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GIACOMO MARGOTTI

GIACINTO DE SIVO

PAOLO MENCACCI


MEMORIE PER LA STORIA DE' NOSTRI TEMPI

DAL CONGRESSO DI PARIGI NEL 1856 AI PRIMI GIORNI DEL 1863

PRIMA SERIE

VOLUME SECONDO

TORINO

STAMPERIA DELL'ORIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE

Via Carlo Alberto, casa Pomba, n° 33.

1863


1863 - Memorie per la storia de' nostri tempi di G. Margotti - I Serie - Vol. Primo

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1863 - Memorie per la storia de' nostri tempi;di G. Margotti - I Serie - Vol. Secondo

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1864 - Memorie per la storia de' nostri tempi di G. Margotti - II Serie - Vol. Primo

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1864 - Memorie per la storia de' nostri tempi di G. Margotti - II Serie - Vol. Secondo

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1865 - Memorie per la storia de' nostri tempi di G. Margotti - III Serie - Vol. Primo

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1865 - Memorie per la storia de' nostri tempi di G. Margotti - III Serie - Vol. Secondo

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Il Piemonte e l’Austria nel 1857

Disputa nel 1857 sul colore della bandiera Piemontese

Le statistiche criminali in Piemonte

Ferdinando II l’intrepido re delle due Sicilie

I giudei ed i deputati

Le strade ferrate Romane

Protestantesimo e rivoluzione

Il Piemonte e gli altri stati Italiani nel 1857

Pio IX e il vangelo

Il russo potente alleato del Piemonte

Gli arazzi dell’Armonia

Ragguagli sull'attentato contro Napoleone III

Una lettera di Felice Orsini al conte di Cavour

L'imperatore dei francesi e gli Italianissimi

Accuse di Giuseppe Mazzini contro Cavour

Il ministero in cerca del tesoro dei gesuiti

Il conte di Cavour, Pallavicino e la Rivoluzione

La legge contro i conventi e la cassa ecclesiastica

Le tirannie del re di Napoli che osava abolire le imposte

Il conte di Cavour a Ginevra

Un documento inedito sui liberi muratori

Lord Palmerston e la Venezia

Viaggi d una moneta d’oro

Le trentasei ore di Plombieres

La gita del conte di Cavour a Plombières giornali esteri

Gog e Magog in Piemonte

La Russia Villafranca e Camillo Cavour

Il Leviathan Piemontese

La giovine Italia e la società nazionale Italiana

Lettera di Giuseppe Mazzini al conte di Cavour

Giuseppe Massari corriere della Giovine Italia

Il testamento di Carlo Pisacane

I secoli delle rivoluzioni sono i secoli dei ladri

Miss White fa l’Italia in Inghilterra

La secolarizzazione del governo pontificio

Le finanze dello stato pontificio

La cassa ecclesiastica e i suoi bilanci

Gli assalti contro Roma

La farina della cassa ecclesiastica se ne va tutta in crusca

Il ministero non sa scrivere le leggi

Un curioso processo in Isvizzera dove si parlò di Cavour

Preti innocenti ingiustamente imprigionati

Discorso dell'imperatore Napoleone III

La forza brutale del numero

Le scuole normali e i maestri e le maestre presenti

La gazzetta Piemontese e la sommossa di Genova

Brogli elettorali e dispotismo parlamentare nel 1858

L’anno 1858 ossia le confessioni d’un moribondo


IL PIEMONTE E L’AUSTRIA NEL 1857

Affinché feièno meglio compresi gli articoli che verremo ristampando in questo settimo quaderno delle Memorie per la storia de' nostri tempi,piglieremo le mosse dal riprodurre le due seguenti note diplomatiche.

NOTA DEL CONTE DI BUOL

Ministro degli affari esteri d'Austria al conte Paar, incaricato d'affari d'Austria a Torino.

Milano, 10febbraio 1857.

Signor Conte,

Il soggiorno che voi avete fatto qui, vi offerse l’occasione di Veder da Vicino le testimonianze di rispetto con Cui l’Imperatore, nostro augusto padrone fu accolto a Milano, e la soddisfazione che la presenza delle LL. MM. IL Sparse in tutte le classi della popolazione.

I moltiplici atti di grazia emanati dall’Imperatore furono ricevuti con sentimento di sincera riconoscenza che più volte si manifestò con calorose dimostrazioni.

Se S. Maestà nella sua clemenza si degnò di gettare Un velo sul passato, il contegno de' suoi sudditi lombardi ci autorizza la speranza che l’avvenire noningannerà la sua generosa confidenza. Non vi ha dubbio che chiunque abbia osservato senza prevenzioni ciò che avvenne a Milano nelle ultime settimane, dividerà queste impressioni. La confidenza si consolida ovunque, e se vi sono ancora degli uomini che esitano ad abbandonarvisi senza riserva, i loro dubbi hanno la loro origine meno nelle condizioni interne del paese che in ìin'azione costantemente provocatrice dall'estero.

Io non vi dissimulerò, signor Conte, che i sentimenti dell’Imperatore furono sopratutto feriti dall’attitudine del governo piemontese.

Infatti la stampa piemontese, fedele al suo abietto costume ed al suo odiò sistematico contro l’Austria, si prese l’impegno di esporrei recenti avvenimenti di Milano sotto un aspetto del tutto opposto alla verità dei fatti. La dominazione dell’Austria nel regno lombardo-veneto, presentata come sprovviste di ogni titolo legittimo, e come l’unica sorgente di tutti i mali della Penisola, la calunnia e le ingiurie versate su tutti gli atti del governo imperiale, sull'augusta persona dell’Imperatore, come su quelli che a lui sono devoti, l’insurrezione, e persino il regicidio preconizzati come mezzi di liberar l’Italia di ciò che si ha la compiacenza di chiamare giogo straniero: ecco altrettanti argomenti che i giornali piemontesi non cessano di trattare su tutti i toni, e che hanno sfruttato in questi ultimi tempi con raddoppiamento di fiele e di virulenza. Veramente la mia penna rifiutasi a ridire tutte le turpitudini, di cui formicolano questi giornali; basta aprirli a caso per trovarvene in abbondanza delle prove formali.

In presenza di questi attacchi mossi con una. violenza inaudita contro una Potenza limitrofa ed amica, il governo sardo, imponendosi l’attitudine più compiutamente passiva, si è per lo meno esposto al sospetto di non volersi scoraggiare. E non è tutto. Gl’inviti indirizzati agli estranei nello scopo di farli concorrere alle sottoscrizioni aperte clamorosamente per rinforzare il sistema difensivo del Piemonte, che nessuna Potenza pensa di minacciare; il ricevimento ufficiale delle pretese deputazioni delle nostre provincie italiane, che venivano ad esprimere la loro ammirazione per una politica, che il loro proprio governo disapprova; finalmente l’accettazione d’un monumento, che diceasi offerto dai sudditi dell'Imperatore in commemorazione dei fatti d’armi dell’esercito sardo, sono queste altrettante dimostrazioni offensive, che per essere calcolate sulla troppo facile credulità del pubblico, non lasciano però d’offrire un lato molto grave.

Come infatti spiegarsi che un governo, il quale avesse a cuore di mantenere con noi dei rapporti di amicizia e di buon vicinato, non abbia trovato della sua propria dignità di impedire delle dimostrazioni che dalle circostanze particolari onde sono accompagnate, acquistano una significazione così palpabile e così direttamente ostile verso una Potenza amica? È egli forse permettendo che le memorie della guerra e delle passioni rivoluzionarie da essa accese sieno senza posa pubblicamente evocate e perpetuate, che il governo sardo spera di adempiere le stipulazioni del trattato di pace di cui la prima stabilisce che vi avrà per l’avvenire e per sempre pace, amicizia e buona intelligenza fra i due Sovrani, i due Stati ed i loro sudditi rispettivi? Ci si obbiettasse anche che la legislazione del paese è impotente ad impedire degli atti di tal natura, che noi non potremmo assolvere perciò il gabinetto di Torino del rimprovero di aver avuto l’apparenza di associarsi colla sua tolleranza alle speranze di un partito la cui ultima parola è l’abolizione dei trattati che fissarono la circoscrizione territoriale esistente attualmente in Italia.

Il governo sardo ci ha, è vero, pili d’una volta in confidenza fatto pervenire l’espressione del suo dispiacere e del suo biasimo "sulle escandescenze della stampa. Di più, scusandosi sull’impossibilità di poter esso medesimo prendere l’iniziativa del processo, esso ci rinviò frequentemente ai tribunali incaricati di far giustizia degli insulti della cattiva stampa. Ma il voler domandare il procedimento giudiziario di ogni articolo che meritasse castigo, non sarebbe egli forse un condannarci a far diuturnamente il mestiere del pubblico accusatore? Questo ufficio, noi lo confessiamo, ci sembra poco degno del nostro governo. Astrazion fatta da questa considerazione, gli attacchi della stampa rivoluzionaria del Piemonte non hanno solamente per punta di mira gli atti del governo imperiale; essi portano offesa allo stesso principio monarchico; essi vanno a crollare fino i fondamenti dell’ordine sociale intero. D’altra parte non sarebbe il gabinetto stesso di Torino chiamato in prima linea ad accorrere alla difesa di interessi tanto gravi, ed a rimediare ad un male che minaccia altrettanto la sicurezza ed il riposo del suo proprio paese, quanto quello degli altri Stati, verso cui ha dei doveri internazionali da adempiere?

Checché ne sia, signor Conte, (‘Imperatore deve alla sua propria dignità di non lasciar ignorare al governo sardo il risentimento che a lui cagionò il complesso di questi procedimenti. Spetterà al signor conte Cavour lo indicarvi quali mezzi esso giudichi impiegare per cancellare queste penose impressioni, e quali sono le guarentigie ch’esso può offerirci contro la prolungazione indefinita di uno stato di cose così diametralmente opposte al desiderio, da cui noi siamo animati di mantenere col Piemonte delle relazioni tali quali le esige l’interesse ben inteso dei due paesi. Riservandoci di regolare in conseguenza la nostra futura condotta, io vi invito, o signor Conte, d’ordine dell’Imperatore, a dar lettura di questo dispaccio al signor presidente del Consiglio, ed a darmi conto delle spiegazioni che ne riceverete in ricambio.

Aggradite, ecc.

Sottoscritto: Buol.

NOTA DEL CONTE DI CAVOUR

Ministro degli affari esteri di Sardegna, al marchese Cantano incaricato d’affari di Sardegna a Vienna

Torino, 20 di febbraio 1857.

Il conte Paar, appena di ritorno da Milano, venne a darmi lettura di un dispaccio che il conte Buol gli aveva poc’anzi indirizzato, e del quale troverete qui unita una copia, per lamentarsi dall’attitudine del governo sardo e fargli conoscere il risentimento che i suoi procedimenti avevano fatto provare all’Imperatore d’Austria.

Abbenché non abbia esitato a dare sul momento al conte Paar delle spiegazioni che mi parevano tali da confutare vittoriosamente i rimproveri che q indirizza il governo imperiale, ho creduto di far pervenire al signor ministro degli affari esteri d’Austria, col vostro mezzo, signor marchese, una risposta categorica e formale.

Il signor conte Buol si lamenta degli attacchi della stampa piemontese, delle manifestazioni provocate, per quanto dice, nelle altre provincie dell’Italia in favore di una politica che non ha l’approvazione del governo imperiale; finalmente esso insiste sull’accettazione di un monumento che si dice offerto dai Milanesi all’armata sarda. Rendendo il governo piemontese risponsale di quest’atto, il signor di Buol l’accusa in certo qual modo di non adempire le stipulazioni del trattalo di pace conchiuso a Milano.

lo non mi assumerò di giustificare Ihstampa nazionale dai rimproveri che il signor di Buol le fa. lo non esito ad ammettere non solo cunfidenzialmente, come dice questo ministro, ma pubblicamente, altamente, siccome ho costume di fare, che essa si abbandona qualche volta a degli eccessi eminentemente deplorabili, che essa si permette degli attacchi contro la persona dell’Imperatore, i quali io condanno apertamente. Ma ciò che mi credo in diritto di sostenere si è che le critiche della stampa contro gli atti del governo austriaco non possono creargli dei gravi imbarazzi, e che quanto agli attacchi contro l’Imperatore sarebbe facile farli cessare servendosi dei mezzi che fornisce la nostra legislazione per reprimere i delitti di questo genere. Come i giornali che combattono la politica austriaca possono imbarazzare l’azione del governo imperiale allorquando la loro introduzione nelle provincie sommesse all’impero è severamente proibita? Qualunque possa essere la loro influenza all’interno del nostro paese, e questa influenza è ben debole, la loro azione è nulla dall’altro lato del Ticino. Le asserzioni contenute nel dispaccio del conte Buol sul ricevimento che l’Imperatore ebbe a Milano, ne sono una prova che esso non saprebbe contestare.

La libera discussione degli atti del governo forma una delle bas essenziali del reggime politico in vigore in Piemonte, come in molti altri Stati dell’Europa. No paiamo asserire che questa libertà vi produce altrettanti vantaggi e minori inconvenienti che in ogni altro luogo. La pace profonda di cui noi godiamo, l'unione sempre più intima del paese e del trono lo provano ad evidenza; e quanto ai governi esteri, noi non crediamo potersi sostenere che i nostri giornali sieno più violenti o più acerbi dei giornali inglesi o del Belgio. Gli attacchi che i giornali d’Inghilterra hanno diretto contro il governo dell’Imperatore d’Austria non furono né meno virulenti, né meno amari di quelli contenuti nei nostri giornali; piùche non ha impedito all’Austria di ricercare, quando lo credette conforme ai suoi interessi, l’alleanza e l’amicizia dell’Inghilterra, e di mostrarsi soddisfatta e superba delle buone relazioni ch’essa ristabilì con questa Potenza.

Per ciò che concerne gli attacchi contro la persona dell’imperatore, non solo ripeterò la disapprovazione compiuta che più innanzi ho manifestato, ma non esito ad esprimere il dispiacere che il governo imperiale non ci abbia messo in grado d’impiegare i mezzi che li avrebbero fatti cessare reprimendoli in un modo efficace.

Voi sapete, signor marchese, che noi abbiamo introdotto nella nostra legislazione delle disposizioni speciali per questa categoria dei delitti di stampa, che ne rendono la repressione più sicura, più severa che in nessun altro paese, dove è riconosciuto il principio della libera discussione. Che il conte Buol paragoni la nostra legislazione con quella del Belgio o dell’Inghilterra, e riconoscerà l’esattezza delle nostre asserzioni.

L’esperienza del resto di questi ultimi anni dimostrò l’efficacia della repressione. Tutti i governi esteri che vollero servirsi dei mezzi forniti dalle nostre leggi per punire gli attacchi contro i loro capi rispettivi, videro questi attacchi puniti in modo da farli cessare compiutamente. La stessa cosa sarebbe avvenuta ed avverrebbe ancora certamente a riguardo dell’Imperatore d’Austria, se il suo governo avesse voluto imitare l’esempio della Francia e della Spagna.

Il signor conte Paar, a cui indirizzai questa osservazione, mi oppose il fatto dell’£spero processato per ingiurie contro l’Imperatore e colpite d’una pena leggera. A ciò risponderò da prima che in fatto di delitto di stampa ha molto più importanza la condanna del giornale di quello che n'abbia l’entità della pena. Aggiungerò che il tribunale potè essere indotto all’indulgenza, sia perché trattavasi del primo processo per un attacco contro l’Imperatore d’Austria dopo una lunga tolleranza; sia perché il governo imperiale avea lasciato trascorrere un lunghissimo intervallo fra la pubblicazione dell'articolo incriminato e l’istanza che provocò il processo cui diede luogo. Egli è fuor di dubbio che una seconda volta, sopratutto se l’istanza fosse immediata, i tribunali si mostrerebbero molto più severi, così come si mostrarono verso i giornali che aveano l’abitudine di attaccare l’Imperatore dei Francesi.

Il conte Buol non potrebbe rendere il governo sardo solidario di questi attacchi se non in quanto esso si rifiutasse di usare i mezzi che la legge gli dà per reprimerli; ma dacché esso dichiara esser pronto ad applicarli in tutto il loro rigore, purché il governo dell’Imperatore lo reclami, una tale accusa sembra destituita di ogni solido fondamento.

Ascoltando le amare lagnanze che il conte Buol indirizza alla stampa sarda, sarebbesi tratti a credere che la stampa austriaca conservi a riguardo dei sovrani e dei governi esteri la misura più perfetta, che giammai essa sorpassi i limiti della moderazione e della convenienza. Eppure la cosa non va così.

Lungi da ciò, i giornali austriaci, quelli sopratutto che si pubblicano in Lombardia, sono pieni di ingiurie e di attacchi contro il governo sardo, e non risparmiano guari la persona del Re e quelle dei membri della sua augusta famiglia. Mi sarebbe facile appoggiare quest’ultima asserzione con numerose prove; mi limiterò a rammentarvi il linguaggio dei giornali di Milano e di Verona a riguardo di un’augusta principessa, prossima parente dell'Imperatore d’Austria, linguaggio che motivò, se sono bene informalo, energiche rimostranze per parte della Corte reale di Sassonia.

Se il signor di Buol ha fondamento per lagnarsi della violenza d’una stampa interamente libera, che non penetra negli Stati austriaci, che potremmo noi dire d’una stampa sommessa ad una censura severa, e che non risparmia né le istituzioni, né gli uomini politici del nostro paese, e che pure circola liberamente fra noi! In Piemonte se l’attacco è libero, la difesa lo è egualmente. L’Austria attaccata da una parte dalla stampa, è difesa non solo dai giornali che ci vengono da oltre Ticino, ma altresì da un certo numero di fogli che si pubblicano negli Stati del Re.

In Lombardia all’incontro, l’attacco solo è permesso: i giornali vi riproducono impunemente gli articoli più odiosi dei fogli avversi al governo de) Re, e contengono frequentemente delle ingiurie e delle insinuazioni personali contro gli uomini di Stato del Piemonte, che sollevano la stessa nausea destata da alcuni fogli sardi nel conte di Buol.

Ma non è tutto ancora: il conte Buol accusa il governo del Re di rimanersi indifferente alla polemica ardente dei giornali. Certamente non può dirsi’ altrettanto a riguardo dell’Austria. Gli articoli contenuti nei giornali ufficiali, che sono ¡spirati dal governo imperiale, provano che il gabinetto di Vienna sancisce e dirige gli assalti di cui noi siamo lo scopo. Veramente dopo aver letto un articolo di fondo della Gazzetta ufficiale di Milano,la cui sorgente non potrebbe esser dubbia, e nel quale i ministri del Re sono paragonati al

Robespierre ed ai Cromwell, si è maravigliati dell’asprezza dei lamenti che la tolleranza degli uomini di Stato piemontesi inspira al conte Buol.

Ma non è a ’nome solo dell’Austria che il ministro degli affari esteri si lamenta della nostra tolleranza. Esso l’accusa d’incoraggiare le dottrine pin funeste, di lasciare scuotere le fondamenta del trono e distruggere il sentimento monarchico.

I risultati che ottenne la politica seguita dal governo del Re smentiscono queste accuse. Ogni uomo di buona fede che esamina tostato attuale del paese, anche superficialmente, è obbligato di riconoscere che il principio monarchico, scosso foiose dagli avvenimenti del 1848-49, si è progressivamente fortificato, e che esso riacquistò una solidità irremovibile. Le dimostrazioni spontanee ed unanimi che accolgono il Re in ogni parte de' suoi Stati, in quelle pur anco dove non esiste un legame tradizionale di affezione e di rispetto, ne sono la prova manifesta. Ma ciò che dimostra ad evidenza la verità del nostro asserto, è l’impotenza a cui si trova ridotto il partito repubblicano. Questo partito, che non era senza influenza all’epoca dell’avvenimento al trono di Vittorio Emanuele, vide, sotto l'impero della libertà, diminuire talmente i suoi mezzi e le sue forze che dovette lasciar estinguersi il solo suo organo nella stampa periodica, l'Italia e Popolo, e ciò non già sotto il colpo dei processi e delle condanne, ma in seguito alla riduzione progressiva del numero dei suoi abbonati.

Questo fatto mi pare la confutazione più eloquente delle imputazioni antimonarchiche che ci indirizza il signor di Buol.

Dopo aver esaminato la quistione della stampa, che costituisce la parte più importante del dispaccio del conte Buoi, io toccherò più rapidamente gli altri oggetti di cui essa tratta.

Quanto alle dimostrazioni che si vuol essere state provocate nelle altre parti d’Italia, noi sfidiamo chicchessia di citare un sol fatto che provenga dal governo del Re e che abbia un tale scopo, il governo piemontese avendo richiamata l’attenzione del Congresso di Parigi sullo stato dell'Italia e dimostrata la necessità di migliorare la sua sorte con dei mezzi pacifici e legali, la sua politica eccitò, senza altra provocazione, delle testimonianze di riconoscenza e di simpatia dalla parte di un gran numero d’individui abitanti diverse contrade della Penisola. Non vi ha nulla in ciò che dia all’Austria il diritto di lagnarsi. Anch’essa, sebbene divergente nei modi da impiegarsi, riconobbe che vi aveva ragione a modificare lo stato delle cose in Italia. Essa fece più ancora che riconoscerlo nei suoi discorsi; cogli atti che ha testò compiuti, con quelli che si annunciano prossimi a verificarsi, essa provò coi fatti che le asserzioni dei plenipotenziarj sardi non erano destituite di fondamento, e che l’approvazione accordata ai toro sforzi non può essere toro imputata come un atto direttamente ostile all’Austria.

Passando alla questione del monumento che trattasi d’innalzare a Torino all’armata sarda, osserverò da prima che il governo d el Re vi ò compiutamente estraneo. Alcune persone avendolo interpellato per sapere se accetterebbe un dono fatto a nome dei Milanesi, fu loro risposto con un rifiuto netto e positivo. L’offerta fatta al Consiglio Municipale venne accettata. Il governo non poteva e non doveva impedirla, poiché essa era fatta senza condizioni, al nome di persone ignote, ciocché costituisce un vero dono anonimo. Ma se il governo reale non potè impedire il dono di una somma per elevare un monumento aiTarmata sarda, destinato a rammentare specialmente la spedizione di Crimea, esso non permetterà che vi abbia nulla in questo monumento, che possa offendere la suscettibilità dell’Austria o della sua armata, né che vi si metta un’iscrizione, che lasci luogo a pensare essere stato innalzato da individui sudditi dell’Austria. Quest’assicurazione mi sembra rispondere pienamente a tutto quanto poteva avere di fondato il richiamo del conte di Buol a questo riguardo.

Dopo aver risposto ai rimproveri del ministro imperiale degli affari esteri, potrei alla mia volta enumerare i gravami, cui diede luogo la condotta del governo austriaco verso di noi, dopo il sequestro messo sui beni dei Lombardo-Veneti divenuti legalmente sudditi sardi, sino all'espulsione violenta e non motivata da Milano di uno dei membri più distinti del Senato del Regno. Ma amo meglio non seguire sul terreno delle recriminazioni il ministro degli affari esteri d’Austria, per non esacerbare una discussione, la quale a noi sembra non possa condurre a vantaggiosi risultati per i due paesi.

Amo credere, che le spiegazioni contenute in questo dispaccio, di cui voi lascierete copia al conte Buoi, e lo sviluppo che in forza della vostra cognizione dei pensiero del governo reale potete dare, convinceranno il ministro imperiale degli affari esteri, che, sempre essendo decisi a mantenere ad ogni costo le istituzioni, le quali formano la prosperità e la gloria del nostro paese, non abbiamo però men ferma l’intenzione di adempiere verso i nostri vicini, in tutta la loro estensione, gli obblighi ed i doveri, che il diritto delle genti e i trattati ci impongono.

Aggradite, ecc.

Sottoscritto CAVOUR.


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LA STORIA DELLA PACE NEL 1849

(Dall'Armonia, n. 54, 56 e 58, de! 6, 8 e 11 marzo 1857).

«L’histoire est la science de l’homme vieillissant. Tandis que la jeunesse avance en regardant l’avenir, l’homme qui a vécu se retourne vers le passé, dont il commence à faire partie, et il cherche dans les générations disparues le présentiment des choses qui viennent et qu’il ne verra pas b.

LACORDAIRE, La loi de l'histoire.

I

Per la ragione medesima che noi siamo alquanto paghi della Nota diplomatica del conte di Cavour, i giornali libertini se ne dichiarano molto scontenti. La Gazzetta del Popolovi trova un fraseggiare diffuso, eccessivamente diplomatico, e poco energico; l'Opinionedichiara il dispaccio Cavour troppo lungo, troppo esteso e stemperato,e condanna il ministro che abbonda troppo in promesse;la Staffettasi lagna che qua e là il conte di Cavour risponda a certi punti non toccati dalla Nota Buoi; la Corrispondenza Stefanipredica moderazione alla stampa piemontese; ed il Nationaldi Brusselie vede che la risposta Cavour si risente dell’impicciata condizione in cui versa, ora biasimando, ora scusandosi con una specie di ammenda onorevole.

Sono curiosi davvero questi giornali! Essi avrebbero voluto che il conte di Cavour nel 1857 parlasse all’Austria come il conte dellla Margherita nel 1835! Ma noi abbiamo già detto loro l’immensa distanza che corre tra il Piemonte d’allora ed il Piemonte d’oggidì. Il nostro governo dee di questi giorni navigare attraverso cento Scille e cento Cariddi. Nelle sue Note bisogna che studii non solo per non offendere direttamente l’Austria, ma anche per non ferire di sghembo l'autocrazia della Russia, l’antiparlamentariamo della Francia, le recenti alleanze dell’Inghilterra. Vi sappiam dire che il conte di Cavour multa litura coercuitla sua Nota, come Orazio facea coi suoi versi, e prima di mandarla al marchese Cantono la sottopose non solo bis ad limam,ma mille e mille volte!

In sostanza i giornali libertini vogliono la guerra all’Austria, e noi diciamo loro che il conte di Cavour non la vuole, e non la vuole per moltissime ragioni; una delle quali si è, perché egli pienamente conosce quanto ci sia costata la pace nel 1849. E siccome la Staffetta, l'Opinione,la Gazzetta del Popolo,il Dirittoignorano, o mostrano d’ignorare questa storia dolorosa; così noi ci faremo a raccontarla loro in difesa del ministero, ad ammaestramento dei nostri concittadini. E non vengano a dirci, che tocchiamo punti che dovrebbero tenersi nascosti; imperocché l’amor di patria c’induce a dire tutta la verità quando ancora può esser utile, quando un partito ed una stampa condotta in Piemonte da mano forestiera vorrebbe ripiombare il nostro paese negli orrori della guerra.

Quando i Rattazzi, i Cadorna e i Buffa ci ebbero procurato l’armistizio di Novara, vennero licenziati dal ministero, e, nonostante tutta la responsabilità ministeriale, ritiraron si pacificamente alle case loro. Venne chiamato un nuovo ministero presieduto dal generale de Launav il cui programma era questo: «Nei vogliamo una pace pronta e durevole; noi la vogliamo onorevole e giusta ((1))». L’Austria spediva il cav. di Bruck a Milano per negoziarvi la pace col Piemonte; e noi affidavamo questo incarico ai cav. Dabormida e al cavaliere Carlo Boncompagni, che il 13 di aprile del 1849 recavansi perciò nella capitale della Lombardia.

Nelle istruzioni date ai nostri due plenipotenziarii si diceva che la massa della popolazione ragionevole aveva visto con pena la continuazione duna guerra di cui non si polca sperare un esito felice. Lo che se era vero nel 1849, sarebbe verissimo oggidì che la massa ragionevole della popolazione ha avuto otto anni di esperienza, ed ha potuto sempre più conoscere gli uomini, le cose, i progetti e le conclusioni dei tumulti.

La questione relativa alla fissazione dell’indennità di guerra da pagarsi all’Austria teneva in queste istruzioni un luogo molto importante. Dicevasi ai plenipotenziarii che dapprima dovrebbero adoperare i loro sforzi per eliminare ogni quistione d’indennità; e in ogni caso offerire trenta milioni con facoltà di salire fino a cinquanta, senza potere però oltrepassare questa cifra.

I nostri plenipotenziarii, giunti a Milano, si studiarono per prima cosa d’impedire l’occupazione d’Alessandria. Il presidente del nostro ministero aveva scritto al generale Dabormida: fespère que S. E. le feldmaréchal comi# Radetzki dans sa bienveillance pour nous reviendra de celle grave détermination((2)). Ma il feldmarescialio Radetzkv avea ricevuto da Vienna l’ordine preciso di mandare ad effetto l’occupazione. Pazienza! I nostri plenipotenziarii chinarono la testa, e recaronsi presso il sig. di Bruck, che era stato incaricato per parte dell’Austria di trattare la pace.

Dabormida e Boncompagni pregaronlo di esporre le condizioni che il governo austriaco metteva al ristabilimento della pace col Piemonte. Il cav. di Bruck rispose che ve n’erano due essenziali e primarie: quella del territorio, e quella dell'indennità. Quanto alla prima voleva per base lo statu quo ante bellum. E quanto alla seconda una indennità per l’Austria di 210 milioni di lire austriache, e pei particolari di 20 milioni, coll’obbligo ancora pel Piemonte di pagare ai Duchi di Modena e di Parma quelle indennità che sarebbero state regolate da commissari nominati per ciò.

I nostri plenipotenziarii trovarono esageratissima la domanda, e riservaronsi di chiedere istruzioni al governo. Il presidente del ministero restò sorpreso d’una domanda d’indennità per parte dell’Austria, che, calcolo fatto, doveva salire a trecento milioni! Egli rescrisse ai plenipotenziarii ricordando che nel 1815 la Francia, dopo tante guerre che aveva suscitato in Europa, non era stata obbligata di pagare ai confederati che la sola somma di 700 milioni; aggiunse che nel mese di maggio del 1848 il signor Hummelaner proponeva al governo sardo in nome del Gabinetto, imperiale l’abbandono completo della Lombardia, sotto la semplice condizione che questa provincia resterebbe incaricata d’una parte proporzionale del debito pubblico liquidato pel Lombardo-Veneto, calcolando il detto debito in una rendita annua di dieci milioni di fiorini; conchiudeva autorizzando i plenipotenziarii a portare a quaranta milionil’offerta di trentache erano disposti di fare in sulle prime, e in ogni caso a salire fino ai sessanta,e non più.

Dabormida e Boncompagni recaronsi un’altra volta al cav. di Bruck, e gli dissero quanto loro era stato scritto da Torino: ma questi mostrossi fermo nelle sue pretese, e presentò loro uno schema di trattalo che trasmisero al ministero. Nel quale si stipulava l'indennità nella cifra suddetta, si riservava ai duchi di Modena e Parma il diritto di chiedere riparazione dei danni sofferti: si dichiarava che la causa dell’Austria era comune con quella dei due Duchi: si obbligavano le nostre truppe ad evacuare il territorio di Mentane e Roccabruna; si risolveva in favore dell’Austria una quistione controversa da un secolo, e relativa ai termini degli Stati rispettivi lungo il Gravellone, in faccia di Pavia; si lasciava sussistere il trattato dell’11di marzo 4751, di cui, a partire dal 1816, il Piemonte non aveva cessato mai di chiedere la rescissione, in quanto danneggiava le nostre relazioni coi cantoni della Svizzera italiana; si rimetteva in vigore il trattato del 4 di dicembre 1834, riflettente la repressione reciproca del contrabbando; s’imponeva al gabinetto sardo l’obbligo di sciogliere la Consulta lombarda, e di dichiarare nulla la legge che accordava una sovvenzione mensile di 600 mila lire a Venezia; e tacitamente si manteneva la famosa sopratassa, che dopo il 1847 aveva colpito l’introduzione dei vini del Piemonte in Lombardia.

Il generale de Launav fu afflittissimo di questo progetto assolutamente inaccettabile. Avanti di rescrivere ai plenipotenziarii in Milano, volle comunicarlo ai ministri di Francia e d’Inghilterra residenti in Torino ((3)), dichiarando che il governo sardo, non potendo trattare su queste basi senza fallire alla propria dignità, avea deliberato di ricorrere ai buoni uffizii delle due grandi Potenze, che già s’erano fatte mediatrici tra l’Austria ed il Piemonte. Ces deux hautes Puissances nous accorderont aide et protection, nous n'en doutons pas,diceva il presidente del nostro ministero ai cavalieri Boncompagni e Dabormida ((4)).

In un secondo articolo discorreremo degli aiuti che ci vennero dalla Francia e dall’Inghilterra nel 1849, lo che ci servirà per apprezzare le speranze che nel 1857 si ripongono in queste due Potenze, e l’importanza che certi nostri giornali attribuiscono ad una vera o supposta simpatia dei Francesi e degli Inglesi verso il Piemonte nella sua presente vertenza coll’Austria.

II

Incapaci di fare da noi la pace coll’Austria nel 1849, abbiamo implorato gli aiuti della Francia o dell'Inghilterra. Venne spedito a Parigi cd a Londra il conte Gallina. Nelle istruzioni il ministero dicea cosi: Scopo principale della missione di S. E. il conte Gallina è di adoperare tutti i mezzi che sono in suo potere per determinare la Francia e l’Inghilterra ad accordare il loro appoggio al Re, affinché colla loro mediazione ed i loro buoni uffizii possa conchiudere una pace onorevole ed in armonia cogli interessi della nazione». (Istruzione del 22 di aprile).

Giunto a Parigi il conte Gallina, venne presentato al signor Drouvn de Lhuvs, allora ministro sopra gli affari esteri. La protezione che questi gli offerse, fu di far occupare Genova dai Francesi col consenso dell'Inghilterra. Il famoso abate Gioberti conveniva in questa idea, come risulta dal suo dispaccio del 19 di aprile al generale de Launav. Il conte Gallina trovò pericolosa tale occupazione. Allora il signor Drouvn de Lhuvs propose almeno l’occupazione del golfo della Spezia per mezzo di una flotta francese. Anche a questa si oppose il conte Gallina, come risulta dai suoi dispacci del 18 e del 22 di maggio.

Intanto il generale de Launav cessava di essere presidente del ministero piemontese ed entrava al suo posto il cavalier Massimo d'Azeglio. Questa nomina mise un po' in sospetto Francia cd Inghilterra, ed il conte Gallina dovette scrivere un dispaccio per provare che l’entrata del d'Azeglio nel gabinetto subalpino non era un ritorno alla rivoluzione. Il dispaccio porta la data del 13 e 14 di maggio. E per verità il cav. d'Azeglio non frapponeva indugio nello spedire al nostro plenipotenziario il suo nuovo programma della sua nuova politica. Eccone un saggio:

«Bisogna che le Potenze si persuadano che l'Austria accordandoci una pace onorevole consoliderà il principio della conservazione e quello dell'ordine, secondo i quali il governo del Re intende regolare la sua condotta politica; mentre che il gabinetto imperiale, spingendo troppo lungi le sue pretese, crollerebbe il principio monarchico, che sgraziatamente è già indebolito in questo momento». (Dispaccio al conte Gallinadel 12 di maggio).

E fiochi giorni dopo scriveva di bel nuovo Massimo d’Azeglio al conte Gallina: «È mestieri andare persuasi che lo stabilimento del governo rappresentativo fu prematuro in Piemonte, e che anche con buone elezioni(ed è poco sicuro che siamo per ottenerle buone) l’apprezzamento delle più alte quistioni politiche sarà affidato ad uomini che non se ne occuparono mai, o che saranno stati influenzati da una stampa detestabile,» (Dispacciodel 19 di maggio).

Il conte Gallina, affine di giungere al più presto alla conclusione della pace, propose al ministero di stringere coll’Austria una pace pura e semplice, mediante un'indennità di 50 milioni, evitando tutte le altre quistioni che potrebbero frapporre incaglio ai negoziati. Ma il nostro protettore,Drouvn de Lhuvs, trovava che cinquantamilioni d’indennità offerti all’Austria erano poca cosa e l’altro nostro protettore, lord Normanbv, c’invitava ad offrirne per lo meno settanta.

In questa il conte Gallina lasciò Parigi e andossene a Londra, e il 30 di maggio venne ricevuto dal grande proiettored’Italia, lord Palmerston; il quale gli raccomandò due cose principali: l’una che il Piemonte non facesse lo spavaldo coll’Austria, ma presentasse un suo progetto di trattato; l’altra, che si attaccasse al campanello dell’uscio il principio della nazionalità italiana. E così predicavano pure al conte Gallina i lordi Russell e Minto.

E mentre il nostro plenipotenziario sentiva le prediche, giungeva in Torino il barone di Brenner, consigliere d’ambasciata, latore d’una lettera del signor di Bruck, nella quale diceva al gabinetto sardo ch’egli non volea protrarre più a lungo la sua dimora in Milano, e lo invitava a rispondergli, se intendeva o no di riprendere i negoziati (Lettera del3 di giugno).

Il cav. Massimo d’Azeglio rispondeva al signor di Bruck, che il gabinetto piemontese era prontissimo, purché si ammettesse come punto di partenza per le nuove conferenze l’offerta di 50 milioni d’indennità e la previa evacuazione della cittadella d’Alessandria (Lettera del 6 di giugno).

Il signor di Bruck rispondeva per mezzo del barone di Metzburg, segretario d’ambasciata, e supponendo che il conte Gallina avesse parlato in Parigi d’un’indennità di 75 milioni, propose che questa dovesse essere la base delle nuove conferenze, promettendo d’effettuare l’evacuazione di Alessandria il giorno medesimo, in cui i plenipotenziarii sardi giungessero in Milano latori di questa cifra. (Dispaccio di Bruck, 7 giugno).

Massimo d’Azeglio, il 9 di giugno, dai 50 milioni saliva ai 60. Di Bruck l'11 di giugno insisteva sui 75. L’Inghilterra e la Francia continuavano a predicare al Piemonte di fare La pace senza badare a dieci milioni di più o di meno; e Massimo d’Azeglio proponeva 70 milioni per indennità. Eccone le parole: «Il Consiglio dei ministri, pigliando in considerazione le vive istanze dei gabinetti di Francia e d'Inghilterra per deciderci a non ritardare di più la desiderabile conclusione della pacecol rifiuto di proposte più moderate per parte dell’Austria, si è determinato di portare la sua offerta sino alla somma di 70 milioni per tutta indennità». (Dispaccio d’Azeglio al conte Gallina, 15 di giugno).

II cavaliere d’Azeglio umilmente conchiudeva dicendo al conte Gallina: PregoV. E. di voler ben pregare(quante preghiere I) lord Palmerston ad interporre i suoi buoni uffizii presso il gabinetto imperiale, affinché si accetti la nostra proposta, che è il termine di tutto ciò che noi possiamo fare». E contemporaneamente rimetteva ai rappresentanti di Francia e d’Inghilterra una Nota per chiedere la loro benevolenza. Il cav. di Bruck si degnava d’accettare per base delle nuove trattative l’offerta di 70 milioni; gli Austriaci evacuavano Alessandria, e i signori Dabormida e Boncompagni ritornavano a Milano il 18 di giugno.

Continueremo la storia in un altro articolo. Qui facciamo alcune brevi osservazioni. Dopo tutte le spacconate del 1848, quanta umiltà per parte nostra nel 1849? Non era meglio starcene quieti e tranquilli un anno prima, e non essere obbligati di sostenere lo smacco d’un anno dopo! l’Italia farà da sè, si diceva; e in fin dei conti il povero cav. d’Azeglio fu obbligato a raccomandarsi e a Francia e a Inghilterra colle lagrime agli occhi! E che aiuto ci venne da costoro? Fate la pace, date milioni all’Austria, ecco il linguaggio dell’lnghilterra e della Francia.

Se noi oggidì ritornassimo alla guerra, forse che le cose procederebbero altrimenti? Oh andrebbero peggio! La Francia non è più repubblicana, lord Palmerston sta per non essere più ministro, l’Austria non ha più l’Ungheria che la metta in pensiero. Guai a noi se ritornassimo al 1848! il conte di Cavour ha fatto bene ad essere moderato nella sua Nota, ba fatto ottimamente a promettere l’osservanza dei trattati, e che il monumento accettato dal Munì«ci pio di Torino non avrebbe nulla d’offensivo all’esercito austriaco, nulla che potesse dar ragione di lagnanza all’Austria. Bravo, signor Conte; lasciate dire le teste calde, rileggete la storia, mettete a traffico le passate pazzie, e ricordatevi che alla superbia tiene dietro la vergogna.

III

Ilgenerale Dabormida e il cav. Boncompagni, plenipotenziarii sardi, giungevano il 18 di giugno del 1849 in Milano per negoziarvi una seconda volta la pace coll’Austria, e lo stesso giorno presentavano al cav. di Bruck un progetto per parte «lei Piemonte. Il quale constava di otto articoli, sposava le parli dei Lombardo-Veneti, stabiliva un’indennità di 70 milioni, e parlava di nazionalità italiana.

Ma su questo ultimo punto il cav. Massimo d’Azeglio avea detto ai plenipotenziarii: Noi desideriamo vivamente, che il riconoscimento di questa nazionalità sia enunciato nella stipulazione del trattato, e, se è possibile, colle parole del 2 alinea dell’articolo 4° del controprogetto; ad ogni modo voi potrete ammettere un'altra redazione, basta che raggiunga il nostro scopo. Però insistendo assai su questo punto, voi non farete di tale inserzione una condizione tale, il cui rifiuto possa impedire la conclusione del trattato». (Istruzioni ai plenipotenziariidel 17 di giugno).

Il cav. di Bruck rise del controprogetto d’Azeglio, e ne stese uno nuovo; nel quale lasciava in bianco l’indennità da pagarsi all’Austria; stabiliva che la Sardegna avrebbe dovuto pagare un'indennità anche ai privati pei danni sofferti durante la guerra; riservava i medesimi diritti ai Duchi di Modena e di Parma e ai loro sudditi rispettivi; e per liquidare tali indennità creava una Commissione mista con facoltà di ricorrere, in caso di dissenso, a S. M. il Re dei Paesi Bassi. Dopo due guerre d'indipendenza, dovevamo dipendere perfin dall’Olanda.

II gabinetto piemontese negò 1° all’Austria il diritto di trattare pei duchi di Modena e di Parma; negò 2° di dovere qualche indennità ai Duchi, non avendo il Piemonte rotto guerra né all’uno, né all’altro; negò 3° di dover pagare i danni della guerra ai Lombardi. Sarebbe non solo iniquo, ma anche ridicolo (diceva Massimo d’Azeglio) pretendere che noi dobbiamo indennizzerei Lombardi dopo di esserci rovinati per causa loro! (Dispaccio del22 di giugno). Del resto i plenipotenziarii dichiaravano d’essere pronto il nostro governo a dare ai duchi di Modena e di Parma tutte le possibili assicurazioni relative alla sua formale intenzione di rispettare il loro territorio e la loro sovranità. {Dispacci dei plenipotenziarii al Presidente del Consiglio;23 di giugno). Questo è ciò ch’io voleva, rispose il signor di Bruck, presentendo forse la medaglia e l’indirizzo di Modena e Reggio. E i plenipotenziarii sardi, senza contrarre per allora veruna obbligazione, fecero osservare che si potrebbe scrivere una Nota, in cui il Piemonte dichiarasse che non intendeva di contestare la sovranità dei Duchi, e che desiderava di mantenere con loro amichevoli relazioni. Il partito però non piacque al sig. di Bruck.

Intanto il conte Gallina era a Londra, ed informato di ciò che avveniva a Milano, raddoppiava i suoi sforzi presso lord Palmerston. ¡1 marchese Emanuele d’Azeglio stava a Parigi, e s’abboccava con lord Normanbv. Conferenze, consulti, raccomandazioni, dispacci, preghiere, non servivano a nulla. Quando ecco entrare in iscena uno sconosciuto. I dispacci ufficiali non dicono chi egli sia, ma lo chiamano solo un allo personaggio. (Dispaccio del marchese Emanuele al Presidente del Consiglio,12 luglio). Noi, non avendone potuto indovinare il nome, Io diremo l'innominato.

L’innominatoadunque presentò al marchese Emanuele d’Azeglio una sua notai nella quale diceva, che se il Piemonte volea riuscire a stringere la pace coll’Austria, doveva adagiarsi alle seguenti disposizioni:

4° Non parlare né di nazionalità, né d’instituzioni liberali per la Lombardia; 2° ofterire all’Austria, invece di 70 milioni, 75 per tutta indennità; 3° compiacere all’Austria che vuol trattare in nome dei Duchi di Modena e di Parma, dicendo nel trattato che la pace sarebbe comune all'Austria ed ai due Ducati.

L’innominatosoggiungeva nella sua Nota, ch’egli credeva,senza però esserne certo,ma come congettura pienamente fondata,diedi questa guisa le questioni pendenti potrebbero essere sciolte. E il sig. innominato,dando la baia ai nostri, diceva che a suo avviso commetterebbero uno sproposito, perdendo tempo e ritardando di stringere la pace coll’Austria, a meno che non fossero di parere che l’Ungheria avrebbe trionfato degli Austriaci e dei Russi! (Dispaccio d’Azeglio,15 di luglio).

Mentre il marchese d’Azeglio meditava in Parigi sulla Nota dell’innommato, il conte Gallina andava in Londra a picchiare alla porta di lord Palmerston, di lord Minto e del rappresentante della repubblica francese; e faceva loro capire la necessità in cui si trovava il Piemonte di stringere la pace coll’Austria prima dell’apertura del Parlamento. (Dispaccio Gallina,7 di luglio).

E in particolare diceva al rappresentante della Francia in Londra, che dopo la. persistenza dell’Austria nella maggior parte delle sue primitive pretese, non rimaneva al Piemonte altro ripiego che quello della resistenza, a meno che le Potenze amiche non ci dessero il consiglio esplicito di consentire a quei sacrifizii, che ci si voleano imporre. (Lettera del conte Gallina al marchese Emanuele d’Azeglio, incaricato d’affari di S. M. a Parigi,6 di luglio).

A lord Palmerston poi il conte Gallina domandava una risposta ufficiale, desideroso di vedere un po' di nero sul bianco, perché quanto a belle parole ne aveva già sentite abbastanza. Anzi dichiaravagli che era stato espressamente incaricato dal gabinetto torinese di presentare al britannico una nota, affine d’averne per iscritto un riscontro. E lord Palmerston soggiunse che non aveva nessuna difficoltà di rispondere per iscritto, e che se tale desiderio fossesi manifestato al governo francese, esso pure lo avrebbe secondato. (Dispaccio del conte Gallina al presid. del Consiglio,41 di luglio).

Per la qual cosa il conte Gallina si affrettò a stendere una Nota dove i diversi punti delle nostre discussioni coir Austria erano esposti chiarissimamente, e chiamava (’attenzione del governo inglese: 1° sulla somma d'indennità richiesta per motivo della guerra; 2° sulla pretesa dell'Austria di trattare in nome e nell’interesse dei due Duchi; 3° sulle quistioni di commercio e di territorio, di cui il gabinetto di Vienna voleva dettare al Piemonte la soluzione. (Nota del conte Gallina a lord Palmerston,43 di luglio).

Lord Palmerston rispondeva che il governo di S. M. la Regina avea già dato istruzioni al suo ambasciatore a Vienna per fare amichevoli rimostranze, al governo d’Austria sui punti ancora in quistione tra l’Austria e la Sardegna: Her Majestv’s government have alreadv given instructions to Her Majestv’s ambassador al Vienna to make friendlv representations to the government of Austria upon the points still at issue between Sardinia and Austria. (Nota di lord Palmerston,25 di luglio).

Quanto ai Duchi di Parma eModena lord Palmerston raccomandava a) governo sardo di offrire direttamente ai governi rispettivi di questi Ducati di conchiudere con loro trattati che ristabiliscano la pace, e riconoscano i limiti fissati dal trattato di Vienna. Notate bene queste ultime parole di lord Palmerston: E riconoscano i limiti fissati dal trattato di Vienna,il testo originale dice: Recognizing the boundaries fixed according to the treatv of Vienna.

E finalmente sul punto dell'indennità richiesta dall’Austria rispondeva lord Palmerston:Potrebbe probabilmente anche essere necessario che qualche regolamento di conto dovesse aver luogo tra il governo sardo e quello dei Ducati relativamente ai redditi percepiti, e alle spese fatte durante il tempo che i Ducati erano occupati dalle truppe sarde, e amministrati dagli agenti del governo di Sardegna».

Così lord Palmerston, promettendoci qualche amichevole rappresentanza all’Austria senza dire quale, c'imponeva di riconoscere il trattato di Vienna, e ci dichiarava che noi dovevamo pagare ai’ Ducati un’indennità per le rendite percepite (to revenues received)durante l’occupazione. Tutto questo era l’aiuto che ci veniva da lord Palmerston nel 1849!


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DISPUTA NEL 1857 SUL COLORE DELLA BANDIERA PIEMONTESE

(Dall’Armonia, n. 60, del 13 maria 1367).

Gli altri Italiani debbono ridere sgangheratamente del Tatto nostro leggendo, che, dopo dieci anni di egemonia piemontese, non sappiam quale sia, o quale debba essere la nostra bandiera. E questa incertezza di bandiere serve benissimo a dipingere la nostra politica incerta, tentennante, alla mercé degli eventi.

Se pigliamo in mano lo Statuto, ci dice all'art. 77, che la bandiera dello Stato è la bandiera azzurra. Quest'articolo ha quel medesimo valore che hanno gli articoli, i quali danno vita alle Camere dei Deputati e dei Senatori.

Se leggiamo il proclama di Carlo Alberto ai popoli della Lombardia e detta Venezia,sotto il 23 di marzo 1848 troviamo invece stabilito: «E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’Unione Italiana vogliamo che le nostre truppe, entrando sul territorio della Lombardia e della Venezia, portino lo scudo di Savoia sovrapposto alla bandiera tricolore».

Ecco già una differenza radicale tra due atti partiti dalla medesima autorità: ecco nel nostro Piemonte questo grande e ridicolo inconveniente, (che i deputati e i senatori stanno a congresso in forza dello Statuto; e sul palazzo dei Senatori e dei deputati sventola una bandiera contraria all’articolo 77 dello Statuto!

Ma una delle due: o si crede che Carlo Alberto, concesso lo Statuto, avesse Tantórftà di riformarlo e di toglierlo, e allora si corregga o si cancelli l’articolò 77; o si sostiene che tale autorità non appartenesse più [a Carlo Alberto» 'poiché se n’era spogliato facendo parte al popolo della sua sovranità, e si tolga un emblema che si oppone all’articolo dello Statuto.

Questo ragionamento faceva nella nostra Camera dei Deputati il valoroso generale d’Aviernoz, e i deputati Bottero e Borella, scrittori della Gazzetta del Popolo,lo confutavano scrivendo, «che se fossero stati dappresso al generale d’Aviernoz, gli avrebbero messo due dita alla gola, o conficcatogli un coltello nel cuore».

Qui però non è ancora il tutto. Sulla stessa bandiera tricolore noi abbiamo due opposti decreti; un decreto del 15 di aprile 1848 datato da Volta, in virtù del quale la nostra bandiera dee essere verde, bianca e rossa, collo scudo di Savoia,ed un altro decreto del principe di Carignano del 28 di aprile 1848, il quale prescrive che lo scudo di Savoia sarà contornato d’una lista azzurra. Le bandiere, dice il decreto, porteranno al centro lo scudo di Savoia coll'orlo azzurro.

Di guisa che quattro atti legislativi esistono intorno alla nostra bandiera. Lo Statuto del 4 di marzo la vuole azzurra: il proclama del 23 di marzo la vuole tricolore; il decreto del 15 di aprile la vuole senza orlo azzurro, ed il decreto del 28 di aprile la vuole coll’órlo azzurro.

Simili contraddizioni diedero luogo nel 1856 ad una scena curiosa in Valparaiso, che venne raccontata dal deputato Casaretto alla Camera, nella tornata del 0 di marzo 1857, e che noi riferiremo colle parole testuali dello stesso signor deputato, riferite nel Resoconto Ufficiale,N. 126, pag. 475.

«Nel porto di Valparaiso approdarono nel 1856 quattro navi: l’Esperiadel capitano G. B. Lombardo, l’Anetradel capitano Anetra, il San Giorgiodel capitano 0pizzo, e l'Argentinodel capitano Saettone. Il console di quel paese ordinò a questi capitani di circondare lo scudo di Savoia della lista azzurra.

I due ultimi menzionati capitani si uniformarono all’ordine del console; t dèe primi resistettero. Il console allora si rivolse all’autorità del luogo, acciocché gli prestasse man forte per fare ammainare quella bandiera. Ma l’autorità locale, o Signori, si rifiutò, e nel rifiutarsi presentò al console, siccome mi venne asserito dà persone che io credo autorevoli, il modello che nel 1848 il nostro governo inviava al governo di quel paese, acciocché la nuova bandiera fosse riconosciuta. L'autorità locale disse al console: vedete, la bandiera che cotesti capitani innalzano, è la vera bandiera legale, quella che io, a termini degli Ordirti delvostro governo, sono obbligato a riconoscere; Se io dovessi agire a tutto rigare, dovrei invece obbligare gli altri due capitani che si sono uniformati all’ordine vostro, di ammainare questa nuova bandiera, che io non posso riconoscere come legale, perché non conforme al modello inviatomi nel 1848.

Ilconsole reso impotente dalla resistenza del governo locale, emanò un decreto consolare che tengo in mie mani, col quale condannava non so à quali pene, i capitani resistenti».

Avvenne peggio in Genova, dove il forte di San Giuliano d’Albaro inalberò la bandiera azzurra appoggiandosi allo Statuto; i capitani di marina inalberarono la tricolore coll’orlo azzurro, ed altri finalmente non vollero il colore azzurrò neppure nell'orlo, li ministero tenne che si dovesse osservare il decreto del 18 di aprile, e adottò contro questi ultimi provvidenze che provocarono le interpellanze Casaretto del 10 di marzo.

Il 22 febbraio ultimo, disse il sig. Casaretto alla Camera, questo amore per il Colore azzurro andò in vero furore. In quel giorno una barca, armata pet ordine del capitano del porto di Genova, andò girando 'a far razzia delle bandiere inalberate sui bastimenti mercantili; si salì con violenza sulle navi, si fece il sequestro di quelle bandiere, ed i modi ed i detti usati nella circostanza furono, per quanto mi venne asserito, di una tale sconvenienza, (per cui non indegni di una misura arbitraria.

«Comunque sia, le bandiere sequestrate furono consegnate al fisco, acciocché procedesse contro quei capitani a termini di un articolo (non mi ricordo quale), il quale minaccia pene severe di carcere e di multa contro colui che inalberasse una bandiera che non fosse quella dello Stato.

«Il fisco, credo per vergogna, non procedé oltre; ed io spero che, se avverrà che il magistrato dell’ammiragliato àia chiamato a prendere una decisione esso rispetterà abbastanza il proprio dovere per applicare l’articolo di legge, non contro coloro che hanno inalberata la vera bandiera legale, e che si sono uniformati alla legge, ma all’autorità che ordinava il contrario, all’autorità che violò la legge, allorquando nel 1851 innalzò sulle navi dello Stato una bandiera che non era la bandiera dello Stato».

Queste parole dette alla Camera diedero luogo ad una discussione che insorse fra i deputati sull’orlo azzurro, discussione di cui si dolse oltremodoil conte di Cavour, e con ragione. Imperocché il 20 di febbraio egli avea scritto al conte Buol che la parte repubblicana era tra noi schiacciata e morta perché l'Italia e Popoloaveva sospeso le sue pubblicazioni. Ora non solo rinasceva (9)Italia e popolo,ma produceva l'Italia del Popolo; e la Fatae il Movimentoapparivano in Genova giornali repubblicani. Che più? Il 22 di febbraio, due giorni dopo la Nota del conte di Cavour doveansi sequestrare bandiere, sulle quali non si vedea più il colore azzurro, il colore della Casa di Savoia; e il 10 di marzo sorgeva nella Camera dei Deputati una discussione che assai chiaro di notava le tendenze di molti.

Qui gioverà dire al lettore l’origine del colore azzurro. Esso risale al conte Verde, a quel Conte che si onora soltanto nei giorni di carnevale! Ecco come ne parla Luigi Cibrario nella sua Storia della Monarchia di Savoia,vol. III, pag. 197:

«La galera capitana su cui veleggiava il Conte Verde, era, secondo la magnificenza di quell’età, leggiadramente dipinta, e colla poppa coperta di foglie d’oro e d’argento; sventolavano su quella nave molte bandiere, fra le quali primeggiava quella di divozione, di zendado azzurro coll’immagine di nostra Signora in un campo seminato di stelle. E quel color di cielo consecrato a Maria è, per quanto a me pare, l’origine del nostro color nazionale. Gli altri stendardi erano quelli: di Savoia, vermiglio colla croce d’argento; dei nodi d’argento in campo verde, special divisa d’Amedeo VI; e quello dell’Ordine del Collare, che, poco prima istituito, ebbe una stupenda occasione di segnalare il valore de' suoi cavalieri in lontane contrade, e di rendere da due opposte e famose riviere spettatrici l’Asia e l’Europa».

Il colore azzurro pertanto è il color nazionale,il colore della nostra Monarchia. Ora non solo si cercò a poco a poco di escludere questo colore dalle nostre insegne, ma nella tornata della Camera dei Deputati del 10 di marzo fu un continuo celiare su questo colore, e sull’orlo azzurro. Questo subito amore per il colore azzurro non è una cosa seria,disse il deputato Casaretto. E poi soggiunse: io non so darmi una ragione di questo amore al nuovo colore. Capite? Nuovo colore! E conchiuse: «all’attuale ministro piace l’azzurro, domani ne verrò un altro, cui piacerà il giallo, ad un altro piacerà il nero, e via discorrendo!»I Moia, i Sineo, i Valerio, i Pareto, tutti i sinistri della Camera, seguirono l’esempio del deputato Casaretto, in parte ridendo, in parte dichiarandosi contro il colore azzurro. Si finì col passare all’ordine del giorno.

Ma intanto sta vero che fu messo in discussione se dalla nostra bandiera si dovesse escludere il colore nazionale di Casa Savoia. Sta vero che si raccontarono fatti, dai quali risultò in molti un odio contro il colore azzurro. Ora, checché se ne dica, nessuno ci farà credere che quest’odio all'azzurrosia amore alla Monarchia. Il conte di Cavour, se s’era illuso fino al giorno 10 di marzo, dee oggidì andar persuaso che il partito repubblicano in Piemonte non è né così piccolo, né così spregievole. Esso ogni giorno guadagna terreno, e svolge nuove forze, e fa nuove reclute. Noi, perché ne siamo i dichiarati nemici, non ne nascondiamo le opere. Ma chi per ragioni d'interesse politico le nasconde senza forse volerlo, gli procaccia un nuovo vigore, e gli prepara la strada. Per carità apriamo gli occhi, e non ci lasciamo illudere sull’avvenire del nostro paese. Mazzini vuol essere combattuto, non disprezzato; e chi finge di disprezzarlo, lo serve. Certi applausi hanno poca significazione, e il vento li disperde facilmente. Noi abbiamo già altre volte gridato: difendete la Monarchia, eripetiamo il grido. La condanna che venne fulminala contro di noi, fu pur da noi volentieri accettata, in quanto potea significare una dimostrazione in favore del Monarca. Noi combattiamo pel Re, e siamo pronti a tutto in difesa del Trono. E siamo persuasi che ne’ tempi presenti i fautori della Monarchia non debbano starsene colle mani alla cintola, ma vegliare, operare, dimostrare la loro devozione a Casa Savoia. E i segni esteriori possono molto sull’animo delle popolazioni, onde lodiamo lo zelo con cui il Ministro La Marmora ha voluto che sulle nostre. bandiere rimanesse il colore azzurro. Egli, il valoroso generale, non ha ancora dimenticato gli attentati di Genova. Lodiamo la clemenza del Re, che perdonò agli autori di quella rivoluzione; ma non bisogna dimenticare la storia. Ciò che fu, potrebbe essere una seconda volta, e con più gravi e terribili conseguenze. Dio salvi il Re!


I DISCORSI DI KOSSUTH EDELP. CHRISTIE

SUL PAPATO

(Dall’Armonio, n. 61, del 14 marzo 1857).

