porta; è il carro trionfale che porta con noi medesimi, da diciannove secoli in qua, il progresso e la civiltà del mondo cristiano».
Guai a chi offende il Papa! Egli è un parricida, un sacrilego, un fellone. «Io non esito a dirlo altamente, tuonò l'oratore, chiunque cospira contro il Papato, cospira contro l'umanità medesima, chiunque l'assale, assale voi che volete la società, l'ordine, la civiltà, il progresso; e ogni autorità sulla terra che cerca di avvilirlo e di spiantarlo, non fa che spiantare ed avvilire se stessa».
E colla voce d'un profeta il padre Félix proseguì: «Ogni potente, qualunque egli sia, console, re o imperatore, che oserà abbassare, per ingrandire se stesso, quest'alta maestà, sentirà con vendicatrici ripercosse le rappresaglie della collera divina e dell'umano disprezzo ricadere sulla sua fronte. Laddove ogni Potenza che darà a questa autorità collo scudo della sua forza, e colla devozione del proprio cuore l'omaggio del suo rispetto e della sua obbedienza, sentirà discendere sopra di sé col prestigio della pili grande autorità, le benedizioni unite della terra e del cielo».
E la profezia s'è già avverata ne' tempi andati, e si avvererà ne' futuri. Napoleone I, che per ingrandire se stesso, tentò avvilire e spiantare il Papato, e imprigionò Pio VII, non riuscì che ad offuscare la propria gloria, ad impicciolire la sua grandezza, a crollare l'impero appena nato, a fabbricarsi quelle catene che lo tennero prigione a S. Elena per tutto il tempo della sua vita. Guai a chi lo imitasse nella vanità e nel sacrilegio, giacché dovrebbe infallantemente seguirlo nell'avvilimento e nella rovina!
Un imperatore de' Francesi che rompesse guerra al Papa, segnerebbe in quel giorno Tatto della sua abdicazione. Imperocché l'impero in Francia non può che essere cattolico. Il padre Félix molto a proposito ricordò che i fondatori della più grande dinastia dei re, Carlo Magno e Pipino s'inchinarono davanti una dinastia più grande ancora «e non si sentirono umiliati da una prostrazione che li elevava assai più delle loro vittorie.
Non mai in Francia sorse l'impero senza l'intervento del Papa. Cario Magno è grande, perché s'inchina a Leone IH; Napoleone 1 sente di non poter essere imperatore se Pio VII non Io consacra; Napoleone III non pensa all'impero se non dopo la benedizione di Pio IX, che avea ricondotto nella sua Roma.
E non s'è ancora accorto il presente imperatore dei Francesi, come il solo sospetto, vogliamo credere ingiusto, ch'egli siasi raffreddato in quella religione che professava, n'abbia già immensamente indebolito il potere? Come i suoi nemici vogliano appunto strascinarlo alle ostilità contro Roma, perché ne hanno giurato la rovina?
Ah! tolga ogni lusinga ai rivoltosi, e mostri d'essere persuaso di questa grande sentenza dell'oratore di Notre Dame; chi offende il Papato offende la società, l'ordine, la civiltà, il progresso.
(Dall'Armonia, n. 80, del 9 aprile 1869).
Si le Congrès ne s'attache pas fortement aux grands principes H ne fera que semer les dents du dragon et ce sera à recommencer».
De Maistre.
Giacché, per ammirabile disposizione della Provvidenza, sono ornai riconosciuti i meriti del già tanto bestemmiato Giuseppe De Maistre, e coloro che prima sorridevano di compassione al solo udir nominarlo, ora l'accettano come un oracolo, tocca a noi invocarne spessissimo l'autorità e manifestarne i principii a' suoi nuovi ed inaspettati ammiratori.
Nelle Lettres et opuscules di Giuseppe DeMaistre, tom. i, pag. 296, troviamo una lettera che egli scrisse da Pietroburgo il 16 (28) ottobre 1814 al marchese di San Marzano a Vienna, la quale pare fatta a bella posta pei tempi nostri. Il marchese avea scritto al conte DeMaistre che sarebbe forse stata resa giustizia al re di Sassonia. Il conte gli rispondeva così:
Voimi avete levato un peso che mi stava sul cuore, lasciandomi travedere la sola possibilità che giustizia sia resa al re di Sassonia. Un re spodestato da una deliberazione e da un giudizio formale de' suoi colleghi 1 è un'idea mille volte più terribile di tutto ciò che siasi detto mai alla tribuna dei Giacobini; perché i Giacobini facevano il loro mestiere. Ma quando i più sacri principii sono attaccati dai loro naturali difensori, allora bisogna vestire a corrotto. Lorsque les principes les plus sacrés sont attaqués par leurs défenseurs naturels, il faut prendre le deuil».
Per parte nostra, Io confessiamo ingenuamente, ci spaventa assai pia la rivoluzione del 1859 che quella del 1848, perché questa veniva dal basso, e la prima scende dall'alto; perché l'una era rivoluzione di plebe, e l'altra è rivoluzione di diplomatici: perché nel 1848 il disordine era provocato dai mestatori, dai comunisti, dai felloni, ed ora parte dai difensori naturali dell'ordine, e pretende di mascherarsi sotto questo intendimento.
De Maistre supponeva alla peggio che il re di Sassonia avesse torto, e affermava che nessuno avea il diritto di chiedergli conto della sua condotta. «Se la sovranità può tradursi davanti qualche tribunale essa non esiste più. Si la souverainetà est amenable devant quelque tribunale elle n'existe plus. Se i re hanno il diritto di giudicare i re, a pili forte ragione questo diritto appartiene ai popoli.
Perché no! Dall'altra parte la cosa riesce allo stesso; imperocché siccome ogni giudice legittimo può sempre essere invocato da ogniparte lesa; così se i re sono giudici legittimi d'un altro re, ogni popolo ha il diritto d'invocare ogni sovrano contro colui del quale questo popolo avrà a lagnarsi. Allora noi vedremo delle belle cose 1»
A giudizio di Giuseppe DeMaistre, coloro che tradurranno davanti un Congresso i principi italiani, sono tante rei, quanto coloro che tradussero Luigi XVI davanti un tribunale popolare e rivoluzionario; e giustificano, se non la finale sentenza, almeno il sacrilego procedimento contro il migliore dei re. Ah! il faut prendre le deuil! Che cosa sarà dell'Europa, se la logica rivoluzionaria spinge il principio alle sue ultime conseguenze?
Il conte DeMaistre ricordava un fatto degno della più grande ammirazione, e che potrebbe servire di sublime esempio al Congresso. «Fu un grande e magnifico spettacolo, così egli, estremamente ammirabile, e così poca ammirato, quello che noi vedemmo nel 1782, allorquando la Francia, la Savoia, e la Svizierà accorsero per mettere all'ordine una piccola repubblica in convulsione, calmarono le sue insolenti tempeste, e poi ritiraronsi senza toccare il suo territorio, senza rosicchiare le sue fortificazioni, senza imporle altro comando che d'essere felice. Se si considera la superiorità delle tre Potenze riunite sopra quella di Ginevra, ed anche la superiorità della Francia sulle due altre alleate, si troverà difficilmente nella storia un più magnifico omaggio reso ai principii». Queste parole non abbisognano di commento. Tutti veggono l'enorme differenza che passa tra il 1782 e il 1859, tra l'Italia e la repubblica di Ginevra!
«Oggidì, scriveva DeMaistre nel 1814 alludendo al re di Sassonia, oggidì noi potremmo vedere un sovrano venerabile per l'età e per la condotta, celebre per le sue virtù domestiche e religiose, amato e compianto dal suo popolo; noi potremmo vederlo, dico, dopo un regno paterno di più di mezzo secolo, giudicato e deposto dai suoi fratelli, e contro il voto espresso de' suoi sudditi, per essersi ingannato intorno ad una quistione di morale e di politica la più dilicata e la più importante!» E fatte poche modificazioni, principalmente sulla natura del delitto, ognuno troverà parecchi nomi da dare a questo sovrano nel 1859!
Il conte DeMaistre spingeva più innanzi la sua ipotesi. Aveva supposto colpevole il re di Sassonia, ma trovava incompetente il tribunale che voleva giudicarlo. Ora da un passo di più e suppone la competenza di questo tribunale. «Ecco dunque, egli dice, un re colpevole di un orribile misfatto, quello di non aver pensato come gli altri. Che cosa faremo noi? Daremo i suoi Stati ad un'altra famiglia. Questa è nuova! Perché un padre di famiglia si regola male, e perché il Senato l'interdice, bisognerà consegnare a' stranieri i propri beni in pregiudizio de' suoi eredi naturali! È una superba giurisprudenza». Potrà forse parere a taluni che questo non quadri a capello ai tempi nostri; ma lasciale che le cose facciano il loro corso, e vedrete applicarsi questa superba giurisprudenza.
Intanto il nostro illustre concittadino dolevasi col marchese di San Marcano, scrivendogli: «Io sarei desolato, signor marchese, se la più augusta assemblea, la quale potrebbe chiamarsi un Senato di re,venisse a giudicare come una loggia di framassoni svedesi.
Si è in questo momento più che mai, che lo spirito dei popoli, totalmente corrotto da venticinque anni di latrocinio, ha bisogno d'essere guarito colla nobile e santa politica dei Sovrani. Non ci parlino più di re spodestati, di divisioni, di convenienze, e nemmeno di grandi e di piccoli sovrani. La sovranità non è né grande né piccola, essa è ciò che è». E conchiudeva manifestando il desiderio «che la Provvidenza, la quale ha coronato l'imperatore delle Russie di tante glorie, gli accordasse ancora quella di rimuovere il più grande degli scandali politici. Se il Congresso non si attiene fortemente ai grandi principii, non farà che seminare i denti del dragone, e saremo da capo ((15))».
E quali sono i grandi principii? De Maistre gli ha accennati in questa sua magnifica lettera:
1° La sovranità non è traducibile davanti nessun tribunale; 2° Gli interventi debbono essere disinteressati, gratuiti, e non violare mai l'indipendenza dei Governi; 3° Le alleanze debbono stringersi, non secondo la grandezza dei Potentati, ma la posizione e l'influenza de' loro regni; 4° La sovranità non è né grande, né piccola, non si misura col metro, né si pesa colle bilancie. L'esprit des peuples totalement corrompu par vingt-deux ans de brigandage, a besoin d’être rassaini par la noble et sainte politique des Souverains.
(Dall'Armonia, n. 84, del 9 aprile 1859).
Guerra, sul crin vipereo
Ti strìda l'ira eterna,
Guerra ti danni all'Èrebo
La folgore supèrna.
La guerra, canto lirico di Giuseppe Regaldi, Torino, stamperia Reale 1833.
Da buona pezza si lavora in Francia per indurre quella nazione a desiderare la guerra, ma è un torre a mattonare il mare, che i Francesi sono fermi a detestarla; e una voce comune si leva da tutte le classi della società in favor della pace. I nostri lettori avranno avvertito le gravi parole delle Reme des Deux Mondesriferite nell'Armonia di ieri; e nella stessa sentenza parlano od hanno parlato pressoché tutti i diarii della capitale e de spartimenti, che dichiarano arbitraria la guerra, e vogliono concordi la pace.
E noi troviamo che i Francesi hanno ragione. Mauro Macchi in un suo scritto intitolato La pace, e stampato in Genova nel 1856, dopo la guerra d'Oriente, a pag. 99 reca il computo d'un pubblicista francese delle guerre sostenute dalla sola Francia dal secolo decimoquarto in poi. Questo computo è molto più convincente di tutti gli articoli presenti delle Patrie, e futuri del Courrier de Paris. Eccolo.
Nei quali ebbero luogo quattordici grandi battaglie, e segnatamente quelle di Gonrtrav e di Poitiers. — E senza alcun benefico risultato.
Nei quali ebbero luogo undici grandi battaglie, come quelle di Azincourt, di Castillon e di Montlérv. — E senza alcun benefico risultato.
Nei quali si diedero ventisette battaglie campali. — E senza alcun benefico risultato.
| Secolo XVII guerra civile e religiosa | anni | 17 |
| Id. all'estero | » | 52 |
| In tutto anni | 69 |
Con trentanove grandi giornate. — E senza alcun benefico risultato.
| Secolo XVIII guerra civile e religiosa | anni | 7 |
| Id. all'estero | » | 51 |
| In tutto anni | 53 |
Con novantatré importanti combattimenti. — E senza alcun benefico risultato Laonde riassumendo si ebbero in cinque secoli nella sola Francia.
| Di guerra civile e religiosa | anni | 75 |
| Id.all'estero | » | 175 |
| Id. nell'interno | » | 76 |
| In tutto anni | 326 |
E da questi trecento ventisei anni di guerra, conchiude il pubblicista francese,e da queste cento ottantaquattro battaglie tra vinte e perdute, dicano di graziai fautori della guerra, che guadagno hanno fatto l'Europa e l'umanità?
Venne osservato che l'entusiasmo guerriero e rivoluzionario va scemando continuamente in Francia. L'entusiasmo del 1848 fu molto inferiore all'entusiasmo del 1830, il quale non fu che l'ombra dell'entusiasmo del 1789. La poesia che è il più infallibile termometro degli ardori de' popoli ne rende testimonianza. Nel 1789 i fervori francesi scoppiarono nella Marseilleise,nel 1830 trasforniaronsi nella Parisienne, e nel 1848 caddero nel ritornello dei Lampions ((16))».
La Francia ha sempre guadagnato nella pace, ed anche vincendo ha sempre perduto nella guerra. Essa perciò ha salutato Imperatore il Bonaparte, perché le promise, e le diede la pace.
E Napoleone III non può dimenticare come la maggior parte di coloro i quali oggidì cercano tutti i mezzi per ispingerlo ad una guerra in Italia, amaramente lo criticassero d'aver intrapreso uria guerra in Oriente senza alcun vantaggio per la Francia. È opportuno ricordare parecchie di queste critiche.
Victor Hugo nel 1856 mandava da Guersnev il suo obolo in favore dei Francesi che erano stati vittima della straordinaria inondazione nel maggio di quell'anno, e servendosi di un atto di beneficenza per uno scopo rivoluzionario scriveva: «La guerre folle de Crimée, caprice de Monsieur Bonaparte, a conte deux milliards à la France. Avec deux milliards on eût; la science sociale le démontre, endigué les fleuves, commencé le reboisement restauré le régime des eaux, rendu les inondations impossibles».
Un altro scrittore francese citato da Mauro Macchi, con fervida eloquenza riassumeva in questi termini i frutti della guerra di Crimea: Un lago di sangue all'Alma— un fiume di sangue a Balaclava— un torrente di sangue ad Inkermann — un mare di sangue a Malakoff:
— gambe rotte, coscie stiacciate, cranii infranti, ventri aperti, esseri umani caduti in putrefazione prima che morti, devastazioni, rovine, bombardamenti, incendii; imposte a milioni, prestiti a miliardi — miserie all'infinito; coscrizioni ordinarie, leve straordinarie; recluto d'uomini in Russia, in Turchia, in Francia, in Inghilterra, in Piemonte.
E poi chi paga? trascriviamo letteralmente dal libro di Mauro Macchi ((17)): Chi muore? Chi resta mutilato e ruinato? son forse gli imperatori o i loro ministri? No: sono i poveri soldati, il misero popolo; sono i contadini e gli operai. E quale delitto hanno essi perpetrato, per meritarsi d'essere spinti a simile cecidio? Nessuno. Piacque ad un principe di allargare i proprii dominii, tentando di usurpare gli altrui. Ed è per soddisfare a questa ambizione, che un mezzo milione d'uomini venne immolato.
Il sig. Vincjard dopo la guerra d'Oriente scrivea: «Se per consenso di tutti, antichi e moderni, imperatori e re, uomini di Stato e uomini di studio, predicatori e tribuni, filosofi e pubblicisti la pace è un bene e la guerra ò un male, a chi tocca la risponsabilità di questo male? La guerra non si fa già da se medesima, né si muove da popolo a popolo; ma viene dichiarata da Governo a Governo. Se i Governi non si lasciano mai fuggire l'occasione di volgere in ridicolo i rivoluzionarii che pretendono stabilire la libertà col terrore, i rivoluzionarii ben più a ragione potrebbero prendersela coi Governi i quali pretendono stabilir la pace colla guerra... Quanto a me debbo dichiarare, che se fossi mai stato fautore della guerra, a farmela prendere del tutto in orrore basterebbe non tanto la devastazione che sparge, o il sangue che versa, o i milioni che costa, quanto la manifesta prova della sua impotenza ((18))».
Il Piemonte, padre dell'Indipendente, che ne ha raccolto l'eredità e il numero della serie, dopo la guerra d'Oriente riferendosi, colla Rivista d’Edimburgo, ai calcoli d'un giornale americano, stabiliva che le guerre napoleoniche costarono 40 mila milioni di dollari. «Ora gl'interessi annui di questa somma, al 5 per cento, sono due mila milioni di dollari i quali basterebbero quasi per Sé soli a fare scomparir la miseria dalla faccia di tutta Europa ((19))».
La stessa Gazzetta del Popolo, che oggidì incensa l'imperatore dei Francesi, e s'inchinava testà davanti al Principe suo cugino, il 21 di gennaio del 1856 lanciava una freccia avvelenata contro Napoleone III perché aveva fatto la guerra d'Oriente, ed esclamava: «Duecento mila soldati, e pia miliardi, spesi per uno di quei risultati orientali che Luigi Filippo otteneva con meri protocolli!»
Tutto questo non può avere dimenticato l'imperatore Napoleone, il quale perciò si guarderà ben bene dal mettere in mano ai suoi nemici una nuova arma per combatterlo. Quanto alla Francia essa non vuole la guerra, perché, tra le altre cose, si ricorda delle osservazioni fatte dai giornali piemontesi, ed ama meglio che il suo denaro venga adoperato per fare scomparire la miseria dalla faccia dell'Europa.
(Dall'Armonia, n. 83, del 2 di aprile 1859)
Pubblichiamo più innanzi il Memorandum che il conte di Cavour indirizzò al Governo britannico ed al Governo prussiano. Se godessimo piena libertà lo giudicheremmo come merita, ma per ora vogliamo restringerci al seguente confronto tra due documenti di due ministri dell'interno amendue liberalissimi, uno pubblicato nel 1848, e l'altro nel 1859.
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«Per un certo lasso di tempo la condotta ferma e indipendente del Governo austriaco verso la Corte di Roma temperava i sinistri effetti della dominazione straniera. I Lombardo-veneti si sentivano emancipati dall’impero che la Chiesa esercitava nelle al-tre parti della Penisola sugli atti della vita civile nel santuario medesimo della famiglia; e questo era per loro un compenso, a cui attribuivano una grande importanza. Questo compenso venne loro tolto in forza dell’ultimo Concordato, il quale, com'è notorio, assicura al Clero una maggiore influenza e più ampii privilegii che in qualunque altro paese, anche in Italia, eccettuati gli Stati del Papa. La distruzione dei savii principii introdotti nelle relazioni dello Stato colla Chiesa da Maria Teresa e da Giuseppe II finì per far perdere ogni forza morale al Governo austriaco nello spirito degli Italiani». (Conte di Cavour, Memorandum del 1°marzo 1859.) |
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«Si tratta di difendere le nostro istituzioni, c in particolare la Monarchia della Casadi Savoia dallo straniero che la minaccia, imperocché se l’Austria prevalesse in Italia, il suo dominio nocerebbe non solo alle libertà nostre, ma ai diritti dei nostri Principi. Inoltre la religione cattolica ne soffrirebbe non poco, essendo noto che l’Austria fu sempre nemica delle prerogative della S. Sede, e intende a diffondere nei suoi Stati e in quelli, su cui ha qualche influenza, principii e massime c regole di disciplina e di culto poco ortodosse, e contrarie alla sovrana autorità della Chiesa. Oltre che se l’Imperatore vincesse in Lombardia egli non si contenterebbe più degli antichi domini: torrebbe al Papa le legazioni ; distruggerebbe la sua indipendenza politica con grave danno della libertà ecclesiastica... Tali sono le considerazioni che debbono indurre tutti i buoni cittadini ed i buoni cattolici ad aiutare la guerra lombarda con ogni loro sforzo». (Plezza, ministro dell’interno, Circolare del 1° agosto, 1848.) |
Si noti che Plezza e Cavour sono ora perfettamente uniti, e le opinioni dell'uno possono considerarsi come le opinioni dell'altro. Sicché nel 1848 noi dovevamo far la guerra perché l'Austria, era poco ortodossa; e nel 1859 dobbiamo farla perché è troppo ortodossa; nel 1848 dovevamo combatterla perché si opponeva alla sovrana autorità della Chiesa; e dobbiamo egualmente combatterla nel 1859, perché ha riconosciuto alla Chiesa una sovranità maggiore che nelle altre parti della Penisola. L'Austria nel 1848 era rea perché professava i principii di Giuseppe li, ed è rea nel 1859 perché ha d'istrutto quei principii.
È utile frattanto avvertire che, mentre si accusa l'Austria di aver usurpato i diritti sovrani del duca di Modena, di Parma e di Toscana, e di esercitare una stragrande influenza nei loro domimi, si accusa contemporaneamente d'aver accordato nei proprii Stati una soverchia influenza alla sovrana autorità della Chiesa..
Tuttavia la diversità tra il linguaggio che il ministro Plezza teneva nel 1848, e quello che il conte di Cavour tiene nel 1859 si spiega facilmente, avvertendo, che il primo scriveva ai molto reverendi sigg. parrochi, e l'altro scrìsse a due Governi protestanti, il prussiano ed il britannico. Scrivendo ai parrochi, bisognava manifestare un grande affetto ai diritti ed alle prerogative della Chiesa cattolica: «scrivendo ai protestanti è necessaria dichiarare che si vuoi far la guerra ai Papa, e a chi ne sostiene il dominio.
(Dall'Armonia, n. 83, pag. 326).
«Il Governo di S. M. Britannica, animato da benevola sollecitudine per la sorte d'Italia, a fine di evitare le cagioni che addurre potessero gravi perturbazioni in Europa, ha invitato il Governo di S. M. il re di Sardegna ad esporre quali sono, a suo avvisò, i gravami che gli Italiani potrebbero far valere contro l'Austria, tanto a motivo della sua dominazione sulle provincie che possiede in virtù dei trattati, quanto in conseguenza dei suoi rapporti cogli Stati dell'Italia centrale, la Jui condizione anormale è riconosciuta da tutti i Gabinetti.
«Per rispondere a siffatto invito in modo chiaro e preciso, il Gabinetto di Torino stima necessario rispondere partitamente. alle due domande che gli sono dirette, spiegandosi anzitutto sulle condizioni della Lombardia e della Venezia, e poscia sui risultamenti della politica austriaca rispetto all'Italia centrale.
«Qualunque Biengi i risultati della cessione del Lombardo-Veneto fatta all'Austria nel 1814, non si potrebbe contestare che il possesso che la medesima tiene su di essi sia conforme ai trattati; imperocché in questi trattati non si è dato gran pensiero della sorte dei popoli di cui disponevano.
«Noi per conseguenza non avremmo tirato in campo una quistione che non porrebbe risolversi senza una modificazione dei trattati esistenti, se il Governo britannico non ne avesse impegnati ad aprirgli intero il nostro pensiero tanto su codesto punti), quanto sugli altri.
«Noi riconosciamo pertanto che la dominazione dell'Austria sui paesi tra il Po, il Ticino e l'Adriatico è legale; ma ciò non impedisce che ella non abbia prodotto conseguenze deplorabili, e prodotto uno stato di cose che non ha riscontro nella storia moderna.
«Gli è di fatto che la dominazione austriaca ispira un'invincibile ripugnanza all'immensa maggioranza degli Italiani che vi sono soggetti, e che i soli sentimenti che provano per coloro che li governano sono l'odio e l'antipatia,
«Da che proviene ciò? Il modo di governare dell'Austria vi ha senza dubbio contribuito; le sue pedanterie burocratiche, le vessazioni della polizia, le imposte opprimenti dalla medesima stabilite, il sistema di leva più pesante di qual~ siasi altro d'Europa, i rigori e le violenze, perfino contro le donne, hanno avuto l'effetto più tristo sui sudditi italiani; ma non è questa la causa principale dei fatti accennati.
«L'istoria ne fornisce parecchi esempi di Governi peggiori di quello dell'Austria, eppure meno in odio all'universale del, suo.
«La vera causa del profondo malcontento dei Lombardo-Veneti si è di essere governati, signoreggiati dallo straniero, da un popolo col quale non hanno veruna analogia, di stirpe, di costumi, d'inclinazioni, di favella.
«A misura che il Governo austriaco ha applicato più completamente il suo sistema di incentramento amministrativo, questi sentimenti sonosi accresciuti. Ora che cotesto sistema è giunto all'apice, che l'incentramento è divenuto in Austria più assoluto che nella istessa Francia, ora che essendosi spenta qualsivoglia azione locale, il più umile cittadino è in contrasto per la menoma cosa con dei funzionarii pubblici, da esso né rispettati né amati, la ripugnanza e l'antipatia pel Governo sono divenute universali.
«Il progresso dei lumi, la diffusione dell'istruzione, che l'Austria non può impedire intieramente, ha contribuito a rendere più sensibile queste popolazioni alla triste lor sorte. I Milanesi ed i Veneti che ritornano nei proprii paesi, dopo di aver visitati i popoli che godono di un Governo nazionale, sentono più vivamente l'umiliazione ed il peso del giogo straniero.
«Per un certo lasso di tempo, il contegno fermo ed indipendente del Governo austriaco verso la Corte di Roma rattemprava i tristi effetti della dominazione estera. I Lombardo-Veneti si sentivano liberati dell'impero che la Chiesa nella altre parti della penisola esercita sugli atti della vita civile, nel santuario istesso della famiglia: era questo per essi un compenso al quale davano gran peso.
«Codesto compenso fu tolto loro da) Concordato, che, siccome è notorio, guarentisce, al Clero una più grande influenza, privilegi più ampli che in qualsivoglia altro paese, eziandio in Italia, eccettuatine gli Stati del Papa.
«La distruzione de' savii principii introdotti nei rapporti dello stato colla Chiesa da Maria Teresa e Giuseppe II ha finito per far perdere nell'opinione degli Italiani ogni forza morale al Governo austriaco.
«Per effetto delle cagioni testà esposte, le provincie Lombardo-Venete presentano lo spettacolo più triste, e che, siccome venne più sopra osservato, non ha simile nella storia. Gli è quello di un popolo intero che assunse a fronte dei governanti un'attitudine apertamente ostile, che minaccio e carezze non valgono a domare o a scemare.
«Basta percorrere la Lombardia e la Venezia per convincersi che gli Austriaci non sono stabiliti, bensì stanno accampati in quelle provincie. Tutte le case, dalla più umile capanna al più sontuoso palazzo, son chiuse agli agenti del Governo. Nei luoghi pubblici, ai teatri, nelle strade vi è separazione assoluta tra essi e gli abitanti di cotesto paese, che direbbesi una contrada invasa da esercito nemico, resosi inviso per la sua tracotanza e superbia. E tale uno stato di cose non è un fatto transitorio prodotto da circostanze eccezionali di cui possa prevedersi più o men vicino il termine. Esso dura ed aggravasi da mezzo secolo in qua, ed è certo che «e il moto civilizzatore d'Europa non si sofferma, non farà che peggiorare.
Una tale condizione non è contraria ai trattati, come è dichiarato più sopra, ma essa è contraria ai grandi principii d'equità e di giustizia, sui quali si fonda l'ordine sociale; essa è in opposizione col precetto dalla civiltà moderna proclamato, che non vi è Governo legittimo fuori di quello che i popoli accettano, se non con riconoscenza, almeno con rassegnazione.
«Ora, se ci si domanda qual rimedio la diplomazia pila arrecare a codesto stato di cose, risponderemo con franchezza che, se non si perviene ad indurre l'Austria a modificare i trattati, non si riuscirà ad una soluzione definitiva e durevole; bisognerà contentarsi di palliativi. Bisogna che l'Europa si rassegni ad assistere impassibile al doloroso spettacolo che offrono la Lombardia e la Vene' aia, sino a che la rivoluzione che cova costantemente sotto la cenere in quelle contrade, profittando di circostanze favorevoli, non ispezzi violentemente il giogo che la conquista e la guerra hanno loro imposto.
«Tuttavia questo spettacolo sarebbe men doloroso., e lo stato dei Lombardo-Veneti più tollerabile, se l'Austria si mostrasse fedele alle promesse che rivolgeva agli Italiani, quando nel 1814 li eccitava a sollevarsi contro la dominazione francese, e se conformemente al proclama del comandante in capo delle sue armate, il gen. Bellegarde, costituisse al di qua delle Alpi, se non un Governo, un'amministrazione interamente nazionale, con un'armata indigena stanziata in Italia, e comandata da uffiziali italiani, e stabilisse istituzioni fondate sul principio rappresentativo. Sarebbe un palliativo, ma un palliativo che darebbe un po' di pazienza a popolazioni assuefatte a soffrire, ed allontanerebbe i pericoli che preoccupano si giustamente la opinione pubblica in Europa.
«La diplomazia, consigliando al Gabinetto di Vienna di seguire la via indicata, farà opera prudente e meritoria, benché noi non possiamo sperare che ottenga i risultati che si propone. L'esperienza di 45 anni non l'ha dimostrato che troppo.
«L'Austria non fa più assegnamento che sulla forza per mantenere la sua dominazione in Italia.
«Passando alla seconda quistione che gli è stata rivolta, cioè sugli effetti della politica austriaca sull'Italia, il Governo del Re si restringerà nel limite che i trattati e il diritto pubblico europeo tracciano alla diplomazia. Posto su questo terreno, esso non si limiterà ad indicare gli atti illegali dell'Austria, esso indicherà alla sua volta le transazioni europee violate dall'Austria, e domanderà l'esecuzione delle misure necessario per rimediare ai mali che sono stati la conseguenza di codesta violazione. È suo diritto, suo dovere.
«Il trattato di Vienna ha dato molto all'Austria in Italia. Quadruplicando presso a poco il numero de' suoi antichi sudditti, aggiungendo al ducato di Milano, che le apparteneva prima della rivoluzione, la Valtellina, i possedimenti del Papa situati sulla riva sinistra del Po, e tutti gli Stati della Repubblica di Venezia, esso ha distrutto l'equilibrio che esisteva nel passato secolo. Il Piemonte, malgrado l'annessione di Genova, non è stato pili in condizione da formare un contrappeso all'impero, il quale, padrone del corso del Po, dell'Adige, dei principali fiumi dell'Italia settentrionale, era riuscito ad unire i suoi possedimenti italiani co' suoi stati ereditarii.
«Esso si è trovato a fronte d'una Potenza che contava maggior numero di sudditi di lui in Italia, e che disponeva di forze immensamente più considerevoli delle sue.
«Tuttavolta, se l'Austria si fosse mantenuta nei limiti che i trattati le assegnavano, il rimanente dell'Italia avrebbe potuto partecipare ai progressi che si sono fatti in Europa, dopo che cessarono le guerre dell'impero, e formare col Piemonte una barriera efficace contro le influenze straniere nella penisola.
«Ma l'Austria si è sforzata sin dai primi anni che seguirono la Restaurazione con tutti i mezzi che erano in suo potere, ad acquistare in tutta la penisola una influenza preponderante.
«Atteggiandosi a patrona dichiarata di tutti i Governi italiani, per quanto cattivi fossero, intervenendo con forze irresistibili, ogniqualvolta un popolo tentava di ottenere miglioramenti e riforme dal proprio Governo, essa è giunta ad estendere la sua dominazione morale molto al di là delle sue frontiere.
«Noi non riferiremo la storia degli ultimi 40 anni, essa è troppo nota: ci limiteremo a constatare k) stato di cose attuali, dovuto all'opera perseverante della politica austriaca.
«I ducati di Parma, di Modena e di Toscana sono diventati veri feudi dell'impero.
«La dominazione dell'Austria sui due primi è stabilita dalla Convenzione 24 dicembre 1847.
«Questa convenzione dandole il diritto di occuparli colle sue armate, non solo quando lo rìchiegga l'interesse di Parma e di Modena, ma eziandio ogni qualvolta ciò possa essere vantaggioso alle sue operazioni militari, rende l'Austria padrona assoluta di tutta la frontiera orientale della Sardegna, dalle Alpi al Mediterraneo. E non si dica che questa è una vana minaccia, un pericolo immaginario, giacché sono appena tre anni, quando il Congresso di Parigi risuonava ancora delle proteste formulate dal Piemonte, e sostenute dall'Inghilterra contro l'intervento estero in Italia, furono vedute sotto un futile pretesto truppe austriache occupare non solo Parma, ma le parti più lontane del ducato, ed accamparsi sulla vetta dogli Appennini, donde dominavano la sponda del mare appartenente alla Sardegna.
«L'Austria si considera talmente padrona di fare quello che le convengane gli Stati di Parma, che in ispregio dei trattati, che le danno il solo diritto di presidiare la cittadella di Piacenza, essa ha fatto costruire, e sta ora armando, fortilizi! Staccati dalla cerchia della città, destinati a trasformare Piacenza in un vasto campo trincerato, capace di porre in sicuro un'armata vigorosa.
«Non è meno reale, né meno forte, quantunque meno apparente, il legame che unisce la Toscana all'Austria. Si ignora se esista fra i due Stati un trattato segreto, ma ciò che è certo, si è, che da una parte il Governo toscano può far assegno in ogni tempo ed in ogni circostanza sull'armata dell'Austria per contenere i suoi popoli, e che dall'altra l'Austria è sicura di poter occupare la Toscana se questo le fosse consigliato per caso da un interesse strategico.
«Quanto agli Stati romani il modo di possedere dell'Austria è stato più semplice. Essa li ha occupati ogniqualvolta turbolenze politiche le fornirono un pretesto per farlo. Dopo il 1831 essa già ha passato per ben tre volte il Po, e messo guarnigione nelle città della Romagna. L'ultima occupazione, più compiuta delle precedenti perché si estende fino ad Ancona, dura da 40 anni. Quantunque il Governo romano, abbia testà domandato l'allontanamento delle truppe estere, noi non crediamo che questo provvedimento basti a far cessare le condizioni anormali degli Stati della Santa Sede.
«Se l'allontanamento di queste truppe non è preceduto da radicali riforme in tutti i rami dell'amministrazione, lascierà il campo libero alla rivoluzione. L'anarchia si sostituirebbe all'occupazione straniera, perché si ricorra ben presto e necessariamente a quest'ultima.
«Così l'intervento dell'Austria nel paese ha un tale carattere di permanenza, che si è autorizzati a dire che queste provincie, le quali debbono appartenere ad uno Stato indipendente, sono di fatto sotto il dominio straniero.
«Una sì grande estensione della Potenza austriaca in Italia eccedente le stipulazioni dei trattati, costituisce un pericolo grave per il Piemonte, pericolo contro cui il suo Governo ha diritto di protestare. L'Austria, padrona assoluta del corso del Po, da Pavia sino all'Adriatico, creando sulle nostre frontiere una piazza di guerra' di primo ordine, libera di occupare quando le pare e piace i monti che dovrebbero servirci di baluardo, minacciandoci da ogni parte, ci obbliga a mantenere le nostre forze in un accrescimento rovinoso, sproporzionato alle nostre risorse finanziarie.
«Si osserverà forse che la presenza delle truppe francesi a Roma neutralizza la forza dell'Austria, e diminuisce i pericoli del Piemonte. Nulla di meno esatto. Al punto di vista politico, l'occupazione di Roma per parte della Francia può avere una grande importanza. Sotto il punto di vista militare non ne ha alcuna, per quanto si riferisce alla Sardegna. Se in caso di un'aggressione noi dovessimo fare appello all'appoggio della Francia, le truppe che questa Potenza ha aquartierate nella Provenza ed a' pie' delle Alpi, ci sarebbero d'un soccorso assai più efficace, che non quelle che, isolate a Roma, non potrebbero agire in nostro favore che imbarcandosi a Civitavecchia.
«Noi pensiamo pertanto che la presenza dei. Francesi a Roma, la quale d'altronde vivamente desideriamo veder cessata, nulla toglie al valore delle lagnanza della Sardegna contro la politica invaditrice dell'Austria. Se l'Austria, soddisfacendo a questi giusti richiami, riconoscesse l'indipendenza assoluta degli altri Stati della Penisola, le condizioni dell'Italia centrale non tarderebbero a migliorarsi considerevolmente. I Governi di coteste contrade, non essendo più. sostenuti dagli eserciti austriaci, sarebbero costretti per necessità a soddisfare ai voti più legittimi delle popolazioni. Ma nell'interesse dell'ordine e (del principio di autorità, affinché codeste concessioni inevitabili non siano loro strappate da disordini e da moti popolari, è necessario che al tempo stesso che si proclamerà il principio del non intervento dell'Austria, i princìpi dell'Italia centrale modifichino profondamente il sistema politico da essi per così lungo tempo seguito, mercé l'appoggio delle baionette straniere.
«Il Gabinetto di Torino è convinto, che sarebbe evitato ogni pericolo di rivoluzione nei ducati di Parma e di Modena, qualora essi fossero dotati di istituzioni conformi a quelle di cui da undici anni gode il Piemonte. L'esperienza di questo paese dimostra che un sistema saviamente liberale, ed applicato con buona fede, può funzionare in Italia nel modo il più soddisfacente, assicurando nel tempo medesimo la pubblica tranquillità ed il regolare sviluppo della civiltà.
«Riguardo alla Toscana, esso crede necessario il ristabilimento della Costituzione del 1848, giurata dal Granduca, e rivocata precisamente allorché, fondandosi sulle istituzioni da lei assicurate, il Granduca veniva instaurato sul suo trono, da cui un moto rivoluzionario lo aveva rovesciato.
«Per quanto concerne gli Stati Pontificii, il Gabinetto di Torino non saprebbe dissimulare che la quistione presenti difficoltà assai più gravi.
«La doppia qualità che nel Sommo Pontefice concorre di capo della Chiesa cattolica e di sovrano temporale, rende quasi impossibile (nei suoi Stati) il sistema costituzionale. Egli non potrebbe acconsentirvi senza correre pericolo di trovarsi sovente in contraddizione con se stesso, e di essere costretto a scegliere tra i suoi doveri come pontefice ed i suoi doveri come principe costituzionale.
«Tuttavia, mentre riconosce che è forza rinunziare all'idea di assicurare la tranquillità degli Stati del Papa con un reggime costituzionale, il Gabinetto di Torino pensa che il medesimo scopo si potrebbe quasi ottenere, adottando il progetto, che i plenipotenziarii di S. M. il Re di Sardegna al Congresso di Parigi hanno svolto nella nota del 27 marzo 1856, indirizzata ai ministri di Francia e di Inghilterra. Quésto progetto, che ricevette la piena approvazione di lord Palmerston, si fonda sulla completa separazione amministrativa delle provincia dello Stato Romano, situate tra l'Adriatico, il Po e gli Apennini, e sullo sviluppo presso di esse delle istituzioni municipali e provinciali, che se non furono messe in pratica, vennero tuttavia stabilite in principio dal Papa medesimo al suo ritorno da Gaeta. Questo progetto dovrebbe ora essere completato con lo stabilimento a Roma di una Consulta nominata dai Consigli provinciali, ed a cui sarebbero sottoposte le quistioni relative agli interessi generali dello Stato.
«Le idee fin qui esposte sono una risposta chiara e precisa alla domanda indirizzata dal Governo di S. M. Britannica al Gabinetto di Torino. Riassumendole risulta che, a suo avviso, sarebbero scongiurati i pericoli di una guerra o di una rivoluzione, e sarebbe temporaneamente assopita la quistione italiana alle condizioni seguenti:
«Ottenendo dall'Austria, non in forza dei trattati, ma in nome dei principii di umanità e di giustizia eterna un Governo nazionale separato per la Lombardia e la Venezia;
«Esigendo, secondo lo spirito e la lettera del trattato di Vienna, che cessi la dominazione sugli Stati dell'Italia centrale, ed in conseguenza ohe i forti staccati costrutti all'infuori del recinto di Piacenza sieno distrutti: che la convenzione del 24 dicembre 1847 sia annullata; che cessi l'occupazione della Romagna; che il principio del non intervento sia proclamato e rispettato;
«Invitando i duchi di Modena e di Parma a dotare i loro Stati di istituzioni conformi a quelle che esistono in Piemonte, ed il granduca di Toscana a rista bili re la Costituzione da lui liberamente accordata nel 1848.
«Ottenendo dal Sommo Pontefice la separazione delle provincie al di qua degli Apennini, in conformità delle proposte comunicato nel 1856 ai Gabinetti di Londra e di Parigi;
«Possa l'Inghilterra ottenere l'adempimento di queste condizioni. L'Italia sollevata e pacificata la benedirà, e la Sardegna che tante volte ne invocò l'aiuto ed il concorso a prò degli sventurati suoi concittadini, le sarà riconoscente per sempre.
Torino, 1° marzo 1859.
«Firmato: C. CAVOUR».
(Dall'Armonia del 859, pag. 330).
Pubblichiamo per intiero l'articolo del Moniteur del 10 aprile 1850. Invece delle nostre osservazioni, crediamo più importante di far conoscere ai nostri lettori i commentarii fatti a quest'articolo da un altro giornale ufficiale, cioè la Gazzetta di Milano Ognuno potrà così notare quale contrasto vi sia tra il linguaggio pacifico dei due giornali ufficiali, ed il furore guerresco dei diarii ministeriali del Piemonte. Facciamo però osservare, che la Gazzetta di Milano parla del sunto dell'articolo ricevuto per telegrafo, e non dell'articolo stesso, che non poteva ancora conoscere. Ecco l'articolo del Moniteur.
«Il Governo francese, quanto qualsivoglia altro, comprende e rispetta le suscettività nazionali. Se con le sue intenzioni o con la sua condotta avesse dato alla Germania motivo di timore per la sua indipendenza, invece di non curare lo slancio e gli allarmi del patriottismo germanico, li troverebbe nobili e legittimi.
«Ma noi non sapremmo credere facilmente ad un partito preconcetto d'ingiustizia contro di noi dalla parte di coloro ai quali non abbiamo dato nessun motivo di sospetto.
«La nostra confidenza nell'equità degli altri Stati non è se non l'effetto della lealtà della nostra politica. Quando sono state fatte manifestazioni in alcuni punti della Confederazione Germanica, noi le abbiamo accolte senza commozione, perché confidavamo che la parte sana ed illuminata della Germania riconoscerebbe ben presto che quelle violenze non avevano cagione reale.
«Questa fiducia non è stata delusa. L'agitazione provocata nella stampa e nelle Camere di parecchi Stati tedeschi, invece di propagarsi, tende a calmarsi. Noi siamo lieti di prendere nota di questo fatto.
«Per rendere sospetto il Governo francese si erano fatte risalire sino adesso risponsabilità indirette, attribuendogli una parte nelle opinioni ostili all'indipendenza della Confederazione Germanica, e liberamente pubblicate sotto l'egida di una legislazione la quale non autorizza nessun esame preventivo. Queste opinioni, le quali non impegnano se non i loro autori, sono risuonate in Alemagna con una minaccia; propagate dalla malevolenza, esse hanno seminato l'allarme, ed accreditato forse errori rincrescerli intorno alle intenzioni del Gabinetto delle Tuilerie.
«Quando non si vuole altra cosa se non la giustizia, non si tema la luce. Il Governo francese non ha nulla a nascondere, perché esso è sicuro di non avere a ripudiare nulla. Il contegno da esso preso nella quistione italiana invece di autorizzare le diffidenze dello spirito germanico, deve al contrario ispirare ad esso la pili grande sicurezza. La Francia non saprebbe attaccare in Germania ciò che vorrebbe tutelare in Italia. La sua politica, che ripudia tutte le ambizioni di conquista, non mira ad altro scopo se non a quello di ottenere le soddisfazioni e le guarentigie reclamate dal diritto delle genti, la felicità dei popoli e l'interesse dell'Europa. In Germania, come in Italia, la Francia vuole che le nazionalità riconosciute dai trattati possano mantenersi ed anche fortificarsi, poiché essa le considera come una delle basi essenziali dell'ordine europeo.
«Rappresentare la Francia come ostile alla nazionalità alemanna non è dunque solamente un errore, ma un controsenso. Da dieci anni il Governo dell'imperatore ha sempre adoperato la sua parte d'influenza ad appianare le difficoltà che sorgevano, e a scioglierle dal punto di vista dell'equità e della giustizia. In Ispagna esso ha costantemente sostenuto il trono costituzionale della regina, esercitando una vigilanza disinteressata sui rifuggiti che le rivoluzioni successive avevano gettato sulle nostre frontiere. — In Isvizzera la sua mediazione officiosa ha contribuito ad assestare la vertenza di Neuchatel, la quale poteva produrre complicazioni con la Prussia. — Nella stessa Italia la sua sollecitudine ha anticipato le difficoltà attuali, e dopo avere ristabilito il Papa nella sua autorità, non ha ispirato dovunque se non pensieri di moderazione. — A Napoli, d'accordo con la sua alleata la regina d'Inghilterra, ha cercato di persuadere il Governo delle Due Sicilie a fare riforme, le quali lo avrebbero consolidato. —In Germania, a proposito deUa quistione delicata che era insorta intorno ai Ducati fra la Confederazione e la Danimarca, ha compreso, malgrado le sue simpatie verso la Danimarca, la giusta suscettività del patriottismo tedesco per provincie che per tanti legami sono strette al corpo germanico, e non ha fatto ascoltare a Copenaghen altri consigli se non di conciliazione. — Nei principati Danubiani si è sforzato di far trionfare i voti legittimi di quelle provincie ad oggetto di assicurare anche in quella parte d'Europa l'ordine basalo sugl'interessi nazionali soddisfatti.
«La politica della Francia non saprebbe avere due pesi e due misure: essa pesa con la stessa equità gli interessi di tutti i popoli. Ciò che essa vuole farri spettare essa medesima in Alemagna. Non saremo noi che saremmo, minacciati dall'esempio di una Germania nazionale, la quale conciliasse il suo ordinamento federativo con le tendenze unitarie, il cui principio è stato già posto nella grande unione commerciale dello Zollverein. Tutto ciò che nei paesi vicini sviluppa le relazioni creale dal commercio, dalla industria, dal progresso, torna a profitto della civiltà, e tutto ciò che ingrandisce la civiltà innalzala Francia».
La Gazzetta di Milano così si esprime intorno a questa nuova dichiarazione del Moniteur: «Checché si voglia pensare dei disegni dei Governo francese, certo si è che negli ultimi tempi alcuni suoi alti vennero spiegati in un, senso che, agli amici dei pacifico progresso in Europa, fu motivo di apprensione. Noi, i nostri lettori lo sanno, non abbiamo unita mai la nostra voce al grido onde una parte della stampa di diversi paesi — vogliane credere che lo facesse io buona fede — pareva. sforzarsi di rendere a tutto potere malagevoli ai Governi le vie di conciliazione, ed evocare sull'Europa le furie della guerra. E pure adesso crediamo che un accomodamento non solo sia ancor possibile, ma di più che non sia tanto difficile quanto forse può sembrare, purché da ogni parte concorra buon volere e ponderata moderazione, e tengasi un linguaggio chiaro ed aperto.
«In quest'ultimo riguardo non possiamo abbastanza lodarci dell'attuale articolo del Moniteur, dove Francia dichiara senza ambagi, chela sua politica sconfessa ogni ambizione, ogni conquista, e mira a ciò solo che impone il diritto delle genti. Men chiaro all'incontro è quanto l'articolo soggiunge, esigere l'interesse d'Europa in Germania come in Italia, che possano mantenersi ed avvigorirsì le nazionalità riconosciute dai trattati. Dall’un canto ci sono sconosciuti i trattati cui qui è fatta allusione; d'altra parte non sappiamo che vi siano tendenze, le quali possano avventurare il mantenimento della nazionalità italiana; ma senza dubbio si avvigorirà questa soltanto mercé la benefica azione della pace; di una vera pace, non di un latente stato di guerra, quale si ebbe finora in causa dell'agitazione diffusa per anni dal Piemonte.
«Era però necessario che, invece di quella esposizione, capace d'interpretazioni opposte, si fossero adoperati più precisi termini. Ma tutto insieme, colle dichiarazioni che precedono, e con l'altre che vengono appresso, nulla trovasi in quelle parole che faccia co richiudere a complicazioni, le quali non si possano sciogliere nella via di transazioni diplomatiche».
(Dall'Armonia, n. 80 del, 3 novembre 1859).
Il generale Dabormida reduce da Parigi recava alla Maestà del Re Vittorio Emanuele II una lettera dell'imperatore Napoleone III, che i nostri lettori troveranno più innanzi. Da questa lettera risulta che il governo francese ed iì sardo andarono d'accordo nella loro politica riguardo all'Italia dal Congresso di Parigi fino alla pope di Villafranca. Ma poiché Napoleone III e Francesco Giuseppe d'Austria s'abboccarono insieme e sottoscrissero i famosi preliminari, allora i due Imperatori s'intesero, restando invece uno screzio tra la Sardegna e la Francia.
Egli pare che il nostro governo abbia fatto udire qualche lagnanza all'Imperatore dei Francesi sulla pace di Villafranca, dacché Napoleone III esordisce la sua lettera, avvertendo che «ora non si tratta di sapere, se egli facesse bene o male nel conchiudere questa pace». Il Bonaparte stabilisce gli accordi di Villafranca come un assioma, che non si può discutere, ma dee servire di base a nuovi accordi tra lui ed il Re di Sardegna.
«Vi scrivo per concertarmi con voi sulla condotta che dobbiamo seguire in futuro», dice Napoleone III al Re Vittorio. Ma taluno potrebbe chiederei perché l'Imperatore de' Francesi non consultava il nostro Re prima di 'stipulare gli accordi coll'Imperatore d'Austria? Perché non gli parlava nel luglio passato, quando amendue trovavansi in Lombardia? Perché aspettò a scrivergli oggidì, che è giuocoforza acconciarsi alle prestabilite determinazioni?
Forse Napoleone III è dolente d'avere stipulato i preliminari di Villafranca senza farne prima una parola al nostro Re, e per non ricadere nella medesima trascuratezza, oggidì lo consulta sulla via da tenersi davanti il prossimo Congresso. Lo consulta però alla sua maniera, tracciando un programma che dee essere seguito concordemente dalla Francia e dalla Sardegna. Se no, no.
Questo programma ha per base la Confederazione italiana sotto la presidenza onoraria del Papa. Qui è il fondamento, e, come a dire, l'idea archetipa di tutto il disegno: unire l'Italia, e unirla sotto la benefica influenza del papato. Attorno a così grande principia si raggruppano alcune idee secondarie e ben diverse dalla principale; ma noi per ora le dissimuleremo.
Le cose sembrano perciò (ridotte a questi ultimi termini: o il governo Sardo vuole unirsi col Francese nel promuovere la Confederazione italiana sotto la presidenza onoraria del Papa; e l'alleanza continua nelle sale della diplomazia, come già sui campi di battaglia.
Ovvero non piacciono a' governanti del Piemonte le idee napoleoniche, e la Francia si ritira perché ha soddisfatto al suo compito, come già disse lo stesso Napoleone III in un articolo del Moniteur.
Osserva il Diritto che quell'articolo e questa lettera sono un avvertimento, e dice bene. Ma che cosa rispondere all'avviso? 11 governo Sardo trovasi a questo bivio, o promuovere la Confederazione italiana sotto la presidenza del Papa ed essere assistito dalla Francia, o fare divorzio da lei, e stringersi colla rivoluzione. La prima cosa è raccomandata da Napoleone III, la seconda dalla maggior parte de' nostri giornali, e fra gli altri dal Diritto di Torino dal Progresso di Milano.
Mostriamoci fieri ed arditi, dice il Diritto del 1° di novembre: «Spesso l'ardimento salvò le nazioni. E questa fierezzae quest'ardimento vuole che noi mostriamo contro Napoleone III, la cui lettera è l'ultima parola d'una cieca avversione alla costituzione d'un regno di dodici milioni di Italiani».
Il Progresso del 28 di ottobre esclama: «L'unità d'Italia non può emergere che dalla rivoluzione E Io Statuto sardo non è un germoglio della rivoluzione?.... L'Italia ha un Papa e un collegio di Cardinali da imbarcare a Napoli per l'Irlanda».
Il governo Sardo oggi s'asside arbitro tra la parola di Napoleone III e la parola della rivoluzione. Il primo grida — Confederazione italiana sotto la presidenza del Papa; — e la seconda Unità italiana, e disfarsi del Papa. — Che cosa risponderà il nostro governo? Vorrà continuare l'alleanza colla Francia, o separarsene per collegarsi colla rivoluzione?. Oppure troverà modo di tener a suo servizi» la rivoluzione e la Francia? I fatti risponderanno.
«Mio signor Fratello,
Io scrivo oggi a V. M. per esporre la situazione presente degli affari, per rammentarle il passato e per «mettermi d'accordo con lei sulla condotta, che deve essere tenuta per l'avvenire. Le circostanze sono gravi; è necessario lasciar da parte le illusioni e gli sterili rimpianti, e di esaminare accuratamente la reale situazione degli affari. — Così, non si tratta oggi di sapere se io abbia bene o male operato nel conchinder la pace a Villafranca, ma piuttosto di ottenere dal trattato i risultati più favorevoli per la pacificazione dell'Italia e per il riposo dell'Europa.
«Prima di entrare nella discussione di questa questione, io desidero vivamente rammentare ancora una volta a V. M. gli ostacoli che resero tanto difficile qualunque negoziazione e qualunque trattato definitivo.
«In punto di fatto, la guerra presenta spesso minori complicazioni che la pace. Nella prima due soli interessi stanno a fronte l'uno dell'altro: — l'attacco o la difesa; in questa al contrario si tratta di conciliare una moltitudine di interessi, sovente di opposto carattere. È questo precisamente che avvenne al momento della pace. Era necessario conchiudere un trattato che assicurasse nella miglior possibile maniera la indipendenza dell'Italia che soddisfacesse il Piemonte ed i voti della popolazione, e che pertanto non ledesse il sentimento cattolico, od i diritti de Sovrani, per i quali l'Europa provava un interesse.
«Io quindi credetti, che, se l'Imperator d'Austria desiderava venire ad un leale accordo con me, allo scopo di ottenere questo importante risultato, le cagioni di antagonismo, che per secoli avevano diviso i due Imperi, sarebbero scomparse, ó la rigenerazione d'Italia si sarebbe effettuata di comune accordo e senza nuovo spargimento di sangue.
«Indicherò ora quali, a mio credere, sono le condizioni essenziali di questa rigenerazione:
«L'Italia dev'essere formata di pili Stati indipendenti, uniti da un vincolo federale.
«Ciascuno di questi Stati deve adottare un particolare sistema rappresentativo, e delle riforme salutari.
«La Confederazione allora ratificherà il principio della nazionalità italiana; avrà una sola bandiera, un solo sistema di dogane ed una sola moneta.
«Il centro direttivo sarà a Roma, e si comporrà di rappresentanti nominati dai Sovrani sopra una lista preparata dalle Camere, affinché, in questa specie di dieta, l'influenza delle famiglie regnanti sospette di una inclinazione verso l'Austria, venga controbilanciata dall'elemento risultante dall'elezione.
«Coll'accordare al Santo Padre la presidenza onoraria della Confederazione, il sentimento religioso dell'Europa cattolica sarà soddisfatto, l'influenza morale del Papa sarebbe accresciuta in tutta l'Italia, e gli sarebbe permesso di dar concessioni conformi ai voti legittimi delle popolazioni. Ora, il piano che io ho formato al momento di conchiudere la pace, può ancora essere eseguito, ove V. M» voglia impiegare la sua influenza a promuoverlo. Inoltre si è già fatto un passo considerevole in questa direzione.
«La cessione della Lombardia con un debito limitato è un fatto compiuto.
«L'Austria ha rinunciato al suo diritto di tenere guarnigioni nelle fortezze di Piacenza, Ferrara e Cornacchie
«I diritti dei Sovrani furono, è vero, riservati, ma fu pure guarentita l'indipendenza dell'Italia centrale}, essendo stata formalmente rigettata ogni idea di intervento straniero; ed infine, Venezia dovrà diventare, una provincia puramente italiana. È cosa di reale interesse di V. M., come pure di quello della Penisola, il secondarmi nello svolgimento di questo piano» allo scopo di ottenerne i migliori risultati, perché V. M. non può dimenticare che io sono legato dal trattato; e nel Congresso, che va ad aprirei, io non posso ritirarmi dai miei impegni. La parte della Francia è tracciata già avanti.
«Noi domandiamo che Parma e Piacenza siano unite al Piemonte, perché quel territorio gli è indispensabile dal punto di vista strategico.. «Noi domandiamo che la duchessa di Parma sia chiamata a Modena..
«Che la Toscana, aumentata, forse, da una porzione di territorio, venga restituita al Granduca Ferdinando.
«Che un sistema di saggia libertà venga adottato in tutti gli Stati d'Italia,e Che l'Austria si sciolga francamente da cagioni incessanti d'imbarazzi per l'avvenire, consenta a completare la nazionalità della Venezia, creando non solamente una rappresentanza ed un'amministrazione separata, ma anche un'armata italiana.
«Noi domandiamo che Mantova e Peschiera debbano essere riconosciute fortezze federali.
«E, finalmente, che una Confederazione basala sui reali bisogni, come sulle tradizioni della Penisola, ad esclusione di qualunque influenza straniera, abbia a consolidare l'edificio dell'indipendenza d'Italia.
«lo nulla tralascierò onde ottenere questo grande risaltato. Si convinca V. M. che i miei sentimenti non cangieranno, e che, in quanto non vi si oppongano gli interessi della Francia, io mi chiamerò sempre felice di servire la causa, per la quale noi abbiamo combattuto insieme». Palazzo di Steloud, 20 ottobre 1859.
(Da Armonia, n. 195, del 6 novembre 1859).
Nel 1849 l'illustre politico Massimo d'Azeglio, che il Progresso di Milano beffardamente chiama Maximus Asellus, era presidente del Consiglio dei ministri, e pubblicava un suo programma che noi abbiamo già accennato, e che gioverà oggi ripetere e attentamente esaminare.
«Una triste esperienza, diceva il cavaliere d'Azeglio, ha dimostrato in Italia che le antipatie municipali rendono impossibili le fusioni, che ad ogni modo sarebbero vietate dall'Europa.Conviene rassicurare gli Stati italiani contro progetti di sleali ingrandimenti, e persuaderli che la vera politica d'Italia è la benevolenza non l'invidia, l'unione non la discordia».
Se il cavaliere d'Azeglio non avesse scritto nessuno de' suoi romanzi, né dipinto nessuno de' suoi bellissimi paesaggi; se non si fosse segnalato altrimenti in Italia né per la commedia, né per la tragedia, né per la musica; se non fosse stato militare, ministro, giornalista, senatore; se non avesse scritto che le poche linee riferite testò, queste basterebbero, a nostro avviso, per procacciargli riputazione immortale d'uomo perspicace, coraggioso ed onesto.
Il cavaliere d'Azeglio non è uno di que' politici fantastici che non tengono conto del passato, ma come uomo positivo va a scuola dall'esperienza e ricava profitto dalle sue lezioni. E che cosa gli ha insegnato l'esperienza in Italia ed in Europa? Gli ha insegnato due cose: 1° Che in Italia non sono possibili le fusioni; 2° Che ad ogni modo sarebbero vietate dall'Europa.
Un mese fa, certuni stavano per dar la baia al cavaliere d'Azeglio, e rimproverarlo d'avere sbagliato, perché tutta l'Italia centrale fondevasi unanimemente col Piemonte, e parea che l'Europa applaudisse. Lo stesso cavaliere Massimo dubitava della veracità delle sue affermazioni, e proponeva al governo di affrettare le fusioni.
Ma i risultati dell’esperienza non falliscono mai. Oggidì noi tocchiamo con mano che le fusioni in Italia sono impossibili. Gli stessi liberali lo confessano, e chiedono col Momento che ai lasci la vita propria alla Lombardia, e proclamano col Progresso, che «pessimo fra tutti i pensieri, sarebbe quello di equiparare la capitale della Lega Lombarda a Biella o ad Ivrea, la patria del Ferraccio a Vercelli e da Novara, la capitale del mondo Romano a Cuneo o ad Acqui, la regina delle Lagune a Mondo vi od a Saluzzo».
E il nostro ministero convinto dì questa verità ha deciso di stabilire nello Stato contemporaneamente tre capitali, Torino, dove risiederà il Re ed il Parlamento; Milano sede principale dell'ordine giudiziario, e Genova centro della marina militare.
Il ritrovato è buono, perché finora non abbiamo che tre grandi città storione, e degne del maggiore riguardo. Ma che cosa si potrebbe poi dare a Parma, a Modena, a Bologna, a Ferrara, a Firenze, a Pisa, a Lucca? Massimo d'Azeglio si è apposto: le fusioni in Italia non sono possibili.
E se fossero possibili pel genio e per le tradizioni de' popoli italiani, lo sarebbero poi pel consentimento dell'Europa? L'esimio pubblicista d'Azeglio nel 1849 rispose di no, ed oggidì nel 1859 si verifica la sua previsione. Nessuna delle primarie Potenze europee vuole che il Piemonte s'allarghi straordinariamente in Italia. Francia stessa, che pure ha sposato le nostre parli, vi si oppone. Il Congresso se dovrà radunarsi, sarà unanime contro l'annessione di Toscana, Modena, Romagna alla Sardegna.
Ora posti questi due principii, che in Italia non sieno possibili le fusioni, né per riguardo alla Penisola, né per riguardo all'Europa, il cavaliere Massimo d'Azeglio con potenza di logica ne derivava una conseguenza pratica per la politica piemontese, e dicea: Conviene rassicurare gli Stati italiani contro progetti di sleali ingrandimenti.
Chi sa che cosa intendeva il cavaliere Massimo per ingrandimenti sleali? Se taluno nel 1849 si fosse fatto ad interrogarlo, dicendogli: — Cavaliere, l'annessione della Toscana al Piemonte a danno del Granduca, è un ingrandii mento leale? E l'annessione del Ducato di Modena a' pregiudizio del duca Francesco V, è un ingrandimento leale? E l'annessione delle Romagne in seguito alla spogliazione del Papa è un ingrandimento leale? E l'annessione di Parma contro la volontà del legittimo Principe è un ingrandimento leale? A questa domanda mettiam pegno che il cavaliere d'Azeglio avrebbe risposto, no.
Ed oggi credete voi che il Cavaliere possa rispondere sì? Quel Cavaliere che ha rimproverato due coscienze a non sappiamo più qual ministro; quel Cavaliere che giorni fa conchiudeva un suo articolo, dicendo: l'Europa giudicherà tra l'asserzione dei Gesuiti e di Massimo d'Azeglio, applicando a se stesso il tanto nomini nullum par elogium; quel Cavaliere pensate voi che possa sti mare lealenel 1859 un ingrandimento che dichiarava sleale nel 1849?
Non è possibile: Massimo d'Azeglio non muta, ed oggi ancora è pronto a ripetere ai ministri, ed osiamo noi dirlo in suo nome certi di non essere smentiti: Conviene rassicurare gli stati italiani contro progetti di sleali ingrandimenti. Conviene dire alla Casa di Lorena: la Toscana è vostra; alla Cast d'Este: Modena è vostra; ai Borboni: Parma è vostra; a Pio IX: le Romagne sono vostre. Allora tutti diranno che il Piemonte e la Lombardia sono nostri; che la Savoia e il Nizzardo sono nostri; che nostre sono la Liguria e la Sardegna.
Rassicurati così gli Stati italiani, Massimo d'Azeglio piantava le basi della vera politica subalpina, e procedeva in questo con doppio metodo, negativo escludendo, positivo affermando. La politica dell'invidia, che aspira al dominio altrui, non è buona; la politica della discordia che suscita la rivoluzione in casa altrui, è pessima. Dunque il Piemonte dee rigettarla.
La vera politica d'Italia, secondo il nostro esimi pubblicista, dee essere la benevolenza e l'unione; benevolenza verso i popoli italiani, unione coi legittimi Principi. Nel 1849 il nostro Massimo ebbe l'eroico coraggio di proclamare che in Italia bisogna mutare i popoli e non i principi. Dunque la politica piemontese, ben lungi dallo spodestare i principi, dee aiutarli a migliorare i popoli.
(Dall'Qrmonia, q. 498, del 40 novembre 1860).
Altezza Reale,
Uffizio del giornalismo è non solo di raccontare e giudicare i fatti che avvengono, ma eziandio di impedire per quanto è possibile, quelli che stanno per arrivare, disapprovandoli anticipatamente, e mostrandone la reità e i pericoli, E noi, Altezza Reale, per soddisfare al debito nostro, finché non abbiate accettato la Reggenza dell'Italia centrale, che Vi venne offerta di questi giorni, Vi esporremo francamente le ragion», per cui non può essere accettata.
La prima di tutte, Augusto Principe, è questa, che coloro i quali Vi offrono a Reggenza non ne hanno l'autorità, e vogliono darvi ciò che loro non appartiene. Non ne hanno l'autorità, perché non sono vacanti i troni di Toscana, di Modena, di Parma e delle Romagne, ma esistono i loro legittimi Principi, che non rinunziarono finora, né intendono di rinunziare ai proprii diritti.
Non ne hanno l'autorità, perché le quattro Assemblee non rappresentano il popolo, essendo state elette da una semplice minoranza, mentre il più dei cittadini con ammirabile fedeltà si astennero dal pigliar parte ad una votazione, la quale ingiuriava i Sovrani col solo mettere in forse l'inviolabile loro potere.
Non ne hanno l'autorità, perché le quattro Assemblee già offerirono fa corona dell'Italia centrale al re Vittorio Emanuele II. Ora noi diciamo: o tale offerta venne accettata, o rifiutata. Se accettata, tocca al Re nominare il Reggente non a que' di Modena, di Parma, di Toscana o di Romagne; se rifiutata, perché cercare il Reggente quando manca tuttavia il Re?
Noi osiamo, Augusto Principe, sottoporre alla Vostra saviezza e prudenza una semplice considerazione. Se Genova nel 1849, quando si sottrasse al liberale e paterno dominio di Carlo Alberto, avesse offerto se stessa al Duca di Modena, o al Granduca di Toscana, o al Papa, avrebbero essi accettato? Rispondiamo francamente del no, e tutti sentono nel loro cuore la verità di questa risposta, e Voi pi ti di tutti, o Principe, la sentite.
Anzi riguardo al Papa Pio IX è un fatto positivo, e ne abbiamo in prova l'Allocuzione del 29 di aprile 1848. A que' giorni i rivoluzionari voleano creare il Romano Pontefice Re d'Italia ed allargare di molto i confini del suo Principato, spodestando gli altri Sovrani. E che cosa rispose Pio IX a tale offerta?
Uditene, Altezza, ed ammiratene le parole:
«Quanto a Noi, di bel nuovo dichiariamo che il Romano Pontefice adopera tutti i suoi pensieri, cure, studi, affinché ogni giorno il regno di Cristo, che è la Chiesa, riceva sempre maggiori incrementi; e non già perché si dilatino i confini di quel civile Principato di cui la divina Previdenza volle arricchita la S. Sede, per sostenere la sua dignità, ed il libero esercizio del supremo Apostolato. Pertanto errano a gran partito coloro che si danno a credere poter l'animo Nostro venir sedotto dal desiderio di una più ampia temporale dominazione, e farsi che ci gettiamo perciò in mezzo al. tumulto delle armi.
Permetteteci, Altezza Reale, di notarvi qui due cose del maggior rilievo: La singolare mobilità dei rivoluzionari, i quali ora spogliano quel Principe che dodici anni fa non solo volevano conservare, ma eziandio arricchire delle spoglie altrui; e il sublime disinteresse di Pio IX, che amò meglio patire gli insulti e le persecuzioni onde da tanto tempo è fatto segno, che usurpare un palmo dei possedimenti degli altri principi della Penisola.
E mentre il Sovrano Pontefice si fé' pubblico difensore dei diritti di Casa Savoia, e predicò solennemente ai popoli obbedienza e docilità ai loro Sovrani, sarà egli possibile che Voi, Altezza Reale, Vi rechiate nelle Romagne a pigliare il suo posto? Deh! perdonate a coloro che furono così temerari da farvi una simile proposizione. Essi non conobbero né la Vostra religione, né la bontà dell'animo Vostro, né il Vostro amore al Piemonte ed all'Italia.
SI, augusto Principe, dove fosse accettata l'offerta che Vi venne fatta della Reggenza dell'Italia centrale, riuscirebbe a gravissimo danno del Piemonte e della intiera Penisola. Tale accettazione scioglierebbe necessariamente la lega sardo-franca, poiché Napoleone III, avendo dichiarato di voler la ristaurazione degli Arciduchi, ed il mantenimento di Pio IX in tutti i suoi diritti di Sovrano, non potrebbe in veruna guisa rimaner collegato con chi si opponesse tanto chiaramente a' suoi disegni.
E poi indisporrebbe contro il Piemonte il Congresso Europeo, che sta per radunarsi, mentre renderebbe nulla l'opera sua, abbracciando anticipatamente una risoluzione che fu riservata alle grandi Potenze.
E finalmente getterebbe in Italia il seme di nuove ed eterne discordie religiose e politiche, e potrebbe accendere una guerra fratricida, con grandissimo danno della patria nostra, che si troverebbe ridotta all'ultimo eccidio, quando sognava un nazionale risorgimento.
La voce della religione, Augusto Principe, la voce della giustizia, la voce della patria, concordi Vi dicono di non accettare la Reggenza che Vi venne offerta. Non potrebbe mai più esser felice un dominio sorto a danno del Papa, e che, invece di riscuotere le benedizioni di Dio, sfidasse le censure della Chiesa. Nessuno de' vostri gloriosi antenati, o Altezza, nessuno si presterebbe ad occupare un trono tolto ai legittimi principi, e Voi non sarete degenere.
Perdonate, o Principe, la libertà di queste parole: «forse un giorno riconoscerete quanto fossero savie e benevole verso di Voi. E fin d'ora potete far ragione che chi ha il costume di spogliare i sovrani e trasferire i regni, è di difficile contentatura, e toglie di leggieri quello che ha dato. Laddove chi per amor della giustizia piglia a sostenere le parti di principi forastieri, esuli e spodestati, con ciò solo dimostra con quanto zelo e con quanto affetto saprebbe in ogni caso sostenere le parti del proprio Sovrano.
(Dall'Armonia, n. 244, del 25 novembre 1849).
Il Principe di Carignano, enniniziando, il 14 di novembre, al commendatore Carlo Bon-Compagni d'averlo «designato al nobile uffizio di recarsi nell'Italia centrale, e di reggere quelle provincie», dichiarava che il governo piemontese non rifiuterebbe, entro il limite del possibile, di venire in aiuto di quei poeti per facilitar loro la contrattazione di un prestito, ove fosse necessario.
I Ricasoli ed i Farini non sei fecero dire due volle; presero in parola il Principe e il ministero, e domandarono al ricchissimo Piemonte un prestito per provvedere alle urgenti necessità. La somma dapprincipio era straordinaria, e si parlava d'un cento milioni; ma poi, come avviene tra chi negozia, le parti modificarono i loro desiderii, e caddero d'accordo, che il governo piemontese avrebbe procacciato all'Italia centrale un prestito di quaranta milioni!
E il 21 del corrente novembre eccoti il foglio ufficiale annunziare, che un R. Decreto, sottoscritto il 20, conteneva alcune disposizioni finanziarie per la Toscana. Era una sciarada, che dai sciaradisti dell'Opinione venne spiegata così: «Per provvedere a qualunque emergenza finanziaria si tratta d'un imprestito di quaranta milioni». Ma la Gazzetta Piemontese avea parlato solo della Toscana, e l'Eccelso Farini andò sulle tane.Come? scritte egli: Tatti i quaranta milioni per la Toscana? E nulla per me? Per il povero Farini nulla? Folla per Modena? Nulla per Panna? E per Bologna, e per le Romagne nulla?
Un'errata-corrigevenne a consolare l'Eccelso; il foglio officiale, conservando il suo misterioso stile, avvertì ohe le alcune disposizioni finanziarie si riferivano eziandio alle altre provincie dell'Italia centrale; poi si mandò per un banchiere, s'intavolarono negoziati, e a giorni, sotto la risponsabilità del Piemonte, ossia a carico de' Piemontesi, i spediranno nei recenti domini del Boncompagni quaranta milioni per provvedere a qualunque emergenza!
Facciamo qualche riflessione economica e politica su questo fatto, sia per riguardo alle provincie soccorse, sia per riguardo al paese che soccorre. Così sotto l'uno, come sotto l'altro rispetto questo nuovo avvenimento dei quaranta milioni è eloquentissima.
Fidatevi dei rivoluzionari I Due giorni fa pubblicavano i loro bilanci, e davano a credere ai gonzi d'avere ristorato le finanze con una scrupolosa amministra ione, e di trovarsi, come talvolta gli Stati Uniti d'America, negli impicci dell'abbondanza, e nei soverchio dell'oro.
Invece risulta ohe sono nella miseria, e che hanno bisogno del Piemonte per andare innanzi. E questa è forse l'unica verità che abbiano detto que' signori. Il Times ce l'aveva già pronunziata, giacché, sotto la data di Firenze, 10 di novembre, scrivea le seguenti parole: «La moltiplicità delle funzioni, e l'aumento de' salari e delle pensioni giunsero a tal punto nell'Italia centrale, e sopratutto nei Ducati e nelle Legazioni, che il Reggente, se mai prende possesso del potere, scoprirà essere quasi impossibile di ristabilire l'ordine dal lato economico».
Il Bon-Compagni, essendosi recato nell'Italia per l'ordine, era mestieri che ci andasse con un po' di danaro. E il provvido nostro Ministero inviollo con quattro segretari e quaranta milioni. E a che cosa serviranno questi quaranta milioni? Oh bella! siete di sì corta memoria? Avete dimenticato come un mese fa il dispaccio telegrafico dicesse: «Le condizioni finanziarie dell'Italia centrale sono tali che, se non si provvede, il ritorno dei Duchi è inevitabile? Questo ritorno provocherebbe disordine, e il Bon-Compagni per mantenere l'ordine si è armato di quaranta milioni.
L'oro fa miracoli, ha confessato nella Camera dei Deputati l'ingenuo e candidissimo ex-ministro Ponza di S. Martino, e se lord Normanby nella lettera che, l'11 di settembre, indirizzava al Morning-post,disse il vero, pare che il taumaturgo Bon-Compagni conosca l'arte di operar miracoli nella Toscana, e vi si sia esercitato fin dall'aprile dell'anno corrente.
Del resto il prestito di quaranta milioni, che ora fa il Piemonte all'Italia centrale, prova tre cose: 1° che i governi rivoluzionati sono tristamente scialacquatori; 2° che i governi dell'Italia centrale non sono secondati dal voto e dall'affetto delle popolazioni; 3° che questi medesimi governi hanno perduto ogni credito in faccia all'Europa.
La rivoluzione francese ha preso tre bilioni al Clero, cinque bilioni agli emigrati, l'argenteria delle Chiese, i beni della Corona, le campane, le gioie, impose tasse, imprestiti forzati, creò tanti assegnati per lire 33,430,484,023. Nel 1798 la tesoreria nazionale pubblicava gli stati officiali per rendere conto di novantasei bilioni spesi dopo il principio della rivoluzione. E il 36 di settembre del 1797 lo Stato facea pubblicamente una bancarotta di cinquanta bilioni ((20)).
Credete voi che, se le cose continuano, i quaranta milioni basteranno all'Italia centrale? Nonostante il Bon-Compagni e i suoi quattro segretari, tenete per certo che quando i legittimi principi ritorneranno (e ritorneranno!), le finanze troverannosi sotto sopra come quelle di Francia, quando Napoleone I vi giunse reduce dalla spedizione dell'Egitto. Allora, ci racconta Bourienne nette sue Memorie, che il Bonaparte non poté rinvenire nell'erario lire 4,600 per mandare un corriere in Italia.
Ma se i governi di Toscana, Modena, Parma e Romagne sono spiantati, perché non ricorrono al patriottismo dei cittadini? Ben sappiamo questo perché. Gli esperimenti fatti coi primi imprestiti riuscirono così a male da toglier loro la voglia di tentare una seconda prova. E ciò vuoi dire che le popolazioni non amano quei governi. In Piemonte s'invoca Io straordinario concorso al prestito come una dimostrazione nazionale; epperò l'impossibilità di un prestito per parte dei governi dell'Italia centrale devesi interpretare come dimostrazione antinazionale, intesa la nazione nel senso dei rivoluzionari.
Che razza di governo popolare è quello in cui i Deputati non sono eletti nemmeno da un terzo degli elettori, i Consiglieri municipali non possono venire eletti in nessun modo, e piuttosto che dare un soldo i cittadini lasciano che la barracca vada in aria. E mentre ciò avviene nell'Italia centrale i giornali ci dicono che il Duca di Modena trovò un vistoso imprestiti) nella stessa città di Milano!
Finalmente, notate Io scredito incili i governi rivoluzionari di Toscana,Romagne, Parma, e Modena sono presso tutti i banchieri d'Europa, compresi quelli che vivono nelle stesse città rivoltato. Essi non vogliono imprestare nulla, perché temono di non poter più riavere un centesimo. E faranno benissimo i governi legittimi, se a suo tempo lasceranno che chi ha contratto i debiti li paghi. Il pontificio, tra gli altri, ha dovuto sudare otto anni per rimettere in ordine le finanze depauperate dalla repubblica mazziniana. Ed ora che era riuscito felicemente al suo scopo, ecco nuove rivolte, nuovi scialacqui, nuovi debiti!
Che diremo poi del Piemonte, il quale aggrava se stesso per l'Italia centrale? I Rattazzi e compagnia continuano nel 1859 ciò che hanno intrapreso dieci anni fa, quando votavano sussidii per Venezia, la gran mendica. E dove riuscirono que sussidii? Ad accrescere la cifra de' nostri debiti, e non ad altro.
In meno di un mese la libertà ci costò cara! Cento milioni da pagare all'Austria pel debito della Lombardia; chi sa quanti milioni da pagare pel Monte Lombardo; sessanta milioni d'indennità alla Francia; quaranta milioni per le fortificazioni; quaranta milioni per l'Italia centrale; cento milioni di prestito per noi, aumento di stipendio ai ministri e a tutti i maggiori impiegati; governatori con grassi stipendii e grassissime spese di rappresentanza; spese straordinarie, e nuove e maggiori spese da aggiungersi ai bilanci passati, pensioni da pagare agli antichi impiegati dell'Austria, dove andremo a parare?
— C'è la Lombardia, soggiungono i ministri. Le nostre rendite raddoppieranno, grida il signor Oytana, e si frega le mani alla maniera del conte di Cavour.
Poveri Lombardi! Come vi fanno i conti addosso! Noi risponderemo ai calcoli dei ministri sulla Lombardia colle parole stampate dal deputato Borella nella Gazzetta del Popolo del 17 di novembre, N. 304:
«Un momento, o ministri. La Lombardia è stata aggiunta al Piemonte, ma con i conti di Zurigo, senza le sue naturali fortezze, e con un passeraio d'impiegati, doppio del necessario da intrattenere per loro vita natural durante. Cosicché per quanto sia ricca la Lombardia, io sospetto fortemente che le sue entrate locali bastino ai bisogni locali.
«Comunque, io vi domando se abbiate già fatto sopra di essa il bilancio attivo presuntivo, o almeno se abbiate già incominciate colà le operazioni preparatorie per impiantarvi le nostre imposte. No, voi non le avete ancora cominciate, che diversamente i guaiti dei giornali milanesi ce ne avrebbero già avvertiti. Dunque voi aumentate le spese a casaccio, all'uso dei prodighi».
(Dall'Armonia, n. 214, del 29 novembre 1859).
Nei trattati di Zurigo parlasi per ben quattro volte de' frati e dell'inviolabile loro proprietà, e si appongono condizioni alla cessione della Lombardia, affinché, passata questa sotto il governo de' nostri ministri, le corporazioni religiose non abbiano a patire la iattura de' loro beni.
Si parla de' frati all'art. 16° del trattato conchiuso tra l'Austria e la Francia, che dice così: «Le corporazioni religiose stabilite in Lombardia potranno liberamente disporre delle loro proprietà mobili ed immobili, nel caso in cui la nuova legislazione, sotto cui esse passano, non permettesse il mantenimento da' loro stabilimenti».
Si parla de' frati all'articolo 2° del trattato conchiuso tra la Francia e la Sardegna, col quale questa accetta gli oneri assuntisi dalla Francia, e le condizioni sotto cui venne ceduta la Lombardia, e principalmente quella di lasciare alle corporazioni religiose la libera disposizione delle loro proprietà.
Si parla de' frati all'articolo 9° del trattato collettivo tra la Sardegna, l'Austria e la Francia, dove dichiarasi che «le corporazioni religiose, le quali avessero versato somme a titolo di guarentigia, o depositi e consegne nelle casse della Lombardia, saranno esattamente rimborsate dal governo sardo».
Si parla finalmente de frati nell'articolo 16° di questo medesimo trattato, che è del seguente tenore: «Le corporazioni religiose stabilite in Lombardia, la cui esistenza non fosse autorizzata dalla legislazione sarda, potranno liberamente disporre delle loro proprietà mobili ed immobili.
Francia ed Austria capirono che i frati e le monache, passando sotto il governo di Urbano Rattazzi e le inquisizioni della Gazzetta del Popolo, non venivano a sdraiarsi su di un letto di rose.
Videro invece la nostra Gassa Ecclesiastica colla bocca spalancata per ingoiare le proprietà delle corporazioni lombarde, e stimarono conveniente di mettere al cerbero ben quattro musoliere.
Ne siamo lieti pei frati, e dolenti per noi. Sì, dolenti per noi, giacché i quattro articoli citati non ci fanno onore. Sotto uno Statuto che dichiara la proprietà inviolabile, e la religione cattolica, sola religione dello Stato, non avrebbe dovuto essere necessario che Francia ed Austria' assicurassero con tre trattati e quattro articoli i beni mobili ed immobili delle corporazioni religiose della Lombardia.
Quest'assicurazione per parte dell'Austria e della Francia è una splendida ritrattazione del passato di queste due nazioni, e un bell'omaggio che resero amendue ai principii ed alle dottrine della Chiesa cattolica.
L'Austria sgraziatamente ci avea preceduti nell'istituzione della così detta Cassa Ecclesiastica; imperocché gli Italianissimi non seppero far altro finora che raccogliere i cenci altrui e vestirsene a festa.
Giuseppe II disfaceva duemila ventiquattro monasteri, aboliva gli ordini di vita contemplativa; Certosini, Carmelitani, Olivetani, Camaldolesi, Clarisse, Cappuccine, traendone al fisco i beni; e più tardi sopprimeva anche i Benedettini, Premonstratensi, Domenicani, Paolotti, Trini tari, Cistercensi, Serviti, Francescani. Del loro patrimonio formava un fondo di religione, che dicea destinato a dotare nove parrocchie.
Le usurpazioni di quell'Imperatore parte furono castigate dalla giustizia di Dio, durante ancora la sua vita, parte pesano oggidì terribilmente sui suoi successori. Ma noi siamo lieti di questa solenne riparazione, che l'Austria da alla Chiesa, assicurando le proprietà delle corporazioni religiose in quella medesima Lombardia, dove già sacrilegamente Giuseppe II le incamerava.
Una simile riparazione ha dato alla Chiesa la Francia, contribuendo ad assicurare in Lombardia i beni ecclesiastici, ed indirettamente dichiarando che le corporazioni religiose ne hanno il pieno e perfetto dominio. Imperocché tutti sanno che i grandi principiidell'ottantanove stabilivano un'altra dottrina, e considerando come proprietà nazionale i beni del Clero, ne spogliavano i legittimi proprietarii per darli al fisco.
Oggidì un Napoleonide, in quella che si dichiara fautore di quei grandi principii, tuttavia a fatti ne impedisce l'applicazione, e contribuendo a guarentire i possedimenti mobili ed immobili delle corporazioni religiose in Lombardia, riesce a condannare quei governi che spogliarono in Francia queste corporazioni medesime.
Che diremo ora del Piemonte e del suo plenipotenziario? Il cavaliere Des-Ambrois è quello che ha proposto nel Senato del Regno il ripiego della Cassa Ecclesiastica, la quale produce frutti così ubertosi!Anzi è ancora oggidì uno dei primi della Commissione di sorveglianza della Cassa Ecclesiastica, di cui diremo domani come sorvegli!
Il 6 di luglio del 1850, il cavaliere Des-Ambrois sottoscriveva una Relazione assegnata al Re sullo Stato e sulle operazioni di questa Cassa, e nello stesso mese partiva per Zurigo, dove il 10 di novembre sottoscriveva due trattati, nei quali, dichiarandosi le corporazioni religiose padrone assolute del fatto proprio, si condannava il principio, sul quale la Cassa Ecclesiastica erasi stabilita.
O il signor Des-Ambrois credeva che lo Stato per diritto di vacanza,secondo la frase memoranda del conte Sclopis, avesse il diritto d'impossessarsi dei beni dei convenire dei monasteri; e allora perché ha sottoscritto due trattati che apertamente violano questo preteso diritto dello Stato?
Oppure il signor Des-Ambrois crede che le corporazioni religiose possano liberamente disporre delle loro proprietà mobili ed immobili, ed allora perché ha proposto al Senato la Gassa Ecclesiastica? Perché ha accettato di far parte della Commissione di sorveglianza? Perché non si prevale dell'iniziativa parlamentare affine di mettere in armonia le leggi del Piemonte coi trattati di Zurigo?
Intanto dopo questi trattati le corporazioni religiose piemontesi, sarde, liguri, savoine dovranno faticar molto per difendersi da un riflesso che si affaccia spontaneo alla mente. Il riflesso è questo: — Se le dette corporazioni invece di godere in beneficio dello Statuto, che dichiara inviolabili le proprietà d'ogni genere, avessero appartenuto agli Stati austriaci, oggidì Gesuiti, Oblati, Domenicani) Filippini, monache di S. Croce, e via dicendo, potrebbero disporre liberamente dette toro proprietà mobili ed immobili!
Lungi però dalla mente un tal riflesso, e parliamo d'altro. Parliamo della Provvidenza di Dio, che trae cosi sapientemente il bene dal male! Ed è un bene immenso questa ricognizione della proprietà ecclesiastica in tre trattati pubblici, da tre Potenze, come Austria Francia e Sardegna. La diplomazia non ci aveva avvezzati a simili dichiarazioni, e solea per lo innanzi considerare i frati e le monache come un fuor d'opera.
. E non vi pare che gli articoli dei trattati di Zurigo si possano a fortiori ap~ plicare alla questione romana? Sì certamente. Se le corporazioni religiose hanno un pieno diritto sui loro antichi possedimenti, il romano Pontefice non avrà un diritto pienissimo su suoi antichissimi Stati? Se Francia ed Austria assicurarono a' frati ed alle monache il possesso dei loro beni, perché non assicurarono al Papa ed alla Chiesa que' dominii onde ha tanto bisogno il cattolicismo? E il Piemonte obbligato a rispettare, ad esempio, un convento di Cappuccini, non dovrà con molta maggior ragione riverire le Romagne, e lasciarle a Pio IX?. E poiché siamo entrati a parlare del Papa facciamo un'altra riflessione. Quando discutevasi nel nostro Parlamento sulla sorte dei beni della Chiesa in Piemonte, noi dicevamo che nulla potevasi risolvere senza il consenso del Papa. —11 Papa? gridavano i nostri avversar!: «una Potenza straniera, che non s'ha ad immischiare in casa nostra: non dobbiamo e non vogliamo dipendere da lui; lo Stato è sovrano, e dispone delle cose a suo talento.
Ebbene, che cosa è avvenuto? Voi che non avete voluto dipendere dal Papa nelle questioni relative ai frati ed alle monache, doveste o dovrete dipendere dall'Austria e dalla Francia. Quei quattro articoli scritti ne' trattati di Zurigo offriranno occasione ai governi francese ed austriaco d'ingerirsi nelle nostre questioni, e quind'innanzi, se toccherete i beni delle corporazioni religiose in Lombardia, dovrete temere qualche cosa di più sensibile che una scomunica.
Quanto a noi avremmo amato meglio di obbedire alla forza morale dei concordati, che farci legar da' trattati diplomatici guarentiti dalla forza dei battaglioni.
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I Genovesi offerirono ai Romani due cannoni, che vennero lavorati nella regia fonderia di Torino. Sono fregiati dalla tiara e delle chiavi di S. Pietro, e portano l'arma di Genova. All'uno fu imposto il nome di S. Pietro ed all'altro di Pio IX. Il loro calibro è da otto libbre, e l'affusto è colorito in azzurro. Perché il lettore non prenda abbaglio, l'avvertiamo che questa notizia ha la data del gennaio 1848. Nel novembre del 1859 il Consiglio Municipale di Genova compra fucili contro il Papa, e questo Papa è Pio IX.
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26 aprile 1859. R. Decreto col quale S. A. R. il Principe Eugenio di Savoia-Carignano è nominato luogotenente generale di S. M. nel regno durante la sua assenza dalla capitale (3,347) ((21)).
8 giugno 1859. R. Decreto che provvede all'amministrazione delle provincie lombarde (3,425).
Il id. R. Decreto che estende il corso obbligatorio dei biglietti della Banca Nazionale a quelle parli di territorio Lombardo-Veneto e dei ducati di Parma e Modena che saranno occupati dalle truppe franco-sarde (3,427).
id. id. R. Decreto che istituisce temporaneamente presso il ministero degli affari esteri una direzione generale per gli affari riguardanti le provincie unite o poste sotto la protezione di S. M. (3,428).
14 id. R. Decreto che ordina pubblicarsi nelle provincie della Lombardia ed in quelle che verranno sottoposte al R. Governo le leggi e regolamenti relativi alle amministrazioni postali e telegrafiche ivi menzionate (3,444).
id. R. Decreto che provvede al reggimento temporaneo delle provincie Parmensi (3,440).
id. id. R. Decreto che provvede al reggimento temporaneo delle provincie Modenesi (3,441).
16 id. R. Decreto che scioglie le congregazioni centrali e provinciali della Lombardia (3,442).
17 id. R. Decreto col quale è rimessa in vigore, salve alcune modificazioni ed aggiunte, la patente sovrana del 18 dicembre 1820, concernente la coscrizione militare nel regno Lombardo-Veneto (3,432).
20 id. R. Decreto col quale si mantengono in vigore le imposte dirette ed indirette nelle provincie Parmensi (3,478).
id. id. Idem per le provincie Modenesi (3,476).
24 id. R. Decreto che abolisce l'obbligo d'inserire nella Raccolta Ufficiale la traduzione dal francese degli atti del governo che riflettono le provincie italiane annesse ai Regi Stati (3,473).
30 id. R. Decreto che scioglie i corpi H truppe parmensi e provvede per i militi che vi appartengono (3,533).
2 luglio id. R. Decreto col quale si danno provvedimenti per l'acquisto di buoni del Tesoro e pel loro pagamento nelle provincie annesse (3,484).
5 id. R. Decreto che istituisce nella Lombardia e nei ducati di Parma, Piacenza e Modena, comandi generali di divisioni militari (3,559).
9 id. R. Decreto che abolisce le linee doganali interne tra le antiche e le nuove provincie ed estende a queste ultime la tariffa doganale sarda (3,493).
24 id. Legge che istituisce in Milano un tribunale di terza istanza per gli affari che erano di competenza della Corte suprema in Vienna (3,573).
31 id. R. Decreto col quale viene ordinato che cessino i pieni poteri conferii al governatore di Lombardia (3,537).
15 settembre id. R. Decreto col quale è fatta facoltà al ministero dei lavori pubblici di chiamare due fra gli ingegneri in servizio nelle provincie lombarde a sedere temporariamente nel congresso permanente d'acque e strade con voce deliberativa (3,616).
1 ottobre id. Legge che approva un nuovo codice penale militare (3,692).
7 id. R. Decreto contenente disposizioni relative ai rapporti giuridici tra le nuove e le antiche provincie del regno (3,627).
id. id. R. Decreto col quale si danno provvedimenti relativi all'esecuzione nei Regi Stati delle sentenze dei tribunali toscani, degli atti pubblici, delle citazioni ed intimazioni di sentenze e di atti giudiziarii fatti in Toscana (3,628):
10 id. R. Decreto che approva la sospensione delle linee doganali fra le provincie piemontesi e lombarde ed il territorio piacentino, parmense e modenese (3,635).
19. id. R. Decreto contenente disposizioni relative all'esecuzione nei Regi Stati delle sentenze, ecc. dei tribunali di Parma, Modena e Romagna (3,688).
23 ottobre 1859. Legge relativa alla nuova circoscrizione provinciale e comunale. (3,702).
27 id. R. Decreto col quale vien ordinato che la sede della Corte di cassazione sia trasferita a Milano (3,703).
30 id. Legge colla quale è istituita una Corte de' conti (3,706).
id. id. Tregge sull'ordinamento del Consiglio di Stato (3,707).
13 novembre. Legge sulla contabilità generale dello Stato (3,747).
id. id. Legge sull'ordinamento dell'amministrazione centrale (3,746).
id. id. Legge sull'ordinamento dell'amministrazione di pubblica sicurezza (3,120). id. id. Legge sull'amministrazione di pubblica istruzione (3,725).
20 id. Legge che autorizza il governo a prendere alcune disposizioni finanziarie riguardo alla Toscana ed alle provincie dell'unione doganale (3,788).
id. id. Legge sull'ordinamento del servizio delle opere pubbliche (3,754).
id. id. R. Decreto portante l'anticipazione della spesa straordinaria di L. 425,000 per l'adattamento della Camera dei deputati (3,775).
id. id. Legge portante riforma della legge elettorale (3,778).
id. id. Legge speciale che ordina di presentare al Parlamento nella prima sua riunione un progetto di legge per unificare i Codici civili vigenti nelle antiche e nelle nuove provincie, e contenente altre disposizioni relative alle stesse nuove provincie nel caso in cui la summenzionata legislazione civile non sia identificata e posta in esecuzione al tempo in cui andranno in esecuzione le altre leggi (3,788).
id. id. R. Decreto con cui i contratti stipulati nella Toscana e le sentenze proferite dai tribunali toscani sono dichiarati efficaci a produrre ipoteche sopra i beni situati nei Regi Stati (3,789).
1 dicembre. R. Decreto che autorizza il governo del Re a dar piena ed intiera esecuzione al trattato conchiuso tra la Sardegna e la Francia, e quello tra la Sardegna, l'Austria e la Francia sottoscritti a Zurigo il 10 novembre ultimo scorso (3,811).
18 marzo1860. R. Decreto col quale le provincie dell'Emilia sono unite allo Stato (4,004).
id. ' id. R. Decreto che ordina la convocazione dei collegi elettorali nelle provincie di Bologna, Ferrara, Forlì, Massa Carrara, Modena, Parma, Piacenza, Ravenna e Reggio (4,005).
19 id. R. Decreto che provvede all'amministrazione finanziaria nelle provincie dell'Emilia (4,006).
22 id. R. Decreto col quale le provincie della Toscana sono unite allo Stato (4,014).
id. id. R. Decreto col quale è ordinato che il decreto 46 corrente del R. Governo della Toscana per la convocazione dei collegi elettorali faccia parte degli atti del governo (4,015).
23 id. R. Decreto col quale S. A. R. il principe di Savoia-Carignano è nominato luogotenente di S. M. in Toscana (4,020).
25 id. R. Decreto che dichiara cessati i ministeri stati istituiti per il governo delle provincie dell'Emilia, e da disposizioni per gl'impiegati e funzionali di quelle provincie (4,021).
15 aprile. Legge che autorizza il governo del re a dare esecuzione al R. Decreto del 18 marzo relativo all'annessione delle provincie dell'Emilia (4,059).
id. id. Idem per la Toscana (4,060).
29 id. R. Decreto col quale viene stabilito come debbano intestarsi le sentenze pronunciate dalle autorità giudiziarie della Toscana (4,075).
14 maggio. Idem per le provincie dell'Emilia (4,085). id. id. R. Decreto col quale si danno disposizioni per coordinare l'applicazione ai militari già appartenenti all'esercito toscano della legge 27 giugno 1850 per le giubilazioni militari e del R. Decreto 25 marco 1860, con cui l'esercito toscano venne incorporato in quello del regno (4,099).
11 giugno.Legge che autorizza il governo del re a dare esecuzione al trattato conchiuso tra la Sardegna e la Francia per la cessione della Savoia e del circondario di Nizza (4,108).
9 luglio. Legge che ordina la promulgazione nell'Emilia e nella Toscana di alcuni articoli del codice penale sardo e della legge sulla competenza del Consiglio di Stato (4,142).
id. R. Decreto contenente disposizioni intorno alla esposizione italiana che avrà luogo in Firenze nell'anno 1861 (4,201).
id. Legge che autorizza il governo a contrarre un imprestito di 450 milioni (4,475).
14 id. R. Decreto col quale si danno disposizioni in materia giudiziaria relative alle parti della Savoia e della provincia di Nizza rimaste allo Stato (4,179).
14 agosto. R. Decreto che ordina pubblicarsi nelle provincie toscane le leggi, decreti e regolamenti sulla guardia nazionale vigenti nelle antiche provincie (4,274).
12 settembre.R. Decreto che nomina il marchese Gioachino Pepoli regio commissario generale straordinario nelle provincie dell'Umbria (4,304).
id. id. R. Decreto che nomina il sig. Lorenzo Valerio regio commissario generale straordinario nelle provincie delle Marche (4,302).
29 id, R. Decreto col quale S. A. R. il principe Eugenio di Savoia-Carignano è nominato luogotenente del Re durante la temporanea assenza di S. M. (4,322).
13 ottobre.R. Decreto che ordina l'esecuzione dell'atto finale della delimitazione dei nuovi confini austro-sardi, parte integrante del trattato di Zurigo del 40 novembre 1859, (4,377).
27 id. Legge per l'abolizione del concordato austriaco nelle provincie della Lombardia (4,381).
6 (novembre. R. Decreto con cui il cavaliere Farmi à nominato luogotenente generale delle provincie napoletane (4,407).
17 id. R. Decreto con cui gli ufficiali della Marina militare napoletana sono incorporati nello stato maggiore generale della regia marina (4,420).
21 id. R. Decreto col quale si stabilisce che il litorale delle Marche formerà un circondario marittimo avente per capoluogo Ancona (4,437).
26 id. R. Decreto contenente disposizioni per l'attuazione del codice penale nell'Emilia (4,453).
2 dicembre.R. Decreto col quale il marchese Massimo Cordero di Montezemolo è nominato luogotenente generale nelle provincie siciliane.
3 id. Legge colla quale il governo del Re è autorizzato ad accettare e stabilire per regi decreti l'annessione allo Stato delle provincie dell'Italia-centrale e meridionale (4,497).
17 id. R. Decreto che ammette le provincie napolitano a far parte integrante dello Stato italiano (4,498).
id. id. Idem per le provincie siciliane (4,499).
id. id. Idem per le provincie delle Marche. (4,500).
id. id. Idem per le provincie dell'Umbria (4,501).
id. id. R. Decreto che scioglie la Camera dei deputali (4,504).
24. id. R. Decreto che fissa l'epoca della cessazione dei poteri stra ordinali concessi ai Commissari generali delle Marche e dell'Umbria (4,502).
3 gennaio 1861. R. Decreto che ordina la convocazione dei collegi elettorali
7 id. R. Decreto col quale S. A. R. il principe Eugenio di Savoia-Carignano è nominato luogotenente generale in Napoli (4,572).
10 id. R. Decreto che sopprime i ministeri di marina in Napoli e Sicilia (4,588).
16 id. R. Decreto col quale venne prescritto l'eseguimento della legge 1«ottobre 1859 portante pubblicazione di un codice penale militare nelle provincie napoletane e siciliane, non che l'attuazione del codice suddetto nell'Umbria (4,616).
27 id, R. Decreto col quale è stabilita una sola divisa per tutta la guardia nazionale del Regno (4,606).
12 febbraio. R. Decreto che concede agli acattolici delle provincie di Sicilia tutti i diritti civili e politici che spettano agli altri cittadini. (4,642).
14 id. R. Decreto che abolisce l'autonomia amministrativa delle Toscana (4,638),
id. id. R. Decreto col quale i poteri straordinari conferiti al luogotenente generale delle provincie napoletane s'intendono cessati col 18 corrente mese (4,609). id id. Idem per le provincie siciliane (4,630).
17 marzo. Legge colla quale vien conferitola S. M. «suoi successori il titolo di Re d'Italia (4,671).
29 id. R. Decreto con cui l'amministrazione centrale delle provincie napoletane presso la luogotenenza generale viene divisa in 4 dicasteri 4,689)
1 aprile R. Decreto con cui è autorizzato lo stabilimento di un tiro «segno in ogni comune o riunione di comuni (4,698).
id. id. R. Decreto che autorizza l'ordinamento generale della marina militare dello Stato (4,825).
A id. R. Decreto d'istituzione di comandi militari nelle provincie napoletane e siciliane, delle Marche e dell'Umbria (4,816).
Il id. R. Decreto che contiene disposizioni intorno ai corpi dei volontari italiani (4,818).
14 id. R Decreto che dispone circa l'amministrazione delle provincie siciliane (4,757).
18 id. R. Decreto che provvede al riordinamento amministrativo delle frazioni della Savoia e circondario di Nizza rimaste allo Stato (4,792).
21 id. Legge che stabilisce la formola con cui debbono essere in testati tutti gli atti intitolati in nome del Re (1).
28 id. R. Decreto che stabilisce un comitato centrale per l'esposizione universale di Londra nel 1862 (23).
2 maggio.R. Decreto che stabilisce l'impronta delle nuove monete d'oro e d'argento (16).
5 id. Legge per l'istituzione di una festa nazionale (7).
id. id. R. Decreto che determina gli affari da spedirsi immediatamente dalla luogotenenza generale in Napoli e quelli spettanti all'amministrazione centrale (11).
id, id. Idem su la Sicilia (12).
id. id. R. Decreto che sopprime il segretariato generale dei lavori pubblici in Napoli (40).
10 luglio. Legge colla quale è instituito il gran libro del debito pubblico del Regno d'Italia (94).
17 id. Legge che autorizza il regno a fare un imprestito di 500 milioni dì lire (98).
23 id. R. Decreto che proroga la sessione legislativa (102).
28 id. Legge che approva la convenzione per la costruzione di ferrovie nelle provincie napoletane e siciliane (155.
A agosto. Legge sull'unificazione dei debiti pubblici d'Italia (174).
8 settembre,R. Decreto che chiama la guardia nazionale a somministrare corpi distaccati per servizio di guerra (213).
id. id. R. Decreto che ordina il censimento della popolazione del Regno d'Italia (227).
9 ottobre.R. Decreto col quale sono delegate ai capi di provincia varie attribuzioni sinora esercitate dal ministro dell'interno (251).
id. id. R. Decreto che sopprime la luogotenenza generale di Napoli ed il governo della Toscana, e si danno analoghi provvedimenti (271).
3 novembre.R. Decreto che fissa il giorno di convocazione del Parlamento Nazionale (300).
8 dicembre. R. Decreto che pubblica il regolamento per l'esecuzione del codice penale nel Napoletano (353). id, id. Idem per la Sicilia (354).
22 id. Legge che accorda al governo la facoltà di occupare per ragioni di pubblico servizio le case delle corporazioni religiose (384).
13 gennaio 1862 R. Decreto di approvazione del regolamento generale per le case di pena del Regno (414).
19 id. Legge relativa all'attuazione nelle provincie napoletane del codice di procedura penale e del nuovo ordinamento giudiziario (420).
id. id.. Idem nelle provincie siciliane (421).
23 marzo. Legge che ammette al corso legale in tutto il Regno la moneta decimale in oro (506).
27 id, R. Decreto contenente disposizioni relative alla fusione del corpo dei volontari italiani nell'esercito regolare (508).
21 aprile. R. Decreto col quale si mandano a pubblicare nelle provincie napoletane le regie patenti, decreti e convenzioni internazionali che regolano la proprietà letteraria ed artistica (566).
21 aprile 4862. Legge sulla tassa di registro (585).
id. id. Idem sul bollo (586).
id. id. Idem per le tasse sui redditi dei corpi morali e stabilimenti di manomorta (587).
id. id. Idem per le tasse sulle società industriali e commerciali e sulle assicurazioni.
5 maggio id. Idem sulla riforma postale (604).
6 id. Idem sulle tasse ipotecarie (593).
id. id. Decreto che approva il regolamento per l'eseguimento della suddetta legge (594). 13 id. Legge sull'ordinamento delle guardie doganali (611).
13 luglio id. Legge colla quale si mandano a pubblicare ed attivare nelle provincie napoletane le leggi, decreti e regolamenti sulla leva militare (695).
id. id. Legge sulla privativa dei sali e tabacchi.
31 id. Legge sulle tasse universitarie (719).
3 agosto id. Idem sull'amministrazione delle opere pie (7j3).
14 id. Idem per l'applicazione dell'aumento del 10 per cento a titolo di sovrimposta di guerra alle leggi sulle tasse di registro, bollo, manimorte ed ipotecarie (762).
21. id. Legge che abolisce le immunità dei tributi e pensioni vitalizie, che ancora concedevansi ai genitori di 12 figli viventi (785).
24 id. Legge sull'unificazione del sistema monetario (788).
id. id. R. Decreto circa l'ordinamento degli uffizi ipotecarii del Regno e le retribuzioni assegnate ai conservatori delle ipoteche (801).
21 settembre id. Legge sul bollo delle carte da giuoco (965).
9 ottobre id. R. Decreto che istituisce un uffizio del contenzioso finanziario in Torino, Milano, Bologna, Firenze, Napoli, Palermo e ne determina le attribuzioni (915).
30 id. R. Decreto sull'ordinamento delle dogane (953).
id. id. R. Decreto col quale sono approvate le istruzioni disciplinari per l'applicazione del regolamento doganale (979).
9 novembre id. R. Decreto sull'ordinamento e circoscrizione delle direzioni del tesoro (960).
27 id. R. Decreto col quale è approvato il regolamento per l'esecuzione della legge 3 agosto 1862 sull'amministrazione delle opere pie (1,007).
28 dicembre id. R. Decreto concernente la graduazione e parificazione del soldo degli uscieri, commessi ed inservienti addetti alle prefetture, sottoprefetture del Regno ed agli archivi governativi centrali e provinciali dipendenti dal Ministero dell'interno (1,082).
5 marzo 1863. R. Decreto contenente le norme per l'uniforme esercizio dell'exequatur in tutte le provincie del Regno (1,169).
componenti la Commissione di sorveglianza della Cassa Ecclesiastica
(Dall'Armonia n. 219, 4 novembre 1859).
Domandiamo alcune spiegazioni intorno all'ultimo conto dell'amministrazione delta Cassa Ecclesiastica, pubblicato dalla Gazzetta Piemontesedel 16 settembre 1859.
Domanda1. a Perché il conto del 1855 ce l'avete dato in diverso modo nella relazione del 22 ottobre 1868, e nella relazione del 16 settembre 1659; siede nell'ottobre del 1858 dicevate di aver riscosso nel 1855 L. 1,839,000: «invece nel settembre del 1859 dite di non aver riscosso nello stesso anno 1855 che sole L. 1,798)000? Perché questa diversità, perché?
Domanda2. a Perchè nella relazione della Commissione della Cassa Ecclesiastica si afferma verificato nel 1858 un aumento del reddito e una diminuzione delle spese; laddove i conti annessi alla relazione medesima dimostrano che vi fu un aumento di spesa ed una diminuzione di rendita? Perché tale contraddizione,perché?
Domanda3. a Perché essendosi venduti dalla Cassa Ecclesiastica nel 1857 per quasi tre milioni di stabili, non cessarono le imposte e le spese di manutenzione che si pagavano per questi stabili medesimi; anzi queste spese e queste imposte crebbero dal 36 al 50 per cento? Perché questo strano fenomeno, perché?
Domanda4. a Perché la quota di concorso pel 1858 recata in conto per lire 182,187, nel riepilogo generale dello stesso conto diventa invece di lire 226,000? Perché questo giuoco di bussolotti, perché?
Ci contentiamo per ora dì queste quattro domande. La Staffetta che accusa l'Armonia di non badare al signor Farini e a' suoi documenti, badi essa alle cose di casa nostra, e ci aiuti a uscire da questo ginepraio che sono i conti della Cassa Ecclesiastica. E se non vuole badarci la Staffetta, badateci voi, illustrissimi Signori, che componete la Commissione di sorveglianza della Cassa Ecclesiastica, voi che avete sottoscritto la relazione al Re, stampala il 16 di settembre; voi, signori Des-Ambrois,Mazza-Salùzzo, Mameli,Montagnini, Tonello, Vegezzi, Poccardi che siete risponsali dell'amministrazione dei beni ecclesiastici. Mentre il povero Clero della Sardegna patisce, sospirando il tozzo, non è soverchia pretesa la nostra di conoscere dove va il patrimonio della Chiesa. A questa interpellanza non fu mai data nessuna risposta.
Dall'Armonia, n. 66, del 3 marzo 1859.
Da un lavoro sul bilancio dei culti in Francia del signor Carlo Jourdain leviamo le seguenti notizie statistiche:
Per l'esercizio del 1859 le spese di tutti i culti fatte dal Tesoro ascendono a 47,432,136 fr. Il culto cattolico figura in questa cifra per 44,773,700 fr.; i culti protestanti per 1,406,436 fr.; il culto israelitico per 189,400 fr., l'Algeria per 330,200 fr.
La spesa più considerevole pel culto cattolico è quella del clero parrocchiale che comprende 3,424 parrocchie e 30,000 succursali autorizzato, delLe quali però sole circa 29,000 saranno occupate: questa spesa è fissata per previsione 33,613,500 franchi. Il soprappiù della spesa concerne l'amministrazione centrale che costa 203,400 fr.; l'episcopato 1,507,500 fr.; i capitoli cattedrali e metropolitani 1,537,900 fr.; il capitolo di S. Dionigi e dei cappellani di S. Genovesi 177,600 fr.; le borse nei seminarii 1,034,200 fr.; j soccorsi personali, alle congregazioni religiose, ai Comuni per le loro chiese e curo; finalmente i lavori di riparazione e di costruzione degli edifizii diocesani che assorbiscono non meno di 4,423,000 fr. compresi i lavori delle cattedrali di Parigi, di Marsiglia e di Moulins.
I culti protestanti contano 772 pastori retribuiti dallo Stato, di cui 587 appartenenti alla chiesa riformata, e 135 alla confessione d'Augusta; i loro stipendii sono fissati a 4,192,436 fr., e aggiungendovi i soccorsi personali ai pastori ed alle loro vedove, e il mantenimento delle borse, la spesa ascende a franchi 1,292,436. Le spese d'amministrazione del direttorio generale della confessione d'Augusta, e le spese del materiale, formano un totale di 116,000 fr. Le spese pel culto israelitico comprendono lo stipendio di 116 rabbini e ministri offizianti, cioè circa 125,400 fr.; le indennità e soccorsi personali 12,000 fr., le spese della scuola rabbinica di Metz 22,000 fr.; le spese d'amministrazione e di manutenzione delle sinagoghe 30,000 fr., totale 189,400 fr.
Finalmente 545,200 fr. sono assegnati all'Algeria per gli stipendii dei ministri dei differenti culti, e 285,000 fr. per le spese del materiale, specialmente per la costruzione del palazzo episcopale, del seminario e della cattedrale.
(Dall'Armonia, n. 69,25 marzo 1859).
Nell'appendice del Journal des Débats del 17 di marzo leggiamo una risposta assai curiosa ad un'asserzione dell'lnton, la quale aveva ascritto al protestantismo il numero stragrande di pazzi in Inghilterra. L'appendicista, cita il corrispondente parigino del Globe, il quale, lungi dal negare il fatto, lo conferma, e se ne tiene come di cosa onorevole: «L'ordine, dice, più alto degli animali, il cane, il cavallo, l'elefante, sono soli soggetti alla follia; ma chi mai si è scontrato in un asino, la cui mente fosse stravolta (dont l'esprit fut derangé), un vitello in demenza o un lumacone fuor di senno?» Poscia il Journal des Débats soggiunge: «Quest'uomo spiritoso ne conchiude con ragione che la follia in una società incivilita è in proporzione della sua attività, e, per così dire, del suo uso dell'intelletto: the amount of intellectual wear and tear, come si dice mirabilmente io quell'energica ed intraducibile lingua. II nostro caro Parigi fa dunque un bel consumo d'intelligenze, come è mestieri di molta legna ad un fuoco fiammante». I nostri complimenti al caro Parigi ed alla cara Londra, che fanno un così bel consumo di teste! Vogliamo dire che il termometro della civiltà in un paese sarà il suo manicomio! Più vi sono pazzi, più il paese è civile. A dirla schietta, anche noi ce n'eravamo accorti. Imperocché nel nostro manicomio di Torino, dacché siamo entrati nella via della civiltà, i pazzi sono aumentati di un quarto, se non di più: a segno che fu necessaria la succursale di Collegno. Se andiamo di questo passo, tra breve il nostro fuoco sarà fiammante tanto quanto quelli di Londra e di Parigi, giacché le legna sono consumatein quantità sì grande. D'altro lato l'uso e l'abusoche tra noi si fa dell'intelletto è proprio modellato sui figurini che ci vengono da Parigi e da Londra.
Siccome in queste Memorie s'incontra soventi volto il nome di Camillo Cavour, così, prima d'andare innanzi, stimiamo ben fatto di scrivere poche parole sul suo conto. E quantunque egli sia morto t e le opere sue e la sua persona appartengano interamente alla storia, tuttavia ci restringeremo a dipingere il conte di Cavour colle testimonianze de' suoi medesimi colleghi.
Il conte di Cavour fu per dodici anni un cospiratore. Questa sentenza uscì dalla medesima sua bocca nella Camera dei Deputati, il 27 marzo del 1861. Il deputato Giuseppe Ferrari, il 26 di marzo alludendo al conte di Cavour, avea detto: «Non critico i cospiratori che hanno sfidato le atroci polizie dei cessati governi, e non intendo neppur di biasimare chi si associa loro anche dal seggio di una presidenza ((22))».li giorno dopo il Conte di Cavour rispose così: € L'onorevole deputato Ferrari ha voluto farmi l'onore di annoverarmi fra i cospiratori, lo ne lo ringrazio e colgo quest'occasione per dichiarare alla Camera che fui per dodici anni cospiratore ((23))».
Marco Minghetti ha dichiarato poi parimente nella Camera che il conte di Cavour era il primo rivoluzionario, e il 27 di giugno 1860 così rispondeva al deputato Ferrari: «Quando l'onorevole Ferrari ci gridava: siate rivoluzionarii, io mi sentiva tentato di rispondergli: ma lo siamo tutti e il conte di Cavour pel primo ((24))». La quale sentenza fu tosto approvata e confermata da Carlo Luigi Farini, che"il 29 di giugno del 1860, ripigliò: «lo credo potersi affermare come diceva il mio onorevole amico, il deputato Minghetti, che qui siamo tutti, o quasi tutti rivoluzionarii ((25))».
La prima cospirazione del conte di Cavour fu d'intrudersi destramente nel ministero (faufiler droitement) ((26)). Vincenzo Gioberti pronunziò che e nell'indirizzo politico dato dal conte Cavour alle cose piemontesi, mi par d'avvisare... uno dei maggiori pericoli che sovrastino alla monarchia ((27))». Lo stesso Gioberti chiamava il Cavour «pei sensi, gli istinti, le cognizioni quasi estraneo, da Italia, anglico nelle idee, gallico nella lingua».
La Gazzetta del Popolo Io derideva, dicendolo in italianoCaburro, in inglese Keveur ((28)).
Sineo nella Camera dei Deputati accusò il conte di Cavour d'un brutto delitto, e n'ebbe un lei mente per sola risposta. Avigdor lo punse in altro modo, e sfidaronsi a duello amendue. Qualche giornale venne fuori coi Molini di Collegno, appuntandolo di fatti intorno a cui i nemici medesimi del conte di Cavour furono i primi a dichiararlo innocente. Una bella sera il popolo sovrano lo prese a fischi ed a sassate. A Tortona un poeta democratico, Eugenio Bianchi lo chiamò novello Nerone. E il deputato Boggio scrisse che il conte di Cavour dopo d'essersi servito degli amici gettavali lungi da se come aranci spremuti.
Angelo Brofferio nel Diritto ((29)) pubblicò un appendice dove dipinse fra le altre virtù del conte Cavour la sua portentosa scienza economica, e Egli esordì, così Brofferio, spacciandosi grande finanziere, e promettendo ai Piemontesi il ristauro delle desolate finanze. Per rimetter sangue nelle vuote vene del pubblico erario, che cosa trovò egli di nuovo? Quale peregrina invenzione scaturì dal suo cervello? Per versar danaro nelle casse dello Stato egli studiò di pigliarlo nelle tasche dei contribuenti: tasse oggi, tasse domani, tasse dopo domani I Ecco la sua grande scoperta! ed era proprio il caso di dirgli, come taluno gli disse in Parlamento, che qualunque semplice mortale avrebbe saputo Tare altrettanto.
«Ma da questo sterminio di tributi, sotto il peso dei quali ha incurvato le spalle il povero Piemonte, ne risultò almeno la promessa ristaurazione?
«Il conte Cavour, in una ben nota relazione disse che le finanze erano quasi instaurate: manco male che v'era un quasi: ma fatto sta che anche il quasi era di troppo, e che le rabbiose imposizioni cavouriane sono come erano ieri, e come immancabilmente, se non un po' peggio, saranno domani.
«E perché ciò? perché le imposte del signor Conte voglionsi dividere in tre classi: la prima contiene le imposte che si poterono mai eseguire, come, per esempio, quella delle gabelle esercitate dai municipii; la seconda entra nel novero di quelle che si eseguirono e non produssero mai altro che tormentose molestie, come l'imposta sulle successioni, colla tortura dei debiti ereditali: la terza è di quelle che si eseguiscono e producono, ma lasciano per via più che due terzi del prodotto nelle unghie degli esattori ed altri uccellarci di rapina della medesima specie. Tali sono le glorie finanziarie del conte di Cavour, che fu proclamato un economista senza pari, un finanziere per eccellenza, un nuovo Bastiat, un altro illustre Cobden».
Nel gennaio del 1862 il professore Domenico Berti pubblicava uno scritto intitolato Lettere inedite del conte di Cavour ((30)), e da questo leveremo i seguenti particolari. Il professore Berti esordisce con una raccolta d'epigrammi tolti dalle lettere o da' discorsi del conte di Cavour. Ecco il primo riferito colle parole del professore Berti: «Mentre (il conte di Cavour) era al Congresso di Parigi, vennegli fatto dall'Imperatore il presente di un bellissimo vaso di porcellana di Sèvres: egli nel darne contezza al suo collega ministro sopra l'interno, aggiunge — Se X Io sa (ed era questi un deputato), povero me, mi accuserà d'aver venduto l'Italia».
Cotesto poteva essere un epigramma nel 1856, ma dopo la cessione della Savoia e della Contea di Nizza non lo pare più!
Ecco un altro epigramma del conte di Cavour raccolto in sull'esordio dal professore Berti: «Dopo la presa di Sebastopoli esortava il suo collega a far cantare il Te Deum se non altro per aver il piacere di far fare delle brutte smorfie a' nostri canonici» (Rivista, pag. 4). Ognun vede quanto sale ci fosse in queste parole, quanta bontà, quanta religione, quanto rispetto per la Chiesa e pe' sacerdoti 1 Almeno sappiamo, perché talvolta i ministri usano alle chiese e chiedono le funzioni religiose!
Raccoglieremo un terzo epigramma, che servirà d'indovinello ai nostri lettori. Il conte di Cavour annunziava: «Scrivo una lettera studiatamente impertinente ad un nostro collega, per non avergli a dire in faccia: andatevene, siete incapace di fare il ministro»; e la scriveva, soggiunge il professore Berti, senza frapporre indugio e scuse, e senza moderare la frase. Ai rimproveri che gli venivano da altro suo collega su di ciò rispondeva: «Ho caricato un po' troppo, me ne duole, gli riscriverò, non per ritenerlo, ma per placarlo» (Rivista, pag. 7). Ora indovinino i nostri lettori chi fosse questo ministro, che venne così gentilmente espulso dal ministero! Noi crediamo d'averlo indovinato. Il Berti nota che sono cinquanta e più i colleghi, che entrati con lui (Cavour) al ministero, o da lui si congedarono, o furono congedati (Rivista p. 8).
Celebrata la vena epigrammatica del conte di Cavour, il Berti passa a raccontare i tratti del suo coraggio: «Un giorno nella Camera, quando ancora non aveva acquistalo quella supremazia, per cui comandava il silenzio agli amici ed agli avversarii, le tribune lo interruppero coi fischi. Quanto a me i fischi non mi muovono punto: io li disprezzo altamente, e proseguo senza darmene cura, lo ho ascoltato religiosamente il deputato Brofferio, quantunque non professi le sue dottrine; ora ringrazio, non le tribune, di cui e non mi curo, ma la Camera e la parte che mi siede a fronte della benigna e attenzione, che ba prestato alle mie risposte». Queste parole che servivano al conte di Cavour per disprezzare certi fischi delle tribune, serviranno per noi affine di giudicare egualmente certi applausi.
Un altro tratto di coraggio del conte di Cavour è questo: «Gli era venuto per lettera da Ginevra che la polizia di quella città avea denunziato al nostro console essersi in una congrega colà tenuta divisato il suo assassinio. Egli senza punto turbarsi scrive al suo amico: «Mi rido della notizia che mi vien data, giacché se morissi sotto i colpi di un sicario, morirei forse nel punto il più opportuno della mia carriera politica». E se la notizia è vera prova che l'assassinio del conte di Cavour non si divisava a Roma, ma a Ginevra, ed è una circostanza da tenersene conto.
Il professore Berti a pag. 10 avverte che fin dal 1848 il conte Cavour scriveva contro la Giovine Italia, scriveva in francese e chiamava le sue dottrine les doctrines subversives de la Jeune Italie, ed aggiungeva non esservi in Italia «qu'un très-petit nombre de personnes sérieusement disposée» a metterne in pratica gli esaltati principii. E chi avrebbe pensato che tra questo piccolissimo numero sarebbesi trovato di poi lo stesso conte di Cavour! Imperocché, quanto oggi vediamo avvenire in Italia è proprio alla lettera ciò che insegnava e divisava Giuseppe Mazzini.
Siccome spesso il conte di Cavour parlava contro i clericali, così è utile sapere che cosa intendesse sotto questo nome. Cel dirà il professore Berti: — Un giorno che nella Camera l'avvocato Brofferio discorrendo contro la parte clericale, asseriva che non volevasi quella confondere colla Chiesa, rispondeva il conte di Cavour le seguenti parole: «Se il partito clericale consta di tutti i sacerdoti che sono racchiusi nei chiostri e frequentano le sacristie, dove avremo noi da cercare quei pochi, quegli eletti che rappresentano quella morale cristiana, di cui ha così eloquentemente parlato l'onorevole oratore? Io veramente non saprei dove trovarli, a meno che egli volesse indicarci quei pochi sacerdoti che disertati i templi ed abbandonati gli ufficii del pio ministero, credettero campo più opportuno per esercitare il loro nuovo apostolato i circoli politici ed i convegni sulle piazze (Rumori ed agitazione a sinistra), o che egli volesse indicare come nuovi modelli di questo spirito evangelico, di questa carità cristiana quei pochi che seco lui associarono i loro sforzi per mantenere costantemente un centro di agitazione nella città di Torino (Bisbiglio alla sinistra). Se ciò fosse, io dichiarerei senza esitazione all'onorevole deputato Brofferio, che i miei amici politici ed io intendiamo ben altrimenti lo spirito di religione e di morale cristiana».
Le quali parole contraddette poi da altre parole e da molti fatti, noi vogliamo dedicate a quei pochi sacerdoti, che danno tanto scandalo in Italia, ed anche a colui che forse fu comperato a danari contanti dallo stesso conte di Cavour!
Giunto a questo punto il professore Berti viene a dirci che il conte di Cavour avea due avversari da combattere, il Papa e l'Austria. È la formola del Mazzini che dichiarava guerra al Papa ed all'Imperatore! Il Cavour in un brano di lettera confidenziale diceva: «Se noi ci mettiamo in relazione diretta con Roma, roviniamo da capo a fondo l'edificio politico che da otto anni duriamo tanta fatica ad innalzare. Non è possibile il conservare la nostra influenza in Italia, se veniamo a patti col Pontefice ((31))». Ed in un'altra lettera soggiungeva: «Se l'attuale nostra politica liberale italiana riuscisse pericolosa e sterile, in e allora il Re 'potrà, mutando ministri, avvicinarsi al Papa ed all'Austria, ma fintantoché facciamo Memorandum e Note sul mal governo degli Stati del Pontefice, non è possibile il negoziare con lui con probabilità di buon successo». Ed un giorno il conte di Cavour diceva, come attesta il professore Berti: «L'Austria è d'uopo combatterla così in Venezia ed in Milano, come in Bologna ed in Roma ((32))».
Le quali cose furono svolte dal conte di Cavour nel suo Memorandumalla Prussia ed all'Inghilterra in cui protestava che. gli Italiani volevano combattere l'Austria, perché aveva riconosciuto i diritti della Chiesa col Concordato; e mostrava che la guerra divisata da lui e da' suoi era principalmente contro il Papa. Imperocché l'influenza austriaca in Roma non esisteva menomamente, e se qualche cosa poteva imputarsi al governo pontificio, era forse d'essere stato troppo arrendevole all'influenza francese. E questo basti per ora sul conto di Cavour.
(Dall'Armonia, n. 118, 22 maggio 1856)
I plenipotenziari sardi, nella Nota verbale presentata il 27 di marzo 1856 ai ministri di Francia e d'Inghilterra, ricordarono il trattato di Tolentino del 1797, col quale le Legazioni Pontificie vennero tolte al Romano Pontefice, e incorporate alla Repubblica francese. L'Opinione ha il coraggio di lodare quel trattato, e di prenderlo come norma di diritto. Così certi italianissimiamano l'Italia, e intendono la giustizia!
Ma l'Opinione, senza avvedersene, ci ha reso un servizio somministrandoci l'occasione d'un utilissimo confronto. Noi discorreremo le ragioni, che indussero nel 1797 a togliere le Legazioni al Papa, e ci sarà manifesto, per quale motivo oggidì i rivoluzionali intendano allo stesso scopo.
La repubblica francese era nata dall'empietà, e nel Romano Pontefice non potea certamente trovare un amico. Il Direttorio pertanto scriveva a Bonaparte in Italia il 3 di febbraio del 1797, «che, riflettendo su tutti gli ostacoli, che si opponevano al consolidamento della Costituzione francese, pareagli che il culto romano fosse quello, di cui gli inimici della libertà potevano fare dopo lungo tempo l'uso più dannoso. La Religione Romana sarebbe sempre stata nemica irreconciliabile della repubblica. Il governo avrebbe cercato i mezzi di diminuirne insensibilmente l'influenza nell'interno; ma un punto essenziale, per giungere a questo scopo desiderato, sarebbe stato di distruggere, essendo possibile, il centro dell'unità romana. Spettare a lui di farlo, se lo giudicasse eseguibile. Invitarlo dunque a fare quanto potesse (senza compromettere la sicurezza dell'esercito, e senza accendere in Italia la fiaccola del fanatismo, invece di estinguerla) per distruggere il governo papale. Si mettesse quindi Roma sotto di un'altra Potenza, o pure si stabilisse una forma d'interno regolamento, che rendesse dispregievole ed odioso il governo dei preti, di modo che il Papa ed il Sacro Collegio non potessero più concepire la speranza di risiedere in quella città, e fossero costretti di andare in cerca d'un asilo in altro luogo». (Correspondance de Bonaparte, voi. li, pag. 518).
Ecco dunque il disegno del Direttorio: la repubblica è nemica del cattolicismo; il cattolicismo nemico della repubblica. Il Direttorio può spiantare la religione nell'interno della Francia, non all'estero. Per riuscire in quest'ultima impresa si dee combattere il governo del Papa; o cacciarlo da Roma, o togliergli il me glio del suo regno, impoverirlo, rendergli impossibile di ben governare, e così chiamare l'odio e il disprezzo sul governo dei preti.
Bonaparte colse nel segno, e rispose il 15 di febbraio al Direttorio: «Accorderebbe la pace al Papa se cedeva le Legazioni e le Marche, pagava diciotto milioni di lire, scacciava Colli con tutti gli Austriaci, e consegnava le armi ed i cavalli dei reggimenti formati dopo l'armistizio... Roma poi non potendo sussistere per lungo tempo spogliata delle sue migliori provincie avrebbe formato una rivoluzione da se sola». (Correspondance de Bonaparte, vol. II,pag. 540 a 543).
Notate bene questa ragione scritta da Napoleone. Egli credeva che, tolte le Legazioni al Papa, sarebbe stata inevitabile una rivoluzione. Il progetto della famosa nota verbale tende allo stesso scopo; toglie al governo legittimo le sue migliori provincie, le costituisce in un'amministrazione affatto separata, e si consola col pensiero, che Roma formerà così una rivoluzione da se sola.
Mentre tali cose rivolgeva in mente il Bonaparte, gli giunge l'avviso che l'arciduca Carlo è a Trieste, e gli Austriaci accorrono da ogni parte a rinforzare Tarmata d'Italia. Allora egli modifica il suo disegno primitive, cessa dal chiedere le Marche, e scrive a Joubert, che comandava nella Valle dell'Adige, «essere a tre giornate da Roma, trattare però co' pretazzuoli; il Santo Padre avrebbe per allora salvato la sua capitale cedendo i suoi migliori Stati e denaro. Fra pochi giorni ritornerebbe all'esercito, dove stimava necessaria la sua presenza». (Corresp., loc. cit., pag. 544).
E Napoleone addì 19 di febbraio 1797 dettava ai plenipotenziari del Papa il trattato di Tolentino, il cui articolo 7° dicea: «Il Papa rinuncia in perpetuo, cede, e trasferisce alla repubblica francese tutti i suoi diritti sui territori conosciuti sotto il nome di Legazioni di Bologna, di Ferrara e di Romagna: non sarà però fatto nessun pregiudizio alla religione cattolica nelle suddette Legazioni».
Da quest'articolo l'Opinione ne argomenta la legittimità dell'atto, e la regola del diritto, come chi scrivesse un codice sotto il pugnale del masnadiere Ma il dabben giornale non è andato innanzi nella storia di quei tempi, e si fermò al 19 di febbraio 1797. Se, continuando, avesse letto fino al 9 di dicembre 1798, v'avrebbe trovato un documento di Carlo Emanuele IV, che dice così: S. M déclare renoncer à l'exercice de tout pouvoir, et avant tout elle ordonne à tous ses sujets, quels-qu’ils pussent être, d'obéir au gouvernement provisoir, qui va être établi par le general français.
L'Opinioneed i plenipotenziari sardi, che invocano l'epoca del trattato di Tolentino, e vogliono ritornarci a quei tempi, non riflettono, che insieme col Papa venne spogliata pure Casa Savoia, e col medesimo diritto. E la difesa che essi stampano d'un atto, si estende di necessità anche all'altro.
Il portavoce del ministero spinge la sua semplicità fino a riferire ti brano di una lettera, che Bonaparte Borisse al Direttorio il 1° ventoso, anno V, immediatamente dopo la sottoscrizione del trattato. Ecco le parole citate dall'Opinione: «lo credo che Roma, privata che sia una volta di Bologna, Ferrara e della Romagna, e di trenta milioni, che noi le caviamo, non possa più esistere: questa vecchia macchina si scomporrà da se stessa». L'Opinione non ha creduto di estendere di più la citazione; ma in questa medesima lettera avrà letto che Bonaparte dice ancora al Direttorio: «Clarke, che è appena partite, portasi a Torino per eseguire i vostri comandi....». Colla spogliazione del Papa va di conserva la spogliazione di Casa Savoia!
Le parole di Napoleone al Direttorio ben chiariscono l'idea di chi vuoi togliere le Legazioni al Papa. Questo progetto non può avere di mira, in politica, che la totale esautorazione del Pontefice da ogni governo temporale; ed in religione, che la distruzione finale del cattolicismo. Sono due punti che appariscono evidentemente dai brani delle corrispondenze che ci vennero citati.
Ma L'Opinione va pili innanzi, e per difendere il trattato di Tolentino invoca l'autorità del Cardinale Chiaramonti, che fu poi Pio VII, il quale «allora Vescovo d'Imola, in occasione delle feste di Natale del 1799 non solo giustificò questa cessione, ma fece persino l'apologia del reggime democratico, anzi repubblicano, introdotto nei paesi ceduti dalla S. Sede».
L'Opinionesbaglia la data. L'omelia che venne attribuita al Chiaramonti, è intitolata: Omelia del cittadino Cardinale Chiaramonti, Vescovo d'Imola, nel giorno del SS. Natale, l’anno1797. Mentre il giornale torinese invoca quest'omelia indifesa del governo democratico, bisogna sapere che altri l'hanno già invocata per aizzare i Francesi contro i Cardinali) spargendo voce che in quest'orazione i Francesi erano chiamati lupi divoratori e cani sanguinavi!
Quest'omelia non venne interamente scritta dal Chiaramonti. L'Opinione, che cita la Storia di Pio VII del cavaliere Artaud, non avrebbe dovuto omettere le seguenti parole relative all'omelia: «È evidente che il Cardinale Chiaramonti ne ha composto una parte, ma è pur certo che alcuni passi del tutto inutili ci furono intrusi».
Inoltre il testo medesimo dell'omelia venne ancora corrotto colla traduzione francese, che ne fe' Grégoire, il quale corresse, tagliò, variò coi pretesto di evitare i pleonasmi italiani. L'Opinione avrà potuto leggerlo nel l'Artaud.
Finalmente ammettiamo che la cosa sia come disse l’Opinione. A chi si dovrà credere per ben conoscere la disciplina della Chiesa? Al Chiaramonti, Cardinale, o a Pio VII, Papa? Pio VII Papa ha dichiarato e mostrato co' fatti,co' patimenti e col martirio, che egli non potea cedere un palmo solo di quel terreno dove comandava.
L'atto finale del Congresso di Vienna, art. 103, dichiarava che la S. Sede «rientrerebbe in possesso delle Legazioni di Ravenna, di Bologna e dì Ferrara, tolta la parte del ferrarese esistente sulla riva sinistra del Po. L'imperatore d'Austria però ed i suoi successori «vesserò il diritto di presidio nelle piazze di Ferrara e di Comacchio». Il Cardinale Consalvi, plenipotenziario Pontificio al Congresso, con nota del 14 di giugno, indirizzata ai ministri che avevano sottoscritto il trattato di Vienna, dichiarò e di trovarsi nella necessità di guarentire i diritti imprescrittibili della S. Sede col protestare contro la dismembrazione del patrimonio della medesima, della provincia d'Avignone, del contado Venesino e della porzione del Ferrarese, esistente sulla riva sinistra del Po, non che contro il diritto di presidio dato all'Austria nelle piazze di Ferrara e di Comacchio». (Vedi Allocutio Pii VII, habita in Concistorio diei 4 sept. 1815; e Schoell, Congrès de Vienne, tom. V, pag. 347356).
Tornando del resto al trattato di Tolentino, noi non ci saremmo aspettati mai di udirlo lodare da ministri e da penne italiane. Fu quello il più grave insulto ai due culti che onorano l'Italia: il culto della religione e delle arti. Esso tolse al Papa i suoi dominii, ed alla Penisola le sue glorie ed i suoi tesori. La Biblioteca Vaticana fu svaligiata, e perdette la Bibbia greca e il Dione Cassio del quinto secolo, il Virgilio del sesto, il Terenzio dell'ottavo. La Trasfigurazione di Rafaello, il S. Gerolamo del Domenichino, l'Apolline e il Laocoonte andarono ad arricchire Parigi. Promuovete, o signori italianissimi, le idee del secolo passato, chiamate voi pure gli stranieri in Italia, ed in nome del risorgimento noi morremo del tutto. Se questa terra infelice gode ancora un po' di lama, è perché qui sta la sede del Papato. Fate che Pio IX parta da Roma, e nessuno più penserà a noi, se non per ispogliarci, o per deriderci, o per compatirci.
(Dall'Armonia n. 121, 27 maggio 1856)
In sul cominciare del 1849, governando in Piemonte il ministero democratico con Buffa, Rattazzi e Vincenzo Gioberti presidente, gli italianissimi Subalpini offerivano al Papa, esule in Gaeta, aiuto, mediazioni, soldati e cose simili. A tale uopo spedivano presso Pio IX il conte Enrico Martini, che oggidì è uscito dalla diplomazia e dalla politica, e si è molto sensatamente riabbracciato coll'Austria. In quel tempo taluno dei rappresentanti delle Potenze cattoliche presso il Papa ebbe a ricordare il timeo Danaos et dona ferente di Virgilio, e pare che il principe di Cariati, che stava in Francia, giungesse perfino ad accusare i democratici del Piemonte di voler togliere al Papa le Legazioni, mentre faceano vista, di portargli soccorso.
Ecco come racconta la cosa Carlo Luigi Farini: «La Corte di Napoli poneva opera solerte a risvegliar i sospetti, ed accrescere i timori nell'animo suo (del Papa), e faceva diligenza per dare ad intendere che tutto le profferte del Piemonte velavano il disegno d'impadronirsi di gran parte dello Stato della Chiesa. I ministri napoletani affermavano averne le prove, e lo stesso principe di Cariati ne spargeva la notizia, e ne facea testimonianza non pure in Napoli ed in Gaeta,ma in Francia».
A que' dì trovavasi in Napoli ministro pel Piemonte il senatore Plezza, più tardi console dei Carabinieri italiani; e il governo partenopeo lo tenea a bada,e non ne avea ancora voluto riconoscere il grado e la qualità. Quando venneagli orecchi del ministero democratico in Torino l'accusa del principe di Cariati,volle tosto richiamato da Napoli il senatore Plezza, e spedì i passaporti all'inviato napoletano, che risiedeva in Torino, interrompendo ogni uffizio diplomatico.
«Questa nostra deliberazione (scriveva il Gioberti, ministro degli affari esteri)fu cagionata non solo dal rifiuto arbitrario, che il gabinetto di Napoli fece di accettare il sig. Plezza, non allegandone alcuna ragione valevole (essendone state smentite quelle, di cui aveva fatto menzione), e i poco garbati trattamenti recati al medesimo, ma più ancora l'indegna calunnia spacciata in Francia dal principe di Cariati, colla quale ci attribuiva Sofferta di togliere al Papale Legazioni.
«Spero, continuava scrivendo il Gioberti, che il sospetto di tanta infamia. non anniderà per un solo istante nell'animo del Pontefice. Essa dovrebbe bensì giovare a mostrargli qual sia il carattere del gabinetto che l'ha inventata. L'animo candido e leale di Pio IX può essere illuso dalle moine di certi personaggi, i quali fanno i mistici in Gaeta, e si burlano in Napoli della religione e del Capo augusto che la rappresenta. Ella procuri di mettere nel Papa la fiducia nel Piemonte».
Perché non venga il Risorgimento a chiederci l'Originale di questa lettera, affrettiamoci a dire che noi abbiamo trascritto le citate parole da un libro che merita tutta la sua confidenza, ed è lo stato Romano dall'anno 1815 al 1850 per Carlo Luigi Farini; Firenze, Felice Le Monnier 1851, volume III, capo X; Accuse contro il Piemonte, pag. 190, 191.
Or bene nel 1849 voler togliere le Legazioni al Papa era un'infamia.Tale la dichiarava il ministero democratico, cioè Gioberti, Rattazzi, Buffa e compagni, i quali erano nonostante combattuti dal conte di Cavour come empi e demagoghi. Questo pensiero non s'era mai affacciato alla mente de' ministri subalpini, e chi ne li accusava, rendevasi reo d'indegna calunnia. Il governo piemontese prendeasi tanto a cuore quell'accusa, che spediva i suoi passaporti all'inviato di Napoli.
Siamo nel 1856, e che cosa veggiamo? Veggiamo tanta infamia, non che pensala dai ministri piemontesi, da essi promossa con una Nota verbale indirizzata ai rappresentanti di Francia e d'Inghilterra, dove, proponendosi per le Legazioni un governo pienamente separato dal Pontificio, e nel Papa un semplice dominio di parole, si riesce l'offerta di togliere al Papa le Legazioni.
Questo fatto ha molla gravita in quanto dimostra che il conte di Cavour, dopo il connubio coi democratici, li ha sorpassati nelle loro idee rivoluzionarie, ed osa dare opera ad un progetto, che i democratici medesimi riputavano infame, Ed inoltre da ragione al governo pontificio d'aver fatto divorzio nel 1849 dal nostro; imperocché se ha la baldanza presentemente di intromettersi nelle faccende romane, e proporre la frazione del regno, che cosa non avrebbe fatto, se v'avesse tenuto guernigione, o qualche titolo gli desse diritto d'intervenirvi?.
Il governo di Napoli può cantare vittoria, e mostrare la sua sagacia con in mano la nota del 27 di aprile. Esso ha ben donde recarsi al Papa, e dirgli: «Beatissimo Padre, nel 1849 il conte Martini pretendeva, che noi avessimo indegnamente calunniato il Piemonte ch'egli rappresentava, allora quando dicevamo che intendeva di togliervi le Legazioni. Vedete oggidì se era calunnia la nostra! Questa nota parla assai chiaro, e vi dice, che le Legazioni fanno gola ai rivoluzionari subalpini; e, oltre la Nota, vi sono le parole del conte di Cavour, riferite dal Nord, secondo le quali si pretende, a suo tempo, d'incorporare al Piemonte le Legazioni tolte al legittimo dominio di Vostra Santità».
Ma ci pare, che le Potenze europee dovrebbero anche trar profitto da simili ravvicinamenti, persuadendosi che la rivoluzione, non che essere cessata tra noi, progredisce, e il potile di Cavour, o da senno o da burla, è il primo a darle di spalla. Di fatto la schiuma della demagogia è col Presidente del nostro ministero, e la Maga di Genova, che, pochi giorni fa, metteva tutte le sue speranze nella Marianna, idolo del suo cuore, ora ne ripone anche una parte nel conte di Cavour, e dichiara senza ambagi, che questo suo progetto, di separare da Roma le Legazioni, è la prima opera buona ch'egli abbia fatto.
Donde ci pare lecito inferire, o che realmente fin dal 1849 i democratici del Piemonte divisavano di togliere al Papa le Legazioni, e in questo caso èrano ipocrite e menzognere le dichiarazioni contrarie, e verissime sagaci le accuse e le avvertenze di Napoli; ovvero, che nel 1856 il ministero piemontese ha progredito d'assai, e, presieduto dal conte di Cavour, attende a fare quello che non ardiva sotto la presidenza di Vincenzo Gioberti, riputandolo un'infamia. la quest'ultima supposizione dovremo conchiudere, che i moderati sono ancora peggiori dei democratici.
(Dall'Armonia, n. 122, 28 maggio 1856).
Nella famosa Nota verbale, rimessa dai plenipotenziarii sardi ai ministri di Francia e d'Inghilterra il 27 di marzo 1856, si leggono le seguenti parole: «Nel Congresso di Vienna si esitò per lungo tempo a rimettere le Legazioni sotto il governo del Papa. Gli uomini di Stato, che vi sedevano, quantunque preoccupati dal pensiero di ristabilire dappertutto l'antico ordine di cose, s'accorgevano nondimeno, che si lascierebbe di questa guisa un focolare di disordini nel mezzo l’Italia. La difficoltà nella scelta del Sovrano da darsi a queste provincie, e le rivalità che insorsero pel loro possesso, fecero traboccare la bilancia in favore del Papa, e il Cardinale Consalvi ottenne, ma solo dopo la battaglia di Waterloo, questa non (sperata concessione i.
Qui il conte di Cavour, autore principale della Nota, accenna un fatto, cioè, che le Legazioni vennero restituite al solo legittimo dominio del Romano Pontefice dopo la battaglia di Waterloo. Donde di due cose l'una; o che la battaglia di Waterloo avvenne dopo il Congresso di Vienna, oppure che nell'atto del Congresso di Vienna non furono restituite al Papa le Legazioni. Ricerchiamo nella storia le date, e veggiamo fin dove arrivi la scienza del conte di Cavour.
La battaglia di Waterloo, lo sanno perfino i bimbi, avvenne il 18 di giugno 1815. In quel giorno Iddio Onnipotente vendicava il Romano Pontefice dei sofferti dolori. Napoleone in fuga attraverso morti e morenti portava a Parigi la nuova della propria disfatta, esclamando: io non posso rimettermi: ho disgustato i popoli. Stolto! Dovea esclamare: io non posso rimettermi: ho tormentato un Pontefice; ho disgustato Iddio. La Corona pontificia è la sola, di cui a buon diritto può dirsi: guai a chi la tocca.
È egualmente celebre e nota a tutti la data dell'Atto del Congresso di Vienna. Esso fu segnato il giorno 9 di giugno del 1815, vale a dire nove giorni prima della battaglia di Waterloo. Laonde, se noi proveremo, che nel Congresso di Vienna furono restituite le Legazioni al Papa, sarà manifesto, che il conte di Cavour ha preso nella sua Nota verbale uno scappuccio storico solennissimo.
Apriamo dunque il trattato. Cesare Cantù lo pubblicò nel vol. XIX della sua Storia Universale tra gli Schiarimenti al libro XVIII, L'articolo 103, primo alinea, dice:
«La Santa Sede rientrerà in possesso delle Legazioni di Ravenna, di Bologna e di Ferrara». Dunque fin dal 9 di giugno le Legazioni erano già state restituite al Papa.
La battaglia di Waterloo non avvenne che nove giorni dopo cioè al 18 di giugno. Come pertanto pote dire il conte di Cavour, che le Legazioni non furono restituite al Papa, che dopo la battaglia di Waterloo?
Il poverino adunque, o non conosce, o travisa la storia, e la storia contemporanea. Noi amiamo meglio attenerci alla prima parte, e accusarlo piuttosto d'ignoranza, ohe di malizia. Ma l'accusa è sempre grave, imperocché trattasi d'un ministro degli affari esteri, che presenta una nota diplomatica; e intanto mentre parla del Congresso di Vienna e della battaglia di Waterloo, non sa che questa fu posteriore a quello.
L'anacronismo è tanto pia colpevole, in quanto che il conte di Cavour si appoggiò molto su questa inversione di date. Egli, parlando al ministro del nipote di Napoleone III, gli volle far capire, che si tentennò nel restituire al Papa le Legazioni, finché lo zio non era ancora pienamente caduto, e vi venne a questa determinazione allora soltanto, che la sua causa fu intieramente perduta a Waterloo.
Questa astuta allusione non ha altro appoggio, che una superlativa ignoranza storica, giacché i libri c'insegnano come il Congresso dì Vienna avesse già compiuto un atto solenne di giustizia, quando Napoleone I poteva ancora ritornare in campo, come di fatto vi ritornò.
Sta vero che nel Congresso di Vienna taluno non volea che venissero restituite al Papa le Legazioni: ma il conte di Cavour avrebbe dovuto aggiungere che la Francia principalmente si adoperò, affinché non fosse commessa tanta ingiustizia.
Ecco come un diplomatico racconta la cosa: «La Francia, colla sua raccomandazione, contribuì a fargli rendere (al Papa) le tre Legazioni di Bologna, Ferrara e Ravenna, nelle quali la Prussià avea da principio proposto di trasferire il re di Sassonia». (Histoire du Congrès de Vienne par l'auteur de l'histoire de la diplomai, francane, tom. Il, Paris, 1819, pag. 119).
Il Cardinale Consalvi avea messo in sodo i diritti del Pontefice. Nella sua Nota, indirizzata nell'agosto del 1814 alle Corti di Parigi, di Londra e di Vienna sollecitava la reintegrazione di Sua Santità in tutti i suoi possessi: a non per motivi temporali, ma per l'osservanza dei prestati giuramenti, fatti dal Sovrano Pontefice al momento della sua esaltazione, giuramenti, secondo i quali egli non potea nulla alienare dei domini della Chiesa, di cui non era che usufruttuario».
E siccome anche a que' dì s'invocava, come a1 giorni nostri, il trattato di Tolentino, così in un'altra Nota del 30 d ottobre dicea molto assennatamente il Cardinale Consalvi: «Che un assalto non provocato contro uno Stato debole, e che avea proclamato la sua neutralità, non potea venir chiamato guerra, e che un trattato, conseguenza di un simile assalto, era essenzialmente nullo, e come non avvenuto». (Vedi l'opera succit., pag. 118).
Se quindi nel Congresso di Vienna si esitò alcun poco nel restituire al Papa il fatto suo, si fu perché anche in quell'assemblea parlavano le tristissime passioni della cupidigia e dell'ambizione; e se in ultimo si udirono le ragioni del legittimo proprietario, non ci potea entrare per nulla la battaglia di Waterloo, che già era avvenuta conchiuso il Congresso, e sottoscritto Tatto famoso.
Converrebbe cercar modo da scusare questo granchio preso dal conte di Cavour. Noi ne lasciamo il pensiero all'Opinione ed al Risorgimento.Imperocché ne scapita di troppo la fama del nostro plenipotenziario, e perdono assai di peso i suoi progetti Se negli esami di magistero, che si danno nella nostra Università, un giovinotto di primo pelo vi mette il Congresso di Vienna posteriore alla battaglia di Waterloo, i professori lo rimandano indietro, e non l'ammettono ai corsi universitari. E che cosa sarà d'un ministro degli affari esteri, che vuole riordinare l'Italia, e poi cade in errori così marchiani?
Il povero conte di Cavour nelle discussioni del Congresso di Parigi avea attribuito all'Austria l'intervento in Napoli nel 1821, il ministro austriaco gl'insegnò che quell'intervento non era solo opera dell'Austria, ma delle cinque grandi Potenze radunate nel Congresso di Laybach. Alla quale osservazione egli arrossì, e non seppe che cosa ridire.
Ora egli dovrebbe egualmente vergognarsi di avere in una nota verbale messo il Congresso di Vienna posteriore alla battaglia di Waterloo. Francia ed Inghilterra gli avranno riso al naso: «se gli rendessero risposta, per lo meno dovrebbero dirgli: andate prima a studiare per un anno sotto il signor Èrcole Ricotti, professore di storia nell'Università di Torino, e poi verrete nel Con grosso di Parigi a riordinare il governo Pontificio.
Coloro che in questi ultimi tempi scrissero in Piemonte alcuna cosa contro il Papa, furono condannati a dire i più strani spropositi in folto di storia. Eccovi Nuytz professore di diritto canonico, ohe confonde l'abate Fleurv col cardinale Fleury, Eugenio III con Eugenio IV, il Concilio di Costanza celebrato nel secolo XV con S. Bernardo morto nel secolo XII, e ci da gli articoli organici come approvati dal Papa, e mette Bonifacio Vili contrario a S. Bernardo in quelle parole che sono di San Bernardo medesimo. Eccovi P. C. Boggio, che, scrivendo contro il Romano Pontefice la storia Piemontese, fa tornareCarlo Emanuele IV alla reggia natta dopo Waterloo; mentre ilRe Sardo, avea abdicato lo scettro fino dal 1802, e gli era succeduto Vittorio Emanuele. Eccovi finalmente il conte di Cavour, che fa dare al Papa le Legazioni dopo Waterloo, mentre già prima gliele avea restituite il Congresso di Vienna.
La diversità delle opinioni, l'audacia e la temerità della politica, si scusa colla diversità dei partiti; ma quale scusa ritrovare all'ignoranza dei primi elementi della storia in persone che stanno in sul mille, e pretendono di dar lezione all'universo?
Del resto il conte di Cavour, discorrendo del Congresso di Vienna, affermò, che le Potenze tentennarono nel rendere le Legazioni alla S. Sede, avendo ben capito, che queste sarebbero un focolare di turbolenze atteso nel bel mezzo dell'Italia.
Qui noi lascieremo l'incarico della risposta al Giornale di Francoforte, che si esprime in questa sentenza: «Le Potenze rappresentate al Congresso. di Vienna non erano di certo istrutte dei disegni dei Carbonari, i veri autori delle sommosse, tanto nelle Legazioni, quanto a Napoli ed a Torino. Il conte Cavour, che ebbe le mani nella prima rivoluzione Piemontese, conosce certamente meglio quei disegni, e sa che quella società segreta avea eletto le Legazioni a principale campo della sua operosità. Chi ciò sapeva, poteva antivedere, che le Legazioni sarebbero fatte un covo di turbolenze; ma noi poteano sapere le Potenze che non conoscono se non le manifestazioni di gioia, con cui si salutò nelle Legazioni la caduta della dominazione francese, ed il ritornò di Pio VII.»
(Dall'Armonia, n. 123, 29 maggio 1856)
Il lavoro delle società segrete continua principalmente in Francia. Ad ogni momento qualche giornale ne parla. Ora sono arresti di persone, che diedero nome alle società; ora scoperte di documenti terribili, che dimostrano il loro scopo, e di giuramenti, che legano gli affiliati. Eppure non si sa il centesimo di quanto avviene nella oscurità delle congiure! Imperocché e le società secrete e il governo francese s'accordano nel desiderare il silenzio. Lo desiderano le prime perché odiano la luce, e hanno bisogno delle tenebre, come del loro demento essenziale per vivere. Lo desidera il secondo, perché non iscemi il concetto nella sua fortezza, e perché la notizia del male non riesca ad aggravarlo. Ma il segreto è piuttosto un aiuto, che un rimedio; e serve perché s'addormentino e popoli e governi.
Però il silenzio fu rotto nel Congresso di Parigi dal conte Walewsky, il quale, nella tornata dell'8 di aprile, fortemente rimproverava il Belgio, perché i suoi giornali hanno osato di preconizzare la società detta la Marianna, di cui sono note le tendenze e lo scopo. Nella medesima tornata il plenipotenziario francese criticava il governo pontificio, come che lo facesse con gran riserbo, e dopo di avere dichiarato, che l'imperatore dei Francesi pregiavasi del titolo di figlio primogenito della Chiesa.
Il Congresso di Parigi fu chiuso. Ma in sostanza che cosa fece contro le società segrete? Nulla. Soltanto ne parlò, e questo servì per rendere più colpevole chi non ha fatto nulla. Un perfetto silenzio avrebbe lasciato supporre o disprezzo o ignoranza del male; supposizione, che ora non è pia possibile. Si conobbe il pericolo, si dichiarò, e non vi si appose riparo, o per difetto di coraggio, o per qualsiasi altro motivo. Anzi ci duole di dover dire di più: nel Congresso di Parigi si fé qualche cosa, non contro, ma in favore delle società segrete, e la tornata dell'8 di aprile ha fatto ridere anche i figli della Marianna e della Militante.
Questo almeno apparve manifesto, che né l'una, né l'altra si vollero schiantare dall'Europa. Imperocché, se Francia avesse proprio voluto farla finita una volta, ad esempio, colla Marianna, qual dovea essere il compito suo? Ricercare per prima cosa dove fosse stabilita. Ci vuoi altro che scatenarsi contro i giornali del Belgio, che la preconizzano!
Bisogna prendersela contro que governi che le danno asilo, che l'accarezzano, che forse la promuovono; contro que governi, che scendono quasi a patto con lei, e le dicono: Salvami, e ti do licenza di rovinare liberamente gli altri.
Ora, dove ha sede la Marianna? Lascieremo parlare un giornale, che è forse il più competente a risponderci, e questo è l'Homme. Il quale, parlando del Congresso di Parigi, scrive: «È un grande onore per la Marianna l’essere stata menzionata in un sì augusto cenacolo. Vuol dire che si teme; e se si teme, dunque è una potenza, una grande potenza! Ma perché attribuirne la colpa al povero Belgio, che adopera a tutta sua possa le forbici, e non accusare piuttosto l’Inghilterra, dove la Marianna tiene un centro di propagande ben più formidabili?»
L'Homme,osserva un giornale conservatore, sotto questo rispetto ha completa ragione. Se non fosse l'impunità, di che la propaganda rivoluzionaria gode in Inghilterra, la propaganda sua, assai pili mite nel Belgio, non esisterebbe, come l'effetto non esiste, quando è tolta la causa.
È in Londra il cuore della rivoluzione, lo spirito delle società segrete. Si rifletta seriamente su questa corrispondenza della Gazzetta Universale: «Il comitato centrale della Mariannarisiede in Londra, sotto il nome di Comune rivoluzionario. Sua cura è, che in ogni spartìmento della Francia s'istituiscano comitati figli, sotto nomi diversi. Questi però non si conoscono reciprocamente e sono in relazione diretta soltanto col comitato centrale. Se venisse a scoppiare una rivoluzione, questi comitati debbono costituirsi come altrettante convenzioni dipartimentali rivoluzionarie, che avranno la direzione suprema detta rivoluzione, e dovranno prestarsi assolutamente agli ordini del comitato residente in Parigi. Ogni comitato figlio deve mandare ogni mese al comitato residente in Londra una relazione sopra certi fatti e particolarità, e uno stato dei numero delle troppe, de' gendarmi, de' depositi d'armi, delle casse pubbliche, informazioni sui presunti nemici della rivoluzione, ecc.».
Non è l'Austria, non Napoli, non lo Stato Pontificio, il focolare della rivoluzione europea. Londra l'accoglie, e le lune rosse, per adoperare una frase del Mamiani, che s'aggirano intorno al sole di Londra, sono quelle che la soccorrono. Nel Belgio, come già disse il conte Walewsky, i giornali preconizzano la Marianna; ed in Piemonte la Maga esclama: «La signora Marianna è la preferita, la signora Marianna è l'idolo del nostro cuore... non abbiamo altra speranza, che nella signora Marianna...non possiamo aver fede che nella signora Marianna... non possiamo far altro che raccomandarci alla signora Marianna». (Maga N° 56 dell'8 di maggio).
Dicevamo che il Congresso di Parigi, ben lungi dal fare qualche cosa contro le società segrete, le ha involontariamente soccorse; e questo si dimostra per due capi: 1 perché non ebbe il coraggio di affrontarle e snidarle dal luogo dove hanno la loro sede naturale, occupandosi invece di bazzecole che nulla o quasi nulla influiscono sulla Pace del mondo; 2° perché co' suoi progetti e coi suoi discorsi le palpò cortigianescamente spianando la strada all'esecuzione dei loro progetti.
Udite ancora la Maga: «Quando leggiamo i protocolli del Congresso di Parigi, e vediamo che cosa significhi civiltà occidentale,nazionalità ed indipendenza;quando vediamo che i pasticci di quattro diplomatici plenipotenziarii hanno forza di legare per le mani è pei piedi cinquecento milioni d'uomini; che a Parigi si è disputato delle ore per un palmo di terreno di più o di meno ad Ismail od a Jatka, e si è passato all'ordine del giorno sulla questione italiana, noi non possiamo far altro, che raccomandarci alla signora Marianna».
Questo pensiero è capace d'una giusta interpretazione, e direbbe certamente il vero chi dicesse: quando vediamo che nel Congresso di Parigi non si fecero che ciance, e non si stabilì un grande e solenne principio, e non si osò cozzare di fronte colla rivoluzione, e si spese un tempo preziosissimo in formole insignificanti, in cerimonie ridicole, nella penna dell'aquila viva, nelle serate, nei pranzi, nelle conversazioni; noi tremiamo pei governi, per gli imperii, e la Marianna ci spaventa!
Ma taluni si valsero del Congresso di Parigi per declamare contro del Pai»; e questo fu un soccorso recato alle società segrete. I giornali ci diedero poco fa il programma della Marianna, e il quinto capitolo diceva: «La Chiesa, questa tiranna dell'umanità, sarà abolita, e tutti i sacerdoti del paese saranno espulsi». Ora esaminate tutti gli altri programmi libertini, e vedrete che col» limano a questo scopo. Il conte di Cavour che cosa disse in sostanza nella sua nota verbale? Egli volle secolarizzare i governo pontificio. E che differenza ci passa tra secolarizzare il governo, ed espellere i sacerdoti? Non v'è che una semplice differenza di nome. Cavour moderato vuole espellere i sacerdoti dalle Legazioni: gli altri vorrebbero espellerli da tutto il mondo. Ammettiamo che il primo abborra dai mezzi de' secondi: ma lo scopo finale è il medesimo; e raggiunto in una parte dello Stato Pontificio, si cercherà di raggiungerlo anche nelle altre parti e negli altri Stati.
Il Congresso di Parigi ebbe torto nel somministrare materia all'Inghilterra e al Piemonte, di declamare contro del Papa. Con ciò, noi lo diremo francamente, non fé' che aiutare la Marianna.Questa è l'ultima conclusione delle idee moderne. Se poteste leggerle nel cuore, ben la vedreste ridere per ciò che s'è fatto. Ride quando vede i governi discordi tra loro; ride vedendo Napoli odiare i Gesuiti, e accarezzare Tanucci; ride se sente divinizzati i principii dell'89, e proclamata l'indipendenza e la. tolleranza nel senso libertino. I gabinetti fino al giorno d'oggi hanno fatto più in favore che contro le società segrete. Il vero e unico nemico di queste è la Chiesa, che le ha fulminate, epperò la dichiarano nemica dell'umanità, e ne giurano l'esterminio.
Non è da ieri che la Chiesa disse solennemente ai principi, ciò che il conte Walewsky proclamò nel Congresso di Parigi. Clemente XII, Benedetto XIV, Pio VII, Leone XII, da buona pezza li avvertirono e scongiurarono di tenersi in guardia contro le società segrete.
«Con ardentissima istanza, dicea l'ultimo Pontefice, domandiamo anche il vostro appoggio, o cattolici Principi, dilettissimi nostri figli in Cristo, che noi amiamo con singolare e veramente paterno amore. Vi rammentiamo perciò le parole adoperate da Leone Magno, al quale siamo succeduti in questa dignità, e di cui abbiamo indegnamente ereditato il nome, in una sua lettera all'imperatore Leone. Dovete con ogni sollecitudine avvertire come la reale podestà ti fu conferita non solo per governare il mondo, ma anche e principalmente per tutelare la Chiesa, affinché, repressi gli attentati degli empi, difendiate le buone istituzioni, e ristabiliate la pace là, dove fu turbata. Sebbene tanto critica è attualmente la condizione delle cose, che, non solo per difendere la religione cattolica, ma anche per tutelare la incolumità vostra e dei popoli al vostro dominio soggetti, voi dovete reprimere coteste sètte».
È fin dal 12 di marzo del 1825, che Leone XII dava a' governi questi ammonimenti, e colore che li disprezzarono, sono oggidì vittima delle società segrete; mentre gli altri che restano, pretendono di dar norma di buon reggime alla S. Sede, che mostrò sempre di così ben conoscere le mene e gli attentati degli empi e de' demagoghi. Invece di scrivere memorandum, dovreste, o Principi, aprire gli occhi e pensare a voi stessi. Dovreste badare che chi medita l'esterminio della Chiesa, vuole nello stesso tempo il vostro «sterminio, e quindi riparare in quest'arca benefica, che vi salverà dal naufragio. L'imperatore d'Austria vi ricorse, e non se n'è ancora pentito, né avrà da pentirsene giammai. Iddio lo benedisse; egli già trionfò nella guerra d'Oriente, ed ora è presso a trionfare nella egualmente pericolosa pace di Parigi.
(Dall'Armonia. 124, 29 maggio 1856).
La rivoluzione esiste nel mondo, anzi esiste in Europa, anzi esiste particolarmente in Italia; ma questi pretendono che stia di casa in un luogo, e quelli in un altro. Facciamo qualche ricerca, e moviamo qualche interrogazione.
Signori plenipotenziari sardi al congresso di Parigi, dove sta di casa la rivoluzione? Essi ci rispondono nella loro. nota indirizzata a lord Clarendon e al conte Walewski il 16 di aprile del 1856: La Sardaigne est le seul État de l'Italie qui ait pu élever une barrière infranchissable à l'esprit révolutionnaire. In tutte le parti d'Italia v'è la rivoluzione, eccetto in Piemonte.
Signor deputato Buffa, dove sta di casa la rivoluzione? Egli ci risponde: «Le condizioni dei vari popoli italiani sono più o meno intollerabili, ma tutte infelici. Ad essi è negata non solo ogni libertà, ma anche quella onesta larghezza, ch'egli stessi governi assoluti oggidì, purché civili, non sogliono negare... Tutto questo non fa che alimentare lo spirito di rivoluzione, che, sorgendo l'occasione,può diventare un grande pericolo, come per l'Europa intiera, cosi più specialmente per noi lo spirito rivoluzionario si manifesta e si svolge in tutti i paesi, dove sono stanziate le truppe austriache».
Il conte di Cavour adunque e il deputato Buffa, uniti insieme, danno piena risposta alla nostra domanda. Il primo dice dove non è la rivoluzione; il secondo dichiara dove si trova. A detta dell'uno non è in Piemonte; a detta dell'altro trovasi nel resto d'Italia.
Ora, interrogati gli uomini, passiamo ad interrogare i fatti.
I primi affermano gratuitamente; i secondi provano senza ammettere replica. Noi non faremo commenti, ma reciteremo soltanto le parole de' giornali.
Il Movimento di Genova del 13 maggio, N° 129, scrive: «Ieri dalle guardie di pubblica sicurezza venne stracciata una carta affissa ad uno dei pilastri del teatro Carlo Felice contenente intimazioni e minacce per ragioni politiche».
Il Cattolico di Genova del 13 maggio, N° 1990: «Ad un banchetto di studenti fu gridato: Viva all'Italia unita, e ieri mattina un po' di gente raccolta intorno al mortaio di Porteria innalzò alcuni gridi più o meno consimili».
Il Diritto del 14 maggio, N° 115, stampa un brano d'una lettera di Genova che dice così: «Ieri sera (12) fu trovato affisso vicino alla Posta un cartello anonimo, minacciarne il console austriaco».
La Maga di Genova dell'8 di maggio, N° 56, scioglie un inno alla signora Marianna, che è l'idolo del suo cuore, e dice: «Quando pensiamo al cavalletto di Roma, alle legnate di Napoli, allo stato d'assedio di Parma, al martirio della Sicilia, ai Croati che governano a Milano, alle migliaia di emigrati e di giustiziati in Italia, a repubblicani francesi deportati a Cajenna ed a Lambessa, ai dolori della Polonia; ai gemiti dell'Ungheria, ai fremiti della Germania, non abbiamo altra speranza che nella signora Marianna».
Ciò che è avvenuto recentemente in Torino ed a noi in ispecie, tutti sanno, e non c'è permesso di scriverlo liberamente. Basti solo ricordare un principio di legalità formolato il 19 di ottobre 1853 dal sig. Gallarini intendente reggente la questura, poiché il conte di Cavour avea avuto egli pure l'onore d'una dimostrazione:
«Atti legali non sono le manifestazioni tumultuose della piazza, e quali se furono represse con energia al primo apparire, lo sarebbero con tutto il rigore assentito dalle leggi qualora si rinnovassero».
Si ricorderanno eziandio le parole, le aspirazioni, i voli fatti testé in Parlamento, ed in ispecie ciò che disse il deputato Valerio nella tornata del 7 di maggio:
«Le nostre parole, le parole del sig. Presidente del Consiglio di tanto pili importanti delle nostre, non istaranno sicuramente chiuse in questo recinto, o serrate nei confini che segna il Ticino... Queste varranno a ridonare coraggio agli animi abbattuti, e faranno audaci gli animi coraggiosi, e l'audacia ed il coraggio che ne verrà ai nostri fratelli del rimanente d'Italia, non istarà lungo tempo senza farsi sentire».
La Gazzetta Austriaca, parlando della famosa Nota, scrive: «La Nota del 16 di aprile sottoscritta dal conte di Cavour e dal marchese Villamarina, è un appello alla rivolta».
Colla Gazzetta Austriaca conviene il Diritto del 28 maggio, N° 126, e dice: «La conseguenza è quella che ne trae la Gazzetta Austriaca, perocché dire ad un popolo come l'Italiano, ancora di vita gagliarda ed indomata: — i tuoi patimenti sono senza nome, i tuoi oppressori senza umanità, né v'ha chi possa toglierti di dosso il giogo, colpa la perfidia dell'Austria, — vuol significare che lo si incita a disperati tentativi, che la legge della propria conservazione consiglia e suggerisce un tenace amore alle proprie tradizioni; vuoi significare infine che gli si addita qual è l'antico, l'inconciliabile avversario d'ogni suo bene — l'Austria —, e gli si dice: INSORGI CONTRO ESSA! Parliamo francamente: è un vero appello alla ricolta».
Aggiungete a questo l'epistolario di Daniele Manin, che stampa in Piemonte, dove dice agli Italiani: Agitatevi, ed agitate. «L'agitazione non è propriamente l'insurrezione, ma la precede e la prepara», e parla di punture di spille, di larghe ferite di spada,esimili; sommate tutto insieme, e molte altre cose, che sarebbe troppo noioso e pericoloso dire, e voi avrete facilissimamente trovato dove stia di casa la rivoluzione.
La rivoluzione sta di casa, dove si può cospirare contro la pace e la tranquillità degli Stati vicini, comandandovi e regolandovi le sommosse, quando coll'aiuto di Note verbali, quando con discorsi pronunziati dalle tribune parlamentari, e quando finalmente con lettere e con articoli di giornali.
La rivoluzione sta di casa, dove i cittadini sono guardati a viste per le loro idee politiche, e minacciati e designati alla vendette coloro che vogliono pensare eolla propria testa, ed hanno il coraggio, nel paese della libertà, di non voler sottostare alle altrui opinioni.
La rivoluzione sta di casa, dove il giornalista non si lascia libero ne' suoi giudizi, ma ode il tumulto presso al suo uffizio, e prima di recarsi davano al tribunale, è obbligato a sostenere un processo sulla pubblica piazza.
La rivoluzione sta di casa, dove il ministro dichiara illegali le manifestazioni tumultuose, che si fanno sotto le proprie finestre, e le vuole represse con tutto il rigore, mentre per contrario tollera le manifestazioni, che han luogo sotto alle finestre altrui.
La rivoluzione sta di casa, dove la natura e gravita dei reati…………...........................................................................................………….
……………………………. trova indulgenza chi porte un titolo, e rigore chi mostra un titolo diverso, qualunque del resto sia la qualità del delitto.
La rivoluzione sta di casa, dove il ministero s'intromette nelle faccende di Stati indipendenti, e pretende, sebben forestiero, di governarli come padrone, sottraendoli al legittimo dominio di chi ha solo il diritto di comandarvi.
La rivoluzione sta di casa, dove si accorda pienissima tolleranza alle società segrete, e vanno impuniti coloro, che, sotto il nome di Marianna, giungono perfino ad invocare la ghigliottina,
La rivoluzione sta di casa, dove i processi contro gli assassini si protraggono a mesi e ad anni, e ad un povero giornale, che descrisse le feste dello Statuto, non si lascia neppur tento tempo per prepararsi alla difesa.
La rivoluzione sta di casa….. E perché dovremo noi continuarci ancora in queste dolorosa enumerazione? Quella Note medesima, che diceva avere il nostro ministero opposto un argine insormontabile allo spirito rivoluzionario è dichiarate dal Diritto stesso un vero appello alla rivolta
(Dall'Armonia, n. 135, 12 giugno 1856).
Tra i giornali, che ci giungono oggi da Londra, uno ve n'ha con questo indirizzo: All'Armonia, giornale Papista. Il giornale è la famosa Eco di Savonarola, morta da un anno, ma risorta nel giugno del 1856. Ascoltiamo dall'Eco la storia della sua morte e della sua risurrezione.
L'Eco di Savonarola ebbe origine nel 1847. «Il numero degli abbonati non è mai giunto a coprire intieratnente le spese.Alla fine d'ogni anno ci siamo sempre trovati con un piccolo deficit. Così di piccolo deficit in piccolo deficit,ne) marzo del 1855 il nostro deficit era montato a lire 70 (sterline)».
L'Eco di Savonarola è scritta da rinnegati italiani. Lo dirige un certo Salvatore Ferretti, e vi pigliano parte Luigi Desanctis, Teodorico Rossetti, e qualche altro della stessa risma. Costoro non trovano amici nemmeno tra le file degli Anglicani; gli stessi protestanti li conoscono e li disprezzano, e dove vive e prospera ogni giornale, essi non riescono a raggranellare tanti abbonati per coprire interamente le spese!
L'Ecomoriva perciò d'inedia nel 1855. Ma risorgeva poi nel giugno del 1856 per un caso che racconta in questo modo: «Un cristiano scozzese, amico d'Italia e degli Italiani, così ci scrive: Vi somministrerò i fondi per pubblicare 4 numeri, cioè L. 40. Non lo farei, se non mi sentissi fiducia nei vostri principii cristiani per il modo conseguente, con cui da sì lungo tempo perorate per la causa della verità, secondo i semplici insegnamenti della Bibbia».
Coll'aiuto adunque delle L. 40 l'Eco è risorta, e i suoi scrittori dicono: «Riprendiamo la sospesa pubblicazione dell'Eco nella speranza, che i nostri lettori vorranno procurarci degli abbonati, onde proseguire quest'opera d'evangelizzazione, e sgravarci a poco a poco dell'insopportabile deficit delle fare 70».Bella cosa è la Bibbia; stupendo il Vangelo e l'Evangelizzazione; ma le lire 70 stanno molto più sul cuore degli apostati dell'Eco!
Noi vogliamo però essere giusti, e confessare che l'Eco di Savonarolaracchiude qualche verità, e involontariamente rende qualche servizio a quel cattolicismo che combatte. Tra i dieci articoli di questo suo primo numero, che ci sta sotto gli occhi, uno ve n'ha, di cui ci affrettiamo a fare tesoro. Esso s'intitola: Movimento Protestante in Italia, ed è scritto dal suo direttore Salvatore Ferretti.
Secondo il quale quattro grandi elementi, ossia quattro partiti generali compongono il movimento protestante in Italia, «e tutti, sebbene con armi diverse e per fini diversi, stati combattendo dai quattro lati il colosso non più temuto del Vaticano». Sono questi il partito antipapale, il partito antipapista, il partito protestante, il partito evangelico.
Il partito antipapale è quello dei nostri moderati. «Coloro che lo compongono, non vogliono che i Papi ritengano il potere temporale, ma lo spirituale soltanto. Riconoscono gli uni in buona fede, gli altri per convenienza, nel Pontefice di Roma il successore degli Apostoli, il Capo della Chiesa, il Vicario di Gesù Cristo,il rappresentante di Dio sulla terra, ma non lo accettano come Monarca.
Il motivo per cui si. oppongono al Papa-re, ei è unicamente perché veggono in lui il più grave ostacolo al conseguimento dell'unità italiana, desiderio divenuto ornai universale fra noi. Per dare al loro scopo politico un po' di tinta religiosa, si avvalgono di tutti quei passi della Bibbia, che condannano il potere temporale dei preti, e sopratutto del celebre detto di Gesti Cristo: H mio regno non è di questo mondo.
Ecco adunque i primi ausiliari de' protestanti in Italia: coloro che combattono il governo temporale del Papa. Lo dice l'Eco di Savonarola, che se he intende. Non monta ch'essi professino devozione al potere spirituale del Pontefice. Accusandolo di opporsi al Vangelo, già si fan protestanti, sottraendo alla Chiesa l'unica autorità di interpretare magistralmente la Bibbia. Né solo aiutano il protestantesimo coloro che combattono il totale dominio del Papa; ma quelli pure che vorrebbero diminuirlo, o nella sua estensione, o nella sua maniera di governo. Imperocché l'indipendenza politica del Papa riflette sulla sua indipendenza religiosa, e, violatala prima, diminuisce anche la seconda, almeno nel concetto de popoli.
Siccome a questa schiera appartengono i nostri ministri, e tutti i loro giornali; cosi la Buona Novella ebbe già a dire, che essi obbediscono ad una direzione più, o meno protestante, che è la sentenza ripetuta in altri termini dall'Eco. E se l'anglicanismo fa buon viso alla nostra politica, non è peraltro motivo, se non perché là soccorre nella sua guerra al Papa. In questo senso spiegaronsi sempre le società protestanti ne' loro indirizzi al nostro governo, tanto che il nostro Re in una sua risposta dovette protestar del contrario.
Noi vorremmo che, queste confessioni aprissero gli occhi a quelli de' nostri concittadini, che sono ancora in buona fede. Badino che la questione politica è ornai inseparabile dalla religiosa, e l'una non serve che di mantello all'altra. Se hanno caro il cattolicismo, si separino per carità da un partito, che lo combatte più o meno apertamente. Un buon cattolico non parlerà mai contro il Romano Pontefice. Forse che non si farebbe coscienza un anglicano di parlar contro la regina Vittoria, od uno scismatico moscovita di prendersela contro lo Czar? E come poi chi professa il cattolicismo, ed è figlio della Chiesa, oserà levarsi contro Pio IX?
Il secondo partito, che favorisce il protestantesimo in Italia, vien chiamato dall'eco di Savonarola partito antipapista. È composto di quelli, che si sono apertamente separati dalla Chiesa Romana. «Costoro odiano a morte il Papismo, e lo combattono con tutte quelle armi, di cui possono provvedersi». Gli antipapali non vogliono il Papa-re, ma dicono di venerarlo Pontefice; gli antipapisti noi riconoscono né Pontefice, né re. Dunque sono essi dichiarati protestanti? No, risponde l'Eco. «A prima vista voi li credereste sinceri protestanti, ma se discorrerete un tantino con essi, se farete loro taluna di quelle domande, che non ammettono risposte oblique, né mezzi termini, voi, oltre al trovarli antipapisti per eccellenza, li troverete parimente increduli per eccellenza». Questo secondo partito, dice l'Eco, è il più numeroso.
Notate bene, che anche costoro favoriscono il protestantesimo, e lo favoriscono senza credere a nulla. Di qui argomentate dell'indole e natura di una setta, la quale si vantaggia dell'incredulità. Le parole scritte dall'eco di Savonarola riduconsi a dire, che come chi combatte il Papa pel suo governo temporale, viene anche a combatterlo nella sua spirituale podestà; così chi lo combatte come re e come Pontefice, è d'ordinario incredulo per eccellenza.
Questo fatto innegabile dimostra il nesso logico che passa tra le verità, per cui negato un vero si giunge a negar l'altro, e a romper quella catena che tiene ferme le menti in qualche cosa di reale e di positivo. Laonde l'errore chiama Terrore, e l'abisso l'abisso. Il freddo cattolico non rispetta il Papa, poi Io combatte re, poi lo disprezza Pontefice, e si getta finalmente nello scetticismo e nella incredulità.
Il partito degli increduli, detti molto saviamente dall'Eco antipapisti, è il più numeroso. E noi aggiungeremo che lo ingrossano d'assai i fautori del protestantesimo, e t nemici del cattolicismo, giacché non v'è termine di mezzo tra Tessere atei, e Tessere cattolici. La ricognizione di un Dio giusto, provvido, onnipotente, vi conduce fino al Papa, e la guerra mossa al Papa vi mena d'errore in errore fino all'ateismo.
La quale sentenza può essere verificata colla pratica, e addentrandosi un po' nell'animo di coloro, i quali sono antipapisti, si conoscerà di leggieri che o essi nulla credono, o vivono come se non credessero nulla.
Il terzo elemento che riconosce in Italia l'Eco di Savonarola, è il partito protestante. Questi la ragionano così: «Noi siamo filosofi, quindi potremmo benissimo fare a meno di religione. Ma il popolo non è filosofo, dunque ha bisogno d'una religione.. La società senza religione non può sussistere. Se all'Italia togliamo il papismo, perché opposto al nostro scopo politico, fa d'uopo che gli sostituiamo qualche altra cosa. Fra tutte le religioni che esistono, il cristianesimo riformato ci sembra la migliore».
Questo, a detta dell'Eco, è il ragionamento dei protestanti in Italia. I quali vogliono rendere il popolo protestante, cioè o valdese o evangelico, perché riconoscono impossibile di lasciarlo incredulo. Se dipendesse da loro, direbbero ai popoli: Non credete nulla. Ma il popolo non essendo filosofo,veggonsi obbligati ad ascriverlo al protestantesimo. Donde risulta, che nel concetto di costoro essere protestanti ed essere increduli vale presso a poco lo stesso; che essi mentiscono, e s'infingono allora quando vogliono pervertire le popolazioni, e che non solo cessarono di essere cattolici, ma anche onesti.
Ecco finalmente il quarto ed ultimo elemento, ed è H partito evangelico,il più piccolo di tutti. Che cosa creda, e che cosa voglia questo partito, il giornale di Londra noi dice. È il partito che esso propugna, e vorrebbe diffuso in Italia. Ma da una stazione missionaria degli Stati Sardi gli scrivono: Sono già 48 mesi che lavoro in questa città, e non abbiamo che quattro persone convertite. «Belle erano le speranze sul principio della mia missione, avendo udienze numerose, e sembrava esservi eccellenti disposizioni, sia nella parte colta della città, sia nelle autorità governative che proteggevano, secondo lo Statuto, a spada tratta l'opera che mi era stata affidata. Ma come tutto si è ora disperso!»
Questa desolazione dell'Eco di Savonarola è molto consolante per noi. Ornai increduli, protestanti, evangelici, riconoscono che è impossibile strappare l'Italia al cattolicismo. Negli Stati Sardi le autorità governative proteggono a spada tratta l'opera loro, ma inutilmente. In 18 mesi hanno fatto quattro proseliti, e che proseliti!
Ora, riassumendo ciò che ha detto l'Eco fin qui, noi ne possiamo dedurre Je seguenti confessioni importantissime: 1° In Italia favoriscono il protestantesimo coloro che combattono il dominio temporale del Papa: 2° Favoriscono in Italia l'incredulità, coloro che vi promuovono il protestantesimo; 3° Sono finti e menzogneri coloro che vorrebbero protestante il nostro popolo, e predicano soltanto l'eterodossia, perché non hanno coraggio di predicare l'ateismo; 4° Gli Evangelici e i Valdesi, quantunque assistiti e protetti a spada tratta dalle autorità governative negli Stati Sardi, pure non riescono a nulla, e le loro' speranze andarono disperse.
Dopo di ciò noi ringraziamo l'Eco di Savonarola d'averci spedito questo suo preziosissimo numero, la ringraziamo d'aver chiamato l'Armonia giornale Papista, e ringraziamo l'Esperodel signor Rattazzi, che ci chiama così sovente giornale del Papa. Gli antipapali e gli antipapisti non sono né cattolici, e neppure protestanti, ma atei, ingannatori, ipocriti che nulla rispettano, nulla credono, e nulla temono. E ohi non crede e non teme Iddio, è incapace di vera onestà e capacissimo di tutto.
(Dall'Armonia n. 156,13 giugno 1856)
Un dispaccio telegrafico di Parigi ieri ci annunziava la carità di quindici mila franchi fatta da Pio IX in vantaggio degli inondati di Francia. Questa notizia ci che argomento di parecchie gravissime considerazioni parte proprie a quest'angelico Pontefice, parte generali al Papato, parte relative alla città di Roma, che noi vogliamo sottomettere al giudizio de' nostri cortesi lettori.
Abbiamo dapprima pensato al gran cuore di Pio IX, vero padre de' fedeli, che tiene in conto di proprie le disgrazie de' figli. Chi può dire a mezzo le opere di beneficenza che compie? Nessun ricorre inutilmente a lui, nessuno piange ai suoi piedi senza dipartirsene consolato. Sebbene egli usi d'ogni industria per nascondere i suoi atti di carità, ad ogni modo sono già tali e tanti, che tutta Roma li conosce in parte e li benedice. Si calcolavano mesi sono a novecento mila scudi romani le elemosine erogate già da Pio IX in danari proprii, ch'egli in buona coscienza potea ritenere per sé. Questa somma è enorme, massime se si considera la ristrettezza della sua lista civile.
Della quale noi abbiamo già parlato, ma molto saviamente quel cattolico e dottissimo uomo, che è il signor Bowver, volle discorrere nella Camera dei Comuni d'Inghilterra il 6 di maggio. Egli disse agli Inglesi chi fosse il Papa, ed il Papa presente. Il Papa tenea spalancate le porte del suo palazzo, Ognuno potea passeggiare attraverso ai suoi magnifici appartamenti, senza essere fermato od altrimenti interrogato.
Nessun altro Sovrano Europeo era meno protetto nella persona che S. Santità, la quale in una recente occasione scese dal Vaticano in S. Pietro seguito da quattro guardie svizzere, e da tre suoi ciambellani, e vi amministrò la comunione a 400 de' suoi sudditi.
Durante il colera, diceva il signor Bowyer, il Papa servì gli ospedali ed assisté ai malati ed ai moribondi ai pari del prete più, umile e devoto. Venne coniata una magnifica medaglia in commemorazione della visita fatta da Pio IX ai colerosi dell'ospedale di S. Spirito, e chiama sugli occhi le lagrime vedere questo grande Pontefice affratellarsi cogli appestati, e benedirne gli ultimi momenti. La medaglia porta la leggenda: Ad Sancti Spiriti lue laborantibus invisit XI kal. sept. a. MDCCCLIV.
La lista civile del Papa, soggiungeva il Bowyer, ammonta a sole 1,500 lire sterline all'anno. E l'Ordine, giornale di Malta, avverte, che è quanto il salario d'un segretario e mezzo dei governo maltese. E qui noi prevediamo una facile obiezione. Ci diranno: come mai Pio IX, che ha sì poco, può aver erogato tanto in opere di carità? Pio IX, egli pure ha goduto della carità cattolica. Un giorno si trovò privo anche di queste 1,500 lire sterline, privo del trono, della patria, ed esule in terra non sua. Ne l'aveano privato coloro, a cui Pio IX aver dato tutto, prima la vita, e poi una parte del suo potere. Allora la carità dei fedeli accorse generosa a sussidiare lo spogliato Pontefice col danaro di San Pietro, ed egli volle spendere in opere di carità ciò che dalla carità gli era provenuto. Sublime alternativa e gara di beneficenza tra il padre ed i figli, che resterà nella storia a lode del secolo nostro memorando per grandi scelleratezze, ma viva Dio! memorando anche per grandi virtù,
Noi Piemontesi abbiamo doveri di riconoscenza verso Pio IX, che a molti de' nostri estende anche la sua carità. V'ha in Roma chi venne espulso dal nostro regno, e spoglialo di tutti quanti i suoi beni in nome delle libere istituzioni. E costui come potrebbe vivere conforme al suo stato, se il Pontefice non sovvenisse costantemente a suoi bisogni? Sì, Pio IX, a cui il nostro ministero negò quella misera offerta, che gli era dovuta a titolo di giustizia, benefica continuamente il Piemonte nella persona de' suoi concittadini; e se mai avvenisse, che i nostri ministri dovessero porgere la mano, noi siamo certi, che il taro primo benefattore sarebbe quel Papa, al cui trono stanno insidiando con tanto livore.
Boom è la città di tutti, e nessuno vi è straniero, come il suo Re è il padre universale, e tutti gli sono figlia e forse più cari i più traviati. In quale altra città trovasi un'istituzione simile quella fondata dal Papa Alessandro VII, che ha per iscopo di visitare nelle locande e negli alberghi i forestieri infermi, soccorrerli di limosine se sieno poveri, prestar loro tutti i servizi onde abbisognano, custodirne le cose per renderle ai parenti ed agli eredi, qualora venissero a morire? Voi andate a Roma, e se vi coglie un'infermità, o ricco o povero, o cattolico o eterodosso, siete certi della maggior assistenza. Il cattolicismo veglierà sa di voi col cuore d'una tenerissima madre. La Chiesa è gelosissima di questa sua ammirabile istituzione, e il cardinal Vicario di Roma Della Porta Rodiant, il 3 agosto del 1841, pubblicava, un editto, minacciando pene contro tutti i locandieri, albergatori ed osti, che tralasciassero di dare avviso quando avessero forestieri inalati.
Per lo che a noi non recò veruna sorpresa la notizia data dal telegrafo, che Pio IX fosse così generosamente accorso in sollievo degli inondati di Francia. È cosa naturale in un Papa, naturalissima in Pio IX, che tanto sente le altrui sventure. I Francesi diedero aiuto a lui esule in Gaeta, ed egli non lardò a sovvenire i Francesi infelici, e l'avrebbe fatto egualmente senza la spedizione di Roma, perché la carità considera soltanto la miseria, e non pensa ad altro. I nostri giornali libertini, che spargono la loro bava sulle cose più auguste, non hanno tardato a calunniare anche questo fatto di Pio IX; ma gli uni operano e scrivono da libertini, e l'altro da Pontefice. Quei tristi non intendono pili in là dell'egoismo, dell'interesse, del calcolo, e in conseguenza bestemmiano quello che non capiscono.
Lasciamoli dunque in disparte abbaiare a loro talento, e ritorniamo alla gran Roma dei Papi. Quantunque un professore progressista in un suo corso circostanziato di geografia abbia tentato di togliere a Roma perfino il Tevere, per darlo al regno di Napoli, tutti sanno però che questo fiume attraversa l'eterna città, e di tanto in tanto la contrista colle sue inondazioni. Tito Livio ne conta dodici nel solo anno di Roma 565. Ma la moderna città v'è meno soggetta, essendo il suo piano di tre a sei metri più alto dell'antica. Talvolta però essa fu vittima degli straripamenti del Tevere, come nel gennaio del 1606, in cui le acque elevaronsi più di 12 metri sopra il pelo ordinario, nel febbraio del 1637, nel novembre del 1660, nel dicembre del 1702, e nel gennaio del 1742. Si può vedere negli Studi statistici su Roma, del conte di Tour non, la storia di queste inondazioni.
Ora la carità cattolica ha pensato ad una istituzione tutta particolare per soccorrere gli inondati. Una distribuzione di pane ai bisognosi ha luogo in Roma quando il Tevere esce dal suo letto. Il segnale del principio di tal dispensa è quando il fiume gonfiatosi per dirotte pioggie o per nevi disciolte, si affaccia dinanzi al Pantheon, e giunge al ciglio della colonnetta all'angolo destro del vestibolo di quel tempio. Allora l'Annona provvede subito il pane, i presidenti ragionari allestiscono carri e barchette, e si reca il pane agli abitanti fuori le porte por tese, ostiense, angelica e flamminia, e se il bisogno lo richiede, per le vie interne del recinto israelitico, di ripetta, dell'ora, e di borgo, e in qualunque altro luogo della città. Finché dura l'inondazione, coloro che trovansi in mezzo alle acque non mancano mai del pane necessario, e nel 1831 e 1836 il pubblico erario vi spese buonissime somme; e v'assegna in media 600 scudi per ogni anno.
Noi non sappiamo se v'abbia qualche cosa di simile in quelle città della Francia, che vanno soggette agli straripamenti de' fiumi. L'imperatore Napoleone nella sua visita in Lione pensò ai provvedimenti da abbracciarsi per impedire nuove inondazioni; ma mentre invocasi l'aiuto dell'arte, se noi scrivessimo in Francia proporremmo l'istituzione di società cattoliche nelle diverse città esposte ai rischi delle inondazioni, affinché lungo l'anno raccogliessero fondi in elemosina da valersene poi all'uopo. E tra i Francesi, così nobili di sentimento e così generosi di roano, tali società prospererebbero, essendo una nuova gloria pel cattolicismo che le inspira, e per Roma che ne che il nobile esempio.
(Dall'Armonia, n. 141, 29 giugno 1856)
«Et vous vous étonnez non je vous donne en exemple le spectacle de l'indépendance et de l'union du clergé, lorsque vous ne nous donner en exemple que le spectacle de votre anarchie !
Est-ce que vous vous entendez entre vous dans la presse, sur la patrie, les élections, l'organisation du travail, les fortifications, renseignement, la presse? Quant a la religion, pour vous c'est la nuit, et pour nous c'est le jour. En fait de religions vous ne savez opposer a la grande Église du Catholicisme que toute sorte de petite Église, qui se culbutent les unes par dessus les autres, et dont chacun de vous est le dieu, le prêtre et l'autel».
CORMENIN – Feu ! Feu !
Il Piemonte dividesi in due parti: la parte cattolica e la libertina. Tutti coloro che non appartengono alla prima, entrano nella seconda. Capo dei cattolici è il Papa, poi vengono i Vescovi, poi i fedeli, che credono ed obbediscono. I libertini non hanno capo, perché sono incapaci di ordine, di governo, di concordia. Noi riputiamo utilissimo dipingere in brevi parole lo spettacolo che presentano le due parti contendenti nel nostro paese.
Il contegno della parte cattolica venne descritto nella circolare ministeriale del 9 di giugno. Quivi si dice che i nostri mostrano un carature sistematico, unito, solidario. Ed è verissimo. Ciò che fa l'Arcivescovo Fransoni in Torino, fa l'Arcivescovo Marongiu in Cagliari. Ciò che fanno amendue, approvano tutti quanti i Vescovi dello Stato. Pio IX parla, è la sua santa parola è legge per tutti. i parrochi senza preventivi accordi s'intendono e predicano lo stesso. I confessori serbano un eguale contegno in qualsiasi parte più remota dello Stato. Una è la loro fede, uno il loro capo, una la loro morale, una la loro pratica. S'intimano ritrattazioni per ogni dove, e si negano concordemente i sacramenti ai contumaci. Migliaia di ecclesiastici che mai non si videro, mai non s'intesero, rispondono ad una voce: non licet. Perfino i giornali cattolici vanno perfettamente d'accordo. Quello che dice l'Echo du Mont-Blanc in Annecy, afferma contemporaneamente il Courrier des Alpes in Ciamberi, l'Armonia in Torino, il Cattolico in Genova, l'Unità in Casale, l'Ichnusain Sardegna. Non mai un dissenso fra toro nelle questioni capitali.
Dissero bene i ministri Rattazzi e Deforesta: il contegno dei cattolici ha un carattere sistematico unito, solidario. Essi trovano nella loro fede un sistema di dottrine, che seguono costantemente, che professano anche a costo della propria vita; e mediamela carità vivono uniti fra loro e solidari, soccorrendosi e difendendosi a vicenda. Non si potea fare di noi e de' nostri migliore elogio, i dee ministri hanno ripetuto de' cattolici Piemontesi quello che fu scritto del cattolici di Gerusalemme: Multitudinis autem credentium erat cor unum et anima una. Oh, sieno ringraziati della cara confessione Deh, che mai e poi mai non si rompa il vincolo della fede e della carità, che ci unisce e ci rende formidabili ai nostri nemici!
Osserviamo invece la parte libertina. Essa non si sa mettere d'accordo né quanto alle dottrine, né quanto alle persone. Tra i cattolici non vi hanno né divisioni, né suddivisioni; e invece tra' libertini questi è repubblicano, quegli moderato; uno segue Manin, l'altro Mazzini; chi vuole casa di Savoia, e chi no. Da una parte s'invoca la diplomazia, dall'altra si maledice. Chi desidera la rivoluzione, chi l'agitazione legale; a costoro piace il presente ministero, coloro vorrebbero vederlo sbalzato dal trono. Nemmeno i tribunali riescono a giudicare concordemente; chi da ragione alla Cassa Ecclesiastica, chi ai conventi; oggi si assolve il parroco di Verrès, domani si condanna; in Savoia si giudica in un modo, e in Torino si sentenzia in modo affatto opposto. La Corte di Cassazione si sbraccia nell'annullare sentenze, e i Magistrati inferiori persistono ne' loro giudizi. L'intendente di Genova non si sa capire con Urbano Rattazzi, e rinunzia. Lorenzo Valerio si oppone a Rattazzi, e lo combatte. Berti e Melegari contraddicono a Lanza e lo proscrivono. Cavour, secondo il Diritto, ha tratto in inganno la nazione. Lanza, secondo il Risorgimento, è nemico della libertà, e Rattazzi non ha convinzioni. Durando, secondò la Gazz. del Popolo,è meschinissimo ministro, e secondo l'Unione, un bigotto, che merita il titolo di Monsignore. Di qui gridasi guerra, di là rìpetesi pace e v'ha perfino chi non vuole né pace, né guerra, Daniele Mania condanna la teoria del pugnale, e al Diritto non ne garba la lettera, e la Gazzetta delle Alpi denunzia Mania come apostata. Ma chi grida agli Italiani: insorgete; v'ha chi loro raccomanda di star tranquilli, e aspettare altri tempi. Alcuni rivoluzionarii dicono ai patrioti. Riparate sogli Apennini per combattervi le guerriglie alla maniera degli Spagnuoli; ed altri rivoluzionali ripetono: le guerriglie non fanno per voi, e sugli Apennini morreste di lame. Melegari e compagni convengono, che s'abbia da dare la libertà d'insegnamento; Borella e Bottero non la vogliono. Valerio e i suoi pretendono l'imposta unica sulla rendita; Cavour è i ministeriali la negano. I plenipotenziari sardi supplicano Francia e Inghilterra di separare le Legazioni dal governo Pontificio, e Massimo d'Azeglio dichiara in Senato, che questa sarebbe la peggior pensata. Il senatore Montezemolo trota agitato il Piemonte, è il Presidente del ministero lo vede e lo dichiara tranquillo. Non s'intendono nemmeno sullo stato del paese, in cui vivono!
I giornali libertini sono cani e gatti. La Gazzetta del Popolo se la piglia contro il giornale di Nicoletto, il giornale di Nicoletto contrai! Risorgimento, il Risorgimento contro l'Espero, l'Espero contro l'Italia e Popolo, l'Italia e Popolo contro l'Unione, l'Unione contro l'Opinione, il Fischietto contro tutti. Si riveggono l'un l'altro le buccie il meglio di questo mondo. Volete sapere, che cosa è la Gazzetta del Popolo? Vi risponderanno, ohe fa schifo; e Brofferio ve la dipingerà nella Voce del progresso. Volete sapere che cosa è il Fischietto? Vi risponderà il professore Mancini, che lo fece bravamente condannare per diffamazione. Volete sapere da chi sia scritta l'Unione, che celebra il venerando Libri? Vi risponderanno il Popolo Sovrano, il Messaggiere Torinese, ed il Risorgimento. La Maga vi parlerà del Corriere Mercantile, e questo della Maga, regalandosi l'un l'altro i migliori epiteti, mentre i buoni, ohe assistono a questa guerra villana di giornali e giornalisti, vi ripeteranno quei due versi d'un noto epigramma:
Questo solo, o lettore, io ti so dire,
Che li credo incapaci di mentire.
Né (meglio trattano i libertini le loro persone. Vincenzo Gioberti chiama Mazzini perpetuo fanciullo, di politica vile e scellerata,il cui nome giungerà aborrito ed esecrato alla posterità, Guerrazzi nella sua Apologia dichiara i mazziniani inetti a creare, e troppo ardenti a distruggere. Secondo Luigi Farini, il demagogo genovese è uomo mediocre, solo potente nel fare il male; secondo Bianchi-Giovini è un ciarlatano; secondo Garibaldi, citato dal Gualterio, è un uomo, che guasta tutto quello che tocca.
Il Risorgimento del conte di Cavour vi dirà, che Bianchi-Giovini è una cosa sola con Mazzini; Enrico Misley vi racconterà come gli mostrasse lo scudiscio; da Brofferio e Bagutti saprete il resto. Viceversa potrete chiedere di Brofferio a Romani, a Bianchi-Giovini ed a Demarchi, che vel dipingeranno di buon inchiostro; mentre Brofferio alla sua volta vi dipingerà e Demarchi e Romani e Govean, e la Gazzetta del Popolo.
Il Rinnovamento civile d'Italia è un classico libro per le pitture che fa degli uomini della rivoluzione. Qui Gioberti chiama Pinelli oscitante, incapace, ostinato, reo dell'eccidio italico. Dice Urbano Battezzi poco veridico, che ha giuocato la patria, il trono e la vita di Carlo Alberto. Appicca al generale Dabormida la taccia di maldicente, raggiratore, amico dell'Austria. Accusa Massimo d'Azeglio d'avere trascurato l'egemonia, gli aiuti, la dignità patria. Rimprovera Melegari di professare opinioni degne d'essere stampate a Vienna, non in Italia; mette Farini a fascio coi dottorelli, che insegnano quel che non sanno, e dichiara che Cavour, puntellando i rovinatoti d'Italia, si rendette partecipe egli stesso di tal ruina.
Ma chi è intanto questo Vincenzo Gioberti, che sparla degli uomini della rivoluzione? Un altro rivoluzionario cel dipinse, e per farne il ritratto più somigliante vi consumò un libro di 372 pagine. È Mauro Macchi, che scrisse Le contraddizioni di Vincenzo Gioberti,dichiarandolo superbo, sleale diffamatore, menzognero.
Andando innanzi noi troveremo Montanelli, che dice Farini spirito acre, passionato, bislacco, sempre violento, e Farini che da del furibondo allo Slerbini; e Pigli, che richiama contro le calunnie del Guerrazzi; e Guerrazzi, che accusa di peculato Pigli, e via discorrendo.
Questo è lo spettacolo, che danno di sé i libertini nel Parlamento, nel giornalismo e ne' libri. Disuniti nel fine, nei mezzi, negli affetti, non sono concordi che nell'ambizione per cui vorrebbero gli uni salire sopra gli altri, e nella guerra che muovono alla Chiesa ed all'ordine. Veri protestanti in politica, vanno soggetti a tutte le fasi ed a tutte le variazioni del protestantesimo, e non si conoscono se non per le loro negazioni, e per le congiure contro la tranquillità degli Stati.
Se fosse vera la sentenza di quell'antico ex privatis odiis respublica crescit, oggimai l'Italia sarebbe la più grande nazione del mondo.
Ma noi crediamo che dall'odio non possa mai nascere l'unione, né dall'anarchia degli spiriti il buon governo degli stati. Noi crediamo che l'Italia non verrà mai grande né rinomata sotto il governo di certuni detti da Gresset
Esprìts bas et jaloux,
Qui se rendent justice en se méprìsant tous.
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(Dall'Armonia n. 139, 17 giugno 1856)
Sotto questo titolo leggiamo nel Cittadino d'Asti del 15 giugno, N° 74: «Poco tempo fa noi riferivamo parecchi fatti esorbitanti di una parte del clero, e domandavamo se, a fronte di essi, il governo poteva tollerare e tacere. Siamo lieti ora di poter dire, che non tollerò e non tacque. Il guardasigilli, con vigoroso e dignitoso linguaggio si rivolse agli avvocati generali, dando loro in proposito le pili energiche istruzioni. Il ministro dell'interno faceva altrettanto cogli intendenti e cogli uffiziali di pubblica sicurezza. Ecco la circolare del ministro Rattazzi, la quale inchiude in sé pur quella del ministro Deforesta:
Torino, 9 giugno 1856.
La condotta di alcuni membri del clero verso il governo e le sua istituzioni torna da qualche tempo ad eccitare l'attenzione del paese.
«Avversa questa parte, fortunatamente non molto numerosa, del clero a tutte quelle leggi che tutelano o rivendicano l'indipendenza del potere civile, e che sono la necessaria conseguenza, l'applicazione e lo svolgimento dello Statuto, va oggi specialmente rivolgendo le sue armi contro coloro, che più o meno direttamente, per ragione dei proprii uffizii e di dovere, presero parte all'esecuzione della legge del 29 maggio 1855.
«Il suo contegno ostile era da principio individuale ed isolalo, sicché doveva bensì deplorarsi dai sinceri amici della religione; ma coi lumi, ond'è ricca la civiltà presente, poteva senza pericolo lasciarsi in noncuranza, tanto più che tale contegno era disapprovato dalla parte più assennata, la quale ben sa come primo apostolato della religione sia quello di predicare colla parola e coll'esempio il rispetto e la sommessione alle leggi. Ha oggi quegli atti di avversione e di ostilità dapprima singolari incominciano ad assumere tale un carattere sistematico, unito e solidario, che riesce affetto intollerabile coll'autonomia e coi diritti del potere civile. Le feste Pasquali e quelle dello Statuto hanno principalmente somministrata l'occasione a questi nuovi atti di ostilità.
«E invero, le relazioni che da varie parti dello Stato pervengono al governo, rivelano tali fatti, a cui l'autorità non può e non deve più rimanere indifferente.
«Or è il rifiuto del battesimo e degli atti, che sono il fondamento e la prova dello Stato civile delle persone, ora è il rifiuto della sepoltura ecclesiastica. Al tribunale della penitenza s'inquietano le coscienze, e si fanno eccitamenti inconciliabili colla qualità e coi doveri delle persone che vi si accostano. Non è la pace delle famiglie rispettata, né si rifugge dall'usufruttuare perfino le domestiche sventure. Coloro che presero parte all'esecuzione della legge, sono additati al letto di morte, e in quei supremi istanti, in cui la mente dell'uomo vacilla, si domandano e s'impongono ritrattazioni manifestamente ingiuriose al governo.
«Neppure la disciplina dell'esercito e della forza pubblica è da certuni rispettata. Stazioni intiere di Carabinieri reali furono respinte dalle pratiche religiose in occorrenza delle feste pasquali, perché obbedendo al dovere, alla voce del superiore, alle leggi proprie, le quali, in caso di rifiuto, loro minacciano la più pronta e la più severa repressione, assistettero gli ufficiali amministrativi alla presa di possesso dei beni dei conventi. In più luoghi il parroco, o con uno o con altro pretesto si è rifiutato d'intervenire personalmente, o d'intuonare i soliti canti in occasione della festa dello Statuto. S'insultano i sentimenti dell'intiera nazione, omettendo frequentemente, e non sempre a caso le preghiere pel capo dello Stato, per quel principe leale e generoso, pella di cui conservazione s'innalzano al Cielo i voti di un popolo intiero.
«Per dirla in breve, ora qua ed ora là, ora con parole ed or con fatti, creando un conflitto tra il cristiano ed il cittadino sotto il manto della religione, ed a nome della Chiesa, si va da quella parte del clero insinuando è promovendo la resistenza agli ordini dell'autorità, la ribellione alle leggi, il disprezzo ed il malcontento contro il governo.
«Ragioni di convenienza, ragioni di dignità, ragioni di necessità sociale, comandano ormai un freno a questo sconsigliato procedere; ed è per ciò che il ministro di grazia e giustizia chiamò sovr'esso con recente circolare l'attenzione dei signori avvocati fiscali generali.
«Le esorbitanze del clero fin dai più remoti tempi furono sempre frenate con energici provvedimenti. Non tutti i mezzi. una volta posti per ciò in opera sono ancora oggidì attuabili. Quelle stesse istituzioni che la parte del clero, alla quale alludiamo, va con tanta pertinacia osteggiando, la proteggono contro qualunque atto meno legale; né sarà mai il governo che vorrà contro chiunque siasi e per qualsivoglia motivo eccedere i confini della legalità, ma egli crede che la nostra legislazione e le tradizioni nostre somministrano ancora i pezzi più che sufficienti a frenare ogni eccesso.
«La legge del 5 luglio 1854, l'articolo 200 del Codice penale, ed il noto rimedio economico dell'appello ab abusu, contemplano quasi tutti i casi e i modi con cui so glionsi manifestare le ostilità lamentate.
«Colla detta legge infatti si puniscono i ministri del culto, i quali, nell'esercizio dei loro ministero, con discorsi o scritti pubblici censurino le leggi dello stato, ovvero provochino alla disobbedienza di esse o degli atti dell'autorità; e con essa si provvede pure perché non siano eseguiti senza l'assenso del governo i provvedimenti vegnenti dall'estero.
«L'art. 200 del Codice penale reprime i discorsi pubblici eccitanti il malcontento, il disprezzo contro il governo e gli scritti o fatti della stessa natura. E la giurisprudenza della Corte di Cassazione spiegata nel processo contro il parroco di Verres, cui s'imputava d'aver rifiutato come padrino l'esattore che aveva concorso alla presa di possesso dei beni di quel convento, non permette più di dubitare che la disposizione di quest'articolo, appunto perché generale ed assoluta, e perché tende evidentemente a mantenere il rispetto e l'obbedienza all'autorità ed alle leggi, obblighi tutti i cittadini senza differenza di classi, di uffici, o di gradi. Né fa d'uopo che il fatto o Io scritto, con cui s'infrange il divieto della legge, sieno pubblici come il discorso; e il rifiuto in ispecie di fare un atto del proprio ministero qualunque siasi, o di ammettere altri nell'esercizio di un diritto o all'adempimento di un dovere, è meritamente considerato come un fatto e come un'infrazione al detto articolo del Codice penale.
«Finalmente l'appello ab abusu viene in sussidio alla legge penale per reprimere tutti quegli eccessi e quegli attentati alla sovranità civile che, comunque non sieno reato secondo le leggi ordinarie, pure non sono mai da sopportarsi in nessun tempo e da nessun governo.
«Nulla dunque può sfuggire all'azione della giustizia, e si hanno sempre in pronto le armi legali per reprimere ogni aggressione.
«Grave ella è questa condizione di cose, doloroso è il dovere che la medesima impone; ma il governo né può, né deve, né vuole venir meno al proprio compito. perciò suo intendimento che si proceda energicamente ogni qualvolta ne ò offerta l'occasione.
«Appena occorre poi di avvertire che, se è volontà ben decisa del governo che non si soffrano attacchi di aorta contro le leggi dello Stato e l'autorità del governo, ò però del pari intenzione sua che la religione e di ministri dell'altare sieno rispettati da chiunque, e che ricevano dalle nostre leggi e dai nostri magistrati tutta quella protezione che loro è accordata pel libero e tranquillo esercizio del sacro ministero.
«Il governo riprova il sacerdote, il quale, trascendendo i limiti della propria missione, condanna o censura le leggi, attenta ai diritti del potere, perturba le famiglie o l'ordine sociale; ma egli a sua volta non vuole mai che s'invada il campo puramente dommatico e spirituale. Quel confine, oltre il quale l'autorità religiosa non può faro un passo senza offendere le leggi e gl'inviolabili diritti dello Stato, deve egualmente esistere per l'autorità civile in faccia alla Chiesa.
Le surriferite considerazioni faceva il Guardasigilli a signori avvocati fiscali generali, invitandoli a dare in proposito le più particolari ed appropriate istruzioni agli avvocati fiscali;
«All'oggetto poi che le autorità amministrative e politiche vengano in sussidio alle autorità giudiziarie, si presero dal ministero di grazia e giustizia gK opportuni concerti collo scrivente; e quindi il ministero interni credette opportuno di recare a cognizione dei signori intendenti, sindaci ed altri uffiziali di pubblica sicurezza i savi rilievi come sovra svolti dal Guardasigilli, affinché servano di norma seconda dei casi.
«Pertanto i signori intendenti faranno sollecitamente conoscere ai sindaci ed altri uffiziali di polizia giudiziaria tali disposizioni con invito di vegliare con tutto lo zelo all'applicazione dei principii sovra accennati.
«I signori intendenti dal loro canto procureranno per tale fatto di tenersi nel massimo possibile accordo coi signori avvocati fiscali, sicché dall'attività non mai sia disgiunta la prudenza e riserva, che sono necessario in questa delicata materia.
«Occorrendo qualche dubbio, si rivolgeranno al ministero per le opportune istruzioni, e daranno un cenno di aver ricevuto la presente».
Poche parole di commento, giacché il fisco non ci permetterebbe scriverne di più. I Siccardi ed i Sfanno resero un servizio segnalato al ministero. Il signor Rattazzi non tardò ad invocare la giurisprudenza della Corte di Cassazione!
Lagnasi il ministro dei sacerdoti, che al tribunale della penitenza inquietano le coscienze. Vorrebbe il signor Rattazzi avere la bontà di scrivere un elenco dei casi riservati al ministero, e dei casi in cui i parrochi in Piemonte possono dare o negare l'assoluzione?
Ciò che fanno i preti tra noi, a detta del signor Rattazzi, non è individuale ed isolato ma ha un certo carattere sistematico, unito, solidario. Noi vorremmo, che s'interpretasse l'unanimitàdel clero come suole interpretarsi l'unanimità del Parlamento.
Il signor Rattazzi si lagna, perché stazioni intere di carabinieri furono respinte dalle pratiche religiose in occasione delle feste pasquali.
Farebbe bene il signor ministro a mandare ai parrochi la nota di coloro, che si debbono ammettere di necessità alla comunione pasquale.
Il signor Rattazzi accusa il clero d'avere creato un conflitto tra il cristiano ed il cittadino. Questo conflitto non esisteva qualche tempo fa, e non sappiamo che cosa facesse il clero per crearlo. Se oggidì esiste, si cerchi altrove, chi l'abbia creato.
Il signor Rattazzi raccomanda il noto rimedio economico del?appelloab abusu. Un ministro liberale, che parla di rimedio economico! Saremmo curiosi di vedere come si applicherà in una causa di negata assoluzione 1 11 fisco potrà procedere con coraggio, perché l'accusato non dirà mai una parola in sua difesa.
Ora viene il bello. È volontà ben decisa del governo, che i ministri dell'altare sieno rispettati da chiunque, e che ricevano dalle nostre leggi e dai nostri magistrati tutta quella protezione che loro è accordata pel libero e tranquillo esercizio del sacro ministero.
Se il ministero volesse sinceramente che i ministri dell'altarefossero rispettati, darebbe buon esempio, e li rispetterebbe. Non li rispetta quando li fa codiare dalla polizia.
Se il ministero volesse che i ministri dell'altare fossero liberi nell'esercizio del sacro ministero, non s'immischierebbe in ciò che fanno, amministrando il Battesimo, la Penitenza, e predicando la parola di Dio; in breve, non avrebbe pubblicato la sua circolate.
Noi ne appelliamo al conte di Cavour. Chiediamo a lui se gli par liberale il procedere del suo collega; gli chiediamo se lo reputa vantaggioso al Piemonte ed Alla libertà. Voi, signor conte di Cavour, voi stesso chiamiamo giudice della circolare del signor Rattazzi. Avete mai visto in Inghilterra qualche cosa di simile?
Prima di finire vogliamo congratularci col nostro clero, non già perché abbia violato la legge dello Stato, ohe questa è una calunnia, ma di avere osservato concordemente le leggi della Chiesa.
Coraggio, sacerdoti di Dio! Unitevi coi Vescovi, obbedite al Sommo Pontefice nell'esercizio del vostro spirituale ministero, e confidate nella Provvidenza; ecce judex ad januam assistit. (Jaeobi Ep, cap. V, vero. 9).
(Dall'Armonia, n. 144, 22 giugno 1856)
Chi l'avrebbe creduto mai? Dopo nove anni di libertà s'invoca in Piemonte un rimedio economico. E chi l'invoca? Il liberalissimo ministro Rattazzi. E quando l'invoca? In un momento, in cui più si grida contro i giudizi economia del ducato di Parma! Si, un ministro liberale in questi giorni, in questo paese, raccomanda alla polizia il noto rimedio economico dell'appello ab abusu! E la stampa liberale più assennata, a detta dell'Impero, applaude!
Noi crediamo, che l'appello ab abusu sia già stato abbastanza confutato nella stessa circolare del signor Rattazzi. È un rimedio economico, «ciò basta per dover conchiudere, che non può esistere sotto un governo costituzionale. Rimedio economico vuoi dire un'eccezione alla legge, e la legge non può patire eccezioni, dove è uguale per tutti. Rimedio economico significa difetto delle volute guarentigie per gli accusati, e questo difetto è assurdo dove si godono le guarentigie costituzionali. Rimedio economico nei giudizi vale economia di giustizia, come dicevasi nel 1848 nella Camera dei Deputati, ed è assurdo, che in uno Stato modello si faccia economia di giustizia, mentre non si fa economia di denaro. Rimedio economico significa qualche cosa di simile a legge stataria, a stato d'assedio, ed indica un governo tirannico. L'appello ab abusu è un rimedio economico; dunque è assurdo.
Confortiamo questa nostra asserzione con due autorità, che non ammettono replica. Sia l'una l'avvocato Persoglio, e l'altra l'ex-ministro Siccardi.
L'avvocato Persoglio, in una circolare confidenziale indirizzata agli avvocati fiscali sotto la data del 5 di maggio 1850, scriveva: «Nei giudizi criminali la norma unica da seguirsi è quella tracciata dal Codice di procedura criminale... Da nessun altro fonte si possono attingere le regole di condotta salvo dalle disposizioni del Codice di procedura criminale, e dalla legge sulla stampa, quando si tratti di reato di stampa, perché fuori della legge non vi è più legalità».
L'appello per ad abusu è fuori della legge, giacché, al dir del medesimo signor Rattazzi, è un rimedio economico, cioè un rimedio extralegale. Dove il nostro Codice di procedura traccia le norme per giudicare il confessore che nega l'assoluzione, o il parroco che non ammette alla comunione pasquale? Dunque, a giudizio dell'avv. Persoglio, è un'assurdità sotto il nostro governo. Confrontate di fatto colla circolare Persoglio la circolare Rattazzi. Nulla di più chiaro ed evidente per mettere in mostra la tristizia de' libertini.
La circolare Rattazzi dice: «l'appello ab abusu viene in sussidio alla legge penale per reprimere tutti quegli eccessi e quegli attentati alla sovranità civile, che, comunque non siano reato secondo le leggi ordinarie, pure non sono mai da sopportarsi in nessun tempo e da nessun governo».
Ma se al dir del Persoglio da nessun altro fonte si possono attingere le regole di condotta salvo dalle disposizioni del Codice, come mai, signor Rattazzi, invocate un sussidio alla legge penale?Dunque non basta in Piemonte sfuggire alle leggi penali? Vi sono dei sussidii per «istigare chi non piace ai ministri? E in questo beato paese si castigano anche quegli atti che non sono reato secondo le leggi ordinarie? E come si chiama ciò se non arbitrio e dispotismo?
Ora ascoltiamo l'ex-ministro Siccardi. Egli perorava in Senato il 5 di aprile 1850 in favore della sua legge, che pretendeva propizia ai chierici, e dicea cosi:
«Ma vi ha di pia, o signori: questa legge non è solamente opportuna, è necessaria. E qui vi prego di andare persuasi che il mio pensiero è alienissimo dal recare una qualunque benché menoma offesa alla dignità del clero. Ma quando ai parla di leggi e di governo, è impossibile di non parlare altresì di repressione. Or bene, il clero si trova a questo riguardo, presso di noi, in una condizione del tulio anormale, dissimile da quella, io cui siasi trovato giammai in questa monarchia.
«Prima dello Statuto la legalità non colpiva sempre gli ecclesiastici, ma il potere economico li poteva colpire sempre. È cosa singolare, o signori; le immunità, che sottraevano un ecclesiastico all'azione della giustizia civile, non lo proteggevano contro gli arbitrii del potere, ed ima carcerazione che non poteva essere infinta colle solennità di un giudizio da un tribunale civile, veniva ordinata, e talora a tempo indeterminato, con un provvedimento economico. Si diceva in allora che si voleva evitare lo scandalo, come se Io scandalo stesse nella pena e non nel delitto, e specialmente nel delitto impunito.
«Era questa in allora quasi una necessità legale. Siccome a governare bene o male è indispensabile qualche mezzo di repressione, quando mancavano i mezzi legali, sj ricorreva a' mezzi economici. Ora non si potrebbero adoperare questi mezzi senza una flagrante violazione dello Statuto; e noi francamente e lealmente applichiamo agli ecclesiastici le franchigie da quello statuite. Non è men vero però che in questa condizione di cose vi ha una lacuna, e questa lacuna sarà riempita colla legge di diritto comune, che è presentata alle vostre deliberazioni»,
Il noto rimedio economico è dunque qui condannato solennemente dal signor Siccardi, Dopo la sua legge il potere economico non può più colpire i chierici; non può più essere permesso in Piemonte un provvedimento economico. La legge Siccardi ha messo il clero sotto il diritto comune, dunque ha abolito l'appello ab abusu, che, a detta del signor Rattazzi, è un rimedio economico.
Questo rimedio economico è frutto del più sfrenato assolutismo. Chi io ammette, dee riconoscere le massime da cui deriva. Avete il coraggio di ammetterle queste massime, signori ministri?
Udite. Nella Spagna il re Alfonso pretendea di avere il diritto dell'appello ab abusu; ma prima dichiarava que el Rev es vicario de Dios en el imperio. Siete pronti, o ministri, ad ammettere questo principio assoluto di diritto divino?
Soggiungeva il re Alfonso, che non dipendeva da nessuno, por que segun natura el signorio no quiere compañero. Che ve ne pare? Siete pronti ad abolire lo Statuto, per cui il Re si associò compagno nella sua signoria il Parlamento?
L'appello ab abusu, secondo Salgado, era qualitas infixa ossibus ac substantiae diadematis. Vi piace questo diadema in carne ed ossa! Siete pronti ad ammettere i principii del Salgado, e le sue dottrine sulla monarchia?
Il noto rimedio economico derivava dalla massima di Luigi XIV, che il Renon dipenda da altri che da Dio e dalla sua spada. Vi garba questo assioma?0 voi l'accettate, e allora addio a' grandiprincipii del 1789! Eccoci alla monarchia assoluta di Francesco I e d'Enrico II. 0 lo rigettate, e il vostro appello ab abusu cade da sé.
Che se volete rinunziare alle libertà costituzionali, e ritornarci a' tempi d'Emanuele Filiberto, siate almeno giusti, e dateci intero il regolamento del 3 di aprile 1560. Sapete che cosa diceva il paragrafo 1° di questo regolamento? Diceva che le appellazioni ab abusu «peuvent avoir lieu, non seulement si la juridiction ecclésiastique entreprend sur la laïque, mais même lorsque la laïque entreprend sur l'ecclésiastique». Siete pronti, o signori, a sottomettere ad un Concilio ecumenico le vostre leggi d'imposta? Se no, e perché volete sottomettere al giudizio dei tribunali civili le leggi della Chiesa? Dunque non vi troveremo mai logici, mai leali? Farete sempre e dovunque monopolio di tutto, monopolio dell'insegnamento, monopolio della giustizia, monopolio della libertà?
Spesso s'accusa il clero di non paleggiare pei governi costituzionali, d'avere, per esempio, maledetto il governo di Luigi Filippo, e di benedire il governo di Napoleone III. E forse che il clero non ha molta ragione? Badate come fu tormentato in Francia negli anni costituzionali di Luigi Filippo.
Al 25 settembre 1830 appello per abuso contro il Desservant di Frèche, per avere celebrato un matrimonio. Al 16 dicembre dello stesso anno affare Pezeux per rifiuto di Sacramenti. Al 28 marzo 1831 affare Casaulong per rifiuto dì battesimo. Al 15 di luglio 1832 affare Lienhart per una sentenza d'interdetto. Al 7 novembre 1834 affare Droz, e sua destituzione da curato. Al 16 novembre 1835 rivocazione del vicario Martin dalle sue funzioni. Al 4 febbraio, 16 marzo, 9 agosto condanna di altri curati, per aver esercitato liberamente il proprio ministero. Al 27 di marzo 1837 condanna dell'Arcivescovo di Parigi. Al 21 dicembre del 1838 condanna del Vescovo di Clermont, che rifiuta la sepoltura al conte di Montlosier. Al 9 di marzo del 1845 la famosa condanna del Cardinale di Bonald. E così si continua d'anno in anno fino al 1847, in cui si condannano a questo modo il curato di Thann, e il Desservant di Dampière.
Quaranta processi economici contro il clero per appello ab abusu furono girati a' Vescovi ed ai preti francesi sotto il costituzionale governo di Luigi Filippo. Cormenin e Dupin ne hanno levato la lista. E sotto il governo di Napoleone III quanti processi v'ebbero di questo genere? Quale meraviglia adunque che il primo fosse detestato, e benedetto il secondo?
Volete che il clero benedica in Piemonte le libere istituzioni e canti il Te Deum di cuore? Non lo spogliate, non Io infamate, non lo perseguitate. Fategli vedere la differenza che corre tra i tempi passati e i presenti. Introducetelo nel banchetto della libertà, e lasciatelo libero di fare il bene, come lasciate liberi tanti nel fare il male.
(Dall'Armonia, n. 145, 24 giugno 1856)
«Io sono riconoscentissimo a Sua Santità il Papa Pio IX perché egli si compiacque d'essere patrino del figlio, che la Provvidenza mi ha accordato. Domandandogli questa grazia ho voluto chiamare in modo speciale sopra mio figlio e sulla Francia la protezione del Cielo. lo so che uno dei mezzi più sicuri per meritarla, si è d'attestare tutta la mia venerazione per il Santo Padre, che è il rappresentante di Gesti Cristo sulla terra.
Così parlava Luigi Napoleone III, imperatore dei Francesi, al Cardinale Costantino Patrizi, il 13 di giugno 1856 in pubblica udienza.
«Vi ringrazio, o illustri Prelati, di quanto operaste nelle vostre conferenze in vantaggio della Chiesa e dello Stato. Vi prometto, come bo già promesso al Papa ed a Dio l'osservanza fedele del Concordato, e fo voti, che i popoli possano godere dei beni temporali senza perdere i beni spirituali!».
Cosi parlava Francesco Giuseppe, imperatore d'Austria, ai Vescovi austriaci raccolti a Vienna il 16 di giugno 1856 nell'udienza di congedo.
«Le esorbitanze del clero, fio dai più remoti tempi, furono sempre frenate con energici provvedimenti. La legge del 5 luglio 1854, l'art. 200 del Codice penale, ed il noto rimedio economico dell'appello ab abusu, contemplano quasi tutti i casi, li governo né può, né deve, né vuole venir meno al proprio compito: «perciò suo intendimento, che si proceda energicamente ogni qual volta ne è offerta l'occasione».
Cosi parlava Urbano Rattazzi ministro dell'interno in Piemonte agli sgherri della polizia sotto il giorno 9 di giugno sguinzagliandoli contro i Vescovi, i parrochi, i confessori, i predicatori.
L'imperatore dei Francesi potente e grande si inchina a Pio IX, reputa una grazia segnalata l'averlo avuto a patrino di suo figlio, proclama l'intervento della Provvidenza nei casi di quaggiù, invoca sulla propria famiglia la protezione del Cielo, e attesta la sua venerazione al Vicario di Gesù Cristo sulla terra. E Napoleone parla cosi, perché è potente e grande.
L'imperatore d'Austria riconosce i diritti della Chiesa, corregge gli errori de' suoi predecessori, chiama i Vescovi in Vienna, e loro commette l'ordinamento delle cose ecclesiastiche, li accoglie con riverenza, li congeda con affettuosa venerazione, e loro promette fedeltà alla data parola, e dichiara che la felicità temporale dei popoli dee andare congiunta colla loro spirituale santificazione. E Francesco Giuseppe parla così perché è grande e potente.
Il ministro dell'interno in Piemonte calunnia i chierici, cerca di renderli odiati dal popolo, li consegna alle fiere del giornalismo, alle ire ed alle vendette de' proprii nemici, toglie ai parrochi la libertà de' sacramenti e della parola, s'addentra perfino ne' recessi del confessionale, comanda assoluzioni sacrileghe, invoca rimedi economici, e consegna alla polizia Vescovi e preti. E Urbano Rattazzi parla cosi, perché è debole e piccolo.
L'empietà indica sempre bassezza d'animo, e la persecuzione contro l'inerme significa debolezza di braccio, di mente e di cuore. L'imperatore dei Francesi ba saputo vincere la Russia, smantellare Sebastopoli, conquidere la rivoluzione, schiacciare il parlamentarismo, e uno ad uno strascinare riverenti al suo trono i suoi nemici. Egli vede Inghilterra e Sardegna genuflettere davanti a lui, e implorare mercé, dopo avere tanto bestemmiato il 2 dicembre. E quest'uomo in mezzo a tanta gloria, a tanta potenza, a tanta cortigianeria, venera il Santo Padre, che è il rappresentante di Gesù Cristo sulla terra.
Francesco Giuseppe ha saputo riordinare uno Stato immenso, sconvolto dalla rivoluzione e dal febronianismo, vincere schiere innumerevoli di pregiudizi inveterati, trionfare nella guerra d'Oriente senza trarre un colpo di fucile e perdere un uomo solo, sedere per tanti mesi arbitro della pace e della guerra, riconciliare le più ostili Potenze d'Europa, mettere un termine allo sconsigliato spargimento di sangue e di denaro, e nel colmo della sua gloria e del suo potere s'inchina al Papa, ne riconosce i diritti, e vuole accordare ai suoi popoli i beni temporali senza che perdano gli spirituali.
Urbano Rattazzi, che ha sulla fronte il marchio di Novara, e presso i buoni e gli onesti la rinomanza che merita, Urbano Rattazzi, che non sa liberare il Piemonte nemmeno dal ladri e dagli assassini, che vede sotto il suo ministero popolarsi sempre più le prigioni; che sente i fischi non solo degli uomini antichi, ma anche de' nuovi;che è riuscito a scandolezzare perfino il Risorgimento, e a chiamarsene addosso le torsolate, ebbene egli vuoi rendersi celebre col contristare di bel nuovo il Santo Padre, coll'inferocire contro a' poveri parrochi, inermi, spogliati, ricchi solo di zelo, di pazienza e di carità.
Anime piccole! Quando rientrerete in voi stesse per fare senno una volta? Credete voi di durare a lungo, perché avete il coraggio della persecuzione e l'impudenza dell'empietà? Oh via, cantate trionfo, perché sapeste affliggere il Pontefice, e lacerare l'anima di vostro Padre! Andate pettoruti per le vie, perché in questi momenti trovaste ancora il mezzo di bestemmiare Iddio, e crocifiggere Gesti Cristo nella persona de' suoi sacerdoti! Napoleone vi mostra Sebastopoli caduta. Francesco Giuseppe v'additala pace conchiusa, e voi mostrate una circolare alla polizia contrai preti. Voi v'illustrate smantellando la sacristi a, penetrando nei confessionali, invadendo i pulpiti. Queste sono le vostre viatorie, e per conseguirle abbisognate ancora di rimedi economici!
Ognun vede l'enorme differenza che passa tra il procedere de' grandi imperatori e de' piccoli nostri ministri, ed ognuno ne sente il perché. Erostrato, non sapendo altrimenti procacciarsi fama, incendiava il tempio di Diana in Efeso. Si vuole ad ogni costo far parlare di noi, e non potendo riuscirvi colle grandi imprese, si cerca d'ottenere l'intento colle solenni ingiustizie. Il clero è condannato a pagare le spese di alcuni bimbi che nabissano, ed a servir di sgabello alle loro vanità. Ma almeno non si rimproveri questo clero, se in mezzo alle sue amarezze ed a' suoi dolori getta uno sguardo sugli imperi francese ed austriaco, e si compiace che là regnino due imperatori amici alla Chiesa, e benedetti da Pio, e fa voti per la prosperità de' loro Stati e delle loro persone. Il clero, lo dicemmo già tante volte, non parteggia per veruna maniera di governo, e si acconcia a tutti, purché buoni. E la loro bontà argomenta unicamente dalla bontà degli uomini che governano, e dalla libertà che accordano alla Chiesa. Perciò canta di gran cuore il Te Deum nel tempio di Nostra Donna di Parigi, ed in quello di S. Stefano di Vienna. Ma in S. Giovanni di Torino non può cantare il Te Deum, se non pensando che anche le tribolazioni dipendono da Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola; non può cantarlo se non ricordando la pazienza di Giobbe, e com'egli benedicesse il Signore anche in mezzo alle calunnie ed alla miseria.
(Dall’Armonia, n. 145, 25 giugno 1856)
La medaglia a Cavour e l'indirizzo dei Romani. — Secondo il Risorgimento del 22 giugno, i Romani hanno offerto a Cavour una medaglia e un indirizzo: «La medaglia d'oro di grande dimensione ha da un lato il ritratto del conte di Cavour, e nell'esergo ha la seguente iscrizione: — Per la difesa — dei popoli italiani oppressi — assunta— nel Consiglio di Parigi — Roma riconoscente». L'indirizzo poi, secondo il Risorgimento, era concepito così!
«Eccellenza,
Quando con la firma di un trattato il Piemonte entrava nella lega occidentale per opera vostra, noi fummo persuasi, che l'ardito divisamento era mosso da alte ragioni e sperammo che giovasse all'Italia, conoscendo che l'Italia v'era nel cuore.
«Noi seguimmo con inquieto amore le armi piemontesi in Crimea, ed allorquando, combattendo da forti, fecero onorata fra genti straniere la bandiera d'Italia, noi palpitammo di gioia, e inorgoglimmo delle laudi tributate a quei prodi perché italiani.
«Ora poi, che in forza di un diritto acquistato a prezzo di sangue sedeste tra coloro che reggono le sorti d'Europa, rappresentaste degnamente, non che il Piemonte, l'intera nazione, facendo udire per la prima volta in un consesso di potenti il sacro nome d'Italia, e protestando altamente per i suoi conculcati diritti.
«Roma, fidando nell'iniziativa del Piemonte per l'italica rigenerazione, applaude ai vostri sforzi fatti a prò della patria comune; e sentendosi degna di aspirare a quel civile governo, che per indole, genio e senno politico all'intera nazione si conviene, desidera che i mezzi scelti dall'avveduto diplomatico affrettino il compimento de' voti dell'italiano cittadino.
«E a testimonio durevole del glorioso avvenimento Roma v'invia una medaglia, che rammenti ai posteri il nostro generoso operato. Accettatela, non come un premio pari al merito vostro, ma come segno della nostra riconoscenza,
«Roma, 43 giugno 1856.
«I Romani».
Noi potremmo qui seguire l'esempio del Risorgimento e dirgli che mostri l'originale. Ma essendoci burlati altra volta di questa pretesa nei signori del Risorgimento, non vogliamo al;erto contraddirci, imitandoli. Soltanto ci affretteremo a pubblicare la seguente protesta, la quale por lo meno vale tanto quanto l'indirizzo del Risorgimento.
Protesta
I nemici del Papa sono i nemici di Roma e dei Romani. Noi ricordiamo ancora la cattività babilonica, l'occupazione francese, la repubblica del 1849. Il trasferimento della Sede apostolica in Avignone diminuì la popolazione di Roma sotto i 35m. abitanti.
L'invasione francese ne fece una città di provincia, e da 165m. abitanti la ridusse a 123 mila. Prima della repubblica noi eravamo 479m., e nel 1849 appena 166m. Chi combatte il Papato, combatte Roma, la sua tranquillità, la sua prosperità, il suo lustro. Epperò protestiamo contro il conte di Cavour, che osò immischiarsi in casa nostra, protestiamo contro i suoi progetti di separazione, francamente gli diciamo,che se i Piemontesi amano le sue delizie e le sue quattordici imposte, non le amano certamente
I ROMANI
Roma, 12 giugno 1856.
(Dall'Armonia, n. 149, 29 giugno 1856)
Ieri ricorreva la festa di S. Massimo, il grande Apostolo di Torino, il nostro vero rigeneratore, e, secondo il solito, celebravasi solennemente nella nuova parrocchia di Borgo Nuovo, intitolata al santo Vescovo. Noi in quel giorno abbiamo aperto le omelie di san Massimo, raccolte per cura di Pio VI, e dedicate da questo Pontefice a Vittorio Amedeo III, e v'abbiano fatto sopra un po' di lettura, e se i nostri concittadini cel permettono, diremo loro liberamente ciò che abbiam letto, e ciò che abbiamo pensato.
Leggendo dei Torinesi antichi, e pensando ai Torinesi moderni, ne abbiamo fatto un po' di confronto; abbiamo paragonato cioè i figli coi padri, e trovato, che se i padri erano buoni, i figli sono tre volte buoni; e che Torino fu ed è sempre quale la dipingeva Giuseppe Scaligero:
Terra ferax, gens laeta hilurisque, addicta choreis,
Nil curans quidquid crastina luna ferat.
I Torinesi antichi avevano in costume di mascherarsi. San Massimo, nella sua omelia in Kalend. Jan., si scatena contro questa pratica, e dice: «Quale vanità più intollerabile che difformare quel volto, che si degnò il Signore Iddio fabbricare colle proprie mani?» I Torinesi moderni tollerano un po' troppo le maschere, e credono a chi s'acconcia una faccia da liberale, da democratico, da patriota, mentre in suo cuore bestemmia la (patria, il popolo, la libertà.
I Torinesi antichi erano dati all'idolatria, e veneravano gli Dei falsi e bugiardi; anzi quantunque convertiti a Cristo, nelle loro case e campagne conservavano gli Idoli. Del che a buon diritto sdegnavasi san Massimo nella sua omelia: De idoli tollendis de propriis possessionibus. E noi pensiamo, che quell'omelia potrebbe ancora oggidì venir recitata dal pulpito di san Giovanni, giacché un'altra idolatria domina in Torino, l'idolatria degli uomini, ne' quali troppo si crede, l'idolatria delle speculazioni, l'idolatria delle sibille magnetiche che s'interrogano, l'idolatria delle tavole parlanti che si consultano.
Ne' sacrifici che gli antichi Torinesi facevano ai loro idoli, il sacrificatore colla testa piena di vino trinciava con affilato coltello le proprie carni, sperando che l'idolo sarebbe verso lui tanto più pietoso, quanto più egli si dimostrasse crudele verso se stesso. S. Massimo ci dipinge questo insensato, nudo il petto e le braccia, coperte col pallio le coscie, con in mano un gran coltello, sicché egli avea più l'aria di gladiatore che di sacerdote.
Ebbene, non ridiamo de' nostri padri. Anche i figli per sacrificare agli idoli politici oggidì si svenano crudelmente, o si lasciano svenare, e non hanno una parola da proferire contro l'indegno sacrifizio che si fa della propria patria!
I Torinesi antichi lasciavano fare essi pure, ed in vista di molte iniquità e persecuzioni serbavano un vergognoso silenzio. S. Massimo in alcune omelie che disse ad onore de' santi Alessandro, Sisinio e Martirio, trucidati dai villani idolatri presso a Trento, acremente rimproverolli di tanta indolenza, esortandoli ad imitare que' Santi, e dicendo loro, che col tacere si rendevano colpevoli, se non col fare il male, almeno coll'assentirvi dissimulandolo. «Né vale il dire, soggiungeva il santo Prelato, che ciò a voi non s'appartiene; imperocché la causa di Dio è causa di tutti, onde ne viene, che il peccato di uno è punito in molti, ed il male dagli altri commesso tocca voi, mentre racchiudesi nella vostra coscienza».
Si lamenta S. Massimo in queste omelie, perché nella sua Torino sieno più obbediti i comandi de principi che quelli di Dio, vedendosi che più può il terrore degli editti di quelli che la devozione dell'Altissimo. E sul conchiudere da una buona strigliata ai magistrati, i quali, da quanto pare, in quei tempi barbari e feroci pigliavansi poco a cuore la causa della religione.
Contro gli eretici, che infestavano queste nostre contrade, tuonava San Massimo colla voce, ed impugnava la penna: voce tonat, calamo fulgurat, come dice un'antica iscrizione, ed inseguiva Gioviniano, Vigilanzio, Nestorio, Eutiche, Pelagio, confutandone gli errori, e screditandone le persone. Né ci venne mai fatto di leggere, che gli antichi Torinesi lo trovassero troppo acre, o gli raccomandassero di essere più moderato. Lo zelo della Casa di Dio divoravalo, ed egli gridava contro i lupi usciti a disperdere ed uccidere la sua greggia; né ci consta; che S. Massimo sia mai stato condannato per appello ab abusu.
Eppure egli disse un intero sermone per ispiegare quelle parole di Cristo: Rendete a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio. ciò che è di Dio; osservando che molti sogliono scusare i proprii peccati a titolo del loro uffizio; scusa meschinissima, poiché, quando altro comandano gli uomini, ed altro Iddio, a Dio e non agli uomini convien obbedire.
Tra gli scritti di S. Massimo, uno dei più importanti è la sua orazione De defectu lunae. Eccone l'occasione e l'argomento.
Un giorno S. Massimo avea predicato un'efficace sermone contro l'avarizia. Ritiratosi in casa, dove attendeva allo studio ed all'orazione, sente a due ore di sera un tafferuglio, uno schiamazzo per le pubbliche vie; manda i suoi famigli a sapere che cosa sia, e costoro gli recano in risposta, che, essendosi oscurata la luna per un eclissi, pensava il popolo di compatirla e soccorrerla quasi si trovasse in grandissimo travaglio: Dixerunt mihi, quod laboranti lunae vestra vociferatio subveniret, et defectum ejus suis clamoribus adiuvaret.
Il santo Vescovo ne fu stordito ed addolorato e là prima volta che salì sul pulpito, prese a dire ai Torinesi: «Oh genti stolte ed ignoranti! e fino a quando vi andrete voi cangiando al pari della luna? Ritornerà ben essa prestamente alla sua pienezza, e non ritornerete voi mai alla vera sapienza? Perde la luna per alcun poco la sua luce, e voi vorrete ancora perdere il lume di vostra salvezza?»
A. scusa de nostri padri si può dire che questo loro pregiudizio era comune a que dì a molti popoli. Secondo il Baronio, nell'Africa si facea baccano quando eclissavasi la luna, per soccorerla nel suo travaglio, ed abbiamo su questo argomento un sermone di. S. Agostino. Osserva Vives ne suoi commenti alla Città di Dio, che anche gli eruditi tra i gentili temevano che i pianeti stessero per morire eclissandosi, e li soccorrevano col suono di cembali e di tamburi; onde Giovenale nella stia sesta satira (442) ebbe a dire della loquacità delle donne:
Iam nemo tubas, atque aera fatiget ;
Una laboranti, poterit succurrere lunae.
Se Giovenale fosse vissuto a' tempi nostri, direbbe altrimenti. Direbbe cioè, che per soccorrere la luna in travaglio, non è mestieri né di trombe né di bronzi, ma basta un solo deputato, massime se appartiene al centro sinistro. Egli farà co' suoi eterni discorsi fracasso sufficiente per soccorrere tutti quanti i pianeti.
Poverini! I nostri padri si davano a credere che la luna morisse, e che col rumore se le potesse portar soccorso. E tra i figli non v'hanno parecchi egualmente imbecilli? Non sono capocchi coloro che temono o sperano, ad esempio, che possa morire il Papato, poiché Rattazzi e Deforesta lo combattono? Non sono mestoloni quegli altri, i quali si persuadono di portare aiuto all'Italia io travaglio coi tamburi dei memorandum, colle trombe dei giornali, e coi pifferi delle note verbali? Non sono citrulli quegli altri che credono di liberare dallo straniero il Lombardo-Veneto collo scrivere semplicemente sotto i portici di Po morte alt Austria! Viva il Re d'Italia? Non sono finalmente baggiani coloro che confidano in Palmerston e in Luigi Napoleone, e sperano che l'Inghilterra e la Francia aiutandoli, si daranno della zappa sui piedi?
Non ci scandalizziamo de' nostri padri. Se essi furono credenzoni, buona parto dei figli lo sono al pari di loro, e l'omelia di S. Massimo a' dì nostri non perderebbe proprio nulla della sua opportunità.
(Dall'Armonia, n. 149, 29 giugno 1856)
InPiemonte, nel breve giro di poche settimane, si videro fatti inesplicabili in materia di processi per delitti di stampa. Si vide condannata la Gazzetta delle Alpi a 15 giorni di carcere per avere augurato un nuovo Pianori all'Imperatore dei Francesi; si vide l'Espero condannato a sei giorni di prigione per avere dato del ladrone all'Imperatore d'Austria; si vide l'Armonia condannata a diciotto mesi di carcere per aver detto, che nella Festa dello Statuto molle cose e molte persone mostravansi inzaccherate; si vide condannata la Maga di Genova per aver parlato men riverentemente delle gambe di una ballerina; e in mezzo a tante condanne ecco un'assoluzione, un'unica assoluzione. Il fortunato giornale è l'Italia e Popolo, l'organo ufficiale di Giuseppe Mazzini, il quale chiamato in giudizio il 25 di giugno, venne rimandato assolto. Il fatto è grave assai, e merita la spesa di un articolo.
Il 25 di aprile di quest'anno l'Italia e Popolo, Num. 117, discorreva del governo piemontese e della questione dell'intervento, ed esordiva così: «Quale è il concetto della Monarchia Savoiarda in fatto d'intervento? È nozione ormai divenuta popolare, che il tentennare, l'irresolutezza fra la cupidigia di nuovi acquisti e la pusillanimità nell'operare, caratterizzano la politica della famiglia di Maurienne. Chi volesse rappresentarla grottescamente, la dipingerebbe sotto il simbolo dell'asino di Buridan, che se ne sta digiuno fra due misure di avena, per non sapere da qual parte principiare».
Il fisco si scandolezzò di queste parole dell'Italia e Popolo. Trovò la Monarchia Savoiarda chiamata in campo, mentre la persona del Re è sacra ed inviolabile, e non si può parlare di Monarchia, cosa astratta, senza accennare al Monarca, Trovò offensiva la frase, che si riferisce alla famiglia di Maurienne, la quale assumeva un peggiore significato per l'indole del giornale, che la stampava; trovò indegna la similitudine dell'asino di Buridan paragonato alla Monarchia Savoiarda, alla famiglia di Maurienne.
E la reità dell'articolo parve al fisco di Genova così chiara, cosi evidente, che esso non dubitò di punire il gerente dell'Italia e Popolo prima ancora che fosse condannato; mandò per lui. lo strascinò in prigione, e vel tenne per due mesi; cosa che certo non avrebbe fatto, quando avesse menomamente messo in dubbio la sua condanna.
Invece, che cosa avvenne? La causa fu sottomessa al giudizio dei giurati, e questi pronunziarono l'innocenza del gerente, e non videro veruna sconvenienza, veruna illegalità nelle frasi dell'articolo. E in quel medesimo momento, in cui i giurati assolvevano l'Italia e Popoloil suo gerente stava in prigione, onde il tribunale dovette ordinarne il rilascio!
L'Italia e Popolo oggi canta vittoria, e scatenasi contro del fisco. Canta vittoria perché i suoi difensori poterono mostrare come la politica del tentennare sia inviscerata negli atti e nelle abitudini della Monarchia Savoiarda; e si scatena contro del fisco, perché punì l'innocenza, si rese reo d'arbitrio solenne, e le cagionò danni, che dovrebbe, ma non può riparare.
E sono giusti gli inni e le lagnanze del giornale mazziniano. Ammessa l'infallibilità de' giurati (e non si potrebbe negare, senza pericolo di processo) è certo che all'Italia e Popolo venne usata una vera soperchieria, una grande ingiustizia, una letterale persecuzione; ed essa oggidì può vantare un trionfo contro quella Monarchia di Savoia, che tanto disprezza, e ripetere, come pur troppo ripete, essere la famiglia di Maurienne l'asino di Buridan.
Se le nostre parole potessero danneggiare in qualche modo la causa dell'Italia e Popolo continueremmo a tacere; ma poiché il giudizio è finito, e nessun danno può provenire all'accusato dai detti nostri, ci crediamo in debito di protestare solennemente contro di un fatto, che da ansa ai repubblicani, e che sminuisce di molto il rispetto dovuto alla Monarchia. La protesta non è senza pericolo; ma trovandoci tra i giurati e la Casa Sabauda, non esitiamo nella scelta. Molti pericoli abbiamo già corso per essere sorti in difesa dei nostri Re, e ci abbiamo attirato sul capo tant'odio e tanta vendetta; ma non per ciò ci viene meno il coraggio, e, soldati fedeli della Monarchia, non sarà mai, che abbandoniamo il nostro posto.
L'Italia e Popolo si difese dicendo, che essa non avea sparlato della persona del Monarca sibbene della Monarchia; e quest'argomento prova agli occhi nostri la maggiore importanza della cosa. Il giornale mazziniano bada ai principii, e non cura le persone; noi, potendolo, difendiamo le persone» e sempre ed in qualunque caso il principio. La Monarchia, e la Monarchia Sabauda è per noi inviolabile, e le offese che se le recano, ci vanno all'anima. In religione il Papa, in politica il Re; tutto il Re, tutto il Papa, ecco il nostro programma.
Ora potremmo noi non essere contristati di ciò che avviene in Piemonte? Potremmo tacere vedendo, che l'insulto recato all'Imperatore dei Francesi è punito, punito l'insulto che vien fatto all'Imperatore d'Austria, e non c'è verso per castigare chi si professa apertamente nemico della nostra dinastia, e la deride, e l'insulta con villano confronto? Potremmo non gemere vedendo in Genova quasi contemporaneamente assolto chi getta lo sprezzo sulla famiglia di Màurienne, e condannato chi si rise d'una ballerina? Potremmo dissimulare mentre si crede che le istituzioni libere possano patire d'un epigramma dell'armonia, e poi non si può castigare qualche cosa di più che un epigramma.
La guerra ai troni incomincia sempre coi frizzi, e poi va a finire coi processi. L'opposizione scherzava in Ispagna contro Maria Cristina; ora l'accusa di peculato e di peggio, e la vuole condannata. Tutto è il primo passo, e se questo si può dare impunemente, guai alla Monarchia!
Si dice che i giurati rappresentano l'opinione pubblica. Non vogliamo negarlo solennemente per evitare le conseguenze che deriverebbero dal verdict dei giurati di Genova. Questi hanno assolto l'Italia e Popolo, ma l'opinione pubblica, ossia l'opinione onesta, l'opinione intelligente, la condanna. Il suo scritto, le sue allusioni, il suo confronto, hanno qualche cosa che fa ribrezzo. Certo non istarà pano nel cuore di chi legge un buon concetto della Monarchia Sabauda.
Una volta tra noi le offese recate ai governi esteri ed alle persone dei loro Sovrani venivano sottoposte al giudizio dei giurati, come le offese e gli insulti fatti al. nostro Re. Le Potenze straniere non istimarono la legge buona guarentigia contro gli scrittori spudorati, e vollero una riforma. La riforma fu compiuta per opera del ministro Deforesta, e questi giudizi vennero sottratti ai giurati, e sottoposti ai tribunali ordinari.
Si fu per ciò che l'Espero e la Gazzetta dette Alpi toccarono una condanna. Se i giudici del fatto fossero stati chiamati a pronunziare sulla reità di questi due giornali, noi possiamo mettere pegno, che amendue venivano assolti.
Di qui ne nasce, che in Piemonte oggidì è più protetto l'onore delle Monarchie estere che della Monarchia nostra, e che si corre maggior pericolo celiando sull'Imperatore dei Francesi e sull'Imperatore d'Austria che sulla nostra Famiglia Reale. E questa, come ognun vede, è un'assurdità che dee cessare.
Noi domanderemo ai ministri e ai loro giornali; diteci, in grazia, se i tribunali di Genova avessero giudicato l'Italia e Popolo, sarebbe essa stata assolta? Ci risponderanno francamente, che i tribunali genovesi avrebbero condannato il giornale di Mazzini. Dunque, ripigliamo noi, in Piemonte altro sogliono sentenziare i giurati, altro i tribunali ordinari. Di che, o gli uni o gli altri hanno torto, solennissimo torto, ed è mestieri, che questa contraddizione cessi, perché ripugna a un buon governo, alla retta amministrazione della giustizia.
Mentre Urbano Rattazzi scrive una circolare draconiana per tormentare i parrochi, calunniandoli come se non pregassero per la persona del Sovrano, in Genova si assolve chi rassomiglia la famiglia di Màurienne all'asino di Buridan.
Staremo un po' a vedere quali misure abbraccierà il signor Rattazzi, che sì dimostra così tenero dell'onore della Monarchia. Egli già venne accusato da Vincenzo Gioberti d'avere giuocato a Novara il trono e la vita di Carlo Alberto. Pensa forse di darci una replica? Cel diranno i fatti.
Quanto a noi, veggiamo ovunque pericoli per la Monarchia; pericoli nella licenza che si permette, nella libertà che si nega; pericoli negli inetti e nei tristi; pericoli nelle condanne e nelle assolutorie, e stimiamo debito nostro esclamare: MINISTRI DEL RE, PROTEGGETE LA MONARCHIA SABAUDA!
(Dall'Armonia, n. 150, 1° luglio 1856)
Se tanto si parlò in Inghilterra d'Italia e di Piemonte, si fu perché noi siamo andati a chiedere elemosina agli Inglesi, e costoro prima di darci il denaro addimandato, vollero discutere sull'uso che noi saremmo per farne. Uno dei punti principali, che dava gravi timori ai conservatori inglesi, si era, che il Piemonte fosse per valersi de milioni britannici per mettere in soqquadro l'Italia. Lord Palmerston disse su questo argomento memorande parole, che vengono cosi compendiate dal Daily News:
«Lunedì scorso lord Palmerston dichiarò cortesemente al rappresentante di Pio IX e del Re di Napoli nella Camera inglese dei Comuni, che il progetto di legge sull'imprestito sardo non era introdotto per dare al governo sardo i mezzi di rivoluzionare l'Italia. Lord Palmerston accompagno la sua dichiarazione con un'avvertenza, sulla quale i liberali inglesi hanno diritto di chiedere alla lor volta qualche schiarimento. Disse lord Palmerston, che il governo di S. M. era bensì desideroso di sostenere il governo sardo in quel procedimento illuminato (sic) e liberale (sic, sic), che ha tenuto finora in modo cosi onorevole (sic, sic, sic); ma che se avesse ad accadere, ciò che per ora non è, che il governo sardo fosse animato da progetti di aggressione, il governo inglese farebbe uso di tutta la sua influenza per distoglierlo da una tale condotta».
Queste parole sono gravi, gravissime in bocca di lord Palmerston, e in questi momenti.
Il ministro inglese in certo modo canta la palinodia, e parlando cortesemente al rappresentante di Pio IX, fa ammenda d'avere anteposto il governo provvisorio di Roma al governo legittimo del Papa; getta acqua sul fuoco, che esso stesso ha acceso nei nostri rivoluzionarii, e quasi quasi dice ai libertini piemontesi, che se essi tentassero di usurpare le Legazioni, o conquistare il Lombardo-Veneto, la prima Potenza che si troverebbero contro, sarebbe appunto l'Inghilterra. Ciò che viene a spiegare la fredda risposta di lord Clarendon alla nota dei nostri rappresentanti nel Congresso di Parigi, e i rimproveri contenuti nell'ultimo dispaccio del conte Walewsky si nostro governo.
L'Inghilterra in certo modo protesta per mezzo di lord Palmerston, che se da qualche milione al Piemonte, lo fa per pura compassione, giacché il conte di Cavour, nelle note indirizzate a lord Clarendon, si lagnò vivamente delle oberate finanze, ma che essa è lontanissima dal voler con ciò sostenere la rivoluzione in Italia, o dare ansa alle mire aggressive de' ministri piemontesi; anzi, qualora essi rinnovassero le pazzie del 1848 e 1849, il governo britannico farà uso di tutta la sua influenza per distarglieli da una tale condotta.
Che cosa volete di più chiaro e risoluto? Chi dopo tali parole oserà ancora confidare in Palmerston o nell'Inghilterra? Questo governo si pronunzia apertamente per l'Austria, e vuole il Piemonte qual è, né più grande, né pili piccolo. Non vel diceva il conte Solaro della Margherita fin dal 6 di maggio? Non vel profetizzò, che là stessa Inghilterra non sarebbe mai più stata con voi? E perché noi voleste credere? Uomini nuoti, inchinatevi agli uomini antichi, ed imparate da costoro a conoscere lo stato dell'Europa, la politica dei gabinetti, e le conseguenze degli eventi.
Il Daily News da cui abbiamo tolto il sunto delle parole di lord Palmerston, ne apprezza tutta l'importanza, e, giornale rivoluzionario qual è, se ne lagna altamente col ministro inglese. Se ne lagna perché lord Palmerston ha fatto supporre, che il governo sardo potesse quandochessia essere animato da progetti d'aggressione; se ne lagna, perché ha confermato la vece già corsa, che la Sardegna non fosse più sostenuta dalla Francia e dall'Inghilterra nella sua politica; se ne lagna, perché le parole di lord Palmerston dovranno naturalmente diminuire l'influenza della Sardegna nei Consigli degli Stati italiani.
«Per ciò che concerne lord Palmerston stesso, dice il Daily News, non abbiamo verun dubbio intorno ai suoi intendimenti ed ai suoi desiderii, che sono riguardo alla Sardegna ed all'Italia, degni di un uomo di Stato inglese. Ha ci duole d'essere indotti, per amore di verità, a dichiarare, che non riponiamo la medesima fede nei suoi col leghi. E peggio ancora abbiamo troppo buone ragioni per credere, che il gabinetto inglese, in questo momento, riceva le sue informazioni relativamente agli affari d'Italia da una sorgente impura».
Ed ecco qui nuovi motivi per gli italianissimi di dolore e di disperazione. Tutti i colleghi di lord Palmerston non sono amici della Sardegna, né vogliono sostenerla nelle sue idee e nei suoi divisamenti. Lord Palmerston, o finto o sincero, ha parlato nella Camera dei Comuni nel senso dei suoi col leghi, e poco monta ciò che egli pensi internamente. In fine, gli stessi agenti diplomatici della Gran Bretagna, che sono in Italia, danno addosso al liberalismo. La presenza di lord Normanby a Firenze fa un male infinito, secondo il Daily News. La notoria sua devozione all'Austria ed alla Corte di Parma ispira a tutti i sanfedisti «la piena fiducia, che la Corte ed il gabinetto d'Inghilterra sono dalla parte loro».
Donde conchiude il giornale di Londra: «Se non si prendono misure immediate e risolute per opporsi a questa fatale impulsione, le conseguenze ne saranno oltremodo disastrose». Le uniche misure sarebbero di cambiare in Italia i diplomatici inglesi, che vi sono presentemente, e di cacciare i colleghi di lord Palmerston dal ministero. Ma finché non sono abbracciate queste due misure, noi siamo licenziati dal Daily News a dire, che l'Inghilterra non è pei nostri ministri, né pei nostri italianissimi, ma invece pei sanfedisti, e per l'Austria.
Ora facciamo un po' i conti, e ricerchiamo chi stia in questo momento coi nostro ministero. Non ci sta certamente l'Austria, perché tra la sua politica e la nostra vi corre un abisso. Non ci sta la Francia, e oltre tanti altri argomenti, l'ha dimostrato l'ultimo dispaccio del conte Walewsky al nostro gabinetto. Non ci sta la Russia, perché essa è benissimo coll’Austria, checché ne sia detto in contrario, e ben lo dimostra la dimora di Gorschakoff a Vienna, e le sue ottime relazioni col conte Buoi. Non ci sta la Prussia, ed essa già lo protestò in termini; in un suo foglio, dicendo che, Potenza conservatrice, e Potenza germanica, non potrebbe far comunella con chi grida al tedesco, e promuove la rivoluzione. Chi sta adunque con noi? L'Inghilterra? Leggeste poco fa le parole di lord Palmerston. La Spagna? Ha da pensare a se stessa, ed alle sue colonie. L'Olanda? S'è gettata testé in braccio ai reazionari groenisti. Il Belgio? L'ha data vinta ai clericali nelle passate elezioni. Dunque chi sta con noi? Il ministero nostro è solo, e dee fare da sé.
Ma guai al solo! Vae soli! leggiamo nelle sante scritture. E perché? Quia si ceciderit non habet sublevantem se. E noi già lo provammo a Novara, dove cademmo, e non ci fu chi ci sostenesse. L'avere amici, se è buono per gli individui, è necessario per gli Stati. Si quispiam praevaluerit contra unum, duo resistunt et. E l'Ecclesiaste alludeva alla politica, perché soggiunge: Melior est puer pauper et sapiens rege sene et stulto, qui nescit praevidere in posterum. Se i nostri avessero avuto un po' di previdenza, certo non si troverebbero oggidì in così fatale isolamento.
Guardatevi Intorno, o ministri: chi è con voi? Nessuno. Ministri italiani, avete Balia nemica. Nemici vi sono i principi, de' quali insidiate il trono, nemici i popoli de' quali insidiale h pace. In tutto il resto d'Europa le maggiori potenze hanno ribrezzo di associarsi con voi ne' vostri divisamenti. Voi siete soli, e soli anche in Piemonte, dove le popolazioni guardano con indifferenza i vostri spropositi, e ridono delle vostre castronerie. Vae soli!Guai a voi, o ministri! La vostra caduta è inevitabile: avete seminalo il vento, e dovrete di necessità raccogliere tempesta. Avete fatto lega colla rivoluzione, e questa vi strozzerà', e non vedrete una mano amica sostenervi nel vostro pericolo,. né una voce pietosa compiangervi nella vostra caduta.
(Dall'Armonia, n. 155, 6 luglio 1856)
«Sarà sempre di Dal Pozzo onorata la memoria.»
Brofferio, Storia del Piemonte, parte 1,
capo VII, pag. 104, Torino, 1849.
Il conte Ferdinando Dal Pozzo, già referendario nel Consiglio di Stato di Napoleone, e primo presidente della Corte Imperiale, uomo amantissimo di libertà, dettava nel 1833 uno scritto divenuto oggidì rarissimo e intitolato: Della felicità che gli Italiani possono e debbono dal governo austriaco procacciarsi. Lo scritto veniva stampato in Parigi presso Ab. Cherbuliez, libraio, e portava la seguente epigrafe: Il giusto, il ver, la libertà sospiro. Angelo Brofferio nella sua Storia del Piemonte, dopo di aver raccontato i benefizi resi alla libertà italiana dal conte Dal Pozzo, e detto che ne sarà sempre onorata la memoria, viene particolarmente a parlare di questo scritto da noi citato, e si esprime così: «Né io dirò che l'antico ministro del 1821, affievolito dall'età e dalle sventure, fosse nel vero e nel giusto: dico soltanto che oneste erano le sue intenzioni» (parte III, cap. II, pag. 145). Speriamo che nessuno vorrà attribuire trista intenzione all'armonia, che crede ben fatto di pubblicare alcuni capitoli del conte Dal Pozzo. Grandi disgrazie furono già chiamate sulla povera patria nostra dagli utopisti, i quali però non cessano dall'abbindolare gli Italiani, e spingerli alle più pazze intraprese. V'hanno certi principii che costoro ci impongono di credere, senza nemmeno permetterci di poterli richiamare ad esame. Poiché noi troviamo che uomini della loro scuola li barino esaminati essi stessi, e giunsero a conseguenze affatto contrarie a quelle che se ne deducono oggidì, chi ci vieterà di valerci del loro lavoro, di rimetterlo in luce, di dire, ad esempio, ai nostri concittadini: Ecco come la pensava un avvocato liberalissimo; leggetelo e giudicatelo! Noi dunque pubblichiamo parecchi capitoli dell'opera del conte Dal Pozzo, sottomettendo i suoi ragionamenti al giudizio ed alle critiche di chi la pensasse altrimenti da lui.
Lo accomodarsi allo stato presente delle cose è il più savio consiglio, a cui gli Italiani possano appigliarsi
Dissi che io primo luogo è pazzia il non sottomettersi alla necessità delle cose; ma non esaurii questo argomento; ed è nondimeno opportunissimo che io il faccia.
L'Italia, come ognun sa, dalla caduta dell'Impero romano, cioè da tredici secoli in qua, fu dominata da genti straniere, Bruzi, Ostrogoti, Lombardi, Francesi, Tedeschi e Spagnuoli. A malgrado di un fatto cosi patente, e così lungamente costante, udiam sempre decantare l'italico valore, la nazionalità e l'unione italiana, ed altamente predicarsi, esortarsi, minacciarsi, l'espulsione degli stranieri. L'invasione di questi si attribuisce ora ai Papi, che li fecero venire, ora ad altre cagioni, ed ogni invasione si descrive come un'accidente.
Egli è un voler chiudersi gli occhi per non vedere una verità storica e politica, brutta sì quanto mai si possa dire, ma pur chiara come il sole, cioè che l'Italia dalla caduta dell'Impero romano fu sempre debole, divisa, e che per ritornarla all'antico stato, non ci vorrebbe meno che ricomporre l'antico Impero di Roma, ricacciar nel settentrione i popoli forti, che ne uscirono, e i loro discendenti, non che distruggere tutti gli effetti della loro dominazione, e. gli effetti degli effetti, il che è impossibile. Egli è poi facile l'intendere come, mentre l'Italia andava gradualmente infievolendosi, e decadeva (quanto alla potenza militare e politica, intendiamoci, poiché quanto allearti, alle scienze all'industria, non solo risorse, ma rifulse), altre potenti nazioni siensi formate, conglobate, ingrandite, cioè la gallica, alcune nazioni germani che, e la monarchia austriaca specialmente; ed è in questa situazione di cose che alcuni pensano a far rinascere in oggi un'Italia politicamente poderosa, e forte, e libera da qualsivoglia soggezione straniera. Si adducono in prova della possibilità, anzi della facilità di riuscire in quest'alta impresa, d mirabili fatti delle piccole repubbliche italiane, delle magnifiche frasi di poeti ed oratori sullo stato d'Italia; si fa valere il suo primato incontestabile (almeno in origine) nelle arti e nelle scienze, e confondendo l'Italia antica colla moderna, le scienze ed arti di pace con quelle della guerra, le quali ultime sole per altro essenzialmente decidono dei destini politici delle nazioni, si fanno castelli in aria, si compongono degli eloquenti scritti, delle poesie sublimi, e si crea fantasticamente un'Italia, che né esiste, né esisterà mai; ed intanto si prepara a questa si bella contrada, cosi dalla natura favorita de' suoi doni, un'infelicità o una servitù, che gl'Italiani potrebbero evitare, o almeno soavizzare, se sapessero da saggi accomodarsi allo stato presente delle cose, ed anzi pigliare da questo le mosse, onde giunger ratto ad assai migliori destini, e levarsi anche a libertà. Numquam liberto gratior exstat quam sub rege pio, diceva Claudiano.
Il dominio austriaco, secondo tutte le apparenze attuali, è per gli Italiani un'inscampabile necessità.
L'idea di espellerlo è la più fantastica e la più assurda che mai si possa da taluno di non sana mente concepire
Conviene che gl'Italiani, calmando là loro fantasia, e considerando pacatamente lo stato politico attuale d'Europa, la lega dei governi europei divenuta pressoché indissolubile, l'amor (della pace prevalente più che mai, tanto ne' governi moderni, quanto nel grosso delle popolazioni, donde nasce anche un odio alle rivoluzioni, le quali da un'imperiosissima necessità non erompano, massime seda niuna o lievissima apparenza di successo accompagnate; ciò tutto freddamente meditando, gl'Italiani si persuadano, che il dominio austriaco è per loro una necessità inscampabile;—il che io conscienziosamente reputo a gran ventura per essi, e ne dirò in appresso le ragioni; ma per ora basta al mio intento, che si convincano della verità di questa asserzione.
Il presente dominio austriaco, congiungendolo, come è d'uopo, coi precedenti governi di vari secoli, da cui esso deriva, e di cui non ò che una continuazione, pose si salde e si profonde radici in Italia, che niun evento, né italico, né europeo, — nemmeno la rivoluzione di Francia, che fece cambiar d'aspetto a tante cose politiche, —fu da tanto, da onninamente e per sempre schiantarlo. Due volte, e ad intervallo, parve sbarbato, — e veramente il fu per alcuni anni; —si estolse quindi più vegeto ancora e rigoglioso che mai non sia stato, sfidando i venti e le tempeste. Se le tante vittorie di Napoleone, — non parlo delle insurrezioni, che non furono che piccoli soffi,— non lo abbatterono per sempre, come mai i debolissimi e divisissimi Italiani d'oggidì, quali li ho sopra descritti, bì possono lusingare di riuscire in questa grande impresa? Pure un gran numero di liberali italiani parlano di scacciare gli Austriaci dall'Italia, come della cosa la più facile del mondo, dimenticandosi, che essa e fra le prime Potenze continentali, divenuta ancora più gigantesca e più guerriera che non quando Napoleone la combatté — l'alleata là più necessaria all'Inghilterra —unitissima di spirito colle altre Potenze continentali nell'intrapresa di soffocare le rivoluzioni, poco o nulla avente a temere della Francia, governo fresco, che abbisogna di consolidarsi, e non va per l'interesse degl'Italiani a misurarsi coll'Austria.
Benché riuscisse agl'Italiani di discacciar gli Austriaci, il più verisimile è che ritornino.
— Che cosa sarebbe contro l'Italia un'Austria espulsa pretendente?
Un'altra osservazione importantissima è a farsi, la quale si è, che, dato per ipotesi che una rivoluzione di un grandissimo successo, o altra combinazione politica, agevolasse questo cosi desiderato discacciamento degli Austriaci dall'Italia, in modo anche a parere un'impossibil cosa il loro ritorno, — e questi impossibili quante volle non si realizzano in politica! Perciocché pareva, nel 1810, per esempio, un impossibile la caduta di Napoleone, un impossibile la ristorazione de' Borboni, un impossibile il ritorno della Casa Savoia in Piemonte, ecc. ecc, e questi impossibili pareano generalmente tali a tutti i Principi d'Europa, a tutti i popoli, a tutti gl'individui, il che, dalla loro condotta di quel tempo, chiarissimamente si dimostra, qualunque cosa in contrario siasi poi detto e protestato dopo il fatto:—dato dunque per ipotesi che gli Austriaci sieno si ben fugati dall'Italia, che il loro ritorno si potesse riguardare come il sommo impossibile,— egli è da avvertire che, a meno che l'austriaca Potenza si estingua affatto, e sparisca dalla scena del mondo, un tal Impossibile non entrerà mai nella testa dei Principi della Casa d'Austria, di modo che, anche dopo un mezzo secolo o un secolo, questa Casa avrà sempre un pretendente,e un terribile pretendente sulle provincie italiane, che possedeva.
Esso pretendente mediterà invasioni, susciterà guerre estere ed interne, favoregierà cospirazioni; i suoi fautori trameranno insidie, corromperanno ministri e deputati, in sostanza quelli e questi faranno il diavolo, come tutti i pretendenti hanno fatto e fanno, né lascieranno mai in pace quel governo italiano, che i liberali antiaustriacissimi avrebbero fondato. Non mai potrebbe far presa e consolidarsi. Non si è veduto quello che fecero gli Stuarts nella Gran Bretagna, e che cosa non hanno tentato in Francia i Carlisti colla duchessa di Berry a nome di Enrico V?