Nel mese di febbraio l'Italia e Popolodi Genova pubblicava un discorso detto da Luigi Kossuth intorno alle cose d’Italia nel Free tradedi Manchester, dinanzi all’alto sceriffo della contea, e poi ripetuto a Boston, Halifax, Edimburgo, ecc. Per aver un’idea di questo discorso, basti la tesi che l’oratore imprese a trattare: Havvi fra gli altri un governo in Italia, che io tengo essere la peggiore delle umane invenzioni; voglio dire il governo sacerdotale di Roma». Ie villanie, le menzogne, le esagerazioni del Kossuth furono tali e tante, che Io stesso Timesne restò stomacato, e lavò la testé all’insolente tribuno.

Ma un padre gesuita non si tenne pago di questo, e volle confutare lo sfrontato oratore nella sala medesima dove egli avea spacciato le sue idee empie e rivoltose, e confutarlo alla presenza di que’ stessi che aveano udita l’accusa. Questo gesuita è il reverendo P. Christie, oggidì applicato al collegio di Stonvhurst; un antico aggregato (fellow)d'Oriel-College a Oxford; uno di quegli illustri convertiti, che lavorano con tanto zelo, e con tanto frutto per ricondurre la loro patria nella strada della verità.

L'argomento della sua lodareera stato annunziato alcuni giorni prima, e non lasciava alcun dubbio sul senso e sullo scopo che avea. Il Padre Christie avrebbe trattato del Papato considerato cerne contrappeso alta tirannia. Era una solenne smentita alle asserzioni del Kossuth sul punto più dilicato; era una tesi papale sostenuta davanti un pubblico inglese! La sala del Chorn Exchangetrovavasi piena stipata nel momento in cui il reverendo Lecturer salì sulla tribuna.

Il suo discorso venne in gran parte riprodotto dal giornale Lancashiro Advertiser. È una coraggiosa, dotta, eloquentissima dimostrazione. L’oratore non teme il pubblico che l’ascolta; ma imprende a dominarlo colla forza del ragionamento. Non si consiglia coll’umana prudenza, che mom le parole in sulle labbra; ma, fermo nel suo concetto, fidente nella forza della verità, la dice intera per quanto possa riuscire dura alle orecchie inglesi. Di questione in questione giunge perfino a fare l’apologia del Concordato austriaco, di quel Concordato che avea prodotto tanta agitazione in Inghilterra. I nostri lettori ci sapran grado d’un sunto che noi vogliamo dar loro del discorso del valente Gesuita.

Dopo di avere definito la tirannia, e provato che non solo questa è possibile, ma che dappertutto si trovano tiranni, il P. Christie stabilisce che nella Chiesa Cattolica esiste un’istituzione, che pel passato s’à sovente dimostrata, e che sempre, purché nulla si opponga alla sua influenza, si dimostrerà come una salvaguardia ed un riparo contee la tirannia. Fuori del cattolicismo, dicea l’oratore, il solo rimedio contro l’oppressione (se un atto inqualificabile può chiamarsi un rimedio) èla rivolta, l'insurrezione. L’Inghilterra medesima ricorse più d'uno volta a questo mezzo estremo contro una tirannia reale o immaginaria. Si fa la rivolta che fe’ morire Carlo I, la rivolta che sbalzò dal trono e cacciò in esilio Giacomo II».

Il rimedio vero, quale esiste nel sistema cattolico, venne sempre adoperato in servigio de' deboli, in favore degli oppressi. Questo rimedio è il Papato, potenza salutare, che sfidò audacemente la collera delle umane grandezze, e difese la causa dei piccoli e dei poveri. Quantunque debole in apparenza, il Papato fe’ ciò che non poterono fare gli eserciti; e sebbene calpestato, attinse una nuova forza dalle oppressioni medesime che sosteneva. Disprezzato e bestemmiato, assalito dai nemici esterni, tradito dai nemici domestici, dai falsi fratelli, dai figli snaturati, offeso in tutto ciò che il mondo stima ed ammira, crocifisso infine, non ha perduto nulla della sua originaria attività; e mentre che i suoi nemici intuonavano a ano riguardo l’inno della vittoria, e lo credevano per sempre strozzato e sepolto sotto le rovine, il Papato riapparve ai toro occhi storditi, riapparve più bello, più attivo, più potente che mai. Ecco il Papato! esclamava il P. Christie: Ecco il Papato, e la serie non mai interrotta dei successori del Pescatore! IlPapato ha sempre smascherato la tirannia, epperciò venne sempre esecrato dai tiranni».

Dopo diavere svolto storicamente il suo argomento, l’oratore si fermò all’Ungheria, e prese a combattere corpo a corpo col suo avversario. E senza cerimonie, senza ambagi, senza timori, stabili che nella lotta, di cui la memoria è ancora recente, L’Imperatore d'Austria si mostrò il vero difensore della libertà, mentre che l'individuo, a cui alludeva(Kossuth), camminava in un senso inverso. Ed ecco come il Padre Christie si fé a dimostrare il suo accunto.

Gli Ungheresi sono divisi in due razze. Quella dei Magiari, la mene nome rosa delle due, era dominante, ed esercitava il potere contro nove milioni d’uomini appartenenti all’altra razza con una crudeltà che sorpassava forse quella dei padroni americani verso i loro schiavi. I Magiari avevano sui loro sudditi il diritto di vita e di morte; essi rifiutavano loro ogni franchigia, ogni intervento nel governo. Ciascun magiaro maritava a suo capriccio coloro che vivevano sotto la propria dipendenza: era il vero signore feudale che esercitava un potere tirannico che mai si conosca nelle pili malvagie epoche dell’istoria. Ed il capo di questi Magiari era Luigi Kossuth; ed il liberatore di nove milioni di schiavi bianchi fu l'Imperatore d'Austria!

L’oratore non emise nessuna di queste proposizioni senza confortarla di prove irrefragabili. Egli tenne dietro al movimento ungherese dal 1845 fino alla Costituzione accordata nei 1849 dall’Imperatore Francesco Giuseppe, che annientò le pretese tiranniche d’una casta fino allora privilegiata a spese delta libertà. Non è la forma del governo, osservò il Padre Christie, che crei la libertà: anche una repubblica può esercitare una reale tirannia, la più odiosa fra tutte, la tirannia oligarchica.

Dopo sì splendida ed appropriata digressione, l’oratore tornò al suo argomento. Non ci basta lo spazio per riferire i quadri storici ch’egli tracciò all’attonito uditorio, mostrando il Papato opporre la sua influenza di tempo in tempo contro la tirannia dei Re barbari, la tirannia dei Principi feudali, la tirannia dei rivoluzionari di tutte le maniere. Ma due quadri in ¡specie hanno dovuto fissare l’attenzione del pubblico inglese: quello della tirannia di Enrico VIII e l’altro della tirannia del partito mazziniano.

Il P. Christie fe’ vedere agli Inglesi come Enrico VIII fosse un tiranno che il Papa cercava di raffrenare con tutti quei mezzi che stavano nelle sue mani. Ì1 primo atto tirannico del Re fu il suo ingiusto divòrzio. Chi sposò le parti dell’innocenza oppressa? domandò l’oratore. Chi protestò contro la passione del tiranno? 11 Clero inglese e le Università avevano ceduto; solo Clemente VII tenne fermo, e piuttosto che fallire alla sua missione di protettore dell’innocenza, sostenne che tutta una nazione si staccasse dall’unità cattolica, e rigettasse l’autorità della S. Sede».

Senza la salvaguardia del Papato, prosegui l’oratore, la donna perderebbe il grado cosi nobile, e così elevato che essa conquistò nella società sotto l’influenza del Cristianesimo. Lutero licenziò la poligamia; e oggidì anche in Inghilterra si rivelano funeste tendenze a sciogliere i vincoli del matrimonio, a rigettare la donna nello stato di abbiezione in cui Pavera piombata il paganesimo. Dappertutto fuori del Cattolicismo, il matrimonio perde il suo sacro carattere, per non essere più che un contratto puramente civile senza forza morale e senza sanzione.

Quanto ai rivoluzionarli moderni, dopo di avere ricordato i loro progetti, che essi medesimi dichiararono, e i loro atti più odiosi, e le loro presenti declamazioni l’oratore conchiuse così: «Giudicatene voi da tutto ciò che avete visto ed udito: sono questi i rigeneratori della società, gli uomini della vera libertà, dell'umanità, della carità? No, no: sono gli sfidati nemici di Dio e del l’uomo: gli empi distruttori di tutto ciò che è buono e santo, i violatori egoisti d’ognidovere, ¿’ogni moralità. Governare e dominare gli altri per arricchirsi delle loro spoglie, ecco tutto il loro intento. Sono i tirannidel secolo XIX in tutta la verità, in tutta la forza dell’espressione. Contro questi tiranni la migliore, la più forte salvaguardia si è ancora il Papato. La migliore e la più forte, non perché le armi della S. Sede sieno forti e numerose (in confronto dette altre armi esse sono nulla); non perché le flotte del Papa conducano su tutti i mari gli strumenti più formidabili di distruzione (queste flotte non esistono); non perché il Papa disponga d’immense ricchezze, o di inesauribili miniere (egli ne possiede ben poche); ma perché il Papato è, come fu sempre, come sarà fino all’ultimo dei giorni, la testé e il cuore del cristianesimo: la testé perché insegna la verità, il cuore perché insegna la carità».

Questo discorso venne ascoltato colla più straordinaria attenzione, e le ultime parole dell'oratore furono accolte con una formidabile esplosionedi applausi, che si rinnovò quando il presidente dell’assemblea ringraziò gentilmente il Padre Cbristie. Lo stesso presidente annunziò pel giorno 6 di marzo un’altra lettura, che avrà per argomento: i Monaci, le Monache e i Gesuiti, e sarà fatta dal signor Capes, un altro convertito di Oxford.

Qui noi aggiungeremo per parte nostra due semplici parole: una al clero, l’altra ai liberali. Diremo al clero: poiché i nostri nemici ci molestano colle consuetudini inglesi, e noi difendiamoci, difendiamo la Chiesa, difendiamo il Papato, come fanno gli Inglesi. La cerchia della nostra azione si è allargata; oltre il pulpito, noi dobbiamo predicare sui giornali, sui libri, sulle piazze, dovunque è un assalto da ribattere, un nemico da confondere, un traviato da ricondurre sul buon sentiero. Diremo ai liberali: se amate davvero la libertà, accordatela ai vostri avversari: imitate gli Inglesi, lasciateci sostenere liberamente il vero, tutto il vero. Confutateci con ragioni se ne avete, ma non ci soffocate con insulti e villanie. Il popolo ascolti voi e noi; senta la vostra sto, ria e la nostra; il nostro passato, il vostro presente, e decida.

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LE FORTIFICAZIONI PIEMONTESI NEL 1848 E NEL 1857

(Dall’Armonia n. 64, del 18 mano 1857).

Cadano i forti di Genova, ma non restino in piedi 1 forti del Piemonte. Rei di una stessa colpa in vita, sieno percossi da uno stesso fato in morte».

Brofferio, Camera dei Dep. 26 di luglio1848; relazione della Gazzetta Piemontese.

Le fortificazioni di Casale, incominciate arbitrariamente dal ministero, vennero approvate dalla Camera. Le fortificazioni d’Alessandria deliberate collo stesso arbitrio furono pure approvate. Se fra pochi giorni ¿aliasse il ticchio ai nostri ministri d’intraprendere le nuove fortificazioni alla Spezia, la Chambre s’assemblerai!— pour confirmer la chosecome dice un noto epigramma. Il ministero è la Camera, e la Camera è il ministero. Viva l’unione.

Noi vogliamo però cogliere quest'occasione per ricordare ai nostri lettori qualche memoria del 1848. Allora correva l’andazzo di distruggere le fortezze, come oggidì corre quello di rialzarle. II Piemonte ha pagato le distruzioni, come pagherà le erezioni.

Nel 1848 si citava nel nostro Parlamento quel detto di Nicolò Machiavelli: La miglior fortezza che sia è non essere odiato dal popolo; e si volevamo atterrate le principali fortezze dello Stato. Il deputato Montezemolo perorava per la demolizione di Castelletto e di S. Giorgio: «La sola fortezza inespugnabile, così egli, in cui possono fidare governi e principi, è l’amore dei popoli. E vivaddio, questa fortezza Carlo Alberto ha saputo innalzarla in Genova ben al disopra di Castelletto e di S. Giorgio«. (Tornata del25 di luglio1848)

Il conte di Cavour, oltre alla demolizione di Castelletto e di S. Giorgio di Genova, voleva pure la distruzione della cittadella di Torino, perché «il veddre che si adotta una provvidenza per una città, che non si estende a Torino, può ferire il sentimento nazionale di parecchi, lo credo perciò, soggiungeva il conte Camillo, che, se è cosa politica il non urtare i sentimenti dei Genovesi, debbasi del pari evitare di urtare i sentimenti dei Piemontesi, i quali potrebbero considerarsi come giustamente offesi, se si mantenesse per ora la cittadella di Torino, mentre si abbatterebbe il Castelletto e S. Giorgio». (Tornata del26 di luglio1848).

Il sig. Mellana, deputato di Casale, voleva a sua volta la demolizione del forte che sorge nella capitale del Monferrato, e il deputato Brofferio la demolizione degli altri forti del Piemonte, che, se poteano difendere le città, potevano egualmente batterle.

Ed a que’ giorni noi eravamo in guerra coll’Austria, e il nostro esercito combatteva sui campi di Lombardia. II conte Balbo, «presidente del ministero, osservava che, ove Genova fosse invasa dal nemico, in caso che la guerra si restringesse dentro la cerchia delle sue mura, come già accadde in Saragozza, in allora il Castelletto potrebbe giovare ai cittadini ed ai soldati come ultimo propugnacolo.

Alla quale obbiezione il deputato Valerio rispondeva: «che quei valorosissimi nostri fratelli nei casi estremi di una lotta combattuta dentro le mura di Genova troverebbero nelle magnifiche chiese di S. Lorenzo e dell’Annunziata, nei palazzi di così forte costruzione, in ogni casa, altrettanti propugnacoli, i quali verrebbero resi insuperabili dal valore cittadino». (Tornala del25 di luglio1848).

Il deputato Ricotti dava un’altra risposta dicendo: Noi siamo al principio d’una guerra santa, giusta, la più bella guerra che mai possa combattere una nazione. Noi siamo certi dell’esito di questa guerra: una nazione che voglia essere libera lo è, purché lo voglia, e fortemente il voglia».

E siccome il deputato Bacchia, generale del genio osservava che i forti potevano essere utili, ed il ministro Balbo era pronto a cedere all'autorità di un uomo dellarte quale è il deputato Bacchiaiil deputato Valerio gli mozzava la parola in sulle labbra con questo argomento perentorio: Bacchia è il generale

Bacchia, e Balbo è il generale Balbo». (Tornata del25 di luglio1848), Così ragionavasi a que giorni!

Or bene nel 1848 volevansi demolire le fortezze in Piemonte per tre ragioni principali: 1 perché l’amore dei popoli era la migliore fortezza: 2° perché in caso d’un assalto i cittadini avrebbero combattuto nelle chiese e nei palazzi; 3 perché l’esito della nostra guerra coll’Austria era certo avvegnaché una nazione che voglia essere libera lo è, purché lo voglia e fortemente il voglia.

Queste tre ragioni cessarono forse oggidì, che s’è fortificata Casale, che si vuol fortificare Alessandria e la Spezia? La sentenza di Machiavelli non è più vera, o l’amore dei popoli non è più così caldo? Forse che manchiamo di chiese e di palazzi per farvi in caso d’un’invasione nemica le estreme prove? 0 la nazione italiana non vuole più essere libera, e non lo vuole più fortemente?

Nel 1848 potevasi forse attribuire poco peso a siffatti ragionamenti, perché si trattava di distruggere; ma nel 1857 che trattasi di spendere,e come disse nella Camera il conte di Cavour addì 14 di marzo, d’iMPORRE un grave sacrifizio al paesi,pare a noi che sarebbesi potuto un poco più calcolare sull’amore dei popolisui palazzi, sulle chiese, sulla ferma volontà degli Italiani di rendersi liberi.

La nostra Camera giudicò altrimenti. La Camera del 1848 era stata chiamata da Adolfo Thters un'assemblea di bimbi)perché distruggeva. L’onorevole pubblicista cambierà opinione perché oggidì la Camera riedifica? Noi lo desideriamo di vero cuore. Ma se il signor Thiers sarà contento delle fortificazioni d’Alessandria, dubitiamo che al trar dei conti sia per esserne contento egualmente il Piemonte. Si dice che il paese ha parlato nella sottoscrizione dei cento cannoni. Oh, lo sentirete parlare più tardi, e con maggiore eloquenza, con maggior concordia, quando si tratterà di far fronte ai CENTO MILIONI, dei quali si sta decretando la spesa, o approvando i balzani e numerosi progetti del ministero.


IL DUCATO DI MODENA E UA GAZZETTA DEL POPOLO

(Dall'Armonia, n. 65, del 19 di mano 1857).

La Gazzetta del Popolodel 18 di marzo, N. 66, parlando dell'infermità onde è tormentato il Duca di Modena, scrive che reca un grandissimo dolore ai pretidell’Armonia. E dice verissimo. L'Armonialascia alla Gazzetta del Popoloil triste privilegio di godere delle disgrazie che toccano ai Sovrani d’Italia. L'Armoniaha sempre ammirato nel Duca di Modena un Principe pio, esemplare, generoso, amantissimo del suo popolo, che non lo squattrina, non lo tormenta colle imposte, noi lascia in balìa alle guerre intestine, noi vende ai forestieri, non toglie il pane a' proprii sudditi perderlo agli estrani; un Principe modello di giustizia e di religione. Quindi, se si duole altamente della sua malattia, se ne duole pel Duca, se ne duole pei Modenesi, e fa caldissimi voti affinché Francesco I sia presto restituito in salute pel bene d'Italia e dei suoi sudditi.

Dipoi la Gazzetta del Popolotaccia di supina ignoranzagli abitanti di Novellerà, che affermarono nell'Armonia avere il governo piemontese nel 1849 promesso di riconoscere e rispettare i diritti e la sovranitàdel Duca di Modena. Povera Gazzetta del Popolo!Abbisogna che i Modenesi le insegnino la storia nostra! Veggiamo da qual parte sia la supina ignoranza.

Il cav. Massimo d’Azeglio il 22 di ghigno del 1849 protestava che il Piemonte non era mai stato in guerracol Duca di Modena. I plenipotenziarii sardi in Milano dichiaravano «che il gabinetto sardo era pronto a dare ai Duchi di Modena e di Parma tutte le possibili assicurazioni relativamente alla sua intenzione ben formale di rispettare il loro territorio e la loro sovranità. La Gazzetta del Popoloè invitata a leggere il dispaccio dei nostri pie nipotenziarii sotto la data del 23 di giugno 1849. Inoltre, i signori Dabormida e Boneompagni il 23 di giugno trasmisero al signor di Bruck il seguente articolo in nome del governo piemontese: «S. M. il Re di Sardegna, desiderando d’altra parte di allontanare, per quanto può dipendere da lui, ogni causa che fosse di natura tale da nuocere alle buone relazioni, ch’Esaa ha a cuore di vedere esistere tra i suoi sudditi e quelli degli altri Stati d’Italia, dichiara di essere pronta a ristabilire le sue relazioni politiche coi Duchi di Modena e di Parma». Di più gli stessi plenipotenziarii Dabormida e Boneompagni proposero all’Austria nel 1849 di scrivere una Nota, in cui il Piemonte dichiarerebbe che non intende di contestare la sovranità dei Duchi, e che desidera di conservare con loro relazioni amichevoli. Se questi particolari sono ignorati dalla Gazzetta del Popolo,ce ne duole per lei; ma stanno registrati in un libro ufficiale, mandato a stampa in Torino nel 1849, per opera del nostro ministero col titolo: Histoire des négociations qui ont précédé le traità de paix conclu le 6 août4849, entre S. M. le Roi de Sardaigne et S. M. U Empereur iï Autriche; Turin, J. Pomba et Compagnie, éditeurs,p. 79, 83.

V’è di più, 0 signori della Gazzetta del Popolo. Lord Palmerston in data del Foreign office,25 di luglio 1849, scrisse al nostro governo di stringere la pace col Duca di Modena, riconoscendo i limiti fissati dal trattato di Vienna (recognizing theboundaries flxed according to the treatv of Vienna). E nel trattato di pace del 6 di agosto del 4849 all’articolo 4° il Re di Sardegna RINUNZIA ad ogni titolo, come ad ogni pretesa sui paesi situati al di là dei termini stabiliti dal trattato di Vienna del9 di giugno815. Non si fa che una sola eccezione relativa al diritto di riversibilità della Sardegna sul ducato di Piacenza. Di maniera che qualunque titolopotesse avere il Piemonte prima del 1849 sul ducato di Modena, non può essere più da lui invocato, perché v’ha rinunziato solennemente. E queste cose voi le ignorate, o signori della Gazzetta del Popolo?E avete bisogno che gli abitanti di Novellara, piccola terra del Modenese, vengano ad insegnarvele? E siete deputati? E pretendete di sedere a scranna, ed ammaestrare il popolo?

Del resto è uno scandalo che ornai dovrebbe cessare codesto di vedere in

Piemonte tanti incameratori ora augurare la morte ai Sovrani d’Italia, ora eccitare alla rivoluzione i loro sudditi, per Punico motivo di poterne dipoi usurpare i regni! Noi non troviamo parole abbastanza forti per ¡sfolgorare una tanta infamia. Ed è questa la nostra civiltà? Ed osiamo appiccare agli altri il nome di barbari? E qual barbarie maggiore che voltolarsi ogni giorno nel fango del latrocinio e del regicidio!

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AUSTRIA E PIEMONTE

(Dall’Armonia, n. 66, del 21 mino 185).

Nella risposta, che il conte di Cavour il 20 di febbraio dava alla Nota del conte Buol del 10 dello stesso mese, v’avea un punto per noi gravissimo, ed era il seguente. Il conte di Cavour lagnavasi coll’Austria, perché non avesse mandato le sue condoglianze al nostro sovrano nella dolorosa circostanza, in cui egli fu colpito quasi contemporaneamente dalla morte della madre, della moglie e del fratello. Noi lo diciamo schietto: questa rivelazione del conte di Cavour ci stordì, ci offese, ci andò diritto al cuore.

Non sapevamo come spiegare dalla parte dell’Austria questo difetto di convenienza, non parendoci a pezza ammessibile la spiegazione, che taluni vollero dedurre dalle freddezze che a quei giorni regnavano tra il gabinetto di Vienna e quello di Torino; allora quando ci venne sotto gli occhi una corrispondenza di Vienna, sotto la data del 9 di marzo, indirizzata alla Gaiette de Liìge.

Il corrispondente ricordando (’appunto del conte di Cavour, e indirizzandosi a lui, gli dice così: «Voi avete dimenticato, signor conte, di aggiungere, che, in occasione della ¡morte eternamente dolorosa delle Auguste persone, a cui voi accennate, avete spinto la malevolenza contro l’Austria fino a calpestare, alla presenza di queste tre bare, e i vincoli del sangue, e le leggi della più semplice convenienza. Voi avete fatto le comunicazioni officiali a tutti i governi d’Europa, la sola Austria eccettuata».

Il corrispondente della Gaiette de Liègeci rivela un fatto gravissimo, di cui vorremmo che il conte di Cavour si potesse purgare. È tristo, che un ministero siasi prevalso di tre grandi disgrazie, che afflissero la reggia, per recare tre insulti ad una Potenza amica; ma sarebbe ancora più tristo, che si fosse servito più tardi d’una conseguenza necessaria di questi insulti per ¡scusarsi d’una recente sgarbatezza. Noi attendiamo dai fogli ministeriali qualche pronta spiegazione su questo proposito. Il loro silenzio sarebbe un riconoscere la veracità della corrispondenza di Vienna pubblicata dal giornale belga. In questo caso la politica leale e schiettadel conte di Cavour potrebbesi ancora rivocare in dubbio.


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LE STATISTICHE CRIMINALI INPIEMONTE

(Dall’Armonia, o. 67, del 12 mano 1857)

«Depuis dix aos r art dea chiffres est la langue des mensonges».

M. Pagèsalla Camera di Francia, gennaio 1841.

«I miei dati li ho desunti da una statistica reale, da quella cioè delle esecuzioni capitali. Non può dubitarsi, che in questi ultimi anni, secondo la confessione di tutti, le esecuzioni furono realmente più numerose; e se vi furono esecuzioni più numerose, bisogna necessariamente ammettere che vi fosse la causa, cioè che vi sieno stati i reati, i quali vi hanno dato luogo.

Dep. Genina, Atti Uff. del Pari., tornata del 18 di mano, n° 140, p. 534.

Il principe Colibrì al servizio di S. M. la Regina d’Inghilterra fa i giuochi di bussolotto nella sala della Rocca, un antico circolo politico; e i ministri al servizio dei popolo piemontese fanno i giuochi di bussolotto nella Camera dei Deputati. Il conte di Cavour ministro delle finanze, fa comparire e scomparire i milioni; e il commendatore Deforesta, ministro di grazia e giustizia, scherza colle statistiche criminali.

Nella tornata del 19 di marzo il signor Deforesta ci diè qualche cifra sul numero dei delitti che avvengono in Piemonte, ma giuncando di parole, lasciando i delitti, parlando solo di crimini,ci avvolse le cose in modo da mostrarci la luna nel pozzo, e darci a credere che il Piemonte sotto la libertà viva nello stato felicissimo che chiamano di natura pura.

Ci mancano gli elementi per verificare le statistiche ministeriali. Però ci venne in memoria che il deputato Carlo Luigi Farini, quando era giornalista, pubblicò alcuni autentici dati statisticisui delitti che si commettono nel nostro Stato. Andammo a ricercarli nella collezione del Piemonte,e li abbiamo ritrovati nel N° 299 di questo giornale, 20 di dicembre 1855. Il lettore giudicherà.

Il sig. Deforesta e il sig. Farini ci diedero amendue la statistica criminale degli anni 1854 e 1855; ma con questa differenza che il ministro comprese nella sua cifra tutti i dodici mesi dell'anno, e il giornalista stabilì i suoi confronti su soli 10 mesi.

Statisticadei dodici mesi dell'anno1854 secondo il ministro De foresta
I crimini commessi rilevarono a 2264
Il numero degli individui accusati ascese a.. 2620
Statistica dei dieci mesi dell'amo1854 secondo il giornalista Farini.
Omicidii 114
Grassazioni 607
Furti 4306
Risse e ferimenti 995
Incendi! delittuosi 138
Diserzioni 190
Altri diversi delitti
Insieme 6350
Il giornalista Farini tace gli altri diversi delitti comprende soli dieci mesi dell'anno 1854, e ci dà una cifra di 6350, mentre il sig. Deforesta per tutto il 1854 ci dà la cifra di 1264! Egli soggiungerà: Ma io parlo de' soli crimini. È perché farci questo giuoco di bussolotto? E perché nascondere al Piemonte tostato suo? Perché tacere i delitti alla Camera, che dee giudicare d'una legge penale?
Statistica dei DODICI MESI dell'anno1855 secondo il ministro De foresta.
Il numero dei crimini commessi rilevò a.. 1791
Gli individui accusati ascesero a 2231
Statistica dei DODICI MESIdell'anno1855 secondo il giornalista Farini.
Omicidii 90
Grassazioni 498
Furti 3491
Risse e ferite 898
Incendi! delittuosi 76
Diserzioni 131
Altri diversi delitti
Insieme 5184

Per dieci mesi del 1855 abbiamo dal giornalista Farini una cifra di 5184 delitti, e dal ministro Deforesta per dodici mesi dello stesso anno la sola cifra di 1791. Il ministro ripiglierà la sua scappatoia, che parla cioè dei soli crimini. Ma perché venderci bubbole e non dirci una volta tutta intiera la verità?

Lasciando da parte il signor Farini, confrontiamo le asserzioni del ministro Deforesta con quelle del deputato Marco. Il ministro dice, che è dolente di non poter dare alla Camera dati statistici del 1856; ma fa argomentare una diminuzione di delitti, da ciò che avviene nelle carceri di Torino.

«Ed invero il 1° di gennaio 1855 nel carcere di Torino i detenuti erano 960, ed in tutto il distretto di questa Corte d’Appello contavansene 1610; al 1° di gennaio 1856 i detenuti in Torino non rilevarono più che a 695, nel distretto a 1273, con diminuzione relativamente all’annó 1855».

Or bene nel bilancio dell’interno pel 1856, approvato dalla Camera, alla categoria Spese per le carceri di pena,v’avea un'aumento di L. 74 mila sul 1855, e il deputato Marco, relatore, l'attribuiva al maggior numero di detenuti. Un aumento pure presentavasi sotto la categoria di carceri giudiziarie,e lo stesso relatore ne accagionava l'aumento considerevole dei detenuti in quasi tutte le carceri dello Stato.

Sicché il ministero, che nel 1856 voleva un aumento di denari, ci arrecava per ragione un aumento di prigionieri, e in conseguenza un aumento di delitti. Ora invece, che gli mette conto una diminuzione di delitti e di prigionieri, non esita a darcela in belle e rotonde cifre nello stesso anno 1856, in cui ha già Oonlessato l'aumento. E poi fidatevi delle statistiche ministeriali.

La verità è, secondo gli autentici dati statisticidel sig. Farini, che noi in venti mesi abbiamo avuto in Piemonte 11,534 misfatti; tra' quali 7,797 furti. E il ministro di grazia e giustizia ha il coraggio di presentarsi alla Camera, e chiederle una diminuzione di penalità contro i delinquenti?

Mettiamo anche una diminuzione ne’ crimini. Questa proverebbe in favore della legislazione esistente. Se i crimini sminuiscono, come voi dite, significa che le nostre leggi penali sono buone, che ben applicate producono ottimo effetto. Perché dunque volete variarle?

Il nostro ministero applica alla politica il sistema' omeopatico. Ci sono usurai? è il sig. Deforesta ci regala la libertà dell’usura. In soli venti mesi abbiamo in Piemonte 204 omicidii; 1105 grassazioni; 1893 risse eferite; e il sig. Deforesta ci offre le modificazioni al Codice penale!


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MODIFICAZIONI AL CODICE PENALE PIEMONTESE

(Dall'Armonia, n. 68, dd 24 mano 1857)

Da alcuni giorni suonano nella nostra Camera voci di pietà e di compassione. Oh quanto è bella e soave la parola di misericordia sulle labbra del legislatore! Ma in favore di chi parlano certuni dei nostri deputati? Invocano misericordia pei contribuenti? No, li hanno aggravati o stanno per aggravarli d'una nuova spesa di cento milioni. Chiedono pietà pei poveri che debbono porgere la mano per un imprestito al capitalista, affine di attendere alla coltura del loro piccolo podere? No, hanno gettato la briglia sul collo all'usura, e proclamarono l’impunità in favore degli usurai. Domandano compassione pei frati, per le monache, pei parrochi, per gli Arcivescovi, esiliati, torturati, spogliati? Oh no, godono invece delle pene che soffrono, o almeno non se ne danno vetun pensiero.

Per chi dunque è la pietà e la misericordia di costoro? Noi lo diremo francamente, perché questa è la verità; coloro che stanno pel disegnò di legge

presentato dal ministero, mostrano viscere di compassione pei rivoltosi, per gli empi, per gli spudorati, gli incendiarii, i bestemmiatori e gente simile. Di fatto il nostro ministro di grazia e giustizia si presentò alla Camera, e disse: il no atro Codice penale punisce troppo severamente coloro che cospirano contro la sicurezza esterna o interna dello Stato, che rubano i vasi sacri, che disperdono le ostie consacrate, che commettono stupri violenti a danno di persone vincolate da solenne voto, che tentano il parricidio e il venefizio senza riuscirvi, che commettono grassazioni a mano armata, e cercano d’uccidere l’assassinato, e via discorrendo. Signori deputati, io vi propongo di diminuire queste pene.

E i deputati Tecchio, Mamiani, Chiaves esclamarono: misericordia, misericordia! Il secolo si ostina a voler grande mitezza nei tribunali,disse il cittadino di Pesaro deputato di Genova; e declamò per ore ed ore in vantaggio dei rei. Il deputato Chiaves volle che i blasfemi fossero i primi a godere del suo maid speech,e scatenossi contro il grandissimo errore che regna nel nostro Codice; e finalmente il vicentino Tecchio mostrossi tutto tenero per coloro che stavano davanti i tribunali, ed affrettò l’approvazione del disegno di legge per diminuirne le pene.

Ora noi affermiamo 1. che tanta eloquenza fu tutta prodigata in vantaggio dei rei; 2. che riuscì tutta quanta in danno degli innocenti; 3. e finalmente che fu un vero insulto alla memoria di Carlo Alberto. Non ci tornerà malagevole la dimostrazione di questi tre punti.

E dapprima che cosa importa a chi non vuole cospirare contro la sicurezza dello Stato, né commettere grassazioni, né rubare i vasi sacri, né uscire in bestemmie, né attentare alla vita dei cittadini, che questi delitti siano pino meno gravemente puniti? Nulla affatto. Lex non est imposita iusto. Il giusto si ride della legge penale, e non gode per nulla delle sue modificazioni. La mitezza dei tribunalicede tutta in guadagno dei rei. Per costoro adunque perorano i nostri oratori; costoro debbono ai medesimi i più cordiali ringraziamenti.

Posta l’approvazione della legge, che cosa ne avverrà? Egli ne dee di necessità avvenire un aumento di delitti, di grassazioni, di furti di vasi sacri, di bestemmie, di cospirazioni, imperocché non può negarsi che [le penalità infrenino i delitti; altrimenti converrebbe consegnare alle fiamme il Codice penale. E se le penalità sono un ritegno ai delinquenti, questi si abbandoneranno tanto meno al delitto, quanto più forti saranno le pene che li colpiscono.

Ciò stabilito, se noi colle severe disposizioni del Codice penale abbiamo avuto in venti mesi dodici milamisfatti, ducentoquattroomicidii, mille centocinquegrassazioni, mille ottocentonovantatrerisse e ferite, ducentequattordiciincendii delittuosi, quanti di più non ne avremo dopo le modificazioni del Codice medesimo? Chi non fu ritenuto dal crimine pel timore della morte, ne sarà ritenuto pel solo timore del remo?

Ed è in questo senso che noi abbiamo dichiarato essere piuttosto una crudeltà quella clemenza onde si mena vampo nella nostra Camera dei deputati. Là alcuni oratori pensano soltanto ai rei, e non alle loro vittime; pensano agli omicidi, e non agli uccisi; ai ladri, e non ai derubati; ai cospiratori, e non ai popoli che piangono per le cospirazioni. Voi sentite pietà pei molti che vennero e vengono tuttodì condannati nel capo. Ma perché non vi fanno egualmente compassione i ducentoquattro cittadini che vennero uccisi? Quanto a noi la nostra pietà è per costoro; ne deploriamo la morte, e nient’altro ci sta a cuore quanto salvare altre vite col reprimere gli omicidi.

Ammettiamo bensì che le pene non debbano essere esorbitanti ma propor«zio nate; al delitto. Or bene, si dirà, che tali non erano quelle portate dal nostro Codice penale? Dunque voi tacciate d’ingiustizia Carlo Alberto che promulgò quel Codice; e mentre lo salutate magnanimo,osate denunciarlo cru deh?E quale è dunque la vostra buona fede? Qual valore hanno i vostri applausi?

Preghiamo i nostri lettori di considerare il torto che fanno a Carlo Alberto e al Piemonte quei forestieri che, rifuggiti tra noi, vengono a darci del barbaro, quasi che le leggi nostre, che pur recarono tanto bene allo Stato, e contribuirono così potentemente alla moralità ed alla floridezza del regno, sieno assurdità selvaggie, e provvidenze sconsigliate.

Del resto, che diranno del fatto nostro gli altri Italiani vedendo che applichiamo l’animo a questo genere di riforme? Noi in venti mesi abbiamo dovuto deplorare 11,534 misfatti. Vale a dire, che in Piemonte

Si commettono 576 misfatti per ogni mese, e 88 per ogni settimana.

Si commettono 389 furti per ogni mese e più di 130 furti per ogni settimana.

Si commettono 55 grassazioni per ogni mese e 13 incirca per ogni settimana.

Si commettono dieciomicidii per ogni mese, e dueincirca per ogni settimana.

Si commettono 55 grassazioni per ogni mese, 13 circa per ogni settimana. E il ministero che cosa fa? Propone le modificazioni al Codice penale. La Camera approverà: ma gli altri Italiani, ma i forastieri, che cosa diranno di noi?


LA LIBERTÀ DELLA BESTEMMIA IN PIEMONTE

(Dall’Armonia, n. 69, del 25 marzo 1857).

I deputati Chiaves e Robecchi vogliono dare al Piemonte, dopo la libertà ¿l’usura, un’altra libertv, quella della bestemmia; pretendono che ial nostro Codice sia cancellata ogni pena contro i blasfemi, e che in Piemonte si possa liberamente bestemmiar Dio, la Madonna e i Santi, senza che il governo debba torcere un capello ai rei. Essi fondano la loro pretesa sul principio pagano: Deorum iniuriae Diis cura.

L’enunciato semplice di questo sistema mette ribrezzo. L’uomo onesto al sentir pronunziare la libertà, l’impunità della bestemmia, indietreggia spaventato, e dice: come mai? Voi che scriveste nello Statuto: la persona del Re è sacra ed inviolabile,volete cancellare dal Codice l'inviolabilità di Dio?Non ai può offendere la Camera dei deputati senza incorrere nelle ire del fisco, e si potrà offendere la divinità senza che il governo abbia a rintuzzare l’offensore?

Egli è un grandissimo errore il supporre che la bestemmia sia una semplice offesa di un individuo verso il suo Creatore. È un’offesa contro qualsiasi governo, è un’offesa contro ogni onesto cittadino; un’offesa contro il nostro Statuto, contro la verità, contro l’ordine, contro la pace, contro la pubblica sicurezza; è un’attentato sociale, un proclama di rivoluzione; il principio di ogni delitto.

Può egli esistere un governo senza Iddio? Tutti, e cattolici e pagani rispondono concordemente di no. Iddio è necessario ad un popolo, come le mura ad una città. Dio è l’origine e il fondamento del diritto, del dovere, dell’autorità, del comando, dell’ordine. Tutte queste parole, tolto Iddio, non hanno più verun senso, e sono un inutile suono.

Or bene, il blasfemo, che offende Iddio, non offende la società, di cui è la base? Ingenerando il disprezzo verso Colui, da cui deriva il diritto e ildovere, non manca in pari tempo ad un dovere e ad un diritto pubblico? Imprecando al fonte, da cui emana ogni ordine, non commette un disordine sociale? Calpestando l’autorità divina, non conculca in pari tempo l’umana autorità? La risposta a tutti questi quesiti è evidentissima. Dunque è della stessa evidenza, che la bestemmia è un delitto contro la società, e che il governo dee punirla e reprimerla. (e)

Questo argomento varrebbe in generale per qualsiasi legislazione; ma a fbr fiorivale per la nostra, che porta scritto in capo il cattolicismo. Lo Stato nostro ha una fede, e questa fede gli impone di onorar Dio. Il culto divino abbraccia due parti: l’una positiva, che sono gli atti d’ossequio e di adorazione; e l’altra negativa, che è difendere Iddio contro gli insulti recati al suo santissimo nome. E siccome fallirebbe allo Statuto il governo che negasse a Dio ogni culto, così egualmente lo violerebbe lasciando impunite le bestemmie vomitate contro di lui.

Ma si soggiunge, che il «Signore Onnipotente non ha bisogno che la creatura si levi a difenderlo. Sciocchissima obbiezione, che provando troppo non prova nulla. Forse che Iddio abbisogna delle nostre adorazioni? Forse che nella sua beatitudine manca di qualche cosa, se noi noi riconosciamo? Dunque proclamate la libertà dell’ateismo, lasciate levar cattedre dove si neghi l'esistenza della divinità!

Non è Dio che abbisogni della nostra protezione, ma siamo noi, è il governo che ha un’assoluta necessità di difendere l’onore di Dio. L’impunità del disprezzo verso Iddio trae con aè infiniti altri delitti, ll. male come il bene ha la sua logica, e i tristi sono il più delle volte tremendi ragionatori. Se si può bestemmiare Iddio, perché si dovrà rispettare il governo? Perché si dovranno rispettare gli altri cittadini? Il figlio perché dovrà onorare il proprio padre? Il ladro perché dovrà astenersi dal mettere le mani sull’altrui proprietà?

D'altra parte il bestemmiatore non solo offende tra noi lo Stato ed ilgoverno, ma tutti quanti i nostri concittadini senza distinzione di Cattolici, di Valdesi e di Ebrei. Tutti noi riconosciamo l’esistenza di Dio, e siamo d’accordo che gli si dee amore ed ossequio come al padre comune. Un insulto recato al padre non può a meno di riuscire amarissimo a tutti i figli che ricevettero l'essere da lui; equesti figli hanno diritto che venga represso l’insulto.

Chi manca del dovuto rispetto al nostro Re, non solo si rende reo verso la persona di Vittorio Emanuele il, ma eziandio verso la persona de' suoi sudditi. Tra questi e il re esiste una corrispondenza d'affetti, ed una concatenazione di diritti, per cui la gloria dell’ultimo si riverbera sopra i primi, e viceversa questi partecipano ai dolori ed agli sfregi di quello. Ciò è tanto più vero riguardo ai Re dei Re, e a tutte le sue creature, che non possono a meno di sentirsi crucciate e svillaneggiate dalle bestemmie proferite contro l’Eterno.

Questi sono elementi del catechismo; eppure noi siamo obbligati di insegnarli ed inculcarli ai nostri legislatori! Oh come apparisce, non solo empio, ma ridicolo il legislatore che perora per la libertà della bestemmiai Lo sciagurato non bada che uccide se stesso; imperocché la legge viene da Dio, e chi lascia la libertà al blasfemo, predica il disprezzo di quel principio di autorità che sta per esercitare. Un legislatore che invoca l’impunità in favor de' blasfemi, è un padre che inveisce contro la patria potestà, è un costituzionale che getta alle fiamme la sua Costituzione.

Noi deploriamo che una parte de' nostri deputati abbiano in questa sessione cercato ogni modo per concitarsi contro il popolo piemontese. I Borella s i Moia esordirono con proclamare l'opposizione assoluta tra la nostra libertà e la religione cattolica. Chiavese i Robecchi continuano collo stabilire che per esser liberi s’han da lasciare impuniti i blasfemi! E volete voi di questa guisa amicare il nostro popolo colle libere istituzioni? Volete che gli altri Italiani piglino buon concetto di noi?

L’Indipendentedel 23 di marzo, N 102, non potò a meno di uscire in questa preziosa confessione: Cosa strana, non siamo riusciti, dopo tante innovazioni introdottesi dal 1848 in poi nei varii dicasteri, a fare qualche cosa eho lasci ai nostri nepoti vestigio luminoso di noia. E che diranno i nipoti, quando, cercando nelle opere vostre, non vi troveranno altro che due libertà: la libertà dell’usura, e la libertà della bestemmia?


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FERDINANDO II L’INTREPIDO RE DELLE DUE SICILIE

(Dall’Armonia,n. 74, del 1° aprile 1857)

«Fa da re, ed 4 re davvero». Vita del Re di Napoli scritta da Mariano D’Avala,’Torino 1856, p. 16.

Egli pare che la questione napoletana ornai volga al suo termine. Già l’Inghilterra pensa a riappiccare le sue relazioni diplomatiche col governo delle Due Sicilie, e già sotto voce si vanno ripetendo a Parigi i nomi di quei personaggi che si recheranno a rappresentare la Francia alla Corte di’ Re Ferdinando II. Questo gran Re, che il 15 di maggio del 1848 schiacciava la rivoluzione, nel 1857 ha sconfitto la diplomazia. A nostro avviso egli merita dai contemporanei e dai posteri l’aggiunto d’INTREPIDO,e noi quind’innanzi accompagneremo sempre il suo nome con questo titolo.

L’intrepidezzaè carattere ammirabile di Re Ferdinando. Mazzini, che è tristo, tristissimo, ma pure ha buona vista nel discernere le virtù o le magagne de' Principi, mandava nell'ottobre del 1846 una sua nota ai cooperatori della Giovane Italia,per mezzo di due emissarii, che partiti da Losanna passavano per Ciamberi, e nel novembre erano in Torino. Mazzini diceva agli Amici d'Italiacome s’avessero a vincere alcune difficoltà, e quali fossero i mezzi per compiere la rivoluzione. Parlamente indicava come si potessero imbrogliare i Principi,i Grandi,il Clero,il Popolo, tutti.

E quanto a' Principi dicea che bisognava corbellare il Re di Piemonte coll’idea della Corona d’Italia,il Granduca di Toscana coW inclinazione ed imita» rione,non mettersi in gran penadella parte della penisola occupata dagli Austriaci; i piccoli Principi avrebbero da pensare ad altro che a riforme. Giunto al Re di Napoli Mazzini avvertiva i suoi amici che bisognava prenderlo PER LA FORZA. Mazzini avea da buona pezza riconosciuto t'anima intrepida del Re delle Due Sicilie.

Amici e nemici gli rendono questa lode, d’avere sortito una mente che facilmente capisce, e una volontà che fermamente vuole. Il professore Orioli, nell’ultima tornata generale del Congresso degli scienziati, che celebrossi in Napoli nel 1845, chiamava Ferdinando II benigno Giove tuonante,tre parole che sono un gran panegirico, ed indicano, la bontà del cuore, la superiorità del grado, la risolutezza del volere.

Un napoletano rifuggito in Torino, il sig. Mariano d’Avala, dettò testéla vita del Re di Napoli,ma in quella che divisava di condannarlo alle gemonie, dalla forza della verità fu condotto a dirne i più sperticati encomii. Ecco come ne delineò il ritratto. Credo che non si lasciò apertamente menare a voglia di nessuno, sia Imperatore d’Austria, sia Regina d’Inghilterra, Re in antico ed anche Imperatore moderno de' Francesi. FA DA RE, ED È RE DAVVERO».

Queste sue grandi ed ahi! troppo rare qualità vennero apprezzate dagli uomini intelligenti. Cobden nel 1846 rimase stordito alle savie risposte di Re Ferdinando sul libero scambio; l’arciduca Carlo andato in Napoli ne) 4840, se ne partì innamorato del Re, il quale lasci«) poi le più belle impressioni nell'animo dell'Imperatore Nicolò quando nel 1847 lo accolse in casa sua al ritorno di Sicilia, ov’era stata a risanarsi l’Imperatrice, che ora per le medesime infermità vive in Nizza.

Giovinotto a quindici anni, Ferdinando TI comandava supremamente l’esercito per sollazzo e per ammaestramento; volea imparare sul terreno, sdegnandosi, dice il d’Avala, «coi vecchi officiali che non avevano più veduto il campo delle evoluzioni da anni ed anni» (pag. 17).

L’8 di novembre del 1830, quando prese il regno, disse a' suoi sudditi: «Siamo persuasi che Iddio nell’investirci della sua autorità non intende che resti inutile nelle nostre mani, siccome neppur vuole che ne abusiamo. Vuole, che il nostro regno sia un regno di giustizia, di vigilanza e di saggezza, e che adempiamo verso i nostri sudditi alle cure paterne della sua Previdenza!. Così deliberò di fare, e così fece.

Egli lottò coraggioso contro le rivoluzioni. In ventisei anni di regno ne soffocò sette; una nel settembre del 1831 scoppiata in Palermo; un’altra scopertasi in Napoli nel 1833; la terza negli Abruzzi nel 1837, pretesto il colera; la quarta l'8 di settembre nel 1841 in Aquila; la quinta due anni dopo in Cosenza; la sesta nel 1847; e la settima è la famosa congiura del 15 di maggio. Altrettante rivoluzioni videro Francia e Spagna, ma non riuscirono a soffocarne veruna.

E come tenne testé alle fellonie dei rivoltosi, così ai prepoteri dei diplomatici.

Con un atto solenne del 18 di maggio 1833 protestava altamente contro la prammatica sanzione spagnuola del 29 di maggio 1830, e contro qualunque atto che potesse alterare od indebolire quei principii che finora sono stati le basi del potere e della gloria di Casa Borbone.

Nel 1840 scongiurava l’ira britanna, annullando il contratto della Compagnia Taix Avcard, e rispondeva: Il trattato del 1816 non è stato violato dal contralto dei zolfi; in luogo di danni gl’Inglesi hanno ricevuto benefizii; io ho dunque per me Dio e la giustizia; sicché fido più nella forza del diritto, che nel diritto della forza».

All’annunzio felicissimo del colpo di Stato del 2 di dicembre, date anticipate istruzioni al suo ministro, Ferdinando II fu il primo Re che riconobbe Luigi Napoleone. E come ne venne ricompensato?

Un suo nemico, il sig. d’Ajala, nel 1856, poco dopo il Congresso di Parigi e l’inudito assalto dei diplomatici contro il Re di Napoli, scriveva in Torino: E noi siamo intanto sicuri, che saprà anche con arte meravigliosa guardare impassibile le minacele di Portsmouth e di Aiaccio». E seppe.

Ricapitoliamo. Mazzini disse nel 846: bisogna prendere il Re di Napoli colla forza. E i mazziniani' si accinsero all'impresa. I processi dell'Unitàitaliana,del 15 di maggio,dei pugnalatori,del 5 di settembre,del 29 di gennaio. dei volontaria in Lombardia,ne racchiudono i documenti. Ma Ferdinanda II sostenne intrepidamente Vassallo rivoluzionario, e vinse.

Dopo la demagogia venne la diplomazia, e tentò di prendere colla forza il Sovrano delle Due Sicilie. Egli sdegnò la calunnia; respinse l’usurpazione; fu coraggioso senza temerità; fa prudente senza debolezza; e riscosse perfino i più begli elogi nel Parlamento inglese.

Mentre i rivoluzionarli in Torino distribuiscono le medaglie di Milano e di Bentivegna coniate a Ginevra, i buoni onorino il pio e forte Sovrano, salutane dolo col titolo di Ferdinando IIl'INTREPIDO.


I MINISTRI PIEMONTESI - I GIUDEI ED I DEPUTATI

(Dall’Armonia, n° 75, del 2 aprile 1857).

«Se alcuno mi avesse detto, alcuni anni or sono, che io sarei stato chiamato qui a deliberare sol modo di creare dei rabbini, in verità, che io avrei alzato le spallo, e gli avrei riso al naso; eppure eccoci oggi proprio a deliberare come si debbano creare i rabbini».

Dep. VALERIO,ton. del 30 di mano 1857, Resoconto Uff. n° 103, p. 620.

I giudei sono un popolo che non può vivere né morire. I loro padri chiamarono sul proprio capo e sul capo dei figli il sangne del giusto. «E quel sangue dai padri imprecato— Sulla misera prole ricade», e non la lascia ricostituirsi in nazione, né perdere la sua nazionalità; non la lascia sostenere il mosaismo come un culto, né rigettarlo siccome un’anticaglia,. Il rito giudaico deve sussistere in prova del cattolicismo; il popolo ebreo deve aggirarsi disperso per le contrade del mondo, esempio terribile delle pene riservate a chi lapida i profeti, e crocifigge il figlino! di Dio.

I giudei sentendosi ogni giorno morire, senza morire giammai, levano di tratto in tratto le mani verso i governi, e li pregano ad infondere nelle loro vene colla forza materiale quella vitalità che non hanno, e non possono più avere. Per tale motivo ricorrevano al nostro ministero, perché loro desse una legge, e ne riordinasse le università; e il ministero aderiva. Ma il progetto non veniva mai in discussione, e gli israeliti tempestavano la Camera elettiva con petizioni continue, supplicandola di voler pur una volta discutere il disegno di legge.

La Camera avea recato testò un gran danno agli ebrei, togliendo loro un privilegio che per lo innanzi godevano nei paesi cristiani, il privilegio delle usure. Il duca Carlo Emanuele, nelle patenti del 16 di dicembre 1603, lasciava che i giudei potessero imprestare coll’interesse dell'18 per 00 ((5)). E Sessa ci avverte che prima il tasso dell'usura per loro era del 33 per 00 ((6)). E come tra noi,così altrove accorda vasi ai giudei, se non intera, almeno una parte della libertà dell’usura. Filippo il Bello legittimava l’interesse per gli ebrei a il per cento ((7)). Nel 1430 i Fiorentini li chiamavano, obbligandoli a non riscuotere maggior inerito che il 20 per 0|0 ((8)). Nel Belgio, nella Spagna, nell’Inghilterra, in tutti i paesi dell’Europa si hanno esempi di siffatte concessioni.

I nostri deputati oggidì avendo esteso a tutti i cristiani il privilegio degli ebrei, proclamando la libertà dell’usura, diedero il colpo di grazia al ghetto. Affinché però non ne morisse, cercarono di sostenerlo altrimenti colla legge che riordina le università israelitiche, e la legge venne discussa, lungamente discussa ed approvata. Essa riconosce che ciascuna università de' giudei esistenti nei nostro Stato forma un corpo morale con autorità di imporre ed esigere tasse pel culto ed istruzione religiosa.

I sinistricombatterono questa legge, perché vogliono tutte le libertà, o almeno tutte le licenze, anche la licenza dell'ateismo. I ministrila sostennero col seguente ragionamento di Urbano Ratlazzi: La questione sta ne! vedere se convenga nell’interesse sociale, che ci sia una religione tollerata di qualsiasi natura, anzi che vi sieno cittadini, che non professino assolutamente nessuna religione. Ora egli è evidente che l’interesse sociale esige che vi sia tempre una religione, tollerata o non, anzi che individui professanti il pretto ateismo». Sotto questo aspetto noi siamo d’accordo col ministero, e approviamo la legge.

Però, discutendosi quest’argomento, si toccò nella nostra Camera delle persecuzioni antiche contro i giudei, e della intolleranza dimostrata a loro riguardo. A noi preme di mettere in sodo un punto che risulta dalle istorie, ed è che fu in Italia, dove i giudei ebbero meno a patire, e dove poterono partecipare della carità cattolica. Il signor Guizot, nella sua Storia della Civiltà in Europa,ricorda i nomi di Alessandro II, di Alessandro III, d’Innocenzo II, di Gregorio IX, di Clemente V, di Clemente VI, e di tanti altri Pontefici, i quali trattarono gli Ebrei con quella carità che richiede la ragione, e la religione comanda ((9)). E Limbork e Muratori riferiscono come molti ebrei, abbandonando la Spagna nei tempi in cui venivano cacciati da quella contrada, riparassero in Italia, dove avevano le più fiorenti sinagoghe, ed erano trattati meglio che in ogni altro paese ((10)). In Toscana un proverbio dicea perfino, ch’era meglio battere il Granduca che battere un ebreo. Da Lutero, da Calvino, dai protestanti ebbero a patire gli ebrei le peggiori persecuzioni: e Voltaire disse eccesso del ridicoloconcedere loro la cittadinanza ((11)). La Chiesa invece sempre li compatì, e voi l’udirete nell'entrante settimana, nel giorno medesimo del Deicidio, pregare per loro.

E poiché abbiamo per le mani questo tema, non riuscirà discaro al lettore, che noi gli raccontiamo come gli ebrei si stabilissero in Torino. Essi vi furono ammessi l’anno 1424, affinché, conversando coi cristiani, dall’esempio di questi e da divina ispirazione fossero tocchi a riconoscere i loro errori, a pigliar la via della salute, e adorare il loro Re Gesù Cristo. Elia Alamandicolla famiglia fu il primo a stabilire la sua residenza in Torino. Per molti anni gli ebrei vissero frammisti coi cristiani, e si davano perfino al mestiere di beccaio. Ma il Comune lo vietò, e nel 1457 ebbe ricorso al Consiglio Ducate affine di ridurli ad abitare in luogo appartato ((12)).

E bisogna dire che gli ebrei si comportassero onestamente, giacché ne’ capitoli che vennero loro concessi addì 5 di giugno 1576 dal duca Emanuele Filiberto, si leggono le seguenti testuali parole: «Noi abbiamo tollerato gli ebrei per avere conosciuto con esperienza che nei bisogni che noi abbiamo di provvedere spesse volte a molte necessità che occorrono per conservazione e mantenimento dello Stato nostro, ci possiamo prevalere di detti ebrei ((13))».

Che se essi continueranno a mostrarsi buoni cittadini, s’avranno da noi affetto e compassione. Imperocché a noi non piace lo zelo che un certo Bertelli, ora scrittore d'Esperi,di Cittadini,di Opinioni,sfogava il 18 di dicembre del 1847 mandando al palio una sua scrittura piena di villanie contro i mossiti. Bisogna attendere alla conversione degli ebrei, e non alla loro umiliazione. La mano di Dio si è aggravata abbastanza sul loro capo. A lui la vendetta. Noi non amiamo per certo la libertà moderna che non ha nulla di libertà, fuori del nome; ma finché Dio ci assista non iscriveremo mai ciò che il Bertelli contro i poveri figli di Giuda.

Al Bertetti risposero gli israeliti con un libretto intitolato: Risposta d'israeliti al signor chierico G. M. Bertetti,Torino 1848, tipografia Zecchi e Bona; e fu una vera confusione per un sacerdote che gli ebrei dovessero insegnargli la carità. Ma costui non era dei nostri; e dopo d’aver detto dei giudei che si moltiplicano come i conigli,e cercato d’aizzare contro a loro le popolazioni, dichiarando che essi son pronti a far man bassa tosto che il possano, su tutti i popoli che gli hanno ospitati,si affibbiò la giornea, ed andò a fulminare le pretese tirannie clericali. Scrittori simili, e gente di tali convinzioni vadano pare all’Espero, all’Opinione, al Cittadino. L’Armonianon li ha voluti, e non li vuole.


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I FILOSOFI INCREDULI

in cerca dell’abbicì

(Dall’Armonia, n. 19, del 7 aprile 1857)

«In queste cosi dette sciente speculative nulla vi 4 di fisso, nulla d’innegabile, nulla d’irrefutabile; insemina hanno esse ancora a trovare il loro abbici». Moia, Camera dei Deputati, tornata del 8 di aprile, Rendicontò Ùfidate. n° 171, pag. 650.

Il 3 di aprile discutevasi nella nostra Camera la proposta fatta dal ministero di stabilire nella Università di Torino tre nuove cattedre, da regalarsi a tre nuovi anici venuti troppo tardi, quando già erano occupate le greppie del bilancio passivo. Una di queste cattedre era per la filosofia della storia. La discussione porse argomento al deputato Moia di fare una corsa nel campo delle speculazioni, e rivedere le buccie ai nostri filosofi.

Le discipline speculative, egli disse, stanno tuttora discutendo sui loro primissimi fondamenti, riguardo ai quali regna la più grande incertezza». E si affrettò a provare la sua tesi citando e argomentando così:

Voi non vi aspettate, o signori, che io voglia farvi un corso di filosofia speculativa; io non sarei da tanto: ma mi basteranno poche citazioni per provarvi che veramente in essa nulla vi è ancora dì certo ed incontestabile. Né scelgo una in uno scritto recentemente pubblicato da un onorevole nostro collega, il conte Terenzio Mamiani (ilarità), libro intitolato: Confessioni di un metafisico. Egli vi dice al paragrafo 34: «Gli autori quistionano da molti secoli intorno alta metafisica, e tuttavia non si rimangono dal discordare e contendere intorno al fondamento primo della realtà e delle cognizioni».

Il che viene a dire, che tutti i filosofi, da Talete sino ad Hegel, da Pitagora fino a Gioberti, nessuno ha colto nel segno, nessuno è riuscito a stabilire in modo sicuro ed incontrastabile il fondamento primo della filosofia speculativa.

Ma, o signori, voi mi direte, il mondo progredisce; ciò che non fu trovato allora, puòtrovarsi adesso, o può essere stato trovato di recente. Vediamo, o signori, se l’onorevole autore, che ora ho citato, più fortunato degli altri, è riuscito a trovare in questa immensurabile bolgia, inanis et vacua. un punto solido sopra il quale poggiare; se egli ha potuto, novello Prometeo, rapire all’eterno sole una favilla che valesse a spargere un po' di luce in quella immensa tenebria (Bravo! Bene!)