E se questi pretendenti esuli e senza forze loro proprie, hanno tante potuto quietare, ed i Carlisti chi sa fin quando; — se non di continuo, almeno di tempo in tempo, e profittando di tutte le circostanze, — mineranno il governo francese di luglio 1830, cosa non potrà fare l'Austria espulsa, pretendente, colle forze grandissime che sempre le rimarranno contro l'Italia?
Conchiudiamo dunque, che l'Italia coll'Austria congiunta ed inviscerata,—coll'Austria fatta ancora più liberale, che nono, dallo spirito e dall'amor degli Italiani; questa Italia potrà sorgere si alto da comandare a quasi tutto il mondo, ed a rendere i suoi abitatori felicissimi; laddove Italia dall'Austria sceverata, ed in competenza colle altre gigantesche Potenze Europee, non sarà mai che un precario e debole Stato. Nella bilancia de' suoi destini, quale differenza di peso non debbo apportare un'Austria ra favore od un'Austria contro I Perciocché un'Austria neutra non vi sarà mai per lei. Bisogna essere cieco affatto per non vedere una cosi radiante verità.
(Dall'Armonia, n. 166, 19 luglio 1856)
Giuseppe Garibaldi, che è la spada d'Italia, come Giuseppe Mazzini ne è l'idea, da qualche tempo in qua va asolando sul nostro litorale marittimo, tenendo, per così dire, un piede in mare e l'altro in terra, per essere pronto ad ogni evento; o di scendere in terra al rompere della guerra, o di pigliar il largo se il vento spira contrario. Ora secondo un giornale genovese, si è stabilito nell'isoletta Caprera, attendendo con guerresca impazienza il non lontano giorno di un nuovo e sensato rivolgimento italiano. Ma sia residuo delle passate fatiche, o noia dell'ozio involontario, il Garibaldi non istà troppo bene in salute, e recossi il 9 di questo mese allo stabilimento idroterapico di Voltaggio per curarsi de' suoi mali. E là appunto doveva aver luogo una di quelle dimostrazioni, che sono tanto in uso nel nostro paese per tenere a bada i pascibietola. Il Garibaldi adunque, e tanto nel paese, quanto nello stabilimento de' bagni, fu con molto onore e piacere ricevuto, ed alla sera si radunarono sotto le sue finestre molti del paese, i giovani specialmente, e con «una serenata tanto più bella, quanto più poco attesa in quel luogo, dove «la bella dea della musica non istà al certo di casa, gli porsero splendido attestato d'amore e di venerazione». (Movimento, n. 193).
L'animo di Garibaldi non poté essere insensibile a tanta gentilezza della bella dea della musica ed il giorno dopo, con una lettera tutta spirante le grazie della dea e l'estro della serenata, così ringraziava i cittadini:
«Ai cittadini di VOLTAGGIO,
«Accenti di musica deliziosa bearono questa notte gli abitatori di questo stabilimento, e mi venne detto, che i cittadini di Voltaggio vollero in me onorare il principio italiano.
«Io accetto intenerito e riconoscente questo omaggio d'un popolo benemerito, ed auguro da queste e da altre non equivoche manifestazioni la prossima liberazione del nostro paese. — Si, giovani della crescente generazione, voi siete chiamati a compire il sublime concetto di Dio, emanato nell'anima dei nostri grandi di tutte le epoche: l'unificazione del gran popolo, che diede al mondo gli Archimedi, i Scipioni, i Filiberti. — A voi, guardiani delle Alpi, viene commessa oggi la sacra missione; non vi è un popolo della penisola, che non vi guardi, e che non palpiti alla guerriera vostra tenuta, alle vostre prodezze sui campi di battaglia. — Campioni della redenzione italiana, il mondo vi contempla con ammirazione, e lo straniero, che infesta l'abituro de' vostri fratelli, ha la paura e la morte nell'anima.
«Gli Italiani di tutte le contrade sono pronti a rannodarsi al glorioso vessillo che vi regge, ed io, giubilante di compire il mio voto all'Italia, potrò, Dio ne sia benedetto 1 darle questo resto di vita. «Dallo stabilimento idroterapico dei signori Ansaldo e Romanengo.
«Giuseppe Garibaldi».
Come potete ben immaginare, i Voltaggiesi risposero alla lettera dell'eroe d'Italia. Dopo aver enumerato le gloriose gesta del campione d'Italia, i Voltaggiesi, prostrati a' piedi di quel grande, «vi ammiriamo altamente, gridano, e facciamo da questo momento solenne sacramento, per quanto debolezza e pochezza nostra il consentono, di proporvi a nostro esemplare». A que' poveretti però due timori sopravennero a turbare l'anima: l'uno è, che quelle loro parole fossero una bassa adulazione, e che il Garibaldi stesso (che non è poi un citrullo) se ne pigliasse beffe. Quindi soggiungono: «Né crediate con ciò, che noi vogliamo adularvi, che ben conosciamo, per isterici fatti e memorabili tradizioni, quanto sia aliena da ciò la vostra grand'anima».
L'altro timore si è, che gli austro-clericali ridano di quella commedia. «Gli e austro-clericali rideranno, siccome sempre son usi a fare, di queste nostre e espressioni, fortunati noi, se saranno considerate per parti di menti esaltate, siccome a piena gola decantano». Oh ohe crudeli son mai quegli austro-clericali! ridere di cose così serie? e trattare da parto di menti esaltate parole dette nel massimo buon senno? Veramente sono da compatire gli austro-clericali, perché anche nel manicomio, con tutta la compassione che altri sente per que' cattivelli, tal volta le dicono così madornali e sbardellate, ed insieme mostrano tanta gravita e un tale far da senno, che riesce impossibile di contenere le risa.
Il Garibaldi partiva il 4 5 da Voltaggio (pare che il male non fosse così grave, se guarì in cinque giorni), e giunto a Gavi, fu salutato dai concenti della banda e dai fragorosi evviva dì quella popolazione, e dimostrato con brevi parole quanta fosse la sua riconoscenza per quella inaspettata dimostrazione di simpatia, accompagnato per un tratto di strada dalla musica e da quei bravi terrazzani, proseguì il viaggio.
Bisognerebbe non aver occhi in testa per non vedere che la cura idropatica non fu che un pretesto, sapendosi che tali cure non si fanno in cinque giorni! Il Garibaldi volle fare una passeggiata trionfale, non tanto per raccogliere fumo, e suono, e applausi, quanto per attizzare il fuoco italianissimo, e forse per disporre i suoi fili a qualche impresa delle usate. Del resto, non è nostro intendimento di penetrare ne' consigli segreti de' cospiratori. Per noi basta il sapere che queste dimostrazioni, la cui risponsabilità cade naturalmente sopra il ministero, sono sempre nuovi fomiti di dissapori e di ire che straziano la povera Italia, e, peggio ancora, rovinano il nostro paese, il quale non può aspettarsi da queste commedie e da siffatti uomini altra che pianto e miseria.
(Dall'Armonia, n. 174, 99 taglio 1856)
Oggi è giorno di gravi e solenni pensieri, perché ricorre l'anniversario della morte di Carlo Alberto. Preghiamo requie al nostro Re; e in questi momenti, che hanno tanta rassomiglianza coi giorni dei 1848 e 1849, non dimentichiamo la sua tristissima fine.
Carlo Alberto compariva sulla scena politica nel 1824, e a Novara si celebrava il prologo della grande tragedia. Molti anni dopo, cioè nel 1849, nella stessa Novara assistevano i Piemontesi alla dolorosa peripezia.
Il 23 di marzo del 1848 si dichiarava all'Austria la guerra fatale, e il 23 di marzo del 1849 lo sventurato Carlo Alberto abdicava in Novara la corona, e si condannava ad un volontario esilio in Oporto.
Chi ha perduto Carlo Alberto? L' hanno perduto que medesimi che ora stanno intorno a suo figlio. Un di questi, il signor Buffa, sottraeva dalle Poste di Genova una lettera indirizzata a persona amicissima di Carlo Alberto, e la sottraeva poco prima della catastrofe di Novara.
Questo signor Buffa medesimo il 26 di marzo 1849 annunziava nella Camera dei Deputati l'opera sua, e l'opera de' suoi colleghi, dando pubblica lettura d'una lettera scritta al ministero dal ministro Cadorna, che aveva assistito all'abdicazione di Carlo Alberto.. Recitiamo alcuni periodi di questa lettera.
«Labattaglia cominciata alle 11 e mezzo del giorno 23, volgeva in bene per noi sin verso le quattro e mezzo. Da quest'ora piegò in basso la nostra fortuna, perdemmo le posizioni, i nostri reggimenti dovettero lasciare il campo l'un dopo l'altro, l'Austriaco venne quasi alle porte di Novara.
«S. M. Carlo Alberto stette sempre esposto al fuoco, ov'era maggiore il pericolo; le palle fischiavano del continuo sul di lei capo; molti caddero morti vicino a lui; anche a notte egli continuava a stare sugli spalti della città, ove era ridotta la nostra difesa.
«Il generale Giacomo Durando dovette trascinarlo pel braccio, perché cessasse di correr ormai inutilmente rischi terribili.
«— Generale, rispose il Re; è questo il mio ultimo giorno; lasciatemi morire. —
«Quando il Re vide lo stato infelice dell'esercito, e gli parve impossibile di resistere ulteriormente, e quindi necessario chiedere una sospensione d'armi, e forse di accettare condizioni cui ripugnava l'animo suo, disse, che il suo lavoro era compito, ch'ei non poteva più rendere servizio al paese, cui da diciott'anni avea consacrato la sua vita; che avea invano sperato di trovar la morte nella battaglia; che ih seguito a maturo riflesso avea deciso di abdicare.
«Erano presenti i Duchi di Savoia e di Genova, il ministro Cadorna, il generale maggiore e gli aiutanti di S. M. Alle vive istanze fattegli, perché rivocasse la detta decisione, Carlo Alberto vivamente soggiunse: — lo non sono più Re: il Re è Vittorio mio figlio —.
«Abbracciò e baciò tutti gli astanti, ringraziando ciascuno dei servigi resi a lai ed allo Stato. Dopo la mezzanotte partì accompagnato da due soli domestici».
Così finiva lo sventurato Monarca che i rivoluzionari voleano Re d'Italia. Pensiamoci. Demetrio di Falera, come racconta Plutarco, voleva «che quanto non ardiscono dire gli amici ai Re loro, si trovasse scritto ne' libri». Ebbene i migliori consigli stanno scritti nella biografia di Carlo Alberto. Questa insegua a conoscere i tempi, i luoghi, le cose, gli uomini. Per carità, la vita e la morte di Carlo Alberto non ci sfuggano dalla memoria.
I nostri Senatori l'hanno chiamato magnanimo. Ha scrisse Vincenzo Gioberti nel suo Rinnovamento, tom. I, pag. 518: «I Senatori di Torino si consigliavano più col giusto e recente dolore, che colla storia; e loro non sovveniva che il dar soprannomi non perituri appartiene solamente ai popoli arbitri della gloria e della loquela. Imperocché, se magnanimi, al dire d'Isocrate, non sono quelli che abbracciano più che non possono tenere, ma quelli che hanno propositi moderati, e facoltà di condurre a perfezione le cose che fanno, soprastando ai meschini e volgari affetti; non so se i posteri giudicheranno che Carlo Alberto sia stato tale nella sua vita».
E i posteri già incominciano a formolare il giudizio, giudizio severo, perché spoglio dall'adulazione, e dicono Carlo Alberto reo di due colpe: debolezza e ambizione. Le purgò amendue a Novara, dove con fortezza d'animo sopportò la sventura.
Se egli dipoi fosse vissuto, e avesse regnato, certo la disgrazia sarebbe stata utile a lui ed a noi. Ma poiché Novara gli avea aperto gli occhi, sopraggiunse la morte inesorabile, che glieli chiuse eternamente.
(Dall'Armonia, n. 176, 31 luglio 1856)
Una rivoluzione in Italia era stata vaticinata fin dal 16 di aprile dì quest'anno, nella nota che il conte di Cavour indirizzò a lord Clarendon ed al conte Walewsky. Allora diceva il plenipotenziarie sardo, che in tutta Italia le popolazioni erano in uno stato d'irritazione costante, e di fermento rivoluzionario. Ne eccettuava però il Piemonte, ti solo Stato d'Italia che abbia saputo opporre allo spirito rivoluzionario un argine insormontabile!!!
Questo pensiero veniva svolto e commentato nelle tornate della Camera dei Deputati dei giorni 6 e 7 di maggio, durante le quali furono recitati caldissimi discorsi, che si riducevano a dire così: — O Francia ed Inghilterra pensino a cacciare l'Austria e tutti i governi legittimi della Penisola incorporandola col Piemonte; oppure scoppierà in Italia una rivoluzione tale da mettere in pericolo tutta Europa. —
Si attese un po' di tempo per vedere come si comportasse la diplomazia a riguardo nostro. Lorenzo Valerio aveva conchiuso i suoi discorsi nella Camera colla seguente tirata: «Le nostre parole, le parole del signor presidente del Consiglio, di tanto più importanti delle nostre, non istaranno sicuramente chiuse in questo ricinto, o serrate nei confini che segna il Ticino. Le frontiere, le baionette, i commissari di polizia, i bini, che ricingono le altre provincie italiane, le quali sono da noi divise, non potranno tener lontano il suono di tali parole. Queste varranno a ridonare coraggio agli animi abbattuti, e faranno audaci gli animi coraggiosi, e l'audacia ed il coraggio che ne verrà ai nostri fratelli del rimanente d'Italia, non istarà lungo tempo senza farsi sentire». (Att. Uff., N°257, pag. 963).
Però e nella Camera dei Deputati e nel Senato del Regno s'era raccomandata pazienza agl'Italiani per qualche settimana; affinché la grande quistione potesse fare liberamente il suo corso. L'Italia obbedì. Ma la Francia non tardò guari ad attaccare, come suoi dirsi, al campanello dell'uscio ogni pensiero relativo alle cose nostre; e l'Inghilterra ne fé' tema di qualche discorso nel Parlamento, di qualche articolo nel giornalismo, ma tutto in fin dei conti si risolse in turno. Le illusioni scomparvero e tutti riconobbero che la diplomazia avrebbe sempre lasciato l'Italia qual è.
Allora veniva di necessità la seconda parte del dilemma piantato dal medesimo conte di Cavour, cioè la rivoluzione. Si aspettavano le cinque giornate in Lombardia, e nulla. Si vociferava una rivoluzione in Messina, e nulla. Speravasi che la repubblica levasse il capo in Roma o nelle Legazioni, e nulla. I Lombardi dicevano, che si erano lasciati infinocchiare una volta, e n'aveano assai. I Romani ridevano di buon cuore delle illusioni subalpine, e andavano dicendo, che non sono così gonzi da scambiare il Santo Padre coll'avvocato Rattazzi e coll'esattore Cavour. I Siculi davano uno sguardo alle finanze proprie, ed un altro sguardo alle finanze piemontesi, e ripetevano: chi è tanto mestolone da voler posporre la farina alla crusca!Fatto è che chi per questa, chi per quella ragione, nessuno degli Italiani muoveva una paglia.
Dicevasi bensì, che in Napoli nella via di Toledo s'era ritrovato un proclama rivoluzionario; ma l'Osservatore Tortonese ci avvertiva, che quel proclama era stato fabbricato in Torino. Il Risorgimentostampava un preteso indirizzo dei Romani al conte di Cavour. Ma i Romani dell'Italia e Popolo di Genova protestavano contro quell'indirizzo, sacramentando, che Romani non ne erano gli autori. Di Toscana giungeva un busto al nostro presidente del ministero, ma non si trovava chi potesse far sicurtà, che Cantillo di Cavour non avesse pagato di sua borsa quel busto medesimo. E frattanto la minacciata rivoluzione non appariva.
Quando eccoti sequestrate in Novara alcune casse di fucili, di stili e di cartuccie, e scoppiato sui nostri confini di levante un moto rivoluzionario. Siccome dopo il detto nella Camera dei Deputati un tumulto era necessario in Italia, così si tentò in quella parte della Penisola, che più si prestava all'uopo.
Il Ducato di Modena è degli Stati meglio governati, e i nostri giornali ben di rado sanno inventare calunnie contro del Duca. Però Carrara è città difficilissima, e guasta assai pel concorso degli artisti, che vi convengono per ragione delle cave dei marmi.
E d'ordinario i cultori delle arti belle sono intinti di pece rivoluzionaria, cospirando contro se stessi, perché non v'ha peggior nemico delle arti, quanto la rivoluzione.
Ed ogni qualvolta noi veggiamo un artista fare il demagogo, ci par di veder un pazzo suicida, che pensa a togliersi dal mondo.
Carrara adunque e i vicini paesi prestavansi doppiamente per un tentativo rivoluzionario, sia per la vicinanza di que' luoghi allo Stato Sardo, dove si può impunemente cospirare, sia per la natura di quelle popolazioni alquanto guaste dal concorso de' forestieri, e da spettacoli che presentano molti studi di scultori, troppo spesso dimentichi di quel dette del Petrarca, che «senza onestà non fur mai cose belle».
E in Carrara fu tentata la rivolta che fortunatamente non riuscì. Lo stesso Risorgimento ci dichiarò, che le popolazioni non aderirono all'insurrezione, e que' pochi che la promossero, vennero ben presto arrestati, o mossi in fuga. La cosa fu incominciata e finita nello stesso giorno, e tutto rientrò nell'ordine con una speranza di meno pei demagoghi, i quali incominciano a convincersi, che il 1848 non può tornar più per la grande ragione, che è già avvenuto una volta. E se gli uomini nuovi dimenticano la storia, non la sanno dimenticare le popolazioni, che vivono d'esperienza, e raccolgono perciò, ne' proverbi la loro dottrina.
Come adunque si vide, che la tentata monizione non era riuscita, i nostri giornali ministeriali si affrettarono ad addossarla all'Austria, od alla parte Mazziniana. L'Espero del signor Rattazzi disse, che i rivoluzionari di Carrara e di Massa erano agenti austriaci. Ma ne fu rimbeccato dall'Unione di Torino e dall'Italia e Popolo di Genova. Era di fatto un'assurdità tale, che non se ne intese mai una simile sotto la cappa del sole.
Se non sono però gli agenti austriaci, sono i Mazziniani, soggiunsero gli altri giornali del ministero, e incominciarono a deridere Mazzini ed i suoi. Si legga questa brano della Gazzetta del Popolo:
«La frittata mazziniana è stata realmente fatta, ma si fece qualche cosa di più: s'è fatto un fiasco solenne, ed è il millesimo uno, e non sarà l'ultimo, finché vi saranno illusi, che presteranno fede a certi altitonanti responsi, che emanano da una non so qual bottega (ormai screditata), che ha qualche rassomiglianza coll'antro di Trofonio.
Vi dissi che stavasi preparando il pian terreno del manicomio, e mi pare di non aver detto un'eresia. Ma lasciamo le iperboli. Il nuovo tentativo mazziniano, concertato con tanta segretezza, che ne parlavano perfino le donnicciole, ebbe quel risultato che se ne poteva aspettare, e buon per quei poveri ingannati, che poterono riparare nel territorio del dinastico Piemonte, che altrimenti le loro teste avrebbero pagatolo scotto.
«Vuolsi che il quartiere generale dei 400 insorti fosse a Santerenzo, e che il Mazzini vi si trovasse sotto le spoglie di un padrone di fìluca di Lerici, ma è però positivo che non è marciato alla testa della banda che passò i confini.
«In verità che sono tali farse, da dare argomenti per un avvio al Fischietto, e se le conseguenze non fossero funeste, vi sarebbe a smascellar dalle risa.
«Persona giunta or ora da Sarzana racconta i fatti a un dipresso come vennero accennati dall'Opinione, solo fa ascendere il numero degli insorti a cento circa, molti dei quali dei nostri paesi confinanti col ducato estense, i quali ritornarono sdegnati ed inveleniti contro gli agenti di una certa setta, che avevano loro prometto mari e monti; circa una trentina erano stati arrestati dai nostri carabinieri senza che opponessero la menoma resistenza. Forse non sembrava loro vero di non essere caduti negli artigli dei dragoni (birri del duca), i quali non li avrebbero forse portati vivi a Carrara.
«A Sarzana starasi in grande ansia, ma la popolazione è stata tranquilla. Vi era giunta buona mano di bersaglieri, i quali avviavansi a vigilare i confini onde non venissero violati da chicchessia».
Queste parole fanno stomaco. La Gazzetta del Popolo riderebbe dei moti di Carrara, se avessero avuto un esito felice? Oh no, per davvero In che cosa dunque fa essa consistere là moralità? Nella riuscita soltanto. E questa dottrina è liberale e civile, o non piuttosto tristissima ed infame?
Noi diremo francamente chi cagionò i tentativi di Massa e Carrara. Non furono né agenti austriaci, né agenti mazziniani. Furono invece agenti ministeriali; e Mazzini, se operò realmente in questa circostanza, fu ministerialissimo. Egli sostenne la nota verbale e la protesta del conte di Cavour nel Congresso di Parigi; egli obbedì alla parola d'ordine pronunziata dalla tribuna piemontese; egli cercò che non fosse smentito il vaticinio del ministero, che avea pronunziato una rivoluzione nella Penisola. I ministeriali che lo deridono, son perciò ingiusti ed ingrati. Tutti coloro che vennero arrestati in Sarzana, o sui confini, meritano la croce dei Ss. Maurizio e Lazzaro.
Il Risorgimento questa volta fa logico ed" onesto nel giudicare il tentativo. Esso lo riconobbe una conseguenza legittima della politica piemontese. L'Italia s'ha da liberare, egli disse: solo modo, una buona rivoluzione interna aiutata dal Piemonte. Se non si ammette un tale principio, tutto quello che fanno, i ministri non ha più né scopo né significato di sorta. Dunque, posto che Mazzini sia l'autore dei moti di Massa e Carrara, i ministeriali. debbono sapergliene grado, e dire ch'egli ha continuato l'opera della redenzione italiana incominciata da Camillo di Cavour nel Congresso di Parigi.
Le popolazioni è vero non corrisposero. Ma Mazzini non potea supporre tale e tanta indifferenza. I ministri non gli dicevano per mezzo dei loro organi che tutta Italia bolliva ed aspettava il segnale? Lorenzo Valerio non avea dichiarato che le parole del Presidente del Consiglio avrebbero ispirato coraggio ed audacia ai popoli, e quel coraggio e quell'audacia non istarebbero lungo tempo senza farsi sentire? Se Mazzini dunque si è ingannato, non lo deridete: compatitelo, e tanto più dovete compatirlo, perché l'avete ingannato voi.
Raccogliamo le fila: 1° L'attentato rivoluzionario di Carrara e Massa fu una conseguenza della politica e delle esortazioni del ministero piemontese; 2° Mazzini e Cavour non si possono ornai distinguere nel volere una rivoluzione in Italia, perché svanite le speranze nella diplomazia, debbono convenire amendue nella necessità d'una rivolta: 3° I giornali ministeriali sono necessariamente infinti nel disapprovare l'ultimo tentativo; 4° La sede della rivoluzione non è che in Piemonte, e solo dal Piemonte partono gli eccitamenti alla rivolta; 5° Le popolazioni anche più guaste della Penisola guardano i mestatori che cercano di levarle a tumulto, e non corrispondono ai tentativi; 6° Quanto i plenipotenziari sardi hanno asserito nel Congresso di Parigi è solennemente smentito dai fatti.
(Dall'Armonia, n. 177, 1» agosto 1856)
La stagione delle messi è giunta, ei nostri ministri raccolgono ciò che hanno seminato dopo il Congresso di Parigi. Essi si sono costituiti accusatori de' governi italiani, e patroni di tutti quanti i rivoltosi della Penisola, onde ne avvenne di necessità, che avessero la piena confidenza de' mestatori, e fossero in sospetto ed in ira ai governi legittimi.
Abbiamo toccato il primo punto nell'articolo precedente, dimostrando che gli attentati rivoluzionari di Carrara erano stati conseguenza naturale della politica del ministero. I demagoghi non si sarebbero mossi, oltrepassando i confini, se non avessero confidato nel soccorso del Piemonte, se quel soccorso non fosse stato promesso nelle Camere dallo stesso conte di Cavour.
Oggi diremo brevemente dell'altro punto: della diffidenza cioè che debbono avere del governo nostro gli altri governi d'Italia, e del dauno che ci recherà codesto essere stimati capaci di sinistre intenzioni.
Nella corrispondenza di Massa ducale, da noi pubblicata nel nostro numero di ieri, raccontavasi siccome il ministero piemontese avesse offerto al Duca di Modena due mila uomini di truppa per combattere la rivoluzione. Il governo estense ringraziava, dicendo di non averne bisogno, e di bastare a se stesso.
Se la cosa è vera, ci meravigliamo altamente che il ministero abbia. osato fare una simile offerta. Come? Vi dichiaraste a Parigi nemici e accusatori del governo di Modena, ed ora gli esibite la vostra mano per sostenerlo? Una delle due: o non foste verìdici allora, o non siete sinceri presentemente. Imperocché voi fate due parti, che cozzano fra loro. Se l'estense è buon governo, non dovevate gettarlo a lascio cogli altri d'Italia, e riprovarlo; se è tristo, non vi conviene dargli di spalla, e mantenerlo in vita.
Questo ragionamento è naturalissimo, e lo avrà fatto certamente il governo di Modena. Il quale ha rifiutato l'aiuto piemontese per non averne bisogno; ma l’avrebbe rifiutato egualmente qualora ne avesse abbisognalo, perché tutto dava a sospettare, che l'offerta fosse mossa da tristissimi fini. Noi vogliamo credere che le intenzioni sieno state onestissime; ma queste le conosce Iddio soltanto, laddove gli uomini giudicano dai fatti, e i fatti precedenti consigliano i governi italiani a considerare il piemontese come il loro più sfidato nemico.
Vaglia il vero. Nel 1849 s'esibì pure l'aiuto nostro al Santo Padre esule in Gaeta. Ma lo scopo n'era sincero? A que' dì il ministro di Napoli avvertiva il Pontefice, che il Piemonte, intromettendosi nelle cose dello Stato Pontificio, mirava ad impossessarsi delle Legazioni, e sebbene allora si protestasse altamente contro questa voce, più tardi si vide che era tutt'altro che una calunnia, quando il conte di Cavour con una temerità senza pari osò chiedere al Congresso di Parigi che sottraesse le Legazioni al governo della S. Sede.
Il Duca di Modena non avea egli il diritto di temere che se gli volesse recare un aiuto di questo genere? Dove i nostri avessero messo piede nel Ducato, se ne sarebbero partiti così facilmente? l'ha un fatto che dice molto contro de' nostri ministri, ed è quello del principato di Monaco. Noi eravamo pure, in virtù de trattati, protettori del Principe, col diritto di tener soldatesca in casa sua per essere meglio apparecchiati a prenderne le partì. Ebbene, come usammo di questo diritto, e quale fu il valore del nostro patrocinio? Mentone e Roccabruna vi rispondono chiaramente.
Non dimentichiamo la scusa di questo fatto enormissimo, recata da Camillo di Cavour nel Congresso di Parigi. Là egli sorridendo disse, che i popoli di Mentone e Roccabruna non volevano più il Principe. Ma perché non avrebbe ripetuto lo stesso, affine d'incamerare il Ducato di Modena? Oh, i popoli si fanno parlare così facilmente, massime quando il potente trovasi faccia a faccia col debole!
L'offerta del nostro governo all'estense fu ridicola per quattro capi; 1 perché il Duca di Modena avea buono in mano da cavare il ruzzo dal capo ai rivoltosi; 2° perché questi rivoltosi medesimi erano partiti dal Piemonte, ed avevano avuto ricetto da quel governo che offeriva aiuto; 3° perché tutti i Principi italiani sanno ciò che il ministero nostro fece al Principe di Monaco, e dove andasse a parare l'aiuto che gli prestava; 4° perché è troppo fresca la memoria del brutto tiro, che il conte di Cavour tentò di fare al Papa nelle Legazioni.
Ci dicono, che il governo estense rìse del tentativo di Carrara, certo come egli è dell'affetto delle popolazioni. Ma sapete quando non ne avrebbe riso? Non ne avrebbe riso qualora i Rattazzi e i Cavour fossero volati in suo aiuto, e gli avessero accordato il loro patrocinio. Da quel punto l'affare sarebbe divenuto ben serio, perché di certa gente non è buona che l'inimicizia.
Frattanto noi possiamo essere persuasi che, come «i comportò il Duca di Modena, così si comporteranno col governo nostro gli altri Principi italiani. Essi temeranno il ministero subalpino, come temono i rivohizionarii; e finché non cangi politica, non sarà mai che ne accettino l'intervento. I fatti non possono contraddire alle idee, e queste essendo rivoluzionarie, rivoluzionario pure dee essere il soccorso. Accettarlo sarebbe un suicidio.
Ma per altra parte è ben doloroso, che i nostri ministri, in nome della unità italiana, abbiano gettato il Piemonte in tale isolamento, da farlo temere come il peggiore nemico d'Italia e de' suoi legittimi governi. Si raggiunse uno scopo diametralmente contrario a quello che s'intendeva; giacché, volendosi paralizzare nella Penisola l'influenza austriaca e sostituirvi la piemontese, s'ottenne invece, che i Principi italiani considerassero come loro leale confederato l'austriaco, e dichiarato avversario il Piemonte.
Ecco dove ci condussero gli uomini nuovi Ecco la bella unità italiana che ci regalarono! li Papa, il Re di Napoli, il Granduca di Toscana, il Duca di Modena, si danno fraternamente la mano congiunti in un solo pensiero; ed il Piemonte sta solitario sulle Alpi tenuto in conto, non di forestiero soltanto, che sarebbe già molto, ma inoltre di nemico!
E la parte sostenuta dai pieni potenziali sardi nel Congresso di Parigi a chi portò danno? Non certo ai governi italiani, che essi accusavano, i quali restano padroni in casa propria, e si ridono bravamente degli accusatori.
Ma invece recò danno a noi, che, obbligati a ricercare la protezione straniera, non possiamo' godere dell'amicizia interna.
Che se voi foste sinceramente italiani, dovreste sentire tutto il peso di un simile castigo. Imperocché non si può dare né dolore, né onta più grande di quella, che tocca ad un membro della medesima famiglia, il quale è confinato alla porta, e tenuto continuamente in sospetto di attentare alla pace domestica.
(Dall'Armonia, n. 181, 6 agosto 1856)
«ALESSANDRIA per ora è come la parola d'ordine per gli Italiani, e il simbolo dell'Unione», grida oggi la Gazzetta del Popola ((33)). Ma la poverina, o ignara, o dimentica della storia nostra, non sa che Alessandria ci ricorda un PAPA, UN CONTENTO, UNA SCOMUNICA.
Un Papa. Alessandria piglia il nome da Papa Alessandro III, a cui gli Italiani la consacrarono» in riconoscenza del suo patrocinio. Federico Barbarossa, il Cavour de' tempi antichi, agognava al patrimonio di S. Pietro, e rompeva guerra indegna al Pontefice. Dolente che il Cardinale Bandinelle» fosse stato eletto successore d'Adriano, per ambizione politica tentava scindere l'unità cattolica, e ad Alessandro contrapponeva tre antipapi. Questi soprusi eccitavano l'indegnazione negli Italiani. Essi, che non si muovevano ancora ai lamenti de' Milanesi erranti di città in città, si mossero agli insulti recati al triregno. Que' nostri padri erano grandi, perché erano cattolici. Figli affettuosi, sentirono i dolori del loro beatissimo Padre, operarono prodigi di valore, si strinsero in lega, giurarono e mantennero un giuramento. Ma dove giurarono?
Un convento. Ecco la seconda memoria di Alessandria. Nel convento di Pontida gli Italiani deposero gli odii e le gelosie, e giurarono la lega. In quel chiostro, che ricordava la santità delle promesse fatte in nome di Dio, i Veronesi, Vicentini, Padovani, Trivigiani, cogli altri popoli della Lombardia e della Romagna, si giuravano aiuto reciproco, compensarsi l'un l'altro dei danni che patissero a tutela della libertà, non soffrire che esercito tedesco scendesse in Lombardia, e ricuperare i diritti che possedevano a' tempi di Enrico III.
Il Barbarossa avea contristato il Vicario di Cristo, obbligandolo a rifuggirsi in Francia. Guai a chi cozza coi Papa! e guai a Federico! Alessandro nell'esilio vide i Re di Francia e d'Inghilterra camminare allato al suo cavallo, tenendogli le staffe, come noi vedemmo a' tempi nostri Francia, Austria, Spagna e Napoli stringerei intorno all'Esule di Gaeta, facendo a gara a chi potesse più presto rimetterlo sul trono pontificale. E poi Federico Barbarossa fu rotto nella pianura di Legnano, e non ne campò la vita, che nascondendosi sotto un mucchio di cadaveri. Ma con quali armi combatterono gli Italiani il feroce?
Una scomunica è la terza memoria, che ci ricorda Alessandria. L'esule Alessandro III mandava di Francia i suoi conforti e le sue benedizioni alla lega, e lanciava contro Federico la scomunica, in cui, come «Vicario di S. Pietro, costituito da Dio sopra le nazioni e i regni, assolveva gli Italiani e tatti dal giuramento di fedeltà, con cui a quello eran legati per l'impero o per il regno. Coll'autorità di Dio proibiva, ch'egli avesse mai più forza nei combattimenti, o riportasse vittoria sopra i cristiani, o in parte veruna godesse pace e riposo, sinché non facesse frutti degni di penitenza».
E la scomunica operava i suoi meravigliosi effetti. Il l°di agosto del 1177 Federico serviva in Venezia da mazziere innanzi al Papa, allontanando «olla verga la folla, e dopo il Credo della Santa Messa, assolto dalla censura, andava a baciare il piede del Pontefice e Care l'offerta, e poi lo accompagnava per mano fino alla porta della chiesa, gli teneva la staffa, menandolo per la briglia fino al palazzo.
Qui raccontano storici accreditatissimi, che Alessandro III ponesse il piede sul capo all'umiliato Imperatore, esclamando: Super aspidem et basiliscum ambulabis et conculcabis leonem et draconem.
Or bene, voi dite: «Alessandria per ora è come la parola d'ordine per gli Italiani». Ma, di grazia, dove sta il Papa, che vi conforti e vi benedica? Dov'è il convento, entro cui vi sia dato rinnovare il giuro di Pontida? Chi pronunzierà la scomunica, che tante volte sbaragliò gli eserciti e fo' cadere le armi di mano ai soldati del primo Napoleone?
Voisiete divenuti oggidì gli eredi degli odii, degli insulti, delle calunnie, de soprusi, delle ingiustizie del Barbarossa. Voi tentate al pari di lui di rompere l'unità cattolica. Voi volete allontanare il Papa un'altra volta dalla sua sede, e ricacciarlo in esilio. Il successore di Alessandro IH non è con voi, ma voi per contrario siete contro Pio IX. È vostro studio amareggiare continuamente l'animo paterno di questo gran Papa. Siete divenuti (oh vergognai) ghibellini e Tedeschi, e i Tedeschi sono guelfi ed Italiani.
Sì, voi combattete il Papa, e l'Austria lo difende. Voi vi ribellate alla Santa Sede, e l'Austria si sottomette. Voi disprezzate Pio IX e l'Austria Io rispetta. E avete il coraggio di nominare Alessandria, e di parlare della Lega Lombarda? Se questa lega si potesse e dovesse stringere, gli altri Italiani la stringerebbero contro di voi,che raccolte le rancide leggi Giuseppine, le gettaste (coraggiosi davvero!) contro il trono pontificale.
E dov'è, o imbecilli, il convento di Pontida per riconciliarvi, riunirvi ed emettere il sacro giuramento? Andrete a giurare in Altacomba, che avete profanato? 0 nella Certosa di Collegno, che avete convertito in manicomio? 0 nel monastero di Santa Croce di Torino, ridotto ad ospedale militare? 0 nella casa dei Serviti d'Alessandria, che tenete vuota, per lasciar senza tetto que' poveri frati? 0 in altri conventi deserti di monaci, e abitati da gente, che noi ci vergogneremmo perfino di nominare?
La sola parola convento dice eloquentemente agli altri Italiani chi siete voi, che cosa volete, quale amore portate al popolo, che religione avete in cuore, come rispettate la legalità, gli statuti, la giustizia. Nei tempi delle gare intestine furono i frati che riconciliarono e riunirono l'Italia, i frati riamicarono i Milanesi in Parabiago; fra Venturino da Bergamo compose i popoli discordi della Valtellina e del Comasco; i Senesi fra Bernardino e fra Silvestre), chiamati in Milano, diedero assetto allo scompigliato governo. Fra Gherardo pacificò Modena; fra Latino, Bologna; e fra Bartolomeo da Vicenza istituì l'ordine militare di Santa Maria Gloriosa per mantenere in calma le città italiane.
Questi frati che tanto bene recarono alla patria, voi li avete spogliati, li tenete prigioni nel loro convento, li obbligate a spendere quell'obolo che loro lasciaste, per premunirsi davanti i tribunali contro le vostre ingiustizie. Essi piangono giorno e notte, e le loro lagrime, i loro lamenti ascendono quotidianamente al Cielo, e chiamano vendetta. E in mezzo a tanta desolazione voi ricordate il giuramento della Lega Lombarda, il convento di Pontida, la riconciliazione degli Italiani?
Imitate prima quei nostri padri. Essi fondavano i monasteri, e voi li distruggete. Essi largheggiavano di elemosine verso i frati, e voi li dispogliate. Essi ne udivano con riverenza la santa parola, e voi la volgete in ridicolo. Essi vestivano la cocolla, e voi ne usate per la caricatura. Essi erano cattolici, e voi siete atei. E l'empio è incapace di amare la patria, di sentire la forza del dovere, di stringersi in amicizia, di operare qualche cosa di buono. La pietà è utile a tutto, e gli Italiani non furono mai grandi se non quando furono pii.
E la scomunica! Qui pure vi vogliamo, o signori d'Alessandria, o fautori della nuova Lega Lombarda. Voi pigliate a gabbo le censure ecclesiastiche. Ma Alessandria vi dice che sono tante volte più efficaci di cento e di mille cannoni. La scomunica, come v'abbiamo insegnato, nel secolo XII trasse il Barbarossa in Venezia a' piedi d'Alessandro III, e i cento cannoni non impedirono nel 1849 che gli Austriaci entrassero vittoriosi nella cittadella di Alessandria. Noi vi citeremo migliaia di casi, in cui i cannoni non servirono a nulla, e intanto vi sfidiamo a citare un caso solo, in cui la scomunica tardi o tosto non producesse il suo effetto, a cominciare dall'incestuoso di Corinto fino a quella lanciata contro il Bonaparte e contro la repubblica Romana.
Insomma gli italianissimi, evocando le memorie d'Alessandria della Paglia, non (anno che confutare le opere loro. Volendo rompere guerra al Papato, hanno scritto sopra la propria bandiera una città che ebbe nome da un Papa. Non v'è gloria italiana a cui non vada congiunto il ricordo di un Pontefice, mentre i nemici dei Papi segnano l'epoca del nostro fatale scadimento e della nostra miseria. Ogni buon cittadino non pronunzia che con immenso dolore i nomi di Crescenzio, d'Arnaldo da Brescia, di Nicolo di Lorenzo, di Francesco Baroncelli, di Stefano Poreari. «1 Ghibellini antichi, scrisse lo stesso Gioberti, furono la causa principale della ruina d'Italia: i Ghibellini moderni continuano l'opera loro». Gli Italiani dei bassi tempi fiorirono di libertà, di commerci, di arti, di lettere, d'armi, e furono gloriosi mentre adoravano la paternità spirituale del primo cittadino italiano: ma col disprezzo di essa sottentrò la servitù. E la servitù del vizio, che è la pessima di tutte, si allargherà ancora, se non si ritorna alla religione antica. La vita, cioè la libertà, la potenza, l'unione, la civiltà di un popolo, dipendono dal vigore del suo spirito, e il vigore spirituale dell'individuo, dello Stato, della società in universale, ha le sue radici nella religione. Gli Italiani saran grandi quando saranno cattolici, quando saranno col Papa. Senza cattolicismo e contro del Papa non saranno che miseri, e peggio che miseri: Saranno ridicoli.
(Dall'Armonia, n. 188, 14 agosto 1856)
«Noi delle Due Sicilie abbiamo un torto, di cui ci tocca
ogni giorno soffrirne i tristi risultati, quello di non manifestare
coi mezzi della pubblicità quanto di bene presso di noi si opera.
CANTALUPO, Sul progresso morale delle popolazioni napoletane
Napoli 1850, p. 30.
Come alla maggior parte de' giornali torinesi, così a noi pure venne spedito da Brusselle un foglio intitolato: Question italienne—A Mylord Palmerston et Whigs premier memento. Les Siciles. Lo scritto porta la semplice data: agosto 1856. Lo scrittore promette altri memento, e conchiude dicendo a lord Palmerston: Nous vous dévoilerons prochainement.
Dobbiamo accettare con benefizio d'inventavo questa difesa del Re di Napoli. Vi sono certi tocchi che ci mettono un po' in sospetto. l'Italia e Popelo di Genova, che è giornale di Mazzi ni, ne ebbe le primizie. E poi difendendo il Re Borbone, s'accusa il Sommo Pontefice, e si giunge all'eccesso di mettere a fascio l'angelico Pio IX, con quei monarchi e imperatori d'Europa, che hanno ordito des piéges contre ce roi.
D'altra parte l’apologia del Re di Napoli va fino all'apoteosi. Egli è detto non solo le plus légitime et le plus ancien monarque sur le tròne; ma perfino le successeur du Christ. Coloro che infinocchiano così il Re Ferdinando, quantunque gè gli dichiarino amici e gli stieno a' fianchi, sono però i suoi più tremendi avversari. Meglio una nota ostile di Francia e d'Inghilterra, che una smaccata adulazione!
Però nel Memento di Brusselle vi sono alcuni fatti, e noi dobbiamo raccoglierli per presentarli ai nostri lettori. Li sommeremo insieme colle cifre che si leggono nel recente scritto del cav. Benedetto Cantalupo sul Progresso morale delle popolazioni napolitano.
Nel regno delle Due Sicilie non si trovano debiti, non aggravi, non ladri. Le finanze napolitane sono le più prospere dell'Europa. Si reputano fortunati coloro che posseggono qualche cartella del Debito pubblico partenopeo, giacché si negoziano a L. 112 nelle borse principali. Non corre anno in Piemonte senza che si contraggano imprestiti; e il Re di Napoli non domanda mai danaro a nessuno!
Le imposte sono modicissime. L'isola di Sicilia non patisce l'imposta di sangue, che chiamasi coscrizione militare; ed essa non va soggetta ai più ordinari e comuni balzelli, come sono quello del sale, l'altro del tabacco, il terzo della polvere, e il quarto della carta bollata. In Piemonte non si possono scrivere due linee ufficiali ad un ministro senza spendere 50 centesimi pel bollo della carta!
Raramente avvengono grassazioni nel regno di Napoli, e i nostri giornali, che vanno sempre in cerca di calunnie contro l'amministrazione di quello Stato, non seppero ancora accusarla sotto questo rispetto.
Il cav. Cantalupo ci che la statistica criminale napoletana, incominciandola dal 1848, anno di vertigine e di suprema calamità per l'Italia. In quell'anno la cifra de' misfatti nel regno di Napoli fu spaventosa. Nel 1849 ascesero alla somma enorme di 18,855. Nel 1850 toccarono ancora la cifra di 18,826. Nel 1851 s'ebbe una grande diminuzione, e diminuì del diciottesimo il numero de' delitti dell'anno antecedente. Nel 1854 la diminuzione fu ancora maggiore, sebbene vi avessero cause straordinarie di delinquere: 1° nel caro del pane; 2° nell'invasione del colera; 3° nella guerra d'Oriente, che eccitava le passioni.
I magistrati napoletani amministrano la giustizia con attività e con coscienza. Eccone la prova. Nel 1854 si porse querela da privati, o da pubblici accusatori contro 27,181 individui. Ne furono condannati solo 5,767, e gli altri messi in libertà, in aspettazione di prove più ampie e di lumi maggiori.
Le cause solennemente discusse nel 1854 furono 5,010, e si udirono perciò 60,275 testimoni. Ciò dimostra come si proceda nelle condanne col calzare di piombo, e non si neghi all'imputato nessuna guarentigia.
Nel 1854 non vi ebbe neppure un caso di rimedio per ritrattazione. Eppure in quell'anno, osserva il cav. Cantalupo, i collegi di Francia e del Belgio, che sono tra i più reputati d'Europa, ne offerivano di strepitosi, ne' quali notatasi, che molti innocenti furono condannati a pene gravissime per falsi testimoni, o per falsi documenti. Tra noi nessuno ha ancora dimenticato il fatto dei coniugi Alessio prima condannati a morte, e poi rimessi in libertà!
Una gran piaga sociale è il duello, e il Piemonte ne deplora di molti, che per lo più restano impuniti. Anche in Napoli un giorno, per pretesti di verun conto, davasi di mano alla spada. Il Re vi rimediò, pareggiando le offese in duello alle premeditate, rendendole di competenza ordinaria benché tra militari, e punendo i rei col laccio. Nel 1854 non vi fu un solo duello!
I delitti politici non mancarono; ma non mancò nemmeno la sovrana clemenza. Dal 1851 al 1854 il Re fé' grazia a 2,713. Delle 42 pene capitali, cifra totale delle condanne a morte pronunziate dalle grandi Corti, il Re ne commutava 19 nell'ergastolo, 11 a 30 anni di ferri; e 12 ad altre pene minori.
Per lo che, conchiude il cav. Cantalupo, consigliere della suprema Corte di giustizia, in Napoli verificavasi un fatto unico in tutta Europa, quello cioè di non esservi stata esecuzione capitale per reati politici. L'apologista di Brusselle dice su questo proposito a lord Palmerston: Savez-vous que dans les Siciles n’est pas connue la mesure expéditive de la déportation, ni Botany-Bay, ni Lambessa, ni Cayenne, et autres tombeaux semblables des vivants malheureux?
È opportuno qui osservare collo statista di Napoli, che dal 1830 al 1854, dacché regna Ferdinando 11, si distinsero sempre i reati politici semplici dai reati politici misti. Questa distinzione, che si è tanto dibattuta nella Camera Elettiva del Belgio in occasione della legge di estradizione, vigeva già nel regno di Napoli. Il Re «ha voluto decisamente, risolutamente, ed a qualunque costo che non si versasse il sangue umano per motivi di lesa maestà, quando questi reati, come nella causa di Rossaroll e complici, ed in altre di simile natura, non erano misti a reati di scorrerie armate, di omicidio di altri attentati comuni».
Quanto ai reati comuni il Re di Napoli dal 1851 al 1854 ha fatto 7,181 grazie, che sommate colle grazie pei reati politici danno un totale di grazie regie di 9,894. Ed è questo il Re tiranno!
Passiamo ad altro. Noi Piemontesi abbiamo una prova lampante dello stato delle scienze e della condizione degli studi nel regno di Napoli. Re Ferdinando ci ha mandato i migliori professori della nostra università. Scialoja, Mancini, Melegari, Ferrara, appartengono al Re di Napoli, e furono educati sotto quel governo, che si accusa di favorire le tenebre e l'ignoranza.
Chi scrive i nostri diari? Sono in massima parte gli emigrali napolitani, che hanno preso le redini del Piemonte, e vi formano l'opinione pubblica. I Piemontesi, diciamolo a nostra somma vergogna, obbediscono ed imparano, o fanno mostra d'imparare. Ma intanto, chi ha formato i nostri maestri? È re Ferdinando. Egli ha dato avvocati al nostro foro, professori alle nostre scuole, pubblicisti ai nostri giornali!
L'apologista di Brusselle scrive: «I primi uomini di Stato d'Italia si consacrano alla politica di re Ferdinando. Filangeri, duca di Satriano, il figlio di Gaetano, la prima spada, la più vasta capacità amministrativa d'Italia; i Principi di Carini, di Castelcicala, di Fortunato, di Antonini, di Serracapriola, per ogni maniera di ragioni hanno dato e danno all'Europa diplomatica lezioni di sapere e d'ardimento governativo».
E la beneficenza? Quando il terremoto di Basilicata gittò quelle genti nella desolazione, il Re e la Regina diedero del proprio 10m. ducati; i ministri e i loro dipendenti 21m. ducati, e gli altri ne seguirono gli esempi, e le obblazioni ascesero a 142m. ducati.
Quando la carestia afflisse il regno di Napoli, come gran parte d'Europa, furono per tutto lo Stato aperti forni di panificazione, commessi in Odessa carichi di grano, e proibita l'esportazione all'estero dei generi necessari alla sussistenza.
Quando il lavoro mancava al popolo, si ordinarono lavori pubblici, e nel solo anno 1854 si spesero 3,556,670 ducati in opere di pubblica utilità militari ed idrauliche.
E l'esercito? «Il primo esercito italiano, risponde l'apologista di Brusselle, è l'esercito delle due Sicilie, riordinato con vent'anni di lavoro da Ferdinando II. Dopo le antiche legioni romane, giammai l'Italia non ebbe un esercito così numeroso, e nello stesso tempo così ordinato ed istrutto. La prima flotta, dopo la flotta francese, che veleggi nel Mediterraneo e nell'Adriatico, venne interamente creata dallo stesso Re».
Questi sono fatti e non parole. Il Risorgimento di ieri va a cercare chi sia l'autore della difesa del Re di Napoli partita da Brusselle. È ricerca inutile. Dovrebbe invece adoperarsi per ribattere tutte le cifre e tutte le verità che ci vennero accennate.
Provi, che in Napoli v'è una stampa empia e rivoluzionaria come la nostra. Provi, che non sieno Napoletani coloro, che presentemente illuminano il Piemonte. Provi, che il governo di Napoli viva d'imprestiti come noi. Provi, che obbedisca a Francia e Inghilterra come noi; che abbia venduto il suo commercio agli Inglesi come noi; che abbia dovuto accettare gli Austriaci nelle sue fortezze come noi; che tenga in permanenza le forche come noi; che abbia tanti ladri come noi; che trascuri così poco il popolo come noi. Attendiamo dal Risorgimentoquesta importantissima dimostrazione.
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A pag. 35 del primo quaderno di queste Memorie tra le tribolazioni della Chiesa in Piemonte venne ommessa la legge del 29 di maggio 1855 pubblicata negli Atti Ufficiali del Governo, n° 878 pag. 741, la quale dice: «Cessano di esistere quali doti morali riconosciuti dalla legge civile le case poste nello Stato degli Ordini religiosi, i quali non attendono alla predicazione, all'educazione, od all'assistenza degli infermi». Secondo questa legge moltissimi Ordini religiosi doveano essere conservati, e furono distratti per volontà de' ministri.
L'art. 4° diceva: «I beni ora posseduti dai corpi ed enti morali verranno applicati alla Cassa Ecclesiastica da stabilirsi». La Cassa Ecclesiastica fu stabilita, ma il deputato Angelo Brofferio il 30 aprile 1858 osservava alla Camera: «Una volta avevamo i Frati, ma almeno non avevamo la Cassa; ora abbiamo la Cassa ed abbiamo i Frati. È un po' troppo! (Ilarità prolungata) Atti Ufficiali della Camera, n° 183, pag. 693. — Lo stesso Brofferio parlando della stessa legge avvertiva: «Una legge che in due anni ha prodotto più di 600 liti, che razza di legge può essere?» (loc. cit. ). E il deputato Borei la nella stessa tornata chiamava la medesima legge ambigua, equivoca, diplomatica.
(Pubblicato il 7 settembre 1859).
A Milano apparve testò un nuovo giornale popolare intitolato la Bandiera Italiana, il quale, nel suo secondo numero del 2 di settembre, venne fuori con una proposta relativa al nome del nostro Re ed ai titoli che dee prendere negli atti pubblici. Eccone le parole:
«Sarebbe ingiusto ed impolitico che lo Stato, aumentato di pili del doppio, continuasse ad appellarsi Regno Sardo. Casa Savoja, che prima era soltanto ducale, diventò regia coll'acquisto della Sardegna; se pur non avesse quest'isola, ora l'annessione di Lombardia, di Toscana, di Romagna, di Parma e di Modena, non basterebbero a fare una Gasa Reale? Equal altro titolo si potrebbe dare al nuovo Stato se non quello di Regno d'Italia? Senza risalire ad Arduìno e a Berengario, Napoleone I non prese egli questo titolo, senza avere neppure la Toscana?
«E per tramandare in perpetuo la santa origine e l'indole democratica del nuovo Stato, noi domandiamo (e speriamo essere appoggiati nella nostra domanda da tutto il giornalismo italiano) noi domandiamo che Vittorio Emanuele, dal momento che accetterà la fusione, si intitoli solennemente in tutti gli atti pubblici:
Su di un punto noi siamo pronti ad appoggiare la Bandiera Italiana, e concorriamo con lei nell'avviso che in tutti gli Atti pubblici s'abbia a dire: Re per la grazia di Dio. Fino a mezzo il 1854 questa denominazione fu presa dai nostri Re; ma poi per una deliberazione del Parlamento venne abbandonata, ed oggidì negli Atti pubblici non si parla più della grazia di Dio.
Eppure la sovranità non può venire che dal Cielo, e lo ammettono perfino coloro che professano la dottrina del popolo sovrano. Un solo ha potuto dire: È data a me ogni podestà in Cielo ed in terra, ed egli solo può dispensarla a chi più gli piace.
La ragione istessa così insegna, e tale fa la persuasione universale anche de' pagani. Callimaco cantava che i Re vengono da Dio, e Omero li chiama replicatamente figli di Dio, e Tacito nel terzo degli Annali dichiarava: Principes imperium a Deo habent.
Il P. Gioachino Ventura nella sua ultima opera pubblicata in sul principio di quest'anno col titolo: Saggio sul potere pubblico, ha raccolto le testimonianze della Sinagoga, della Chiesa e dell'intera umanità sull'origine divina del potere.
Egli prova che a' tempi di Salomone era comune non solo nella Palestina, ma pure nell'Asia e nell'Africa, la credenza esser Dio solo che faceva i Reì come scriveva Iram, re di Tiro, e la Regina di Saba.
Plutarco chiamava il Re l'imagine viva di Diot e Plinio nel suo Panegirico di Traiano dichiarava che i Principi vengono da Dio, che li costituisce suoi vicarii presso il genere umano: Principem dai Deust qui erga genus humanum vice sua fungitur.
Secondo Diodoro di Sicilia, gli Egiziani credevano che i Sovrani ottenessero la suprema autorità per intervenzione divina. Gli Assiri e i Medi, a detta di Filostrato, adoravano la sovranità; e Sallustio ci attesta che presso tutti i popoli d'Oriente era santo il nome del Re.
I quali principii predicati dagli Apostoli vennero poi confermati dai Padri della Chiesa; e Tertulliano chiamava l'onore al Re religio secundae maieslatis;e S. Ireneo dicea: terrenum regnum positum a Deo; e S. Gregorio di Nazianzo avvertiva un imperatore cristiano, che governava l'impero con Cristo, e che daIvi aveva ricevuto la spada.
La ragione medesima, abbiamo detto, prova l'origine divina del potere. Se la società è una istituzione divina, perché Dio ha creato l'uomo sociabile, non dee dirsi divino anche il potere per cui la società sussiste?
Il Re che cosa rappresenta nello Stato? Il grande ufficio della paternità. Imperocché gli Stati non sono che ampie famiglie, e il Re ne è il capo ed il padre. Ora la paternità non può venire che da Dio, padre universale, creatore di tutto;e non s'è inteso mai assurdo peggiore di quello che sostiene essere i figli che formano il padre!
Finalmente il diritto di vita e di morte che riconoscono nel Re anche coloro che ammettono i principii òeV ottantanove, il diritto di grazia che gli riservano, sono confessioni implicite dell'origine divina del potere.
Questa dottrina è nel cuore medesimo dell'uomo, e tutti sentono che chi offende il Re, chi l'insulta, chi si ribella alla sua autorità, chi lo spoglia, non solo commette un atto di fellonia, ma un sacrilegio, perché il Re è cosa sacra, perché egli non può venire che da Dio.
Ed è utile ai popoli ed ai Re che questo sia predicato; perché gli unì non abusino della propria autorità, e gli altri la rispettino; giacché sarebbe eguale sacrilegio ribellarsi all'autorità di Dio, e abusare di quel potere che Dio ha concesso.
I liberali mostrano tanto impegno onde nelle chiese sia recitato l'Oremus pel Re. Ora in questo si dice apertamente che Vittorio Emanuele II è Re per grazia di Dio, e che per divina misericordia mscepit regni gubernacula. Perché dunque non ripeterlo negli atti pubblici? Lo scrive Napoleone III, e perché nonio scriverà il nostro Sovrano?
Dunque su questo primo punto andiamo d'accordo colla Bandiera Italiana, e stimiamo che debba tornarsi all'antica denominazione dicendo Re per la grazia di Dio.
Ma s'avrà egli ad aggiungere anche per la grazia del popolo? Sarebbe un pleonasmo ed una contraddizione: forse che la grazia di Dio non basta? E dopo la grazia di Dio è necessaria la grazia del popolo?Ritorneremo un'altra volta su questo punto, mostrando quanto sia falso, ridicolo, assurdo, fatale il principio di coloro che vogliono i Re nati dal popolo.
La Bandiera Italiana, giornale che si pubblica a Milano, ha proposto, che il nostro Re s'inscriva negli atti pubblici: Re per la grazia di Dio e per la grazia del popolo. Noi in un articolo precedente abbiamo approvato la. formola Re per la grazia di Dio,smessa da cinque anni; ma in questo riproviamo solennemente la seconda parte: Re per la grazia del popolo.
E dapprima chiediamo, perché tale novità nella dinastia di Savoia? Essa regnò per nove secoli, amata bensì da' suoi popoli, ma non in grazia di loro. E perché dovrà mutare stile oggidì, e dichiarare che riconosce dall'elastica parola popolo tutta la sua autorità?
Finora si diedero molte lodi a Carlo Alberto, che nato sovrano — fratello si f$ come dice una canzone: ossia che partecipò al popolo una parte della sua sovranità, promulgando lo Statuto, e chiamando i cittadini ad eleggere i proprii legislatori. Ma perché la Bandiera Italiana vuoi oggi invertire le parti, e stabilire che non è il Re, il quale abbia chiamato il popolo all'esercizio d'una parte della sovranità, ma il popolo che ha fatto sovrano il Re?
E poi, volete scrivere negli atti pubblici un'assurdità? Dire Re perla grazia del popolo è un solennissimo assurta. La quale proposizione saprà male ai libertini, ma noi ci affretteremo a provarla colle ragioni è colle parole di Gioberti, a cui testé s'è elevata una statua in Torino.
«Che l'uomo faccia un sovrano, scrive Gioberti, è tanto assurdo, quanto che il figlio generi il padre, e la causa nasca dall'effetto i. Che cosa direbbe la Bandiera Italiana se in una famiglia i figli imponessero al padre d'intitolarsi padre per la grazia de' figliuoli? Forse che i figli potrebbero a meno di non riconoscerlo per padre?
«L'effetto, soggiunge Gioberti, non può fare la causa; ma l'uomo è effetto del sovrano; dunque l'uomo non può fare il sovrano». II sillogismo è preciso. E oserete dire che quel filosofo, a cui innalzaste un monumento, sbagliasse la maggiore, la minore, o la conseguenza?
«Acciò l'uomo creasse il sovrano dovrebbe essere tale egli stesso, niuno potendo dare ciò che non possiede». E chi vorrà asserire che l'uomo sia sovrano? E se non è sovrano un uomo, lo saranno due, tre, cento, mille, un milione d'uomini?
«Il sovrano è autonomo rispetto ai sudditi, e se ricevesse da loro l'autorità sua, non sarebbe veramente sovrano; poiché i titoli ripugnerebbero alla sua origine». Dunque la formola Re per la grazia del popolo involge contraddizione ne' termini; perché la parola Re esclude la grazia del popolo; e la grazia dei popolo ripugna colla parola Re.
«La sovranità non può scaturire dai sudditi, ma vuoi nascere da un altro sovrano, finché si giunga alla sovranità assoluta», cioè a Dio. Epperò quando si è detto Re per la grazia di Dio, non s'ha più da aggiungere sillaba, restando completamente determinato il fonte, la regola e lo scopo della sovranità.
«Ogni sovranità attuale deriva da una sovranità anteriore, e questa da un'altra, finché si giunga di mano in mano all'origine divina ((34))». Il figlio d'un re è sovrano perché è succeduto al padre; il padre fu sovrano perché succeduto all'avo, e così di mano in mano finché si arrivi allo stipite che fu re per grazia e volontà di Dio.
Avverta bene la Bandiera Italiana, che tutti questi argomenti non sono nostri, ma li abbiamo imparati ieri ad uno ad uno in piazza Carignano dalla statua del sommo filosofo.
E insieme colle precedenti ragioni abbiamo imparato in piazza Carignano di molte altre importantissime verità, che sarà utilissimo inculcare in questi gravi momenti.
Abbiamo imparato che «quando un popolo è civilmente costituito, egli non è più padrone di mutare radicalmente e sconvolgere il suo stato politico per vie tumultuarie e violenti». E questo vorremmo che fosse predicato a Bologna, a Modena, a Parma ed altrove.
Abbiamo imparato che e il violare la signoria stabilita sarebbe un disordine assai maggiore di ogni bene che se ne potesse ottenere; imperocché la sovranità civile essendo la base del vivere comune, da cui ogni altro bene dipende, vien meno se può violarsi da' suoi vassalli». Colle quali parole il sommo filosofo dall'alto del suo piedestallo di piazza Carignano fulmina i Bolognesi, i Modenesi, i Parmigiani, ecc.
Abbiamo imparato che la sovranità è inviolabile, e che, e se si ammette un solo caso in cui la rivolta contro il sovrano sia lecita, si distrugge l'essenza della sovranità stessa; oltre che, lasciando all'arbitrio di ciascun privato la facoltà di giudicare in pratica, quando si verifichi tale eccezione, ai apre la via ad infiniti disordini». Ottima ragione anche questa che noi vorremmo infondere nelle teste dittatoriali dei Farini, Ciampini, Manfredi e compagnia.
Abbiamo imparato che e l'obbligazione verso il sovrano deve essere assoluta, altrimenti è nulla. Quindi ne nasce quello stoicismo politico che interdice in ogni caso la ribellione contro gli ordini stabiliti». Capite? In ogni caso.
Abbiamo imparato «che un popolo essendo popolo in virtù della sua organizzazione sociale, non può insorgere contro di essa, senza rendersi micidiale di sé, e cadere nell'anarchia, ultimo e sommo degli infortuni civili; la quale, ancorché altri la voglia corta ed innocente, può divenire lunga e sanguinosa; non essendovi uomo al mondo che possa promettersi di misurare e signoreggiare a suo senno gli effetti di un subito e impetuoso rivolgimento».
Abbiamo imparato che, come diceva l'apostolo San Paolo, la podestà è ordinata e procede da Dio. «Dove avverti che vengono espresse le due doti del potere legittimo; per l'una delle quali è ordinato, cioè organico; per l'altra divino ((35))».
Tutti questi insegnamenti escludono il Re per la grazia del popolo,principio che «fu provato assurdo più volte dai discorsi dei savi e dalle esperienze dei popoli, e non può esser tenuto per valido da chi non si risolva a dismettere affatto i documenti della storia e della pratica, i precetti della religione, i principii della soda filosofia, i progressi della scienza politica, e a ripetere i sofismi vieti e puerili del Rousseau, avvalorandoli coi prestigi! della fantasia, e colle passioni della moltitudine ((36))».
I documenti della storia sono il principale argomento contro la pretesa sovranità del popolo; imperocché questi c'insegnano dove riuscisse in Francia tale sovranità sotto il regno dell'ottimo Luigi XVI.
Il popolo è sovrano, diceasi allora. «V'ha un principio, declamava il conte d'Antraigues, il 2 di settembre del 1790, v'ha un principio, che dee servirci di guida in tutte le nostre discussioni. Ogni autorità risiede nel popolo, ogni autorità viene dal popolo, ogni potere legittimo emana dal popolo».
E questo popolo sovrano ha esercitato il suo potere nelle giornate del 14 luglio, del 6 e del 7 di ottobre del 1789, del 10 di agosto, del 2, del 3, del 4 di settembre del 1792; l'ha esercitato contro Luigi XVI, divenuto re per la grazia del popolo, contro Napoleone I, contro Carlo X, contro Luigi Filippo, contro diciotto o venti governi, che si succedettero in Francia dopo la proclamazione della sovranità popolare.
Noi disapproviamo pertanto non solo la proposta in sé della Bandiera Italiana, ma anche l'averla fatta in questi momenti, in cui, essendo tale e tanta l'unione tra popolo e re, era, per dir poco, inopportuno sostenere che l'uno sia re per grazia dell'altro. E siccome ci par di vedere in Lombardia il principio democratico levar la testa, così abbiamo creduto debito nostro di stenderci alquanto su questo punto, dettando questo e il precedente articolo.
(Pubblicaloil 11 settembre 1859).
La così delta Assemblea di Bologna il 5 di settembre pronunziava all'unanimità «che i popoli delle Romagne, rivendicato il loro diritto, non vogliono pia governo temporale del Papa» e la nostra Gazzetta Piemontese s'affrettava a pubblicare questa dichiarazione con tutti i considerando che la precedono.
Noi crediamo che il nostro sia il solo foglio officiale in Europa che abbia dato questo gravissimo scandalo di pubblicare con evidente compiacenza le sentenze di morte politica, proferite contro i Sovrani d'Italia. Quando muore un re o un parente di re le Coiti pigliano il tutto, e non sarebbe soverchio il pretendere che in circostanze analoghe, quando i re Bono cacciati, esautorati, infamati, almeno i fogli officiali serbassero il silenzio.
E v'aveano molte ragioni che consigliavano alla Gazzetta Piemontesedi tacere: 4 Perché la sentenza di Bologna era doppiamente sacrilega, in quanto offendeva la sacra maestà di un Re, e contristava la santità di un Papa; 2 Perché essa era figlia della più nera ingratitudine, e veniva proferita in una città prediletta a Pio IX, e tanto da lui beneficata; 3 Perché prima di pronunziarla coloro che governano Bologna stiparono la città d'armi e d'armati, tennero il popolo tra le tenebre, e non lasciarono penetrare nelle Romagne che quel giornalismo, che è venduto alla rivoluzione e ne sostiene la causa.
Due anni fa, nel giugno del 1857, il cav. Carlo Bon-Compagni, quest'uomo che ebbe il compito doloroso d'incoronare quasi tutte le vittime della presente rivoluzione, recavasi in Bologna, e inginocchiato a' piedi del Papa, come rappresentante del nostro governo, Io salutava Pontefice e Re. Ed oggi quegli uomini stessi, che spedivano il Bon-Compagni a Pio IX, tanno registrare sul foglio officiale la sua esautorazione!
Ma dichiarando che questa fu pronunziata all’unanimità, indicano abbastanza in qual conto si debba tenere. Imperocché mentre negli altri casi l'unanimità del voto aggiunge forza al medesimo, nel nostro lo rende assurdo e ridicolo.
Non è molto le Romagne, e principalmente Bologna, accoglievano Pio IX con ogni dimostrazione di festa e di riverenza. Ed ora volete dirci che tutti quegli applausi fossero ipocrisie, e che il Papa non conservi più un solo amico, dove, nel 1857, riscuoteva tanti omaggi ed un così affettuoso ossequio? Ma allora che cosa significa il voto del popolo?
Questa unanimità è prova che l'Assemblea non rappresenta né Bologna né le Romagne, ma solo la rivoluzione, la quale è davvero unanime nell'odiare il Re ed il Pontefice.
Questa unanimità è prova che il paese non prese parte alle sacrileghe votazioni, ma lasciò i mestatori operare a loro talento, serbando un contegno puramente passivo, e rimettendosene alla giustizia di Dio.
Questa unanimità è prova che la libertà manca, perché nelle grandi e radicali questioni NON MAI, notate bene la parola, non mai furono unanimi i voti delle Assemblee quando furono libere.
Ma esaminiamo un po' i considerando della così detta Assemblea di Bologna. Tre sono i principali: il consenso de' popoli, la moltiplicità delle insurrezioni, l'occupazione straniera.
I popoli delle Romagne furono nel 1845 senza il loro consenso posti sotto il governo temporale Pontificio» E di quali popoli fu chiesto il consenso in quell'anno? Forse di que' posti sotto il governo di Francia, d'Austria, di Prussia,di Russia, d'Inghilterra, di Sardegna? Ammettete dunque che tutte queste nazioni ed altre ancora, alle quali non fu chiesto il consenso, possano ribellarsi alla loro legittima autorità?
Ma la storia smentisce l'asserzione della sedicente Assemblea di Bologna. Le feste fatte a Pio VII reduce ne' suoi stati, e l'Orazione di Pietro Giordani per le Legazioni riacquistate provano che il governo temporale Pontificio nel quindici fu ristorato con grande soddisfazione delle popolazioni.
La storia delle Romagne d'allora in poi fu una dolorosa vicenda di rivoluzione e di reazioni. Vedete come ragionano costoro! Prima promuovono le sommosse, e poi ne traggono argomento per giustificarle!
Ma se questa ragione valesse nelle Romagne, varrebbe molto più in Francia, dove, dopo i principii dell'ottantanove, le rivoluzioni si avvicendarono in una maniera assai più spaventosa, e meglio di venti governi si succedettero in seguito ad altrettante guerre intestine!
Questi principii medesimi, recati dalla Francia nelle Romagne, vi produssero que' molteplici attentati, per cessare i quali non si bada esautorare il governo, non separarlo, non dividerlo, ma fortificarlo.
Il Papa abdicò la sovranità, invocando l'aiuto dell'Austria, per la conservazione dell'ordine. Questa ragione dimostra, che dopo le Legazioni si vuoi togliere al Papa anche Roma, e dopo l'Austria verrà la volta della Francia.
Ma Pio IX, invocando l'aiuto delle armi cattoliche, non abdicò la sovranità, sibbene l'esercitò; l'esercitò come Cavaignac nelle giornate di giugno, l'esercitò come Luigi Napoleone il 2 dicembre; l'esercitò proteggendo i suoi popoli contro i sommovitori, l'esercitò coll'aiuto de' cattolici che sono pure i suoi figli, perché il Principe della pace non tiene al suo soldo le numerose schiere della Francia e dell'Austria.
Voivedete che i considerando dell'Assemblea di Bologna sono i luoghi comuni di tutti i rivoluzionari, e se Victor Ugo, Felice Pvat, Luigi Blanc e compagnia domani si potessero costituire in Assemblea a Parigi, li ripeterebbero uno ad uno contro l'Imperatore Napoleone III, dicendo che abusò della forza delle armi, che corruppe il popolo, che infierì colla reazione, e cose simili.
Ma una solenne contraddizione noi troviamo nei considerandodell'Assemblea di Bologna, uno dei quali dice che il governo pontificio portò nelle Romagne pervertimento del senso morale delle popolazioni. Come mai? Invocate il suffragio delle popolazioni, e dichiarate che il loro senso morale è pervertito?Vi dite gli eletti del popolo, e tacciate di pervertimentoquesto popolo stesso? Qui v’è una confessione; voi sentite d'avere il popolo contro di voi, sebbene parliate in suo favore, epperò lo accusate di pervertimento morale.
Noi non ci cruciamo gran fatto ne delle decisioni dell'Assemblea di Bologna, né del patrocinio che trovano nella Gazzetta Piemontese.Le Romagne resteranno del Papa, e sotto il Papa, e una parola di Pio Nono, una sola parola basterà a riacquistarle.
Ricordi la Gazzetta Piemontese, e ricordino con lei tutti gli altri fogli, che il 12 di febbraio del 1848, un giornale di Bologna, Felsineo, scritto forse da coloro che ora dichiarano di non volere pili governo temporale del Papa, esclamava: i Oh se il generoso e magnanimo Pio levasse la voce e chiamasse al suo tribunale i potenti della terra, e domandasse conto delle opere loro! Se loro mostrasse la legge evangelica e dicesse che il codice è un solo, ed uno per tutti, tanto pei piccoli che pei sommi, tanto pei popoli che pei Rei Se mostrasse che non vi può essere una legge di giustizia per gli individui ed un'altra per la politica delle grandi nazioni! Se questo facesse Pio Nono, quale rivoluzione stupenda non recherebbe in Europa!!
E quando sarà giunta l'ora, Pio Nono parlerà e chiamerà al suo tribunale la sedicente Assemblea di Bologna, e le domanderà conto delle sue opere. Dirà ai Sovrani che il codice è un solo, ed uno per tutti, tanto pei piccoli che pei sommi, e così vale spodestare un piccolo Principe, come un grande Imperatore. Dirà, che chi spoglia gli individui pecca, e pecca molto più chi spoglia un Re ed un Papa. Dirà ciò che suoi dire Pio Nono, ispirato da Dio, e vedrete allora che rivoluzione stupenda non recherà in Europa!
(Pubblicato il 13 settembre 1859).
Pubblichiamo il testo nell'articolo sulle cose italiane, stampato dal Moniteurdi Parigi, il 9 di settembre. Il telegrafo non ce ne trasmise che un piccolo sunto, ed è bene averlo sotto gli occhi per intero.
Quest'articolo ha l'importanza d'un documento storico pel passato, e d'un vaticinio per l'avvenire. Esso rivela dapprima le cause gravissime, che provocarono la pace di Villafranca, e dice a quegli Italiani che tengono questo trattato in conto di sventura, che dovrebbero considerarlo come un segnalato benefizio.
Nel luglio passato le probabilità della vittoria erano sottosopra eguali per l'esercito franco-sardo e per l'austriaco; e Napoleone trovavasi alla vigilia di ritirare le sue truppe dalla riva dell'Adige per guidarle sul Reno. A vece di aiutare l'Italia, stava per essere costretto a difendere la Francia.
Non volendosi esporre a questo cimento, né spendere ancora trecento milioni e il sangue di cinquanta mila soldati, offrì all'Imperatore d'Austria la pace, e l'ottenne a ottime condizioni.
«Non è certamente, bisogna riconoscerlo, senza un sentimento di profonda simpatia, che l'Imperatore Napoleone vide con quanta franchezza e risoluzione l'Imperatore Francesco Giuseppe rinunziava nell'interesse della pace europea» alla Lombardia, e ad una politica pericolosa forse, ma non senza gloria.
Ecco dunque il passato descritto dal Moniteur. 1° Dubbiezza di nuove vittorie; 2° probabilità di un'invasione in Francia; 3° pericoli che correvano in Italia i paesi conquistati, 4° necessità della pace; 5° bontà e larghezza di questa; 6° simpatia profonda tra l'Imperatore Francesco Giuseppe e l'Imperatore Napoleone 111; 7° meriti del primo per la pace europea; 8° lodi della passata politica austriaca in Italia, dangereuse peut étre en tout cas non dépourvue de gioire.
Quanto al presente abbiamo dall'articolo del Moniteur grandi lagnanze sugli uomini che tengono in pugno i destini d'Italia; e perché non vi fosse luogo ad equivoco, poche linee dopo il diario officiale del governo francese soggiunse che è il Piemonte, il quale rappresenta più particolarmente la causa italiana. Dunque la Francia è scontenta de' ministri piemontesi.
E perché? Perché questi non badano all'avvenire della patria comune; sono dì viste meschine, d'idee ristrette, e si tengono paghi di piccoli trionfi parziali. Di sotto mano fanno la guerra all'Imperatore dei Francesi, si oppongono ai patti ch'egli ha stipulato a Villafranca, e mentre dovrebbero svolgerne le conseguenze, mettono tutto il loro studio nell'attraversarle.
Avrebbero dovuto per amor di patria entrare in franchi ed amichevoli negoziati coll'Imperatore d'Austria, e invece continuano ad averlo in uggia; avrebbero dovuto favorire il ritorno degli Arciduchi in Modena ed in Toscana, e invece lo combattono, e cercano di renderlo sempre più difficile; avrebbero dovuto contentarsi dell’aumento considerevole del Piemonte, e dar opera allo Stabilimento della Confederazione Italiana, e invece o l'odiano, o la deridono, o la trascurano.
Ecco dunque il presente d'Italia secondo il Moniteur: 1° ministri miopi che non veggono più lungi d'una spanna; 2° ministri egoisti, che pospongono il bene comune ad un vantaggio parziale; 3° ministri ingrati, che attraversano l'opera di Napoleone III, che li ha sì generosamente favoriti; 4° ministri anti-italiani, che si oppongono al vero bene della Penisola; 5° ministri anti-piemontesi, che mettono a rischio i guadagni e le sorti dello Stato.
Passiamo all’avvenire. II Moniteur lo prevede assai tristo. L'Imperatore d'Austria, inquietato da dimostrazioni ostili sulla destra del Po, si manterrà in istato di guerra sulla sinistra; e invece d'una politica di conciliazione e di pace, ai vedrà rinascere una politica di diffidenza e di odio, che apporterà nuovi tumulti e nuove disgrazie.
Perciò alla guerra passata, tardi o tosto succederà nuova guerra; e il Piemonte che ebbe già i soccorsi della Francia, non può sperarli una seconda volta, perché la France a accompli sa tache. E la Francia è la sola Potenza in Europa,che faccia la guerra per un'idea.
Si spera su di un Congresso, o sebbene il governo francese, a sua volta, lo desideri ardentemente, tuttavia non se ne ripromette gran che in favore d'Italia; perché il Congresso non potrebbe domandare all'Austria se non ciò che è giusto, e non sarebbe giusto chiederle importanti concessioni senza offerirle equi compensi.
Le quali parole del Moniteur provano, che in un Congresso la Francia starebbe per l'Austria, vuoi per la profonda simpatia tra i due Imperatori, vuoi pei grandi sacrifizi che Francesco Giuseppe ha già fatto per la pace europea.
Ecco dunque l'avvenire d'Italia; 1° un Congresso inutile; 2° una nuova guerra probabile; 3° grandi tumulti inevitabili, 4° nel Congresso, la Francia starebbe per l'Austria; 5 nella guerra, Austria e Italia combatterebbero sole; 6 nei tumulti, Francia ed Austria unite finirebbero forse per dettarci la legge.
In tutti questi giudizi e profezie non v'ha nulla del nostro: sono chiose che noi abbiam fatto all'articolo del Moniteur senzacompiacenza e senza la menoma approvazione. Le nostre interpretazioni sono giuste od erronee? Il lettore giudichi, giacché appunto per ciò gli mettiamo sotto gli occhi il
«Allorquando parlano i fatti per se stessi, sembra, a tutta prima, superfluo il volerne dare una spiegazione. Tuttavia, allorché la passione o il broglio mutano aspetto alle cose anche le più semplici, diventa indispensabile di ristabilirne la verità, perché possa ognuno apprezzare con cognizione di causa il corso degli avvenimenti.
«Nel mese di luglio scorso, quando gli eserciti franco-sardo ed austriaco si trovavano di fronte tra l'Adige e il Mincio, le probabilità erano uguali, a un dipresso, dalle due parti: perocché, se l'esercito franco-sardo aveva la morale preponderanza delle conseguite vittorie, Tarmata austriaca era numericamente più forte, e s'appoggiava, non solo a fortezze formidabili, ma a tutta la Germania, pronta, al primo segnale, a mettersi con essa. Avverandosi questo caso, l'Imperatore Napoleone era costretto a ritirare le sue forze dalle rive dell'Adige per trasportarle sui Reno, ed allora la causa italiana, a favore della quale erasi rotta la guerra, restava, se non perduta, almeno grandemente compromessa.
«In queste gravi circostanze, l'Imperatore pensò che sarebbe stato assai utile, per la Francia anzi tutto, quindi per l'Italia, di far la pace, sempreché le condizioni fossero conformi al programma che si era tracciato, ed utili alla causa cui voleva servire.
«Anzi tutto dovevasi sapere se l'Austria cederebbe per trattato il territorio già conquistato: poi, se francamente avrebbe rinunziato alla, supremazia che avea ottenuta su tutta la penisola, riconosciuto il principio della nazionalità italiana, acconsentendo ad un sistema di federazione: se finalmente avrebbe annuito a concedere alla Venezia delle instituzioni che ne facessero una vera provincia italiana.
«Quanto al primo punto, l'Imperatore d'Austria cedette senza difficoltà il territorio conquistato: rispetto al secondo, promise per la Venezia le più larghe concessioni, consentendo a darle, nel suo futuro ordinamento, la posizione del Lussemburgo rispetto alla Confederazione germanica; ma a siffatte concessioni egli aggiungeva, come condizione sine qua no», il ritorno degli arciduchi ne' loro Stati.
«Per tal modo la questione era nettamente posta a Villafranca in questi termini: o l'Imperatore non doveva nulla stipulare a favor della Venezia, e limitarsi ai successi conseguiti colle armi, ovvero, allo scopo di ottenere importanti concessioni e il riconoscimento del principio di nazionalità, dovea dare il suo assenso al ritorno degli arciduchi. Il buon senso adunque tracciava la sua condotta, poiché non trattavasi punto di ricondurre gli arciduchi colla forza delle truppe straniere, ma invece di farli rientrare dietro sincere guarentigie, per la libera volontà delle popolazioni, alle quali si sarebbe fatto comprendere, quanto quel ritorno convenisse agli interessi della grande patria italiana.
«Ecco in poche parole la storia esatta dei negoziati di Villa franca. Per ogni uomo imparziale, egli è evidente che l'Imperatore Napoleone otteneva col trattato di pace quanto, e forse ancor più di quello che avea conquistato colle armi. Non è certamente, bisogna riconoscerlo, senza un sentimento di profonda simpatia che l'Imperatore Napoleone vide con quanta franchezza e risoluzione l'Imperatore Francesco Giuseppe rinunziava, nell'interesse della pace europea e nel desiderio di ristabilire amichevoli relazioni colla Francia; rinunziava non solo ad una delle più belle sue provi nei e, ma eziandio a quella politica, pericolosa forse, ma non senza gloria, che avea assicurato all'Austria il dominio dell'Italia.
«Infatti, se il trattato era sinceramente osservato, l'Austria non era più per la penisola quella Potenza nemica e formidabile, che combatteva tutte le tendenze nazionali da Parma fino a Roma, e da Firenze a Napoli: ma diveniva invece una Potenza amica, dappoiché consentiva di buon grado a non esser più Potenza germanica al di qua delle Alpi, ed a favorir essa stessa la nazionalità italiana fino alle rive dell'Adriatico.
a Da quanto si è esposto è facile lo scorgere che, se dopo la pace i destini dell'Italia fossero stati confidati ad uomini più preoccupati dell'avvenire della patria comune che dei piccoli successi parziali, lo scopo dei loro sforzi avrebbe dovuto esser quello di sviluppare e non di attraversare le conseguenze del trattato di Villafranca. Che cosa infatti v'era di più semplice e più patriotico che il dire all'Austria: voi volete il ritorno degli arciduchi? sia così; ma allora eseguite lealmente le vostre promesse riguardo alla Venezia: abbia questa una vita propria; abbia un'amministrazione ed un esercito italiani; in una parola, l'Imperatore d'Austria non sia, al di qua delle Alpi, che il granduca della Venezia, come il re dei Paesi Bassi non è, per la Germania, che il granduca di Lussemburgo.
«È anche possibile che in seguito a negoziazioni franche ed amichevoli si fosse potuto indurre l'Imperatore d'Austria ad adattare combinazioni più consentanee ai voti espressi dai ducati di Parma e di Modena.
«L'imperatore Napoleone, dopo ciò che era accaduto, doveva confidare nel buon senso e nel patriottismo dell'Italia, e credere ch'essa avrebbe compreso il movente della sua politica, che si riassume in queste parole: invece di cimentarsi ad una guerra europea, ed arrischiare per conseguenza l'indipendenza del suo paese; invece di spendere ancora 300 milioni, e spargere il sangue di 60 mila dei suoi soldati, l'Imperatore ha accettata una pace che sancisce per la prima volta, dopo secoli, la nazionalità della Penisola.
«Il Piemonte, che rappresenta più particolarmente la causa italiana, trova la sua potenza, considerevolmente aumentata, e se la Confederazione ha luogo, esso ne farà la parie pili importante. Ma una sola condizione è posta a tutti questi benefizi, ed è il ritorno delle antiche case sovrane nei loro Stati.
«Questo linguaggio, noi speriamo, sarà compreso dalla parte ragionevole della nazione, perocché, che accadrebbe mai senza ciò? — Il governo francese l'ha già dichiarato: gli arciduchi non saranno ricondotti nei loro Stati da forze straniere, ma una parte delle condizioni stipulate a Villafranca non essendo eseguite, l'Imperatore d'Austria si troverà sciolto da tutti gli impegni assunti a favore della Venezia.
— Inquietato da dimostrazioni ostili sulla destra del Po, egli si manterrà in istato di guerra sulla riva sinistra, e in luogo d'una politica conciliativa e di pace, vedrassi rinascere una politica di diffidenza e di odio, che condurrà nuovi torbidi e nuove sventure.
«Sembra a taluni che mollo si debba sperare da un Congresso. Noi stessi l'invochiamo di tutto cuore, ma dubitiamo assai, che un Congresso ottenga migliori condizioni per l'Italia.
«Un Congresso chiederà solo ciò che è giusto; e sarebb'egli giusto di chiedere ad una grande potenza concessioni importanti senza offrirle in cambio equi compensi?
«Il solo mezzo che resterebbe è la guerra; ma, l'Italia non si illuda, v'ha una sola potenza in Europa che faccia la guerra per un'idea; questa potenza è la Francia, e la Francia ha già compito il suo compito».
Il DIRITTO, 12 settembre, N° 195: «Che cosa è la nota del Moniteur?Rispondiamo fermamente: è una burla crudele all'Austria; un'ammonizione amara e sprezzante all'Italia, uno stratagemma imperiale…………….
«Il primo scopo dell'articolo del Moniteur, ad evidenza quello di far credere all'Austria, che il governo francese ha adempiuto rigorosamente le convenzioni scritte e le promesse verbali dei preliminari della pace. E sotto questo aspetto la nota è, come dicemmo più sopra, una burla crudele all'Austria.
«Ma egli è chiaro, che l'articolo di cui discorriamo, non ha solo questo fine. È evidente che vi ha qualche cosa nelle votazioni dell'Italia centrale, che deve aver urtato il governo francese. Non sarebbero le annessioni al Piemonte? Noi abbiamo ragione di crederlo: del resto le parole dispettose contro i governi dell'Italia centrale, il disprezzo affettato delle votazioni, gli auguri sinistri e infine l'abbandono della Francia, hanno un significato incontestabile. È evidente che le votazioni hanno attraversato i disegni imperiali; è evidente che a Parigi avevansi altri progetti sull'Italia centrate, i quali sono stati scompigliati dal suffragio delle Assemblee dell'Italia centrale; è evidente che sperasi o tentasi almeno di paralizzare i voti concordi dell'Italia centrale, insinuando che è impossibile la loro effettuazione. Se ne tenga ben bene avvertita l'Italia centrale; questo è, per dir così, il secondo significato, il secondo fine dell'articolo del Moniteur…………………...
«Confortiamoci: l'articolo contiene una parola preziosa per noi Italiani: ci è la dichiarazione ufficiale del non intervento nell'Italia centrale. È una importante dichiarazione, che i piccoli nostri successi hanno strappato al governo francese. L'Italia centrale se ne rallegri; essa ha ottenuto una splendida e fruttuosa vittoria, e dopo ciò può perdonare al diario ufficiale di Francia il suo beffardo linguaggio».
L'ITALIA, 11 settembre, N° 215: «La nota del Moniteur che ieri destava stupore, oggi, meglio considerata, deve assicurare i timidi e porger maggior solerzia agli animosi. La Francia ha fatto il suo compito (dichiara il Moniteur). L'Italia farà il suo: e avanti».
E in un altro articolo, parlando alla Toscana, l'Italia dice: «Armi e danaro Uomini che reggete la Toscana, il dado è gettato! Avanti e avanti! Avete domandato il vessillo di Savoia! La sacra bandiera sventola già in mezzo a voi: guai, guai se non la saprete difendere. La parola della minaccia vi è scagliata d'oltre Alpe. È il tempo di mostrare che non la meritiamo.
L'OPINIONE, 12 settembre, N 254: «Per quanto potente sia la Francia e immensa la sua influenza in Italia dopo le vittorie di Magenta e Solferino, essa non riescirà mai di conciliare gli animi degli Italiani col sistema politico di Villa franca. Ciò può essere una sventura, almeno agli occhi della Francia; ma non toglie il fatto della ripugnanza degli Italiani ai patti di Villafranca».
La GAZZETTA DEL POPOLO, 42 sett., N° 238: «L'articolo del Moniteur,(è pitiche benevolo per l'Italia) soggiunge che migliori condizioni non sono da sperarsi da un futuro congresso, ma conferma tutto ciò che è fatto. Cominciamo adunque a ringraziare Napoleone per quanto ha fatto e per quanto ci ha lasciato fare; in quanto al congresso se non darà alla Venezia 'delle condizioni migliori, per lo meno le darà sempre la vesta da camera di Lussemburgo!»
Il CITTADINO, il sett., N 99 «Ciò a cui nessuno attendevasi, è la forma di linguaggio adoperata dal Moniteur, la quale torna tanto più dolorosa dacché succede a così breve distanza al discorso di risposta di Re Vittorio Emanuele nell'atto che accoglieva il voto dell'Assemblea toscana. A spiegare codesto linguaggio affatto insolito in una comunicazione ufficiale, altra spiegazione non vi può essere che questa: — che cioè l'Austria, dopo conosciuta la risposta data dal Governo piemontese agli Ambasciatori toscani, e dopo aver saputo che a Modena promulgossi lo Statuto piemontese, abbia minacciato di rompere le negoziazioni di Zurigo, e che la Francia abbia voluto impedirlo. —
«La nota del Moniteur conchiude col dire che un solo mezzo potrebbe all'uopo astringere ancora l'Austria a larghe concessioni, — la guerra; — ma che la Francia non vuol pili farla, avendo già fatto abbastanza. — E qui crediamo che il Moniteur abbia pienamente ragione. La Francia non vuoi la guerra. Infatti, se così non fosse, non si Darebbe arrestata al Mincio, non avrebbe lasciato incompiuto il programma del suo Imperatore e senza risultati la sua gloriosa giornata di Solferino. Ma il Moniteur non ci dice se dal suo canto l'Austria vorrebbe ancora la guerra.
«Come però in quelle ultimo parole del giornale ufficiale francese v'è un avviso ed una minaccia, gl'Italiani, speriamo, non vorranno dimenticare né l'uno né l'altra. — La minaccia è della guerra rinnovata; l'avviso è che, in caso di guerra, ci verrebbe meno il soccorso di Francia. — Uomo avvisato è monco salvato. L'Italia sei terrà per detto; e confidiamo che non obblierà che, a fronte dell'avvertimento del Moniteur, due soli mezzi possono in ogni caso salvarla e mostrare col fatto immeritate le accuse lanciatele contro, — le armi e la perseveranza».
Il NIZZARDO, 10 settembre, N° 297: «Il Moniteur ci manda una risposta al discorso indirizzato dal Re alla deputazione toscana. La risposta è amara, e gli Italiani potevano senza presunzione sperare che il sangue generoso sparso a Solferino sarebbe più fecondo in risultati».
L'OSSERVATORE TORTONESE, del 10 di settembre, numero 7: a Noi saremo buoni non dubitate, signori pubblicisti Parigini!!! Insultateci pure nel vostro Moniteur offendendo gli uomini che ci governano, vantatevi pure che la Francia ha fatto il suo compito, voi avete la forza, e perciò tutto vie lecito».
(Pubblicato il 14 settembre 1859).
Lo stile è l'uomo, dicea Buffon, e siccome l'Eccelso Farini non ha né mente, né cuore da principe, così, sebbene viva ne' palazzi ducali, e viaggi, e balli sfarzosamente come un Duca, quando parla però è sempre messer Farini.
Esaminate i discorsi officiali che si dissero dappertutto e in qualsiasi tempo, e voi non ne troverete alcuno, in cui il governo vincitore abbia detto al vinto tante insolenze e villanie, quante uscirono dalla bocca del dittatore di Modena e di Parma.
Noi abbiamo deliberato di assumerci il doloroso incarico di raccoglierne alcune in questo articolo, e metterle sotto gli occhi del lettore Benza una parola sola di confutazione, perché gli insulti non si vogliono confutare. Ci restringeremo a due soli discorsi.
Il 6 di agosto, inaugurando l'Assemblea dei rappresentanti di Modena, il dittatore Farini prese a dire
I Principi d'Ente non tennero fede;
Francesco IV spregiò l'ingegno e il sapere;
Ebbe cara l'ignoranza e la selvatichezza;
Mitriò l'ipocrisia; dannò la tolleranza;
Molto avere guadagnò; sola legge la sua cupida ed ostinata volontà.
Sotto Francesco IV fu macchiato il trono, profanato Voltare; e v'ebbero giudizi aspri e repenti, supplizi, confische, proscrizioni a causa o pretesto di religione e di Stato.
Francesco I continuò con mola signoria, prima timida, temeraria poi;
Regnò e governa colle verghe;
Fu nemico d'ogni civile incremento;
Fu pauroso e promise, poi mancò di parola;
Fuggì perseguitato dalla mala coscienza;
Fu ladro, crudele, costrinse a scellerata guerra, ecc., eco.
Tutto questo per gli Estensi. Il 7 di settembre, venne la volta dei Borboni di Parma. Inaugurando l'Assemblea, l'Eccelso Farini disse:
Carlo II procurò danno allo Stato prima di salire al trono.
Conchiuse trattati ad ingiuria e danno d'Italia;
Sgovernò Parma, servo di Vienna;
Fu pauroso di tutto, fuorché del dare esempio di paura;
La sua condotta fu indegna di cavaliere e di Principe;
Principe di prestanza, non seppe combattere;
Ebbe regno vagabondo come la sua mente.
Carlo Hi preceduto da cattiva fama, superolla;
Fu scapestrato, violento, inverecondo;
Bastonava per barbaro capriccio;
Commise insanie sovversive dell'ordini sociale;
Sotto la Duchessa reggente fu sparso il sangue;
I governanti furono imprudenti e millantatori, non sentivano dignità di franco Stato, e temevano di farsi un merito coll’Italia.
Mostrarono ostinazione, cecità di mente, passione d'animo.
Nel maggio del 1859 ricondussero la reggente fuggita di Parma «ad incitamento di licenza soldatesca, ed a ludibrio di autorità di regnante, e della dignità di donna».
Furono insincere le parole del suo governo:
Peccò contro le regole e l'antica cavalleria ((37));
Indieci anni di regno in Parma, il costume del popolo fu alterato per mali esempi, per bandi feroci, per battiture, per supplizi, per giudizi repenti, per prepotenza di soldati stranieri, ecc. v ecc.
Che cosa ne pensa il lettore di questo stile così eccelso? Noi gli diremo che cosa pensassero di altri scritti e libelli del Farini tre liberatori, Montanelli, Guerrazzi, Mayr.
«Farini, scrisse Giuseppe Montanelli, ha delle eccellenti qualità, ma non può essere uno storico contemporaneo. Spirito acre, passionato, bislacco, resterà sempre violento, quantunque si sia fatto battezzar moderato (Lettera di Montanelli nella Voce nel Deserto, N° 20, 10 di ottobre 1851).
Il Guerrazzi nella sua Apologia, dopo di aver dimostrato che la storia del Gualterio è libro di parte, destinato a favoreggiare il Piemonte ed esaltare i moderati (pag. 813), passa a dire del Farini: «Il suo libro si manifesta dettato nel medesimo spirito… ma con manco di generosità e più piglio di procuratore» (Apologia della vita politica di F. D. Guerrazzi, scritta da lui medesimo. Firenze 1851, pag. 814).
Il Guerrazzi nella storia del Farini trova soverchie tumidezze e bugie: Bugia le sommosse fiorentine represse dalle bande livornesi; bugia l'essermi io (Guerrazzi) ridotto co' Livornesi in castello; bugia essermi mostrato pronto a pigliare posto nella provvisoria congregazione del governo; bugia il mio girare nel manico per accettare la restaurazione, ecc.» (76., pag. 817).
Finalmente il Guerrazzi rimprovera al Farini di aver gittato addosso ad altrui accuse pessime per iscivolar via, lasciando dietro una traccia di bava a mo' di lumaca; e gli ricorda che «la storia scrivono gli storici, non gli scoiattoli (Ib., pag. 815).
Il liberale avv. Francesco Mavr, presidente che fu di Ferrara, ed ora membro dell'Assemblea di Bologna, scrisse: «Finora il pubblico ba giudicato che la storia del Farini è superficiale e leggiera; e si può aggiungere, senza tema di andare errati, che bene spesso è sleale. Si direbbe che non altro si è proposto, che di vendicarsi de' suoi nemici, e d'incensare i suoi amici e benevoli: troppo spesso ha dimenticato che uno storico dee fare un sacrifizio sull'altare delle verità delle proprie affezioni e dei personali risentimenti».
Decidano i lettori se i due discorsi del Dittatore non confermino questi giudizi, e se Farini spirito acre, appassionato, bislacco, come dicea Montanelli, non voglia lasciare in Parma ed in Modena una traccia di bava a mo' di lumaca, secondo la frase del Guerrazzi.
(Pubblicato il 15 settembre 1859)
Nel 1846, addì 2 di ottobre, Massimo d'Azeglio scriveva da Genova una lettera sul Papa Pio IX, che veniva stampata in Italia senza nome di tipografia; e nella quale dipingeva a' sudditi pontificii l'animo fermo e saldo del Papa, e li avvertiva di non chiedere più di quello ch'egli potesse concedere. Pare a noi che le cose scritte allora da Massimo d'Azeglio possano venir ripetute oggi che molto e troppo si pretende dal Papa, e se ne strazia crudelmente il cuore e la fama.
Il d'Azeglio dopo d'aver premesso: verba utilia quaesivit mandava fuori parole «lungamente pensate, sinceramente credute vere, spogliate d'ogni passione e d'ogni privalo interesse, volte al solo scopo del comun bene».
E queste parole erano che non si dovea desiderar troppo dal Papa, ma aver fiducia nel suo carattere, giacche Pio IX «è uomo di gran mente, e d'alto cuore, di saldo e risoluto animo, franco, aperto e leale nel suo operare».
Fin dal cominciare del suo pontificato il Papa disse a Pietro Renzi ed all'avvocato Galletti di Bologna, «che de desiderii loro, delle domande espresse replicatameli le da sudditi pontificii, parte le stimava ragionevoli, e si sarebbe ingegnato di soddisfare, parte non stimava poterle concedere, e si togliessero di speranza di ottenerle».
Questa dichiarazione veniva molto lodata da Massimo d'Azeglio, che osservava: «lo conosco in tali parole il segno delle più preziose doti che possono far degno veramente un principe della sua corona, la fortezza e la lealtà». E coloro che oggi ci vengono adire che il Papa ha fallito alle sue promesse, mentiscono per la gola; imperocché ben si vede che fin da' primi giorni del suo pontificato protestò, che certe domande e desiderii non avrebbe soddisfatto mai, perché empi e dannosi.
Pio IX, continuava il d'Azeglio, come tutti coloro cui diede Iddio eletta e potente natura, conobbe «che l'esser franco ed aperto nel concedere come nel negare frena le ingiuste pretese, invece di dar loro eccitamento; perché questi modi mostran fortezza, e la fortezza genera stima e rispetto; e chi si rispetta e si stima, si teme anco sempre di quel timor salutare che toglie ogni pensiero di trascorrere oltre il giusto e l'onesto».
Ma Pio IX è nel 1859 quello stesso che era nel 1846 pronto a concedere ciò che stima ragionevole e buono, e risoluto a negare fino all'ultimo ciò che reputa illecito e dannoso: «forte di sua giustizia, conosce che il concedere non gli sarà tenuto a fiacchezza, come il negare non gli sarà tenuto a rigidità».
Massimo d'Azeglio innamorato di tali benevole e in pari tempo ferme disposizioni del Papa, scriveva: «Al considerar riunite in un sol uomo, ad un tal grado, bontà, giustizia e fortezza, io benedico l'opera più bella che potesse uscire dalle mani di Dio». E queste benedizioni di Massimo d'Azeglio nascevano non solo da ciò che il Papa era disposto a concedere, ma anche da quello che dichiarava risolutamente di voler negare.
E continuando a scrivere le parole utili che avea cercate e ritrovate, il cavaliere Massimo avvertiva che Pio IX e ha fatto più per l'Italia in due mesi, che non hanno fatto in vent'anni tutti gl'Italiani insieme»; che il diffidare del Papa era più stoltezza che ingratitudine; ohe il combattere il dominio temporale pontificio tornava inutile, perché si troverebbe presto più saldo ed inespugnabile che mai fosse; che dovevamo ringraziar Dio d'averci dato Pio IX invece di travagliarlo o frapporre ostacoli al suo cammino; e guardarci ben bene dal voler troppo dal Papa; non accrescergli la bisogna e la difficoltà, ma dargli aiuto e non impaccio.
E andava innanzi il nostro Massimo d'Azeglio con parole e consigli veramente utili, lodando l'alto e nobil cuore di Pio IX, la cui esaltazione fu una bontà e misericordia di Dio, e levava la voce rimbrottando amaramente il partito € che si oppone al vivente Pontefice, lo disubbidisce, e, ove creda poterlo fare a man salva, lo lacera con calunnie, ne schernisce gli atti, e li chiama pazzie». Pieno di rispetto per le somme Chiavi, Massimo d'Azeglio domanda: Non è forse vero Papa Pio IX? Quasi volesse indicare essere tristo e scellerato cotal che osa sparlare del Pontefice.
Oh! fremeva il nostro Massimo contro il partito che dice: «Facciamo ogni opera per rendere odioso il Papa, per eccitar sospetti sulle sue intenzioni, per falsare i suoi decreti, toglier merito ed essenza a' suoi benefizi, comprometterlo colle potente maggiori; epperciò spargiamo calunnie, tentiamo tumulti, tentiamo d'accendere qua e là sdegno ne popoli». Che tristo, che ribaldo partito è mai questo, signor Cavaliere? Si merita l'esecrazione di tatti i buoni cattolici, di tatti gli onesti Italiani, non è egli vero?
Verissimo, risponde il signor Massimo; questo partito stolto ed abiettos'è ora scempiamente e chiaramente smascherato merita sprezzo, e lo giudicherà la coscienza pubblica, per quanto può entrare in quest'opera tenebrosa, ma beo saprà ad ogni modo giudicarlo Iddio».
Ora a noi, cavaliere Massimo d'Azeglio. Voi avete scritto questa lettera e le utili parole, che noi ne abbiamo estratto, il 2 di ottobre del 1846. Poniam caso che in quell'anno già si fosse cominciato a pubblicare questo giornale, e che sui primi di novembre v'avesse risposto così:
Signor cavaliere, questo gran Papa, che voi tanto celebrate, e meritamente, questo virtuoso Pontefice, strumento della divina misericordia,quest'opera più bella ohe potette uscire dalle mani di Dio,questo prezioso dono del Cielo, di cui ora ammirate la calma serena, la bontà, la dignità, la fortezza, Veletta § potente natura, la giustizia, la sapienza, il sicuro operare, l'amor d'Italia, la generosità, la mansuetudine, la ragionevolezza, la prudenza, la maturità di consigliò, le alte e potenti facoltà, il nobil cuore, la lealtà, e via discorrendo; ebbene sarà uno de' Pontefici che più avranno a padre dai liberali.
Voivi burlate di quegli illusi, che al solo nome di libertà liberalerabbrividiscono, tenendoli per sinonimi d'empietà, rivoluzione armata, sconvolgimento», e noi vi diciamo che tutto questo si avvererà fra breve in Italia e negli Stati Pontificii. Voi vedrete questo gran miracolo di Papa, secondo la frase di Pietro Giordani, ingiuriato, offeso, disobbedito; vedrete ucciso il suo ministro e il Monsignore che gli sta a fianco; vedrete puntati i cannoni contro il sue palazzo; lo vedrete obbligato a prendere la foga, e a ricorrere alle nazioni cattoliche per riavere quel potere, di cui non si servì che per perdonare e beneficare.
Vedrete di più, sig. Cavaliere, vedrete che gli amnistiati saranno i primi nemici del Papa, che metteranno al suo posto Giuseppe Mazzini, che lo dichiareranno triumviro di Boma, che, esautorato il Pontefice, dall'alto del Campidoglio proclameranno la repubblica.
Vedrete di più sig. Cavaliere. Dopo che le valorose e cattoliche schiere della Francia avranno ricondotto il Papa nella sua capitale, vedrete ordirti la tela di nuove rivoluzioni, aizzarsi le ire della popolazione contro il Gran Sacerdoti e benefico Principe, impedirne l'opera ristoratrice, accasarne il governo davanti le Potenze protestanti e scismatiche, per bocca d'un ministro della cattolica Casa di Savoia.
Vedrete di più, sig. Cavaliere, Le Romagne insorgeranno una seconda volte contro Più IX, e voi ohe tanto lo lodato ed ammirate, voi che predicato la gratitudine ai Romani ebbene voi stesso andrete commissario a Bologna per dirigerne la rivoluzione, e nel Monitore Bolognese ve ne farete l'apologista.
Se nel novembre del 1846 si fossero dette tali cose a Massimo d'Azeglio, in risposta alla sua lettera dell'ottobre, come ne avrebbero destato le ire e provocato i richiami! Ma oggidì siamo nel settembre del 1859, e ciò che tredici anni fa sarebbe stata profezia incredibile, ora è storia irrefragabile.
(Pubblicato il 16 settembre 1859).
Oggi il telegrafo ci annuncia che l'Assemblea nazionale di Parma ha compiuto l'ultima sua votazione, approvando all'unanimità ciò che le era stato proposto. Con questo compiesi l'opera incominciata in Italia dopo la pace di Villafranca, e condotta a termine in un mese da quattro Assemblee venute su quasi improvvisamente, e vere creazioni del genio pelasgico; cioè l'Assemblea Toscana che fu la prima! la Modenese che venne di poi, la Bolognese che fu la terza, e finalmente la Parmigiana che coronò l'opera.
Ora è bene che noi diamo uno sguardo complessivo alle operazioni di queste quattro Assemblee. Considerando come nascessero, come si costituissero, come votassero, noi siamo sorpresi da un senso d'altissimo stupore, e ci pare che nel mese d'agosto l'Italia centrale abbia fatto cose ben più meravigliose che gli Orti pensili e le mura di Babilonia, che il colosso di Rodi, che le piramidi d'Egitto, che il giove olimpico di Fidia, che il mausoleo e il tempio di Diana.
Anzi esaminando le varie fasi delle quattro dette Assemblee, e le loro diverse operazioni, troviamo che esse diedero all'Italia, all'Europa, al mondo sublime spettacolo, e produssero sette grandi meraviglie,che resteranno memorande nella istoria, e che sembrano incredibili ai contemporanei; pensate se noi parranno agli avvenire 1 Enumeriamole una ad una.
Maraviglia 1a. La compilazione delle liste elettorali. — Un bel giorno, prima quei di Firenze, poi gli altri di Modena, Bologna e Parma, vista la pace di Villafranca, risolvono di convocare quattro Assemblee costituenti; e detto fatto, improvvisano il catalogo degli elettori. Quantunque nuovi al governo, e taluni anche forestieri nel paese, sanno a menadito chi abbia il diritto di eleggere, e chi no; stendono le liste, e in poche ore fanno il becco all'oca.
In Piemonte e negli altri paesi, dove si riconosce il diritto elettorale, queste compilazione delle liste è lavoro assai lungo, che si suoi fare co» molta cautela e ponderatezza, esponendo anche in pubblico per un dieci giorni il cataloga degli elettori affinché ognuno possa presentare i suoi richiami e fa valere la proprie ragioni.
Ma son queste cose da popoli bambini. In Toscana, nelle Romagne, e nei Ducati di Panna e di Modena non si va tanto pel sottile, le liste si improvvisano come le leggi, come i governi, come i governanti, e tutto va egregiamente. Oh maraviglia!
Maraviglia 2a. Le operazioni elettorali. — Chi non ha inteso parlare degli sconci e dei disordini che avvengono continuamente in tutti i paesi dove si compiono le elezioni? In Inghilterra non è mai che si eleggano i membri della Camera dei Comuni, senza che qua e colà si abbiano a deplorare risse, scandali, mercimoni, violenze. Nel Belgio le ultime elezioni furono compiute con parecchie gravi irregolarità, e due giorni fa se ne parlava ancora nelle Camere di Brosselle. Del Piemonte non occorre dire ai nostri lettori che in grandissima parte saranno stati testimoni di veduta. Che più? Nella Francia stessa imperiale dove è sì poca libertà e tanta polizia, pure le ultime elezioni non si fecero senza dare luogo a gravi lagnanze, che provocarono inchieste.
Ma nulla di tutto ciò nell'Italia centrale. Cento settanta Deputati si eleggono in Toscana, e tutto procede a battuta di musica. Un centinaio e più a Modena, e gli elettori depongono devotamente i loro voti nell'urna un dopo l'altro come novizi cappuccini. Ordine perfetto in altrettante votazioni che si fanno nelle Romagne, e nel ducato di Parma, sicché pare rinato in quei felicissimi paesi il secolo di Abele. Oh maraviglia delle maraviglie!
Maraviglia 3a. Verificazione dei poteri. — Vi ricordate o lettori, quanto tempo si è speso nel 1858 dalla nostra Camera subalpina per esaminare i verbali delle elezioni? Ci vollero due buoni mesi; le innumerevoli prescrizioni della legge trovavansi ad ogni punto violate, molte schede male scritte, le proposte venivano in grandissima copia al ministro dell'interno; accuse di qua, lagnanze di là, era una vera Babilonia.
Noi non vogliamo dire, che non vi fosse allora alcuna cosa di straordinario, ma potete fare ragione, che una parte di quelle difficoltà si presentino così nel nostro come in qualunque altro Parlamento del mondo, allora quando si ha da verificare se i Deputati siano stati regolarmente eletti. Per lo che questa verificazione esige sempre una quindicina di giorni.
Ma nell'Italia centrale fu un altro paio di maniche; La verificazione dei poteri si fé' in pochi minuti, e non in una sola, ma in tutte le quattro Assemblee, e fu cosa così di poco conto, che nelle relazioni delle tornate non se ne che il menomo cenno, perché, già s'intende, tutto era proceduto in numero, peso e misura.
Nessuna protesta, nessuna lagnanza: gli articoli della legge in cinquecento e più elezioni osservati colla massima scrupolosità, la libertà degli elettori rispettata dappertutto dai governanti; non calunnie, non minacele, non corruzioni: breve ciò che non avviene, e non avverrà mai, ne in America, né in Inghilterra, né in Prussia, né nel Belgio, né in Piemonte, è avvenuto nelle Romagne, nella Toscana, e nei Ducati di Parma e di Modena. E chi non resterà trasecolato in vista d'un avvenimento così singolare?
Maraviglia 4a. Approvazione delle elezioni. — In tutte quattro le Assemblee dell'Italia centrale non trovammo che una sola elezione annullata, e questa dall'Assemblea Toscana per una minuzia. L'eletto aveva conseguito centoquaranta voti, mentre gli elettori erano settanta!
Siccome il fatto era avvenuto nella prima Assemblea che si congregasse, cosi temevamo che potesse riprodursi nella costituzione delle altre Assemblee; ma fortunatamente non ne fu nulla.
Anzi, tranne quella volta, si riputò inutile dire a Firenze, Bologna, Modena e Parma, quanti elettori fossero iscritti, quanti votassero, e che numero di voti conseguisse l'eletto. In momenti di tanta poesia che ci hanno a fare le cifre? Esse tarpano le ali, e impediscono i voli pindarici, e ornai l'Italia ha strisciato abbastanza, e vuoi volare!
Noi vi sfidiamo a trovarci un'Assemblea, meno le quattro dell'Italia centrale, che abbia riconosciuta legittima l'elezione di tutti i suoi membri.
Parecchie elezioni si annullano sempre e dappertutto, vuoi perché gli eletti non hanno i requisiti, vuoi perché le elezioni non si fecero a dovere; ma nessuna annullazione avvenne a Bologna, nessuna a Modena, nessuna a Parma, perché gli elettori si governarono come altrettanti Platoni, e diedero il loro suffragio a personaggi nati fatti per la deputazione. E in vista di questo fatto, si può frenare un'esclamazione di maraviglia?
Maraviglia 5a. Principi antichi non hanno un amico. — Cosa egualmente straordinaria si è che nelle discussioni gravissime intavolatesi dalle quattro Assemblee dell'Italia centrale non vi fosse un oratore, che dicesse verbo in difesa de' Principi che voleansi esautorare. Il più tristo malfattore trova davanti i tribunali un avvocato, ma noi trovò Leopoldo li a Firenze, né il Papa a Bologna, né Francesco l'a Modena, né la Duchessa reggente a Parma. Si lesserò e recitarono di molte accuse contro a loro, e non v'ebbe un solo che sorgesse a sposarne le parli, o per principio di giustizia, o per sentimento di gratitudine.
La causa più disperata trovò sempre nelle Assemblee oratori che la sostennero, e ogniqualvolta principalmente i Parlamenti costituironsi in Corti di giustizia per giudicare, non fu mai senza difensore colui sul quale pesava il giudizio. Invece indifesi restarono i quattro grandi accusati davanti le quattro Assemblee in discorso, ed erano tre Principi ed un Papa!
Né si creda che ciò avvenisse, perché non v'avea libertà di parola, ma unicamente perché que' governi non trovarono in cinquecento e più oratori un solo amico che ne pigliasse a cuore la causa, e volesse farsene protettore. Cosicché non può dirsi, propriamente parlando, che in Firenze, Bologna, Modena e Parma siavi stata discussione, supponendo questa una contrarietà di pareri, e un avvicendarsi di disputanti. Laddove nelle Assemblee suddette v'ebbe concordia perfetta nel sostenere le fatte proposte, e proporre ed approvare fu tutt'uno,
Maraviglia 6a. Il Piemonte non ha un avversario. — Esautorati i Principi antichi, si propone in tutte le quattro Assemblee dell'Italia centrale l'annessione al Piemonte; proposta che avrebbe dovuto necessariamente trovare qualche difficoltà. Non vogliamo già dire, che si dovessero riprodurre le scene del 1848 riguardo alla Capitale; ma certo è che fra cinquecento e più deputati dovea esserci o qualche retrogrado, o qualche mazziniano, o qualche municipale, che mettesse in dubbio la felicità del Piemonte, e chiedesse qualche guarentigia pel proprio paese.
Cesare Balbo nelle sue Speranze d'Italia, cap. II, parag. V, lasciò scritto: «Uomini, Città o Stati non diminuiscono di condizione mai, se non per forza, non mai per accordo di buon volere ne per uno scopo eventuale. Sogno è sperar da una sola città capitale che voglia ridursi a provinciale; maggior sogno che sei si riducono sotto una; sogno massimo che s'accordino le sei a scegliere quell'una».
E ciò che a Balbo pareva un sogno, e sogno massimo, ora s'è avverato. L'accordo fu perfetto: ci mancano ancora Roma e Napoli, ma verranno! In Piemonte ci furono sempre degli scontenti, ma in Toscana, Bologna, Parma, Modena, tutti furono contentissimi del Piemonte. Ammirabile accordo!
Maraviglia7a. Venti votazioni all'unanimità. — Non vi è luogo a separazione di voti giacché son tutti favorevoli»: ecco la formola che s'udì ripetere dai presidenti delle quattro assemblee. La Camera subalpina votò sussidii per la guerra, e furonvi un da trenta voti contrarii, votò la dittatura, e ve n'ebbero ventisei; in dieci anni ne avvennero delle votazioni in Torino! Eppure nessuna all'unanimità, e invece nell'Italia centrale tutte unanimi! ((38))
Dicono che il nostro professore di diritto costituzionale sia ben addolorato di questa unanimità di voti. Imperocché egli insegnò essere il governo costituzionale la guerra civile incruenta. Ora come può aver luogo questa guerra se tutti dicono di sì? Se non v’è che un esercito solo, e nemmeno un tamburo dalla parte contraria?
Ci sia permessa una seconda citazione di Cesare Balbo, e questa la leveremo dalla Rivista Italiana! vol. I, pag. 337: «Una delle più arcadi che semplicità, scriveva egli, di quegli anni beati (del 1846 e 1847) fu per certo questa: che da un capo all'altro della nostra Penisola, ed anche delle Isole, si andava gridando la croce contro alle parti politiche, si andava dicendo e scrivendo, non doversi aver parti se non una sola, quella dell'Italia dell'utile e pro di lei. Come se fosse possibile, che quest'utile si vedesse al medesimo modo dall'un capo all'altro della penisola e delle isole, da ventitré milioni d'abitanti 1 Come se le parti fossero altro che opinioni diverse sull'utile della patria I Come sé fosse possibile impedire tale diversità! Come se fosse bene! Come se le espressioni libere di queste diversità non fossero tra i primi e più utili risultati di tutte le libertà nazionali!»
Se Cesare Balbo vivesse ancora toccherebbe con mano che tutte queste diversità scomparvero, che il bene d'Italia fu visto da tutti e dappertutto nel medesimo modo, che in venti votazioni e in quattro Assemblee apparve una meravigliosa ed inudita unanimità!
In tutto questo certuni pretendono che vi sia sotto qualche storia greca che si risolverà in qualche diavoleria, e parlano di carbonari, di società segrete, di commedie e tragedie. Ma noi non siamo di costoro, e lasciando tempo al tempo, ci contentiamo di vedere puramente e semplicemente nei fatti accennati le sette maraviglie dell'Italia centrale.
I nostri lettori conoscono l'articolo del Monitor, le sue promesse e le sue minaccie. Esso è chiarissimo e non lascia luogo a nessuna storta interpretazione (Vedi più sopra a pag. 138).
La Gazzetta di Modena, del 12 di settembre, N° 84, ci reca invece un documento stampato a lettere di scatola che cozza affatto colle dichiarazioni dell'articolo del Moniteur. Eccolo:
Ai Deputati dell'Assemblea Nazionale
nelle provincie modenesi
Li sottoscritti si recano ad onore e dovere di partecipare ai loro onorandi colleghi, che in virtù di mandato dittatoriale, in evasione del Decreto dell'Assemblea, si sono resi a St-Sauveur di Francia in qualità di Deputati dell'Assemblea stessa, presso la maestà di Napoleone III, per farle omaggio dell'indirizzo che essa votò per acclamazione tosto che si fu costituita.
Li sottoscritti sono lieti dì annunziare altresì che la Deputazione, appena giunta a St-Sauveur, venne accolta colla massima benignità, e che l'augusto Sovrano degnò accertarla e che nessuna forza straniera contrasterebbe ai voleri dì «questo paese nell'intento di imporci il Principe esautorato che, per molti ric spetti, ò ormai riconosciuto impossibile da tutti».
Quel Magnanimo protettore nostro e della patria comune, degnandosi rispondere all'indirizzo da noi rassegnatogli, ci diede l'onorevole e grato incarico di dire all'Assemblea: «Che egli era grandemente commosso dalla confidenza in e lui riposta, che se qualche difficoltà si opponesse ancora al pieno adempì mento dei nostri voti, non ci sarebbe mai venuta meno la sua protezione, e che farebbe sempre quanto potesse pel bene dell'Italia in generale, e di queste provincie in particolare».
presidente Il deputato
Giuseppe Malmusi Camillo Fontanelli
Ora noi domandiamo: a chi credere? Al Moniteur di Parigi, o alla Deputazione modenese? Chi dice il vero? L'uno e gli altri non è possibile, stante che sono in perfetta contraddizione. Dunque? dunque?,... noi... non sappiamo tirare la conseguenza.
Un giornaletto di Milano pretende che la falsità stia dalla parte del Moniteur, e sotto la data del 13 di settembre scrive così:
«L'Istituto nazionale di scienze, lettere ed arti propone ogni anno dei quesiti da risolvere, più o meno inutili. Io propongo ch'esso proponga pel p. v. concorso un'opera di alta importanza scientifica, politica e morate, da intitolare!
«I concorrenti dovrebbero avere sempre sottocchio il Moniteurrivolgendo precipuamente i loro studi al secondo.......».
«Il 20 aprile 1859 il Moniteur dichiarava: «Tutto fa presumere che se pur tutte le difficoltà non sono per anco appianate, raccordo definitivo non indugi era a stabilirsi, e che nulla più si opporrà alla riunione del Congresso». Il 22 aprile 1859 il Moniteurannunciava la guerra contro l'Austria. Chi si fiderà dopo di ciò negli articoli ufficiali?»
Ecco come un supplemento della Gazzetta Piemontese, pubblicato il 15 settembre del 1859, rendeva conto dell'arrivo, del ricevimento e della risposta del Re alle suddette Deputazioni:
Stamane alle ore 12 e 1|2 sono giunte in Torino fé Deputazioni di Parma e di Modena. La prima è composta dei signori march, avv. Giuseppe Mischi — conte Jacopo Sanvitali — cav. maestro Giuseppe Verdi — professore avv. Carlo Fioruzzi — e marchese Gian Carlo Dosi. La seconda dei signori conte Luigi Ancini — avv. Enrico Brizzolati — avv. consigliere Pietro Muratori — professore Francesco Selmi — aw. professore Luigi Zini — e dottore Giacomo Sacerdoti.
Alla stazione della ferrovia di Genova le Deputazioni erano ricevute dal Sindaco e dai rappresentanti del Municipio di Torino, e da molti Senatori del Regno e Deputati al Parlamento nazionale.
La popolazione che si affollava per le vie, che dalla piazza Carlo Felice menano in piazza Castello, salutava con festevoli acclamazioni i Rappresentanti di Parma e di Modena. Gli applausi raddoppiavano allorché i Deputati scendevano all'albergo Trombetta. A nome di essi ringraziava il conte Jacopo Sanvitali.
Alle ore 3 pom. tre carrozze di Corte si recavano all'albergo Trombettae conducevano i Deputati al Palazzo Reale. Ivi essi avevano l'onore di essere introdotti presso S. M. il Re dal marchese di Breme, senatore del regno e gran mastro delle cerimonie. Erano presenti i Ministri del Re ed i Dignitarì di Corte. L'avvocato Pietro Muratori dava lettura dei due seguenti indirizzi:
Sire,
Nell'anno 1848 i popoli Modenesi e Parmensi, acquistata libertà, decretarono l'unione col vostro Regno; nel 1849, rimessi in servitù dalle armi austriache, si votarono a Voi sulla santa tomba di Re Carlo Alberto.
Indieci anni di governo onesto, furono per Voi, o Sire, vinte le fazioni colla libertà; per Voi fu creata colla fede nazionale la nuovissima Monarchia italiana.
Nei momenti di pericolo pel vostro antico Stato, numerosi accorsero i soldati volontari a raffermare sui campi di battaglia i voti decenni santificati dalle comuni sventure.
Nei giorni d'incertezza, che tennero dietro a maravigliose vittorie, questi popoli, o Sire, dato mirabile esempio di concordia e di forti proponimenti, affermarono nuovamente il vostro e il diritto della Nazione.
È quindi di grande consolazione all'animo mio devotissimo alla M. V., che mi sia toccato in sorte il mandarvi, coi decreti della volontà nazionale, gli Oratori di questi popoli costanti, i quali nel Monarca di loro elezione rendono omaggio di sudditanza al leale Mantenitore delle pubbliche libertà, al Primo Soldato dell'Indipendenza italiana. Modena, 13 settembre 1859.
Dev. mo ed Obb. mo Servo e Suddito
Farini
Sire,
Le parole dell'insigne uomo di Stato che la M. V. inviava già a reggere le nostre provincie, al quale nell'arduo momento del ritirarsi della Regia Autorità noi demmo unanimi la nostra fede, e concordi prestammo intera osservanza, non hanno mestieri di conferma, né di esplicazione. Egli interpretò fedelmente i sentimenti del Popolo Modenese che vi ama, Sire, come vi amano tutti gli Italiani. Egli vi espose il voto solenne della nostra Assemblea, la nuova consacrazione di un patto suggellato undici anni sono, non cancellato, né da sciagure, né da violenze, e scritto in caratteri indelebili nel cuore di tutti noi.
Sire, i Deputati del Popolo e dell'Assemblea delle Provincie Modenesi vanno lieti e superbi di essere primi ad offerire alla M. V. omaggio di sudditanza. Piacciavi, Sire, benignamente accettarlo da vostri novelli sudditi: piacciavi fare assegnamento sulla fedeltà, sulla devozione nostra al Vostro Trono costituzionale sul nostro amore per la Sacra Vostra Persona, e per la Vostra gloriosa Dinastia.
Firmati: Avv. consigliere Pietro Muratori.
Cav. prof. Francesco Selmi.
Conte Luigi Ancini.
Avv. Enrico Brizzolati.
Dott. Giacomo Sacerdoti.
Avv. Luigi Zim.
Quindi il conte Jacopo Sanvitali leggeva quest'altro indirizzo:
Maestà
Al Capo Augusto dell'eroica Famiglia di Savoia, al Vindice della libertà, al lealissimo de Monarchi non si conveniva per fermo altro omaggio da questo che recano appiè del Trono riferenti e commosti i Rappresentanti del popolo delle provincie di Parma e Piacente, a cui ho l'onore di presedere: dico la piena unanimità dei voti dell'Assemblea Nazionale che dall'urna uscirono senza macchia.
Ardente era ed antico il desiderio di porre, come facciamo oggi confidentissimi, nelle vostre mani integerrime i nostri destini in pace ed in guerra.
Ma Voi disdegnate le incivili conquiste degli animi, aspiraste e l'avete ottenuta, o Sire, colla rettitudine e col valore. Oh questa è vera gloria! Cbè glorioso e caro suona su tutte le labbra com'è in tutti i cuori il nome di Vittorio Emanuele: bramosi che siam tutti di crescere riputazione e Stato al Re guerriero, che fece balenare alle italiche menti l'alta speranza di una patria grande, forte, libera, indipendente
Marchese AVV. GIUSEPPE MISCHI.
SANVITALI Conte JACOPO.
VERDI Cavaliere GIUSEPPE.
FIORGZZI Avv. PROF. CARLO.
DOSI Marchese GIAN CARLO.
Sua Maestà il Re rispondeva:
Le popolazioni di Modena e di Parma, libere di se stesse, hanno confermato con solenne unanimità di voleri quei voti che, or sono undici anni, avevano in pari condizioni espresso all'Augusto mio Genitore.
Losento vivamente nell'animo questa dimostrazione di affetto, ed accolgo il voto dei popoli di cui voi, o Signori, siete gli interpreti verso di me, come una novella manifestazione del fermo loro proposito di sottrarre il natio paese alle dolorose conseguenze della soggezione straniera.
Per raggiungere questo generoso intento, niun mezzo ravvisaste più acconcio di quello di collegare i vostri coi destini del mio Regno, innalzando così una barriera che assicuri all'Italia il possedimento di se stessa.
Mentre come Principe italiano ve ne ringrazio in nome mio ed in nome de1 miei popoli, voi già comprendete con quali modi io debba procurare l'adempimento del vostro voto.
Valendomi dei diritti che mi sono conferiti dalle vostre deliberazioni, io non fallirò al debito di propugnare innanzi alle Grandi Potenze la giusta e nobile vostra causa.
Confidate, o Signori, nel senno dell'Europa, confidate nell'efficace patrocinio dell'Imperatore Napoleone, che, capitanando le invitte legioni di Francia, combatté vittoriosamente pel riscatto d'Italia.
L'Europa ha già riconosciuto ad altri popoli il diritto di provvedere alla propria sicurezza coll'elezione di un Governo che ne tuteli la libertà e la indipendenza.
Essa non sarà, io lo spero, né meno giusta, né meno generosa verso queste italiane provincie che nulla chiedono fuorché di essere governate colle leggi di quella monarchia temperata e nazionale, a cui già sono unite per la giacitura geografica e per la comunanza di stirpe e d'interessi».
Io non vi dirò di perseverare concordi nella intrapresa via; il voto che le vostre Assemblee hanno rinnovato e i soldati volontaria che nel giorno delle battaglie mandaste numerosi sotto le mie insegne, resero testimonianza che nei popoli di Modena e di Parma la fermezza nei propositi è virtù provata e suggellata col sangue.
Ben mi congratulerò con voi dell'ordine e della civile moderazione, di cui porgeste così splendido esempio; voi pure avete dimostrato all'Europa che gli Italiani tanno governare se stessi e sono degni di essere cittadini di una libera nazione.
L'Opinioneci accusa di gettare il ridicolo sul dittatore Farini chiamandolo Eccelso, Ripetiamo all'Opinione ciò che abbiano detto alla Staffetta: «il Farini che si cuopre di ridicolo, perché egli si fa dare il titolo d'Eccelso, come risulta dalle relazioni ufficiali, dove si parla dell''Eccèlso Dittatore. Del resto, sul contegno che tiene il Sig. Farini in Modena, si leggano i seguenti particolari, che scrivono da Modena al giornale l'Italia,e che esso pubblica nel suo N 807 del 3 di settembre.
«Modena. 1° settembre.
«Ho letto ciò che voi diceste, pochi giorni sono, riguardo al nostro Dittatore. Avete scherzato sovra un tema serio. Il lusso delle feste e dei banchetti nel palazzo, che pare tuttavia abitato dal Duca, è amaro a noi, che misuriamo tutta la gravità dei bisogni del paese, e sappiamo la esiguità dei olezzi pecuniarìi, che ci rimangono per soddisfarli. I Modenesi……… essi non ponno a meno di deplorare, che il sig. Farini abbia circondato di tanto inutile fasto un ufficio, che sarebbe stato a mille doppi più splendido nella severa modestia dei nobili costumi rivoluzionari. Il codazzo delle livree e degli staffieri; l'onda delle guardie, il numero dei cavalli per tirare le ricche vetture dell'antica Corte, sono argo,menti buoni ad aumentare la parte passiva del magro bilancio, non a raffermare la fede del popolo nel trionfo di quella giusta causa, che si sta dibattendo fra lai e la diplomazia.
«Quando il popolo sa, per esempio, che il signor Farini non viaggia sulla strada ferrata, perché non vi hanno carrozzoni abbastanza decorati e appariscenti, credete che non lo assalga un tristo pensiero? un senso di dubbio e di scoraggiamento? U popolo ha la sua logica anch'esso; ed è peccato soltanto che la chiuda così di spesso nel baule dei suoi poveri panni»
(Pubblicato il 18 settembre 1859)
La così detta Assemblea di Bologna, votando testà la spogliazione del Papa, dichiarava di voler tuttavia rimanere cattolica, e di professare obbedienza all'autorità spirituale pontificia, essenzialmente e storicamente distinta dal potere temporale. Di siffatta dichiarazione servivasi in Francia la Patrie per dimostrare che gli spogliatori del Papa erano sante persone, tutte pietà, tutte cattolicismo, e da mettersi ben presto in sugli altari.
Noi ci contentavamo di accennare un fatto semplicissimo, la concordia degli eretici coi rivoluzionari, gli applausi dei protestanti di Londra ai Deputati di Bologna, i consigli che mandava a costoro lord Palmerston, e gli aiuti d'armi e di denari che radunava pei Romagnoli il presidente delle società bibliche d'Inghilterra. E poi, addentrandoci alquanto nell'essere e nello scopo della rivoluzione, non ci riusciva difficile dimostrare come questa si collegasse col protestantesimo, sicché a diversi intervalli s'erano visti in Italia i rivoluzionari farsi protestanti, e i protestanti rendersi rivoluzionari.
A tali nostre considerazioni rispondendo il giornale l'Italia, il 16 di settembre, ci diceva sinceramente così:
Il Piemonte. Armonia accusa la rivoluzione di essere protestante, di volersi sbarazzare della Chiesa Cattolica Romana.
«Qual sarebbe il male se ciò fosse? 11 solo mezzo concesso all'Italia di sbarazzarsi del Papato senza fastidio e lotte, sarebbe appunto quello di adottare le riforma italiana di Socino, Burlamacchi, o almeno quella del Sinodo Pistoiese preseduto da Monsignor De Ricci».
Voi vedete adunque che abbiamo colto nel segno. L'Italia rivoluzionaria vuole sbarazzarsi del Papato, cioè del cattolicismo. Questo è il grande scopo: schiacciare l'infame, come diceva Voltaire, e come Ausonio Franchi ripeteva nella Ragione di Torino, nella Terra Promessa di Nizza, e nella Gente Latina di Milano. «Il solo mezzo concesso all'Italia di sbarazzarsi del Papato sarebbe appunto quello di adottare la riforma italiana di Socino, Burlamacchi, o almeno quella del Sinodo Pistoiese, preseduto da Monsignor De Ricci. Questo è un parlar chiaro, e se l'Italiaha qualche difetto, non ha certo il vizio dell'ipocrisia.
Esaminiamo brevemente le riforme che essa ci suggerisce. La prima è la riforma di Socino. E qui vuoi sapersi che l'Italia non fa che ripetere le idee di Gioberti, il quale nel Gesuita moderno aveva fatto li panegirico di Lelio Socino, e vendicato alla nostra Penisola l'onore di aver messo al mondo il progenitore di Lutero. Uditene e studiatene bene le parole:
«Il predominio del discorso sulle potenze inferiori essendo il carattere proprio dell'ingegno italico, l'evoluzione logica dell'eresia protestante dovea uscir dalla patria di Dante e di Machiavelli, anziché da quella del Taulero e del Cuano. E così avvenne di fatto; che il vero creatore del razionalismo moderno fu un concittadino di Catterina Benincasa (S. Caterina da Siena)…………. Lelio Socino sovrasta per ingegno a tutti i novatori del suo tempo; e però appunto parve minore di molti, e sovratutto di Lutero, perché questi pareggiavano il secolo ed egli lo superava ((39))».
Che elogi ai protestanti! Gioberti, nel libro dove si leggono tali parole, accusa Bossoet e Sant'Alfonso di non essere arrivati a capire il loro secolo, ma loda Lutero d'averlo pareggiato, e Lelio Socino d'averlo superato, e osa paragonare S. Catterina da Siena coll'Archimandrita dei sociniani!
Dopo di ciò vi sarà facile comprendere il giornale l'Italia, quando viene a dirvi che la nostra Penisola per isbarazxarsi del Papadovrebbe adottare la riforma italiana di Socino. A questo si pensava fin dal 1846, quando levavasi a cielo il Papato e inneggiarsi a Pio IX!
Che cosa sia il socinianismo ha detto testé Gioberti medesimo: «il razionalismo moderno, ossia il moderno protestantesimo. Nel 1540 Lelio Socino assisté alla famosa conferenza di deisti e di atei, che si tenne a Vicenza, e nella quale si convenne del modo di spiantare la religione di Gesti Cristo ((40)). A tal fine Socino ruppe guerra al sopranaturale, negò tutti i dommi, e introdusse l'art de decroire, l'arte di miscredere, come ben osserva uno scrittore francese.