A me, o signori, non ¡spetta questo giudizio: per dimostrarvi che nelle discipline speculative non vi e nulla d’incontestabile, mi basterà il dirvi che tutto è stato contestato.

Di fatto, mentre l’onorevole autore crede di aver trovato argomenti di evidenza perfetta, di severità e di irrefragabilità matematica, d’inconcusso, d’innegabile, d’irrepugnabile», voi trovate che un egregio scrittore, in ogni maniera di filosofiche speculazioni dottissimo ed eruditissimo, Ausonio Franchi, che dirige, come sapete, il giornale La Ragione,porta di questa pretesa dell’onorevole Mamiani il seguente giudizio: «Or bene, diciamolo tosto chiaro e tondo, egli non ebbe miglior sorte degli altri; tutta quella pompa di a priori e di evidenza perfetta,di severità e d'irrefragabilità matematica,consiste tutta in parole. Le sue dimostrazioni chiare, evidenti,apodittiche, matematiche, ecc., si risolvono in paralogismi, e le sue Confessionisi traducono in racconto delle sue illusioni».

Io, signori, non mi erigo giudice fra questi, e mi basta il dire che in queste così dette scienze speculative nulla vi è di fisso, nulla d’innegabile, nulla d’irrefutabile, che insomma hanno esse ancora a trovare il loro abbici. (Loc. cit.).

Noi siamo pienamente d’accordo col deputato Moia; anzi ci duole che siasi fermato a mezza via. Egli avrebbe potuto aggiungere che Ausonio Franchi, il quale rimprovera a Mamiani le sue illusioni,è alla sua volta appuntato d’illusioni e di smaccate contraddizioni da uno dei suoi amici, il De-Potter, il quale gli scriveva in questa sentenza:

Date un’occhiata agli articoli che voi pubblicate settimanalmente… e sarete persuaso che non c’è accordo sotto alcun rispetto; che se ciascuno sa per il momento ciò che riprova, non vi son due chevogliano ammettere la stessa cosa ((14))».

Il sig. Moia avrebbe potuto citare un’accolta di filosofi moderni, l'Accademia di filosofia italianatempo fa stabilita in Genova, dove si leggeva per passatempo, e, diciamolo pure, per vanità,testimonio il La Farina, e il minor male che seguir ne possa è che ciascuno esca dall'adunanza più incaponito che mai ((15))».

Avrebbe potuto citare lo Spaventa, che nel Cimentadescrisse la filosofia di Terenzio Mamiani, e l’Accademia di filosofia italica. La filosofia del Mamiani, secondo lo Spaventa, è «una specie di scetticismo, che crede di essere inno cento col nascondersi sotto gli aforismi del senso comune e dell’esperienza ((16))». E l’Accademia di filosofia italica non è nulla di serio e positivo,perche la speranza di trovare la verità, e trovatala amarla di un amore comune da buoni fratelli,«questa speranza non è che lo stesso passato, indefinito e vuoto, trasportato nell’avvenire mediante l’immaginazione ((17))».

Il fatto dunque accennato dal deputato Moia è vero, verissimo. I filosofi come Gioberti, Hegel, Ausonio Franchi, Mamiani, non sanno nulla, perché non credono nulla, circumferuntur omni vento doctrinae,come prima del nostro deputato avea detto S. Paolo ((18)), e finiscono per negar tutto, e per bestemmiare perfino la filosofia.

E poiché venne nominato Ausonio Franchi, e la Ragione,veggiamo un po' che cosa essi sappiano di positivo. La Ragioneconfessa che «non può riso!» vere se esiste Dio, se v’ha una vita avvenire, se v’ha uno scopo che va oltre il tempo ((19)). E dopo aver messo in dubbio resistenza di Dio, la Ragione non tarda a fare un passo, e lo nega dicendo: «I razionalisti han provato che Dio non ò né un ente, né una persona, né una sostanza animata come l’uomo, né altro ((20))».

E qui ci sia permesso toccare di volo quanto larga libertà di stampa il ministero conceda agli empi. Essi possono perfino levare pubblica cattedra di ateismo, e negare resistenza di Dio, mentre che noi, se parliamo con poco rispetto della bandiera tricolore, siamo citati ai tribunali, e con una solenne multa sulle spalle ci lasciano la facoltà di emulare il detto di Cesare, e dire: citato, processato, condannato,con ciò che segue, ed è: insultato, squattrinato, incarcerato.

E poi che pensare d’un deputato, che in pubblica assemblea dichiara egregio scrittore, dottissimo ed eruditissimochi protesta d’ignorare se N'abbia una cita avvenire;chi afferma che Dio non è né un ente, né una persona, né una sostanza animata come l’uomo, né altro?Noi rimettiamo al giudizio dei nostri concittadini il filosofo, il deputato e il ministero.

Tornando all’argomento, diciamo che l’incredulo è di necessità l’uomo il più ignorante, perché condotto ad avvolgersi in infinite contraddizioni, è finalmente costretto a negar tutto. Bavle, che se ne dovea intendere, lasciò scritto: «Quasi tutti coloro che vivono nell’irreligione, non fanno che dubitare, e non giungono mai alla certezza ((21))». E Voltaire, giudice competente egli purè, affermò «che si perde la ragione, come s’è perduta la fede, e che si precipita d’abisso in abisso, e di ridicolo in ridicolo ((22))».

Ma mentre i filosofi increduli sono disperati, perché abbastanza sciocchi per negare, non sono abbastanza forti per credere, come diceva Montaigne ((23)); noi vi presentiamo una filosofia, la sola vera, la sola costante, che non si è contraddetta mai, che non muterà, né cadrà in eterno, ed è la filosofia deleotechismo cattolico.

Questa è la filosofia piena di grazia e di verità,che dà la scienza dette cose divine ed umane,invano promessa dai programmi dei savii della terra; filosofia completa, che non lascia senza un’appagante risposta nessuna delle questioni che interessano l’umanità; filosofia veramente universale e popolare, che si affé alle più volgari intelligenze, che in una delle nostre terricciuolecattoliche genera più savii che non ne contasse mai la Grecia antica; savii che all’età di dieci anni risolvono facilmente i più formidabili problemi, che Pitagora, Platone ed Aristotele studiarono invano, filosofia eminentemente credibile, perché l’universo la crede, e, credendola, consegui la civiltà; filosofia incrollabile, perché non fondata su di una metafisica nebulosa, ma su fattiche splendono come la luce del sole; filosofia che coi dodici articoli del simbolo vi rivela tutto; e con quattro linee dei comandamenti del decalogo e della Chiesa vi dà il più sublime codice di morale ((24)).

Signor Moia, voi maledite la filosofia, perché non ne conoscete altra che quella dei Gioberti, dei Mamiani e degli Ausonio Franchi. Avete ragione di maledirla questa filosofia, che vi lascia il dubbio nella mente, e la disperazione nel cuore. Ma gettate lungi da voi il giornale deicida, La Ragione,prendete il Catechismo, e vedrete che la vera filosofia è qui, e che fuori di questa dottrina tutto è vanità, menzogna ed impostura.

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LE STRADE FERRATE ROMANE

(Dall’Armonia, n. 80, 8 aprile 1857).

Le rivoluzioni sono nemiche giurate delle opere grandi, le quali si maturano in silenzio, e si compiono nella tranquillità dei popoli. Alcuni anni di pace che regnano nello Stato Romano, consentirono al Sommo Pio IX, coadiuvato dallo zelo e dalla scienza dei suoi ministri, di attendere ad una impresa, che egli avea concepito fin dal momento della sua assunzione al Pontificato, e che per colpa dei Mazzini e dei Mamiani venne ritardata fin qui; impresa che dovrà esercitare una grande influenza non solo sugli Stati Pontifici!, ma anche sull’universo; avvegnaché tale sia la condizione della gran Roma, vera capitale del mondo, che debba avere tutte le nazioni partecipi delle sue gioie e dei suoi dolori.

Questa impresa è una gran rete di strade ferrate, che costituiscono una linea non interrotta da Civitavecchia a Roma, Ancona, Bologna e Ferrara, e formano un solo cammino di 619 chilometri. Questa linea detta Pio centrale, in memoria del Gran Pio, sotto il cui pontificato verrà compiuta, si divide in quattro sezioni: la i. a da Civitavecchia a Roma di 80 chilometri; la 2. a da Roma ad Ancona di 280 chilom.; la 3. a da Ancona a Bologna di 206 chilom.; la 4. a da Bologna a Ferrara di chilom. 73.

Il governo pontificio, per affrettare i lavori che furono incominciati in parecchie parti dei suoi Stati dalla Società generale delle strade ferrale romane, non la perdonò a verun sacrifizio, affine di ottenere che le popolazioni possano presto godere di sì stupende vie di comunicazione. Alla Società generale delle strade ferrate ha concesso le quattro linee suddette per anni 95, colle seguenti guarentigie: Per le due sezioni da Roma ad Ancona, e da Ancona a Bologna una sovvenzione annua di 10 milioni di franchi; e mezzo milione d’annua sovvenzione per la sezione da Bologna a Ferrara. Ora il capitale richiesto per tutta la linea Pio centraleessendo di 175 milioni, l’annua sovvenzione di 10 milioni e mezzo presenta un interesse assicurato del 6 per cento.

Inoltre il governo Pontificio concesse alla società la linea da Civitavecchia a Roma, la quale, a seconda degli studii, produrrà un netto di circa 30,000 franchi a chilometro. Restringendo pure siffatta stima a franchi 20,000, a chilometro, si avranno L. 1,600,000, che unite colle precedenti danno un prodotto netto ed assicurato di L. 12 milioni 100,000, ossia il 7 per 0|0 del capitale sociale. La guarentigia d’interesse sulla nostra strada ferrata Vittorio Emanuelenon è che di 4 e 1|2 per 0(0; quella sulle strade austriache e lombardo-venete dal 5 per 00; ciò che costituisce a favore delle strade ferrate romane una differenza di rendita in più del 2 e del 2 1|2 per cento.

I vantaggi accordati dal governo pontificio, secondo i capitolati, sono i seguenti: 1. Esenzione dai diritti di bollo nell’intera durata delle concessioni per tutti gli atti emessi dalla società (articolo 32 dei capitolati); 2. Esenzione dei diritti generali di registro, d’iscrizioni ipotecarie e di trasferimento (art. 33); 3. Esenzione dell’imposta fondiaria durante venti anni (art. 34); 4. Esenzione dei diritti di dogana in tutta la durata delle concessioni, per quanto è necessario alla costruzione, attivamento, e manutenzione delle strade ferrate (articolo 35); 5. Esenzione dall’obbligo di subire le ramificazioni, o linee di congiungimento, imposte in generale alle società; 6. Finalmente le tariffe concesse alla società romana.

Le quali tariffe rappresentano a chilometro per un viaggiatore, o per una tonnellata di merci, una tariffa media di 20 centesimi. Le tariffe concesse in Francia danno solo 11 cent. 310; quelle per le strade austriache, lombardo-venete e centrale italiana li centesimi 110: per la strada sarda Vittorio EmanueleII centesimi 610. Queste differenti tariffe, paragonate colla media di 20 centesimi accordala alle tariffe delle strade romane, danno a favore di queste una differenza di 77 per 0|0, ossia un aumento di prodotto d’oltre tre quarti su di una stessa quantità di merci e di viaggiatori.

Il capitale sociale della Società generale delle strade ferrate romane è di 175 milioni divisi in 170,000 azioni di 150 fr., ossia 85 milioni, e 90 milioni in obbligazioni. Insieme 175 milioni, il che rappresenta una spesa di 280,000 fr. per chilometro. Nelle strade lombardo-venete, austriache e sarde la spesa varia dai 250 mila ai 260 mila fr. a chilometro.

Consiglio d’amministrazione è presieduto dal sig. Duca di Rianzarès; il conte Filippo Antone'. ii è uno dei vicepresidenti; e il sig. Mirès, banchiere della società, fa parte anch’egli del Consiglio, li quale non venne completato perché, parecchie sezioni potendo essere costruite e poste in esercizio in comune colle strade Lombardo-venete, venne riservato un certo numero di posti per facilitare tutti gli accomodamenti futuri.

La società generale delle strade ferrate romane procedeva il giorno 30 di marzo all’emissione delle sue azioni. Quaranta mila di esse vennero riservate esclusivamente agli Stati della Chiesa. L’emissione di queste azioni si apre negli Stati medesimi al pari, cioè a L. 500 ciascuna, mentre in Francia fu aperta a fr. 510. Con ciò, procurando un vantaggio ai sudditi pontificii, la società volle dimostrare la sua devozione al governo della S. Sede, al cui benessere e prosperità le strade ferrate influiranno efficacemente.

Il primo pagamento è di L. 150 per ogni azione da doversi fare all’atto della soscrizione. Le azioni di L. 150 cosi consegnate saranno al portatore. Il secondo pagamento di L. 100 non potrà essere domandato prima che sia posta in esercizio l’importante sezione da Roma a Civitavecchia, cioè non avanti il secondo semestre del 1858. Il terzo pagamento non dovrà aver luogo prima che sia posta in esercizio l’intiera linea da Ancona a Bologna. Le azioni produrranno interesse, cominciando dal giorno 1° dell’aprile corrente; ed i soscrittori verranno di mano in mano pubblicati nel giornale uffiziale di Roma.

I vantaggi morali e materiali delle strade ferrate romane vennero bella«mente esposti dall’esimio Monsignor Milesi, ministro dei lavori pubblici, nella sua circolare del 14 di marzo ai presidi delle provincie: 1. presenteranno queste strade facili gli accessi a quanti convengono in Roma per venerarvi le tombe degli Apostoli, e per consolarsi della presenza del Vicario di Gesti Cristo; 2. portando vistosi capitali esteri nello Stato Pontificio torneranno a consolidamento del suo credito pubblico, ad incremento dell'agricoltura e dei commercio, ed al più spedilo disbrigo degli affari fra le provincie e la capitale, senza dire del gran numero di operai ed artefici che per tal mezzo troveranno occupazione e sussistenza.

Il Santo Padre ha permesso che il suo venerato nome figurasse per primo nell’albo degli azionisti. Quanti non vorranno essere in sì bella compagnia! 11 telegrafo ci annunciò che S. S. accordò alle corporazioni religiose del mondo cattolico la licenza di sottoscrivere coi fondi delle comunità. E questo, oltre al dare un gran vantaggio alle comunità medesime, porgerà loro occasione di seguitare le tradizioni della propria storia. Sotto la seconda stirpe dei Re di Francia i monaci stabilivano una compagnia delta degli Ospitalieri dei ponti e s'obbligavano per legge del loro istituto a soccorrere i viaggiatori, a ristaurare le pubbliche strade, a costruire ponti, ad alloggiare gli stranieri negli ospitii ch’essi avevano eretto sulle sponde dei fiumi.

Un’èra di vera felicità e di stabile progresso si schiude oggidì per gli Stati Romani. La rivoluzione l'ha già guastata una volta. Deh, non la guasti una seconda! A ciò debbono badare i popoli ed i governi. Le popolazioni romane hanno da considerare i rivoltosi come i loro più sfidati nemici, che tali sono in realtà. Ed i governi debbono accordare un filiale patrocinio alla Santa Sede, ed umiliare l’insolenza di coloro che per ambizione, o per empietà le muovono querela.


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LE STRADE FERRATE ITALIANE

GIUDIZII DEL CONTE DI CAVOUR

(Dall’Armonia,n. 84 e 85, del 14 e 15 aprile 1857)

I nostri giornali libertini danno addosso a Monsignor Giuseppe Milesi, ottimo ministro dei lavori pubblici negli Stati Pontificii, perché nella sua lettera circolare del 14 di marzo, raccomandando le strade ferrate, scrisse «essere conveniente che Roma, centro della vera religione, presentasse facile gli accessi a quanti vi convengono per venerarvi le tombe degli Apostoli, e per consolarsi della presenza del Vicario di Gesù Cristo».

L’Esperodel 9 di aprile ha un articolo di cinque colonne, dove, riferito questo brano della circolare, si ride delle frasi tutte olezzanti di fervore spirituale, enon gli par buona la ragione addotta che le strade ferrate romane presenteranno facili gli accessi alla metropoli del cristianesimo.

Ma che direbbe l'Esperose noi gli provassimo che questo concetto non è di Monsignor Milesi, ma del conte di Cavour, proprio del conte Camillo, oggidì presidente del Consiglio dei ministri in Piemonte? Or bene fatevi qui, mescer Espero, eleggete questo libro, che noi vi spieghiamo innanzi agli occhi.

È un giornale francese intitolato: LAREVUE NOUVELLE, livraison du 1. er mai1846. Sul bel principio v'ha un articolo intitolato Des chemins de fer en Italie. Autore di questo articolo è il signor conte di Cavour, il quale a pagina 22e seguenti discorre della costruzione delle strade ferrate negli Stati Pontificii, e degli effetti materiali e morali che vi produrranno. Udite:

Roma non tarderà a divenire il centro d’una vasta rete di strade ferrate che riuniranno questa augusta città coi due mari Mediterraneo ed Adriatico come pure colla Toscana e coi regno di Napoli. Questo sistema, la cui esecuzione offre, è vero, alcune difficoltà materiali, che non sono tuttavia superiori agli sforzi dell’industria moderna, assicura a Roma una posizione magnifica. Centro dell'Italia, e in qualche maniera delle contrade, che circondano il Mediterraneo, la sua potenza d’attrazione, di già così considerevole, riceverà una estensione prodigiosa. Posta sulla strada dell'Oriente all’Occidente, i popoli di tutti i paesi accorreranno in folla nelle sue mura per salutarvi l’antica signora M mondo, la metropoli moderna della cristianità,che nonostante le innumerevoli vicende, cui andò soggetta, è ancora la città più ricca in preziose memerle, em magnifiche speranze».

Or bene quale differenza ci corre tra il pensiero qui manifestato dal conte di Cavour, e quello esposto da Monsignor Milesi nella sua circolare? Nessuna affatto. Il conte scrisse: Se voi farete le strade ferrate negli Stati Pontifica, i popoli di tutti i paesi accorreranno a salutare la Metropoli della cristianità; e Monsignore soggiunse: Noi vogliamo fare le strade ferrate per presentare facili gli accessi a quanti intendono venire a salutare il centro della vera religione. Dunque perché l’opero si ride di Monsignor Milesi, e batte palma a palma al conte di Cavour?

Ma lasciamo in disparte il famiglio, e badiamo al padrone. Egli ci pare che il nostro presidente del Consiglio potrebbe indurre la sua gazzetta ufficiale a dire qualche parola in lode del governo pontificio. Questo governo ha messo mano a quelle strade ferrate che il sig. Conte tanto decantava; esso sta per rendere agii Stati Romani un immenso benefizio; e non solo un benefizio agli Stati Romani, ma anche all’Italia, giacché il conte di Cavour nel 1846 sosteneva che te strade ferrate avrebbero quandochessia rigenerato materialmente e moralmente la Penisola. Perché adunque non tributarne i meritati plausi a Pio IX ed ai suoi ministri, che seppero bravamente vincere quelle difficoltà materiali accennate dal conte di Cavour? Perché la Gazzetta Piemontese,che va razzolando negli empi giornali i vituperi, che di tratto in tratto lanciano contro il

Papato, dissimula poi gli atti del Pontefice, che Tanno ammutolire i suoi detrattori?

Ben sappiamo che le strade ferrate romane sono l’ultima disfatta dei Mazziniani e dei Mamianisti. Sotto la repubblica dei primi, e sotto il governo parolaio dei secondi non si sarebbe riuscito mai più, non che ad effettuare, nemmeno a concepire l'idea d’una strada ferrata, com'è la linea Piocentrale.

— Zitto là; ci dice un altro giornale ministeriale, il Fischietto. Ed in Piemonte non si sono fatte le strade ferrate? — Potremmo rispondere negando la parità, e addurre la ragione del conte di Rayneval: che il Piemonte non è uno Stato italiano. Questo pensiero non è mica tutto dell’inviato francese a Roma, ma il conte di Cavour lo avea scritto prima di lui. Discorrendo delle strade ferrate italiane nella Revue Nouvelle,egli avea detto che Torino «sarebbe il punto d’unione del nord e del mezzogiorno, il luogo dove i popoli di stirpe tedesca e di stirpe latina verranno a fare uno scambio de' loro prodotti e de' loro lumi, scambio di cui profitterà sopratutto la nazione piemontese, che partecipa di già alle qualità delle due stirpi» (Pag. 9). Notate bene le parole: nazione piemontese,non nazione italiana. E poi stirpe Ialina,e stirpe tedesca: cioè il Piemonte ha del francese e dello svizzero, che è quanto disse il conte di Rayneval.

Tuttavia rinunziamo a questo genere di risposta, e sosteniamo che le strade ferrate piemontesi non sono un merito del governo presente, ma del passato, E per andarne convinti basta leggere l’articolo del conte di Cavour, scritto nel 1846, due anni prima della Costituzione. Ascoltiamo il signor Conte:

«Il gabinetto di Torino (si parla del gabinetto della Margarita},mettendo a profitto i redditi considerevoli, di cui può disporre senza aggravar l'avvenire, e senza imporre nuovi balzelli ai suoi sudditi, GRAZIE ALLA SAVIA ECONOMIA DELLA SUA AMMINISTRAZIONE,ha deciso che le linee, le quali riunirebbero un interesse economico di importanza con un carattere politico, verrebbero eseguite a spese dello Stato. Per le linee secondarie, egli fe’ appello all’industria privata, che, siamo lieti di poterlo dire, non restò sorda alla sua voce.

«Le linee governative decretale, e che si possono considerare come in corso d'esecuzione,sono in numero di tre. Avendo per punto comune di partenza la città di Alessandria, la cui importanza strategica è così grande, queste linee si dirigono su Genova, Torino e il Lago Maggiore. Una semplice occhiata sulla carta del Piemonte basta per provare che esse possono venir considerate come formanti le grandi arterie di questo paese. Di fatto esse riuniscono la sua capitale col mare, colla Svizzera e col resto dell'Italia settentrionale.

«I progetti del governo sardo non si ristringono solamente a questi che noi abbiamo indicato. Esso manifestò l’intenzione di eseguire un'impresa ben più importante e più grandiosa, giacche vuole riunire la Savoia col Piemonte mediante una strada di ferro, che, traforando all’Alpi presso la loro base, passerebbe a poca distanza dal colle del Moncenisio, celebre per la strada che si addita ancora come una meraviglia del regno di Napoleone.

«Quest’ammirabile progetto fu affidato agli studii, e se non insorgono insormontabili difficoltà, che finora gli uomini dell’arte i più competenti non sembrano prevedere, noi non tarderemo a vederne intrapresa l’esecuzione.

«L’industria privala si prepara a rispondere all’appello del governo ed all’aspettazione del paese. Parecchie compagnie sono già combinate o stanno per costituirsi, per chiedere la concessione delle linee secondarie che debbono legare tutti i punti dello Stato colle linee principali. Di già vennero indirizzate domande al governo per le linee da Torino a Pinerolo, da Torino a Savigliano, e da Casale a Valenza. È probabile, che l’anno 1846 non trascorrerà senza che queste compagnie industriali abbiano seriamente incominciato a lavorare su parecchie linee». (Revue Nouvelle,pag. 9, 10).

Queste parole dell’onorevole conte di Cavour basteranno per imporre silenzio a coloro che ci gettano sempre in faccia le strade ferrate piemontesi, come l’opera straordinaria degli uomini nuovi. Costoro, soffritevelo in santa pace, non hanno per questo verso nessun merito. Sono gli uomini antichi, sono i della Margarita e i Revel, che hanno concepito e ordinato ogni cosa. Gli uomini che vennero da poi, eseguirono, e malamente eseguirono.

1° Gli uomini antichivolevano fare le strade ferrate senza nessun aggravio delle popolazioni; gli uomini nuovieseguirono il progetto caricando il Piemonte d’imposte.

2° Gli uomini antichivolevano fare a spese dello Stato le linee principali, che aveano non solo un’importanza commerciale, ma anche politica, e già la strada ferrata da Torino a Genova era benissimo avviata. Quando vennero gli uomini nuovi,e senza poter più far nulla a spese del governo, ipotecarono perfino la strada ferrata già condotta a buon punto dal governo antico.

3° Gli uomini antichiin pochi anni avrebbero effettuato il loro grande disegno, e il Piemonte godrebbe già da gran tempo del benefizio delle strade ferrate: laddove gli uomini nuovifecero, prima di queste, due guerre rovinosissime, che condussero il paese sull’orlo del precipizio.

Oh, senza gli uomini nuovi,che cosa sarebbe oggidì il Piemonte! Le pagine vergate dal conte di Cavour nel 1846 vel dicono con molta eloquenza. Esse vi indicano i grandi progetti che si maturavano, l’industria privata che s'agitava felicemente, il governo che l’infervorava e la sosteneva, il popolo che applaudiva, l’Europa che ammirava questo Stato modello. Non neghiamo che oggidì siasi fatto, e molto ((25)); ma sosteniamo che gli uomini antichi avrebbero fatto di più, avrebbero fatto meglio, avrebbero fatto più presto.

In un secondo articolo riferiremo i giudizii dei conte di Cavour sulle strade ferrate lombarde e napoletane.

Non sappiamo come coloro, i quali tengono le strade ferrate in conto del più gran benefizio che possa rendersi ad una nazione, abbiano poi il coraggio di scatenarsi con tanta acrimonia contro il dominio austriaco nel Lombardo-Veneto, e contro il governo di Ferdinando II l’INTREPIDO. Il conte di Cavour, bisogna confessarlo, era molto più giusto nel 1846, quando dettava il suo articolo sulla Revue Nouvelle, che abbiamo già incominciato ad esaminare.

L’onorevole Conte dichiara che l'Austria e Napoli sono i primi che regala fono le strade ferrate all’Italia. Fin dal 1835 compagnie industriali sollecitavano nella Penisola la concessione di alcune linee. Ma queste intraprese colossali inspirarono dal bel principio ai capitalisti una diffidenza, che la crisi finanziaria prodotta dagli avvenimenti del 1840 servì ancora ad aggravare. J tristi effetti prodotti dal poco frutto di parecchie strade ferrale francesi aggiungendosi a ciò, fé’ sì che riuscissero a poco i primi sforzi d’introdurre le strade ferrate nella Penisola. Tuttavia si vide quella da Napoli a Castellamare, e da Milano a Monza. All’Austria adunque ed a Napoli si deve il merito del buon esempio.

Se vale l’argomentazione del conte di Cavour, messa innanzi testé nella Camera dei deputati, che le strade ferrate romane si debbono al buon esempio del Piemonte, a rigor di logica noi possiamo dire, che le strade ferrate del Piemonte sono dovute al buon esempio dell'Austriaco e di Ferdinando II INTREPIDO.

E per verità il conte di Cavour nel 1846 non era scarso di grandi elogi all’Austria. Gli Stati lombardo-veneti, egli scriveva (pag. li) sono il primo paese d’Italia, dove si pensasse seriamente alle strade ferrate» E parlando poi della linea da Milano a Venezia, la cui esecuzione languiva per la deplorabile od anzi colpevole apatia dei capitalisti milanesisoggiungeva: L’intervento potente e generoso del governo austriaco sopraggiunse a salvarla da un’inevitabile catastrofe. In questa occasione bisogna riconoscere che il governo di Vienna si è dimostralo animato verso i suoi sudditi italiani da sentimenti tanto illuminali, quanto benevoli».

Sulle muraglie di Torino sta scritto: Fuori l'austriaco! Morte [al barbaro! ma nelle opere del conte di Cavour si legge che il governo austriaco in Lombardia ha avuto queste tre qualità: ¿alato generoso, illuminato, benevolo;pregi che noi non crediamo proprii dei barbari. Come poi il conte di Cavour possa nel 1857 fare buon viso ai sudditi,che maledicono un governo da lui chiamato nel 1846 benevolo, illuminalo e generoso,è un problema che noi rimettiamo alle riflessioni dei nostri lettori.

Né il conte di Cavour mostravasi nel 1846 meno largo di lodi verso Ferdinando l’INTREPIDO. Grazie al cielo,egli diceva, noi ci troviamo nel regno di Napoli. Facendo percorrere la Penisola al suo lettore, invitavate a riguardare come una graziadi Dio di entrare nel regno del Borbone.

«Si trovano, dicea, nel regno di Napoli strade ferrate compiute, se ne trovano altre in via d’esecuzione, e un gran numero di progetti saviamenteelaborati, che non tarderanno molto ad essere mandati ad effetto. Napoli è uno dei primi Stati d’Italia, che abbia assistito all'Inaugurazione d’una strada ferrala. Sono due anni (1844) che le locomotive circolano dà Napoli a Castellamare, e poco dopo percorsero la linea da Napoli a Capua» (pag. 23).

In seguito toccava dei grandi progetti concepiti da quel governo. Queste strade ferrate, avvertiva il conte di Cavour, sono finora meravigliosi mezzi di passaggio in luoghi incantevoli,» ma non tarderanno a riuscire di maggiore importanza essendo destinate a diventare la testé delle principali Strade del regno. Il loro prolungamento è deciso, ta strada ferrala di Capua si estenderà fino alla frontiera romana, e diverrà così una parte importante della linea destinata a riunire le due più grandi città dell'Italia, Roma e Napoli. La strada del mezzogiorno dee a Nocera dirigersi verso l'oriente, ed andare a raggiungere il mare Adriatico in mi punto, che non è ancora determinato. Questo secondo progetto, meno inoltrato del primo, si studia presentemente, e la sua esecuzione non potrà farsi per lungo tempo aspettare.

«Le strade ferrate napoletane non si fermeranno poiché sieno giunte all’Adriatico. È probabile che, volgendosi allora verso il mezzogiorno, traverseranno le ricche provincie che bagnano questo mare, e, estendendosi fino al capo delta Penisola, formeranno il vincolo estremo delle comunicazioni del Continente europeo col mondo orientale».

Il conte di Cavour in questa sua scrittura sosteneva, che le strade ferrato erano un mezzo per ottenere la nazionalità italiana (pag. 32, 33, 34). Non potei a menò perciò di applaudire al governo di Ferdinando l’INTREPIDO,come nazionale e veramente italiano.

Nel leggere le pagine del nostro presidente del Consiglio ricorre spesso alla mente questo pensiero: Che cosa non sarebbe oggidì l'Italia del 1846, l'Italia di Pio IX, l'Italia di Ferdinando, senza le rivoluzioni del 1848, che ne rovinandol'opera salutare! E il buon cittadino non può a meno d'imprecare allo spirito di rivolta, rovina non solo dei troni, ma dei popoli, e dei paesi.

Il nostro onorevole Conte usciva fuori con un altro grazie al cielo. Grazie al cielo, egli diceva, le passioni tempestose, che la rivoluzione di luglio aveva suscitaisi calmarono, é ne vennero quasi cancellate lo treccie. Lecose avendo ripreso in Italia il loro corso naturale, la confidenza verso i Principi nazionali si è presso a poco ristabilita, e già i popoli sentono gli effetti salutari dizi felice cambiamento, e tutto prova che noi c'incamminiamo verso un miglior avvenire» (pag. 33).

Ma se questo miglior avvenire svanì, di chi è la colpa? Dei rivoluzionari. Si può dire della rivoluzione del 1848, ciò che il conte di Cavour affermò delle rivoluzioni precedenti. «Le agitazioni rivoluzionarie, frutto degli avvenimenti del 1820, ebbero conseguenze così funeste, come le insurrezioni militari del 1820 e 821. I governi, assaliti con passione, non pensarono più che a difendersi». E chi potrebbe ascriverlo loro a torto? Come pensare alle strade ferrate quando i troni corrono rischio? Quando le finanze sono depauperale? Quando gli assassini aguzzano i pugnali contro i Re? Quando i regicidi diventano legislatori, o sono celebrali colle poesie, e deificati colle medaglie?

Da tutto ciò risulta una grande verità, ed ò che per giudizio medesimo del conte di Cavour del 1846, il conte di Cavour del 1856 e 1857 è stato, ed è uno dei più grandi nemici d’Italia. Imperocché noi veggiamo affermati da lui nella Revue Nouvellequesti due punti; I(o)le strade ferrate debbono rigenerare materialmente e moralmente l’Italia: 2° le strade ferrale italiane non ai potranno compiere fino a che i veri amici della loro patria non si raggruppino intorno ai troni che hanno radici profonde nel suolo italiano(pag. 34).

Ciò posto, quale fu l’opera del conte di Cavour nel Congresso di Parigi? Quale è l'opera sua presentemente in Piemonte? Non ha egli ceri'ato di crollare i troni italiani? Non tentò di frastagliare lo Sialo pontificio? Non diè addosso al governo di Napoli, provocando perfino uhintervento straniero nella

Penisola? E oggidì non accetta busti e medaglie dai rivoluzionari? Non riceve una pretesa deputazione di Modenesi, che si ribellano al loro governo legittimo? Non alimenta le passioni politiche? Non tollera, ne(9)suoi giornali medesimi, invettive e calunnie contro i governi italiani?

Dunque il conte di Cavour, tanto caldo patrono delle strade ferrate italiane nei 1846, ne è caldissimo oppositore nel 1857; perché oggidì sostiene quella rivoluzione, che, a detta sua, è la più grande nemica di tali fecondissime intraprese. Di fatto, se i suoi progetti sugli Stati Pontificii esposti nella famosa Nota verbalenon fossero stati messi in non cale da Francia ed Inghilterra, si lavorerebbe oggidì con tanto zelo alla strada ferrata Piocentrale? Ninno al certo vorrà pretenderlo. I progetti del conte di Cavour avrebbero messo a soqquadro l’Italia, ne avrebbero insanguinato le belle contrade, se i plenipotenziari di Parigi non gli avessero accolti con uno sprezzante disdegno. E tutti coloro che applaudono alla politica cavouriana, sono, senza forse intenderlo, i più 'sfidati nemici della loro patria, perché non la vogliono in pace, e senza pace non v(9)ha né prosperità, né commercio, né lavoro, né verace libertà.


CONVENIENZE DELLE LIBERTÀ GALLICANE

COL PROTESTANTESIMO COLLA RIVOLUZIONE E COL DESPOTISMO

(Dall'Armonia, n 89, del 19 aprile 1857).

Una corrispondenza di Parigi pubblicata da un giornale belga parla di un tempio protestante testé aperto a Moulins frequentato da un gran numero di excattolici. Se il fatto è vero, soggiunge il corrispondente, sarebbe la condanna dei due preti sciagurati, sospesi dal Vescovo di Moulins, che diedero lo scandalo di deferire al potere civile il loro Vescovo, da cui erano così giustamente puniti ((26)).

Non havvi nulla di sorprendente in questo fatto, perché la libertà gallicana ed il protestantesimo hanno sempre fatto buona comunela tra loro. Cessi Dio che noi confondiamo insieme le due dottrine, e molto meno le persone che le sostengono. Ma i fatti che accenneremo, dimostrano che le così dette libertà gallicane, le quali consistono, come disse lo stesso Fleurv, nel sottrarsi all’obbedienza del Papa per sottomettersi a quella del Re nelle cose di Chiesa, quanto attristarono sempre i cattolici, altrettanto fecero gongolare di gioia i protestanti, e con questi tutti i miscredenti.

Voltaire asserisce che i protestanti riguardarono le quattro proposizioni (la dichiarazione del1682, che è la definizione dommatica delle libertà gallicane)come il debole sforzo d’una Chiesa nata libera, la quale non rompeva che quattro anelli della sua catena» ((27)). Voltaire ed i protestanti non sono certamente contenti di quella definizione;ma non già per ciò che contiene, ma per ciò che non contiene. Invece di quattro anelli,bisognava romperli tutti; ma meglio poco che nulla. Chi bencomincia è alla metà dell’opera. Essi videro le basi dello scisma, e dovettero battere palma a palma.

Di fatto, essendo stato tradotto in inglese il decreto del Parlamento intorno alla dichiarazione del 1682 insieme coll’arringa dell’avvocato generale Talon, che aveva preceduto il decreto, i protestanti credettero che la Francia fosse sul punto di separarsi da Roma: e questa opinione pigliò tanta consistenza, che Luigi XIV si credette in obbligo di contraddirla ufficialmente a Londra per mezzo del suo ambasciatore, il quale ottenne la soppressione di quella traduzione ((28)).

Voltaire poi, spiegando il senso dato a quella dichiarazione dalla pubblica opinione in Francia, e lo spirito che animava i promotori e difensori della dichiarazione,dice: «Si credette che il tempo era venuto di stabilire in Francia una Chiesa Cattolica Apostolica, che non fosse romana». Facilmente s’intenderanno oggidì queste parole nel nostro paese, in cui i politici più o meno da gabinetto aspirano allo stesso scopo: e mentre sono in guerra aperta con Roma, si vantano di essere cattolici ed apostolici. Anzi trattano il Papa da Sovrano straniero.

Tempo verrà, diceva Giuseppe de Maistre, in cui tutti riconosceranno che le teorie rivoluzionarie, che fecero tutto ciò che vediamo, non sono che uno sviluppo rigorosamente logico de' quattro articoli posti come principii ((29)). Ciechi corruttori del potere (gli autori della dichiarazione), rendevano un singolare servizio al genere umano, dando a Luigi XIV lezioni d’autorità arbitraria, dichiarandogli che i pili grandi eccessi del potere temporale non hanno nulla a temere da un’altra autorità, e che il Sovrano è re nella Chiesa come nello Stato! E ciò che havvi di stiano si è che, in quella che consacrano nel modo più solenne queste massime, che, vere o false, non dovrebbero essere mai proclamate, i deputati gettavano tutte le basi della demagogia moderna; dichiaravano apertamente che in una associazione qualsiasi una sezione può radunarsi, decidere contro il tutto, e dargli legge. Decidendo che il Concilio è superiore al Papa, dichiaravano altresì non meno apertamente, benché in altri termini, che un’assemblea nazionale qualsiasi è superiore al Sovrano; ed anzi che vi possono essere molte assemblee nazionali, che dividano legalmente lo Stato; imperocché, se la legittimità dell’assemblea non dipende da un capo che la presiede, niuna forza può impedirla di dividersi e nessuna sezione è in ¡stato di provare la sua legittimità ad esclusione delle altre ((30)).

Di modo che queste libertà gallicane innalzano il trono sopra tutte le potenze della terra, e fanno del Sovrano l’arbitro assoluto, consacrando l’assioma: quidquid placuit Principi, lex esto. Innalzato per tal modo oltre il dovere il Sovrano, e lo sbalzano daltrono, decidendo che la società può comandargli, punirlo, spodestarlo. E qui corrono da sé alla mente iversi della Baswilliaoa, Cant. III.

Per lor sovrasta al Pastoral la spada,

Per lor tant'alto il soglio si sublima

Ch'alfine è forza che nel ſango cada.

Quindi è, che, quando sui principio del secolo scorso i Vescovi francesi, encore échauffée par les vapeurs de la déclaration,come dice il de Maistre, scrissero un’enciclica, in cui si ribadivano le stesse massime, (la quale poi fu dai medesimi ritrattata) ((31)), Clemente XI, nel Breve del 31 d’agosto 1706 a Luigi XIV, lo avvertiva che tutto parava a scalzare le fondamenta del potere temporale non meno che dello spirituale; e che gli parlava meno per l'interesse della 8. Sede, che del Re medesimo. Neque enim nostram... quin et ipsius regni tui causam agimus.

Questo miscuglio di dispotismo e di rivoluzione spiega perché tanto i despoti quanto i rivoluzionarli accarezzino le libertà gallicane, non solo in Francia, ma anche fuori della Francia. Così vediamo tra i protestanti, che svilupparono con logica rigorosai principii gallicani, che ruppero luttigli anelli della catena, spiccare più viva la contraddizione. Per essi il sovrano è indipendente da tutti nel temporale come nello spirituale, detta leggi dentro e fuori della Chiese; per essi il sovrano è alla mercé del popolo, il quale può farlo e disfarlo, e decapitarlo quando e come gli pare e piace.

Altra volta dicemmo che nel processo di Luigi XVI tutta l’argomentazione del regicida Robespierre è fondata sul primo articolo della dichiarazione del 682 ((32)). Così V. Gioberti nel Primatodice che Enrico Grégoire, vescovo costituzionale, nella sua opera sulle libertà gallicane mostra le convenienze del gallicanismo colla dottrina politica della sovranità popolare, e tratteggia una dichiarazione civilesimile a quella che venne fatta nel 1682 dal clero francese.

Ciò posto, noi non sappiamo capire come Napoleone III, minacciato ogni giorno dalla Marianna,che sotto diversi nomi è sempre la rivoluzione per Bonificata, sia venuto fuori colie libertà gallicane, colla dichiarazione del 1682, e con le altre disposizioni da questa dipendenti! Noi scrivemmo questa provvidenza tra gli errori del governo francese. Aggiungeremo che, sebbene quest’errore possa a taluno sembrare leggiero, forse ò il più grave di tutti, perché per esso la radice ed il fondamento stesso dell’autorità viene intaccata.


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PROTESTANTESIMO E RIVOLUZIONE

(Dall’Armonia,n. 91, del 25 aprile 1857)

Da qualche tempo la propaganda protestante è in ¡straordinarie faccende nei diversi Stati d’Europa. Non solo in Piemonte tenta di fare proseliti e diffonde Bibbie nei caffè di Torino, e suscita subugli in Chieri, in Castelnuovo d’Asti, in Novara, ecc.; ma anche nel Belgio cerca di propagare ciò che essa chiama puro Evangelio;s’agita a Bruges, predica a Brusselle; magnifica nel Mercurio Scovo ((33))i suoi pretesi trionfi nella provincia renana; s’oppone in Baviera, coll’aiuto del signor di Zwehl, ministro dei culti, alle missioni calloche; e perfino in Parigi ha preso testé un aspetto più imponente, ed ha raddoppiato i suoi lavori.

Poco tempo fa ministri protestanti recaronsi dalla Francia in Ginevra, e tennero due tornate nel tempio della Maddalena per sollecitare le borse generose in favore della propaganda ((34)). Oggidì, scrive il Messager de la Cha riU,il protestantesimo continua in Parigi sotto tutte le forme la sua propaganda, e moltiplica con un’attività singolare i quaderni, i libri, i giornali, le scuole e le cappelle evangeliche ((35)).

Che cosa vogliono questi propagandisti? Favorire il regno di Dio, ed estenderne la vera fede? Oh no, per fermo. Il protestantesimo ha toccato il suo ultimo periodo, s’è fuso col razionalismo, e non crede più. Lo confessarono già candidamente i suoi, ed ecco per saggio alcune delle loro confessioni.

Il protestantismo ha spinto tant’oltre il suo gusto delle riforme, che non offre più oggidì se non una serie di zero, senza numero numeratore». Così il prof. Schmalz.

Oprotestantismo, tu sei dunque giunto al punto che i tuoi partigiani pubblicamente protestano contro ogni religione 1» Così esclama il dottore Jenisch.

«Le nostre scuole sono cadute nel paganesimo. L’elemento cristiano ne venne bandito di proposito, od è scomparso per negligenza». Così Kummacher.

«I manuali protestanti di dottrina morale cristiana, a parte il loro titolo, racchiudono ben pochi principi! di cristianesimo». Così de Wette.

«Quasi tutte le cattedre protestanti sono occupate o da mercenari increduli e gastrolatri, o da cani muti». Così Fischer.

«La dissoluzione della Chiesa protestante è certa. Essa mostrasi talmente corrotta, che nulla può più ravvivarla». Così Boll.

Ildiavolo crede assai più di molti dei nostri esegeti protestanti, e Maometto è da preferirsi a costoro». Così Eward.

«Un maomettano, che ammette i miracoli di Gesù Cristo, è più cristiano che i nuovi dottori protestanti». Così Tremblev.

«La povera Chiesa protestante, tal quale trovasi oggidì, non ha né vita, né forma: la costituzione della Chiesa protestante non sostiene più il giudizio della ragione». Così Schuderoff.

«Il protestantesimo si discioglie nel nulla». Così Rohr.

La lista di queste confessioni potrebbe ancora allungarsi, ma bastano le precedenti. Chi è un po' addentro alla storia degli errori moderni, non abbisogna che gli venga provato, che oggidì il protestantesimo non esiste più come religione.

Donde adunque questo spirito di propaganda ne’ suoi adepti? Donde? dacché il protestantesimo esiste tuttavia come setta antisociale, come nemico del cattolicismo.

Eugenio Sue bestemmiò, e disse: conviene estirpare dall’Europa il veleno cattolico. Sue non èprotestante, ma rivoluzionario; e per riuscire nella rivoluzione, invocò gli aiuti dei protestanti; e questi si affrettano a servirlo in Piemonte, nel Belgio e in Francia. Spiantato il cattolicismo da questi tre Stati, cadranno da se in preda all’anarchia.

La sentenza non è nostra, ma di Napoleone I, che se ne intendeva assai. Un giorno egli diceva a Sant’Elena: 11 cattolicismo è la religione del potere e della società, come il protestantesimo è la dottrina della rivolta e dell’egoismo. La religione cattolica è una madre di pace e di unione. L’eresia di Lutero e di Calvino è una causa eterna di divisione, un fermento dell’odio e dell’orgoglio, un appello a tutte le passioni ((36))».

La storia dava ragione a Napoleone L II clero cattolico ha presieduto alla fondazione della società europea; e quanto v’ha di meglio nella civiltà moderna, le arti, le scienze, la poesia, tutto ciò, onde noi godiamo, è l’opera sua. «Tutti gli elementi d’ordine, che assicurano la pace degli Stati, sono un benefìzio del cattolicismo».

All’opposto il protestantesimo ha reso famosa la sua nascita colla violenza e colle guerre civili. Dopo di aver distrutto l’autorità con uno spirito di dubbio, e con una critica di malafede, l’eresia ha preparato, coll'indebolimento di tutti i vincoli sociali, la rovina di tutti gli Stati. L’individuo in balìa di se stesso si abbandona allo scetticismo. Il bisogno di credere e di affidarsi al suo simile è la base di tutte Prelazioni degli uomini fra loro. Si minò questa base, e la società geme.

Napoleone I profetizzava: «L’anarchia intellettuale, a cui noi siamo in preda, è una conseguenza dell'anarchia morale, dell'estinzione della fede e della negazione dei principii. Ben presto proveremo le convulsioni dell’anarchia materiale. Quando i ricchi avranno messo da parte ogni freno, il popolo si precipiterà esso pure verso i godimenti materiali». Così avvenne; e il protestantesimo, dopo di aver prodotto il filosofismo, generò il socialismo.

Napoleone I conchiudeva: «La religione cattolica mette l’ordine dappertutto, ed è ad una volta un vincolo sociale, ed un vincolo religioso, che fortifica il potere meravigliosamente, imponendo a ciascuno il debito suo. Si è perciò che io sono cristiano cattolico romano, che mio padre lo fu, che mio figlio lo è, e che io avrei un grande dispiacere se mio nipote non potesse esserlo ((37))».

Il nipote, Napoleone III, fortunatamente per lui, si mostra cristiano cattolico romano al pari dello zio. Nonostante qualche capriccio, figlio della vanità, o di pessimi consiglieri, egli finisce col gettarsi ai piedi dei Vescovi, e ne implora la benedizione. Non avrà a pentirsi mai più di essere stato cattolico; mentre che, se noi fosse, cospirerebbe contro se stesso e contro il proprio impero.

La lega tra il protestantismo e la rivoluzione apparve chiaramente a Roma sotto la repubblica, e ne abbiamo irrefragabile documento nella memoria presentata al Consiglio di Stato da Ferdinando di Lesseps.

Parlando il sig. de Lesseps d’una nota, che di concerto col generale Oudinot voleva spedire alla Costituente Romana, soggiunge a piè di pagina: «Un premier message à l’Assemblée romaine avait eu pour but de signaler à son attention des manœuvres que je crovais contraires à Vin fluence de la France aussi bien qu'aux intérêts de l’Italie. Ces manœuvres concernaient la grave question du schisme religieux au d'un nouveau protestantisme ((38))». E poco appresso soggiunge:«Je soupçonne Mazzini, homme remarquable et très influent, du vouloir favoriser un schisme religieux; ses écrits doivent le faire craindre. Il a souvent des conférences avec des personages anglais vovageurs; il voit des missionnaires protestants de toutes nations ((39))».

Nella stessa Memoriapoi tra i documenti, al num. 29, v’ha una nota del sig. de Rayneval al sig. Lesseps, con a lato la risposta. In essa, al § 44, scriveva il primo: «Je ne m'effraie pas le moins du monde des tentatives des missionnaires protestants. Il peuvent faire du scandale, rien de plus: e risponde il sig. de Lesseps in questi termini, §14; J’ai vu de très-près à Rome, les menées des protestants. Le danger existe. Il ne serait peut-être que passager, exposé à s’affaiblir ou à disparaître, lorsque l’appui sur lequel ils comptent aujourd’hui, leur manquerait. Maiscomme, en définitive, nous traitons avec la situation présents et non mec celle qui est passée ou à venir, il faut combattre et renverser les éléments contraires qui nous sont opposés ((40))».

Queste citazioni spiegano perché gli Inglesi sieno ancora oggidì nemici del governo pontificio ed amicissimi del ministero piemontese. I Proto stanti compariscono sempre colle loro propagande, o dove regna la rivoluzione, o dove questa sta per iscoppiare. Et nunc erudimini qui iudicatis terram.


IL PIEMONTE E GLI ALTRI STATI ITALIANI NEL 1857

(Dall’Armonia,n. 97, del 29 aprile 1857)

Chi considera le condizioni presenti della Penisola italica, non può a meno di avvertire un Tatto gravissimo, ed è che il Piemonte ha concepito un moto affatto opposto a quello degli altri Stati italiani, di guisa che, mentre questi ai ristorano d’anno in anno sotto il triplice rispetto morale, politico, economico» il Piemonte si va sempre più e moralmente, e politicamente, ed economicamente perdendo.

Facciamo, se vi garba, o lettori, un breve viaggio in Italia. Eccoci a Napoli» tolto il reggime paterno di Ferdinando II l’Intrepido. Interrogatene uno ad uno i sudditi, e vedrete che sono tutti per lui. Le stesse corrispondenze libertine, che si stampano in Piemonte, protestano che colà non si vuole un cambiamento di dinastia. I recenti assalti d’Inghilterra e Francia contro il governo partenopeo chiarirono come questo fosse stabilito sull'amore del popolo. Quanto era Tacile una rivoluzione! Ilnaviglio inglese slava lì prontissimo per aiutarla e ne sarebbe stata probabile la riuscita. Si tentò bensì in Sicilia e in Napoli ma i sudditi non vi presero parte. Diciam male: i sudditi vi presero parte, e fu per manifestare il loro affetto, la loro devozione al proprio Re. Gli indirizzi a Sua Maestà incominciarono Tolto di dicembre del 1856, il giorno medesimo dell’attentato d’Agesilao Milano, e continuano ancora oggidì sempre caldi ed affettuosi, come la parola d’un figlio diretta al suo carissimo padre.

Da Napoli passiamo a Roma, e vi vedremo uno Stato guasto testò dalla rivolta, ristorato quasi per miracolo dei suoi antichi dolori. Abbruciata la carta moneta, presso che ristabilito l’equilibrio della finanza, le Legazioni liberate dai ladri, intrapresi lavori importantissimi, Ferrara tutta in feste per l’opera veramente romana della Bonificazione Piana. Loreto, e le altre popolazioni, che sospirano l’arrivo di Pio IX per testimoniargli il loro ossequioso amore; l'occupazione straniera ristretta a' luoghi che hanno ancora bisogno d’essere tutelati contro le mene dei demagoghi più esteri che interni; la strada ferrata di Frascati in esercizio quella di Civitavecchia presso ad essere ultimata, i negoziati per la linea Piocentraleriusciti a meraviglia, le sue azioni emesse ieri, oggi già negoziate alla Borsa di Parigi con un premio di sessanta lire su di un valore di 500; abbondanza di forestieri, che arricchiscono il paese visitandolo, gioia, confidenza, tranquillità generale.

Siamo in Toscana. Qui pure la ristorazione venne compiuta; gli Austriaci tornarono ai loro posti, ed il Granduca difende se stesso. Le leggi leopoldine, prima causa dell’agitazione politica, atanno per essere intieramente stracciate; furono stipulati colla Santa Sede i prolegomeni d’un concordato; un internunzio apostolico nominalo a Firenze; da due anni un bilancio attivo superiore al passivo, e buoni risparmii nell'amministraziane della finanza; libertà quanto basti, e forse troppa in fallo di stampa; indipendenza nel governo, e molta dignità, dimostrata principalmente nelle questioni Madiai e Casati; un popolo lieto del suo principe, e Leopoldo accolto testé con feste cordiali nelle città del granducato, che si degnò visitare in occasione delle nozze di suo figlio.

Un caro spettacolo presentarono ultimamente gli Stati estensi: Francesco l'ammalò, e in quel giorno per ognuno de' suoi sudditi «lo sgomento maggiore fu del periglio», come cantava Marc’Antonio Parenti. La generale afflizione manifestatasi per tutto il Ducato diè non dubbia prova di quell’affetto che stringe il Sovrano coi proprii sudditi; di quei sentimenti di riconoscenza, che essi nutrono verso chi tanto si adopera per la loro maggiore prosperità.

Noi abbiamo ricevuto un Omaggio di esultanza,stampatosi testé a Modena nella generale letizia per la ricuperala sanità dell’angusto Sovrano estense, dove valenti scrittori interpretano questo fatto, com’è in realtà, a gloria del regno di Francesco V.

I monarchi da Dio posti qui sono

Come a reggenti d'una gran famiglia,

E quando è padre quei che siede in trono,

Anco l'intera nazïon gli è figlia.

Così il canonico D. Cesare Galvani. E il professore Luigi Vacci, vista tanta festa, «e di fuori non men che nella reggia», a buon diritto conchiudeva:

Segno di tanto amor, di tanta cura

Parmi che il Prence, risorgendo, deggia

Quasi bella trovar la sua sventura.

Né solo si festeggia in Modena, ma sono alcuni mesi che pur si fa festa, e di gran cuore nel Lombardo-Veneto. L’Imperatore d’Austria rallegrò di sua presenza quelle belle città, dopo di averle sottratte all’anarchia ed al Giuseppismo: perdonò ai colpevoli, strinse al suo seno i pentiti, e vide ritornare ne’ suoi dominii perfino deputati della Camera Subalpina ((41)). Inoltre nominò governatore generale del regno Lombardo-Veneto suo fratello l’arciduca Ferdinando Massimiliano, che il 20 di aprile faceva il suo solenne ingresso nella capitale della Lombardia. In questa occasione il bravo poeta Perego dettava un bel canto, che noi troviamo nella Sferza, gazzetta lombardo-veneta, num. 44, del 23 di aprile, e da cui leveremo la seguente strofa:

L'insubre core non fu mai mendace.

Egli ama i prenci suoi, vuol di novella

Accrescer fede la costanza antica.

In te dell'avvenir vede la stella,

Epar che lieto e festeggiando dica:

L'augusto volto è a noi messo di pace!

Frema il nemico, sol di mal capace;

Eco non han suoi detti

Negli italici petti!

Son debil voce in grembo all'oceano,

Son fatua lampa tra le fiamme ardenti;

Perde l'immensità quei vani accenti,

L'egra favilla si ravviva invano!

«Questo poeta, dice la Sferza. divise con noi le focose aspirazioni del 1848, con noi calcò le semite tribolate dell'esilio; più giovine di anni che non lo sia il direttore della Sferza,durò maggior fatica a ricredersi delle concepite illusioni. Ma quando Francesco Giuseppe il Magnanimoaccordava in Milano la generale amnistia del 25 di gennaio, l'autore dell’odierno canta non seppe resistere a un potente impulso di gratitudine e di ammirazione, e ritornò in seno della famiglia e della patria, ravveduto degli antichi errori, disposto a farne coraggiosa ammenda a profitto del suo paese e dell’Italia».

Ornai siamo giunti in Piemonte; quale doloroso contrasto con tutti gli altri Stati d’Italia, che ci vennero rapidamente percorsi! Qui continue condanne e continui delitti; monasteri presi d’assalto, frati cacciati dalle loro pacifiche dimore; Municipii che non vogliono pagare, e sono sciolti; contribuenti che danno piangendo l’ultimo soldo; commercianti che falliscono, speculatori che si perdono; derubate le chiese, profanati i cimiteri; lotte municipali, dispotismo ministeriale; debiti continui, scialacquo di milioni, malcontento universale; republicani che crescono, giornali che bestemmiano; dissensi colla Santa Sede, discordie colle grandi Potenze; zeppe le prigioni, frequenti gli omicidii; libertà offerta agli usurai, negata ai cattolici. Povero Piemonte! Gli altri Stati d’Italia provano i vantaggi morali e materiali che derivano dall’ordine. Noi siamo condannati a provare ai popoli come il più prospero Stato possa essere rovinato da alcuni improvvidi ministri.


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PIO IX E IL VANGELO

I PADRI COSCRITTI ANTICHI E MODERNI

(Dall'Armonia, n. 110, 14 maggio 1857)

L’8 di maggio il deputato Borella interpellava il teologo D. Giacomo di Vanchiglia(lasciando a bella posta il cognome per non essere obbligato a inserire la risposta nella Gazzetta del Popolo)intorno alle magnificenze del Papa, alle sue visite diplomatiche, al suo seguito nobile, alla sua anticamera, ed a suoi lunghi discorsi, giacche gli parea che tutto questo lottasse contro il Vangelo.

Quantunque il dottore Borella goda il diritto d'interpellanza solamente nella Camera, ed il teologo D. Giacomo di Vanchiglianon sappia comprendere come chi si gloria di non essersi confessato durante una sua malattia, abbia poi tanto a cuore l'osservanza del Vangelo; pure noi eravamo in sul rispondere, perché ammaestrare gli ignorantiè sempre un'opera della misericordia spirituale.

E stavamo per dire che anche nell'Evangelio si legge di grandi pranzi dati da Gesù Cristo, quando imbandì le mense a cinque mila persone, ed era sì lauto il desinare, che delle sole reliquie si raccolsero dodici sporte; che anche Gesti Cristo sfoggiò la sua gloria e magnificenza sul Taborre, affine di ravvivare la fede de' suoi Apostoli; che nella Sacra Scrittura si chiama regale il sacerdozio; che il diacono Filippo andava in cocchiocome osservava S. Francesco di Sales ad un insolente protestante, e via dicendo.

Quando ci giunse la Gazzetta del Popolodel 12 di maggio, e con nostra grande sorpresa trovammo che il deputato Borella, avea risposto al deputato Borella, e che questi, solo quattro giorni dopo di avere sparlato de' preti e del Papa, proponeva d'imitare il Papa e i pretiappunto in quelle medesime magnificenze che sì incautamente ed ingiustamente aveva rimproverate.

Ed ecco la risposta che il deputato Borella dà a se stesso. Nella festa dello Statuto i deputati servironsi di cittadine a trenta soldi, locché non garbò né punto né poco ai democratici della Gazzetta del Popoloe vi dettarono sopra il seguente articolo.

Siamo per la semplicità, ma in pari tempo siamo anche per il buon gusto, per il decoro e per quella specie di eletto genere da gentiluomo, certa cosa che si sente, e che difficilmente si può definire.

Il presidente della Camera, signor Cadorna, pare che di queste cose non si intenda molto, e che sia più tagliato per la vita casalinga che non a rappresentare la carica di presidente della Camera.

È affare di gusto e di sentire, e non possiamo fargliene una colpa se esso ne è completamente mancante. Ma la dignità di quel Corpo che si chiama Camera dei Deputati, non deve per ciò scapitare per la soverchia e cristiana modestia del suo presidente; essa provveda a se stessa.

Premesso questo preambolo, diremo che la funzione di domenica dimostrò come sia sconcio, gretto e miserabile il vedere il primo Corpo dello Stato trascinato da una mezza dozzina di cittadine più o meno scrostate, di tutte forme, non esclusa quella degli antichissimi cosidetti fiacres.