Il socinianismo è ornai lo stato presente del protestantesimo, e se andate a Ginevra nella chiesa nazionale di San Pietro voi sentirete negata sfacciatamente la divinità di Cristo, la necessità del Battesimo, e tutti i dogmi delle Sante Scritture, compresa. la stessa ispirazione della Bibbia. Sicché dire agli Italiani che debbono adottare la riforma di Socino, è un invitarli a professare il protestantesimo dei radicali di Ginevra, a negare ogni specie di rivelazione, a non credere più né al Papa, né alla Chiesa, né a Dio.
Se non vi piace però Socino, il giornale l'Italia vi propone di adottare la riforma del Burlamacchi; e questo torna lo stesso, perché il Burlamacchi, sebbene originario di Lucca, nacque a Ginevra, e professò il calvinismo, insegnando il diritto in quella città.
Ma il curioso sta in ciò, che, mentre l'Italia ci suggerisce le dottrine del Burlamacchi per isbarazzarsi dal Papa-Re, ignora o dissimula che queste dottrine mirano ad introdurre tanti Re-Papiquanti sono i governi degli Stati 1 Citiamo le precise parole del pubblicista ginevrino;
«Siccome la maniera di pensare dei cittadini o le opinioni ricevute possono influire molto al bene e al male dello Stato, bisogna necessariamente che la società comprenda il diritto di esaminare le dottrine che si insegnano nello Stato, affinché non si detti pubblicamente se non quello che è conforme alla verità, al vantaggio, e alla tranquillità della società. Quindi proviene, che spetta al Sovrano lo stabilire i dottori pubblici, le accademie, e le pubbliche scuole; e che il sovrano potere, trattandosi di religione, gli appartiene per diritto; io quanto almeno la natura della cosa può permetterlo ((41))».
Adottata adunque la riforma del Buri smacchi, addio libertà di coscienza, libertà di stampa, libertà d'insegnamento; noi non avremo più per Papa Pio IX» ma oggi Urbano Rattazzi e domani Angelo Brofferio!
Il Burlamacchi (osserva bellamente Luigi Taparelli d’Azeglio) ha creato u Europa una moltitudine di Papa-Re destinati ad assicurarci della verità, ed obbligarci a praticare la vera religione. Sarebbe però stato spediente ohe codesto saperficialissimo autore si fosse internato alquanto nel suo soggetto, e ci avesse fatto sapere se ogni sovrano conosce infallibilmente la verità, o se ha diritto di dichiararla senza conoscerla, di credere e di far credere ogni sua dottrina, ancorché falsa o incerta. Qualunque delle due proposizioni sarebbe stata degni» «ima della sua filosofia e della sua libera e liberatrice riforma ((42))».
Il giornale l'Italia ci propone la riforma del Burlamacchi, e non sa che questi condannava ogni innovazione negli Stati, e rigettando il diritto divino toglieva anche il diritto popolare 11 citato giornale colla sua proposta mostra di odiare assai più il cattolicismo, di quello non ami la libertà.
Ma se non vi garba né Socino, né Burlamacchi, l'Italia vi propone almeno la riforma del Sinodo Pistoiese presieduto da Monsignor De Bicci. Ed anche questa non è una novità. Da buona pezza i rivoluzionari fanno all'amore colla memoria di Scipione Ricci e col Sinodo di Pistola. Gabriele Rossetti in quella che voleva liberare l'Italia dal giogo dommatico che la degrada, si facea comparire in visione Scipione Ricci, e dicea: a lui dinnanzi
«Caddi in ginocchio e gli baciai la mano».
Introduceva il Pio Pastore a gridare contro l'empia Roma] contro il falso tribunal di Penitenza, contro l'infallibile Santa Madre Chiesa e Cattolica Apostolica, Romana ((43))». Epperò, la riforma del Ricci, che l'Italia) giornale, propone all'Italia, nazione, è l'apostasia dal Cattolicismo.
Il meglio è che, mentre sull'Arno si grida la croce alla dinastia di Lorena, sulla Dora si glorifica Pietro Leopoldo, sotto il cui regno fiorì il Ricci, e si tenne il sinodo di Pistoia. Mettetevi almeno d'accordo, o rivoluzionari!
I Principi ornai dovrebbero vedere dove mirano le riforme religiose, ad a che cosa riescono. Scipione Ricci facea dir in volgare i salmi, mutava qualche parola nell'Ave Maria, levava gli ornamenti preziosi delle Chiese, i Brevi e le Memorie d'Indulgenze, ecc., ecc. Pietro Leopoldo acconsentiva.
Si celebrava la pseudo-sinodo di Pistoia, dove si emettevano cinque proposizioni eretiche e settanta scismatiche, erronee, scandalose, calunniatrici, maliziose, come vennero qualificate dal Papa Pio VI nella Bolla Auctorem fidei; ma la Casa di Lorena non se ne dava gran pensiero né allora, né poi.
E venne la rivoluzione, questa grande ministra della giustizia di Dio, e furono castigati solennemente alla presenza dell'Europa gli scandali e le usurpazioni Leopoldine, ed ora si mostra chiaro a' Sovrani dove mirino coloro che li invitano ad incatenare la Chiesa, a combattere il Papa, ad abbracciare la Riforma.
L’Italiavorrebbe vedere altre Case dove è oggi la Casa di Lorena, epperò propone almeno la Riforma del Sinodo Pistoiese, se non si vuole adottare quella di Socino e di Burlamacchi. Principi e popoli, capitela una volta. La rivoluzione v'odia tatti di gran cuore; agli uni vuol togliere (la Corona, agli altri la fede. Perché ha tanto sublimato il trono di Pietro Leopoldo? Per farlo più rovinosamente cadere sotto Leopoldo II. Sono gli apologisti delle leggi Leopoldine, che strapparono la Corona al Granduca di Toscana.
Con questo titolo, la Gazzetta di Augusta del 14 settembre 1859 pubblicava:
«Parigi, 40 settembre. A Napoleone III venne l'idea dell'armistizio di Villafranca, principalmente perché profondamente disgustato della politica del conte Cavour. Quest'uomo di filato e l'Imperatore de' Francesi parvero per lungo tempo di accordo, perché andavano di accordo nel pensiero di fiaccare la potenza austriaca in Italia. Ma non mai venne in mente all'Imperatore dei Francesi di dividere l'Italia in tre parti: una pel Re di Piemonte sino alle porte di Roma; una per la città di Roma e suo territorio onde includervi il Papa; ed una pel Re di Napoli.
«Questo però fu il pensiero di Cavour, e da anni ne erano già di accordo perfettamente e convenivano in quest'alleanza i capi della nobiltà Bolognese e Toscana e i professori delle Università. Cavour lo dissimulò all'Imperator dei Francesi, e a lui come anco a Mazzini e suoi seguaci giuocò questo tiro alle spalle. Ma subito dopo che per le battaglie di Magenta e di Solferino le cose d'Italia erano state risolte nel principale dalla spada di Napoleone, in Toscana, a Parma, a Bologna, indi a Modena e in una gran parte allo Stato ecclesiastico si svolse così mirabilmente la politica e l'attività di Cavour, che l’Imperatore ne sentì del disgusto e nella sua mente furono risolte le trattative di Villafranca. Giammai pensò egli di permettere che l'Italia si costituisse senza il suo consiglio, la sua volontà e la sua cooperazione, col puro aiuto delle sue armi, e sotto la condotta di Cavour»
«Questa questione già difficile in sé, e sempre più difficile per la situazione in cui si vuole mettere il Papa come principe della Chiesa, lo diviene anco più in vista della politica del gabinetto inglese (Palmerston-Russell), ohe a Cavour ed a' suoi disegni è personalmente amica. La questione principale non è più l'Austria e la sua posizione nel Veneto, e neppure la Casa di Lorena in Toscana e Modena, ma da una parto è il papato e la situazione del Papa, e dall'altra la potenza e l'ingrandimento della Casa di Piemonte. La potenza austriaca in Italia è infrante, perone essa ha contro di so lo spirito popolare di tutta l'Italia, meno i contadini nel Veneto e nella Lombardia, come anco quelli di Toscana, tuttavia affezionati al vecchio Granduca. Ma il contadino italiano non costituisce, come il francese, una forza popolare.
«Se il Piemonte possieda l'attitudine politica di incorporarsi elementi così indipendenti quali sono quelli della Lombardia, Bologna, e Toscana, lo deciderà il tempo. Finora Cavour non si è mostrato se non per una testa politica; ora egli è fuori di servizio, intanto che Vittorio Emanuele raccoglie quanto è stato seminato. Il reame di Piemonte deve trovare un nuovo centro alla sua potenza onde questa grande sua ambizione corrisponda ad una causa non più piemontese, ma puramente italiana».
Noi riproduciamo, scrive l'Unione, questo articolo senza commenti, facendo soltanto osservare, che la Gazzetta di Augusta invece di collocarlo sotto la rubrica delle corrispondenze di Parigi, lo ha stampato come primo articolo in capo al giornale.
(Pubblicato il 20 settembre 1859)
Quantunque il governo della Toscana abbia dichiarato a' suoi concittadini: il re Vittorio Emanuele ha accolto i nostri voti, — epperò sa la dichiarazione fosse vera il Granducato debba fare parte del regno sardo, nonostante continua ad esserne distintissimo, ed anzi così diviso, che un toscano decorato della croce dei Ss. Maurizio e Lazzaro dal nostro re non potè portare l'assisa di cavaliere, se prima non ne ebbe ottenuta dal governo proprio speciale licenza.
Inoltre sul Monitore Toscano noi veggiamo quotidianamente comparire nuove leggi e nuovi decreti, che non sono dell'assoluta necessità, e partono da un governo, il quale, posta l'accettazione del voto dell'Assemblea, dovea tosto cessare, o almeno abbisognava d'una pubblica conferma, per continuare nell'esercizio de' suoi antichi poteri.
Da questo fatto noi argomentiamo che nel concetto dei governanti tanto Piemontesi, quanto Toscani non basti la cosi detta volontà del popolo per esautorare e creare i Sovrani, ma si richiegga qualche cosa di più, che contemporaneamente si aspetta dalla Toscana e dal Piemonte. Del che abbiamo buona ragione per rallegrarci, come eravamo affitti allora quando la vita delle dinastie faceasi dipendere dal mobile avviso della plebe.
Ma nell'Italia centrale, e principalmente nella Toscana insorsero due questioni: l'una di diritto, l'altra di fatto.!ji quistione di diritto era, se bastasse la volontà del popolo per esautorare la Gasa di Lorena; e pare che non basti, poiché le cose continuano nell'incerto e nel provvisorio, come abbiamo detto, nonostante l'unanimità dell'Assemblea e la supposta accettatone del Piemonte.
La questione di fatto era ed è tuttavia questa: se proprio il popolo toscano voglia ciò che l'Assemblea ha deliberato all'unanimità.
Chi ci ha indotto a dubitarne sono le circolari che di giorno in giorno scrive e pubblica il governo di Firenze, circolari che, posta quella concordia di voleri ed unanimità di voti, dovrebbero dirsi inutili ed assurde.
Di fatto il Monitore Toscano del 24 di agosto incominciò a pubblicare una circolare alle autorità ecclesiastiche, civili, politiche e militari dello Stato, dove diceva:
«Qualunque dubbiezza nella legittimità del governo e ogni esitanza a seguirlo nella strada aperta dal vero bene della patria comune, non solo sarebbe Atto di ribellione «dia suprema autorità dello Stato, ma sarebbe ancora atto di tradimento contro tutta la nazione. Il governo è risoluto a impedire e troncare qualunque macchinazione, a reprimere qualunque attentato, a punire qualunque siasi cospiratore e perturbatore, senza distinzione veruna di nascita, di grado, diofficio».
Come mai tali minaccio quando tutto il popolo è unanime? Perché guastare una così bella concordia con principii tanto severi, come quelli che proibiscono qualunque dubbiezza ed ogni esitanza?Perché supporre probabili atti di ribellione alta suprema autorità dello Stato, quando il governo è figlio dell'unanime volontà del popolo? Perché parlarci di macchinazioni e di attentati, di cospiratori e di perturbatori, quando tutti sono d'accordo, e quando l'Assemblea, che rappresenta il popolo senza distinzione veruna di nascita, di grado, d'ufficio, ebbe una sola mente, un col cuore ed un sol suffragio?
Il 25 di agosto l'avvocato Vincenzo Salvagnoli, ministro degli affari ecclesiastici, pubblicava nel Monitore Toscano un'altra circolare agli Arcivescovi e Vescovi del Granducato, nella quale li invitava ad «inculcare pubblicamente ai suoi sottoposti il dovere di ubbidire alla suprema potestà dello Stato», ed a rammentare e esplicitamente che qualunque atto settario di qualsiasi ecclesiastico lo sottoporrebbe alle leggi ed ai giudici, e non potrebbe dolersi se ne risentisse i più gravi effetti, e fosse riprovato come vero autore della pubblica perturbazione».
Deus et natura nil frustra moliuntur, dice un celebre assioma, e pare a noi che un governo dovrebbe seguire l'ordine indicato da Dio e dalla natura e non spendere il suo tempo in cose inutili. Se tutto il popolo toscano vuole ciò che l'Assemblea ha risoluto all'unanimità, tale pure dee dirsi il voto del clero, giacché il clero (or«a parte del popolo; e se il clero è concorde come tutti gli altri cittadini Dell'approvare le avvenute mutazioni di governo e di dinastia, perché si chiede a' Vescovi di inculcare pubblicamente a' preti i loro doveri e di minacciare ohi accendesse le passioni? Lasciate che abbraccino tali misure i rettori degli stati divisi in parli, dove tenzonano opinioni opposte e contrari desiderii, ma in Toscana, dove regna tale e tanta unanimità, scusateci, queste circolari sono corbellerie.
Né meno assurda è una terza circolare pubblicata nel Monitore Toscano dei 25 di agosto, e indirizzata ai signori Prefetti, nella quale, ricordato il volere nazionale, raccomandasi di non omettere veruna diligenza preventiva di tutto quanto potesse attentare l'ordine pubblico», e poi specialmente si incute ai Prefetti d'invigilare «instancabilmente gli ecclesiastici cattolici e ì ministri delle altre religioni», e tener d'occhio qualunque società o aggregazione religiosa, e procurare che tutti obbediscano pienamente alla suprema autorità della Stato.
E qui noi ripetiamo sempre il solito ritornello: Se la Toscana è unanime con voi, e deve esserlo, se l'Assemblea rappresentava la nazione, perché tali ingiunzioni ai Prefetti, perché tante paure, perché presentire tanti pericoli raccomandare una vigilanza instancabile e una diligenza preventiva così scrupolosa.
Né finiscono qui le ci scolari del governo Toscano. Il signor Enrico Poggi, ministro di grazia e giustizia, scrisse pure la sua ai presidenti e procuratori generali delle Corti d'Appello, ed ai presidenti e procuratori del Tribunale dì prima istanza, ed adoperò parole e raccomandazioni così calde, cene quelle già adoperate dall'avv. Salvagnoli scrivendo agli Arcivescovi e Vescovi.
«Ogni contrarietà, scrisse il signor Poggi, ed opposizione manifesta al volere del paese sarebbe riprovevole in chiunque, né potrebbe essere tollerata, s'adoprino adunque i magistrati affinché il loro esempio e la loro operosità riesca di sgomento ai tristi insidiatori del nuovo ordine di cose».
Ma dove sono, se il Cìel vi salvi, dove sono questi tristi insidiatoti, poiché il popolo è unanime? Son forse cosi pochi che non riuscissero a mandare un deputato all'Assemblea nazionale? E allora perché averne tanta paura? Un governo così forte, così concorde, fondato sul volere nazionale, ha egli a temere un pugno di mestatori, o di faziosi, come ora volete chiamarli voi? Lasciate in pace i magistrati, e se sta vera l'unanimità del popolo, chi insidiasse il nuovo ordine di cose, sarà represso dal popolo istesso, e ne uscirà col danno e colle beffe.
Ma non pare che di ciò sia persuaso il governo toscano, giacché abbiamo ancora una circolare pubblicata dal Monitore il 1 di settembre, e indirizzata ai Prefetti, dal Presidente dei ministri, barone Ricasoli. lì signor barone ribadisce il chiodo, e dopo d'aver parlato dei voti della Toscana, continua dicendo «Chiunque contrastasse a quei voti sotto qualunque pretesto, chiunque innalzasse una bandiera che non fosse la bandiera italiana, oramai fatta nostra troverà nell'autorità pronta e severa repressione, e nella pubblica opinione mai anticipata condanna».
Ci duole all'anima che il governo toscano con tutte queste circolari, ripetizioni e minacce di severe repressioni, abbia dato luogo ai maligni di rivocare in dubbio l'unanimità proclamata dall'Assemblea' Imperocché le male lingue potrebbero dire che in tutte le classi dei cittadini della Toscana vi sono molte persone scontente e contrarierai nuovo ordine di cose. Ve ne sono tra cittadini privati, giacché si riputò necessaria una circolare minacciosa contro loro, indirizzata alle autorità civili; ve ne sono tra gli;ecclesiastici cattolici e i ministri delle altre religioni, giacché venne imposto ai Prefetti di invigilare instancabilmente sulla loro condotta ve ne sono tra i militari, perché anche a coloro che presiedono alle milizie fu ricordato con apposita circolare ohe qualunque dubbiezza nella legittimità del governosarebbe atto di ribellione e di tradimento. .
La Toscana è unanime e tatti i ministri sono in faccende per sorvegliare e raccomandar sorveglianza! Sorvegliano i Presidenti delle Corti d'Appello, sorvegliano i Procuratori generali, sorvegliano i Presidenti e i Procuratori del Tribunale di prima istanza, sorvegliano i Prefetti; si chiede agli Arcivescovi e Vescovi ohe sorveglino alla loro volta; breve, si raccomanda sorveglianza alle autorità ecclesiastiche, civili e militari dello Stato.
Ma Napoleone III non crede di avere unanime la Francia per sé, e tuttavia non raccomanda tanta sorveglianza. Non tutti sono unanimi in Inghilterra, né amano lord Palmerston, eppure, egli sì farebbe coscienza di scrivere una serie di circolari come quelle da noi accennate; anzi non ne scrisse neppure un terzo il governo stesso di Leopoldo II, comeché, a detta del Monitore Toscano e a giudizio dell'Assemblea, avesse tutto il popolo unanime centro di lui»
Quale è dunque la conseguenza di tutto ciò?... Noi scriviamo, o lettori, le premesse, ma certe conseguenze è meglio che le tiriate voi.
(Pubblicato il 20 settembre 1859).
Abbiamo già annunziato che lord Shaftebury, genero di lord Palmerston ed uno de' più sfegatati nemici del Cattolicismo, stava per assumere la protezione di quel movimento che si ò manifestato da pochi mesi in qua nell'Italia centrale, e principalmente nelle Romagne, confortando i rivoluzionari co' suoi consigli, col suo nome, e coi denari e colle armi inglesi.
Questo fatto è assai importante, e noi dobbiamo recarne i documenti che troviamo nel Times di Londra, tradotti dal Diritto del 19 di settembre. Lord Shafteburv non si decise da sé a pigliare il patrocinio dell'Italia centrale, ma venne spinto a ciò da alcuni Italiani che trovansi in Londra, i quali a questo caldo protestante, a questo presidente delle Società Bibliche raccomandarono il trionfo delle proprie idee e dei loro desiderii colla seguente lettera:
1 Leinster, terrace, Hyde Park 3 settembre.
Milord, — La simpatia addimostrata dalla nazione inglese per la causa italiana, e più specialmente per la quistione dell'Italia centrale, ha dato a' sotto scritti l'idea di rendere questo sentimento, per il quale mi trono la più viva gratitudine, efficace colla formazione d'un comitato, alla cui testa dovrebbe figurare un nome di grande autorità in Inghilterra.
E il none che si presentò immediatamente alla nostra mente fu il vostro.
Noi chiediamo questo nome, milord, e ci mettiamo sotto la vostra direzione in ogni rispetto. Piacciavi, per conseguenza, intraprendere la formazione di questo comitato, in cui è nostro desiderio l'elemento inglese prevalga.
È naturale che gl'Italiani s'interessino all'emancipazione d'Italia, ma è generoso per l'Inghilterra il mostrare una sì calda simpatia per essa, e risulterebbe di un gran servizio agl'Italiani, se questa grande nazione, che precedeva ogni altra nella via della libertà, esprimesse codesta sua simpatia in modo efficace. Noi confidiamo in voi, milord, e permettete che conserviamo una tale fiducia.
Gli obbeditissimi vostri servi
G. T. Avesani — G. Devincenzi — L. Serena
— B. Fabbriconi — J. B. Rocca.
Lord Shaftesbury che una lunga risposta, che è un'apologia della rivoluzione italiana, nella quale fin dal principio tocca la quistione religiosa che in Italia si concatena colla politica, come in Inghilterra, In sostanza questo messere dice agli Italiani che per avere la libertà e l'indipendenza debbono abbandonare il Cattolicismo come fecero gli Inglesi. Il vostro, egli dice, caso è umilissimo al nostro, e accenna al beneficio di civili e religiose libertà. Noi riferiamo per intero la risposta di lord Shaftesburv che è la seguente:
«Signori, — La lettera da voi ricevuta conferiva su me il più grande onore.
«Se io potessi avere la stessa opinione che voi avete della mia alta posizione ed influenza, io non esiterei un istante ad accettare il posto che dalla vostra confidenza mi viene offerto. I diritti, dirò di più, le giuste esigenze d'Italia, sulla simpatia e cooperazione degli Inglesi, sono tali, che sembra impossibile ad ognuno, sia in alto o basso stato, di ricusare qualsiasi assistenza che potesse essere in poter suo di dare. Il vostro caso è sìmilissimo al nostro; noi pure lungamente ed ardentemente desiderammo il beneficio di civili e religiose libertà. Per ottenerle noi ci liberammo dei nostri colpevoli governanti; scegliemmo i loro successori e consolidammo una forma di governo tanto poco diversa, quanto era possibile, da quella alla quale eravamo abituati, e tutto questo fu fatto senza spargimento di sangue, senza saccheggio, senza confusione, ed anche senza il minimo disordine nella pubblica esistenza, e semplicemente per il volere di un popolo unito determinato a voler esser libero.
«La vostra condotta è stata la medesima. Ma grande come era la nostra, la vostra è stata, presentemente, anche più grande. Noi avevamo per lungo tempo goduto la forma e spesso l'esercizio di libere istituzioni; il principio, la pratica di essi erano a noi famigliari. Ma la libertà cadde su voi simile ad uno scoppio di tuono; eppure trovò voi tutti ordinati, pacifici, pronti ai benefizi che essa imparte, ai doveri che essa impone, come se educati foste dall'infanzia a libertà. Così intenso è l'effetto che semplicemente l'amore di nazionale libertà può produrre sulle intelligenze e sui cuori degli uomini.
«Gli fu detto che voi eravate indifferenti alla libertà e non avevate coraggio per asserirlo. Ci fu detto che eravate incapaci di governarvi da voi medesimi, e che le baionette austriache erano necessario per salvare il vostro bel paese dal sangue, dal saccheggio e dall'anarchia dello stesso vostro popolo. Ci fu detto che il vostro mutuo odio e le mutue vostre gelosie eran tali, che niuno Stato, in una città andrebbe d'accordo fra loro. Che cosa non dissero a vostro detrimento e disonore? Molti credettero a codeste asserzioni, lo pure vi posi ascolto un tempo, ma chi potrebbe maravigliarsene? Quali precedenti aveva la storia d una sì apparente, subitanea capacità per l'esercizio del più grande ministero umano, l'esercizio delle civili e religiose libertà? Una nazione parve esser nata in un giorno, nata ad un tratto nella sua piena e morale grandezza con tutto il potere di sapersi da se medesima governare, senza cui non fuvvi e non vi sarà mai una vera e durevole libertà.
«Or bene, se tali cose come queste non commovono il cuore dell'intera razza anglosassone in qualunque parte del mondo trovasi un suo membro, io non saprei quale altra cosa lo potrebbe commuovere.
«Ma sicuramente, voi non dovete dubitarne un istante. Voi conoscete i sentimenti ed avete udita l'eloquenza di alcuni nostri uomini di Stato. I popoli, parlando per l'organo della stampa, mostrano sicuri segni dell'evidente loro simpatia; né essi vorrebbero, ove fossero chiamati, rimaner più a lungo silenziosi ed inoperosi nell'adottare quelle misure, che meglio potrebbero dare effetto ai loro sentimenti.
«Voi avete suggerito la formazione d'un comitato, consistente d'uomini nati in ambo i paesi, in cui l'elemento inglese debba preponderare. Questo comitato, io aggiungo, dovrebbe valere a ricevere quella contribuzione che il popolo inglese può essere indotto a dare onde assistere gli sforzi del popolo dell'Italia-centrale, a mantenere i loro diritti e difendersi contro ogni forma di aggressione.
«Questa linea di condotta è buona e giusta, poiché qualunque errore siasi potuto commettere prima del risultato di codesta politica, o riguardo la speranza di combattere per la libertà, le cose sono ora compiute, e l'Imperatore de' Francesi, leale e sincero, come crediamo egli sia ai principii espressi ed al risultato da lui bramato, bisogna si rallegri di vedere il sano ed indipendente atto di un popolo la cui liberazione ridonda a sua gloria.
«Io non veggo niuna obbiezione al vostro progetto. In qualunque modo vi si contribuirà, sarà riguardato dagli Italiani più come un segno di simpatia, che come un aiuto materiale nelle difficoltà in cui versano. La scelta dunque del preside del comitato sia differita. «a desiderarsi che venga nominato uno che meglio possa conciliare gli animi e farsi amici tra tutte le classi, e disarmare qualunque opposizione. Se, dopo le debite ricerche, niun altro uomo meglio di me potrà essere da voi scoperto che potesse servire al vostro nobile disegno, io allora sarò pronto ad accettare, tenendo per fermo che Dio benedirà a' vostri sforzi e farà che essi abbiano una felice soluzione, in armonia col loro incominciamento».
Lord Shaftesbury è così giusto ne' giudizi che reca sulle cose d'Italia, come è veridico nelle allusioni che fa alla storia inglese. Egli dice che l'Inghilterra compì la sua rivoluzione e la sua apostasia senza spargimento di sangue! Eppure chi ignora come gl'Inglesi andassero ben innanzi a' Francesi nell'uccidere il loro Re, e non istrappassero il popolo britannico dal grembo della Santa Chiesa se non per mezzo di prigioni e di patiboli che rinnovarono nel secolo decimosesto le crudeli persecuzioni di Nerone e di Diocleziano?
(Pubblicato il 21 settembre 1859).
«Le Moniteur en rétablissant les vrais principes
de celte question importante
la liberté della stampa)
donne un nouveau gage à la stabilité
et la sûreté publique».
Pays, 19 settembre.
I Parlamentaristi del Journal des Débats due giorni fin lagnavansi presso l'Imperatore Napoleone 111 di una malattia che affligge la Francia, la malattia del silenzio, la quale, a detta loro, avea spiato la società francese ad una specie di atonia, e «lasciava l'Imperatore nel vuoto, il solo operante, il solo pensante, il solo parlante in mezzo ad una folla, che a poco a poco si disavvezzo della briga di agire e pensare da se stessa.
I Parlamentaristidel Journal des Débats supplicavano Napoleone III di guarirà la povera silenziosa, restituendole la libertà della parola, e lasciavano capire che, se l'Imperatore si fosse convertito al parlamentarismo, quei signori dei Débats, gettandosi dietro le spalle le memorie antiche, sarebbero divenuti sinceramente imperiali.
La malattia del silenzio consiste nella legge del 17 febbraio 1852. Imperocché 'Imperatore Napoleone per dar pace, forza, grandezza alla Francia, fl due dicembre del 1851 aveva reputato necessario imprigionare un buon numero di deputati, e sospendere un buon numero di giornali ((44)). Passato il pericolo, i deputati in gran parte vennero rimessi in libertà; ma i giornali furono assoggettati ad una legge particolare.
Secondo il conte di Morny e il suo discorso detto alla presenza del Consiglio generale del Puy-de-Dôme, questa legge non sottometteva la Francia a nessuna misura preventiva; ma secondo il Journal des Débats «non si potea trovare sistema più preventivo di quello che obbliga lo scrittore a studiarsi di evitare il casuale dispiacere dell'amministrazione sotto pena di avvertimenti, di sospensione ed anche di soppressione del giornale in cui scrive».
Il Moniteurdel 18 di settembre rispose all'invito ch'era fatto al governo premettendo) che i partiti ostili vorrebbero maggior libertà per agevolare i loro assunti contro la Costituzione ((45)). Però l'Imperatore stava fermo nel mantenere la legge del i 852 come che preventiva. «Il governo, soggiungeva il Moniteur, non si scosterà dal sistema, che lasciando vasto campo allo spirito di discussione, di controversia e di analisi previene gli effetti disastrosi della menzogna, della calunnia e dell'errore».
La malattia del silenzio durerà adunque nelle ossa della Francia con gran do lare non della Francia stessa, ma del Journal des Débats.Il quale tuttavia non potrà lamentarsi ripetendo una sua frase commerciale applicata alla politica, che la libertà sta divenuta in Francia un solo oggetto di esportazione, imperocché dopo la calata dei Francesi in Piemonte venne introdotto tra noi il sistema delle sospensioni, malattia che però colpì i soli giornali conservatori, l'Armonia, acattolico, il Covrrier des Alpe e l'lndépendant d'Aosta.
Per parte nostra stiamo col Moniteur, e riconosciamo la verità del principio, che una legge sulla stampa e dee prevenire gli effetti disastrosi della menzogna, della calunnia e dell'errore». Questo principio non è dei grandi principii dell'ottantanove, ma appunto perciò ci piace, e l'approviamo in generale, dovesse pure costarci cara la nostra approvazione. È il principio stabilito dalla Chiesa subito dopo l'invenzione della stampa; è il principio ripetuto da Gregorio XVI nella sua celebre Enciclica del 15 di agosto 1832, dove diceva: «Taluni, oh dolore! si lasciano trascinare a tale impudenza da sostenere che il diluvio di errori è ben compensato da un libro che forse spunti per difendere la verità!»
Obbligo dei governi è, non pare verso se stessi, ma terso la società, prevenire gli effetti disastrosi della menzogna,. della calunnia e dell'errore. La legge repressiva non basta, imperocché la repressione è inutile, e talvolta aggiunge maggior forza all'errore perché, reprimendolo, invoglia a conoscerlo, e porge occasione di ripeterlo. Un processo contro un giornale era in Francia sotto Luigi Filippo on vantaggio pel giornale, e un danno pel governo, giacché mostrava la debolezza di questo, e accresceva la pubblicità e gli associati di quello; laonde spessissimo i giornali si procuravano il benefizio d'un processo, ed erano a nozze quando sentivansi il fisco ai fianchi.
Ma. qui taluno verrò fuori dicendoci: Se approvate il principio emesso dal Moniteur di Parigi, perché poi vi lagnate che l'Armonia sia stata sospesa in Torino? Voi vi date della zappa in sui piedi. — Scusateci; siamo pienamente d'accordo con noi medesimi.
Imperocché dovete sapere che l'Armonia venne sospesa appunto perché il ministero del conte di Cavour non volle accettare il principio del Moniteur.
Se siamo bene informati, e crediamo di esserlo ottimamente, la Direzione dell'Armonia, convinta dell'impossibilità di fare una guerra fortunata restando la stampa libera, non solo aderì sul giornale alla legge del 28 aprile, ma recossi al ministero, supplicandolo di nominarle un censore acni sottometterei proprii scritti prima di mandarli alle stampe. La Direzione dell'Armonia protestava di non voler nulla scrivere che fosse contro il governo, epperò desiderava di averne quotidianamente gli avvisi e i consigli. Ma non poté ottenere quanto domandava, epperò in fin dei conti venne sospesa.
Certo è che là malattia dei silenzio in certi tempi principalmente diviene una dolorosa malattia, ma noi crediamo che sia minor male della malattia dell'errore, della menzogna e della calunnia. Può darsi il caso però, in cui il silenzio sia solo contro la verità, e la parola venga lasciata libera alla calunnia, alla menzogna ed all'errore; ma questo allora è uno Stato di persecuzione, di despotismo, di tirannia, e una simile condizione di cose non si discute.
Ma che, generalmente parlando, il sistema preventivo vada innanzi al repressivo è un vero che tutti debbono vedere e riconoscere. L'uomo è di fuoco alla menzogna, e di ghiaccio alla verità, come diceva un francese, e in questo mondo corrotto saranno sempre maggiori i trionfi del bugiardo che del veritiero, dell'empio che del pio, del rivoluzionario che del conservatore. Se uno stamperà che è lecito il furto, e l'altro che non è lecito, cento staranno col primo e dieci appena col secondo; e la repressione, quantunque fortissima, non farà mai che quella scelleratezza non sia stata stampata.
Intutte le cose che presentano pericoli i governi abbracciano sistemi preventivi. Nella vendita dei farmachi e dei veleni, nell'esercizio della medicina, nello stesso insegnamento orale non si vuol concedere assoluta libertà; e si ritiene che la repressione non basti; e potrà bastare nell'esercizio dell'arma più micidiale che si conosca qual è la stampa?
Né vengano a dirci che non si può dare civiltà, progresso, forza e grandezza, se non si lascia libera la manifestazione del pensiero; perché la Francia prova solennemente il contrario, giacché dall'ottantanove in poi non conseguì mai quel grado di forza che ha presentemente, ed ottenne in pochi anni, col sistema di un moderato silenzio. Voglia Iddio che l'Imperatore non abusi della sua potenza!
Noi possiamo però confidare che avendo riconosciuto in Francia necessario di tenere incatenati i partiti ostili al governo, non vorrà imporre agli altri governi di scioglierli e metterli in libertà, né di mutare il sistema che previene gli effetti disastrosi della menzogna, della calunnia, e dell'errore.
Tra i tanti articoli del Moniteur, che apparvero nell'anno corrente, questo del 18 di settembre ci pare il più importante, come quello che non si raggira su di un fatto, ma intorno ad una dottrina, e condanna solennemente uno de' grandi principii dell'ottantanove.
Ora non ci resta che a far voti, perché in Francia sieno prevenutetutte le menzogne, tutti gli errori, tutte le calunnie; perché il governo non badi solo a se stesso, e a ciò che personalmente lo riguarda, ma si ricordi che le menzogne si concatenano, che una calunnia ne chiama un'altra, e che l'empietà è ad una volta un errore, una menzogna ed una calunnia.
(Pubblicato il 23 settembre 1869).
Non abbiamo finora dati statistici officiali sulle votazioni avvenute a Bologna, Firenze, Modena e Parma, quantunque i giornali francesi ed italiani li abbiano ripetutamente domandati per poter profferire un fondato giudizio.
Posammo tuttavia raccogliere qua e colà alcune cifre, le quali ci dimostreranno quanto sia falso che le diverse Assemblee dell'Italia centrale rappresenti tasserò ed esimessero il voto delle popolazioni.
Incominciando dalle Romagne, il Giornale di Roma del 10 di settembre ci dichiarò questi due punti della maggiore importanza:
1° Nelle Romagne si compilarono le liste elettorali a capriccio, e si tralasciò d'inscrivere tra gli elettori un gran numero di coloro che, secondo la legge, dovevano godere del diritto elettorale.
2° Più di due terzi degli elettori inscritti si sono astenuti dal prendere parte alla votazione, protestando tacitamente colla toro condotta che non volevano mettere in dubbio i diritti legittimi del governo del Santo Padre.
Nessun giornale né officiale, né officioso ha osato smentire queste due asserzioni, che non possono altrimenti smentirsi che con una statistica particolareggiata e convalidata da documenti.
Finché dunque non ci viene provato il contrario noi possiamo conchiudere:
Che in Romagna un decimo appena della popolazione fu ascritta tra gli elettori;
Che due terzi degli inscritti rifiutarono di prender parte ad una votazione che riusciva ad offendere il Santo Padre;
Che il terzo dei votanti non fu tutto pei Deputati eletti, ma n'ebbero molti contrari e ancora favorevoli al Papa.
Fatto bene il calcolo si troverà che quanto spacciasi nelle Romagne come voto delle popolazioni non è nemmeno il voto d'una trentesimaparte del popolo!
Passiamo io Toscana. Il signor Leopoldo Galleotti, volendo supplire al silenzio del Monitore, ci ha dato' qualche cifra ohe noi veggiamo riferita nei Nord di Brusselle. Le cifre saranno precise? Supponiamolo e ragioniamo.
Il compartimento di Firenze ha trentaquattro collegi elettorali, nei quali vennero iscritti 30,227 elettori; e di questi votarono soli 14,669. Dunque più della mela degli elettori del compartimento di Firenze si astennero dal votare. Ma i quattordicimila che volarono furono tutti pei deputati eletti? No, altrimenti avrebbero ottenuto tutti l'unanimità, ciò che non venne mai detto, e non era possibile. Dunque dai quattordicimila votanti dovranno sottrarsene almeno un quattromila, che non furono per gli eletti, e perciò troveremo che appena un terzo degli elettori toscani nominarono l'Assemblea, la quale dee dirsi perciò l'espressione della minorità, e non della maggioranza del popolo.
Il compartimento di Lucca, conta tredici collegi; gli elettori iscritti furono 10,930, ma non presero parte alla votazione che 5,464.
Quanti elettori votarono pei deputati spediti all'assemblea? Il signor Galleotti noi dice, e sarebbe ben necessario saperlo. Ad ogni modo più della metà degli elettori iscritti nello scompartimento di Lucca non ha voluto votare, cioè non ha stimato di avere il diritto di mutare la dinastia del Granducato.
Il compartimento di Pisa novera undici collegi, dove vennero iscritti 6,969 elettori, e di questi votarono un po' più della metà, cioè 3,966. Ma chi vi dice che molti non abbiano votato per lo steso Granduca? Nella votazione per la Costituente Romana nel 1849, tra que' pochi che votarono, non si rio vennero anche voti pel Santo Padre, pei Cardinali e per Monsignori? Lo «tesso si può supporre del compartimento di Siena nel quale vennero iscritti 6,828 elettori,e votarono 4,068.
Nel compartimento di Arena abbiamo dieci collegi, 8,372 elettori, e soli 3,836 votanti. In quello di Grosseto cinque collegi, 2,112 elettori, e soli 1440 votanti. Finalmente nel compartimento di Livorno sono cinque collegi, 2,873 elettori e 1,907 votanti.
Insostanza tra gli ottantasette collegi che tono in Toscana, cinquantasette gli elettori iscritti che votarono, furono minori degli elettori iscritti che tralasciarono di votare; e i votanti in tutto non sommarono ohe a 35,240. Nell'aprile del 1854 la popolazione del Granducato era di 1,815,686 abitanti. Diteci un po' se non è tirannia superlativa imporre la volontà di trentacinquemila a quasi due milioni?
Ma c'è anche un'altra osservazione da fare sulle votazioni in Toscana. Nella scelta degli elettori si adottò la legge del 1848. Ora il Guerrazzi attestò che; secondo questa legge, la Camera non palesava il voto della più parte del paese. Eppure allora le elezioni erano legali, correva la luna di miele ed i più vi pigliavano parte. Ma che dovrà dirsi nel 1859, quando appena la metà degli iscritti votarono, laddove,la Camera non avrebbe palesata la volontà del paese, dato pure il caso che tutti gli iscritti avessero preso parte alla votazione?
Dicono che la legge del 1848 comprende cosi ampio numero di elettori, che quasi equivale al suffragio universale. Questo non e vero, e la diplomazia lo sa meglio di voi» Goal il Guerrazzi ((46)).
Diciamo ora una parola dell'Assemblea di Modena. L'eccelso Ferini pubblica i documenti del duca Francesco V, ma non ha pubblicato finora nessun documento relativo alle votazioni, al numero degli iscritti e dei votanti la Gazzetta di Vienna ha accusato messer Farini di aver escluso deliberatamente dalle elezioni la popolazione della campagna,e l'Eccelso zitto!
Nonostante queste esclusioni, fu provato ohe tuttavia nel ducato di Modena avrebbero dovuto esservi 73,660 elettori. Ma di questi, quanti hanno preso parte alle operazioni elettorali? Appena quattromila? E questi quattro mila dovranno dunque vincolare la volontà di tutti gli abitanti del ducato di Modena?
Conchiudiamo. Nelle Romagne si escludono arbitrariamente i buoni dalle elezioni; tuttavia degli iscritti due terzi si astengono dal votare». In Toscana le liste elettorali sono compilate secondo una legge che non comprende tra gli elettori la somma del popolo Nonostante degli iscritti tota un po' più della metà, gli altri s'astengono.
Nel Modenese dovrebbero esserci 72,000 elettori, e non ci Bono statiche quattromila votanti!
Bastano perciò, a nostro avviso le votazioni passate per dimostrare che la volontà del popolo dell'Italia centrale è diametralmente opposta alle decisioni delle Assemblee.
(Pubblicato il 23 settembre 1859)
Il così detto intendente Migliorati, che oggidì ha piantato le tende nel castello di Ferrara e comanda a bacchetta in quella provincia, sta agli Stati Pontificii sottosopra, negli stessi termini e nelle medesime proporzioni, come il cav. Bon-Compagni stava alla Toscana; e se lord Normanby parlando di queste non disse verbo di quello, fu perché il suo nome e le sue gesta non arrivarono fino a lui.
Il Migliorali esordì la sua carriera, andando nel 1848 volontario in Lombardia. I Genovesi attestano ch'egli partisse, ma ohe arrivasse in faccia al nemico non si sa certo. Reduce mostrava tuttavia alcune spoglie tolte ai Croati, e che erano i trofei d'una sua. vittoria. Però la carriera delle armi non gli piacque, e le antepose la carriera della diplomazia.
Non tardò ad essere mandato a Roma applicato a quella Legazione, e neppur egli sognava di doverci restar come capo. Ma partitosi dall'Eterna Città il nostro ministro, e interrottasi dal Piemonte ogni nasiera di relazioni colla Santa Sede, rimase in Roma il sig. Migliorati per segnare i passaporti.
Tale noi crediamo che fosse il solo incarico affidatogli dal nostro ministero; però l'ex-volontario di Lombardia non se ne tenne pago, e, valendosi di quei mezzi straordinarii che gli procacciava la sua carica, prese a fare opposizione al governo pontificio, e favoriva le corrispondenze che venivano in Piemonte a' giornali nemici dalla Santa Sede, e dava consigli, incoraggiamenti e protezione ai liberali del Tevere.
I ministri del Santo Padre conoscevano per filo e per segno le cose del Migliorati, ma lo compativano, conciossiaché non avesse studialo mai il diritto delle genti. Però ne fece una al conte di Ravneval, ministro francese presso la Santa Sede, e questa non gli fu perdonata. Il conte di Ravneval poco dopo il Congresso di Parigi avea indirizzato al conte Walewski quel memorando dispaccio, che il Pavsa buon diritto, chiamava una stupenda apologia del governo di Pio IX; e dicono che il Migliorati, avendo avuto cognizione, lo mandasse pubblicare su pei giornali, con grande dispetto dell'inviato e del governo francese. Checché ne sia, è un fatto che il Migliorati venne poco di poi richiamato da Roma, e spedito lontano lontano fino all'Aia. Ma scoppiata la guerra, egli lasciò l'Olanda per venire in Piemonte; e il conte Cavour che Io conosceva, e sapevalo addentro alle cose dei liberali degli Stati Pontificii, avvenuta la ribellione di Ferrara, spedi il Migliorati in Ferrara come commissario piemontese.
Egli vi tenne per un po' di tempo questa carica conservando pure quella d'incaricato d'affari all'Aia, giacché il decreto che lo dispensa dall'uffizio diplomatico non data che dal 7 di agosto. Quando poi il nostro governo si lavò le mani in faccia all'Europa delle cose di Romagna e disse: — lo sono innocente di tutto ciò che avviene e avverrà in quelle contrade, — allora il sig. Migliorati continuò nella sua carica in qualità di intendente.
Il nostro giovinotto vistosi nel castello e col bastone del comando in mano, prese a scrivere decreti si rompicollo. È cosi dolce il decretare) La Gazzetta Ferrarese non ci arriva mai senza recarci un da quattro o cinque decreti sottoscritti Migliorati a lettere di speziale. Noi che conosciamo H sig. intendente, orniamo talvolta rappresentarcelo in sontuosa veste da camera, sdraiato su di una poltrona, col sigaro in bocca dettare al segretario i suoi ukasi, e non possiamo a meno di esclamare: Fortunati Ferraresi!
«Oh, se Torquato e Lodovico al rio e
«Silenzio si togliesser di que' marmi»,
invece di Goffredo e delle audace imprese, canterebbero il signor Migliorati.
L'ingresso in Ferrara del sig. Giovanni Antonio Migliorati fu il 22 di loglio la quel giorno egli parlava ai suoi popoli così:
«Abbiate, popoli Ferraresi, fiducia in me, come io l'ho in voi; troverete in me l'uomo franco e leale. Serrò con voi nell'ora del consiglio per dare un indirizzo fermo alle idee ed agli spiriti degli uomini amanti veri di libertà e d'indipendenza, sarò con voi nell'ora in cui il pericolo sarà maggiore per ispirare ai difensori della patria quella unione che fa la forza delle nazioni.
«Vengo fra voi a rispettare le opinioni di tutti i cittadini, ma combatterò inesorabilmente, e senza distinzione alcuna di ceto i delitti di leso patriottismo, dichiarando tutti ugualmente risponsabili delle loro azioni, e soggetti a severa punizione».
E il 26 di agosto il signor Giovanni Antonio per rispettar tutte le opinioni pubblicava un proclama contro ti clero, chiamando i preti nemici dell'ordine, della libertà, dell'incivilimento dei popoli, che spargono ree ed insane calunnie, che tentano sedurre le cosciente, che ingannano sotto mentiti pretesti,che sono ipocriti perturbatoti, che calpestano la retta ragion di Staio ed il principio cristiano, che e impongono agli uomini pesi intollerabili e li spingono a spezzare ogni treno, e gettarsi fra le braccia della rivoluzione»
Per rispettare tutte le opinioni, uno dei primi decreti del sig. Giovanni Antonio fu contro la libera stampa, e il 10 di agosto, «considerando che la libera stampa non può concedersi senza la guarentigia di altre istituzioni che ne reprimano la licenza, e che fin'ora per l'eccezionalità dei tempi non poterono stabilirsi inqueste provincie;
«Che in tale condizione il governo dev'essere più che mai severo in prevenire le manifestazioni del pensiero, che, destando incautamente o malignamente le passioni, turbano quella dignitosa concordia, da cui solo può essere assicurato il nostro avvenire decretava:
«1° È proibito pubblicare, diffondere, affiggere scritti, stampe, litografie, incisioni, ecc., senza una preventiva autorizzazione della Direzione di pubblica sicurezza e dj uno dei membri della. Commissione di revisione composta dei signori ingegnere Carlo Pastega, dottor Giuliano Gramigna Giuseppe Zanetti.
«2° I tipografi, librai, e chiunque altro si rendesse contravventore a questa disposizione, sarà punito col sequestro dei libri, stampe ed altro con una multa dagli Se. 10 agli Se. 50, ed anche coll'arresto a norma delle circostanze».
Prima il nostro signor Giovanni Antonio avea fatto un caldo appello a' suoi popoli, perché dessero denari. Ecco un saggio del suo indirizzo pubblicato il 28 di luglio:
«Popoli della provincia di Ferrara
«Il Governo dovendo provvedere agli urgenti bisogni in cui versa il paese, ha fatto appello al vostro patriottismo ricorrendo francamente al credito pubblico.
«Il Governo ha mostrato, una fiducia illimitata in queste popolazioni, dando e la preferenza ad un prestito volontario piuttostoché ricorrere ad altre misure.
«Permettetemi, o Ferraresi, di dirvi soltanto quanto sia necessario che tutte «le classi de' cittadini concorrano al successo del Governo in questa operazione e finanziaria: da questo successo dipenderà il trionfo della libertà e dell'indipendenza delle provincie di Romagna.
«La spontaneità nel dare il vostro concorso al Governo in questa e circostanza sarà il sapremo de' voti di vostra indipendenza, ohe l'Europa dovrà rispettare e sanzionare».
La spontaneità dei popoli nel dare non fu molta e il signor Giovanni Antonio fu costretto due o tre volte a prorogare il termine delle sottoscrizioni. Di che se il prestito delle Romagne si ha ad interpretare come la manifestazione del supremo dei voti; il signor Giovanni Antonio sta fresco!.
Tra i decreti emanati dal signor Migliorati tre meritano un cenno, particolare. L'uno è un decreto del 31 di agosto contro i zolfanelli fosforici che vennero proibiti in tutta la provincia di Ferrara, dove restano permessi soltanto i zolfanelli amorfi. In Piemonte, dopo dieci anni di libertà, noi non abbiamo, avuto ancora un decreto simile!
Dopo i solfanelli, le carte da giuoco chiamarono l'attenzione del signor Giovanni Antonio, e il. 16 di settembre si scatenò contro il contrabbando che si fa coll’introduzione di carte da giuoco, falsificando in alcune anche i bolli legittimi e minacciò tutto il rigore contro chi avesse usato carte da giuoco non bollate dal sig. Giovanni Antonio.
Finalmente il signor Migliorati pensò ai poveri, pubblicando mi decreto del 13 di settembre, di cui ecco per, saggio il primo articolo: La Direzione di pubblica sicurezza rimetterà al Comune, cui spettano, o fuori del confine, se esteri, tutti i mendici che non sono di questa città per nascita o per domicilio legale».
Dopo tutto ciò era ben naturale che il signor Giovanni Antonio venisse aggregato alla nobiltà e patriziato ferrarese, e cosi avvenne, e in tale aggregazione il signor Minorati umilmente riconobbe ima imam luminosa proto dei sotto patriottismo onde è animala la città di Ferrara!!!
(Pubblicato il 23 settembre 1859)
Farini continua la sua crociata contro il duca di Modena, Francesco V; ma siccome pare che gli sieno venuti meno i documenti, cosi che mano ad un giornale che pubblica vasi in Modena fin dal 832 col titolo: la Voce della Verità. Rovistando nella collezione di questo giornale l'eccelso dittatore s’imbatté in un articolo, stampato il 97 di marzo 1882; in cui si parla fortemente della Francia rivoluzionaria, della Francia di Luigi Filippo, e si chiama pettegola, intemperante, selvaggia, e via dicendo. La Gazzetta di Modena del 18 settembre stampa in capo al suo numero 90 questo articolo della Voce della Verità!
Ognuno vede quanto sia ridicola l'arte, a cui l'eccelso ricorre pel» concitare l'odio de Francesi contro il Duca di Modena. Se questi volesse rendere la pariglia al signor Farini, non avrebbe d far altre che prendere tra le nani il Misogallo, Prose e Rime di Vittorio Alfieri d'Asti, stampato nel 1640 a spese dell'editore Giovanni Grondona, libraio, strada Carlo Felice e piazza San Luca in Genova, coi tipi dei forando. Nella prima pagina dì questo libro il Farini troverà più ingiurie contro i Francesi che non in tutta la collezione della Voce della Verità.
I Francesi son detti e sempre insolenti—coi re Impotenti — sempre ridenti — coi re battenti — talor valenti — ma ognor serventi». ~ E queste parole stanno scritte sotto un ramo allegorico, dove si vedono qua le galline uccidete i galli, là i galli a vicenda uccidere le galline; altrove i galli fra loro e cosi fra le galline spennacchiarsi ed uccidersi. In lontananza poi vedesi posato un gufo sopra d'un albero, il quale gufo dando fiatò in una lunghissima è sottilissima trombarne fa uscire il motto francese: Ils s'organisent:
Tutto il libro è pieno d'ingiurie di questo gusto, e Vittorio Alfieri non lo ha scritto in Modena, tìia vi ha posto là data di Firenze 789. E parla all'Italia passata, presente è futuro, dicendole contro la Francia cose che noi non amiamo ripetere alternando la prona coi versi, ride sui galli, che han falso orecchio e seminaso; che son sempre stati fantoccini, e impreca fa Gallia vite, e i Francesi che rubano tutto agli Italiani.
Questo libro dei Misogallo venne ristampato e mesto intensità fra noi dopo la spedizione di Roma, e i rivoluzionarii ne ripetevano concetti e le parole nei loro diarii, e se avessimo pazienza di andare a' rovistare negli scritti e nei giornali dell'eccelso Farini, forse ci troveremmo da fare degli estratti sottosopra simile a quelli che il suo giornale tolse dalla Voce della Verità.
«Ad ogni modo ognun vede che se le parole d'un giornale conservatore possono Invocarli contro Francesco V, contro gli Italianissimi gli scritti dell'Alfieri e le ristampe fattesi recentemente in che non comandava ancora quando quelle parale furono stampate con molto maggior ragiono potrebbero invocarsi Piemonte di questi medesimi scritti. Cessi Iddio che noi vogliamo servirci di questa ragione! Noi l'accenniamo soltanto per far vedere quanto sia piccola la mente e piccolo il cuore dell'eccelso di Modena;
Il quale avrebbe dovuto sapere che due giorni fa fu elevato in Torino un monumento a Vincenzo Gioberti con una iscrizione per di dietro, e non dimenticare quanto il Gioberti istesso il 27 di giugno 1848 scriveste a' Fiorentini contro i Francesi. Gioberti diceva: «lo confesso candidamente, che temo i Francesi amici più ancora dei Tedeschi nemici», ed esclamava: «Oh sappiamo valerci degli acerbi terribili ammaestramenti dell'esperienza, e ricordiamoci di ciò che avvenne in età poco lontana, quando i Francesi ci liberarono dai Tedeschi per ricondurli di nuovo più fieri ed odiosi di prima», e conchiudeva: «Se si dovesse scegliere fra i due infortuni, non voglio dissimulare che amerei meglio i Tedeschi soli che i Francesi, e poi ancora i Tedeschi non solo in Lombardia,ma nelle Legazioni; e torrei piuttosto di cadere sotto il ferro barbarico, ohe di essere rimesso al giogo per opera di un popolo gentile avremo a chiamarsi nastro amico, liberatore e fratello».
E siccome la Gazzetta di Modena cita il nome e la data di ciò che scrisse contro i Francesi la Voce della Verità, così noi diremo all'eccelso Farini, che le parole dette dal Gioberti contro i Francesi si trovano nelle sue Operette politiche a pagina 119 e 120, dove è pure registrata una dichiarazione che nel 1848 un ministro francese fé' nell'Assemblea nazionale, dichiarazione che vuoi essere ricordata oggidì» massime dopo il famoso articolo del Constitutionel.
La dichiarazione è questa, che «la Francia non saprebbe assistere senza alcun provvedimenti ad una ricomposizione di territorio; né potria tollerare che un accrescimento di Stato presso i suoi vicini, senza compenso per essa, indebolisse la sua potenza».
Oltre l'articolo contro i Francesi, la Gazzetta di Modena né pubblica un altro tolto dalla Voce della Verità numero 945, giovedì, 6 luglio 1837, e siccome trattasi di un documento storico» e vogliamo dare un saggio delle famose citazioni dell'eccelso, così ristampiamo, questo articolo colle note che vi si riferiscono,. Vedrà il lettore ohe il Duca di Modena, Francesco V, dopo simili pubblicazioni avvenute nel Ducato prima che egli fosse Duca, può andarsi a riporre.
(Dalla Press)
Il Corriere degli Stati Uniti pubblica la lettera seguente del Principe Pietro Napoleone Bonaparte, figlio del Principe di Canino, il quale arrivato alla Nuova Jorck pochi giorni dopo il di lui cugino, il Principe Luigi Napoleone:
«Nuova Jorck 5 maggio, Sig. Redattore; Finché sono stato prigioniero a Castel Sant'Angelo mi è stato impossibile di ribattere le calunnie di cui sono stato l'aggetto.
Ora che io sono in un paese di libertà credo dover esporre ai miei concittadini l'infame oltraggio di cui sono stato la vittima.»
Il governo pontificio, malcontento di vedermi correre con mio fratello per e pianure di Roma onde godere dei piaceri della caccia, avea formato il progetto di arrestarmi ((48)) ma gli agenti del Santo Padre non ardivano attaccarmi francamente ((49)). Un giorno ventre io altra versava il villaggio dì Canino, un officiale de' gendarmi mi si appressò con modi affatto amichevoli ((50)). Egli discorreva meco famigliarmente, quando trenta soldati sopraggiunsero all'improvviso uno dei quali armato di pistola, tirò contro di me ma il colpo mancò ((51)). Io gli portai un colpo vigoroso col mio coltello da caccia, e lo ferii gravemente. L'officiale avea la sciabola alzata per colpirmi ma lo stesi morto a' miei piedi; disarmai un altro soldato; e gli alti presero la foga facendo fuoco sopra di me, io ricevetti una palla in testo, e caddi; allora mi ferirono con molti colpi di baionetta, e si portarono a Castel Sant'Angelo. Se non fossi stato ferito gli avrei messo in fuga, eppure sarei morto da soldato francese versando sia l'ultima goccia del sangue mio ((52)). Un tribunale speciale mi giudicò. La sentenza era pronta; la Corte di Roma volea sfogare sopra di me l'odio che nutre per la mia stirpe ((53)). Io avrei subito una morte ignominiosa senza l'intervento della mia famiglia, e particolarmente del Cardinale Fesch, il quale biasimò energicamente dinanzi al Papa la condotta, dei suoi agenti ((54)). Il Papa stesso ha confessato di essere stato ingannato da rapporti falsi. Dopo una prigionia di nove mesi sono libero, e il primo mio atto è difendere il mio onore ((55)).
Note del Redattore della Voce della Verità
Ecco i particolari della visita fatta da Carlo Emanitele IV di Sardegna al glorioso ed invitto ponteficie Pio l'(, che togliamo dai cenni dettati dalla erudita ed elegante penna del P. Carlo Grossi, della Compagnia, di Gesù, intorno alla vita della venerabile Clotilde di Francia, regina di Sardegna ((56)):
«Correva l'anno 1799, funesto all'Italia, funesto a Roma ed alla Chiesa. Pio VI, principe per alti sensi e generoso animo superiore ad ogni lode, pontefice massimo, di riverenza degno anche pei barbari, dopo i gravosi patti e la menzognera pace ch'era stato forzato a firmare colla Repubblica francese veniva crudelmente tolto al soglio ponteficalé, al governo dei suoi Stati, e guardato soldatescamente qual prigioniero e preda di guerra nella Certosa di Firenze. Non prima i reali di Sardegna furono giunti nella capitale di Toscana, e seppero di avere sì vicino il padre comune, per tante sventure commessi glorioso, sentirono in quella loro tribolazione sovrabbondare in cuore una gioia celeste, e arsero di desiderio di presto vederlo e tributargli gli omaggi di figliale venerazione.
«Furono alla Certosa al giorno e all'ora fermata. Il Pontefice, benché per la gravita e per la debolezza del corpo abbattuto dalle malattie e dagli affanni, volle levarsi dalla sedia, e sorretto da due aiutanti di camera, che non potea reggersi in pie, andò ad incontrarli in abito papale fino alla soglia della stanza. Vedutolo appena i due reali personaggi, si gittano ambi ginocchioni, si prosternano al suolo, imprimono baci e poi baci sui piedi dell'invitto confessore di Cristo, e ad alta voce benedicono alle loro sventure, che li fan degni e porgon loro occasione d'essere a' piedi del Vicario di Cristo, benedicono a Dio, che in quelle angustie da loro la inaspettata consolazione di goder la presenza del Capo visibile della Chiesa, del supremo pastor dei fedeli. Si commosse il cuore di Pio di paterna tenerezza, e tenendo bassi e affissati gli occhi su quelli Augusti, sentiva meno il carico dell'età e della sventura e pregavali ad entrare ì primi nella camera ove si compiaceva di accoglierli. Quel subito atto di umiltà e di fede con che si atterrarono innanzi al venerando vecchio, quell'iterato baciare dei piedi, quelle infocate parole di consolazione e di gaudio colpirono gli astanti di maravigliosa pietà, fino a trarre loro dagli occhi le lagrime; e quello stesso repubblicano Chipault dato guardiano e carceriere ai due principi, ne' moli del sembiante e degli occhi non potè celare l'interno commovimento d'affetti onde era agitato.
«Ritirati i due cortigiani del re e della regina, il Nunzio Apostolico, il Maestro di Camera, l'Arcivescovo di Corinto, l'aiutante francese e alcuni monaci Certosini, che tutti erano stati presenti a quella tenera scena, rimasero Carlo Clotilde e Pio per un'ora in istretto colloquio. Ohi chi avesse potuto penetrare là entro, e udire le sante parole, e l'amoroso consolarsi a vicenda, e il confidare in Dio, e il raccomandarsi e il promettersi di scambievoli preghiere, e il piangere sui mali della Chiesa, e il conghietturare sui futuri destini, e il pregare e lo scongiurare dei due pi issimi principi il Santo Padre a volersi tragittar seco loro in Sardegna, ove un pane solo che loro rimanga saranno lieti di partirlo con lui!
«Il dividersi, il distaccarsi non fu men commovente; invitati il re eia regina dal priore a voler vedere la magnifica postura, il magnifico edifizio della Certosa, non vollero, che solo eran venuti, risposero, a tributare il loro ossequio ed ubbidienza al Santo Padre, e tutti i lor voti e desiderii erano adempiti, né aver più che bramare mentreché avevano ottenuto ciò che da lungo tempo anelavano.
«Restò profondamente impressa nella mente e nel cuore di Pio la immagine di tanta pietà e religione, e commemorava di poi le loro molte virtti, e ricordava quella invitta ed esemplare rassegnazione alle disposizioni della Provvidenza in tanta crudeltà di fortuna. E credo io che salito egli dopo non molli mesi al coro dei martiri per ricevere da Cristo la corona a' suoi patimenti dovuta si sarà tosto lodato di loro a Dio, e per essi e per la Reale Casa avrà ferventemente pregato».
Leggevasi nella Gazzetta ufficiale Piemontese del 25 settembre 1859, quanto segue:
Questa mattina alle ore 11 la Deputazione incaricata di presentare a S. M. il Re nostro Augusto Sovrano i voti delle popolazioni delle Romagne ha avuto l'onore di essere ricevuta dalla M. S. a Monza.
La Deputazione è composta dai signori Giuseppe Scarabei li, vicepresidente dell'Assemblea delle Romagne — conte Giovanni Bentivoglio — conte Giovanni Gozzadini — marchese Luigi Tanari — conte Vincenzo Salvoni—conte Ludovico Laderchi — signor Angelo Mareacotti.
La Deputazione era introdotta presso S. M. il Re, in presenza dei Ministri e dei Dignitari di Corte che accompagnavano la M. S.
Il signor Scarabelli dava lettura del seguente indirizzo:
Sire!
I popoli delle Romagne, rivendicato il loro diritto, proclamarono, per voto unanime dell'Assemblea legalmente costituita, l'annessione loro ai Regno di Sardegna.
I pregi che l'Italia tutta ama ed ammira in V. M., la sua lealtà in pace, il suo valore in guerra, conquistarono tutti gli animi, e fu la più nobile delle conquiste quella dell'influenza morale. Ma questo voto di annessione non fu solo uno slancio di entusiasmo, fu ancora un calcolo di matura ragione. Le Romagne travagliate per quarantanni dalle discordie civili anelano di chiudere l'era delle rivoluzioni, e di posare in un assetto stabile e definitivo. E mentre professano piena riverenza al capo della Chiesa Cattolica, vogliono un governo che assicuri la eguaglianza civile, la nazionalità italiana, l'ordine e la libertà.
La Monarchia costituzionale di V. M. «la sola che possa darci questi beni.
Le tradizioni di Casa Savoia, che seppe identificarsi colle aspirazioni de' suoi popoli, la natura armigera del Piemonte, la sua forte organizzazione, le sue libere istituzioni, i sacrifizi fatti per la causa italiana, sono pegno sicuro che nella intima unione colle altre vostre provincie noi troveremo quel finale ordinamento che si accorda coll’indipendenza nazionale e coi destini della patria comune.
Accogliete, o Sire, i nostri voti: propugnandoli dinanzi all'Europa, compirete un'opera nobilissima, ridonerete la pace e la prosperità a quelle provincie che pia lungamente soffersero per l'amore d'Italia.
Sua Maestà il Re rispondeva.
Sono grato ai voti dei popoli delle Romagne, di cui voi, o Signori) siete gli interpreti presso di me. Principe cattolico, serberò in ogni evento profonda ei inalterabile riverenza verso il Supremo Gerarca della Chiesa. Principe italiano, debbo ricordare che l'Europa riconoscendo e proclamando che le condizioni del vostro paese ricercavano pronti ed efficaci provvedimenti, ha contratto con esso formali obbligazioni.
Accolgo impertanto i vostri voti, e forte del diritto che questi mi conferiscono, propugnerò la causa vostra innanzi alle grandi Potenze. Confidate nel loro senno e nella loro giustizia. Confidate nel generoso patrocinio dell'Imperatore dei Francesi, che vorrà compire quella grande opera di riparazione, alla quale pose sì potentemente la mano, e che gli ha assicurata la riconoscenza dell'Italia tutta.
La moderazione che informò i propositi vostri nei più dolorosi momenti dell'incertezza, dimostrò colla irrecusabile prova dei fatti, che nelle Romagne la sola speranza di un nazionale reggimento bastava ad acquetare le civili discordie.
Abbiatevi i miei ringraziamenti, o Signori. Quando nei giorni della lotta nazionale mandavate numerosi volontari, che mostrarono tanto valore sotto le mie bandiere, voi comprendevate che il Piemonte non combatteva per se solo ma per la patria comune: ora serbando unanimità di volere e mantenendo incolume l'ordine interno, fate l'opera la più grata al mio cuore, e quella che può meglio assicurare il vostro avvenire, l'Europa sentirà che è comune dovere, come è comune interesse di chiudere l'era dei rivolgimenti italiani, procurando la soddisfazione ai legittimi voti dei popoli.
(Pubblicato il 27 settembre 1859).
Gran fama in Europa avevasi conciliato l'antica diplomazia piemontese, e i ministri del Re di Sardegna erano dappertutto rispettati per la nobiltà della mente, la gentilezza dei modi e l'onestà dei procedimenti.
Lord Stanhope, nelle sue celebri lettere, dice al proprio figlio: «Come giovane politico voi comincerete a meraviglia recandovi dapprima a Berlino, per passare di poi a Torino dove troverete il più abile Sovrano dopo il Redi Prussia» (Lett. 141).
Ed altrove gli ripete: «lo non so che in tutto il corso di vostra vita voi possiate passare sei mesi più fruttuosi di quelli che voi andate a vivere a Torino (Lett. 148).
E in una terza lettera lord Stanhope dice nuovamente a suo figlio: € È mio desiderio che il vostro soggiorno a Torino sia il periodo pili segnalato, e come la corona della vostra educazione» (Lett. 150).
Inaltre lettere gli raccomanda di stringere relazioni principalmente cogli ambasciatori della Corte di Sardegna, promettendogli che dal loro esempio e dai loro consigli ricaverebbe grandissimo vantaggio.
Inquesti ultimi tempi un altro lord ha parlato della moderna diplomazia piemontese, e questi è lord Normanby, il quale in un suo discorso alla Camera dei Lordi, ed in una sua lettera al Morning-postsi occupò del cav. Carlo Boncompagni, già ministro del Piemonte presso la Corte del Granduca di Toscana.
Il discorso di lord Normanby è assai conosciuto, ma poco se ne conosce la lettera, e noi vogliamo riferirla, sia per contrapporre i giudizi di lord Normanby a' giudizi di lord Stanhope, sia per invitare il cav. Boncompagni a discolparsi di gravissime accuse che gli sodo gettate contro, alla presenza dell'Europa.
Gioverà tuttavia ricordare la cosa da' suoi cominciameli ti, affinché i lettori dell'Armonia possano farsene un'esatta idea e recarne un giusto giudizio.
Lord Normanby, il 7 di giugno di quest'anno, parlava nella Camera dei Lordi d'Inghilterra della rivoluzione toscana, che avea espulso il Granduca, e di questo misfatto accagionava principalmente il cav. Carlo Boncompagni.
L'oratore inglese, premettendo che conosceva per filo e per segno le cose avvenute in Toscana, dichiarava che il Boncompagni si era disonorato, come diplomatico, cospirando contro il Sovrano, presso del quale era accreditato, ed asseriva «che le truppe toscane aveano mancato al loro dovere, sotto l'influenza di agenti corruttori adoperati dal Boncompagni medesimo».
All'udire tali orrendità, lord Stratford di Redeliffe domandò di parlare, e dichiarò all'Alta Camera della Gran Bretagna e che il Granduca di Toscana avrebbe avuto il diritto non solo di far incatenare il cav. Carlo Boncompagni, ma di farlo impiccare all'inferriata del suo palazzo».
Queste parole vennero dette il 7 di giugno, e fino al settembre non si lesse una linea di risposta per parte del Boncompagni. Soltanto nei primi di questo mese il Morning-Post venne fuori stampando una lettera del nostro cavaliere, che secondo il giornale inglese, era stata scritta fin dal 19 di luglio, ma se n'era ritardata la pubblicazione per gravi considerazioni politiche.
Il cavaliere Carlo Boncompagni racconta le cose così:
«A misura che la guerra tra il Piemonte e l'Austria diveniva imminente, io ho compreso che una rivoluzione in Toscana era inevitabile, se il governo ricusava d'associarsi al movimento nazionale. Da quel momento io ho fatto pratiche presso del ministero per indurlo ad entrare nell'alleanza francosarda, ed anche nella domenica di Pasqua, il 24 aprile, due giorni prima della rivoluzione, ho rimesso al sig. Lenzoni, ministro degli affari esteri, una nota, colla quale io domandava al suo governo di unirsi all'alleanza, mostrandogli il pericolo della posizione nella quale egli si era posto.
«Nello stesso tempo ch'io dava questi consigli al governo, usai di tutta l'influenza ch'io poteva esercitare sui capi del partito liberale,per raccomandar loro di astenersi da qualunque atto illegale, da ogni moto rivoluzionario, da ogni esigenza a riguardo della politica interna, da ogni recriminazione sul passato, che avrebbe potuto somministrare alla Corte o al Governo pretesti per diffidare del partito nazionale. Quando vidi che in seguito dell'ostinazione del governo la rivoluzione era sul punto di scoppiare, esortai i capi del movimento, con cui era in relazione, ad impedire ogni spargimento di sangue, e tutto ciò che poteva essere un disonore del paese.
«Il 27, durante l'insurrezione, rivolsi un discorso al popolo che si era radunato sotto le mie finestre, e adoperai tutti i mezzi che erano in mie mani per impedire ogni eccesso, affinché la famiglia Ducate, abbandonando Firenze di pieno giorno e in mezzo di un popolo in rivoluzione, potesse trovare i riguardi dovuti alla sua posizione ed alle sue sventure. Grazie al buon senso del popolo fiorentino e degli uomini che lo dirigevano, mi fu agevole il riuscire!».
In queste parole il cav. Carlo Boncompagni con una ingenuità e schiettezza lodevolissime ha detto quali fossero le opere sue verso il governo Toscano, ed ha confessato che era in relazione coi capi del movimento, e che potea esercitare influenza sul partito rivoluzionario.
Noi crediamo che se lord Stanhope scrivesse oggidì, non direbbe a suo figlio che un diplomatico dee fare comunella coi rivoluzionari, o imporre la guerra o la pace ai governi, presso i quali compie il proprio uffizio. Lord Stanhope non manderebbe suo figlio a scuola dal Boncompagni.
Pensate se lord Normanby lasciasse senza risposta la lettera del nostro cavaliere! Appena ne venne in cognizione, mandò tosto al Morning-Post due linee piene di pepe, che i nostri giornali e que' di Firenze si guarderanno ben bene dal pubblicare. Ma noi le stampiamo pel meglio del Boncompagni medesimo. Eccole:
«Londra, 11 di settembre.
«Signore. — Siccome io leggo assai di rado il Morning-Post, fu soltanto Del ricevere il vostro giornale dell'8 di settembre, che venni in cognizione di una lettera del signor Boncompagni diretta al giornale suddetto, e nella quale commentava il discorso che io diressi alla Camera dei Lordi, il dì 7 di giugno trascorso. In questa tarda replica pertanto io non trovo che il Sig. Boncompagni contradica seriamente alcuno dei fatti da me segnalali sul conto suo. Esso ammette di avere nella domenica di Pasqua diretto una Nota al signor Lenzoni, nella quale eccitava il governo toscano a stringere una lega tra la Toscana, la Sardegna e la Francia nello scopo di muovere guerra all'Austria. È possibile che tra i doveri diplomatici del signor Boncompagni fosse pure quello di chiedere ad un sovrano indipendente la rottura di trattati, vi quali esso aveva impegnato la propria fede; ma ciò, di cui non si ha esempio anteriore, si è come il signor Boncompagni si prevalesse del suo carattere diplomatico per accordare nella legazione sarda ogni sorta di proteggimene alla cospirazione organizzata contro il governo toscano, presso il quale esso era accreditato. Che ciò sia vero è bastantemente provato da un fatto che egli non oserebbe negare, dall'avere cioè arringato dal proprio balcone una turma di rivoluzionali, ai quali diresse parole di ringraziamento per quanto avevano operato, come non potrebbe negare che quanto d'illegale accadde in quello stesso giorno, fosse in conseguenza dei consigli da lui dati nella ufficiale sua residenza.
«E fu in seguito di tutto questo e per assecondare i disegni concepiti da lui medesimo, che il marchese di Lajatico, allorché il Granduca affidavagli l'incarico di comporre, d'accordo con una commissione, un nuovo ministero, rispose al proprio Sovrano col domandargli la sua abdicazione. Egualmente non può il signor Boncompagni negare di essere stato quindi pubblicamente nominato ministro degli esteri del paese stesso, presso il quale era accreditato come agente diplomatico di un altro sovrano, e che, riconoscendo l'assurdità di questa duplice posizione, egli risolvette di rinunciare nominalmente a quell'incarico, concentrando però nelle sue mani ogni potere. A tale proposito il sig. Boncompagni asserisce essere io stato male informato da coloro coi quali ho comunicato nel paese stesso; ma siccome io sono intimamente convinto di non avere esposto che la semplice verità, così non dubito di asserire, che se tutta l'influenza sarda e gli agenti sardi fossero stati esclusi dai Ducati; se, come a tutta ragione s'esprimeva il Moniteur, 4 destini dell'Italia fossero stati affidati ad uomini che avessero avuto più a cuore l'avvenire della patria comune, che piccoli e parziali successi, il risultato di tutte le attuali complicazioni sarebbe riuscito assai più favorevole all'Italia medesima. Ed infatti se fosse stata in Toscana accordata piena libertà di manifestare il vero in tutta la sua schiettezza, assai strane rivelazioni si sarebbero avute intorno a quanto si è fatto in quel paese nei quattro ultimi mesi trascorsi, e specialmente intorno alle turpi macchinazioni adoperate perché particolari ed interessate speculazioni di una turbolenta minorità avessero il carattere dì una volontà universale, non che intorno all'irregolare maneggio del denaro pubblico, del quale il signor Boncompagni ha disposto tal volta con assoluta influenza, e di sovente senza veruna responsabilità. Il medesimo frattanto si meraviglia ingenuamente della severità con cui vennero giudicate le sue azioni da coloro stessi che trassero vantaggio dalla confusione a cui esso dette opera; ma il signor Boncompagni non s'illuda: nessuno ignora che una cospirazione diretta da un diplomatico estero contro quel sovrano istesso, presso il quale è accreditato, è una infrazione di tutti quei principii di buona fede, sui quali soltanto possono mantenersi le relazioni internazionali.
«Poiché voi, signore, avete nel vostro giornale accordato alla lettera del signor Bon-Compagni una pubblicità maggiore di quella che poteva ottenere, spero che vorrete usare a questa mia la cortesia medesima. Sono sempre
«NORMANBY».
Molte gravissime accuse si contengono in questa lettera, e noi per l'onore della diplomazia piemontese chiediamo al cav. Boncompagni che se ne scolpi.
È accusato: 1° d'essersi servito del suo carattere diplomatico per accordare nella Legazione sarda ogni sorta di proteggimene alla cospirazione.
È accusato: 2° d'aver arringato dal proprio balcone una turma di rivoluzionari, ringraziandoli di ciò che aveano operato esautorando il Granduca.
È accusato: 3° d'esser egli stato l'autore della rivoluzione toscana «in conseguenza di consigli dati nella ufficiale sua residenza».
È accusato: 4 d'avere indotto il marchese di Lajatico, incaricato dal Granduca di comporre un nuovo gabinetto, a recarsi al proprio Sovrano per domandargli la sua abdicazione.
È accusato: 5° d'aver operato per mezzo d'agenti sardi tutto ciò che è avvenuto in Toscana, e si attribuisce all'unanimità del popolo.
È accusato: 6° di turpi macchinazioni, di particolari ed interessate speculazioni.
È accusato: 7° di avere disposto del pubblico denaro della Toscana «talvolta con assoluta influenza e di sovente senza veruna risponsabilità!»
È accusato: 8° di avere fallito «a tutti quei principii di buona fede, sui quali soltanto possono mantenersi le relazioni internazionali».
Noi non diciamo che tali accuse sieno giuste; ma esse sono ripetute in faccia all'Europa da un nobile lord della Gran Bretagna, il quale si dichiara testimonio degli avvenimenti.
Il cav. Boncompagni si discolpi di questi appunti, che sono molto più duri della tavola di pietre dure, che già apparteneva al Granduca e gli venne ultimamente regalata da coloro che governano in Toscana.
Senza una trionfante discolpa la carriera diplomatica del Boncompagni è finita. Quale Sovrano vorrà mai più accettarlo alla sua Corte?
Ma non ci duole soltanto del danno che ne potrebbe patire il Boncompagni in particolare, sibbene di quello sfregio che può ricadérne su tutta quanta la diplomazia piemontese.
I Giuseppe De Maistre, i De La Tour, i San Marnino, i Revel, i San Martino d'Aglio, i Della Margarita, i Pralormo, i De Sales, i Brignole Sale resero rispettabilissima la nostra diplomazia, e non vorremmo che fosse per perdere in un punto quella fama che godé per tanti secoli.
Noi pretendiamo che dei diplomatici piemontesi si possa scrivere ciò che lord Stanhope diceva nelle sue lettere al proprio figlio: «mai e poi mai ciò che lord Normanby e lord Stratford di Redcliffe dissero all'alta Camera del Parlamento inglese.
Noi pretendiamo che quando un diplomatico piemontese si presenta ad un Corte, debba essere considerato come un amico, e non possa venire il sospetto che vi si trafori come un cospiratore.
Il cav. Boncompagni ha incominciato la sua difesa: la continui oggidì per l'onor suo, e per l'onore del suo nome e del suo paese. Se ha buone ragioni da addurre, questo giornale gli offre le proprie colonne; ma badi di non darai la zappa sui piedi, come nella lettera precedente.
Abbiamo alcuni importanti documenti, che mostrano l'alleanza in Toscana del protestantesimo colla rivoluzione, e spiegano l'affetto degli anglicani per l'Italia centrale. Questi documenti ci sono recati dall'Eco di Savonarola, giornale protestante che pubblicasi in Londra, e di cui oggi ci arriva il N° 9, del 15 di settembre.
Rileviamo adunque da questo foglio, che, appena espulso il Granduca, i cristiani evangelici presentarono al governo provvisorio della Toscana una e Dichiarazione di alcune massime religiose professate dai cristiani evangelici, che in questi tempi si sono manifestati in Toscana.
Il lettore può immaginarsi che cosa professano costoro! Essi conchiudono la loro dichiarazione cosi:
«Ora che al Signore Iddio è piaciuto di far sorgere per la nostra cara Italia tempi migliori, distruggendo un dispotico governo, e ponendo le redini del paese in mano di uomini giusti, generosi e liberali, gli evangelici hanno creduto di presentare a Vostra Eccellenza questa compendiata professione di fede, onde ella possa ponderare, con cognizione di causa, quanto è da farsi, acciocché non rimanga lesa la libertà religiosa degli esponenti; giacché sono ben certi, che il giorno è giunto, in cui la nostra patria nel suo seno vedrà lo sviluppo di ogni onesta libertà.
«I sottoscritti,
incaricati in nome dei loro fratelli,
si dichiarano dell'Eccellenza Vostra
«Servi umilissimi
Cablo Solaihi, — Scipioni Babzìii».
Inoltre l'Eco di Savonarola reca i seguenti due documenti:
«Eccellenza,
«Il sottoscritto in forza dell'ari. 2 del Regolamento Costituzionale del 1848, richiamato in vigore con decreto del maggio 1859 dal governo provvisorio di Toscana, crede di essere in diritto di esercitare quella religione, di cui la sua coscienza è convinta. Perciò, appartenendo esso alla religione evangelica, ed essendogli nata una bambina fino dal 15 andante; vietandogli la sua religione di sottométtersi ad istituzioni ad essa contrarie, ed imponendogli di rispettare altamente le leggi puramente civili, ricorre alla saviezza ed autorità di V. E. onde gli additi il mezzo di porre ai libri dei nati la sua creatura, senza sottoporsi a riti e cerimonie contrarie alla propria convinzione.
«Della Eccellenza Vostra
«Umilissimo servo Agostino Poli».
Risposta del Ministro
«Visto la istanza di Agostino Poli, che professa la religione evangelica con la quale chiede il modo d'iscrivere al libro dei nati un figlio neonato, senza essere astretto a ciò che non è consentaneo alla religione da esso professata;
«Considerando che lo stato civile dei cittadini deve essere legalmente accertato indipendentemente dalla religione professata da ciascuno di essi,
«Decretiamo:
«1° Che Agostino Poli produca all'uffizio dello Stato Civile la fede che il neonato è figlio della sua moglie, e suo, specificando il sesso e il giorno della nascita; una dichiarazione legalizzata, nella quale sia deposto che il detto Poli e sua moglie professano la religione evangelica, e qual nome ambedue abbiano imposto al neonato stesso;
«2° Che il segretario dello Stato Civile, sull'appoggio dei predetti documenti, registri nel libro dei nati il figlio nato da detto Agostino Poli e dalla sua moglie, specificando la fede che professano, e quanto altro, ecc.
«Il segretario, capo della sezione ministeriale di Stato Civile, ecc, curerà l'adempimento della presente ordinanza, ed il prefetto di Firenze darà in coerenza le opportune partecipazioni.
«Dato dal ministero degli aff. eccles., il 20 luglio 1859.
«Al Prefetto di Firenze,
«V. Salvagnoli, — F. Giagoni».
Non faremo lunghe osservazioni a questi documenti. Basti il notare che, appena scosso Tordi ne sociale per opera della rivoluzione, il protestantesimo salta fuori, ed erge orgoglioso il capo. Quando si agita e si commuove l'acqua, la feccia viene a galla.
(Pubblicato il 28 settembre 1859)
I signori che sgovernano la Toscana hanno trovato utile ed opportuno ordinare che «a spese dello Stato sia fatta in Firenze un'edizione compiuta delle opere di Nicolò Machiavelli». Capite? Un'edizione compiuta; cioè dal Principe fino alla Mandragora, dal libro più empio e tiranno alla più laida delle commedie, che, come scrisse Giambattista Corniani, tende a stabilir l'adulterio permanente e tranquillo!
Questo decreto dei signori della Toscana serve a mostrarci sempre meglio il genio della rivoluzione: ce ne mostra la leggierezza, non essendovi cosa più ridicola oggidì che pensare a ristampe e a nuove edizioni di opere; ce ne mostra l'empietà, essendo uno dei principali meriti del Machiavelli aver insegnato la strada a Gian Jacopo Rousseau, deridendo la Bibbia e mordendo i Pontefici; ce ne mostra il dispotismo, perché il Segretario Fiorentino ne ò ramoso maestro a governanti, e massime a governanti nuovi, a' quali dice di non si curar dell'infamia di crudeli, giacché «al Principe nuovo è impossibile fuggire il nome di crudele, per essere gli Stati nuovi pieni di pericoli. Onde Virgilio per bocca di Didone e scusa l'inumanità del suo regno, per esser quello nuovo, dicendo:
Res dura, et regni novitas me talia cogunt
Moliri, et late fines custode tueri.
Noi diremo brevemente a' nostri lettori chi fosse il Machiavelli, quali le opere sue ed i suoi insegnamenti, affinché giudichino l'indegno abuso che si fa dei denari dello Stato da coloro che li amministrano in Toscana Ma siccome taluno potrebbe avere in sospetto i nostri giudizi, così invocheremo l'autorità di Cesare Balbo, del quale il sedicente governo toscano decretava il ritratto, nel tempo stesso in cui ordinava l'edizione compiuta delle opere di Machiavelli.
Il Balbo adunque ne' suoi Pensieri sulla Storia d'Italia, oltre al chiamare anticittadina, antipopolana, antinazionale la parte a cui il Machiavelli servì, scrisse:
«Machiavello e Guicciardini storici tutti e due....., ammirabili per l'arte, sono poi per la indifferenza loro ai vizi ed alle virtù narrate, la mancanza assoluta d'ogni senso del bello, del grande e del giusto, per le lodi loro serbate alla sola riuscita con qualunque mezzo e più coi più artifiziosi e più perfidi, sono, dico, i più miserandi,i più scellerati storici che sieno stati mai».
Ora il Balbo è annoverato dai signori della Toscana «tra gli Italiani illustri morti in questo decennio, che promossero cogli scritti il nazionale risorgimento». Eppure questo grande e sincero italiano chiamava perfido, miserando, scellerato il Machiavelli.
Che dire adunque di coloro che a spese dello Staio ordinarono un'edizione compiuta delle sue perfide, miserande e scellerate opere?
Il giudizio del Balbo è comune a tutti i liberali onesti, e nelle Memorie dell'abate Morellet, per M. Lemontey, leggesi una lettera di Pietro Verri, ove dice: Qual altro paese che il nostro ha prodotto un Machiavelli e un Fra Paolo Sarpi? Due mostri in politica, la cui dottrina è tanto atroce quanto falsa, e che mostrano freddamente i vantaggi del vizio, perché ignorano quelli della virtù». E pensare che sì atroce ed infame dottrina sarà ristampata in Firenze a spese dello Stato!
Il decreto dello sgoverno toscano può venire considerato dal lato della politica, della religione e del buon costume. Il Machiavelli in politica non conosce altro principio che il tornaconto, e cerca di formare i governanti per guisa che riescano mezzi uomini e mezze bestie. Esso insegna scopo dei governi essere il durare, né ciò potersi che coll'incrudelire, «perché gli uomini sono generalmente ingrati, simulatori e riottosi, tal che convien tenerli colla paura della pena». Insegna (e i terroristi del novantatré l'impararono!) che «nelle esecuzioni non vi è pericolo alcuno, perché chi è morto, non può pensare alla vendetta». Insegna che Romolo non va disapprovato dell'aver ucciso Tazio e il fratello Remo. Insegna che «la vittoria arreca gloria, non il modo»; e che se una città si ribella al Principe, egli non ha altro rimedio che spegnerla, altrimenti «è tenuto o ignorante o vile!»
Sappiam bene che da Rousseau fino al Foscolo, s'è andato divulgando dagli ammiratori del Machiavelli, aver egli dettato il Principe con questo intento, d'insegnare a' Principi l'iniquità, affine di renderli odiosi ai popoli e così procurare la loro rovina. Ma oltre che tale intendimento non discolperebbe il Machiavelli, questa supposizione non regge alla buona critica, e l'ha mostrato pochi anni fa Giuseppe Frapporti in un suo pregievole lavoro sugli intendimenti di Nicolò Machiavelli nello scrivere il Principe.
Tra gli altri argomenti che reca il Frapporti, v'è questo convincentissimo, che le massime contenute nel Principe sono in sostanza le stesse che s'inculcano in tutti gli altri scritti del Machiavelli, e che i consigli ch'egli porge in quel suo libro a' Principi, per rispetto all'interna amministrazione dello Stato, tendono anzi a non dar motivo né di malcontento, né di ribellione ai loro soggetti, benché per mezzi disonesti e malvagi. E noi tuttavia nelle sentenze del Machiavelli arrecate testà per saggio della sua politica, lasciammo da parte il Principe, attingendole ad altre sue opere.
Come storico pertanto il Machiavelli è scellerato, testimonio il Balbo che se n'intendeva; come politico è atroce, testimonio il Verri, e meglio ancora testimonii i suoi libri.
Da' quali anche risulta che cosa pensaste in fatto di religione, insinuando che la religione cristiana non sia gran fatto appropriata a promuovere la libertà e la grandezza dei popoli» Cercava perciò di retrospingere la società al paganesimo, e questo è tutto il suo sistema; sicché scrisse giusto chi definì il Machiavelli un'anima pagana gettata per caso attraverso i secoli cristiani»
Ma una parola diciamo, della scostumatezza sua, la quale risulta e dagli storici e dai suoi medesimi libri. Il Varchi racconta che al Machiavelli era universalmente portato odio grandissimo, e ciò, fra le altre ragioni, perché era e licenzioso della lingua, e di vita non molto onestà e al grado suo disdicevole». Sono così sudicie le lettere del Machiavelli al Vettori del gennaio e febbraio 1513; che, scrive Cesare Cantù, è già troppo l'accennarle. E queste lettere verranno stampate a Firenze a spese dello Stato, e messe in mano della gioventù toscana!
Giambattista Corniani ne' suoi Secoli dilla letteratura italiana ha fatto piuttosto il panegirico che non la critica del Machiavelli, e nonostante lo giudica così dal lato dei costumi:
«Lo spirito libertino del Machiavelli apparisce largamente nelle sue opere di piacere, vale a dire nelle commedie: nell'Asino d'oro,nei Canti Carnascialeschi, eoe. Anche negli ultimi anni della sua vita si occupava con geniale impegno in promuovere la rappresentazione della laidissima Mandragora. A quest'epoca ancora... Non ci è lecito trascrivere nemmeno il racconto del Corniani. Eppure le particolarità che raccoglie risultano tutte dalle lettere del Machiavelli, che verranno stampate a Firenze a spese dello Stato!
Non possiamo però tenerci dal mostrare come costui amasse l'Italia. Lo dice assai chiaro una sua lettera a Francesco Guicciardini sotto la data del 13 di marzo 1525, nella quale, dopo avere annunciato il pericolo dell'Italia di divenire interamente preda delle armi dell'imperatore Carlo V, passa poi di slancio a ragionare della sua Barbara, soggiungendo che questa dava a lui molto più fastidio dell'Imperatore!
Oh buoni amministratori del pubblico denaro sono davvero i signori di Firenze, che lo spendono in una edizione compiuta delle opere del Machiavelli! La gioventù imparerà dalle sue lettere come egli fosse amatore dei piaceri della tavola, e mangiatore lauto e smodato; e dalla sua vita come morisse in età di soli 58 anni per atroci dolori di ventre, cagionatigli dalla sua abituale intemperanza.
Ci resterebbe ancora qualche cosa da dire su tale argomento, ma forse ci ritorneremo domani. Intanto ne abbiamo detto abbastanza per dimostrare come lo sgoverno toscano colla edizione compiuta delle opere del Machiavelli a spese dello Stato amministri le finanze, provveda al buon costume, alla sana politica, alla verace libertà, ed all'educazione della gioventù!
(Pubblicato il 29 settembre 1859).
Nelle lettere dei Papi ai Re Franchi e nelle cronache del Medio Evo spesso s'incontrano nominate le giustizie di S. Pietro, e queste parole generalmente si usano per significare ciò che apparteneva di diritto alla Chiesa Romana, e se le dovea restituire.
A cagione d'esempio una lettera del Papa al Re de' Francesi è indirizzata Ad Domnum Regem invitandum pro iustitia Sancti Petri super Desiderium regem; e Anastasio, parlandoci di Carlo Magno che chiedeva al Re dei Longobardi le terre del Papa, dice ch'egli voleva pacifice iustitias B. Petri recipere.
Questa maniera di favellare racchiude in sé varii insegnamenti. Dapprima dinota il carattere sacro di tutti i beni dello Stato Pontificio, onde chi li tocca si rende reo di sacrilegio, perché offende S. Pietro, e questo grande Apostolo saprà farsi restituire a suo tempo, come l'ha saputo da dieci secoli in qua.
Di poi indica che il Papa non può alienare nessuno dei diritti che gli competono come Re temporale, perché egli non è padrone assoluto, ma amministra e governa il patrimonio di S. Pietro, che dee rimettere intero al suo successore, come intero l'ha ricevuto da chi lo precedeva.
Finalmente dichiara quanto sieno solenni i diritti della Santa Chiesa e legittimi i possedimenti del Papa, dacché assumono per antonomasia il nome di giustizie.
Alessandro Manzoni stima che questo nome di giustizie di S. Pietro sia stato ricavato da quel testo d'Jsaia, dove il Signore per bocca del suo Profeta dice: Sono mie le giustizie e l'impero. E ciò vorrebbe dire che il Papa, accennando alle sue terre, può, con più ragione del Bonaparte a Milano, esclamare: Dio me le ha date, e guai chi le tocca
Tutti coloro che violarono le giustizie di S. Pietro, tardi e tosto se n'ebbero a pentire, e tra questi disgraziati la storia ci mostra principalmente un imperatore antico ed un imperatore moderno, Federico Barbarossa e Napoleone I.
Il Barbarossa che voleva togliere il suo al Papa e stenderei! proprio dominio in Italia, fu sbaragliato nella pianura di Legnano, e pili tardi in Venezia baciava il piede del Pontefice Alessandro che conculcava il leone ed il dragone. Raccontano che Federico dicesse al Papa: non Ubi sed Petro; ed il Papa a lui: et mihi et Petro!
Il Bonaparte che avea convertito lo Stato Pontificio in uno spartimento francese, rideva di San Pietro, e scriveva al Viceré d'Italia, che i tempi erano cangiati, ch'egli non era un Luigi il Débonnaire, che le scomuniche non farebbero cadere le armi dalle mani de' suoi soldati, e via via.
E il giorno in cui il Papa veniva imprigionato, era il giorno della vittoria di Wagram! Del che si consolavano gli empi, risultando a' cattolici ed a S. Pietro; il quale però ben presto colla sua spada sbaragliò queste innumerevoli falangi, e ricondusse glorioso Pio VII nella sua Roma, mentre il superbo capitano andava a morire sullo scoglio di Sant'Elena.
Il conte Giuseppe de Maistre in una sua lettera osservava: «Giammai nessun sovrano ha messo la mano su di un Papa qualunque, e potè vantarsi in seguito di un regno lungo e felice». E l'illustre pubblicista veniva citando una serie di esempi, dai quali risultava che le giustizie di San Pietro non vennero mai calpestate impunemente.
Questo grande fatto storico fu visto e confessato dall'empio Proudhon, il quale nelle sue Confessioni d'un rivoluzionario al § 19 scrisse: «La sovranità levandosi contro il Papato cominciò da quel punto a correre Terso la sua rovina».
Pepolini, Pepolini, voi siete peggiori dei barbari. I barbari temevano S. Pietro e ne rispettavano le giustizie. Attila, il nipote del gran Nemrod, vide il Pontefice Leone, e al suo fianco l'apostolo S. Pietro, e indietreggiò.
Totila, dice Procopio, andò nel tempio di San Pietro non per invaderlo e spogliarlo, ma precandi grafia; e i Goti, durante la guerra di Roma, riverirono e si guardarono sempre dall’offendere menomamente la casa contacrata a San Pietro.
Sono trentotto i Pontefici che vennero perseguitati ed espulsi violentemente da Roma, o per forza straniera, o per tumulto popolare. E San Pietro non mancò mai di difendere le sue giustizie. Difese Innocenzo II, Eugenio III, Adriano IV, Alessandro III, Lucio III, Gregorio IX, Innocenzo IV, Urbano IV, Bonifazio IX, Innocenzo VII, Pio VI, Pio VII, Pio IX, i quali, o per se stessi, o nelle persone de' loro successori, finirono sempre per conquistare i proprii dominii.
Federico II nell'Antimachiavello scrisse: «Venne cento volte in testa ai moderni Romani di cangiar sovrano; ma portano nel petto una remora che li trattiene». E a' tempi di Pio VII un incredulo esclamava: «Il Papa riacquistai suoi Stati, e questo accade nel secolo filosofico! Dopo di ciò, signori filosofi, studiate pure, accumulate argomenti su argomenti; il Papa distruggerà in un giorno quello che voi appena in vent'anni avete edificato».
Nel Papa, considerato non solo come Capo della Chiesa, ma anche come Principe temporale, v'ha qualche cosa di sovrannaturale, che Federico II chiamava una remora, e il cattolico medio evo dicea le giustizie di S. Pietro.
Noi abbiamo oggidì la più grande certezza della vittoria del Papa, e solo ci duole dell'offesa di Dio, del danno dei popoli. Se questo non fosse, vorremmo quasi godere della nuova occasione che gli empii offrono a S. Pietro, di far lampeggiar la sua spada, e ai poeti di cantare più. tardi col nostro Manzoni:
Bella, immortal, benefica,
Fede ai trionfi avvezza
Scrivi ancor questo; allegrati:
Che più superba altezza
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.
L'Italiadi Torino è il solo giornale democratico che giudichi come vi il liberalismo del sig. Farini, il quale s'è messo al posto del duca di Modena, a danza, e detta, e diluvia a due palmenti in nome dell'Italia una e indivisibile.
Tra le altre cose l'Eccelso pranza sempre con sei servitori in gran livrea e calze di seta, e non sappiamo quante guardie d'onore nell'anticamera. Su questo proposito l'Italia del 30 di agosto scrive così:
«Carnillo, Dittatore, era un omicciattolo tagliato alla buona, che si serviva da sé. Cincinnato, Dittatore, faceva andare i buoi e teneva l'aratro. Giulio Cesare, Dittatore, mangiava spesso al rancio dei soldati; e quando traversava il Mediterraneo, si gettava in un battelluccio senza un servitore. Cromwell, Dittatore, vestiva una giachettaccia di pelle di bufalo, e conservava le abitudini del birraio.
«I Triumviri, quasi dittatori di Roma nel 1849, scendevano dal Quirinale alla prima osteria per pranzare a due franchi a testa. Filopemene, generale in capo dei Greci, spaccava da sé la sua legna da bruciare. Washington, Dittatore, non depose mai il suo modesto costume di possidente campagnuolo. Il Viceré Beauharnais, comandante supremo dell'esercito d'Italia scendeva tal fiata alla legnaia del palazzo Canossa a prendersi le fascine da scaldarsi e se le portava sotto il braccio.
«Tutta questa gente non infendeva la importanza delta Autorità.
«Kibolus Alotsius I, por la gracia de Dios, che la sa più lunga, quando ha due galantuomini alla sua tavola, vi tiene 6 cariatidi attorno in gran livrea e calze di seta (storico), per cambiare i piatti ai convitati ((58)).
Mercantonio ed altri grossi uomini direbbero: —Questo si chiama comprendere la sua carica, i suoi tempi... «il perché del perché!!!».
Pare che la Nazione di Firenze non sia stata soddisfatta degli autografi del Duca di Modena, Francesco V, pubblicati dell'Eccelso Farini; laonde il giornale fiorentino intraprese, a sua volta, la pubblicazione di altre lettere del Duca che dichiara d'avere trascritte dall'autografo. Noi ne daremo un saggio, pubblicando la seguente, che è nella Nazione del 29 d'agosto, e sarebbe stata indirizzata al Granduca di Toscana:
Caro Cugino,
Vi sono ben riconoscente di avermi pur voluto rispondere in mezzo alla vostra ben giusta e gravissima afflizione in data del 19 febbraio, lettera che ricevetti però solo tre giorni fa. Non ritorno sul tristissimo caso, giacché vi ho nell'altra mia espressi i miei sentimenti, che saranno inalterabili anche in seguito, essendo stato il caso troppo impreveduto e lacrimevole spezialmente per chi ha conosciuto l'ottima defunta vostra nuora. Colgo poi l'occasione per ringraziarvi per quanto m'avete scritto in data 20 gennaio da Roma, e Te ne esprimo tutta la mia riconoscenza per questo tratto di amico e buon vicino. Nel momento tutto è quieto sul confine fra il mio Stato e il Sardo; molti rifuggiti sono stati mandati a Torino e messi in reggimenti di linea, cosa che ha raffreddato l'entusiasmo, giacché la vita licenziosa, che menavano a Sarzana, loro confaceva di più.
Benché io non creda ad un attacco di corpi franchi massime isolati, cioè senza un nucleo di truppa attiva sarda, pare se ciò dovesse accadere sono certo che le vostre, le mie e le truppe parmensi saprebbero dar loro una buona lezione; cosa, che se avvenisse, farebbe un effetto grandissimo, e proverebbe che gli Stati Italiani, dipinti come incapaci di resistenza, hanno usa relativa forza sufficiente per contenere la minorità turbolenta interna e resistere anche ad attacchi di bande irregolari esterne. Contro attacchi più serii non è vergogna se non si può tener testa da sé; ma spero in Dio che, se ciò accade, anche noi troveremo degli amici potenti che ci sosterranno; e d'altronde la giustizia della nostra causa, che si riduce alla difesa di casa propria contro l'assassino che ci vuoi togliere il nostro, deve darci molta fede nell'avvenire e raddoppiare il nostro coraggio ed il desiderio di difenderci il meglio possibile, locché aumenterà pure le simpatie di tutti gli uomini d'ordine in Europa, per chi agisce così.
Scusate questa mia cicalata, ma credo che in questi momenti è bene che ognuno dica francamente e senza reticenza come vede le cose, ed intanto pregandovi a rammentarmi ai vostri tutti, mi dico di cuore
Vostro
Aff. Cugino ed Amico
Francesco.
Modena, 3 marzo 1859.
Nella tornata del 17 ottobre 1848 il Presidente della Camera dei deputati di Torino leggeva la seguente lettera:
Illustrissimo signore, — Chiamato da troppo iudulgenti suffragi all'alto onore di sedere in codesto consesso, mi trovo nella dolorosa necessità di protestarmi inabile a sostenere il difficile incarico che va unito con un tale onore, anzi ne è il fondamento. La conoscenza di me medesimo m'avverte troppo chiaramente che mi manca più d'una qualità essenziale a un deputato. È un dovere impiegare le proprie forze in servizio della patria, ma dopo averle misurate; e il lasciar libero un posto importantissimo a chi possa più degnamente occuparlo, è una maniera di servirla: povera e trista maniera, ma l'unica in questo caso.
«Voglia presentare alla Camera il reverente e sincero omaggio del mio dispiacere, e si degni di gradire in particolare l'attestato del profondo ossequio, col quale ho l'onore di dirmi
«Di V. S. Illustrissima
«Lesa, 13 ottobre 1848.
«Umilissimo Devotissimo servitore
«Alessandro Manzoni».
L'Armonia del 12 e 13 di novembre 1856 (n. 262 e 263) pubblicava due articoli intitolati: Nuova invasione de' Saraceni nel monastero della Nova lesa. Siccome di questi giorni si tornò a parlare della Novalesa, dove non è più un monastero, ma, come dicono, una casa di sanità, ossia un ospedale pei pazzi, così noi incominceremo il quarto quaderno delle Memorie per la storia de' nostri tempi ristampando que' due articoli.
I Saraceni erano barbari, usciti da Sara nell'Arabia, che fin dai tempi di S. Gerolamo, come egli scrive nel lib. Il delle sue epistole In vita Marci, devastavano i paesi, e vivevano di rapine. Se sono giusti i calcoli di Cesare Balbo nella Storia d'Italia, essi valicarono i Pirenei nel 719, e si diffusero nelle provincie meridionali della Gallia. Entrati nella Provcnza, presero la via di Sospello, e guadagnate le Alpi marittime discesero a devastare il Piemonte. Un povero Vescovo d'Asti, mentre visitava la sua diocesi, fu fatto a pezzi da que' barbari. Il monastero di Pedona, il castello, la chiesa, il borgo, soggiacquero all'empia devastazione. Ma il peggio incolse ai poveri monaci della Novalesa.
La Novalesa è un villaggio del Piemonte su quel di Susa, che dee tutta la sua rinomanza all'antichissimo monastero, che vi venne eretto. Fin dal secolo X questo monastero era celebre per la coltura delle scienze, e dai dotti si cita anche oggidì come una gloria non solo del Piemonte, ma dell'Italia, e come una prova del primato italico, in fatto di coltura, su tutta l'Europa nei secoli più tristi della barbarie.
Ludovico Antonio Muratori, nel tom. I Rerum italicarum, parte II, riferisce, secondo la cronaca dell'Abbadia della Novalesa, il mal governo che fecero i Saraceni del monastero e de' monaci. Beni sacri e profani, le chiese, le case, gli armenti, le vettovaglie e le persone caddero sotto i feroci artigli di quella gente brutale. Due vecchi monaci eransi lasciati alla custodia del monastero, ed amendue battuti e feriti vennero stesi boccone sul pavimento. Quei barbari, vergogna dell'uman genere, non conoscevano altro termine alla loro voracità, che la forza propria e la miseria altrui. Torino, città fortificata, dove Guglielmo era Vescovo, accolse i monaci della Novalesa sfuggili alla morte.
I quali, cercando di salvare la propria vita, cercavano egualmente di salvare le scienze, e recavano in Torino, secondo il Pingonio, ben 6,666 codici preziosissimi.
Ora usciamo dal medio evo per entrar nell'evo della libertà, del progresso, delle Costituzioni, dei principii dell'89. La scena si rappresenta ancora in Piemonte; il monastero della Novalesa è di bel nuovo conquistato, e vengono dispersi i monaci. Ma i conquistatori non sono più foraatieri, non Saraceni, non barbari; sono Italiani, sono Piemontesi, sono liberali che violano il domicilio altrui, che cacciano i padroni dalla casa propria: Italiani e Piemontesi che distruggono le loro glorie, e cancellano le nobili memorie che illustrano la propria storia.
Il 10 settembre del 1856 il reverendo Padre Pereno, priore del monastero dei Ss. Pietro ed Andrea della Novalesa, riceveva la lettera seguente:
Susa, 10 settembre 1856.
Il sottoscritto, desiderando di essere in grado di riscontrare prontamente ti superiore ufficio sull'importante oggetto infrascritto, si fa debito di trascrivere il dispaccio dell'Amministrazione centrale della Gassa Ecclesiastica direttogli 18 corrente, del tenor seguente:
«In riscontro al foglio in margine distinto, il sottoscritto partecipa al signor Insinuatore di Susa, che quest'Amministrazione, debitamente autorizzata, è disposta a corrispondere tanto ai sacerdoti quanto ai laici del monastero di Novalesa il maximum della pensione previsto dall'articolo 9 della legge 29 maggio 1855, che è di L. 500 per gli uni, e di L. 240 per gli altri, e tuttoché abbandonino il chiostro per vivere al secolo.
«Vorrà, per conseguenza, il signor Insinuatore compiacersi di tal cosa notificare prontamente ai religiosi predetti e di eccitarli a far conoscere con «sollecitudine le loro determinazioni in proposito, onde aver norma nelle disposizioni a darsi in ordine ai concentramenti e ad indicare nel tempo stesso l'epoca, in cui, per effetto dell'uscita loro dal chiostro, sarà disponibile il locale da essi attualmente occupato ad uso di monastero.
«Occorre nel tempo stesso, che venga indicato il luogo del domicilio a scegliersi da ciascun religioso, e ciò pel conveniente recapito di mandati a spedirsi in avvenire».
Firmato all'originale: Direttore generale Ottana.
L'InsinuatoreA. Dattieb.
Il Padre Priore rispondeva, tre giorni dopo, all'Insinuatore di Susa nei seguenti termini:
«Ill. mo signor Insinuatore,
«Novalesa, il 13 settembre 1856.
«I sottoscritti religiosi nel monastero di Novalesa, in riscontro alla nota del 10 corrente settembre, debbono osservare all'ill. mo signor Insinuatore, come avendo emesso voto di stabilità in detto monastero, dal quale non trovansi dispensati dalla S. Sede, non possono coscienziosamente aderire all'infilo loro fatto d'abbandonare il chiostro per venire al secolo:
In pari tempo dichiarano, che per solo dovere di coscienza tono entrati nella suespressa risoluzione, quale si fanno carico di partecipare al signor Insimtatore, cui presentano i loro ossequii.
Firmati: D. ROMANO PERENO
D. MICHELE BLANC
D. ANTONIO MACCHIA.
Il 22 di settembre giunge una nuova lettera al Padre Priore. Non è più Insinuatore che scrive, ma il ministro di grazia e giustizia, signor Deforesta. Ecco il dispaccio:
«Torino, addì 22 settembre 1856.
«In eseguimento delle disposizioni della legge 29 maggio 1855, il Go«verno ha determinato che il Reverendo Padre Priore del monastero dei Benedettini Cassine»! di Novalesa, ed il Padre Macchia, monaco appartenente alla stessa famiglia religiosa, debbano passare, prima dello spirare del prossimo venturo mese di ottobre, nel monastero dello stesso Ordine di Savigltane; e, ritenuto poi lo scopo delle menzionate disposizioni, non che le speciali circostanze, in cui si trovano gli altri religiosi esistenti attualmente nel monastero sovra menzionato, ha pure determinato, che abbiano essi a godere fuori chiostro la pensione loro rispettivamente assegnata dall'articolo della precitata legge, con che lascino codesto monastero fra tutto il prossimo mese di ottobre.
«Il sottoscritto, nel partecipare quanto sovra al Reverendo Padre Priore del monastero dei Benedettini della Novalesa, lo prega di accennargli, se desidera provvedere esso, mediante rimborso delle spese, al trasferì mente di lui e del Reverendo Padre Macchia nell'indicato monastero di Savigliano, ovvero se preferisca, che l'Amministrazione della Cassa Ecclesiastica vi provveda essa medesima direttamente, per cui sta attendendo un sollecito riscontro per quelle altre determinazioni, che potessero essere del caso.
«E mentre il sottoscritto mitre fiducia, che il prelodato Reverendo Padre Priore ed i membri della sua famiglia saranno per uniformarsi a queste determinazioni del Governo, e che vorranno dal loro canto procurare, che la cosa segua colla dovuta convenienza, si vale dell'opportunità per esternargli i sensi della distinta sua considerazione.
«Il ministro Deforesta.
A questo dispaccio ministeriale il Priore del monastero della Novalesa rispose così:
«Eccellenza,
«II sottoscritto non avendo riscontro da suoi Superiori alla comunicazione del dispaccio N° 4 d'ordine, in data del 22 settembre, dell'Ecc. V., sul che fare riguardo all'uscita da questo monastero di Novalesa, e d'altronde considerando il giuramento prestato nell'atto di sua professione col voto di stabilità in questo monastero, ha il dovere di osservare all'Ecc. V., che non può dipartirsene, che quando venga messo fuori, ed allora sarà in grado di passare in quello di Savigliano; ed in pari tempo coi sensi di tutta stima e considerazione si protesta
Dell'Ecc. Sua
«Um. mo servo D. Romano Pereno.
«Novalesa, il 1° di ottobre 1856».
Dopo questa risposta, nulla di nuovo fino al 21 di ottobre, quando la polizia minaccia que poveri monaci. Ecco la lettera dell'Intendente di Susa:
«Susa, addì 21 ottobre 1856.
«Dopo quanto lo scrivente ebbe l'onore di significare avoco alla S. V. TU. ma e molto Rev. ma, Ella non può ignorare, che per incarico del Ministero di grazia e giustizia, deve, chi scrive, dare le occorrenti disposizioni, perché a termini della legge 29 maggio 1855, i RR. PP. Benedettini abbiano a lasciar libero il convento di Novalesa entro tutto il corrente ottobre.
«Preciso ed imprescindibile essendo un tale ordine, il sottoscritto è in dovere di farlo eseguire; e poiché riuscirono vane le persuasioni usate per mezzo di rispettabile persona a lei spedita, onde risolverla ad uscire spontaneamente; vedesi, chi scrive, costretto con suo rincrescimento ad usare di tutti i mezzi legittimi, e quindi anche della forza, se ne fosse il caso, per ottenere l'intento.
«Fermo nel proposito di adempiere il proprio dovere, ma pur volendo usare colla S. V. III. ma, e suoi Compagni, i riguardi col medesimo compatibili, pregiasi chi scrive di far conoscere alla S. V. Ill. ma e RR. suoi Compagni, queste definitive, estreme, inevitabili risoluzioni, onde evitar loro ogni sgradevole sorpresa all'arrivo costì degli agenti di pubblica sicurezza, incaricali di accompagnarla coi reverendi suoi Compagni nel convento di Savigliano.
«L'Intendente Tholosano».
Detto fatto, il mattino del 25 di ottobre giungono alla Novalesa tre agenti di pubblica sicurezza e due delegati della Cassa Ecclesiastica, si presentano nella cella del Priore, e gli mostrano l'ordine che hanno ricevuto di sfrattare lui ed i suoi dal proprio monastero. Il Padre Priore legge la protesta collettiva, in presenza dei suoi compromessi, e tutti soggiacciono alla forza. Il Padre Priore, ultimo a partire, viene accompagnato per breve tratto dalle persone, che avevano avuto il nobile incarico di cacciar via i monaci. Le quali poi ritornarono nel monastero, per toglierne subito i quadri, che la bugiarda Gazzetta del Popolo avea detto trafugati dai monaci fin da un anno fa. Ecco la protesta del Padre Priore. Egli la consegnava al delegato di pubblica sicurezza, che recavala in Susa al suo superiore. E poi il giorno medesimo, 25 di ottobre, questo delegalo ricercava in Susa il ramingo Padre, e restituivagli la protesta, dicendogli che il suo superiore non poteva accettarla. Se non l'accettò il Ministero l'accetteranno i Piemontesi, per giudicare a suo tempo i nuovi Saraceni; l'accetterà l'Europa civile, per correggere i barbari che infieriscono contro i deboli e gli inermi; e in qualunque caso l'accetterà il Signore Iddio, nel cui nome fu scritta, e non tarderà a vendicare la sua causa ed i suoi servi. La protesta diceva adunque così:
«In nomine D. N. J. C. Amen.
«Il sottoscritto, come Superiore prò tempore del Monastero dei Santi Pietro ed Andrea di Novalesa, a nome proprio ed a nome della Comunità d idetto Monastero, non che a nome pure del Rev. mo Priore abate D. Arsenio Rosset-Carel, membro anche egli di questa monastica famiglia, benché assente per motivo di suo ufficio di ubbidienza, dichiara che tanto esso, che i singoli individui componenti questa monastica famiglia trovansi vincolati alla Congregazione Cassinese, e segnatamente al Monastero dei Santi Pietro ed Andrea di Novalesa per voti solenni da loro emessi liberamente e volontariamente in faccia a Dio onnipotente fino dalla loro gioventù: perciò senza farsi rei di apostasia non possono liberamente abbandonare questo Monastero a meno che vi concorra il consenso della Santa Sede, o la licenza dei Superiori della detta Congregazione, per la qual cosa si vede nella dura necessità di protestare a nome proprio, ed a nome dei suddetti, come protesta che nel sortire da esso Monastero cede soltanto e puramente alla forza, come pure protesta che intende serbare tutti i diritti che i suddetti hanno sopra al sullodato Monastero, riserbandosi a farli valere ove di ragione.
«Dato dal Monastero de' Santi Pietro ed Andrea di Novalesa, il 25 ottobre 1856.
«D. Romano Pereno, Priore ed Amministratore».
Riguardo alla nuova invasione dei Saraceni moderni nel celebre monastero della Novalesa, da noi esposta coi documenti alla mano, quattro punti sono da considerarsi: 1° il genio distruttore della rivoluzione, che non la perdona alle cose più preziose ed alle istituzioni più benefiche; 2° la generosità straordinaria della Cassa Ecclesiastica; 3° il piglio altero del signor Deforesta e dei suoi; 4° finalmente l'immoralità del Ministero e la sua tirannia nel costringere i monaci al sacrilegio ed allo spergiuro. Veggiamo il tutto parte a parte.
La rivoluzione è il Nihilum armatum. Talleyrand, nella sua relazione dell'11 di febbraio 1790, dichiarò la sua impresa in queste parole: Tout détruire afin de tout refaire; impresa, che i tempi giustificarono solo nella prima parte; laonde a buon diritto Proudhon la corresse così: Tout détruire et ne rien refaire.
Uno sguardo a questa rivoluzione dominante in Francia. Nell'ordine religioso distrugge l'antica disciplina della Chiesa, sopprime cinquanta Vescovadi trecento Capitoli, ducento istituzioni religiose, abolisce i Sacri voti, gli Ordini della cavalleria, sopprime le Congregazioni insegnanti dell'uno e dell'altro sesso, le Accademie, i Collegi, i Seminarile perfino quegli Istituti, che si consacrano iti nome della carità al sollievo degli infermi e dei poveri. Nell'ordine politico distrugge la Francia antica, l'aristocrazia, la Monarchia, Luigi XVI e la sua famiglia, i nomi perfino delle città e le più belle memorie della storia francese, quelle che ricordano i vincitori di Bouvines, di Damietta, di Tolemaide, di Gerusalemme, di Denain, di Fontenoy.
Nell'ordine scientifico saccheggia pili di ottanta mila biblioteche. Gli uffizi ali municipali corrono a emmagasiner i libri, come dicevano, li misurano a piedi ed a tese, e li vendono per la maggior parte ai droghieri. «Noi abbiam visto, dice un testimonio oculare, dei zuccherini avvolti in fogli del S. Atanasio di Montfaucon, magnifica opera, che costerebbe oggidì tre o quattrocento franchi». (Mémoires de la Révol., pag. 424). Nell'ordine artistico, manda in malora i capi d'opera di scultura e di pittura, i quadri delle chiese diventano insegne delle botteghe dei venditori di vino. La tela, purifiée de ses couleurs, è adoperata per vestire i piccoli sansculottes. Si vide un soldato che facea bollire la marmitta con pezzi d'un quadro dorato, ed avea un grembiale da cucina formato con una tela del Guido, del valore di trentamila franchi (ib.pagina 418).
Ora uno sguardo alla rivoluzione medesima in Piemonte. Essa non fa che abolire. Abolizione dei Gesuiti; abolizione delle dame del Sacro Cuore; abolizione del foro ecclesiastico; abolizionedella Compagnia di San Paolo, della Compagnia della Misericordia, delle dame della Compassione; abolizione dell'accademia di Soperga; abolizione delle collegiate: una cosa sola non abolisce, le imposte, che invece aumenta di continuo. Ma da questa parte edificare equivale a distruggere.
V'era in Piemonte un monastero celebre nelle nostre cronache, che contava una vita di dieci secoli almeno, che aveva reso immensi benefizii alle città ed ai cittadini, alle arti ed alle scienze, il monastero della Novalesa, ed anche questo fu distrutto il 25 di ottobre 1356. Già ne furono conquistati i quadri, invasi gli archivi, e chi sa a quale uso verrà destinato il locale! 0 Vandali, o Saraceni, ed è a questo modo che intendete promuovere la civiltà? Il vostro delitto non è solo di lesa religione, ma di leso onor patrio. Non chiamale barbaro il medio evo; barbari voi, che avete distrutto quello che in quel tempo era nato!
I documenti dì quest'atto vandalico da noi riferiti dicono, che la Cassa Ecclesiastica e il signor Oytana si mostrarono questa volta generosi co' monaci. Dichiararoasi prontissimi a pagar loro intiera la pensione a patto che abbandonassero il monastero ed uscissero nel secolo Perché questa strana generosità? Come si concilia colla fame che si fa patire a tante povere monache?
I rivoluzionarii amano la pecunia, ma odiano ancora di più la religione. Essi sarebbero pronti a sborsare larghe somme, se riuscissero al trionfo dell'empietà. L'abolizione dei conventi nasce bensì in parte dalla fame, che s'ha dei loro beni, ma principalmente dall'odio, che si nutre contro il cattolicismo. Se i frati si sfratano da loro, quest'odio è soddisfatto, e la piaga recata alta Chiesa diviene più sanguinosa. Ecco il perché di questa generosità inaudita della Cassa Ecclesiastica. Le duole all'anima di dover pagare sussidii a coloro che restano frati; e quindi assottiglia il più che può le sovvenzioni. Ma se la qualità di frate cessa, allora largheggia, e paga di buonissima voglia. Rimettiamo ai nostri concittadini il giudizio della moralità del fatto: se la Cassa Ecclesiastica ha ancora bricciolo di cattolicismo, non può a meno di andar persuasa, che il frate, il quale abbandona il suo Ordine senza le necessarie dispense, commette una scelleratezza. E come osa acconsentire a questa azione? Come osa anzi eccitarla, e promuoverla con promessa di guadagno?
Pongasi pure, che tra' frati trovisi taluno, il quale, vuoi per ignoranza, vuol per tristizia, sia pronto a commettere tale delitto; la Cassa Ecclesiastica dovrebbe impedirlo, negando invece i pagamenti. Ciò sarebbe secondo lo spirito della legge medesima del 29 di maggio 1855, che volle lasciare i frati nel chiostro, e impedirne la dispersione. E perché la Cassa Ecclesiastica vuoi essere ancora pio.... della legge, che la creava? Perché il signor Ovtana vuol vincere in.... il ministro Rattazzi? Che cosa è mai questa gara d'incredulità e di audacia?
Ma la risponsabilità dei fatti e degli scritti pesa principalmente sul signor Deforesta e su tutto il ministero. Abbiamo visto di questi giorni con quanta dolcezza si trattassero i regicidi: ed ora veggiamo con quanta crudeltà si trattino i monaci. La nostra polizia è tutta in movimento, gli intendenti scrivono, i de«legati viaggiano, le guardie si armano, Ma a che fare? A reprimere i delitti? Eh no, che gli assassini son fatti in Piemonte cavalieri dei Ss. Maurizio e Lazzaro. La polizia corre, vola a cacciar via i frati dalle case proprie, ed adopera le sue armi per fare violenza ai Padri Priori. E volete che benediciamo que sta politica?
Sig. Deforesta, voi siete ministro di grazia e giustizia, e ben ci date a vedere come sapete amministrare la giustizia e la grazia. Le grazie vostre sono pei Gallenga e pei Melegari. Verso di loro voi vi mostrate tutto viscere di clemenza e di compassione; ma a riguardo dei frati, siete inesorabile. Avete stabilito il termine del mese di ottobre, perché i Monaci della Novalesa abbandonassero il monastero; e non voleste ritardare nemmeno d'un giorno. I vostri Sgherri compivano l'ordine, eseguivano l'ukase fin dal 25 di ottobre!
E notate che in quel tempo il P. Superiore dei Monaci trova vasi assente per dovere d'obbedienza; notate che chi ne sosteneva le veci, aveva ragguagliato il ministro di tale assenza, e d'aver scritto a' suoi per riceverne le opportune istruzioni. Tutto fu inutile, ed il sig. Deforesta non volle patire indugio di sorta. J ministri transigono coi partiti politici, fanno il connubio coi repubblicani: ma stanno fermi come un termine in faccia ai frati.
Essi sanno, gli sciagurati, che i frati non rovesciano ministeri, sanno che le Potenze estere pensano bensì ai Poerio di Napoli, non ai Monaci della Novalesa: sanno che il conte Walewski trova solo anormale la condizione degli Stati Pontifici, dove sono rispettate le proprietà di qualunque natura; sanno che nei conventi non si pronunziano i giurì della Giovine Italia, che là non si trovano i pugnali col manico di lapislazzoli; e certi di tutto ciò, giuocano sul sicuro, impennano, minacciano, adoperano la forza, e mostrano fermezza!
Finalmente noi dobbiamo fulminare l'immoralità commessa dal ministero riguardo ai Monaci della Novalesa. I quali trovatisi in una condizione differente da quella dei membri degli filtri Ordini religiosi, non essendosi soltanto obbligati per voto all'Ordine, ma anche a quel particolare monastero. Essi giurarono sui sacri altari restare alla Novalesa per tutto il tempo della loro vita, e il ministero li trascina fuori della propria casa, e li rende involontariamente apostati e spergiuri!
Questo delitto di spergiuro e di apostasia non pesa già sulla coscienza di que' monaci, che hanno dovuto cedere alla forza, ma pesa tutto sull'anima vostra, o ministri, e dovrete renderne conto agli uomini ed a Dio. In qua! concetto avete il valore d'un giuramento, se con tanta facilità costringete gli altri a violarlo? E non rispettando i giuramenti altrui possiamo sperare che siate per avere maggior rispetto pei giuramenti vostri? Se tenete in non cale il voto, dei PP. della Novalesa, vorrete dirci che vi farete infilzare per impedire più tardi la repubblica, e sostenere la monarchia costituzionale?
Quest'ultimo punto è gravissimo, e noi lo raccomandiamo alle meditazioni del Re e del paese. Non vi corre nessun divario tra voto e voto, tra giuramento e giuramento. Se taluno dei monaci della Novalesa avesse cercato d'abbandonare il chiostro, un buon governo avrebbe dovuto opporsi a questo disegno. Invece no; dapprima il ministero eccita i frati all'apostasia e dipoi ve li costringe!
E dov'è quella libertà di coscienza che tanto ci decantate? Che differenza passa ornai tra voi, o ministri, che obbligate i frati a violare i loro voti, e i primi persecutori della Chiesa che obbligavano i cristiani a rinnegare la loro fede? A nostro avviso ci passa questa sola differenza, che quelli dicevansi pagani, e voi vi spacciate cattolici. L'empietà e la tirannia è la medesima: solo gli antichi erano sinceri, e voi siete mascherati.
Espulsi i Monaci dal loro monastero di Novalesa ne prese possesso la Cassa Ecclesiastica, che avendo bisogno di danaro, non tardò a metterlo in vendita. Pochi avventori si presentarono, e nessuno Io volle pagare quella poca moneta che la Cassa richiedeva: ma un medico, trovato che il monastero della Novalesa sarebbe acconcio per una casa di pazzi, lo comperò e convertì in tale uso, sicché il Piemonte ebbe un monastero di meno, e un manicomio dì più. Già il governo stesso avea convertito in Manicomio la Certosa di Collegno tolta a' Certosini, e l'esempio del governo fu seguito da un privato riguardo al monastero della Novalesa. Or sapete chi fu dei primi a doversi recare in questa nuova Casa di Sanità? Fu il cavaliere Carlo Luigi Farini, presidente del Consiglio dei ministri.
Nel precedente quaderno delle nostre Memorie abbiamo notato come il Farini con decreto del 9 dicembre 4862 fosse nominato presidente del Consiglio dei ministri. L'Opinione del 24 di marzo 1863, N° 83 annunziava: «Il cavaliere Farmi, presidente del Consiglio ha rassegnate le sue dimissioni, ed è partito per Novalesa presso Susa, affine di ristabilir la sua salute».
Del Farini e delle opere sue parleremo a suo tempo. La nostra storia non giunse finora che al 1856. Tuttavia poiché i fatti ei condussero a nominare il Farini non sarà inutile un cenno biografico su quest'uomo, cenno spoglio d'ogni giudizio e ristretto semplicemente ai fatti. Questi fatti sono tolti da una biografia, o meglio da un panegirico intitolato Luigi Carlo Farini per Vittorio Bersezio,Torino, Unione Tipografico Editrice 1862.
Luigi Carlo Farini nacque in Russi, provincia di Ravenna, il 22 di ottobre 1812. Studiò medicina in Bologna, e fu laureato in quell'università nel 1831. Pigliò parte alla rivoluzione di quell'anno insieme collo zio, Domenico Farini. Questi era nominato dal governo provvisorio direttore della polizia nella provincia di Forlì, e conduceva qual segretario il nipote Carlo Luigi. Ma egli sdegnando tale uffizio di segretario, si unì coi volontarii che volevano muovere alla conquista di Roma, La rivoluzione fu vinta facilmente, e Farini, prevalendosi dell'amnistia, tornò in Bologna collo zio a terminarvi i suoi studii pratici di medicina. Esercitò da medico prima a Montescudo, piccolo paese dell’Apennino nelle Romagne, indi a Ravenna. Lo zio Domenico Farini fu barbaramente assassinato, ed il nipote Carlo Luigi andò medico primario nel suo paese natio, e pose la sua dimora in Russi. Die il suo nome alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini, e combinò un'insurrezione pel luglio del 4843. Scoperto abbandonava gli Stati Pontificii rifugiandosi in Toscana, donde, venne espulso, e mosse per Parigi. Vivendo mal volontieri fuori d'Italia tornò chetamente in Toscana, e stette ora a Lucca, ora a Firenze. Quivi ordì l'insurrezione di Rimini nel 1845, e scrisse il manifesto degli insorti. Ma quel moto non ebbe seguito; nessun'altra città la assecondò, ed appena cominciato dovette in ire.
Pio IX, generosissimo e clementissimo Pontefice, appena assunto ai Pontificato che l'amnistia. A que' dì Farini era medico del figlio di Gerolamo Buonaparte, e stava in viaggio coll'augusto infermo. Ma, morto il Principe, si valse tosto dell'amnistia e rientrò nello Stato Romano. Gli fu offerta la carica di medico primario in Osimo e l'accettò. Più tardi andò a Roma, perché Gaetano Becchi, ministro degl'interni nel gabinetto del 10 marzo 1848, l'avea eletto suo sottosegretario. Poi coree in Lombardia al campo di Carlo Alberto, e dopo l'armistizio d (Milano tornò a Roma, e fu deputato al Parlamento per Russi sua patria. Sotto il ministero del conte Rossi, Farini venne nominato direttore della sanità pubblica e degli ospedali, e restò nell'uffizio fino alla repubblica. Durante il dominio mazziniano visse in Toscana, e rientrava in Roma coi Francesi riprendendo l'abbandonato uffizio, da cui fu licenziato poco dopo, riparando in Torino colla famiglia, Qui nel 1850 scrisse un giornaletto intitolato La Frusta, e difese il ministero d'Azeglio, aiutando le leggi Siccardi. Lavorò nel Risorgimento e conobbe e si fece conoscere dal conte di Cavour. Stanco del giornalismo, dettolo Stato Romano dall'anno 1844 al 1850, opera in quattro '"volumi. Tornò a lavorar ne' giornali, e ne fondò uno dandogli il nome di Piemonte. Se ne stancò nuovamente e divisò una storia d'Italia in continuazione di quella del Botta, di cui non iscrisse che due volumi. Fu creato cittadino piemontese, poi deputalo, poi ministro sopra la istruzione pubblica dal Si ottobre 1851 al 21 maggio del 1852. Nel 1859 andò in Modena commissario straordinario del Re di Sardegna; ma dopo Villafranca rinunciò a questa carica per essere nominalo dittatore prima di Modena, poi di Bologna e di Parma che riunì chiamandole provincie dell'Emilia, il 18 di marzo 1860 cessava dalla dittatura, recava in Torino le tre Corone, e ne otteneva il collare della SS. Annunziata. Fu poi a Ciamberì con Cialdini prima dell'invasione delle Marche e dell'Umbria; accompagnò il Re a Napoli e sottoscrisse il famoso proclama d'Ancona (9 ottobre 1860); restò anzi nel reame luogotenente del Re, ma sul Sebeto perde prima il genero ammogliato di fresco, poi fa sanità, e non si riebbe mai più. Il 9 dicembre 1862 Tu eletto presidente del ministero, vi durò pochi mesi, e sfinito di forze rassegnava il portafoglio addì 24 marzo del 1863.
Abbiamo sotto gli occhi la relazione letta al Consiglio Municipale di Torino nella tornata del 27 dicembre 1855 sui Fratelli delle Scuole Cristiane dal cavaliere Nepomuceno Nuytz, vicesindaco, professore della facoltà legale, e rettore dell'Università. Il Conte di Revel ne procurò la stampa, e n’ebbe molti rimproveri dal giornale ('Opinione. Tanto studio nel voler tener celata questa relazione ò indizio, che dalla sua. pubblici là dovea venirne largo vantaggio alla causa nostra; e di fatto non v'ha nulla di meglio per difendere i buoni Fratelli, e condannare i municipali, che li bandirono.
Una, Commissione venne nominata per esaminare le scuole dei Fratelli, e questa componevasi dei consiglieri Sineo, Valerio e Nuytz. L'ultimo rende conto del fatto esame nei seguenti termini:
«Le, informazioni riuscirono quali siamo per riferirle, ed in gran parte ad elogio.
«I Padri Ignorantelli, edotti dai clamori sollevatisi nell'addietro pei modi villani di taluni di loro, hanno procurato di farli sparire, essi si sono avvicinati all'affabilità e alla dolcezza.
«Sapendo di non essere bene nell'opinione di molli del popolo, ed adocchiati, essi hanno pur fatto ogni loro sforzo per dare buon frutto del loro insegna mento: «pur essi, fuori delle ore, in cui insegnano, con apposite scuole, in cui si fanno imparanti, cercano di abilitarsi a bene insegnare; somma è por la loro pazienza nel dirozzamene dei ragazzi loro mandali: «quindi avviene, che nelle parti più materiali, come la lettura e la scrittura, essi riescano ottimamente, e forse meglio che molli altri dei nostri insegnanti.
«Nell'esecuzione del loro dovere essi sono esattissimi. Non mai una loro scuoia va circondotta, provvedendosi prontamente dal superiore alla supplenza degli impediti. La scuola comincia con precisione all'ora stabilita, e continua sino al suo legai termine; ed è condotta con ordine: cosa questa, a cui molto conferisce la cieca obbedienza, che i Padri Ignorantelli debbono al loro Superiore, il quale ha ben altri mezzi di coercizione, e più pronti, che non possiamo aver noi verso i nostri insegnanti, quando non compiono al loro dovere, o, svogliati, cercano pretesti per so tirarsi ad esso: «massimamente ciò avviene, perché presiede al governo della Congregazione il Padre Thóoger, persona di cui ogni informato delle loro cose fa sommi elogi». (Relazione, Torino, tipografia di G. Pelazza, 1$56, p. 5).
Ebbene, la conseguenza di ciò è, che i Fratelli delle Scuole Cristiane debbano essere licenziati! Così argomenta il rettore dell'Università di Torino! Voi siete buoni, utili, esatti, virtuosi, docili: dunque andate via. E il Municipio di Torino ha potuto sancire questo nuovo genere di logica? E noi fummo riservati a vedere un simile scandalo? Consolatevi, o buoni Fratelli» Ciascun di voi può ripetere: De bonis operibus lapidatus sum. V'hanno ascritto a colpa le vostre virtù. Vi trovarono troppo buoni, troppo santi pel sistema che vige tra noi, e per le persone che ci governano.
Nuytz dopo d'aver celebrato le doti dei Fratelli delle Scuole Cristiane, passa a discorrere due accuse, che vennero fatte ai medesimi; l'una che formassero allo spionaggio i fanciulli, l'altra che insinuassero massime avverse alla libertà. Ed ecco le sue parole:
«Dello spionaggio i membri della vostra Commissione, non avendo potuto venire in chiaro, essi non ne parlano, sebbene esso si supponga connaturale alla regola dell'Ordine, che tra essi lo pone; generalmente lo pongono le regole di simili Ordini.
«Sulle massime che possono aver tratto all'ordinamento nostro politico, e e sull'insegnamento religioso dato dai Fratelli della Dottrina Cristiana, i membri della Commissione non hanno a presentarvi falli speciali venuti a loro notizia.