In quelle vetturaccie da nolo forse un’ora prima sedeva una cameliascorrazzata per trenta soldi all’ora da un dilettante, ed un’ora dopo su quegli stessi cuscini vi siede la rappresentanza del paese!

E quei domestici, come si insaccano in quelle livree, e che fior di pulizia nelle cravatte, e nel capo, e nei piedi!

Per vero credevamo che il giornalismo non avesse a dar suggerimenti alla presidenza della Camera a questo proposito. Lo ripetiamo: essa non vi hanemmeno pensato.

Ma dacché vediamo che il gretto sistema di togliere cittadinea nolo seguita ad essere in vigore, così ci permetteremo di suggerire alla presidenza della Camera ed alla sua questura, che sarebbe necessario la Camera dei deputati avesse in proprio nna dozzina di belle carrozze fatte eseguire espressamente, con ¡stupendi fornimenti a fiocchi pei cavalli, di una eleganza soda, quale sì addice per il servizio di un Potere dello Stato.

Vorremmo e cocchieri con cappello a tre punte e parrucche, e staffieri, e domestici colle canne dietro le carrozze, con abiti decenti e severi; vorremmo davanti ed a cavallo un mazziere, che annunziasse ad alta voce: «La Camera dei Deputati!».

Chiediamo insomma che quando arriva alle pubbliche funzioni la rappresentanza del Corpo legislativo, che la folla la senta, che la veda, e che alla stima personale degli individui che la compongono, si aggiunga quel maggiore rispetto che la folla ha sempre per un portamento maggiormente decoroso.

Ci si dirà che il rispetto e la stima non devono essere generati dai cappelli a tre punte e dai. fiocchi o dal lusso, ma dal merito intrinseco delle cose«

Ciò è vero per le intelligenze di primo ordino, che sanno apprezzare un diamante brutto ed un pezzo d’oro in ¡stato naturale.

Ma i più? I più scambieranno il diamante per un ciottolo, perché non è levigato, e l’oro per una scoria senza valore, perché ò nero e non lucente.

Guardale ai nostri avversari! politici, ai preti, al Papa per esempio, ecc.

Ora a noi. Proviamoci d’imitare il Dorella dell’8 di maggio per rispondere al Dorella del 12.

I Deputati sono gli antichi Padri Coscritti. Voi non avete altro in bocca che la prima Doma, la sua gloria, la sua grandezza, la sua potenza. Perché adunque non ne imitate i costumi?

Nei migliori giorni di Doma pagana I governanti non avevano in proprio una dozzina di belle carrozze falle eseguire espressamente, non cocchieri con cappelli a tre punte e parrucche, non istauri, domestici e mazzieri. Era cosa ordinaria invece lo andato a prendere i consoli e i dittatori nei loro poderi per trasferirli dall’umile esercizio del condurre i buoi all’onorevole uffizio di comandare alle legioni; e ciò pure avveniva in que’ secoli fiorenti, io cui Roma, già signora dell’Italia, facea rispettare la Sua potenza di là dei mari.

Signor Dorella, non vi parliamo di Quinzio Cincinnato, il quale fu trovato intento a lavorare il suo podere da coloro che andarono ad annunciargli che era stato crealo dittatore; bensì di Curio Dentato, di Fabrizio, d’Attilio Serrano, di Licinio Slolo, di Catone il Censore e d’altri senza fine, che in tempi ben più tardi trassero i loro soprannomi da quella parte della vita rustica, nella quale s’erano segnalati colla loro industria.

Signor Dorella, voi volete distinguervi colle carrozze,coi fornimenti a fiocchi pei camalli,coi mazzieri. E dove lasciate la democrazia romana? E non avete mai letto Varrone, Plinio, Plutarco? E non udiste mai a parlare dell’illustre famiglia Asinia,che ebbe il suo nome dagli asini; della Vitelliche l'ebbe dai vitelli; della Suillie della Porciche l’ebbero dai maiali, e dell’Orma che r ha tratto dalle pecore, perché i loro autori eransi resi celebri nell’arte di allevare queste sorte di animali?

Volete essere grandi e utili davvero all’Italia, o signori democratici della Gazzetta del Popolo?Ebbene lasciate in disparte le carrozze,le parrucche e le mazze;non vi contentale di essere solamente Asinii,e Vitellii,e Suillii nel vostro parlare, nel vostro credere, nel vostro ragionare; sibbene siatelo ।come i nostri primi padri, per aver offerto all’agricoltura buoni somaribuoni vitelli alle beccarie, buoni porci ai salsamentarii. Se non potete imitare i Fabiinel valore, imitateli nel coltivare le fave;se non i Pitoninella sontuosità, seguiteli nell’inaffiare i piselli,se non i Ciceroninell’eloquenza, imitateli almeno nella coltura dei ceci.

E poiché ci venne nominato Cicerone,sappiate, o signor Dorella, che questo grande oratore, sul finire della repubblica, non esitò ad assicurare che gli uomini probi preferivano tuttavia d’essere registrati nelle tribù della campagna, piuttosto che in quelle della città. E voi volete rinnovare i miracoli degli antichi Romani colle carrozze, colle parrucchee coi cappelli a tre punte?

E non vi cadde mai sotto gli occhi, signor Dorella, percorrendo gli storici, il nome di viaiores?Or bene, sapete a chi davasi questo nome? Chiamavansi viaiorescerti ufficiali subalterni, perché erano quasi sempre in cammino per andar ad avvertire i senatori, che il tale, o tal altro giorno si sarebbe teuula adunanza straordinaria. Ma Tito Livio non ci dice che i senatori aressero in proprio una dozzina di belle carrozze,né che i viaiores portassero il cappello a tre punte,la mazzae la parrucca.

Quando que’ costumi semplici, modesti, agricoli caddero, gli antichi Romani furono corrotti dal lusso e dalla mollezza dei Greci e degli Asiatici, e incominciò lo scadimento della loro grandezza e della loro dominazione. Venuti a contatto coi vinti, obbliarono le loro antiche massime, ed assoggettarono se stessi ai vizii d’un popolo, che aveano sottomesso al loro impero. Asia primum devicta, luxuriam misit in Italiani,come scrisse Plinio, lib. 33, cap. 11.

Allora venne il tempo dei cocchi e del lusso', ma scomparvero i giorni della libertà. Invece del camperello di Cincinnato e di Regolo, si ebbero le ville dove Clodio e Milone addestravano le masnade all’assassinio, e nell’operoso podere di Catone, il larariospingeva a sferzate gli schiavi e le ancelle, e con ferrei cancelli ve li chiudeva alla miseria, alla bestemmia, agli indistinti abbracciamenti, affinché il padrone potesse inebbriarsi sicuro, e sicuro addormentarsi sugli origlieri di porpora sidonia.

Laonde è manifesto che la Gazzetta del Popolooltre all’essersi contraddetta scioccamente suggerendo ai deputati ciò che rimproverava ai preti ed al Papa, ha dato pure un pessimo consiglio ai nostri padri coscritti. Mettendo a profitto le lezioni dell’esperienza e gli insegnamenti della storia, il signor Borella avrebbe dovuto domandare la parolanella Camera dei deputati, e parlare in questa sentenza:

«Onorevoli colleghi, i nostri antichi padri furono grandi, potenti, integerrimi, fin tanto che alternarono i gravi pensieri dello Stato colle salubri occupazioni dell’agricoltura; e Fabrizio che cibavasi di gongoUdaso per dirlo in volgare, di rape tnon potè esser corrotto coll’oro di Pirro. Se noi vogliamo ritornare l’Italia all’antica grandezza, seguitiamo i sobrii costumi dei primi Italiani.

«I Senatori di Roma non radunavansi regolarmente che due volte al mese, il giorno delle calende e il giorno degli idi. Erano ventiquattro tornate l’anno. Il resto del tempo andavano a passare in campagna, trattando il vomere, il sarchiello e il bidente. Se avveniva alcun che di nuovo che richiedesse il concorso dell'assemblea, i viatorescorrevano ad avvertirne i padri coscritti.

«Onorevoli colleghi, facciamo noi altrettanto. Ventiquattro tornate agli affari dello Stato, e il resto dell’anno dedichiamo all’agricoltura. Io andrò a piantar le zucche, il mio compagno Bottero si recherà ad inaffiare i fagiuoli, il conte di Cavour ci provvederà il guano, Rattazzi fabbricherà le zappe, Lanza studierà Columella, Paleocapa raccoglierà le olive, Michelini poterà le vili, Sineo guiderà l’aratro, Asproni seminerà il gran turco, e Chiaves farà bollire la pentola e preparerà la polenta. Né starà benissimo il Piemonte, e solo a questo modo noi potremo contribuire potentemente alla rigenerazione d’Italia».


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IL RUSSO

POTENTE ALLEATO DEL PIEMONTE

(Dall’Armonia, n. 113, del 17 maggio 1857)

Leggiamo nella Staffettadel ministero, del 15 di maggio, N° 134, la seguente notizia: ilMunicipio Torinese si appresta a ricevere decorosamente l’Imperatrice vedova di Russia, che dee, per quanto si crede, giungere nella nostra città la sera del 20 del corrente, ossia mercoledì prossimo. La stazione e tutta la piazza Carlo Felice sarà addobbata con arazzi, e preparata in guisa, che possa essere splendidamente illuminata, ove l’augusta ospite giunga veramente di sera.

«S. M. il Re andrà in gala a riceverla alla stazione. Ci dicono che nello stesso tempo molle dame si recheranno a rendere omaggio all'illustre madre del nostro potente alleato, che non è più l’Alleato dell’Austria.

«Ripetiamo che, per quanto ci è noto, anche la via di Po sarà vagamente illuminata».

Non è certo l'Armoniache uscirà a rimproverare le gentilezze, che i Sovrani usano ai Sovrani. Non noi per Termo, sfidati nemici de principi! democratici, ci lagneremo delle riverenze, che la democrazia fa all’lmperatrice delle Russie. Anzi, dopo aver combattuto nel febbraio del 1855 il ministero, che muoveva guerra alla Russia, ci rallegreremo che nel maggio del 1857 faccia feste alla Czarina, perché con ciò dà ragione a noi e ai nostri amici. Quel saluto però, che un foglio ministeriale manda al Cosacco, dicendolo nostro potente allealo, che non è più alleato dell'Austria,merita una breve considerazione, e vuol essere considerato sì dalla parte del Piemonte come dalla parte della Russia medesima.

Due ministri degli affari esteri parlarono nel 1855 rispettivamente dei due Stati; l’uno fu il conte Camillo di Cavour, che parlò delle relazioni tra la Russia e il Piemonte nella Camera dei Deputati il 6 di febbraio del 1855; l’altro fu il conte di Nesseirode, che disse delle relazioni tra il Piemonte e la Russia nella sua circolare ai diplomatici russi presso le Corti estere. È bene ricordare le parole dei due ministri, giacché provano eloquentemente la mobilità della politica moderna, mobilità che dee essere una speranza per chi soffre, e un timore per chi o trionfa, o crede di trionfare.

Il conte di Cavour diceva adunque nel 1855:

«Quando la Russia venisse ad acquistare irresistibile influenza nei consigli europei, è mia opinione che il nostro paese, le nostre istituzioni, la nostra nazionalità, correrebbero gravissimo pericolo. La storia di questi ultimi quaranta anni vi dimostra come mai sempre la Russia abbia esercitato la grandissima sua influenza nel senso di combattere ogni liberale tendenza,per reprimere ogni sforzo di liberale emancipazione...

«Né mi si contrappongano, continuava a dire Sua Eccellenza, le storiche memorie delle relazioni amichevoli della Casa di Savoia colla Casa dei Romanoff; e nemmeno i servizii resi ai nostri Principi dall’imperatore Paolo sullo scorcio del secolo decimo ottavo, e dall’Imperatore Alessandro nei consigli di Parigi e di Vienna, perché i principii che in allora dominavano nella nostra Corte, senza essere identici, grazie al Cielo,con quelli della Corte di Russia, non erano ad essa ostili«

«Erano quelli i tempi, in cui noi ci facevamo rappresentare a Pietroburgo dal famoso Giuseppe Maistre, l’autore del trattato du Pape,e l’encomiatore dell'Inquisizione, quindi era ben naturale che una viva simpatia esistesse fra le due Corti.

«Ma ora, o signori, che per una gloriosa trasformazione la Casa di Savoia ai è immedesimata coi principii di libertà e di progresso, QUESTA SIMPATIANON PUO’PIÙ ESISTERE,ed ove la Russia venisse a trionfare, io lo ripeto, vado convinto, che le nostre istituzioni, e la nostra nazionalità, e la Casa stessa che regna su queste contrade, correrebbero grande pericolo» ((42)).

Ora non solo la Russia acquistò influenza nei Consigli europei,ma, secondo la frase del diario ministeriale, è divenuta nostra potente alleata. Dunque, se il conte di Cavour fosse consentaneo ai suoi principii, se i suoi servitori ne custodissero gelosamente le parole al pari di noi, dovrebbero conchiuderne che il nostre paese, le nostre istituzioni, la nostra nazionalità, corrono gravissimo pericolo. Non vi par logico?

Il conte di Cavour osservò, che noi già una volta eravamo amici della Russia, eperché i principii che allora dominavano nella nostra Corte, senza essere identici, grazie al Cielo, con quelli della Corte di Russia, non erano ad essa ostili». Dunque, se noi siamo tornati alla prima amicizia collo Czar, vuol dire che i nostri principii non sono ostili a quelli che dominano nella Corte di Pietroburgo. E se questo, a detta dei conte di Cavour, era un male sotto il governo passato, potrà essere un bene sotto il governo presente?

Conchiudeva il conte di Cavour, che, essendosi oggidì la Casa di Savoia immedesimata eòi principii di libertà e di progresso, non può più esistere simpatia tra questa e la Russia. Ciò asseriva l’onorevole Conte, parlando della Russia di oggidì, non di quella degli imperatori Paolo od Alessandro. Ora invece vien fuori la Staffettadel ministero, dichiarando non solo che esiste simpatiatra la Russia e il Piemonte» ma che il Russo è il nostro potente alleato!

Noi non sappiamo come mettere insieme questa opposizione di pareri, la quale non ci sembra sia troppo edificante pel nostro popolo. Non dissimuleremo però una ragione che dà la Staffetta,ed è che il Russo non è oggidì più l’alleato dell’Austria,ragione già prima addotta dalla Gazzetta del Popolo,che avvertiva come la Russia e il Piemonte ufficiale andassero in una sola cosa d’accordo, vale a dire nell’odio contro l’austriaco.

Non vorremmo però che i nostri ministri e ministeriali s’illudessero riguardo alle antipatie e simpatie della Russia: ma badassero invece che essa suolò facilmente mutarle, e dalle ruggini passale in breve tempo allò amiéizié éd àllè alleanze, della qual cosa noi abbiamo appunto un documento dòmeàtteo.

Quando il Piemonte nel 1855 ruppe guerra alla Russia, ed entrò ilSiici danni nella lega degli occidentali«il conte di Nessol rode scrisse una Mlebfe circolare stampata nell’Armoniadel 2 di macao del 1855, N» 49, dove severamente giudicava la politica del Piemonte, che «senza motivo di legittima lagnatila, è neppure l’ombra d’una lesione degli interessi diretti del suo Stato, mette a disposizione dell’Inghilterra un corpo di 15,000 uomini destinato ad Invàderà la Crimea.

Nel prendere questa determinazione, diceva, il governo sarde sembra àvèfè riservata ai fogli pubblici la cura d’avvertirci d’on'aggreasione ch’egli Poh Uà preso a giustificare con una dichiarazione di guerra.

Comprendiamo benissimo il motivo di questo silenzio.

«La Corte di Torino, dobbiamo ammetterlo, avrebbe potuto difficilmente conciliare la sua politica coi sentimenti nazionali del paese, e le sarebbe pure stato difficile di mettere la sua condotta presente d’accordo colle antiche rimembranze della Casa di Savoia.

«Consultando i suoi annali essa poteva ben citare l’esempio d’un esercito russo che passò le Alpi’, ma età Veramente per difendere il Piemonte e non per invaderlo;

«Nei consigli dei gabinétti d’Europa, sotto il regnò dell’imperatore Alessandro, di gloriosa memoria, fu ancora la Russia, che diede il suo fedele appoggio all’indipendenza della Sardegna, quando la Casa di Savoia risaliva sul trono de' suo antenati.

«Conviene egli inoltre ricordare, che alla stessa epoca, se Genova fu riunita al regno di Sardegna si fu perché il gabinetto imperiale riconoscerà la necessità ¿’assicurare la prosperità commerciale e la grandezza del paese, &e IO armi della Russia avevano contribuito a liberare da una dominazione dtràtìiéM.

«Oggidì, dimenticando le lezioni del passato, la Corte di Torino età perdirigere contro di noi dal porto stesso di Genova, un’impresa ostile che la Russia ha la coscienza di non avere provocata».

Osservano i nostri che la Russia è scontentissima dell’Austria, perché, avendola soccorsa nel 1849 in Ungheria, non trovò aiuto nel governo austriaco quando la Russia stessa fu assalita in Crimea.

Ma se leggeranno un po' attentamente 10 parole del conte di Nesselrode, non dureranno fatica a ragionare così: «La Russia nel 1855 lagnavasi forte dell’ingratitudine del Piemonte, perché le era stato sconoscente, e lo avea rotto guerra senza ricordarsi degli aiuti prestatigli in sulcominciare del presente secolo. Andarono appena due anni, ed eccoti quella Russia ¡stessa potente alleata del Piemonte,che con tanta severità rimbrottava.

«Oggidì la Russia lamentasi dell’Austria per ragione d’un’altra ingratitudine, che non potrebbe certo paragonarsi colla nostri; perché a noi rimproverava la guerra diretta, all’Austria invece la sola neutralità, Ora, chi assicura che dopo domani non perdoni all’Austria come ha perdonato al Piemonte, e non diventi sua potante alleata.

Egli ci pare che chi ha un po' di sale in zucca debba essere condotto a siffatto ragionamento. Che se la Russia passò tanto facilmente con noi dall’inimicizia all’amicizia cordiale, perché non potrebbe passarvi anche riguardo dell'Austria? E passandovi, che sarebbe egli mai del fatto nostro?

Checché però sia per avvenire, noi abbiamo voluto notare la politica incerta e contraddittoria tanto della Russia, quanto del Piemonte libertino, due Stati che non hanno una condotta ferma, logica, dignitosa, perché appunto dominati da idee scismatiche, e lontani egualmente dalla cattedra di verità.

Ed avvezzi a dire tutto il nostro pensiero, soggiungeremo, che non è oggidì dignitoso nò il contegno del Piemonte, né quello della Russia, perché il primo si abbandona a certe cortigianerie che inviliscono, e che non si veggono in verun altro Stato d’Italia, per quanto piccolo e debole egli si sia; e la Russia, per ¡sfogare un suo mal inteso livore, finge di amare ciò che odia, e di proteggere quello, che in ultimo cercherà di perdere.

GLI ARAZZI DELL’ARMONIA NELL’ARRIVO DELLA CZARINA VEDOVA

(Dall'Armonia, n. 116, del 11maggio 1857)

Ma deh, sta:

Che arazzerie son queste qua?

CECCHI, Il Donzello.

Si attende in Torino per venerdì la vedova di Nicolò imperatore delle Russie reduce da Roma. La nostra capitale è ben poca cosa in confronto della capi«tale dell’universo; ma la Czarina, se non troverà in Piemonte grandi monumenti, vi troverà un gran cuore. La Russia ha liberato già una volta le nostre contrade dall’insolente rivoluzione; ha restituito il nostro paese al suo legittimo sovrano, e i Subalpini non dimenticano tanto presto i benefizi! ottenuti. L’Armonia, che è pienamente piemontese, sinceramente monarchica, spiega i suoi arazzi, per far festa all'Imperatrice.

Arazzo 1°

E sia il primo arazzola bella dichiarazionedegli Austro-Russi agli abitanti di terraferma di Sua Maestà il Re di Sardegna,sotto la data del 15 di aprile 1814:

«I vostri desiderii sono appagali, non meno di quelli di tutta l’Europa. Vittorie prodigiose hanno coronato gli sforzi nobili e costanti delle alte Potenze alleale. La divina Provvidenza ha benedetto le loro generose intenzioni, e l’Europa è ristabilita in quell’ordine politico, che le è naturale.

«Buoni e fedeli sudditi del Re di Sardegna, voi vi troverete di nuovo sotto il dominio di quei Principi amati, che hanno fatta la vostra felicità e la vostra gloria per tanti secoli. Voi rivedrete fra voi quell’augusta famiglia, che ha sostenuto col coraggio e colla fermezza, che le è propria, le sventure di questi ultimi anni»»

Arazzo 2°

Nel secondo arazzo,che noi spieghiamo ai nostri balconi per far festa all’Imperatrice vedova delle Russie, stanno scritti i benefizii compartiti 'dalla Russia al Piemonte, colle parole medesime della Nota del conte di Nesselrode nel marzo del 1855.

Nei Consigli dei gabinetti d’Europa sotto il regno dell'imperatore Alessandro, di gloriosa memoria, fu la Russia che diede il suo fedele appoggio all'Indipendenza della Sardegna, quando la Casa di Savoia risaliva sul trono dei suoi antenati.

«Un esercito russo passò le Alpi, ma era per difendere il Piemonte, e non per invaderlo.

«Se Genova fu riunita al regno di Sardegna, si fu perché il gabinetto imperiale riconosceva la necessità di assicurare la prosperità commerciale e la grandezza del paese, che le armi della Russia avevano contribuito a liberare da una dominazione straniera».

Arazzo 3°

In questo terzo arazzosono registrate le parole dell’Imperatore Alessandro, e la sua idea della santa alleanza,che era certo felicissima, nel volere stabilire la solidarietà de' principi fra loro, e far comprendere ai medesimi che le rivoluzioni sono contagiose.

«Promettono i Principi………………………………………...…………………….……. di restar legati coll’indissolubile nodo di un’amicizia fraterna, prestarsi mutua assistenza, governare i sudditi da padri, mantenere sinceramente la religione, la pace e la giustizia».

Arazzo 4°

Noi vorremmo scrivere nel quarto arazzoi quattro articoli del trattato segreto di Verona del 12 di novembre 1822; ma siamo certi che l’onorevole fisco di Torino ci sequestrerebbe. Perciò ci terremo paghi di registrarvi solamente l’articolo 3°:

«Convinte (le alte parti contraenti, e la Russia alla testa) che i principi! della religione concorrono più fortemente a mantenere le nazioni in quello stato d’obbedienza passiva, che debbono ai loro Principi, dichiarano essere ornai loro intendimento sostenere ne'proprii Stati le misure che il clero crederà dover adottare pel consolidamento dei suoi interessi così strettamente collegati con quelli dell’autorità dei Principi. I contraenti olirono d’accordo i loro ringraziamenti al Papa per tutto quello che ha già fatto in loro favore, e chiedono la loro cooperazione nello scopo di rendere sottomesse le nazioni».

Chi desiderasse di leggere gli articoli 1°, 2° e 4° di questo trattato segreto, consulti l’Armoniadel 1856, N° 51, del 1° di marzo.

Arazzo 5°

La Russia ha sempre capito che la guerra mossa al Papa e al suo governo temporale era guerra contro i Principi e contro la società. L’ha capito sotto Papa Gregorio XVI, e l’ha capito sotto Papa Pio IX.

È noi ad onore della Czarina in un quinto arazzo scriviamo la

Nota del principe Gagarin, inviato straordinario e ministro plenipotenziario di S. V. l'Imperatore 
di tutte le Russie, Re di Polonia, in risposta alla Nola del Cardinale Bernesi, in data del 10 di gennaio 1832

«Il sottoscritto, inviato straordinario e ministro plenipotenziario di S. M. l’Imperatore di tutte le Russie, Re di Polonia, presso la Santa Sede ha ricevuto con una sincera riconoscenza, ed ha letto con un interesse molto vivo l’importante comunicazione, che Sua Eminenza Monsignor Bernetti, segretario di State di Sua Santità, si è compiaciuto fargli in data del IO di questo mese. Egli non ha cessato un sole istante di prender la parte la più profondamente sentita alla pena che doveva provare il cuor paterno di Sua Santità nel veder l’anarchia rivoluzionaria, che era insorta nelle Legazioni con altrettanta audacia e stolidezza, e la cui imprudente e rea condotta non ha potuto presentare al Santo Padre, che inciampi nelle sue generose intenzioni di migliorar la sorte de' suoi popoli, e sviluppare utili riforme, che furono il primo giorno del suo Pontificato il voto più caro del suo cuore. Benché questi torbidi colpevoli sieno stati un potente ostacolo al compimento delle sue vedute elevate, Sua Santità non ha cessato di occuparsi del benessere de' suoi sudditi, ed ha già pubblicate diverse leggi, la cui saviezza non è stata revocata in dubbio da nessun uomo di senno. Il Santo Padre, sapendo quanta lentezza la maturità esige, non ha potuto dare una prova più manifesta della purità delle sue intenzioni, che accordando ai suoi sudditi mezzi legali di far pervenire ai piedi dei suo trono le loro rappresentanze e i loro voti, che posson servire al perfezionamento progressivo delle istituzioni promesse, tali quali le vuole il suo paterno cuore ed il benessere de' suoi popoli. Tali sentimenti non potevan produrre che l’ammirazione e la riconoscenza, e con profonda indignazione l’Europa li vide contraccambiati coll’insubordinazione delle provincie settentrionali delle Stato Pontificio. Sela voce del Sovrano potesse ancora continuare ad essere posta in non cale, unappello alla forza diverrebbe certamente l’unico mezzo di salvezza. Sua Santità, nell'annunziare la sua determinazione d’avervi ricorse, manifesta nello stesso tempo tutta la clemenza del suo cuore, non volendo riconoscere ne’ ribelli che figli traviali, i quali essa èpronta ad accogliere nelsuo seno al momento che vorremo presentarsi per rientrarvi. Il sottoscritto è disposto a credere, che le intenzionigenerosedal Sante Padre saranno apprezzate, e che addurrannouna sottomissione piena ed intera, immediata e non condizionale. Ma se disgraziatamente il caso non potesse esser tale, egli ha l’onore di assicurar qui Sua Eminenza Monsignor Segretario di Stato, che il suo Augusto Sovrano, il quale in ogni occasione non cessò di provare a Sua Santità quanto gli stesse a cuore la prosperità degli Stati della Chiesa, e quella della persona Sacra del Papa, seconderà con tutti i suoi mezzi la volontà unanime delle Potenze, di prestare d'un comune accordo il loro appoggio a tutte le misure, che impiegasse Sua Santità per assicurare il successo d’un'impresa sì legittima, come ì quella del ristabilimento del suo potere nelle Legazioni.

«La buona intelligenza, che esiste fra il gabinetto imperiale e quelli de' suol augusti alleati, assicura il compimento dei voti, che il sottoscritto prega Sua Eminenza di portare ai piedi di Sua Santità.

«Egli approfitta di quest’occasione per offrire a Monsignor Cardinale Segretario di Stato ¡'omaggio dalla sua altissima considerazione,

«GAGARIN».

Bellissima è questa Nota, e riesce: 1° ad una apologia del pontificato di Gregorio XVI tanto calunniato; 2° ad una condanna solenne della rivoluzione di Romagna del 1831; 3° ad una riprovazione pienissima delle idee dei plenipotenziari sardi e dei loro progetti molinati in occasione del Congresso di Parigi.

Spiegando noi questo magnifico arazzo russo, diciamo al conte di Cavour che il dominio temporale del Papa preme, nella sua integrità, non solo a tutte le Potenze cattoliche, ma anche alle scismatiche, e qualora egli osasse di portare la mano usurpatrice sul patrimonio di San Pietro, conterebbe anche la Russia tra i suoi nemici.

Arazzo 6°

Mentre nel 1848 i mazziniani cacciavano Pio IX da Roma, e gli italianissimi del Piemonte lo insultavano, la Russia gli spediva in Gaeta una sua bellissima nota, che noi ci affrettiamo a scrivere nei nostro sesto arazzo.

«Gli affari di Roma, diceva, mettono in grave pensiero il governo di S. M«l’Imperatore delle Russie, e s’ingannerebbe grandemente chi supponesse che noi prendessimo parte meno viva dei governi cattolici alla situazione in cui si trova Sua Santità Papa Pio IX. Egli è fuor di dubbio che il S. Padre troverà la Sua Maestà l’Imperatore un leale aiuto per farlo ristabilire nel suo potere temporale e spirituale, e che il governo russo si associerà francamente a tutti i provvedimenti che potranno condurre a questo fine; che esso non nutre verso le Corte di Roma verun sentimento di rivalità, né veruna animosità religiosa».

Arazzo 7°

Ci duole di non avere nella casa nostra che sette soli balconi, e quindi di non potere spiegare che soli sette arazzi. In questo settimo vi sarà la Nota diplomatica che Gorciakoff scrisse nel 1856 in data di Mosca, 24 d’agosto (2 settembre), in favore del Re di Napoli.

«Non è lecito dimenticare in Europa che i Sovrani sono eguali fra loro, e che non l’estensione del territorio, ma la santità dei diritti di ciascheduno re gola le relazioni che possono esistere fra loro. Il voler ottenere dal re di Napoli concessioni riguardo al regime interno de' suoi Stati per via comminatoria o con dimostrazioni minacciose, è voler governare in sua vece, e proclamare senza maschera il diritto del forte sopra il debole».

E con ciò noi abbiamo finito il nostro apparato. Che ne pare all’Esperoed alla Staffetta?Non facciamo noi buona accoglienza alla madre del nostro potente alleato?Oh sia ben venuta la Czarina, la cognata d’Alessandro, la moglie di Nicolò, la madre di lui, che solo in Europa sorse in difesa dei conculcati diritti del Re Ferdinando!

CARLO BONCOMPAGNI DAVANTI APIO IX IN BOLOGNA

(Dall'Armonia, n. 117, dei 23 maggio 1857).

Egli è ormai decretato, che Carlo Boncompagni rechisi in Bologna per ossequiarvi Pio IX in nome del gabinetto piemontese. Non è certo però il luogo dove sia stato concepito un cotale decreto. L’Opinionedice che gli affari del nostro governo si trattano a Torino,«ch’esso non ha bisogno di concertare le sue determinazioni in affari di propria esclusiva spettanza cogli incaricati di Potenze estere» ((43)). Ma l'Opinioneè pagata per parlare cosi; laddove il Nord,giornale del nostro potente alleatoil Russo, afferma «che la missione del sig. Boncompagni per complimentare il Papa è stata probabilmente concertata cogli altri rappresentanti diplomatici presso il governo toscano, e specialmente coll’incaricato d’affari di Francia ((44))».

La quale affermazione del Nord è facilmente creduta da noi, che conosciamo in modo positivoi replicati uffizii, che il governo imperiale di Francia fé’ presso il nostro ministero affine ¿’indurlo ad una riconciliazione colla Santa Sede. Noi sfidiamo l'Opinione,sfidiamo i suoi padroni a negare questo fatto, e le solenni lagnanze di Parigi pel modo con cui il Papa è trattato in Piemonte, e le vivissime raccomandazioni, perché si metta una volta termine alle nostre querele colla Santa Sede, mediante un Concordato.

Sorpassiamo tuttavia su questo punto, ed ammettiamo che il ministero subalpino volontariamente mandi Carlo Boncompagni ad ossequiare Pio IX in Bologna. Noi vorremmo sapere in questo caso, se Carlo Boncompagni andrà a riverire Pio IX, come Capo della Chiesa, come Sovrano Pontefice; oppure come semplice Re di Roma, e principe italiano. In altri termini: vorremmo sapere se la missione del nostro rappresentante in Toscana è una missione religiosa, o puramente politica.

Posto che sia un atto religioso provocalo da un sentimento cattolico, ne verrebbe la conseguenza che il gabinetto piemontese riconosce il Papa Capo della Chiesa universale, avente perciò una giurisdizione spirituale anche in Piemonte. Ma allora perché i nostri ministri spacciano il Papa per un Sovrano straniero?Perché gli mancarono di parola, stracciando un Concordalo stretto da Carlo Alberto per sé e pei suoi successori in fede e parola di Re?Perché abolirono le decime senza il suo consenso, e il foro ecclesiastico contro i canoni? Perché secolarizzarono l’ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro, istituito con autorità dei Romani Pontefici, e da essi in gran parte dotato di beni e redditi ecclesiastici?

Se i ministri piemontesi riconoscono Pio IX Capo della Chiesa in Piemonte, perché l’offesero colle leggi sull’insegnamento? Perché senza la sua autorità imposero una tassa del 4 per 00 sui beni dei corpi morali, o così dette manimorte? Perché fecero il sordo alle sue allocuzioni; e principalmente a quelle del 1 di novembre 1850, del 19 di dicembre 1853, del 26 di gennaio 1855? perché esiliarono, e tengono tuttora in esilio gli arcivescovi di Torino e di Cagliari? Perché permisero templi protestanti, e chiusero la chiesa parrocchiale di S. Caterina di Sassari? Perché sostennero per un mese in prigione quel venerando Arcivescovo? Perché impedirono l’erezione d’una collegiata in Saluzzo? Perché vincolarono la Santa Sede nella collazione dei benefizi! inferiori, e specialmente dei canonicati ad essa riservati? Perché vollero obbligare i parrochi ad amministrare i sacramenti agli indegni?

Se i ministri piemontesi riconoscono Pio IX Capo della Chiesa in Piemonte, perché proposero una legge, che negava il sacramento del matrimonio? Perché promossero questa legge, nonostante l’aperta condanna del Papa? Perché perseguitarono i frati? Perché abolirono i conventi? Perché obbligarono colla forza monaci a violare i voti religiosi? Perché lasciano quotidianamente insulteremo IX da un giornalismo sfrenato, e in parte pagato coi denari dei contribuenti piemontesi? Perché girano ancora oggidì un processo contro il canonico Gliemone, che fe’ a Rivoli il suo dovere d’ottimo sacerdote? Perché la Cassa Ecclesiastica? Perché il signor Oytana? Perché la circolare di Urbano Rattazzi contro del clero, che introduceva perfino nei confessionali la sua polizia?

Non ci pare possibile che il ministero presente mandi ad ossequiare Pio IX come sovrano Pontefice. Così facendo, i ministri condannerebbero se stessi, i loro fatti anteriori, le loro dottrine, e le loro parole. Dunque il cavaliere Carlo Boncompagni andrà a riverire in Pio IX il Principe italiano?

Ma qui pure le contraddizioni sorgono n centinaia. Non sono i ministri piemontesi alla testé di quel partito che non vuole più Papa in Italia? Non ne combattono ogni giorno il dominio temporale? Non negarono a Pio IX quel tributo che gli si doveva pei possedimenti goduti in Piemonte dai suoi predecessori? E l’anno scorso, nel congresso di Parigi, il conte di Cavour non tentò di togliere al Papa la parte migliore del patrimonio della Chiesa? Non gli aizzò contro l’eretica Inghilterra? E nel maggio del 1856 non tuonava nella Camera contro il governo pontificio? E non permette ancora oggidì che sia assalito e calunniato da quella stampa che ha a' suoi stipendi; stampa servilissima, che ad un solo suo cenno muterebbe registi o? E non ha accettato testé una medaglia da parte di alcuni sudditi del Papa, che ne inimicano il reggime? E la sua Staffettanon leva a cielo miss JessyMeriton White, che sbracciavasi teste in Inghilterra contro il dominio temporale dei Papi, ed è forse venuta in Genova per combatterlo più da vicino?

È difficile adunque che il ministero piemontese voglia riverire in Pio IX il Principe italiano, salvo che esso non abbia mutato ’improvvisamente la sua politica. Danque che cosa va a fare Carlo Boncompagni à Bologna? Siamo Certi che lo stesso conte di Cavour, interpellato nella Camera, noi saprebbe dire. Ad ogni modo a noi piace che, o per amore o per forza, si compia quest’atto di dolcissimo dovere. L’ottimo Pontefice dimenticherà Boncompagni, e non vedrà in lui che il rappresentante del Piemonte. E noi gli protestiamo che questa volta il rappresentante rappresenterà davvero. Il nostro popolo vorrebbe potersi gettare ai piedi del Papa come un solo uomo; vorrebbe potergli dire ad una voce: «Santo Padre, perdonate a coloro che v’hanno offeso. Essi non sapevano che cosa si facessero!».

Giova intanto ammirare la provvidenza di Dio! Un anno fa si bandiva iti Piemonte una guerra insensata contro del Papa; si pronosticavano nel Congresso di Parigi imminenti rivoluzioni negli Stati Pontificii; impudentemente affermavasi che il popolo romano volea scuotere dal collo il giogo clericale. Che avvenne?

Nessuna rivoluzione negli Stati della Chiesa; nessun potentato osò fare al Pontefice la benché menoma violenza; lo stesso ministro della Francia presso la Santa Sede scrisse al conte Walewski la più splendida apologia del governo clericale; le popolazioni pontificie si stimarono beate d’avere tra loro il grande Pio IX; il suo viaggio è un continuo trionfo; ed in Bologna, nella città principale delle Legazioni, che i plenipotenziarii sardi volevano togliere al Papa, questi avrà fra poco ai piedi il rappresentante di coloro che se gli erano dichiarati accaniti nemici. E dopo tali fatti negate, se potete, le vittorie della Chiesa!

LE GLORIE DEL R. EXEQUATURIN PIEMONTE

(Dall'Armonia, n° 131, del 9 giugno 1357)

Udite, miei lettori, un caso strano — Degno di riso e di compassione...», e quasi quasi noi saremmo tentati di tirare innanzi e trascrivervi qui tutto quanto il famoso capitolo del Berni; imperocché non ci avvenne mai d’avere alle mani una novella pili bernesca di quella, che stiamo per raccontare ai nostri concittadini. Ciò che ci duole si è che il fatto essendo assai lepido, sia però gravissimo l’argomento che riflette, e da questo Iato v’abbia più da piangere che da ridere, trattandosi nientemeno delle catene che stringono i polsi in Piemonte alla nostra Santa Madre Chiesa!

Avete a sapere che sabato scorso, correndo le temporad’estate, era giorno destinato all’ordinazione dei chierici. In una diocesi del nostro Stato (c diciamone pure il nome, altrimenti taluno potrebbe rivocare in dubbio il nostro racconto), nella diocesi di Vercelli, un cotale desiderava di essere ordinato sacerdote, senta avere ancora compiuto l’età canonica. E quell’ottimo Arcivescovo riputandolo da ciò, avea ricorso a Roma per ottenerne dalla Santa Sede la necessaria dispensa. La quale, come giunse in questo paese della libertà,dovette andare al ministero, perché le desse quello che chiamasi regio exequatur,ossia licenziasse il Papa a fare da Papa, e l’Arcivescovo da Arcivescovo. Ed il ministero accordò l’exequatur,ed il decreto partì per Vercelli. Le cose fin qui non diremo che camminassero in regola, ma andarono come sogliono andare in cento simili casi.

Giunto a Vercelli il plico ministeriale, s’apre, e vi si trova: indovinate chef un decreto di questo tenore: Visto, si accorda l’exequatur per LA DISPENSA MATRIMONIALE al DIACONO N. N.! E questo sotto una dispensa di età, ché Roma concesse ad un chierico per venir ordinato sacerdote! Par possibile? Una dispensa per la Messa cambiata in Una dispensa per Matrimonio! E pel matrimonio di chi? d’un Diacono! Ma s’intesero mai cose simili? E poi costoro vorrebbero i registri dello stato civile! Oh ne vedremmo delle belle allora I Coloro che fanno ammogliare i Diaconi, che conoscono così poco i Sacra menti da scambiare l’Ordine pel Matrimonio, colla medesima facilità darebbero per nati i morti, e viceversa, e chi mena moglie scriverebbero tra i passati a miglior vita!

Questo caso non è il solo. Il regio exequaturvuoisi accordare per le cosepiù minute, e siccome il conte di Cavour dee pensare alla Spezia, e Deforesta alle usure, e questi e quello hanno altro in testé che chi prende Messa, cosi commettono l’incarico di rivedere le provvidenze di Roma all’ultimo scriba che trovisi nel loro uffizio. Il quale, avendo appreso la teologia dal maniscalco, e non sapendo leggere neppure il latino, applica alle dispense pontificie quellaprima formolo che gli viene sotto la penna, e permette l’esecuzione d’una dispensa matrimoniale in favor d’un Diacono, pronto ad accordare domani che sia ordinata Diaconessa la zitella, che vuole andare a marito.

Ora a noi piange il cuore nel vedere l’autorità della Santa Sede subordinata in Piemonte a tal razza di gente, e l’esecuzione dei decreti pontificii dipendere da chi neppur li comprende. I regalisti danno due ragioni del regio exequatur gli uni, più audaci, lo dicono infarina per premunirsi contro le Usurpazioni della Corte di Roma]gli altri, più temperati, lo spacciano come una protezione accordata alla Santa Sede, affine di accertarsi della sua positiva volontà. Ma sì l’una come l’altra ragione non vale ornai nello Stato nostro, dove così alla carlona l’exequatursi accorda. Il ministero, che lascia compiere siffatto uffizio dall’intimo dei suoi fattorini, è in cuor suo persuaso che altri nemici che il S. Padre ha da temere il potere regio in Piemonte, e che Roma starebbe fresca se dovesse confidarsi allo zelo de' nostri governanti per impedire le contraddizioni dei Brevi. Questo exequaturnon esiste più che come una cerimonia. Lo Stato nostro si sente abbastanza forte, da non dover paventare né un Breve, né una Bolla del Papa. Perché adunque non mandare in malora questa anticaglia? Perché non lasciare libera la Chiesa, e concederci la vera cattolica libertà di coscienza?

Lo stesso avvocato Boggio, scrivendo al conte di Cavour il 28 d’agosto del 1854, gli dicea pubblicamente che l’Exequaturera inutileed eminentemente assurdo. Inutile,perché dopo la libertà della stampa non può impedirsi che vengano pubblicati gli atti pontificai, «non dalla forma della promulgazione, ma sì dalla notizia avutane deriva nei fedeli l'obbligo dell’osservanza di qualunque prescrizione ecclesiastica». Eminentemente assurdo,perché «i fedeli non possono, non vogliono, non denno riferirsi mai alle decisioni dell'autorità politica per sapere se una prescrizione della Chiesa sia o no da osservare». Ora possiamo aggiungere una terza qualifica e dirlo immensamente ridicolo, mentre confonde le ordinazioni col matrimonio, e gli sposi coi chierici.

La Chiesa non ha mai sostenuto questo stranissimo ripiego del regio exequatur,e sempre, e dappertutto se ne dolse amarissimamente. Così, per non dire che del Piemonte, quando il Senato torinese il 20 di giugno del 1749 volle introdurre l’abuso di rivedere le provvidenze di Roma, Papa Clemente XI il 19 di agosto fulminava un Breve contro l'ingiusta, vanae temerariapretesa del Senato; e quando il 25 di aprile del 1848, pubblicato la libertà nel nostro Stato, si ribadirono le catene alla Chiesa, affidando il così detto regio exequatural ministro degli affari ecclesiastici di grazia e giustizia, Papa Pio IX se ne dolse come d’una soperchieria nell'Esposizionedei mali, che affliggono la Chiesa in Piemonte, pubblicata nel 1855 dalla Segreteria di Stato.

Noi veggiamo con piacere gli Stati riconoscere l’uno dopo l’altro queste usurpazioni antiche, e lavarsi le mani del regio exequatur. Ciò ieri fe’ l’Austria, oggi fa il Wurtemberg, e domani farà Napoli. E tardi o tosto così faremo anche noi. Giunto il tempo d un Concordato, la prima cosa sarà ridurre a nulla il placetregio. E il tempo di un Concordato non tarderà molto, non perché il Papa abbia bisogno di noi, ma perché noi abbiamo bisogno del Papa. E chi dubitasse di questa sentenza, si ricordi che venne stabilito il viaggio di Boncompagni e di tutta la legazione sarda a Firenze per ¿ossequiare Pio IX appena sarà giunto a Bologna.

LA CAMERA DELLE APPROVAZIONI

(Dall’Armonia, n. 161, 19 luglio 1857)

Ieri veniva distribuito un numero della Gazzetta Piemontese,che è il 375 degli Atti del Parlamento, il quale conteneva una statistica intitolata: Risultamento delle proposte di legge state presentate dal ministero e dai deputati nella sessione1857. Un nostro amico, prendendo la carta a rovescio, sosteneva che il ministero nel 1857 avea chiesto alla Camera l’approvazione di settantadisegni di legge, e che la Camera devotissimamente avea approvalo ottantacinquedisegni del ministero! Quel nostro amico, se non conosceva guari l’aritmetica, conoscea però molto la Camera.

Le leggi che il ministero volle approvate dalla Camera nella sessione 1857, furono settantadue,e altrettante furono le leggi che la Carnei a approvò. Troverete prima un cavallo verde, una mosca bianca, e il Tempodi Casale veridico, che un disegno ministeriale rigettato dalla Camera. Nel mese di febbraio essa disse ai ministri: — Eccellenze, avete progetti da approvare? Fatevi innanzi con coraggio; io sono. congregala per ciò. —

E venne il ministro delle finanze, e disse: — Io vorrei ampliare le fortificazioni d’Alessandria, alimentare il sacro fuoco d’Italia, e accrescere la somma dei debiti del Piemonte. — E il giorno 16 di marzo la Camera rispose: Approvato.

Il conte di Cavour soggiunse: — Poi vorrei togliere a Genova la marina militare, e trasferirla nei golfo della Spezia per seminare così un po' di zizzania, e preparare la via allo stabilimento di nuove imposte. — E la Camera l'8 di maggio rispondeva: Approvato.

Il ministro delle finanze replicava: —Ah! ho bisogno di danari, e vorrei liquidare. Vorrei vendere stabili delle finanze all’ospedale maggiore di Vercelli, ed alienare fabbricati demaniali in Sardegna ed in Terraferma. — E la Camera il. 26 di marzo rispondeva approvalo,e l'8 di maggio replicava: Approvato.

Coraggioso e confidente il conte di Cavour, recavasi alla Camera chiedendo maggiori spese sul bilancio del 1855, maggiori spese sul bilancio del 1856, maggiori spese sul bilancio del 1857, e la Camera ne’ giorni 3 e 30 di giugno, rispondeva: Approvato.

E il ministro delle finanze fabbricò un suo bilancio attivo e passivo pel 1858, dove non sa leggere altri che ilconte di Cavour, o per dir meglio che nemmeno il conte di Cavour sa leggere, e la Camera nei giorni 1 e 4 di luglio rispose: Approvato. — Allora il ministro delle finanze si ritirò, e cedette il posto al ministro di grazia e giustizia.

Il quale, tutto trafelato ed ansante per il peso del portafoglio non dalle sue spalle,domandò alla Camera l’abolizione della tassa convenzionale degli interessi, che in lingua volgare significa piena ed assoluta libertà dell’usura, e la Camera il 13 di marzo rispose: Approvato.

Le dimandò alcune modificazioni al Codice penale, affinché coloro che offendono le nazioni e gli individui coi delitti comuni, o coi delitti politici, fossero più dolcemente puniti; e la Camera rispose il 25 di marzo: Approvato.

Le domandò un nuovo prestito del governo alla Cassa Ecclesiastica, giacché la sua farina se ne andava tutta in crusca; ed il 6 di aprile la Camera rispose: Approvato.

Le dimandò l’affrancamento delle enfiteusi perpetue, che potevano ancora conservare in Piemonte lo spirito di famiglia e il principio tradizionale, e il 21 di aprile la Camera rispose: Approvato.

Si fa' innanzi il ministro della guerra, e volle che il monastero delle monache di S. Croce si convertisse in un ospedale militare, e il 5 di giugno la Camera rispose: Approvato.

Domandò la centesima modificazione sul reclutamento dell’esercito in ordine al passaggio dal servizio provinciale a quello di ordinanza, e il 6 di giugno la Camera rispose: Approvato.

Domandò al paese l’ultimo uomo, come già il suo collega ministro delle finanze gli aveva domandalo l’ultimo denaro, e il 18 di giugno la Camera rispose: Approvato.

Ed ecco giungere Urbano Rat lazzi, il celebre ministro dell’interno. Egli chiede che sia concessa facoltà alla Savoia Propria di contrarre un mutuo passivo, e la Camera il 12 di febbraio risponde: Approvato.

Chiede l’autorizzazione a varie divisioni e provincie di ripartire sovraimposte, a contrarre prestiti, e il 28 di febbraio la Camera risponde: Approvato.

Propone la riforma degli ordinamenti amministrativi ed economici del culto israelitico, e il 31 di marzo la Camera risponde: Approvato.

Presenta un suo disegno per riformare le carceri piene zeppe di prigionieri, spendendo nelle prigioni quei denari che una volta si mettevano nella cassa di riserva, e l'8 di aprile la Camera risponde: Approvato.

A voi, signor Lanza, ministro sopra la pubblica istruzione. — Il signor Lanza rassegna alla Camera il decimo disegno di riordinamento dell’amministrazione superiore della pubblica istruzione, e l'11 di febbraio la Camera risponde: Approvato.

Vuole l’istituzione di nuove cattedre nell’Università di Torino per contentare coloro che giunsero troppo tardi in Piemonte, quando tutti i pubblici uffizi! erano già occupati, e la Camera il 3 di aprile risponde: Approvato.

Guasta il collegio Carlo Alberto, e la sua primitiva istituzione, e il 38 di maggio la Camera risponde: Approvato...

Temiamo di recar noia ai nostri lettori, continuando questa eterna filatessa di approvazioni. Diciamo tutto in una sola parola: la Camera rispose al ministero settantadue volte approvato;e mai una volta sola rigettato. Il ministero si spaventò in certo modo delle approvazionidella Camera, e la chiuse affinché non approvassepiù!

Pogniam figura che non ci fosse stata la Camera dei Deputati. Allora i ministri delle finanze, della guerra, dell’interno, ecc., avrebbero promulgato le loro leggi senza pensare alla Camera. Ma poiché la Camera c’era, i disegni di legge vennero prima a lei presentati, ed essa li approvò senza che il ministero s’avesse mai a dolere dell’esistenza della Camera. Vogliamo dire che colla Camera le cose camminarono come sarebbero camminata senza la Camera.

Due deputati vedendo questa facilità d’approvazionepensarono che ce ne fosse anche per loro, e fecero due proposte. Ma non tardarono ad accorgersi che le approvazionierano pei ministri, e s’affrettarono a ritirare i loro disegni.

Dieci interpellanze avvennero nella nostra Camera durante il 1857, ed il ministero fu sempre approvalo. Brofferio e Pallavicini Giorgio interpellarono sulla questione italiana, ed il ministero fu approvato. Il deputato Sonnaz interpellò intorno ai Consigli di leva, ed il ministero fu approvato. Il deputato Casaretto interpellò sulle bandiere, ed il ministero fu approvato. U deputato Asproni interpellò sul telegrafo del Mediterraneo, ed il ministero fu approvato. Il deputato Revel interpellò sulla congiura di Genova red il ministero fu approvata.

In Inghilterra si suol dare un titolo ai diversi Parlamenti che ressero lo Stato. Sotto il regno di Enrico III vi fu il Parliamentum insanum,e sotto quello di Enrico IV vi fu il Parliamentum indoctum. Il Parlamento che pose inistato d'accusa il conte di Mark fu detto: Parliamentum diabolicum;e poi vennero il long Parliament,il convention Parliamentil confiding Parliament.

Se non fosse un plagio, vorremmo chiamare con quest’ultimo titolo di confiding Parliamentla nostra ultima Camera. Ma siccome l’Italia, che è tutta in Piemonte, dee essere originale per ragione del suo primato morale e civile cosi diremo la nostra Camera, testé licenziata, la Camera delle approvazioni. Speriamo però che gli elettori sieno per insegnare a questi signori Varie del disapprovare.

IL PUNTO D’APPOGGIO DI MAZZINI

(Dall’Armonian. 179 del 6agosto1857)

Mazzini, in un suo secondo articolo pubblicato nel supplimento all’Italiadel Popolo,n° 162, 4 di agosto, dichiara che ha trovato in Europa un punto di appoggioper le sue dottrine, per le sue congiure, per le sue insurrezioni. «Il punto d'appoggio, egli dice, alla leva, che deve promuovere questa azione, è naturalmente collocato dov’è libertà, dove gli Italiani possono meglio intendorsi e APPRESTARE SENZA PERICOLO gli apparecchi della lotta. Al Piemonte è toccato in sorte di essere questo punto. Per questo ci è sacro».

Dunque il Piemonte è il punto d'appoggiopel nuovo Archimede, che vuol sommuovere la terra e il cielo, e colla sua formola Dio e Popoloha giurato guerra mortale al popolo e a Dio. Ma perché il Piemonte è sacroa Mazzini? Forse perché esiste tra noi lo Statuto? No, lo Statuto pianta due basi, che il demagogo vuol crollare; lo Statuto poggia sul cattolicismo e sulla monarchia, e Mazzini non vuole né monarchia, né cattolicismo. Il Piemonte è sacroa Mazzini, perché in esso i mazziniani possono meglio intendersi, e apprestare senza pericolo gli apparecchi della lotta.

Ora, siccome questo vantaggio non deriva dalle instituzioni che regnano in Piemonte, e tuttavia sussiste in Piemonte per confessione medesima de' mazzi mani, così ne segue necessariamente, che il Piemonte sia il punto d’appoggio per Mazzini, dacché i ministri permettono a' suoi d’intendersi fra loro, e d’apprestare senza pericolo gli apparecchi della lotta. E così è realmente. I moderati che ci governano, la loro politica bifronte, la mascherata tolleranza, l’incerta ed equivoca dottrina, l’inerte polizia, gl’ipocriti sequestri, i pretesi processi, le perquisizioni fosforiche, sono il punto d’appoggio di Giuseppe Mazzini.

U Piemonte è il punto d’appoggiodi Giuseppe Mazzini, perché in Piemonte si amministra pessimamente il denaro del popolo, si rovinano le finanze dello Stato, e si lasciano rovinar quelle dei municipi], delle provincie, e delle divisioni; perché qui si aggravano gli amministrati sotto un peso soverchiante d'imposte, e nonostante si mette mano a pazze imprese, dirette unicamente ad aumentare i pubblici aggravi); perché qui si scontentano le città, si promuovono i dissidi), si combattono le glorie antiche, si gettano i semi di prossime rivoluzioni.

Il Piemonte è il punto d'appoggiodi Giuseppe Mazzini, perché ministri e ministeriali predicano l’insurrezione italiana, la predicano colle calunnie e colle menzogne contro gli altri governi; la predicano accettando medaglie, busti, e pretese dimostrazioni; diffondendo pel resto d’Italia scritture incendiarie, e discorsi rivoltosi: inventando indirizzi, pubblicando bugie, tenendo in casa nostra il fuoco acceso, e mandando di tratto in tratto scintille, perché il fuoco si accenda in Toscana, in Roma, in Napoli, in Sicilia.

Il Piemonte è il punto d'appoggiodi Giuseppe Mazzini, perché qui si possono aprire sottoscrizioni per diecimila fucili da regalarsi alla prima città italiana, che insorga contro il proprio Sovrano; perché qui si può dire in versi ed in prosa che i regicidi sono eroi, e degni dell’altare coloro che salirono il patibolo; perché qui si fanno deputati, cavalieri, professori, coloro che avevano giurato di pugnalare Carlo Alberto; perché qui si onorano con lapidi, con pensioni, con pingui offizii quanti si segnalarono nel tristo mestiere delle cospirazioni; perché qui si accettano a braccia aperte i nemici degli altri governi, ed il cospiratore reduce dalla congiura trova sotto le ali dei nostri ministri asilo, protezione, danaro e panegirico.

Il Piemonte è il punto appoggiodi Giuseppe Mattini, perché qui si possono fare senza pericolo gli apparecchi della lotta,che deve insanguinare non solo l'Italia, ma Francia, Spagne ed altri Stati d’Europa; perché si possono introdurre senza pericolo in Genova stili, e fucili, e secchi di polvere, e bombe e granate, ed ogni argomento di distruzione; perché non vi è polizia, o quella che c’è, sarebbe meglio che non ci fosse; perché si processa e si sequestra per cerimonia, e più in aiuto della parte perturbatrice, che per reprimerla.

Il Piemonte è il punto d'appoggiodi Giuseppe Mazzini, perché qui si attende alla rovina della religione e della morale, e si perseguita il clero,;e si tormentano monache e frati e si moltiplicano continuamente i bordelli, e si permettono tutte le lascivie, e si diminuiscono le pene contro i malfattori, che macchiaronsi di delitti politici o comuni, e si lascia denigrare Casa di Savoia, e si muove guerra al Papa, e si nega la dovuta osservanza ai trattati, e si corrompe l’insegnamento, e si perverte la gioventù, e si tollera la tirannia dell’usuraio contro del povero, tolleranza che a poco a poco deve riuscire al comunismo; e non ri sanno cogliere i ladri, né impedire gli assassinii, né levare di mezzo i vagabondi.

L'Opinionee gli altri diarii del ministero gongolarono per tre parole contro il Piemonte trovate nel testamento del Pisacane. Quelle parole sono esse pure un artifizio vergognoso dei nostri uomini di Stato. Era impossibile che il Pisacane odiasse i Cavour, e i Rattazzi, e il loro Piemonte. Odiava bensì il Piemonte cattolico, il Piemonte Monarchico, il Piemonte sottomesso alle leggi, rispettoso verso il diritto di tutti, contento del fatto proprio, non avido dell’altrui. Ma questo non è il Piemonte del ministero, non è il Piemonte del Congresso di Parigi, né della rivoluzione di Genova. Questo nuovo Piemonte è sacroa Mazzini, ed egli è pronto a tutto per difenderlo,giacché qui trova il suo punto d'appoggio.

Ma supponete tra noi un altro ministero, un ministero clericale (e tardi o tosto ha da venire), e poi diteci: Il Piemonte conservando pure lo Statuto, come è presentemente, sarebbe ancora sacroper Mazzini, sarebbe ancora il suo punto d'appoggio? Culminorisponde di no, perché non sono le istituzioni che favoriscono Mazzini, sibbene gli uomini. È Rat lazzi, che dà il punto d’appoggio a Mazzini, aiutandolo in quella che fa le viste di combatterlo, chiudendo gli occhi sui fatti suoi, e Ungendo di reprimerne le congiure quando furono sventale dal governo francese. È Cavour che dà il punto d’appoggio a Mazzini, dichiarando mortoil suo partito, accusando i tranquillissimi governi della Penisola, accettando illegali e rivoluzionarie rappresentanze. È Lanza che dà il punto d'appoggio a Mazzini, concentrando nelle sue mani l'insegna» mento, e combattendone la libertà, perché non passi nelle mani dei doro«Chiedete pure a Mazzini, se vorrebbe la caduta di costoro per avere i clericali, e non tarderà a dirvi di no, di no, di no.

Dunque gli amici ed i fautori di Mazzini sono i ministri presenti ed il loro codazzo, non i clericali. Dunque Genova e le altri parti dello Stato non saranno mai sicure dagli incendii, dalle mine, dai saccheggi, finché rimane il presente ministero. Dunque l’Italia e l’Europa non avrà pace, né il Piemonte tranquillità, finché tra noi le cose procedono in questa guisa. Dunque, ecco l’ultima e più importante conclusione: dunque, gli elettori debbono prepararsi a nominale Deputati tali, la cui prima opera sia licenziare i ministri.

GIOVANNI HUSS E I RIVOLUZIONARI! MODERNI

(Dall'Armonia, n 8, del 18 gennaio 1858)

Quanto v'ebbe di tristo ed empio nel mondo, dee oggidì ottenere l’apoteosi in Piemonte, come, viceversa, ciò che vi fu e v’è di santo, viene lordato di fango e coperto d’infamia. Già il nostro giornalismo glorificò Giuliano apostata, solo perché apostata;ora è venuta la volta dell’eretico Giovanni Huss, che è un eroe, solo perché eretico.