«Possono essi dirvi soltanto, che i Fratelli della Dottrina Cristiana insegnano, quanto alla religione, il catechismo della diocesi da voi conosciuto; e che a questo altro ne aggiungono chiamato Catechismo di perseveranza, fatto da un canonico francese, scritto da lui nella natta tua lingua, tradotto in italiana favella, pervenuto a mie mani, e restatovi pel breve tratto di un'ora.
«Questo catechismo, per nulla corrispondente al suo titolo, è un miscuglio di Storia sacra e di profana, di nozioni geografiche e fisiche, di botanica e di altro vario sapere, congiunto con nozioni religiose. Esso tende a dare ai ragazzi una nozione di tutto.
«Esaminatolo celermente, io non potei scoprirvi alcunché di pericoloso. A mio avviso questo è un libro abbastanza buono, il quale ha per altro il difetto di essere fatto per interrogazione e risposta; metodo questo che accresca senza prò, anzi con danno di chi debbe imparare, il numero delle parole, ed è inconciliabile colla sintesi, che, coll'ordinare e concentrare in poco le cose, tanto giova alla memoria». (Relaz. % p. 6).
Che cosa dite del modo d'accusare del Nuytz e della Commissione? Questa non parla dello spionaggio, perché non ne sa nulla. Lo suppone pro connaturale alle regole dell'Ordine. Ma queste regole le ha viste? Signori, no; il relatore se la cava dicendo; generalmente lo pongono le regole di simili Ordini.
Adoperando questo metodo ricerchiamo se Nuytz sia un demagogo. «Della demagogia di Nuytz l'Armonia non ne parla; ma però la suppone connaturale alla sua professione. Generalmente sono demagoghi i professori dell'Università». Che direste d'un ministero clericale che mettesse alla porta Nuytz, fondandosi soltanto su di un simile raziocinio?
Il professore Nuytz, dettando diritto, insegna che nemo supponitur malus nisì probetur.
E perché egli poi viola questo canone a danno dei Fratelli delle Scuole Cristiane?
Come i suoi scolari possono dar retta alle sue parole se vi disdicono così palesemente le opere?
Quanto all'avversare i principii di libero governo, i membri della Commissione, dice il Nuvtz, non hanno a presentarvi fatti speciali venuti a loro notizia. Notiamo questa dichiarazione, che ci verrà in taglio più innanzi.
Ora ascoltiamo la relazione sul punto economico. Il professore Nuvtz ne parla ne' seguenti termini:
«Sotto il rapporto del civico erario, la Commissione riconobbe che certamente tra l'avere le scuole nelle mani dei Fratelli della Dottrina Cristiana, e l'averle nelle mani di persone viventi al secolo, vi è un sensibile divario.
«Dei Fratelli della Dottrina Cristiana, i quali vivono in comune, e segregati dal mondo, pochi sono i bisogni; poca perciò è la retribuzione che essi domandano.
«Giusta i dati graziosamente fornitici dall'egregio vicesindaco e collega cavaliere Baricco, attualmente le scuole da essi dirette ci costano L. 25,200, senza che si abbia più a pensare ad altro.
«Le stesse scuole affidate ad altri ci costerebbero la spesa di L. 43,000, e così di L. 17,800 di più; in fuori ancora delle giubilazioni dei maestri e professori divenuti inabili all'insegnamento». (Relaz., p. 8).
La considerazione era grave abbastanza. Eppure nulla potè sull'animo del Nuytz, nulla sull'animo della Commissione, nulla sull'animo del Municipio. Si priva Torino d'ottimi istitutori, e si aggrava l'erario per soprappiù! Ma dove siamo noi? Chi governa le cose nostre? S'imparò forse l'amministrazione da quel simbolo, che sta per impresa della nostra città?
Fratelli d'Italia, o voi della lega italiana: venite, e vedete: la città di Torino ha ottimi maestri, e li licenzia; la città di Torino può risparmiare migliaia e migliaia di lire, e le scialacqua! Dovea certo preludere a questi fatti, quando Gioberti asseriva, che in Torino si vive come nel secolo d'Abete, il quale fu anche il secolo di Caino, e che non è facile a vivere in Torino a chi è nato dopo il diluvio!
Una delle ragioni, per cui voleva il Nuvtz, che si licenziassero i Fratelli delle Scuole Cristiane, si era perché questi parevano figli prediletti dei Gesuiti. Uditelo t
«Gli Ignorantelli sono figli prediletti di quell'altra corporazione, che voleva pure il bene sì civile che religioso, ma che per avere fallita la via, la quale vi conduce, tante ire e tanto odio concitò contro di sé; e pretendendo al comando, dovunque riuscì ad averlo, tanto ebbe cattive le sorti. Pertanto gli Ignorantelli, massime che debbono essere ottusi per ragione della loro origine, cioè perché presi in età non più tenera tra persone non istate ancora dirozzate, non possono non avere le stesse mire, gli stessi pregiudizi gli stessi desiderii, che quell'altra corporazione, a cui accenno, era in fama di avere. Non illudiamoci: gli Ignorateli, sebbene desiderosi del vero bene, sia per le limitate loro idee e cognizioni, sia per istituzione, vedranno sempre questo bene nell'abbassamento dell'impero civile e nell'esaltazione viceversa di quell'ecclesiastico potere, che oggidì in tutto il mondo disputa audace ai civili governi i diritti di impero, e vorrebbe persino avere a sua disposizione la spada, e ricondurci, se potesse, sotto l'inquisizione, ignaro che la nostra religione, libera, inerme, priva di civile influenza, ed a sé abbandonata, fa i martiri, i grandi, gli eroi; armata ed elevata a civile influenza, da gli ipocriti e da i traditori. Gli Ignorantelli vedranno pertanto il bene sempre più nel dispotismo, a cui è foggiato il loro reggime, e sotto di cui possono sperare favore, che nelle libere istituzioni, più adatte a mantenere al governo civile i suoi diritti di impero, e più fermo nell'opporre un argine a tutte le invasioni. Perciò per essi tutto quello che suona dispotismo e abbiezione del potere civile con elevazione dell'ecclesiastico a sfera non sua, tutto quello che importa potenza per questo potere e per danaro e per comando, deve essere religione: irreligione viceversa tutto quello che suona libero ed oculato reggime, possesso pel governo civile dei suoi diritti, riduzione al contrario del potere religioso ai limiti suoi legali statigli fissati ab eterno dalla natura, e indi dal sacro deposito della rivelazione, col divieto non osservato di non trascenderli» (p. 11).
Se gli Ignorantelli debbono essere ottusi per ragione della loro origine dopo d'aver letto questa pastocchiata siamo quasi tentati di credere che il Nuytz origini dagli Ignorantelli. Egli ha detto testé, che le scuole dei Fratelli danno buon frutto. Ora, ci dichiara, che debbono essere ottusi. Ma dunque un ottuso maestro può produrre buon fruito e fai fiorire una scuola? E voi siete rettore dell'Università, e date in tali castronerie?
Quanto al resto tutta la relazione del Nuytz si raggira sul sospetto. Si hanno dei sospetti a carico de Fratelli, sospetti smentiti dai fatti; ma non monta: quei sospetti bastano per condannarli. E poi si ha il coraggio di parlare dell'inquisizione? Prendete i tempi più tristi dell'inquisizione spagnuola, e trovateci una relazione tirannica come la vostra?
Abbiatevene un ultimo saggio in quest'altre parole del Nuytz, che sono in sul fine della sua scrittura:
«Noi vediamo, è vero, nella nostra solennità dello Statuto la vispa nostra gioventù guidata dai Padri Ignorantelli passeggiare nelle nostre vie al seguito del tricolore vessillo, acclamare festante con porto di bandiere, che sono. simbolo del nostro civile progresso; ma queste esteriorità, anziché rallegrarci, contristare ci debbono. L'Ordine avendo altre tendenze, o quanto meno una gran parte dell'assennata nostra popolazione essendone profondamente persuasa, questa scena si risolve nel cattivo, nel pessimo esempio dato a tutta quanta una popolazione di una detestabile simulazione, la quale scandalizza invece d'intenerire, e demoralizza lungiché elevare ad onestà, a franchezza di procedere, a nobiltà di sentimento. È dover nostro di far cessare questo cattivo esempio o vero o supposto» (Relaz., p. 14).
Che cosa ne dite, o persone oneste, o galantuomini di qualunque parte, d qualsiasi opinione? Se i Fratelli delle Scuole Cristiane non conducessero i loro alunni alla festa dello Statuto, sarebbero rei di lesa libertà. Perché ve li conducono, sono egualmente rei d'ipocrisia. Come dunque potevano regolarsi costoro? Doveano avere necessariamente torto, ed essere licenziati da voi. E li licenziaste, ma colla ragione dei tiranni, coi pretesti dei lupi, colle arti dei libertini, non come usano le persone civili. Li licenziaste; ma meglio è assai ricevere simili insulti, che farli, e chiunque onesto amerebbe piuttosto d'essere coi Fratelli mandati via, che con coloro che li bandirono.
La relazione di Nepomuceno Nuytz resterà negli archivi del nostro Comune per ìspiegare ii deliberato del Municipio, per dire ai posteri in mano di chi, in questi anni dolorosi, era caduto U governo della nostra Città.
(Dall'Armonia, n. 4, 6 gennaio 1857)
Per dimostrare dove a poco a poco conduce la ribellione de$preti ai propri superiori, e per parlare coll'eloquente linguaggio dei fatti ad alcuni preti apostati che disonorano se stessi e l'Italia, ristampiamo i seguenti articoli sul?assassinio dell'Arcivescovo di Parigi, avvenuto il 3 gennaio del 1857.
Il 27 di ottobre dell'anno 1848 Domenico Augusto Sibour, Arcivescovo di Parigi, dopo di avere celebrato solenni funerali pel riposo dell'anima di Monsignor Affre suo predecessore, s'avviò a piedi insieme con due suoi vicarii generali e col suo segretario per visitare nel sobborgo di Sant'Antonio i luoghi, dove l'illustre martire delle barricate avea trovato la morte. Circondato dalla folla che lo seguiva religiosamente commossa, fermossi dirimpetto alfa casa, donde il S. Prelato era stato ferito, e indirizzò agli assistenti queste nobili parole: «lo la cedo a colui, che voi piangete, in scienza e in virtù, ma non gli cedo in amore per voi, miei diletti fratelli: a Dio non piaccia, che io abbia l'occasione di versare il mio sangue come lui, perché allora nuove sventure cadrebbero sul vostro capo! Ma sono disposto a morire affranto dalla faticalo mezzo alle opere di carità». E la folla, lagrimando, rispondeva: Viva il nostro Arcivescovo!
Ebbene, domenica il telegrafo ci annunziava che Monsignor Sibour avea Versato il suo sangue corno Monsignor Àffre, e che egli pur era morto assassinato. E chi l’avea assassinalo? Un prete, risponde gongolante di gioia la Gazzetta del Popolo, ma un prete interdetto, soggiunge il telegrafo veridico. Monsignor Affrè e Monsignor Sibour caddero amendue vittime del proprio zelo nell'adempimento del loro ministero. Monsignor Àffre fu vittima della carità, Monsignor Sibour vittima della giustizia episcopale. L'uno fu ucciso, perché in mezzo alle ire fratricide pronunziava la parola di pace; l'altro venne morto, perché giustamente severo cacciava. dai santi altari l'indegno ministro. Il primo riscosse l'odio del rivoluzionario, il secondo la rabbia del sacrilego; amendue illustrano la Chiesa francese, amendue nobilitano l'Episcopato e il clero cattolico.
Non possiamo esprimere a parole il dolore che ci recò la morte di Monsignor Sibour. Dopo il caso di Giuda, non ci ricorda d'avere mai letto un caso simile nelle storie, d'un prete cioè che assassinasse il suo Vescovo per averlo interdetto. Finora ci mancano i particolari dell'avvenuto; ma siccome la Gazzetta del Popolo non li attese per ingiuriar noi, per pascersi del nostro dolore, così noi pure non li attenderemo per darle la meritata risposta.
E vogliamo ricordare dapprima come il medesimo principio che armò la mano di Agesilao Milano contro il Re di Napoli, armasse pure quella del prete interdetto contro l'Arcivescovo di Parigi. È il principio dell'insubordinazione, dell'indipendenza assoluta, che si ribella contro l'autorità. Un prete sta ad un vescovo, come un suddito ad un sovrano. Il sovrano imprigiona il suddito fellone; il vescovo interdice il sacerdote traviato. Amendue si ribellano, resistono, ed in fin dei conti giurano morte al proprio capo.
Ora chi cerca gettare l'insubordinazione nel clero dopo avere sparso il seme dell'anarchia nella società? Noi siamo obbligati di ricordare alla Gazzetta del Popolo una memoria di famiglia. La smemorata dimentica le glorie sue, d non bada a raccogliere il frutto de' suoi lavori. Questa gazzette nel 1850 stabiliva in Torino un comitato di preti interdetti collo scopo di proteggere il clero contro il despotismo vescovile; apriva le porte del suo uffizio a quattro sacerdoti sospesi, e cedeva lo spazio delle sue colonne nei loro indirizzi. Dopo di aver detto ai sudditi: Voi potete fare a mimo della cottola spesa di un Re; diceva ai preti: Voi dovete fare a meno della noiosa sorveglianza di un Vescovo! Uno dei preti della Gazzetta del Popolo progredì nella carriera lubrica della resistenza all'Episcopato, e si rese protestante!
Se l'indegno sacerdote di Parigi si fosse trovato in Torino nel 1850, senza dubbio sarebbe andato a bussare alle porte della Gazzetta del Popolo, facendosi scrivere tra' membri del suo comitato contro il despotismo vescovile. Trovandosi invece in una diocesi dove non sapea come sfogare il suo mal animo né colle calunnie, né cogli improperii, ricorse al pugnale. Oh la scelleratezza è inaudita! Un sacerdote del Dio della pace, che s'arma di coltello, che uccide il suo Vescovo! Ma noi possiamo fulminarla; la Gazzetta del Popola, no, perché questa è una conseguenza dei suoi principii. I sacerdoti interdetti non lodano certo l'Armonia, e nessuno vorrà obbligarci ad addurne le prove, come a Parigi non leggono al certo né l'Univers, né L'Ami de la Religion. I sacerdoti interdetti leggono que' giornali che deprimono l'episcopato, che dividono il clero in due parti, ed aizzano di continuo quello che chiamano basso contro quello che dicono alto clero; che combattono ogni maniera d'autorità, ed eccitano al disprezzo della disciplina de' canoni.
Badate un po' che differenza immensa corre tra l'Univers ed il prete assassino! Monsignor Sibour nel 1850 interdice l'Univers; e gli scrittori dell'Univers non indugiano un istante solo a far atto di sommessione al suo decreto, promettendo di riparare in avvenire quello in cui avessero potuto errare. Lo stesso Arcivescovo il 3 di ottobre scrive ai redattori dell'Univers: «L'omaggio che voi rendete all'autorità episcopale mi riempie il cuore di consolazione per l'onore che ne ridonda alla religione ed alla Chiesa». Monsignor Sibour interdice un prete; e questi, ben lungi dal sottomettersi alla sua sentenza, la disprezza, ed assassina il suo pastore!
Gli scrittori dell'Univers sono laici. Dunque, dirà taluno, v'hanno laici migliori dei preti? Francamente soggiungeremo', che non v'hanno esseri peggiori de1 preti cattivi. Corruptio optimi pessima. Il prete che da nel reprobo, non sente più nessun freno, e cade in piena balìa delle proprie passioni. È debito nostro avvertirne i nostri concittadini, e lo facciamo colla massima ingenuità. Guardatevi dai preti cattivi, cioè dai preti che non obbediscono ai loro Vescovi, dai preti che non Vestono il loro abito, dai preti che sono interdetti dall'esercizio del loro ministero. Meglio un secolare pessimo, che un prete cattivo. L'esperienza l'ha tante volte dimostriate E il prete voi lo dovete riconoscere facilmente per le sue relazioni col Vescovo. 0 si comporta con lui da figlio devoto ed amorevole, e dite pure che è buon prete; o lo denigra, l'offende, o semplicemente gode delle offese, che gli fa il giornalismo libertino, ed abbiate per certo, che è un pessimo prete, e fuggitelo, fuggitelo per carità!
Del resto noi non crediamo, che v'abbiano pusilli al punto da patire scandalo d'un prete assassino. Questo fatto invece dimostra come i preti sieno sorvegliati, e rimossi dai divini ministeri gli indegni; la qual cosa dee ingenerare maggiore confidenza nel popolo. D'altra parte la storia di Giuda è antica, e tu pure un Apostolo che tradì con un bacio il divino Maestro! Noi non sappiamo, se taluno de' nostri giornali vorrà uscire in difesa dell'assassino dell'Arcivescovo di Parigi; questo sappiamo, che Giuda lscarìota fu già difeso in Torino da un scrittore libertino, e non solo in un articolo del suo giornale, ma in un'opera di due volumi; e quest'opera è la Critica degli Evangeli, e questo scrittore non abbiamo il coraggio di nominare.
(Dall'Armonia, sup. n 4, 7 gennaio 1857)
I giornali francesi riboccano di particolari su questo esecrando delitto, che commosse tutta Parigi. Riportiamo gli estratti dei principali!
Il Moniteurscrive: — «Un delitto orribile fu commesso oggi (3) nella chiesa di 5. Stefano del Monte. Dopo la processione, e mentre s'avvicinava alla sacristia, Mona Arcivescovo di Parigi fu colpito di stile da un prete di nome Vergès, testé interdetto.
«L'Arcivescovo fu portato negli appartamenti del parroco di S. Stefano, dove morì immediatamente. L'assassino fu subito arrestato.
«Non potremmo dipingere a parole la profonda commozione dei numerosi fedeli, che si trovavano riuniti in chiesa, e la dolorosa impressione che la morte dei virtuoso Prelato produsse questa sera in tutta Parigi».
La Gazette des Tribunaux aggiunge:
«Oggi, sabato 3 gennaio, festa di S. Genoveffa, si cominciala novena che si celebra annualmente a S. Stefano del Monte in onore della protettrice di Parigi. Monsignor Arcivescovo, secondo il consueto, presiedeva a questa funzione. A 4 ore, nel momento in cui la processione s'avanzava nello navata della chiesa, un uomo vestito di pastrano nero uscì improvvisamente dalla folla, che s'inchinava divota, s'avventò contro il Prelato, e sollevando con una mano i sacri abiti pontificali, coll'altra gli conficcò nel cuore un pugnale catalano. Il movimento dell'assassino fu così rapido da render impossibile ogni tentativo d'impedirlo, e quando gli astanti si argomentarono di aggrancirlo, lo sventurato Prelato cadeva agonizzante tra le braccia dei sacerdoti che Io circondavano.
«L'assassino si lasciò arrestare senza resistenza, e consegnò egli stesso a chi l'arrestava lo stiletto cruento. Monsignore fu trasportato subito in sacristia: ma tutte le. cure furono inutili: morì subito. Lo stile gli aveva passato il cuore. L'assassino fu condotto in prigione tra le imprecazioni della folla indignata per questo orribile sacrilegio. Il fisco, rappresentato dal procuratore imperiale de Cordoén, dal sostituito Moignon e dal giudice d'istruzione Treilbard, si recò sulla faccia del luogo, e cominciò l'istruttoria. L'assassino rispose con calma a tutte le interrogazioni.
«È un prete di nome Vergès, di 31 anno. Prima addetto come semplice prete alla parrocchia di S. Germano: in seguito appartenne alla diocesi di Meaux, come curato nel circondario di Melun. Là avea meritato più volte i rimproveri dei suoi superiori ecclesiastici, e recentemente era stato interdetto per un suo sermone, in cui impugnava violentemente il domina dell'Immacolata Concezione. Era ricorso contro questo interdetto (del Vescovo di Meaux) alla giurisdizione dell'Arcivescovo, che credette dover mantenere la decisione. Da quell'epoca Vergès s'era fatto notare per altri atti, che aveano chiamato su lui l'attenzione dell'autorità giudiziaria.
«Interrogato sui motivi del suo delitto, rispose che non avea nessun odio personale contro l'Arcivescovo: ma volle, ammazzandolo, protestare contro il domina dell'Immacolata Concezione, e molte volte ripete: Non voglio Dee! Dichiarò aver comprato ieri il pugnale, e non negò d'essersi recato in chiesa coll'intenzione d'uccidere l'Arcivescovo.
«All'udire questa risposta, nasce il dubbio, se quest'uomo conosca la gravita del suo delitto.
«Però, verso la fine dell'interrogatorio, pianse, e quando gli fu detto che avea commesso un delitto enorme, soggiunse: Sì veramente enorme l»
«Il Constitutionnel:
«Vergès non appartiene alla diocesi di Parigi; fu ordinato sacerdote a Meaux; ma interdetto 5 volte, ed assoluto dietro le sue istanze e promesse. Fu eziandio addetto per breve tempo alla cappella imperiale in qualità di crocifero; ma venne licenziato pei suoi violenti trasporti.
«È un uomo di statura mezzana, un po' magro, aveva al momento del delitto un cappotto nero ed un pastrano.
«Alle otto di sera il cadavere del Prelato fu trasportato al palazzo arcivescovile.
«L'avviso seguente venne affisso alle porte della chiesa:
Monsignor Arcivescovo essendo staio morto da mano scellerata nella chiesa di S. Stefano, oggi, alle 5 di sera, la chiesa rimane interdetta fino alla cerimonia espiatoria che sarà ulteriormente annunciata.
«Firmato: E. Borie, Curato. 14
«Oggi domenica, la chiesa, ove fu commesso l'atroce delitto, venne esterna mente coperta di drappi neri. In tutte le altre chiese e cappelle di Parigi non vi fu messa solenne. Si celebrò una messa piana, dopo la quale furono recitati i salmi penitensiali.
«Molte carte scritte e stampate si trovarono nelle tasche di Vergès, come pure una lettera sigillata. La maggior parte di tali scritti conteneano ingiuria contro i superiori di lui o attacchi contro alcuni dommi. Del resto tutto dinota in questo assassino un turbamento delle facoltà intellettuali. Or ha qualche tempo, diede uno scandalo alla Maddalena, ponendosi alla porta principale con un cartello affisso sul petto, in cui v'era scritto; lo sono un prete interdetto e muoio di fame.
«Una folla considerabile si recò oggi a S. Stefano: ma trovando le porte chiuse, i pellegrini, venuti da lontano, si recavano a S. Genoveffa, dove furono portate ed esposte le reliquie della Santa. Il domani Vergès dovea essere arre stato per un suo scritto contro una sentenza del magistrato». (Vedi a questo proposito quanto sopivo il Droit riferito qui appresso).
L'Univers:«Prima d'ora Vergès era stato denunciato alla polizia per le sue minaccio contro un rispettabile curato di Parigi, da cui aveva ricevuto beneficii: ma non avea mai lasciato trapelare nessun cattivo disegno contro Monsignor Arcivescovo. Era ritornato dalla sua diocesi il 94 di dicembre, ed avea preso alloggio via Racine, N° 2. Passava, dicono, i suoi giorni a studiare nelle biblioteche, e lo stesso dì, 3, vi s'era pure recato. Frattanto covava il suo progetto, e spiava l'occasione di eseguirlo. Comprò lo stile dal col teli aio della via Dauphine».
L'Universaggiunge che Vergès nacque a Parigi nella parrocchia di S. Sulpino, ma fu ordinato prete a Meaux, alla qual diocesi appartiene. Lo stesso Univers scrive correre voce che il padre, la madre ed un fratello di Vergès sieno morti per suicidio: i primi, ha qualche anno: l'ultimo, da soli pochi mesi. Secondo gli uni, nell'atto dell'assassinio avrebbe gridato (scrive sempre l'Univers): Non si lascia morire di fame un prete! Secondo altri: Non voglio Dee, alludendo all'Immacolata Concezione.
Omettiamo ulteriori ragguagli dell'Univers, perché in tutto conformi a quelli dei giornali già riferiti.
Il Droit scrive: «L'assassino è un prete che rimase impassibile, collo stile in mano grondante sangue, vicino alla sua vittima che vide venir meno con gioia satanica. A Melun Vergès prese con sommo impegno a difendere una donna accusata di veneficio contro suo marito. Venne condannata alla galera in vita. Vergès protestò, dicendo in pubblico che la era innocente; fece stampare la sua protesta: ma il fisco la sequestrò. Era scritta con modi ingiuriosi contro i magistrati che avevano pronunciato la sentenza; l'autorità ecclesiastica credette doverlo interdire, e Vergès manifestò una grande esasperazione.
Gli fu chiesto se aveva dato più d'una stilettata a Monsignor Arcivescovo? No, rispose, una sola! Perché io aveva ferito il cuore e sapea che il colpo era mortale. «Perché, gli fu ancora domandato, avete gridato ferendo: abbasso le Dee! Perché non credo all'Immacolata Concezione, sulla quale mi sono spiegato chiaramente in pulpito; volli protestare una volta di più contro questo culto empio. Perché avete commesso questo massimo delitto? Perché fui interdetto; e mi venne annunciato questa volta che l'interdetto non sarebbe tolto.
«La calma di quest'uomo, dopo un si grande delitto, le stesse circostanze tra le quali lo commise, sembrano indicare che non avesse l'intelletto sano; «fa d'uopo credere, per l'onore dell'umanità, ohe quest'uomo insignito delle acre funzioni di prete, è un matto e non un mostro».
Tali sono i ragguagli che troviamo di questo tristissimo avvenimento nei giornali di Parigi sopracitati, un po' confusi, incerti e contraddittorii nelle circostanze di minor levatura, come suole succedere nei primi momenti. Ommettiamo il racconto d'altri giornali minori, perché in tutto conformi al riportati. Solo aggiungiamo queste circostanze:
L'assassino non era vestito da prete, ma da secolare nell'atto di commettere il delitto. L'Arcivescovo, appena trafitto, guardò in volto il suo carnefice, ed esclamò: Ah! lo sventurato (malheureux)! L'ab. Surat, vicario generale, diede subito l'assoluzione al moribondo Prelato. Il cadavere dell'Arcivescovo fu imbalsamato ed esposto il 4 nell'aula dell'arcivescovato: non pare morto, ma dormente. Non è ancora fissato il di dei suoi funerali. Egli era senatore dell'Impero.
(Dall'Armonia, n. 18, 22 gennaio 1857)
L'assassino dell'Arcivescovo di Parigi è condannalo a morte. Coloro ohe assistettero ai dibattimenti, avvocati, magistrati incanutiti nell'esercizio del foro e della magistratura, attestano non aver mai assistito a spettacolo pili schifoso, più doloroso, e reso più orribile da quel non so che di comico, che il ciarlatanismo dell'accusato vi andò mescolando. L'audacia, la svergognatezza, il cinismo, e la pretesa di darsi l'aria d'importanza, congiunta con un sacrilego misticismo, formano un complesso di tragico e di comico, che vi strazia i nervi, alternandosi nell'animo l'orrore che ti fa raccapricciare, e l'ilarità che ti nuove, tuo malgrado, a riso: orrore e riso del pari molesti e dolorosi.
Noi tenteremo di darne qualche cenno, togliendo parola per parola dagli atti del processo. Dall'atto di accusa consta che il Vergès fu trattato colla massima dolcezza e colla massima accondiscendenza, sia dal Vescovo di Meaux, sia dall'Arcivescovo di Parigi, come pure da' suoi colleghi nella cura delle anime, coi quali ebbe relazioni. Ammesso per la carità d'una Suora di Carità nel piccolo Seminario di Saint Nicolas du Chardonnet, ne fu cacciato nel 1844 pour faute òù la probité était compromise. Dopo essere stato ordinato prete, non contento alla cura delle anime in campagna, recossi a Parigi, ove il parroco di Saint Germain-l'Auxerrois lo accolse in casa. Essendo il Vergès carico di debiti, il buon parroco gli diede 800 fr. per pagarli. Per riconoscenza il Vergès, vedendo che il parroco non soddisfaceva a tutte le sue brame, corrispose con abbominevoli calunnie contro il suo benefattore.
Nel 1855 l'Arcivescovo lo sospese dalle sue funzioni. Il Vergès passò sette mesi a Parigi, importunando ora l'Arcivescovo, ora i tribunali con calunnie contro il suo benefattore, il parroco di S. Germano. Finalmente il Vescovo di Meaux, per le preghiere dell'Arcivescovo di Parigi, lo accolse di nuovo in diocesi. Ma nel dicembre 1856 il Vescovo dovette sospendere il Vergès per i seguenti motivi: «1° Per avere scritto un libello ingiurioso contro una sentenza della Corte d'Assise di Mélun; 2 per predicazioni fatte nella sua parrocchia contro il domma dell'Immacolata; 3° per uno scritto avente per titolo: Testamenti pieno di violente invettive contro i dommi della religione, e contro l'autorità diocesana». Partì per Parigi il 26 dicembre 1856, ed il 3 di gennaio 1857 eseguiva il sacrilego assassinio.
L'assassinio però era già dal Vergès deliberato fin dal 31 di gennaio 1856, quasi un anno prima dell'esecuzione: perché uno scritto con quella data trovato tra le carte dell'assassino termina così: «Solo ho premeditato, ho commesso, e fatto il colpo scagliato contro l'Arcivescovo di Parigi». Interrogato dal giudice istruttore, Vergès rispose: «Questa carta fu scritta da me; è vero che l'anno scorso quando mi trovava senza mezzi di sussistenza, perché eranmi state tolte le facoltà, ho deliberato di uccidere Monsignore: rinunciava a questo divisamento quando ebbi la speranza d'essere di nuovo collocato nella diocesi di Meaux, lo ripigliai e l'eseguii» ecc. Fin qui l'atto di accusa.
Nei dibattimenti abbiamo due deposizioni di testimoni presenti al colpo, e che contribuirono all'arresto dell'assassino, da cui risulta che questi, dopo il colpo fatale, brandendo il coltello, gridò: via le deesse! Il Vergès nulla oppose a questa deposizione.
Inoltre abbiamo la deposizione del sig. Montandon, pastore della chiesa riformata che dice essersi a lui presentato il Vergès, dicendo aver molto a lagnarsi de' suoi superiori, e che voleva farsi protestante. Il Vergès risponde: «Dopo aver visto, ho rinunciato a' cattolici come a' protestanti, perché ho riconosciuto che sono tutti nell'errore.
Del resto poi il Vergès insulta e sbeffeggia i testimoni, il fisco, il presidente, tutto il tribunale. Diffama presenti ed assenti, e vuole che si leggano i suoi scritti, diffamatorii e calunniosi. E perché il presidente lo fa tacere, e nega di far leggere quelle calunnie, il Vergès infuria, impreca, maledice. Dice all'abate Bautain, vicario generale di Parigi, uno dei testimoni: «Voi siete uno scellerato innanzi a Dio ed agli uomini». Al presidente, che gli rimprovera l'abbominevole sua proposizione, in cui diceva che non gli restava più che ad uccidersi da se stesso, Vergès risponde: «Menzogna, menzogna mille volte al presidente! Anatema I 11 presidente, voltosi ai giurati, dice: «Non si può a meno che aver pietà di siffatta esaltazione; vuole giustificare il suo, delitto con orribili dottrine». Il Vergès di ripicco: «Menzogna, signor presidente, menzogna!».
L'assassino tenta di spargere schifose calunnie contro due Vescovi, ed il Presidente gli intima silenzio. L'assassino si volge all'uditorio, e grida: «Vedete! Non sono libero». Finalmente il furore dell'assassino monta al colmo, ed il Presidente lo minaccia di farlo condurre via, ed egli risponde furibondo: «La porta, o la ghigliottina! Non temo nulla. Mi riderò della morte, come mi rido del tribunale: siete una mano di miserabili. Non temo che Dio»: e così dicendo, si contorce, si dimena, e mugghia come un indemoniato. Il Presidente ordina che sia condotto via; allora grida: «Popolo, difendimi 1» A queste parole un immenso grido si leva dall'uditorio, e tra lo schiamazzo, s'intendono da ogni lato le grida: «No, no!! Assassino! Assassino!».
Ricondotto di nuovo innanzi al tribunale, l'accusato vuole impedire il fisco di pronunziare la requisitoria, «Voi tremate, grida, avendo a fronte un così terribile avversario! Sì, avversario, signore: sono vostro avversario. Voi non parlerete, non voglio che parli. Gli tolgo la parola; voi me l'avete tolta. Non parlerà; noi permetterò». Non c'è modo, né verso: per terminare il dibattimento bisogna condur via quell'energumeno. La sentenza gli è letta da un segretario in prigione.
Da questi rapidi cenni risulta, che il Vergès è ribelle alla Chiesa contestandone i dorami, è ribelle ai Vescovi negando di riconoscerne l'autorità, è ribelle allo Stato attaccando la parte più sacra, quale è l'amministrazione della giustizia. Quindi, non solo non è più cattolico, ma venne rifiutato perfino da protestante: ed esso, irritato da questo rifiuto, maledisse a' cattolici ed ai protestanti.
Dove siete ora, signor Risorgimento, che con tanta compiacenza ascriveste il Vergès tra gli ammiratori dell'Univers e del partito clericale? Traete innanzi, e diteci un po' a qual parte appartenga questo mostro. Noi possiamo dire che non è dei nostri, giacché da noi uscì, ma non era de' nostri. «Sono usciti di tra noi (dice l'Apostolo S. Giovanni, parlando di certi anticristi, cioè di Cerinto, di Ebione, ecc. ), ma non erano de' nostri; perché se fossero stati de nostri, si sarebbon certamente rimasi con noi; ma si dee far manifesto che non tutti sono de' nostri». (I. loan. Il, 19).
Né si potrà dire che la durezza dei Vescovi spinse questo smurato al mal passo. Se havvi colpa ne' Vescovi, potrebbe essere di troppa indulgenza per i costui falli, e già qualche giornale, sebben timidamente, mise innanzi quest'accusa. Ipocriti! Se i Vescovi tengono testa a' preti che non sono de nostri, voi li accusate di rigidezza, e sopra dei Vescovi riversate la risponsabilità della colpa del prete malvagio, come appunto fece l'Opmtone, accusando l'Arcivescovo di Parigi dell'assassinio di cui fu vittima, perché. Io avea punito. Che se i Vescovi, imitando il Signore, il quale è multae misericordiae et patiens, soffrono lungamente i discoli colla speranza di ridurli a migliori sentimenti, allora inveite contro i Vescovi perché proteggono l'iniquità dei loro chierici.
Vedete adunque, o signori, che non sono le dottrine dell'Univers e dell'Armonia, che armano la mano del sacrilego assassino. Sono le dottrine di coloro che esaltano Milano come forassimo uomo, che ne fanno l'apoteosi: sono coloro che trattano da giovani generosi gli assassini di Carlo Alberto, e ne patrocinano la causa ne' giornali.
Verger è prete, è vero: ma è prete come vuole i preti il Risorgimento ribelli all'autorità della Chiesa; come li vuole la Gazzetta del Popolo, né cattolici, né protestanti, ma senza fede e senza legge; come li vuole il ministero, sempre pronti a ribellarsi a Roma ed al Vescovo. Eccovi il prete assassino dell'Arcivescovo di Parigi. Se lo pigli chi lo vuole: nostro non ré. Esso medesimo ci ha rinnegali; ed i fatti suoi lo rinnegarono per nostro.
(Dall'Armonia, n. 11, 15 gennaio 1857)
I signori Farmi, Mamiani, Ercolani, Zenocrate Cesari, componenti la deputatone, che presentò al conte di Cavour una medaglia d'oro in nome delle popolazioni romane per averle difese a viso aperto nel Congresso di Parigi, ci mandano due lettere in una, indirizzate la prima al nostro Direttore, e l'altra al nostro corrispondente o corrispondenti di Roma, chiedendoci d'amendue la pubblicazione in cortesia, e, bisognando, a termini della legge. I termini della legge forse non favorirebbero affatto que' signori, ma alla nostra cortesia non i ricorrerà mai inutilmente. Ecco adunque la prima lettera.
Torino, il 13 di gennaio 1857.
«Nel foglio dell'41 di gennaio del suo diario, sotto il titolo di Smentite ai giornali nelle cote di Roma, si legge una corrispondenza particolare, in cui è scritto ohe, la deputazione, la quale presentò il conte di Cavour di una medaglia, ed il generale Lamarmora di una spada, in nome delle Romagne e della Marca, H erette arbitra dell'opinione del paese, ti arrogò il diritto di parlare a nome di«a milione e meno di abitanti; e pid sotto, che sì fatte dimostrazioni tono un motto d'ordine fatto partire da Torino, o dato a Torino, e qui eseguito.
«Non avendo noi altro modo di mandare una risposta al suo anonimo corri spendente di Roma, invitiamo Lei, sig. Direttore, a pubblicare, in cortesia, e, bisognando, a termini della legge sulla stampa, la seguente lettera».
Qui segue la lettera al nostro corrispondente a corrispondenti; ma affinché il lettore posta «vere sotto gli occhi la proposta e la risposta, vi premetteremo quel brano di corrispondenza, a cui i signori della deputazione della medaglia d'oro rispondono, o pretendono di rispondere. La corrispondenza diceva adunque cosi:
«Sul principio del passato anno fu presentata al conte di Cavour, che si disponeva a partire pel Congresso di Parigi, una memoria, che si fece credere senti dai Romani. Essa fa fatta a Firenze (ed il signor marchese Gualterio ne potrebbe fare testimonianza), e portata in Roma fa sottoscritta da alcuni; ma nondimeno venne pubblicata poi come se quanto conteneva fosse l'espressione dei sentimenti delle popolazioni degli Stati Pontificii. Ora la Correspondance Italienne, e dopo lei gli altri giornali, fanno noto, che una deputazione delle Romagne presentò al signor conte di Cavour una medaglia d'oro fatta coniare dagli abitanti delle Legazioni e delle Marche, per eternare la memoria del Congresso di Parigi; e a nome degli stessi abitanti presentò una spada d'onore al generale Alfonso Lamarmora. Ella è pur cosa strana veder un pugno d'emigrati erigersi arbitri della opinione di un paese, e parlar a nome di popolazioni, di cui la più parte ignorano che siasi coniata a spese loro una medaglia, e consegnata al degno oratore di Vittorio Emanuele, specchio dei Re. Infetti, la deputazione, secondo i giornali, che ne hanno dato contezza, era formata del medico Carlo Farini, di Rossi di Biancoli, ed Ercolani bolognesi, e di Mamiani di Pesaro, tutti emigrati (eccetto il Farini che non ebbe esilio), che ti arrogano il diritto di parlare a nome di pia che un milione e mezzo di abitanti, e di farlo essere riconoscente a Camillo Cavour, perché nel Congresso di Parigi propugnò i diritti dell'Italia conculcati. Il degno oratore mi sembra che doveva quasi vergognare nel riceverà la deputazione che presentò la medaglia; ma la Correspondance Italienne ci fa sapere al contrario, che accolse con riconoscenza questa lusinghevole testimonianza della profonda simpatia che la politica del governo del re Vittorio Emanitele inspira alle popolazioni d'Italia. Anche i Napoletani ed i Lombardi (è un motto d'ordine fatto partire da Torino, o dato a Torino, e costì eseguito) hanno fatto altrettanto, e sono certo che il degno oratore ogni deputazione avrà accolto con riconoscenza, vedendo che gli presentata una moneta d'oro, la quale da un ministro delle finanze non è cosa da disprezzare. Peccato, che le nuove conferenze di Parigi abbiano chiusa la via a nuovamente chiacchierare sull'Italia! 11 signor conte di Cavour stimolato da tanto lusinghevoli accoglienze, sarebbe volato sulla Senna a dire il resto; e sono persuaso che qualche patriota napoletano rifuggito in Piemonte lo avrebbe pregalo a giustificare.....»
Ora ecco la risposta dei signori della deputazione:
Le persone dalle quali ricevemmo la commissione di presentare il coste di Cavour di una medaglia, ed il generale La Marmora di una spada, sono tante e coi) spettabili, che ci rechiamo ad onore di esserne stati i mandatarii.
«Si vorrebbe forse che ne pubblicassimo i nomi?
«Per ora non possiamo appagare di questo pio desiderio i romani corrispondenti dell'Armonia
«Noi abbiamo già dato a chi si conveniva i debiti documenti.
«Non abbiamo bisogno di documentare a chi ci incaricò dell'onorevole ufficio, come sieno pienamente false le insinuazioni stampate nella corrispondenza particolare del 2 gennaio.
«Del rimanente ogni onesta e discreta persona dello Stato Romano, la quale, grazie all'imprudenza dei corrispondenti particolari dell'Armenia, leggerà quatta nostra risposta, sarà capace dei motivi, per cui non possiamo pubblicare quei nomi.
«Accenneremo soltanto alcuni di siffatti motivi ai galantuomini d'altri paesi, i quali per avventura non conoscessero abbastanza le condizioni politiche degli abitanti dello Stato Romano.
«1° II governo papalino condannò agli arresti ed in denaro i Bolognesi che in principio del ristauro osarono pubblicamente chiedere qualche guarentigia di vivere civile.
«2° Colle circolari riservate distrugge anche i MOTU-PROPRII del Papa, dando ad intendere all'Europa che questi sono pienamente effettuati.
«3° La polizia mette e tiene in prigione chi vuole, poi da l'esilio perpetuo a coloro che i tribunali mandano assolti dalle sue accuse.
«4° Gli Austriaci per conto proprio fanno inquisizioni ed arresti, e danno la tortura nelle carceri.
«Queste poche avvertenze basteranno a spiegare la ragione per la quale noi a malincuore manchiamo di urbanità, non appagando la legittima curiosità dei corrispondenti romani all'Armonia.
LUIGI CARLO FARINI,
TERENZIO MAMIANI,
G. BATTISTA ERCOLINI,
ZENOCRÀTE CESARI,
altro della Deputazione, dimenticato dal corrispondente romano.
Noi qui potremmo lasciare l'incarico al nostro corrispondente (numero singolare) di replicare ai signori della medaglia; ma costoro radunando tutte le possibili accuse contro il governo pontificio, non riuscirono a mettere fuori che quattro punti, ai quali non è difficile rispondere stans pede in uno. Epperciò, lasciando al nostro corrispondente pienissimo il diritto di parlare o di tacere, come stimerà meglio, da parte nostra pubblichiamo la seguente replica:
Il conte di Cavour difese l'Italia a viso aperto; i Romani, che voi dite di rappresentare, difendono il loro paese colla maschera sul volto,
I mandanti a detta vostra sono tanti e spettabili. Riguardo ai tanti, voi, che non credete al governo pontificio, pretendereste che credessimo a voi? Riguardo agli spettabili, non ci pare che questo epiteto quadri a chi cospira contro il proprio legittimo sovrano Pio IX, e si nasconde fra le tenebre.
Vincenzo Gioberti era della nostra opinione quando nel 1846 scriveva «Lodar Roma sotto Pio non è gran merito, poiché oggi solo i ribaldi e gli stolti la maledicono». (Gesuita Moderno, voi. I, pag. 290).
Noi non pensiamo del resto che il nostro corrispondente abbia desiderato mai che voi pubblicaste i nomi de' vostri mandanti. Per avere un nome bisogna esistere.
E voi, o signori della medaglia, ci imboccate la risposta quando dite: «Non abbiamo bisogno di documentare a chi c'incaricò dell'onorevole ufficio come sieno pienamente false le insinuazioni stampate nella corrispondenza particolare del 2 gennaio».
Trascrivendo le vostre parole, possiam dire a nostra volta: Non abbiam bisogno di documentare come sieno pienamente false le accuse che si danno dai signori della medaglia al governo Pontificio.
Eppure vogliamo essere più larghi di voi, e sottoporre al giudizio d'ogni onesta e discreta persona, non solo dello Stato Romano, ma di tutto l'universo, una nostra semplicissima osservazione.
Voiin sostanza, signori della medaglia, dite che non volete pubblicare i nomi de' vostri mandanti, perché ne incoglierebbe loro la peggio per parte del governo, e citate a prova i Bolognesi condannati agli arresti e in danaro, perché in principio del restauro osarono pubblicamente chiedere qualche guarentigia di vivere civile;e la polizia che tiene in prigione chi vuole, e gli Austriaci che danno la tortura nelle carceri.
Non vi chiederemo nomi e documenti; ci rispondereste: per ora non vi possiamo appagare di questo pio desiderio. Abbiamo già dato a chi si conveniva i debiti documenti. Solo vi ricorderemo due numeri della Gazzetta Piemontese, l'uno del 31 luglio, e l'altro del 6 di agosto 1856.
Nel primo si raccontava che il Consiglio comunale di Bologna avea discusso delle spese dell'occupazione militare austriaca, ed espresso apertamente un voto che, rimesse le cose nel suo staio normale, cessasse il più presto possibile.
Ciòprova, signori della medaglia, due cose contro di voi; l'una, che i Bolognesi possono pubblicamente chiedere qualche guarentigia di vivere civile, senza essere condannati agli arresti ed in danaro,giacché non sappiamo che il Consiglio comunale di Bologna sia stato in corpo, o tassato, od arrestato. L'altra, che non regna nello Stato Romano tutta quella tirannia che voi dite, ma che i Municipii possono anche a suo tempo fare un po' d'opposizione.
Voici venite contando, che gli Austriaci fanno inquisizioni ed arresti, e danno la tortura. Nessuno però del Municipio di Bologna, che per sentenza della Gazzetta Piemontese avea chiesto lo sfratto degli Austriaci, patì, che sappiam noi, o tortura, od arresto, od inquisizione.
L'altro articolo della Gazzetta Piemontese diceva: «Ci scrivono da Ravenna, in data del 2 corrente (agosto): il Consiglio Municipale di questa Città ha imitato l'esempio dato da quello di Bologna. Otto fra i più ragguardevoli componenti del Consiglio hanno presentato una memoria ragionata, nella quale si domandano Consigli municipali elettivi, perché i veri bisogni ed i giusti desiderii delle popolazioni vengano conosciuti».
Nessuno di questi fu, o tassato, o torturato, o arrestato. Dunque, signori della medaglia, è falso che il governo papalino condanni agli arresti ed in danaro chi osa pubblicamente chiedere qualche guarentigia di vivere civile.
Di qui non si sfugge: o non sono vere le notizie che i vostri scrissero sulla Gazzetta Piemontese di cinque mesi fa, o non reggono le accuse che fate stampare presentemente nell'Armonia. In certi casi, signori della medaglia, è indispensabile una buona memoria.
Voidate la taccia d'imprudenza al nostro corrispondente, perché v'ottenne la facoltà di far giungere questa vostra risposta negli Stati Pontificii. Ma se le cose che dite sono vere, non vi giungerà nulla di nuovo! Come dunque ve ne rallegrate?
Sapete che cosa si dirà negli Stati Pontificii ed in Piemonte dalle oneste e discrete persone, che leggeranno queste linee? Si dirà che quando vi torna a conto, voi Tate parlare e protestare i sudditi Pontificii, e quando questo non vi riesce, ve ne uscite pel rotto della maglia, dicendo che tacciono perché non possono parlare! Di questa guisa avete sempre ragione.
Signori della medaglia, quando i sudditi del Papa seppero (che voi avevate fatto coniare nella zecca di Torino una medaglia al conte di Cavour e offertagliela coll'indirizzo in loro nome, sapete ohe cosa dissero? Esclamarono ridendo: Dove eravamo noi quando queste cose pensavamo e scrivevamo?
E poiché avranno letto questa vostra risposta, sapete che cosa diranno? Diranno: Dove eravamo noi quando ci tassavano, ci arrestavano ci torturavano
L'Armonia però stima conveniente di rendere avvertiti i sudditi Pontificii d'una cosa che forse ignoreranno, ed è ohe se un municipio in Piemonte, sotto il governo del conte di Cavour, avesse fatto quello, che a detta della Gazzetta Piemontese fecero i municipii di Bologna e di Ravenna, a quest'ora sarebbe stato sciolto. Invece que due municipii continuano a governare a loro bell'agio.
Questo basti per ora. Quanto alle circolari riservate non sappiamo che il governo pontificio n'abbia mai scritto di quelle per raccomandare il noto rimedio economico. In fatto di circolari i ministri di Roma avrebbero molto da imparare dai ministri di Torino, e non impareranno mai più.
Signori della medaglia, accettate i complimenti ed i ringraziamenti
Della vostra serva
L'Armonia.
(Dall'Armonia, n. 14, 18 gennaio 1867)
Le interpellanze avvenute nella Camera de deputati il 15 di gennaio versarono principalmente su questo argomento, che gl'interpellanti A Brofferio e Giorgio Pallavicini pretendevano dal ministero che si facesse il campione della rivoluzione; ed il ministero, per mezzo del conte di Cavour, dichiararsi antirivoluzionario. Intorno alta qual cosa sono da esaminarsi i seguenti due punti: 4 II ministero avea dato sufficienti speranze a Brofferio ed a Pallavicini perché potessero pretendere da lui un abbraccio cordiale alla rivoluzione? 2 Non volendo i ministri dichiararsi rivoluzionari, furono conseguenti ai loro principii ed ai loro fatti, o non piuttosto s'inchinarono docilmente alla mutata condizione de' tempi? Veggiamo questi due punti.
Il deputato Brofferio incominciò le sue interpellanze col ricordare le parole dette dal conte di Cavour dopo il suo ritorno dal congresso di Parigi. In quel tempo il Presidente del Consiglio dei ministri credeva d'aver l'Italia in tasca. Lord Clarendon e lord Palmerston gli avevano promesso Roma e toma, e gli pareva d'esser a cavallo. Epperò, senza tanti complimenti aperte l'animo suo non tanto moderato come nel 1857. Ecco su questo proposito come parlò il deputato Brofferio:
«Il signor Cavour, interpellato dal signor Buffa a dichiarare quali fossero le intenzioni degli alleati a favor nostro, rispondeva con queste precise parole che bo letteralmente trascritte:
«Il plenipotenziario della Gran Bretagna, disse egli, mostrò tanta simpatia per la causa d'Italia, un cosi vivo desiderio di sollevarla dai mali ohe l'affliggono, da meritare la riconoscenza non solo dei Piemontesi, ma di tutti gli Italiani.
«Il plenipotenziario della Francia, soggiunse il signor ministro, tenne un identico linguaggio, e dimostrò eguale simpatia per la sorte dei nostri concittadini; e le sue parole furono tali da meritare il plauso di tutti gli Italiani».
«Poscia, assumendo più esplicito linguaggio, conchiuse:
«Sebbene il Congresso non sia arrivato ad un atto definitivo, è però lecito il credere che i consigli, di cui discorriamo, avvalorati come sono dall'autorità della Francia e dell'Inghilterra, sieno per riuscire talmente potenti ed efficaci da sortire quei risultati che da essi ci ripromettiamo».
«Né qui si conchiusero le parole del ministro; altre ne ascoltammo, e son queste:
«Le negoziazioni di Parigi non hanno migliorato le nostre relazioni con l'Austria»; e come se queste parole così gravi non dicessero abbastanza, soggiungeva: «essere la politica dei due paesi più lontana che mai dal mettersi d'accordo, essere inconciliabile la politica dell'uno e dell'altro paese»; e conchiudeva fra generali applausi, che da lotta potrebbe esser lunga, che molte potrebbero essere le peripezie; ma noi, esclamava egli con ardito accento, fi denti nella giustizia della nostra causa, aspettiamo con fiducia l'esito finale». E qui gli applausi e le acclamazioni diventarono più fragorose che mai.
«Commossi da queste parole alcuni oratori dalle più opposte parti della Camera, e fra essi i deputati Valerio e Revel, sorgevano dicendo, che coteste parole avrebbero avuto eco in Italia, la quale non sarebbe stata lungo tempo senza farsi sentire, e chiedevano dinanzi ad avvenimenti che credevano prossimi, che vedeano gravi per noi, e più gravi ancora per le altre parti d'Italia, quale sarebbe stato il contegno del Piemonte.
«Al che rispondeva fieramente il ministro: «La via che seguirà il governo, sarà sempre quella che più direttamente conduce al maggior bene dell'Italia».
A questo guerriero appello del ministro faceva eco tutto il Piemonte; in ogni parte si parlava di prossimi incontri e di guerre e di vittorie; la stampa imboccava la tromba, e suonava a riscossa; il popolo sottoscriveva con unanime slancio alla proposta dei cento cannoni di Alessandria, mollo bene complÉtata dall'altra proposta dei 10m. fucili di Genova; piovevano le manifestazioni a favor nostro da tutte le capitali dell'Europa; l'emigrazione si costituiva in comitati per essere pronta ad accorrere quando che fosse in compatta schiera verso il commosso suolo natta; e tanta era l'ansia del supremo momento, che le pili cospicue città dell'Italia affrettavano ad attestarla al signor Presidente del Consiglio con patriottiche felicitazioni e coll'invio di sculti marmi, di effigiati metalli. E chi lo chiamava Farinata, e chi Ferraccio e chi......... Cola di Rienzo (Ilarità generale). Ed intanto, che faceva il signor ministro?
I suoi compagni che facevano? Come si scioglieva questo strepito d'armi? All'italico entusiasmo come si corrispondeva? Come?».
Le parole dette dal Presidente del ministero nel maggio del 1856 erano pienamente rivoluzionarie, come sostiene il deputato Brofferio, e chiaramente apparisce. Il conte di Cavour pronunciandole sperava che Sicilia e Napoli, Roma e Toscana, sarebbero insorte come un sol uomo, e venute ad unirsi col Piemonte. Ma egli fé' i conti senza l'oste. Imperocché i Napoletani benedissero il loro Re, e lo benedicono ancora oggidì con continui indirizzi, che leggiamo nel Giornale ufficiale delle Due Sicilie; ed anzi, pensano di levargli un monumento. I Siciliani si tennero fortunatissimi d'essere uniti con Napoli, e di vivere sotto il governo del Borbone. I Romani si chiarirono contentissimi del Romano Pontefice, e pregarono Dominedio di liberarli dalle imposte, dalle vessazioni, dalle lotte innocenti del liberalissimo Piemonte, che contava perfino i regicidi tra i suoi legislatori. I Toscani restarono fedeli al Granduca; fedelissimi i Modenesi ed i cittadini del Lombardo-Veneto accolsero l'Imperatore d'Austria colla devozione di sudditi, e colla gioia e l'affetto di figli.
Tutti i mezzi adoperati dai nostri ministri e dai nostri ministeriali per levare l'Italia a tumulto non valsero. Il Barone Bentivegna, che viaggiava dalla Sicilia a Torino, e da Torino alla Sicilia, fé' fiasco. Il Piccolo Corriere Italiano, spedito clandestinamente in tutti gli Stati d'Italia, non riuscì a nulla. I discorsi detti nel Parlamento Subalpino da Cavour, da Marni ani, da Buffa, nel maggio del 1856, raccolti e sparsi per tutta la Penisola, furono un buco nell'acqua. Le sottoscrizioni pei cento cannoni d'Alessandria, si ridussero a somme di nessun conto. Le medaglie, i busti, gli indirizzi giungevano a Torino senza far gran viaggio, giacché da Torino partivano colle diverse date di Roma, Firenze, di Modena, di Corno, e di Milano, ecc.
Il ministero non tardò ad avvedersi, che il giuoco non gli riusciva; e fallitogli il compito del rivoluzionario, indossò la veste del moderato. Brofferio rimproverò i ministri, perché non s'erano serviti dell'insurrezione di Sicilia, né dell'attentato contro la vita del Re di Napoli. Ma perché questo rimprovero? — Perché i ministri col loro contegno, e principalmente il conte di Cavour colle sue parole, avevano lasciato sperare ai Brofferio e compagni, che di simili mezzi si sarebbero a suo tempo servili.
Il deputato Giorgio Pallavicini nella stessa tornata stimolava il ministero colle seguenti parole:
«Il Piemonte, Stato italiano, deve seguir costantemente le nobili e sante inspirazioni della politica italiana, la quale, fino al giorno del nostro riscatto, non può essere che rivoluzionaria, prudentemente sì, ma sinceramente rivoluzionaria. Non si cancellano i fatti compiuti, e noi dobbiamo accettarne le conseguenze. È scritto lassi) che l'Inghilterra colorisca il disegno provvidenziale nelle Indie, la Francia in Africa, la Prussia in Germania ed il Piemonte
«........................ Nel bel Paese
«Che Apennin parte e il mar circonda e l'Alpe».
Volerei opporre al natural andamento delle cose egli è un cozzare nel decreto di Dio, e non si cozza impunemente ne decreti di Dio!
«Se il governo subalpino (lasciò scritto quell'altissimo ingegno di Vincenzo Gioberti), se il governo subalpino dismette il pensiero d'Italia, se si ferma nella via degli avanzamenti, se tituba, trepida» s'inginocchia... entrerà in disaccordo coi tempi, che traggono irrevocabilmente al trionfo delle nazioni: avvilirà la Gasa Sarda: «screditerà il principato, e lo perderà, se mai accada che sia messa sul tavoliere la posta fatale e attrattiva della Repubblica».
«E soggiungea: «Le vie di mezzo nei tempi forti rovinano gli Stati».
«Ma che dovrà fare il governo piemontese nelle presenti congiunture? Apparecchiarsi, ma seriamente, alla lotta suprema con quel governo, nostro vicino, i cui principii, disse il signor Presidente del Consiglio, sono inconciliabili coi nostri.
«Ma con quali forze lotteremo noi coll'esercito austriaco? Con quelle che l'Austria e gli aderenti suoi ci vengono preparando per sommo beneficio della Previdenza, colla rivoluzione.
«De tels moyens de gouvernement (dicevano i nostri oratori al Congresso di Parigi), de tels moyens de gouvernement (rapine, carceri, patiboli!) doivent nécessairement maintenir les populations italiennes dans un état d’irritation constante et de fermentation révolutionnaire».
«La rivoluzione! Ecco l'alleato ed il solo alleato sul quale possa far disegno, ragionevolmente, il Piemonte italiano. Implorare il patrocinio de potentati forestieri sarebbe una villa; sperare in quello, demenza.
«Le grandi soluzioni, o signori, non si operano colla penna. La diplomazia è impotente a cambiare le condizioni dei popoli; essa non può, al più, che sancire i fatti compiuti e dare ad essi forma legale».
«Così diceva, non è molto, l'uomo illustre che presiede ai Consigli di Vittorio Emanuele. Ma se le grandi soluzioni non si operano colla penna, se la diplomazia è impotente a cambiare le condizioni dei popoli... perché il ministero sardo s'appoggia sulla diplomazia ed avversa la rivoluzione?».
Il conte di Cavour, rispondendo ai deputati Brofferio e Pallavicini, dichiarò francamente che egli ed i suoi colleghi volevano cessare dall'essere rivoluzionarii; che mai più non si sarebbero appigliati a questo genere di politica.
«L'onorevole deputato Brofferio ci ha fatto rimprovero di non aver mandato un naviglio in Sicilia, ma i motivi appunto che egli ha addotto per provare che avevamo avuto torto in questa circostanza, ci avrebbero consigliato a non farlo quando fossimo stati in forse di spedire navi su quelle coste. Le nostre parole, la nostra politica non tendono ad eccitare od appoggiare in Italia moti incomposti, vani ed insensati tentativi rivoluzionarii.
«Noi intendiamo in altro modo la rigenerazione italiana, e ci asteniamo da tutto quello che può tendere ad eccitare simili rivolgimenti. Noi abbiamo sempre seguito una politica franca e leale, senza linguaggio doppio; e finché saremo in pace cogli altri potentati d'Italia, mai non impiegheremo mezzi rivoluzionarii, non mai cercheremo di eccitare tumulti o ribellioni. Se ci fossimo proposti lo scopo, cui accenna l'onorevole Brofferio, se avessimo voluto mandare un naviglio per suscitare indirettamente moti rivoluzionarii, prima di farlo avremmo rotto la guerra e dichiarato apertamente le nostro intenzioni. Quindi lo dichiaro altamente, io mi compiaccio del rimprovero che l'onorevole Brofferio mi ha rivolto.
«Rispetto h Napoli, egli è con dolore che io rispondo all'onorevole Brofferio. Egli ha ricordato fatti dolorosissimi; scoppio di polveriere e di navi da guerra con perdita di molte vite, ed un attentato orrendo. Egli ba parlato ia modo da lasciar credere che quei fatti sieno opera del partito italiano: io lì ripudio, li ripudio altamente, e ciò nell'interesse stesso dell'Italia. (Vivi segni d'approvazione).
«No, o signori, questi non sono fatti ohe si possano apporre al partito nazionale italiano; sono fatti isolati di qualche disgraziato illuso, che può meritare pietà e compassione, ma ohe devono essere stimatizzati da tutti gli uomini savii, e massimamente da quanti hanno a onore l'onoro e l'interesse italiano. (Bravo! Benissimo).
È questa la favola della volpe, che lasciò stare l'uva, dicendola immatura, perché non poteva coglierla? Oppure noi possiamo davvero congratularci col conte di Cavour e coi suoi colleghi convertiti pienamente dalla inala via, per cui s'erano incamminati? Non sapremmo ben dire se le parole conservatoci del Presidente del ministero sieno figlio della disperazione o della conversione. Certo noi abbiamo onde goderne, e ne godiamo di cuore. Godiamo che il conte di Cavour non voglia rivolgimenti in Italia, e speriamo che quindi innanzi egli si asterrà da tutto ciò che possa provocarli. Speriamo che egli sia, a suo tempo, per infrenare la stampa, reprimerne la licenza, dar pace al Piemonte. Bravo, signor Conte, seguite questa via, e ci avrete de' vostri. Noi per lo innanzi vi giudicavamo rivoluzionario, perché tale vi dichiaravano i fatti e le parole. Ora protestate di non esserlo, e noi accettiamo le vostre proteste; le quali vogliamo credere, che saranno pia consentanee coi bui posteriori, che non furono conformi coi detti ooi fatti precedenti. Voi non siete rivoluzionario? Ebbene ricordatevi le parole del deputato Giorgio Pallavicini: «La diplomazia, che ha buona memoria, non ha dimenticato il quarantotto: essa diffida, e diffiderà sempre del Piemonte, fino a tanto che il Piemonte farà sventolare nelle sue città e nelle sue terre la bandiera tricolore. Questa bandiera, inalberata in Italia dalla RIVOLUZIONE, SIGNIFICA RIVOLUZIONE, né altro potrebbe significare: la diplomazia lo sa, che la diplomazia è trista, ma non è stolta».
(Dall'Armonia, n. 19, ti gennaio 1866)
Oggimai niuno più si deve maravigliare se i regicidi hanno gli oneri dell'apoteosi nel nostro sventurato paese. Il Municipio di Torino, in sul cadere dell'anno 1856, decretava che la Via d'Italia venisse chiamata Via di Milano. Immediatamente fu dato l'ordine di eseguire il decreto. Ma quale fu Io stupore de' cittadini, i quali videro sulle nuove lastre di marmo bianco scritto non Via di Milano, ma Via Milano! Tutti domandarono se era Milano la città, o Milano il regicida? Oggi la Gazzetta del Popolo, N° 20, interprete e guida del Municipio, risponde col seguente epigramma:
Dunque la Via d'Italia (un sacrestano
Dicea) si chiamerà Via di Milano?
Ma di quale Milano, in cortesia,
Delle Calabrie o della Lombardia?...
Sì dell'uni che dell'altro,
Risposi al prete scaltro;
E il prete scaltro mi voltò il codino,
Cicandoe borbottando: È un libertino!
N. R.
Dunque la risposta è chiara alla domanda qual è il Milano inciso sulle nuove lastre? Non il Milano città, perché dovea dirsi Via di Milano, come decretò il Municipio. È dunque il Milanoregicida, come fece incidere il Municipio, appunto come diciamo Via Carlo Alberto, Via Socchi, via Lagrange.Perciò non ci meraviglie che domani si decreti e si scriva Via Gallenga in vece di Via Carlo Alberto) Via, Vergè invece di Via dell'Arcivescovato, Tanto più che corre voce per Torino che si aspettano le ossa di Agesilao Milano per innalzargli un monumento, non sappiamo in qual luogo, ma si dice che sarà sulla piazza reale. Già i nostri giornali ministeriali annunciarono che la fossa del Milano si è trovata vuota un bel mattino, ed il cadavere rubato da non si sa chi. Non ci stupiremo se domani i giornali annunceranno che le ceneri di quel generoso frementi nell'urna sepolcrale, giunsero felicemente a Genova per essere trasportate a Torino.
Intanto ecco ciò che scriveva l'Italia e Popolo de] 10 di gennaio, N° 10, a proposito delle interpellanze di A. Brofferio, e della risposta del conte di Cavour: «Una sola osservazione e una protesta. Il conte Cavour nella sua qualità di diplomatico, ha solennemente ripudiato per sé, e pel partito ch'egli rappresenta, ogni simpatia per quel fortissimo uomo, che si chiama Agesilao Milano. Sia pure; noi prendiamo atto di quella dichiarazione. Per parte nostra dichiariamo che desideriamo avere per figli e per amici uomini che gli somiglino. Quando l'Italia libera potrà esprimere la propria opinione, si vedrà a chi darà ragione, se a Cavour e ai signori dell'Opinione], o ad. Agesilao Milano. Curvatevi pure, o servi della diplomazia, fino a rinnegarci migliori figli d'Italia. Ilpaese vi giudicherà)
L'iscrizione per il nuovo monumento è semplice, ma sublime,
Ad Agesilao Milano
Il miglior
dei figli d'Italia
I... riconoscenti.
(Dall'Armonia, n. 23, 24, 25, del 29, 30, 31 gennaio 1857)
Spesse volte toccammo del carattere eterodosso ed empio della rivoluzione; ma oggidì è giunto il tempo di discorrerne di proposito. Nella nostra Camera dei deputati, lo sappiano i Piemontesi, sei sappia l'Italia, si gira un processo, non più all'Arcivescovo di Torino od al Clero di Aosta; ma alla medesima religione cattolica. Da due giorni si discute se il cattolicismo debba essere conservato, se possa stare colla libertà, ovvero se non sia meglio distruggerlo, e sulle rovine della croce piantare la bandiera tricolore. Ed il presidente della Camera dei deputati Carlo Cadorna dichiara che ognuno nella Camera può esprimere liberamente le proprie opinioni! (Atti uff.; N° 36, pag. 137). Raccontiamo la storia di questo assalto dei pigmei contro del cielo.
Il deputato Alessandro Borella il 26 gennaio 1857 ingaggiò la battaglia contro il cattolicismo. E il Borella era degno di capitanare l'impresa. Egli aveva già fatto nella Gazzetta del Popolo una supplica al Papa, affinché lo scomunicasse; uscito da una malattia poco pericolosa, avea dichiarato con empio cinismo che non s'era confessato, ed osò perfino chiamare l'Ostia santissima un gnocco volante. Nonostante venne eletto deputato al Parlamento, ed il collegio di Saluzzola è quello che fé' questa scelta preziosa. Elettori, gloriatevi pure del vostro buon criterio!
Discutevasi da qualche giorno la legge sul pubblico insegnamento, allora quando si venne a trattare del seguente articolo: La religione cattolica sarà il fondamento dell'istruzione e dell'educazione morale, che lo Stato farà dare nelle scuole degli istituti pubblici. Vi potea essere qualche difficoltà nell'accettare questo articolo? Lo Statuto dichiara che la religione cattolica è la sola religione dello Stato. Dunque lo Stato negli istituti pubblici dee insegnare la religione cattolica. Così l'aveva intesa perfino il ministro Lanza.
Imperocché nel primitivo progetto ministeriale sull'istruzione non parlavasi né punto né fiore d'insegnamento religioso. Ma a parve al Senato, disse il ministro Lanza, che la prima volta, in cui una legge sulla pubblica istruzione veniva discussa in pieno Parlamento, fosse necessario, od almeno conveniente, di sancire il principio dell'istruzione religiosa». E il ministro Lanza s'era arreso al voto de' Senatori, proponendo il suo progetto ai deputati in guisa che toccasse della religione cattolica come base dell'insegnamento. Ma la Giunta incaricata di esaminare il progetto eliminò tosto quell'articolo. Del che si dolse fortemente quel valentissimo oratore e fervente cattolico che è il deputato Tola, ed ottenne dal ministro Lanza che sostenesse: «Negli istituti e nelle scuole pubbliche la religione cattolica è fondamento dell'educazione morale o dell'istruzione religiosa».
Lorenzo Valerio, uno de' caldi patroni della Repubblica Romana, prese tosto a dire: «Mi pare, che l'emendamento proposto dal signor Ministro sia troppo grave, perché si possa votare così a prima giunta». Intendete, o Piemontesi, il latino?
É troppo grave dichiarare che noi siamo cattolici, che il Parlamento è cattolico, che lo Statuto piglia le mosse dalla religione cattolica, che i nostri figli saranno cattolicamente educati? È troppo grave? A noi pare che sia troppo graveil solo mettere in discussione quest'articolo, perché è mettere in dubbio i fondamenti medesimi della nostra libertà.
Il deputato G. B. Michelini, caldo democratico, andò più innanzi di Lorenzo Valerio, e disse ricisamente: «lo intendo oppormi all'articolo proposto dal signor Ministro, come a qualunque altro che avesse simile significazione». E subito dopo pigliando la parola il deputato Borella, sostenne una test, che in sostanza si può ridurre alla seguente: nelle nostre scuole non solo non si dee insegnare la religione cattolica, ma anzi combattere. Si avverta come si proceda a passo a passo in questa faccenda. Valerio dice: Andiamo adagio nello stabilire il cattolicismo come base dell'insegnamento. Michelini soggiunge:
Il rigetto questa base. Borella conchiude: Io voglio l'insegnamento anticattolico.
Ecco come esordiva il deputato Borella: «Signori, la quistione vi fu proposta in questi termini: che la religione cattolica, apostolica e romana debba essere il fondamento della morale delle nostre scuole ufficiali; ed io vengo a dirvi, e spero di provarvi, che lo Stato non deve mettersi nell'impegno d'insegnare la religione cattolica, apostolica e romana nelle sue scuole, a meno che si voglia deliberatamente e scientemente mettere in questo pericolo, o di dare un insegnamento religioso contrario allo Statuto, o di dispensare un'istruzione religiosa avversa al diritto canonico».
E poi entrava a provare, che il nostro Statuto era avverso al cattolicismo, e
Il cattolicismo al nostro Statuto. Se l'Armonia avesse emesso una proposizione simile, il fisco non avrebbe tardato un minuto solo a sequestrarla. Invece il presidente Cadorna, non solo non richiamò all'ordine il deputato Borella, ma rispose al deputato Tola: Ognuno nella Camera può. esprimere liberamente le proprie opinioni.
L'opinione adunque del deputato Borella è, che lo Statuto si opponga nel suo 1 articolo al cattolicismo, perché tollera i falsi culti, mentre la religione cattolica li proscrive, e Gregorio XVI riprovò le dottrine dell'Avenir intorno alla libertà dei culti; vi si opponga nell'articolo 24, che vuole tutti i regnicoli eguali in faccia alla legge, mentre il cattolicismo dichiara che i laici non sono preti, né i preti laici; nell'articolo 25, che vuole tutti i cittadini obbligati di contribuire in proporzione dei loro averi ai carichi dello Stato, mentre il cattolicismo dichiara inviolabili i beni ecclesiastici; finalmente nell'articolo 28, che lascia libera la stampa, mentre Gregorio XVI ha esecrato la tristissima licenza dei torchi.
Per comprendere tutta l'empietà di questa pretesa dimostrazione conviene apprezzarne le conseguenze. Supponiamola conforme alla verità, che cosa ne deriva? Ne deriva che, essendo lo Statuto opposto diametralmente al cattolicismo, bisogna decidersi o per l'uno o per l'altro; professarsi o costituzionali, o cattolici. Ne deriva che la Camera, esistendo in forza dello Statuto, pena la vita, è obbligata a dichiararsi nemica mortale della S. Chiesa Cattolica. Ne deriva in ultimo, che, volendo i deputati nelle nostre scuole un insegnamento conforme alla Costituzione, debbono di necessità esigere un insegnamento avverso al cattolicismo, perché l'ima e l'altro non. possono conciliarsi.
Se noi fossimo avversi allo Statuto, come ci dipingono, presenteremmo le nostre congratulazioni al deputato Borella, dicendogli: vero, verissimo; lo Statuto e il cattolicismo non possono stare insieme; la croce e la bandiera tricolore si escludono a vicenda; o una cosa, o l'altra: o costituzionali, o cattolici. Piemontesi, eleggete. E noi saremmo certi della scelta. Ma non essendo noi liberticidi, proveremo invece contro il deputato Borella, che la libertà e la religione cattolica non sono dichiarate nemiche.
E dapprima il signor Borella non credeva la libertà in opposizione col cattolicismo quando nel 1848 chiamava Pio IX un angelo e il primo redentore «l'Italia (Gazzetta del Popolo, N° 16, 4 luglio), e scatenavasi contro quella genìa che tenne in non cale l'autorità del Pontefice, l'autorità di Pio IX (t'6. ) e dichiarava ohe lo spirito del Pontefice avea formato l'Europa novella (N° 26, 13 luglio), e volea aggiungere al grido di viva Carlo Alberto, quello di viva Pio IX, cioè alla forza che vince, la santità che consacra (N° 33, 24 luglio).
Nel 1848, signor Borella, il cattolicismo, ben lungi dall'essere opposto alla libertà, le recava vantaggio; ed ora invece a vostro avviso è la sua rovina. Voi siete adunque in perfetta contraddizione con voi medesimo: o ipocrita allora, o imbecille oggidì, scegliete.
E i nostri lettori forse v'appiccheranno e l'uno e l'altro titolo. Imperocché ci vuole un'insipienza superlativa per rilevare un contrasto tra la dottrina cattolica e. la tolleranza stabilita dallo Statuto verso alcuni eretici. Lo Statuto w ciò non variò in nulla il Codice civile, e lasciò le cose nei termini medesimi in cui si ritrovavano prima del 1848. E pretendereste che il Codice civile fosse contrario al cattolicismo?
La tolleranza verso gli eretici non è la connivenza. Questa verrà sempre condannata dal cattolicismo, e non quella. Forse che il Papa non tollera gli ebrei negK Stati Pontificii? E voi stesso, signor Borella, non avete citato le parole dette dal Cardinale Pacca a Lamennais in nome di Gregorio XVI, che la prudenza esige in certe circostanze di tollerare certe dottrine come un male minore f Dunque la tolleranza prudente non è contraria al cattolicismo, e voi vi deste dell'Accetta sui piedi»
Contraria al cattolicismo è la libertà dei culti, perché trae con sé l'indifferenza in materia di religione. Ma questa è egualmente contraria al nostro Statuto; e voi avete parlato di Statuto e di cattolicismo senza conoscere né l'uno né l'altro.
Ci duole, signor Borella, di non essere stati deputati il 26 gennaio, perché avremmo voluto dirvi nella Camera due semplici parole. Ve le diremo in pubblico, e sarà ancor meglio. Voi osate fare il processo d'intolleranza al cattolicismo, voi? E non iscrivete forse la Gazzetta del Popolo? E qual è la vostra tolleranza in quel giornale? La tolleranza forse delle stangate e dei capestri?Non vi ricordate più come una volta abbiate desiderato d'essere dappresso al generale d'Avieraoz, che manifestava liberamente una sua opinione, per mettergli due dita alla gola, e piantargli un coltello nei cuore?
Voivolete che il cattolicismo faccia a pugni collo Statuto.
Ma il primo articolo di questo dichiara la religione cattolica sola religione dello Stato. Dunque se la vostra sentenza è vera, lo Statuto fa pugni collo Statuto. E voi avete giurato questo Statuto, il cui primo articolo cozza fra sé, ed inoltre cogli articoli 21, 25, 28? Qual è il vostro criterio? Perché osate giurare le contraddizioni? E qual peso hanno i vostri giuramenti?
Posto ohe gli articoli successivi si opponessero al primo, certo è che lo Statuto si dovrebbe coordinare colla sua base, che è il cattolicismo, e spiegare, in modo consentaneo. Ma nessuno pretenderà mai che la nostra Costituzione abbia violato la proprietà ecclesiastica, che anzi dichiara inviolabile; o preteso di dare al deputato Borella la patente di confessione a titolo d'eguaglianza; 0 permesso la bestemmia e l'eresia in nome della libertà.
L'onorevole deputato Revel diè il fatto suo al Borella. Egli lo avverti che la Camera non era la Gazzetta del Popolo, e si lagnò vivamente perché egli avesse osalo di gettare la derisione e lo sfregio su una religione, che lo Statuto dichiara essere la sola religione dello Stato, e ohe è quella dell'immensissima maggioratila della nazione.
In sul finire della tornata del 16 di gennaio il deputato Revel, rispondendo ad Alessandro Borella, osservava molto a proposito: «Domando io se, ove taluno da questo lato avesse parlato della religione protestante od ebraica nel modo con cui il preopinante ha discorso della religione cattolica, non sarebbero sorti dai banchi dove egli siede, molti mormorii contro quanto sene sarebbe detto?» (Atti Uffic. del Parlamento, N» 36, p 138).
Verissimo. Se un deputato cattolico avesse ricordato le crudeltà dei prole testanti, e riletto solo nella Camera ciò ohe ne dice il protestante Cobbet nelle sua lettere, noi vi accertiamo ohe il presidente Cadorna gli avrebbe dato sulla voce, avvertendolo ohe votanti rispettare tutto le religioni. Invece, poiché il deputato Borella assaliva, il cattolicismo, e gettava lo sfregio sulla disciplina cattolica, il presidente, a luogo di richiamarlo all'ordine, disse; «Ognuno nella Camera può esprimere liberamente le proprie opinioni. Ciò prova ohe i rivoluzionarii non odiano altra religione all'infuori del cattolicismo, e se non avessimo altri argomenti, questo solo proverebbe che la religione cattolica è ]a vera.
Continuiamo la storia degli assalti che patì nella Camera dei Deputati il 27 di gennaio. Il signor Chenal ci dichiarò perché non volessi ne' collegi l'istruzione religiosa: «La religion de Rome imposée dans les collège a pour conséquence de l’être à toute la société». (Atti Uffa, del Pari., N° 38, pag. 145). La piega che prende la pianta da polloncello, la mantiene poi fatta albero. Ciò capiscono i rivoluzionarii, e quindi con Rousseau vorrebbero per ora ohe alla gioventù non si parlasse di religione, salvo pili tardi a discorrergli lungamente d'empietà.
Il Piemonte è cattolico, diè il demagogo, perché ha imparato il cattolicismo nei collegi. Sopprimiamo adunque in questi l'insegnamento religioso, e sarà un buon ripiego per iscattolicinare il paese. Così sottosopra ragionò il signor Chenal. Il quale fra i molti errori disse una verità ai ministri ed è la seguente;
«Si le catholicisme doit être la religion de TÉtat, soavec vous mémes; adoptez la politique de Rome, celle de M. Solaro della Margherita, mille fois plus logique que la votre. (Ilarità). Jusque-là vos subtilités, votre éclectisme politico-reiigieux, votre doctrinarisme dogmatique ne satisferont ni le catholique romain, ni les homme» qui veulent que la religion soit indépendante de la politique, qui regardent la libertà de la conscience comme un droit sacre.
«Avec vos principes hvbrides, qui s’annihilent les uns les autres, la pensée est hésitante; elle ne sait oli se reposer; elle n'est ni catholique, ni philosophique; elle est sans force comme le doctrinarisme, dont elle est] l'expression; elle est impuissante à rien fonder. C'est une négation, si vous le préférez, un compromis des plus compromettants. (Ilarità).Avec elle l'on n'arrive qu'à un pastiche sabaudo-catholique (ilarità),qu'à une monstruosità morale».
Il deputato Moia fu tra i libertini dei pili espliciti, dei pio franchi nel dimostrare la sua avversione al cattolicismo. Tra lui e il deputato Borella non sapremmo a chi dare la preferenza. Egli disse, che se il Piemonte è cattolico, ciò proveniva dacché la religione cattolica eragli stata imposta; e, forse alludendo a se stesso, dichiarò che non tutti i cattolicamente battezzati sono veramente cattolici. Ci permettano i nostri lettori di riferirne le parole, quali si leggono negli Atti Uffa, del Pari., N° 39, pag. 148:
«Dopo che, in segnilo agli avvenimenti del 1814, fu restaurato nel nostro paese tutto ciò che dell'antico reggi me si poteva ancora instaurare, la religione cattolica fu dalla legge, dal braccio secolare, dalla forza pubblica imposta a tutti coloro, i quali non erano nati in qualcuno dei culti tollerati. Lo stato civile essendo in mano dei preti, il padre era obbligato a presentare al battesimo i suoi figli. Nelle scuole l'insegnamento religioso essendo obbligatorio, non essendo nelle scuole ammesso nessuno che non sapesse il Credo ed il Pater noster, bisognava che i padri e le madri un po' colle dolci, un po' colla severità, con qualche ciambella (si ride), e con molte scoppole, insegnassero ai loro figli il Credo ed il Pater noster.
«Poi, se volevate presentarvi all'esame, ci voleva l'admittatur firmato dal direttore spirituale, il quale non ve lo firmava se non avevate seguiti assiduamente tutti gli esercizii religiosi, e non eravate muniti del biglietto mensile di confessione.
«Così la società, lo Stato, il governo, che al vostro nascere, e senza il vostro consenso, vi aveva imposto il Battesimo, v'imponeva la Cresima, la Penitenza e l'Eucaristia. Usciti dalle scuole, intrapresa una professione qualunque, se volevate condurre una sposa legittima, e dare uno stato legittimo ai vostri figli, la legge vi ordinava di andare in chiesa a far benedire il vostro connubio; e la legge v'imponeva un altro sacramento, il Matrimonio.
«Giunto al termine della sua mortale carriera, quando sembrerebbe che l'uomo dovesse riunire in sé tutte le forze dell'animo, e giacché non gli fu permesso di vivere a sua voglia, potesse almeno morire secondo le sue convinzioni, anche allora, il cimitero e le pompe funebri essendo nelle mani del clero, se voi volevate che la vostra spoglia riposasse in luogo che non potesse essere profanata, se voi volevate che le vostre ossa riposassero accanto a quelle dei padri vostri, era necessario di sottomettervi all'ultimo dei sacramenti, all'estrema Unzione, perché se il prete non veniva al vostro capezzale di morte, non potevate sperare gli onori della sepoltura.
«Dopo di questo venite a dirci che la maggioranza del paese è cattolica? Sicuramente; questa religione gliel'avete imposta, come può essere altrimenti?».
Queste parole sono importantissime. Tutti i nemici del cattolicismo partono dal principio, che la Religione si succhia ne' collegi, che il Piemonte è cattolico, perché tale lo creò l'insegnamento. In conseguenza, secolarizzato l'insegnamento, vogliono scompagnarlo da ogni principio di religione. Lo stesso ministro Lanza osservò, che gli oratori da noi citati aveano rivelato evidentemente il pernierò di non volere che vi sia istruzione religiosa negli istituti e nelle scuole pubbliche; e prese a con fa tare gli avversarii dal lato del tornaconto:
Vi domando, o signori, se credete possibile, che possano sussistere dei convitti pubblici, entro i quali gli alunni sieno intieramente affidati alle cure dej direttori dei convitti medesimi, senza che vi s'impartiscano principii di morate e di religione. Cornee possibile, che un padre di famigliasi risolva a collocare un suo figlio in uno stabilimento, in cui non s'insegni assolutamente alcuna religione? Ne verrebbe per conseguenza, che, contemporaneamente all'adozione di questa massima, di non insegnare nessuna religione negl'istituti de governo, si dovrebbero chiudere tutti i convitti pubblici, e di limitare l'insegnamento dello Stato unicamente alle scuole per gli allievi esterni».
Questa discussione ha sempre più. dimostrato la necessità, in cui trovasi il Piemonte di avere la libertà d'insegnamento. Concentrala l'amministrazione dell'istruzione pubblica nelle mani del ministro, quale guarentigia resta ancora ai padri di famiglia? Domani saranno ministri i Moia, i Chenal, i Borella, i Valerio, i Michelini, ed allora in nome della tolleranza staranno freschi i cattolici! Per esempio, oggidì che il ministro Lanza pare spedito dai medici, già si annunzia, che il deputato Buffa gli succederà nel ministero. Ora il Buffa è di coloro che vogliono eliminare dai collegi l'insegnamento religioso. Mettete nelle sue mani ogni potere sull'istruzione, e poi mandate, se vi basta l'animo, i vostri figli alle scuole pubbliche!
Se il cattolicismo venne così rabbiosamente assalito nella Camera dei Deputati, da eloquenti e coraggiosi oratori fu pure difeso. Noi. ne registreremo a lode i nomi, e taluna delle sentenze.
Il deputalo Tola. «Lo Stato non può, non debbe occuparsi delle verità religiose....! È ben vero. Né allo Stato, né a nessuno si aspetta, ma alla Chiesa, alla Chiesa sola, sedere donna e maestra delle verità religiose. Ma poiché lo Stato è l'espressione governativa della nazione, poiché lo Statuto proclama solennemente che la religione cattolica è la religione nazionale, lo Stato è costretto ad accettarla, ed a professarla e riconoscerla colle sue verità. Lo Stato, o signori, ente complessivo, rappresenta i cittadini, che hanno ciascuno individualmente anima e fede. Se dunque lo Stato proclama la religione e la fede dei cittadini, e ne professa eziandio il culto esteriore, non può non attuarla nel pubblico insegnamento senza tradire la nazione, e senza professare l'ipocrisia. E voi, dottrinati del silenzio legale in fatto di religione, non volete lo Stato né ipocrita, né traditore.
«Voi non volete la religione e fondamento dell'istruzione e della educazione nelle scuole pubbliche dello Stato. Ma non sapete voi, che nel pubblico insegnamento lo Stato è il mandatario della paternità e della famiglia? 0 volete forse far rivivere le teorie proclamate da Robespierre e da Danton nel Comitato di salute pubblica? le nefande teorie, che, strappando i figliuoli dal paterno tetto, li dicevano nati allo Stato, anzi che ai parenti, per coniarne l'anima cittadina? Teorie luttuose e bestiali, contro cui finalmente si sollevò la Francia insanguinata, e la voce libera e potente, non già del Clero, che gemeva e soffriva, ma dello stesso Condorcet, di Talleyrand, e di Chaptai? Non la volete questa religione per informare l'intelletto ed il cuore della giovane generazione che sorge, della vergine generazione che corre vogliosa a dissetarsi alle fonti del pubblico insegnamento. Ma questa fu già la dottrina insensata dello scetticismo, che sul finire del passato secolo s'incarnò nelle menti stravolte di uomini, che di uomini ebbero soltanto la figura e l'accento.
«E l'illustre TROPLONG ancora vivente, sublime intelletto, e di tutte umane leggi solenne duca e maestro, la fulminò dottamente ragionando, non sono molti anni, al cospetto dell'Accademia francese. lo voglio, egli dicea, io voglio la religione negli avamposti del pubblico insegnamento, per aprire lo spirito dei fanciulli e dei giovani, per impossessarsi del loro cuore, e per dirigere la loro ragione»».
SOLARO DELLA MARGARITA non tardò ad unirsi col deputato Tola per proto» stare contro la malaugurata opposizione che in un Parlamento cattolico vide sollevarsi con motto suo dolore contro un articolo che alta religione si riferisce.
Il deputato GASTINELLI, «Io non posso più assistere silenzioso al dibattimento della quistione, né mi è più libero il voto stesso. Perciocché, essendosi spinta la discussione sino ad insinuare che la religione cattolica sia ostile allo Statuto, lo Statuto ostile alla religione cattolica, io dichiaro ingenuamente che, ridotto a questo stremo, non mi è più lecito oltre discutere, ma io debbo solennemente votare per l'aggiunta del ministero; perciocché io debbo protestare in faccia agli elettori, io debbo protestare in faccia alla nazione, siccome protesto in faccia alla Camera, contro ogni ombra di dubbio che lo Statuto sia ostile alla religione cattolica, questa allo Statuto.
«Poiché di fatto, o signori, la maggioranza immensa della nazione è cattolica: dire alla maggioranza della nazione, o lasciar sospettare soltanto che la sua religione non possa conciliarsi collo Statuto, vede la Camera a quali conseguenze ne conduca. Per me non reputo certamente che sia questo né punto, né poco patrocinare le nostre libere istituzioni, qualora si tenti insinuare chele medesime sieno contrarie alla religione che la maggioranza del paese professa.
COSTA DELLA TORRE. Fondamento di pubblica, non meno che di privata morale, la Religione, o signori, non può, checché se ne dica, andar disgiunta dalle precipue cure di qualunque civile governo, che non voglia cadere in dissoluzione e rovina. Essa è d'interesse generale di ogni popolo congregato in civile società, non altrimenti che è d'interesse della società famigliare e dello stesso individuo.
Quindi fu sempre studio principale e fondamentale di tutti i legislatori di appoggiare le loro leggi alla Religione come maestra di morale, senza il cui sussidio riconobbero sempre vana od inefficace ogni legge a qualunque ordine di cose essa volga; e questa è una necessità posta dall'Antere stesso della natura nel mondo, perché l'uomo nel Creatore solo riconoscesse e venerasse il fonte, il distributore e il conservatore d'ogni bene, d'ogni meglio.
«Sia dunque lode e gratitudine al Re Carlo Alberto, che, largendo al suo popolo, una legge statutaria, perché si conservasse, progredisse e migliorasse, l'ha fondata sul principio religioso professato dalla grandissima maggioranza della nazione, senza neanche dimenticar quello che nelle minime sue parti si fonda su diverse credenze, condannando per tal modo implicitamente il rovinoso sistema, che la Religione debba essere relegata nel puro e semplice giudizio, nel piro e semplice interesse dell'individuo».
Il deputato POLTO. «il sentimento generale della nazione, il quale e quello che, non solo sospinge, ma forza anzi la legge a dare quei provvedimenti che gli sono più consenzienti, e che maggiormente lo appagano, niun dubbio è, o signori, che questo sentimento generale, se potesse matematicamente comprovarsi (ciò che non è, perché ciò che si sente non sempre si dimostra), l'insegnamento religioso non dovrebbe per certo mai andare disgiunto dall'insegnamento ufficiale, E per verità, quanti noi qui siamo padri di famiglia, ed io sono tra questi, la mano sul petto, desidereremmo noi che i nostri figliuoli acquistassero quelle cognizioni che sono utili bensì in ordine alle scienze, alle arti,, all'industria, ma non avessero poi quell'indirizzo interno morale e religioso, nel quale appunto si distingue il carattere del credente da quello del cittadino? lo francamente rispondo che nessuno di noi in sua coscienza rifiuterebbe l'insegnamento religioso, nissuno non lo vorrebbe».
Iddio detesta e casuga il male, ma lo permette perché rientra nell'ordine della sua Provvidenza, e ne sa trarre il bene. Pereto è necessario che gli scandali avvengano, che le eresie insorgano, giacché da queste derivano sempre tra grandi vantaggi, le verità si chiariscono, le finzioni cessano, ed i ciechi aprono gli occhi e veggono. Si è questa la ragione per cui noi, deplorando gli scandali e Iti bestemmie proferite nella nostra Camera dei Deputati il 26 ed il 27 di gennaio, vogliamo tuttavia farne il nostro pro, raccogliendole ed offrendole agli Italiani come saggio di quella rigenerazione, che i libertini preparano alla nostra patria.
Italiani, che non godete le beatitudini del Piemonte, leggete e meditate queste pagine, e vi sarà manifesto che cosa i Borella, i Mellana, i Moja, i Valerio, ecc., intendono sotto il nome di libertà. Essi vogliono spiantare dalle nostre contrade la fede cattolica. Sono divisi m tre drappelli, e tutti diretti contro il cattolicesimo. Il 1° drappello assale il dominio temporale del Papa ed il suo governo per togliere ti Capo della Chiesa quell'indipendenza che è tutta la sua vita. Il 2° drappello si fa patrocinatore delle dottrine protestanti, e vuole sostituire al principio d'autorità il fuoco fatuo del libero esame.
Il 3° drappello, pi franco e più impudente, assale di fronte al cattolicismo, e non vuole né fede, né legge: oggi nega il Papa, e domani rinnegherà Iddio.
Nel numero precedente abbiamo visto l'intolleranza dei libertini contro i cattolici, l'odio che essi nutrono contro l'insegnamento religioso, ed in questo vogliamo raccontare come accordino il loro favore agli empi, e sieno tutt’affatto verso gli eretici.
Il deputato Mellana il 27 di gennaio volea che si sancisse per legge che nelle pubbliche scuole non si darebbe l'istruzione cattolica ai figli contro la volontà dei parenti. Vi sono in Piemonte molti e molti padri, che senza far contro il governo costituzionale raffazzonato alla piemontese, pura noi possono amare. S'è mai pensato a stabilire per legge che non si parlerebbe di politica italianissima ai figli contro la volontà dei parenti? No, per certo. Anzi, i parenti furono sempre costretti a fare il sacrifizio delle loro opinioni politiche, ed a mandare i propri figli nelle Università e nei collegi a ricevere le lezioni del professore Melegari. Perché dunque tanta libertà vuolsi accordare in fallo di religione, e così poca in punto di politica?
Eppure, il ministro dell'istruzione pubblica si adagiò subito alla pretesa del deputato Mellana. «lo credo (così egli) che non si possa assolutamente contestare questa proposizione dell'onorevole deputato Mellana. Non ai può violentare la volontà dei padri di famiglia per dare a loro controgenio un'istruzione religiosa ai loro figli; ma in tal caso essi ne assumono la risponsabilità. Questo l'ho già detto più volte, ed è quello che si è d'altronde praticato dal 1848 in qua. Se poi si vuole che sia inserito nella legge, io non ci ho difficoltà, giacché credo che non si possa assolutamente fare in modo diverso». (Atti Uff. del Parlamento, N° 39, pag. 150).
Che tenerezza pei padri empi 1 Ma perché non si manifesta eguale tenerezza pei padri anticostituzionali e pei padri cattolici? Perché volete obbligare i padrifamiglia a mettere nelle mani dei loro figli le famose antologie, dove si parla sempre d'odio ai pretesi tiranni, e di pretesi risorgimenti d'Italia? Perché, e questo è molto più importante, perché non accordate piena ed intiera libertà d'insegnamento, affinché un padre possa affidare cui vuole il proprio figliuolo, senza neppur mandarlo all'Università, basta che in fin dei conti sia in grado di dar prova del suo sufficiente sapere?
La ragione della tolleranza su di un punto, e dell'intolleranza sull'altro è chiara. Si amano i padri empi, e si vogliono proteggere con legge; «detestano i padri religiosi, e si cerca di tiranneggiarli. Basta non essere cattolico per ottenere il patrocinio di certi deputati, per ottenere da loro perfino un articolo di legge l
L'onorevole deputato della Motta osservava egregiamente al ministro della pubblica istruzione:
«Se un genitore di testa strana, mettendo il suo figlio in un convitto, non vorrà che partecipi all'educazione ed alle pratiche religiose dello stabilimento, sarà autorizzato a pretenderlo. Dunque ne verrà per conseguenza, che nei convitti ci saranno dei giovani, che se così piace ai loro genitori, non avranno veruna sorta d'istruzione religiosa. Ora domando io, se questo possa sancirsi in verun modo, e se possa nemmeno comporsi colla disciplina e buon ordine dei convitti, rispetto anche agli esami e diverse altre conseguenze? Per le scuole questa libertà la capirei possibile, mai pei convitti...».
E il ministro Lanza diceva e disdiceva nel medesimo tempo. Conciossiaché, messo alle strette dalla giusta osservazione del conte Della Motta gli rispondeva così:
«Quanto ai convitti, è impossibile di ammettervi giovani che rimangano destituiti di qualsiasi istruzione religiosa. Per la disciplina stessa dei convitti questo sarebbe impossibile. Quando fra gli allievi di un convitto vi fossero degli alunni, i quali non attendessero a veruna pratica del culto, i quali non ricevessero alcun insegnamento religioso, i quali non soffrissero che si potesse loro dirigere una parola, che riflettesse un principio di religione, io domando, se sarebbe possibile, che questi alunni potessero convivere cogli altri. Non sarebbe questo uno scandalo per tutti gli altri allievi, e un fomite continuo d'indisciplina? Io consento ben di buongrado, che in quanto agli esterni i. padri di famiglia, tuttavolta che vogliano assumersi l'educazione e l'istruzione religiosa dei loro figliuoli, la possono assumere liberamente; questo è il modo di rispettare la libertà di coscienza. ma non potrò mai (ammettere, che ciò si faccia a riguardo degli alunni interni, dei convittori» ((Atti Uff. della Camera, N° 39, pag. 150).
A questa dichiarazione sorse il deputato Valerio, e parlò nei seguenti termini:
«L'onorevole deputato Mellana propone che sia tutelata la libertà dei padri di famiglia, che non vogliono che i loro figli sieno soggetti a quella istruzione religiosa che si vuoi rendere obbligatoria, non solamente nei presente, ma anche nell'avvenire, negli istituti del governo. Il sig. ministro accetta: il deputato Della Motta chiarisce quante contraddizioni tal cosa possa arrecare, ed il signor ministro viene a dire che i figli dei padri che non vorranno assoggettarsi all'insegnamento religioso ufficiale non saranno accettati. Bella libertà davvero che voi accordate ai padri di famiglia! Voi negate loro quella libertà che concedete agli ebrei ed ai protestanti. I protestanti e gli ebrei collocano i loro figli nei nostri convitti
Voci.No, no!
Berti.Sono ammessi alle scuole, non ai convitti,
Valerio.Come! non sono ammessi?
Lanza, ministro, Ma no, è vietato dalla legge.
«Valerio.Allora, Io dico altamente, bo vergogna per il mio paese che i protestanti e gli ebrei non sieno accolti nei convitti, che quei cittadini col loro danaro contribuiscono a mantenere, ed a cui han diritto di mandare i loro figli 1 Questo chiaro appalesa qual sia la libertà, l'eguaglianza civile che è nelle leggi vecchie, e che si vuole statuire in quelle che si preparano!
«lo affermo che cattolici, ebrei e protestanti hanno diritto di essere accettati nei collegi convitti, e di non venire assoggettati a quell'insegnamento religioso ufficiale, che volete rendere obbligatorio; perché accanto al collegio convitto sta la parrocchia, nel paese ove vi sono ebrei esiste la sinagoga, in quello ove vi sono famiglie protestanti v'è il loro tempio, e gli allievi possono quindi attingere l'educazione religiosa, come stimano i loro parenti, o nella parrocchia, o nel tempio protestante, o nella sinagoga». (Atti vffic. t loc. cit. )
Or bene, voi vedete, che zelo, che tenerezza, che calore pei padri empi, per' gli eterodossi e pei loro figli! I a nostra libertà è questa: permettere ai buoni di diventar tristi, ai tristi di rendersi peggiori, e impedire che i cattolici rimangano cattolici, e possano rassodarsi nella loro fede, e professare liberamente il proprio culto! Si fa in Piemonte quotidianamente violenza agli onesti padri di famiglia, che sostengono un qualche impiego, e si obbligano a cooperare a certi fatti dalla Santa Sede solennemente riprovati, e nessuno de' libertini dice una parola nella Camera, affinché sia lasciata a questi la liberti di coscienza. E invece si sposano così caldamente le parti dei padri, che vorrebbero uccidere i loro figli, ucciderli nell'anima, che è la più grande scelleratezza, che si possa commetterei
Questa discussione, a nostro avviso, fu un insulto ai padrifamiglia subalpini, perché suppose che tra loro bì potessero trovare persone così empie e scellerate; fu una contraddizione tra la politica e la teologia de' nostri libertini; fu una prova in favore della libertà d'insegnamento; fu un assalto indiretto contro la religione cattolica.
(Dell'Armonia, a. 25, del 31 gennaio 1851)
In Piemonte il conte di Cavour prima ci disse che le nostre finanze erano quasi ristorate. E quel quasi durò due anni. Poi aggiunse che le finanze erano ristorate, e pareggiate le entrate colle spese. Ma avvertì che intendeva parlare delle spese ed entrato ordinarie. Finalmente presentò il suo famoso bilancio pel 1868) e trovammo che in quel bilancio pareggiato v'ha ancora un deficit di tre milioni di franchi. In Toscana il Monitorepubblicò il bilancio pel 1857, che è molto più semplice!
La Gazzetta ufficiale di Milano nel suo N° 34 del 9 di febbraio 1857 pubblicava il seguente articolo ristampato dall'Armonia N° 34 dell'11 di febbraio dell'anno medesimo.
» Lo storico Botta descrive minutamente le pratiche mosse nel 1797 dal conte Balbo, ambasciatore a Parigi, e sostenute col molto danaro mandatogli doliti zecca o voltato a quella dita dai banchieri più ricchi di Torino, per entrare più facilmente di sotto al Direttorio di Francia, colla cui protezione e amicizia combattere l'Austria io Italia ed aggregare ai Piemonte la Lombardia. Queste piemontesi insinuazioni che tendevano (son parole del Botta), secondo il costume dei tempi, a spodestare altrui, erano attritissime. L'ambasciatore della Sardegna usava ogni opera a Parigi, e con ragioni forti e con mezzi più forti ancora delle ragioni, acciocché il trattato d'alleanza (conchiuso il dì 5 d'aprile dell'anno suddetto) si apprestasse per la ratificazione dal Direttorio ai Consigli, che finalmente lo autenticarono.
«A che crudeli espiazioni gli ambiziosi statisti d'allora serbassero i popoli di quella Corona, a quale catastrofe il Principe, l'atto di sua abdicazione 9 di dicembre 1798 sommariamente il dimostra. Piemontesi non sapeano più (afferma il Botta) né che cosa sperare, né che cosa temere, né che cosa desiderare, stanteché i cambiamenti di dominio non producevano un cambiamento di fortuna. Maledicevano il destino che gli aveva fatti piccoli fra due grandi.
«La politica di sentimento non involge che un termine dell'idea infinitamente complessa, la quale, abbracciando ogni forma di reggimento, si denomina Stato. I politici della realtà, in ogni parte da prendere, consultano l'esperienza, alle cui norme risolvono le deliberazioni del presente, misurano le probabilità del futuro.
«Gli uomini del potere in Piemonte, rinnovando le prove dei loro antenati, non che avventurare il paese agli stessi ludibrii della fortuna, hanno contro di sé il fondamento d'ogni riuscibile impresa politica, la consonanza col genio dei tempi.
«I Priocca ed i Balbo pescavano allora nel torbido. La Francia repubblicana avea scosso le basi dei troni d'Europa, e scatenato il turbine della rivoluzione a invanente le menti dei popoli. Le effimere nostre repubbliche sappiamo qual frutto ne raccogliessero. Il 18 di brumaire la fece finita coi saturnali dell'anarchia; il 18 di maggio inaugurò il primo Impero francese. Col 2 di dicembre, rivendicando il trionfo dell'ordine, Napoleone III instaurava esso Impero, e, conoscitore sperimentato dei tempi, lo intitolò dalla pace.
«Il 30 di marzo suggellava una guerra, combattuta dallo stesso Piemonte, per difendere il debole dai sorprusi del forte. La pace conchiusa colla partecipazione dei ministri sardi a Parigi, consacrando il principio della inviolabilità dei trattati, è una minaccia, logicamente implicita, del concerto europeo contro chi s'arrischiasse d'infrangerli.
«In tale assetto di tranquillo avvenire dei governi e dei popoli, i periodici interpreti della politica subalpina, e gli uomini del potere che, complici o conniventi, la inspirano, snaturando i fatti e calunniando la fede degli occidentali, cavillano pretesti per eludere la coscienza pubblica, e simulare l'Inghilterra e la Francia ausiliarie alle mire d'ingrandimento della Sardegna. Prestano all'Occidente la maschera della loro doppiezza, e disuguali al cimento coll’Austria, ma ostinati a sfidarla, coonestano l'insufficienza delle armi loro coll'appoggio illusorio delle anglo-francesi.
«Il 30 di marzo rassodava a Parigi l'equilibrio europeo. L'enfant gatédella pace di Utrecht e del Congresso di Vienna, dopo di aversi augurato colla guerra d'Oriente novelle ampliazioni, non sa rassegnarsi al disinganno delle Conferenze parigine. Jl contegno della sua stampa e de' suoi statisti è dì una temerità incomparabile negli annali della diplomazia e del giornalismo. Ogni longanimità ha il suo confine. Se le delusioni della politica sarda all'uscire dell'ultimo secolo, o le recenti, non bastano ad insegnarle moderazione in tempo ancor utile, gioverà ricordarle, pronostico d'un avvenire possibile, l'ammonizione, che il Guicciardini raccolse dal senno pratico dell'antica Venezia, e Nelle cose degli Stati è somma infamia quando l'imprudenza è accompagnata dal danno. La penitenza di chi ti ha offeso sia tale esempio agli altri che non ardiscano provocarti».
La Gazzetta Piemontese non lasciò senza risposta quest'articolo, e così scriveva nel suo N° 36 dell'11 di febbraio 1857, in capo al giornale, e con caratteri straordinarii (Arm. 12 febbraio 1857, N° 35).
«La Gazzetta di Milano in parecchi articoli, che portano evidente impronta, ufficiale, prende a combattere con insolita acrimonia il Piemonte e gli uomini di Stato, che vi reggono il potere. Mettendo in campo i dubbi servizi resi dall'Austria alla causa dell'Occidente, ostentando la pretesa riconquistata amicizia dell'Inghilterra, contro a cui si scatenava, non è guari, come a fomite della rivoluzione europea, valendosi di argomenti tratti dalla nostra storia per di mostrare i pericoli ed i danni, che derivar possono al Piemonte da una cieca fiducia nell'alleanza francese, il foglio ufficiale austriaco rivolge al governo sardo rimproveri, contumelie e minacele con forme non solite ad impiegarsi da chi è considerato qual organo ordinario di un regolare governo.
«Senza voler impegnare colla Gazzetta di Milano una polemica, che sarebbe in certo modo fare scendere la diplomazia nell'arena del giornalismo, crediamo dovere alle sue provocazioni una breve ed unica risposta.
«Poiché il foglio austriaco ci ha tratti sul terreno della storia, invitandoci ad attingere da essa utili insegnamenti, accettiamo l'invito, e ne' fatti passati cercheremo la luce per rischiarar le vie dell'avvenire. Nel ricordar la catastrofe del 1797, la Gazzetta di Milano v con maligna e perfida allusione, assomigliando l'attuale governo napoleonico al corrotto regime direttoriale, ci addita i risultati che sortirono gli sforzi del Priocca e del Balbo per istringere un'alleanza colla Francia a danno dell'Austria. Giacché ricorda quei tempi, noi noteremo che questi più d'ogni altra cosa dimostrano i frutti delle alleanze austriache. Congiunto nel 1790 coll’Austria, il Piemonte profuse sulle Alpi tesori e soldati a prò d'un alleato, che, senza aver serbato mai le fatte promesse e gli assunti impegni, lo abbandonò, al primo rovescio, a sicura rovina. Le guerre della rivoluzione francese hanno insegnato all'Europa, ed al Piemonte in ispecie, ciò che valga l'amicizia austriaca. Non ha d'uopo lo scrittore ufficiale di ricordarcelo. Gli scarsi aiuti datici nei primi anni, la precipitosa ritirata dopo le battaglie di Montenotte e di Dego, i patti di Campoformio, i tentativi per impedire il ritorno della Gasa di Savoia ne' suoi Stati quando vennero riconquistati coll'aiuto principale delle armi russe, sono fatti che gli statisti del Piemonte non dimenticheranno mai.
«Ma perché ricorrere agli avvenimenti del secolo scorso? Assai più efficaci tornano gl'insegnamenti ricavati dai fatti accaduti sotto gli occhi nostri.
«La distruzione della repubblica di Cracovia, l'occupazione della città di Ferrara, l'arbitraria misura dei sequestri c'insegnano qual sia il rispetto dell'Austria per i trattati, quale il suo interesse per la causa dei deboli minacciati dai forti.
«Gli eventi dell'ultima guerra ci somministrano materia a più serie considerazioni. Dalla condotta dell'Austria verso la Russia, a cui va debitrice della propria esistenza, ben si può argomentare come essa intenda la riconoscenza, e qual prò si ricavi dal renderle i più segnalati servizii.
«Il lungo suo esitare fra le parti contendenti, e la posizione militare da essa presa per potere a seconda degli eventi rivolgere le sue armi contro l'una parte o l'altra, mentre furono cagione che la lotta diventasse più lunga e più sanguinosa, posero anche in chiaro il suo vantato amore per la causa della giustizia.
«Quali risultati debbansi attendere i governi europei da una politica proclive a seguire i consigli del gabinetto di Vienna, ed a subirne l'azione, lo dimostrano le presenti condizioni di parecchi Stati d'Italia. L'Europa oramai edotta su questo argomento potrà giudicare, se male o bene abbia operato il Piemonte battendo una via affatto opposta a quella seguita dalle altre italiane provincie.
«Illuminati dalle lezioni della storia del passato e del presente secolo, dagli antichi e dai nuovi esempi, gli statisti, a cui la Gazzetta di Milano rivolge le amare sue parole, sono decisi a proseguire nella via intrapresa.
«Reggitori di uno Stato italiano, essi sanno che loro incombe il dovere, come spetta loro il diritto, di promuovere con ogni onesto mezzo il bene d'Italia. Da questo proponimento non li distoglieranno né le ingiurie, aè le minaccio che scagliano contro di essi i fogli ufficiali d'oltre Ticino. Fidenti non nella longanimità dell'Austria, ma nella lealtà delle loro intenzioni, e nella giustizia dei mezzi da essi impiegati; appoggiati all'amicizia dei loro alleati, alla simpatia dell'Europa intiera: essi non si lasceranno smuovere da comminati pericoli, che saprebbero, all'occorrenza, affrontare con animo risoluto, e convinti ohe oramai non dal solo numero dei soldati, o dall'estensione dei territorii, dipende l'esito delle lotte impegnate a nome dei grandi principii della civiltà e della giustizia».
(Dall'Armonia, n. 35 e 36, dell'11 e 12 febbraio 1857).
Quest'oggi le lodi di Ferdinando II l'intrepido (tale è il nome che gli riserva la storia spassionata e veridica!) non le canteremo noi, ma le sentiremo cantare in Inghilterra, in Londra, nel Parlamento inglese dai membri della Camera dei Lordi e dei Comuni. Le canteranno il conte Derbv, lord John Russe!, sir Gladstone, il signor d'Israeli e Milner-Gibson. Ascoltiamoli, Lord Derbv parlò in questa sentenza alla Camera dei Lordi il 3 di febbraio: «Noi avevamo fatto al Piemonte promesse, che ci era impossibile di mantenere, e per uscire da questa difficoltà ci siamo imbarcati in una politica d'intervento, e sotto il pretesto di conservare la pace dell'Europa, noi abbiamo elevato la pretesa d'immischiarci nel governo interno del regno delle Due Sicilie». Sostiamo un momento.
Secondo queste parole di lord Derbv, l'Inghilterra ha mostrato la luna nel pozzo al semplicissimo Piemonte, e dopo d'essersi preso giuoco del fatto suo, voleva giuocare il Re di Napoli. Ma Ferdinando II sto bene in sugli avvisi, e non si lasciò corbellare. Ed ecco qui la prima lode che gli tocca; di non essersi cioè fidato di lord Palmerston, né lasciato gabbare dalla politica inglese.
«Voi dite, soggiungeva lord Derby, che la condizione del regno delle Due Sicilie era un pericolo, ima minaccia per la tranquillità generale novellamente stabilita. Ma io sarei curioso di vedere il nobile lord, che rappresenta qui il governo di Sua Maestà, sorgere e dire seriamente a quest'assemblea, che i suoi colleghi e lui hanno paventato per un momento solo, che la condotta seguita dal Re di Napoli riguardo ai suoi sudditi potesse arrecare il benché menomo disturbo alla pace d'Europa... Non era questo che un pretesto, e un pretesto senza alcun fondamento».
Ed i gabbiani si lasciarono accalappiare e bevettero grosso, stimando proprio che i politici inglesi dicessero quello che sentivano. Ma il Re di Napoli si ricordò che la politica era l'arte di mentire il proprio pensiero per mezzo della parola, e sventò i pretesti e lo cabale altrui. Lode adunque a quel Re che dimostrò molta saviezza e perfetta conoscenza dei diplomatici e delle arti della diplomazia.
«Voi non siete intervenuti negli affari di Napoli, continuò lord Derbv, che per obbedire alla necessità di rimanere fedeli a certe dichiarazioni che avevate anteriormente fatte, e sospinti nel medesimo tempo da quella infelice mania d'intervento, da cui il nobile Visconte che sta alla testa del governo trovasi così potentemente posseduto».
E il re di Napoli fu uno dei pochi che coraggiosamente resistettero all'infelice mania di lord Palmerston, e mentre questi erasi messo in capo di voler ad ogni costo comandare nel regno delle Due Sicilie, quegli si ostinò a voler solo governare in casa propria. Avea ragione, e fé benissimo.
Avea ragione, e lo dimostrò lord Derby, dicendo ai ministri inglesi: «Se taluno dei sudditi della Regina avesse avuto a lagnarsi degli atti del governo di Napoli, o di qualche altro governo d'Italia, il vostro dovere era d'intervenire e di difenderlo. Ma, quanto a ciò che avviene tra un sovrano ed i suoi proprii sudditi, io dico, che secondo tutte le regole del diritto internazionale qualche rappresentanza è tutto ciò che possa essere permesso. E rompere ogni relazione amichevole con un sovrano per la sola ragione ch'egli rifiuta di accettare i vostri consigli relativi all'amministrazione del suo regno, è una condotta che non, può essere difesa da chiunque abbia la menoma conoscenza dei principii di diritto internazionale».
I ministri inglesi pretendevano di violare il codice delle nazioni, ed il Re di Napoli coraggiosamente si oppose a questa violazione. Egli resistà ai potenti, e con ciò non solo sostenne la causa sua, ma la causa di tutti i Principi italiani, la causa di tutti i deboli. Lode al Re di Napoli, a! difensore del diritto internazionale!
«Io penso, conchiuse lord Derby, che l'intervento dei ministri di S. M. a Napoli fu indegno della politica del nostro paese, ed io credo che questo affare, incominciato con un assalto ingiusto, si terminerà con una conclusione senza onore».
E viceversa possiamo dir noi, che la condotta del Re di Napoli fu degnissima d'un Principe italiano che vuole l'indipendenza propria, la dignità del proprio governo, l'autonomia del suo regno e la sua resistenza, incominciata tra l'universale ammirazione, si terminerà tra generali e vivissimi applausi.
Beniamino d'Israeli fé nella Camera dei Comuni eguali elogi al Re di Napoli lo stesso giorno del 3 di febbraio. Egli disse così: «Ila come possiamo noi spiegare la condotta del primo ministro quando domandava l'anno passato l'appoggio della parte liberale in ragione delle sue simpatie per l'Italia? Conseguenza della sua politica fu un aggravarsi di tutti i mali onde si lagnano gli Italiani. V'ebbero orribili assassina e tentativi d'insurrezione intanto che il Re di Napoli si rideva delle nostre minaccio».
Questo, ripetiamo, è un grande elogio a Ferdinando II. Imperocché se la politica di lord Palmerston riuscì infesta agli Italiani, per la ragione dei contrarii dovette tornar loro vantaggiosissima la politica del Re di Napoli diametralmente opposta alla prima. Laonde questi fu tanto benemerito della Penisola, quanto quegli se le dimostrò nemico.
«Il ministero, proseguì d'Israeli, ha minacciato il Re di Napoli. E quale ne fu il resultato? Il Re di Napoli si rise delle nostre minaccie».
Se il Piemonte fosse una volta sola minacciato dall'Inghilterra, avrebbe il coraggio di resistere e riderle in faccia? Oh no per fermo, e ben lo vedemmo quando ci venne imposto di prendere parte alla guerra d'Oriente. Allora chinammo il capo e cedemmo. Noi liberi, siamo legati agli Inglesi, e il Re di Napoli non si volle lasciar legare per verun conto. Lode al Re di Napoli!
Conoscete, o lettori, sir Gladstone? E chi noi conosce? E' egli colui che gettò la prima pietra contro il Re di Napoli nelle sue lettere a lord Aberdeen. Ebbene sir Gladstone ha dovuto ammirare la fermezza di Ferdinando II, e riconoscere che l'Inghilterra era dalla parte del torto.
Nella tornata della Camera dei Comuni del 3 di febbraio sir Gladstone si espresse cosi: «Durante gli ultimi sei mesi, noi siamo stati continuamente in lite. È strano, che, quando lord Palmerston trovasi alla testa degli affari, noi abbiamo dieci volte più di liti che negli altri tempi. Incominciamo sempre dal menare molto scalpore, e dal mettere innanzi grandissime pretese, e terminiamo in ultimo col cadere sottosopra d'accordo colle pretese dei nostri avversarii».
Questo bel frutto, che raccoglie l'Inghilterra della politica di lord Palmerston, era già stato indicato fin dal 1861 dal Time$ il quale dicea: «La sua politica ha lasciato l'Inghilterra senza pure un alleato, e forte sena un solo amico in Europa». Il 3 di febbraio del 1857 ripetà la sentenza, oltre tir Gladstone, anche lord Derbv nell'Alta Camera, dicendo: «lo credo sinceramente, e me ne duole, che la politica seguita in questi ultimi tempi abbia tolto al nostro paese ogni amicizia, meno quella della Francia». E mentre la condotta di lord Palmerston indispettiva contro l'Inghilterra, quella del Re di Napoli acquistatagli sempre più un maggior numero di amici.
Sir Gladstone dichiarava: «lo non so comprendere con quale diritto i plenipotenziarii si sieno occupati nelle conferenze della condizione interna d'un paese che non vi era rappresentato». E con ciò dava ragione al Re di Napoli, che non volle piegare alle pretese straniere.
E per verità, notate quale enorme contraddizione! Si critica il governo napoletano pel modo che tiene nell'amministrazione della giustizia, e nel medesimo tempo si commette in suo danno un'ingiustizia infinitamente maggiore. Il Re di Napoli quando vuoi condannare taluno, lo chiama in giudizio, gli gira un processo, ne ascolta le difese. Invece nelle Conferenze di Parigi venne accusato e condannato il governo partenopeo senza citazione, senza processo, senza avvocato difensore! Che cosa si direbbe se un tale metodo fosse stato applicato ad un semplice individuo? E che cosa dovremo dire vedendolo applicato ad un governo, che merita maggiori riguardi dell'individuo?
Questo possiamo affermare francamente che i plenipotenziarii di Francia e d'Inghilterra commisero una flagrante ingiustizia, e che il Re di Napoli ha dato loro una buonissima lezione, ed ebbero la sorte de' pifferi della montagna, che andaron per suonare e furono suonati.
Ci resta ancora a parlare dei discorsi di lord Russali e di Milner-Gibeoo, e ne parleremo in un secondo articolo.
Sir J. Ramsden, facendo nella Camera dei Comuni il 3 di febbraio la mozione d'un indirizzo in risposta al discorso del Trono, disse: € Quanto alla Sicilia, da ciò che la Monarchia di Napoli sia debole, non ne segue che essa non presenti un'importante questione». Noi aggiungeremo che la questione napoletana è appunto importante per la debolezza del Monarca che sta da una parte, e la forza delle Potenze che gli mossero querela. La sua importanza è grandissima anche per noi, perché tardi o tosto potrebbe venire la nostra volta, e al Piemonte essere intimato di mutare registro. Basterebbe un cambiamento di Ministero in Inghilterra, e una politica più spiccata in Francia. E i ministeri e le politiche si variano a' nostri giorni cosi facilmente!
Laonde noi stimiamo di fare un'opera buona pigliando le difese del Re di Napoli, e celebrando un Principe che in tanta prostrazione d'animi e servilità di persone sa resistere e difendere il diritto. Ma i deputati d'Inghilterra ci furarono le mosse, ed essi prima di noi recitarono il panegirico di re Ferdinando; così che non ci resta altro da fare, che raccogliere le loro sentenze con qualche parola di commento a suo luogo. E questo abbiamo già fatto nel numero precedente, e ci accingiamo oggidì a compir l'opera, senza curarci delle strìdule cicale.
Il sig. Milner Gibson trovò che l'Inghilterra non avea indirizzato al Re di Napoli quelle rimostranze che era in diritto di porgergli, «e che la risposta fu quale il Re avea diritto di farla, la causa dell'umanità e della libertà, egli disse, sarebbe meglio servita astenendosi completamente dallo spedire richiami simili a quelli che vennero presentati».
Dunque noi abbiamo dal canto del Re di Napoli un sovrano che si prevale di un suo diritto, che rispetta l'Inghilterra, e pretende a ragione di essere rispettato, che non s'intromette nel regno della Gran Bretagna, e non vuole che gli Inglesi s'intromettano nel regno delle Due Sicilie. Viceversa abbiamo il ministero britannico che col nome della libertà e dell'umanità in bocca offende l'umanità e la libertà. Così almeno la pensa Milner-Gibson.
Il quale accennando a' suoi prosieguo: «Noi non interveniamo che per tradire, noi non facciamo promesse che per mancare alla nostra parola». Gravissima sentenza non già scritta su di un giornale, ma pronunziata in un Parlamento! Ora il Re di Napoli potea egli permettere ne' suoi Stati l'intervento di coloro che non intervengono se non per tradirei Non fé' bene, egregiamente a respingerlo con tutte le sue forze? Non rese un segnalato servizio al suo Stato?
Oh si, ripiglia lord John Russell: «Il Re di Napoli ha creduto che fra due pericoli la migliore risoluzione fosse quella di rigettare le fattegli proposte, ed io debbo soggiungere che molte persone, le quali non avevano avuto considerazione per re Ferdinando, lo stimarono dappoi per la fermezza da lui dimostrata in simili circostanze».
La Gazzetta Piemontese che ha riferito un brano del discorso di lord John Russell, si guardò ben bene dal ridire ai Piemontesi queste parole, come anche le precedenti dove il lord inglese dichiara, che se Francia ed Inghilterra non avessero voluto fare un solennissimo fiasco, avrebbero dovuto andar d'accordo col l'Austria.
Lord John Russell tributò elogi all'animo conciliatore del Re di Napoli, e sostenne che se fé due grandi Potenze avessero preso altra via e dato consigli veramente amichevoli, il Re avrebbe immediatamente acconsentito perché il suo onore era salvo. Invece col metodo che tennero, col mezzo termine che adottarono, lasciarono al Re ogni possibilità di rifiuto, e per soprappiù gli offerirono il destro di farne un argomento di onore e di orgoglio.
Ognun vede da sé quanta lode si racchiuda in queste parole. Se noi le sommeremo con quelle dette da Milner-Gibeon, da sir Gladstone, da lord Darby, e dal sig. d'Israeli, ne avremo il più stupendo panegirico che possa intessersi ad un sovrano. Ne avremo che il Re di Napoli non è cocciuto nelle sue idee, né festereccio, ma solo zelante del proprio onore e della propria indipendenza; ch'egli, perfetto conoscitore degli uomini e delle cose, non si lasciò accalappiare da futili pretesti’; che guardò in faccia i proprii nemici, e li umiliò col suo coraggio; che sorse difensore del diritto nazionale, mentre si cercava di stracciarne il codice; che fu benemerito del suo popolo, opponendosi all'intervento di coloro che intervengono per tradire.
Simili confessioni dovrebbero produrre due effetti; primo mortificare un po' gli Italianissimi, e mandarli ad imparare l'indipendenza, l'onoratezza, l'amor patrio, il sentimento italiano dal Re di Napoli; dipoi indurre l'Inghilterra «mettere le pive in sacco, a lasciar da parte l'Italia, e pensare a se stessa.
L'Inghilterra ha da pensare al proprio popolo che muore di fame, ed alle sue imposte che scorticano i contribuenti. Frotte di operai (150 mila!) traversano di questi giorni le vie di Londra gridando: All out of work; tutti senza lavoro. I Napoletani saranno, se volete, senza libertà, ma hanno pane; mentre il popolo inglese non ha pane, e senza pane la libertà è una ciancia.
(Dall'Armonia, n. 49,18 febbraio 1857)
La Camera dei Deputati, nella tornata del 25 di febbraio, trattò dei tre punti apposti per titolo ai presente articolo. Dalla relazione ufficiale, N° 101, pagine 884, 385, rileviamo che in quella tornata il deputato Polto ci disse, che il ciarlatanismo in Torino si è fatto all'ordine del giorno; il deputato Revel ci raccontò come i ministri propongano i loro disegni di legge, come dovrebbero proporli; e il conte di Cavour c'intrattenne de' fatti suoi come giornalista, dichiarando come si regolerebbe qualora dal portafoglio. dovesse ritornare al giornale. Il lettore sarà curioso d'avere su questi tre temi qualche citazione, e noi ci affrettiamo a. compiacerlo. E incominciamo dai ciarlatani.
I preti trovano nella nostra Camera pochissimi amici; ma i farmacisti ne rinvennero in buon numero. E non ce ne duole; anzi ci piace, che la causa della giustizia sia caldamente sostenuta; giacché questa è la medesima, qualunque sia la classe dei cittadini che protegge. Tra i difensori dei farmacisti fuvvi il deputato Polto, il quale, rispondendo a chi avea toccato dei larghi guadagni degli speziali, entrò a parlare così:
«Del resto, quali possono essere poi questi tanti guadagni, che possono fare ancora i farmacisti in un paese, in una città come la nostra, dove il ciarlatanesimo si è fatto all'ordine del giorno? (Ilarità).Dove si vendono le pillole e le tavolette dai droghieri, dai confettieri e dai liquoristi? (Nuova ilarità). Dove mi tutti gli angoli della città si vedono e si espongono affissi per rimedi, specifici per tutti i mali? Ma come potete voi ancor credere che, a fronte di questa immensa e libera concorrenza, che si fa tuttogiorno sotto gli occhi del governo, possano ancora i farmacisti realizzare questi immensi beneficii?
«Dirò di più: il giornalismo stesso si presta, e persino la Gazzetta uffiziale, a far concorrenza agli speziali (nuove ma); e poiché l'onorevole signor presidente del Consiglio si ride di questo, io gli dirò che, anche il suo figlio primogenito, il Risorgimento, fin dalle prime sue comparse coadiuvava la concorrenza fatale. (Ilarità generale e applausi dalle tribune).
«Io sono dolente di dover accennare a tutte queste particolarità (in questo recioto le quali d'altronde mi piace che eccitino un po' d'ilarità; ma doveva accennarle appunto perché non bisognava che passassero inosservate le parole del presidente del Consiglio, il quale diceva l'altro giorno che i signori farina cisti facevano dei lauti guadagni, e che era giustizia che venissero tassati, lo allora ho pensato all'espressione del deputato Sineo, cioè che le parole che partono da quel banco non sono tutt'ero d'orpello; e queste osservazioni che ho fatto sono osservazioni di esperienza, di pratica e di buon senso, le quali Ilo creduto appunto dovere addurre in seguito al principio emesso dal presidente del Consiglio. nell'ultima tornata, e da cui io inaugurava il mio dire».
Noi non sapremmo quale ampiezza il deputato Folto abbia inteso di dare alla sua sentenza, che in Torino il ciarlatanismo si è fatto all'ordine del giorno! Supponendo ch'egli non abbia voluto uscire dalla cerchia della medicina, noteremo come la mortalità sia tra noi aumentata in proporzione della moltiplici là dei rimedi, delle pillole e delle tavolette! Il conte di Cavour rise dell'osservazione del deputato Pollo, ma forse non è tale da prendersi a gabbo. La povera gente viene tra noi squattrinata dai ciarlatani, tra' quali tengono il primo luogo i magnetizzatori, e converrebbe apporci un qualche rimedio.
Il nostro presidente del ministero che la seguente risposta al deputato Polto:.
«Poiché ho la parola, debbo rispondere alle allusioni ed alla interpellanza dell'onorevole deputato Pollo, alla quale avrei dovuto immediatamente replicare chiedendo la parola per un fatto personale. (Si ride).Egli mi ba fatto due gravi appunti: il primo, di avere esagerato i guadagni dei farmacisti; il secondo, di avere cooperato e di cooperare tuttora ad assottigliare loro questi profitti, tollerando che nei fogli pubblici vengano annunciate le vendite di rimedii, nella efficacia dei quali esso non ba maggior fede, che alcuni da' suoi colleghi avevano nei rimedii che vantava l'altro giorno l'onorevole suo collega il deputato Demaria. (Viva ilarità).
«Polto (interrompendo). Non ne ho fatto colpa a questo, perché farei colpa..... alla libertà della stampa; bisogna rettificare le espressioni.... io non mi sono... espresso in questo modo..... (Interruzioni).
«Presidente del Consiglio (ridendo). Ha detto che ha cooperato non solo come ministro, ma come giornalista
«Polto. Dissi che In concorrenza ai farmacisti era anche coadiuvata dai giornali, e che fra questi ci era l'antico Risorgimento.
«Presidente del Consiglio. Ha invocato penino dinanzi a me l'ombra del l'antico Risorgimento. (Ilarità).
«lo ricordo con soddisfazione e compiacenza i tempi nei quali dirigevo quel giornale; ho Incontrato allora molte risponsabilità, eforse, se io facessi il mio esame di coscienza come giornalista, dovrei riconoscere d'avere, come tutti i giornalisti, commesse delle imprudenze, e qualche volta, involontariamente, fors'anche delle ingiustizie; ma, a dir vero, pensando seriamente alle ricette (ilarità), pubblicate nella quarta pagina del Risorgimento,io non mi sento rimordere la coscienza né punto, né poco (nuova ilarità); e se mai il caso facesse che io ritornassi nelle file dei combattenti nella stampa periodica, dichiaro che avrei una grande tolleranza per gli annunzii d'ogni genere di rimedii e di ricette».
Il conte di Cavour vuoi dunque la libertà degli empiastri, la libertà dei ciarlatani, la libertà de!le ricette, tutte le libertà trovano difensori nei nostri ministri, e difensori tanto più caldi, quanto le libertà sono più balzane e pericolose. Sola a chierici è negata la libertà del pulpito, la libertà del confessionale, la libertà di dirigere il culto divino!
L'onorevole presidente del ministero, facendo il suo esame di coscienza come giornalista, ha riconosciuto d'avere commesso qualche imprudenza, forse tinche delle ingiustizie. In che cosa teme il conte di Cavour d'essere stato ingiusto quando scriveva il Risorgimento!Forse nel combattere il ministero di Novara? Nel dare addosso ai Boffa, ai Rattazzi, ai Cadorna, a cui presentemente stringe la roano?
Questi però sono pettegolezzi. Veniamo al punto maggiore l'importanza, che è il metodo tenuto dai ministri nel proporre i loro disegni di legge. Essi dicono ai deputati: votate, e non danno ai medesimi gli schiarimenti neoessarii per emettere un voto secondo coscienza. Si tratta presentemente di approvare una legge che riuscirà d'aggravio al governo, d'aggravio ai contribuenti, e si cammina al buio, e non si conoscono le conseguenze di quello che si discute. Sta per votarsi una legge, e gli uni dicono che importerà un peso di quattro milioni, e gli altri soggiungono che saranno invece sei milioni, ed i terzi ripigliano che saranno otto milioni, ed i quarti perfino aggiungono che si tratterà d'una spesa di dieci milioni. Nessuno ne sa il netto, mancano gli stati, mancano i documenti, e si discute da dieci giorni! Lo sconcio è gravissimo, e così lo rivelò il deputato Revel:
«Signori, in questa discussione che dura da tanti giorni, e che con qualche punto di ragione l'onorevole presidente del Consiglio ha accennato in una delle antecedenti tornate che dovesse essere spinta con maggior alacrità, noi, convien dirlo, camminiamo a tentoni.
«La legge ha due scopi: l'uno morale e, direi, politico, che è quello di dare la libertà all'esercizio di parecchie professioni che ora sono privilegiate; l'altro è economico sotto doppio aspetto, vale a dire della spesa che il governo incontra nel liquidare queste piazze, e del vantaggio che ritrarrà dal sottoporle al pagamento del diritto di patente.
«Quanto allo scopo morale politico, la è una questione di apprezzamento, sulla quale ognuno può farsi un criterio, e dire se convenga o no che l'esercizio di queste professioni sia o non libero: ma quanto alla quistione economica finanziaria, io non veggo che noi abbiamo mezzi sufficienti per potercene fare un'idea.
«Io ho però inteso su questo punto taluni accennare che il risultato di quest'operazione sarà un peso al governo di quattro milioni, di sei, di otto, e vi è persino chi lo porta a dieci milioni: ma intanto sappiamo noi realmente qual gravame andiamo ad incontrare? No, certamente. E potevamo saperlo? Sì, signori, noi potevamo saperlo, se il ministro della giustizia, che ha iniziata questa proposta di legge, fosse andato un po' più d'accordo con quello delle finanze, che ne doveva subire le conseguenze.
«Io credo, o signori, che sarebbe stato agevolissimo il fare la Camera ed il paese capaci della portata economica di questa legge. Il governo conosce il numero dei professionisti, le cui piazze si tratta di liquidare; esso doveva unire al progetto di legge uno stato, in una colonna del quale si dicesse: vi sono tanti procuratori presso il tribunale A, tanti presso il tribunale B, e così di seguito pei liquidatori, pei farmacisti, pei venditori di robe vive, in sostanza per tutti i provvisti di piazze: in un'altra colonna doveva indicarci quale è il prèzzo che è stato originariamente pagato per ciascuna di queste piazze; e da quanto ci viene via via dicendo l'onorevole commissario regio, noi vediamo che questi documenti erano nelle mani del governo; in un'altra colonna doveva additare quale sarebbe stata la somma che, secondo la proposta ministeriale, si sarebbe conceduta a titolo di liquidazione a questi varii professionisti: in una quarta colonna esso doveva accennare quale è il prezzo corrente attualmente di queste piazze, prezzo che poteva desumere dagli ufficii d'insinuazione nella guisa stessa che ha desunto quello delle farmacie di Torino; finalmente avrebbe potuto ancora in una quinta colonna palesare i pesi che gravitano su queste piazze; ed in una sesta avrebbe dovuto indicare quale era il provento che egli si proponeva di ricavare dalla tassa patenti applicata a tutti questi professionisti.
«Così avremmo veduto qual carico dalla proposta del ministero veniva adsato alle finanze, e per conseguenza calcolare gli effetti degli aumenti e delle diminuzioni che la Camera portasse a quella proposta; avremmo veduto qual capitale rappresentasse la liquidazione di queste piazze, e confrontandolo colla rendita al cinque per cento che essa ci costava, avremmo potuto giudicare del benefizio che lo Stato sarà per ritrame. Allora la Camera avrebbe veramente saputo fin dove andare, dove arrestarsi; invece ora si discute più o meno sottilmente, si vaga sulla materia, ma in ultima analisi non sappiamo quale effetto pratico avrà questa legge».