L'Opinionedel 10 di gennaio consacra a Giovanni Huss e a' suoi seguaci un articolo» Dice il primo: martire della libertà del pensiero,chiama i secondi: vendicatori della libertà del pensiero ed i precursori della rivoluzione delitto. Ma se {'Opinioneva d'accordo con Voltaire nelle lodi che tributa all'eresiarca boemo, sei lascia poi addietro celebrando gli Hussili, giacché i vendicatori della libertà del pensierofurono, secondo Voltaire, des animaux sauvages!

Il nome di Giovanni Huss fu messo in campo da Monsignor Scavini, rispondendo a Terenzio Mamiani, che volea ridurre i nostri preti, come già tentò di fare al Papa in Rome, a pregare,cioè, e benedire,sotto il pretesto che chi militaa Dio non s’impiglia ne’ secolari negozii. L’onorevole Scavini fé osservare alla Camera, che lo sproposito del Mamiani avea cinque secoli di barba, ed era stato proferito da Giovanni Unse, e condannato dal Concilio di Costanza.

Di qui ne venne pe’ nostri italianissimi, che Giovanni Huss fosse un eroe, un martire della libertà del pensiero,e il Concilio di Costanza un’accolta di tiranni, nonostante che i gallicani, tanto sostenuti dal conte di Cavour, sieno pieni di riverenza per quel Concilio, e fondino su certe sue posteriori deliberazioni tutte le loro teorie liberali.

Non sarà inutile spendere due parole su Giovanni Huss, e provare dal lodato chi sieno, e che cosa vogliano i lodatori. Huss fu un seguace di Giovanni Wideff. Nel 1406 due Inglesi recarono a Praga il Trialogodi Wideff, ed Huss ne abbracciò il sistema, e tradusse il libro in lingua boema.

Wideff piantava per principio, che ogni natura è Dio,e che ogni essere è Dio, dottrina che i nostri panteisti moderni ci spacciano oggidì come uh loro ritrovato. Ma Wideff lo spingeva fino alle ultime conseguenze, fino a sostenere, cioè, che un asino era Dio,e chiamava aegre inlelligentescoloro che lo negavano. Beco le precise parole di Wideff: Et si dicatur quod male sonatconcedere asinum etquodlibet aliud esse Deum, concediturapud aegre intelligentes. (De ideis,cap. II).

Il maestro adunque del martire della libertà del pensieroha divinizzato un asino, e l'ha proclamato Dio, nonostante le sue quattro gambe 0 le sue lunghe orecchie; e non sappiamo, se questo sia il primo titolo che il predicatore di Praga avesse al panegirico dell’Opinione.

Huss proclamò in Boemia il sistema di Wideff, ene dedusse le principali conseguenze. Con quella logica che è propria de' superbi, chi salutava un asino come Dio, ribellavasi all’autorità del Romano Pontefice! Huss prorompeva nelle pili violente invettive contro il Papà e là Chiesa. Uno de' suoi uditori ne fu talmente stomacato che un giorno gridò: «Maestro, io sono stato a Roma, ho visto il Papa ed i Cardinali; ma in verità essi non sono quali voi ce li rappresentate». Ed Huss gli diede quella sciocca risposta, che a noi danno sovente i nostri avversarii: «Ebbene, se il Papa ti piace tanto, vattene a Roma, e fermati colà». (Alzog, Storia della Chiesa,tom. Il, pag. 550).

Nel Trattato della ChiesaHuss negò la divina istituzione delPapato, ne attribuì l’origine ai favori imperiali, e sostenne, che la pretesa obbedienza alla Chiesa era un’invenzione de preti Lo stesso Gerson trovò nel Tractatus de Ecclesiaquattordici articoli, ch’egli dichiarava haeretici, et ut talescondemnandi.

Un’altra opera di Huss contro il Papa porta il titolo stravagante di Anatomia membrerum Antichristi,dove ricerca, quali sono le corna dell’Anticristo, quali i suoi polmoni, e quale il suo fegato. Ed insegna, che le corna dell’Anticristo sono i prevosti, i canonici e i decani; i polmoni ne sono le indulgenze, e il fegato i principi secolari. Largo al martire della libertà del pensiero!

Secondo Wideff, un asino è un Dio; secondo Hess, un re è il fegato dell’Anticristo. Ecco i bisavoli dei rivoluzionar» ddl’89, dette della nostra Opinione!

Huss andò avanti, e, maledetto il Papa, e infamato il Principe, mosse guerra a' proprietari. Scrisse un libro sulle decime,dove piantò queste proposizione: Nullus est dominus civilis, dum est in peccato mortali;vaie a dire, che, quando uno è in peccato mortale, cessa perciò di essere padrone dei beni che prima possedeva. Sul che osserva assennatamente il Rohrbacher: «I comunisti e i falansteriani de nostri giorni, i quali non»piano altro che il destro di gettarsi sulle nostre terre, sulle nostre case e le nostre borse«non sono che i figli naturali di Giovanni Huss»

Per quanto vogliamo supporre innocente il conte di Cavour, non crediamo però che vorrà mai ammettere, che un ricco signore, il quale abbia la disgrazia di cadere in peccate mortale, cessi per ciò solo d’essere padrone de' suoi milioni. E allora, perché lascia lodare dall’Opinione il supposto martire Ml» litoti delpensiero?

Come si vede, Huss non era solo un eretico, ma anche un feroce rivoluzionario, un terribile comunista, e l’Imperatore ebbe ben donde concepire un serio timore delle sue predicazioni. Di già egli s’avea formato un potente partito, ed il suo discepolo, Gerolamo da Praga, facea gettare nel fiume chiunque rifiutava di credergli. Coloro che tanto gridarono contro la condanna di Giovanni Huss e di Gerolamo da Praga, trovavano naturalissimo che questi degni precursori del 93 argomentassero alla stessa maniera. Gli eresiarchi uccidono, e nessun ne compiange le vittime; sono uccisi alla loro volta, e diventano martiri!

Sigismondo provocò il Concilio di Costanza. Gerolamo da Praga e Giovanni Huss vi vennero citati, e rifiutarono di presentarvisi. Ma vi convennero quando Sigismondo diè loro un salvocondotto. Si accusi pure l’Imperatore d’avere fallito alla propria parola, dando un salvocondotto e facendo arrestare dipoi i due accusati, che comparvero davanti al Concilio,come prigionieri. Noi non siamo qui per difendere l’Imperatore, ma solo vogliamo difendere il Concilio contro le grossolani ingiurie di cui è fatto segno da tanti saccentuzzi.

Non si può confóndere la causa dell’Imperatore con quella del Concilio. Onesto fe’ il ano dovere condannando come eretici i due accusati, e fé’ anche il tuo dovere rimettendoli al braccio secolare. Sigismondo li fe’ in ultimo abbruciare. Qui cerchisi se avesse o no il diritto di condannare a morte coloro che levavano a rivoluzione i proprii Stati, che proclamavano caduta la stia autorità, che annegavano quelli tra suoi sudditi che non poteano pervertire. Quanto á noi, ce ne laviamo le mani.

Veggiamo invece chi fossero quelle turbe, delle quali l’Opinionescrive: Dalle ceneri di Giovanni Huss sorsero i vendicatori della libertà del pensiero ed i precursori della rivoluzione dell’89».

Sotto la condotta di Giovanni Ziska gli Hussiti sollevaronsi in numero di cinquantamila e più, devastando chiese, trucidando monaci, Incendiando conventi. Ziska distrusse cinquecentocinquanta monasteri in circa, facendo strage di tutti gli abitatori de' chiostri che ricusavano di rendersi Hussiti. Imperocché cosi certuni sogliono vendicare la libertà delpensiero!

Sassonia, Franconia, Baviera patirono principalmente le irruzioni di questi barbari, peggiori mille volte de' Vandali, e intenti solo a devastare ed incendiare. Quando tutta la tetra,andavano dicendo, sarà devastata, e le città ridotte a cinque, comincierà il nuovo regno del Maestro, perché Ora è il tempo della vendetta, e il Signore è il Dio della collera. Che ve ne pare di questi vendicatori della libertà?

Or bene tante stragi, tante rovine sono imputabili a Giovanni Hum,che accese quel fuoco, il quale divorò tanto popolo. Ma mentre si grida contro il rogo ordinato in Costanza da Sigismondo, non si ha una parola contro le stragi, che vivo e morto fomentò l'eresiarca!

Noi compiangiamo i roghi che accesero i principi, e quelli più terribili che apprestano i rivoluzionari. Ma gli uni e gli altri sono sempre conseguenza inevitabile dello spirito di rivoltale perché davvero ci duole dell'effetto, incominciamo a detestare di gran cuore la causa.

Popoli dello Stato Sardo, il Ciel vi salvi dai vendicatori della libertà del pensiero.

RAGGUAGLI SULL'ATTENTATO DEL 14 DI GENNAIO 1858
CONTRO NAPOLEONE III

(Dall’Armonia, n. 14, del 19 di gennaio 1858)

S'il faut en croire les premiers renseignements fournis, ce serait encore à des Italiens que la France devrait imputer ce nouveau crime, qui dépasse en atrocité ceux qui l'ont précédé».

Droit, del 15 di gennaio 1858.

Coi rossori in sulla faccia, e col più vivo dolore nel cuore pigliamo quest’oggi la penna dopo di aver letto i giornali di Parigi, tutti pieni di particolari sull'attentato del 14 di gennaio. Oh povera Italia! È questa dunque la gloria, che li doveano procacciare coloro, che sì dicono tuoi figli? Associare coi pugnali, coi tradimenti, col codardo assassinio il nome italiano! I giornali parigini, vanno tutti a gara nel purgare il nome francese da sì orribile delitto. Dall’Unional Sièclegridano concordi all’Europa: les assassins sontdes étrangers. E noi intanto dobbiamo sentirci dire, che gli assassini sono Italiani!E non possiamo protestare contro l'accusa! E siamo obbligati perfino a leggere nel Moniteur,accennato come preludio del delitto, un manifesto stampato in Genova! Opatria, patria infelice, quale peggiore sventura poteva piombar sul tuo capo?

Ma no, l’onta di alcuni non deve cadere sul nome italiano. I rei non erano dei nostri. L’Italia li ha cacciali fuori di se, perché indegni di calcare questa terra benedetta dal cielo. Essi non avevano certo imparato la dottrina e la pratica del regicidio alla scuola italiana. Fuori d’Italia trovarono gli esempi e i mezzi; e nessun inglese, nessun francese, può ascrivere a tutti la colpa di alcuni, o imprecare all’Italia, se prima non ha cancellato dalla sua storia il regicidio legale, che, viva Dio! non ha ancora macchiato la nostra.

Questo sfogo ci era necessario avanti di entrare nel racconto. Ora raccoglieremo minutamente dai diarii di Parigi tutto dà che si riferisce all’attentato del 14 di gennaio; e per mettere un po' d'ordine in questa relazione, la divideremo m tre parti; dicendo dapprima dei preludi! degassassimo; poi delle circostanze del folto; in ultimo dette sue conseguenze, e dei preparativi per L’istruzione del processo.

I

Secondo il Moniteurdel 16 di gennaio, l’attentato del 14 fu il risultato d’una vasta congiura tramata all’estero. «Di fatto, scrive il giornale ufficiale di Parigi, il governo francese riceveva da Verseynel mese di giugno (1857) gli schiarimenti che seguono: «La congiura consiste nella fabbricazione di granate fulminanti, inventate da... Esse sono d’una potenza sconosciuta fino al presente, e dovranno essere gettate sotto la carrozza di S. M. imperiale, dove il loro semplice orto contro il lastricato provocherà la loro esplosione, e la distruzione delle carrozze».

«Dall'altra parte, segue a dire il Moniteur. un nuovo manifesto di Mazzini compariva il 9 di gennaio del 1858 nel giornale di Genova, l'Italia del Popolo». Il manifesto, a cui accenna il Moniteur,consiste in alcune esortazioni agli uomini del partilo d'azione; è sottoscritto G. Mazzini, e porta la data del 2 di gennaio. Tra le altre cose il Mazzini dice: scriveremo e cospireremo. E più innanzi: la cospirazione non è diritto, è dovere.

«In ultimo, continua il Moniteur,recenti relazioni giunte da Londra all’amministrazione francese recavano quante segue: «Un certo Pierri, originario di Firenze, antico capitano nella legione italiana, abbandonò l’Inghilterra collo scopo di mandare ad effetto una congiura tramala contro la vita dell’Imperatore. Quest'Italiano è un uomo dai 40 ai 45 anni, piccolo, magro, bruno, dal colore infermiccio, che parla assai male il francese, e con un accento italiano evidentissimo, ma parla benissimo l’inglese; è un individuo violento, cattivo, risolutissimo; e che fuggì dal suo paese dopo aver commesso omicidii, e fra questi quello d’un prete. Prima di abbandonare l’Inghilterra, Pierri ebbe parecchi abboccamenti coi rifuggiti francesi a Londra».

Il Moniteurcita ancora una relazione giunta più tardi alla polizia francese, la quale relazione diceva, «che Pierri passò per Brusselle, dove vide parecchi rifuggiti. Egli si diresse sopra Parigi, passando per Lille, accompagnato da un uomo attempato, che trovò a Brusselle, e portando con lui una macchina di ferro fuso e vuota, fatta secondo il sistema Jacquin. Si osserva del resto, che questo individuo viaggia nei vagoni di 1 a classe, va ai migliori alberghi, e pare assai bene in danaro». Questo medesimo Pierri, i cui connotati erano noti agli agenti dell’autorità, venne arrestato presso il teatro dell’Opera in Parigi alcuni minuti prima che avvenisse l’attentato. Ecco come la Patrieracconta quest’arresto. «Cinque minuti prima del fatto il signor Hebert, uffiziale di pace, avea riconosciuto sull’angolo della strada Lepellettyer l’italiano Pierri, tornato di fremo a Parigi, e di eoi avm i connotati. Cacciato dalla Francia dopo il 1252, Pierri avea viaggiato sotto un falso nome, ed era rientrato io Francia con un passaporto staccato a Londre, e che portava il Fiato del con soie belga. Quantunque parlasse inglese, e fosse travestito, il signor Hebert, che l’avea visto altre volte, lo riconobbe dopo cinque anni, e Varreste. Pierri portava con se un revolvera 6 colpi, una bomba simile a quella che vennero gittate dipoi, e un collellopugnale di gran dimensione. Il signor Hebert, dopo averlo messo in sicuro, ebbe appena il tempo di entrare nella strada Lepellettier, e le bombe scoppiarono, ed egli rimase ferito».

II

Nel teatro dell’Opera il 14 di gennaio v’avea una rappresentazione straordinaria a benefizio di Massol, che ritiravasi dalle scene. Davasi il Guglielmo Tell, ilGustavo tre atti della Maria Stuardacon madama Ristori, ed un frammento della Muta di Portici. Fra appena terminato l’atto del Guglielmo Teli, quando s’intese un grande scoppio. S. A. R. il principe di Sassoqia-Coburgo-Gota, che avea preceduto l’Imperatore e l’Imperatrice, e trovavasi nella loggia imperiale, l’abbandonò correndo a precipizio.

Ecco secondo il Pays,come avvenne il fatto. Al punto, in cui la carrozza delle LL. MM. fermavasi davanti il peristilio de| teatro, tre forti scoppii si fecero sentire, prodotti dall’esplosione di piccole bombe. Tra ciascuno di questi scoppii vi ebbe un intervallo di alcuni secondi. Le bombe, scoppiando, uccisero due uomini della scorta dell’imperatore, rovesciarono parecchi cavalieri, e ferirono da 30 a 50 persone tra la folla immensa che trovavasi sul luogo.

Pare, dice la Patrieche una carrozza precedente quella dell’Imperatore provasse nel suo cammino un momento d’esitazione, ma il cocchiere, frustando i Cavalli, andava innanzi. Credesi che si cercasse di rallentare il corso di questa carrozza, affinché quella dell’Imperatore e dell’Imperatrice fosse più sicuramente colpita.

Dei tre scoppii, il più forte ebbe luogo sotto la carrozza imperiale: uno dei cavalli, colpito da tre proiettili, cadde morto. La porta, per cui l’Imperatore e l’imperatrice si disponevano a discendere, era guasta, e non potevasi aprire. H direttore dell’Opera, che, secondo l’uso, era venuto a ricevere le LL. MM., volle sostenere l’Imperatrice, che ringraziandolo graziosamente, gli disse: Facciam vedete che abbiam più coraggio di loro.

L’Imperatore con una calma ammirabile erasi frammisto alla folla, e dava ordini per far trasportare e curare i feriti, che trovavansi distesi a terra. In quel punto si scoperse che S. M. era stata leggermente scalfitta alla guancia per Io Scoppio d’un vetro, ed avea il cappello traforato da un proiettile. Il generale Roguet, aiutante di campo dell’Imperatore, che accompagnava S. M., ed era ferito net collo, accorse con alcuni uomini della scorta per sottrarre l’Imperatore a questa scena desolante. Il suolo era bagnato di sangue. La carrozza dell'imperatore vedovasi sfondata; i vetri del peristilio dell’Opera tutti fracassati. Un dei proiettili, che avea colpito nell’angolo della muraglia, lo ruppe intieramente. I vetri delle finestre circonvicine furono pure rotti fino al quarto piano.

Un testimonio oculare, dice il ci racconta, che i proiettili erano di forma conica, e portavano ciascuno una capsula interna. Rassomigliavano ia qualche modo ai proiettili che servirono nella guerra di Crimea e scoppiavano da qualunque parte cadessero; rivestiti d’un involto di vetro spessissimo, eraoò inoltre guarniti esternamente d’uncini armati di capsule, per cui restavano attaccati al luogo dove cadevano, e vi scoppiavano.

La Gaiztte des Tribunauxscrive, che, avendo fatto il confronto degli avanti di quei proiettili con quello trovato indosso all’italiano Pierri, si riconobbe, ch’erano granate da otto o nove centimetri di diametro rivestite d’un involto di ferro e d’un tessuto di caoutchoux. Le granate erano piene di pallini, di pezzi di ferro, di piombo e d’acciaio. Il numero degli scoppii di questa mitraglia lanciata in tutte le direzioni dovette essere considerevole, a giudicarne dalle traccie lasciate sull’esterno delle case. Si trovò, che più di 80 proiettili hannocolpito la carrozza imperiale. I feriti furono ingran numero. Il Moniteurdice: Le nombre des victimesest malheureusement considérable. Dodici lancisi i della guardia imperiale: sette feriti gravemente, cinque leggermente. Undici militari della guardia di Parigi: cinque feriti gravemente, sei leggermente. Tre valletti a piedi, che erano dietro la carrozza dell’Imperatore, essi pure gravemente feriti. E il cocchiere della carrozza dell’imperatore, che, quantunque ferito, mostrò molta presenza di spirito. Tra le altre persone il numero dei feriti finora conosciuto, a detta del Moniteur,ascende a 60: unodi questi è morto giunto appena all’ospedale. Una fanciulla di 12 anni ebbe un ginocchio aperto da un proiettile. Il personale della prefettura di polizia conta 29 feriti, tra' quali un commissario di polizia, un ispettore, e da lì a 16 agenti furono feriti gravemente. Tra i cavalli della carrozza dell’Imperatore, uno comeabbiam detto, fu ucciso sul colpo, l’altro ferito a morte. Venti cavalli dei lancieri vennero colpiti: due rimasero morti, cinque mortalmente feriti. Una signora, che si trovava sui gradini del peristilio dell’Operavenne selva da(suo crinolino e dalla moltipliciti delle sue gonne: veste, crinolino e gonne vennero traforate da un pezzo di metraglia: ma il proiettile si fermò sulla coscia, e la signora non ne pati che una forte contusione.

III

Si fecero tosto molti arresti, parte sul luogo, parte a domicilio. E ne! numero degli arrestati vi hanno quattro italiani. Tra questi figura un conte Orsini ((45)). È curioso il modo, con cui questi venne scoperto. Si seppe che nella sera del giorno 14, dopo l’attentato, un uomo ferito crasi presentato nella farmacia della strada Lepellettier; e dopo essersi fatto fasciare la ferita e avere ricevuto i primi soccorsi, abbandonò la farmacia, senza avvertirne nessuno. Alcuni momenti dopo un altro uomo si presenta tutto commosso nella farmacia medesima chiedendo notizie del suo padrone, che diceva ferito, indicandolo in modo da farlo riconoscere. Uno di coloro ai quali egli s’indirizzava, gli domandò il nome del suo padrone: alla quale domanda il servo si turbò, e rifiutò di rispondere, ma, minacciato d’arresto, egli fu sorpreso da un tale tremito convulsivo, che svenne. Rinvenuto in sé, e interrogato in una maniera risoluta, dichiarò, che il suo padrone era il conte Omni, e a tre ore del mattino ilconte Ornai veniva arrestato.

Dice il Droit,che su parecchi di questi individui italiani arrestati e nelle loro case trovaronsi somme di danaro e valori importanti, e sequestraronsi egualmente pugnali, revolvers, e una bomba simile a quella trovata indosso a Pierri.

Fin dalle ore 11 della sera del giorno 14 una Giunta erasi riunita alla prefettura di polizia, la quale procedette immediatamente ad un'istruzione, che durò tutta la notte. Dicesi che l’istruzione saràprontamente finita, e il processo potrà essere classificato odia sessione delle Assiste della Stana, che avrà luogo dai al 1S di febbraio.

Il giorno 15 alle ore 3 e mezzo pomeridiane l’Imperatore e nmperàtrfce uscivano dalle Tuileries in carrozza scoperta, e senza scorta, giravano per le principali vie di Parigi, e recavansi col dottore Larrreya visitare i feriti trasportati agliospedali diGros Cailloue di Val de gràce. Furono dappertutto accolti da moltissima folla colle piùvive acclamazioni.

Il ministro dell'istruzione pubblica e dei culti indirizzò e tutti gli Arcivescovi e Vescovi dell’Impero il seguente dispaccio telegrafico: «La Provvidenza ba preservato i giorni dell’Imperatore e dell’Imperatrice, minacciati da un abbominevole attentato. Per ringraziare Dio della sua protezione cosi evidente, S. M. desidera, che un solenne Te Deumsia cantato domenica prossima in tutte le chiese della Francia. Degnatevi, Monsignore, di concertarvi perciò col prefetto del vostro scompartimento».

Il Te Deumsi cantò in Parigi ieri alle 3 pomeridiane, e tutte le autorità ed i corpi dello Stato vi assistevano. Il Consiglio municipale di Parigi il 5 di gennaio votava il seguente indirizzo all’Imperatore, con cui porremo termine a questi ragguagli:

Sire, tocca alla città di Parigi, ed al suo Consiglio municipale, che in questa circostanza più che mai è l'organo della città intiera, di manifestare prima di tutto la loro riconoscenza verso Dio' che un'altra volte ancora ha miracolosamente protetto V. M., e poi il loro amore per Napoleone III, la cui Vite è la prima condizione della salute e della prosperità della Francia.

«Sire, mettendo le sue rispettose congratulazioni appiedi dell'Imperatore e della sua nobile Compagna, che si mostrò tento degna di lui in questo comune pericolo, il Consiglio municipale esprime il voto ardente, che ancora una volta sin dimostralo, come non siasi ritrovala nessuna mano francese per compiere l’esecrabile attentato, che eccita l’orrore e l'indegnazione, ed in pari tempo ravviva in tutti i cuori la devozione e la riconoscenza verso V. Maestà».


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AUTOBIOGRAFIA DI FELICE ORSINI

(Dall’Armonia, n. 18 e 19, del23 e 24 gennaio1858).

I

In quella che il telegrafo ci annunziava l’orribile attentato del 14 di gennaio «contro Napoleone III, i nostri giornali faceana sperticati elogi di Felice Orsini, il quale, affibbiatosi il titolo di conte, capitanava quell’esecranda spedirtene di assassini. La Ragione del 17 di gennaio, dopo aver in un lungo articolo essi lato ipregi ed i meri! di questo campione del partito d’azione, conchiude congratulandosi seco stessa, «che te sue dottrine hanno guadagnato nell'Orsini un nuovo e non ciarlierocampione»

Anche noi vogliamo dare un cenno di questo non ciarlierocampione, pigliandolo dal libro che i nostri giornali lodano a cielo, cioè: Memoria politiche di Felice Orsini, scritte da lui medesimo, e dedicate alla gioventù italiana, Torino, 1858. Felice Orsini nacque in Meldola piccola città dello Stato Romano, nel 1819, e ricevette un’educazione severa, attiva, studiosa, soverchiamente religiosa, ma onesta. Poi, trovandosi per gli studii in Bologna, l’educazione dell’Orsini soverchiamente religiosa ed onestaandò a rompere alle società segrete della Giovane Italia, i cui affiliati massime in Bologna, lavoravano con ardore incredibile a sedurre e scapestrare la gioventù. «Virtù, moralità, libertà, patria, aspirazioni e pensieri di nuova religione (non formulata però), erano te parole che ad ogni istante si udivano da loro». (Memorie,ecc., pag. 15). Ciò avveniva verso il 1838.

Incappato così ne’ lacci della setta, l’Orsini si diede a congiurare cogli altri! e il 1° di maggio 1844 veniva arrestato e condotto più tardi a San Leo. Di là, trasferito a Roma, venne condannato alla galera in vita. In galera, come te prigione, l’Orsini ed i compagni nnn cessarono mai da) macchinare la foga, ed anche tener corrispondenza coi rivoluzionari del di fuori.

L’amnistia accordata da Pio IX troncò te trame dell’Orsini«prima di uscire dai ferri «sottoscrisse un foglio, in cui dichiarava sul suo onore,che d’ora innanzi non s’avrebbe per lui disturbato l’ordine pubblico, né operato contro il legittimo governo». (Memorie,pag. 40). L’Orsini vuol accordare questo giuramento colle rivoluzioni, a coi prese parte posteriormente. La morale del nostro non ciarliero campioneè molto facile. Eccola: «Noi potevamo in coscienza dar tal parola, perché consideravamo come legittimo il governo di Pio IX, e abbiamo cospirato, perché Pio IX cessava di essere un Sovrano legittimo!». (Pag. 40). Staremo a vedere, se l’Orsini proverà nel suo processo se non aver cospirato contro Napoleone HL, perché ha cessato d'essere un Sovrano legittimo. Lo scambietto è facile e comodo; ma peccato, che non tutti accettino le dottrine filosofiche della Ragionee de' suoi non ciarlieri campioni.

L’Orsini non potè partecipare a' moti di Rimini, di cui fu parte non piccola il cavaliere Carlo Luigi Farini, perché era in carcere: (’Orsini però ne tratteggia la storia, e quindi così riassume le condizioni dell'Italia all’elezione di Pio IX: «1° fermento universale e tendenza ad una rivoluzione; 2° il partito repubblicano ridotto ai minimi termini stretto in amicizia e in lega coi moderati; 3° la Giovine Italia del tutto posta a parte e in discredito; 4° per la propaganda di Carlo Alberto, le speranze rivolte a lui e alla sua armata; 5° per gli scritti di Balbo e di Gioberti, allora in voga, lo spirito nazionale esteso universalmente tra la gioventù delle Università, tra i letterati, e perfino tra alcuni dell’aristocrazia: ma non più in là d’indipendenza nazionale». (Memorie,pag. 44).

L’Orsini, uscito di prigione, «si condusse in Toscana, ove diede mano alla stampa clandestina ed alle rimostranze pubbliche e segrete tendenti a far di scendere il governo toscano alle riforme di Pio IX. La polizia seppe ogni eosa: venne esigliato, da ultimo arrestato e mandato ai confini. Come Leopoldo 11 discese alle riforme, l’Orsini tornò in Toscana, ove si trovava il colonnello Ribotti e Nicola ' Fabrizi: si pose a contatto con loro, e fece da segretario al secondo nella sua corrispondenza con Mazzini». (Memorie, pag. 61). Nell’inverno del 1847, recosai a Roma, ove un comitato rivoluzionario decideva una spedizione per far sollevar gli Abruzzi. «A’ primi di febbraio 1848 fuvvi una gran dimostrazioni promossa da Ciceruacchio di concerto col Comitato stesso. Si chiesero uffiziali piemontesi, riordinamento dell’esercito papale, e secolarizzazione totale del governò». (Pag, 62). Il comitato «non aveva la missione di spingere il popolo alla repubblica. Sedeva come centro per dare una direzione segreta agli uomini d’azione; influenzare la pubblica opinione: spingere il governo sempre più innanzi; fare che si venisse alla guerra coll’Austria; paralizzare gli sforzi della reazione; distruggerne, se pur fosse stato possibile, ogni elemento………………. Mazzini non vi avea che fare, ed il suo nome suonava malissimo agli orecchi dei membri stessi, che per lo addietro erano stati in lega con lui. il Comitato romano comunicava con altri stabiliti al medesimo oggetto nella Toscana e nel reame di Napoli». (Pag. 63),

L’Orsini combatté a Piacenza, a Treviso, a Venezia: fu deputato alla costituente per la provincia di Forlì. Le stragi sotto il titolo di omicidi! politici de solavano lo Stato romano e facevano tremare i vicini ed inorridire i lontani. «Questo male sotto la repubblica prese proporzioni gigantesche; da vendette politiche trascorse ad oggetti più ignobili; talché in alcune provincia non vi aveva più sicurezza personale». (Pag. 76).

L’Orsini venne spedito ad Ancona dal Triumvirato per porre rimedio a quei macelli, e dice, che i suoi sforzi furono coronali di felice successo. Narrata la caduta dell’eternarepubblica romana, l’Orsini si scaglia con rabbia feroce contro il papato; e con basse e bettolesche ingiurie insulta «al dispensatore d’imperiali e regali corone, portatoci sul collo e tenutoci dalle armi del traditore, che regge oggi la Francia». In queste parole si vede l’autore del misfatto del 44 di gennaio. E siccome non è un campione ciarliero,così è naturale, che «Uè parole abbia fatto seguire le opere.

Qui facciamo sosta, giacche l'importanza dei fatti rivelatici dall’Orsinici costringe a non sorpassarli leggermente. È bene, anzi è necessario di far conoscere colui, al quale il nostro giornalismo è così largo d’incenso. È necessario che si conoscano quali sono i libri, che s’intitolàno alla gioventù italiana nel nostro paese. Gli indirizzi e le soscrizioni, che corti giornali devotissimi al ministero propongono per protestare contro l’esecrando attentato del 14 di gennaio, sono cose belle e buone. Ma quando voi avrete mandato a Napoleone III quegli indirizzi e quelle sottoscrizioni piene di proteste contro quel l’infamia, egli potrà rimandarvi i libri ed i giornali che si stampano qui, in Torino, sotto gli occhi del ministero, in cui si fa l’elogio de' suoi assassìni in cui si colmano di lodi gli scritti, che aguzzano il ferro, e che accendono le bombe contro la sua vita.

II

La Repubblica romana, dice l’Qrsmi, lasciava un addentellato, cioè nominava un Comitato italiano in Mazzini, Saffi e Montecchi, il quale nel 1850 emise le cartelle del prestito nazionale, e si aggiunse A. Saliceli, G. Sirtori, Cesare Agostini. Intanto un altro Comitato prese vita col nome di Europeo. Mazzini per l’Italia, LedruRollin per la Francia, Darasz per la Polonia, Ruge per la Germania. (Memorie, pag. 78). L’Orsini racconta il tentativo del 0 di febbraio 1853 in Milano, e fra le cause, per cui andò a vuoto, enumera questa: «Messo il partito di assaltare gli uffiziali, mentre stavansi raccolti nel tripudio di unagrande festa da ballo, B.,.. vi si oppose, mancando così alla prima leggedelle cospirazioni, la quale vuole che dove mancano armi, dove sono proibiti i bastoniegli è lecito di ricorrere ad ogni mezzo che valga a distruggere ilnemico». (Pag, 80). Questo disegno di pugnalare gli uffiziali austriaci a tradì mento viene più lungamente dichiaralo nelle istruzioni, che il Mazzini diede all’Orsini più tardi, cioè ne] 1854, quando lo mandò ad esplorare gli animi e lo stato delle cose a Milano. Vuole che s’istituisca una compagnia della mar composta di «ottanta giovani robusti e decisi, scelti tra i congiurati e tra i popolani più prudenti, che si votino con giuramento terribile a snudare il pugnale ad ora fissa contro i nostri oppressori... Un sicuro si consacri tacita mente a studiare, osservare le abitazioni del generale e dei principali uffiziali, capo di stato maggiore, comandante d’artiglieria, eco., le loro abitudini, specialmente nelle ore, nelle quali i più tra gli uffiziali sono spensieratamente fuori e l’operazione potrebbe riuscire simultanea. Due o tre uomini decisi dovrebbero bastare per ciascuno di questi uffiziali importanti, venti fra tutti.... L’esercito austriaco, perduti gli uffiziali, è perduto». (Pag. 121). E questo è chiamato dal Mazzini il vespro degli ufficiali. che egli e l’Orsini contemplano con compiacenza come il vero mezzo di rendere inutile l’esercito austriaco.

Le voci del prossimo tentativo del 6 di febbraio erano in bocca d’ognuno; ed il sig. Buda, intendente di Genova, chiamava a sé alcuni fuorusciti ammo pendoli a mantenersi quieti». (Pag. 81). Ma ci voleva altro che ammonizioni. Quel tentativo fallito rovinò il credito del Mazzini, fece sciogliere il Comitato nazionale, a segno, che il Mazzini «venne consiglialo da alcuni amici, di decorre ogni maneggio di cospirazione; e dalle lettere che egli medesimo scrisse, sembrava non gli fosse discaro l’avviso». (Pag. 84). Poco dopo cambiò parere; «stabilì un centrodi operazionecomposto di lui soloavente a consiglio lui solo; venne a comporre un dittatorato cospiratone; il veicolo dei suoi atti pubblici rimase il giornale dell’Italia e popolonutrito da lui e dalle oblazioni di alcune sue vecchie amiche di Londra». (Ib.)

Il Mazzini, confuso ed arrabbiato per gli smacchi toccati, volle tentare qualche gran fatto per ricuperare il credito. Ordinò adunque all’Orsini il tentativo di Sarzana: questi concertò il moto con Giuseppe Fontana; a Nizza. (Pag 85). Toccò Torino, ove s'abboccò con altri ufficiali, e si condusse a Soriana(Pag. 86). L’esercito di occupazione, che si trovò riunito a Sarzana, fu in tutto di ventinove nomini con quattordici fucili!!Il generalissimo F. Orsini fu fatto prigioniero, e le carte colle istruzioni e lettere del Mazzini, che portava; furono prese dalla polizia. Venne condotto a Genova, e dopo due mesi di carcere gli fa intimato lo sfratto, e ritornò a Londra a preparare nuove spedizioni non meno gloriose di quella di Sarzana. E ciò benché l’intendente Buffa gli avesse detto che «il governo sardo avrebbe trattato il suo affare col massimo rigore,onde andare a fondo della cosa, ed impedire nel futuro nuovi conati», ecc. (Pag. 91). Il massimo rigorefu di lasciarlo presto in libertà per nuovi conati.

Di fatto, pochi mesi dopo, cioè in marzo 1854, l’Orsini colle istruzioni del Mazzini partiva alla volta d’Italia per il moto della Lunigiana, più ridicolo ancora di quello dì Sarzana. Il generalissimo Orsini, di tanti Italiani, che al suo avvicinarsi doveano sorgere come un sol uomo,non ebbe a suoi ordini che un solo!!E questo così pauroso, che portò la sfiducia nei quattro o cinque giovani, che il generalissimo avea con sé nella nave, che portava la fortuna di Mazzini. (Pag. 102).

Ma il Mazzini incolpava la dappocaggine del suo luogotenente e degli altri uffizi a li, che non s’intendessero di guerra: quindi volle egli in petto ed in persona capitanare una spedizione. Sapeva, che la presenza di Napoleone 1 bastava per vincere dovei suoi migliori generali erano sconfitti! Nel mese di agosto dello stesso anno 1854, dopo grandi preparativi d’armi, di soldati e di munizioni fatte in Ginevra dal Mazzini e da Maurizio Quadrio, l’oste ai moveva per alla volta della Valtellina. «Gli uomini della spedizione, dice l’Orini, doveano essere tra Poschiavo, Samaden, St. Moritz, Compier, Silvaplana e Maloia, il giorno 20 almeno di agosto. Ebbene di 150, o 200 di già pagati pel viaggio, quanti ne apparvero? 1° Federico Cam…, 2° Nicola Ferrari, 3° Fumagalli, 4° Rodio, 5° Pas..., 6° D. B., 7° Maurizio Quadrio, 8° Co…. 9° io stesso. Questi formavano il corpo di spedizione comandato dall’extriumviro; tre dei quali, Mazzini, C e Quadrio sarebbe stato necessario» farli trasportare di peso dai contrabbandieri onde valicare le ghiacciaia del» Muretto». (Pag. 112). Due poliziotti misero in foga l’oste poderosa capitanata dal grande conquistatore dell’Italia. E qui vediamo dalle Memorie,che ¡’Orsini nelle sue spedizioni pigliava il nome di Tito Gelsi. Per la spedizione della Valtellina, e per la fame, lo scontento dell’Orsini salì al colmo(pag 118); per cui venne in pensiero di recarsi in Russia, e sotto finto nome prendere servizio nell'armata. (Ibid.)Mazzini non disapprovava il concetto,tuttavia con belle parole ne lo distolse affidandogli una nuova missione.

Questa consisteva nel recarsi a Milano, e quivi «1° ricoverarsi in luogo già pronto, e stare celato durante un otto o dieci giorni; 2° interrogare ciascuno dei capi di sezione della organizzazione popolare, o chiunque dicesse aver uomini per la rivoluzione; 3° fare altrettanto coi capi del Comitato ivi esistente; 4°esaminare e prendere nota esalta degli uomini, che ciascuno dei suddetti avrebbe mostrato di aver pronti, dei mezzi loro, della capacità pratica, della influenza relativa; 5° Usare le maggiori sottigliezze e risorse intellettuali, onde poter fare una giusta estimazione delle forze del partilo, della fiducia da riporvisi, delle probabilità di riuscita in caso fosse deciso di tentare un fatto». (Pag. 119). L’Orsini, munito delle istruzioni del Mazzini e d’un passaporto col nome di George Hernagb, il 1° di ottobre 1854 partiva alla volta d'Italia. Venne a Torino, ove si abbatté con alcuni amici. (Pag. 125). Qui intese, che Mazzini era caduto in discredito, che «le speranze di tutta l’emigrazione erano nel Piemonte; che gli alleati (Francia e Inghilterra), e ciò sapevasi dall’alto, davano promesse di assistenza; che faceva d’uopo star quieti; che se Mazzini ne avesse commessa una delle sue solite, si sarebbe tirato il biasimo di tutti i partiti». (Pag. 126). L’Orsini senti tutto, non ascoltò nessuno, e si condusse a Milano. Là eseguii! mandato di Mazzini, vide i caporioni, li interrogò, gl'istruì, e pieno di fiducia andò a Trieste, a Vienna, e quindi a Hermannstadt, dove venne arrestato, e tradotto poscia a Mantova.

Da Mantova potè fuggire, ma non uscì dalle prigioni di Parigi, che per salire il patibolo! Noteremo, che nelle istruzioni per la guerra presegli addosso nella spedizione di Sarzana, si trovava, fra gli altri, questo articolo: «Chiunque, sotto specie di libertà, o con iscritti, o con parole, si introdurrà tra te file dei combattenti per disseminarvi la discordia, per ridurli alla dissoluzione, sarà arrestato e tradotto dinanzi un Consiglio o Giunta di guerra. Dal momento dell’arresto alla esecuzione della sentenza non debbono passare più di dodici ore». (Pag. 89).

Ora l’Orsini a pagina 131 narra, che, avendo in Vienna chiesto al segretario dell’ambasciata russa, se poteva pigliar servizio nell’esercito russo, gli venne risposto: io tempo di pace sì, ma in tempo di guerra non si accetta nessuno, nessuno. «Pensai allora, dice, di entrare nell’esercito austriaco, e di realizzare così il piano più volle discusso con Mazzini, ed anche con Kossuth, di fare la propaganda nei reggimenti italiani». Ed in questo senso l’Orsini scrisse al feldmaresciallo de Salis per entrare al servizio dell’Austria. (Pag. 132). Se l’Orsini fosse riuscito nel suo intento, e che, scoperte le sue mene per iscapestare i soldati, il governo austriaco avesse verso di lui osservato il citato articolo sul modo di punire i seminatori di scandalo, i suoi amici ne avrebbero menato un rumore da finimondo!

Da ultimo risulta dalle Memorieche l’Orsini non imprese mai alcuna dello atte spedizioni senza abboccarsi co’ suoi amici di Torino. Ed è singolare che l’Orsini nomina quasi sempre gli amicifuori di Torino, e di quei di Torino tace il nome. Perché mai? Taluno sospetta» che la posizione degli amici di Torino richiegga prudenza per non suscitane imbarazzi provenienti dal di fuori. Lasciamo ad altri il credere quanto in ciò sia di vero.


LA BABELE BELL’ INSEGNAMENTO IN PIEMONTE

(Dall’Armonia, n. 86, del 14 febbraio 1858)

«Iamque non modo in commune, sed in singulos homines latae quaestiones; et corruptissima republica plurimae leges».

(TACITO, Annal., lib. III, cap. 27, pag. 85, ediz. del prof. Vallauri, Stamperia Reale, 1853.

Venne in luce coi tipi della Stamperia Reale l’Annuario dell'istruzione pubblica per l’anno scolastico 1857-58, al quale, sebben porti in capo scritto a lettere di speziale il nome del dottore Lanza Giovanni, commendatore, deputato, ministro segretario di Stato, fu però appiccalo alla coda una satira sanguinosa contro il nostro insegnamento. E noi abbiam fatto le meraviglie, che il dottor Lanza, o non siasi accorto del brutto tiro che gli giuocarono, o accorgendosene non rabbia impedito.

La satira terribile a cui accenniamo, incomincia da pagina 243 dell'Annuario, econtinua fino a pagina 267. Porta il seguente titolo: Tavola cronologica degli atti officiali concernenti la pubblica istruzione dal1848 a tutto il1857; e dimostra matematicamente il grandissimo disordine, che è regnato e regna tuttavia in questa amministrazione.

Immaginatevi, o lettori, dice l'Annuario,che in dieci anni gli atti ufficiali concernenti la pubblica istruzione arrivarono all’enorme somma di TRECENTO VENTIQUATTRO!

Abbiamo avuto quattordicileggi, e fu come se non ne avessimo avuto nessuna, ché il nostro insegnamento è sempre in piena anarchia.

Abbiamo avuto altrettante istruzioni,e tutti sono al buio, e non sanno che dire, che fare, come insegnare, perché non ne capiscono cica.

Abbiamo avuto diciasetteregolamenti, ma non poterono introdurre un miccino di regolanel caos del pubblico insegnamento.

I ministri, in questi dieci anni, scrissero e stamparono settantanovecircolari, le quali produssero un effetto pienamente opposto a quello Che intendevano, ed invece di guarire l’infermo, lo ridussero al pollo pestò.

Vennero promulgati in dieci anni centottantanovedecreti, i quali servirono ad imbrogliare sempre più la matassa invece di dipanarla.

Oltre di ciò programmi, norme, tariffe,e che sappiam noi. Non passa anno senza che si moltiplichino gli atti ufficiali,e il dottor Lanza progredisce nel decretare, avendo decretatoper ben cinquantadue volte nell'anno passato. Chi l’avrebbe mai detto al sior Magnifico, che egli decreterebbe non solo reobarbaro e decotto di malva, ma anche sull’istruzione pubblica! Ora, poiché il cielo gli mandò tanta fortuna, egli se ne prevale, e decretasugli insegnamenti della geografia e statistica, sui libri di testo, sulla lingua italiana, sulla storia patria, sulla chimica generale; e regolaoggi gli esercizi di manipolazione nelle scuole di farmaciadomani la biblioteca dell’Università di Cagliari, posdomani la scuola ostetrica di Voghera!

Per sollazzo del lettore stampiamo qui la somma degli atti ufficiali, che si promulgarono d’anno in anno dal 1848 al 1857.

1848 Dal 19 di gennaio al <5 di dicembre, leggi, decreti, circolari sull'insegnamento 36
1849 Dal 9 di gennaio, leggi, decreti, circolari, regolamenti, istruzioni sull'insegnamento 29
1850 Dal 1* di marzo al 3 di dicembre, leggi, regolamenti, decreti, circolari sull'insegnamento 27
1851 Dall'8 di febbraio al 25 di dicembre, leggi, istruzioni circolari sull'insegnamento 36
1852 Dal 28 di gennaio al 31 di dicembre leggi, decreti, circolari, istru- zioni sull'insegnamento 20
1853 Dal 6 di gennaio al 31 di dicembre, leggi, circolari, decreti, regolamenti sull'insegnamento 33
1854 Dal 9 di febbraio al 31 di dicembre, circolari e decreti sull'insegnamento 21
1855 Dal 10 di febbraio al 22 di dicembre, istruzioni, programmi, regola- menti, decreti, circolari sull'insegnamento 32
1856 Dal 2 di gennaio al 23 di dicembre, circolari, istruzioni, regolamenti, decreti sull'insegnamento 88
1857 Dal 7 di gennaio al 23 di dicembre, istruzioni, circolari, decreti, regolamenti, norme, leggi sull'insegnamento 52
Totale 324

Assommando tutti gli articoli, tutte le disposizioni, i precetti, le norme contenute in questi 324 atti ufficiali, si può dire, stando ancora al dissotto del vero, che oltrepassano i dieci mila!

Questa moltiplicità di leggi, di decreti, di regolamenti, non prova il disordine dell’istruzione pubblica, e l’incapacità dei ministri? Dite, in barbagrazia, se voi vi recate ad un infermo e lo vedete circondato di ampolle, di cerotti, d’impiastri, di recipe;e più ne smaltisce, e più ne abbisogna, che cosa ne argomentate? Dà savie ed intelligenti persone subito pensate in cuor vostro: la va male per questo poverino. Egli trovasi a pessimi termini, e non guari in buone mani. Imperocché se il suo medico avesse un po' di giudizio, e capisse la malattia, gli amministrerebbe un rimedio solo, quello cioè indicato dal morbo, e non passerebbe con tanta frequenza dall’uno all’altro.

Applicate al caso nostro. I trecentoventiquattroatti ufficiali promulgati in dieci anni dimostrano che il nostro insegnamento peggiora sempre più, perché le leggi e i decreti sono rimedi, è questi non si danno a' sani. Dimostra inoltre che il ministro della pubblica istruzione non conosce il malanno, e va tentoni ora provando un regolamento ed oraun altro, quando con questo e quando con quel metodo, la cui molliplicità accusa il male del sistema, e l’incapacità di chi ne fa l’applicazione.

Il legislatore, osservò stupendamente Giuseppe di Maistre, rassomiglia al Creatore: egli non lavora continuamente; ma produce e poi si riposa. Ogni vera legislazione ha il suolatalo, e l'intermittenza è il suo carattere distintivo, di maniera che Ovidio ha enunciato una verità di primo ordine quando disse; Quod caret alterna requie durabile non est.

Se la perfezione fosse possibile nell’umana natura, ogni legislatore ed ogni ministro non parlerebbero e non decreterebbero che una sola velia; ma quantunque tutte le opere nostre sieno imperfette, e di mano in mano che le istituzioni politiche si viziano, il sovrano sia obbligato di. accorrere in loro soccorso con nuove leggi, tuttavia la legislazione umana si appressa al proprio modello in virtùdell’intermittenza piùsopra accennata. Il suo riposo l’onora al pari della sua azione primitiva, laddove pili essa opera, e più l’opera sua è umana, vale a dire fragile.

Questa fragilità si ritrova in tutti gli Stati retti dalla rivoluzione. Le tre Assemblee Nazionali di Francia in due anni, dal 1 di luglio 1789 al mese di ottobre 1791, fecero 15,479 leggi; e i signori Duboye Jacob nel loro Codice manuale della stampacalcolarono che in Francia sopra materie relative alla stampa, a libri, affissi, ecc., dal 1789 ai 1843 furono pubblicate 81,366 tra leggi» decreti ed ordinanze. Ciascuna, delle nostre leggi, dicono i citati autori, contiene, termine medio, 50 articoli, il che dà 4,068,300 disposizioni legislative, senza comprendervi le leggi, ordinanze, editti, dichiarazioni, eoe., anteriori al 1789»

Il Piemonte non trovasi ancora a questo punto, ma è evidentemente incamminato sulla medesima via. Basta il saggio, che ne abbiam dato riguardo all’insegnamento pubblico. Ora chi può veder chiaro in questo caos di decreti, di regolamenti, di circolari?

È una grande anomalia che tra noi chi insegna l'alfabeto, sia obbligato prima a sostenere l’esame, e chi amministra la pubblica istruzione non vi venga assoggettato. Se quest'anomalia si correggesse, se il dottor Lenza fosse esaminato semplicemente sugli atti ufficiali che governano tra noi la pubblica istruzione, mettiam segno che egli farebbe un solenne fiasco!

UNA LETTERA DI FELICE ORSINI AL CONTE DI CAVOUR

(Dall’Armonia,n. 49, del 3 marzo 1858)

Domenica mattina le poste ci recavano il primo interrogatorio degli accusati dell’attentato del 14 di gennaio davanti alla Corte d’Assisie della Senna nell’udienza del 25 di febbraio. E tra le risposte date da Felice Orsini ne ritrovammo una, che ci sorprese assai, e vivamente ci afflisse.

L’Orsini raccontò quali fossero i suoi intendimenti. Egli voleva uccidere Napoleone per sollevare una rivoluzione in Italia. Disse a sé stesso: Abattons le svstème; Napoléon est tout puissant en Europe: s'il tombe, l'Italie se soulèvera d'elle même.

E avendogli osservato il primo presidente della Corte, che dunque il suo attentato del 44 di gennaio avea per iscopo di rendere all’Italia quella libertà che godea nel1849, soggiunse l’Orsini:

«Oh! l'indipendenza in primo luogo, perché l’Italia non può pretendere alla libertà, se essa non conquista dapprima l’indipendenza. E la prova è, che io ho scritto al conte di Cavour, che il mio patriotismo non consisteva solamente in parole, ma anche in fatti; che io sarei sempre pronto a combattere lo straniero, che io gli offeriva la mia audacia, la mia energia per aiutarlo a conquistare avanti tutto l’indipendenza; di guisa che, sebbene repubblicano, com’era la mia opinione individuale, non mi credeva però in diritto d’imporre la mia politica a tutta una nazione. La mia lettera restò senza risposta».

E qui ci sia permesso di presentare le nostre congratulazioni al conte di Cavour, il quale non volle entrare in corrispondenza con Felice Orsini. Si è questo un fatto che l’onora doppiamente, perché prova la previdenza sua, e come sappia conoscere la natura degli uomini; e lo salva da ogni sospetto, che i maligni potessero avere sui suoi intendimenti.

Avversarii risoluti del conte di Cavour, noi non esitiamo un solo momento a dichiarare, che egli non si macchierà mai di quelle infamie onde si resero rei molti della parte libertina; ch’egli è uomo ostinato nelle sue idee, ma fermo in pari tempo a non volerne il trionfo, se non coi mezzi onesti e leali (?!?).

E ci piace di ricordare le sue medesime parole dette alla Camera dei Deputati il 15 di gennaio del 1857, quando rispondendo all’avvocato Brofferio, ripudiò solennemente i fatti di Napoli,e disse: Noi abbiamo sempre seguito una politica franca e leale, senza linguaggio doppio; e finché saremo in pace cogli altri potentati d’Italia, mai non impiegheremo mezzi rivoluzionari, non mai cercheremo di eccitare tumulti e rivoluzioni»(?!?).

Ammettiamo senza riserva la sincerità di simili propositi ed intenzioni, ma non possiamo a meno di far rilevare in pari tempo, che i rivoluzionarli portano diverso giudizio della politica del conte di Cavour, e lo reputano loro amico. Essi non capiscono come l’onestà personale possa correggere la crudezza di certi principii, ed impedire che la logica inesorabile trascorra alle sue ultime conseguenze.

Quantunque il conte di Cavour non abbia risposto alla lettera di Felice Orsini, certo è che costui gliel’ba scritta, offerendogli la sua audacia e la sua energia. Ed offerte simili, fatte da simili persone, non riescono certamente a gloria di chi le riceve.

Ci diranno che il conte di Cavour non poteva impedire che Felice Orsini gli scrivesse una lettera; ed è verissimo. Ma è anche vero che l’Orsini non gli avrebbe scritto, se l’onorevole Conte, dopo il Congresso di Parigi, non si fosse lasciato andare a certi discorsi men misurati, che i buoni non avrebbero voluto udire dalla sua bocca.

Perché Felice Orsini non ha scritto una lettera al conte Solare della Margheritaper offerirgli la sua audacia e la sua energia? Questo perché s’intende facilissimamente. L’Orsini non ha mai trovato la menoma comunanza d’idee tra il conte Solaro e Ini. L’Orsini era nemico del Papa, ed il conte Solaro n’era zelante difensore. L’Orsini si pasceva d’idee rivoluzionarie, ed il conte Solaro s’era sempre dimostrato conservatore. L’Orsini si rideva de' trattati, e giuocava d’audacia, ed il conte Solaro rispetta i diritti altrui, e disprezza gli audaci. Quindi non saltò mai in testé alcittadino di Meldola d’entrare in corrispondenza col conte della Margherita.

Invece (’Orsini s’illuse al punto da darsi a credere, che il conte di Cavour avrebbe accettato i suoi servizii. E questo lo ripetiamo, duole a noi, e deve dolere agli amici del Conte, non potendosi a pezza trovare più aperta condanna della sua politica, che l’avere riscosso le simpatie d’un rivoluzionario di quella fatta.

Due grandi processi si agitano di questi giorni: l’uno a Genova per l’atr tentato de! 29 di giugno, e l’altro a Parigi per l’attentato del 44 di gennaio. E sì nell’uno come nell’altro viene proferito dai rivoluzionarli il nome del conte di CAVOUR. In Genova un accusato dice, che non credeva il governo piemontese contrario alla spedizione di Napoli capitanate da Carlo Pigicene essendo l’effettuazione del programma politico manifestato dal conte di Gavovr al Congresso di Parigi; e a Parigi Orsini pubblicamente dichiara di avere offerto al conte di Cavour il suo patriotismo, la sua audacia, la sua energia, per aiutarloa conquistare l’indipendenza italiana.

Questi sono due fatti gravissimi, i quali definiscono la mal pensata condotta del conte di Cavour, e provano i pericoli che suscita, le passioni che palpa, gli uomini che contenta, i disegni che provoca, gli scandali che produce. E noi vorremmo che l’onorevole Presidente del ministero traesse profitto da questi fotti per rientrare in sé, rimettersi sulla buona via, mutare le sue alleanze, essere più esplicito nelle sue parole, e togliereai ribolli ogni ragione d’illudersi, e fare a fidanza con lui.

Il vostro nome, il vostro ingegno, la vostra onesti, signor Conte, sono degni d’una sorte migliore di quella, che voi sconsigliatamente vi andate preparando. Rompetela una volta oolla rivoluzione, levatele ogni appiglio, regolatevi in guisa che a nessun altro eguale all’Orsini possa mai più venire nell’idea di Offendervi con una lettera e con una simile proposte. Voi ornai avete toccato con mano, che la politica vostra non è di nessun giovamento all'ltalia, anzi le nuoce assai, come grandemente nuoce al Piemonte e a voi stesso. Smettete adunque le utopie, e ritornate quel desso che foste nel 1848 e 4849, quando non gli Orsini, ma i buoni, i conservatori, i clericali, e queste povera Armonia vi prestavano il laro«iato.

Persuadetevi signor Conte, che, se voi diveniste ministro dopo Novena, fu perché prima eravate conservatore, e state certo che non rimarrete più a lungo ministro, se non ridivenite ciò che prima eravate. E per ridivenirlo vi si offre ora un’ottima occasione, ed è dar per amore quanto la diplomazia vuole da voi per forza. Il giornalismo libertino fa le viste di abbandonarvi dopo il nuovo disegno contro i cospiratori; e voi provate, che siete lieto d’un simile abbandono. Chiamate presto in discussione quel disegno, giacché la cosa dipende da voi; non soffrite nessuna modificazione in vantaggio dei ribelli: date alle Potenze estere maggiori guarentigie di quelle, che vi addimandano; parlate deciso, franco, risoluto, in guisa che coloro, i quali non vi conoscono, possano espiro, quanto a' inganoaaoe l’Orsini, quando sperava d’entrare in corrispondenza con voi, ed essere vostro coadiutore.

GRANDEZZA E SANTIFICAZIONE DEL REGICIDIO

(Dall'Armonia,n. 50, del 9 di marzo 1858)

«A noi duole che la legge Deforesta non aia ancor passata per poter esclamare con qualche pericolo, che Orsini è un uomo grande». Così la Gazzetta dei Popoloconchiude oggi un suo articolo (9 di marzo, N(p)52).

La Gazzettaè conseguente alle sue dottrine. Infelici però coloro che vengono chiamati da lei uomini grandi!

Non sarà discaro alla Gazzettadm in prova del suo coraggionoi facciamo qui un cenno del suo Almanacco intitolato: Almanacco nazionale por il1858, pubblicazione dellaGazzetta del Popolo, anno IX.

Sarà un’appendice ai documenti altra volta da noi pubblicati, per dimostrare la necessità della legge Deforesta contro il regicidio..

A pagina 71 di quest'Almanaccosi vede rappresentata una medaglia dedicata a Bentivegna e ad Agesilao Milano. «In Torino, dice la pubblicazione della Gazzetta del Popolo,un artefice che ha cuore, ritrasse le sembianze di entrambi sopra una funerea medaglia, che, coniata in terra libera, qui fedelmente riproduciamo».

Da una parte v’è Milano col laccio al colto e la palma dei martirio; e si legge: A. MILANO. Solo in piena luce a viso aperto si levò contra l’empio accampato e potente, redentore civile.

Il conte di Cavour, noi vi compiangiamo! Il viso apertodi Dante che avea servito per lodar voi reduce dal Congresso di Parigi, si incise a lode di Agesilao Milano!

Sul rovescio della medaglia è effigiato Bentivegna, che, scopertosi il largo petto, cadde ucciso dalle palle dei sottoladri del Borbone,come dice la pubblicazione della Gazzetta del Popoloa pagina 72. La leggenda è: F. BENTIVEGNA. Impaziente con pochi ruppe guerra alla mala signoria, preludendo col proprio sangue all’italica libertà.

Maledetta la libertà che dee nascere dal delitto! E dopo la medaglia viene il panegirico, e non si sa chi l’abbia scritto. Gli articoli che precedono e seguono il panegirico di Agesilao Milano e del barone Bentivegna sono sottoscritti; il panegirico no.

Per quanto sia corrotto il cuore umano, vi si trova sempre un resto di pudore!

Ma il panegirico è una pubblicazione della Gazzetta del Popolo,e questa viene scritta da due deputati al Parlamento nazionale.

E il panegirico incomincia: La storia scrive nel libro dei buonii nomi di Milano e di Bentivegna caduti; registra Tra quello de scelleratiil nome del Borbone che tuttora vive come un fenomeno strano di natura».

Con ribrezzo trascriviamo queste parole; ma dobbiamo trascriverle, dobbiamo citare la pagina che le contiene, cioè la 71. a; diversamente non saremmo creduti.

E celebrate le lodi dei due, il panegirico si chiude dicendo: Popoli d’Italia, inginocchiatevi davanti a Bentivegna e davanti ad Agesilao Milano. Italiani, baciate i due Santi». Le quali parole vennero stampale a pagina 74. La perorazione risponde all’esordio.

Eh! Non è vero, che la Gazzetta del Popolovoglia togliere al Piemonte il culto esterno, la religione, i Santi. No; vuole togliere bensì a' Piemontesi il cattolicismo, ma dar loro in cambio la religione del regicidio!

Dobbiamo procedere ancora avanti?... V’è di peggio nella pubblicazione della Gazzetta del Popolo. Non par possibile; epperciò citeremo.

«Bassi cd alti cortigiani (il popolo delle Due Sicilie)proposero d'innalzare sul luogo (dove fu tentato l'assassinio del Re di Napoli),una cappella alla Vergine in rendimento di grazie. Chi sa, che in vecein quella cappella abbiasi a depositare col tempo le sacre reliquie di Agesilao». (Pag. 75).