Il conte di Cavour si lagna spesso della lunghezza della discussione, e teme che il paese ne patisca scandalo. Il paese, signor Presidente del ministero, si scandalizza, ed a ragione, che i progetti di legge sieno dati da preparare agli avvocati diciottenni, con una mesata di L. 250; il paese si scandalizza che i progetti di legge sieno presentati alla Camera senza gli opportuni schiarimenti; il paese si scandalizza che vogliano obbligarsi i deputati a giuocare a mosca cieca, e a decidere al buio dei milioni dei contribuenti; il paese si scandalizza che dopo dieci tornate spese dalla Camera intorno ad una legge, un deputato sia costretto ad alzarsi per insegnare ai ministri come si debbano proporre le leggi al Parlamento!
La mattina del 4° gennaio, alle ore 40, S. M. tiene solenne ricevimento dei Cavalieri dell'Ordine della SS. Annunziata, dei ministri secretarìi di Stato, e quindi delle deputazioni del Parlamento nazionale. Consiglio di Stato, Municipio di Torino e R. Università degli studi. — Alle ore 14 S. |M., accompagnata da S. A. R. il principe di Savoia Carignano si dirige alla R. Tribuna in S. Giovanni — Alle 3 e 3|4 pomeridiane giugno a Torino dalla Crimea il generale Alfonso La Marmora. Alcuni minuti prima i ministri del re, sir James Hudson, ministro di S. M. Britannica, e parecchi onorevoli senatori e deputati si recano alla stazione della via ferrata a ricevere il comandante in capo del nostro esercito in Oriente.
Il 7 gennaio. — II generale Alfonso La Marmora parte alla volta di Parigi per prender parte alle conferenze militari, e prende la via del Cenisio. — II 14 Nella chiesa di San Lorenzo si celebra l'anniversario della morte della compianta regina Maria Teresa, vedova di Carlo Alberto.
Il 19. — Una mesta cerimonia compiesi in San Lorenzo pell'anniversario della morte della regina Maria Adelaide. Il re Vittorio Emanuele ne ordina la celebrazione. Sulla noria del tempio leggisi: «Il Re Vittorio Emanuele II rinnova sacrifizii preghiere per la consorte impareggiabile, Maria Adelaide, che da dodici mesi ha deserto dei santi esempli dell'angelico Sorriso il suo trono e i suoi popoli».
Il 7 febbraio. — Giungono in Torino, provenienti da Parigi, S. E. Mehemed Djiamil-Bey ambasciatore della Sublime Porta presso S. M. il re di Sardegna, il generale Alfonso La Marmora, comandante in capo del corpo di spedizione in Crimea.
Il 9, — g, M. nomina suoi ministri plenipotenziarii alte conferente di Parigi il conte Camillo Benso di Cavour, presidente del Consiglio dei ministri, ed il marchese Salvatore Pes di Villamarina, suo inviato straordinario t ministro plenipotenziario presso S. M. l'imperatore dei Francesi.
Il 13. — Il conte Camillo Benso di Cavour, presidente del Consiglio del ministri, parte per Parigi.
Il 14. — S. A. R. la Duchessa di Genova fa celebrare, nella chiesa di S. Lorenzo, solenni esequie anniversarie, in commemorazione della morte del compianto marito il Duca di Genova. Sulla porta del tempio leggisi: «I funerali Mi primo memorabile anniversario, all'animo generosa del prode in battaglia, Ferdinando di Savoia, duca di Genova, reggitore di legione nella guerra dell'indipendenza italiana, capitano supremo delle artiglierie piemontesi. — Cittadini, la vedova sconsolata abbruna il tempio, e voi tornate a pregare la requie eterna».
Nello stesso giorno, in una delle sale dell'Albergo Trombetta, s da il banchetto che il Parlamento offre al generale Alfonso La Marmora. Il numero dei commensali è di circa centosessanta.
Il 16 marzo. — Il conte Cavour si reca alla Legazione di Francia affine di presentare, in nome di S. M. il Re e del suo Governo, vive congratulazioni all'inviato straordinario e ministro plenipotenziario signor duca di Grammont, per la nascita del Principe imperiale ereditario di Francia. Il 22. — Una meteora si mostra sul nostro orizzonte, seguendo la direzione da levante a ponente, scoppiando con un fragore simile al tuono, dopo di aver mandata una luce vivissima che illumina tutta quanta la città. — La sera medesima cadono nella provincia d'Urea alcuni bolidi, uno presso la città d'Ivrea che si getta sella Dora, un altro nelle vicinanze di Pont-St. -Martin, ed un terzo dal Biellese si scarica bui monti di Quassolo, dove sparisce. Il 4. — Per cura della Legazione imperiale di Francia è cantalo un solenne Te Deum nella chiesa della Madonna degli Angeli, in rendimento di grazie all'Altissimo per la nascita del Principe imperiate di Francia. Il 30. — Lo sparo dei cannoni da l'annuncio del trattato di pace, segnato a Parigi alle 2 14 pomeridiane.
Il 8 aprite. — Si celebra nella chiesa di San Giovanni la messa funebre la commemorazione dei morti sui campi di Novara nel marzo 1849. Si legge nella Gazzetta di Genova del 14 aprile: «La feste inaugurale per l'apertura della nuova Via ferrata che congiunge la nostra città con imo dei più industri comuni dell'occidentale riviera, seguiva ieri, secondo il riferito programma, e con un felicissimo risultato. Può dirsi veramente che una gran parte degli abitanti di Genova si trovò quasi per incanto trasferita sul ridente lido di Voltri, tanto era il numero degli accorsi a riempire la interminata fila dei vagoni preparati al tragitto». Il 24. — Giungono alla Spezia, provenienti dalla Crimea in ottimo stato di salute, e trasportati sui vapori inglesi Imperator e Colombia,il terzo reggimento provvisorio del Corpo di spedizione, composto dei battaglioni di guerra delle brigate Cuneo e Pinerolo oltre ad un battaglione di bersaglieri ed a due compagnie della brigata Piemonte. La truppa è comandata dal generale Cialdini. Il 29. — S. M. riceve in udienza privata il conte Camillo di Cavour, presidente del Consiglio dei ministri, reduce dalle conferenze di Parigi, ed il pegno della sua piena soddisfazione, si degna di decorarlo di propria mano del Collare dell'Ordine supremo dell'Annunziata.
Il 3 maggio. — Oltre i due cannoni che il Governo inglese donava all'annata sarda, un altro tratto di cortesia volle usarle cedendo le batterie inglesi, che gli artiglieri sardi avevano adoperato nella giornata della Ornala. L'8. — Il conte di Stackelberg, generai maggiore al seguito di M. l'Imperatore di tutte Russie, incaricato dalla M. S. di una missione speciale presso di S. M. il Ha nostro augusto Sovrano, giunge in Torino. L' — È celebrata la ferita dell'ottavo anniversario dello Statuto costituzionale. Il 12. — S. M. incarica il luogotenente generale cavaliere Dabormida, senatore del Regno e comandante del corpo reale d'Artiglieria, di portare all'Imperatore delle Russie la risposta alla lettera in cui lo stesso Imperatore partecipava la notizia della tua salita al trono.
Il 26. — Con l'ultimo convoglio della via ferrata di Genova giugne in Torino un battaglione dell'11° reggimento di fanteria reduce dalla Crimea. Il 28. — Gli ufficiali dell'11° reggimento danno nella sala dell'Albergo Trombetta un banchetto ai loro compagni reduci dalla Crimea.
Il 1° giugno. — Giugno in Torino S. E. il generale Alfonso La Marmora proveniente dalla Crimea.
Il 10. — Il Municipio di Novara offre un banchetto agli ufficiali del 17» reggimento di fanteria che hanno preso parte alla campagna di Crimea. La sala del banchetto è decorata di trofei, di bandiere nazionali e d'iscrizioni allusive alle gesta dei nostri soldati in Oriente. Una di queste iscrizioni dice: O guerrieri del Ponto— Vorranno conoscervi mill'altri fratelli — E si dorranno di essere nati altrove. Il 14. — Comitato centrale per un ricordo alle truppe in Crimea, nella sua radunanza del 28 aprile p. p., deliberò di offrire una spada di onore al Generale comandante in capo il corpo di spedizione. Questa spada è presentata a S. E. il generale La Marmora, che l'accoglie con riconoscenza. Il lavoro dell'elsa rappresenta il Piemonte con giovanile aspetto e con divisa guerriera. Il 14. — Il Re distribuisce le medaglie commemorative della guerra di Crimea e legge la seguente allocuzione: Uffiziali, sottuffiziali e soldati; è scorso appena un anno dacché io vi salutava dolente di non esservi compagno nella memorabile impresa. Or lieto vi riveggo, e vi dico: «avete ben meritato della patria. Voi rispondeste degnamente all'aspettazione e mia, alle speranze del Paese, alla fiducia de' nostri potenti Alleati, che oggi ve ne danno una solenne testimonianza. Fermi nelle calamità che affissero e una eletta parte di voi, impavidi nei cimenti della guerra, disciplinati sempre, voi cresceste di potenza e di fama questa forte e prediletta parte d'Italia. «Riprendo le Bandiere che vi consegnava, e che riportate vittoriose dall'Oriente. Le conserverò come ricordo delle vostre fatiche, e come un pegno e sicuro che, quando l'onore e gli interessi della Nazione m'imponessero di rendervele, esse sarebbero da voi sui campi di guerra dovunque, sempre, «ed in egual modo difese, e da nuove glorie illustrate».
Il 16. — Nella chiesa di Santa Teresa si celebrano le esequie di monsignor Roberti, uditore di Nunziatura, morto l'altrieri repentinamente. Alla religiosa e funebre cerimonia assistono 8. E il conte di Cavour, presidente del Consiglio dei ministri ed i componenti del Corpo diplomatico estero residente in Torino. Il 20. —11 cavaliere Pietro Paleocapa, senatore del Regno e ministro dei lavori pubblici, parte per Parigi ad oggetto di prender parte ai lavori della Commissione incaricata dell'esame delle questioni relative al progetto del taglio dell'Istmo di Suez. Il 25. — I giornali di Ciamberì recano la descrizione delle cordiali accoglienze e delle feste fatte in quella città l'altroierì al battaglione del 5 reggimento ed allo squadrone di Novara Cavalleggieri reduci dalla Crimea. — I giornali di Nizza narrano le feste fatte da quella popolazione ai battaglioni del 9 e del 10 di fanteria reduci dalla Crimea. Il 38. — Consiglio comunale di Torino ha deliberato di erogare la somma di L. 2,000 a sussidio dei Francesi danneggiati dalle recenti inondazioni.
Il 1 luglio. — Le LL. AA. RR. i Principi e le Principesse intraprendono un viaggio al Lago Maggiore. Il 16. — Giunge a Pietroburgo il generale conte Broglia, inviato straordinario e ministro plenipotenziario di S. M. il Re di Sardegna presso S. M. l'Imperatore delle Russie. La Gazette de Savoie del SS annunzia l'arrivo a Ciamberì del maresciallo Canrobert, e soggiunge: «Ieri l'altro la musica dei Cavalleggieri di Novara diede una serenata all'illustre vincitore d'Inkermann, il quale, dopo avere passali alcuni giorni a Aix, deve partire, da quanto si assicura, per Torino». Il 28. — Ricorrendo il settimo anniversario della morte di S. M. il re Carlo Alberto, è celebrata nella chiesa metropolitana solenne messa funebre.
Si legge nella Gazzetta Piemontese del 6 agosto 1856: «II progetto di nna sottoscrizione per. cento cannoni ad Alessandria, ha incontrato molto favore nel paese; le sottoscrizioni procedono con alacrità. Il paese coglie con premura le occasioni di testare la sua devozione a quei principii d'indipendenza e di dignità, dai quali s'informa la politica del governo del Re». L'11. — Nell'adunanza che ha luogo in Vogherà la Commissione Sardo-Parmense delibera che la congiunzione della ferrovia Sarda con quella Parmense avrà luogo in un punto di passaggio della Bardoneggia, riconosciuto il più conveniente ad ambedue gli Stati, e che il ponte sarà costrutto dalla Società della ferrovia da Alessandria a Stradella a spese comuni colla Società cui sarà concessa la ferrovia sullo Stato di Parma. Il 14. — II cavaliere Raffaele Renzi è nominato da S. M. a Commissario nei Principati Danubiani. Il 15. — In occasione della festa di S. M. l'Imperatore dei Francesi, S. E. il duca di Grammont da uno splendido banchetto.
Si legge nella Gazzetta Piemontese del 16 agosto: «Oggi ricorre un fausto anniversario: compie l'anno da quel giorno in cui sulle rive della Cernaia otto secoli di nobili tradizioni ebbero una nuova e solenne consacrazione, ed i nostri soldati, combattendo a fianco di eroici alleati e contro un valoroso nemico, abbellirono di nuovo lustro quel vessillo, dove l'antica e venerata croco di Savoia splende fra i colorì nazionali, e che non fu mai disertato né dal valore né dalla fede. Tutta Italia plaudisce con noi all'anniversario del glorioso e non più dimenticabile evento; e mentre invia cordiali augurii ai prodi superstiti, consacra un pensiero di rimembranza mesta ed affettuosa ai valorosi che andarono e non tornarono». 1148. — Buon numero di veterani degli. eserciti napoleonici, io questo giorno celebrano la ricorrenza del nome del loro capitano. Il 22. — I giornali di Savoia annunciano l'arrivo ad Aix-les-Bains di S. A. il principe Luciano Murai, senatore dell'impero Francese e del maresciallo Baraguav d'Hilliers. 1129. — S. M. riceve in udienza particolare il conte Ernesto di Stackelberg,che presenta le lettere che lo accreditano presso la M. S. in qualità d'inviato straordinario e ministro plenipotenziario di S. H. l'imperatore di tutte le Russie.
Il 7 settembre. — È inaugurata la linea di strada ferrata da Santhià a Biella. 1117. — S. M. riceve S. E. Mehemed Djiamil, ambasciatore di S. M. imperiale il Sultano, il quale ba l'onore di presentare al Re i magnifici regali mandatigli dall'augusto suo alleato. Questi regali consistono in due selle colle rispettive gualdrappe e finimenti ed in una sciabola. Le gualdrappe sono oltre ogni dire ricche e splendide: una di esse in drappo azzurro oscuro è coperta di argento, l'altra in drappo rosso è coperta d'oro e di brillanti a profusione. La sciabola è ammirabile per la squisitezza e per la finitezza del lavoro: la impugnatura ò. in oro e tutta tempestata di diamanti e di pietre preziose. Il 25. — Pranzo a Corte. S. M. ba alla sua destra l'ambasciatore di S. A. 1. il Sultano, ed alla sinistra il ministro inglese, decano del Corpo diplomatico.
Il 4 ottobre. — Giunge da Baveno la notizia della morte del cavaliere Giacinto Provana di Collegno, tenente generale e senatore del Regno, ivi succeduta (29 settembre) alle ore 5 pomeridiane. Il Lord John Russel giunge in Torino. Il 20. —È fatta l'apertura della via ferrata di Savoia. Il convoglio partito da Saint-Jean-dé-Maurienne alle ore 8 e 40 del mattino, giunge a Ciamberì alle ore 11 e 30 e ad Aix a mezzogiorno. li 21. — Giunge a Torino il conte di Minto, pari d'Inghilterra. Il 22. — Verso le 4 e 25 pomeridiane arriva felicemente in Arona S. M. l'Imperatrice madre di Russia co) suo seguito. S. M. I. «ricevuta allo sbarco con tutti gli onori dovuti all'eccelso suo grado da S. A. R. il Principe di Savoia Carignano e dalle Autorità divisionali e locali, ed è accompagnata all'albergo ove prende stanza. Il 23. — Alle ore 8 e 20 antimeridiane S. M. il Re si reca per convoglio speciale a Genova. S. M. I. con convoglio speciale muove alla volta di Genova accompagnata dalla prefata S. A. R. 11. 24. — S. M. il Re dopo aver passato la rivista delle truppe, si porta a visitare i nuovi quartieri della città. S. M. l'Imperatrice di Russia pranza con S. M. il Re, con S. A. R. il principe Eugenio e con S. E. il conte Cavour.
Il 5 novembre. — Si legge nella Gazzetta di Genova: «Ieri verso le ore 6 e 1 % pomeridiane, salpava da questo porto per alla volta di Costantinopoli il R. piroscafo Monxambano, comandato dal signor Giraud capitano in secondo di vascello, con settanta persone d'equipaggio, avendo a bordo il luogotenente generale Giacomo Durando, senatore del Regno, inviato straordinario e ministro plenipotenziario di S. M. il Re di Sardegna presso S. A. imperiale il Sultano».
Il 10. — II ministro degli affari esteri di S. M. il Sultano informò non ha guari il R. Rappresentante a Costantinopoli che S. M. volendo porgere una nuova testimonianza de suoi sentimenti verso le truppe Sarde che combatterono a fianco delle truppe Ottomane, ha ordinato di cingere di muro apposito il sito dove furono sepolte a Venikoi le ossa dei militari sardi morti colà durante la guerra d'Oriente. Il 16. —. A. l. la granduchessa Elena di Russia sbarca felicemente a Villafranca, ed un'ora dopo giunge in Nizza in una delle carrozze reali.
Il 15 dicembre. — Si legge nella Gazzetta Piemontese: «Il Consiglio di famiglia dei figli di fu. A. R. il Duca di Genova hapregato 8. M. il Re di assumere la tutela delle LL. AA. RR. il principe Tomaso e la principessa Maria Margherita. 8. M. ha aderito a questa domanda, ha ordinato che S. A. R. il principe Tomaso, duca di Genova, venga educato coi suoi proprii augusti figliuoli, e per quanto concerne la parte amministrativa, ba prescritto che essa venga affidata al cavaliere Remigio Panizzera; II 45. — Il generale Roetoian è ricevuto alle 2 pomeridiane insieme co' suoi tre ufficiali di seguito da S. M. l'Imperatrice madre di Russia; si reca quindi a far visita a 8. A. I. la granduchessa Elena.
Il 26. — è presentata a S. E. il conte di Cavour una medaglia in oro offerta da parecchi abitanti della città di Napoli. Questa medaglia è opera dell'incisore Gai cazzi. In una delle sue faccie si vede il ritratto del conte di Cavour, intorno a cui si leggono le parole: A Camillo di Cavour propugnatore animoso dell'indipendenza d'Italia i Napoletani riconoscenti. Nell'altra faccia si vede una corona di quercia in mezzo alla quale sono le parole VIII Aprile 1856. — Giunge per via telegrafica la notizia della morte di S. A. I. l'arciduchessa Elisabetta, sorella del Re Carlo Alberto, avvenuta ieri sera a Bollano.
I presenti cenni sulle condizioni amministrative dello Stato Estense negli anni 1850 sino a tutto il 1857 sono precisamente quelli che venivano inseriti nell'Almanacco della R. Corte per l'anno 1859, il quale non fu pubblicato pel corso degli avvenimenti.
dei prodotti e dette spese dillo Stato nell'anno 1857, col confronto della media dei prodotti e spese riferibili agli anni dal1850 al 1856
| TITOLO DEI PRODOTTI | PRODOTTI ed INTROITI | ||
| dell’anno 1857 | medii degli anni dal 1850 al 1856 | ||
| Prodotto della vendita dei generi di privativa, cioè Sali, Tabacchi, Polvere e Carta bollata L. | L. | 8,831,480 51 | 2,884,724 48 |
| Prodotto dei Dazii doganali e di consumi | L. | 2,178,211 07 | 1,124,497 34 |
| Prodotto delle Tasse Successioni e contraili, della Tassa del mezzo per cento sui capitali ipoterarii e di commercio, della Tassa personale, della Tassa bestiami, del Lotto, dei ponti, passi ecc. | L. | 1468,624 74 | 1,278,668 15 |
| Prodotto della Posta Lettere | L. | 136,451 49 | 141,415 85 |
| Prodotto dei Beni in amministrazione della R. D. Camera | L. | 705,685 16 | 697,254 71 |
| Prodotto dell'Imposta prediale | L. | 1,480,808 81 | 2,429433 45 |
| Prodotto del Patrimonio degli Studii, dei Telegrafi, ed altro in dipendenza del Ministero dell'Interno | L. | 417,099 73 | 362,861 01 |
| Introiti per Tasse d'Ipoteche, e tasse giudiziarie ec in dipendenza dei Ministero di Grazia e Giustizia | L. | 273,269 80 | 285,231 00 |
| Introiti della Casa di Forza alla Salicela, e tasse di polizia, in dipendenza del Ministero di Buon Governo, | L. | 100,451 71 | 92,798 58 |
| Totale dei prodotti e degli introiti | L. | 11036,793 02 | 10297,884 57 |
| Spese e pagamenti complessivi come contro | L. | 10914,620 49 | 10291,799 04 |
| Avanza | L. | 122,172 53 | 6,085 53 |
| TITOLO DELLE SPESE | SPESE E PAGAMENTI | ||||
| dell’anno 1857 | media degli anni dal 1850 al 1856 | ||||
| Costo dei generi di privativa esitati, e spese relative alla vendita | L. | 1,074,043 | 78 | 905,572 | 30 |
| Spese per la riscossione dei Dazii e delle Tasse | L. | 267,439 | 85 | 258,817 | 34 |
| Spese pel trasporto, il ricevimento e la distribuzione delle Lettere, Gazzette, Pacchi e Gruppi | L. | 124,736 | 29 | 129,692 | 65 |
| Spese per la Guardia di Finanza | L. | 319,528 | 79 | 287,584 | 87 |
| Spese generali del Ministero e delle Intendenze di Finanza | L. | 293,371 | 53 | 301,331 | 77 |
| Spese pei Beni Camerali, Censi, Livelli e Congrue alle Parecchie ec | L. | 617,454 | 31 | 614,072 | 89 |
| Debito pubblico di rendite di consolidato, e di frutti di prestiti | L. | 453,720 | 86 | 471,481 | 68 |
| Pensioni Civili, Militari ed Ecclesiastiche | L. | 445,642 | 36 | 459,868 | 05 |
| Spese per la R. Corte, per le Fabbriche, per la R. Galleria e le Postali interne | L. | 759,209 | 04 | 691,004 | 76 |
| Stipendii ad Impiegati nella Biblioteca Estense Ragioneria di Revisione, Archivio Segreto, Capella di Corte ecc. ecc. | L. | 40,325 | 99 | 37,951 | 31 |
| Dozzene a diversi in Stabilimenti d'educazione, assegni e sussidi mensili e straordinari, retrodazione di Prediale ai Possidenti di Vigneti nel Massese, ed altro | L. | 200,050 | 68 | 163,144 | 07 |
| Spese per la pubblica istruzione | L. | 333,103 | 70 | 256,395 | 04 |
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Simili pel mantenimento degli Stabilimenti di pubblica beneficenza, e delle Case di lavoro |
L. | 315,130 | 54 | 251,252 | 76 |
| Spese per gl’Impiegati nel corpo d’acque e strade negli Uffizii dei Telegrafi, Manutenzione ordinaria delle strade, degli argini ecc., Spese straordinarie per nuovi fabbricati, nuove strade e canali, e lavori straordinarii alle arginature | L. | 986,661 | 71 | 1,021,487 | 67 |
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Spese generali, del Ministero dell’Interno, delle Delegazioni e del Censimento, ed assegni straordinari per spese arretrate |
L. | 617999 | 59 | 386,265 | 05 |
| Spese generali del Ministero degli Affari Esteri | L. | 85,578 | 25 | 70,857 | 41 |
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Spese generali del Ministero di Grazia e Giustizia, e mantenimento dei detenuti sotto processo |
L. | 867,613 | 27 | 787,688 | 17 |
Spese generali del Ministero di Buon Governo, mantenimento dei detenuti correzionali, e condannati criminalmente, e spese per la Casa di Forza alla Saliceta |
L. | 822,000 | 00 | 789,877 | 01 |
| Spese pel Militare Estense | L. | 2,081,609 | 76 | 1,924,896 | 98 |
| Spese pel mantenimento delle II. RR. Truppe Austriache | L. | 351,407 | 74 | ||
| Totale delle spese e pagamenti | L. | 10702,220 | 30 | 10,160,649 | 52 |
| Debito pubblico ammortizzato | L. | 212,400 | 19 | 131,149 | 52 |
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Le rendite nel 1857 presentano un aumento di L. 738,908. 45, sulla inedia di quelle del settennio; e le spese pure lo offrono di L 622,821. 45; il maggior reddito stante la invariata misura dei pubblici tributi in detto periodo è ascrivibile a miglioramenti naturali e progressivi della amministrazione, come la maggiore spesa ha occasione dalle molte circostante anormali degli anni anteriori al 1857, mentre d'altronde anche il conseguimento di un maggior incasso provoca di conseguenza una corrispondente alterazione ne' dispendi.
Ove si divida sulle popolazioni Estense (ritenuta in 600,000 abitanti) l'Ammontare delle entrate dello stato pel 1857,sviassi per testala cifra di L 18, 39, la quale però non non da 11 carico d'imposto che ciascuno corrisponderebbe: se quindi dal complessivo delle rendite si sceveri il prodotto dei Beni Camerali, il costo effettivo dei generi di privativa, che figura nel prodotto lordo dei medesimi, e che non è imposta, ed altri redditi proprii o che stanno per correspettivo di mere anticipazioni fatte dallo Stato, residuerà la somma dei veri aggravi pubblici a L. 8,339,791. 35, e così per testa L. 13, 88.
L'imposta fondiaria figura precipuamente nelle rendite. Nel 1857, è salita ad una cifra ben poco superiore, dipendente da liquidazioni arretrate e da rettifiche, a quella del settennio in media, talché don merita considerazione la differenza. Il maggior reddito dello Stato derivasi da tal imposta perché la più opportuna nella condizione e nelle circostanze economiche dello Stato, e perché più d'ogni altra offre mezzo ad una giusta proporzionale ripartizione essendo gli elementi di produzione, su cui si fonda, agevolmente calcolabili.
Essa infatti costituisce quasi il quarto della rendita generale dello Stato, ed il 30. per % delle restanti imposte t dividendo il reddito per ogni abitante, risulta di L. 4. 05.
Vengono successivamente le privative, il cui prodotto al netto sale a L. 2,357,146. 73, ciò che da il 24 per % delle imposte, ed un quinto circa del reddito generale, sulla media degli anni 1850-56 in L. 1,972,154. 15, avvi l'aumento riflessibile di L. 278,994,55. Ciascun abitante come imposta di privativa paga. L. 3. 76.
Le Dogane e i dazii di consumo presentano per l'anno che si esamina un aumento di L. 53,713. 73 in confronto della media del settennio. Il reddito di tali imposte ascende ad 13 del prodotto generale, e da per testa L. 3. 63.
Nelle tasse successioni e contratti, del 12 per % sui capitali, dei bestiami, del Lotto, dei pedaggi ecc. abbiamo un aumento di L. 184,956. 59 sulla media di confronto; dividendo anche il ricavato complessivo da tali rami d'imposta Bulla popolazione, avremo una cifra di L. 2. 44 per ogni abitante.
I proventi in fine delle tasse ipoteche, e giudiziarie, il prodotto dei telegrafi, del patrimonio degli studi, ed altri redditi minori ci presentano, confrontati colla media relativa, un aumento di circa 140 mila lire.
Anche perciò che ritarda le spese si aggiungono alcune poche osservazioni che servono come di complemento alle risultanze già sufficientemente distinte nel prospetto.
E primieramente credesi di avvertire alla proporzione che riscontrasi fra il reddito di alcune imposte, e le spese d'esazione relative. Il prodotto dei dazi doganali e di consumo, delle tasse successioni e contratti, della tassa del 12 per % sui capitali ipotecarii ed in commercio, della lassa personale e dei bestiami, del Lotto e dei pedaggi ascende a L. 3,641,835. 81; e siccome lo Stato sostiene una spesa di riscossione di 267,439. 85, così si ha la proporzione del 7. 35 percento.
La spesa sostenuta sulle privative fu di L. 1,074,043. 78, che sta al prodotto di L. 3,331,190. 54, nella ragione del 32. 43, per cento.
L'aumento di spesa in L. 168,471. 48, che si riscontra pel 1857, rispetto alla media di confronto sul costo dei generi di privativa, è in particolar modo ascrivibile ai maggiori acquisti fattisi dei medesimi per ragione dell'aumentato consumo; e vi contribuì poi l'elevato prezzo a cui salirono le foglie di tabacco nell'anno in discorso, e negli antecedenti.
L'interesse del debito pubblico assorbe appena un ventesimo della rendita generale, e la differenza in meno che rilevasi sulla somma pagata per tale oggetto nel 1857, con riguardo alla media di confronto, dipende dalle ammortizzazioni seguite; queste poi dal 1849 a tutto il 1857, ebbero luogo per una somma di L. 1,225,446. 60, compresa l'estinzione del prestito di L. 95,000 fatto nel'1848 dal già Ministero di pubblica Economia.
Ove lo Stato volesse estinguere il proprio debito redimibile, e consolidato nel capitale nominale di L. 9,074,417 20, non dovrebbe gravare li 600,000 suoi abitanti che di sole L. 15. 12.
Le spese per la pubblica istruzione e pel mantenimento degli Stabilimenti di pubblica beneficenza offrono nel 1857 un aumento, essendosi estesi i mezzi di ben applicare alle scienze ed alle arti per la coltura dello spirito coll'ammissione di vari istituti civili e religiosi; ed offerto in modo più congnio tra asilo alla sventura che non può sempre essere dalla privata carità soccorsa.
Anche nei Ministeri di Grazia e Giustizia, nel Buon Governo, nel Dicastero Militare ebbesi in complesso un aumento di spesa di circa L. 386,000 sulla media: perché fra gli altri titoli come crebbe il prezzo delle derrate, così aumento l'importo pel mantenimento del soldato e dei detenuti per crimini, 6 In via correzionale.
Si accenna inoltre che le maggiori spese sostenute dal 1850, al 1857 furono occasionate pel cambiamento avvenuto in due volte nel sistema doganale, per lo impianto della nuova legislazione civile e criminale; per la istituzione di un grandioso stabilimento pei forzati ed oziosi nella casa di forza alla Salicela; per l'attivazione di una fabbrica di panni; per una casa di correzione per le donne; per l'aprìmento di due strade interessanti il commercio delle Provincie montuose, quella delle Lame e l'altra delle Radici, e così per altri lavori a pubblica cognizione.
Anche la scarsezza dei raccolti che elevò in modo straordinario per alcun tempo il prezzo dei generi di prima necessità, e la malattia delle uve che tolse all'agricoltura uno de' suoi maggiori prodotti, occasionarono significanti dispendi e per le provvidenze annonarie adottate, e per retrodazioni d'imposte a possidenti maggiormente danneggiati; né di minor importanza furono le spese sostenute per l'invasione del cholera, sia per le precauzioni sanitarie attivate, sia pei sussidi prestati a pubbliche amministrazioni.
Un ulteriore titolo di spesa finalmente ebbesi per migliorare la condizione della media ed infima classe degl'Impiegati, i cui emolumenti pel caro dei generi di prima necessità, delle pigioni ecc. non potevano più corrispondere al bisogno, al decoro e buon servigio dell'Amministrazione. Ti fa per benefica Sovrana disposizione dapprima provvisto con soprassoldi regolati sull'adequato prezzo dei grani, e nel tempo stesso con parziali stabili aumenti di soldo. Finalmente col i aprile 1858, fu disposta ed attivata per ordine di S. A. R. una pianta normale degli Impiegati e degli stipendi regolati alcuni in misura invariabile» altri sopra un minimo ed un massimo, a cui gradatamene devono avvicinarsi gli emolumenti attuali degli Impiegati.
Dalla tabella qui annessa tfesumesf lo stato degli stipendi complessivi e del numero degli Impiegati di tutti i dicasteri al 1 gennaio 1854 e al 1 gennaio 1858. Ove si confronti la cifra del soldo in dette due epoche, con quella calcolata in media fra il minimo e massimo stabilito dalla nuova Normale, ti rileverà agevolmente U miglioramento già incamminato.
CONTE FERDINANDO CASTELLANI TAMARINI
Guardate che cosa i liberali facessero del Piemonte. Parli il deputato Gallenga nel Cimento del 30 di giugno 1855, pag. 1071: «In Piemonte la tirannide vera non fu mai, ma piuttosto quello stretto reggimento che cerca il bene e ad ogni suo potere lo promuove, ma lo vuol far solo ed a modo suo».
Questa stessa sentenza del Gallenga era già stata pronunziata nella Camera dei Deputati dal signor Josti nella tornata del 7 di marzo 1850: «Se veramente vogliamo essere sinceri, non era il governo assoluto arbitrario che ci fosse odioso, il quale era piuttosto paterno».
Ebbene dal governo paterno in quale altro siamo caduti noi? e Abdicato il potere della Corona, amor del giuoco, furti, e grassazioni hanno assunto gravi dimensioni. Il Governo non solo transige, ma scherza sulla pubblica morale». Così Gallenga nel Cimento, a pag. 1071.
«Il giuoco gode all'ombra delle franchigie costituzionali quella tolleranza che non avrebbe mai trovato sotto l'antico dispotismo.Mentre grandi sciami rubacchiano a man salva, il ministero si schermisce dicendo, che la guardia di sicurezza non è ancora ordinata. Un Ministro propone a sangue freddo dì immolare i frati grassi e risparmiare i magri, e fa di ogni piè sacro principio una questione finanziaria». Così ancora Gallenga nel Cimento, pag. 1082.
(Pubblicala il 15 novembre 1859)
Pubblichiamo il lungo dispaccio circolare, che il conte Walewski, ministro degli affari esteri dell'Impero Francese, ha indirizzato agli agenti diplomatici, sotto la data del 5 di novembre. Esso annunzia la conclusione della pace, e ne espone le condizioni principali.
La maggior parte delle cose dette dal conte Walewski sono già a notizia dei nostri lettori. Il Piemontesi addossa 150 milioni del debito del Monte di Milano; 100 milioni del debito austriaco, 60 milioni d'indennità alla Francia, che ha speso nella guerra sei volte di più.
Si conferma l'articolo contenuto nel trattato di Zurigo in favore delle Corporazioni religiose. Il principio di proprietà avrebbe dovuto rassicurare coloro, fossero società od individui, che possedevano nelle terre cadute in potere della Sardegna; ma poiché una dolorosa esperienza provò che questo principio, scritto solennemente nel nostro Statuto, non serve pei preti, pei frati e per le monache, così si stipularono in un trattato diplomatico le loro ragioni.
Quanto alla pacificazione dell'Italia, il conte Walewski insiste sulla Confederazione sotto la presidenza. onoraria del Papa. Non parla né di Modena, né di Parma, ma soltanto del ritorno del Granduca di Toscana ne' suoi Stati..
Una novità ci viene annunziata da questo documento diplomatico, intorno alla quale il telegrafo stimò conveniente di tacere; e questa si riferisce al Congresso. Vi piglieranno parte, oltre le Potenze signatarie dell'atto generale di Vienna del 1815, i seguenti stati italiani: le Due Sicilie, Roma e la Sardegna
Quanto alla quistione romana, il conte Walewski dichiara che il Santo Padre aspetta il momento opportuno per far conoscere le riforme che vuole introdurre ne' suoi Stati, le quali saranno une administration généralement laique (il telegrafo ha soppresso con mala fede l'avverbio généralement); una migliore distribuzione della giustizia (il migliore suppone la buona), e un controllo della gestione delle finanze per mezzo d'un'Assemblea elettiva.
Il conte Walewski conchiude rallegrandosi fin d'ora che un'era novella incominci per l'Italia. Questa frase di era novella è vecchia in Francia e un po' ridicola nella nostra Penisola. Non si riordinano gli Stati scendendo a patti colle rivoluzioni, ed assumendone il patrocinio. Forse il trattalo di Zurigo avrà una vita pii] breve dei trattati del quindici,
E sempre la medesima commedia
Continuerà, se Dio non ci rimedia.
Parigi, 5 novembre 1859.
Signore,
Le negoziazioni di Zurigo avevano un punto di partenza ed un oggetto perfettamente definito in anticipazione. I preliminari di Villafranca indicavano ai plenipotenziarii lo spirito, al quale essi dovevano inspirarsi, e la meta che essi avevano a raggiungere. Opera di due Sovrani, concepita e compiuta io circostanze solenni, i preliminari dovevano essere lealmente intesi, lealmente interpretati. Quest'è il pensiero, che congiunto ad una perseverante sollecitudine per la prosperità dell'Italia, non ha cessato di dirigere la condotta del governo dell'Imperatore; gli atti di Zurigo ne forniranno la prova.
Quegli atti consacrano in primo luogo, la cessione della Lombardia per parte dell'Austria alla Francia, e per parte della Francia alla Sardegna, vale a dire il disinteresse e la generosità del governo di S. M., che, prendendo le armi, non ha cercato ancora questa volta il proprio vantaggio, se non in quello del suo alleato.
Questa cessione, le cui condizioni generali erano state indicate a Villafranca, faceva sorgere nell'applicazione varie quistioni importanti. Si trattava prima di di determinare la nuova frontiera tra l'Austria ed il Piemonte aumentato della Lombardia. La linea doveva ella seguire la riva destra oppure il thalweg del Mincio, e quale doveva essere il raggio della fortezza di Peschiera? In quanta al confine, il governo dell'Imperatore ha pensato che era conforme all'equità come agli interessi del nuovo possessore della Lombardia, di adottare quel sistema, che, attribuendo a questa provincia la metà del letto del fiume, mettesse i due Stati limitrofi in condizioni di perfetta eguaglianza, e desse loro tutti i mezzi di ritirare da quella corrente eguali vantaggi per la sicurezza dei loro confini. Il governo di S. M. ha ritenuto del pari conforme all'equità lasciare, secondo il costume, alla fortezza di Peschiera il raggio necessario, e consentì a che si prendesse come misura la media tra le cifre estreme adottate per le piazze che. si trovano in condizioni analoghe. Per tal modo la linea di divisione, abbandonando il confine del Tirolo al nord, taglia a metà il lago di Garda, e dopo aver descritto attorno Peschiera un semicerchio del raggio di 3,500 metri, raggiunge al sud il thalweg del Mincio, che essa abbandona solamente al suo entrare nel lago superiore di Mantova, e torna a partir dalle Grazie per dirigersi in diritta linea verso Scorzarolo e Luzzara sul Po. Il ricco e vasto territorio che si stende tra questo confine ed il Ticino racchiude una popolazione che forma quasi i tre quinti di quella delle antiche possessioni dell'Austria al di là delle Alpi, e che aumentando più che di un terzo quella del Piemonte la porta quasi a 8 milioni di abitanti.
L'Austria che perde questo territorio, base principale della sua influenza in Italia, rinuncia nello stesso tempo con un protocollo al diritto di guarnigione nelle tre grandi piazze di Ferrara, di Comacchio e Piacenza che essa occupava in virtù dei trattati, e cosi si trova tolta una delle cagioni dominanti dello stato di dipendenza, in cui si trovava la Penisola riguardo a questa Potenza. La sua posizione cessa interamente di essere aggressiva e preponderante, e non presenta più alcun carattere che non possa perfettamente conciliarsi col libero svolgimento degli interessi politici dell'Italia.
Era giusto che l'Austria, cedendo la Lombardia, non avesse a ritenere a suo carico il debito ipotecato su questa provincia, e che il Piemonte accettasse il territorio cedutogli cogli obblighi inerenti, come coi suoi vantaggi. Questo principio è tanto conforme alla ragione ed ai precedenti, che il governo dell'Imperatore ed il governo sardo non hanno fatto alcuna difficoltà per ammetterlo fino dal principia delle negoziazioni, ma non si poteva ammettere che il Pie monte avesse a sopportare inoltre una parte del debito generale dell'Austria. Il debito del Monte di Milano, istituzione precedentemente comune alla Lombardia ed alla Venezia, ammonta a poco più di 950 milioni di franchi, e la Lombardia formando, come ho detto, circa i tre quinti dell'antico regno Lombardo-Veneto, la parte che spettava a quella provincia era di 150 milioni. Se la Lombardia avesse dovuto assumere una parte proporzionale del debito generale dell'Impero, qualunque combinazione si avesse adottata per attenuarne il peso, erto sarebbe stato Considerevole, ed il totale avrebbe formato una somma éhe l'Austria avea dapprima portata a quasi 600 milioni, e che dopo le ultime con» cessioni ammontava ancora a 375 milioni di franchi.
Questa difficoltà fu la cagione principale e quasi unica dei ritardi che da un mese fa tenevano sospese le negoziazioni. Tuttavolta il solo punto che, secondo il modo di vedere del governo dell'Imperatore, potesse essere oggetto di questione, era quello di sapere se la parte del prestito austriaco del 1854, spettante alii Lombardia, poteva, quantunque spesa direttamente per conto del tesoro imperlale, essere aggiunta al passivo del monte di Milano, come particolarmente Spettante a quella provincia. Essendosi i plenipotenziarii sardi pronunciati per l'affermativa, questa questione si trovò immediatamente risolta. Il Piemonte consentiva a prendere a suo carico oltre i 150 milioni che costituivano la sua quota nel passivo de) Monte, una somma di circa 100 milioni, risultante dal prestito austriaco del 1854, che per la sua natura e per la sua forma, stava intatto nella categoria dèi debiti specialmente ipotecati sulla Lombardia. Ma il governo di S. M. non pensava che il Piemonte dovesse fare di più, ed è in questi termini che si è stabilito l'accordo, dopo lo scambio di molte comunicazioni tra i plenipotenziari.
Come, d'altra parte, Fattivo del Monte di Milano sarà diviso allo stesso modo che il suo passivo nella proporzione di tre quinti, le rendite seguono dunque le obbligazioni che per tal titolo continuano a pesare sulla Lombardia, ed infatti i 400 milioni del prestito del 1854 costituiscono il solo peso che incombe realmente al Piemonte.
Animato da sentimenti di benevolenza verso quel paese, il governo dell Insperato re consente, non a fargli l'anticipazione delle somme, di cui esso si trova debitore verso l'Austria, come si è detto, ma ad operare direttamente nelle mani di questa Potenza i versamenti stipulati, facilitando al governo Sardo, col mezzo di una combinazione adottata di concerto, i modi del rimborso.
Per premio de' suoi sacrifici di ogni genere, la Francia non domanda alla Sardegna che un'indennità di 60 milioni, che non rappresentano se non il sesto circa delle spese della guerra.
I trattati di Zurigo contengono del resto in tutte quelle delle loro clausole, che sono la conseguenza sia della cessione territoriale, sia del ristabilimento della pace, le disposizioni più liberali. Una di queste disposizioni, quella che concerne la restituzione dei prigionieri, era anzi stata interamente eseguita molto prima che le negoziazioni Fossero giunte al termine. Nel tempo stesso che il piccolo numero de' nostri prigionieri rientrava in Francia, il governo di 8. M. ritornava all'Austria, senza reclamare alcuna indennità per compensazione delle spese, tutti coloro che la sorte della guerra aveva fatto cader nelle nostre mani. I bastimenti austriaci catturati, e che non erano ancora stati oggetto di un giudizio per parte del Consiglio delle prede all'epoca della firma dei preliminari, saranno egualmente restituiti ai loro proprietarii,nonostante i privilegi di coloro che avevano fatta la cattura, disposizione della quale sarà tanto più apprezzato il carattere, a quanto riteniamo, in quanto che essa deroga ai principii generali della nostra legislazione su questa materia, e che essa ha un solo precedente nel nostro diritto marittimo.
I trattati di Zurigo stipulano egualmente un'amnistia larga il più possibile,per tutti gli individui civili o militari compromessi nella guerra; e quanto alle questioni di giurisdizione e di proprietà risultanti dalla cessione territoriale, e che interessavano corporazioni religiose, compagnie industriali, o semplicemente degli individui, esse vennero regolate in modo di salvare tutti i diritti,e secondo i principii di una esatta e perfetta reciprocanza. I soldati di origine lombarda, che si trovano sotto la bandiera dell'Austria, saranno chiamali a godere immediatamente di tutti i benefizi della loro nuova nazionalità, e saranno liberati senza indugio dal servizio militare. Non è stato dunque dimenticato alcuno degli interessi, ai quali si riferiva il cangiamento sopravvenuto nella posizione della Lombardia, e tutti avranno a lodarsi delle stipulazioni che li riguardano.
In quanto si riferisce alle questioni di politica, i plenipotenziarii non avevano a prendere delle decisioni che ne avessero pregiudicata la soluzione, non solamente perché esse toccavano i diritti de' terzi non rappresentati nella conferenza, ma perche esse erano per la loro natura di competenza delle deliberazioni europee. Il governo dall'Imperatore le considerava sotto tale aspetto fino dal giorno susseguente alla firma dei preliminari. La sua opinione non ha punto variato ed i suoi plenipotenziarii, conforme alle loro istruzioni, si sono limitati a riprodurre le disposizioni convenute a Villafranca tra l'Imperatore e S. M. I R. A.
Il trattato di Zurigo porta dunque che, allo scopo di assicurare la tranquillità degli stati Pontificii ed il potere del Santo Padre, i due sovrani uniranno i loro sforzi per ottenere da Sua Santità un sistema di governo che risponda ai bisogni delle popolazioni.
In quanto ai ducati venne stabilito che, non potendo i loro limiti territoriali essere cangiali senza il concorso delle Potenze che hanno partecipato alla loro formazione, i diritti dei sovrani di Toscana, di Modena e di Parma sono riservati tra le parti contraenti.
Finalmente le due Potenze si impegnano a dare il loro appoggio alla formatone, sotto la presidenza onoraria del Papa, di una Confederazione degli Stati d'Italia avente per iscopo lo svolgimento degli interessi materiali e morali di tutti i suoi membri, unitamente alla difesa comune col mezzo di un'armata federale; la Venezia, restando sotto la Corona dell'Austria, dovrà far parte di questa associazione.
Così l'avvenire, in questo ordine d'idee, resta aperto alle combinazioni che potranno essere giudicale più opportune per pacificare l'Italia, e per consolidare le nuove condizioni di esistenza, nelle quali essa si trova collocata. Il governo di S. M. si è, del resto, accordato col governo austriaco per invitare le Potenze segnatane del Congresso di Vienna del 1815, a riunirsi in congresso, onde prendere comunicazione dei trattati di Zurigo, e deliberare sulle questioni pendenti, associando ai loro lavori le Due Sicilie, Roma e la Sardegna.
Già il governo dell'Imperatore venne assicurato, che il Santo Padre non aspetta che il momento opportuno per far conoscere le riforme, delle quali egli è deciso a dotare i suoi Stati, e che avranno per effetto, assicurando al paese un'amministrazione generalmente laica, di dargli guarentigie di una migliore distribuzione della giustizia, e di un controllo dell'amministrazione delle finanze, col mezzo di un'assemblea elettiva.
Ho avuto l'onore di indicarvi in qual modo il governo dell'Imperatore consideri la pacificazione dei Ducati., e voi sapete che egli pensa di ricercarne le condizioni in un assestamento basato sul ritorno del Granduca di Toscana nei suoi stati, e che si combinerebbe con certe disposizioni di tal natura da soddisfare ad un tempo ai voti ed agli interessi legittimi delle popolazioni.
Sempre persuaso, d'altra parte, che niente potrebbe più contribuire alla prosperità dell'Italia che l'istituzione d'una Confederazione destinata a far concorrere al bene generale gli sforzi ed i mezzi di ciascuno dei suoi membri, il governo si propone di usare tutta la sua influenza per favorirne lo stabilimento. Esso resta egualmente convinto che le basi enunciate nei preliminari e riprodotte nei trattati di Zurigo sono conformi ai veri interessi dell'Italia, sopratutto se si ottiene per la Venezia un'amministrazione separata ed un esercito nazionale.
Riassumendo, se si considerano le clausole del trattato di Zurigo che regolano gli interessi sopra i quali le Potenze contraenti avevano a prendere delle risoluzioni definitive, il governo dell'Imperatore ha la fiducia che esse adempiono jl loro scopo nel modo pili vantaggioso per l'Italia. Quanto alle clausole che si riferiscono alla situazione generale della Penisola e che restano riservate, il gen verno di S. M. ha la persuasione che esse sieno concepite in modo di preparare delle soluzioni non meno soddisfacenti. Esso crede dunque potersi rallegrare fin d'ora dei risultati del suo intervento nella guerra ora terminata. Essi segnano per l'Italia un'era novella, e se è necessario il tempo per permettere di bene apprezzarne tutti i vantaggi, è lecito l'arguire, che contribuendo potentemente alla prosperità di un popolo, il di cui stato politico era da tanto tempo per l'Europa una fonte permanente d'inquietudine e di pericoli, saranno nello stesso tempo una guarentigia di più della consolidazione e della durata della pace generale.
È ciò che i gabinetti non potranno far a meno di riconoscere tosto che gli effetti passeggeri di una scossa inevitabile avranno ceduto il posto ad un ordine di cose più regolare, e che si potranno giudicare da se stessi indipendentemente da ogni circostanza accidentale, i cangiamenti che i trattati di Zurigo portano alla situazione dell'Italia, unitamente alle instituzioni delle quali sono in essi le basi.
WALEWSKI.
(Pubblicato il 16 novembre 1859)
La nomina di Carlo Bon-Compagni a Reggente della Reggenza dell'Italia centrale può venir considerata sotto diversi aspetti; riguardo alle Assemblee chiedenti, al Bon-Compagni spedito, al futuro Congresso in generale e all'imperatore Napoleone III in particolare. Scriviamone. qualche parola.
Le sedicenti Assemblee si radunarono, volarono, mandarono ad offerire al Re di Sardegna la corona dell'Italia centrale. Il Ministero piemontese diedi mano al dizionario, e cercò una parola per salvare capra e cavoli. La trovo e Vittorio Emanuele rispose alle Deputazioni: Accolgo i vostri voli.
I ministri spiegarono poi alla diplomazia che questa frase non volea dire accetto e spiegarono ai rivoluzionari che accogliereed accettare erano sinonimi. Con tale ripiego grammaticale venne sospesa per un po' di tempo la grandi quistione di diritto internazionale.
Ma le sedicenti Assemblee perdettero la pazienza, e, visto ai fatti che l'accolgo del Re era una parola, si radunarono e nominarono S. A. il Principe Eugenio di Carignano perché governi l'Italia centrale in nome di S, M. il Re eletto.
Il Principe di Carignano non ha risposto né accetto, né accolgo, e solo ha spedito il commendatore Carlo Bon-Compagni a governare l'Italia centrale. Ma il Principe avea forse facoltà di subdelegare? E le Assemblee che hanno chiesto il Principe, si contenteranno del Commendatore? E questo Vicario del Vicario,questo Reggente del Reggente non è ridicolo?
Si direbbe ohe il ministero nostro non sia tranquillo in coscienza riguardo alla sua politica nell'Italia centrale. Esso opera di soppiatto, teme la luce, fa disfa, stende la mano e la ritira, dice e contraddice, promette e ritratta; si vede che ba paura di tutto e di tutti, mentre non dovrebbe aver paura di nessuno se si trattasse di un'opera buona.
E poi chi si manda per Reggente del Reggente? Un uomo che gii fu in Toscana sotto il Granduca, e che già comparve a Bologna per ossequiarvi Pio IX in nome del nostro governo, riconoscendolo per legittimo Re delle Romagne; un uomo ohe, a ragione od a torto, si attirò contro dai diplomatici le pio. gravi accuse pél contegno che tenne a Firenze nell'aprile dell'anno corrente.
Lord Normanby in una sua lettera al Morning Post, sotto la data dell'11 di ottobre, accusò il Bon-Compagni d'essersi servito in Firenze del suo carattere diplomatico per accordare nella Legazione sarda ogni sorta di proteggimelo alla cospirazione; l'accusò d'aver arringato dal proprio balcone una turma di rivoluzionari, ringraziandoli d'aver esautorato il Granduca; l'accusò di turpi macchinazioni e di aver fallito «a tutti quei principii di buona fede, sui quali soltanto possono mantenersi le relazioni internazionali».
E nel Parlamento britannico il marchese di Normanby, il 7 di giugno, dichiarava che «il Bon-Compagni si era disonorato, come diplomatico, cospirando contro il Sovrano, presso del quale era accreditato»; ed asseriva che «le truppe toscane avevano mancato al loro dovere sotto l'influenza di agenti correttori adoperati dal Bon-Compagni medesimo».
All'udire le quali accuse, lord Stratford di Redcliffe domandò di parlare, e, dichiarò all'Alta Camera della Gran Bretagna: Che il Granduca di Toscana avrebbe avuto il diritto non solo di far incatenare il cav. Carlo Bon-Compagni, ma di farlo impiccare all'inferriata del suo palazzo»,
Sebbene l'Armonia fin dal 27 di settembre, si offerisse prontissima a stampare le difese del nostro diplomatico, nulla però comparve in luce, e all'estero i più giudicano il Bon-Compagni sulle parole dei due Lordi inglesi. Ora che senso potrà fare in Europa la sua nomina a Reggente del Reggente del Re nell'Italia centrale?
E Napoleone III che ne dirà? Egli b proibito solennemente al governo nostro di accettare la Reggenza. E il Principe di Carignano l'ha accettata di fatto, perché ha spedito un suo vicario. Anzi, fé' più che accettare; imperocché un semplice Reggente non poteva avere facoltà di rimettere ad altri la Reggenza.
O l'Imperatore de' Francesi aderisce a questa combinazione, e mostra che i suoi consigli precisissimi erano lustre, e le sue rimostranze semplici arti di gabinetto; o egli si offende della nomina del Bon-Compagni a Reggente del Reggente, e allora che cosa sarà di noi e dell'alleanza nostra?
Finalmente il Congresso Europeo vedrà, per la nomina del Bon-Compagni, pregiudicata l'opera sua nel modo medesimo che lo sarebbe. stata, qualora il Principe di Carignano si fosse recato nell'Italia centrale. Imperocché non trattasi d'una questione di persone, ma di principii. Se le sorti di quelle contrade pendono ancora in forse, perché mandarci un Reggente sia Principe, sia Commendatore? Se la decisione è riservata alle grandi Potenze, perché decretare una Reggenza che indica un ordine di cose prestabilito?
Per tutte queste ragioni, e per altre molte, che non ci è lecito dire, deploriamo questo nuovo atto della politica ministeriale, e non esitiamo a prenunziarlo non vantaggioso all'Italia, e fatale al Piemonte. Dio sperda il vaticinio.
(Pubblicato il 17 novembre 1859)
Pio IX nel 1848 avea a' panni la diplomazia europea, come nel 1859; e tanto allora quanto oggi per le riforme dello Stato Pontificio, con questa differenza però, che i diplomatici undici anni fa l'oppugnavano per aver abbracciato quelle riforme, che ora si danno l'aria di provocare!
Per rendere capaci i nostri lettori della verità di tale asserzione, li inviteremo a trascorrere la celebre Allocuzione del 29 di aprile del 1848, nella quale il Pontefice fu obbligato a difendersi presso i Principi ed i gabinetti di alcune riforme introdotte negli Stati Romani.
Imperocché costoro accagionavano Pio IX dei tumulti insorti, e dell'audacia della rivoluzione, quasi che l'avesse favorita, riformando in alcuni punti il proprio governo. Del che trionfalmente purgavasi il Papa dicendo che i sopraggiunti subbugli «in nessun modo all'opera sua poteansi attribuire, non avendo egli fatto, riguardo alla prosperità pe' proprii domini, che quelle cose che af Principi stessi erano sembrate opportune».
E per dimostrar ciò l'ottimo Pontefice esponeva le domande antiche della diplomazia rispetto agli Stati Romani, e Non ignorate, diceva a' Cardinali, come fin dagli ultimi tempi di Pio VII i principali Sovrani d'Europa insinuassero alla Sede apostolica che nell'amministrazione delle cose civili adoperasse una più facile ragione e conforme a' desiderii de' laici. Di poi nel 1831 questi consigli e voti dei Principi pili solennemente apparvero in quel celebre Memorandum, che gl'imperatori d'Austria e di Russia, e i Re di Francia, Inghilterra e Prussia credettero di spedire a Roma per mezzo dei loro ambasciatori. Nel quale scritto trattasi tra le altre cose del doversi chiamare in Roma da tutti i domini Pontificii un consiglio di consultori, instaurare ossia ampliare la costituzione de' municipii, instituire consigli provinciali, e introdurre questi ed altri istituti in tutte le provincie a comune vantaggio, aprendo ai laici l'adito a tutti gli uffizii che riflettessero tanto l'amministrazione della cosa pubblica, quanto l'ordine dei giudizii. I quali ultimi capi proponevansi come vitali principii di governo. In altri scritti di ambasciatori parlossi di un più ampio perdono da concederei a tutti, o a quasi tutti coloro che avessero fallito negli Stati Pontificii alla fede verso il Principe.
«Nessuno ignora, proseguiva a dire Pio IX, come il nostro predecessore Gregorio XVI abbia concesso alcune di queste riforme, ed altre ne abbia promesse negli editti d'ordine suo pubblicati nell'anno 1831. Ma pareva chetali benefizii del nostro precedessore non corrispondessero pienamente ai voti dei Principi, né fossero sufficienti a confermare la pubblica tranquillità e prosperità in tutto lo Stato temporale della S. Sede.
«Epperò Noi, appena pigliammo il suo luogo per imperscrutabile giudizio di Dio, non eccitati certamente dall'esortazione e dal consiglio di nessuno, ma mossi soltanto da un particolare affetto verso il popolo soggetto al temporale dominio della Chiesa, abbiamo concesso un più ampio perdono a coloro che avevano traviato dalla fede dovuta al Pontificio governo, e inoltre ci siamo affrettati ad istituire alcune cose che avevamo giudicato poter' riuscire vantaggiose alla prosperità del popolo medesimo. E tutto ciò che abbiamo operato nell'esordio stesso del nostro Pontificato è pienamente conforme con quello che i Principi d'Europa avevano vivamente desiderato».
Queste parole, ripetiamo, venivano dette da Pio IX per difendere pubblica mente la sua amministrazione dalle accuse de' gabinetti, che la consideravano come troppo liberale, epperò cagione di tumulti e di esagerati desiderii. Ed ecco ora i ministri di questi Principi convenire il Papa d'esser restio a' desiderii del proprio popolo, laddove prima gli ascrivevano a colpa d'essere troppo largo e troppo condiscendente!
Noi non sappiamo se Pio IX vorrà pigliar parte al Congresso per mezzo dei suoi Legati, come annunziava il conte Walewski nel suo dispaccio circolare del 5 novembre, ma, se i Legati del Papa intervenissero, oh! avrebbero essi di molte e belle cose da dire a questi signori diplomatici.
Dapprima potrebbero rimandare a certi governi conservatori l'accusa che nel 1847 e 1848 gettavano contro l'incomparabile Pio IX, quasi che colle sue innovazioni desse di spalla alla rivoluzione, e la fomentasse in tutta Europa. Sono essi invece che rendonsi rei di tale delitto, associandosi co' rivoluzionari nel combattere contro il Vaticano, dove sta il fondamento d'ogni credenza e d'ogni autorità.
Di poi potrebbero osservare come Pio IX non aspettasse le loro istanze per introdurre le riforme che si desideravano, e come già fin dal 29 di aprile del 1848 fosse costretto a difendersi di aver concesso soltanto il necessario, contro»la diplomazia che sgridavalo per avere troppo accordato.
In terzo luogo potrebbero uscire in qualche confronto tra le condizioni civili e politiche della Francia, della Gran Bretagna, della Prussia, della Russia e dell'Austria, e far toccare con mano che questi governi, i quali si erigono a maestri del Papa, potrebbero molto imparare negli Stati ecclesiastici. Napoleone III licenzii un po' le settanta mila baionette che stanno a Parigi, e poi ci saprà dire se lascieranno dietro di sé la pace o il terrore e l'anarchia!
Ah le belle cose che potrebbero dire nel Congresso i Legati del Papa! E sapranno dirle davvero, se Pio IX giudicherà che vi piglino parte; e da accusati renderannosi accusatori, rovesciando il ranno sul capo a chi tiene bordone ai rivoltosi.
Ma quando i governi si saranno presi l'un l'altro pei capelli, rimproverandosi, a vicenda del loro operato, chi ne guadagnerà? L'opera loro potrà riuscire vantaggiosa all'ordine ed alla pace europea? Oh no, davvero! Ed è deplorabilissimo che la civile Europa sia stata a poco a poco condotta a tale condizione di cose, da vedere i governi medesimi sposare le parti, e sostenere gli interessi della rivoluzione.
Si disingannino le Potenze, se credono che tutto stia per finire a Roma e col danno del Papa. Ricordino che gli Stati Uniti d'America erano sotto Luigi XVI ben più lontani da Parigi che Roma noi sia, eppure i principii e gli esempi d# estesero e varcarono il mare anche senza il sussidio dei vapori.
Le lagrime e i dolori di Pio IX dovranno essere scontati t suo tempo di chi ne fu o causa od occasione. È scritto nell'Evangelio che ai ministri di Dio non si torcerà impunemente un capello; e si potrà impunemente contristarne il Vicario, e muovergli una guerra così imbecille e snaturata, accusandolo in divorai tempi di avere fatto troppo pel suo popolo, e di non avere fatto nulla?
Pio VII nella celebre Bolla di scomunica: Quam memorane illa èie, pubblicata ed affissa in Roma il 10 di giugno del 4809, usciva nelle seguenti fatidiche parole:
«Quanto a noi, ricolmi già da gran tempo di amarezze da coloro, da' quali dovevamo meno aspettarci tai cose, ed angustiati in ogni possibile maniera, non tanto oi attristiamo della sorte, nostra presente, quanto della futura dei persecutori. Imperocché, se Dio a nostra riprensione e correzione si è alquanto con noi adirato si riconcilierà poi di nuovo co' servi suoi. Ma chi contro la Chiesa si è fatto inventore di malizia, questi come si potrà sottrarre alla roano di Dio? Imperocché Dio non esenterà niuna persona, né rispetterà la grandezza di alcuno, giacché egli ha fatto il piccolo ed il grande, ed ai più forti sovrasta di poi un più forte tormento».
(Pubblicato il 18 novembre 1859)
Non può disconoscersi la grande e straordinaria potenza che ha oggidì in Italia l'imperatore Napoleone III. Essa risulta da varii capi: — da quella supremazia europea che, o per virtù propria o per debolezza altrui, s'ha acquistato; — dalla sua condizione di vincitore dell'Austria e di protettore della supposta indipendenza italiana, — e finalmente e principalmente dall'essere il solo potentato straniero che abbia un buon nerbo di truppa in casa nostra.
Nessuno vorrà negare, che finora l'influenza del Bonaparte in Italia sia mille volte maggiore di quella che vi esercitava l'Austria; perché questa non riducevasi che a semplici consigli, e non avea per se che i soli governi conservatori; laddove la Francia può comandare come meglio le piace, ed ha per sé i buoni ed i tristi, che si ripromettono tanto gli uni quanto gli altri un largo guadagno dalla politica imperiale ((59)).
Della potenza di Napoleone III in Italia sui governi legittimi e sui governi rivoluzionari avemmo testà un esempio nella questione della Reggenza dell'Italia centrale affidata al Principe di Carignano.
Il Piemonte voleva spedire il Principe, e i rivoluzionari di Bologna, Firenze Modena, Parma vivamente lo desideravano; ma giunse un solenne divieto da Parigi, e il Principe restò in Torino, e l'Italia centrale si rassegnò alla volontà superiore.
Questo è un fatto capitale che getta moltissima luce sugli avvenimenti onde è teatro la patria nostra dal gennaio in poi. Noi non saremo così arditi dall'inferirne che tutto ciò che è avvenuto in Italia abbia avuto per causa prima, per autore principale l'Imperatore de' Francesi; ma questo senza temerità possiamo conchiuderne, che Napoleone 111 avrebbe potuto impedire qualunque scena disgustosa, che scompigliò la Penisola, ed afflisse gli amici dell'ordine e del cattolicismo.
Purché il Potente di Francia in ogni «lira questione avesse adoperato una parte di quella energia e di quella risolutezza, di cui ci diede testà un esempio nella questione della Reggenza, noi siamo certi che tutto sarebbe avvenuto conforme a' suoi consigli ed a' suoi desideri.
Se egli avesse detto: — Non voglio la rivoluzione delle Romagne; i rivoluzionari non avrebbero osato contraddirgli. Se avesse dichiarato di non volere l'esautorazione del Granduca di Toscana; questi sarebbe già al suo posto. E così via discorrendo di Parimi e Modena. Imperocché se Napoleone III potà assai contro l'esercito austriaco, può infinitamente più. contro l'esercito della, rivoluzione.
Né con ciò è mente nostra di formulare un atto d'accusa contro l'Imperatore Napoleone, imperocché ognun sa che per essere reo d'un fatto non solo bisogna averlo potuto, ma anche averla dovutoimpedire, e su questo punto noi ci asteniamo dal profferire giudizio; tanto più che gli imperialisti van dicendo che la politica francese in Italia ha per iscopo di prendersi giuoco della rivoluzione, e renderla a' popoli contemporaneamente ridicola ed odiata.
Diciamo sole due cose. L'una che è multo pericoloso giuocar colla vipere, nonostante la conoscenza, la famigliarità, l'arte e la pratica di chi le maneggia, l'altra che è grande la risponsabilità dell'Imperatore Napoleone III per gli affari d'Italia, sicché la storia riversa a lui il merito, o la colpa dell'esito, secondo che questo riuscirà a buono od a pessimo termine.
D'ordinario la risponsabilità si misura alla stregua della potenza, e questo essendo oltre ogni dire straordinaria, anche quella pesa con tutta la sua forza sul Sire onnipotente. L'Austria ha lasciato in mano l'Italia all'Imperatore dei Francesi, senza mostrare quella gelosia che esso avea dapprima dell'influenza austriaca. I rivoltosi si dicono pronti a sottomettersi alla volontà di Napoleone III, a cui sinceramente o ipocritamente professano gratitudine. Egli è dunque padrone assoluto delle cose nostre: ha in mano l'Italia come un pezzo di molle creta da maneggiare ed acconciare a suo talento. L'Europa sta a vedere chi cosa ne saprà fare, se un vaso di Sèvre, o un orciuolo d'Albissola. Ornai il lavoro dura da rapiti mesi, e il vaso non si vede ancora. Aspettiamo tuttavia con pazienza, e chiniamo la testa ai decreti di colui che ha fatto la Francia nelle notte del Due Dicembre, e vuoi invece adoperare un anno per fare l'Italia.
Carlo Luigi Farini, imperante a Bologna, il 13 novembre 1859 pubblicava un decreto che aboliva il Santo Uffizio. L'Armonia del 17 novembre stampava la notizia, e il 18 scriveva le seguenti osservazioni:
Pubblicando nel nostro numero precedente un dispaccio di Bologna, il quale annunziava la prima opera dell'eccelso Farini in Romagna, che fu di sopprimere il Santo Officio «affinché non si potesse più rinnovare il fatto del giovine Mortara», vi abbiamo appiccato due linee di commento per ricordare che chi avea abbracciato con tanto zelo questa misura, non avea Tatto nulla in Parma, ne per vendicare l'assassinio del colonnello Anviti, né per impedire che potessero più riprodursi attentati del medesimo genere.
Oggidì noi stimiamo vantaggioso il rifarci sulla medesima idea, svolgerla più ampiamente, e mettere a confronto i procedimenti della rivoluzione con quello del Santo Officio, insistendo particolarmente sui due accennati, quello del giovine Mortara e del colonnello Anviti.
Il Mortara nasceva ebreo e venne fatto cristiano. Appena il seppe, ne godè e ringraziò Dio d'un favore sì segnalato. I parenti lo volevano al ghetto, ma la Chiesa, come tenera madre, gli stese le braccia, se lo strinse al seno, e protesse la sua libertà di coscienza.
Il giovine fu condotto a Roma, e là trovasi contentissimo della sua sorte, e può professare liberamente Gesù Cristo. In sei mesi che le Romagne, dove stanno i parenti del giovine Mortara, sono insorte contro il Papa, non sappiamo che essi abbiano ancora pubblicato una lagnanza o sulla educazione del figlio, o sul modo come viene trattato.
Il gran delitto del Santo Officio verso il giovine è questo, che ha protetto la sua libertà individuale; che lo ha salvato da chi Io voleva ebreo per forza, mentre era cristiano; che gli ha ottenuto a spese del Romano Pontefice una educazione signorile e senza verun aggravio della propria famiglia.
Voltiamo invece la pagina, ed eccoci sotto gli occhi l'assassinio del colonnello Ànviti, opera scellerata della rivoluzione. Questo militare recasi a Parma, e vi è scoperto da suoi nemici, che lo denunziano l'arrestano, e lo chiudono in prigione. Da lì a poco Ha marmaglia sfonda le porte, s'impossessa del Colonnello, e lo strascina per le pubbliche strade, lo reca in un caffè e gli spicca la testa dal busto.
Non interrogatorio, non processo, non difese; Anviti è ucciso e non si sa a cagione di quale delitto. Per ben sei ore la marmaglia si da spazzo del suo cadavere, e, a detta del Times, vi ha taluno che ne spicca dalle mani le dita e ne succhia il sangue. La sua testa è posta sopra d'una picca, e portata in trionfo per la città di Parma; finalmente esposta su di una colonna ai lazzi ed agli improperi di quei sciagurati.
dell'Inquisizione, e mettiam pegno che a parole o per iscritto hanno declamato cento volte contro il Santo Officio.
Tutti coloro che presero parte a questa scena di sangue sono grandi nemici Il Farini, dittatore di Parma, e sì tenero della amministrazione della giustizia, non muove una paglia per castigare gli assassini. Massimo d'Azeglio predica che ogni giorno che passa senza che sia vendicato l'orribile delitto, è una nuova vergogna pel governo; ma passano i giorni, le settimane, i mesi, e i rei non si trovano, e il castigo non si conosce. Eppure l'assassinio fu commesso in pien giorno, alla presenza di tutta una città, e durò sei ore.
Il Farini riserva tutto il suo zelo contro il Santo Officio. Egli non tarda a pigliarne vendetta, e il giorno stesso in cui arriva in Bologna lo sopprime. Bolognesi, chi è di voi che abbia dovuto deplorare le tirannie di questo Tribunale? Oh quanti parenti, quanti giovani non avranno piuttosto invidiato la sorte del Mortara! Voi ora non avete pili l'inquisizione ecclesiastica, che non dava noia a nessuno; ma avete invece l'inquisizione libertina. Avete quella Inquisizione, che in breve tempo ha già imprigionato sedici ecclesiastici, come confessò lo stesso signor Napoleone Pepoli; avete quell'Inquisizione, che spiai vostri passi, che sforza i vostri voti, che v'obbliga ad essere felloni contro la vostra volontà; quell'Inquisizione, che già v'impose un Cipriani, ed un Pinoli], ed ora vi sottomise alla ferula d'un Farini; quell'Inquisizione, che non vi lascia conoscere il vero, e che non permetterà certamente che vi giunga sotto gli occhi questo foglio, perché non applaude e non incensa i vostri nuovi padroni.
(Pubblicato il 22 novembre 1859)
I nostri giornali sono pieni, zeppi di Bon-Compagni e Garibaldi, e noi dobbiamo raccogliere le loro dicerie. Chi dice adunque che Bon-Compagni sia partito con quattro segretari, avendo a latere l'eloquente deputato Alfieri, sindaco di Galuso, e il marchese Cavour, nipote del conte zio Camillo (redi i Promessi sposi); chi dice invece che non sia partito, ma debba partire oggi, lunedì, colla comitiva come sopra; chi afferma che il Bon-Compagni finga di partire, ma non partirà; e chi afferma che partirà non come Reggente del Reggente, ma come semplice privato.
Vi sono alcuni che dicono avere il gabinetto delle Tuilerie dato indietro inseguito alle severe rimostranze del gabinetto di Torino; — altri che pretendono che il gabinetto delle Tuilerie non ha mai fatto davvero; — altri che sostengono che tra i due gabinetti v'è aperta rottura o tardi o tosto ne vedremo gli effetti. Intanto il Principe di Carignano ha scritto una seconda lettera indirizzata al commendatore Matteucci, e riferita dalla Nazione di Firenze nel suo N° 19 di novembre, la quale è del seguente tenore:
Torino, 15 novembre 1859.
Stimatissimo Signor Commendatore,
Non trovo parole sufficienti che possano esprimere la mia più viva riconoscenza per la gratissima lettera che mi ha indirizzata II voto delle Assemblee dell'Italia centrale, che attribuisco più alla affezione degli Italiani al Re, che alla mia persona, mi riesci alquanto lusinghiero e molto al di sopra de' miei meriti, per cui grande si è il sacrificio che che provo dell'astenermi di accorrere in persona a compiere l'onorevole mandato commessomi. Tal cosa avrei di tutto cuore desideralo di poter fare, per provare agli Italiani tutta la mia affezione per loro, non che la viva e profonda mia riconoscenza; ma ciò, a malgrado del mio vivissimo desiderio, non potendo effettuarsi, mi conforta però il pensiero che, all'avvicinarsi del Congresso europeo, questo mio sacrificio potrà essere più utile agli Italiani che la mia presenza, mentre vorrà togliere ogni sospetto
Comprendo quanto la posizione dell'Italia centrale sia difficile, ma con tutto ciò non bisogna perdersi d'animo, anzi ci vuole doppia energia, stare uniti e armarsi, conservando quell'ordine perfettissimo che tanto onora gli Italiani in questi momenti supremi, e che, facendone l'ammirazione, non dubito sarà il più potente appoggio al Congresso europeo.
La mia risposta al commendatore Minghetti ed al signor Peruzzi, che lei già deve conoscere, spero avrà rassicurato gli Italiani, almeno lo desidero: io ho fatto tutto quello che ho potuto; lei sa che sono franco e leale, e che non desidero altro che vedere l'Italia felice
Gradisca nuovamente, signor Commendatore, i miei vivi e sinceri ringraziamenti uniti agli atti della mia più alta stima e considerazione.
Suo affezionatissimo
Eugenio di Savoia.
Tra Bon-Compagni e Ricasoli pare che sia insorta eziandio una questione che alcuni dicono di sostanza, e altri di pura forma cioè se il Principe di Catignano non volendo andare lui, potesse mandare il Bon-Compagni; e se le Assemblee nazionali dell'Italia centrale accetteranno questo scambio del Commendatore pel Principe. Staremo h vedere come finire questo incidente,
Intanto viene l'altra questione di Garibaldi. Il generale Stesso; giunto in Nizza, ha fatto inserire nel Nizzardo del 18 di novembre le seguenti parole agii Italiani:
«Trovando con arti subdole e continue vincolata quella libertà d'azione che è inerente al mio grado nell'armata dell'Italia centrale, e onde io usai sempre a conseguire lo scopo, cui mira ogni buon Italiano mi allontano per ora dal militare servizio.
«Il giorno, in cui Vittorio Emanuele chiami un'altra Volta i suoi guerrieri alla pugna per la redenzione della patria, io ritroverò un'arma qualunque ed un podio accanto ai prodi miei commilitoni.
«La miserabile volpina politica che per un momento turba il maestoso andamento delle cose nostre, deve persuaderci più che mai che noi dobbiamo serrarci intorno al prode e leale Soldato dell'indipendenza, incapace di retrocedere dal sublime e generoso suo proposito, e più che mai preparare oro e ferro per accogliere chiunque tenti rituffarci nelle antiche sciagure.
«G. GARIBALDI.»
Prima però di arrivare a Nizza, il Generale Garibaldi fu a Savona, ed ecco cosa ci racconta il Diario Savonese del 17 di novembre:
«Oggi sulle undici e mezzo, diretto a Nizza, giungeva in questa nostra città il generale Garibaldi. Furono ad incontrarlo l'Intendente generale, il Sindaco della città e grandissima folla di cittadini. Fermatosi nell'Albergo dell'Universo a prendere ristoro, l'illustre campione dell'indipendenza italiana accolse le deputazioni della Guardia Nazionale e della Società degli artisti ed operai. Il presidente della Società operaia rivolse all'illustre generale calde parole di affettuosa riconoscenza por quanto a lui deve l'Italia; alle quali il valoroso generale rispondea: — Lui essere grato delle manifestazioni d'affetto che gli erano fatte dai Savonesi, solleciti anch'essi ed ansiosi della grandezza della patria; l'Italia avere oggi più che mai bisogno del concorso di tutti per accrescere le file dell'armata, la quale, valorosissima come fu sui campi di battaglia, ha d'uopo di farsi ogni dì più numerosa: i potenti stranieri non doversi più mischiare nelle cose di casa nostra; ma, a ciò conseguire, essere necessaria l'unione, la concorda ed il braccio di tutti gl'Italiani. — Dopo questo breve discorso prendendo commiato, e salutato da tutti gli astanti, l'illustre generale partiva fra gli evviva della moltitudine che lo accompagnò per un lungo tratto della sua via.»
La Società degli operai tipografi di Nizza offerì al Garibaldi un ramo d'alloro col seguente indirizzo:
«Generale, la Società degli operai tipografi presenta una corona d'alloro all'eroe di Varese e di Corno. La gioventù nizzarda risponde per la prima alla vostra voce, lieta di potersi assicurare che la crescente generazione non sarà indegna di quelle che l'hanno preceduta. Quando suonerà l'ora, scambieremo con un moschetto le armi della pace, e vi terreni dietro. Queste parole vi dicono, o Generale, che agli uomini pagati per corromperci noi non abbiam dato ascolto.
«Nizza è terra antica di valore e di fede; essa rigetta con ribrezzo la semente della viltà e del tradimento, e se la fa ricca il pacifico ulivo, quella pianta però vi è sempre cresciuta onorata accanto alle palme, alla quercia, agli allori.
«Un ramo di quell'albero noi vi offriamo; accettatelo, Generale, come tributo della nostra ammirazione, e come pegno insieme degli inalterabili nostri sentimenti di fedeltà alla patria ed al Re.
«Viva l'Italia! Viva Vittorio Emanuele!»
Se Nizza parla, Milano non tace. Il Momento del 20 di novembre ha in capo a grossi caratteri quest'Indirizzo: «Noi sottoscritti preghiamo con tutta la forza e il sentimento delle attuali vertenze italiane, preghiamo che: Garibaldi ritorni nell'Italia centrale. Egli da parte sua non opponga difficoltà. I governi dell'Italia centrale il Ministro sardo, se mai il suo concorso abbisogna, e le Assemblee di Parma, Modena, Bologna, Toscana, immediatamente riconvocandosi, provvedano onde Garibaldi ritorni subito al comando dell'armata italiana dell'Italia del centro. In faccia all'Europa, in faccia al Congresso, in faccia agli Italiani di quelle provincie l'ITALIA è nel RE è in GARIBALDI».
Dopo l'indirizzo segue questa nota: «Il Momento propone che il sovrascritto indirizzo sia sottoscritto da tutti i nostri concittadini di Milano, di Lombardia, dì Piemonte, dell'Italia centrale. Apre quindi soscrizioni nel suo ufficio e prega tutti i giornali di Lombardia, di Piemonte, Romagna, Toscana, Modena ecc., e di tutte le città e borghi a riprodurre il sovrascritto indirizzo, ad aprire le soscrizioni e rimettere entro otto giorni al più tardi le liste colle firme alla Direzione del Momento, Milano, San Pietro all'orto, 17 rosso. Pel Piemonte e per l'Italia centrale, se l'invio al Momento credesi che possa ritardare la celerità dell'operazione, il Momento stesso destina a Torino, come punto centrale, la Società Nazionale con cui prenderà immediatamente i debiti accordi».
E finalmente in un articolo di fondo il Momento dice di Garibaldi: Nessuno lo tocchi. E commenta il titolo dell'articolo così:
«Nessuno lo tocchi.
«Garibaldi è nome sacro all'Italia e a tutti i veri Italiani; quel nome è l'onore del nostro paese e forse è il solo che assomiglierà l'Italia moderna all'Italia dei Romani, l'Italia attuale all'antica Grecia ed alla Grecia moderna. Gli Italiani lo amano sopra tutti, e sarebbero stolti ed ingrati se sopra tutti non lo amassero,
Nessuno lo tocchi.
«Non v'ha generali in Italia che abbiano nella storia moderna tanta parte, quanta ne occupa melatamente il Nizzardo. La sua vita senza fasti, senza tregua, senza riposo, è una vita altamente eroica, composta di sagrifici consumati sul l'altare della libertà e della patria, onorata di vittorie segnalate, riboccante di principii onesti, di generosissimi sentimenti.
«Nessuno lo tocchi.
«Noi veneriamo il merito di tutti i bravi guerrieri e siamo gratissimi a loro se per noi corsero i pericoli della guerra; ma di bravi guerrieri l'Italia ne conta parecchi, d'istruiti generali non ne manca; ma nel suo genere Garibaldi è unico; né in Italia, né in Europa un altro Garibaldi ritrovasi.
«Nessuno lo tocchi.
«Come Toro nel fuoco, Garibaldi fu provato per lunga serie d'anni; vicino o lontano, nella sue isola o nel campo di battaglia, semplice soldato o comandante su premo, fu trovato sempre forte, sincero, magnanimo, vero Italiano. L'Italiano fida pili in lui che in altri, perché niuno in argomento di prove e di fatti ha quanto lui diritto alla fiducia italiana.
«Nessuno lo tocchi.
«Le circostanze fanno gli uomini, e gli uomini forman le epoche: ma quando passano i tempi, i nomi che sopravvivono sono pochissimi, e i nomi venerabili più rari ancora, perciocché la venerazione non si acquista che da nomi immaculati, Garibaldi è tal nome; immaculato e santificalo da vero amore ed entusiasmo di patria indipendenza.
«Nessuno lo tocchi.
«Garibaldi è l'anima del soldato d'Italia; senza lui avremo soldati disciplinati e fedeli, ma non avremo eroi come i cacciatori delle Alpi. La dimissione di quel prode è una morale sconfitta per noi, è una vittoria morale pei nostri nemici.
«Nessuno lo tocchi.
«L'Italia ha bisogno del Nizzardo; l'Italia lo richiamerà contra il pensiero di qualsiasi generale o non generale, e lo ricondurrà al suo posto; posto vuoto e che nessuno altro Italiano vale a riempire.
«Nessuno lo tocchi.
«La moderazione di che da mesi da prove continue dovrebbe bastare per allontanare da lui i sospetti dell'imprudenza e i timori di un colpo ardito. La sua obbedienza ai comandanti supremi è ormai proverbiale; tutta intera la sua condotta accenna alla sua dipendenza quando è dipendente.
«Nessuno lo tocchi».
E noi obbedienti al Momento non toccheremo più oltre il general Garibaldi.
L'Associazione Unitaria Italiana pubblicò il seguente programma, che riferiamo come documento dei divisamenti della setta. Giova notare specialmente la emancipazione della donna e l'emancipazione della scienza dall'influenza di ogni sistema religioso cioè la scostumatezza e l'ateismo:
Cooperare al conseguimento dell'autonomia della unificazione e della libertà d'Italia.
1° Nell'ordine politico: Esclusione d'ogni dominio ed influenza straniera io Italia per riunire la intera nazione sotto una amministrazione comune: abolizione di qualsiasi forma di caste e privilegi: eguaglianza de" cittadini nei diritti politici: estensione del principio elettivo: guarentigie efficaci del diritto di associazione e di petizione, della libertà personale e della libertà di coscienza.
2 Nell'ordine civile: Riforma della legislazione per metterla in armonia col principio dell'eguaglianza ne' diritti civili: abolizione totale dei feudi, fede commessi, manimorte, ecc.: parificazione della prole nell'ordine di successione: restrizione in giusti limiti della patria potestà: emancipazione della donna.
3° Nell'ordinamento amministrativo: Ordinamento dei Comuni a sistema elettivo, e decentralizzazione del potere amministrativo.
4° Nell'ordine giudiziario: Applicazione della procedura pubblica ed orale a tutta l'amministrazione della giustizia: estensione del sistema dei giurati: limitazione del carcere preventivo: determinazione di pene più confacenti per la qualità e per la durata collo stato presente della civiltà: abolizione della pena di morte.
5° Nell'ordine educativo: Istruzione primaria obbligatoria: gratuita nell'insegnamento pubblico, e libero sviluppo del programma governativo: libertà nell'insegnamento privato: diffusione del sapere in tutti i ceti del popolo: emancipazione della scienza dall'autorità del clero e dall'influenza d'ogni sistema religioso.
6° Nell'ordine industriale e commerciale: Attuazione del principio di asso ciazione in modo da non inceppare la libertà individuale, e da prevenire le coalizioni tanto fra gli operai quanto fra i capitalisti: libertà del commercio: soppressione delle barriere doganali: sviluppo dei mezzi di comunicazione: assimilazione dei rapporti internazionali.
7° Nell'ordine funzionario: Massima economia nella pubblica amministrazione, senza nuocere alla prosperità dello Stato e delle sue instituzioni: limitazione delle varie specie d'imposte: equità nel ripartirle: convenienza nel modo di riscuoterle.
8° Nell'ordine della pubblica difesa: Sviluppo di tutte le forze militari del paese: ordinamento e disciplina dell'esercito secondo i principii dell'eguaglianza e della giustizia, fino a che l'alleanza fraterna dei popoli non permetta l'abolizione di ogni esercito stanziale.
Milano, 1859.
A certi cattolici che si persuadono di poter conciliar Dio con Belial, e schiacciato un paternostro, non si vergognano d'inveire contro del Papa, vogliamo dare per maestro un diario protestante della Germania, la Spener'sche Zeit. Veggano non solo con qual rispetto parli del Papa, ma come sinceramente confessi le strette relazioni tra il potere spirituale e il potere temporale del Sommo Pontefice.
«Gli avvenimenti, scrive adunque la Spener'sche Zeit, gli avvenimenti nello Stato Pontificio sono il punto centrale della questione italiana. Più ancora, essi toccano gli interessi ecclesiastici di ludo il mondo. La Chiesa cattolica non è Chiesa provinciale, ne nazionale; più antica di qualsiasi formazione di Stati dell'antico e del nuovo mondo, le sue istituzioni si sentono superiori ai confini ed ai poteri dei popoli e degli Stati, e onorano nel Vescovo di Roma il loro supremo Capo. — La dipendenza di questo Vescovo da qualsiasi potenza temporale porrebbe in pericolo la stessa indipendenza della Chiesa cattolica. Le più importanti cose da essa operate quale potenza religiosa e incivilitrice, sono dovute alla sua indipendenza dal potere temporale, finalmente procuratale dopo lunghe lotte da Gregorio VII, e che conservò sempre dappoi.
«Anche alla Chiesa evangelica, la quale divenne per la base della sua origine storica piuttosto una chiesa del paese, essa ha fatto partecipare di questo spirito d'indipendenza dello Stato, e fu d'esempio non di rado, a cagione della stia antica e forte organizzazione, a questa Chiesa sorella nel lottare per la conservazione di questa indipendenza. Giacche la Chiesa non può abbandonare tale indipendenza, se non vuoi essere tratta in mezzo ai mutabili avvertimenti, principii ed aspetti politici, ed in essi soccombere.
«La residenza del Capo supremo della cristianità in Italia, in un paese che non è uno stato unitario, il potere temporale sovrano del Papa nel patrimonio dì S. Pietro è la guarentigia dell'indipendenza di questo Capo supremo, e di tutta la Chiesa cattolica. La Francia ebbe l'ambizione già nel medioevo (nel secolo xlv) come pure nel secolo scorso, sotto l'imperatore Napoleone I di fare del Papa in qualche modo un suo vescovo nazionale, ma l'Europa restaurò sempre il Pontefice; giacché il Capo supremo della Chiesa cattolica non può essere soggetto all'influenza d'una Potenza temporale.
Queste opinioni non abbisognano di ulteriori osservazioni a dimostrare come la Spener'sche Zeit si dichiara contraria alle agitazioni rivoluzionarie dello stato Pontificio. Essa lo fa con grande fermezza, e crede che la Curia pontificia combatterà con dignità e con perseveranza contro la rivoluzione. Conclude col far menzione delle opinioni del Clero francese in tale argomento, ed osserva che la Francia cattolica non può udire senza profonda emozione un tale linguaggio tenuto dai suoi Vescovi.
(Pubblicato il 23 novembre 1859)
Un nuovo episodio del dramma italiano è finito, e Bon-Compagni sarà proreggente nell'Italia centrale. La Francia (che dapprima combatteva questa misura in nome del non intervento e pei riguardi dovuti al prossimo Congresso) si arrese in ultimo ai voti del nostro ministero e consentì. Non sappiamo con chi l'Armonia debba maggiormente congratularsi, se col signor Rattazzi per la sua fermezza, col signor Da Bormida per la sua eloquenza, col signor La Marmora pel suo eroismo, oppure coll'imperatore Napoleone III per la sua docilità, arrendevolezza, discrezione,
Certuni, ricordando gli articoli del Moniteur avanti la guerra — articoli che dichiaravano sogno e pazzia la politica del nostro ministero, e poi la favorivano — andavano di questi giorni pronunziando l'esito che ebbe di fatto, la nomina del Bon-Compagni. Un nostro amico, che conosce assai la diplomazia imperiale, ci diceva: — Siccome Cavour non avrebbe stuzzicato l'Austria, se non fosse stato sicuro dell'aiuto di Francia; così Rattazzi non avrebbe nominato il Bon-Compagni, se non avesse avuto speranza di ottenere il consenso dell'imperatore Napoleone III. — E veggiamo che il nostro amico s'è apposto f e ci congratuliamo anche con lui.
É vero però che la Francia non ha dato il suo consenso su due piedi, ma ha voluto che il gabinetto di Torino facesse delle dichiarazioni. Oh! senza queste dichiarazioni l'Imperatore dei Francesi non avrebbe acconsentito per venia patto. E le dichiarazioni sono, che, se Bon-Compagni esercita la Reggenza, gli è unicamente per mantenere l'ardine. Non va mica il nostro Commendatore nell'Italia centrale per favorire ristorazioni, ma per mantenere l'ordine, conservare lo statu quo e impedire che i popoli si riscuotano ì si agitino, pensino all'antico.
Mantenere l'ordine, ecco, a detta del Constitutionnel l'impresa del proreggente Bon-Compagni. Vuoi dire che, secondo il giornale officioso di Parigi, l'ordine regna nell'Italia centrale, dacché Bon-Compagni va a mantenerlo; epperò è ordine che le Romagne siensi sottratte al paterno dominio del Papa, è ordineche la Toscana non riconosca pili il Granduca, è ordine che Parma e Modena abbiano esautorato i loro Principi! È quest'ordine che il Bon-Compagni va a mantenere?
Ma perché fu necessario di venire fin sulle rive del Po e della Dora per ricercarvi chi andasse nell'Italia centrale per mantenervi l'ordine? Questo è un fatto che non riesce molto onorifico ne pei Ricasoli, né pei Farini, giacché indica l'impotenza loro di mantenere l'ordine; laddove è sommamente onorevole pel Piemonte il dire che fu necessario un Piemontese, un figlio di questa felicissima terra della libertà e del governo modello per mantenere l'ordine nell'Italia centrale!
Confesseremo schiettamente che quanto a noi, dopo tanta unanimità e tanti elogi alla disciplina, alla compostezza, al dignitoso contegno dei Parmigiani, Modenesi, Toscani, Romagnoli, non avremmo creduta necessaria la spedizione del Bon-Compagni nell'Italia centrale per mantenervi l'ordine. Ma poiché il gabinetto di Torino e quello delle Tuilerie hanno riconosciuto tale necessità, c'inchineremo umilmente alla loro decisione.
Conciossiaché i ministri subalpini conoscono un po' meglio di noi le presenti condizioni morali e politiche dell'Italia centrale, e l'imperatore Napoleone III ne sarà stato informato dall'ex-governatore Lionetto Cipriani, che, partitosi da Bologna, corse difilato a Parigi per riappiccarvi le antiche amicizie.
Ora resta a vedere qual metodo terrà il Bon-Compagni per mantenere l'ordine. Un i#mo del tempo antico osservava che il proreggente, essendosi per prima cosa recato in Parma, forse avrebbe colà dato saggio di sua fermezza attirando il processo contro gli assassini dell'Anviti, e provocando quelle tali misure che Massimo d'Azeglio invocava fin dal 12 di ottobre, dichiarando che, quanti giorni passavano senza far nulla, erano una nuova vergogna pel governo. li buon uomo avvertiva che l'eccelso Farini avendo lasciato invendicato il delitto, Bon-Compagni avrebbe fatto giustizia.
Ma l'illustre proreggente hai suoi sistemi particolari per mantenere l'ordine, sistemi sperimentati in Toscana nell'aprile dell'anno corrente, e proclamati in Inghilterra nel giugno passato da testimoni di veduta.
Certo volendosi mandare un Piemontese per mantenere l'ordine nell'Italia centrale, Carlo Bon-Compagni era il personaggio da ciò, e l'Europa omai può dormire tranquilla, che a Firenze, a Bologna, a Modena ed a Parma tutto procederà in numero, peso e misura. Bon-Compagni applicherà il metodo alla politica e insegnerà agli Italiani del centro quanti nasi hanno e quanti orecchi. L'Italia centrale sotto la benefica reggenza del nostro Cavaliere sarà trasmutata in un asilo infantile.
Resta ora che noi presentiamo i nostri umilissimi ringraziamenti a Sua Maestà l'imperatore Napoleone III per la nuova prova d'affetto che ha dato agli Italiani, e per avere consentito alla reggenza del Bon-Compagni affine di mantenere l'ordine. È mercé dell'Imperatore se quest'ordine continua, egli sia benedetto dalle future generazioni, come l'è dalle presenti, e possa la storia confermare gli elogi del giornalismo!
(Pubblicato il 24 novembre 1859)
I libertini non sanno far altro che tribolare la Chiesa 9 perseguitare il Clero, diffondere l'eresia. Se scrivono, essi mettono tutto il loro patriottismo nel calunniare i preti, maledire il Papa, bestemmiare i Santi; se governano, non veggono altro modo per proteggere la libertà, il progresso, la civiltà, che introdurre metodi e costumanze, le quali offendano il dogma o la disciplina ecclesiastica, e mettano il Sacerdozio al bivio di tradire il proprio ministero, o di sostenere multe e prigionie.
Così avvenne nel Ducato di Modena, poiché quelle sgraziate contrade furono costrette dalla rivoluzione a passare dal benefico, paterno e cattolico governo del duca Francesco I sotto il plebeo dispotismo del medico Farini. Il Medico per lasciar traccia di sé ne' luoghi dove passava, prese a perseguitare il Cattolicismo e il Sacerdozio nel modo più indegno. Del che noi abbiamo già dato in documento a' nostri lettori la bella rimostranza dell'intero Episcopato della provincia ecclesiastica Modenese.
Ora è nelle nostre mani la risposta indirizzata a quei Vescovi, non dall'Eccelso Farini, ché il mediconzolo non si degnò di rispondere, ma dal suo ministro di grazia e giustizia, il quale adempì l'incarico commessogli da Sua Eccellenza Dittatore.
Però le manderemo innanzi la bella lettera, con cui l'Arcivescovo di Modena accompagnava la protesta di tutto l'Episcopato della provincia ecclesiastica, del 25 di ottobre 1 trasmettendola l'ultimo di quel mese al sig. Fari dì. Ecco questo prezioso documento:
Modena, 31 ottobre 1859.«Eccellenza,
Nell'accompagnare l'unita rappresentanza dell'Episcopato di queste provincie, prego l'E. V. a nome anche degenerati miei colleghi di fissare speciale attenzione sulla parte di essa che riguarda le due leggi 26 settembre e 17 ottobre corrente, relative al matrimonio.
«Conoscendo che la legge sarda non prescrive Tatto civile innanzi al matrimonio, veramente non avrei giammai creduto che nelle condizioni di cose, in cui or siamo, si fosse richiamata in vigore una tale disposizione nel Codice Estense senza previa discussione conosciuta, e senza apportarvi alcuna modificazione che ne correggesse i difetti. E tanto meno era da aspettarsi che essa fosse fatta rivivere al riflesso che, dopo più di tre anni di esperienza, venne con soddisfazione de' più abrogata, essendosi riconosciuta inopportuna e difettosa, non tanto rispetto alla religione per gl'imbarazzi che oppone olla libera amministrazione di un Sacramento, quanto anche dal Iato civile, riuscendo altrettanto difficile e gravosa l'esecuzione specialmente per la classe povera, che è la pili numerosa.
«Ma se fui sorpreso e dolente nel veder rimessa in vigore la succitata disposizione, mollo di gran lunga maggiore è stato lo stupore e l'amarezza mia, quando, poco stante, fu pubblicato, non saprei per qual grave causa, l'editto con cui viene posto modo ai parrochi nell'esercizio del loro ministero, e sì giunge perfino ad infligger loro una multa ed anche la carcere, se assistono alla celebrazione d'un Sacramento senza l'osservanza di certe prescrizioni civili. Confesso all'È. V. che non conosco legislazione alcuna, la quale in questo proposito presenti un trattamento più severo, e porti uno sfregio tanto umiliante al sacerdozio, e più palesemente ne vincoli la troppa necessaria libertà nell'eseguire i suoi sacri doveri. Per non parlare dell'indebita ed eccessiva ingerenza che con questa legge il governo, non limitandosi agii effetti civili, si attribuisce sull'atto stesso della celebrazione del matrimonio, determinando le precise condizioni, nelle quali sole si permette al parroco di assistervi, mi ristringerò soltanto a far osservare che una tal legge, per quanto è da lei, costringerebbe il parroco, a mancare talvolta al proprio dovere come ministro di Dio. Non sono rari i casi, nei quali per motivi gravissimi non possono i contraenti prima del matrimonio sottoporsi alla pubblicità dell'atto civile, come, ad esempio, avviene. nei matrimoni detti di coscienza, e in quelli che debbansi da taluni celebrare nell'estremo della vita. Ora il parroco, richiesto a prestare la sua assistenza in simili casi, non può rifiutarsi, perché una legge superiore ad ogni umana prescrizione ve l'obbliga. Sarà egli giusto che perciò venga sottoposto ad una pena? Eppure la legge la stabilisce, e tale, che a nessun'altra classe onorata della società si suole imporre, non usando alcun riguardo al sacro carattere dì cui è insignito il sacerdote, ne alla santità e all'importanza delle funzioni che esercita.
«Non posso dissimulare all'È. V. che grave e universale è stato il dispiacere di quanti tra noi, e la Dio mercé non sono pochi, amano di cuore la religione, e professano ossequio a' suoi ministri nel veder pubblicata una tal legge, e molti parrochi, a' quali sono certo sarebbersi uniti gli altri tutti, conscii a se stessi di non meritare siffatto sfregio, e dolenti che s'inceppi la necessaria libertà del loro ministero, avrebbero con comune reclamo supplicata TE. V., perché fosse rivocata una tale disposizione, se io stesso non avessi dichiarato d'esser pronto a compiere presso di lei un tale ufficio, al quale tanto più di buon grado mi presto, in quanto che sono persuaso non poter sfuggire alla saggezza dell'E. V. la convenienza di rivocare una legge, con cui, oltre agli altri pregiudizi che seco porta, parrebbe si dovesse togliere o menomare al Clero, e specialmente ai pastori delle anime quella fiducia e quella stima, della quale tanto interessa al bene stesso della società che essi godano presso le popolazioni alla loro cura affidate.
«Ho l'onore di confermarmi coi sentimenti di stima distinta e pari ossequio «Di V. E.
«Dev. mo Obb. mo Servitore
«+ Francesco Emilio, Arciv. ed Abate».
Il lettore non perda di vista il principale argomento dell'Arcivescovo di Modena. 0 voi, signor Farini, considerate il Ducato come un'appendice del Piemonte, e perché introducete leggi sul matrimonio che non esistono negli stati Sardi?
Oppure considerate il Ducato come una cosa a parte, e perché allora ci date in nome dell'annessione tutte le leggi piemontesi? La contraddizione è solenne e non ammette replica. Di fatto il ministro del Farini dissimulò il ragionamento dell'Arcivescovo di Modena, come risulta da questa sua risposta, che noi pubblichiamo con qualche nostra parentesi:
Il Direttore del ministero di grazia e giustizia e culto
aS. E. Rev. ma Monsignor Arcivescovo Cugini
Modena.
«S. E. il Dittatore è certo di non aver mancato in nessuna occasione alle assicurazioni date all'Episcopato di queste provincie, che non sarebbe mai venuto meno dal professar riverenza ed ossequio alla cattolica religione ed ai suoi ministri»
(Incominciano le solite ipocrite proteste. L'Episcopato modenese non si contentò di affermare, ma citò i fatti, da' quali risulta che l'Eccelsotribolò la Chiesa e ne conculcò i sacrosanti diritti).
«Ma queste non poterono trattenerlo dal pubblicar le leggi della Monarchia Costituzionale di Savoia, della quale fanno parte integrale queste provincie per voto unanime dell'Assemblea Nazionale, già solennemente accettato dal magnanimo re Vittorio Emanuele.
(Ecco qui una sfondolata bugia detta dall'Eccelso e dal suo ministro. Non è vero che Vittorio Emanuele abbia accettato solennemente il voto dell'Assemblea di Modena Ciò che è avvenuto testà riguardo alla nomina della reggenza de! Principe di Carignano, n'è una prova evidentissima. )
«Non può S. E. accettare la discussione sul merito di leggi che sono una necessaria conseguenza dello Statuto già pubblicato, e che già da parecchi anni sono in vigore nelle antiche provincie del Regno.
(Largo, largo a questi liberali! Negano l'infallibilità del Papa, e pretendono infallibili le loro leggi! Parlano di progresso, e vogliono l'immobilità della legislazione! Predicano i vantaggi della discussione, e non la vogliono accetterei)
«La libertà della stampa è un diritto costituzionale, ed è legge dello Stato. Si giovi il Clero di tale benefizio, si faccia banditore di cittadina concordia, di carità evangelica, di civiltà e di progresso, e vedrà allora andare in dileguo e svanire i lamentati inconvenienti. La verità può essere combattuta, ma è sicura sempre di un luminoso trionfo.
(Questo è un vero insulto! Parlare al Clero della libertà di stampa in Modena! La libertà è tutta per voi; non permettete che si stampi una linea contro le vostre idee; e non un numero dell'Armonia potà giungere nel Ducato dopo che cadde sotto il vostro bastone dittatoriale. Noi sappiamo che per far conoscere a' Modenesi la rimostranza dell'Episcopato, stampata nell'Armonia, la si dovette trascrivere in tanti esemplari, e darla a leggere nelle famiglie. E poi parlano di libertà di stampa! E dopo aver detto che non accettano la discussione osano dire al Clero: discutete!)
V. E. si duole in special modo a nome tinche dei suoi colleghi dei due decreti dittatorii, 26 settembre e 17 ottobre 1859. Eppure il decreto 26 settembre richiamò semplicemente in vigore disposizioni del Codice civile Estense. Se fu facile ai nemici delle civili riforme piegar l'animo di Francesco I all'abrogazione delle savie provvidenze scritte nel lodato Codice, che regolano gli sponsali che celebransi prima del matrimonio, era dovere di un governo illuminato e curante del bene pubblico di ritornarle in osservanza.
(Ma queste civili riforme non esistono in Piemonte, e voi introducendole nel Ducato di Modena in nome àeV annessione, stabilite una legislazione diversa e contraria. Dunque vostro scopo è tribolare la Chiesa, e non unire l'Italia).
S. E. il Dittatore non poteva essere sordo alle vive lagnanze che da tutte parti muovevano i municipii e gli onesti padri di famiglia contro i matrimonii celebrati senza il previo adempimento delle condizioni prescritte dal Codice;civile.
(Questa è una solennissima menzogna. Il Clero di Modena ha sempre fatto il proprio dovere come cittadino, ed ha saputo osservare le leggi della Chiesa e quelle dello Stato, perché l'ottimo e desideratissimo duca Francesco l'procurò che non vi fosse mai né reale, né apparente contraddizione tra le une e le: altre).
«Ma vane di effetto sarebbero state rimaste le accennate disposizioni che il mentovato Codice, se con una sanzione penale non fossero stati diffidati a rispettarle i ministri della religione, cui tocca il presiedere alla celebrazione delli matrimoni.
(Voi parlate insolentemente. I Sacerdoti del Ducato di Modena non temono le vostre sanzioni penali; temono Iddio e non hanno altra paura. Dove' possono obbediscono all'autorità per ragione di coscienza, non per timore della spada. Ma nelle cose che Dio e la Chiesa proibiscono, a qualunque costo obbediranno alla Chiesa e a Dio, e non a paltonieri traforatisi nel palazzo ducale).
«Non ignorava il governo che molti parrochi si ridevano delle disposizioni) del Codice, richiamate in osservanza, per la libertà loro lasciata dal legislatore; di poterle violare impunemente. Le imprudenti millanterie di non pochi par rochi fecero sentire a S. E. il bisogno di dar forza ed efficacia alle disposizioni del Codice civile, richiamate in vigore con la sanzione stabilita dal decreto 17 ottobre 1859. I ministri della religione dovranno dolersi di sé medesimi, se, posta in non cale l'autorità della legge, incorreranno nelle pene, a cui accenna, il citato decreto.
(Torniamo a dirvi che tutte le vostre pene non serviranno ai nulla per ciò: che ripugna alla coscienza sacerdotale. Ma da queste vostre parole imparino i popoli ed i governi due cose: la 1a che voi non siete stimati niente affetto nel Ducato di Modena, ed avete bisogno delle sanzioni penali per mantenervi;; la 2'che per farvi obbedire usate largamente del Codice penale, e cercate di ispirare il terrore! Oh, se l'ottimo duca Francesco l'avesse trattato i liberali come voi ora trattate i preti, vi sappiam dire che non avreste preso il suo posto!)
«Ma d'altra parte l'equità e moderazione che informano il governo, sono un'arra non dubbia, che S. E. saprà far uso del diritto di grazia in tutti quei casi, in cui sia questa consigliata da particolari circostanze.
(Ohi oh! Sua Maestà Farini, che sa far uso del diritto di grafia! Ma quatta non è la peggiore condanna delle vostre leggi, quando vi obbligano a dichiarare che noa le applicherete? )
«Con questo brevi osservazioni il sottoscritto ha Adempiuto all'incarico commessogli da S. E. il Dittatore di rispondere alla rappresentanza di V. E. Rev. ma e dei Vescovi delle provincie modenesi del 25 ottobre p. p., accompagnata dall'E. V. con lettera del 31 successivo, «prego l'È. V. a voler comunicare la presente risposta a' suoi col leghi, e col pia profondo ossequio si reca ad onore di rassegnarle i sensi dell'alta sua stima e consideratone.
Il Direttori del Ministero di grazia e giustizia e culto
CHIESI.
Giudichino gli onesti come scrivano e come ragionino i Vescovi della provincia ecclesiastica di Modena, e con quale civiltà e logica scrivano i pretesi governanti di quelle sventurate popolazioni! La Gazzetta Modenese che pubblica i documenti di Francesco IV e Francesco V, si guardò ben bene dal pubblicare questi documenti di Farini I! Pretese solo dar ad intendere che l'Arcivescovo di Modena avea aderito alla rivoluzione, e nel suo numero giunto ieri in Torino ripeteva la stessa insinuazione, fingendo di smentire l'Armonia.Crediamo che presso tutti gli onesti potranno servire di risposta al giornale officiale del Farini i due documenti più sopra pubblicati.
La Gazzetta Piemontese del 23 novembre 1859 pubblicò il Trattato di Zurigo del tenore seguente:
Art, 1. Par un traité, en date de ce jour, Sa Majestà l'Empereur d’Autriche avant renoncé pour lui et tous ses descendants et successeur, en faveur de Sa Majestà l'Empereur des Franchis, à ses droits et titres sur la Lombardie, Sa Majestà l'Empereur des Français transfert à Sa Majestà le Roi de Sardaigne les droits et titres qui lui sont acquis par l'article 4 du Traità précité, dont la teneur suit:
«Sa Majestà l'Empereur d’Autriche renoncé pour lui et tous ses descendante et successeurs en faveur de Sa Majestà l'Empereur des Français, à ses droits et titres sur la Lombardie, à l'exception des forteresses de Peschiera et des Mantoue, et des territoires déterminés par la nouvelle délimitation, qui restant en la possession de Sa Majestà I. et R. Autrichienne.
«La frontière partant de la limite meridionale du Tyrol sur le lac de Garda, suivra le milieu du lac jusqu'à la hauteur de Bardolino et de Maoerba, d'on elle rejoindra, en ligne droite le point d’Intersection de la zone de défense de la place de Peschiera avec le lac de Garda. Cette zone sera déterminée par une circonférence, dont le ravon compte à partir du centre de la place, est fixé à 3500 mètres, plus la distance du dit centre au glacis du fort le plus avance. Du point d'intersection de la circonférence, ainsi désignée, avec le Mincio, la frontière suivra le thalweg de la rivière jusqu'à Le Grazie; a' étendra de Le Grazie, en ligne droite, jusqu'à Scorzarolo; suivra le thalweg da Pò jusqu'à Luzzara, point, à partir du quel, il n'est rien changé aux limites actuelles, telles qu'elles existaient avant la guerre.
«Une commission militaire, instituée par les Gouvernements intéressés, sera chargée d’exécuter le trace sur le terrain, dans le plus bref délai possible».
«Art. 2. Sa Majestà le Roi de Sardaigne, en prenant possession des territoires à lui cédés par Sa Majestà l'Empereur des Français, accepte les charges et conditions attachées à celle cession, telles qu’elles sont stipulées dans les articles 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15 et 16 du Traite conclu en date de ce jour entre Sa Majestà l'Empereur des François et Sa Majestà l'Empereur d’Autriche, qui sont ainsi conçus:
a) «Le nouveau Gouvernement de la Lombardie prendra à sa charge les trois cinquièmes de la dette du Monte Lombardo-Veneto.
«Il supportera également une portion de l'emprunt national de 1854, fixée entre les Hautes Parties contractantes à 40 millions de florins monnaie de e convention».
b) «Une Commission internationale sera immédiatement instituée pour procéder à la liquidatori du Monte Lombardo-Veneto. Le partage de l'actif et du passif de cet établissement s’effectuera, en prenant pour base la répartition de trois cinquièmes pour le nouveau Gouvernement et de deux cinquièmes pour l’Autriche.
«De l'actif du fonds d'amortissement du Monte et de sa Laisse de dépòts, consistant en effets publics, le nouveau Gouvernement recevra trois cinquièmes, et l'Autriche deux cinquièmes; et quant à la partie de l'actif qui se compose de bien fonds, ou de créances hvpothécaires, la Commission effectuera le partage, en tenant compte de la situation des immeubles, de manière à en attribuer la propriété, autant que faire se pourra, à celui des deux Gouvernements sur le territoire duquel ils se trouvent situés.
«Quant aux différentes catégories de dettes inscrites jusqu'au 4 juin 1869 sur le Monte Lombardo-Veneto et aux capitaux placés à intérêts à la Caisse de dépôts du fonds d'amortissement, le nouveau Gouvernement se charge pour trois cinquièmes et l'Autriche pour deux cinquièmes, soit de paver les intérêts, soit de rembourser le capital, conformément aux règlements jusqu'ici en vigueur. Les titres de créance des sujets Autrichiens entreront, de préférence, dans la quota pari de l'Autriche, qui dans un délai de trois mois, à partir de l’échange des ratifications, ou plus tòt, si faire se peut, transmettra, au nouveau Gouvernement de la Lombardie, des tableau spécifiés de ces titres.
c) «Le nouveau Gouvernement de la Lombardie succède aux droits et obligations résultant des contrats régulièrement stipulés par l'Administration autrichienne, pour des objets d’intérêt public, concernant spécialement le pays cède.
d) «Le Gouvernement autrichien restera chargé du remboursement de toutes les sommes versées par les sujets lombards, par les communes, établissements publics et corporations religieuses dans les caisses publiques autrichiennes, à titre de cautionnements, dépôts ou consignations. De même les sujets autrichiens, communes, établissements publics et corporations religieuses, qui auront verse des sommes a titre de cautionnements, dépôts ou consignations dans les caisses de la Lombardie, seront exactement remboursés par le nouveau Gouvernement,
e) «Le nouveau Gouvernement de la Lombardie reconnaît et confirme les concessions de chemins de fer accordées par le Gouvernement autrichien sur le territoire cédé, dans toutes leurs dispositions et pour toute leur durée, et nommément les concessions résultant des contrats passés en date du 14 mars 1856, 8 avril 1857 et 23 septembre 1858.
«A partir de l'échange des ratifications du présent Traité, le nouveau Gouvernement est subrogé à tous les droits et à toutes les obligations qui résultaient pour le Gouvernement autrichien des concessions précitées en ce qui concerne les lignes de chemin de fer situées sur le territoire cédé.
«En conséquence le droit de dévolution qui appartenait au Gouvernement autrichien à l'égard de ces chemins de fer, est transféré au nouveau Gouvernement de la Lombardie. Les pavements qui restent a faire sur la somme due à l'État par les concessionnaires, en vertu du contrat du 14 mars 1856, comme équivalent des dépenses de construction des dits chemin, seront effectués intégralement dans le trésor autrichien.
«Les créances des entrepreneurs de construction et des fournisseurs, de même que les indemnités pour expropriation de terrains, se rapportant à la période où les chemins de fer en question étaient administrés pour le a compte de l'État, et qui n'auraient pas encore été acquittées, seront pavées par le Gouvernement autrichien, et pour autant qu'ils v son tenus, en vertu de l'acte de concession, par les concessionnaires, au nom du Gouvernement autrichien.
«Une convention spéciale réglera, dans le plus bref délais possible, le serti vice international des chemins de fer entre les pays respectifs.
f) «Les sujets Lombards domiciliés sur le territoire cédé par le présent Traité, jouiront pendant l'espace d'un an, à partir du jour de l'échange des ratifications, et moyennant une déclaration préalable à l’Autorité compétente, de la faculté pleine et entière d'exporter leurs biens meubles en franchise de droits, et de se retirer avec leurs familles dans les États de Sa Majestà I. et R. A., auquel cas la qualité de sujets Autrichiens leur sera maintenue. Il sont libres des conserver leurs immeubles situés sur le territoire de la Lombardie.
«La même faculté est accordée réciproquement aux individus originaires du territoire cède de la Lombardie établis dans les États de Sa Majestà l’Empereur d'Autriche.
«Les Lombards qui profiteront des présentes dispositions, ne pourront être, du lait de leur option, inquiétés de part ni d'autre, dans leurs personnes ou dans leurs propriétés situées dans les États respectifs.
«Le délai d'un an est étendu a deux ans pour les sujets originaires du territoire cède de la Lombardie qui à l'époque de l'échange des ratifications du présent Traité, se trouveront hors du territoire de la Monarchie autrichienne. Leur déclaration pourra être reçue par la Mission autrichienne la plus voisine, ou par l’Autorité supérieure d'une Province quelconque de la Monarchie.
g) «Les sujets lombards faisant partie de l’Armée autrichienne, à l'exception de ceux qui sont originaires de la partie du territoire lombard réservé a Sa Majestà l'Empereur d'Autriche, par le présent Traité, seront immédiatement libérés du service militaire, et renvoyés dans leurs foyers. Il est entendu que ceux d'entr'eux qui déclareront vouloir rester an service de Sa Majestà l. et R. A. ne seront point inquiétés, pour ce fait, soit dans leurs personnes, soit dans leur propriétés.
«Les mêmes garanties sont assurées aux employés civils originaires de la Lombardie qui manifesteront l'intention do conserver les fonctions qu'ils occupent au service d'Autriche.
h) «Les pensions, tant civiles que militaires, régulièrement liquidées, et qui étaient à la charge des caisses publiques de la Lombardie, restent acquises à leurs titulaires, et s'il v a lieu à leurs veuves et a leurs enfants, et seront acquittées à l'avenir par le nouveau Gouvernement de la Lombardie.
«Cette stipulation est étendue aux pensionnaires, tant civils que militaires, ainsi qu'à leurs veuves et enfants, sans distinction d'origine, qui conserveront leur domicilie dans le territoire cède, et dont les traitements acquittés jusqu'en a 1814 par le ci-devant Royaume d'Italie, sont alors tombés à la charge du Trésor autrichien.
i) «Les archives contenant les litres de propriété et documents administratifs et de justice civile, relatifs soit à la partie de la Lombardie, dont la possession est réservée a Sa Majestà l'Empereur d'Autriche, parie présent Traité, € soit aux provinces Vénitiennes, seront remises aux Commissaires de Sa Majestà L et R. A. aussitôt que faire se pourra.
«Réciproquement, les titres de propriété, documents administra tifs et de justice civile, concernant le territoire cède, qui peuvent se trouver dans les Archives de l'Empire d'Autriche, seront remis aux Commissaires du nouveau gouvernement de la Lombardie.
«Les Hautes Parties contractantes s'engagent a se communiquer réciproquement, sur la demande des Autorités administratives supérieures, tous les m documents et informations relatifs a des affaires concernant a la fois la Lombardie et la Vénétie.
j) «Les corporations religieuses établies en Lombardie pourront librement disposer de leurs propriétés mobilières et immobilières dans le cas ou la législation nouvelle, sous laquelle elles passent, n'autoriserait pas le maintient de leurs établissements».
Art. 3. Par l'article additionnel au Traite conclu en date de ce jour entre Sa Majestà l'Empereur des Francis et Sa Majestà l'Empereur d'Autriche, le gouvernement français s'étant engagé vis avis du gouvernement autrichien a de 40 millions de florins (monnaie de convention) stipulés par l'article 7 du Traite précité, effectuer, pour le compte du nouveau gouvernement de la Lombardie, le pavement Sa Majestà le Roi de Sardaigne, en conséquence des obligations qu'il a acceptées par l'article précédent, s'engage à rembourser cet somme à la France de la manière suivante:
Le gouvernement Sarde remettra à celui de Sa Majestà l'Empereur de Français des titres de rente sardes 5 pour 100 au porteur, pour une valeur de 100 millions de francs; le gouvernement français les accepte au cours moven de la Bourse de Paris de 29 octobre 1859. Les intérêts de ces rentes courront au profit de la France à partir du jour de la remise des titres, qui aura lieu un mois après l'échange des ratifications du présent Traité.
Art. 4. Pour atténuer les charges que le gouvernement français s'est imposées à l’occasion de la dernière guerre, le gouvernement de Sa Majestà le Roi de Sardaigne s'engage à rembourser au gouvernement de Sa Majestà l'Empereur des Français une somme de 60 millions de francs, pour le pavement de laquelle une rente 5 pour 100 de trois millions sera inscritte sur le gran livre de le Dette publique de Sardaigne. Les titres en seront remis au gouvernement français, qui les accepte au pair. Les intérêts de ces rentes courront au profit de la France à partir du jour de la remise des titres qui aura lieu un mois après l’échange des ratifications.
Art. 5. Le présent Traité sera ratifié, et les ratifications en seront échangées 8 Zurich dans un délai de 15 jours ou plus tôt si faire se peut.
En foi de quoi les Plénipotentiaires respectifs l'ont signé et v ont apposé le sceau de leurs arme».
Fait à Zurich le dixième jour du mois de novembre de l'an de grâce milhuit-cent cinquante-neuf.
(L. S. ) signé DES AMBROIS.
L. S. ) signe JOCTEAU.
(L. S. ) signé BOURQUENEY.
(L. S. ) Sig né BANNEVILLE.
Il trattato venne ratificato il giorno 17 di novembre.
Crediamo opportuno di riferire il seguente indirizzo che il Consiglio provinciale di Bologna presentava per mezzo del suo Preside al Santo Padre Pio IX nel 1847. La manifestazione dei sensi del Consiglio provinciale, che certamente non era sotto la pressione di un Cipriani o di un Farini, ci fa conoscere che cosa sia la famigerata unanimità dei voti dell'Assemblea delle Romagne.
«Eminenza Reverendissima,
«Il Consiglio provinciale di Bologna trovandosi straordinariamente riunito dall'Eminenza Vostra Reverendissima per esaminare e proporre i miglioramenti da introdurre nel sistema municipale e provinciale dello Stato, non può astenersi dal pregare l'eccelso suo Preside a voler porre ai piedi santissimi dell'Augusto Pontefice e Sovrano Pio IX l'omaggio de' sentimenti di fedele sudditanza, di illimitata devozione, di tranquilla fiducia, onde verso lui è animata la popolazione di questa provincia.
I quali sentimenti leali e spontanei che già erano, per debito di affetto e di gratitudine verso un tanto Sovrano, vivacissimi nell'universale, acquistano maggior forza nel momento presente, in cui le recenti dimostrazioni delle truppe austriache in Ferrara, offendendo i sacri diritti della sovranità pontificia e della sua indipendenza, ne invitano i sudditi a strìngersi con più saldo vincolo intorno al Principe e Padre amatissimo. Quindi i componenti il Consiglio provinciale dichiarando essere pronti a porre in difesa dei sacri diritti sovraccennati le loro sostanze e le loro persone, si onorano di essere in tale circostanza interpreti della popolazione che essi hanno l'onore di rappresentare!
(Pubblicato il 26 novembre 1859)
Oggidì che abbiamo sotto gli occhi il testo originale del trattato di pace, possiamo farvi sopra qualche commento senta fabbricar sull'arena, come sogliono pur troppo i giornalisti, talora per vezzo, e soventi volte per necessità.
Chi s'intende di diplomazia ed ha letto altri trattati di pace, trova qualche cosa di singolare in quello che, il 10 di novembre, fu conchiuso a Zurigo tra la Sardegna, l'Austria e la Francia. Incominciamo dal preambolo.
Sogliono i trattati di pace esordire colla manifestazione reciproca della altre parti contraenti di voler porre un termine all'effusione del sangue e riappiocare le loro amichevoli relazioni. Servano d'esempio il trattato di pace tra la Sardegna e l'Austria nel 1849, e lo stesso trattato di Parigi nel 1856.
Il trattato di Milano del 6 agosto 1849, sottoscritto dal signor Bon-Compagni, incomincia dicendo: «S. AL il Re di Sardegna e S. M. l'Imperatore d'Austria, avendo egualmente a cuore di mettere un termine alle calamità della guerra e di ristabilire le antiche relazioni d'amicizia e di buona intelligenza, che sussistevano tra i loro Stati rispettivi) eco.».
Il trattato di Parigi del 30 di marzo 185$ esordisce pure col dichiarare che i Sovrani contraenti «animati dal desiderio di mettere un termine alle calamità della guerra, e volendo prevenire il ritorno di quelle complicazioni che l'hanno fatta nascere, ecc.».
Nulla di simile leggesi nel proemio del trattato tra il Re di Sardegna, l'Imperatore d'Austria e l'Imperatore de Francesi, stretto a Zurigo, il 10 di novembre del 1859. La sola ragione che si da del trattato è il desiderio di completare le condizioni della pace, i cui preliminari vennero conchiusi a Villafranca. Non una parola in favor della pace, non un voto per la concordia tra le parti contraenti. Questa singolare freddezza è la prima cosa da notarsi nel trattato di pace.
La seconda è la ricognizione solenne dei preliminari di Villafranca, fatta dalla Sardegna. Un giornale di Torino ieri lodava assai il cav. Des-Ambrois, perché nel trattato di pace vennero lasciate in sospeso le questioni relative all'Italia centrale. Non si può dire errore più grossolano. I trattati di Zurigo poggiano tutti sul perno dei preliminari di Villafranca, e incominciano dal farne menzione.
Il trattato collettivo tra le tre Potenze Sardegna, Austria e Francia, dice espressamente che il trattato del 10 di novembre è il complemento dei preliminari di Villafranca. I due Imperatori non potevano in un'ora d'abboccamento stabilire tutte le condizioni della pace e quegli accordi che si riferiscono alle più minute applicazioni. Essi perciò gettarono le basi, e, come a dire, le premesse, e lasciarono poi a' loro plenipotenziari il compito di dedurne le conseguenze.
Il trattato definitivo perciò incomincia dall'alludere ai preliminari di Villafranca, dal considerarli come il fondamento degli accordi, dal dichiarare che il trattato di Zurigo non ne è che lo sviluppo e l'appendice. Le quali dichiarazioni sono fatte concordemente dalla Sardegna, dall'Austria e dalla Francia.
Una terza considerazione, che ci duole assai di dover fare, ma che salta all'occhio di ciascuno, e va al cuore d'ogni buon piemontese, si è questa; che nei trattati di Zurigo il Piemonte viene sempre come seguace della Francia, e fa la pace perché l'Imperatore de9 Francesi l'ha fatta e sottoscrive i preliminari di Villafranca perché Napoleone ni li ha conchiusi e sottoscritti.
Esaminate la collezione de' nostri trattati pubblici, e non ne troverete un solo che sia condotto in un modo così meschino per Io Stato nostro. La Sardegna avendo fatto principalmente la guerra contro l'Austria, e la Francia essendo venuta in soccorso, noi dovevamo comparire come gli attori principali della guerra e della pace. Invece nell'una e nell'altra abbiamo tenuto sempre un luogo secondario, e siamo venuti come accessorio.
Si dirà che questo era inevitabile, trattandosi d'una Potenza sei volte maggiore della Sardegna. E noi rispondiamo che un politico avveduto, e che sentisse la propria dignità, avrebbe potuto e dovuto evitare questo sconcio; come sotto Carlo Emanuele il Grande avea ben saputo evitarlo l'oculato ministro D'Ormea, quando combattemmo l'Austria coll'aiuto della Francia.
Intanto noi non crediamo che nessuno dei trattati di Zurigo possa mai comparire come documento dell'indipendenza italiana; imperocché sgraziatamente essi servono tutti per dimostrare il contrario.
Una quarta osservazione da fare è che il trattato di pace con un'insistenza affettata parla sempre della Lombardia ceduta, e ceduta alla Francia. I plenipotenziari austriaci si sono studiati di far risultare da questo documento diplomatico, che un libero atto dell'Imperatore Francesco Giuseppe ha rinunziato alle terre Lombarde in favore di Napoleone III; e i pieni potenziar i francesi trovarono anche utile di ribadire questo punto, che la Lombardia era un dono fatto dalla Francia alla Sardegna. Ma i plenipotenziarii sardi furono troppo con discendenti a questo riguardo.
Inoltre dai trattati di Zurigo risulta che non tutta la Lombardia venne ceduta, ma solo la massima parte della medesima, e ad ogni tratto vengono avanti le eccezioni; € eccettuate le due fortezze di Peschiera e di Mantova e i territorii determinati dalla nuova circoscrizione di confini, che restano in possesso di S. M. 1. «R. austriaca». E qui s'avverta che il possesso dell'Austria resta integro, pieno, senza condizioni; laonde l'Imperatore Francesco Giuseppe potrà disporre delle sorti di que' paesi come meglio gli aggrada.
Saltando di botto all'articolo 3° del trattato tra la Sardegna e la Francia, troviamo detto che l'Imperatore dei Francesi si è obbligato verso il governo austriaco ad effettuare per conto del nuovo governo della Lombardia il pagamento di quaranta milioni di fiorini». Come mai questo circolo vizioso? La Sardegna aveva bisogno che l'Imperatore de' Francesi le facesse sicurtà pel pagamento di cento milioni? Non doveva bastare in faccia all'Austria la nostra parola?
E poi perché stabilire un debito coll'Impero francese? Perché pagarlo noi in carta, mentre esso paga in danaro? Non potevamo fare a meno di questo nuovo servizio, il quale deve di necessità accrescere la nostra dipendenza? Con tanti milioni che abbiamo, non era meglio saldare issofatto il conto della Lombardia e se l'Austria ci faceva il torto di dubitare di noi, metterle sul tavolo belli e contanti i quaranta milioni di fiorini?
Né guari onorifico per noi è l'articolo con cui Francia ed Austria guarentiscono alle Corporazioni religiose stabilite in Lombardia il possedimento dei beni mobili ed immobili. E reca meraviglia di vedere sotto a questo articolo scritto il nome del cavaliere Des Ambrois, il quale nel Senato di Torino ha tutt'altro che guarentito i beni mobili ed immobili delle Corporazioni religiose che sono in Piemonte! Ma di questo un'altra volta.
Ecco la nota circolare del ministro degli affari esteri, generale Dabormida, intorno alla Reggenza.
«Torino, 14 novembre 1859.
«Le Assemblee dell'Italia centrale offerirono, come ben lo sapete, la Reggenza a S. A. R. il Principe di Savoia Carignano.
«La loro deliberazione, presa colla stessa calma e lo stesso ordine, che avevano presieduto al voto per l'unione, fu in pari tempo spontanea ed unanime.
«Il governo del Re fu compiutamente estraneo a tale risoluzione.
«La quale è unicamente e semplicemente l'effetto delle tendenze nazionali, che il timore di una ristorazione non fece che rendere più forti e più vive: «un nuovo omaggio reso al principio monarchico, una prova novella della ferma volontà di quei paesi di mantenere l'ordine e l'autorità al sicuro d'ogni offesa, aumentando il prestigio del potere supremo. Tale risoluzione attesta finalmente l'ardente desiderio delle popolazioni dell'Italia centrale di mandare ad effetto la loro unione alla Monarchia di Sardegna, che sola, agli occhi loro, può dare solide guarentigie di libertà e d'indipendenza nazionale.
«Al cospetto di un voto di sì grande importatila, e di motivi tanto possenti, il Re nostro augusto Sovrano avrebbe potuto pensare, che primo suo debito era quello di antivenire ogni pericolo di disordine e d'anarchia, che ragione si poteva temere, se l'offerta delle Assemblee non fosse stata accettata
«Ma, accertata della prossima convocazione di un congresso chiamato ad appianare le controversie sollevate dalle condizioni d'Italia, S. M. si che premura di fare atto di deferenza verso i consigli dell'Europa, astenendosi da ogni decisione che potesse risguardarsi come tale da porre ostacolo alla loro compiuta libertà d'esame e di deliberazione.
«Conformemente alle intenzioni di S. M., 8. A. il Principe di Carignano, nonostante le sincere simpatie per le popolazioni, che venivano ad affidargli le cura del loro governo, non giudicò di dover accettare la offertagli Reggenza.
«Tuttavia sarebbe stato impossibile a S. M., come al Principe, di non pigliare a seria disamina le ragioni che avevano suggerita l'offerta delle Assemblee dell'Italia centrale, e di non concorrere, nella misura loro indicata da alte convenienze, e mallevare da ogni perturbazione quei paesi che posero nella Casa di Savoia ogni loro fiducia. S. A. l'ha dunque creduto di poter additate il signor cavaliere Bon-Compagni per assumere la Reggenza di quelle provincie, finché l'Europa, adunata a congresso, non abbia regolate le loro condizioni. Il governo del Re è indotto a credere che questa prova di benevola sollecitudine riuscirà a tranquillare gli animi.
«Concentrata in una sola mano, l'autorità sarà più attiva e più forte; terrà a segno le fazioni che, approfittando della pubblica impazienza, tentassero di spingere cittadini e soldati a qualche atto inconsiderato e pericoloso.
«In un una parola, è un pegno dato alla sicurezza d'Italia, alla tranquillità dell'Europa, mentre il congresso avrà a deliberare sulle questioni che gli sono devolute.
«Ma, che vale il celarlo? Questo provvedimento, pel carattere provvisorio che reca in se medesimo, non potrebbe rinfrancarci compiutamente, se dovesse durare troppo a lungo.
«È urgente che il congresso si aduni il più presto possibile, come è di suprema necessità che il partito, al quale giudicherà opportuno di appigliarsi, sia tale che, soddisfacendo i bisogni e i voti delle popolazioni italiane, allontani per sempre il pericolo d'interne rivoluzioni, e di stranieri interventi. I lunghi indugi sarebbero funesti; un assestamento che non guarentisse l'indipendenza nazionale d'Italia, sarebbe sorgente di nuove sciagure per gl'Italiani, di inquietudini e di conflitti per l'Europa.
«V'invito, signor ministro, a dar contezza di questo dispaccio al governo di insistendo sulla pronta convocazione del congresso, al quale la Sardegna deve partecipare come Potenza belligerante.
«Aggradite, ecc.
«Firmalo:Dabormida».
(Pubblicato il 27 novembre 1859)
Abbiamo detto pochi giorni fa, che per confessione medesima de) signor Gioachino Napoleone Pepoli, sedici sono i preti nelle Romagne, che dal 22 di giugno al primo di novembre vennero gettati in carcere per non aver voluto tradire la propria coscienza, o far plauso alla rivoluzione. Ora ci conviene rifarci su questo argomento, registrare i nomi delle vittime, esaminarne il delitto, e finalmente porre il caso che il Papa Pio IX, spogliato del suo regno temporale, fosse obbligato a vivere in Bologna suddito dei Pepoli e dei Farini.
Confessano i rivoluzionari delle Romagne d'aver arrestato e gettato in prigione fin dal 2 di luglio il Rev. do D. Gaetano Squarzina, canonico di Persiceto, reo di propositi sediziosi. E ben si sa che propositi sediziosi sono nelle Romagne il non gridare evviva ai felloni.
Confessano d'aver arrestato, il 12 di settembre, e messo in prigione il Rev.do D. Luigi Cotti curato di Fossalta nella provincia di Ferrara, perché era esaltatissimo e aveva fatto resistenza alla forza pubblica. Ben si capisce quanto terribile resistenza abbia potuto fare un curato! Ma il suo delitto consisteva nell'essere esaltatissimo. Finora nel Codice penale pontificio non si conosceva questo crimine dell'esaltazione. Forse nelle riforme che si chiedono al Papa v'è anche un articolo contro gli esaltatissimi?
Del resto il povero curato di Fossalta trovasi oggidì rinchiuso a Ferrara nel manicomio; alcuni dicono perché, in seguito ai maltrattamenti patiti, il cervello gli che la volta; altri pretendono perché, sano di mente, fu rinchiuso coi pazzi per torturarlo di più, e prendersi giuoco di lui. Lasciamo la verità a suo luogo: certo è che l'infelice curato è oggidì rinchiuso a Ferrara co' pazzi. 9Confessano i rivoluzionari delle Romagne d'avere imprigionato, il 9 di settembre, D. Natale Campoli, curato della chiesa metropolitana di Ferrara, arrestato d'ordine del signor Gian Antonio Migliorati, perché avea pubblicate un manifesto atto a turbare l'ordine pubblico. Capite, che bella libertà domina nelle Romagne, dove hanno promulgato lo Statuto piemontese!
E poi il signor Pepoli nella sua nota circolare osa dire che nelle Romagne nessuno è favorevole al Papa! Se un galantuomo osa profferire una parola per Pio IX, tel mettono in prigione come sedizioso.
Confessai d'avere arrestato D. Giosafat Bertacchini, curato di S. Venanzio, «per predicazioni sediziose che eccitavano i suoi parrocchiani contro il governo». Si sa che cosa significa nel gergo rivoluzionario predicazione sediziosa. Ma se le popolazioni sono così avverse al Papa, se odiano tanto il dominio de' preti, perché tanto paventare la parola d'un inerme curato?
Confessano d'avere arrestato D. Pietro Spisani, curato di Trebbo, reo egli pure di non aver predicato la rivolta, né incensato il beneficogoverno di Pepoli, Cipriani e Pinelli. Oh! costoro odiano i sediziosi, e se incontravano un prete che loro non facesse di berretto, era un ribelle reo di crimenlese.