La Gazzetta del Popoloammette la venerazione delle reliquie. Ma le sacre reliquie del regicida. Invecedel culto della Vergine vuole il culto di Agesilao Milano!

Povero Piemonte, quanta vergogna!

Tutte le altre parti d’Italia figurarono a Parigi nel terribile processo del 14 di gennaio. Napoli, Roma, Toscana, Venezia. Il nostro Piemonte andava salvo... Ma fu per poco tempo. In Torino si esclamò e si stampò, che Orsini è un grande uomo!

E lo stamparono coloro che dicono di rappresentare l’opinione pubblica, coloro che avevano già detto agli Italiani: Inginocchiatevi davanti a Bentivegna e davanti ad Agesilao Milano: baciate i due santi.

li conte di Cavour, parlando nella Camera dei Deputati il 15 di gennaio del 1857 dell'attentato di Milano, chiamavalo un attentato orrendo,e lo ripudiava altamente,e dicea che doveva essere stimmatizzato da quanti hanno a cuore l’onore e l'interesse italiano.

Benissimo detto, ma malissimo fallo. Perché il conte di Cavour, capo del potere esecutivo, non ha ripudialola pubblicazione della Gazzetta del Popolo, e non ha impedito che i due santifossero esposti alla venerazione degli Italiani? Perché il ministero adoperavasi con tanto zelo per l’elezione di coloro, i quali aveano santificatoAgesilao Milano e il Barone Bentivegna?

Ah! l'onoree ¡'interesse italianostanno a molti sulle labbra e a pochi nel cuore. Che sarà del Piemonte se procede su questa via? Se al culto della Vergine Immacolata sostituisce il culto del regicidio?

Deh! votale presto presto la legge Deforesia, e non si trovino tra noi, per carità non ai trovino nemmeno i dieci oppositori che ebbe nel Belgio un simile disegno.

Vorremmo l’unanimità; ma non la speriamo. Chi chiama un grande uomo l’Orsini, chi disse un santoMilano, ha, disgrazia nostra! due voti in Parlamento.

Per l’onore, per l’interesse italiano, quei due voti sieno i soli che respingano i primi due articoli della legge Deforesta.

L’APOTEOSI DI ORSINI

(Dall’Armonia, n. 53, del 6 marzo 1858)

Carità di patria ci induce ad alzare un’altra volta la voce contro que’ spudorati scrittori che infamano se stessi, la stampa, il paese, la libertà, levando a cielo il regicidio e chi lo commise. Sfolgorando tali enormezze, noi abbiamo quest’unico scopo, di far vedere all’Europa, che, se la libertà dei torchi serve in Torino a glorificazione del pugnale, serve pure a solenne detestazione de' iodati e de' lodatori.

In due giorni tre de' nostri giornali, che ogni più sacra cosa e persona gettano nel fango, non dubitarono di esporre all’ammirazione del popolo piemontese Felici Orsini, e più della sua persona il commesso misfatto,

Orsini è un uomo grande,esclamò la Gazzetta del Popolo,N° 52.

Orsini rimarrà nella storia d'Italia come una delle sue più grandi immagini; in quella del! umani là come una delle sue più grandi significazioni, soggiunse la Ragione,N° 68.

Orsini, Rudio e Gomez sono vigorose individualità, vivono di annegazione e di sacrifizii, muoiono per la patria, hanno una natura sommamente rigogliosa,conchiuse l'Unione,N° 63.

La quale Unione,cercando un assassino,trovollo nell’Imperatore d'Austria, e lo mise nella stessa linea di Libeny, anzi diè la preferenza a costui, che volle vendicar! Ungheria,mentre l’Imperator d’Austria l’uccide.

Non bastava ancora a questa povera Italia che figli indegnissimi l’avessero infamata coll’assassinio! Era condannata la meschina ad una peggiore vergogna. In un paese che si pretende il rappresentante dell’idea italiana, bisognava che i rei conseguissero gli onori dell’apoteosi.

Orsini è un uomo grande!E perché? Ha debellato nemici, ha conquistato provincie, ba reso qualche segnalato servigio a' suoi concittadini? Nulla dì tutto ciò. Ha inventato un nuovo genere di bombe, e se n'è servito per uccidere Napoleone III. L'Imperatore dei Francesi è salvo; cencinquanta innocenti restarono vittime; cinquecento ferite portarono in centinaia di famiglie il lutto e la desolazione. Ecco l'opera grande!Chi in Parigi è dichiarato un parricida, in Torino è un grande uomo.

Orsini è una delle più grandi immaginiche si trovino nella storia d'Italia

E poi vi lagnate quando il forestiero chiama l’Italia la terra del pugnala? Se siete voi, o crudeli, che le procacciate questa onta! Voi, che denigrate la patria! È dunque Così povera la storia nostra da dover ricercare in Orsini una delle sue più grandi immagini?Che idea vi formate della grandezza? Per divenire grandi agli occhi vostri, conviene salire le scale del patibolo?

Orsini rimarrà nella storia dell’umanità come una delle sue più grandi significazioni. Quale abuso di parole! Orsini un’eroe dell’umanitàvidero i Parigini i dolorosi effetti di questa umanità,e il sangue ne scrisse le imprese lungo la strada Lepellettier! Ah! non avete letto come tra' testimoni del memorando processo comparisse un povero operaio pallido, sciancato, coperto di piaghe, e ridotto a quello stato dalle schegge delle bombe fatali! È questa l'umanitàche intendete Voi?

Orsini, Rudio, Gomez sono individualità vigorose, vivono di annegazione, muoiono per la patria. Cosi dunque si prostituiscono le più belle virtù? E voi dite che muore per la patria chi è ucciso per aver tentato di uccidere altrui? Vorreste voi dunque istillare nei vostri concittadini un vigorecome quello di Gomez? Un’annessione come quella di Rudio? Un amor di patriacome quello di Orsini? Vorreste che i Piemontesi amassero l’Italia come l’amarono costoro? che la servissero come essi la servirono?

Per quante triste concetto avessimo noi del nostro giornalismo libertino, non avremmo a pezza creduto possibile di leggere in esso di siffatte enormezze.Quando i diarii francesi un giorno dopo il terribile attentato imprecarono all’Italia, noi potemmo dar loro sulla voce e ribatterli. Ora no; se essi ci getteranno in feccia le orrende frasi dei nostro giornalismo italianissimo, dovremo arrossire e tacere.

E presentemente arrossiamo vedendoci condannati a confutare Scritture di questo genere, ed a dovere spendere un articolo per dire a' nostri concittadini: no, non vi lasciate ingannare da questi pretesi educatori del popolo; l’assassinio non è grandezza d'animo;gettare una bomba in mezzo ad un popolo che fa festa al suo Principe non è vigor di natura;stendere morte Un Re noti può dirsi amor di patria,né i regicidi sono le più bellaimmagini della storia italiana.

Eppure, dopo dieci anni di educazione politica, siamo ancora a tal segno! Ma che cosa credono gli scrittori dell’(Trifone, della Ragione, della Gazzetta del Popolo?In coscienza, credono essi d’essersi resi benemeriti della libertà, dettando gli articoli a cui alludiamo? Pensano d’avere accresciuto la fama del Piemonte all’estero? d’aver consolidato le libere istituzioni nell’interno? d’aver combattuto la legge Deforesta? d’aver messo in salvo l’indipendenza maro nate?

Sciagurati! E non vi accorgeste che simili scritture assassinano la libertà della stampa! la fanno maledire dai cittadini e odiare dai forestieri! Non badaste che i vostri articoli sono altrettante ragioni che date in mano acoloro, che inimicanolo Stato nostro? E foste dunque sì sori da cospirare contro voi medesimi, e distruggere ciò che volete sostenere? Che cosa avrebbe fatto di peggio il vostro più sfidato nemico? Oh! La cecità vostra non trova riscontro che nella vostra impudenza ed empietà.

IL DOMANI DEL PATIBOLO

(Dall'Armonia, n. 61, dei 16 marzo 1858)

«Un goût particulier de notre époque, un caractère de cette corruption artificielle, que la société toute entière désavoue, mais qui la pénétre, l'imprégne, la dissout par degrés, c'est la prédilection, et en quelque sorte la CONCUPISCENCE DE RÉGICIDE».

DE SALVANDY, Vingt mois, ou la révolution et le parti révolutionnaire; lib. VI, pag. 503; Paris 1849.

Orsini e Pierri sabato passato pagavano coll’ultimo supplizio la pena del loro attentato. A quest’ora hanno già reso conto al Re dei Re del meditato regicidio. Oh, Iddio abbia usato loro quella misericordia che non meritarono dagli uomini 1 Non sarà mai che l'Armoniaimprechi a due monchi cadaveri. Noi preghiamo pei morti.

I cospiratori del 14 di gennaio furono bensì rei, ma v’è altri che maius peccatum habet, e sono le dottrine rivoluzionarie. Vennero uccisi due uomini in Parigi, si tagliarono alcune braccia al Briareo della rivoluzione, ma il mostro vive sempre, e conta le braccia a centinaia, Anzi cerca di trar profitto dalle disfatte che patisce, vìriesce, e bene spesso il sangue di regicidi à seme di altri regicidi.

Ciò avviene per due cause principali, Tuna perché si uccidono gli uomini, non i principi!; l’altra perché chi monta là sul patibolo, qua vien posto sull'altare. Di tal guisa gli effetti dell’umana giustizia son quasi nulli, la predilezionedel regicidio aumenta di giorno in giorno, s’infiltra nei costumi della società e diviene concupiscenza,secondo la bella frase di Salvandy.

Esaminiamo un po' pacatamente il caso nostro. Orsini, l’ordinatore della congiura del 14 di gennaio, è morto. La rivoluzione ha perduto, ma ha pure guadagnato, e diremmo quasi che il guadagno è maggiore della perdita, ha perduto un uomo audace, ostinato, che avea l’intelligenza del delitto, e tutta la forza di commetterlo; ma in pari tempo ha potuto convertire in eroe quest’uomo, ed appiccargli il titolo di grande;ha potuto spandere per tutto il mondo la sua riabilitazione per opera di Giulio Favre; col mezzo degli atti del processo e dell’istruttoria ha fatto sapere come si ordiscono le congiure, come si fabbricano le bombe e la polvere fulminante, come s’ingannano le polizie e si burlano le dogane. Che più? La rivoluzione ha potuto dire agli ambiziosi che Orsini dopo il regicidio potè scrivere da tu a tu all’Imperatore Napoleone III e costituirlo suo esecutore testamentario!

Che giova illuderci? Sono questi larghi guadagni, e la fama di Orsini farà in molti più presa che non incuta terrore la sua deplorabile fine. Noi abbiamo letto con piacere Cario Dupin, procuratore generale presso la Corte di Cassazione, lagnarsi altamente della lettera di Orsini a Napoleone III, che chiamò une pièce préparée à dessein. I rivoluzionarii morendo cercano di lasciar dietro sé la loro coda, come diceva Robespierre. Un sentimento di delicatezza, il principio della libera difesa, indusse (imperatore dei Francesi a permettere che quella lettera fatale venisse letta in pubblica udienza. Ma questo permesso inutile all'accusato non fu un danno gravissimo all'ordine sociale?

Nulla di simile, disse Dupin alla Corte di Cassazione, poteva prodursi davanti a voi. Quand'anche vi fossero stati argomenti di cassazione da svolgere, non sarebbesi giammai fatto sentire in questo ricinto che il linguaggio delle leggi. L'eloquenza non avrebbe mai prestato il suo soccorso ai più arditi sofismi; e condannando il delitto, non si sarebbe cercalo di riabilitare il malfattore; e quando la giustizia e la legge nel medesimo tempo colpiscono ed infamano il parricidio, non si sarebbe intrapreso, alla presenza del patibolo che si innalza a pubblica vendetta, di elevare una statua in memoria di colui che vi deve salire» ((46)).

Giuste riflessioni son queste, e indicano la ragione per cui il regicidio venne da mezzo secolo in qua perpetuandosi in Francia. Che volete? Nell'affernarsi di governi e di governanti il popolo francese vide i regicidi morti collocati nel Panteon, e i superstiti elevati ai primi onori dal governo! Con questi esempi, accompagnati col sopravvivere delle dottrine, gli assassinii politici potevano a meno di moltiplicarsi orribilmente?

Abbiamo altra volta notato come Francia e Inghilterra, i paesi della rivoluzione e del protestantesimo, fossero i due soli Stati che nella storia moderna sieno macchiali dall'incancellabile vergogna del regicidio legale. Ma perché l'assassinio di Carlo I fu meno contagioso nell’Inghilterra che l'assassinio di Luigi XVI in Francia? La ragione ce la conserva la storia, ed è piena di utili ammaestramenti. Un giudice di Carlo 1 stimò di poter mettere il piede sui suolo britannico; ma il Re e il Parlamento lo rigettarono, e non gli fecero grazia che della vita. Laddove un di coloro che sentenziarono a morte Luigi XVI, divenne uno dei primi ministri del suo successore. Il regicidio al di là della Manica portò l’esiglio, e al di qua condusse ai primi onori.

Gli Inglesi che provvidero allora così inesorabilmente ai casi proprii contro un regicida nazionale, mostransi presentemente tenerissimi del diritto d'asilo in favore degli assassini politici forastieri, perché vedono queste belve sitibonde di altro sangue. Dovrebbero riflettere però che esse non si saziano mai, e dopo il sangue del Bonaparte avrebbero ancora sete, e più sete di pria. Ad ogni modo, comunque gli Inglesi la pensino, Napoleone III pare ornai deliberato di volere che l'Inghilterra non protegga ciò che il mondo condanna. Il nuovo opuscolo intitolato: Napoleone III e l’Inghilterraè diretto ad ottenere questo scopo che è condizione di vita o di morte per l’Imperatore dei Francesi.

I tribunali ed il carnefice hanno fatto in Francia il loro dovere. Ma il giorno dopo il patibolo incominciarono i grandi doveri dell’Imperatore: doveri verso il popolo da proteggere, verso se stesso da conservare, verso l'Europa da premunire contro un incendio devastatore. Represso il delitto commesso, sottentra la buona politica per prevenire altri simili delitti. Napoleone III saprà e vorràcompiere quest’opera benefica, compierla a vantaggio non solo di se stesso e del suo impero, ma di tutto il mondo?

Lo sapràcertamente: ha l’ingegno per ciò, ha il coraggio, ha l’energia, ha tutte le virtù necessarie. Ma vorràNoi facciamo voti perché voglia, giacché i fatti c'insegnano che la Francia e Napoleone III non vogliono mai invano. L’Europa ha anzi diritto di aspettarsi che la Francia, onde partissi già la concupiscenza dei regicidio, sia quella che lo spianti dalla società moderna.

Questo diritto l’ha particolarmente l’Italia che dee alle dottrine fiancasi se alcuni de' suoi figli tentarono lordarsi le mani nel sangue dei Re. Napoleone III che ha restituito a Roma il Papa, che è cosa nostra, sradichi dalle nostre ridenti contrade l'esotica pianta del regicidio politico che è frutto delle dottrine altrui. Donde ci venne la rivoluzione, dee pur derivare la ristorazione. Dio ha creato e conserva a tal fine l’Imperatore dei Francesi. Possa egli compiere fedelmente e felicemente il sublime mandato!

PANEGIRICO DI GIUSEPPE MAZZINI DAVANTI ALLA CORTE D’APPELLO DI GENOVA

(Dall’Armonia, n. 62, del 17 mano 1858)

Nel nostro articolo precedente abbiamo riferito le parole di Carlo Dupin, il quale davanti alla Corte di Cassazione di Francia lagnossi, che la difesa dei rei per l’attentato del 14 di gennaio fosse stata soverchiamente libera, non seulement,diceva egli, en ce qui Uniche l'accusation, mais en dehors et fori au delà.

Le stesse lagnanze si potrebbero fare relativamente alle arringhe dei difensori degli accusati di Genova per l’attentato del 29 di giugno; ma quegli avvocati hanno una scusa, che non ebbe Giulio Favre in Parigi; e questa scusa consiste nelle requisitorie del pubblico ministero.

In dette requisitorie l’avvocato della legge, invece di attenersi strettamente nei termini della legalità, s’imbarcò nel mare della politica, dando addosso agli altri governi italiani, e celebrando «il solo Stato d’Italia, dove, protetto da liberali istituzioni, e da forte milizia, sventola rispettato ed indipendente fi vessillo nazionale, e dove hanno ancora un rifugio(osservate bene) le sperante, ed una libera voce i legittimi diritti dell'italiana famiglia»(Opinione,N. 61, 2 di marzo).

Ora dal momento che il pubblico ministero avea reputato utile all’accusa il panegirico del conte di Cavour, e la Corte d'Appello di Genova glielo avea permesso nel santuario della giustizia, era naturale che i difensori pensassero agii elogi di Giuseppe Mazzini, e che la Corte dovesse colla stessa indulgenza tollerarli.

Il panegirico adunque del Mazzini fu detto nell’udienza del 5 di marzo dall’avvocato napoletano Cercassi, il quale si propose di esaminare chi ria Mazzini,ed alla domanda diè tale una risposta, che i mazziniani hanno bai donde andarne in solluchero. Eccone un saggio tolto dalla relazione pubblicata da) Movimento (Supp. al N. 73, 14 di marzo).

Mazzini ha un supremo intento, ed accetta ogni via, purché guidi dia meta; egli ha profonda riverenza alla volontà nazionale; in lui non è esclusivismo di domma repubblicano;«chiede per contro, che sotto l’espressione della volontà nazionale si concordino monarchie e repubblicani, chieda che gli italiani tutti si uniscano nel grido: Viva la nazione!Sul campo dell’educazionepredica la sua credenza repubblicana, sul campo dell’azionepiega la fronte alla volontà nazionale».

Questa sintesi mazziniana è svolta dall'awocato Cercassi, riandando la vita di Mazzini. Epperciò egli si fa a raccontare la fondazione della Giovine Italia «in sostituzione del decadente carbonarismo, che impotente era riuscito»; e parla «della ben nota lettera di Mazzini a Carlo Alberto, quando questi pronunziava la celebre frase: Il Re manterrà la promessa del Principe»; e soggiunge, come dipoi si pubblicasse il programma della Giovine Italiaa seguito delle dissoluzioni che uccisero le speranze concepite all’epoca della lettera a Carlo Alberto».

L'avvocato biografo di Mazzini racconta a' Genovesi io svolgersi della Giovine Italia,che si diffondeva per mezzo di un giornale intitolato Associazione;e come nel 1840 da Londra Mazzini pubblicasse un nuovo giornale, l'Apostolato popolare,che era la continuazione delle stesse credenze e dottrine»; finché nel 1848 venuto in Francia vi fondò l'Associazione nazionale,poiché la Giovine Italiapiù non esisteva».

E qui c'introduce l'egregio difensore,come lo chiama il Movimento della Moria dei giorni nostri, e oi dipinge Mazzini a Milano, che detta Viteria dei Popolo,e io difende dalle accuse che se gli danno, di aveva osteggiato il risorgimentoitaliano, accennando che a ben altre cagioni, non al Partito d’Azione, dovrebbersi attribuire la sventura italiana, e l’onta dell’armistizio Salasco».

Mazzini, secondo l’avvocato Cercassi, ha un grande spirito conciliativo,e lo dimostra con la sua lettera ai Bresciani; Mazzini è costante nei suoi principii in faccia agli errori ed alle colpe degli uomini che stanno nel campo oppostoa lui;Mazzini ha sostenuto il vessillo italiano, che, sollevato da eroiche mani, sventolava fiammeggiante sulle mura di Roma. Roma e Venezia sono due delle più belle pagine della storia nostra. «E di queste pagine ammirande Mazzini a gli uomini del suo partito scrissero più d’una linea».

E l’avvocato continua a rammentare le gesta di Mazzini, quando fu deputato e triumviro di Roma, il programma dato da lui e dai suoi amici a quella repubblica, e giunto al giorno dell’infortunio,in cui «le prepotentiarmi di Francia, dopo due mesi di una resistenza unica negli annali (dei mondo e degna dei nome romano, distrussero la Romana Repubblica, e risospinsero il triumviro sulla via dell’esilio», il Big. Carotasi attesta, che in quel giorno Mazzini portava con sé l’amore di molti, la stima di tutti.

Il panegirista prosegue ad esaminare gli scritti posteriori del Mazzini, e ne mostra le idee conciliatricine) programma del Comitato Nazionale Italiano, nelle lettere del 1856, pubblicate nell’Italia e Popolo,e legge diverti brani d’articoli, in cui apertamente è dichiarato, che, per amore della nazione, Mazzini sollevava bandiera neutra. Da ultimo così riassume quest'analisi della viti di Mazzini:

«Abbiamo rapidamente percorso uno Spano di ventisei anni, abbiamo sottoposto ad esame le dottrine, le opere di un uomo e di un partito durante questo lasso di tempo, e l’ultima parola, come colle intermedie, consuona esatte mente alla prima. Sul campo dell'educazione, dicono essi, predichiamo le nostre credenze — sul campo dell'anione siamo indipendentisti,siamo Unitarii— te ciano le nostre convinzioni, poiché sappiamo, che sopra tutti noi sta giudice venerato e supremo la volontà nazionale! Queste dottrine, Eccellente, sono esse sovversive? o sono esse soltanto la manifestazione di un bisogno profonda mente Sentito, ed altamente manifestato dalla nazione italiana, già accolto dagli uomini del potere?

«Fa fede di quante asseriamo un giornale, che il P. M. non vorrà certo accusare di demagogia, la Gazzetta di Genova,che in parecchi suoi articoli pubblicati bei 1848, e segnatamente nei numero 244 di detto anno, propugnava l’idea di un’Assemblea costituente, concedendo esplicitamente, che qualunque ordinamento, il quale voglia in genere darsi alla nazione per acquistai legittimità, debba essere consentito dalla nazione».

In sostanza, dopo di avere letto questa arringa dell’avvocato Carcassi, egli bisogna gridare: Viva Mazzini!e sottoscriversi per fabbricargli un monumento. E pensare, che tutte queste belle cose sono dette davanti un magistrato, e dopo vengono stampate e diffuse pel popolo, ed hanno un’importanza straordinaria pel luogo dove furono dette, e pel carattere dei personaggi che primi le ascoltarono! Contemporaneamente pubblicàronsi ih Parigi ad in Genova due scritture: Napoléon III et l'Angle terre,e la difesa dell’avvocato Cercassi. Ma in Parigi Mazzini è dipinto come il Vecchio della Montagna, che medita congiure, affila pugnali, assolda sicari; e in Genova davanti i magistrati, ci si rappresenta come un eroe, e come un martire della calunnia e dell’amor della patria!

Ripetiamo, che la colpa principale è del pubblico ministero) il quale MO doveva mostrarsi ministerialeper non obbligare altri a farsi vedere massi mano. Si leggano le seguenti parole, con cui l’avvocato Circassi pose teranne alla sua difesa:

Voi avete seguito, Eccellenze, lo svolgerai delle istanze fiscali; avete notato come siasi affaticato l’orator della legge per ¡stabilire le premesse, dalle quali trarre conseguenze di pena capitele; avete notato come per giungere a tento ei dovesse, trascinato dalla china su cui s’era posto, porre io oblìo tutto un pus» atto di gloria, respingere le Speranze di uno splendido avvenire; lo avete sentito restringere i confini della patria italiana al Piemonte, chiamar delitto i desiderii, i conati a pro della indipendenza italiana, delitto il grido di viva tot patria nostra, come se le ossa dei nostri soldati non biancheggiassero invendicate sulla terra lombarda, come se Re Carlo Alberto non morisse solitario e lontano per aver voluto l’indipendenza, gridato viva l’Italia, come se lo Statuto nostro, la bandiera tricolore che qui sventola, un fiorente e prode esercito coll’arme al braccio, non esprimessero lo stesso concetto, non fossero una solenne promessa, una cara e nobile speranza.

«Lo avete sentito dire che la soscrizione dei cento cannoni, a cui plaudenti concorsero milizia, municipii, guardia nazionale, cittadini, è atto di virtù soltanto, perché accenna a difesa, il pensiero esser libero bensì — ma la manifestazione eccessiva di esso doversi correggere e reprimere coi lavori forzati. E tutto questo perché? A che questo sperpero della sublime erediti del 1848?

Avvertì il P. M. che, dove i fatti avessero il senso che egli crede, — si verrebbe alla dolorosa conseguenza, che in quest'unico Stato d’Italia, dove esiste libertà, esiste un vasto malcontento eziandio, che gl’Italiani sono una razza selvaggia e feroce, che a gran numero di essi sorride un futuro di strage ordinato a rapina.

«Colla nostra esplicazione, Eccellenze, le nobili tradizioni del passato sono sacre, sacre le speranze dell’avvenire, il malcontento svanisce, non cade tant’onta sul nome italiano; é inutile l’opera del carnefice. — Scegliete».

Dobbiamo riconoscere che l'avvocato Carcassi argomenta ad hominem,e che gli accusati, posta la verità delle accuse, non sono i più rei. Ma che dire intanto di un paese dove si può ragionare così? Quale ne potrà essere l'avvenire? Chi sa vedere un solo filo di speranza? Oh Piemonte, cara patria, grandi prove ti si preparano, e ti sovrastano immense sciagure. Deh! prega e placa la collera di Dio che t’incalza.


I RIVOLUZIONARI ALLA FIORENTINA

(Dall'Armonia, n. 63, del 18 mano 1858)

Di molte maniere rivoluzionari contiamo in Italia; v’hanno i rivoluzionari alla piemontese,derrata di prima qualità, gente che chiama pane ilpane, e Orsini un grande uomo;— V’hanno i rivoluzionari alla napoletana,che s’inchinano al Re, e ne fanno un Dio, dopo di aver canonizzato Tanucci e Giannone; — V’hanno i rivoluzionari alla fiorentina,che traggono fuori dalla polvere le anticaglie, incielano Scipione Ricci, il Sinodo di Pistoia, e le leggi Leopoldine, e danno addosso ai padri delle cipolle(i Gesuiti).

I rivoluzionari alla fiorentina,pochi anni fa, pubblicarono in Firenze la Storia civile della Toscana dal1737 al1848, scritta da Antonio Zobi, «col principale intendimento d'esporre le riforme e gli ordinamenti introdotti nel Granducato dopo l’estinzione della prosapia Medicea, che avea lentamente trascinatoli paese nella massima obbiezione e miseria». La quale storia era diretta a far vedere, che sono pessimi principi coloro che obbediscono al Papa; ed ottimi, per contrario, quegli altri che si ridono della Santa Sede.

Ed essendo quella intrapresa riuscita a bene, i rivoluzionari alla fiorentina stimarono di dover tornare alla carica, e concepita la pubblicazione di una nuova Biblioteca civile dell'Italiano. ne mandarono in luce la prima dispensa, la quale conteneva un’Jpooia delle leggi di giurisdizione, amministrazione e polizia ecclesiastica, pubblicate in Toscana sotto il governo di Leopoldo I.

La nostra Staffettadiè il benvenuto alla Biblioteca civile,e ci annunziò, che «direttori di questa importante pubblicazione sono il Ridolfi, il Peruzzi, il Bianchi, il Corsi e il Cempini». Non sappiamo se voglia alludere a costoro il Giglio,il quale, parlando della Bibliotecascrive: «Alcuni nomi, che vi figurano in fronte, ci suonarono altra volta alle orecchie come d’uomini incauti sull’infelice iniziamento delle nostre discordie civili: noi li paventiamo adesso come d’involontarii antesignani di nostre dissensioni religiose». (Giglio N° 72, 10 di marzo).

La prima dispensa della Biblioteca,secondo i suoi medesimi autori, intende a celebrare le leggi Leopoldiue falle per favorire e riporre in pregio la religione, rialzare e tenere in dignità l'Episcopato ed i parrochi, promuovere e diffondere l'istruzione nel clero, sradicare gli abusi, che alla crescente civiltà ed alla filosofia del tempo davano diritto od appiglio di censurare le cose di religione.

Le quali parole bastano da se sole a dimostrare, che l’Apologiaintende a celebrare le usurpazioni del potere civile a danno dell’ecclesiastico, e a screditare i Romani Pontefici, quasi che avessero lasciato scadere la religione, oppresso la dignità epicopale, e dato appiglio e diritto alla filosofia del tempo di bestemmiare il Cattolicismo. Ognuno vede da se quanta malizia si contenga in queste parole.

Per la qual cosa ben fece il governo granducale a impedire, che la Biblioteca continuasse secondo i suoi divisamenti, e ne avrà le congratulazioni dei buoni, come n’ebbe gli egualmente onorevoli vituperii de' tristi. La Staffetta,che avea salutato con tanto amore la Biblioteca civile dell'Italiano,si dolse che il governo l’avesse fatta avvertire dai Monitore Toscano,e scrisse: Così, per mostrare la sua docilità a quattro preti, il nipote di Pietro Leopoldo rinnega Favo e le opere illustri, che lo hanno fatto grande».

Signora no, madonna Staffetta,voi v’ingannale. Il nipote di Pietro Leopoldo, proibendo l’apologia delle leggi Leopoldine, non rinnega Tavo,né le sue opere illustri; ma per contrario fa quello, che non fu concesso all’avo di compiere quantunque ne avesse vivissimo desiderio.

Pietro Leopoldo non tardò ad essere altamente pentito d’aver messo la mano sui diritti ecclesiastici, e succeduto all’Impero per la morte di Giuseppe 11, imperatore suo fratello, studiava i modi più acconci a disfare il mal fatto, e rendere la libertà alla Chiesa. Sul quale proposito vogliamo qui riferire un aneddoto, che trovammo bellamente esposto dalla Civiltà Cattolicanel 1853.

«È noto a Firenze, che Leopoldo, venuto colà da Vienna nel 1791 a porre in trono Ferdinando suo figliuolo, in fra gli altri, fu visitato da Scipione Ricci, Vescovo di Pistoia. Questo infelice prelato fatto zimbello dei giansenisti, che circondavano il trono di Leopoldo, fu molto addentro nella famigliarità del Granduca riformatore, il quale, massime in occasione del conciliabolo di Pistoia, gli scriveva sovente. Ma Leopoldo aveva recato da Vienna altri pensieri ed altri intendimenti più conformi a Imperatore cattolico, il quale vedeva le tristi conseguenze delle leggi di Giuseppe e delle sue.

«Alla prima visita adunque, che gli fece il Ricci, Leopoldo l’accolse con molte carezze, e gli disse: — Monsignore, conservate ancora per caso le mie lettere? — Maestà, rispose il Vescovo, se le conservo? Sono il più prezioso monumento del mio archivio. Ebbene, ripigliò l’Imperatore, ci ho piacere, poiché devono esservi di molte avvertenze, che desidererei richiamare alla memoria!! Vescovo tutto in giolito di tanto onore, andò a casa, e riportò all’imperatore il fascio delle sue lettere ben legato con nastri di raso vermiglio. Appresso alcuni giorni, ritornò a Corte, e il ciambellano gli disse, che Sua Maestà era coi ministri; rivenne, e non fu accolto; vi tornò parecchie volle, ma sempre indarno; finalmente una mattina, che fu annunciato dal ciambellano, e l’uscio era socchiuso, rispose l’Imperatore, alquanto alterato: — Ma non si accorge, che non lo voglio ricevere? — In anticamera vi aveva parecchi gentiluomini, che intesero quei complimento, e dopo molti anni, trovandoci noi a Firenze, uno di quelli narroccelo a verbo, né il Ricci riebbe più le sue lettere; tanto l’Imperatore bramava sopprimere i documenti dei suoi primi errori, e togliere esca ai maligni di avversare la Chiesa. Di cotesta resipiscenza di Pietro Leopoldo ci parlava pure sovente il conte Opizzoni, cavaliere d’onore dì S. A. I. e R. l'arciduchessa Maria Luigia, sorella del granduca regnante Leopoldo H, gentiluomo di gran saviezza, pietà e pratica delle Corti; e lo avemmo eziandio da alcuni antichi gentiluomini della Corte imperiale a Vienna».

Da ciò si fa manifesto, che il nipote di Pietro Leopoldo compirebbe gli ultimi desideriidell’avo, se cancellasse ogni traccia delle sue leggi, e si dimostrerebbe fedele esecutore della sua volontà. Oh se Pietro Leopoldo tornasse in vita, vi sappiam dire ben noi, che non indugierebbe un sol momento a sottomettersi in tutto e per tutto nelle cose ecclesiastiche all'autorità suprema del Romano Pontefice I E perché dunque il nipote non dovrà fare ciò che farebbe Favo redivivo?

A ciò egli è obbligato per tre solenni doveri, che gli impongono la Religione, la Famiglia, la Corona. Un cattolico dee mettersi d’accordo colla 8. Sede, e gloriarsi di dipendere da lei, perché questa dipendenza sublima non umilia, e rende grandi coloro che hanno la virtù d’impicciolirsi davanti al Vicario di Gesù Cristo. Di poi un affettuoso nipote dee salvare la memoria degli avi suoi, compiere i loro desiderii, ed impedire che ne venga usurpato il nome in segno d’empietà. Finalmente, il Principe dee ben ricordarsi, che alcuni di coloro, i quali oggi applaudono alle leggi Leopoldine, e ridono dei padri delle cipolle, domani ricaccerebbero in Gaeta il nipote di Pietro Leopoldo, come certo applaudivano alle leggi Leopoldine, e ridevano dei padri delle cipollecoloro che già una volta gli tolsero l’autorità, la corona e la patria.


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VORACITÀ RIVOLUZIONARIA

(Dall'Armonia, il61, del 15 nano 1858)

Un nostro associato, la cui lettera stampammo nelle notizie variedel numero precedente, ci raccontò di avere letto su per le cantonate di Torino lo strano avviso d’un sedicente fisico diciottenne,il quale, al prezzo di 40 centesimi, dà spettacolo di sé per la sua rarissima facoltà mangiativa,e mangia pietre, vetri, sigari, polli colle piume, spilli, ecc., Senza patire mai indigestione, «L’Armonia,conchiudeva quel nostro associato, non troverebbe in tale fenomeno ventricolarequalche ameno riscontro e parallelo?»

Egli è bello e trovato il riscontro, e noi ci meravigliamo ben bene, che fl fisico diciottenneabbia stimato di farci vedere una cosa strana mostrandoci quella sua portentosa voracità. Da molto tempo noi conosciamo una lupa, che divora infinitamente più,

Ed ha natura sì malvagia e ria,

Chemai non empie la bramosa voglia,

Edopo il pasto ha più fame di pria.

Dante dovette andare fino all’inferno per vedere quella terribile bestia senza pace, di tutte brame carca nella sua magrezza. Ma noi la troviamo in queste mondo, od è la rivoluzione, che molle genti fi già viver grame, eci respingo là dove il sol tace.

La quale rivoluzione distinguevi per moki caratteri speciali: è empia,e odia Iddio, è irrequieta,e vive di tumulti, è sanguinaria,e anela alle stragi, è ignorante,e condanna i buoni studii, è superba,e manda fuori un fumo stomachevole, è inetta,e non fa mai nulla; ma la VORACITÀ è ciò che k distingue di vantaggio, e ne costituisce la perversa natura.

Dov'entra la lupa della rivoluzione, addio finanze! Essa inghiotte come un tuorlo d’uovo i danari e le casse, le proprietà pubbliche e private, il patria monto dello Stato, della Chiesa e delle famiglie. Della voracità rivoluzionaria in Trancia ci diè documento il sig. Granier de Cassagnac nella sua Histoire duDirectaire,tom. I, part. 2. a. Leggete.

La rivoluzione francese divorò tre bilioni,proprietà del Clero; divorò cinquebilioni,proprietà dei signori emigrati; divorò l’argenteria delle chiese, i temi della Corona, le campane e le gioie: impose tasse, imprestiti forasti, e creò tanti assegnaliper lire 33,430,481,623, divorandoseli tutti d’un fiato.

La terribile lupa nasceva nel 1789, e nove anni dopo, nel1798, la tesoreria nazionale pubblicava gli stati officiali per rendere conto di novantasei bilionispesi in quel breve periodo di tempo! E notate, che il 30 di settembre dei 797, il governo francese facea solenne bancarotta di cinquanta bilioni!

È curioso ciò che lasciò scritto de Beurrienne nel tomo VI delle sue Memorie che ciò è, dopo tanti imprestiti, tante imposte, tanti latrocinii, Napoleone I, reduce dall’Egitto, non potè ritrovare nell’erario di Francia L. 4,500 per mandare un corriere in Italia!

Le rivoluzioni che scoppiarono dipoi in Francia, e furono altrettante appendici di quella prima, divorarono anch’esse in guisa, da mostrarsi figlie non indegne di tanta madre. Venne calcolato, che le lupedel luglio e del febbraio costarono ai Francesi più di trenta bilioni! (Gaume, La Révolution,voi. III, pag. 56; Paris, 1856).

La lupa prima di giungere in Francia aveva fatto prove delta sua voracità in Inghilterra sotto Enrico VIII, e là aveva divorato tutti i beni dei conventi cattolici, le argenterie e le gioie delle chiese, grandi sussidii del clero, tasse, imprestiti, proprietà di privati; e il solo rivoluzionario Enrico VIII tolte ai tuoi sudditi una somma assai maggiore di quella che si otterrebbe sommando insieme tutti i tributi che per lo innanzi in tanti secoli erano stati riscossi in Inghilterra. (Polo, Apologia,pag. 91).

La lupa entrò in Portogallo, e là prese a divorare la Chiesa ed il popolo, lasciando in tutte le parti vuoti e rovine. Le Camere Portoghesi sapete che cosa fanno? Approvano bilanci e accordano imprestiti per dar da mangiare alla lupa. Nel 185758 la lupa domandò 13,537 contosdi reis,e siccome lo Stato non ha tanto, cosi il Parlamento ha già votato un imprestito di 600 contos,e un secondo di 800 contos,e ne voterà ancora degli altri.

La voracità della lupain Ispagna a chi non è nota? Quanto non ha essa già divorato! Eppure diceva testé agli Spagnuoli Bravo Murillo, che la lupa ha fame. Il bilancio spagnuolo pel 1857 portava una spesa di 1,803,300,592 reali e un solo reddito di 1,562,631,400 reali. Per dar da mangiare alla lupa non si può più togliere nulla alla Chiesa, e si aumentano i diritti di registro e di ipoteche, l’imposta del bollo, la contribuzione detta Sussidio industriale e comunale,e la stessa imposta fondiaria!

Durante il processo d’Orsini si ricordò testé a Parigi la voracità della lupa nello Stato Romano nei giorni della repubblica mazziniana. Sul Campidoglio, ci dice il signor Ferini, che c’era tavola imbandita, e vi si rifocillavano a pubbliche spese i diligenti;e quei fieri repubblicani mangiavano a. due palmenti, e s’inghiottirono perfino le carrozze dei Cardinali. Se duravano ancora un mese, davano de' denti nella basilica di S. Pietro, e la finivano in pochi giorni.

Saremmo troppo lunghi, se qui volessimo dire della voracità rivoluzionaria in altri luoghi, dove entrò la lupa: aggiungeremo una parola sulle sue imprese in casa nostra. Qui la lupa entrò, e trovata una Cassa di riservaben piena,in breve ora ridusse l’erario come il rovescio della scodella. Poi nel 1848 eccola ingoiarsi cinquanta milioni,primo imprestito; nel 1849 si mangia ducentesessan tace tte milioni,nel 1850 diciotto milioni,nel 1851 novanta milioni,nel 1853 sessantasette milioni,nel 1855 cinquanta milioni. Ed ha sempre fame! lo dieci anni s’ha divorato di soli imprestili seicento milioni,e domanda ancora oggidì quaranta milioni

E che cosa la lupa non divorò d’imposte! Quanto non divorò d’istituzioni! Dov’è l’antica Compagnia di S. Paolo? Dove la Compagnia della Misericordia? Dove la Certosa di Collegno? Il monastero di S. Croce, il convento delle Cappuccine, il Seminario di Torino? Dove tanti beni di frati, di monache, di collegiale? In bocca alla Cassa Ecclesiastica. E questa Cassa è forse satolla? Ah do,la sciagurata grida ogni anno al governo: ho fame,ed il governo le gitta nelle canne un milione.

Oh fisico diciottenne,andate a riporvi: voi venite a Torino per far vedere la vostra voracità! Eh, non ci farete per certe una bella figura. Voi portate legna al bosco, acqua al mare, nottole ad Atene, vasi a Samo, coccodrilli in Egitto, frasconi a Vallombrosa, cavoli a Legnaia. Abbiamo chi diluvia più di voi, ed all’arca di Noè, come ad un pasticcio, «diluvierebbe il ripieno e Forticcio!»

LE LEGGI LEOPOLDINE E L'ARMONIAPROIBITA IN TOSCANA

(Dall’Armonia, n. 72, del 31 marzo 1858)

Ci giunge da Firenze una inaspettata notizia, ed è, che il governo toscano ha vietato ¡'introduzione nel Granducato del giornale piemontese’Armonia. Innanzi tutto riconosciamo in quel governo il diritto di una simile disposizione. Esso ba non solo diritto, ma anche dovere di sorvegliare tutto ciò che ai stampa, o si introduce nel Granducato, e impedire che vi venga diffuso quanto stima contrario all’ordine pubblico. Ma dopo questa dichiarazione, sia pure permesso all'Armoniadi chiedere schiettamente al ministero toscano: Cur me caedis?

Abbiamo esaminato i nostri numeri che possono averci tirato addosso l’indignazione del gabinetto di Firenze, e ne trovammo un solo, il 63, del 18 di marzo, il cui primo articolo è intitolato: I rivoluzionari alla fiorentina. Ma io quelle pagine noi, ben lungi dall’offendere o il Granduca, o i suoi ministri, pigliamo le difese del primo, e facciamo gli elogi di un decreto emanato dai secondi. Rispondiamo alla Staffettache aveva offeso Leopoldo li, lodiamo il suo ministero che ba proibito l'Apologiadelle leggi leopoldine, difendiamo perfino la memoria di Pietro Leopoldo, provando, che, se egli fuorviò mettendo la mano sulle ragioni della Chiesa, ebbe però vivissimo desiderio di correggere i proprii errori. L’Armoniachiede adunque al governo toscano: Cur me caedis?

Noi abbiamo parlato dei ministri di Firenze con un rispetto infinitamente maggiore di quello che portiamo ai ministri nostri; e anche impediti di entrare in Toscana, non muteremo metodo, ché tale è il nostro dovere. Si, è debito nostro mostrarci riverenti verso i ministri del Granduca, come è nostro diritto di dare al ministero piemontese il fatto suo fino al finocchio, e ciò per due ragioni principali. L'una, perché la risponsabilità del governo della Toscana ascende fino al Granduca, in virtù delle leggi fondamentali dello Stato; laddove, in conseguenza delle medesime leggi, i ministri subalpini sono unicamente risponsabili di ciò che avviene in Piemonte. L’altra, perché noi nonabbiamo nessun diritto speciale di contribuire alla vita o alla morte del pre sente ministero di Firenze; e all’opposto per la libertà della stampa che regna negli Stati Sardi per l’opinione pubblica, che vi domina regina, par consentimento medesimo de' ministri, possiamo e dobbiamo giudicarli, smascherarli, farli vedere al popolo quali sono, adoperarci per via della stampa, affine di accelerarne la caduta, se riputiamo, come ripuliamo di fatto, la loro vita politicaun danno della religione e della patria.

Poiché ci venne la palla al balzo, giudicammo utile di scrivere qui queste due parole di spiegazione, affine di turare la bocca ai nostri detrattori che ci fanno una colpa d’essere più moderati nel giudizio de' governi stranieri, massime conservatori, che in quello de' nostri. La cosa dee essere così, giacché il nostro governo ci dà un diritto che i governi forestieri, massime conservatori, non ci accordano, noi profittiamo di queldirittoadoperando in casa nostre un linguaggio che le regioni di famiglia consentono, e che non direbbe bene in casa altrui.,

Tornando ora al caso nostro e alla proibizione dell’armonia in Toscana, se non possiamo a meno di dolercene, come i rivoluzionari non potranno a meno di rallegrarsene, però ne leviamo anche sotto un altro riflesso lietissimo augurio; imperocché ci è prova che le dottrine da noi propugnate in sostegno detta libertà e dell’indipendenzadella Chiesa Cattolica v’erano benissimo accolte, e poco radicate le leggi leopoldine, se per un verso riputavansibisognevoli d’unanuova apologia, e per l’altro verso te metteva in pericoloil pacato giudizio d’unpoverogiornale.

E volendo interpretare in bene dò che avviene oggidì in Toscana, siamo inclinati a credere che quei ministero, desiderando proprio aggiustare le cose religiose del Granducato, pretenda che non sa ne parli per ora, e stimi il se greto la prima via per ottenere buoni accordi. Per certo i ministri dei Gran duca sarebbero indegni di lui e del suo popolo, se non seguissero l'esempio luminoso di molti Stati cattolici ed accattolici, che con ampli concordati re aero alla Chiesa la sua libertà; se non secondassero lo slancio di viva fede«e di riverente ossequio, con che e sovrano e popolo acclamarono in Toscana ella venuta del S. Padre Pio IX; se finalmente non sentissero il bisogno, o meglio la necessità che i principii d’ordine e di stabilità si sostituiscano a quelli di dissoluzione e scompiglio che agitano presentemente la vita sociale.

Due fatti ci danno qualche speranza che le leggi leopoldine sieno per essere finalmente abolite in Toscana, e spiantati di là que’ principii eterodossi che le informano. L'uno è il processo girato dai governo contro gli editori della Biblioteca civile dell'Italiano,la quale incominciò la sua pubblicazione coll’apologia delle leggi di giurisdizione e polizia ecclesiastica, pubblicale in Toscana sotto il regno di Leopoldo I. Sacerdoti e laici, come ben era da aspettarsi, fremerono a taleardimento e lenta empietà. Le persone anche più affezionate alregio Trono sospettarono assai della rettitudine di pensiero di que’ che mo ree stia no di favorire il Sovrano aggiudicandogli diritti che ih realtà non possiede. ll governo medesimo non poti rimanere indifferente, e dopo di avere sospeso la continuazione del suddetto lavoro, è proibito che si parli delleleggi oggidì vigenti in Toscana, sottopose a processo gli scrittori dell'apologia.

Intantoperòche sì attende a Firenze la sentenza da' tribunali, colà venne ristampata la traduzione della Bolla idiomatica di PioVI, che comincia Avectoremfideie nella quale sono condannati solennemente i principi! del sinodo di Pistoia, onde muovono 1«leggi leopoldina, e stabilite le vere dottrine che debbono governare te relazioni ed i diritti delle Stato e della Chiesa. La nuova pubblicità data a questa Bolla nella stessa Firenze ci lascia sperare che qual governo, nonpotendo ornai ignorare la verità, aia per uniformarsi alle regole del cattolicismo e cessare un grandissimo scandalo che potrebbe riuscire fatale al governo medesimo. Se la cosa fosse proprio così, oh quanto si dichiarerebbe contenta l'Armoniad'aver subito la sorte di Giona!


L'IMPERATORE DEI FRANCESI E GLI ITALIANISSIMI DEL PIEMONTE

(Dall'Armonia, n. 74, del 2 aprile 1858)

leri vedevano contemporaneamente la luce due documenti che si spiegano a vicenda. La Gazzetta Piemontese pubblicava una lettera che Felice Orsini scriveva all'imperatore Napoleone III poche ore prima di morire, e nella Cameradei Deputati si distribuiva la relazione del deputato Valerio sul disegno di leggeDeforesta contro il regicidio.

Italia lettera dell'Orsini che noi riferiamo più innanzi, il regicida, a detta della Gazzetta Piemontese. «rivolge i pensieri confidenti all'Angusta Volenti che riconosce propizia all’Italia». L’Opinionedel Odi aprile facendo eco al foglio ufficiale, afferma della lettera dell’Orsini, che «è un omaggio ai principii morali, non meno che agii intendimenti dell'imperatore Napoleone rispetto all’Italia».

Di fatto, l'Orsini incomincia dal riconoscere la generositàdell’Imperator dei Francesi, ne loda il cuore,e presso a morire non gli è di piccato conforto il vedere come Sua Maestà imperiale sia mossa da veraci sensi italiani. Intanto Orsini confessa d'aver cercato d’assassinare Napoleone III per un fatale errore mentale, si pente del suo delitto e vuoleche la suamemoria non rimanga macchiala da alcun misfatto.

Alcune semplici osservazioni su questo punto. Noi eravamo certi che l'Orsini avrebbe prima di morire scritto queste od analoghe parole: imperocchè, avendoci detto i giornali, e tra gli altri il Times,che Orsini, prima di sdire sul paleo, orasi confessato e comunicato, noe potea venire ammesso ai santi Sacramenti, se non avesse lasciate un chiaro o solenne documento della sua reripisceoza condannando l’opera sua.

Inoltre, siccome fu ascritto a colpa del governo pentirete jl debite com

messo dall’Orsini il 14 di gennaio, perché, dicevano i libertini, egli era suddito ite Papa; così oggi gli ascriveranno a merito il penti mento che sorse nel suo cuore pei principi! di quella religione che ¡ Orsini aveva succhiato da fanciullo sotto l’ottimo magistero del proprio zio.

In terzo luogo la lettera pubblicala dalla Gazzetta Piemontesedee confondere que’ tanti periodici che celebrarono Orsini per un’impresa da lui stesso chiamata una fatale aberrazione mentale,e un orribile misfatto. Eppure per quella fatale aberrazione mentaleOrsini era detto dalla Gazzetta del Popolo un grande uomo,e per quel misfattola Ragionedichiarava che ¡’Orsini sarebbe rimasto nella storia d'Italia come una delle sue più grandi immagini.

Finalmente ci pare che la Gazzetta Piemonteseavrebbe dovuto parlare un po' prima dell’Orsini, e sfolgorare que’ tristi, che ne pubblicavano il panegirico, e quegli altri che sulle mura di Torino scrivevano tira Orsini. Volendoci poi regalare una lettera dell’infelice traviato, senza attendere quella che scrisse all’Imperatore dei Francesi, polea pubblicare la precedente che indirizzò al conte di CAVOUR.

Noi non siamo avvezzi a tacere i nostri pensieri, e apriremo candidamente al lettori, dove mirano ‘i rivoluzionari italianissimi. Poiché Napoleone III è salvo, è potente, è rispettato ed amato in Francia, essi vorrebbero trarlo dalla loro, ottenerne il patrocinio, farne un campione della rivoluzione. Avendo provato che gli insulti recano danno a chi li stampa, non all'Imperatore che li disprezza, passano alle adulazioni, alle cortigianerie, agli infingimenti, e vogliono persuadere che essi amano il presente governo francese.

Dicevamo però da principio che la relazione del deputato Valerio sulla legge Deforesta guasta questi disegni e dimostra a chiare note quali sono i sentimenti degli italianissimi verso l’imperatore Napoleone.

Se l’Augusta Volontàsi riconosce propizia all'Italia,perché non si cede a questa Volontà Augusta,e non si accetta una legge che condanni la cospirazione contro la sua vita, e l’apologia dell'assassinio tentato contro la sua persona?

Invece il deputato Valerio dice alla Camera in nome della Commissione: «La vita di un Principe straniero è sacra come quella di qualunque uomo; ma essa non può, non deve avere un valore politicoper le nazioni che gli sono straniere, che non gli debbono obbedienza, che sono incompetenti ad estimarne gli atti».

Ed ecco da una parte la Gazzetta Piemontesericonoscere che l'Augusta Volontàè propizia all'Italia,ed ha in conseguenza un valore politicopel Piemonte; e per l’altra il deputato Valerio dire alla Camera che non protegga la vita di Napoleone III, perché egli non ha, rispetto a noi, un valore politico.

Gli intendimenti però degli italianissimi riguardo all’Imperatore dei Francesi appaiono dalla riservatezza con cui il relatore Valerio parla della Francia. Egli non nomina mai l’imperatore Napoleone, e la nostra alleanza non è con Ini, ma colla nazione francese. La Francia dee volerci amici, la Francia è gelosa dell'onor nazionale, la Franciavolge il suo sguardo sull’occupazione straniera in Italia. Sempre così, e in un luogo dove si unisce colla Francia il suo Principe,è quando si accenna alla distruzione della repubblica romana.

Questo linguaggio mostra assai chiaro che Napoleone III non è nelle grazie degli italianissimi. E chi ne dubita? Larivoluzione può amare chi l’ha strozzata? Odoro che vogliono l'Europa in fiamme possono esser contenti di chi la mantiene in pace? Oh l’Imperatore dei Francesi è abbastanza avveduto per non prestar fede alle moine della Gazzetta Piemontese.

RITRATTAZIONE E TESTAMENTO DI FELICE ORSINI

(Dall’Armonia, n. 74, del l'aprile 1858)

Leviamo dal N° 77 della Gazzetta Piemontese,31 di marzo, i due documenti che seguono, cioè: la lettera di Orsini a Napoleone III, in cui condanna l’esecrando misfatto, a cui fu trascinato dal suo delirio, e le sue ultime volontà. Dice adunque il foglio ufficiale:

Riceviamo da fonte sicura gli ultimi scritti di Felice Orsini.

«Ci è di conforto ¡1 vedere com’egli, sull’orlo della tomba, rivolgendo i pensieri confidenti all’Augusta Volontà, che riconosce propizia all'Italia, mentre rende omaggio al principio morale da lui offeso, condannando il misfatto esecrando a cui fu strascinato da amor di patria, spinto al delirio, segna alla gioventù italiana la via a seguire per riacquistare all’Italia il posto che ad essa è dovuto tra le nazioni civili.

«Sua Maestà Napoleone III Imperator dei Francesi.

«Sire,

«L’avere la Maestà Vostra Imperiale permesso che la mia lettera, scrittale l'11 di febbraio p. p., sia resa di pubblica ragione, mentre è un argomento chiaro della sua generosità, mi addimostra che i voti espressi in favore della mia patria trovano eco nel cuore di Lei: eper me, quantunque presso a morire, non ò al certo di piccolo conforto il vedere come la Maestà Vostra Imperiale sia mossa da veraci sensi italiani.

«Fra poche ore io non sarò più: però, prima di dare l’ultimo respiro vitale, voglio che si sappia, e il dichiaro con quella franchezza e coraggio che sino ad oggi non ebbi mai smentiti, che l’assassinio, sotto qualunque veste e’ s’ammenti, non entra nei miei principii, abbenché per un fatale errore mentale io mi sia lasciato condurre ad organizzare l’attentato del 14 di gennaio. No, l’assassinio politico non fu il mio sistema, e il combattei esponendo la mia vita stessa, tanto cogli scritti quanto coi fatti pubblici, allorché una missione governativa mi poneva in caso di farlo.

«E i miei compatrioti, anziché riporre fidanza nel sistema dell’assassinio, lungi da loro il rigettino, e sappiano per voce stessa di un patriota che muore, che la redenzione loro deve conquistarsi coll'annegazione di. loro stessi, colla costante unità di storti e di sacrifizii, e coll’esercizio della virtù verace, doti che già germogliano netta parte giovane e attiva dei miei connazionali, doti ché sole varranno a fare l’Italia libera, indipendente, e degna di quella gloria onde i nostri avi la illustrarono.

«Muoio, ma mentre che il faccio con calma e dignità, Voglio che la mia memoria non rimanga macchiata da alcun misfatto.

«Quanto alle vittime del 14 di gennaio offro il mio sangue in sacrifizio, e prego gl'italiani, che, fatti un dì indipendenti, diano un degno compenso a tutti coloro che ne soffrirono danno.

«Permetta da ultimo la Maestà Vostri Imperiai che le dimandi grazia della vita, non già per me, ma sibbene pei due complici che furono meco condannati a morte.

«Col più profondo rispetto sono

«Di Vostra Maestà Imperiale

(Firmato) FELICEORSINI

«Prigione della Roquette, 11 di marzo 1858.

«Prison de la Roquette ou Dépót des condamnés,

Paris, dix mars 1858, mille et huit cencinquante huit.

«Près de finir mes jours, j'écris de ma propre main les suivantes dispositions, que je veux soient exécutées exactement et qu'elles aient force d'acte de ma volonté libre et indépendante.

«1. Je veux que M.r Enrico Cernuschi de Milan, Italie, demeurant à Paris, retire ((47)) mon argent qui m'a été saisi à l'instant de mon arrestation ((48)), et qui est déposé près M.r le Procureur général de la Seine, en leur laissant préalablement les frais du procès qui me regardent.

«2. Je veux que de l'argent qui reste, prélevés les frais surnommés, il en dispose ainsi qu'il suit:

«A. Il achètera une montre d'or et une chaine d'or pour donner en sou- venir à M.r Jules Favre, avocat qui m'a défendu. Letoutde la valeur de 800 francs au moins (huit cent francs). Sur la montre il fera engraver les mots suivants: Felice Orsini à M.r Jules Favre. souvenir».

«B. Je veux que mon cadavre soit mis dans une caisse en bois ordinaire, et qu'il soit envoyé à Londres, Angleterre, parceque je veux être enterré dans le cimetierre où se trouvent les dépouilles du patriote italien Ugo Foscolo, et mis à son coté. M.r Cernuschi fera les frais nécessaires avec l'argent surnommé, etc. etc.

«C. Une fois accomplis tous ces frais, l'argent qui reste, je veux qui soit envoyé à mon oncle Orso Orsini, où à mon frère Leonida Orsini, tous deux demeurants ensemble à Imola, États-Romains, Italie; lesquels en devront disposer seulement à profit de mes deux petites filles Ernestina et Ida Orsini demeurantes à Nice, États-Sardes, Italie.

«3. J'autorise J. D. P. Hodge de Glastonburynear Bath Somersetshire, en Angleterre, de retirer près de soi ma fitte aînée ErnestinaOrsini, née àNice-MaritimeÉtats-Sardes, Italie, le 9avril 1832, et demeurantedans la même ville.

«4. J’autorise M.r Peter Stuart de Liverpool, Angleterre, de retirer près de soi ma seconde fille Ida Orsini, née à NiceMarilime le 12 mars 1853, et demeurante avec l’aînée dans la même ville.

«5. Je recommande avec tout mon cœur à mes amis intimes J. D. P. Hodge de Glastonburyet à Peter Stuart de Liverpool mes deux petites filles surnommées, afin que l'éducation, qu’elles recevront, soit tout-à-faitconforme aux principes de l'honnêteté, de la vraie vertù, de la sagesse, et du vrai amour de la patrie.

«6. Je veux que tous mes effets de vestiaire, les livres, etc., existants près M. r de Lassile, directeur de la Roquette, soient envoyés à miss Elisa Cheneyde Londres, demeurante à Londres, Angleterre, N° 2, Graflon Street. Aland Road Kensitb New Town — N. 10 — Londres. Miss Elisa Chenev en disposera selon sa volonté libre et indépendante, ainsi que des autres effets déjà lui laissés avant mon arrestation et pendant mon emprisonnement. Tout ce que j’ai fait pour elle, ce n’est qu’un très-humble et très-petit souvenir pour la bonté et le dévouement extrêmes, qu’elle m’a portà en toute circonstance. Je recommande à mes amis d’Angleterre cette demoiselle honnête et vertueuse.

«7. Je veux, en dernier heu, que M. r Enrico Cernuschi surnommé soit l’exécuteur des dispositions ci-énoncées à Paris, et quant à celles qui doivent être exécutées en Angleterre, qu’il aie la coopération de M. r Vincenzo Caldei! de Faenza, États-Romains, Italie, demeurant à Londres.

Le tout écrit de ma propre main.

FELICE ORSINI»

Il giornale la Ragione,volendo dare un nuovo argomento della necessità della legge Deforesta, scrive sulla pubblicazione della Gazzetta Piemonte, le seguenti parole, che noi ristampiamo con ribrezzo bensì, ma per nostro debito di cronisti: «La Gazzetta Piemontesedi oggi pubblica in testé alla sua prima pagina una pretesalettera di Felice Orsini a L. N. Bonaparte, preceduta da alcune parole, che sono il più crudele insulto all’Italia, e la più schifosa adulazione al despota che trema in Francia.

«Nel fare questa pubblicazione la Gazzetta Piemonteseha dimenticalo due cose:

«1° Che la memoria di Felice Orsini non si può infamare, perché essa è consacrata dall’eroismo e dal martirio;

2° Che i principia moralinon permettono nemmeno ai fogli officiali di far parlare i morti nel modo che meglio accomoda ai nemici dell’onore e della libertà dei popoli. — Questo per ora».


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SCANDALOSE ASSOLUTORIE DEI GIURATI IN PIEMONTE

(Dall’Armonia, n. 75, de! 8 aprile 1858)

Il dep. Valerio, nella mia relazione ani disegno di legge Deforesta, a pag. Il sentenzia in nome della Giunta, che «la legge attuale dei giurati, laddove venga applicala degnamente, è bastante difesa dell’ordine sociale contro gli eccessi della stampa».

Questa opinione è affatto opposta a quella che Carlo Boncompagni emetteva nella Camera dei Deputati il 6 di febbraio del 1852, discutendosi la prima legge Deforesta: «Havvi, diceva il Boncompagni, una grande, forse una maggiore riforma, che vuol essere fatta, ed è quella dei giudizi! dei giurati... Conviene confessarlo, i giudizii dei giurati finora hanno ben male espressa questa coscienza (pubblica). Abbiamo veduto delle assolutorie scandalose, noi abbiamo veduto dei giurati, che per difetto di coltura e di educazione non erano in grado di avere né la sagacità, né l’indipendenza, così dal governo, come dalle parli, che si richiede a quell'ufficio».

Il deputato Valerio esaminò a prioril’organamento dei giudici del fatto tra noi, e vi trovò l'elemento conservatoree l'elemento intellettuale largamente rappresentati. Il dep. Boncompagni esaminò la stessa legge a posteriorie vide scandalose assolutorie.

Secondo il dep. Valerio e la sua Giunta, le categorie dei giurati, designate dalla legge attuale, presentano sufficienti malleverie tanto alla società accusante, quanto alla parte accusata; e ciò viene dimostrato dall’esperienza dei dieci anni scorsi, dacché essa è in vigore. Di fatto, dalla relazione della Commissione incaricata dell’ordinamento della statistica giudiziaria del regno, pubblicata per cura del ministro guardasigilli, e dai prospetti che l’accompagnano, risulta! che, presi in complesso i 792 giudici del fatto, che funzionarono nei sei anni dal 1850 al 1855, si ha, che avevano il loro titolo elettorale nel censo non meno di 333, cioè più di due quinti;lo avevano nella pigione di locali adatti allo industrie altri 151, cioè un altro quintocirca, e che andarono esenti da ogni censo non più che 82 giudici del fatto, vai quanto a dir appena un fumo circa dei medesimi; 2 che i giudici del fatto, della giovanile età, dagli anni 25 ai 30, sopra 792 furono solo 25, epperciò appena 1¡32; 3 che sotto il rapporto della condizione e professione, di 792 giudici dei fatto, 240 erano proprietarii (oltre ad un terzo), e 17 fra essi avevano una proprietà di oltre L. 100,000; 231 erano commercianti (meno di un terzo);151 esercitavano professioni liberali (circa un quinto);17 erano ecclesiastici (1,46 circa); 49 impiegati (1,16); soli 20 operai e artefici (1,39); nessun agricoltore; 84 di professioni diverse dalle precedenti. E finalmente quanto al grado d’istruzione, non meno di 257 erano forniti d’un’istruzione superiore (un terzocirca); altri 497 avevano un’istruzione mezzana (più di tre quinti);38 individui sapevano soltanto leggere. (V. relazione citata, pag. 208). «Quindi ognuno scorge agevolmente, siccome l’elemento conservatore e l’elemento intellettuale sieno, per opera della legge attuale, largamente rappresentati nei giudizii di stampa, e siccome sia chimerico il timore che all’uffizio di giurati sieno assunti cittadini, i quali non sappiano leggere».

Tutto bene cotesto, ma le scandalose assolutorierilevate dal deputato Boncompagni non si possono negare. Esse risultano dalla statistica che lo stesso Lorenzo Valerio ha messo per appendice alla sua relazione; statistica irta di numeri, e di non Tacile intelligenza. Ci permettano però i lettori di apporvi quakhe commento per fecondare le sterili cifre.

Il primo giornale che fu messo in accusa negli Stati Sardi coll’intervento dei giurati, chiamavasi la Confederazione italiana,ed era apertamente rivoluzionario. il giurì dall'elemento intellettuale e conservatoredichiaravate non colpevole. Il secondo processo toccava alte Smascheratore,giornate che sosteneva le ragioni della Corona e della società, ed era a que’ dì difeso dal Risorgimento,diretto dal Conte di CAVOUR. Ed il giurì te affermava colpevole.

Seguivano in Turino due altri processi nel 1849 contro un giornale mazziniano intitolato la Democrazia italiana,ed i giurati dicevanlo non colpevole, come non colpevoledichiaravano dipoi il Messaggière Torinese,diretto dal signor Brofferio, e che ne professava la politica e la religione; e non colpevole il Proletario,apertamente socialista.

Ma il 17 di aprite del 1850 toccava il primo processo all’Armonia, ed i giurati la dichiaravano colpevole. Il 23 di maggio giravasi un processo a S. E. Reverendissima il venerato nostro Arcivescovo per una circolare sulla legge Siccardi, dove prudentissimamente conciliavansi i doveri del cittadino colte ragioni della coscienza; ed i giurati dicevano colpevoleMonsignor Fransoni. Il 12 di dicembre era chiamata davanti ¡ giurati la Campana,cattolica col Papa, liberale col Re, e le piombava addosso un verdettodi colpabilità.

Per contrario il Fischietto,di cui tutti conoscono la politica e lospirito conservatore,due volte sottoposto al giudizio dei giurati, ne esciva non colpevole, il 26 di luglio del 1851, e il 12 di febbraio del 1852; mentre, pochi mesi dopo messo sotto processo il libro dell’illustre conte Costa della Torre, della Giurie dizione della Chiesa Cattolica sul Sacramento del Matrimonio,il coraggioso magistrato dichiara vasi colpevole, e si condannava.

Esaminate la restante serie dei giudizii dei giurati in Torino, e vi troverete questa alternativa: gli scritti dei rivoluzionari e degli atei, non colpevoli, e colpevoli quelli de' credenti e de' conservatori. Colpevole la Campanail 23 di dicembre 1852, non colpevole la Voce della libertàil 24 di novembre 1853. Colpevole due altre volte la Campana,il 23 di febbraio e il 23 di marzo del 1854. Colpevole il conte di Camburzano, che onorò l'Armoniadi un suo bellissimo scritto; colpevole il Campanoneil 27 di dicembre del 1855; colpevole due altre volte l’Armonia. Ma por contrario non colpevolefautore dell’opuscolo in lode di Agesilao Milano; innocente il poeta, che cantò sulle Generi del regicida partenopeo; assolta la Ragioneaccusata d’apologia dell’attentato del 14 di gennaio.

Così i giurati del Piemonte. In Genova te primizie della libertà della stampa toccarono al Cattolico,che i giurati dichiaravano colpevole,mentre dipoi sentenziavano innocenti la Lanterna del diavolo,per sei voilela Strega,per tre volte la Maga, e PER QUINDICI VOLTE l'Italia del Mazzini. Esono questi gli intelligenti e conservatori giurati del sig. Valerio?

Nella Savoia soltanto il giurìmostrassi informato da principi! monarchici e religiosi, i suoi verdetti furono imparziali, e le dichiarazioni di non colpabilità riuscirono a vantaggio, quando dell'Echo du Mont Blanc,e quando del PatrioteSavoisen. Nell’isola di Sardegna i giurati invece adottarono il sistema di dichiarare tutti innocenti; non colpevole la cattolica Ichnusa,ed egualmente non colpevole il mazziniano Credente.

Queste poche avvertenze chiaramente dimostrano, che l’organamento dei giurati tra noi è vizioso, ed esige una pronta riforma; non quella introdotta dal ministero, che aggraverebbe sempre più il male; ma una riforma ben pensata, che sia una guarentigia per tutti, se può essere guarentigia il giudizio dei giurati in materia di stampa.

ACCUSE DI GIUSEPPE MAZZINI CONTRO IL CONTE DI CAVOUR

(Dall'Armonia, n. 79, 9 gennaio 1858)

Ci giunge da Londra il N. 453 dell'Weekly Register del 3 di aprile, dove leggiamo un importantissimo articolo, intitolato: Piedmont and Mazzini. L’articolo è importante per una citazione che il giornale inglese fa dell'ultimo ma nitrato di Giuseppe Mazzini, dove ai trovano solenni confessioni, e gravissimo accuse contro il ministero in genere, e Camillo di Cavour in ispecie. Ci duo' di non poter riferire per intiero le parole del Mazzini, perché il fisco non eel comporterebbe, ci restringeremo però a darne la sostanza, e le cose più gtivi accompagneremo col medesimo testo inglese, lingua adoperata da Mazzini Mi homanifesto.

Il grande agitator incomincia a purgarsi da una taccia che gli appongono, di voler abolire la Costituzione in Piemonte. «Abolire la Costituzione in Piemonte! No. Foss'anco in mio potere abolirla, m'asterrei dal farlo per riguardo alla mia propria fede: Even were it in my power to abolish it, I would refrain from doing so for the sake of my own faith». Imperocchè, dice il Mazzini, che il nostro ministero, violando lo Statuto, dà opera all'educazione repubblicana d'Italia. Ed enumera in prova i fatti seguenti:

1° Persecuzioni della stampa; 2Confische non seguite da processi; 3°Continue violazioni della libertà individuale; 4°Odiosa, abbietta, tirannica con dotta verso gli esuli italiani, trattati come forestieri in Piemonte (non tatti, signor Mazzini, non tutti I) 5°Le tasse eccessive; 6°L’intromettersi del ministero nelle elezioni; 7°La tenebrosa immoralità dei ministri nelle sfere officiali (its gloomy immorality in official spheres); 8° La sua perenne noncuranza dell'onore d'Italia e della causa nazionale; 9°Le sue concessioni alla diplomazia straniera; 10°La sua adorazione dei fatti, come che iniqua mente compiuti; 11°Il suo locale egoismo; 12°E il suo obliquo machiavellismo. Tutto questo, dice Mazzini, che fa il suo pro’, e che il conte di Cavour ed i suoi colleghi lo servono a meraviglia.

Dopo di ciò il demagogo entra a parlare della nascita della libertà in Piemonte, del 1848, dell’italian tricolour. e degli nomini che ci governarono, e chethey had neither virtue, courage, nor genius. e che cioè non areano né virtù. né coraggio, né genio. Finora però sono semplici giudizii, e che valgono tanto, quanto la testé del Mazzini; né noi sogliamo attribuirei questa grande importanza. Ciò che imporla a noi nono i fatti, e Mazzini ne accenna molti) non sappiamo se veri o falsi. Noi li riferiremo, e starà a giornali del conte di Cavour il difenderlo.

Secondo Mazzini adunque i nostri ministri sostengono in Italia un'attiva cospirazione, che va operando in tutte le direzioni coi suoi viaggiatori ed agenti, ora sotto colore di diplomazia, ora por mezzo d'affiliazioni e soscrizioni (new under colour of diplomacy, now bymeans of affiliations and subseriptions).

Mazzini aggiunge, che la cospirazione ha i suoi centri di propaganda è d'agitazione, che potrebbe indicare e nominare» (it has its centres of propaganda and agitation which I could point out and name). I suoi comitati esistono in Roma, Bologna e Firenze, ed in alcune città del Lombardo-Veneto, e vi sono centri secondarii in altre parti d'Italia «Potrei nominarvi degli uomini, alcuni dei quali membri del Parlamento, che la fanno da mezzani tra questi poveri gonzi e il ministero» (I could name to you men some of them members of Parliament, who act as intermediates between these poor dupes and the Governement).

La cospirazione, segue a dire Mazzini, si è unita con pretendenti stranieri e potrei nominarvi l’uomo, che fu mandato con commendatizie del conte di Cavour a creare un partito per l’avventuriere Murat in Savoie (I could name to you the man who was sent with introductions from Count Cavour to create aparty for the adventurer Murat in Savoy). Me quest'uomo ara un italiano di cuore, e per lui vedere le cose e. essere disingannato Ai tutt’uno».

Mazzini vaavanti, e ci racconta, che, «per mezzo di questa cospirazione, il ministero era in contatto (traduciamo letteralmente) cogli uomini che stavano preparando una spedizione armata, che poco dopo ebbe luogo nei territori! d’uno Stato vicino; parlo del movimento in Lunigiana: (By means of this conspiracy the Ministry were in contact with the men who were preparing an armed expedition which shortly afterwards took place in the territories oft neighbouring State. I speak of the movement in Lunigiana)».

V'ebbe di più. La cospirazione ministeriale entrò in trattative con Mazzini. Questa cospirazione, così egli, mi fece delle proposte solò due anni h, quando trovavami, con piena cognizione del governo, in Genova. This Conspiracymade overtures to me but two vears ago when I was with the fail knowledge of the Governement. in Genoa».

Le quali proposte fatte al Mazzini raggiravansi sulla quistione d’azione. Od il demagogo crede, che gli sieno state fatte per saggiare i! terreno (most probablywith a wiew of feeling the ground)e conoscere il luogo, dove fazione mazziniana porgerebbe il miglior pretesto all'intervento del nostro ministero (thè spot on wich mv action would gire the best pretesi for intervention lo the Sardinian Govemement). La cospirazione ministeriale domandò ai Mazzini alcune concessioni, probabilmente, egli dice, con intenzione di poscia calunniarmi come disertore dei miei principii; e ritirossi soltanto quando io imposi decisive condizioni, che obbligherebbero il ministero, o a compromettere se medesimo operando, o lo smaschererebbero, dimostrandolo intrigante senza alcuno scopo italiano. Promisi, conchiude il Mazzini, di tenere nascosto il nome dei suoi mezzani, e manterrò la mia parola, ma do pegno i’ mio onore per la verità di quanto asserisco: I pledge mv honour for the truth of what I asserì».

Sicché, ricapitolando le accuse mosse da Mazzini al ministero del conte di Cavour, ne abbiamo, che il Conte viene accusato in generale di rendere odiosa la Costituzione abusandone, di alimentare indirettamente in Italia il partito repubblicano, di secondare gli intendimenti di Mazzini. In particolare poi viene accusato di tenere relazioni con una cospirazione permanente, sparsa su tutte le parti d’Italia, e capitanata anche da alcuni membri del Parlamento, di avere spediti emissarii in Savoia a creare un partito per Murat, d’essere andato d'accordo con coloro che promossero l’attentato della Lunigiana, d’aver permesso a Mazzini di restarsene tranquillamente in Genova, e d'essere anzi entrato in negoziati con essolui.

Tutte queste accuse sono gravissime, e Giuseppe Mazzini dà il suo onore in pegno della verità di quanto asserisce. Ma possiamo noi credere alla parola del grande agitatore? Camillo di Cavour ha protestalo in Parlamento, ch'egli rifugge da queste arti subdole, che gli vengono apposte; che, se egli volesse combattere gli altri governi italiani, dichiarerebbe loro la guerra francamente, e non cercherebbe di minare sott'acqua il trono di principi italiani. Come si possono conciliare queste proteste coi fatti citati dal Mazzini?

I fatti adunque saranno calunniosi, e noi vorremmo poterlo dichiarare per l’onore del nostro ministero. Ma siccome la dichiarazione nostra non avrebbe nessun peso, giacché tutti sanno, che l'Armonia èun po' al buio tanto delle cose di Mazzini, quanto degli affari di Cavour, così ci permettiamo di supplicare i nostri ministri a far inserire nella Gazzetta Piemontese,o almeno nell’Opinione, o se si vuole, solo nella Staffettaqueste, o due altre parole equivalenti:

Tutto ciò che Mazzini ha scritto recentemente in Londra e in lingua inglese contro il ministero subalpino, e nominativamente contro S. E. il conte Camillo Benso di Cavour, è una brutta calunnia. E siccome il Mazzini tace i nomi col pretesto di avere promesso di non rivelarli, così colle presenti linee s’intende proscioglierlo da ogni promessa, e accordargli pienissima facoltà di pubblicare tutto ciò che può essere a sua cognizione, sia riguardo ai membri del ministero, sia riguardo agli onorevoli signori deputati. Che se il signor Giuseppe Mazzini non declinerà in modo preciso i nomi, a cui allude ed i fatti onde si resero rei coloro che portano quei nomi, ognuno potrà fare giustizia del suo indegno procedimento, e riconoscere quale stima meriti un partito, che obbedisce ad un calunniatore».

Una dichiarazione simile gioverebbe assai al ministero, e darebbe l’ultimo tracollo alla parte mazziniana. Ma possiamo noi sperare che sia fatta? e se non fosse fatta, il silenzio non darebbe luogo a maligni sospetti? e taluno non potrebbe interpretarlo come indizio che si temano dal Mazzini ulteriori e peggiori rivelazioni? Videantconsules. Noi attendiamo che l'Opinionee la Staffettafacciano il proprio dovere.


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LA MERCE INSEGNANTE

(Dall'Armonia, n. 80, 10 aprile 1858)

Angiolo Brofferio, nelle sue Fisonomie Parlamentariesclamava: Ah no! non è vero, che l’oratore Parlamentare sia in Piemonte una rarità da cercare tra le mummie; è una gloria contemporanea, è un’illustrazione vivente, è una fulgida corona che circonda la cittadina fronte degli elettori di Moncalieri. Sieno pur fredde le ceneri di Grecia e di Roma, sieno pur mute le ringhiere d’Europa, finché vivranno i nostri catrami, le nostre maioliche e le nostre borre, l’eloquenza parlamentare durerà eterna sopra la terra».

Questa esclamazione strappavano a Brofferio le tornato della Camera nella primavera del 1851, quando un onorevole usciva fuori dicendo: «L’aceto come il pepe entra per molto negli alimenti ordinarli, rimpiazza (sic)gli altri condimenti, coi quali il ricco sa rendere appetitosa la sua cucina».

Un deputato. E le altre droghe?

Il Presidente. Non s’interrompa l’oratore.

Un altro deputato,lo mi dichiaro per il garofano e la canella. (Vedi Gazz. Ufficiale,1851, Discuss. sulla ridus. delle tariffe}.

E poi quando il 30 di maggio del 1851 avevano luogo le seguenti interpellanze: «Domanderei una spiegazione al signor ministro. Trovo qui giovenche col diritto in vigore di20 centesimi caduna,e poi giovenche e torelli con una lira e cinquanta centesimi. Vorrei sapere dal signor Ministro, che differenza vi è tra le giovenche semplicemente, e le giovenche coi torelli».

Questa non parca a Brofferio eloquenza parlamentare. Egli desiderava che i deputati, invece delle giovenchee dei torelli,parlassero con Mirabeau dell’ultimo dei Gracchi, che cadde sotto il patrizio coltello,o di Mario, più grande per aver debellato i patrizii, che percossi i Cimbri. Volea che, messo in disparte il garofanoe la canella,discorressero con Mercier della punta della spada ei e scrive o cancella gli articoli; od imitassero la boria nazionale di Bazire. Voleva infine che, lasciato nel loro luogo l’aceto,il pepe,le altre droghee la cucina,i nostri deputati esclamassero con Danton: «Che importa a me di essere chiamato bevitor di sangue? A me della mia fama che importa? Sia libera la Francia, ed il mio nome sia maledetto!».

Con buona pace del signor Brofferio noi non pretendiamo tutto ciò. NeiParlamenti, dove si parla sempre, dove si parla tanto, per ogni cosa viene il suo tempo: v’è il tempo della spadae il tempo delle giovenchee dei torelli}vi otto i giorni delle eloquenti orazioni, e i giorni del pepee dell’aceto. Quando vi si discorre d’Italia, e quando di droghe,di garofano edi omelia.

Ciò però che noi non possiamo tollerare, è, che un deputato venga fuori a definire l'insegnamento una merce,ed in conseguenza la scuola una bottega, l’università un bazar, il professore un mercante, l’esaminatore un sensale, i libri una derrata, l'istruzione una vendita o una compra. Eppure di questa guisa parlò il deputato A fieri nella tornata del 6 di aprile.

«Mi si perdoni l’espressione, io credo, che in molte provincie si desidera la merce insegnantepiù abbondante, e ad un prezzo inferiore a 600 franchi; pel contrario, con questa legge noi, in ultima analisi, veniamo a portare il prezzo dell’istruzione a 600 franchi il minimo». (Atti Uff. N° 28, pag. 482).

La Camera ha perdonalo l'espressioneal deputato Alfieri, e quegli onorevoli che fan rumore quando parlasi di Papa e di Evangelo, stettero zitti all’udire una frase così bislacca, che riusciva ad un disprezzo dell’umana dignità in genere, e del corpo insegnante in ispecie.

Opovero progresso del Piemonte! Per te noi veggiamo gli uomini regolati olle tariffe, tassati col massimoe cól minimo. secondo il calmiere, e la parte pio nobile del governo, la pubblica istruzione, considerata una merce,che si negozia, e II collegio sottoposto alla borsa!

Ma questo è un frutto della civiltà moderna. Imperocché, bisogna pur compatire il deputato Alfieri, il quale parlò secondo la natura del sistema, che vige tra noi. Fedeli imitatori della Francia nel male, abbiamo in Piemonte il monopoliodell’insegnamento. L’istruzione è amministraladal ministro delta finanza, il quale oggi propone alla Camera una legge stille scuole normali, e domani un imprestito o una alienazione. Chi insegna senza il consenso del signor Lanza, è reo di contrabando. I maestri hanno bisogno di patente, come il droghiere. Ad ogni mese esce fuori dall’agenziadella pubblica istruzione in regolamento, ed una tariffa. E come impedire, che a poco a poco la cosa si esprima colla parola, e la Camera risuoni della merce insegnante?

D’altra parte, tutto ornai tra noi è merce,il pensiero, l’applauso, l’insulto, il panegirico. Quante botteghe d’improperii e di cortigianerie son aperte in Torino! Abbiate denari da comperare, e troverete merce di tutte le qualità, e potrete diventare improvvisamente un grande uomo, un celebre economista ai tanto per cento.

Perfino il regicidio è, grazie a certi italianissimi, una merce, che ha il suo massimo e il suo minimo di valore. Mazzini pagavaall’exdeputato ministeriale Gallenga mille franchi un colpo di pugnale dato a Carlo Alberto; ma più tardi era pagala a Rodio sole L. 256 una bomba gettata contro Napoleone III.

Dare ed avereè la politica dominante. La Staffettace ne somministrava ieri un solenne argomento. Imperocché, criticando col suo solito linguaggio i Savoini, a' quali non sorride l'italianismo rivoluzionario,dicea loro che dovevano essere italianissimi,per la speranza d’un futuro ingrandimento! Noi non sappiamo se la Staffettaaia ministeriale per isperanze d’ingrandimento; questo possiam dire, che la generosa Savoia cerca le ragioni della sua politica nell’onestà, nella giustizia, nella legge eterna, e non nei guadagni più o meno larghi, che ai paesano fare, seguendo questo o quell'Indirizzo.

Le quali considerazioni, come dicevamo testé, possono diminuire la colpa del deputato Alfieri, perché egli ha parlato secondo l’uso, ma nell’assemblea legislativa non cessa però di essere altamente biasimevole il suo linguaggio. Quale stima faranno i nostri fanciulli dei maestri, che si mandano ad istruirli quando un legislatore li definì una merce insegnante!

I nostri antichi associavano l'idea del maestro colla sublime idea della paternità, eci dicevano, che parentibus atque magistris non possumus digna retribuere. Chiamavano l'institutore un padre, l'opera sua un magistero, e un benefizio superiore ad ogni riconoscenza. Gli uomini nuovi ci spacciano invece il maestro come una merce, e annettono all'insegnamento il pensiero del contratto e del mercimonio.

L’APOTEOSI DI ROBESPIERRE IN LONDRA

(Dall'Armonia, nº 81, dell'11 aprile 1858)

Il 6 di aprile dell’anno 1858 celebrassi in Londra l’apoteosi del puro od incorruttibile Robespierre. L'anglicanismo che non s’inchina a' santi, che ab brama lo immagini di Maria Vergine, accoglie a braccia aperte la rivoluziona, le prodiga i suoi incensi. Robespierre è divinizzato a poca distanza dalla Francia, in pegno dell’alleanza anglo-francese!

Noi coglieremo quest’occasione per iscrivere due parole sull’eroe de' rivoltosi, La rivoluzione italiana fa pure inaugurata nel nome di Robespierre; a non vorremmo che andassero perdute queste parole scritta nel 1848 da Vincenzo Gioberti: La mia ortodossia democratica è purissima, perché si riscontra colledottrine dei giacobini, ed è avvalorala dal nome più classico di questo genero, quale è quello di Massimiliano Robespierre». (Apologia del Gesuiti moderno,pag. XLVI).

Qual era adunque (’ortodossia democraticadell’esemplare di Gioberti, di quel Gioberti, le cui dottrine abbagliano ancora qualche scervellato? «Robespierre, risponde il dottissimo Gaume, è la rivoluzione in carne ed ossa, l’odio profondo dell’ordine religioso e sociale stabilito dal cristianesimo; sconfinata ammirazione per le istituzioni sociali dell’antichità greca e romana; l’innovazione ad ogni costo e con ogni mezzo di questo tipo ammiralo, ecco Robespierre; od ecco nel lampo istesso la rivoluzione». (la Revolution,voi. IV; Paria, 1856, pag. 484).

Robespierre nasceva in Arra» nel 1759. Ancora fanciullo, restava orfano di padre e di madre, e il Vescovo di Arras, monsignor di Conzié, lo raccoglieva, e a spese del Vescovo e de' canonici veniva educato nel collegio di Luigi il Grande a Parigi. La prima virtù democraticadi Robespierre era l’ingratitudine. I suoi seguaci lo imitano in Francia ed altrove. Debbono tutto alta carità del clero ed alla bontà de principi, e giurano morte alla Monarchia ed alla Religione.

Una seconda virtù democratica di Robespierre fu la cortigianeria,ed in questo il Gioberti assai gli rassomigliò. Il giorno che Luigi XVI entrava in Parigi come Re, Robespierre arringavalo in versi latini. Più tardi, ammesso come avvocato nel Consiglio d'Artois, scrivea una Memoria,tessendo uno sperticato elogio di quel Luigi XVI, che dieci anni dappoi dovea mandare al patibolo. Intendetela, o Sovrani! Altri vi ride in bocca che dietro ve l'accoeca, e voi spesso avete intorno molti Robespierre in sedicesimo, che oggi v'incielano e domani voteranno civiche corone a chi metterà le mani sacrileghe sulla vostra sacra persona, gridando colle parole del loro capo: c'est'un crime pour une nation de se donner un Roi...il faut (e condamner sur le champ à mort en vertu de l'insurrection. (Moniteur, N° 4, dicembre 4792).

La doppiezza èun gran distintivo dei rivoluzionari, e fu pure una qualità speciale di Robespierre. Come Gioberti avea sostenuto nel Primato.,che la grandezza d'Italia deriva dal Papato, e nel Rinnovamento sostenne che l'Italia non sarà grande finché avrà il Papa; così il prototipo dell’infelice filosofo, fino al termine delle sessioni dell'Assemblea nazionale, affermò che il reggimi monarchico era il solo che convenisse alla Francia, e pubblicò il Défenseur de la Constitution monarchique;e poi, proclamando la repubblica, disse; Lanari chie a régné en France depuis Clovis jusq au dernier des Capete. (Moniteur, 10 di maggio 1793).

Colla doppiezzaandava unita in Robespierre la più feroce crudeltà. II 30 di maggio 1791 diceva ai rappresentanti della Francia: «lo prego i legislatori, che debbono essere gli organi delle leggi eterne, di cancellare dal Codice francese le leggi di sangue che comandano l’assassinio giuridico». E in conseguenza chiedeva l'abolizione della pena di morte. Due anni dopo mandava alla ghigliottina migliaia d'innocenti, dirigeva il terribile Comitato di pubblica salute, e secondo la frase di Saint-Just, saliva sul Campidoglio les pieds dans le sang et dans les larmes.

Lo stesso odio che Robespierre portava alla Monarchia, nutriva contro la Religione. Egli era ferocemente empio. Incominciò dallo stabilire che la Chiesa trovavasi nello Stato, dichiarando che les prêtres sont des magistrats(31 maggio 1790). Poco dopo votò la spogliazione del clero e la cacciata dei frali e delle monache (2 novembre); chiese la spogliazione della S. Sede, e che Avignone fosse tolta al dominio pontificio (48 novembre). Finalmente rinnegò il Dio, il culto, i preti del cristianesimo.

Ma quando ebbe in mano le redini del governo comprese, che senza religione era impossibile la società. E l'empiodivenne ipocrita,e stabilì la religione e la festa dell'£ere Supremo. «Un sistema di feste nazionali sarebbe ad nna volta il più dolce legame di fratellanza, e il più polente mezzo di rigenerazione». E foggiò un Dio alla sua maniera, il cui prete era la Natura, il tempio l'Universo, il culto la Virtù, nome senza significato, e le feste la gioia d’un gran popolo. {Moniteur,18 floréal,anno II).

UN BREVE DEL NOSTRO SANTO PADRE PIO IX

Vogliamo mettervi a parte, o lettori, della nostra letizia, pubblicando un Breve che il Sovrano Pontefice si degnava di scriverci, e che noi abbiamo ritrovato in Torino, donde fummo assenti per poche settimane. L’uomo di fede che sa che cosa sia il Papa; il figlio bennato che sente le amorevolezze d’un Padre, può solo giudicare la gioia dell’animo nostro. Pio IX ha la bontà di dirci: Conserva, o diletto figlio, quei sensi di devozione verso la Santa Sede che hai finora nutrito». E noi speriamo che la benedizione del Vicario di Gesù Cristo ci procurerà la grazia di perseverare nella fedeltà alla Chiesa e nell’amore alla Cattedra di Pietro. Imperocché abbandonati a noi stessi saremmo solo capaci delle più enormi cadute. Se abbiam fatto un po' di bene, non è merito nostro, ma segnalato favore dell'Altissimo che avvalora la fredda nostra parola, è merito del Sovrano Pontefice che ci fu sempre largo delle sue benedizioni, è merito delle preghiere dei buoni, i quali in gran numero ci raccomandano a Dio, ed è merito de' nostri colleghi e collaboratori che ci aiutano potentemente coi loro lumi e coi loro consigli. Il Santo Padre ne conosce le opere e le fatiche, e non tralasciò di dare loro nobilissimi segni della sua benevolenza. Uniti in un solo affetto e con un solo intento, quello di difendere la Chiesa e rintuzzarne gli empi assalitori, ciascun di noi tiene dette a se medesimo le parole del Santo Padre: perge in instituta contra impietatem pugna. No, se Dio ci assista, non abbandoneremo il campo nel fervor della battaglia, e non ostante l'ingrossar dei tempi, l’aumentar dei pericoli, le contraddizioni, e disdette, i vilipendii, continueremo a rompere guerra all’empietà, pregando per gli empi, affinché si convertano e vivano. E se gusteremo una goccia di quell'amarissimo calice che Pio Nono sì intrepidamente tracanna, attingeremo dal suo esempio la forza necessaria por combattere e perdonare, rileggendo la sua lettera e posandoci sul cuore il benedetto suo nome.


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PIUS PP. IX

«Dilecte Fili, salutem et apostolicam benedictionem. Quos litteris tuis observantiae et amoris sensus Nobis significas, compertos iamdiu habebamus e scriptis, quibus dudum oppugnare instituisti Religionis et Pontificatus osores, et e pio ilio studio quo, collectis fidelium oblationibus, consulere satagis an gustiis rei pecuniariae, qua praesentibus in adiunctis premitur regimen Nostrum, illaque etsi non praetermiserimus aliquod benevolentiae indicium interdum tibi praebere, apertius tamen nunc eamtibi testatam facere voluimus per epistolam. Id enim a Nobis poscere visae sunt tum ingenue litterarum tuarum significationes, tum nova submissa stipes, tum descriptio illa, quam obtulisti, piae celebritatis, qua actus est-reditus tertii saecularis anni a Concilio Tridenti habito. Ad haec accessit et donum fratris-tui, opus nempe inscriptum — Memorie per servire alla Storia de' nostri Tempi —cuius prius volumen iam excepimus. Ei vero per te significatum cupiebamus, pergratum id Nobis fuisse; eiusque opus sicut et tuum, si subseciva aliqua suppetat hora, Nos perlibenter lecturos. Serva constanter, dilecte Fili, eos quos hactenus fovisti, devotionis sensus in hanc Sanctam Sedem, perge in instituta contra impietatem pugna; et interim propensissimae in te Nostrae voluntatis pignus habeto apostolicam benedictionem, quam tibi, dilecte Fili, fratri tuo, eiusque familiae toto cordis affectu peramanter impertimur.

«Datum Romae apud S. Petrum die 29 augusti 1863, Pontificatus Nostri anno XVIII».

PIUS PP. IX

Dilecto Filio IACOBO MARGOTTI, presbytero.

TAURINUM.

Traduzione
PIO PP. IX

Diletto Figlio, salute ed apostolica benedizione. Que’ sensi di venerazione e di amore che colla tua lettera Ci fai conoscere, da lungo tempo Ci erano noti per mezzo degli scritti con cui da buona pezza pigliasti ad impugnare i nemici della Religione e del Pontificato, e per quel pio zelo con cui, raccogliendo le offerte dei fedeli, ti adoperi con diligenza a provvedere alle strettezze pecuniarie, da cui nelle presenti congiunture è travagliato il Nostro governo. Pertanto benché non abbiamo tralasciato di darti a quando a quando qualche segno della Nostra benevolenza, tuttavia vogliamo ora per mezzo di questa lettera dartene un attestato più manifesto. Imperocché questo Ci sembrano richiedere sia le ingenue significazioni della tua lettera, sia il danaro nuovamente inviato, sia la descrizione, che Ci hai offerto, delle sacre feste, con cui venne celebrato l’anniversario del terzo secolo, da che fu chiuso il Concilio di Trento. A questo si aggiunse il dono del fratello tuo, cioè l’opera che ha per titolo — Memorie per servire alla storia de(1)nostri tempi— il cui primo volume abbiamo già ricevuto. A lui poi desideravamo che tu facessi sapere che quel dono Ci tornò graditissimo: e che tanto il suo libro, quanto il tuo leggeremo volentieri se avremo più tardi un po' di tempo. Serba costantemente, diletto Figlio, quei sensi che finora bai nudrito verso questa Santa Sede, prosegui nella guerra che hai intrapreso contro l’empietà; e intanto ricevi in pegno del Nostro buon volere a favorirti l’Apostolica Benedizione, che a te, Figliuolo diletto, a tuo fratello ed alla sua famiglia con tutto l’affetto del cuore amantissimamente impartiamo.

Dato in Roma presso San Pietro, il dì 29 di agosto 1863. Del Nostro Pontificato l’anno XVIII.


IL MINISTERO IN CERCA DEL TESORO DEI GESUITI

(Dall’Armonia,n° 89, del 21 di aprile 1858)

Sebbene nel nostro numero precedente abbiamo già detto alcune parole della gloriosa impresa del nostro ministero in Genova, per ricercarvi il tesoro dei Gesuiti, crediamo tuttavia l’argomento di tale importanza, da doverne discorrere una seconda volta, e apporre al fatto qualche nuovo commento.

Due ragioni ordinariamente muovono i nemici dei Gesuiti a perseguitarli e bandirli. La prima e principale è, che i Padri sono i granatieri del Papa, i difensori del Cattolicismo, gli educatori della gioventù, il sostegno dei troni, i nemici del disordine e della rivoluzione.

L’altra è, che a forza di dire e ridice, che i Gesuiti sono altrettanti Cresi, ed hanno in ogni loro casa un tesoro, parecchi sei credono, e danno di mano a cacciarli via, affine di sottentrare PERDIRITTO DI VACANZAnel possesso dei loro averi.

Le ricchezze gesuitiche erano state stranamente esagerate tra noi da Vincenzo Gioberti in quel suo libello famoso, che intitolò il Gesuita Moderno. Citiamone alcune parole.

Secondo quello sgraziato filosofo «l’oro è il fondamento, l’arma, il presidio principale, e quasi il Dio tutelare dei Gesuiti», i quali «muovono i mari e i monti per buscar le perle ed i tesori». Dicea all'ottimo Padre Francesco Pellico, quel tristo: «Voi spogliate per regnare; ed i popoli ed i governi, che hanno la semplicità insigne di accogliervi nel loro seno, vi son larghi delle proprie sostanze per ricevere il vostro giogo... Pretendete di essere poveri, e raspate l’oro in tutti i modi possibili, doni, lasciti, reditaggi, fiducie, testamenti, codicilli, offerte pie, collette pubbliche, quote segrete e faziose, spogli di mobili e di stabili, usurpazioni di case e di chiese, furti eruditi di biblioteche, traffichi di banco, compagnie di commercio, e andate via discorrendo». (Gesuita Mod.,voi V, p. 389, 390; Torino 1848).

Queste accuse cantava e ricantava il Gioberti alla sua maniera per parecchie decine di pagine, sicché il lettore in fin dei conti dovea conchiuderne, che i Gesuiti, principalmente quelli degli Stati Sardi, che erano gli assaliti, fossero traricchi, ed avessero in casa l’oro a sacchi, ed i denari a milioni. E siccome l’amore degli scudi è il primo movente delle rivolture, così il libro del Gioberti non potè a meno di far breccia, ed aizzare contro i Gesuiti Podio di mollissimi.

I poveri Padri vennero adunque banditi nel modo che tutti sanno dal Piemonte, dalia Liguria e dalla Sardegna, e la disgrazia li colse all’impensata, conciossiaché Carlo Alberto avesse detto loro, che prima sacrificherebbe l’ultimo de' suoi soldati, che permettere quella indegnità. E ben lungi dal poter recare con sé le proprie casse, i più restarono a mezzo la strada senza un centesimo, e a parecchi non si concesse neppure di togliersi il Breviario.

Così sfrattati i Gesuiti, era da ricercarsi il tesoro, che non poteva a meno di trovarsi nelle loro case, dacché tanto avea scritto il sommo filosofo delle ricchezze gesuitiche. Fruga adunque nei libri, ne’ ripostigli, nelle sacristie, nelle cantine, rompi, spezza, fiuta, indovina, e nulla. A questo proposito non sarà fuor di luogo raccontare un aneddoto.

In quel serra serra di Gesuiti, che fuggivano l’invasione de' barbari, fu colto un estraneo, che parea Gesuita e non era, e venne fermato e minacciato perché rivelasse dove i suoi nascondevano il tesoro. E costui che era uomo da non perdersi sì facilmente d’animo eun giovialone, scusatosi prima per non essere mai stato addentro nei misteri della finanza, soggiunse però: sé aver visto, che il tesoriere e i superiori usavano a quella camera, e non passava giorno che parecchie volte non la visitassero.

Allora gli invasori tastato qua e colà il muro, e sentitolo risuonare da un lato, furono a nozze, stimando d’avere scoperto il tesoro, e ringraziato e licenziato il supposto gesuita, che avea tradito il segreto, diedero di mano alle picche ed ai martelli per aprire il nascondiglio. E batti e picchia, il muro resisteva ai colpi, spesso sospesi per certe dispute, che insorgevano riguardo alla divisione del futuro bottino. Finalmente, una pietra fu smossa, e s’aperse un piccolo buco, donde incominciò a venire una certa fragranza, che non era, né di rosa, né di gelsomino. Ma l’amor del tesoro fece tollerare, e si proseguì ad ingrandire il pertugio. Di mano in mano però che questo s’ingrossava, la fragranza cresceva, e crebbe poi di tal guisa, che in quegli eroi d’Italia finalmente, più della fame potè l’odore, e scornati, uscirono imprecando a chi li aveva così solennemente scherniti.

Intanto venne la legge, che sanciva l’espulsione de' Gesuiti; e le case loro, cadute nel dominio del fisco, si continuò a cercare e ricercare il tesoro, ma nulla. A Torino ed a Genova nelle principali case della Compagnia venne allogata la guardia nazionale, affinché custodisse non solo il tricolore vessillo, ma in pari tempo impedisse ai reverendi Padri di traforarsi in quei luoghi a ritirarne il tesoro. Così andarono le cose per parecchi anni.

Un bel giorno del 1854, mentre il ministro delle finanze stava meditando sul vuoto erario, gli capita una lettera, che gli dà una buona notizia; trovarsi cioè in Torino, nell’antica casa dei Gesuiti ai Santi Martiri, il preziosissimo tesoro dei Padri; essere in quella tale cantina, al tal luogo, sotto tanti palmi di terra; e la cosa viene dipinta al ministro sì precisamente, e con tante circostanze, che esso se la beve, e piangendo di consolazione, corre e reca ai suoi la buona novella. Non si frappone indugio, e si manda tosto pel fisco, che ritiri quei sacchi così acconci per rifornirne le casse pubbliche. E i ministri venivano tra loro esclamando: Eh, quel Gioberti la sapeva lunga, e quando diceva una cosa, Fera proprio così! Egli ha stampato, che il tesoro dei Gesuiti c’è, e ci aveva da essere! Viva Gioberti!

Tra questi parlari, il fisco va ai Santi Martiri, con testimoni, e mastri da muro, e segretari, e carte bollate, per ¡stendere il processo verbale della scoperta del tesoro, tanto si credeva sicuro. Si scassinano porte, si scava nel luogo indicato, e cica; un metro più in là, due metri più in giù, e il tesoro non comparisce. Parecchie ore furono spese in ricerche, e scavi, e aperture» ma senza verun risultato. Sicché in ultimo il fisco, pallido come un cencio lavato, tornò ai ministri colle mani vuote; ed essi, che s’aspettavano di molto danaro, non si ebbero che una seconda burla, e un nuovo disinganno.

Pareva che non si sarebbero lasciati cogliere la terza volta; ma non fu così, che certi italianissimi perdono il cervello se dai loro la speranza d’un po' di danaro. Pochi giorni fa un cotale informa il governo, che i Gesuiti nel 1848 nascosero in Genova, nell’atrio del palazzo Tursi, una gran somma di danaro, e dà tutte le necessarie indicazioni per rinvenirla. I ministri tengono la cosa così sicura, che non si fidano degli ordinarii officiali che hanno in Genova, e mandano colà da Torino un cavaliere di loro piena confidenza, che ritiri il tesoro, e lo rechi alla capitale.

E già trattavasi nel Consiglio dei ministri dell’accoglienza da farsi al reduce cavaliere, e andarlo ad incontrare a Moncalieri, e portare in trionfo lui, ed i sacchi d’oro che avrebbero poi a suo tempo operato di molti miracoli. La Staffettaprincipalmente avea il cuore nello zucchero, ed in quei giorni raddoppiava l’incenso per la speranza, che altri avrebbe a suo tempo raddoppiato la propina.

In questa il buon cavaliere Barnalo, che tale è il nome dell’inviato straordinario, chiama a se due architetti, e il sindaco, e l’intendente generale di Genova, e sul pomeriggio del 17 d’aprile, tutti cinque s’incamminano processionalmente al palazzo Tursi, per ritirarne il tesoro dei Gesuiti. Tastano, rompono, guastano il pavimento, e non trovano il becco d’un quattrino. Si consultano, rileggono le istruzioni, tornano a ricercare, a rompere, a guastare, e il tesoro non c’è. Il governo, dice il Corriere Mercantile,dovrà rimettere per giunta qualche centinaio di lire per le spese dei manovali, e per rifare il pavimento distrutto B.

Fin qui la storia: ora poche osservazioni. E dapprima, che cime d’uomini sono i nostri ministri, che si lasciano così raggirare, e si fanno argomento delle pubbliche risa! Quale confidenza può avere in loro il popolo, e quale rispetto sentire per le loro persone? La prima si potrebbe perdonare; ma la seconda, ma la terza!

Dipoi, che filosofo era quel Gioberti, che ingannava la gente, calunniando le più oneste persone? Fate conto, o lettori, che quanto egli ha scritto nel Gesuita Moderno,è tutto vero, come sono vere le pagine, che trattano delle enormi ricchezze dei Gesuiti. Non fe’ dunque ottimamente la Sacra Congregazione a scriverne i libri nell’Indice dei proibiti?

Finalmente in. quali termini s’hanno a trovare le nostre finanze, se il ministero non sa più dove dar del capo, e fa come gli spiantati, che si gettano al lotto, alla ricerca dei tesori e della buona ventura? 0 poveri a noi, in che brutti panni siamo dopo tanta libertà e libero scambio!

IL CONTE DI CAVOUR, TRIVULZIO PALLAVICINO E LA RIVOLUZIONE

(Dall’Armonia tn. 91, del 23 di aprile 1858)

L’onorevole nostro Presidente del ministero trovòutile ed opportuno nel discorso, che recitò ai Deputati il 16 di aprile, di levare la voce, e sfolgorare coloro, che dicono nella Camera e su pei giornali: «La nostra grande alleata è la rivoluzione».

«Insensati!, esclamava il conte di Cavour, che credono che la rivoluzione, che metterebbe nuovamente in pericolo i grandi principii, su cui riposa l’ordine sociale, potesse essere favorevole alla causa della libertà in Europa!

«Insensati!, che non veggono, che una tale rivoluzione avrebbe per effetto quasi sicuro di far ¡scomparire ogni vestigio di libertà sul Continente europeo, e di ricondurci forse ai tempi di mezzo!

«Insensati! sì, ma di buona fede, che ci fanno conoscere le loro aspirazioni, le quali non sono aspirazioni patriottiche, ma solamente rivoluzionarie!

«Insensati!, perché amano la rivoluzione assai più che l’Italia!» (Atti ufficialidella Camera, N. 157, pag. 596).

Queste parole andavano principalmente a ferire il deputato di Torino, Pallavicino Trivulzio, il quale nella passata legislatura, nella tornata cioè del 45 di gennaio 1857, aveva detto al conte di Cavour: «La rivoluzione! Ecco l’alleato e il solo alleato, sul quale possa far disegno ragionevolmente il Piemonte italiano. Implorare il patrocinio dei potentati forestieri sarebbe una viltà; sperare in quello, demenza».

E più innanzi, Pallavicino Trivulzio proseguiva a dire: «La diplomazia, che ha buona memoria, non ha dimenticato il quarantotto; essa diffida e diffiderà sempre del Piemonte, fino a tanto che il Piemonte farà sventolare nelle sue città e nelle sue terre la bandiera tricolore. Questa bandiera, inalberata in Italia dalla rivoluzione, significa rivoluzione, né altro potrebbe significare; la diplomazia lo sa, ché la diplomazia è trista, ma non è stolta».

Si è dunque all’onorevole Pallavicino Trivulzio, che il conte di Cavour ha regalato per quattro volte il titolo d’insensato. E ciò che e bello avvertire, questo QUATTRO VOLTE INSENSATOvenne eletto deputato nella città di Torino che elesse il conte di Cavour, e il conte di Cavour promosse con tutti i mezzi, che gli somministrava il potere, la candidatura del quattro volte insensato,che parecchi mesi prima avea detto: La rivoluzione! ecco l’alleato, e il solo alleato, sul quale possa far disegno ragionevolmente il Piemonte italiano!».

Il lettore incomincierà forse a restar sorpreso di simili alternative dialettiche; ma ce ne sono altre ancora più curiose.

Pallavicino Trivulzio, nella tornata della 20 di aprile, risponde al conte di Cavour, e torna a ripetere ciò che aveva detto un anno prima: «Bello è dire all'Europa: Io sono L’Italia!… Ma ciò non basta. Bisogna prepararsi prudentemente si, ma operosamente, affinché, giunta l'ora in cui gli avvenimenti provocali dai mali governi, che travagliano la Penisola, avranno spezzato i vincoli dei trattati che la sventura c'impose, il Piemonte possa dire alle provincie sorelle: Io son la rivoluzione!

«Io non appartengo alla scuola di coloro, i quali amano la rivoluzione, perché appunto amo l'Italia d’amore infinito!... (Bravo!)

«So anch’io, che la rivoluzione è il cavallo selvaggio, il cavallo delle steppe il quale, abbandonato a se stesso, può di leggieri trascorrere, fuorviare, precipitarsi. Ma il Piemonte, fortemente costituito ed armato, assuma in Italia le parti di cavaliere, e noi non correremo pericolo di vedere l’indomito cavallo lanciarsi ad una corsa fantastica, e piombare in un abisso (Bene!)

Io accetto la rivoluzione, perché non posso aver fidanza nella diplomazia. Le grandi soluzioni, o signori, non si operano colla penna. La diplomazia è impotente a cambiare le condizioni dei popoli; essa non può, al più, che sancire i fatti compiuti, e dare ad essi la forma legale». Così diceva il Presidente del Consiglio. (Atti ufficiali della Camera,N. 164, pag. 618).

Sono degne di avvertenza queste ultime parole, le quali in altri termini significano: — Conte di Cavour, voi mi proclamaste per quattro volle insensato; ma io ho detto ciò che prima avevate detto voi! —

Del resto Pallavicino Trivulzio dichiara di accettare il disegno di legge proposto dal ministero Cavour: l'accetto a malincuore sì, ma l'accetto per evitare uno sconcio gravissimo, un male supremo». E qual è, signor Giorgio? Male supremo a parer mio sarebbe una crisi ministeriale nelle presenti congiunture».

Or qui noi potremmo alla nostra volta esclamare: Insensati, quattro, dieci, trenta volle insensati coloro, che reputano un male gravissimo, un male supremo, la caduta d’un uomo, e dopo dieci anni fanno ancora dipendere la libertà dai frizzi e dagli epigrammi d’un buontempone!

Ma siccome a noi giornalisti estremi non sarebbe forse permesso di dare dell’insensato al terzo ed al quarto senza scandolezzare qualche delicatissimo orecchio, ci contenteremo di fare due semplici e piane osservazioni.

Avete letto le parole del deputato Trivulzio Pallavicino. Egli era per la rivoluzione al 15 di gennaio del 1857, ed è per la rivoluzione al 20 d'aprile del 1858. Lo ha detto e ripetuto con una franchezza che merita lode.

Ebbene questo grande amico della rivoluzione riputerebbe «uno sconcio gravissimo, un male supremo» la caduta del conte di CAVOUR. Tiratene la conseguenza, che viene da sé. La conseguenza è, che la caduta del conte di Cavour sarebbe un male gravissimo, un male supremo per la rivoluzione, ossia che la rivoluzione e il conte di Cavour si sostengono a vicenda.

Inoltre il deputato Trivulzio Pallavicino accetta la legge proposta dal ministero, quantunque persista a credere, che la sola speranza del Piemonte e dell'Italia sia la rivoluzione. E di qui deriva un’altra conseguenza di grandissimo momento, cioè che la legge Deforesta, come sarà fatta ed approvata, potrà benissimo conciliarsi colle idee e coi principii di Trivulzio Pallavicina, ed è per questo che faccettarono, e la difesero i Battezzi, i Mamiani, i Ferini, i Robecchi.

Sicché noi troviamo in conclusione Camillo Cavour, che fe eleggere deputato Trivulzio Pallavicino, quantunque lo dichiari quattro volle insensato, perché rivoluzionario; e abbiamo dall’altra Trivulzio Pallavicino, che vuole ad ogni costo il conte di Cavour primo ministro del Piemonte, come che abbia dichiarato insensati i rivoluzionari.

La moralità di questa commedia è, che poco divario corre tra il deputato e il ministro, che hanno anzi due corpi ed una sola mente ed un sol cuore; amendue vogliono la rivoluzione, amendue la favoriscono secondo le proprie forze; ma Trivulzio Pallavicino crede necessario di dire quello che sente, e Camillo Cavour stima meglio di favorire la rivoluzione, dichiarando insensati i rivoluzionari, CHE FANNO CONOSCERE LE LOBO ASPIRAZIONI.

DIO SALVI IL RE

(Dall'Armonia, n. 96, del 29 aprile 1858)

Il 16 di aprile il conte di Cavour diceva ai Deputati, che la legge Deforesta era ispirata al ministero non solo dall’attentato del 14 di gennaio contro l’imperatore Napoleone III, ma anche da un pericolo corso dal nostro re Vittorio Emanuele II. Noi saremmo stati, così il Presidente del Consiglio, grandemente colpevoli, se a fronte di questo pericolo non avessimo cercato ¿’impedirlo non solo con mezzi materiali, ma con mezzi morali». (Atti uff. della Camera,N. 158, p. 597),

L’altro ieri, 26 di aprile, lo stesso ministro Deforesta ripeté le cose medesime dette dal conte di Cavour: «Con la legge in discussione noi intendiamo di provvedere a mantener lontana da ogni ombra di un pericolo anche remoto la vita dell’Augusto nostro Monarca..., ed è col reprimere tali riprovevoli dottrine (dell’assassinio politico), che veniamo in modo altamente efficace e fruttuoso a tutelar quei giorni cotanto preziosi». {Atti ufficiali,num. 175, pag. 661).

Prima di scrivere qualche riflesso su queste parole, rifacciamoci un po' indietro per altre citazioni. Non fu il conte di Cavour, che primo parlasse in Torino dell’attentato contro la sacra persona di Vittorio Emanuele II. Avanti di lui n’avea dato la dolorosa notizia il giornale l'Indipendentenel suo N. 21 del 25 di gennaio. Eccone le parole:

«Da corrispondenze particolari giunteci da Parigi, e da voci che corrono in circoli solitamente bene informati, ci risulterebbe, che dai primi interrogatorii e dalle indagini solerti della polizia nostra ed estera appaia in modo evidente, che, dopo l’attentalo di Parigi, se questo riusciva secondo le mire dei cospiratori, era deciso di minacciare in simil modo i giorni del leale Sovrano del Piemonte. Non facciamo con ciò che adempierei! debito di semplici cronisti».

Il ministero ha in Torino due giornali a suo servizio, uno si chiama L’Opinione,l’altro la Staffetta,e amendue a quei dì toccavano della notizia data dall’Indipendente. Ed è curioso rileggere in che modo.

L’Opinionedel 26 di gennaio, N. 26, stampava un articolo intitolato: Strane voci,nel quale dicea, che non risultava né alla nostra, né alle estere polizie (che conoscenza enciclopedica di polizie!) del disegno palesalo dall’Indipendentesul pericolo corso dal nostro Re: «Siamo lieti di poter dare questa assicurazione, che tornerà gradita al paese ed all’Italia, e non si avrà difficoltà a crederlo per poco che si badi a considerazioni politiche d’ordine generale. Facinorosi ve n’hanno, ma speriamo, che a niuno sarà venuto in mente di compier un sì mostruoso delitto, e quando pure la notizia dell’Indipendente avesse avuto qualche fondamento, ci pare che la prudenza doveva consigliare a non farne caso».

La stessa smentita veniva ristampata nella Staffettadel 26 di gennaio sotto il titolo di Carote magnifiche. Ecco le parole del giornaletto ministeriale: «Ieri si leggeva nell’IndipendentePannunzio inaspettato ed inquietante di progetti regicidi, e n’era universale la meraviglia, ma questa mattina l’Opinionedice essere assicurata che sinora né alla nostra, né alle estere polizie risulta che oi fosse quel disegno. Resta ora a sapersi quali ragioni abbiano consigliato all’Indipendentela pubblicazione di tale novella. Forse ci sarà dato indovinarlo fra qualche giorno, leggendo la corrispondenza torinese che stamperà il Nord».

Ora andate a fidarvi dei giornali ministeriali! Le strane vocidell’Opinione, le carote magnifichedella Staffettasono riferite come fatti positivi alla Camera dei Deputati, prima dal Presidente del Consiglio dei ministri, poi dal ministro di grazia e giustizia! E credete che l'Opinione,quando smentiva l’lndipendente,non sapesse il netto della storia? e che noi conoscesse la Staffetta?Ma queste eroine, per servire il partito, negherebbero la luce di mezzodì. Valga almeno di regola ai loro lettori.

Resta adunque fuori di dubbio il pericolo corso dal nostro amatissimo Sovrano, e in quella serie tremenda di attentati contro Napoleone III, Francesco Giuseppe, la regina Vittoria, Isabella 11, Ferdinando di Napoli, ecc., vuoisi scrivere eziandio l’infame congiura tramata contro Vittorio Emanuele il.

E qui dobbiamo presentare le nostre congratulazioni al ministero che cercò e cerea difendere, non solo con mezzi materiali,ma anche con mezzi morali la vita del nostro Re, Si accerti che in ciò avrà sempre gli aiuti e gli applausi de' conservatori, ciascuno de' quali è pronto a fare scudo del proprio petto al figlio di Carlo Alberto.

E siccome tra' mezzi moralitiene il primo luogo la preghiera, così noi raccomandiamo caldamente a' cattolici nostri concittadini di ricorrere a Dio e a Maria SS., affinché Vittorio Emanuele II sia salvo dai pericoli a cui può essere esposto per colpa dei rivoluzionari.

Il conte di Cavour quando scriveva al conte Buoi, gloriandosi d’avere raffermato in Piemonte la Monarchia, era ben lungi dal prevedere che un anno dopo avrebbe dovuto far presentare al Parlamento un disegno di legge per cercar d'impedire un pericolocorso dal nostro Re!

Ab I noi non abbiamo ingannalo, né ci siamo ingannali quando gridavamo soventi volle che la rivoluzione involgeva nel medesimo odio trono e altare, Principe e Papa, Chiesa e Monarchia! 1 nostri timori si dicevano arti di partito, vani spauracchi, ma non tardarono ad avere una dolorosa conferma.

In Piemonte, dov’è connaturato co’ Piemontesi l’amore al Re, presentavasi con qualche aspetto d'inverisimiglianza un attentato contro la vita del Sovrano. |l deputato Montagnini nella tornata del 26 di aprile disse, parlando del Piemonte: «Qui la dottrina del regicidio, la Dio mercé, non è stata mai tradotta in alto».

Avrebbe potuto aggiungere l’onorevole deputato che qui in Piemonte non era stimato mai necessario di scrivere una legge appositamente per combattere l’assassinio politico e difendere con mezzi materiali e morali i membri della Real Casa di Savoia, Ma ciò che non fu necessario sotto il ministero del conte Solaro della Margarita, è riputato conveniente dal conte Camillo di Cavour,

Del resto il deputato Montagnini prima di affermare che la dottrina delregicidio non era stata mai in Piemonte tradotta in allo, avvertì che «egli era nuovo in questo ricinto della rappresentanza nazionale» Se vi si fosse trovalo un anno fa, avrebbe visto su quei medesimi banchi dove egli siede, sedere un cavaliere de' Ss. Maurizio e Lazzaro, amicissimo dei ministri e creato deputato per opera loro.

E quel cavaliere nell’agosto del 1833, recavasi a Ginevra e offeriva a Mazzini il suo braccio per pugnalare Carlo Alberto, e ne aveva da lui mille franchi e un pugnale. Sia detto del resto ad onore della nostra patria, costui non era piemontese.

Quando però venne iu luce questa orribile rivelazione, ci ricorda, che alcuni diedero il torto al sistema, di governo praticalo allora da Carlo Alberto, insinuando che egli avrebbe potuto preservarsi dai regicidi governando liberalmente.

Ciò che è avvenuto al nostro Re, prova che i rivoluzionari odiano tutti i monarchi, qualunque sia il sistema che essi hanno adottalo. L’unico mezzo morale pei salvare la loro vita è uccidere la rivoluzione, perché questa non vivrà mai in pace colla monarchia. E noi combattendo con tutte le nostre forze i principii rivoluzionari, intendiamo di mostrarci a fatti devotissimi sud diti di Vittorio Emanuele II.


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LA LEGGE CONTRO I CONVENTI E LA CASSA ECCLESIASTICA

(Dall’Armonia,n. 100, 4 maggio 1858)

Noi siamo pieni di rispetto per la legge Rattazzi del 29 di maggio 1855, che soppresse i conventi, e ne incamerò i beni, ma coloro medesimi, che l’approvarono, non ebbero difficoltà di affibbiarle certi titoli, che, guai a nui, se ne avessimo scritto la milionesima parte. Citiamo ciò che ne dissero due soli deputati tra quelli che non possono venire in sospetto di clericalismo, cioè i signori Borella e Brofferio, nella tornata del 30 di aprile.