Confessano d'aver arrestato il P. Arcioni Pietro, monaco dell'ordine di s. Agostino, perché, il 6 di settembre, trovavasi a Lugo senza carte e per ragione dei tempi vestito da secolare. Egli ha eccitato sospetti, dice il signor Pepoli nella sua nota circolare; e la legge de9 sospetti esiste in Romagna contro il Clero.
Confessano d'aver arrestato un altro Padre dell'Ordine di sant'Agostino per nome fr. Alfonso Olivieri, il quale, a somiglianzà del suo collega, avea eccitato sospetti. Frate, e senza le carte del governo rivoluzionario di Bologna, non potea essere che un sedizioso:dunque in prigione. I rivoluzionari poi in punto di parrochi, frati e preti sono luzioristi: nel dubbio gettano in carcere.
Confessano d'avere arrestato il reverendo D. Felice Bordoni 5 curato di Saludecio, che dicono reo d'avere eccitato alla diserzione i soldati accantonati a Rimini. Pensate voi che cosa poteva fare co' soldati di Garibaldi un povero curato! Noi crediamo che i preti li guardino sempre a rispettosa distanza, tanto più dopoché il generale stesso disse che bisogna disfarsi di loro.
Confessano d'avere arrestato il reverendo D. Gaudenzio Semprini, curato di Zola, perché egli pure al pari de' suoi onorevolissimi colleghi era un sedizioso, ed eccitava i soldati ad abbandonare le loro file. Che misfatto, signor proreggente Bon-Compagni!... Il 27 aprile in Toscana coloro che eccitavano i soldati alla diserzione, erano patrioti; non è vero?
Confessano d'aver arrestato il reverendo D. Girolamo Mazza, arciprete, ma non ci dicono di qual luogo, e lo fanno reo del comune delitto di aver tentato di guastare quelle anime innocenti, quegli ardenti e fedelissimi soldati che stavano accantonati a Rimini.
Confessano di aver arrestato un sacerdote per nome D. Silvestro Lazzari, che dicono ex-Gesuita, anch'egli reo di avere tentato di corrompere i soldati di Garibaldi! Un ex-Gesuita che va oggidì in Romagna a frammischiarsi tra quei militari colla speranza di volgerli in favore del Papa! È possibile una tale pazzia?
Confessano di avere arrestato, il 19 di ottobre, il reverendo D. Tito Brigidi, semplice prete, insieme con suo fratello Giovanni Battista Brigidi, dottore, accusati dello stesso delitto. Ma furono rei? Per ora non si sa; il signor Pepoli ci dice che venne aperta un'inchiesta! Confessano di avere arrestato un altro prete, per nome D. Agostino Balducci,il quale geme presentemente nelle prigioni di Rimini, dove alcuni anni fa l'Eccelso Farini promuoveva la celebre insurrezione, e pubblicava il famoso manifesto, che fe' afa allo stesso cavaliere Massimo d'Azeglio.
Confessano di avere chiuso nelle stesse prigioni di Rimini il reverendo D. Fulvio Mela, prete e maestro di scuola a Mondaino, arrestatoci giorno 19 di ottobre, e reo, come tutti gli altri, di avere tentato di corrompere i soldati. Imperocché il lettore si sarà già accorto che in due classi si dividono i preti delle Romagne: i curati che predicano, sono accusati e imprigionati come sediziosi i i preti e frati che non predicano, vengono messi in carcere perché eccitano alla diserzione i soldati 1 Non è difficile poi trovare un testimonio, o tra gli uditori in chiesa, o tra i soldati nell'esercito.
Oltre a questi preti confessano i rivoluzionari delle Romagne d'aver messo in prigione anche due secolari, cioè il signor Gaspare Sellavi e il signor Francesco Sellati, i quali, ben inteso, furono calcolati prima in quella unanimità che vuole disiarsi del governo temporale del Papa!
Ma non abbiamo ancora finito la lista dei preti arrestati nelle Romagne. Confessano di aver arrestato il reverendo D. Godano Landi, prete della parrocchia di S. Lazzaro, reo di non aver voluto cantare il Te Deum per le risoluzioni del 6 di settembre.
Confessano di aver arrestato per lo stesso delitto di non cantalo Te Deum il reverendo sacerdote D. Antonio Ardizzoni, ed è opportuno avvertire che la colpa del non vantato Te Deum risale al 6 di settembre, laddove l'arresto non avvenne che il 24 di ottobre.
E mentre i rivoluzionari delle Romagne sono obbligati a confessare d'avere arrestato preti per non avere voluto cantare il Te Deum,osano d'accusare il cardinale Milesi per non aver voluto concedere a molti, sul cominciar di quest'anno, di recarsi in Piemonte!
Però son tutti qui i preti imprigionati tormentati nelle Romagne in questi quattro mesi? Noi noi crediamo, e pochi lo crederanno. Ad ogni modo ce ne sarebbe già abbastanza per dimostrare che cosa sia la rivoluziono romagnolaf e quale il liberalismo de' suoi autori.
Ora poniam caso che il Papa Pio IX, si trovasse esso pure in Romagna, che cosa gli toccherebbe? L'obbligherebbero, o a cantare il Te Deum, o ad andare in prigione. Una sua semplice parola non favorevole ai Pepolini sarebbe considerata 'come un atto sedizioso. Lo direbbero esaltatissimo, e ne farebbero il peggior governo. Se tanto temono un parroco, che non sarebbe del Papa, e delle sue Allocuzioni?
«Il governo, dice il signor Pepoli nella sua nota circolare, non può tollerare che il pulpito sia trasformato in una tribuna»; epperò non lascia leggere né le Pastorali dei Vescovi, né le Allocuzioni Pontificie. E questo, che per antifrasi chiamasi governo, non direbbe lo stesso del Papa? E non si farebbe giudice di ciò che appartiene alla religione, o entra nella politica? E non sommetterebbe perciò il giudizio del Romano Pontefice al suo medesimo giudizio?
Ecco perciò dimostrato ad evidenza dalle stesse teorie e dai procedimenti medesimi dei rivoluzionari delle Romagne la necessità del governo temporale del Papa per l'indipendenza della sua autorità spirituale. Se Pio IX si trovasse in casa altrui correrebbe sempre rischio di non essere libero, e di dover patire ciò che i preti ora soffrono sotto gli insorti romagnuoli!.........
Ma su chi pesa la risponsabilità di questi patimenti? Forse sui rivoltosi che imprigionano?.... Ah! noi conosciamo taluno, di cui può dirsi che malus peccatum habet.
(Pubblicato il 30 novembre 1869)
La vera libertà mal costume non sposa, secondo la frase di un poeta; ma la libertà moderna, che sta alla vera come l'orpello all'oro, e il vetro al diamante, si svolge sempre, oppugnando la religione, proclamando l'empietà e fomentando il vizio
Così avviene in Toscana, così in Romagna, così in altre contrade d'Italia, non sinceramente, ma sacrilegamente libere; perché i buoni vi gemono sotto la sferza del dispotismo democratico, ed i pessimi hanno libera carriera, né credono di poter dimostrare il loro patriottismo che scapestrando in morale ed in religione.
E in Toscana le cose sono tanto più gravi, in quanto che l'impulso partì dall'alto, e venne direttamente da chi stava al governo. Costoro, pubblicando il 23 di settembre un decreto, perché fosse fatta in Firenze, a spese dello Stato} un'edizione compiuta delle opere di Nicolò Machiavelli, diedero una pubblica lezione d'empietà e d'immoralità.
Che cosa di più laido della Mandragora? Che cosa di pili libertino dei Canti Carnascialeschi e dell'Asino d'oro? Che cosa di più schifoso e scandaloso delle lettere che scriveva il Machiavelli negli ultimi anni ancora della sua vita? E vedendo un governo che queste opere fa ristampare a spese dello Stato,%epperò le approva, le loda, le raccomanda a governati, questi non sono tratti a quella lingua licenziosa e vita non molto onesta, che il Varchi rimproverava al Segretario fiorentino?
Quanto all'empietà, alla scelleratezza, alla perfidia del Machiavelli e de' suoi scritti, l'Armonia, fin dal 28 di settembre, ne discorreva a lungo, e citava tra le altre la testimonianza di Cesare Balbo, annoverato dal presente governo toscano tra gì Italiani illustri morti in questo decennio, che promossero cogli scritti il nazionale risorgimento. Il Balbo scriveva: «Machiavello e Guicciardini, storici tutti e due......... ammirabili per l'arte, sono poi per l'indifferenza loro ai vizi ed alle virtù narrate,la mancanza assoluta d'ogni senso dei bello, del grande, del giusto, per le lodi loro serbale alla sola riuscita con qualunque mezzo e più co più arti Briosi e più perfidi, sono, dico, i più MISERANDI, i più SCELLERATI STORICI che sieno stati mai».
Alla scuola adunque di chi si fa editore di opere scellerate, di commedie lascive, di canti licenziosi, di lettere scandalose, che cosa dee riuscire il popolo a bove maiori discit arare minor?
I Vescovi non tacquero. Quell'animo forte, quell'apostolo intrepido che è il Cardinale Corsi, Arcivescovo di Pisa, mostrò di buon'ora il pericolo e il danno a coloro che erano rivestiti della pubblica autorità, nella sua medesima diocesi. Ma il risultato che ne ottenne fu inutile, anzi disgustoso.
Andò più innanzi lo zelantissimo Arcivescovo, e fé' giungere le sue lagnanze al ministro degli affari ecclesiastici della Toscana. Il quale non solo non mosse una paglia per riparare lo scandalo, ma s'intese colla Nazione di Firenze, perché spacciasse la rimostranza del Cardinale Arcivescovo di Pisa siccome un'adesione al nuovo governo 1
Dietro tanta indolenza, e, diremo pure, cinismo, crediamo di dover rendere di pubblica ragione la lettera dell'Eminentissimo Cardinale Corsi, mandataci testé da Livorno, affinché resti documento dello zelo Episcopale, e del tristissimo procedere della rivoluzione. La lettera è la seguente;
Eccellenza,
L'uffizio di padre e pastore delle anime, che la divina Provvidenza volle affidato alle mio cure ed alla mia responsabilità, imperiosamente reclama che io mi adopri con ogni sforzo, né ometta premura di sorta, onde tener lontano da fisse tutto ciò che potrebbe in quà 1 siasi modo compromettere la salute spirituale delle medesime. Considerando pertanto i mali gravissimi e incalcolabili, che derivano senza dubbio nei fedeli dalla lettura di libri o scritti, nei quali si riscontrano massime e principi contrari all'insegnamento cattolico, e che in un modo diretto o indiretto attentano alla purezza del domma non che alla santità del costume; avviserei di venir meno al mio dovere e di compromettere gli airi compromettendo me stesso, se non movessi reclamo, e con tutta prontezza, a ohi di ragione, contro un tanto male.
Coerentemente pertanto a questo principio io feci appello, non ha guari (benché con inutile, e, dirò meglio, con disgustoso risultato), alla pubblica autorità locale, onde un pronto ed efficace provvedimento, fosse preso ad impedire un doppio fonte d'irreligione e d'immoralità, consistente l'uno in certe produzioni o rappresentanze teatrali, alle quali si dava luogo segnatamente in questa città, e l'altro nel libero corso e nello smercio troppo facile di libri, fascicoli e scritti a stampa di ogni genere, empi veramente e sfacciati.
Se non che, vista l'inutilità delle anzidetto mie premure, io era sceso nella determinazione di rivolgermi direttamente all'È. V., come faccio ora col presente rispettoso foglio, e mentre mi auguro dalla di lei saviezza migliori e più felici risultati per quanto ho esposto superiormente, sottopongo altresì alla di lei perspicace e grave considerazione alcuni riflessi relativi al decreto governativo del 23 settembre sulla ristampa delle opere di Nicolò Machiavelli, non che al susseguente invito diretto a tutti i proprietari di esibire ciò che d'inedito potesse rinvenirsi del suddetto autore, onde rendere più completa la compilazione delle sue opere.
Omettendo qui di ricordare, come cosa notissima a chicchessia, le censure a cui vanno sottoposte le opere di Machiavelli, mi restringerò a far rilevare quanto sia a temersi, che al male già esistente, altro male di gran lunga maggiore si aggiunga in forza della progettata compilazione o ristampa; e come la religione, la morale e lo stesso ordine pubblico, che il governo solennemente protesta di voler conservare, siano per riceverne grandi e profonde ferite.
Si unisca a tutto questo che, pubblicandosi le dette opere con un decreto dell'autorità governativa, non solo resta legalizzata la diffusione delle medesime, ma vengono eziandio ad autenticarsi in Toscana tutti i principi e le massime riprovate dalla Santa Sede di uno scrittore, celebre d'altronde per merito letterario e scientifico. — Son certo che V. E. non ometterà, dietro questa mia rappresentanza, di approfittare dell'alta sua posizione, come altresì di quella eloquenza che la distingue, affinché sieno prese quelle misure e poste quelle limitazioni, che valgono a tranquillizzare l'animo d'ogni persona coscienziosa e dabbene in cosa di sì grave momento.
Frattanto passo all'onore, eco.
Pisa, 8 ottobre 1859.
+ C. Card. Arcivescovo, Primate di Corsica e Sardegna.
A. S. E. il Ministro degli affari ecclesiastici
Firenze.
I Vescovi della Toscana in gran parte aderirono alle lagnanze ed ai richiami dell'Arcivescovo di Pisa, e noi daremo per saggio due lettere che vennero indirizzate all'Eminentissimo Cardinale. La prima è dell'Arcivescovo di Siena, e dice così:
Eminenza Rev. ma,
Una nuova luminosa dimostrazione del suo apostolico zelo Ella ha data colla lettera diretta al Governo Toscano in occasione del decreto di una completa pubblicazione delle opere di Nicolò Machiavelli; ed io concorro di buon animo nei sentimenti, che l'Em. za Vostra vi ha espressi. Quella lettera è una riparazione dell'oltraggio fatto all'autorità della Chiesa, ed alla onestà pubblica da quella disposizione governativa, per cui con istrano ed incredibile concetto par che si voglia procedere a migliori ordinamenti politici, richiamando l'attenzione universale alle lezioni di perfidia e di scostumatezza, delle quali abbondano quei libri. Sia pure atto di giustizia onorare i grandi ingegni e i promotori delle umane scienze; non potrebbe però mai questo tributo rendersi in onta di quei sacrosanti principi, che la religione nostra, ed il Vangelo, che ne è il codice fondamentale, hanno stabilito, e che noi abbiamo promesso di professare e di difendere. Che se la tolleranza politica vuole spingersi tanto oltre da non impedire non solo, ma da promuovere ancora la diffusione di libri sovvertitori dell'ordine e della morale cristiana, non vuole, né può l'autorità Ecclesiastica rimuoversi da' suoi antichi sapientissimi ordinamenti, i quali, mentre non lasciano di favorire e raccomandare le utili scienze e le lettere, adopra insieme ogni cura per preservare con salutari divieti, o almeno con prudenti restrizioni dai pericoli di depravanti letture.
Con questo stesso spirito l'Era. za Vostra ha fatto sentire le sue lagnanze, ed ha richiamato il patrocinio dell'autorità Governativa al suo vero e legittimo ufficio di difendere la Religione e i costumi or troppo manifestamente oltraggiati. Ogni buon cattolico, non che ogni ecclesiastica persona debbe essertene grata, ed applaudire alle sue sollecitudini.
Sia certa per parte mia l'Em. za Vostra del compimento di questo dovere, e accolga le dichiarazioni più espresse di considerazione e di rispetto, colle quali mi dico
Dell'Eminenza Vostra
Siena, li 25 novembre 859.
Dev. mo Oss. mo Serri. Re
Ferdinando, Arciv. di Siena.
A S. E. il sig. Cord. Arciv. di Pisa.
L'altra lettera è del Vescovo di Volterra, che volle essere partecipe dello zelo del Cardinale Arcivescovo di Pisa e degno di ciascun Vescovo cattolico, a cu non è lecito tacere ogni qual volta vede in pericolo la fede e i buoni costumi». Il Vescovo di Volterra scrisse in questa sentenza:
Eminenza Reverendissima.
È vero pur troppo: questo diffondersi colla stampa produzioni irreligiose e immorali per tutte le classi del nostro popolo è una sciagura deplorabile dei tempi presenti, contro la quale non è rimasto a noi che la voce per riprovare la sconsigliatezza di chi la procura, e il cuore per palpitare delle sue conseguenze. L'insegnamento cattolico ha sempre influito utilmente sopra i costumi del popolo e sopra la felicità degli Stati: tolga Iddio che dobbiamo sperimentare quanto è potente l'influenza degl'insegnamenti anticattolici a partorire e promuovere ogni disordine.
Applaudisco pertanto allo zelo, col quale l'Eminenza vostra Reverendissima nei vari casi, che le si sono presentati, ha reclamato presso le superbii autorità civili un riparo a questa inondazione funesta di libri e di libercoli perniciosi alla fede ed alla cristiana morale, e con tutto il cuore mi unisco a' suoi medesimi sentimenti.
Egualmente aderisco all'opportuna altrettantoché rispettosa rimostranza dalla stessa E. V. Rev. ma, inoltrata a Sua Eccellenza il Ministro degli affari ecclesiastici, intorno al Decreto governativo del dì 23 settembre decorso, col quale fa decretata, una completa pubblicazione di tutte le opere edite ed inedite di Nicolò Machiavelli, scrittore celebre invero per la repubblica letteraria, ma sventuratamente non meno famoso per astuzia e malignità, ed avverso, quanto mai possa dirsi, al dominio temporale dei Papi, fino ad avere asserito che per l'Italia è impossibile ogni gloria ed ogni civile incremento, finché vi si mantenga in vigore il cattolicismo ed il potere temporale dei Pontefici.
Avendo le censure ecclesiastiche colpito meritamente quei libri à giustissima e naturale la riflessione di V. E. Rev. ma, che la ristampa di tali opere, decretata senza veruna limitazione dalla suprema autorità dello Stato, non ostante che l'autorità ed il giudizio della Chiesa n'abbia vietata come nocevole la lettura, verrebbe in uno Stato cattolico a leggitimare la propagazione di quelle false e perniciose massime, per cagione delle quali la Chiesa le ha condannate, qoa detrimento della religione, della morale e dell'ordine pubblico.
Dobbiamo augurarci che la saviezza del personaggio, presso del quale l'È. V. Rev. ma, ha fatto sentire le sue modeste doglianze, vorrà farle ragione. In ogni evento mi abbia come partecipe di questo atto del suo zelo, degno di ciascun Vescovo cattolico, a cui non è lecito tacere ogniqualvolta vede in pericolo la fede e i buoni costumi.
Con sensi della più profonda venerazione m'inchino al bacio della sacra porpora, e passo a confermarmi di V. E. Rev. ma
Umilissimo Servitore
+ Giuseppe, Vescovo di Volterra.
Volterra, li 14 novembre 1859.
A Sua Eminenza Rev. ma
il Cardinale Arcivescovo di Pisa,
Dopo questi documenti che cosa potremo aggiungere noi contro coloro che piegano il dorso ai potenti, e disprezzano la parola dei Vescovi? Ci restringeremo a ripetere le parole di Carlo Botta: «Oh! sì gente superba, infamatevi pure coi fatti, che la storia vi infamerà cogli scritti!».
La Nazione di Genova pubblica una circolare del governo austriaco trovata a Brescia da un militare piemontese. Ne riportiamo il principio, lasciandone ti suddetto foglio ogni risponsabilità:
«Venne riferito alla superiorità esistere in Casale (Piemonte) una Società denominata la Famiglia Evangelica (al di fuori d'ogni sacerdozio, e setta qualunque), che ha per motto CRISTO ed ITALIA, presieduta dall'avvocato Vincenzo occhietti di detta città, avente per iscopo di propagare la religione protestante o dottrina del puro evangelo, e tendente a render INDIPENDENTE L'ITALIA
«Questa Società avrebbe già le sue ramificazioni nelle provincie di Vercelli, d'Asti ed Alessandria, e sarebbe per attivarsi anche in Novara. Passando il Ticino, e potendo diffondersi una tale Società anche in queste provincie (lombardo-venete), s'invitano tutte le autorità, cui è diretta la presente circolare, a vegliare attentamente nella rispettiva giurisdizione sulla comparsa del Rocchietti e d'individui che si occupassero della propagazione di cui si tratta, onde sottoporli alla relativa procedura, sequestrando quelle carte e scritti che avessero relazione alla Società medesima, o di altro sospetto tenore, e facendone pronto rapporto a questa volta. — Brescia, il 30 ottobre 1855. — L'i. r. consigliere di polizia, f° Ramponi, Concorda, Ragani o Pagani, ~ All'i, r. commissario distrettuale. — Lonato, N. 4909122.
«Si trasmette in copia al sig. comandante la regia gendarmeria in Desenzano, impegnando il consueto suo zelo a spiegare allo scopo sovra indicato la più occulata vigilanza, ed a riferire tosto ogni interessante emergenza. Lonato, 8 novembre 1855. — L'i. r. commissario distrettuale D. Chinelli. — N» 483. — Desenzano, 45 detto. — Pubblicato per le pratiche DUPRATO, capo».
(Pubblicato il 4 dicembre 1859)
Quando alle Corti compiaccia lo espandersi in memoriali, sconfondersi in rimostranze, non le rivolgano a Roma, che vorrebbe distruggere il male dalle w dici, bensì a quella Potenza che, senz'essere menomamente offesa in alcuno de' suoi diritti, agisce ostilmente contro Roma ((60)). Non spetta di certo ad Austria, né ad altro qualsiasi potentato dettar la legge al Sovrano Pontefice ((61)). Ohi italiani! dal fondo della vostra disperazione chiedeste al Cielo un conforto, e il Cielo vi diede Pio! Oh italiani! con lacrime di dolore e di gioia, per le sofferenze di tanti anni, per la quiete comune, per l'evangelica carità gli chiedeste i figliuoli ed i padri, i fratelli e gli amici esulanti qua e là per l'Europa, e Pio dischiuse le carceri, ridonò a tutti la patria, decretò perdono. Oh Italiani! con plausi, con feste, con amore gli avete risposto, e chiedeste che alla povera nostra patria ei stendesse una roano, asciugasse una lagrima, e Pio XI stese la roano, asciugò quella lacrima. Sacerdote del mondo, un dì guerriero degli uomini, ora soldato di Dio e dell'italico onore! ((62)). In Pio dee venerarsi non solo l'uomo di Roma e dello Stato; ma l'uomo d'Italia e degli Italiani tutti ((63)) v Onta alla turpe gentaglia, che va gridando osceni improperii contro Pio IX, contro gli amici suoi, contro quanto di meglio racchiude l'Italia ((64)). Dio veglia, o gran Pio, quel Dio che v'elesse a Padre e rigeneratore del popolo, che parla e parlerà dentro l'anima vostra. A voi Pontefice suo darà i consigli della salute, la forza e il coraggio; a noi, figli vostri, per trarli ad effetto. Così i Romani a Pio IX ((65)).
Data da Roma il primo governo libero che sorgesse in Italia da secoli, il primo governo forte ed indipendente ((66)). Pio IX è con noi, con Pio IX il Signore ((67)). Pio IX primo de' Principi italiani, luminosa colonna, che guida ed unifica il popolo ((68)). Pio IX Principe saggio e fortissimo ((69)). Gli Italiani debbono concedere, se fa di mestieri, la vita per onorare di non domabil difesa la costanza di Pio, le ragioni del suo Principato ((70)). In Pio IX comparvero unite l'anima ardente di Giulio 11, e la mansueta fortezza di Pio VII ((71)). La causa del Papa è la nostra, la sua gloria è nostra gloria; e il suo trionfo sarà pure un nostro trionfo ((72))».
Come il lettore si sarà accorto dalle citazioni, le parole e i pensieri scritti fin qui sono tolti a verbo da un libro del famoso mazziniano, Filippo De Boni, intitolato: La congiura di Roma e Pio IX,stampato in Losanna nel 1847. Ciò che il De Boni scriveva allora, perché non sarà più vero oggidì? È sempre lo stesso Pontefice che sta in Roma, col medesimo affetto verso il suo popolo. È sempre Dio che parla e parlerà dentro l'anima del Gran Pio,come diceva il. De Boni. Le ragioni del Pontificato non variarono menomamente; laonde ancora oggidì gli Italiani debbono concedere, se fa di mestieri, la vita per difenderle. La causa del Papato è sempre la causa d'Italia, e il diritto pubblico noi» può avere variato, sicché, a' giorni nostri, possiamo ancora ripetere che non ispetta a nessun potentato dettar la legge al Pontefice. Pio IX non ha cessato di essere il Vicario di Gesti Cristo, epperò s'ha sempre da disprezzare la turpe gentaglia, che va gridando osceni improperii contro Pio IX e contro gli amici suoi.
Sul quale ultimo proposito troviamo nella Concordia, giornale del governatore Valerio (5 gennaio 1848), che, il 27 di dicembre 1847, il popolano Ciceruacchio fece pervenire privatamente a Pio IX, Pontefice e Padre della Patria, alcune domande del popolo romano, e tra queste si legge la domanda a Pio IX «d'imporre ai preti ed alle corporazioni religiose ciò che devono a Pio IX ed alla Chiesa, cioè amore e rispetto». Ora pare che i preti e le corporazioni religiose non dimentichino il loro dovere. E perché invece lo trasanda a turpe gentaglia, che grida improperii contro il Romano Pontefice?
Noi possiamo difendere la causa del Papa, la sua persona, la sua politica colle parole medesime de' libertini, e ci serviamo, e ci serviremo delle loro testimonianze, che stiamo raccogliendo in un libro. Già Voltaire stesso scrisse in varii luoghi delle sue opere le seguenti sentenze: — La plume des incrédules est comme la lance d'Achille, qui guérissait les blessures qu'elle faisait: La penna degli increduli è come la lancia d'Achille, che risanava le ferite che essa stessa facea. — On met facilement les fidèles dans le cas d'attendre les ennemis de la foi avec des toiles ourdies par eux mêmes: Si mettono facilmente i fedeli in istato di cogliere i nemici della fede con tele ordite da loro medesimi — Nous marchons à la vérità sur le dos et sur le ventre de nos ennemis:Noi arriviamo alla verità camminando sul dosso e sul ventre dei nostri nemici.
Da Nizza, sua patria, Garibaldi partì e fu in Genova il 23 novembre; donde volea andare in Sardegna. Ma gli amici lo pregarono di restare sul continente, ed egli si arrese. Intanto pubblicò in Genova un proclama ai suoi compagni d'arme, ed eccone la parte principale:
«La tregua durerà poco — la vecchia diplomazia sembra poco disposta a vedere le cose quali sono: essa vi considera ancora per quel branco di discordi di una volta, e non sa che in voi hanno vita gli elementi di una grande nazione, se liberi ed indipendenti; germina in voi il seme della rivoluzione del mondo, se non si voglia far ragione ai nostri diritti, lasciarci padroni in casa nostra. Noi non andiamo sulla terra altrui, che ci lascino dunque in pace sulla nostra! Chi altrimenti tentasse, vegga che prima di sottometterci a schiavitù dovrà colla forza schiacciare un popolo disposto a morire per la sua libertà.
«Ma quando tutti saremo caduti, lasceremo alle venture generazioni quel retaggio d'odio e di vendetta, in cui la prepotenza straniera ci ha allevati. Un aijgie noi lasceremo per retaggio ai nostri figli e la coscienza del loro diritto; e per Iddio! Il sonno di chi ci vuole opprimere e manomettere non potrà essere tranquillo! Io ve lo ripeto, Italiani, non lasciate le armi. Serratevi ora più che mai attorno ai vostri capi, e mantenetevi nella disciplina la più severa. Cittadini! Che non vi sia uno solo in Italia, che non versi il suo obolo per la sottoscrizione nazionale! Non vi sia uno solo, che non prepari un'arme per ottenere forse domani colla forza ciò che si tentenna ora concederci colla giustizia.
«Genova, 28 novembre
G. Garibaldi».
Circolare del governo pontificio. — II Cardinale Antonelli spiega all'Europa perché furono dati i passaporti al conte della Minerva con la seguente circolare dell'ii di ottobre:
«Gli atti esercitati dal Piemonte nella Romagna, durante la guerra d'Italia, malgrado la neutralità riconosciuta del governo della Santa Sede, la condotta ulteriore del governo piemontese, condotta che viola il diritto delle genti, e la Santità dei trattati, inoltre l'accettazione del Re Vittorio Emanuele, quando i deputati della sedicente Assemblea nazionale delle Romagne, ribellatasi contro il suo Sovrano legittimo, gli offrirono l'incorporazione delle loro provincie al suo reame di Sardegna, tutto questo non permetteva si tollerasse più a lungo in Roma e negli Stati della Chiesa la presenza dell'incaricato interino d'affari Sardo. Siccome tollerando questa presenza, sarebbe stata compromessa oltre ogni misura la dignità e la posizione del Santo Padre, così si sono mandati, il 1° ottobre, i necessari passaporti all'incaricato d'affari ed a tutto il personale della sua legazione, ed ha cessato di esistere legalmente. Malgrado ciò l'incaricato d'affari continuò a risiedere a noma fino al 9, e in quel giorno alle ore A pomeridiane si avviò verso Firenze.
«Siccome dette luogo con la sua condotta al fondato sospetto di volere, con l'aiuto de' suoi partigiani, organizzare una dimostrazione qualunque in suo favore, è bisognato di concerto col comandante delle truppe francesi prender misure onde prevenire ogni sciagura, e mantenere l'ordine pubblico: il che è stato fatto di tutto punto».
Come documento storico pubblichiamo il seguente manifesto ai popoli delle Romagne:
«L'Assemblea dei vostri legittimi rappresentanti, come quella di Toscana, di Modena e di Parma, deliberava l'annessione al regno costituzionale di Sardegna, sotto lo scettro di Vittorio Emanuele II. Questi voti solenni sono stati ascoltati. La Maestà del Re accolse il libero atto del popolo toscano, modenese, parmense e romagnolo, e dichiarò che farebbe valere i diritti che questi popoli gli hanno dato.
«Alla risposta del Re, Toscana, Modena e Parma, esultarono di viva gioia e celebrarono l'avvenimento con feste religiose e civili. Noi pure, interpretando il voto generale delle popolazioni, lo solennizzeremo domani, 2 ottobre, nelle città dello Stato con un Te Deum, in rendimento di grazie, ed innalzeremo il glorioso stemma della Gasa di Savoia sopra i palazzi governativi ed i pubblici uffici. Questo stemma che è simbolo di libertà e di nazionale indipendenza, e che desta in tutti questi popoli sì grande allegrezza, dimostra i doveri che c'incombono come cittadini e come Italiani. Come cittadini, manteniamo concordi inalterato l'ordine pubblico. Come Italiani, perseveriamo nell'amarci, per essere pronti in ogni evento, e fidiamo sempre,in Re Vittorio Emanuele.
«Bologna, 1° ottobre 1859.
«Il Ministro dell'Interno
«A, Montanari».
(Pubblicato il 7 dicembre 1859).
La rivoluzione trovò un mezzo termine per muovere al Papa una subdola guerra, e continuare i suoi assalti contro la Chiesa cattolica, e si fu l'indossare la pelle dell'agnello, farsi a chiedere a Pio IX riforme indispensabili, e in nome della carità e dell'eguaglianza evangelica la secolarizzazione del governo pontificio. Ora sì può dire francamente che sotto la soglia di tali riforme e della pretesa secolarizzazione era uno spirito chiuso
Che facea quest'inganni è queste frodi.
Ma noi dobbiamo saper grado a Giuseppe Montanelli, che in un suo recentissimo scritto ha levato la pietra ov'era sepolto, e per luifu il palazzo in fumo sciolto.
Il Montanelli pubblicò in Firenze coi tipi del Le Monnier, e sotto la data del 15 di novembre 1859, un opuscoletto intitolalo: L'impero, il Papato 6 la democrazia in Italia, nel quale dice di molte cose utili, e utilissimamente spiega che cosa si voglia dal Papa sotto nome di riforme e di secolareggiamento del governò papale. Su questo punto noi insisteremo per ora, recitando le parole del Montanelli, e appiccandovi qua e colà qualche commento.
«Noi sosteniamo, così esordisce a pag. 28, essere tali le esigenze della civiltà, che il governo temporale del Papa non può soddisfarle. Ma quali sono queste esigenze della civiltà? Il principio rappresentativo, le scoperte economiche, le elezioni popolane? Nulla di tutto ciò, perché anzi il Montanelli dichiara che tutto ciò si ha già nella Chiesa: «Non è la Chiesa una monarchia elettiva? Il sistema rappresentativo non risale ai Concilii? L'ideale dell'Evangelo praticato dagli ordini religiosi non è la comunione dei beni? Non insegnarono i canoni, la gratuità del credito prima di Proudhon?».
Dunque non si vuole dal Papa nulla di tutto questo. Ma che si pretende egli mai da Pio IX, quando se gli chiedono riforme? Si pretende, ripiglia il Montanelli, ciò che Pio IX non può accordare in coscienza. «Avvi un ordine di riforme che lo Stato retto dai chierici non sopporta; e sono quelle comprese nel gran principio della libertà di coscienza. Tutto noi possiamo chiedere al Papa, eccetto la creazione dello Stato moderno, quale usci.... dall'amnistia data allo scisma. Il Papa non può essere capo di cotesta società di scettici e di credenti decisi a proteggersi a vicenda contro le intolleranze di qualsiasi natura; perché n può non chiedere conto al suo suddito del Dio che adora, non può non subordinare a professioni teologiche l'esercizio della paternità e di ogni altra magistratura sociale.
Né qui è luogo a discutere se sia un be o un male la civili secolare consacrata dalla pace di Vestfalia, dall'Ottantanove, e da Napoleone: il fatto sta che questa civiltà e l'essenza teologica del governo papale si escludono.
Ed eccovi spiattellato che cosa si vorrebbe dal Papa per riformare lo Stato suo secondo i desiderii dei rivoluzionarii. Si vorrebbe che egli adottasse lo Stato moderno, ossia i principii del trattato di Vestfalia, dell'Ottantanove, e di Napoleone. Ora nel trattato di Vestfalia si recò al Cattolicismo una ferita letale e si stabilirono tali cose, contro le quali protestò solennemente Papa Innocenzo X colla Costituzione Zelo domus Dei, dichiarandole inique, ingiuste, dannate e riprovate. I principii dell'Ottantanove fecero peggio, e in pochi anni riuscirono all'ateismo; e Napoleone I, come osserva lo stesso Montanelli, voleva fare del Papa un metropolitano francese. Può egli Pio IX aderire a queste domande?
Disse pur bene il Giornale di Roma, che offendevano il regnante Pontefice quanti si ripromettevano da lui le pretese riforme. Di fatto può credersi che Pio IX voglia dichiararsi capo d'una società di scettici e di credenti: bandire Iddio dalle cose di governo, come un fuor d'opera; riconoscere tutti i culti ed inaugurare l'indifferenza religiosa sotto il falso nome di libertà di coscienza? Eppure, vel dice Montanelli, è questo che si chiede dal Papa quando si domandano riforme!
Che cosa risponderebbe l'imperatore Napoleone III se taluno gli chiedesse riforme sovversive dell'Impero, che si spogliasse d'ogni podestà', rinnegasse la monarchia, ristabilisse la repubblica, lasciasse libera carriera a' socialisti e comunisti, permettesse la fabbrica in Parigi delle bombe dell'Orsini, e via dicendo? Eppure i riformatori dello Stato Papale chiedono peggio a Pio IX: gli chiedono di rinnegare il Cattolicismo ed i suoi immortali principii; gli chiedono di escludere Dio dai suoi codici, sicché dello Stato Papale possa dirsi come del governo francese: Roma non si confessa! E se è empietà chieder questo, non è ancora più empio sperare di ottenerlo?
Si dirà che tali sono le pretese de' rivoluzionarii, non dei governi conservatori, amici del Papa. Sia pure; ma questi governi conservatori affermano d chiedere le riforme per cessare le rivoluzioni. Dunque o essi s'ingannano a partito quando credono che i rivoltosi si calmerebbero in seguito a riforme possibili che migliorassero, non disformassero lo Stato Papale; oppure tengono bordone a1 rivoltosi medesimi, e vogliono indebolire l'autorità del Papa con intempestive concessioni, perché sia meno forte nel resistere ai nuovi assalti che verranno di poi.
Questi governi sedicenti conservatori ed amici del Santo Padre assommano le loro domande nella parola secolarizzazione. Ascoltiamo su questo proposito Giuseppe Montanelli:
«Si dice che a tutto sarebbe rimediato trasformando il governo di prelatizio in secolaresco. Intendiamoci. Il secolareggiamento dello Stato Papale non sta nel numero maggiore o minore di laici ammessi agli uffici; sta nelle leggi e nel genio secolare che quelli informi. Che se la regola civile non debba sancire altri fatti che i conformi alla regola religiosa, se in ogni provvedimento politico interno od esterno debba anzi tutto guardarsi a ciò che esiga l'università cattolica, si vivrà in piena teocrazia, ancorché legislatura e amministrazione risiedano in mano di laici, mentre alla prima legge veramente ispirata dal genio secolare, fosse pure proposta da prelati, il Papa dovrà rispondere: Non possumus.
«La secolarità moderna rispetto alla famiglia è il matrimonio civile, rispetto allo Stato è la partecipazione dei dissidenti ai diritti politici, rispetto alla giustizia è la soppressione dei fori privilegiati, rispetto all'insegnamento è l'università filosofica, rispetto alla religione è la libertà dei culti, rispetto all'ingegno ed alla scienza è l'affrancamento da ogni censura teologica della parola stampata. Questa secolarità il governo papale non consente.
Avete capito? La questione della secolarizzazione non e nello Stato Papale questione di persone, ma questione di principii. Il governo di Pio IX potrebbe essere secolare senza che pur vi entrasse un laico, e chericale senza che vi avesse mano un aol prete. Quando si dice al Papa di secolarizzar etimogoverno, si osa chiedergli, secondo il Montanelli, il matrimonio civile, la libertà (e culti, la legge Siccardi, l'università filosofie, l'abolizione della censura ecclesiastica. La rivoluzione non tacerà finché non abbia ottenuto questo. E si spera di ottenerlo da un Papa, e da un Papa qual è Pio IX?
Vi hanno anche tra cattolici molti che si dicono buoni, ma sono sciocchi e imbecilli, i quali credono che il Papa dovrebbe aderire alle riforme, ed operare la secolarizzazione del suo governo. A costoro raccomandiamo caldamente di meditare le citate dichiarazioni di Giuseppe Montanelli. Dalle quali risulta che sotto il nome di riforme si vuole nello Stato Romano ('amnistia dello scisma, la proclamazione dello scetticismo, il bando di Dio dalla società. E sotto il nome di secolarizzazionepretendesi che la famiglia venga paganizzatale il sacramento del matrimonio abolito; che i protestanti possono divenire segretari di Stato di Sua Santità; che Michelet, Quinet, e Cousin vengano chiamati a dettare nella Sapienza; e che ai possa stampare ogni bestemmia all'ombra del Vaticano.
Quando queste cose fossero, accordate dai Papa, allora i rivoluzionari diverrebbero papalini. Ma il Papato sussisterebbe ancora? No, davvero. Dunque coloro che chiedono la riforma e la secolarizzazione del governo pontificio, o sono gonzi che non sanno che cosa si dicano, o sono empi che fanno coro a chi grida: Disfarsi del Papa.
(Pubblicato il 10 dicembre 1859)
Ci scrivono da Firenze un fatto, ohe per lo sue circostante svela meglio di molti altri il dispotismo e la tracotanza di chi, dicendosi liberale, governa oggidì l'infelice Toscana. Esso è intitolato: due Ricasoli, perché i personaggi che figurano nel racconto sono il barone Bettino Rifattoli, presidente, del governo toscano, e il Padre Luigi Ricasoli della Compagnia di Gesù.
Nato quest'ultimo di famiglia patrizia fiorentina e del medesimo ceppo di quella del Bellino, riparò in Firenze, sua patria, poiché ne) 1848 la libertà italiana ebbe disperso i Gesuiti. E sotto i Montanelli e i Guerra), sia detto ad onore del vero, vi potà vivere tranquillo ed inoffeso,
Le sue traversie incominciarono dopo la restaurazione del Granduca! L'Arcivescovo, monsignor Ferdinando Minucci, trovando utile l'opera del P. Ricasoli, chiedeva che rimanesse in Firenze; e questi aderiva, a condizione che gli fossero assegnati a compagni due Gesuiti, quanti ne poteva mantenere da sé coll'assegnamento che il padre suo, il priore Pietro Leopoldo Ricasoli, cittadino cospicuo, e accettissime a tutti i Fiorentini, aveva fatto al figliuolo, pel caso che si trovasse a vivere fuori della Compagnia.
La cosa fu consentita, e i due Gesuiti, colleghi del P. Ricasoli, forensi nella capitai della Toscana, chiamativi dall'autore là ecclesiastica, vestili da preti secolari. Erano due Piemontesi, e l'uno di questi, il P. Seconda Franco, somme oratore, controversia profondo, notissimo in Italia per parecchie opere mandate alle stampe.
Appena costoro cominciarono a lavorare, dettando esercizi spirituali e missioni, assumendosi l'ufficiatura di una pubblica cappella, proprietà di una famiglia, o mandando al pallio qualche opuscolo religioso, levossi contro a quei malcapitati la pi ti rabbiosa persecuzione, cui tenne n$no i| governo d'allora,, forte coi deboli, e con gli audaci umile e pauroso.
Sarebbe troppo lungo raccontare i soprusi, le illegalità, le angherie d'ogni maniera a cui andarono soggetti quei religiosi, finché venne, come doveva venire, il 27 di aprile dell 859. In quel giorno i nemici dei Gesuiti chiarironsi nemicissimi del Granduca, e ne occuparono il posto.
Mentre però i nuovi governanti s'affaccendavano per l'annessione della Toscana al Piemonte, con logica rivoluzionaria bandivano tosto dal Granducato i due onici Gesuiti rimastivi, ambidue nativi del Piemonte, e dove solo in tanta dispersione della Compagnia era lor dato di rifugiarsi!
Gli espulsi chiedevano al Prefetto la ragione di quel castigo, e il Prefetto ingenuamente rispondea, che se ci fossero ragioni da addurre, non si negherebbe loro soltanto la carta di soggiorno, ma si procederebbe altrimenti!
Rimaneva tuttavia in Firenze sua patria il P. Luigi Ricasoli, ed aveva contro di sé le ire dei rivoluzionarii imperanti, non solo perché Gesuita, ma anche perché destinato a pagare il fio di una zaffatta che suo fratello, il canonico Alessandro Ricasoli, area dato alla rivoluzione.
Imperocché ne' giorni in cui il barone Bettino e compagnia celebravano quella Casa di Lorena, che più tardi dovevano esautorare, levando a cielo le leggi leopoldine, e scrivendone l'apologia nella Biblioteca civile dell'Italiano, il canonico Ricasoli pubblicò per le stampe e distribuì, in gran numero di copie la Bolla di Pio VI, che incomincia Auctorem fidei, Bolla non mai pubblicata in Toscana a cagione della condanna che racchiude di molte tra le leggi di Pietro Leopoldo. né il valoroso canonico fé questo di celato, ma dichiarassi pubblicamente nel frontispizio quale editore delta Bolla.
1 rivoluzionarii non sogliono perdonare questi tratti di coraggio e di devozione alla Santa Sede ed al dogma cattolico; e per pigliarne in qualche modo vendetta, deliberarono di dare lo sfratto al P. Luigi. E dapprima si lusingavano che sarebbe partito da sé; e per includo a ciò fare, gli rendevano molesto il vivere in Firenze, gli proibivano di albergare in casa sua uri sacerdote suddito francese; gli mettevano a' panni due buone spie che lo codiassero fino a sorvegliarne anco i pensieri, come ebbe a dire il signor Prefetto; lo incalzavano ora colle minacele, ora coi consigli, che per mezzo di veri o finti amici gli mandavano, di mettere presto in sicuro la sua persona.
E tali e tante molestie durarono tre buoni mesi, finché, non riuscendo a nulla, in sui primi di ottobre il signor Prefetto di Firenze chiamava a sé il P. Luigi Ricasoli, e tra l'uno e l'altro avveniva il seguente dialogo, che noi trascriviamo dalla relazione del nostro corrispondente fiorentino:
Signor Ricasoli, disse il Prefetto, io l'ho chiamala a nome del governo, e segnatamente a nome del signor ministro dell'interno, per darle un consiglio nell'interesse principalmente della sua sicurezza personale.
Il buon soldato, rispose il P. Luigi t non ha da temere il fuoco. Ma qual sarebbe questo consiglio?
Quello d'intraprendere spontaneo un viaggio, e lasciare temporariamente la Toscana.
—Oh bella! II barone Bottino che ha messo sua figlia in mia casa, consiglierebbe ora me ad uscire di casa tuia?!. ((73)). Mi sorprende: ma, di grazia, vi sono addebiti a mio carico?
— Il governo rispetta tutte le opinioni»
~~ Ili permetterà di aggiungere, salva qualche eccezione. Poiché un mio compagno, assai pili giovane di me udì dirsi in queste stanze, che gli bisognerebbe abbandonare il sodalizio a cui apparteneva, se volesse rimanere in Toscana..
— Il governo, torno a ripetere (per.... ), rispetta tutte le opinioni. Ma quando un individuo è pietra d'inciampo al suo tranquillo andamento, si dee rimuoverlo, e far tacere ogni riguardo. Il suo sodalizio è inviso, e viene dappertutto allontanato. Il governo sarebbe dolente di vedersi turbata la tranquillità pubblica per un individuo.
Ma questi, scusi, non sono addebiti miei, e per cui debba essere punito.
Vi sono anco i suoi. Il governo è informato che Ella ha delle corrispondenze in... in... in... Valdarno ed in Siena, le quali divulgano notizie false e... strane, denigranti il governo e compromettenti la tranquillità del paese.
Eh! delle corrispondenze certamente ne ho, ed ora intendo il motivo della loro impuntualità. Le mie corrispondenze però sono tutte domestiche e famigliari, né trattano punto di politica; e solo può essermi occorso qualche rara volta, a semplice soddisfazione della curiosità degli assenti, di aver ripetuto sotto riserva alcuna delle voci che correvano per la città. Che se il dare notizia di questa guisa e falsa eziandio e strana, è tal delitto da condannarmi senza altro avviso ad espatriare, non veggo perché non si condannino prima i pubblici estensori dei fogli ufficiali. Ma poiché Ella nomina a mio carico, sig. Prefetto,le mie corrispondenze di Valdarno e di Siena, la pregherò di addurmi le prove della sua asserzione.
Oh! il governo ha le sue prove, ma non intende di far processi.
Intal caso si contenterà che io non intenda di concedere quanto Ella mi asserisce non giuridicamente. Ora ho l'onore di dirle, signor Prefetto, che in questi sei mesi avrò forse scritta una lettera in Siena, ed in Valdarno non ne ho scritta alcuna!!!
Se Ella non iscrisse lettere colà, altri può avervi riportati i suoi sentimenti ed eccitato del fermento nelle popolazioni (Vedi la favola dell'agnello e del lupo). In breve, io oggi devo rendere una risposta. Accetta Ella o no il consiglio chele da il governo?
Ella può rispondere francamente che non l'accetto. Anche la mia coscienza mi da i suoi consigli, e prima d’ogni altro ho questi da seguire. Amo ancor io la mia patria, e voglio dar prova di amarla. Niuno mi potrà mai condurre a condannarmi da me medesimo ad una pena così grave qual è l'abbandonarla per una colpa che in me non riconosco. Si adoperi meco ogni violenza. Son disposto da lungo tempo a subirla, fosse eziandio quella della piazza.
Ebbene, il governo non vorrà sicuramente obbligarla ad accettare un suo consiglio, datole principalmente in vista del suo personale interesse. Porterò la sua risposta.
Questo fu l'abboccamento che il dì 4 d'ottobre avea col P. Luigi Ricasoli il sig. Borsini, Prefetto di Firenze. Dopo di che il P. Luigi scrisse la seguente lettera al barone Bettino, presidente dei ministri:
«Stimatissimo Signor Barone
«Il signor Prefetto di Firenze mi ha chiamato a sé questa mattina, e mi ha parlato di corrispondenze da me tenute nominatamente nel Valdarno ed in Siena, contenenti notizie false, denigranti il governo, compromittenti la pubblica tranquillità; e mi ha consiglialo, al tempo stesso, a nome del governo, e segnatamente del ministro dell'interno, a prendere spontaneamente i miei passaporti ed assentarmi, come per diporto, dalla Toscana.
«Non. ho potuto dispensarmi dal rispondere a questo discorso: che le mie poche relazioni in Toscana e fuori sono tutte domestiche e famigliari, punto politiche o rivoltose: che segnatamente nel Valdarno sarà da sei mesi che non mando una lettera, ed anche in Siena oggi è rarissimo che scriva: che se pure altrove ad una o due persone di confidenza e a semplice soddisfazione di lor curiosità mi sia occorso talvolta di ripetere qualche voce che correva per la città pubblicamente, sono certo di averlo fatto senza punto accreditarla; anzi aggiungendo, come è mio costume, che ricorressero per la verità ai fogli ufficiali, i quali hanno ogni mezzo e ogni dovere di attingerla: che contuttociò, dietro ad un tale avviso, mai prima d'ora da me ricevuto, avrei usato, se fosse possibile, anche di una maggior circospezione, ma che senza punto disprezzare il suggerimento datomi, io non era in grado di accettarlo: non credendo di potermi condannare da me medesimo ad una pena tanto grave, quàl è quella di espatriare per una colpa che in me non conosco.
«Ho pregato il signor Prefetto a permettermi di sottoporre io stesso a lei, sig. Barone, queste mie riflessioni, alle quali Ella mi concederà di aggiungere, in via di confidenza domestica, che, rinunziatosi da me quel di mia casa a' miei nipoti, non ho mezzi da spendere in viaggio di diporto; né posso d'altronde raggiungere la famiglia cui mi sono associato, perché oggi dispersa e priva anche in parte di ricovero.
«Voglia Élla piuttosto non negarmi oggi quella fiducia che altra volta ebbe la gentilezza di mostrarmi, e mi creda con tutto l'ossequio.
«Firenze, 4 ottobre 1859.
«Suo dev. mo servo Luigi Ricasoli d. C. d. G.»
A questa lettera forse eccessivamente umile e rispettosa del P. Luigi rispondeva il sig. ministro così:
«Molto Reverendo Padre,
Il 6 ottobre 1859.
«Io non posso che confermare quello che per gravi ragioni governative e in ispecie per i suoi carteggi, di cui Ella stessa conviene, le fu significato dal signor Prefetto di Firenze.
«E se per raggiungere la famiglia a cui è associato, le abbisognano de' denari, non deve fare altro che dirigersi allo stesso sig. Prefetto, il quale lo (sic) provvederà dell'occorrente.
«Mi protesto con tutto l'ossequio
«Di lei M. R. P.
«Ossequiosissimo Ricasoli».
Questa risposta era capziosa ad un tempo ed insolente. Per essa appariva reo confesso il P. Luigi di quella stessa colpa, di cui si dichiarava innocente. Non dovea però passarla sotto silenzio, e mandò al barone Bettino una nuova lettera del seguente tenore:
«Stimatissimo signor Barone,
La sua replica alla rispettosa mia del 4 corrente è un insulto. Ma ciò non importa. Ella. dunque, signor Barone, mi conferma per se medesimo il consiglio or or comunicatomi per mezzo del signor Prefetto, e datomisi da lei privatamente per mezzo d'altri, già due mesi indietro; ciò è a dire molto innanzi che io commettessi quelle colpe, le quali oggi mi si vorrebbero gratuitamente apporre. «Non direi che dovesse per me essere un delitto ciò che per altri è virtù.
Quindi non aderisco a un tal consiglio.
«Le gravi ragioni governative, che inducono a trattarmi così, io non le posso discutere, poiché a lei non piace d'indicarmele.
«Quanto a miei carteggi, mi sorprende ch'Ella osi dare alle mie parole un senso, il quale non hanno sicuramente, attribuendomi una confessione da me non fatta. «da non farsi giammai; mentre io domando piuttosto che mi si producano le prove di quanto si asserisce a mio carico; e mi si da per unica risposta, che il governo non intende di far processi
«Approfitterò dei mezzi che Ella tanto gentilmente mi esibisce, sig. Barone, ma quando mi risolverò ad intraprendere quel viaggio di diporto, che Ella per
Il sig. Prefetto m'insinuava. Quando mi potrò riunire alla famiglia, a cui mi sono associato, lo farò altrimenti.
«Sono ossequiosamente
«Suo Devotissimo Servo
«Luigi Ricasoli d. C. d. G.
Passarono alcuni giorni. senza replica di sorta. Quando improvvisamente, il dì 13 ottobre, una nuova intima obbligava il P. Luigi a comparire senza indugio innanzi al Delegato signor Giuseppe Masini. Adoperò questi primieramente ogni arte immaginabile a fine di persuaderlo ad abbracciare il consiglio, che il signor Prefetto gli aveva dato. Poi soggiunse che in caso diverso il governo era obbligato a scendere a più gravi misure. A cui gli rispondeva freddamente il Gesuita:
— Saprà il governo impormi colla forza ciò che non sa persuadermi col consiglio. Se ha qualche cosa da comunicarmi, signor Delegato, la prego di significarmelo.
E allora gli lesse una lettera ministeriale, di cui non ritenne che le soguentj frasi, per non essergli permesso di ritrarne copia: «— si chiamasse il P. Luigi «Ricasoli d. C. d. G., se gli insinuasse nuovamente il consiglio datogli, e ia t caso di renitenza se gli ingiungesse una relegazione coatta per 3 mesi nel e convento della Verna, per avere sparse notizie le più false e le più strane con € la indubitata intenzione (sono espresse parole) di sommuovere e di sedurre «le popolazioni».
— Ed io andrò alla Verna, rispose il P. Luigi. Se il governo sa impormelo con la violenza, ed io saprò obbedire con l'aiuto della religione.
E nel momento che noi scriviamo, il P. Luigi Ricasoli soffre la sua relegazione alla Verna per opera del barone Bettino, e con quella giustizia che risulta dai precedente racconto in ogni sua parte fedelissimo.
(Pubblicato l'11 dicembre 1859)
Di costa alla questione italiana risorge oggidì la questione polacca, è i giornalisti francesi tralasciano talora di occuparsi dell'Austria e dell'Italia per isvelenirsi colla Russia, per cagione della Polonia. I nostri rivoluzionarii in farsetto fanno coro ai Francesi, e con un'aria di disperazione fulminano ad un tempo e Austria, e Prussia, e Russia, conchiudendo poi che, pesati ben berte gli Imperatori, migliore di tutti è colui che nacque due giorni fa.
Eppure gli italianissimi dovrebbero dare ragione alla Russia è torto alla Polonia, conciossiaché Terenzio Mamiani, in un suo libro venuto in luce recentemente, scrivesse: «Confessiamo che la Polonia è slava come la Russia, è v'ha grande affinità di stirpe, di lingua e di tradizione fra l'una e l'altra. Àggiungasi che molti Polacchi accettano oggi l'idea del Panslavismo 6 si accostano volontieri alla Russia, la quale sola può quella idea condurre in atto... Disdicìamo volentieri le sdegnose parole che in questa pagina e in altre, e nel Parlamento subalpino abbiamo pronunziato contro l'autocrazia russa e la suggezione ed umiliazione in cui dimorano tuttavia i nobili concittadini di Copernico e di Sobieschi ((74)).
Povero Terenzio! Egli può già disporsi a cantate una seconda volta la palinodia, e ripetere le sdegnose parole dei tempi passati! Il Courrier du Dimanche ci racconta che la nobiltà polacca volle supplicare Alessandro II di ristabilire in Polonia i diritti già accordali da Alessandro l,e sanciti e guarentiti dai trattati, Vale a dire, la tolleranza religiosa, il ristabilimento della lingua polacca nelle scuole, l'eleggibilità a certe cariche, e via dicendo. La petizione don venne accettata! e i pétizionari, ammessi alla presenza del Sovrano, non hanno potuto raccògliere dal suo labbro che una qualifica derisoria, ed una minaccia. Alessandro li ha loro fatto sapere che essi erano russi, e ette il padrone Saprebbe punire e usar rigore.
Da questo fattoti Constitutionnel trae argomento per punzecchiature la Russia, e cita lo parole della Gazzetta delle Poste la quale si lagna che in Europa tanto si parli e straparli degli impicci finanziari dell'Austria, mentre non sono minori quelli del gabinetto di Pietroborgo. E il nostro Espero. «da questo contegno della stampa francese specialmente riguardo alla Russia conchiude che t il gabinetto di Pietroborgo non solo non trovasi più con quello di Parigi nella intimità edificante che sembrava unire i due grandi Imperi, or son pochi Mesi, ma che siano in un perfetto disaccordo, sia su qualche questione particolare, sia sulla politica generale d'Europa». Donde l'Espero stesso prorompe notte seguenti parole:
«Si direbbe che la politica francese, vedendo ogni giorno pio svanire le speranze di entrare in un sistema solido di alleanza colle potenze costituite, sente avvicinarsi il momento in cui dovrà ricorrere francamente, come disse pochi mesi fa Napoleone, all'alleanza dei popoli. Dio voglia che non sia troppo tardi per la politica francese!».
Durante la guerra d'Oriente, Napoleone III corteggiava la Polonia e trattava cogli esuli polacchi, come durante la guerra d'Italia trattò con Kossuth per averlo amico contro l'Austria. Il Moniteur dell'11 di maggio 1855 pubblicava un indirizzo del generale Rybinsky a Napoleone 111$ nel quale tra le altre cose si diceva: «Sire,, la Polonia spera tutto dalla giustizia divina e nella fede in Vostra Maestà. Essa è convinta che questa giustizia non sarà esercitata che per vostro mezzo». Ma un altro polacco, il conte di Roltermund de Gurna Klecza, ride vasi di queste speranze, e in un opuscolo stampato a Brusselle scriveva: «Vous avez ou vous n'avez pas la parole de Napoléon III, peu m’importe: peu importe surtout à la Pologne, car celte parole a été souvent donnée; souvent encore elle s'est trouvée en défaut ((75))». Non sappiamo a chi i Polacchi avranno dato ragione dopo il 1815, se al conte di Roltermund; o al generale Rybinsky. Questo sappiamo che il polacco Walewsky nel Congresso di Parigi parlò di Roma e di Napoli, ma non fé' motto della Polonia.
È bene ricordare eziandio come in quel torno Giovanni Russell nella Camera dei Comuni rispondesse al sig. Gibson riguardo alla quistione polacca: «L'onorevole membro ci attribuisce pensieri che noi non abbiamo mai avuto. Noi non abbiamo mai intrapreso di ristabilire la Polonia, né di emancipare l'Ungheria. Noi abbiamo creduto che questa fosse l'opera dell'Austria. Stretto con molti Polacchi, io ho loro detto sempre: Se l'Austria vuole intraprendere la ristorazione della Polonia,, allora voi potete sperare di giungere ad un risultato. Ma non bisogna credere che giammai la Francia e l'Inghilterra intraprederanno quest'opera isolatamente ((76)).
Da tutte queste reminiscenze e citazioni noi possiamo derivarne alcune conseguenze evidentissime. Bisogna premettere però che la questione polacca è molto pia semplice dell'italiana, perché ieri ancora la Polonia era una ed indipendente; laddove l'Italia non fu unita giammai, nemmeno sotto la dominazione romana. Or bene sapete a che cosa servono oggidì per le grandi Potenze la Polonia e l'Italia? Come la zampa del gatto alla scimia per trarre i marroni dal fuoco. Napoleone 111 si servì della Polonia contro la, Russia nel 1855, come si servì dell'Italia contro l'Austria nel 1859. L'Inghilterra è pronta a fare lo stesso; prima della guerra era austriaca; durante la guerra neutrale; dopo Villafranca divenne italianissima. Ci saprete dire che cosa sarà domani!
Intanto vuoi essere avvertito che coloro i quali testà chiamavano la Russia a giudicare il governo del Papa, oggi dichiarano lo Czar pili. reo del governo Pontificio. Vuoi essere avvertito che Austria, Prussia e Russia vengono involte dai rivoluzionari nella medesima condanna, e che quindi per provvedere a se stesse daranno nel Congresso la medesima sentenza. E vuoi essere principalmente avvertito che intorno alla Francia imperiale sta formandosi un gran vuoto,i cattolici piangono, e si allontanano; i liberali fremono ed imprecano; gli Inglesi temono e provvedono a loro stessi; la Russia non dimentica Sebastopoli, né la Prussia Neuchatel, né l'Austria la Lombardia.
Come già a Cesare, si potrebbe ripetere al sire francese: Non siamo ancora a sera! Nel 1859 egli ha seminato, e nel 1860 raccoglierà. Nell'anno che sta per finire si vide l'opera dell'uomo; nel nuovo anno apparirà l'opera di Dio.
(Pubblicato l'11 dicembre 1859)
Nella Gazzetta di Modena del 6 dicembre leggevansi le rimostranze dell'Episcopato modenese all’Eccelso Farini, e la sciocca ed insolente risposta del suo ministro, precedute dalle seguenti ridicole parole: «Questi atti, d'ordine riservato ed interno, essendo stati dall'Episcopato modenese consegnati alla pubblicità delta stampa settaria, il governo non si crede più tenuto al silenzio, e reca sulle colonne di questo foglio officiale il testo autentico degli enunciati documenti, rimettendone il giudizio al senno degli uomini e dei governi onesti».
E qui notate: 1° Che l'Eccelso fa una colpa ai Vescovi modenesi d'avere ricorso alla pubblicità; 2° Che l'Eccelso ha proibito severissimamente l'introduzione dell'Armonia nei suoi dominii, affine di tenere nascoste le rimostranze dei Vescovi; 3° Che essendo state queste rimostranze manoscritte e in tal modo diffuse per tutto il Ducato di Modena, l'Eccelso ha ricorso al colpo di stato di farle pubblicare sulla Gazzetta; 4° Che con tale pubblicazione la Gazzetta smentisce ciò che ebbe a scrivere riguardo alla devozione dell'Arcivescovo di Modena al nuovo ordine di cose, devozione manifestata colla nota elevazione dello stemma; 5° Che finalmente il signor Farini, il capo degli insorti di Rimini, colui che Giuseppe Montanelli disse COSPIRATORE, ha la faccia di chiamar l'Armonia stampa settaria!
Noi andiamo superbi degli insulti del signor Farini, e ne rendiamo le più distinte grazie a lui ed al suo giornale. Intanto, sebbene l'Armonia abbia già pubblicato alcune osservazioni sulla risposta data dal ministro dell'Eccelso ai Vescovi della provincia modenese, veggendo oggidì ristampala questa risposta anche dalla Gazzetta Piemontese, riputiamo conveniente d'inserire altre nuove osservazioni, scritte da un illustre personaggio obbligato dal dispotismo fariniano a menar vita nascosta nel Ducato.
«Sig. Direttore dell'Armonia,
La pubblicazione da voi fatta della risposta che il ministro del dittatore Farini che alle rimostranze dei Vescovi della provincia modenese, ci ha suggerito le seguenti osservazioni:
«Prima di tutto noi ravvisiamo nella medesima molte cose che non sembrano del tutto vere. Una di queste si è la testimonianza che rende al dittatore la sua coscienza di non aver mancato in nessuna occasione alle assicurazioni date all'Episcopato, che non sarebbe mai venuto meno dal professar riverenza ed e ossequio alla cattolica religione e ai suoi ministri» (Dopoché egli ha preso a capitanare la rivolta delle Romagne, queste proteste di riverenza e di ossequio hanno perduto ancor più del loro valore). A fronte di Vescovi che asseriscono e del dittatore che nega, noi siamo nella necessità di confrontare i due documenti per giudicare chi abbia ragie. Ora nella rimostranza dei Vescovi noi troviamo lagnarsi essi che gli ebrei ed i protestanti siano stati parificati ai cattolici, espulso un Ordine religioso sequestrati i suoi beni, carcerati arbitrariamente i sacerdoti; che si lasci scapestrare a talento una stampa irreligiosa e libertina; che si sia promulgata la famosa legge sarda Siccardi,rimesso in vigore l'atto civile (non il matrimonio civile, come ha detto qualche giornale) prima del matrimonio religioso, aggiunta di più la pena della multa ed il carcere al parroco che altrimenti vi assistesse: «tutto questo si pretende non essere conforme al rispetto che deve un governo cattolico la religione che professa. Or che risponde il dittatore? Nega i fatti? No, perché son pubblici. Giustifica il suo operato? Molto meno. Ei passa i fatti sotto silenzio, e porta unicamente per difesi la sua coscienza. — S. E. il dittatore è certo —e la sua coscienza è così ferma, che non può nemmeno mettere la discussione sul merito delle leggi%ecc., come non può un buon cattolico mettersi a disputare seriamente sopra un articolo di fede, perché sarebbe un dubitare, e dubius in fide infidelis esti
«Il ministro però incaricato della risposta, sembra che non sia così certo dell'asserto del suo principale, da credere inopportuna ogni giustificazione, e quindi, passate sotto silenzio con nobil disinvoltura le altre accuse, prende a giustificar la promulgazione delle leggi incriminate con tre ragioni, che per vero non gli si possono passar buone: ° che le provincie modenesi facciano parte della Monarchia di Savoia, lo che non si è ancor potuto effettuare, attesa specialmente l'opposizione del più generoso amico del Piemonte, l'Imperatole dei Francesi; 2° che il voto dell'Assemblea Nazionale per l'annessione del Piemonte «astata accettata da Vittorio Emanuele, mentre, quantunque per questo sì siano cantati tanti Te Deum anche nelle sinagoghe (p. e. a Scandiano, come ci fanno sapere le gazzette), pure egli si è limitato a promettere che lo appoggierà presso le grandi Potenze;3° che le leggi pubblicate siano una necessaria conseguenza dello Statuto sardo, mentre fu risposto le mille volte nelle Camere di Torino, provato negli scritti di tanti uomini sommi e ripetuto in mille giornali! $be il primo articolo dello Statuto: la Religione Cattolica Apostolica e Romana £ la sola Religione dello Stato; importa che colla religione cattolica si rispettino tutte le sue leggi e tutti i suoi diritti preesistenti allo Statuto: «qualunque articolo che si soggiunga a questo primo, vorrà sempre essere interpretato in conformità e analogia del medesimo.
«Ammesso poi che per voto dell'Assemblea Nazionale fosse stata decretata l'annessione 1 Regno Sardo, non ne viene certo che si approvassero, desiderassero, volessero queste leggi, non essendo necessario ohe la parte aggiunta si assimilasse in tutto a quella cui aggiungevasi 9 come non è certo contro ragione l'adottar qualche legge dei popoli nella propria comunanza accolti, quando fosse delle proprie migliore.
E certamente queste leggi non si bramavano da tutta quella maggioranza di popolazione, che, quantunque dotata di buon senso e discernimento per tanti altri affari, e ammessa alla partecipazione di altri diritti civili e sopra tutto al pagamento delle imposte e sopportimento di carichi pubblici, non fu riputata abile ad indicare un galantuomo da mandarlo all'Assemblea, perché non sapeva tener la penna in mano. Non si bramarono da tanti che, per ventura riputata or somma, conoscendo l'alfabeto, ebbero il gran privilegio di portare un nome, imposto loro, nell'urna, perché da buoni cattolici, se non fosse stato loro proibito di dare un mandato tpè date a' loro rappresentanti (non volendo entrare nella loro mente per quel che riguarda la politica), avrebbero certamente lor detto in quanto a religione: Noi la vogliamo salva, vogliamo rispettati i nostri preti, i nostri Vescovi è sopratutto il padre nostro comune, il Papa. Non si bramavano nemmeno da tutti i deputati, benché scelti meccanimente dai circoli, che, ubbidienti li bacchetta, non facevano che gettar su e giù la spola per entro alla trama già ordita da chi manipolava la tela, i quali senza alcuna licenza a discutere, senta tempo ad esaminare, decretarono una incondizionata annessione al Piemonte, senza aver facoltà di salvare né la coscienza, che forse a pochi, né la borsa, che ai pili certamente premeva.
«Quindi se le leggi in questione non sono una necessaria conseguenza dello Statuto, non sono nemmeno un voto delle modenesi popolazioni, che non le conobbero prima della promulgazione, non ebbero tempo a discuterle e sono poi certamente lontane dall'accoglierle di buon grado. Come nemmeno è vero che si bramasse dalle famiglie quell'impiccio dell'atto civile da premettersi al matrimonio, che cagionò anzi tante lagnanze, quando dovette introduci nelle provincie dove non era in uso, le quali lagnanze determinarono poi Francesco I a riformare in questa parte il nuovo suo Codice. Ma non lo avesse mai fatto; che coloro che si adoperarono per ottenerne l'abrogazione, cioè quei Vescovi a cui rispondeva il direttore del ministero, non avrebbero ottenuta la patente di nemici delle civili riforme Fu però fortuna per Francesco V, poiché fra tutti gli atti di mal governo, tutti gli abusi di potere che pubblica quotidianamente la stampa, si trovò pure una legge che meritò il titolo di savia provvidenza ed era quella che obbligava talvolta i contadini e i poveri alpigiani a percorrere molte miglia e perdere molle giornate per raccogliere, non rare volte, dodici fedi ed anche più, ed una donzella a presentarsi a' pubblici uffizi, quando furie avrebbe dovuto pel suo decoro serbarsi in ritiro; ed inceppava i parrochi nell'esempio del loro ministero, «benché, a dir vero, non tanto strettamente. Locché appena avvertito, il nostro eccelsoreggitore si fé subito ad accrescere la dose di tali savie provvidenze coll'aggiungere la multa e la carcere ai parrochi, perché potevano violare impunemente le leggi dello Stato e impunemente millantarsene! Che lo abbiano fatto, e quindi abbiano costretti i Municipii e gli onesti padri dr famiglia a muoverne lagnanze, il dobbiam credere sulla fede del signor direttore, benché lo stato di generale intimidamento del Clero, e la brevità del tempo passato tra la promulgazione della legge e la fulminata sanzione appena lo lascino supporre.
«E questo intimidamento del Clero e dei buoni cattolici, ohe a vista digli affronti che si apportano alla loro religione non osano zittire, fa sì che ironico ed irrisorio sia il provocar il Clero a servirsi della libertà della stampa concessa dallo Statuto sardo or fatto nostro. Oltreché non si conosce ancora la legge che secondo l'articolo 28 dello Statuto dovrebbe regolarla, e quindi è in arbitrio del signor Direttore, giusta la riserva a sé fatta del potere legislativo ed esecutivo nel pubblicarlo, il punire e come e quando a lui piacesse quei reati di stampa che ei riputasse tali, e tutti possono temere, se dicono una parola al medesimo non gradita, di esser giudicati come rei; ed abbiamo poi per arra di questa larghezza le belle libertà che abbiamo per riguardo ai giornali, essendoci vietato il leggere qualunque foglio estero, ed anche della Monarchia Sabauda, che non vada a grado del nostro padrone, e tali sono, non sappiamo per quale fatalità, tutti quelli che parlano in favore della cattolica religione; permesso poi di stampare in paese tutte le eresie, non che gl'insulti più villani al Papa, ai Cardinali e Vescovi, al Clero ed alla Religione medesima. Ora egli è troppo facile il credere che, come vengono violati i due precedenti articoli, che assicurano la libertà individuale«e l'inviolabilità del domicilio per semplici infondati sospetti che alcuno abbia detto soltanto una parola non favorevole al presente ordine di cose, così forse sarebbe inteso a danno degli scriventi il vigesimottavo, che permette la libertà della stampa.
«Il consiglio poi dato ai Vescovi di servirsi di tale benefizio, a cui, per l'abuso che ne fanno i tristi, la Chiesa non può fare buon viso, e la lezione loro data sulle materie da predicarsi da loro sembra ben singolare! poiché, avendo noi per costume di apprendere da loro gli ammaestramenti del Vangelo, restiamo meravigliati, come abbiano poi essi bisogno d'imparare da un laico il modo di spiegarlo per cessare i lamentati inconvenienti, che precedono da tutt'altra cagione che dalle omelie e dalle lettere pastorali.
«Crediamo poi che i Vescovi abbiano tutte le ragioni di non prestar tanta fede al trionfo che con sì ardita franchezza si assicura alla verità nella lotta che sostiene coll'errore, da credere un contagio lo sciogliere il scilinguagnolo ad ogni scribacchiatore per impugnarla, per l'unico piacere di vederla gloriosamente trionfare. 0 converrebbe non sapere che cosa sia l'uomo per magnificarlo a tal segno! E chi non sa che molti nono ottusi d'ingegno, che non arrivano a distinguere uno strafalcione da una verità? che molti hanno maggior propensione ad abbracciar l'errore, che le loro passioni blandisce, piuttosto che la verità, che le mortifica ed attuta? E se a ciò si aggiunga l'arte diabolica degli scrittori d'imbrogliai» le menti coi sofismi, d'abbagliarle con falsi argomenti, d'irritar le passioni con mille incentivi, chi non concluderà che molti resteranno da queste frodi arreticati, e che, bevuto una volta il veleno dell'errore,. ricuseranno perfino di accostar il labbro al nappo, ove loro s'appresta l'antidoto della verità? E la Germania e l'Inghilterra, e più indietro la Grecia e l'Africa, cattoliche una volta, ora protestanti, scismatiche e musulmane, non sono una smentita solenne al dittatoriale pronunciato, che la verità è sicura sempre d'un luminoso trionfo?
Si lagnano poi ancora i Vescovi, e con ragione, della legge delle mani morte, per cui in tanta smania di larghezze civili e politiche permettendosi ad ogni galantuomo di lasciar il fatto suo a chi vuole, gli si ristringa la libertà soltanto riguardo alla Chiesa, la quale si trova così in peggior condizione degli istrioni e delle baldracche, cui niuno vieta donare anche le ricchezze di Creso. Ma siccome la giunta supera già di gran lunga la derrata, tralasciamo di osservazioni, lasciando a voi, signor redattore, il fare della presente quell'uso che più vi sembrerà opportuno. «E intanto con tutta stima, ecc.»
Pubblichiamo due lettere, che il ministro toscano Salvagnoli indirizzò ai Vescovi ed ai frati riguardo all'avvento. La Casa di Lorena si dichiarò decaduta dalla Toscana, ma le leggi Leopoldine sono sempre in vita! 11 Piemonte è unito colla Toscana, ma nel Granducato non possono predicare i Piemontesi lSi possono fare pubbliche dimostrazioni politiche, ma non sacre missioni o processioni, senza il permesso del governo. I tristi si lasciano in libertà, ma si serrano sempre più le catene ai polsi della Chiesa perseguitata. Noi dovremmo stenderci assai su questo argomento per provavo quanto sia tirannico e irragionevole il procedere del ministro toscano; ma la sovrabbondanza delle materie quotidiane per ora non cel consente. Verrà il tempo di discorrere sui documenti: per ora consegniamoli alla stampa, affinché possano servire per la storia.
Ill. mo e Rev. mo Signore,
Nell'avvicinarsi del tempo che è destinato alle ordinarie predicazioni della Chiesa, il ministero sente il bisogno di indirizzare a V. S. lll. ma e Rev. ma la sua parola per pregarla 'di voler insinuare ai sacri Oratori di tenersi lontani nell'esercizio della loro missione da qualsivoglia allusione alla politica, la quale, se è sempre estranea all'oggetto che gli oratori stessi si prefiggono, cioè, di istruire nei principii di religione e moralizzare le genti, può talvolta per l'opera dei medesimi meno cauti od avventati, esser motivo a divisioni di partito ed a perturbazioni della quiete pubblica, le quali perturbazioni il R. Governo è nel dovere di non tollerare, e saprà sempre impedire con tutti i mezzi che si trovano in suo potere.
Il ministero confida troppo nella saviezza di V. S. lll. ma, perciò non tem che l'oggetto della presente sarà interamente raggiunto, Sono con distinto ossequio e profonda venerazione
Di V. S. lll. ma e Rev. ma
Novembre 1859.
V. Salvagnoli.
Dev. mo Obb. mo Sèrvo F. GIACONI.
Molto Rev. mo Signore,
Per norma e regola di V. S, M,to Rev. da acciò si uniformi unitamente ai sacerdoti religiosi da lei dipendenti, i quali possono essere incaricali della predicazione, comunico l'appresso circolare della Prefettura di questa città, cioè:
«Suprema ragione di ordine pubblico vuole la più stretta osservanza del diritto ecclesiastico dello Stato.
«1° Perché non predichino in veruna chiesa toscana preti e frati che non sieno Toscani.
«2° Perché i preti e frati predicatori non parlino minimamente di cose pirolitiche, né di cose attenenti alla politica.
3° Perché non si dieno missioni, non si facciano processioni, né feste straordinarie senza approvazione del Governo.
«In esecuzione pertanto degli ordini superiormente ricevuti, debbo eccitare in modo straordinario la sua vigilanza in questo proposito, perché queste di sposizioni sieno rigorosamente rispettate, e per prevenire e reprimere qualunque disordine e deviazione delle medesime, senza esser trattenuto da nessuna considerazione estranea al pubblico servizio.
«E mentre? nell'avviciriarai del tempo ohe è destinato alle ordinarie predicazioni della Chiesa, gli Ordinarii hanno ricevuto dal Real Ministero degli affari ecclesiastici una di lui circolare circa le medesime, interessa che le autorità politiche locali indirizzino in mio nome la loro parola ai Corpi degli Ordini Regolari, perché s'insinui ai sacri Oratori di tenersi lontani nell'esercizio della loro missione da qualsivoglia allusione alla politica, la quale, se è sempre estranea all'oggetto che gli Oratori stessi si prefiggono, di cioè istruire nei principii di religione e moralizzare le genti, può talvolta per l'opera dei medesimi meno cauti ed avventati esser motivo a divisioni di partito, a perturbazione della quiete pubblica, le quali perturbazioni il R. Governo è nel dovere di non tollerare, e saprà sempre impedire con tutti i mezzi che si trovano in suo potere».
Prego V. S. M. Rev. da favorirmi riscontro del ricevimento della presente, e mi confermo con distinto ossequio
Di V. S, Molto Reverenda
Della Delegazione del Governo di....
14 novembre 1859.
Il Delegato.
Nei dicembre del 1859 in un articolo di controversia sulla questione italiana il Globe di Londra aveva osato dire che la famosa missione di lord Minto era stato «il risultato di un'insinuazione del Nunzio del Papa a Parigi». A quest'avventata, asserzione lord Normanby mandò la seguente smentita da Brigton, in data del 9 dicembre:
«Signore, nell'articolo principale del Globe di ieri leggo queste parole sul preteso stato dei sentimenti degli Italiani riguardo al Papa: «Questo non è dovuto né a lord Minto, la cui missione, per dirlo passando, fu il risultalo di una insinuatone del Nunzio $et Papa a Parigi, né a lord John, né a lord Palmerston». Sono tenuto pila memoria d'un uomo gentile ed eccellente di dire che non havvi una parola di vero in quest'asserzione.
«Non suppongo che lo scrittore dell'articolo sia stato consapevole della sua inesattezza, e sono forse il solo che possa darle una smentii autorevole, smentita che feci giungere a lord Palmerston parecchi anni or sono; il quale pubblicò allora u lettera confidenziale, pulì quale i giornali del governo si appoggiarono per assumere la difesa della missione di lord Minto,. Ecco il fatto come avvenne, Secondo lo spirito delle istruzioni particolari ch'io aveva ricevuto, cercai di scandagliare Monsignor Fornari intorno all'accoglienza che riceverebbe in quel tempo a Roma un agente officiale straordinario inglese. Il Nunzio ascoltò, con urbanità la mia domanda, e disse che ne scriverebbe a Roma.
«Non seppi mai pili nulla da lui intorno a questo soggetto, e quindi ne concludo che non eravi risposta soddisfacente alla mia domanda. Tuttavia la fissione di lord Minto continua, e dopo qualche tempo il mio dispaccio tutto intero in cui io raccontava l'abboccamento con Sua Eccellenza, ed in cui manifestava la mia opinione sulle sue qualità diplomatiche, indicalo come privato e confidenziale,venne pubblicalo nel libro bleu, sopprimendo le parole privato e confidenziale. I giornali del governo tentarono d'inferirne ciò che non potevano affermare, che quel dispaccio provava che nella missione di lord Minto era la Corte di Roma che avea preso l'iniziativa. Me ne lagnai con lord Palmerston e con lord John Russell: 1° Perché il senso del mio dispaccio era stato svisato; e 2° per la malafede non cui era stato ommesso il suo carattere confidenziale la qualcosa nuoceva alla sua utilità pubblica. In prova di quanto dico, le circostanze avendo condotto un'altra volta il governo a desiderare d'avere alcune comunicazioni, confidenziali col nunzio del Papa a Parigi nell'epoca dei bill sui titoli ecclesiastici, Monsignor Fornari negò di entrare in comunicazione confidenziale con me per la ragione che i suoi abboccameli confidenziali con me erano stati pubblicati, e che, in conseguenza 9 erasi accreditata un'opinione erronea riguardo agli atti del suo governo.
«Ecco. le mortificazioni, a cui gli agenti inglesi possono essere esposti, servendo un governo che snatura le comunicazioni diplomatiche per servire ai fini parlamentari. — Sono, signore, vostro umilissimo ed obbediente servidore
«Normanby».
Questo non è che un leggerissimo saggio dell'antica fede, che regola l'andamento del governo britannico. Giova tuttavia tenerne conto, sia perché si riferisce ad un fatto che riguarda il Papa, sia perché lord Normanby accenna assai chiaramente che cotesta maniera d'agire non è cosa straordinaria in quel governo.
Da una corrispondenza della Nazione di Firenze, sotto la data di Livorno, 9 di ottobre, rileviamo la seguente notizia:
«Nella Scuola Israelitica di Livorno l'intera comunità degli Israeliti si è riunita, il giorno 7, per la solenne devozione del gran digiuno. Stimo bene di mandarvi il testo della preghiera che fu fatta per la famiglia del Re, recitata dall'Eccellentissimo signor Roberto Funaro. Alla prima intonazione tutto il popolo presente (più di tremila persone) si è alzato in piedi, ad eccezione di pochissimi vecchi, e tutti poi risposero al fine della preghiera con un'enfasi straordinaria e sorprendente, un Amen.
Quello che veglia alla salvezza dei Regi, che concede il dominio ai Principi, e il di cui impero è l'impero di tutti i secoli; quello che liberò David, «suo servo, da spada micidiale, che apri nel mare la via, ed in rapide onde e tracciò il sentiero, quell'istesso benedica, custodisca, difenda, soccorra, elevi, esalti, e sublimi al massimo auge:
«IL RE ELETTO S. M. VITTORIO EMANUELE.
«Il Re dei Re lo custodisca, faccia vivere, e liberi da qualunque danno e peri«colo. Il Re dei Re per sua clemenza sublimi ed esalti l'astro del suo destino, e e gli conceda lunghi e tranquilli giorni di dominio. Il Re dei Re per sua «pietà conceda a Lui ed a tutti i suoi Consiglieri e Ministri possanza e vqlore. € Che tale sia il suo divino piacere, e dicasi: Amen».
A pag. 228 di queste Memorie venne riferito un articolo tolto dalla Gazzetta di Lucerna pel clero modenese nel 1859, dove si dice che monsignor Raffaeli vescovo di Reggio fu costretto ad abbandonare la sua sede vescovile. È ciò non è vero. Perché, sebbene monsignor Raffaeli patisse ogni maniera di persecuzione, tuttavia stette fermo al suo posto. Ed a chi Io consigliava ad allontanarsi dalla propria diocesi, rispose: solo la forza potrà strapparmi dalla mia Sede e dal mio popolo, Risposta degna d'un vescovo cattolico.
(Pubblicato il 15 dicembre 1859)
Con questo titolo, e sotto la data di novembre 1859 venne in luce a Lugano dalla tipografia Fioratti un quaderno di sessanta pagine, dove Giuseppe Mazzini ba stemperato il suo odio contro i re in genere, contro gli imperatori d'Austria e di Francia in ispecie, e particolarmente poi contro il Papa ed il Cattolicismo, eccitando la gioventù italiana ad insorgere, ed insorgere oggi, insorgere dappertutto, sui monti, sul piano, in ciascuna città, tutti, e per ogni dove.
I cinque mesi d'inerzia durata, grida Mazzini, dovrebbero pesarvi sulla fronte come cinque anni di vergogna non meritata. L'insurrezione d'Italia è iniziata; diffondetela, allargatene la base, afforzatela per quanto v'è caro. Le insurrezioni che s'arrestano, muoiono. A voi bisogna andar oltre o perire». E continua su questo metro per parecchie pagine, predicando a' giovani: sorgete. «Sorgete come le tempeste de' vostri cieli, tremendi e rapidi! Sorgete come le fiamme de' vostri vulcani, irresistibili, ardenti! Fate armi delle vostre ronche, delle vostre croci, d'ogni cosa che ba ferro».
Pensate se mentre parlano gli scolaretti, che sono i Ferini, i Popoli, i Ricasoli, pensate se potea tacere il gran maestro! E Mazzini parlò francamente, rotondamente, senza infingersi, senza ricorrere alla menzogna, ai mezzi termini, alle distinzioni, ai raggiri diplomatici, alle ipocrite proteste. Mazzini ci aprì l'animo suo, dopo d'avere flagellato i dottrinarii e che millantano dottrina e non l'hanno» e gli altri moderati, o fautori del giusto mezzo «cioè tentennanti sempre tra la virtù e il vizio, tra la verità e la menzogna».
Mazzini dice a' giovani d'Italia che facciano cartuccia dei libri, diarii è libercoli per combattere Roma. Voi dovete muovere innanzi al grido di Roma, ' Roma! esclama il demagogo. Senza Roma non v'è Italia possibile. Là sta il santuario della Nazione».
E guida poeticamente per mano i giovani là dove si leva «come faro in oceano un punto isolato, un segno di lontana grandezza». E dice: «Piegate il ginocchio e adorate: là batte il core d'Italia; là posa eternamente solenne Roma». E predica alla gioventù di non e aver pace o tregua, se non quando la bandiera d'Italia sventoli nell'orgoglio della vittoria da ciascuno dei sette colli». E avverte i giovani che «qualunque s'attentasse parlarvi di un'Italia senza Roma centro, o dettarvi legge d'altrove, sarebbe simile a ehi volesse ideare vita tema core, e leggi e potenza sparirebbero al primo soffio di tempesta dalle sue mani».
Vuole il Mazzini che i suoi atterrino in Roma la menzogna che usurpa il nome di autorità; vuole che distruggano il Papa, da lui replicate volte chiamato il Vicario del genio del male; vuole che abbattano il Cattolicismo, per elevare tra il Campidoglio e il Vaticano il Panteon dell'umanità, e sostituire alla religione cattolica questa nuova professione di fede: Noi non abbiamo che un solo padrone nel cielo, che è Dio, ed un solo interprete della sua legge in terra, che è il popolo».
Mazzini non si contenta d'innovazioni politiche; vuole una nuova fede,perché la vita d'un popolo è religione. Egli dichiara morto il mondo pagano e il mondo cristiano, e in Roma, a detta sua, «quei due mondi giacenti aspettano un terzo mondo più vasto e sublime dei due che si elabora tra le potenti rovine».
E il demagogo colla poesia delle immagini, collo scrivere caldo e concitato cerca di affascinare le menti giovanili, e accenderne i cuori alla battaglia. Il gran capitano di questa ha da essere Garibaldi. «Non ostante le sue dimissioni, dice Mazzi ni, non muto le parole che alludono a lui nelle linee indirizzale ai volontarii. Garibaldi rimane pur sempre il capo dei volontarii italiani, e vincolato da' suoi inviti, dalle sue promesse e dal suo affetto alla patria a rispondere alla loro chiamata, e guidarli, se avvenga che esfet intendano il debito loro, e ai scelgano un campo di guerra italiano».
Ecco dunque ciò che vuole la rivoluzione italiana: disfarsi del Papa, distruggere Rema cattolica, convenire in Panteon dell'umanità il Tempio di S. Pietro. «E col patto della nuova fede raggiante un dì sulle genti dal Panteon dell'umanità, che s'innalzerà dominatore sull'uno e sull'altro tra il Campidoglio ed il Vaticano, sparirà nell'armonia della vita il lungo dissidio tra terra e cielo, corpo ed anima, materia a spirito, ragione e fede».
A Roma, grida Mazzini, vive l'unità della Patria; Roma è core, tempio, palladio della Nazione. Come i demoni ne' corpi degli ossessi confessavano Gesù Cristo, così Mazzini confessa l'eternità di Roma. «Molte città, egli dice, perirono sulla terra, e tutte possono alla lor volta perire; ma Roma per disegno di provvidenza indovinato dai popoli è città stoma, come quella alla quale fa affidala la missione di diffondere al mondo la parola d'unità. E la sua vita si riproduce ampliandosi».
Non potendosi adunque distruggere Roma, perché eterna. Mazzini vuol conquistarla, e questo è la parola d'ordine della rivoluzione. I rivoltosi non avranno pace finché non comandino in Roma sulle rovine del Papato e del Cattolicismo. Si cacci pur d'Italia l'Imperatore d'Austria, la rivoluzione non si acquieterà per cosi poco. Si tolgano a Pio IX le sue migliori provincie, e dopo il pasto la rivoluzione avrà più fame di pria. Essa vuole Roma per espellerne il Papa, e col Papa l'unità cattolica, affine di stabilirvi, se fosse possibile, l'unità rivoluzionaria, Coloro che parlano di riforme da operarsi in Roma, e erodono di attuare la rivoluzione coi codici, coi laici chiamati ai pubblici uffizii, colle confederazioni, coi congressi, o non intendono, o non vogliono intendere lo scopo finale dei rivoltosi. Non c'è via di mezzo; la lotta è tra Roma cattolica e la rivoluzione; q l'una o l'altra ha da perire.
E non vedete come ne luoghi dova la rivolta riesca a mettere il piota, si manifesti un odio mortale contro il Cattolicismo?
Non vedete il Farini in Modena metter tosto la mano a disfare i Sacramenti, a perseguitare «Clero, a tribolare la Chiesa? Non lo vedete a Bologna abolire, per prima cosa quel tribunale, che veglia sulla purità detta fede? Non vedete il Salvagnoli in Toscana entrare in sacrestia, incatenare i chierici, dettar loro la legge, ed esser così duro coi cattolici quanto è gentile e condiscendente cogli eterodossi? Ah! Mazzini ha sulla bocca ciò che i suoi tengono per ora nascosto nel cuore: Roma cattolica, Roma papale è ciò che odiano i rivoltosi e che vogliono distruggere.
E pare a Mazzini che sia giunto il tempo da ciò. Egli dice a' suoi giovani: «Porgete attento l'orecchio, e ditemi se non udite un cupo rumore che viene come di sotterra (dall'inferno) un fremito come di marea che salga, un eco indistinto come di lavoro che scavi le fondamenta delle Potenze terrestri. Guardate in volto ai padroni del mondo, e ai servi dei padroni del mondo, e ditemi se I pallide fronti e il guardo irrequieto dei primi, e l'affacendarsi convulso di qua, di là, di su, di giù, per le vie dell'inferno, che chiamano diplomazia, non accennano a presentimento di rovina, a terrore d'ineluttabili fatti».
E. Mazzini spera che la vecchia Europa sia per dissolversi, e potenti sono le ragioni della sua speranza; perché si ripromette questa dissoluzione sociale pel culto invadente della materia; se la ripromette per lo scherno versato sulle vecchie credenze, per l'indifferenza di molti, per le filosofie congegnale a mosaico, per e l'agitarsi sovra ogni terra dei milioni che lavoravano finora moti, inconsci! pei pochi. Da tutto ciò argomenta Mazzini i segni della morte del mondo, e con tuono profetico grida: «lo vi dico che come quando morivano i Dei pagani e Cristo nasceva, l'Europa è oggi assetata di una nuova vita e di un nuovo cielo, e di una nuova terra».
E per impedire la catastrofe che Mazzini presente e preconizza, bisogna che i difensori della società, della proprietà, dell'ordine imparino dai rivoluzionari. Essi hanno concentrato i loro sforzi contro Roma cattolica, contro Roma papale, e governi, e privati, e re, e preti, e nobili e ricchi hanno da riunire l'opera loro nella difesa di Roma. A Roma, possiam noi dire alla nostra volta, sta il santuario dell'Europa, e batte il core del mondo. Un potente ingegno, una gloria della dotta e religiosa Savoia, l'ab. Martinet, fin dal 1846 scriveva: «Ci siamo addentrati in fondo alle viscere della società, e non ci volle fatica, che il generale marasmo le ha fatte trasparenti. Quivi, tra sintomi assai di morte abbiamo trovato un germe poderoso di vita, che per isvolgersi altra non richiede che una cristiana coltura. — E gettando uno sguardo sull'avvenire, vi abbiamo letto queste parole: Roma o la morte».
E le rivoluzioni che vennero di poi, e le piaghe che inciprignirono per le nuove dottrine, rendono oggidì più incalzante l'alternativa: Roma o la morte. Conviene richiamare la decrepita Europa alle sue origini per impedirne lo sfacèlo; ed è Roma cattolica, Roma papale, che ha creato la società europea. Questa medesima Roma, che non può perire, può solo ridonare a' governi la fede, il principio d'autorità e una nuova vita. Chi la combatte in qualunque modo, sotto qualunque pretesto, è un seguace di Mazzini, e gli prepara la strada. Chi la difende, difende non solo la religione cattolica, di cui Roma è centro, ma le basi medesime del principio sociale.
(Pubblicato il 16 dicembre 1859)
Ci duole assai di doverci unire per un momento solo co' libertini nel dare il torto ad un esule principe; ma l'affetto alla verità e l'imparzialità storica vi ci costringe, e certi punti s'banno da toccare quando i sovrani, scesi momentaneamente da' loro troni, sono liberi da quella siepe di cortigiani, che non permette al vero di giungere fino ai loro orecchi. Noi proveremo pertanto in quest'articolo, che il Granduca di Toscana nel 1859 ha raccolto ciò che i suoi ministri gli avevano fatto seminare nel 1848; e che ora è misurato colla stessa misura colla quale dieci anni fa misurava gli altri.
Il Duca di Modena, sempre eguale a se stesso, era nel 1848 quello che è oggidì coi medesimi disegni, coi medesimi affetti e colla stessa incrollabile fermezza. Invece Leopoldo II facea buon viso ai rivoltosi, che ne avevano perciò dipinto il ritratto sulla tabacchiera nazionale; Leopoldo di qua e Massimo d'Azeglio di le. Al Duca di Modena toccava la ribellione de' suoi paesi, e principalmente delle provincie di Lunigiana e Garfagnana; e le provincie ribellate deliberavano la loro annessione colla Toscana, nello stesso modo, e per le stesse ragioni per cui in quest'anno l'Assemblea fiorentina deliberò l'annessione della Toscana al Piemonte.
Ci venne per caso sotto gli occhi un numero della Gazzetta di Firenzedell'11 di maggio 1848, e vi leggiamo: «Ieri sera alle ore otto i signori Lazzaro Compagni, avvocato Giuseppe Grossi, avvocato Tommaso Beverinotti ed avvocato Lorenzo Tacca, deputati della comunità di Massa e Carrara, ricevuti in udienza privata dal Granduca, presentarono a Sua Altezza Reale un indirizzo, col quale que' due municipii dichiarano, con nobile fiducia, di unire le loro sorti a quelle della Toscana».
Lo stesso fecero, con quella libertà ed indipendenza che suolsi godere in momenti di rivoluzione, gli altri municipi! delle provincie di Lunigiana e Garfagnana; e coloro che erano a quei dì ministri del Granduca non tardarono molto ad accettare e prendere possesso delle insorte città. La Concordia del 4° di maggio 1848 scriveva: «La Toscana non ha tanti riguardi; incorpora francamente, e già a Pontremoli è un commissario toscano. Come va la faccenda? Perché tante delicatezze ha il Piemonte?»
Almeno a queste incorporazioni non avesse preso parte pubblicamente il Granduca, che sarebbesi potuto dire il tutto opera de' rivoluzionari ministri, avvenuto contro la sua scienza, o almeno contro la sua volontà. Ma sgraziatamente gli annali legislativi della Toscana ci hanno conservato un decreto sottoscritto Leopoldo, e dato in Firenze il 12 di maggio 1848, decreto risguardante l'aggregazione delle provincie di Lunigiana e Garfagnana alla Toscana.
La rivoluzione ha raccolto gelosamente quel decreto, perché, a suo tempo, se ne sarebbe servita contro il Principe che l'avea sottoscritto, e il Big. Zobi lo riferisce nella sua Storia civile della Toscana, toro. V. N° 96. Oggidì è gettato ip faccia agli amici del Granduca da Leopoldo Galeotti, ed essi debbono ammutolire, non sapendo che cosa rispondere a chi dice: i principii dell'Assemblea Toscana sono regole di Gius invocate ed applicate dallo stesso governo Granducale; «sono pure i principii che dettarono a Leopoldo II il decreto del 12 maggio 1848, col quale ordinava l'aggregazione delle provincie di Lunigiana o di Garfagnana» (Galeotti, l'Assemblea Toscana, pagina 68).
Di fatto questo decreto incomincia dal dire, che le popolazioni degli stati di Massa e Carrara, della Garfagnana e degli ex feudi di Lunigiana volevano congiungersi colla prossima Toscana; e che «di questo comune sentimento delle suddette popolazioni si fecero interpreti i varii governi provvisorii che si erano costituiti in quelle città e terre; e a noi si volsero, perché fosse accolto l'universale loro proposito di essere aggregati al Granducato».
«Ma parve a noi, ripigliava il Granduca, riceverle solamente in protezione, non consentendo l'animo nostro ad una formale aggregazione, consapevoli come noi siamo, che ampliare lo Stato non è per noi altro che accrescere la gravezza dei doveri, l'adempimento dei quali fu sempre l'unica ambizione nostra; e non volendo per modo alcuno preoccupare quel generale ordinamento delle italiane cose, che insieme provvegga al comun bene della nazione, e al particolare delle famiglie di che essa è composta».
La protezione tuttavia non bastò nel 1848, come non basta nel 1859, e il Granduca proseguiva: «Dovremmo però ben tosto conoscere che uno stato incerto e mal fermo era dannoso ed increscevole a quei popoli; i quali, parte per universali acclamazioni, parte per via di Assemblee popolari, congregate a questo fine dai rispettivi governi provvisorii, tornarono a più fortemente esprimere il votodi essere stabilmente uniti e paritìcati ai popoli che la Provvidenza ebbe affidati alle nostre cure».
Perciò il Granduca Leopoldo II si credette in obbligo e di soddisfare a quel giusto e benevolo desiderio loro, il quale mentre tendeva ad accrescere e minuire per via di un politico legame quegli interessi scambievoli, che mai non poterono essere distrutti dalle separazioni di signoria, conduceva pili efficacemente a coordinare le riunite forze a quello scopo comune e supremo, al quale ora deve intendere tutta insieme la nazione».
Per le quali considerazioni il Granduca Leopoldo II, sul parere del Consiglio di Stato, e udito il Consiglio dei Ministri, decretava: t Ci siamo determinati di pienamente aderire agli espressi voti con aggregare, conforme aggreghiamo, al Granducato gli Stati di Massa e Carrara, e i territorii della Lunigiana e Garfagnana, ordinando che ci sieno proposti nel più breve tempo i modi convenienti ad introdurre in essi le leggi ed istituzioni governative ed amministrative del Granducato, onde le popolazioni dei medesimi sieno fatte partecipi di tutti i diritti che spettano ai Toscani.
Intanto il Duca di Modena gridava dal suo esilio a Leopoldo II; hodie mihi, cras tibi; e il domani venne ben presto, e fu il 27 di aprile del 1859. Il lettore avrà considerato come in quest'anno siasi riprodotto alla lettera contro il Gran duca di Toscana ciò che col suo consenso erasi fatto dieci anni prima contro il Duca di Modena. I delitti pubblici non restano mai impuniti quaggiù; talora la divina giustizia larda, ma giunge sempre in tempo per dare a' sovrani ed a' popoli dure, ma eloquenti lezioni.
La colpa di Leopoldo 14 nel 1848 fu un semplice tratto di debolezza, come la colpe di Luigi XVI sotto la rivoluzione francese; ma i re hanno da essere forti, risoluti, fermi sino alla morte, allora che gli indegni ministri loro propongono di sancire leggi o disposizioni contrarie alla giustizia sociale. E di questa fermezza, ne' giorni appunto di cui discorriamo, ci dava sublime e memorabile esempio l'immortale Pontefice Pio IX.
Conciossiachò anche al Papa proponevano i rivoluzionarii di allargare S confini dello Stato suo usurpando i possedimenti altrui, e il 29 di aprile del 14S Pio IX dichiarava nella sua allocuzione Non semel: «Il Romano Pontefice adopera tutti i suoi pensieri, cure, sollecitudini, affinché il regno di Cristo, che è la Chiesa, si accresca ogni giorno sempre più, non perché si allarghino i confini del suo principato civile, di cui la Divina Provvidenza ha voluto arricchire questa S. Sede, per rassicurare la sua dignità e il libero esercizio del suo Apostolato». E Pio IX tirava innanzi, rigettando sdegnosamente le offerte della rivoluzione, e amava meglio perdere la sua Roma, e andare esule in Gaeta, che togliere agli altri principi un palmo solo de' loro legittimi domini.
Ed oh! il Granduca Leopoldo II ne avesse seguito il nobile esempio! Avrebbe anticipato di qualche giorno il suo esilio, ma almeno non resterebbe nella storia un decreto, che è Tarma pia potente in mano de' suoi nemici, e la più dolorosa rimembranza per coloro che ne pigliano le difese. Fra questi si gloria d'essere Armonia, quantunque non abbia potuto aver libero ingresso in Toscana, sé non poiché n'era partito il Granduca. Noi disapproviamo l'opera di Leopoldo II nel 1848 a danno del Duca di Modena, ma per la stessa ragione non possiamo approvare quanto si fa oggidì dai rivoluzionarii contro il Granduca di Toscana. Gli effetti e le conseguenze del decreto del 12 maggio 1848 debbono servire di grande insegnamento, e s'ha da badare ben bene che i rivoltosi prima trascinano i re a segnare certi decreti, che poi invocano contro que' medesimi che li hanno sottoscritti. Così ora la rivoluzione dice a Leopoldo II: ex ore tuo le indico. Ci pensi seriamente il ano successore oggidì che ha la fortuna di non aver intorno cortigiani, ma soltanto fedelissimi servitori.
(Pubblicato il 47 dicembre 1859)
L'anno 1869 incominciava con un complimento che l'imperatore Napoleone III foce «1 barone di Hubner, ambasciatore d'Austria a Parigi: «Sono dolente, gli disse l'Imperatore, che le nostre relazioni col vostro governo non siano più così buone come per lo addietro; ma vi prego di dire al vostro Imperatore ohe i miei sentimenti personali per lui non sono cangiati». Queste parole agitavano la Borse dell'Europa, commuovevano la Francia, stordivano i politici ed i diplomatici, e preludevano alla guerra ed alla rivoluzione dell'Italia centrale.
Ora che Tanno 1859 volge al suo termine, eccoti un nuovo complimento di Napoleone III all'ambasciatore d'Austria e viceversa. Il principe di Metternich, succeduto al barone di Hobner, il 15 dicembre assicurava che l'imperatore d'Austria attribuiva grande valore all'amicizia personale di Luigi Napoleone, e desiderava di consolidare il buon accordo con lui: ed a sua volta l'Imperatore dei Francesi esprimeva la fuma fiducia che Francia ed Austria aumenteranno le loro relazioni amichevoli.
In mezzo a questi due complimenti stanno parecchie grandi battaglie, un buon numero di morti, e un numero maggiore di mutilati, a cui è di peso la vita, e madri disperate, e vedove Bella costernazione, e milioni e milioni mandati in fumo; e la spogliazione dei Principi di Toscana, Modena e Parma; e le Roma goe da cinque mesi ribellate al Papa; e l'Italia più disordinata che mai; e la rivoluzione divenuta più audace, e le sètte più rabbiose, e un'incertezza, una paura universale.
Al leggere l'ultimo complimento recatoci dal Moniteur viene spontanea la domanda — Che caso se n'ha da fare? — E si risponde: che i complimenti sono parole vuole di sento, e prive d'ogni importanza. Ma i complimenti di Luigi Napoleone non formano un'eccezione alla regola generate? Il complimento del primo dell'anno non avea invece un significato immenso, e non traeva con sé que fatti memorandi che abbiamo visto svolgersi ne' mesi successivi? E sedai primo complimento venne la guerra, perché non potrà essere il secondo foriero d'una stabile pace, di un'alleanza sincera austro-franca, e d'una vera ristorazione in Italia?
Tutte queste sono interrogazioni alle quali noi non sapremmo rispondere né si, né né; imperocché sulla fronte dell'imperatore Napoleone III sta scritto: mistero. Nessuno può indovinare la sua politica, né lo scopo a cui voglia riuscire. Da tanto tempo ha lasciato grandi speranze ai buoni ed ai tristi, ai conservatoti ed ai rivoluzionari, e gli uni e gli altri sperano tuttavia!
Emilio Girardin, in un suo recente opuscolo, intitolato: Napoléon III et l'Europe, esaminando la politica esterna della Francia, e non trovando il fine ultimo della politica Napoleonica, venne a questa conclusione, che Napoleone III non avesse uno scopo politico.
Esteriormente, dice Girardin, l'Inghilterra ha una politica: smerciare i suoi prodotti. Una politica ha l'Austria: unirsi ed allargarsi un politica ha la Prussia: tener testa all'Austria, una politica ha la Russia: eseguire il testamento di Pietro il Grande. Ma la Francia è la sola tra le cinque grandi Potenze d'Europa senza una politica esterna.
E certo se si confrontano le grandi intraprese dell'imperatore Napoleone III non sembrano figlie dello stesso concetto, e si trova che in molte parti hanno uno scopo contraddicono. Voi lo vedete nel 1849 e nel 1859 ordinare in Italia due spedizioni affatto opposte; lo vedete prima combattere la Russia, poi stringersi con lei in alleanza; combattere nell'interno di Francia il governo libero, e poi sostenerlo in Isvizzera a danno della Prussia, e in Italia contro dell'Ali stria, la cui cavalleresca politica acclamava durante la guerra d'Oriente. Non si sa dire che scopo avesse la spedizione di Crimea, né dove mirasse la spedizione d'Italia, «Mi pare evidente, conchiude Girardin, che Napoleone III non abbia una politica, la quale gli serva di filo conduttore nel labirinto europeo, in coi è entrato, e da cui visibilmente non si sa più come uscire».
Ma forse la politica di Napoleone III è questa, di non lasciar capire quale sia la sua politica; ed in tal caso ha raggiunto perfettamente il suo oggetto. L'imperatore dei Francesi ama sorprendere, epperò si suole involgere nel mistero. Ha sorpreso la Francia col due dicembre; ha sorpreso l'Europa colla guerra di Italia; ha sorpreso il generale Giulay col passaggio del Po; ha sorpreso la rivoluzione coi preliminari di Villafranca; e forse oggidì studia una nuova sorpresa per assestare le cose di Parma, di Modena, di Toscana e delle Romagne. «l'unica spiegazione che noi possiam dare, volendo benevolmente spiegare la politica dell'Imperatore.
È una politica destra ed avveduta, ma non va scevra di grandi pericoli: perché chi cerca di sorprendere sempre, a suo tempo può venire sorpreso egli stesso, e cadere nel laccio teso altrui.
(Pubblicato il 21 dicembre 1859).
Un manifesto ai Toscani, sotto la data del 46 dicembre, sottoscritto Ricasoli, Ridolfi, Poggi, Busecca, Salvagnoli, Cadorna, Bianchi, avverte che oggi, 20 dicembre, arriverà in Firenze il comm. Carlo Bon-Compagni, e che piglierà i seguenti titoli: Commendatore Carlo Bon-Compagni Governatore generale della Lega degli Stati indipendenti d'Italia; designato dall'augusto Principe Eugenio di Savoia; testimone ed amico del risorgimento italiano.
Il compito del Governatore, secondo questo medesimo manifesto, sarà: l'Assicurare il risorgimento collo stringere viepiù le forze toscane»; 2° Aiutare coll'opera e col consiglio «a superare gli ultimi ostacoli, e a vedere messa in salvo l'indipendenza italiana»; 3° e Aiutare per compiere quell'uniformità di ordinamenti militari, che deve apparecchiare le provincie dell'Italia centrale a confondersi nel regno forte italiano da essa voluto ((77))».
Eugenio Alberi in un suo scritto recente, stampato a Parigi, accusa tutti sette i membri del governo toscano di un'industre simulazione del vero ((78)). Di fatto se i Toscani tengono a memoria le parole dei loro padroni, saranno indotti dalla esperienza a mettere in dubbio la veracità dei manifesti del governo.
Il gonfaloniere di Firenze, il 3 di settembre, diceva ai Fiorentini di far festa, perché Vittorio Emanuele II aveva accettato d'essere Re della Toscana, e i buoni Fiorentini e gli altri Toscani festeggiavano, se sta vero ciò che ci raccontava il Monitore del 5 di settembre. Ora abbiamo dalla ditta Ricasoli e compagnia, che non solo il voto non è ancora accettato, ma che Bon-Compagni dee aiutare ad apparecchiare la confusione nel regno forte, ecc. Dunque le cose dette prima d'ora erano puro e pretto machiavellismo?
E così la pensa il signor Eugenio Alberi, il quale colle seguenti parole redarguisce all'industre simulazione i governanti toscani:
«Voi vi dichiarate ministri di un Re, che tali non v'instituiva; voi amministrate, sentenziate, vincolate la fede pubblica a chi nulla di tutto questo vi chiede; e quando più ci obbligate a riconoscerlo e a rispettarlo per tale, voi primi date esempio di una irriverenza che ne distrugge il prestigio, imponendogli, non implorando, un Reggente, che non dovete, se egli è Re, che non potete nominare in suo nome s'egli non è.
«Voi dichiarate ai membri dell'Assemblea di reputarvi sicuri dell'accettazione del principe di Carignano, e con ciò li inducete a nominarlo, mentre a voi eran noti, come a me che scrivo, i documenti diplomatici che ve la dimostravano impossibile.
«Voi non vi peritale appresso di dichiarare che: S. A, R. il Principe Eugenio di Savoia Carignano si è degnata accettare la Reggenza deferitale dall'Assemblea toscana ((79))nel tempo stesso che il Principe pubblicamente attestava di non potere con suo grande rincrescimento accettare il conferitogli mandato ((80)); attestazione che il ministro Dabormida, nella sua circolare del 14 novembre, illustrava colle seguenti parole: Conformemente alle intenzioni di S, M. t S. A. il Principe di Carignano non giudicò di dover accettare la offertagli Reggenza ((81)). «Voi, quando vien messo innanzi il temperamento del nuovo commissario Bon-Compagni, voi lo combattete, lo attraversate, lo spogliate d'ogni prestigio; la prima volta che vi mettete faccia a faccia col vostro Re, lo fate per contrastare una disposizione da lui consentita per un sentimento di benevolenza verso di voi ((82)); voi dichiarate di respingere la comunione delle altre provincie con una pertinacia che ha sembianza d'ira e di dispetto, e credete mostrarvi forti col ripetere per la centesima volta la singolare minaccia, che l'Europa avrà che fare con voi se non si piega ai vostri voleri I ((83))».
Queste osservazioni ci sembrano molto giuste. Ma non è egualmente giusta la sorpresa del signor Alberi. Poteva egli aspettarsi un diverso procedimento da que' governanti, che avevano esordito la loro carriera pubblici, ordinando a spese dello Stato una nuova edizione di tutte le opere di Machiavelli?
(Pubblicato il 24 dicembre 1859)
Ci avvenne spesse volte di leggere sulle cantonate di Torino, che la sera dovea rappresentarsi in uno dei tanti nostri teatri una commedia intitolata: non toccate la Regina! Una commedia simile, che può intitolarsi: Non toccate il conte di Cavour, venne rappresentata in questa settimana sul gran teatro politico, che è oggidì il Piemonte, e gli attori comici furono l'Indipendente, lo Stendardo Italiano, la Società dei liberi Comizi e il Comitato Parlamentare. Tra gli attori che non parlano, entrarono il conte di Cavour, Urbano Rattazzi, il generale Garibaldi e simili. Siccome ornai la rappresentazione è finita, cosi noi passiamo raccoglierne i particolari, e renderne conto ai nostri lettori.
Lo Stendardo Italiano è un giornale nuovo, entrato or ora nell'incruenta arena aperta della stampa periodica. Ma per farsi un po' di posto in mezzo a tanti gladiatori, dovette servirsi de' gomiti, e procacciarsi quella pubblicità che procacciano gli scandali politici. È lo Stendardo, volendo levare un po' di rumore, mise la mano sul conte di Cavour, ed osò, orribile a dirsi! osò pensare, scrivere, stampare che il nostro presidente del ministero non avea né ristorato le nostre finanze, né liberato l'Italia, né guadagnato la battaglia di Solferino, né schiacciato l'Austria, né incatenato la diplomazia europea.
Potea darei più grave sacrilegio? In momenti così solenni, mentre fé nostre sorti pendono dal conte di Cavour, osare di metterne semplicemente in dubbio la perizia, l'italianità, la potenza, la gloria! Lo Stendardo s'ebbe la pubblicità d'Erostrato, e tutti gli furono contro deliberati dì farlo a brani.
L'Indipendente,in ispecie, lo convenne di lesa nazionalità per aver osato di vituperare il nome più autorevole del Piemonte, il nome più simpatico all'Italia.
Qui entrò in iscena il Diritto, e fu scandolezzato a sua volta, da (ali parole dell'Indipendente. Non già che il Dirittostesse per lo Stendardo% o pel conte di Cavour, giacché esso avea deliberato di serbarsi neutrale, in questa questione; ma non sapea comportare, che l'Indipendente dichiarasse il conte di Cavour il nome più autorevole del Piemonte, stante che il nome del Re era più autorevole di quello di Sua Eccellenza; e poi non bisognava dimenticare Giuseppe Garibaldi, che sta sulle rive del lago di Corno, e con un milione di fucili, che avrà domani, darà almeno tanto autorevole, quanto il conte di Cavour.
L'Indipendentesi scandolezzò di cosiffatti confronti, e riguardo al Re rimandò il Diritto a studiare lo Statuto e il Galateo; e per ciò che riguarda il generale Garibaldi, l'Indipendente se ne uscì pel rotto della maglia, dicendo che, «per buona fortuna, Cavour, Garibaldi e Rattazzi non cercavano nel Diritto o nello Stendardo le loro ispirazioni».
Mentre tali cose avvenivano in pubblico, il secondo atto delta commedia rappresentavasi nell'interno d'una casa tra le due società elettorali, intitolate l'una: i Liberi comizi, e l'altra: Comitato parlamentare. Amendue queste associazioni sono composte di deputati, i quali, nelle elezioni che seguiranno, desidererebbero di rimanere deputati, tanto più oggidì che dall'uffizio di deputato a quello di governatore non v'è che un passo. E le due società, combinando nello scopo, stavano per fondersi insieme e cominciare il lavoro viribus unitis. E la fusione era per operarsi, allora quando Io sciagurato Stendardoprofanò il sacro nome del conte di Cavour.
Audacia imperdonabile! 11 conte di Cavour domani può ritornare al Ministero, e allora che cosa farà il Comitato parlamentare? I signori che lo compongono non tardarono a radunarsi ed emisero all'unanimitàla seguente deliberazione riferita all'Indipendente del 22 di dicembre:
«Considerando che scopo dell'unione degli uomini sinceramente liberali è progressivi debb'essere quello di rendere possibili tutte le capacità schiettamente devote allo Statuto e all'Italia;
«Considerando che per il titolo del giornale Io Stendardo Italiano, cosi espresso, Giornale politico della Società Costituzionale Italianai liberi comizi, debb'essere inteso che i membri di essa società assumano la responsabilità«degli articoli pubblicati nel loro giornale:
«Visto l'articolo dello Stendardo delli 20 dicembre 1859, intitolato: Il programma del Connubio;
«Ritenuto che quell'articolo, e per la sostanza e per la forma, tende a rendere impossibile quella concordia, che è la prima necessita della parte liberale, come debbe essere la prima aspirazione d'ogni onesto cittadino, mira a sostituire questioni di persone e di rivalità individuali allo svolgimento dei principii, ai quali deve informarsi una politica sinceramente costituzionale ed italiana, e contiene oltraggiose ed insussistenti imputazioni ad un uomo alta ente benemerito della causa nazionale.
«Per questi motivi l'Assemblea unanime delibera:
«È sciolta ogni trattativa coi Liberi Comizi.
«Firmati:Alvigini — Ara Casimiro
— Bonintendi — Berlini—Boggio Pier Carlo
— Borella — Bottero — Brunet — Gnalis
— Chiapusso, avv. — Chiaves Desiderato
— Cornerò Giuseppe — Crosa Saverìo
— Franchi di Pont — Mamiani Terenzio
— Montezemolo Enrico — Notta — Pateri
— E. Pistone — Riccardo Ernesto — Richetta Nicolo
— Tecchio Sebastiano — Vicari — Gerboglio».
Lo Stendardo tenne l'Indipendente come promotore di questo tafferuglio e gli piombò addosso acconciandolo come Dio vel dica. l'Indipendente aveva parlalo del Calcio dell'Asino; e lo Stendardo gli rispose colle Carezze dell'Asino; Esopo di qua, ed Esopo di là, amendue ci ricondussero concordemente ai tempi degli Animali Parlanti. Non abbiamo trovato gran che nell'uno o nell'altro giornale che meriti di essere ristampato, se non è questa saviissima sentenza dello Stendardo:
Quello che abbiamo detto e che vogliamo ripetere è questo: Che un nobile paese come il Piemonte si farebbe poco onore in cospetto alla Europa se fosse vero che in Piemonte si credesse che le sue sorti, la sua libertà, l'onor suo non hanno che un sol uomo per proteggerli, difenderli, sostenerli; quando il paese fa un torto così grave a se medesimo, è un paese perduto, perché non ha più che a mettersi ai piedi di questo unico uomo per vivere; ed un popolo che si mette ai piedi di un uomo, non è un popolo libero, o se lo è, merita di essere schiavo».
Ad ogni modo lo Stendardo finisce per battere in ritirata, giacché annunziando come definitiva la nomina del conte di Cavour quale nostro rappresentante al Congresso di Parigi, dichiara che cesserà da questo punto di discutere il conte di Cavour. Non sappiamo se questa dichiarazione sarà bastante per rappattumare i liberi comizi col comitato particolare. Temiamo che no, e in fin dei conti lo Stendardo Italiano verrà sacrificato, e scenderà nella tomba, lasciando ai suoi nipoti per avviso il titolo della commedia: Non toccate il conte di Cavour!
Fin qui noi ci siamo contentati di scrivere storicamente questa pagina del risorgimento italiano, la quale prova essa pure il primato morale e civile dei nuovi Pelasgi. Né ora che abbiamo terminato la narrazione, ci piace di entrare nella disputa, e dire il nostro avviso sul conte di Cavour. Egli, due giorni prima che cessasse di essere ministro, sopprimeva l'Armonia recandoci gravissimo danno, e noi non vogliamo che le nostre parole possano aver l'aria d'una bassa vendetta.
Tuttavia questo possiamo e vogliam dire, che i liberali s'ingannano a partito dandosi a credere che il conte di Cavour nel secondo Congresso di Parigi possa rifare ciò che ha fatto nel primo. Essi partono da un falso supposto, e stimano che il conte di Cavour siasi servito dell'Imperatore dei Francesi pel meglio dell'Italia; laddove il fallo è che Napoleone III si valse del conte di Cavour per effettuare i suoi disegni.
Non è da ieri che Napoleone III pensava alla Lombardia. Fin dal 1850, quando era semplice presidente della repubblica francese, si opponeva fortemente all'Austria, che volea incorporare il Lombardo-Veneto nella Confederazione germanica.
Allora il Bona par le pensava al giorno in cui avrebbe mosso guerra all'Austria sui piani lombardi, e non volea trovarsi a fronte l'esercito federale.
Il paziente, ma tenace Imperatore riconobbe nel conte di Cavour l'uomo che avrebbe potuto servirlo, e se ne valse. A Villafranca però il nostro Conte era un arando spremuto, per usare un'antica frase dell'Indipendente, e fu gettato via. Ora il rimetterlo sul cancelliere non istà né al nostro ministero, né ai liberi comizi, né al comitato parlamentare. Il conte di Cavour andrà, se volete, a Parigi, ma finirà per perderci quel po' di riputazione che gli è rimasta. Il vento che tirerà sulla Senna nel 1860 è ben diverso da quello del 1856, e lord Russel e lord Palmerston che conoscono assai bene la rosa dei venti, non vogliono pigliar parte al Congresso.
Se il conte di Cavour è quel destro e perspicace personaggio che dicono, non andrà per verun conto a Parigi. Imperocché egli non potrebbe andarvi se non con uno di questi doe divisamenti; disfare gli accordi di Villafranca, o sottoscriverli. Ma quanto al disfarli non è possibile che l'onorevole Conte senta così altamente di sé da riputarsi capace di ciò. Quanto poi al sottoscriverli, il conte di Cavour si darebbe la zappa sui piedi, e canterebbe la palinodia aderendo a quei trattati che nel luglio avea disapprovato così solennemente da abbandonare perfino il ministero.
Per parte nostra desideriamo vivamente che il conte di Cavour venga inviato ed accettato a Parigi. Imperocché noi siamo intimamente persuasi che troverà colà ciò che si merita, e o di buona, o di mala voglia riparerà le sue disorbitanze e le sue note verbali del 1856.
Pubblichiamo la seguente lettera di Monsignor Arcivescovo di Firenze al ministro dell'interno, nella quale viene esposto come da una parte il governo locano lasci libero il freno alla propaganda protestante, e dall'altro metta incagli d'ogni maniera ai difensori della Chiesa Cattolica.
«A S. E. il Presidente del Consiglio dei Ministri,
Ministro dell'interno a Firenze,
Quando l'editore dell'opuscoletto: La Chiesa Cattolica Romana è la sola vera Chiesa di G, C. stampato pili volte in Firenze, mi venne narrando che il Regio Ministero dell'interno gliene avea vietala la pubblicazione, io non volli prestargli fede, cotanto mi pareva strano! Ma quando poscia mi recò la partecipazione che di questo divieto gli avea fatta per iscritto il signor delegato di S. Giovanni, bisognò bene che vi credessi.
Ignoro se questa risoluzione discenda direttamente dall'E. V., o, come par più probabile, dallo zelo indiscreto di qualche ufficiale subalterno; ma, comunque sia,sento il dovere e il bisogno di prendere quest'occasione per alzare la pastorale mia voce, e dismessa la paziente longanimità che taluno. ha chiamata fiacchezza, parlarvi con quella cristiana libertà che si conviene a me perché Vescovo, e a voi non mono, cui la pubblica voce predica un di que' pochi, ai quali, perché privilegiati di alti e virili spiriti, (e franche parole e i forti fatti piacciono a meraviglia.
«Voi siete cattolico, e reggete un popolo cattolico; vi corre dunque obbligo di amare e favorire sapientemente la conservazione e l'incremento della fede che professate. Dissi sapientemente, perché non vi diate a credere che io in tenda accattare da voi per la religione e per la Chiesa quell'insidiosa tutela che inceppa o avvilisce, e molto meno quella specie di protezione, che, essendo tutta in perseguitare e tormentare gli sventurati che la disconoscono, non servirebbe ohe a renderla odiosa. Ma quella savia e provvedente sollecitudine, la quale, caldeggiando le benefiche istituzioni della Chiesa, rispettandone i sacri ordinamenti, onorandone i ministri, e agevolandone la libera azione, conferisce a crescerla in riverenza ed efficacia con profitto grande dello stesso consorzio civile, questa io, Vescovo, a voi, governante cattolico, ho tutta ragione di richiedere. Ma lo dovrò io dire? Sia colpa d'uomini o di tempi, sembra che questa ragionevole e giusta predilezione abbia ceduto il luogo al sentimento contrario, e che, tranne certe lustre ed invenie per cerimonia, si procacci nel resto di avversare, indebolire e impacciare l'azione cattolica.
«Non vi può essere ignoto, che da qualche tempo sono state aperte in questa città, con scandalo immenso dei buoni, pubbliche scuole di errore (dico pubbliche, perché dove si fa a chicchessia abilità ed invito ad entrare, il luogo è pubblico, eziandio se ad un uomo o società privata appartenga); e che vi si allettano con ogni maniera di argomenti, non escluso quello del danaro, persone di ogni età e di ogni classe, e a preferenza la povera e rozza plebe e gli inesperti giovinetti, più facili ad essere carucolati dalle seduzioni e agguindolati dalle sofisme de' predicanti. Lascio ai politici di giudicare se la tolleranza civile dei culti abbia ad allargarsi sconfinatamente così, che lasci adito a proselitismo tanto sfacciato e corrompitore; se conferisca ad abituare nel popolo quelle maschie virtù e quello spirito di annegazione e di sacrificio al dovere, che pur fa d'uopo ad esser liberi e forti l'adusarlo a mettere a prezzo ogni cosa, sin la coscienza; se metta bene, in luogo d'infervorare la fede che opera miracoli, il gettare nelle anime il dubbio che isterilisce, o la miscredenza che imbestia; giacché, abbiatelo bene a mente, dubbio e miscredenza son per il popolo gli ordinarii portati delle controversie e dispute religiose, massimamente agitate in nome d'una dottrina, la cui essenza è la negazione; se, al postutto, sia prudente nelle presenti condizioni d'Italia, che tante e sì diverte ire bollono ed imperversano, l'aggiungere un fomite così tremendo o pericoloso come quello delle offese coscienze e delle passioni religiose. «agevole il deciderlo. Ma io domanderò a voi, perone laddove gente uscita da Napoli o da altri paesi sermoneggia furiosamente, sciente e tollerante il governo, contro l'antica e benedetta fede dei nostri padri, si vieta poi che sacerdoti e cattolici salgano il pergamo a esplicarla e difenderla, se non sono Toscani?
«La cittadinanza di alcuna parte del forte Regno costituzionale italiano, sin dalle stesse antiche o nuove provincie governate dal Re eletto, non suffraga; ci vuoi proprio il diploma di schietta toscanità, quasi la parola e il sacerdozio cattolico, come altri già sofisticò del giure ecclesiastico, si possano restringere dentro gli angusti confini d'una provincia, lo vi domanderò perché, mentre i nuovi predicanti vituperano impunemente nelle loro pubbliche arringhe il Clero cattolico, e stimolando turpi e feroci passioni lo mettono all'uditorio in sospetto ed in odio, quasi che egli ad usufruttuario l'ignoranza e la balordaggine dei popoli venda loro ciuffolo per dogmi, abbominevoli o ridicole superstizioni per sacramenti e per culto, un'immonda baldracca (rabbrividisco a pensarlo) per l'ideale della più cara,. pura, soave e santa beltà, non abbia poi ad esser concesso ad un fervente sacerdote, ad un zelante parroco lo sfolgorare dal palpito le orrende bestemmie che si odono tuttodì, gli insulti abbonii ne voli con che si disonesta a voce ed in iscritto, per le piazze e pei trivi, la sacra persona ed autorità del Sommo Pontefice, senza che appostati delatori, spesso ignoranti, maligni sempre, appuntata nella memoria la paroluzza o la frase non ben misurata o anche distorta a malizia, non corrano ratti a farne ai tribunali denunzia, con poscia il processo, i moniti e le vessazioni? Perché, mentre si stampano francamente e pubblicamente si vendono a poco a poco giornaletti, libercoli, calendari, dove l'empietà usa il suo soverchio, guastando con sozze e villane parole e con più sozze e villane figure non pur l'intelletto e l'animo del nostro popolo, ma penino quell'abito di schietto buon senso e di squisita gentilezza onde va segnalato fra gli altri, avvezzandolo a gettarsi dopo le spalle ogni reverenza e sotto i piedi ogni autorità, abbia poi ad esser vietato come veleno un libretto di poche pagine, che in un modo facile, piano e a guisa di catechismo, rammenta una grande ed importante verità, e avverte i buoni a cessare i peri» coli di che l'errore li minaccia? Che giustizia, di grazia, è mai questa? Che forse, come ne fu resa da taluno ragione, la pubblicazione di questo libretto avrebbe recato offesa agli avversari della nostra comune credenza? Oh sì, la verità all'errore non piace, ma che per questo? Si dovrà bandir dalla terra, o chiuderle a doppio sigillo in bocca? Disapprovo anch'io quello zelo dissennato e torbido ohe crede aver tirato un gran punto quando ha armato la rabbia a difesa della verità, ed ha vuotato l'ignobile faretra d'ingiurie, senza addarsi che per tal guisa disonora la santa causa cha vorrebbe difendere; ma quel libretto non è cotale, e se fosse stato, non l'avrei di certo permesso. Ma fosse anche stato: domando di nuovo, perché tanta delicata tenerezza per pochi discordi fra noi e fra loro, e nessuna per tutto il resto che consente nei cattolici dogmi? Avvisate voi forse che un duro callo copra la coscienza di questi, e che non sia acerbamente offeso il loro cuore da quegli svergognati articoli, da quelle indegne caricature che son lasciate correre liberamente per le mani di tutti? Da quegli empii libri che vengon di fuori, e, tolto loro da voi anche l'ultimo ritegno, dilagano senza misura? Da quelli che i nuovi predicanti si affaccendano a diffondere, vendendoli a poco a poco o eziandio regalandoli, e che son tutti pieni di veleno e di calunnie, di scene invereconde contro il Papa, contro i preti, contro i Santi, contro i Sacramenti, contro ogni cosa a noi pia cara e santamente diletta? Dalia Roma empia, per esempio, dalla Camarilla, dal Prete e la Donna, dal Gallo di Cai fosso, dagli Errori della Chiesa di Roma combattuti colla parola di Dio, dalla Bibbia in prigione, e da altri siffatti? Oh sapeste, Eccellenza, con che profonde e brucianti punture feriscano questi fatti il cuore, non pure di forforosi credenti, ma di quelli altresì nei quali le distrazioni del mondo parevano avere addormentala la fede seminatavi e cresciuta dalla pietà delle madri, oh! sapeste, quanto disdegno si accumuli e vada gonfiando minacciosamente per tanto incomportabile licenza, che pib non potrebbe per aperto favore 1 Io ne sono spaventato tanto, che ho creduto debito di Vescovo e di cittadino il portare a pazienza la taccia di codardo piuttosto che gettare una favilla, cui gran fiamma forse seconderebbe; e in luogo di sfogare, come d'ogni parte forte mi stimolavano, il mio immenso dolore al cospetto del pubblico, certo che la mia voce troverebbe un eco solenne nell'uni versale, ho preferito di rivolgermi a voi solo, richiamandomene alla vostra religione, alla vostra sapienza politica, alla vostra giustizia. Deh! porgetemi ascolto, e se vero anche fosse quello che taluni amici vostri van buccinando, ma che io credo calunnia, che desiderio e speranza di gratificarvi per le bisogna politiche una grande Potenza vi è ragione a postergare il vostro debito di cristiano e ad offendere il senso religioso dei vostri concittadini, deh! vi ricordi che anco i giudei avendo, per interesse del paese e della nazionalità loro, rigettato il regno di Dio, si persero l'uno e l'altro.
«Quanto a me, costituito da Dio e dalla Chiesa custode della fede di questa insigne città e di questo popolo generoso e per religiose glorie celebratissimo, sono fermo di compiere tutto intiero il mio debito; ed esauriti senza profitto i miti temperamenti della prudenza, per quella stessa carità che mi ha fatto dolce e pieghevole alle condizioni dei tempi, finché non pericolando la fede, la coscienza mel consentiva, assumerò quello zelo animoso che si conviene a combattere le battaglie del Signore. Sono pronto a tutto, e so che quando fui consacrato Vescovo, mi votai alle angustie, ai travagli, alle persecuzioni e al martirio. E come promessi, così, coll'aiuto di Dio farò.
«Scusi V. E. la franca libertà del mio dire; ma ho creduto, così facendo, onorarvi. Dio vi ispiri consigli di bene, come le doli che adornano l'animo vostro lo fanno desiderabile a tutti, e a me specialmente, che vi ho per mio figliuolo in Gesti Cristo, e che sarei lieto di porgermivi in effetto, quale io godo oggi di proferirmi,
Dall'Arcivescovado, il 9 dicembre 1859.
«Di V. E. devotissimo Servitore
«Firmato GIOVACCHINO, Arciv. di Firenze.
(Pubblicato il 25 dicembre 1859)
Tra i peggiori opuscoli politici che vennero in luce in questi ultimi tempi a Parigi, pessimo è quello che porta il titolo: II Papa e il Congresso; opuscolo a cui si attribuisce un'alta ispirazione, e che già riscosse gli applausi del redattore capo del Constitutionnel e del Times. Noi non sappiamo chi ne sia l'autore; certo lo scrisse chi sente contro il Papa un odio infernale.
L'ipocrisia è il carattere dominante dell'opuscolo di cui discorriamo: Esso incomincia col fare al Papa sperticate riverenze, e finisce col gettargli contro il più grande insulto. Dichiara nell'esordio che il potere temporale del Papa è necessario dal lato religioso, e indispensabile dal lato politico, e conchiude nella perorazione che il Congresso europeo è un imponente arbitrato chiamato a giudicare la causa del Papa!
Prima però di giungere a questa conclusione, la quale sottomette il Papa al giudizio delle grandi Potenze, l'autore dell'opuscolo viene piantando qua e colà i più tristi principii. A suo avviso il dominio temporale del Papa è una necessità bensì, ma una dolorosa necessità. Donde ne deriva l'obbligo di conservarlo, e il bisogno di restringerlo. L'autore chiede che il dominio temporale del Papa sia ristretto a Roma ed al Patrimonio di San Pietro. Approva perciò la rivoluzione delle Romagne, e prepara quella delle Marche.
Questo disegno è doppiamente ipocrita, e dal lato religioso, e dal lato politico. Dal lato religioso vuoi togliere ogni indipendenza al Papa; dal lato politico vuoi perpetuare in Italia e in Europa la rivolta e la guerra.
Se il Papa ha bisogno di un regno temporale per l'esercizio del»uo potere spirituale, questo regno deve essere bastantemente ampio, in guisa che il Romano Pontefice sia re davvero, e non abbisogni di nessuno. Ora ridotto il Papa a un brevissimo territorio non è più re indipendente. Diffatto l'autore stesso dell'opuscolo riconosce la necessità per parte delle Potenze cattoliche di pagare al Papa una rendita considerevole come tributo di rispetto. Un re che non può vivere senza i soccorsi altrui, che re è egli mai?
E poi se taluna delle Potenze cattoliche, anche dopo d'essersi obbligata a pagare il tributo di rispetto col tempo non volesse più soddisfare all'obbligo suo, che si farà egli mai? Per esempio, Carlo Emanuele III, re di Sardegna, con un Concordato del 5 di gen. 1741, stretto con Benedetto XIV obbligavasi a pagare un tributo al Papa, ed è dal 1850 che noi paga più. Che cosa ha da fare Pio IX? La guerra al Piemonte per averne ciò che gli spetta?
L'autore dell'opuscolo: Papa e il Congresso, vorrebbe mettere il Santo Padre rispetto a tutte le Potenze cattoliche nella condizione medesima in cui si trova rispetto alla Sardegna. Si sa che cosa sia un Clero stipendiato, e il cattolico francese vorrebbe in sostanza stabilire un Papa stipendiato! Tutte le oneste persone protesteranno contro pi reo disegno.
Ma ridotto il Papa a Roma e al Patrimonio di S. Pietro, credete voi che i rivoluzionari resterebbero in pace? Non avete letto ciò che Mazzini scriveva testé a Giovani d'Italia? «Voi dovete muovere innanzi al grido di Roma, Roma! Qualunque s'attentasse parlarvi d'un'Italia senza Roma a centro, o dettarvi legge d'altrove, sarebbe simile a chi volesse ideare vita senza core, e leggi e potenza sparirebbero al primo soffio di tempesta dalle sue mani».
Dunque il Papa ridotto a Roma e al Patrimonio di S. Pietro non sarebbe più sicuro dagli assalti della rivoluzione di quello che sia presentemente. E allora che si farà per soccorrerlo? S'interverrà armata mano? E in tal caso perché non s'interviene presentemente nelle Romagne? L'intervento armato o è giustificabile ora, o non Té mai. Ma, nel concetto dell'autore dell'opuscolo: Papa e il Congresso, noi sarebbe mai, e Mazzini imperante in Roma dovrebbe rispettarsi per le stesse ragioni, per le quali si rispetta oggidì Farini imperante in Bologna!
Volete conoscere il fine ultimo di chi vuoi ridurre il Papa a Roma e al Patrimonio di S. Pietro? Ve lo dirà chiaramente il primo Napoleone, in una lettera che egli scriveva al Direttorio esecutivo: «lo credo che Roma privata che sia una volta di Bologna, di Ferrara, della Romagna e di trenta milioni che noi le portiamo via, non possa più sostenersi; questa vecchia macchina si scomporrà da se stessa ((84))».
Oggidì si muove al Papa il più scellerato assalto di cui si legga esempio nella storia. Il primo Buonaparte almeno imprigionava il Pontefice, e lo spogliava senza infingimenti. Ora certuni vogliono imprigionare e spogliare il Papa dandosi l'aria di esserne gli amici e i protettori!
L'autore dell'opuscolo: Papa e il Congresso, invoca il trattato di Tolentino per togliere al Papa le Legazioni. Ma fin dal 90 di ottobre del 4814 il Cardinale Consalvi in una sua nota rispondeva: «Che un assalto non provocato contro uno Stato debole, che avea proclamato la sua neutralità, non potea venir chiamato guerra, e che un trattato, conseguenza di un simile assalto, era essenzialmente nullo, e come non avvenuto ((85))».
Chi oserebbe invocare contro il Piemonte Patto di re Carlo Emanuele IV, il quale, addì 9 dicembre del 1798, dichiarava di rinunziare in favore della Francia all'esercizio di ogni sovrano potere? Ebbene ha lo stesso valore il trattato di Tolentino, perché fu provocato dalle medesime cause. 0 la borsa o la vita, fu detto a Pio VII, come a Carlo Emanuele IV; e l'uno e l'altro, per conservare la vita, consegnarono la borsa. Ed ora s'osa invocare un fatto simile? S'osa dire à un Congresso europeo di sancirlo?
Del resto un autore non sospetto di clericalismo, Leopoldo Galeotti, dichiarò che il sistema del trattato di Tolentino riuniva in sé il triplice svantaggio dell'impossibilità, dell'ingiustizia e del danno ((86)). I quali giudizi sono applicabilissimi al sistema proposto dall'autore dell'opuscolo: Papa e il Congresso.
Sebbene tutti i giornali affermino che quest'opuscolo espone la politica di Napoleone III, noi però noi vogliamo supporre, perché senza essere grandi ammiratori del Bonaparte, non possiamo indurci a credere che, dopo tali e tante promesse e solenni dichiarazioni, egli possa nutrire in cuore disegni così ostili contro la S. Sede.
Checche ne sia, è bene ripetere ciò che testé dicea un giornale spagnuolo: Napoleon propone v Dios dispone. Il primo Napoleone aveva proposto di togliere primate Legazioni al Papa, e poi Roma e il Patrimonio di S. Pietro. Ma Dio dispose in modo le cose ohe nel Congresso di Vienna «la Francia colle sue raccomandazioni contribuì a far rendere al Papa le tre Legazioni di Bologna, Ferrara e Ravenna, nelle quali la Prussia aveva da principio proposto di trasferire il Re di Sassonia ((87))»; e l'articolo 103 del trattato di Vienna disse: «La S. Sede rientrerà in possesso delle Legazioni di Ravenna, di Bologna e di Ferrara». Napoleone avea proposto, e Dio ha disposto.
(Pubblicato il 28 dicembre 1859)
Ci par giunto il momento di ricordare ai nostri lettori alcuni fatti e alcuni detti di Luigi Napoleone, principalmente sulla questione che suoi dirsi romana, per abbreviazione di discorso, ma che è questione cattolica, apostolica, romana. Noi non vogliamo fare nessun commento, né dar luogo a veruna insinuazione, sibbene scrivere come un episodio della rivista retrospettiva ohe abbiamo già cominciato, e ohe ripiglieremo domani. Ecco adunque poche citazioni.
Dopo il trionfo di Pio VII e la caduta di Napoleone I, i più prossimi congiunti del grande Imperatore recaronsi a Roma, dove ritrovarono protezione e amore per parte del Pontefice Re, laddove una legge proibiva, sotto pena di morte, l'ingresso in Francia a tutti i membri della famiglia imperiale.
Pio VII era ancora in viaggio, e già ordinava di accogliere con affettuosi onori madama Letizia, madre del primo Napoleone, la quale avea chiesto un asilo in Roma. Luciano, che avea egli pure ottenuto di riparare in Roma, scriveva l'11 di aprile del 1814 una lettera di congratulazione al Pontefice pel suo ritorno nei proprii stati, e terminava chiedendo la benedizione per se e per la sua famiglia, e riservandosi di ridomandarla quando fosse prostrato a' piedi del S. Padre»
Di fatto Luciano Bonaparte prestava giuramento, il 2 di settembre 1814, come feudatario della S. Sede, e riceveva l'investitura di Canino.
Anche Ortensia Eugenia di Beauharnais, moglie di Luigi Bonaparte, e madre di Napoleone III, oggidì Imperatore dei Francesi, riparava in Roma con i due suoi figli Luigi e Carlo Luigi, i quali amendue per giovanile traviamento ripagavano il Papa della paterna ospitalità che n'avevano ottenuta........ Luigi Napoleone Bonaparte moriva a Forlì il 17 di marzo del 1831, e Carlo Luigi, che è presentemente Imperatore dei Francesi,potea........ ma otteneva la libertà del Papa Gregorio XVI, il quale profetizzò ch'egli avrebbe reso dei grandi servigi alla Chiesa, profezia avveratasi nel 1849 per la ristorazione di Pio IX.
Nel 1831 Luigi Napoleone, morto a Forlì, scriveva a Gregorio XVI la lettera, di cui parlò, non è molto, il Moniteur di Parigi, e Luigi Carlo, oggidì imperatore, scriveva sotto la data del 28 di febbraio un'altra lettera al generale Sercognani, nella quale chiamava causa sacra l'insurrezione delle popolazioni romane contro il Papa.
Nel 1833 Luigi Napoleone non voleva più rigenerare l'Italia, ma la Polonia,e scriveva, sotto la la data dell'11 di agosto, un Indirizzo agli esuli polacchi,dicendo che ogni nobile anima essendo cacciata in esilio, andava superbo di appartenere alla tribù dei proscritti. Caienna................
Nel 1836 Luigi Napoleone, dopo i fatti di Strasborgo, salvava la vita e veniva soltanto bandito in America da Luigi Filippo; e profondamente commosso il Bonaparte di sì generosa clemenza, prometteva sul suo onore di non cospirare mai più. Il fatto di Boulogne................
Nel 1848 espulso Luigi Filippo, eccoti tosto in Parigi Luigi Napoleone, ma «per seguire la bandiera della repubblica e darle prova di devozione», come egli scriveva al governo provvisorio sotto la data del 28 di febbraio. E più tardi, il 24 di maggio, dichiarava all'Assemblea: «In presenza della sovranità nazionale non posso né voglio reclamare cosa alcuna oltre i diritti di cittadino francese».
Nella circolare indirizzata agli elettori, addì 29 novembre 1848, Luigi Napoleone, candidato alla presidenza, diceva: «Non deve esistere ambiguità tra me e voi. Io non sono uomo ambizioso che sogni l'Impero. Educato in libere terre ed ammaestrato dalla sventura, rimarrò sempre fedele ai doveri che m'impongono i vostri voti, e la volontà dell'Assemblea. Ove io fossi eletto presidente, m'impegnerei sull'onore a cedere, dopo quattro anni, a chi mi succedesse un potere fatto più forte e la libertà intatta».
Nei primi giorni di dicembre del 1848 Luigi Napoleone dichiarava in una lettera indirizzala all'Univers, e che il mantenimento della sovranità temporale del Capo venerabile della Chiesa era intimamente collegato collo splendore del cattolicismo, e colla libertà, e coll'indipendenza dell'Italia».
Prima che Luigi Napoleone fosse eletto presidente della repubblica francese il generale Cavaignac avea divisato una spedizione a Roma per tutelarvi la sicurezza del Papa. Il Bonaparte però non approvava tale intrapresa, e il 2 dicembre del 1848 scriveva: «Non potrei dare il mio voto ad una dimostrazione militare nociva agli stessi interessi che intende proteggere».
Tuttavia egli continuava gloriosamente l'opera incominciata dal generale Cavaignac, e quattro mesi dopo quest'ultima dichiarazione le truppe francesi sbarcavano a Civitavecchia.
Nel 1849, addì 26 di aprile, il presidente Luigi Napoleone scriveva un suo proclama al generale Oudinot di Reggio, dichiarando che t non era suo intento di esercitare su Roma un'opprimente influenza».
Pochi mesi dopo, cioè il 18 di agosto, indirizzava una lettera ad Edgardo Nev nella quale il Bonaparte pretendeva di imporre al Papa e generale amnistia, amministrazione secolare, l'adozione dei Codici francesi e liberale governo t.
Ma poco dopo le cose di Francia chiamarono a se tutta l'attenzione di colui che stava per divenire Napoleone III. Egli conchiudeva il suo primo messaggio del 31 dicembre 1849, dicendo: Saprò meritar la fiducia della nazione, conservando la Costituzione che ho giurata».
Inun secondo messaggio del 12 di dicembre 1850 profferiva solennemente queste parole: «Se nella Costituzione sono difetti e pericoli, è in potere di voi tutti il torli via. lo solo, vincolato dal mio giuramento, mi sento in dovere di tenermi strettamente nei limiti della medesima Costituzione».
Il 2 dicembre del 1851 avvenne il celebre colpo di Stato. Il 28 di aprile del 1852 Luigi Napoleone, principe presidente, scrivea un messaggio all'Assemblea, gloriandosi che finalmente fossevi in Francia «un governo animato dalla fede e dall'amore del bene, che riposa sulla religione, sorgente d'ogni giustizia».
Dopo di essere state parecchie volle smentite le voci che correvano sul prossimo impero, finalmente il 9 di ottobre del 1852 il Principe Presidente dichiarava: «Certe persone dicono: l'Impero è la guerra; io dico: l'Impero è la pace». E il 2 dicembre 1852 proclamasi il Bonaparte Imperatore dei Francesi sotto il nome di Napoleone III. Le guerre d'Oriente e d'Italia........
Il nuovo Imperatore desiderava di essere incoronato in Francia da Pio IX, come fu lo zio da Papa Pio VII, ma non potà ottenere la soddisfazione di questo suo desiderio.
Poi nel Congresso di Parigi il conte Walewski fu il primo a dichiarare anormale la condizione degli Stati Pontificii, e ad aprire una disputa contro il Papa, che non aveva rappresentanti in quella Assemblea e non polca dire le sue difese.
Ma il 13 di giugno del 1856 Napoleone 111 proclamava: «Io sono riconoscenti esimo alla Santità del Papa Pio IX, perché egli si compiacque di essere patrino del figlio che la Provvidenza mi ha accordato. Domandandogli questa grazia, ho voluto chiamare in modo speciale sopra mio figlio e sulla Francia la protezione del Cielo».
Nel 1859, dopo molte dichiarazioni di pace, scoppia la guerra. Il 30 aprile nella tornata del Corpo legislativo, il ministro dell'Imperatore, sig. Baroche, annunzia: «Il governo prenderà tutte le necessarie misure, affinché la sicurezza e l'indipendenza del Santo Padre sia rassicurata in mezzo allo agitazioni di cui l'Italia sarà il teatro». L'insurrezione delle Romagne non tardò molto.
Il 3 di maggio Io stesso Napoleone III, nel suo proclama al popolo francese, diceva:
«Noi non andiamo in Italia a fomentare il disordine, né a scrollare il potere del Santo Padre che noi abbiamo rimesso sul trono, ma a sottrarlo alla pressione straniera».
Un giorno dopo il sig. Rouland, ministro dell'istruzione pubblica e dei culti, scriveva ai Vescovi della Francia: «II Principe che diede alla religione Unte testimonianze di deferenza e di attaccamento, che dopo i tristi giorni del 1848 ricondusse il S. Padre al Vaticano, è il pili fermo sostegno dell'autorità cattolica, e vuole che il Capo Supremo della Chiesa sia rispettato in tutti i suoi diritti di Sovrano temporale. Il Principe che salvò la Francia dalle invasioni dello spirito demagogico non potrebbe accettare né le sue dottrine, né la sua dominazione in Italia».
Si pubblicarono di poi altre dichiarazioni, smentite, proteste sino alla pace di Villafranca, in cui si volle far Pio IX presidente onorario della Confederazione italiana. Ma intanto la rivoluzione delle Romagne andava innanzi, la decadenza del Papa veniva proclamata a Bologna, i pretesi voli dei Romagnoli sono accolti a Monza e pubblicati dal Moniteur di Parigi, e tra queste alternative dialettiche si arrivò fino all'opuscolo: Papa e il Congresso v che non si sa di chi sia.
Qui porrem fine alle nostre citazioni con una notizia recataci ultimamente dai diari francesi. Ricorderà il lettore come in sul finire del mese di ottobre, il conte Carlo di Montalembert pubblicasse nel Correspondant un opuscolo intitolato: Pio IX e la Francia nel 1849 e nel 1859.
Il Correspondant si ebbe perciò un avvertimento e il conte di Montalembert un processo. La ragione del processo e dell'avvertimento consisteva in ciò che Montalembert nel testo aveva parlato d'una statua decretata dall'Italia centrale all'....................... personificata in Machiavelli. E in nota avvertiva che il governo toscano aveva decretato l'innalzamento di due statue, a Machiavelli nel tempo stesso che all'imperatore Napoleone III.
L'accusa fu portata avanti i magistrati francesi, e i diari di Parigi ci dicono che il magistrato dichiarò non farsi luogo a procedimento contro il conte di Montalembert.
(Pubblicato il 29 dicembre 1859)
Il giornate l'Univers avea proposto un indirizzo al S. P. Pio IX da sottoscriversi da tutti i. cattolici francesi, indirizzo che venne da noi riferito nel nostro numero precedente. Ma il governo di Parigi avvertì l'Univers, perché organizzava in Francia un'agitazione politica sotto pretesto di religione.
Se la religione è un pretesto anche quando trattasi del Papa, e d'un argomento che tutti i Vescovi della Francia e del mondo cattolico hanno riconosciuto sostanzialmente ed eminentemente religioso, noi non sappiamo ornai capire quando la religione potrà essere una realtà!
Ad ogni modo concedasi pure che l'indirizzo promosso dell'Universpotesse produrre in Francia un'agitazione politica. Che cosa ne segue? Ne segue che il governo conviene dell'affetto vivissimo che i Francesi sentono verso il Santo Padre; del toro voto favorevolissimo al suo dominio temporale; del pericolo che correrebbe il governo francese quando tentasse di spogliare in parte o del tutto il Pontefice Pio IX.
L'avvertimento dato all'Univers è una vittoria non solo delVUniversstesso, in quanto ne riconosce la tragrande influenza; ma è anche una vittoria della causa cattolica, perché si confessa che la divisata sottoscrizione sarebbe pienamente riuscita in guisa da imporre al governo imperiale la volontà del vero popolo francese.
Ma il gabinetto delle Tuilerie ha stimato pericolosa un'agitazione politica in Francia. Però Luigi Napoleone non la pensava cosi ne' primi giorni del dicembre 1848, quando appunto scriveva all'Univers una lettera contro il Principe di Ganino e in favore del dominio temporale del Papa. Allora cosiffatte dimostrazioni e proteste erano utili, e l'agitazione che provocava l'Univers veniva benedetta.
Utile e benedetta era pure l'agitazione politica aiutata potentemente dall'Univers, quando la Francia repubblicana volendosi eleggere un presidente riuniva i suoi voli in colui che facea consistere la gloria e l'indipendenza d'Italia nel dominio temporale del Papa.
Non si avvertiva l'Univers nel dicembre del 1851, quando il Presidente della repubblica proponeva alla Francia il suo plchiscito e chiedeva di essere investito dei pieni poteri. Allora l'agitazione politica non si riputava dannosa, e Luigi Veuillot rendeva segnalati servigi, quantunque egli non intendesse mai di servire gli uomini, ma Iddio, la Chiesa e la Patria.
E nemmeno si avvertiva l'Univers nel novembre del 1852, quando il popolo convocato nei suoi comizi doveva accettare o rigettare il ristabilimento dell'impero. A quei dì una parolina del cattolico giornale riusciva ben gradita, come che avesse potuto eccitare agitazione politica.
Oggi soltanto che trattasi del Papa, si avverte l'Univers perché si teme un'abitazione. E perché non si avverte il Siede e l'Opinion National e, promotori di un'agitazione empia e rivoluzionaria? Perché non si avverte l'autore dello scritto: 11 Papa e il Congresso, che ha prodotto un'agitazione funesta alla Chiesa Cattolica?
Sotto tristissimi auspici si raduna il Congresso. Dopo l'opuscolo ben noto, l'avvertimento all'Univers è di un immenso significato. Si avvicina il giorno, in cui molte bende cadranno dagli occhi, e si vedranno gli uomini quali sono. Prepariamoci colla preghiera a nuove e grandi prove, e non perdiamoci di speranza, memori col poeta che
Non è rotta dei portenti,
Non è rotta la catena!
(Pubblicato il 30 dicembre 1859)
Il Constitutionnel ci dice essere cosa inutile ricercare l'autore dell'opuscolo: II Papa e il Congresso, epperò noi, senza investigare chi lo abbia scritto, ci contenteremo di dimostrare semplicemente che l'autore ha voluto usare, riguardo a Pio IX, quelle medesime arti infinte e menzognere, che già Erode adoperava contro il divin Redentore.
Di tre Erodi ci parlano le sacre storie: Erode I, il Grande o l'Ascalonita, Erode 11 ed Erode III, detto Agrippa. Il primo fu quello che ordinò la strage degli Innocenti, perla paura di perdere il regno; il secondo morì in freschissima età, e non fé nulla; il terzo derise, con tutta la sua Corte, il Nazzareno, perché non avca voluto operare miracoli, e, vestitolo di porpora, rimandollo a Ponzio Pilalo.
L'autore dell'opuscolo: Il Papa e il Congresso, ci ricorda Erode I ed Erode III, perché ne ricopia fedelmente la politica, e vuoi trattare Pio IX, Vicario di Gesti Cristo, precisamente come que' due tristissimi imperanti trattarono il Redentore del mondo.
Erode I, appena seppe dai Magi che era nato un Bambino, re della Giudea, fu colto dalla pia grande gelosia ed invidia, perché egli volea governar solo. E pensò tosto al modo d'avere tra le mani e disfarsi di quel Re, che gli dava tanta inquietudine, sperando di potervi riuscire facilmente, giacché trattavasi d'un Bambino, che i suoi non avevano voluto riconoscere.
Ma se Erode I avesse manifestato a' Magi tale sua idea, ne avrebbe certo provocato l'indegnazione, senza poterne saper nulla di preciso. Ricorse perciò alle arti diplomatiche, agli infingimenti ed alle ipocrisie.
Radunò un congresso, e vi convocò gli Scribi e i Farisei, per sapere da loro dove Cristo sarebbe nato. E i congregati gli risposero: in Betlemme, citando a S. M. Erode la profezia. Va bene, soggiunse Erode; e sciolse il congresso.
Allora, avuti a sé i Magi, chiese loro alcune notizie, e si fé' promettere che, trovato il Bambino, sarebbero presto accorsi ad avvertimelo, perché egli, Erode, divisava di recarsi a sua volta ad adorarlo.Oh che briccone! Ha odio nel cuore, e il miele in sulle labbra! Medita la morte, e promette l'adorazione!
Voi sapete, o lettori, come finisse poi la faccenda. La provvidenza di Dio intervenne, e Erode, che volea burlare i Magi, fu egli invece burlato, perché non vi ha prudenza, non vi ha sapienza, non vi ha consiglio contro il Signore.
Or bene l'autore dell'opuscolo: II Papa e il Congresso, adopera egli pure le arti di Erode. Imperocché esordisce con inchini e genuflessioni al Papa Pio IX; entra a parlare del Papato, perché ama il Cattolicismo; discute la questione romana per affetto verso la S. Sede; riconosce la necessità del dominio temporale, vuole rassicurarlo e renderlo caro e benedetto a' popoli: ut et ego veniens adorem eum.
Erode redivivo, mentre fa tali menzognere proteste, medita e si prepara la strada ad uccidere il Vicario di Gesti Cristo. Imperocché in fin dei conti egli vuoi lasciare il Papa a Roma, per pregarvi e benedire,spogliandolo d'ogni autorità reale e di tutto ciò che possiede assai più legittimamente di qualunque altro sovrano del mondo.
— Falso! dirà taluno; l'autore del Papa e il Congresso lascia sempre Pio IX investito della autorità reale, sebbene ne restringa il regno a Roma e ad un po' di territorio che la circonda.
Ah I l'anonimo scrittore non si contentò di tutta la malizia ed ipocrisia di Erode I, ma volle congiungervi le sacrileghe beffe di Erode III.
Pilalo ed Erode IH erano due potenze rivali, che si accaneggiavano a vicenda; temendo l'uno di essere soperchialo dall'alito, come dice vasi testà dell'Inghilterra e della Francia. Divennero amici un giorno che si accordarono a perseguitare e tormentare il Salvatore. «storia antica, e i nostri lettori noti abbisognano d'impararla da noi.
S. E. Pilato mandò Gesù Cristo a S. M. Erode, e questi ne fu lietissimo, sperando di vedere qualche miracolo. E Cristo paziente ne udì le interrogazioni} ma non rispose verbo; sicché Erode lo beffeggiò insieme con tutta la sua Corte, e, vestitolo di porpora, lo rimandò a Pilalo, e questi lo consegnò ai Giudei che compirono l'opera, coronandolo di spine, e mettendogli in mano uno scettro di canna.
Ecco ciò che l'autore dell'opuscolo: Papa e il Congresso, vuoi fare di Pio IX. Gettargli addosso uno straccio di porpora, e mettergli in pugno uno scettro di canna; e così lasciarlo re, ma re da burla. Re che per vivere abbisogna del danaro altrui; re che per difendersi abbisogna dei 'soldati altrui; re che non governa né regna, ma sta in Roma di venula repubblica e retta dal Municipio!
Consoliamoci pensando che i trionfi di Cristo sono promessi al suo Vicario. Pio IX può ripetere oggidì: Solvite iemplum hoc et posi triduum reedifteabo illud.
Sciogliete pure questo regno temporale, che è un tempio fabbricato da dieci secoli dalla divina Provvidenza per sede del Romano Pontefice, scioglietelo, e dopo tre giorni io lo riedificherò.
Molti re potentissimi coll'ipocrisia e colla rabbia di Erode, di Filato, degli Scribi e de' Farisei, tentarono distruggere il regno temporale del Papa, e seppellire il Pontefice Re. Ma questi, gettato nel sepolcro, disse sempre: dopo tre giorni risorgerò; e risorse glorioso tra la confusione e l'ignominia delle guardie che credevano di custodirne la tomba.
Uno de' più grandi delitti che possano commettere oggidì i buoni cattolici si è dubitare dell'esito della lotta. I discepoli che viaggiavano in Emmaus, tre giorni dopò la morte del divino Maestro, erano melanconici, e temevano che non s'avverassero le profezie. E ne furono vivamente rimproverati dal Redentore, che, sconosciuto, viaggiava con loro.
Badiamo di non meritare Io stesso rimprovero. Quando sarà venuto il giorno stabilito dalla Provvidenza, il Vicario di Gesù Cristo trionferà. Affieniamo questo giorno colla fermezza della nostra fede, col fervore delle nostre preghiere. Professiamoci figli del S. Pontefice oggidì che dall'alto e dal basso è offeso e svillaneggiato. Ricordiamoci il nobile contegno, la salda religione de' Padri nostri a' tempi dell'immortale Pio VII, e procuriamo di non essere né meno devoti, né meno coraggiosi.
Non siamo ancora tornati a' tempi dell'immane potenza del primo Napoleone, quando tutto cedeva a' suoi voleri. A que' dì nell'umiliazione e nella disfatta universale:
Solo il Tebro levava alta la testa,
E all'elmo polveroso la sua donna
In Campidoglio rimellea la cresta.
E divina guerriera in corta gonna
Il cor più che la spada all'ire e all'onte
Di Rodano opponeva e di Garonna;
In Dio fidando, che i trecento al fonte
D'Arad prescelse e al Madianita altero.
Fè le spalle voltar, rotta la fronte.
In Dio fidando, io dico, e nel severo
Petto del santo suo Pastor, che solo
In saldo pose la ragion di Piero
…..................................................
Ei sol tarpò del Franco ardir le penne;
L'onor d'Italia vilipesa e quello
Del Borbonico nome egli sostenne.
Questi versi son tolti dal Canto III della Bassvilliana di Vincenzo Monti. £ poiché la tristissima Gazzetta Piemontese osò ieri in una sua appendice ingiuriare il Papa colle citazioni di un poeta, a noi piacque oggi contrapporre citazioni a citazioni, e avvertire il ministro dell'interno, da cui solo la Gazzetta Piemontese dipende, che fatale è Roma;
Che la tremenda vanità di Francia
Sul Tebro è nebbia che dal sol si doma;
E le minacele una sonora ciancia
Un lieve insulto di villana auretta
D'abbronzato guerriero in sulla guancia.
(Pubblicato il 31 dicembre 1859)
Lo spudorato foglio officiale volendo mordere il Santo Padre, con quelle arti subdole e spigolistre che oggidì sono in voga finse di discorrere delle rime inedite di Francesco Petrarca per venir fuori con una tirata contro l'avara Babilonia, i vecchi farisei e la corruzione della Corte romana. Ma la povera Gazzetta Piemontese scelse assai male il suo tema; mentre l'autorità di Francesco Petrarca fa tutta contro di lei, e prova invece di quanto vantaggio e gloria sia per l'Italia e per Roma il dominio temporale dei Pontefici.
Tutti sanno che quando vivea. Francesco Petrarca la Sede Pontificia era stata trasferita in Avignone dal Papa Clemente l'nel 1305, e vi restò per settantanni, sotto Giovanni XXII, Benedetto XII, Clemente VI, Innocenzo VI, Urbano l'e Gregorio XI, che la riportò in Roma nell'anno 1377. Quegli anni sono i peggiori della storia nostra, e i pili dolorosi pei Romani; e Francesco Petrarca, che amava davvero l'Italia, pose tutto il suo studio, adoperò tutta l'eloquenza sua per ottenere dai Pontefici che lasciassero le sponde del Rodano per ristabilirsi su quelle del Tevere, affine di ritornar Roma al suo primiero splendore.
Noi rileviamo tutto ciò dalle lettere di Francesco Petrarca dirette ai Papi per ricondurli in Italia, lettere di cui daremo un saggio ad ammaestramento della Gazzetta Piemontese. E incominciamo dapprima dalle due epistole in versi, che l'illustre poeta indirizzò a Papa Benedetto XII, per indurlo a fermare in Roma la sua stanza. Nella prima il Petrarca fa parlare Roma, che, abbandonata dal Pontefice, Versa nella maggiore abiezione e miseria. «Se io fossi, dicela vedova dolente, nei bei giorni della mia giovinezza, allora che io camminava accompagnata dai miei due sposi (Pietro e Paolo) e che i più gran Principi inchinavano la mia persona, non sarebbe necessario ch'io dicessi il mio nome. Ma oggidì che le afflizioni, la vecchiezza e la povertà mi hanuo sfigurata e guasta, io sono costretta a nominarmi per farmi conoscere, lo sono quella Roma così famosa nell'universo. Sai tu ancora notare in me qualche vestigio della mia antica bellezza? Però quello che mi logora e consuma maggiormente, no, non è la mia vecchiezza, ma il dolore affannoso della tua assenza.
Or fa pochi anni tuttala terra seguiva ancora le mie leggi, e la presenza del mio santo sposo era quella, che mi procacciava cotanta gloria. Oggidì condannata ad una dolorosa vedovanza sono in preda alle tirannie ed alle ingiurie................
«Puoi tu, Padre Santo (la Roma del Petrarca, continua a dire a Benedetto XII), puoi tu, Padre Santo, vedere le mie sciagure con occhio calmo e tranquillo? Non mi stendi una mano soccorrevole? Oh se io potessi mostrarti i miei colli riscossi sin dalle fondamenta! Scoprirti il mio seno coperto di piaghe! Farti vedere i miei templi a mezzo rovinati, i miei altari spogli d'ornamenti, i miei sacerdoti ridotti a pessimo stato!
Io ti rappresento ogni cosa con qualche fiducia, perché tu parli sovente di me, perché so avere tu spesso in sulle labbra il nome della tua sposa, e perché bai incominciato il tuo governo alleviando alcun poco la mia indigenza. Corre altresì voce che in una malattia pericolosa, che soffristi di poi, tu comandassi che fossero a me portate le tue ossa, affinché ti seppellissi nel Vaticano. Se avevi il disegno di venire qua dopo morte, perché non potrò io sperare di rivederti vivo?
«Ma se tu rivalicassi i monti, ti scongiuro di non lasciarti adescare dalle città che tu scontrassi tra via. Genova, Piacenza, Firenze, Bologna, sono altrettante mie rivali che io temo. Ricordati che sono la tua sposa, e che nonostante i miei disastri passati, nonostante la mia vecchiezza, mi rifarò bella come per lo innanzi, e vestirò tutte le leggiadrie della mia gioventù appena ti avrò ricoverato».
Nella seconda lettera, che Francesco Petrarca scrisse allo stesso Benedetto XII, rinnova le istanze al Papa, perché ritorni in Italia, e comandi in Roma, e Pensate, dice egli, pensate, Santissimo Padre, che siete aspettato al di là dei monti, e che non si fanno voti e non si sente inclinazione che per voi. La vostra presenza farà cessare i delitti, la superstizione, l'idolatria, la guerra, la fame; essa calmerà tutte le tempeste, e ricondurrà giorni tranquilli. E voi arbitro e cagione di tutti questi beni, voi ne godrete lungamente, e consumerete una lunga vecchiaia colla corona dell'immortalità (Petrarca, lib., Ep. 2, 4).
Ma il Petrarca non riuscì nel suo intento per ragioni che non è da questo luogo esporre, laonde ripetà le sue sollecitazioni sotto il Papa Urbano, che continuava a stare in Avignone. Il poeta scrisse a questo Pontefice una lunghissima lettera, nella quale eccitavalo a venire in Italia e ristabilirsi in Roma, e Considerate, dicevagli, considerate che la Chiesa di Roma è vostra sposa. Potrà taluno obbiettarmi che la sposa del Pontefice Romano non è una Chiesa sola e particolare, ma la Chiesa universale. Lo so, Santissimo Padre, e cessi il Cielo ch'io restringa la vostra sede, mentre l'allargherei, se potessi, sempre di più, e non le darei altri confini che quelli dell'Oceano. Confesso che la vostra sede è dovunque Gesù Cristo ha adoratori; ma ciò non toglie che Roma abbia con voi particolari relazioni: ciascuna delle altre città ha il suo Vescovo; voi solo siete il Vescovo di Roma».
E Petrarca passava di poi a dipingere coloro che volevano il Papa fuori di Roma e d'Italia, ed altri diceva sono uomini di ristretto ingegno, meritevoli di compianto; altri seguono i moti delle loro passioni. Ve ne hanno alcuni che credono l'Italia paese selvaggio, e molti «a cui ogni cosa è sospetta al di là dei monti, l'aria, le acque, gli alimenti, la natura dei popoli».
«Quanto a voi, Santo Padre, ripigliava il Petrarca, che conoscete l'Italia come se fosse la terra dei vostri natali, voi dovete essere in questo affare il vostro proprio consigliere. Egli è dall'Italia che Dio vi ha sollevato al Sommo Pontificato: venite ad esercitarlo in Italia, il luogo del mondo, donde il Sommo Pontefice governa la Chiesa con maggiore maestà.
I voti del Petrarca non furono soddisfatti che più tardi, nel 1377, da Papa Gregorio XI. Con atto del 24 dicembre 4376 i Romani si obbligarono di rimettere a Gregorio XI la piena e libera signoria di Roma appena egli fosse giunto in Ostia. E Gregorio entrò in Roma il 17 gennaio dell'anno seguente. «Magnifico, scrive il Muratori, fu l'apparato, con cui l'accolse quel popolo, incredibile il plauso e l'allegrezza d'ognuno, tutti sperando finiti i pubblici guai, guaritele piaghe d'Italia, dappoiché al vero suo sitosi vedea ritornato il Vicario di Cristo con tutta la sacra sua Corte.
Ora che dire della Gazzetta Piemontese, che viene a toccare que'tempi, e a citarci il Petrarca per cacciare il Papa da Roma e dall'Italia? Non si sa che cosa deplorare di più nel foglio ufficiale, se l'impudenza o l'ignoranza della nostra istoria.
Noi però dobbiamo saperle grado, perché ci ha offerto l'occasione di ricordare agli Italiani cattolici que' giorni dolorosi, in cui il Papa vivea in Avignone. Di qui si può ricavare una confutazione dell'opuscolo: Papa e il Congresso, perché i Papi in Avignone non furono liberi e indipendenti, quantunque padroni, perché troppo piccolo il loro Regno. Si può ricavare che il più grande castigo, che potesse piombare sull'Italia, fu il temporaneo abbandono che i Papi fecero di Roma e della Penisola. Si può ricavare che i buoni Italiani, come il Petrarca, cercarono di servire la patria comune, non col cacciarne i Pontefici, sibbene richiamandoli nell'antica loro Sede. Si può ricavare che i Romani, in ispecie, i quali amano non solo il cattolicismo, ma se stessi e il luogo natio, debbono considerare come loro più accaniti nemici, quanti congiurano contro il Santo Padre, e vogliono spogliarlo del suo temporale dominio.
Mio caro amico,
Voi mi chiedete che cosa io pensi dell'opuscolo intitolato: Papa e il Congresso, venuto in luce colla solennità di un mistero che si cerca invano di rivelare, nell'interesse duna pili grande pubblicità. Mi è facile rispondere: «un opera che si può giudicare sommariamente e completamente. Potrei scrivere un volume su quest'opuscolo, imperocché tocca molti punti, ma poche linee basteranno; la logica e il semplice buon senso scusano di molti discorsi. Del resto, per rifiutare a quest'opuscolo l'importante origine che parecchi affettano di attribuirgli, basta il leggerlo, senza essere mestieri di ricordarsi le alte promesse fatte alla S. Sede. L'opuscolo, a mio avviso, si divide in tre parti, cioè i PRINCIPI, i MEZZI, lo SCOPO.
Comincio dal dire tutto il mio pensiero? — Ho raramente letto in mia vita pagine in cui i sofismi, le contraddizioni manifeste, e, se è necessaria la parola le più palpabili assurdità sieno poste dall'autore in principio con maggior con fidanza in se stesso e con una coscienza più sicura della sua destrezza e della semplicità de' suoi lettori.
Ciò spiega in parte quanto noi veggiamo oggidì. Solo a questo prezzo un autore che si spaccia per cattolico, che non parla se non del suo rispetto e del suo amore per la Chiesa, e non iscrive che per salvarla, ha per primo editore il Times e raccoglie in Francia gli applausi unanimi e solleciti de' giornali rivoluzionari ed empii.
Voglio crederlo: come sincero cattolico, e ragionando sotto questo rispetto, proclama che il potere temporale del Papa è indispensabile; ma nel medesimo tempo si studia di provare che esso e impossibile. Egli esalta volentieri e più alto che noi, il carattere divino del Pontefice, ma si è per farne un argomento contro il potere del Sovrano. Non si può confessare più esplicitamente la necessità imperiosa di questo potere per la libertà e l'onore della Chiesa: ma non si possono fare sforzi maggiori di quelli che fa per dimostrarne l'impossibilità sotto ogni aspetto, non dico solamente politico, sibbene ancora morale e spirituale. «Questo potere non è possibile, scrive l'autore dell'opuscolo, se non a patto che sia disgiunto da tutte le condizioni ordinarie del potere, cioè da tutto quello che costituisce la sua attività, il suo sviluppo e il suo progresso. Ma, chieggo io, come si fa a vivere in questo mondo senza le condizioni ordinarie dell'esistenza? Che cosa è questa attività,questo sviluppo, e questo progresso del potere, che dichiarate incompatibile col governo Pontificio?
È un bene, è un male la cosa chiamata con questi nomi? E prima di tutto, dite voi, il potere pontificio deve essere senza esercito. Perché? Qual ragione proibisce ad esso di avere un esercito, non per offendere, ma per difendersi e proteggere l'ordine pubblico? Perché gli negate il diritto di legittima difesa? So che durò molti secoli senza esercito, e vivea allora molto onoratamente in Europa e nel mondo, ma oggi i tempi mutarono, è vero. Dopo che i rivoluzionari misero l'Italia in fuoco, e dopo 60 anni di sconvolgimenti sociali, i quali soffocarono tutte le nozioni del retto e distrassero l'ordine europeo, sono necessari in tempo di pace eserciti di 500 mila soldati pei grandi Stati.
Dapertutto,e non solo a Roma, dapertutto è necessario che la forza materiale supplisca al difetto dell'autorità morale. Perché adunque in tale condizione di cose, gli Stati Pontificii non potrebbero avere una forza a difesa dell'ordine edella giustizia? No! rispondete: «Il potere temporale del Papa è possibile solo quando sia senza attività e senza progresso; deve vivere senza magistratura, e, per così dire, senza codici e senza giustizia «Ma perché, di grazia? Perché sotto un tal governo i dammi sono leggii Affé, che la risposta è strana. Ma perché? Forse i dommi cattolici vietano ad una nazione qualunque d'avere leggi, codici e giustizia? O forse perché le buoni leggi, una buona giustizia, sarebbero incompatibili coi dommi cattolici? «Da volere o non volere, soggiungete, le sue leggi saranno incatenate dai dommi: la sua attività infrenata dalla tradizione; il suo patriottismo sarà condannato dai la sua fede». L'opuscolo: Napoleone III e l'Italia, aggiungeva: «II diritto canonico è inflessibile come il domma». Ma quando mai la fede condannò il patriottismo? Vorrei intenderlo da un francese che si dice cattolico! Invece io mi vanto di poter provare che durante dieci secoli, i Papi furono i primi patriotti italiani, e senza di essi l'Italia da molto tempo sarebbe tedesca. Del resto non capisco veramente, se l'autore sa quel che dice, scrivendo che sotto quel governo i dommi sono leggi! Senza dubbio i dommi sono leggi per l'intelletto: ma le leggi sono diverse dai dommi, e quando rei dite l'inflessibilità dommatica del diritto canonico, ignorate affatto i primi elementi delle cose e l'idioma stesso che parlate, e Sarà necessario,ripigliate voi, a cagione dei dommi, che si rassegni all'immobilità». Vi dite cattolico; l'inflessibilità dei dommi adunque entra nel vostro Credo, come nel nostro; vi credete per questo condannato all'immobilità?In qual modo l'inflessibilità dei dommi nuoce tra noi al movimento di tutti i progressi materiali, all'agricoltura, al commercio, all'industria, all'illuminazione a gaz, al telegrafo elettrico, alle strade ferrate? L'Inghilterra entra innanzi a noi in tutte queste invenzioni: ma avremmo noi tollerato che gli Inglesi venissero a dirci: L'inflessibilità dei vostri dommi ritardò tra voi l'illuminazione a gaz e le strade ferrate? Fortunatamente altre nazioni cattoliche, eziandio in queste invenzioni, almeno furono contemporanee all'Inghilterra; sicché il vostra argomento veniva confutato prima di nascere. Ma i progressi materiali non son soli.
In qual modo l'inflessibilità del domma nuoce all'arte, alla scienza, alle lettere, a tutti i progressi morali ed intellettuali, e con qual coraggio osate dire: «Non potrà approfittare delle scoperte scientifiche, dei progressi dello spirito umano; non potrà, perché le sue leggi saran vincolale dai dorami? Crederà di sognare leggendo tai cose! Ma sono i dommi, sono i Papi vincolati dai dommi che conservarono tutte queste cose all'ingrata Italia, all'Europa dimentica dei più sacri vantaggi del papato! Eppure queste assurdità echeggiano in tutto il mondo! Affé che non mi sgingea dir queste cose la caparbietà spigolistra: Voltaire e Chateaubriand le dissero prima di me: «L'Europa deve alla Santa Sede il suo incivilimento, una parte delle sue leggi migliori, e quasi tutte le sue scienze ed arti». Voi pure avete detto la stessa cosa altra fiata, ma non vi peritate punto di dire si e no sullo stesso argomento.
Parlando di leggi, certamente il Decalogo è immutabile: non lo è forse eziandio per voi? Volete forse mutare i precetti del Decalogo? Tutte le leggi contrarie a questo codice divino non son forse nulle di pien diritto? Comunque soggiungete, la sua attività sarà infrenata dalla tradizione Di qual tradizione parlate? Dov'è la tradizione cattolica che infreni qualsiasi onesta attività? V'ha una tradizione assai antica nel Cristianesimo, è vero, la quale prescrive che nel commercio e nell'industria si debbano rispettare le leggi della giustizia: vien forse con ciò impedito il commercio e l'industria? Ma che pretendete dire con un'antitesi eguale a questa: «Il Pontefice è legato dai principii d'ordine divino cui non può rinunziare: il principe è sollecitato dai principii d'ordine Sociale che non può respingere?» Forse l'ordine sociale e l'ordine divino sono incompatibili? Che è adunque l'ordine sociale, come l'intendete voi? La società umana non ha nulla di diritto divino? Che è mai questa nuova incompatibilità che, dopo 18 secoli d'incivilimento cristiano, ci venite proclamando tra il Cristianesimo e l'ordine sociale? Rousseau è il vostro gran maestro, si capisce bene, in fatto di teorie sociali e religiose; ma Rousseau era pia franco di voi. Egli dichiarava nettamente, dopo di avere, è vero, dichiarato altra cosa, — ma che importano le contraddizioni in questi tristi secoli, in cui lo spossamento universale degli spiriti permette appena che le contraddizioni trovino un contraddittore! — Rousseau dichiarava nettamente un popolo cristiano incapace di progresso, anche per cagione de' suoi dogmi. È questo che voi volete dire allora quando opponete l'ordine divino all'ordine sociale, quando proclamate che il dogma impone l'immobilità?
Quanto a me vi dirò: vi. ha il progresso rivoluzionario della palla che gira sempre in ogni senso, e non si ferma giammai; e vi ha l'immobilità del termine che giammai non si muove: noi non vogliamo essere né una cosa, né l'altra. Ma v'è pure la gloriosa immobilità del sole fissato nel centro del mondo, che anima tutto, che tutto rischiara, e intorno al quale si compiono tutti i più splendidi movimenti, intorno al quale il mondo cammina, senza che la luce resti mai indietro, che che voi diciate: ecco l'immagine del Catabolismo.
Infine, che cosa volete dire parlando di quest'autorità che regna in nome di Dio? È un delitto, o una debolezza, o un'impotenza regnare in nome di Dio, per quem reges regnanti Bisognerà cancellare questa parola dai Libri Santi? E quando i re egli imperatori dichiarano di regnare per la grazia di Dio, direte voi che non è che una formo la, od una frase? No, no: bisogna levare pia in alto i proprii pensieri. — Però basta; ecco ciò che penso de' principii; ora veggiamo i mezzi.
L'iniquità dei mezzi pareggia l'assurdità dei principii, lo li espongo: Trovo da prima il gran mezzo rivoluzionario, il fatto compiuto.Quest'argomento io l'aveva preveduto, l'aveva predetto: aveva fatto conoscere nella mia Protesta la lentezza, il far nulla di coloro che lasciano fare, e l'ardore di coloro che precipitavano gli eventi, affine di invocare i falli compiuti. È ciò che oggidì fa l'opuscolo. Eppure noi sappiamo come si compierono questi fatti, quali mani vi lavorarono, quali agenti, quali emissari furono inviati nelle Romagne e da chi pagali: lord Normanby ed il signor Scarlett ce ne dissero qualche cosa; l'opuscolo deve saperlo. Ma davvero che l'autore oltrepassa ogni limite quando oppone all'autorità del Papa ciò che osa chiamare l'autorità del fatto compiuto. «La Romagna, dice, è separata di fatto da alcuni mesi in qua dall'autorità del Papa. Quindi questa separazione ha per sé l'autorità del fatto compiuto».
Noi conoscevamo la violenza del fatto compiuto, ma fino al dì d'oggi almeno non ne conoscevamo l'autorità. L'autorità, questa grande e santa cosa, che ò fondata sul diritto, su tutti i diritti, che è il diritto stesso, ecco che cosa ne fate. Ecco le violenze e le bassezze d'onde la fate sorgere; ecco ciò che le date a fondamento ed a base agli occhi di tutta l'Europa. Capisco che, dopo che il vostro spirito è disceso fino a questo punto, non si perita a petto della frase che viene dopo, e che voi osate indirizzare ad un Congresso europeo la domanda di consacrare siffatte enormità, dicendogli che il suo compito sarà facile, che non avrà che da registrare un fatto compiuto. Per tal modo in Europa pochi mesi bastano perché una ribellione sia un fatto che si cangia in diritto, e intorno a cui nulla havvi da ridire.
L'onnipotenza del Congresso è il vostro secondo mezzo. La sua onnipotenza a petto della debolezza del Santo Padre! Ebbene sia pure: Il Congresso ha tutti i poteri. Ma questo non volle mai significare che abbia tutti i diritti; altri può essere onnipotente e commettere iniquità che l'isteria marcherà d'infamia.
— Voi riconoscete che la ribellione della Romagna e una rivolta contro il diritto. Dunque il fatto compiuto era ingiusto. Ebbene un fatto ingiusto si può subite da chi è debole, com'è il Papa; ma chi ò onnipotente come il Congresso non può registrarlo senza disonorarsi. — Il Congresso non si disonorerà, e per me ho piena fiducia nei nobili animi, negli uomini illustri, che l'Europa vi invia. Ma per voi un'iniquità, la sanzione della rivoluzione, l'introduzione solenne del principio rivoluzionario nel diritto europeo, un insulto a tutti i sovrani, la consecrezione della forza, un codardo abbandono della debolezza, ecco l'opera che proponete al Congresso.
Bisogna vedere gli argomenti recati a difesa di questa soluzione. Si invoca l'istoria e la geografia, dicendo che il territorio della Chiesa non è indivisibile.
— E qual è dunque sulla terra il territorio indivisibile contro la forza, contro la ribellione sancita da un Congresso? — Indivisibile! Ma che cosa volete con ciò dire? Havvi una nazionalità, una sovranità, una proprietà qualsiasi, havvi un campo, fosse pure quello di Naboth, che sia indivisibile, di sua natura?
E non sapete che con ciò voi stabilite un principio tremendo, che supplico la Provvidenza di non lasciarlo cadere sopra di noi?
— E non è forse perché la Polonia non è indivisibile di sua natura, che fu divisa? Che la Francia e l'Europa ciò videro in quel sì vantato secolo XVIII, senza far motto, e che poscia i Congressi europei si richiamano invano, o non se ne richiamano più? L'Europa, voi dite ancora, «che ha sacrificato l'Italia nel 1815, ha il diritto dì salvarla nel 1860». Così salvar l'Italia è liberarla dall'autorità del Papa! — È l'Europa, soggiungete ancora, che nel 1845 diede al Papa gli Stati Pontificii e le Romagne, nel 4800 può ma decidere altrimenti. Conoscete voi on solo de' Sovrani spodestati prima del 1815, il quale volesse ammettere che è il Congresso di Vienna che gli diede i suoi Stati, e ohe il futuro Congresso può ritoglierli? Il Redi Sardegna, per esempio, di cui tutte le provincie erano di tenute, dipartimenti francesi, riconoscerebbe del futuro Congresso il diritto di restituirle alla Francia? L'Europa nel 1815 usciva da un lungo soqquadro, da rivoluzioni, da guerre, da conquiste: essa intendeva di restituire i diritti violati. Intorno a tutte queste cose, voi ci ascrivete intenzioni che non abbiamo, risponde qui l'autore dell'opuscolo» anzi noi vogliamo salvare l'autorità spirituale, tenendo conto di ciò che mangia il lupo, e sacrificando l'autorità temporale. «Restituire la Romagna al Papa sarebbe recare lesione grave alla potenza morale del Cattolicismo. Ripigliarne il posseggo sarebbe un disastro e non un trionfo». — Non mi fido di questo zelo. Mi ricordo troppo bene della politica d'altri tempi. «Il potere temporale è d'impaccio al Papa, diceva altresì Napoleone, lo impedisce di occuparsi della salute delle anime che si perdono». Si sa come venne allora provvisto. Codesto zelo male dissimula il vero scopo vero cui si cammina. Lo scopo è questo:
È difficile il fare maggiori sforai per mascherarlo, ma si svela, «Da prima noi vorremmo che il Congresso riconoscesse come un principio essenziale dell'ordine europeo la necessità del potere temporale del Papa. Per noi questo è il punto capitale. — Queste parole non ci fanno meraviglia. Prima di spogliare il Papa e di metterlo sotto interdetto bisogna, pare almeno, rendergli omaggio, baciargli i piedi e legargli le mani, come diceva Voltaire.
«Quanto alla possessione territoriale, la città di Roma ne riassume principii mente l'importanza: il rimanente (non solamente le Romagne, ma il rimanente) non è che secondario». Alla buon'ora! Finalmente ci siamo! Roma coi giardini del Vaticano; aspettavamo questa parola, si era già detta, e sapevamo! La sovranità temporale della S. Sede così ridotta, e tra breve, in quanto a territorio, ristretta alla città di Roma, ed al suo suburbium! Benissimo! Imperocché, dice ancora lepidamente l'autore dell'opuscolo: «A che servono perla grandezza del Sommo Pontefice le leghe quadrate! Ha forse bisogno dello spazio per essere amato e rispettato? Più il territorio sarà piccolo, più il Sovrano sarà grande». Posto lì adunque in modo sì degno il Papa, e, come dice ancora l'opuscolo, immobile sulla sua pietra sacra, bisognerà pure vegliare a sua difesa. A questo fine vi sarà una milizia italianapresa nell'elette dell'esercito federale, e che sarà incaricata di assicurare la tranquillità e l'inviolabilità della S. Sede. Poiché non può esservi esercito, bisogna bene, affinché sia libero, dargli delle guardie; ed affinché tutto vada in regola, bisogna: ancora che una libertà municipale, larga quant'è possibile, liberi il governo pontificio da tutti i particolari dell'amministrazione». Così il Papa regnerà; il Comune governerà. Sarà questo il compenso offerto a coloro che l'opuscolo chiama i diseredati della vita politica.
Infine, e per coronide del sistema, il Papato sarà salariato dall'Europa, come i curati dallo stato. Per tal modo esso avrebbe una rendita considerevole. Il Papa sarà trasformato nel primo e grande impiegato del culto europeo, a cui i potrà ad un bisogno, in dato giorno e in data congiuntura, negare il suo trimestre. Ebbene! Per me lo dico senza esitare, amerei meglio un tozzo di pan nero e le catacombe. — Noi non ve li daremo, forse ci verrà detto, perché ciò vi giova così bene. — In tal caso li prenderemo. Ma lasciamo da parte i miei sensi ed i miei pensieri. Ecco dunque a che cosa si riduce, allo stringere dei conti codesta sovranità, di cui l'autore dell'opuscolo disse pomposamente nelle prime pagine: «Dal punto di vista religioso egli è essenziale che il Papa sia sovrano; dal punto di vista politico è necessario che il Capo di duecento milioni di Cattolici non appartenga a nessuno, che non«sia sottomesso a nessuna Potenza, e che la mano augusta che governa le«anime, non essendo legata da dipendenza alcuna, possa levarsi al disopra di tutto le passioni umane. Se il Papa non fosse Sovrano indipendente, sarebbe francese, austriaco, spagnuolo, o italiano, ed il titolo di sua nazionalità gli toglierebbe il carattere del suo pontificato Universale. La Santa Sede non sarebbe più altro che l'appoggio di un trono a Parigi; a Vienna, a Madrid..... Importa all'Inghilterra, alla Russia, alla Prussia, come alla Francia, all'Austria che l'augusto rappresentante dell'unità del Cattolicismo non sia né costretto, né umiliato, né subordinato».
E dopo di avere parlalo così bene, perché egli non sia costretto,voi gli toglierete per violenza una parte de' suoi Stati. — Perché non sia umilialo, lo mettete nella posizione di un padre di famiglia, cui i figli fanno interdire come in capace, pagandogli però una pensione; ma senza tribunale che ve li costringa, se qualcuno di essi nega di pagare la sua parte. Infine perché non sia subordinato, dipendente, lo riducete a non essere padrone di nulla, ad essere, per vi vere, alla discrezione di tutti, dei suoi sudditi romani se si ribellano, del Municipio. Se il Papa gli viene in uggia, dell'esercito federale, il quale se la coscienza obbligherà un bel dì il Papa a contrariare la Federazione, al primo segnale di questa, lo metterà in Castel Sant'Angelo: dirò finalmente, nonostante tutto il rispetto per le grandi potenze cattoliche, alla discrezione della Francia. dell'Austria e della Spagna; imperocché niuno può starmi mallevadore né dell'impossibilità delle rivoluzioni, né dei malcontentamenti, e dei capricci facili a prevedere.
Umiliazione e dipendenza, avvilimento e schiavitù, ecco alla fin dei conti ciò che si vuole per guarentire all'augusto Capo del Cattolicismo la sicurezza e la grandezza. E l'autore di tutto questo è più una indipendente: «cattolico sincero. Egli indica d'altro lato i nuovi doveri delle alcune centinaia di migliaia di sudditi che liscia al Papa. Fa di Roma una città a parte, una specie di monastero, ove rilega il Papa, come altre volle si rilegavano in qualche convento i re imbecilli; e dei cittadini romani un popolo monaco.
«Un popolo sequestrato da tutti gli interessi e da tutte le passioni che agitano gli altri; popolo unicamente devoto alla gloria di Dio, e non avente altra parte per sé, che la contemplazione, le arti, il culto delle grandi reminiscenze eia preghiera, un popolo in riposo ed in raccoglimento in una specie d'oasi, ove le passioni egli interessi della politica non si accosteranno, e che non avrà che le soavi e calme immagini del mondo spirituale, ciascuno di que' uomini avendo sempre l'onore di dirsi cittadino romano. Civis romanus».
A meraviglia! voi celiale con garbo; ma se non ostante questa poesia, se non ostante la lepidezza delle vostre ironie, questo popolo volesse intendere in altro modo il titolo di cittadino romano, se si annoiasse della vostra oasi e di quelle soavi e calme immagini del mondo spirituale; se non gli talentasse di vivere in un monastero; se si stancasse d'essere per sempre, come voi dite ancora, «discreditato di quella nobile parte d'attività che in tutti i paesi è lo stimolarne del patriottismo e l'esercizio legittimo delle facoltà dello spirito e delle facoltà superiori dell'indole»; se insomma non volesse pili saperne del Papa, che cosa fareste? Voi lo costringereste, perché voi qui ammettete il costringimento. E questo popolo che cosa sarà così costretto in questa nuova ed odiosa esistenza che inventate per lui? Ma che v'importa? Voi non vivrete colà, voi: ma il Papa vi vivrà; egli è buono per una vita siffatta. Come il Papa è un padre, e la Chiesa una madre, sapranno vivere in mezzo dell'odio, degli oltraggi dei loro sudditi, ridotti per l'applicazione del vostro ridicolo ed abbominabile sistema ad essere parias in seno dell'Italia stessa, insomma gli ultimi degli uomini, compressi e frementi nella contemplazione e nella preghiera.
Eccovi adunque quel che volete fare. Perché noi diceste subito e senza perifrasi? Per buona fortuna che ciò avverrà; siamo certi che siffatto sistema non proverà nell'imminente grande Consiglio dell'Europa; sopratutto quando questo Consiglio si tiene a Parigi, e la Francia cattolica e vittoriosa è chiamata all'onore della presidenza. No! la Francia noi vorrà! Non vorrà, che sia detto che i Per pervenire a simile risultato essa incontrò i pericoli d'una grande guerra, guadagnò quattro grandi battaglie, perdette 50,000 uomini, spese 300 milioni, e fece crollare sui suoi cardini tutta l'Europa! Basta! il vostro scopo è conosciuto; è degno dell'enormità dei vostri principii, e dell'iniquità dei vostri mezzi. Distruggere d'un colpo solo il potere pontificale sarebbe stato un misfatto cui il mondo non è avvezzo; strappare il Papa da Roma non si può tentare una seconda volta; proclamarlo incapace di governare nelle sue provincie, sopprimendo il suo potere, e capace in Roma disonorandolo, sarebbe invenzione troppo gaglioffa per contendere del primato a chi inventò il modo di arrivare allo scopo medesimo a poco a poco, con passo di formica; ma infallibilmente I è la stessa politica dell'1809, con questa differenza che nel 1809 il Papa veniva strappato violentemente da Roma; l'opuscolo ora propone solo di soffocarvelo! Sarebbe una commedia, se non fosse atroce, e se i nostri avversari non fossero versipelli. Ci arrocchiamo a provar loro che il Papa deve essere libero, indipendente, sovrano, rispettato; rispondono: Sì! Ed aggiungono che essi proclamano la stessa cosa a voce cosi alla, e più alta della nostra; e per questo che fanno essi del Papa? Una specie d'idolo sordo, muto, incatenato, immobile nel centro dell'antica Roma, immobile sulla sua pietra sacra.
Avete trovato, signori, uno strano metodo d'interpretare il Tu es Petrus et super hanc petram.... Ma state all'erta! Fu detto eziandio che chi urterà contro questa pietra, sarà sfracellato: super quem ceciderit, contereturl Ci arrocchiamo a provare Roma, l'Italia, l'Europa non poter restar senza Papa, e ci rispondono: siamo con voi e custodiremo così bene il Papa a Roma, nel centro dell'Italia e dell'Europa, sicché non ci possa più sfuggire; lo abbraccieremo così strettamente, sicché nessuno possa dubitare della nostra tenerezza e della sua forza. Ma v'ha una piccola difficoltà, ed è che i disegni meglio concepiti contro Dio riescono male. Dio dall'alto de' cicli vigila sulla sua Chiesa, e con imprevisti consigli, con colpi di tuono, se Ga necessario, come dice Bossuet, la franca dai maggiori pericoli e si beffa dei sapienti della terra. Illumina, quando gli piace la sapienza umana, così meschina da se sola, e quando essa si allontana da lui, l'abbandona alle sue ignoranze, l'acceca, la precipita, la confonde, ed essa si avviluppa nelle sue sottigliezze, e le sue precauzioni divengono un laccio. Finisce il tempo della prova, e la Chiesa dura sempre. Ciò fu veduto e si vedrà di nuovo! Credete il Papa vinto, perché da tre mesi altri eccitò la ribellione nelle provincie di lui: ma i vostri pensieri son bassi e le vostre precauzioni, permettete che lo dica, villane! Non ci arrendiamo così subito; i Papi ne hanno vedute altre assai, ed essi durano sempre. Credete il Papa rovinato perché i rivoluzionar dopo aver fatto aumentare tutti i pubblici pesi, dichiarano le sue finanze in cattivo stato, e perciò voi gli offrite una pensione a titolo di alimenti! Ma no, non la riceverà dalle vostre mani: un giorno forse gli rinfacciereste il beneficio, o vel fareste pagar troppo caro. Una limosina! Ah! se il Padre dei fedeli ne avesse bisogno, la riceverebbe più nobilmente dalia mano dei poveri, che non da voi. Cinquecento Vescovi, che in tutto il mondo#innalzarono la loro voce, raccoglierebbero ancora, in caso di bisogno, l'antico denaro di S. Pietro, e il mondo somministrerebbe soldati, se fosse necessario.
Credete adunque che il sangue non iscorra più nelle nostre vene, che i nostri cuori non palpitino più nei nostri petti? State all'erta! Finirete coll'offenderci; non so se avevamo bisogno d'essere svegliati: ma voi fate quanto si può per tenerci gli occhi aperti! Comunque sia, aspettiamo e preghiamo, pieni di amarezza, vedendo i divisamenti degli uomini: ma pieni di fiducia, sapendo quanto può la Provvidenza. Questa mane, mio amico, giorno santo della Natività del Salvator del mondo in una statla, mentre io meditava queste tristi cose, udiva voci innocenti e piene di vita ripetere nella mia cattedrale: Gloria in exeelsis Dei ed io ripetea con gioia: così sarà cantato sempre sulla terra; ma a quelle parole: et in terra pax hominibus bonae voluntatis, io soggiungea con dolore: v'han uomini che non hanno la pace e non la danno, perché non sono uomini di buona volontà. Degnisi il cielo di concederla loro, ed insieme lor dia il co raggio di compire l'opera di Dio e 'l proprio destino. Basta, amico mio caro, di quest'opuscolo: ma terminando chiederò all'autore, se me lo permette, di farsi del tutto conoscere. Non si scrivono tali cose senza dire il suo nome; non si pon mano a tali opere senza levarsi la maschera: «necessario vederlo in volto, è necessario vedere lo sguardo dei suoi occhi, è necessario finalmente vedere l'uomo cui possiamo chiedere soddisfazione delle sue parole.
+ Felice, Vescovo d'Orleans.
(Pubblicato il 4 gennaio 1860)
L'Eccelso Ferini s'è desto, e vuole finalmente amministrare la giustizia nei suoi fariniani dominii!...........
Il 10 d'ottobre del 1859 il Constitutionnel pubblicava il seguente articoletto, che sarà utile ristampare nella sua lingua originale:
«Nous avons annoncé hier que le consul de France à Parme avait reçu a l'ordre de quitter son poste, si un châtiment exemplaire ne venait frapper e les assassins du colonel Anviti.
«La conscience publique, profondément indignée d'un tel assassinat, sanctionnera cette décision de la France qui, après avoir délivré l'Italie, se déclare solidaire de son honneur, entend qu'elle se respecte, et exige le châtiment d'un crime qui la souillerait s'il n’était vengé».
«A. GRANDGUILLOT».
Siamo ai 3 di gennaio del 1860. castigo esemplare non ha ancor colpiti gli assassini del colonnello Anviti. Il console francese a Parma, che sappiamo noi, non ba abbandonato sinora il suo posto. La coscienza pubblica altamente indegnata aspetta tuttavia una soddisfazione. La Francia solidaria dell'onore italiano s'è acquietata ben presto, e il Grandguillot del Constitutionnel pensa ora spogliare delicatamente il Papa,
Ma zitti, che l'Eccelso Farmi s'è desto, Egli ha fatto arrestare, o probabilmente farà appendere per la gola il P. Fellelti, inquisitore, accusato di aver fatto rapire il fanciullo Mortara!
Eccoci arrivati al novantatré pronunziato dalla Gazzetta del Popolo. Ammettiamo per un momento che il fanciullo Mortara sia stato rapito. Quel rapimento era un delitto quando il fatto si consumava? No, certamente: le leggi lo permettevano. E come voi osate dare alle leggi, e leggi penali, effetto retroattivo? E non è questo l'eccesso dell'ingiustizia e del dispotismo?
L'Eccelso Ferini ha pubblicato ne' suoi dominii molte leggi che ora proibìscono ciò che prima era permesso. Posta la retroattività di tali leggi, potrà far man bassa sopra d'ogni ordine di cittadini, e tagliar a pezzi tutti quanti i preti.
Nel Ducato di Modena, per esempio, sono ora dal Farini condannati i preti che uniscono i fedeli in matrimonio prima del compimento di certi atti civili. l'Eccelso colla stessa ragione, con cui fa arrestare il P. Felletti, domani può fare imprigionare tutti i pàrroci modenesi, che avanti la partenza del Duca celebrarono matrimonii. Con questa logica, con questa giustizia che salva gli assassini, che perseguita gli innocenti, dove riusciremo?
Ricordiamoci però la sentenza del Constitutionnel: La Francia dopo di aver liberato l'Italia SI DICHIARA SOLIDARIA del tuo onore.
Leggiamo in capo al Giornale di Roma del 30 di dicembre: n È uscito recentemente alla luce un opuscolo anonimo stampato a Parigi pej tipi Didot, ed intitolato: Le Pape et le Congrès.Quest'opuscolo è un vero omaggio reso alla rivoluzione, un'insidia tesa a que' deboli, i quali mancan di giusto criterio per ben conoscere il veleno che nasconde, ed un soggetto di dolore per tutti i buoni Cattolici. Gli argomenti, che si contengono nello scritto, sono una riproduzione di errori ed insulti già tante volte vomitati contro la Santa Sede, e tante volte confutati trionfantemente, qualunque sia del resto la pervicacia degli ostinati contraddittori della verità. Se per avventura lo scopo propostosi dall'autore dell'opuscolo tendesse ad intimidire Colui contro il quale ei minacciano tanti disastri, può l'autore stesso esser certo, che chi ha in fa» vor suo il diritto, ed intieramente si appoggia sulle basi solide e incrollabili della giustizia, e sopratutto è sostenuto dalla protezione del Re dei Re, non ha certamente di che temere dalle insidie degli uomini».
(Pubblicato l'8 gennaio 1860)
Ci viene trasmesso un memorandum che molti sudditi pontificii, interpreti dei sentimenti dell'immensa maggioranza delle popolazioni soggette allo scettro paterno del re Sacerdote, desiderano che venga pubblicato da tutti i giornali cattolici e conservatori. Per parte nostra ci prestiamo di buonissimo grado a sì nobile desiderio.
Gran fatto dobbiamo essere noi, a cui la Provvidenza assegnò la bella sorte di sottostare politicamente al Pontefice Romano, mentre vediamo tutte le penne d'Europa rivolte a parlare di noi, a centrarci, a calunniarci, ovvero a difenderci valorosamente.
Che vogliono da noi i mestatori di Francia? Che pretendono i furbi Inglesi? Che cosa abbiamo a far noi coi libertini inforestierali del Piemonte e con tutta la ribaldaglia del Continente, che tiene mano alle ipocrisie francesi, alle astuzie mercantesche dell'Inghilterra, e alle pazze ambizioni delle sètte dominanti in Piemonte?
Ci vogliono strappare al paterno scettro del Papa per incatenarci al carro della tirannia, cui danno nome di libertà. Lo sappiamo da un pezzo. Ma voi lasciate, popoli cattolici, che in nome di una moltitudine grandissima di nostri concittadini vi parliamo candidamente.
Noi stiamo bene sotto il governo dei Papi; siamo di quei rari popoli che non sono smunti dai balzelli, che godono vera protezione dei loro diritti, e che si sentono favoriti da un'autorità equa e soave in tutto ciò che è onesto e schiettamente utile al ben pubblico.
Che dobbiamo, o possiamo desiderare di più? Noi vediamo spesso gente straniera che viene nei nostri paesi trattavi dalla curiosità e da altri motivi. Conversiamo con essa, e al fine ci udiamo ripetere sempre, che noi siamo i popoli più felici dell'Europa.
Noi studiamo le istituzioni altrui; osserviamo che in Piemonte la libertà è problematica; in Francia bavagli, ammonizioni, e tributi; in Inghilterra pauperiamo; osserviamo che i governi, i quali si fanno promotori di una millantata libertà al d ifuori, in casa loro non ne vogliono tollerare che il nome; osserviamo che i vizi, i delitti, gli scandali, le atrocità più nefande si commettono con frequenza spaventevole in cotesti paesi; e dopo tutto ciò come possiamo noi augurarci di cadere sotto le ugne di uomini, o sotto la barbarie di sistemi, il cui scopo finale è di succhiare il sangue dei popoli e corromperne il cuore?
C'è altro sotto questo patrocinio non invocato che si arrogano a nostro vantaggio gli ipocriti e gli spergiuri, sostenuti dalle frodi della politica più infame che abbia mostrata la fronte sotto la cappa del cielo.
Sì, c'è altro: noi, sudditi del Vicario di Cristo, di cui ci gloriamo professare la fede, dobbiam servire di pretesto ai nemici tutti del Papato nella guerra che hanno volta contro la santa tiara, che è il baluardo della civiltà del mondo.
Ecco la vera cagione di tanti schiamazzi e di tanti piagnistei, che si fingono a nostro pro, da tutta la turba dei venduti a Belial in politica e in religione.
A costoro non ci cale di rispondere. I fulmini di Dio parleranno per noi.
Ma sappiamo pur troppo che una schiera innumerevole di persone semplici e di buona fede vive nell'inganno, e credendo che una parte almeno delle menzogne sparse dalla stampa settaria sia verità, si commuove ed è inclinata a compatirci. Per costoro scriviamo ed a costoro vogliamo dire la verità pretta e pura.
Le accuse principali che i giornali compri dalla rivoluzione e dall'eresia muovono contro di noi, sono: che noi non possiamo pili tollerare il governo dei preti, e che perciò tentiamo ogni via di sollevarci. Prima accusa.
Il governo dei preti essendo odiato, non può trovar forza da mantenersi, ed è costretto ricorrere agli eserciti forestieri. Seconda accusa.
Smentiamo queste due imputazioni: «anzitutto protestiamo altamente contro chi ci fa la vergogna di accagionarci del delitto di ribellione ostinata. È falso che noi popoli degli Stati Pontificii non possiamo tollerare il governo dei preti.
Inprima osserviamo che i preti hanno una parte numericamente infima nell'amministrazione. Poi notiamo che il Sommo Pontefice regnante (a dispetto di chi noi vorrebbe) felicemente sopra di noi suoi amorosi figliuoli piuttosto che sudditi, avendo introdotto l'elemento laico più largamente che alcun altro Papa nel governo, trovi contrasti fortissimi nelle nostre popolazioni, che a' laici non si volevano sottomettere. In Ferrara governava in qualità di Delegato il commendatore Folicaldi, uomo integerrimo, con moglie e figliuoli. Eppure tanti ricorsi si fecero in Roma dai Ferraresi per ottenere in sua vece un prelato, che il Santo Padre dovette condiscendere, richiamare l'egregio commendatore alla Consulta di Stato, e mandare in sua vece un Monsignore. Questo è fatto optorio.
Per quattro e più anni al ministero delle Finanze fu preposto un laico, il signor Galli. Eppure tanto si gridò per tutto lo stato, che il Santo Padre dovette dimetterlo e prendere in sua vece quel celebre monsignor Ferrari, il quale ha fatto stupire tutti i leali finanzieri d'Europa, per la sua desterità nel maneggio degli affari.
Roma sa i pian che si fecero contro il signor Farina, ministro della guerra, perché laico. Roma sa che se al laico sig. Giacobini, ministro dei lavori pubblici, fu perdonato dalle censure, ciò fu perché spendeva il suo ricco patrimonio privato a utile dello Stato. Ora discorriamo da franchi e sinceri cattolici. Può un governo imporre per forza i suoi uffiziali alle popolazioni? Sei nostri popoli preferiscono i preti ai laici nei posti maggiori del governo, che diritto hanno i principi forestieri e i gabinetti di costringere il nostro re, il Papa, a fare contro il genio delle sue popolazioni?
Né crediate, fratelli nostri, che noi anteponiamo i preti a' laici per falso pregiudizio.
Una sperienza di otto e più secoli ci ha mostrato quanto sia benefico l'influsso del nostro sacerdozio governante a nome del Vicario di Dio.
Abbiamo in vari intervalli assaggiato il reggime dei laici, e ci è sembrato una calamità a confronto del reggime prelatizio. Il Prelato presidente si contenta di poco: non ba moglie, non ha famiglia che lo distragga, non impegni secolareschi: «tutto nel suo uffizio: i poveri, i piccoli sono da lui bene accolti, come gli opulenti e j «ignori: spande le sue economie a vantaggio de bisognosi, e l'affamato trova sempre nella borsa del suo Governatore l'obolo della misericordia: l'orfano ha in lui un padre, i pupilli e le vedove un sostegno vigoroso. Può ciò dirsi di un laico? Vero à che vi sono laici ricchi di belle doti. Ma insomma la sperienza ha fatto toccare con mano ai nostri popoli, che le doti, le quali sono un'eccezione nei laici, sono comunemente nei preti nostri un abito volgare.
Guardate un poco come governino i laici nelle Romagne ribellate, dimandale alle città di Bologna, di Ferrara, di Ravenna e di Forlì chi li abbia trattati maglio, se i Delegati del Santo Padre o i Proconsoli di Farini. Le veglie e le fetta da ballo non provano che chi le da sia sollecito de' popoli ohe regge. Su la borsa altrui è facile dar feste sontuose: lo sanno i Modenesi che hanno veduto un medico oltraggiare la pubblica sventura con uno scialacquo di lussi e di ghiottornie da vincerne i sibariti: ma a spese di chi? di quel povero popolo che si moriva di fame.
I nostri prelati non danno feste da ballo, ma fanno limosine: non hanno servi numerosi, né vestiti di seta, ma coprono le nudità vergognose de' mendici. Fratelli cattolici, non vi lasciate illudere e sentenziate con la mano sul petto: abbiam ragione o no di preferire nel nostro stato i preti ai laici?
Ma, direte voi, perché dunque vi ribellate così spesso? Perché non appena sventolò su le Alpi il vessillo francese vi levaste contro il triregno? Perché non appena sgomberata Bologna da' Tedeschi, atterraste lo stemma di Pio IX? — Ahi perché? ci dimandate: ebbene ve lo diremo noi il perché.
1° Perché una potente influenza non italiana aveva assicurato un pugno di settarii suoi complici, che se riuscivano nell'impresa sarebbero essi i fortunati. Non cercate di pii»; spiegare più chiaramente la trama è cosa da tempi che non sono gli odierni. Credeteci, e scusate il nostro laconismo.
2° Perché chi tiene in pugno le fila di tutte le congiure della Penisola, spese tesori e adoprò malizie incredibili a sostenere quel pugno di ribelli che si alzarono contro il nostro legittimo Padre e Sovrano. Anche qui la prudenza ci mozza le parole.
3° Perché il governo Pontificio fu costretto dalle ingerenze estere a sopportare ne suoi Stati una setta ipocrita: «dovette far prevalere la clemenza sopra la giustizia che esigevano i suoi proprii diritti, e quelli de' suoi soggetti fedeli. L'ingerenza forestiera è sempre stata la cancrena di questi domini invisi all'inferno.
4° Perché la ritirata improvvisa degli Austriaci non lasciò agio e tempo alle truppe di Sua Santità di accorrere subito al riscatto delle città romagnuole, invase dalla rivoluzione. La provvida mente di Pio IX ricuperò subito l'Umbria e le due Marche con una mano scarsa di soldatesche. Ma quando queste giunsero ai confini di Romagna, trovarono le milizie di un altro Stato italiano già latrate nelle terre ribellate. Di più in Roma un ministro di una grande Potenza faceva considerare al Santo Padre che era meglio non procedere per allora con le armi.....
Perfìdie! Iddio le sa: Iddio le vendicherà.
Queste quattro ragioni non sono uniche, ma per brevità ci limitiamo: sappiate per altro che dovunque i soldati Pontificii si presentarono, furono accolti trionfalmente dalle città, che si dicevano avverse al Papa. I cittadini di Fano e di Sinigaglia uscirono dalle mura a ricevere gli Svizzeri con applausi e con fiori.
Ad Ancona il bravo ed onorassimo generale Allegrine con una passeggiata militare ripristinò il governo. In Fermo bastò la voce dell'avvicinarsi che facevano pochi soldati, per mettere in fugai capi della Giunta. Che se Perugia resisté, ciò fece perché il B dalla Toscana mandò armi ed armati a sostenere i faziosi. Ecco la verità schietta.
Chi adunque fece la sommossa negli Stati Pontificii? I popoli disgustati del governo dei preti, o i mestatori appoggiati dall'estero e favoriti da una circostanza straordinariamente propizia? Giudicate voi, cattolici di retto senso.
Ha veniamo alla seconda accusa che si connette sì strettamente con la prima.
Il governo dei preti non può trovar forze da mantenersi? È nella necessità di richiedere occupazioni forestiere?
Esaminiamo riposatamente le cose. Il Papa Gregorio XVI moriva, e lasciava eliostato un esercito di più di 20 mila uomini benissimo disciplinati: linea, cacciatori a piedi ed a cavallo, dragoni, artiglierìa, e la massima parte gente indigena. Noi li abbiam veduti questi soldati. Bastarono essi a comprimere alcuni moti che settarii audaci tentarono in Rimini e poi in Bologna t erano fedeli e degni di servire al Papa.
Succeduto Pio IX, e scorti i malaugurati giorni del 48, questo fiorente esercito fu tratto proditoriamente contro gli ordini di Sua Santità a combattere in Lombardia; ed a Vicenza fu quasi totalmente disperso e disciolto. Di chi fu U colpa? Di coloro che oggi accusano il Papa di non aver soldati. Essi gli discussero il suo bello esercito, ed essi ora lo vilipendono con sarcasmi.
Venne la repubblica di Mazzini che ci divorò milioni di scudi, non di franchi. Le Potenze cattoliche entrarono e, rimesso in trono il profugo Pontefice, restarono militarmente occupatrìci, la Francia di Roma, e l'Austria delle Romagne: il centro degli stati fu rilasciato alle nuove milizie, che il governo Pontificio ricostituì dopo lo sfacelo.
L'occhio sagace del S. Padre, osservando da una parte l'enorme deficit che gli lasciava in eredità la repubblica di Mazzini; e dall'altra il favore della Francia e dell'Austria che presiedevano i punti principali dei suoi Stati; vide un'occasione propizia di attendere intanto a risarcire l'erario, risparmiando le somme che un grosso esercito gli avrebbe dimandate. Paterna Provvidenza!
Perciò contentatosi di formare un buon nucleo d'esercito che era ultimamente di circa dodicimila uomini, e più della metà sudditi suoi volontari, badò a ristaurare il pubblico tesoro: «noi sappiamo che il bilancio del 1869 offeriva già un avanzo di 83 mila scudi.
Dentro l'anno 1859 i Francesi e gli Austriaci potevansi ritirare, e il Papa avrebbe subito ingrossato di nuove armi il suo piccolo, ma sufficiente esercito e provveduto decorosamente ai casi suoi. Scoppiò invece la guerra, e con lei la sua fedele alleata, la rivoluzione.
Abbiam veduto come il governo Pontificio bastò a se medesimo per comprimerla sino alle Romagne: ed abbiam veduto il perché non l'abbia compressa finora in quelle misere sue provincie. Ma, posto ciò, può dirsi vero che il Pontificio governo non basti a se stesso? Togliete dalle Romagne tutti i militi e tutte le armi forestiere, e v'entriamo sicurtà che in tre settimane le Romagne sono di Pio IX. Le città sorgeranno per aprire le porte al vessillo papale, e caccicranno con maledizioni i protervi che le tiranneggiano.
Notate poi circa la fedeltà delle truppe papali alcuni punti di gran rilievo. Prima della guerra e avanti la rivoluzione, emissari correvano le Romagne e Io Stato, cercando sedurre anche con la forza i militi Pontificii e arrotarli per la guerra dell'Indipendenza:promettevano promozioni, e pagavano 500 franchi. Che tentazione! Eppure quanti mancarono di fede? Sopra più di dodicimila, meno di sei centinaia. È fatto officiale.
Accaduta la rivolta, i soldati, pochi e sbandati, si ritirarono coi governatori espulsi, e rientrarono puntualmente nelle provincie rimaste ubbidienti. Rari sono i soldati già pontificii, che ora militano sotto lo stendardo della rivoluzione romagnuola.
Cessata la guerra e (per necessità diplomatica) lasciate le Romagne afforzarsi nella loro ribellione, una gran parte dell'esercito pontificio stanziò in Pesaro e nei dintorni per difesa della linea di frontiera. Da Rimini si spargevano emissari e scritti per sedurre queste truppe. Ora in cinque mesi sapete quanti disertarono? Non 35 uomini in tutto: «cifra quasi officiale.
Osserviamo che il corpo dei gendarmi in numero di circa 4000 ha dato prove di fedeltà stupenda. Sebbene assediati d'ogni maniera di allettamenti, tanto pochi fallirono, che in due mani potreste contare i traditori. In Bologna erano 500, ed il loro maggiore si disfece per trarli seco nella fellonia: neppur uno mancò. Tutti si ritirarono a Trieste, e tutti per Ancona rientrarono negli Stati.
Concludiamo: uno Stato che trova tanti fedeli volontari per servirlo, può dirsi insufficiente a se stesso? Una popolazione di più di due milioni, che, o si quieta alla presenza di un pugno di milizia, ovvero le accoglie in trionfo dopo una mossa eccitatale in casa dagli stranieri, può dirsi una popolazione nemica del suo governo? Ah se non fossimo attorniati dalla rivoluzione! Fratelli nostri cattolici: noi vi abbiam portalo falli storici: i nostri nemici non mettono fuori se non calunnie. Non vi lasciate sedurre da quella maschera che hanno in viso gli odiatori della nostra felicità e della indipendenza del Papato.
Noi intanto protestiamo contro le calunnie di che ci opprimono i fogli libertini o semiufficiali di certi governi, non delle nazioni.
Protestiamo al cospetto di tutta l'Europa e di tutto il mondo, che vogliamo il Papa per re: lui solo Monarca e arbitro dei nostri politici destini: lui solo legislatore e vindice dei nostri diritti: lui solo difesa e patrocinio nostro. Se le Potenze cattoliche ci vogliono protegger» lealmente contro la rivoluzione che ci minaccia, noi le riceveremo con gratitudine, e assoderemo i nostri sforzi ai loro per fare scudo al nostro Re Sacerdote contro i perfidi che lo assalgono.
Ma se volessero entrare per darci istituzioni, che presso loro o sono rigettate, o fanno pessima prova; restino pure, e Dio penserà a noi. Noi esecriamo le fellonie degli oppressori delle Romagne. Noi esecriamo le ipocrisie di una politica che cerca scagliarci nelle zanne della rivoluzione.
Il Papa e noi siamo una sola famiglia. Meglio perire per qualche tempo vittima dì una empia guerra fatta a Cristo nel suo Vicario, che non sopravvivere apparentemente prosperosi di una falsa civiltà, ma col marchio indelebile di traditori nella fronte. Il parricidioè la virtù delle sètte, la fedeltà è il vizio dei sudditi di Pio IX. Cattolici di tutto il mondo, giudicateci voi.
(Pubblicato il 40 gennaio 1860)
Il Giornale di Roma del 3 di gennaio ci reca il discorso detto al Papa nel ricevimento del primo dell'anno dal generale conte di Govon, comandante in capo la divisione francese nello Stato Pontificio, e la risposta data da Pio IX al Generale medesimo. Questi due discorsi vennero pronunziati in lingua francese, e la traduzione del Giornale di Roma poco si differenzia da quella trasmessaci dal nostro corrispondente, meno nella parte relativa al nolo opuscolo: Papa e il Congresso.
Rileviamo con piacere dal diario officiale degli Stati Pontificii, che Pio IX nella sua risposta ha fatto. cenno di quest'opuscolo, l'ha bellamente definito un monumento insigne d'ipocrisia ed un ignobile quadro di contraddizioni. Le quali parole giungono proprio a tempo per fare giustizia delle nuove ipocrisie del Constitutionnel e della Patrie di Parigi.
Questi due periodici andarono in collera, perché il Giornale di Roma in una nota, già riferita da noi, parlò con poco rispetto dell'anonimo opuscolo, e, alla maniera de' giansenisti, incominciavano già a stabilire una gran differenza tra i sentimenti del Papa e quelli manifestati dall'organo officiale del suo governo.
«È doloroso, scriveva il Constitutionnel, è doloroso, che si faccia adoperare ad un governo un linguaggio simile, sopratutto quando questo governo è quello della Chiesa. Cessi Iddio, che noi facciamo risalire fino al Sovrano Pontefice la risponsabilità di tali violenze tanto contrarie ai suoi sentimenti personali, quanto alla dignità del suo potere».
E continuava, lagnandosi principalmente della frase del Giornale di Roma, dove si ribattono gli oltraggi vomitati dall'autore del famigerato opuscolo contro la Santa Sede. Questa parola, giusta il Constitutionnel, «non ha nulla di officiale in nessuna lingua, farebbe arrossire la lingua divina dell'Evangelio».
Se messer Grandguillot conoscesse il linguaggio divino delle Sacre Scritture, saprebbe che il profeta Habacuc, parlando del traditore che da da bere all'amico e mette il fiele nel bicchiere (che è appunto ciò che fé' l'autore dell'opuscolo: Il Papa e il Congresso), dice che scenderà su di lui il vomito dell'ignominia, et vomitus ignominiae super gloriam tuam (Habacuc, cap. II, vers. 16) — Saprebbe che ne proverbi si paragona l'imprudente che ripete le sue stoltezze al cane che ritorna al vomito, qui revertitur ad vomitum (Prov., cap, 26, vers. 11). — Saprebbe che la stessa frase è adoperata da San Pietro nella sua seconda Epistola, dove parla di coloro che promettono la libertà, essendo essi i servi della corruzione (2a Petri, cap. M, vers. 22)..
Oh state a vedere questi signori come sono schifiltosi! Si pubblica un libro anonimo, che lo stesso autore si vergogna di sottoscrivere; un libro che propone nientemeno che la spogliazione del Papa, e il Constitutionnel vorrebbe che il Giornale di Roma lo rispettasse e non ne smascherasse le ipocrisie! E il vostro Imperatore ha forse rispettato il libro del signor Vacherot che attenta ai suoi diritti, o non ne ha piuttosto dinunzìato a' tribunali e fatto condannare l'autore? E voi non volete consentire nemmeno ai governo Pontificio di dire che nell'anonimo opuscolo: Papa e il Congresso, si vomitano oltraggi contro la Santa Sede?
Le osservazioni fitte dal Constitutionnel leggonsi contemporaneamente nella Patrie, imperocché questi due giornali godono eguale indipendenza. Anche la Patrie si lagna della frase les outrages vomis ((88)); anch'essa cerca di stabilire una gran differenza tra il Giornale di Roma e il Papa.
«Noi rispettiamo troppo il Santo Padre, dice la Patrie, per renderlo risponsabile di simili cose. Coloro che parlano così in suo nome, congiungendo la minaccia coll'ingiuria, falsificano e sfigurano i suoi nobili sentimenti. Se la dichiarazione del Giornale di Romaè officiale, essa non è certo cristiana, è sotto questo riguardo non potrebbe considerarsi come l'espressione del cuore di Pio IX.
Queste cicalate avevano per iscopo di dare a credere alla Francia cattolica, che altro fosse il Papa, altro il suo governo. Ma il Constitutionnele la Patrie sono messi colle spalle al muro dalla risposta data da Pio IX al generale Govon. Questa volta è il Papa stesso che ha parlato, e francamente ha detto che l'opuscolo: Papa e il Congresso è un monumento insigne d'ipocrisia ed un ignobile, quadro di contraddizioni. Quale scusa potranno ora addurre i due giornali indipendenti di Parigi.
Coloro che il tempo nostro chiameranno antico, peneranno a credere ciò che veggiamo avvenire. Oggidì il Papa si vuoi difendere spogliandolo, e coloro che propongono di spogliarlo, si lagnano d'essere oltraggiati dal Papa, l'accusano di non usare un linguaggio cristiano, e di congiungere l'ingiuria colla minaccia.
Sì è il Papa che minaccia! Minaccia di non voler consentire alla spogliazione della Chiesa! Che ve ne pare? A noi pare di assistere a ciò che diecinove secoli fa avveniva in Gerusalemme, quando Gesù Cristo davanti a Caifas dicea uria semplice parola in sua difesa, e uno scellerato misura vagli sulla guancia divina uno schiaffo sonoro, dicendogli: Cosi rispondi al Pontefice?
La Patrie e il Constitutionnel tentano pure dare al Papa uno schiaffo, ma non gli possono dire: così rispondi al romanziere, al comico, al ministro? Imperocché non si sa chi sia stato offeso dal Giornale di Roma, perché l'autore del famigerato opuscolo si nasconde, ha vergogna egli stesso delle sue ipocrisie, de' suoi disegni, e non gli basta l'animo di mostrare la faccia e rendere conto de' suoi errori.
Dopo la condanna solenne di quest'opuscolo, nella risposta data dal Papa Pio IX al generale Govon v'ha un altro punto di grande importanza, ed è quello che si riferisce alle opinioni dell'imperatore Napoleone 111 relativamente alla questione cattolica, apostolica, romana.
Pio IX è persuaso che Napoleone III solennemente riprova i falsi principii contenuti nel famigerato opuscolo, e la sua convinzione deriva da che possiede alcuni documenti che tempo addietro l'Imperatore ebbe la bontà di fargli aver et li quali sono una vera condanna degli accennati principii.
Ora si può egli supporre che un Imperatore de' Francesi, che si vanta d'essere leale, sincero, mantenitor di parola, altro dica ed altro faccia? La carità cristiana non permette neppur di pensarlo, e Pio IX noi pensa del cristianissimo Imperatore. Anzi trovando un'enorme contraddizione tra un opuscolo anonimo e i documenti autografi di S. M. Imperiale, il Papa conchiude che non solo diversa sia la penna che scrisse i documenti da quella che scarabocchiò l'opuscolo, ma che inoltre Napoleone III, fermo nelle sue convinzioni manifestate replicate volte in pubblico ed in privalo, in documenti che ha il Papa ed in altri che conosce e conserva l'Europa, disapprovi altamente principii op posti alla sua politica ed alla sua religione.
Ma qui levasi la Gazzetta di Torino e dice insolentemente nel suo numero dell'8 di gennaio: V'ha un documento dell'Imperatore più antico di quello che può avere il Papa, ed è la battaglia di Rimini, che il Principe Napoleone combatteva contro gl'insorti romagnoli». Non toccherebbe ad un giornaletto ministeriale venir fuori con queste memorie, le quali non sono molto grate, crediamo al nostro illustre alleato. Poiché tuttavia la Gazzetta di Torino ha commesso l'imprudenza, noi osserveremo, che quando un cotale or dice nero, or bianco, e muta convinzioni col mutare dei tempi, si ha da supporre che siano valide le sue proteste posteriori. Cosi il conte di Cavour che era clericale papalino nel 1848, ed ora invece è italianissimo, viene generalmente riconosciuto tale da' suoi amici ed avversarii. Lo stesso criterio si ha dunque da applicare all'Imperatore de' Francesi nelle sue fasi relative al governo Pontificio. Almeno cosi ha voluto giudicarlo il glorioso pontefice Pio IX, e tale giudizio, è un nuovo benefizio che il S. Padre ha compartito al Sire francese.
Ecco il discorso del generale Govon e la risposta del Papa, secondo il Giornale ufficiale di Roma.
Domenica primo giorno dell'anno S. E. il signor generale conte de Govon, aiutante di campo di S. M. l'Imperatore Napoleone III, comandante in capo la divisione francese nello Stato Pontificio, accompagnato dagli ufficiali della medesima, si portò al Valicano per rassegnare le sue felicitazioni al Santo Padre. Ricevuta TE. S. insieme a' suoi ufficiali nella sala del trono, ebbe l'alto onore di rivolgersi alla Santità Sua col seguente discorso: «Santissimo Padre
Veniamo un'altra volta, e sempre premurosamente, a' piedi del vostro duplice trono, di Pontefice e di Re, per recare alla Santità Vostra, in occasione del nuovo anno, la nuova assicurazione del nostro profondo rispetto e della nostra devozione.
«Durante l'anno che è trascorso, grandi avvenimenti sono succeduti. Qui, per ordine del nostro valoroso Imperatore, e come luminoso attestato del suo religioso rispetto per Vostra Santità, noi non abbiamo potuto prender parte ai campi dell'onore e della gloria. Noi non abbiamo dovuto, non abbiamo potuto consolarci, che ricordando ognora, come qui presso di voi, presso di Vostra Santità e per servirla, noi ci trovavamo sul campo d'onore del Cattolicismo.
«Tali sono, Santissimo Padre, i sentimenti de' miei buoni e bravi subordinati, dei quali io mi glorio di essere il felice interprete. Vogliate accoglierli con quella bontà costante, colla quale la Santità Vostra degnò sempre di onorarci».
Sua Santità degnossi rispondere con le seguenti parole:
«Se in ogni anno furono cari al nostro cuore i voti e i buoni augurii che voi, signor Generale, ci avete presentali a nome dei bravi uffizi ali dell'armata, che sì degnamente comandale, in questo anno ci sono grati doppiamente per avvenimenti eccezionali che si sono succeduti, e perché ci assicurate che la divisione francese, la quale si trova negli Stati Pontificii, vi si trova per la difesa dei diritti della Cattolicità. Che Iddio dunque. benedica voi, questa parte e' con essa tutta l'armata francese; benedica del pari tutte le classi di quella generosa nazione.
E qui prostrandoci ai piedi di quel Dio che fu, è, e sarà in eterno, Io preghiamo nella umiltà del nostro cuore a voler far discendere copiose le sue grazie e i suoi lumi sul Capo Augusto di quell'armata e di quella nazione, affinché colla scorta di questi lumi possa camminare sicuro nel suo difficile sentiero, e riconoscere ancora la falsità di certi principii che sono comparsi in questi stessi giorni in un opuscolo che può definirsi un monumento iusigne d'ipocrisia ed un ignobile quadro di contraddizioni. Speriamo che con l'aiuto di questi lumi: — no, diremo meglio, siamo persuasi che coll'aiuto di questi lumi egli condannerà i principii contenuti in quell'opuscolo; e tanto più ce ne convinciamo, in quanto che possediamo alcuni documenti, che tempo addietro ]a M. S. ebbe la bontà di farci avere, i quali sono una vera condanna dei nominati principii. Ed è con questa convinzione che imploriamo da Dio che sparga le sue benedizioni sopra l'Imperatore, sopra l'Augusta Compagna, sul principio Imperiale e su tutta la Francia».
(Pubblicato il 3 gennaio 1860).
Abbiamo sotto gli occhi un prezioso documento dal quale risulta quale sia la civiltà e il progresso della Gran Bretagna, e se il governo di quel paese possa erigersi a giudice del governo Papale, criticarne i supposti errori, e proporne l'abolizione.
L'Economistreca le tabelle statistiche in materia di delitti per l'anno 1858, d asserisce che sono le più complete e le più ufficialmente constatate, di cui il pubblico inglese sia mai stato fornito dal suo governo. Queste tabelle non appartengono che ai delitti commessi nel 1858 in Inghilterra e nel paese di Galles; debbonsi perciò escludere affatto la Scozia e l'Irlanda.
Questi risultati, dice la Perseveranza del 9 gennaio, sono sommariamente ridotti nel modo seguente:
Popolazione dell'Inghilterra e del paese di Galles |
17,927,609 |
Numero degli agenti di polizia |
20,26 |
Categoria I. Numero dei delinquenti, o in prigione o fuori conosciuti dalla polizia |
160,35 |
Categoria II. Numero delle case di cattiva fama da essi frequentate |
25,12 |
Categoria III. Numero dei delitti portati a cognizione della polizia |
57,87 |
Categoria IV. Totale delle persone venute in mano della giustizia |
434,49 |
I 160,346 delinquenti della prima categoria sono quindi divisi in due classi. la prima consiste di coloro che sebbene in libertà, sono conosciuti per persone criminose, e questa classe ammonta a 434,922 persone; la seconda constate dei delinquenti in prigione, e si eleva 25,424.
Della prima classe di 134,922 persone, si sono fatte alcune divisioni relative alla condizione, al sesso ed all'età: eccone il quadro autentico:
Su queste cifre sono da farsi parecchie osservazioni. Nessuno si dia a credere che trovinsi notati sulla citata statistica tutti i ladri dell'Inghilterra, essendovi soltanto quelli conosciuti dalla polizia; e d'ordinario questi sono i meno.
Di poi si avverta che le 434,492 persone, venute in mano della giustizia durante il 1858, non furono i soli colpevoli dell'Inghilterra, giacché un buon dato commette il delitto impunemente, e sfugge alle più diligenti ricerche, tanto più tra gli Inglesi dove è portato all'eccesso il rispetto alla libertà individuale.
Si noti ancora che le donne di mala vita non sono recate in questa statistica, se non per altri delitti che commettono, uccidendo o spogliando i mal capitati imperocché, il numero delle sgraziate, che nella sola Londra vivono di mal costume, oltrepassa le ottantamila, come risulta da una statistica del giornale The Lancet,30 maggio 1857.
Si noti inoltre la quantità di ladri e scellerati giovanissimi che sono in Inghilterra. Sotto i sedici anni si contano 6,381 ladri; sotto i sedici anni 1,647 donne perdute) sotto i sedici anni 5,424 persone sospetto; sotto i Sedici anni 5,424 vagabondi.
Si noti finalmente che in Inghilterra i delitti aumentano sempre di anno in anno. L'Alison scrisse che tale aumento è senza esempio in Europa (England as il is, cap. XIII). È Enrico Mavhew confessò: La nostra popolazione criminale aumenta come i funghi in una fetente atmosfera ((89)).
Ora noi domandiamo, se un governo che offre all'Europa statistiche di questo genere, ha diritto di giudicare il Papa e condannare il governo Pontificio?
L'autore dell'opuscolo: Papa e il Congresso, potrebbe applicare agli Inglesi le sue curiose teorie, le quali portano di restringere gli Stati del Papa, perché non tutto vi procede a meraviglia, essendo abitati e governati da nomini e non da angioli.
Considerando i ladri e i malandrini dell'Inghilterra, potrebbe l'anonimo francese chiedere che là regina Vittoria venga concentrata insieme con lord Palmerston nel principato di Galles, provando all'uno ed all'altro Che ciò sarà meglio per l'anglicanismo e per la civiltà!
Abbiamo altra volta parlato del divisamento delle varie serietà Biblico protestanti d'Inghilterra d'approfittare della rivoluzione italiana per dar opera alla diffusione del Vangelo. Il divisamento fu posto ad effetto specialmente nella Toscana, e molte scuole di protestantesimo si erano aperte nei mesi decorsi nella città di Firenze; ma 11 governo, dietro la nota rimostranza di quell'Arcivescovo, e di ragguardevoli personaggi fiorentini, aveva in qualche parte impedito quello scandalo. Non si sa pero, se mentre da mostra di far tacere questi predicatori dell'errore in un luogo, li li cenai ad esercitare il loro empio apostolato in un altro. Comunque sia, noi siamo certi, e lo annunziammo in uno dei numeri precedenti, che anche Pisa di questi giorni ha veduto sorgere entra le sue mura le scuole o chiese protestanti, i cui adepti vanno crescendo di numero ogni giorno. Quel Cardinale Arcivescovo non si è rimasto d'invocare la cooperatone più efficace del governo per allontanare dal suo gregge un tonta male; e pare che il governo si disponga a consolare quel zelante Pastore, e frenare insieme il disdegno troppo ragionevole del popolo pisano, che non vuole essere meno cattolico e pio de suoi gloriosi antenati. Noi riportiamo qui la memoria di Sua Em. za, anche per purgarla dall'accusa che taluno le ha messo di poca vigilanza ed attività in un fatto così importante. Vedremo se poi ci sarà dato far giustizia anche al governo, riportando i documenti che comprovino le sua premura nel mantenere inviolabile e pura la religione dei padri sodi.
Eccellenza
Non è molto, ohe io afflitto per quella pietra di inciampo e di spirituale rovina che si presentava ai fedeli di questa mia diocesi nelle teatrali rappresentante, e in quella peste di libri, fascicoli e stampe la di cui vendita e diffusione non trova impedimento di sorta, sia in mezzo alla città, che per i borghi e campagne, stimai del mio dovere alzare la voce, e muoverne lagnanza presso coloro cui spetta di vegliare con ogni argomento alla tutela di tutti i diritti del popolo. In tal guisa io mi sdebitai con Dio, al quale sono responsabile di questa porzione del mistico gregge; e allontanai da me e dalla mia coscienza quel verme crudele, che non m'avrebbe dato pace se io avessi taciuto.
Ho però ancora il dolore, che le mie parole sieno state come k voce di chi grida nel deserto; in quanto ohe nessun provvedimento si è preso a rimuovere quelle cause che realmente esistono di religioso, morale è civile pervertimento, le quali produrranno tosto o tardi i loro legittimi terribili effetti, dì cui non potranno certo rallegrarsi né governanti, né governati.
Non voglio però sembrare di aver perduto ogni fiducia in chi oggi regola le sorti della Toscana, e poiché nuovi disordini, nuovi scandali si verificano, nuove rimostranze io presento al governo, e sopra tutto all'Eccellenza vostra.
È qualche tempo che certo sig. A..... G calzolajo di professione, si è fatto lecito d'aprire una pubblica scuola in questa città, che ultimamente, variato luogo, si è stabilita nella parrocchia di San Nicola nella via che conduce da quella detta del Chiodo alle mura urbane. In questa hanno luogo frequenti adunanze, nelle quali si professano e si insegnano massime e principii diametralmente opposti alla purezzza di quella fede che a noi viene proposta dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana, la quale ne è per divina missione l'unica legittima, infallibile dispensatrice.
E tutto questo, Eccellenza, si compie non all'oscuro e in segreto, ma bensì apertamente, con isfacciataggine, con insulto. E prova ne sia l'adunanza che ivi stesso fu tenuta perfino la mattina del giorno solenne del Santo Natale, in quel tempo medesimo in cui ponti fica vasi da me la Messa solenne in questa mia Primaziale. Prova ne siano i prezzolati fautori della setta, che allettano e seducono gl'incauti, e corrono qua e là per raccorre gente e far seguaci, fermandosi sopratutto nella classe degli artisti, dei poveri e degli sfaccendati, nei quali son certi che le lusinghe, la menzogna, le calunnie, il solletico del danaro operano più efficacemente che in altri. Prova finalmente ne sia l'impudenza con cui taluni anche nei caffè si fanno a vendere a vii prezzo e forse anche donare eleganti esemplari di quelle Bibbie, la cui lettura è condannata sotto gravissime pene della Cattolica Chiesa; e ciò a viemmeglio disseminare l'errore, e compromettere gl'interessi più vitali e più sacri delle popolazioni.
Or tutto questo se da un lato costituisce una lesione ai precetti e alle savie disposizioni della Chiesa, non offende meno dall'altro la pietà del popolo pisano, il quale vede con rammarico l'insulto che si rivolge contro quella fede, che ai più tardi nepoti ei vuoi trasmettere, quale l'ebbe da' suoi antenati, pura e incontaminata, dopo che questi in essa e per essa divennero grandi.
E notate Eccellenza, che se da me e da voi s'ommette di fare quanto ne incombe per dovere del rispettivo ministero, onde prevenire, e se ciò non fia sempre possibile, reprimere almeno inconvenienti e scandali sì fatti, oltreché verremmo meno al debito nostro, porgeremmo ancora fondato motivo di credere che il bene e il male, la virtù ed il vizio, la verità e l'errore fosse per noi una sola e medesima cosa; il qual principio ammesso una volta, e ritenuto per buono in religione e in morale, nessuno saprebbe poi vedere, perché ricusar si dovesse in politica.
Sì Eccellenza, voi governate uno Stato, la cui religione è la Cattolica, Apostolica Romana. È quindi vostro debito di non fare, o permettere tra noi ub' azione qualunque, per cui venga ad esporsi al pericolo di apostatare dalla fede alcuno del popolo. Tanto io che voi dovremmo un dì essere avanti al tribunale del Giudice Eterno, ed ivi render conto io di tutti e singoli i fedeli della mia diocesi, voi di quelli su i quali presentemente dominate. Uno solo di questi che sventuratamente si perdesse, e si perdesse in forza di seduzione e d'inganni da noi non impediti, mentre impedire si poteauo, crediatelo Eccellenza, noi saremmo a mal partito.
Io rispetto l'autorità; ma non per questo mi credo in verun modo dispensato di tenere innanzi alla medesima, quando forti e gravi motivi mi danno impulso a parlare.
Consolate, di grazia o Eccellenza, un vecchio Vescovo, che a voi espone col cuore in mano e senza infingimenti le cause del suo dolore. E poiché non vi manca né talento per conoscere, né attività per operare, fate che efficaci e pronti provvedimenti sì prendano a torre di mezzo quei mali, che io vi ho ricordato. Il proselitismo come voi dite è proibito, è punito in Toscana? Ebbene! comprovate coi fatti le vostre parole.
Lointanto amo lusingarmi, che non avrò il dolore di vedermi fallire anche un'altra volta la speranza, che bo riposto nell'aiuto e nella cooperazione del potere civile; e che il governo vorrà darsi ogni cui a per tutelare quella religione, che (sono vostre parole) è la religione dei padri nostri.
Incaso diverso io mi vedrei costretto di farmi avanti con apostolica fermezza e illuminare le popolazioni di questa mia diocesi esaurendo tutti quei mezzi che il sacro ministero, di cui per divina missione son rivestito, mi somministra. Intanto mi è grato segnarmi con ossequio,
Di Vostra Eccellenza,
Pisa, 29 dicembre 1859.
Cosmo, Cord. Arcivescovo
Primate di Corsica e Sardegna.
(Pubblicato il 47 gennaio 1860)
Quando Pio IX nella sua memoranda risposta, data il primo dell'anno al generale Govon, chiamava il famigerato opuscolo il Papa e il Congresso: un monumento insigne d'ipocrisia ed un ignobile quadro di contraddizioni, l'augusto Pontefice non definiva soltanto poche pagine d'un libello, ma abbracciava tutta la scuola libertina dei nostri giorni, e ne rivelava le arti maligne ed i tristissimi inganni.
Promettere e poi fallire alla data parola, stabilire principj e poi rinnegarli, fingere libertà e proclamare tirannia, accennare da un lato e condurre dall'altro, dare un bacio e macchinare un tradimento, proporre la pace e perpetuare la guerra, riverire la Chiesa e spogliarla, onorare il Papa e metterlo sul lastrico, mentire alla storia, alla logica, al buon senso; ecco le armi di coloro che oggidì combattono contro il Cattolicismo. Ne daremo qualche prova.
E sia primo il Siecle di Parigi, giunto domenica passata, il quale afferma che Pio IX dee contentarti di essere Vescovo di Roma, come disse Leone. XIII ((90)). Dei quarantamila che leggono il Siede, trentanovemila novecento credono ohe un Papa Leone XIII eia contro Pio IX, ed abbia proprio detto de che il giornale di Parigi gli inette in bocca.
Or bene Leone XIII non è esistito mai, e l'ultimo Papa di nome Leone, fu Leone XIII!
Lo stesso Siècle sentenzia che la Francia, levando al Pepa il dominio temporale, si chiarisce figlia primogenita della Chiesa,perché fa alla propria Madre affine di salvarle la vita. Come se la Chiesa cattolica fesse giunta a quest'estremo da doversi mettere nelle mani del chirurgo, e il chirurgo dovesse essere Luigi Bonaparte aiutato dal Siècle!
La Patrie vieti fuori a dire ohe Monsignor Vescovo di Versailles avea scritto una Pastorale poco favorevole al Papa e al suo temporale dominio. Il Prelato si affretta a dichiarare nell'Univers, che non iscrisse Pastorale di sorta. Credete voi che la Patrie se no dia per intesa? Oh no davvero! la menzogna le serve, e non si cura di ristabilire la verità.
L'indegno procedere della Patrie è comune a tutti i giornali libertini, che aveano spacciato la stessa fanfaluca riguardo ai Vescovi di Ratisbona, di Cremona, di Troves, e poi smentiti solennemente, non si fecero coscienza di rettificare la falsa notizia.
Il Journal du Vosget che è imperialista, ha avuto il coraggio di scrivere: «In questo momento riceviamo una Pastorale del Vescovo di Versailles, che vorremmo poter sottoporre alle meditazioni di tutti i cattolici». E insinuava che la Pastorale fosse sottosopra una seconda edizione del libello: Papa e il Congresso. Eppure il Vescovo di Versailles dichiara di non avere scritto nulla!
L'Opini Piattonai imputa ai cattolici, come un debito che Villemain e Thiers abbiano preso le difese del Santo Padre, e dice che questo dinota la triste condizione in cui la parte cattolica s'est laissé accular dans la question Romaine?
Due giorni prima il Constitutionnel e la Patrie avevano rimproverato i cattolici di non avere per sé in Francia che gli ultramontani ed i legittimisti. Or bene, ecco qui Thiers e Villemain né legittimisi né ultramontani. Ma appunto per ciò, al dire dell'Opinion Nationale, sono un'ontapei cattolici.
Il Nord afferma in generale che parecchi Vescovi francesi hanno aderito al disegno di togliere le Romagne al Papa. Ma per non essere smentito si guarda bene dal nominarne un solo!
La già citata Patrie e gli altri giornali cercano insinuar che Pio IX un momento dopo di avere pronunciato la sua risposta al generale Goven, se ne stia pentito ed abbia extprimné des regrets. Solenne assurdità imperocché il Papa pronunziò il suo discorso il primo dell'anno, e non venne pubblicato dal giornale di Roma che il 3 di gennaio. Se Pio IX se ne fosse pentito, non l'avrebbe lasciato pubblicare.
Ma viene il Constitutionnel e dice: Le Pape n'est pas libre!Come? Il Papa non è libero quando parta egli stesso? Quando gli officiali della divisione francese lo sentono parlare? E chi gli può mettere le parole in bocca? Chi può sforzarlo a dire ciò che non ha nel cuore?
E se il Papa non è libero oggidì padrone di Roma e in casa sua, sarà libero quando diventi servo del Municipio ed abiti in casa altrui?
L'Ami de la religion bellamente osserva che l'arte a cui ricorre il Constitutionnel di rappresentare il Papa violentato da coloro che lo circondano, è un'arte vecchia, adoperata dai socialisti della Montagna nelle famose discussioni del 1849, e confutata nell'Assemblea francese dall'illustre Carlo di Montalembert.
Questa distinzione tra il Papa e coloro che lo circondano fu egualmente adoperata dai regicidi riguardo a Luigi XVI. Dì lui pure dicevano che il Re era buono, che i membri della sua famiglia, i suoi servi, i suoi amici erano pessimi; e poi dopo aver isolato da tutti il buon Luigi, finirono per consegnarlo al carnefice! ((91)).
Il Morning Post rigetta nelle Marche e nelle Romagne il suffragio universale € nel quale sarebbero forse assorbite le classi intelligenti e ricche del paese t.
E ciò riesce a confessare ohe il popolò delle Romagne e delle Marche ò pel Papa, e non gli fanno contro che due o tre medici e quattro avvocati.
Tutte queste menzogne e ipocrisie, chi ben le consideri, sono un omaggio al Papa e un trionfo pel Cattolicismo. Imperocché beh si vede quanto sia amato e riverito Pio IX dal momento che i suoi nemici per combatterlo e spogliarle «duo costretti a fingersene i protettori.
Si parla sempre dell'opinione pubblica che ora domina regina in Europa, e due giorni fa la Nazione di Firenze scriveva un lungo articolo su questo argomento. Ebbene le ipocrisie francesi provano che l'opinione pubblica sta pel Papa e per la Chiesa, giacché gli empii disperano di poter combattere di fronte il Cattolicismo e il potere temporale del Pontefice.
(Pubblicaloil 20 gennaio 1860)
Una corrispondenza di Russia, riferita da qualche coraggioso giornale francese, attribuisce allo Czar le seguenti parole: «Se i Re prendono partito pei rivoluzionari, fra dieci anni non vi saranno più teste coronate sul Continente europeo. A ciascuno il mestier suo: io debbo difendere la causa dei Principi».
Il nostro benemerito collaboratore, il nobile Luigi Cibrario, qualche anno fa dimostrò come la causa dei Principi fosse la causa del Papa. Nelle Memorie cronologici e genealogiche di storia nazionale (Stamp. Reale, marzo 1858) a pag. 409 il nostro cavaliere collaboratore ci mostra nell'anno 1798: «Roma occupala dai Francesi; Repubblica romana. Pio VI condotto prigione in Francia».
Di costa a questi avvenimenti il nobile Cibrario scrive: «Cacciati il Papa e il t Re di Napoli, era da cacciare il Re di Sardegna che intorno a sé non aveva «più che repubbliche. Ad ottenere questo fine molto vilmente perfidia l'ambasciator francese Ginguené, il dotto. Versi, prose, stampe beffano, vilipendono «re, nobili e preti, secondo l'uso costante dei demagoghi, e secondo le suggestioni di Francia, Francesi gridano perché il Re si difende e punisce i ribelli. «Il 3 luglio 1798 si fan consegnare la Cittadella di Torino. Il Re con immensa e debolezza cede. Gli ambasciadori esteri abbandonano la sede d'un re sotto tutela straniera. Si tenta ogni mezzo per farlo abdicare. Ricusa. Infine, dopo e altre infamie, gli si occupa lo Stato il 9 dicembre. Ed egli lascia, partendo, «le gioie e le altre cose preziose, e ricovera in Sardegna, dove dalla rada di e Cagliari protesta contro la cessione forzala dello stato (3 marzo 1799)».
Inqueste poche linee l'indefesso collaboratore dell'Armonia tracciò con mano maestra i tristi procedimenti della rivoluzione; ma non potendo egli pel gran da fare che l'occupa nella Basilica dei Ss. Maurizio e Lazzaro svolgere i solenni giudizi ei preziosi ammaestramenti contenuti nel citato periodo, ci pigliamo licenza di farlo noi commentando i fatti e le parole del nostro carissimo cavaliere, che ne' gravi momenti non ci nega mai il sussidio delle sue cognizioni storielle e politiche.
Cacciati il Papa e il Re di Napoli, era da cacciare il Re di Sardegna, che intorno a sé non avea più che repubbliche. Con questo esordio, degno di Tacito, l'eccellenza del cav. Cibrario ricorda due massime importanti, anzi tre. La 1a che Principi e Papa sono solidali, e che eguale suoi essere la sorte dell'altare e del trono. La 2a che i Monarchi sono tra loro fratelli, e l'espulso ripete a colui che regna ancora: Hodie mihi, cras tibi. La 3a che i Re debbono badare alle condizioni degli Stati circonvicini, perché la rivoluzione è contagiosa, e il fuoco non rispetta i termini del territorio, ma si estende, si allarga e cerca sempre nuovo pascolo alle sue fiamme divoratici.
A cacciare il re di Sardegna, soggiunge il cavaliere Cibrario, molto vilmente perfidia l'ambasciatore francese, e con queste parole il nostro collaboratore dichiara che gli agenti diplomatici, i quali si servono del loro uffizio contro i Principi, alla cui Corte vivono, commettono una perfidia ed una viltà. Un perfidia, perché mentiscono la loro missione, e violano quel diritto delle genti che li rende sacri: una viltà, perché si danno l'aria di amici, di benevoli consiglieri, e sono perfidi traditori. Noi crediamo che lord Normanby e lord Straffort di Redcliff siano pienamente dell'opinione del Cibrario; ma non sappiamo che cosa ne pensino il cavaliere Bon-Compagni e il conte della Minerva.
Versi, prose, stampe beffano, vilipendono re, nobili e preti secondo l'uso costante de demagogia, e secondo le suggestioni di Francia. Ed eccovi descritte dal cav. Cibrario le armi onde si serve la rivoluzione: beffeggiare re, nobili e preti. Ora è il tempo dei preti: ma signori nobili il vostro dì verrà, come v'avvisa il nobile nostro collaboratore. Non corre differenza tra rivoluzione e rivoluzione: i demagoghi hanno un uso costante:quello che hanno fatto i loro avi rifanno i nipoti; Robespierre è morto, ma lasciò dietro di sé la sua coda, come soleva dire egli stesso.
Le suggestioni di Francia nel 4798, a detta del cav. Cibrario provocavano la rivoluzione in Piemonte. Dunque abbiamo esempi di governi, che accendono rivoluzioni in casa altrui per trame profitto? Era la Francia che tra noi faceva scrivere versi e prose, e pubblicare stampe, spargendo poi che tutte queste pubblicazioni manifestavano l'opinione pubblica. Invece il popolo nostro volea il suo re, amava Carlo Emanuele IV, che non ostante era obbligato a prendere la via dell'esilio 1
Moltiplicansi le sommosse, continua il nostro cavaliere. Francesi gridano, perché il Re si difende e punisce i ribelli. Par egli credibile? Accusare il nostro Sovrano perché castigava i felloni, perché difendeva la sua Corona! Eppure noi abbiamo udito ripetersi pochi mesi fa queste grida contro il Papa, perché sera difeso a Perugia ed avea punito i ribelli. Oh, che tempi, caro il nostro collaboratore! Siamo nella rivoluzione in fino agli occhi, e molti sgraziatamente non veggono, e molti non vogliono vedere dove si va!
I Francesi si fan consegnare la Cittadella di Torino. Re con immensa debolezza cede. Il più gran delitto dei Re è la debolezza,perché non riesce a perdere soltanto la loro Corona, ma a rovinare i popoli che hanno diritto ad essere difesi. Carlo Emanuele doveva badare che chi cede una volta, dovrà cedere sempre; dovea prevedere che, dopo d'avere ceduto la Cittadella, dovrebbe cedere il Regno. Luigi Cibrario con imparzialità storica condanna questa debolezza, e indirettamente loda la forza e la costanza del grande Pio IX e del Re di Napoli, che non cedettero mai, e seppero resistere anche alle più formidabili potenze.
Si tenta ogni mezzo per far abdicare Re Carlo Emanuele IV, ma egli ricusa. Infine, dopo altre infamie, gli si occupa lo Stato. È un'infamia occupare gli Stati altrui, dice il cav. Cibrario. «un'infamia quantunque prima siensi moltiplicava le sommosse, È un'infamia, non ostante i versi, le prose e le stampe che manifestano la così detta pubblica opinione. È infamia qualunque sia il preteso per cui si faccia.
Messo il coltello alla gola del nostro Re, egli cede e rinuncia allo Stato, Ma dalla rada di Cagliari, il 3 di marzo 1799, protetta contro la cessione forzata. Questa cessione era simile a quella che poco prima Pio VI avea fatto delle Legazioni e delle Marche col trattato di Tolentino. Chi oserà dir valida questa cessione? Chi avrà la fronte di farne il fondamento d'una nota diplomatica?
Come ha visto il lettore nelle poche parole citate e commentate fin qui» il nostro collaboratore ha saputo racchiudere preziosi ammonimenti. Stampiamoceli beo bene nella memoria, e ricordiamoci! 4° che, cacciato il Papa, si cacciano i Re; 2° che i diplomatici favorevoli alla rivoluzione sono perfidi e molto vili 3° che coi versi le prose e le stampe si vilipendono re, nobili e preti; 4 che queste lordure non sono manifestazioni del popolo, ma un uso costante de demagoghi; 5 che i Re. hanno diritto e dovere di difendersi e punir i ribelli! 6° che coloro i quali gridano centro queste difese e castighi, hanno torto e sono fautori della rivoluzione; 7° che quando i Re cedono si rendono rei un'immensa debolezza; che una debolezza chiama l'altra, e l'abisso invoca l'abisso.
Se il cavaliere Cibrario in questi momenti non istampa né proteste, né opuscoli, non si attribuisca a timidità, o ad altra men degna cagione. Ciò che ha scritto tempo è, pare a lui che possa servire a manifestazione de' suoi nobili entimemi. Del reste egli si concentra nella dorata Basilica dei Ss. Maurizio Lazzaro, e prega l'uno che risani dalla lebbra rivoluzionaria il Piemonte e l'Italia; e l'altro che ispiri ne' nostri concittadini la fede dei Martin della Legione Tebea.
FINE DEL VOLUME PRIMO
DELLA 2a SERIE
(1) Atti uff. della Camera n° 256, pag. 961.
(2) Al Corpo legislativo, il 49 dicembre 1819.
(3) Lettere al Principe Eugenio. Thiers, Le consulat et l'empire.
(4) Atto d'abdicazione dell'41 d'aprile 1814.
(5) Lettera al Direttorio, 26 fruttidor, anno V.
(6) Lettera ad Augerau, del 2 vendémiaire, anno VI.
(7) Mémorial de St Héléne.
(8) Moniteur, 6 brumaire, anno XI.
(9) Moniteur, 24 dicembre
(10) Mémorial de StHélène.
(11) Ai suoi elettori, Massimo d'Azbglio, pag. 80.
(12) Thibrs, Le conmiai et Vempire.
(13) Mimoires de Napoleon.
(14) Mémorial de St. Hélène.
(15) Il Congresso non farà che seminare i denti del dragone. DeMaistre allude alla favola di Cadrao, che strozzò un dragone, e per consiglio di Minerva ne seminò ì denti, donde nacquero uomini armati che si batterono disperatamente fra loro con grandissima strage.
(16) Vedi la Presse del 19 di aprilo 1855.
(17) La Pace, di Mauro Macchi, Genova 1856, pag. 24.
(18) Impuissance de la guerre, Della Presse del 42 aprile 1855.
(19) Piemonte, n, 33, 7 febbraio 1855.
(20) Granier de Cassagnac, Histoire du Directoire, 1. 1, parte II.
(21) Le cifre chiuse fra parentesi infine del capoverso indicano il numero d'ordine della Raccolta delle leggi.
(22) Atti Ufficiali della Camera, n. 40, pag. 144, col. 2.
(23) Atti Ufficiali della Camera, a. 43, pag. 155, col. 1. a
(24) Atti Ufficiali della Camera, n. 108, pag. 421, col. 3. a
(25) Atti Ufficiali della Camera, n. 112, pag. 438, col. 1.
(26) Paulo Collet, Silhouette del conte di Cavour, pag. 31.
(27) Rinnovamento civile d'Italia, vol. 15, pag. 222.
(28) Gazzetta del Popolo, n. 130 del 14 novembre 1848.
(29) N° 219, 18 ottobre 1856.
(30) Rivista contemporanea, gennaio 1862, fascicolo XCVIII.
(31) Rivista contemporanea, pag. 12.
(32) Rivista contemporanea, pag. 13.
(33) La Gazzetta del Popolo allude alla seguente lettera che leggevasi nel suo n° 477 del 26 di luglio 1856 (Vedi Armonia n° 473, settembre 5).
«Amico,
«Susa, 23 luglio 1856.
«Un'idea mi è venuta per la testa, mio caro Govean; tocche prova due cose: «che ho una testa, e che ho delle idee! Dite un po': a quel modo che si è aperta una sottoscrizione per un ricordo alle nostre truppe in Crimea, non si potrebbe egli aprirne un'altra per sussidiare il governo nella santa opera di fortificare Alessandria? Come vedete, lo scopo è lo stesso, trattandosi anche qui, non tanto di spremere ingenti somme dalle tasche degli oblatori, quanto dì dimostrare a chi di ragione che l'idea del generale La Marmora ha un'eco nella nazione tutta quanta, e in altri siti. Trattasi, insomma, di far cicare l'Austria. Ora figuratevi quanto non cicherà essa, quando veda che non solo il Piemonte, ma l'Italia tutta, ma le lontane Americhe, ed ogni popolo incivilito, portino la loro pietra a questo sacrosanto edificio 1 Oh l provate, vi dico, che sarà un bel ridere».
«Tutto vostro N. Rosa».
(34) Introduzione allo studio della filosofia. Capolago 1846, cap. VI, art. 6°, pag. 89, 90, 92, 93.
(35) Introduzione, ecc, toc. cit., pag. 445, 447.
(36) Essendo noi fatti segno alle intolleranze libertine, dobbiamo il più delle volte parlare colle parole altrui, e così nei nostri articoli ci serviamo e ci serviremo spesso di citazioni, massime di quelle del Gioberti, che non ammettono replica, poiché gli venne elevato un monumento.
(37) L'eccelso Farini nel 1856 lodava la Duchessa reggente di Parma. In un suo scritto intitolato: La diplomazia e la quistione italiana, lettera di Luigi Carlo Farini: Torino, tipografia scolastica di Sebastiano Franco a figli, 1856, pag. 56, scriveva: «La Duchessa e gli nomini onesti che le stanno in fede, non volendo prosternarsi del tutto a’ piedi dell'Austria, tono vittime a compiangere anziché colpevoli ad ammonire.»
(38) La stessa Gazzetta del Popolo ne fa oggi le meraviglie: «Le Assemblee di Modena, di Parma e Piacenza, di Toscana, e di Bologna votarono all'unanimità la decadenza dei passati governi, all'unanimità la loro annessione al Piemonte. — Non mai, sia in un senso, che nell'altro, un SOLO voto discorde. Non vi ha argomento contrario che possa reggere a questa maravigliosa logica».
(39) Gesuita Moderno, Tom. III, pag. 459, 460.
(40) Vedi le opere: Le Voile levé, la Conspiration contre l'Eglise Catholique, le Journal hist. et litter., 4 giugno 1792, pag. 474.
(41) Diritto politico, parte I, cap. 8, § 6.
(42) Saggio teoret. à éiritt. nat., Napoli, 1856, pag. 643.
(43) Il Veggente in solitudine, giorno VIII, Italia 1846.
(44) I giornali di Parigi chela mattina del 2 dicembre ricevettero l'ordine di sospendere le loro pubblicazioni furono dodici, cioè l'Union, l'Assemblèe Nationale, l'Opinion Publique, le Messager, le Corsaire, l'Ordre, le Siede, le National, l'Avénement du Peuple, la République, la Révolution, le Charivari. Le stamperie e litografe furono guardate a vista da militari, e fu stabilito un ufficio di stampa nel ministero dell'interno coll'ordine di sopprimere ogni polemica ostile.
(45) Ecco il testo officiale dell'importantissima nota del Moniteur sulla legge della stampa:
Plusieurs journaux ont annoncé la prochaine publication d'un décret modifiant la législation de 1852 sur la presse.
«Cette nouvelle est complètement inexacte.
«La presse, en France, est libre de discuter tous les actes du gouvernement et d'éclairer ainsi l'opinion publique. Certains journaux, se faisant, à leur insu, les organes de partit hostiles, réclamant une plus grande liberté, qui n'aurait d'autre but-que de leur faciliter les attaques contre la constitution et les lois fondamentales de l'ordre social. Le gouvernement de l’Empereur ne se départira pas d'un systéme qui laissant un champ assez vaste à l’esprit de discussion, de controverse et d’analyse, prévient les effets désastreux du mensonge, de la calomnie et de l'erreur».
(46) Al Popolo toscano, Ricordi dell'avv. F. D. Guerrazzi. Torino 1859, pag. 121
(47)Intorno a questo fior di virtù si può rivedere il nostro numero 747.
(48)Se il signor principe Piero si fosse contentato. di passeggiare, di andare alla caccia potevano forse trovarsene malcontente le lodole e le cornacchie, ma pochi crederanno che il semplice passeggio, di Sua Eccellenza potesse mettere di malumore il governo di Roma.
(49)Il governo del Papa è un governo di pace, e perciò suoi soldati non sono accostumati a grandi battaglie; i malfattori però ed i birichini si attaccano e si arrestano tuttodì francamente, anche nello Stato del Papa.
(50)Questo bravo e sventurato officiale provò con la propria funesta esperienza che i modi amichevoli e cortesi non sono fatti per i birbanti.
(51)Ognuno è obbligato a credere sulle semplici parole di Sua Eccellenza che il Governo pontificio spedisse un officiale e trenta soldati con ordine di ammazzarlo a tradimento a forza di schioppettate, e ciò non per altro motivo se non perché gli dispiaceva che andasse a caccia.
(52)Anche Pulcinella, se lo avessero lasciato fare, avrebbe ammazzati un dopo l'altro, tutti quanti gli sbirri colla sua mazzuola.
(53)La sua riverita stirpe sa quali sono i suoi meriti, complessivi verso la Corte di Roma; ma Roma anche per questa pericolosa stirpe è stata ed è la città del ricovero e della pazienza.
(54)Il Cardinale Pesch non fu capace di questa stravaganza, ma si raccomandò e venne esaudito, in prova dell'odio che cova la Corte di Roma contro la stirpe di Sua Eccellenza:
(55)Difatti l'onore dei malfattori e degli scapestrati, non si può difendere che con la sfacciataggine e la calunnia.
(56) Sono stampati nella dispensa del 15 agosto 1859 dell'ottima Collezione dei buon libri a favore della Religione cattolica. 12
(57) Pepolini chiamavano a Bologna nel 1859 i seguaci della rivoluzione promossa principalmente dal marchese Napoleone Popoli.
(58) Mancano le parrucche, ma sono già ordinata a Parigi.
(59) Nella Gazzetta del Popola del 16 novembre, N° 303, leggesi un articolo del deputato Borella, in cui, alludendo all'ultima nomina del Bon-Compagni, l'onorevole dice ai ministri: «Permettenti, o ministri, che dopo quest'ultimo atto di abnegazione nazionale, io non vi consideri più che come applicati al ministero di Francia o prefetti d'un suo Dipartimento. Sarebbe ben poco male se questa opinione, che io ho di voi, restasse in me solo, ma pur troppo questa opinione l'avranno pure i popoli dell'Italia centrale, e d'ora innanzi, prima di fare qualche atto di adesione o di unione al Piemonte, manderanno in Francia a domandare il permesso dei vostri e dei toro superiori»
(60) Filippo De Boni, Congiura di Roma, pag. 22.
(61) Lettera del principe di Metternich all'ambasciatore inglese a Vienna nel 4822,citata dal De Boni, pag. 22.
(62) De Boni, pag. 38 e 39, dove cita il Ventura.
(63) De Boni, pag. 43.
(64) De Boni, pag. 400.
(65) De Boni, pag. 444.
(66) De Boni, pag. 145.
(67) De Boni, pag. 462.
(68)De Boni, pag. 490.
(69) De Boni, pag. 493.
(70) De Boni, pag. 494.
(71) De Boni, pag. 494.
(72) De Boni, pag. 195.
(73) Per l'intelligenza dì questa risposta che il nostro corrispondente ci scrive, che nel 1849 il barone Bellino Ricasoli presentavasi al P. Luigi, Gesuita, con ogni dimostrazione di fiducia e di stima, e gli chiedeva ed otteneva che un suo nipote impalmaste Tunica figlia del barone Bellino.
(74) Di un nuovo diritto europeo, Torino, 1859 pag. 382, in nota.
(75) Napoléon III, le generai Rvbinskv, ecc., Bruxelles, 1855, 30.
(76) Tornata del 5 luglio 1855.
(77) Monitore Toscano del 17 dicembre.
(78) La politica napoleonica e quella del governo toscano, per Eugenio Alberi (6 dicembre 1859).
(79) Monitore Toscano del 16 novembre.
(80) Ivi Lettera del Principe di Carignano al commendatore Bon-Compagni.
(81) Monitore Toscano del 26 novembre.
(82) Circolare Dabormida.
(83) Monitore Toscano del 5 dicembre. E qui domando: faremo noi per avventura la guerra anche al Re di Sardegna s'egli dovesse un giorno dichiarare di non poterci accogliere suoi sudditi? (Nota del signor Alberti).
(84) Artaud, Storia di Pio VII; vol. I pag. 52.
(85) Histoire du Congrès de Vienne tom. II, pag. 848:
(86) Della sovranità e del governo temporale dei Papi; pag. 191.
(87) Histoire du Congrès de Vienne; loc. cit.
(88) Benché sappiamo che la schifiltà di questa gente è pura ipocrisia, giacché non hanno schifo di pubblicare il processo Lemoine e gli altri della stessa risma, tuttavia vogliamo far notare che in italiano, come in latino, il vocabolo vomitar non ha nulla di sconveniente anche nelle civili brigate, usato nel senso metaforico. Cosi Virgilio disse: Ingentem foribus domus alta superbis....... Salutantum totisvomit aedibus undam. E le uscite dei teatri e degli anfiteatri chiamavansi dagli antichi vomitorii. Ovidio scrisse che Cariddi vomita flutti, e diciamo tuttodì: un vulcano vomita fiamme, Ed appunto vomitare ingiurie, vomitare insolenza è maniera comunissima, come nota il Tommaseo ne' suoi sinonimi. Quindi questi scrappuntini non possono neppur aver la puerile soddisfazione d'aver scoperto un neo nel linguaggio del Giornale ufficiale di Roma.
(89) «Our felon population increases among us as fast as fungi in a rank and fétid atmosphere» The Grèat World óf London, London, 1857, par. II, pag. 96,
(90) «Aujourd'hui nous crovons que la Papautà devrait se contenter de son i et incontestable pouvoir spirituelle, d’être Évêque de Rome, comme le disait Lèon XIII. (Siècle 14 janvier 1860)
(91) Ecco le parole dette nel 1849 da Carlo di Montalembert contro i Montagnardi eh? separavano Pio IX da' suoi ministri:
«Cette distinction, Messieurs, est une bien vieille rubrique; elle est d'ancienne date. Savez vous pour qui a étà inventée celle distinction entre le chef de l'État et son entourage? Je vais vous le dire, C'est pour l'infortuné roi Louis XVI. Oui quand Louis XVI a commencé sa carrière de réformateur comme Pie IX, il a étà entouré des applaudissements de tous, par l'enthousiasme hvpocrite d'un gran nombre.
Un membre a gauche. «Il a trahi la Franco» (Marques de réprobation a droite).
M. de Montalembert. «On s’est mis à le séparer de son entourage, à le distinguer se sa famille, de ses serviteurs et amis, et on a dit: le Roi est bon; il a de bonnes intentions; mais ce qui est détestable, c'est ce qui l'entoure, ce qui dirige, ce qui inspire «on action et sa pensée. Et après qu'on a eu séparé, emprisonné et immolé ses serviteurs, ses amis, on Pa pris, lui, seul, dépouillé, isole de tous, et on Va jetà au bourreau sous le nom de Louis Capet» Vive adhésion à frotte — Sensation prolongée).
Un membre à gauche e On a eu raison (Protestation vives et nombreuses a droite).
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Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura! Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin) |
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