«La legge del $9 maggio 1855 ò ambigua, equivoca, diplomatica, sibillina, sventuratissima». Così il deputato Borella, secondo gli Atti ufficiali della Camera,N° 184, pag. 695.

La legge del 29 maggio 1855 è una cattiva, una pessima legge; è una legge pessima, ed è d’uopo fame un’altra (Bravo!)è una grande assurdità..., una selva di oscurità e di contraddizioni; noi abbiam fatto una legge scellerata». Così il deputato Brofferio nello stesso numero degli Atti ufficiali,pag. 698.

Cessi Iddio, che noi chiamiamo scelleratala legge contro i conventi; ma questo titolo, ripetiamo, le fu dato da chi l’ha approvata, le fu dato nella Camera che l’avea approvata, e le parole del deputato, che così parlava, vennero accolte con Bravoe con ilaritàsenza una menoma protesta al mondo!

Da una legge simile nacque la Cassa,che il deputato Brofferio e il deputato Bercila non potrebbero chiamare Ecclesiastica,giacche partus sequitur ventrem; e la figlia ha diritto alla nobiltà della madre. Che cosa è questa Cassa Ecclesiastica? Il deputato Brofferio la definì un ginepraio di liti,ed esclamò: Dio volesse che andasse in aria!

Di fatto in tre anni d’esistenza la Cassa Ecclesiastica ha dato luogo a 506 liti. Vi furono decisioni in favore della Cassa N° 162; contrarie 114; restano 208 liti a decidere: «Ora io vi domando, così Borella: qual è il Codice civile composto di centinaia d’articoli, che possa far sorgere tante liti come hanno fatto pochi articoli di questa sventuratissima legge?» e Brofferio:

«Una legge, che in due anni ha prodotto più di 600 liti, che razza di legge può essere?

«Voci,Sono 506 soltanto.

«Brofferio. Mi pareva, che l’onorevole Borella avesse dello, che le liti erano 600; ma quando pure non fossero che 500, che 400, sarebbero pur sempre un sintomo deplorabile. E quando di queste 500 cause la Cassa Ecclesiastica ne perde 300, che dobbiam noi inferirne?

«Questo ginepraio di liti prova, che noi abbiamo fatto una scellerata legge, buona per gli avvocati, se si vuole (ilarità),ma non mai per lo Stato.

«Si mettono in sospetto i magistrati; si dice che alcuni hanno giudicalo bianco, altri hanno giudicalo nero, e sempre bene le Eccellenze loro (ilarità), ma quando gli oracoli della giustizia sono così contraddicenti, che altro possiam dire, se non che la legge è una selva di oscurità e di contraddizioni?»

Intanto gli avvocati mangiano a due palmenti; la Cassa divora; una caterva di ufficiali, direttori generali, primi segretari, capi d’ufficio, segretari, applicati di prima classe, di seconda, di terza, di quarta; impiegati dell’ordine giudiziario, applicali all'amministrazione, toccano i loro stipendi, e i parrochi stanno a stecchetto!

«Una volta avevamo i frati, disse il deputato Brofferio, ma almeno non avevamo la Cassa; ora abbiamo la Cassa e abbiamo i frati: èun po' troppo!»

E per vero dire la Cassa è un gran convento di frati, il cui provinciale chiamasi cav. Troglìa, il guardiano l’avv. Fenocchio, e vengono poi un da trenta o quaranta terziari, i quali non si contentano del refettorio dei frati ordinari.

L’ultimo dei frati della Cassa ha il doppio dell’assegnamento fallo a qualunque altro frate, fosse anche guardiano e provinciale.

Perciò i conventi essendo aumentati coll’istituzione della Cassa, e i beni ecclesiastici diminuiti, è naturale, che i denari scarseggino. Che cosa fare in tali strette? Vendere, risponde l'economia politica del conte di Cavour, e la Cassa ha già venduto, e molto, ma la sua farina se ne va tutta in crusca.

«Secondo l’allegato N° 4, disse il deputato Sorella, restano a vendersi dalla Cassa Ecclesiastica, di fabbricati, giusta il prezzo di perizia, per lire 2,280,950; ma per questi beni non furono offerte che L. 1,070,358; vi è dunque la differenza in meno tra il prezzo di perizia ed il prezzo di offerta di L. 1,210,592.

Vi sono da vendere beni rurali, secondo la perizia, per

L. 6,315,793

Non furono offerte che

L. 2,648,796

Differenza in meno

L. 3,666,997

Totale dei fabbricati e beni rurali, secondo la perizia

L. 8,596,743

Secondo l'offerta

L. 3,719,154

Differenza tra il prezzo di perizia e quello di offerta

L. 4,887,599

E il deputato Sorella attribuì,i tristi affari della Cassa alla crittogamaed alla malattia dei bachi da seta. Ma la crittogama e la malattia dei bachi da seta si trovarono sempre ogni qualvolta si trattò d’incamerare e di vendere i beni della Chiesa.

Fin dai tempi di Carlo Magno v’era la crittogama e la malattia dei bachi da seta, giacché quell’Imperatore rispondeva alla petizione del popolonel Congresso generale di Vormazia dell’anno 803: Novimus multa regna et regís eorum propterea cecidi sse, quia Ecclesias spoliaverunt. (Capii, reg. frane., tom. I, col. 411).

V’era la crittogama e la malattia dei bachi da seta a' tempi di Lutero, il quale scrisse: Comprobat experientia eos qui ecclesiastica bona ad se traxerunt ob ea tandem de-pauperariet mendicos fieri.(Svmposiaecap. IV).

V’era la crittogama e la malattia dei bachi da seta ai tempi di Antonio Vood, che, deplorata la dilapidazione dei beni sacri, soggiungeva:sed sacrilegos hosce vultures manebat poena; quique raptis ab altari escis pullos suos pascendos spondebant favilla eisdem adhaerente, una cum magnificis, quos extruxerant, nidis misere conflagrarunt. (Risi. univ. Oxon.,lib. 1, pag. 266).

La crittogama e la malattia dei bachi da seta afflisse in Inghilterra Enrico VIII, che, dopo di avere tolto i beni dei conventi, exDei fastissima volúntate cessit, ut multo pauperior intra paucos annos post expilationem islam fuerit,come scrive il Sandero. (De orig. et progress, schism. angl.,pari. I, ad ann. 1543).

Afflisse in Francia la prima repubblica, che dopo di avere ingoiato tre bilioni)proprietà del clero, il 30 di settembre del 1797 faceva solenne bancarotta di cinquanta bilioni,come racconta a lungo Granier de Cassagnac. (Hist. du Directoire,tom. 1, part. 2. a).

Afflisse in Ispagna ed affligge il governo costituzionale, che dopo tanti incameramenti e disamortizzazioniè sempre più miserabile, e non rifinisce mai dall'accrescere le imposte, aumentare i debiti e torturare i poveri contribuenti.

In una parola, in tutti i tempi, in tutti i luoghi, sotto tutti i governi, all’incameramento generale o parziale dei beni ecclesiastici tenne sempre dietro la crittogama, la malattia dei bachi da seta, o qualche altra pestilenza, per cui i beni incamerati svanirono, non produssero che la metà del loro valore e i possessori trovaronsi sempre indebitati fin sopra i capelli, come avviene presentemente alla nostra Cassa Ecclesiastica,

Per cessare questi sconci, si fecero nella Camera di molte proposte, e il ministro Guardasigilli ha promesso «di esaminare quali mezzi sieno più opportuni per diminuire da una parte le spese, ed accrescere dal Ha lira i proventi».

Studiate, riformate, volgetela come volete; ma la vostra Cassa Ecclesiastica non farà mai fortuna. Il deputato Borella ha detto, che essa ha un peccato originale,e disse il vero. Ma volete sapere qual sia questo peccato originale! Rileggete (’Allocuzione della Santità di Nostro Signore Pio Papa IX al Sacro Collegio, nel Concistoro segreto del 22 di gennaio 1855.

IL MERCATO DI CUORGNÈ
OSSIA LA CORRUZIONE ELETTORALE IN PIEMONTE.

(Dall’Armonia,n. 105, del 9 maggio 1858)

Quando noi scriviamo, che in Inghilterra le elezioni politiche sono un gran mercato, dove i voti si vendono e si comprano, e a furia di denari, di pranzi, di birra, di gozzoviglie si creano i legislatori; quando raccontiamo gli aneddoti del borgo di St.Albans, e le mene del sensale Edoardo, ed i mercimoniid’Harwich, e riferiamo le parole del signor Bell, il quale nella Camera dei Comuni accusava i suoi colleghi, l'uno di aver pagato la propria elezione 60,000 sterlini, l’altro 50,000, un terzo 40,000; e si protestava innocente, perché egli, conto fatto, non avea speso che 4,300 sterlini; quando l'Armoniaristampa tutte queste sconcezze, molti si stringono nelle spalle e ci accusano o di esagerare, o di calunniare il sistema popolare.

Grazie però alle inchieste, non dobbiamo più ricorrere all’Inghilterra per ritrovarvi scandali simili, giacche sventuratamente anche tra noi la corruzione s’insinuò ne’ nostri collegi, evi menò orribile scempio. E gli Atti ufficiali della Camera dei Deputati,N° 190, pag. 719 e segg., ce ne somministrano prove sovrabbondanti nell’elezione avvenuta nel collegio di Cuorgnè a favore dell’avvocato Zerboglio. Si dichiara bensì, che l’eletto è netto di queste brutture; ma si aggiunge doversene fare rimprovero a' suoi amici troppo zelanti e soverchiamente appassionati.

Crediamo debito nostro raccogliere i fatti innumerevoli, che si contengono nella relazione dell’elezione di Cuorgnè scritta dal deputato Capriolo, e distribuita, giorni fa, alla Camera dei Deputati. È una pagina curiosissima di storia elettorale, che può servire molto a noi, e moltissimo agli altri Italiani che non seggono come noi al banchetto delle nazioni. Lascieremo in disparte i commenti, e per quanto sarà possibile, racconteremo colle parole medesime del relatore.

Il Collegio di Cuorgnè eleggeva non un clericale,ma un italianissimo, e alcune proteste giunte alla Camera nella verificazione dei poteri, dichiaravano che l’italianissimo aveva trionfato col mezzo de' pranzi e col denaro. La Giunta d’inchiesta andò ad appurare, che cosa vi fosse di vero o di falso in simili accuse, ed esaminò trentadue testimoni,diciannove stando in Ivrea, e tredici stando in Torino. Su tre punti raggiraronsi le sue ricerche: Se l’eletto di Cuorgnè avesse trionfato per via di pranzi e avessero volato in suo favore i beoni; 2° Se avesse trionfato per mezzo di denari e conseguito i voti di coloro, che fan mercato del proprio suffragio; 3° Se fossero stati spediti emissari, mestatori, broglioni per procurare nel Collegio di Cuorgnè il trionfo dell’italianissimo.

La verità di questi appunti si riconobbe pienamente dalla Commissione d’inchiesta. Oltre a dieci testimoni provarono, che negli alberghi delle due sezioni del Collegio di Cuorgnè stavano imbandite tavole a profitto di quanti erano per sostenere la candidatura dell'italianissimo. Un teste afferma di essersi recato all’osteria del Cannon d'Oroin Cuorgnè, «ove, con altri venticinque elettori, si mangiò e si bevette smisuratamente sì da uscirne presso che tutti ubbriachi. Pagava chi aveva interesse alla riuscita della candidatura Zerboglio».

L’oste del Cannon d'Oroin Cuorgnè racconta, «che il giorno dell’elezione imbandivasi tavola nella sua osteria per quei di Pertusio, non che per alcuni di Valperga, di Canischio e di Palazzo; ammette che il sindaco di Pertusio (notate bene, il sindaco) rimettevagli due monete d’oro da lire 29 caduua, soggiungendo, che, ove tal somma non fosse bastata a soddisfare il pranzo, il maggior prezzo sarebbesi pagato da altri che non menzionava i.

L’oste dei Tre Rein Agliè confessa, «che nei giorni dell’elezione imbandivasi pranzo nella sua osteria ad otto elettori del Comune di Torre di Bairo; affermando che il giorno 15 di novembre il pranzo veniva pagato dal sindaco. di Torre di Bairo (notate bene, il sindaco) nella somma di lire 20; invece, il giorno della ballottazione, 18 di novembre, pagatasi dall’avvocato Silva nella somma di lire 32».

Si trinciavano capponi, si mangiava e beveva sino a recere, e a questo modo si rigenerava l’Italia! «Che alle mense così imbandite, dice il relatore, non presiedesse la temperanza, che in quell’occasione cioè, più che al sostentamento si avvisasse alla gozzoviglia, ne lo provano concordi le deposizioni di sei testimoni, ed anche più particolarmente quella già riferita del teste da Pertusio, il quale, sebbene approfittasse del pranzo, dichiara tuttavia che si mangiava e si beveva senza misura, e tanto da uscirne quasi tutti ubbriachi».

Quanto ai denari molti attestano concordemente, che ne venivano offerti a parecchi per ottenerne il voto in favore dell’italianissimo, e ben nove testimoni dichiararono, che l’offerta fu fatta a loro stessi.

Gedda Vittorio afferma «che gli venne offerta la somma di uno o due marenghi, de assumeva di adoperare la sua attività e la sua influenza per acquistare voti a quella candidatura. Gli altri testi, invece, parlano appena, ora di due lire, ora di tre, ora di cinque; ovvero dell’offerta di somma indeterminata, ovvero anche della generica promessa, che dopo conosciuto l’esito della votazione, si sarebbe fatto di accontentarli».

Enrico Francesco, accensatorein S. Martino Porosa, assevera, «che il giorno precedente la elezione entrò nella sua bottega certo Ghiardi Antonio, e, gettatogli sul banco uno scudo, gli disse, che poteva ritenerne per sé la metà, qualora acconsentisse di dare il suo voto a Zerboglio; soggiungendo per di piti, che aveva pur già fatto lo stesso con altri».

Vi sono infine le deposizioni di certi Scavarda e Ponzetti, le quali per gran parte vennero pure avvalorate dall’ammissione di un tale Giovanni Battista Dogliotti detto Tobia, altro degli emissari per la candidatura Zerboglio. Asseverano Scavarda e Ponzetti, che il mattino dell'elezione il prenominato Dogliotti si fece ad offerire loro da mangiare e da bere a piacimento, ed inoltre di farli poi anche contenti, se acconsentivano di dare il voto a Zerboglio».

Riguardo finalmente agli emissari, o sensali incaricati di cercar voti all’italianissimo, questi erano nello straordinario numero almeno di tredici. La Giunta d’inchiesta tolse ad esaminarne tre, e n’ebbe abbastanza. I tre prescelti furono: 1° Dogliotti Giovanni Battista detto Tobia da Cuorgnè; 2(e)MassoglioGiuseppe di Dionisio, falegname, da Cuorgnè; 3° Ghiardi Antonio, da San Martino Perosa.

Il Dogliotti Giovanni Battista, a quanto sembra, fu il principale 0 il pili attivo di consimili agenti. Il Massoglio aveva il mandato limitato alla sola frazione di San Martino Perosa, e pagava da berea quanti si presentavano a lui, discorrendo pur sempre dell'elezione. Il Ghiardi era guida e scorta del Massoglio, e offeriva scudi. Oh che bella cuccagna èli Piemonte! Il relatore riassume i fatti come segue:

Credette la maggioranza che dalle raccolte deposizioni si ricavassero bastevoli argomenti per giudicare stabilito:

1° Che furono apprestate mense in proporzioni straordinariamente vaste, e col proposito di indurre gli elettori, che ne approfittavano, a dare il voto a seconda degli intendimenti di coloro che erano larghi di quelle imbandigioni;

2° Che, oltre agli alberghi per il pranzo, ponevasi anche a disposizione di codesti elettori almeno il caffè esercitato in Cuorgnèdal Bianchi detto Rivoli;

3° Che nei pranzi imbanditi non istavasi alla misura del bisogno, ma lasciavasi modo di trascorrere alla gozzoviglia;

4° Che questi pranzi, a causa dell’invito preventivo e condizionato, erano manifestamente intesi ad esercitare un’indebita influenza, un lamentevole eccitamento sulla libera volontà e sulla tendenza degli elettori;

5° Che, oltracciò, venne pur anche offerto del denaro;

6° Che infine, per tutte queste offerte, e per l’esercizio di tanto indebita influenza, furono spediti messi in ogni località del collegio, i quali, colle loro esibizioni, assalivano quanti incontravano, sicché alla mala opera aggiungevano il pubblico scandalo.

«A prova della realtà di questi fatti, oltre della voce pubblica, o meglio della pubblica coscienza, che sorgeva a constatarti ed a rimpiangerti, hannovi le deposizioni di parecchi testimoni, a cui venivano quei fatti immediatamente riferiti da coloro ai quali erano indirizzate le offerte; havvi l’asseveranza di due testimoni, a cui toccò, anche loro malgrado, di giovarsi di quelle larghezze; hannovi le ammissioni dei tre osti che imbandirono i pranzi, e del caffettiere Bianchi, e del suo servo Giovanni Bonetti, e dell’¡stesso Giovanni Battista Tobia, che non seppe tacere come offrisse almeno il pranzo allo Scavarda e al Ponzolli in un coi quattro o cinque elettori che stavano con loro.

«Sono poi nove i testimoni che affermano, come loro venisse realmente offerto del denaro. E la loro deposizione, oltre di essere per se stessa valevolissima, viene senza dubbio tanto pili avvalorata dalle ammissioni dell’offerente Ghiardi Antonio, il quale non. seppe negare che porgeva davvero uno scudo all’accensatore Enrico Francesco, perché ne ritenesse la metà a correspettivo del voto che avrebbe dato a Zerboglio.

«Finalmente, e dalle deposizioni dei testimoni, e dagli stessi esami del Giovanni Battista Dogliotti detto Tobia, del falegname Massoglio Giuseppe, e del Ghiardi Antonio, risulta, non potrebbe maggiormente, come costoro unitamente al caffettiere Bianchi ed al suo garzone, ed a parecchi altri, percorressero le località del collegio di Cuorgnèper guadagnare voti alla candidatura Zerboglio.

«E che all’adempimento di questa missione non si valessero di mezri tutti proprii, ne io persuade la pubblica voce non solo, ma ben più ancora la semplice considerazione:

Che il Giovanni Battista Dogliotti, nullatenente, come egli stesso affermava, non poteva senza l’altrui sussidio, e sostenere le spese di così sollecito viaggio, e mostrarsi altronde sì facile ad offrire pranzi, come almeno offrivano allo Scavarda, al Ponzetti, e ad altri quattro o cinque elettori.

Il Massoglio Giuseppe poi non era, né poteva essere in condizione di mostrarsi così largo e generoso in porgere vino a quanti si presentavano a lui, come ebbe a dichiarare il Ghiardi Antonio.

Il quale parimente non è certo di un suo scudo che volesse cedere la metà all’Enrico Francesco se votava per Zerboglio.

Come pure non è troppo probabile che il caffettiere Bianchi e il di lui garzone volessero liquidare in sì strano modo il loro negozio, solo per ¡sfogo di una interna soddisfazione; il Bianchi, che cercò sempre in addietro di trarre lucro dal suo caffè, non pare troppo probabile che volesse sperdere in un giorno e lucro e capitale,

«La vostra Commissione pertanto giudicava bastevole l’ottenuta prova. Maggiori indagini e nuovi esami, a suo avviso, non avrebbero forse prodotto altro effetto fuor questo solo di aumentare il volume del processo, e di sperdere un preziosissimo tempo; danni questi che le premeva sommamente di sfuggire, quando pure, a fargliene debito maggiore, non si fossero anche aggiunte le reiterate autorevoli vostre sollecitazioni.

Laonde dichiarava chiuso il procedimento».

E noi dichiareremo chiuso l’articolo. Forse se i signori della sinistraavessero supposto che tutti questi fatti verrebbero a galla, non si sarebbero scaldati tanto a votare le inchieste! Non tocca a noi certamente dolerci di cosifatte rivelazioni, le quali possono dare argomento a' piùserii riflessi che raccomandiamo a' nostri lettori di non trascurare.

A suo luogo abbiamo osservato come parecchi sindaci pigliassero parte al mercato di Cuorgnè. Ora i sindaci sono di nomina ministeriale, sono agenti del governo, e vennero diretti dagli intendenti nelle elezioni. I ministri dovrebbero rispondere dell’opera loro, se la risponsabilità ministeriale non Tosse una ciancia.

LE TIRANNIE DEL RE DI NAPOLI CHE OSAVA ABOLIRE LE IMPOSTE IN SICILIA!

(Dall’Armonia,n° 100, dell’11maggio 1858)

Il Re di Napoli è proprio un tiranno! Ci uniamo noi pure coi nostri fogli libertini per denunziarlo al conte di Cavour, il quale poi lo denunzierà all'Europa. Abbiamo sotto gli occhi gli atti autentici della sua tirannia, ed ornai è impossibile metterla in dubbio. Ferdinando II fa nel regno delle Due Sicilie ciò che non fanno né la Francia, né l’Inghilterra, né il Piemonte; fa cose che nel secolo decimonono sembrano incredibili, cose che non avvengono, né avverranno mai più in Torino, in Parigi, in Londra; cose che cozzano contro la civiltà dei tempi e la nuova rigenerazione dei popoli: cose che gli assegnano un posto a parte, e lo mettono al bando da tutti i governi liberali e progressisti. Oh che gran tiranno è il Re di Napoli!

— Ma donde mai fu indotta l'Armoniaa pigliare un simile linguaggio così straordinario nel suo foglio? Donde mai? Dagli atti autentici, vi dico, della tirannia del Re di Napoli: e da un decreto principalmente un po' antico, perché Ferdinando II non ama di far parlare molto di se, né dà alle opere sue quella pubblicità che sogliono darei governi civili,Oh che decreto 1 che decreto! Non bo quasi il coraggio di pubblicarlo qui in Torino, dove impera il conte di CAVOUR. Fa un troppo grave contrasto colla sua economia politica. Ad ogni modo, poiché ho detto a, bisogna dire anche b;bando al pudore, e si pubblichi testualmente il decreto, quale si legge nel N° 73 del Giornale ufficiale di Sicilia dell’8 d’aprile.

Ferdinanda II per la grazia di Dio

Re del Regno delle Due Sicilie, ecc, ecc.

L’urgente bisogno di riordinare l’Amministrazione economica della Sicilia, e di ripianare il forte squilibrio delle finanze, cagionato dalla rivoluzione del 1848. Ci aveva costretto d’imporre la sopratassa del 6 per 100 sulle caseiq surrogalo della tassa sulle aperture;

Permettendo ora lo stato economico della Sicilia, che quelle popolazioni venissero disgravate da un tal peso;

Abbiamo risoluto di ordinare, ed ordiniamo quanto segue:

Articolo 1°. Dal 1° maggio del corrente anno in poi RIMANE ABOLITA la sopratassa del 6 per 100 sulle case, imposta col Nostro decreto del 4 luglio 1853.

Art. 2°. Ilministro Segretario di Stato per gli affari di Sicilia presso la Nostra RealPersona, ed il Nostro luogotenente generale in quella parte dei reali dominii sono incaricati dell’esecuzione del presente Nostro Atto sovrano.

Gaeta, 26 marzo 1858.

Firmato: FERDINANDO.

Avete letto?' e non fremete? e non gridale al tiranno? e non prorompete in imprecazioni? Come? Nel secolo decimonono, dopo le grandi conquiste dell’ottantanove, abolire un’imposta; e una di quelle imposte, che fu il frutto del risorgimento italiano nel 1848; una di quelle imposte, che pesano di preferenza sul popolo, e ricordano alla Sicilia la sua emancipazione 1 Opinione, Staffetta, Espero, Indipendente, Diritto,dove siete? Ora è tempo di compiere il debito vostro, e mostrare ai popoli italiani le infamie del tiranno di Caserta!

Ah! cose simili non s'hanno a deplorare certamente nel nostro felicissimo Piemonte. Qui, in nome della libertà, disse il deputato Depretis nella tornata del i° di maggio, noi ci vediamo costretti a conservare alcune imposte, come la personale e mobiliare, la quale, non giova dissimularlo, va a colpire i contribuenti non solo nel superfluo, ma in quello che deve ritenersi strettamente necessario, ed anzi discende fino alla miseria!»

Qui in Piemonte, soggiunse lo stesso deputato, abbiamo un’imposta, e siamo costretti di mantenerla,quella delle gabelle accensate, la quale presenta l’assurdità economica di percuotere la materia tassabile là dove non esiste perché molti anni di crittogama l’hanno distrutta».

Qui in Piemonte, continuò a dire il Depretis, in questo beato e civilissimo Piemonte, noi manteniamo, e saremo costretti a mantenere ancora per parecchi anni un altro ramo di reddito. Il quale non in altro consiste, che nel far fruttare a vantaggio dello Stato una delle più ree passioni della razza umana». (Atti uff. della CameraN° 185, p. 699).

Qui in Piemonte ripigliò il deputato Guglianetti, csi vede ogni dì più allontanarsi lo sperato pareggiamento tra le spese e le entrate, rendersi ogni dì più difficile il desiderato alleggerimento dei balzelli;rendersi ancora più difficile l’abolizione di que’ balzelli, che la necessità ci ha sforzali ad imporre e mantenere sulle classi dei cittadini le meno agiate e le più numerose» (Relazione sull'imprestito di40 milioni).

Qui in Piemonte, dove abbiamo perfino una imposta sui debiti, pei quali il figlio è obbligalo di pagare una contribuzione al fisco per quei debili, che ha avuto la disgrazia di ereditare dal proprio padre, vedere un re Ferdinando, un Borbone, che ha la sfrontatezza non solo di diminuire, ma di abolire un’imposta, e una di quelle imposte, che più fruttano all’erario, appunto perché colpiscono una maggiore quantità di cittadini! Ma sapete, che l’impudenza del Redi Napoli passa questa volta ogni confine!

E notate di piti, che quel tiranno, mentre abolisce un’imposta in Sicilia, vi continua, anzi vi aumenta i pubblici lavori, a vantaggio dell’Isola. Questo fatto, che sempre meglio dimostra la truce tirannia dell’abolizione dell’imposta, vien provato con cifre dal Giornale Ufficiale di Sicilia,N° 71. Innumerevoli linee telegrafiche furono colà stabilite, e si stanno tutto dì costruendo; per quasi quattrocento miglia la corrente elettrica reca la parola dall’una all’altra città di Sicilia; al principio del 1857 l’Isola aveva 1305 miglia di strade carreggiabili, e si lavorava su di altre 247, e ne erano già approvati i disegni per altre 239. E il Re di Napoli aveva speso in Sicilia nell’anno passato 290,150 ducati inistrade e ponti, e stabilito di spenderne quest’anno 853,247; e aveva accresciuto, con decreto del 20 di gennaio 1858, i fondi residuali degli anni precedenti con 300 mila ducati. E apriva nuovi sbocchi ai prodotti del suolo, e assicurava facili approdi ai navigli, e accendeva diciotto nuovi fari sulle coste della Sicilia e sulle isole adiacenti, e ne ordinava undici nuovi, che stanno presentemente in costruzione, con una spesa di 166,831 ducati.

Nel tempo, scrive il Giornale Ufficiale di Sicilia,in cui queste grandiose opere o trovansi compiute, o sono in corso di esecuzione, senza inutili vanti, senza inopportuni clamori, l’Atto Sovrano del 26 di marzo diminuisce gli introiti della finanza; ma continua sempre quella salutare attività fecondatrice delle naturali risorse dell’Isola, che sotto l’impero di savie leggi tulelatrici della sua prosperità, e vegliata dalla paterna sollecitudine del suo Re, in breve volger di tempo potè cancellare i disastrosi effetti di erramenti coperti oramai dal velo di un generoso oblio, ed avanzar secura e tranquilla, animata dalla più ferma devozione, dalla fede più intera, dalla gratitudine più sentita».

E queste non sono ciancie, ma fatti; non sono periodi sonanti, ma denari che si spendono in Sicilia, e imposte che si diminuiscono. E dopo questi fatti non ha ragione il conte di Cavour di considerare il Re di Napoli come un tiranno, e di credere ch’egli non ama il proprio popolo? Il nostro ministro, che ama i Piemontesi, loro dimostra il proprio affetto colle imposizioni, coi sequestri, cogli incameramenti, colle esecuzioni, coi debiti e cose simili. Così fanno gli economisti politici!

Dopo questa prova, che noi abbiam dato, della tirannia feroce di re Ferdinando II, è affatto inutile che noi ne soggiungiamo altro. Taceremo che il tiranno il 15 di marzo del 1858 faceva grazia piena in occasione della Santa Pasqua a Gaetano Lucania da Castronuovo ed a Giuseppe Cilluffo da Roccella, condannati dalla gran Corte criminale di Palermo, l’uno nel dì 1° di luglio 1857 alla pena di prigionia per anni cinque, e l’altro nel dì 20 di ottobre detto anno ad anni sei di relegazione. — A Giuseppe d’Ambra da Messina, Francesco Cangemi Batasso e Giuseppe Cucinotta da Saponara, condannati dalla gran Corte di Messina, l’uno nel dì 1° di dicembre 1857 alla pena dei ferri per anni tredici; l’altro nel giorno 17 di novembre del detto anno ad anni sei di relegazione, e l’ultimo nel dì 2 di dicembre dell’anno stesso a due anni di prigionia. — A Giuseppe Fortunato Orto da Paterno, condannato dalla gran Corte di Catania nel dì 8 di luglio 857 ad anni quattro di prigionia. — A Giuseppe Campo da Feria ed a Santa Gallo da Palazzolo, condannati dalla gran Corte criminale in Siracusa, il primo nel dì 11 di febbraio 1857 con rito speciale alla pena di ferri per anni sette, e la seconda nel dì 2 di settembre dell’anno stesso ad anni otto di reclusione. — A Rafaele Coltura da Aragona, condannato dalla gran Corte criminale di Girgenti nel dì 24 marzo 1857 ad anni 6 di relegazione. — A Vito Cambino da Misilmeri, condannato dalla Gran Corte criminale di Trapani nel dì 5 di dicembre 1857 ad anni sette di relegazione; — ed a Luigi Vancheri da Castrogiovanni, condannato dalla gran Corte criminale di Caltanisetta nel dì 28 di maggio 1857 col rito speciale ad anni 7 di ferri.

A che dire tutto ciò? A che soggiungere come il Re di Napoli commutasse a Onofrio Bonetti da Licata la pena dell’ergastolo in quella della relegazione per anni dieci? 0 raccontare come con decreto del 27 di marzo commutasse la pena di morte inflitta a Pietro Sampieri Marocca dal Consiglio di guerra subitaneo della provincia di Palermo, in quella di diciotto anni di ferri? Tatti questi e cento altri atti di tirannia sono inutili a dirsi, poiché si vede, che Ferdinando IIornai ha ricolma la misura coll’abolire le imposte, ESEMPIO UNICO IN EUROPA.

SATANA E I RIVOLUZIONARI

(Dall’Armonia, n. 107, del 12 maggio 1858)

Tra le tante feroci bestemmie scritte da Proudhon nel suo ultimo libro già da noi altra volta accennato ((49)), ve n’ha una, che mette addosso i brividi per un’infernale invocazione, che l’autore indirizza al demonio. Proudhon, disfogandosi in affetti verso di Satana, ne sospira il regno, gli presta un culto, e lo sostituisce a Dio. Eccone le precise parole, che non ci basta l’animo di tradurre nella nostra lingua:

«Viens, Satan, viens, le calomnié des prêtres et des Rois, que je t’embrasse, que je te serre sur ma poitrine! Il v a longtemps que je te connais, et tu me vconnais aussi. Tes œuvres, ò le béni de mon cœur, ne sont pas toujours belles ni bonnes; mais elles seules donnent un sens à l’univers, et l'empêchent d’être absurde. Que serait sans toi la justice? un instinct; la raison? a une routine; l’homme? une bête.

«Toi seul anime et féconde le travail; tu ennoblis la richesse, tu sers d'excuse à l’autorité, tu met le sceau à la vertu. Espère encore, proscrit ! Je n’ai «à ton service qu’une plume; mais elle vaut des millions de bulletins. Et je fais vœu de ne la poser que lorsque les jours chantés par le poète seront revenus:

«Ah! rendez-moi les jours de mon enfance,

Déesse de la liberté».

Permetteteci, o lettori di dirvi francamente il nostro pensiero. Proudhon, con queste parole, non ha espressso un’opinione particolare, un desiderio tutto suo; ma ha scritto un programma, il programma veridico della rivoluzione, la quale mira a distruggere Dio, e mettere Satana sul suo altare. Proviamo il ratto, e poi ne cercheremo le ragioni.

Tutti i rivoluzionari ebbero sempre un culto particolare per Satana; negavano le più solenni verità, ma confessavano il potere del demonio. Già Cristo dicea di loro: Vos ex patre diabolo estis; e se mostraronsi pessimi cittadini, non furono mai per questo verso cattivi figliuoli.

Eccovi Giuliano apostata, il principe de' rivoluzionari, che l'Opinioneun anno fa levava a cielo, perché avea proclamato il principio di libertà religiosa ((50)). Egli muove guerra al Galileo, ma onora Satana. E iniziato da Massimo ne’ misteri infernali, con iscongiuri teurgici sovente consulta la rispettata volontà del demonio.

Eccovi Lutero, l’eroe della libertà del pensiero. Egli si ribella al Papa, e si sottomette a Lucifero; non vuole le Bolle di Roma, e riceve gli oracoli dell’inferno. Da lui stesso sappiamo come avesse frequenti abboccamenti con Satana, e dopo una conferenza tenuta con lui si risolvesse ad abolire il Santo Sacrifizio dell’Altare ((51)). Proudhon in sostanza non fu che un plagiario, e la sua invocazione al diavolo si trova già da più secoli nelle opere del gran novatore.

Il quale metteva Satana dappertutto, dichiarava di dormire con lui, di studiare con lui, vedere ogni cosa per l’aiuto di sua influenza, e soleva avere sempre il diavolo in bocca. Nelbreve libro, che scrisse contro il duca Enrico di Brunswick, nomina il diavolo cenquarantasei volte, e nell’altra sua opera dei Concili in quattro linee vi trae fuori per quindici volte il suo Satana prediletto.

Eccovi Zwinglio, il gran liberale della Svizzera, il riformatore di Zurigo, colui che ha tolto la superstizionedella presenza reale. Egli stesso confessa d’aver avuto dal demonio gli argomenti per sostenere la sua tesi, e d’essere stato in gran domestichezza collo spirito delle tenebre ((52)).

I principali discepoli de' due eresiarchi, Munzer, Pelasge, Carlostadt, riferiscono da senno i loro trattenimenti con Satana, e le frequenti apparizioni onde furono dal medesimo onorati. «Nulla era pili frequente a' tempi della Riforma, dice Ulenberg, che veder Satanasso trasformarsi in angiolo di luce ((53)).

Gli altri più celebri novatori, Bodin, Agrippa, Ficin, Melanchthon, Ringelberg, Junianus, eransi tutti consacrati all’astrologia giudiziaria e alle scienze occulte, il cui scopo è mettere l’uomo in più o meno diretta comunicazione col demonio. La cosa giunse al punto, che in sessanta anni nella sola Ginevra, secondo i registri della città, furono abbruciati cencinquanta individui per delitto di magia ((54)).

Né meno caro era il diavolo ai filosofi e rivoluzionari del secolo XVIII, come può vedersi in Fiard, che pubblicò, nel 1803, la France trompée par les mngiciens et les démonolatres. Voltaire, scrivendo a Thiriot, il 21 di ottobre 1736, gli diceva: Il faut mentir cornine un diable,e tracciava così il programma della rivoluzione. Quel negar Dio, quel mettere sull’altare una meretrice, quell'odio tremendo contro la Croce, che indusse perfino ad abolire il nome di un quartiere che chiamavasi della Croix Rouge,ci danno indizio di animo così perverso da dover quasi supporre un’invasione diabolica. Si sa del resto, che iteofilantropi avevano sul principio anche sacrifizi per gli Dei infernali.

Piùtardi quante volte tra le frenetiche grida della rivoluzione non si udì anche quella di Viva l'Inferno!Dopo l’assassinio del duca di Berry, gridossi in Parigi: Viva l'Inferno!Questo grido si ripeté nel 1848 quando scoppiò la rivoluzione de' socialisti; e l’altro giorno ancora a Friburgo, in Isvizzera, si ripetè nuovamente: Viva l'Inferno!come segnale di una nuova rivoluzione. E che vuol dire Viva l'Inferno!,se non viva il diavolo ed il suo regno?

Nel Belgio il Journal de Liège,giornale del rivoluzionario signor Frère, uscì poco tempo fa a scrivere l’apologia del serpente del Genesi,e a purgarlo dalle calunnie della Bibbia,Spacciò quel serpente ingannatore come (ideale del progresso, e gli dedicò la sua lira e i suoi versi! Ora come si può conciliare l’adorazione del serpente coll’amore di Colui, che l’ha maledetto? il culto di Dio col culto di Satana? ((55)).

Né le cose procedettero diversamente in Italia. Pigliate tra le mani il Gesuita Modernodi Vincenzo Gioberti, e ad ogni pagina vi troverete un diavolo!frase che ravvicina molto lo stile del filosofo subalpino a quello di Lutero. La Gazzetta del Popolo,che mostra un odio infernale contro Maria SS. Immacolata, fa a fidanza con Satana, che, sotto il nome di Pirosmeraldo, dichiara suo confidente e protettore. Chi ha letto l’Ebreo di Verona,conosce le empie scene, i sacrileghi giuramenti, il culto diabolico, che fu in Roma sotto la repubblica del 1849. G Antonio Gallcnga non protestò in una sua lettera, che si sarebbe dato anche al diavoloper liberare l’Italia? Mi metterei nelle file di Satanasso quando esso conducesse le sue legioni contro i nostri nemici stranieri», diceva il regicida ((56)). E nella nostra Torino nel carnevale passato non vedemmo italianissimi mascherali da demoni girare per la città affine di sollazzare i liberi cittadini?

Iddio viene ogni giorno bestemmiato dai rivoltosi; ma il diavolo si rispetta. Il Cattolicismo, che è l’unica vera religione, si perseguila, e si vuol servo; ma gli altri culli, che piacciono a Satana, si tollerano, si onorano, si favoriscono. Ah, il regno della rivoluzione è il regno del diavolo, e così dee essere, perché il diavolo, come bene avvertiva Donoso Cortes, è il primo rivoluzionario. Egli portò la rivoluzione nel cielo, e disse: sarò simile all'Altissimo;come gli ambiziosi portano i rovesci negli Stati per voler essere simili ai Re,Il diavolo è un grande omicida, homicida fuitab initio,e la rivoluzione figliuola sua vive di sangue, e si pasce di stragi. Il diavolo è il padre della menzogna, e la rivoluzione si spiana la strada cogli inganni, colle falsità, colle calunnie. Il diavolo è ladro, e fura le anime a Dio; e la rivoluzione spoglia la Chiesa, e mostra tutte le profondili di Satanaricordate nell’Apocalisse, e tutte le operazioni di Satana,delle quali parla S. Paolo! ((57)).

Di che ben si capisce come Proudhon, vedendo ritardare quella sociale rivoluzione, che tanto sospira, invochi Satana, e gli dica di affrettare il suo regno. Le parole, ch’egli ha sulla bocca, molti hanno nel cuore, e ciò che desidera Proudhon, egualmente desiderano i rivoltosi di tutti i gradi, di tutti i colori, cioè distruggere Dio, e mettere Satana al suo luogo.

IL CLERO SALARIATO CONFESSIONI DI CAVOUR E MELEGARI

(Dall'Armonia, n 117, del 25 maggio 1858)

MELEGARI, tornata del 29 dicemb. 1852, N° 248 degli Atti Uff., pag. 880.
L’incameramento de' beni ecclesiastici non sembra desiderabile sotto l’aspetto politico.
La Francia, che ci ha la prima offerto lo spettacolo di un clero stipendiato, va ora grandemente disingannata.
L’avere sostituito i salarii a’ benefizj ha avuto per risultato di staccare il clero dall’autorità che lo paga, e di attrarlo più fortemente verso l’autorità, da cui si voleva pel sistema de' salarii allontanare.
Il gallicanismo, che era il prodotto della questione territoriale della Chiesa di Francia, seppelliva se stesso nelle ruine del sistema benefiziano.
Il gallicanismo in Francia non è più che il culto segreto, per non dire la superstizione di qualche vecchio legista dell’antica scuola parlamentaria.
Conte CAVOUR, tornata del 19 di maggio 1858, N° 221 degli Atti Uff. pagina 841.
Se sono contrario all’incameramento, si è per motivi di alta politica.
In Francia il clero fu spogliato d’ogni suo possedimento, l’incameramento è stato perfetto. Ebbene quali furono i risultati di questa disposizione?
Certamente nessuno potrà negare, che il clero francese è al presente mollo meno nazionale, molto meno liberale di quel che fosse il clero dell’antico reggime.
In questo vi era uno spirito d’indipendenza dalla Corte di Roma, e di attaccamento a certe massime nazionali; esso era animato da un sentimento di libertà.
Ora il clero francese è di gran lunga più ultramontano del nostro... non ha solo sacrificato i canoni e le libertà della Chiesa gallicana, ma ha distrutto in alcune grandi città la liturgia.


Il fenomeno che si è osservato in Francia, si osserva nel Belgio, quantunque attese le condizioni proprie di quella Chiesa in grado minore.
Il sistema degli stipendi è preferibile a quello che chiameremmo volontieri elemosinano, nel quale il mantenimento del clero è lasciato alla carità dei fedeli come in Irlanda.
Noi abbiamo quasi intera una delle nostre grandi provincie ecclesiastiche (la Savoia] in un reggime analogo, se non identico a quel di Francia... Mail clero non sembra primeggiare sopra quello delle provincie, che sono sotto il reggime benefiziano per un soverchio ossequio alla potestà civile.
E nel Belgio? Là pure si è fatto l’incameramento, e questo ha reso forse il clero più liberale?

In Irlanda il clero non è pagato, i suoi mezzi di sussistenza sono l’elemosina... Ebbene il clero d’Irlanda è meno liberale, più ultramontano, più fanatico di quello di Francia.
Vi sono molte provincie (in Savoia), ove il clero è quasi privo di stabili, ove vive di un sussidio dello Stato, o di tenui pensioni, direi quasi di elemosine. Ebbene, è forse in queste provincie che il clero ha minor influenza, che è più liberale?
No, signori, anzi ivi il clero ha maggior potere.
LA LITURGIA GALLICANA
E IL SAGRESTANO CAMILLO CAVOUR

(Dall’Armonia, n. 118, 96 maggio 1858)

L’onorevole conte di Cavour, per provare, ch'egli fu un gran ministro della finanza, che le sue riforme economiche resero beato il Piemonte, che noi siamo ammirati al di qua ed al di là del Gange, e che in conseguenza la Camera de' Deputati dee accordargli un imprestito di 40 milioni di lire; nella prima parte del suo discorso detto nella tornata del 19 di maggio, entrò a parlare, — indovinate di che? — della liturgia gallicana!

Il clero francese, ecco le sue precise parole, non solo ha sacrificato le massime di Bossuet, i canoni, e le libertà della Chiesa gallicana, ma ha distrutto in alcune grandi città la liturgia, la quale, a quanto dicono, perché io non sorto giudice competente (si ride)era molto in pregio». {Atti Ufficiali, N’ 222, pag. 843).

Da Giuseppe ebreo a D’Israeli non crediamo che nessun ministro delle finanze abbia mai conosciuto Parte oratoria di parlare di liturgia a proposito d’un imprestito. Noi ci rallegriamo col conte di Cavour, della sua facoltà comprensiva, e dell’interesse che piglia alle cose di chiesa; imperocché taluno avrebbe potuto sospettare ch’egli stimasse e conoscesse egualmente la liturgia francese e la romana.

Ad ogni modo per consolare l’onorevole Conte ne’ suoi dolori, noi gli proveremo in questo articolo, che l’Episcopato francese sacrificando la liturgia gallicana,ossia tornando ad una liturgia cattolica, ha fatto non solo ciò che desiderava il Pontefice, ma ha soddisfatto anche un desiderio manifestatosi in Francia al sorgere de' grandiprincipii dell’ottantanove. Ascoltateci attenta mente, signor ministro sagrestano.

E dapprima voi dovete sapere che certe usanze gallicane si erano introdotte in Francia scientibus et tolerantibus ipsis Romanis Pontificibus, come scrisse Benedetto XIV. (De Beatificatione,ecc., lib. IV, part. II, cap. 4°). Ma questa tolleranza,osserva il Cardinale Gousset, non è approvazione, anzi indica qualche cosa di difettoso e di irregolare.

I Papi hanno tolleratole nostre liturgie particolari. Ma le hanno approvate? No; giacché non si approva ciò che si tollera e non si tollerache ciò che è difettoso, irregolare, contrario al testo ed allo spirito di una legge. Perciò, lungi dal considerare la tolleranzadella Santa Sede come un’approvazione di ciò che si è fatto in Francia riguardo alla liturgia, se ne deve per (’opposto conchiudere, che i Papi non lo hanno giammai approvato». (Observations sur un mémoire adresséàl’EpiscopatiParis 1852, page 34).

Voi, signor sagrestano Camillo, siete più gallicano de' Gallicani medesimi. Imperocché quei pochissimi Gallicani che stanno ancora in Francia, come prova del segnalato trionfo conseguito colà dall’idea romana, in un loro memorialepubblicato nel 1852, avrebbero sopportato in pace il sacrifizio delle liturgie, a patto, che si fossero conservati alcuni prefazi, inni,ed altre cerimonie dontquelquesunes soni (Fune beautéincontestabte. (Sur la situation présente de l'Église Gallicane,ecc., Paris, Simon Raon, 1852, page 115). Il sagrestano Camillo non si contenta di qualche inno, di qualche prefazio, di qualche Oremus;vuole tutta la liturgia.

Ma egli dovrebbe rassegnarsi, dacché il ritorno in Francia alla liturgia romana avvenne per decisione de' sinodi provinciali e coll’approvazione del Papa. Gregorio XVI scriveva a Tommaso Gousset, Arcivescovo di Reims, il 6 d’agosto del 1842, lodando un Vescovo che avea introdotto nella sua diocesi la liturgia romana, e soggiungendo:Confidimus equidem, Deo benedicente, futwrum ut alii deinceps atque alii Galliarum antistite memorali Episcopi exemplum sequantur, praesertim vero, ut periculosissima illa libro liturgicoscommutandi facilitascesset.E le speranze del venerando Pontefice furono più tardi compiute.

Per divina misericordia sotto il governo della repubblica francese si celebrarono in Francia trediciconcilii provinciali; ottode' quali formalmente si dichiararono per lo! ¡stabilimento della liturgia romana; e cinquealtri non fecero la benché menoma opposizione, non reclamarono in favore delle belle liturgie gallicane, stettero silenziosi su questo punto, senza prendere veruna decisione. Ma notate, signor sagrestano Camillo, che nelle medesime provinole ecclesiastiche di Francia, dove questi cinque concilii si celebrarono, moltissimi Vescovi, conformandosi a' desideri! del Santo Padre, decisero di surrogare il rito diocesano col rito romano. Voi vedete adunque che le cose procedettero in tutta regola; e non si sa proprio capire come coloro i quali attribuiscono tanto peso alle decisioni de' Vescovi francesi nel 4682, non sappiano acconciarsi alle risoluzioni de' Vescovi delle Gallie ne’ tempi nostri.

Del resto, se il sagrestano Camillo vorrà procacciarsi Les institutionsdel rev. Padre Abate di Solesmes Dom Guéranger, e le sue Letterea Monsignor Favet, antico Vescovo d’Orléans, vedrà, che non ha ragione di deplorare il sacrifiziodella liturgia gallicana. L’abate de Connv, decano della cattedrale di Moulins, provò, che molti usi speciali adoperati dalle Chiese di Francia non sono né lodevoli, né antichi; e il signor Lottin, canonico di Hans, esponeva, che l’abbandono della liturgia romana nella sua diocesi era avvenuto tra il 1748 e 1749, onde la sacra Congregazione de' riti lo dichiarava illegittimo. La Francia adunque tornò alle usanze antiche, e non fe’ che smettere le tollerateinnovazioni.

Ma tocchiamo un altro genere d’argomenti che faranno più breccia sull’animo del nostro sagrestano Camillo. Le diverse e svariate liturgie che s’erano a poco a poco introdotte in Francia, producevano tale una confusione di riti e di costumanze che offendevano la stessa unità nazionale. Per lo che uno di que’ parrochi, a cui il conte Cavour darebbe la croce di onore, supplicò l’Assemblea Nazionale di decretare l’unità liturgica.

Fu costui certo signor le Brunet, curato del Mesnil-Angot, diocesi di Coutances, la cui lettera, sotto la data del 24 d’agosto 1789, venne conservata tra le carte del comitato ecclesiastico. Le Brunet scrivea all’Assemblea, che le sue tornate del 4, 6, 7, 8 e li di agosto 1789 per cementare col sacrifizio de' privilegi particolari l'unione più intima di tutte le parti dell'impero francesegli davano speranza che la stessa Assemblea farebbe cessare alfine sìmili privilegi nell'ordine del culto divino. «Un’armonica e invariabile uniformità in tutte le parti del culto divino e dell’insegnamento pubblico sarebbe un vantaggio indicibile all’ecclesiastico ed al fedele che lo sospirano da lungo tempo, e che non li renderebbero giammai stranieri nel seno della loro nazione. Lo stesso breviario, missale, canto, rito, cerimonie, feste», ecc.

L’idea del curato del Mesnil-Angot piacque all’Assemblea, e fu presa in considerazione quando si trattò di ristabilire in Francia l’esercizio del cullo cattolico abolito dalla rivoluzione. Napoleone scrisse tra gli Articoli Organici: il nyaura qu'une liturgie(art. 39), e Portalis mise mano a compilarla. L’11di marzo del 1806, nella sua relazione all’Imperatore sul Catechismo dell’Impero, diceva:

«La legge del 18 germinale, anno X, ordina parimente un rituale uniforme in tutto l’Impero. Oso ripromettermi che in tutto il mese d’aprile o di maggio quest’opera sarà finita. Essa è tanto più essenziale, in quanto che dee regolare la disciplina delle diocesi, e riformare negli antichi rituali le regole di polizia ecclesiastica sulle sepolture, sui matrimoni, i Sacramenti e la celebrazione delle feste, che non concordano più coi nostri costumi e colle nostre leggi».

E il cortigiano Portali conchiudeva: «Parecchie volle gli antichi Sovrani aveano divisato ed anche annunziato cambiamenti, che non mai poterono operare. Negli Stati vicini non si potè nemmeno venire a capo di mutare una liturgia. Non apparteneva che al genio della Maestà Vostra di tutto intraprendere e tutto eseguire, per la gloria e la felicità della nazione sottomessa al suo impero».

Portalis s’ingannò; Napoleone che avea mutato la faccia del mondo, non potè neppur egli mutare una liturgia, e non Tu pubblicato né anco il rituale divisato. L’autorità politica non riuscirà mai con tutta la sua potenza a stabilire una festa, o ad introdurre un Oremus. Ma ciò che non ai potè fare sotto il primo impero, lo veggiamo compiuto sotto quello di Napoleone III, il quale, abbandonate le usurpazioni dello zio, lasciò alla Chiesa la sua libertà. Ed ecco ornai la Francia quasi una nella sua liturgia; ecco il cattolico francese, che non è più straniero, non solo nelle diverse Chiese dell’impero, ma nemmeno in quelle della massima parte del mondo cattolico. Portali» volea compilare un rituale; i Vescovi francesi invece lo trovarono a Roma bello e fatto! Sarebbe forse stato più dignitoso per loro di ricevere la liturgia da un ministro dell’Imperatore?

Il sagrestano Camillo capisce adunque che una riforma era necessaria in Francia riguardo alla liturgia. Ora, parlando politicamente e umanamente propter insipientiamdi coloro, co’ quali abbiamo da fare, toccava all’italianissimo conte di Cavour deplorare che si fosse adottato nelle Gallio il rituale romano? Non dovrebbe anzi godere che questa Italia, che riceve la legge dalla Francia nelle costumanze, nelle mode, nella lingua, la dettasse per mezzo di Roma alla Francia medesima quanto alla liturgia? Servili imitatori, nati per sci mio Ita re, vi lagnate perché si rende omaggio a' riti delle vostre Chiese I Vi sa male che, mentre voi obbedite alla spada ed allo scudiscio, il Romano Pontefice regga i popoli coll’impero della parola! Oh è da buona pezza che vi chiariste non cattolici; ma ora vi mostrate non italiani, e maggiore è Podio vostro contro Roma che il vostro amore verso la patria.

IL NOSTRO OSSEQUIO A ROMA

(Dall'Armonia,n° 119, del 27 maggio 1858)

Il conte di Cavour, a proposito della questione del prestito di quaranta milioni, ci accusò di lasciarci vincere dai giornali clericali del Belgio nell’ossequio verso Roma cattolica, la Sede corifea, il sacro Vertice, il Culmine apostolico, come chiamaronla i santi Dottori. Ecco le precise parole del presidente del Consiglio de' ministri.

«Io, come si sa, non sono mollo propenso per il partito ultraclericale, e per la stampa, che lo rappresenta (in Piemonte); spesse volte riconosco, che non mi tratta con molto spirito di carità evangelica (Ilaritàtu Ila volta sono in obbligo di dichiarare altamente alla Camera, che quella stampa (Cattolico, Armonia,ecc. ], quantunque esagerata, quantunque ultramontana, quantunque devota alla Corte di Roma, è molto menoultramontana, mollo meno eccessiva, mollo meno ossequentealla Corte di Roma di quello de' giornali ispirati da' Ve scovi di Bruges e di Gand». (Atti uff.,tornata del 19 di maggio, N° 222, pag. 843).

Il conte di Cavour, dandosi l’aria di lodarci, ci ha feriti nel più intimo del cuore. Nulla è più doloroso per un figlio affezionato, quanto il sentirsi dire, che taluno de' suoi fratelli ama il padre più di lui, e gli è molto più ossequente. Se con tali parole l’onorevole Conte volle vendicarsi di quella opposizione, che gli muoviamo, vada pure lieto, ch’egli ne ha tolto una tremenda vendetta. Qualunque offesa ci avesse fatto, non potea a pezza trafiggerci come l’accusa di non amare abbastanza la Sede Romana, Summum Caput Ecclesiarum, Petra rectitudinis fidei, Fundamentum Catholicae Ecclesiae.

L’accusa, che ci diresse il conte di Cavour, può venire considerata sotto due aspetti: riguardo cioè a quel sentimento che nutriamo nel nostro cuore, ed alle disposizioni dell’animo nostro; e riguardo al modo, con cui sogliamo per via di scritti manifestare queste disposizioni e sentimenti.

Noi concediamo di buon grado, che l’Armonianon può certo sostenere il paragone né col Bien Publicdi Gand, né colla Patriedi Bruges, quanto al merito teologico, al valore letterario, alla forza del ragionamento nel sostenere i sacrosanti diritti della Chiesa Apostolica Romana. In questi giorni medesimi noi ammiriamo la grande erudizione, con cui il Bien Publicribatte gli errori che il signor Laurent, professore dell’Università di Gand, scrisse contro il Primato di Pietro; e studiamo e conserviamo gelosamente quegli articoli preziosi, a' quali attingeremo a suo tempo. Ma se i giornali clericali del Belgio ci sono maestri nelle scienze sacre, non ci superarono e non ci supereranno mai nell’amore e nell’ossequio verso Roma.

Ci perdonino i nostri confratelli questa gelosia. Essi hanno tanto cuore e tanta religione da comprenderla e lodarla, non che scusarla. Certo, se taluno avesse osato di scrivere, che il Bien Publicdi Gand, o la Patriedi Bruges son meno ossequenti a Roma dell’armonia, se ne sarebbero chiamati altamente offesi. I difetti di mente non sono imputabili, perché iddio ad altri consegnò dieci talenti, ad altri un solo; ma i peccati del cuore costituiscono la vera reità, perché un cuore medesimo abbiam tutti capace di amare la Santa Chiesa Madre nostra, e guai a chi non l’ama! guai a chi l’ama rimessamente! In questo amore la gelosia stessa è un dovere, avendoci detto S. Paolo: Aemulamini Charismata meliora.

Respingiamo adunque con tutta l’energia l’accusa mossaci dal conte di Cavour; e siccome vogliam credere, che egli sia stato indotto in errore dal non conoscere i nostri propositi rispetto all’ossequio verso la S. Sede Romana, cosi gli apriremo candidamente l’animo nostro su questo proposito. Sappia pertanto, che nessuno può essere più ossequente al S. Padre dell’armonia, giacché essa gli professa un ossequio immenso. Noi non facciamo distinzioni, non riserve, non dispute; per noi il Papa parla, ed ogni quistione teologica o attenente alla teologia è finita.

Dove è Pietro, ivi è la Chiesa,queste parole di S. Ambrogio venivano scritte il 4 di luglio 1848 nel primo numero dell'Armoniae furono sempre, e sono ancora oggidì l’impresa del nostro giornale. Esse contengono tutto il programma nostro; ossequio senza limiti alla Chiesa Cattolica, la quale è dove sta il Papa. Ci dica il conte di Cavour quando mai fallimmo a questa gran legge; ci indichi su qual punto i clericali di Bruges e di Gand furono più ossequentia Roma di noi; e non tarderemo a protestare, ch’egli s’è ingannato, ed ha franteso le nostre parole; non tarderemo a dichiarargli, che noi siamo ossequenti a Roma al pari del Bien publice della Patrie.

L’ossequio a Roma non è per noi solo un dovere come cattolici, ma un onore come uomini. In questi tempi, in cui altri s’inchina alla forza de' battaglioni, altri alla potenza dell’oro; e chi crede alle tavole, che parlano; chi ai maghi, che profetizzano; e l’uno obbedisce ciecamente a' cenni del ministro, genuflettendodavanti Sua Eccellenza: e l’altro adora il numero, e incensa la plebe; noi, che sentiamo la dignità nostra, noi professiamo a Roma, al Capo della Chiesa, al Vicario di Gesù Cristo, il nostro ossequio e la nostra obbedienza. Discutiamo i detti e i fatti d’Inghilterra, di Francia, d’Austria, di Russia, che non hanno su di noi altra autorità fuor di quella, che può loro venire dalla giustizia o ingiustizia della propria causa; ma in Roma abbiamo il Padre nostro, cuius sententias et vox Christi, et maiorum tradì Ho, et Canonum fulcit auctoritas. Noi ascoltiamo quella voce con riverenza, e ci sentiamo grandi nell’obbedire a così grande autorità.

E qui ci sia dato di chiudere queste poche parole con un’aspirazione a Roma. Ma la nostra povera penna non risponderebbe agli affetti del cuore. Invocheremo quindi l’aiuto d'un Vescovo francese, la cui eloquenza era grande come la sua pietà. Non creda però il conte di Cavour, che noi accenniamo ad un Vescovo contemporaneo, ad un di que’ Vescovi sorti dopo che le rivoluzioni si tolsero l’incarico di confutare il gallicanismo; ad uno di que’ Vescovi guasti, com’egli dice, dall’incameramento de' beni ecclesiastici. No; l'Armoniaquest'oggi chiede in imprestito a Fénélon una delle più belle pagine delle sue opere, e’ per rispondere a chi gettò qualche dubbio sul suo ossequio a Roma, esclama:

OChiesa Romana! o città santa! o cara e comune patria di tutti i credenti! In Gesù Cristo non ha né greco, né scita, né barbaro, né giudeo, né gentile. Tutti sono fatti un sol popolo nel vostro seno; tutti sono cittadini di Roma, ed ogni cattolico è romano. Là è il grande albero piantato da Gesù Cristo; ogni ramo, che non vi resti congiunto, inaridisce, disecca, e cade. O madre! chiunque è figliuolo di Dio, è pure il vostro. Dopo tanti secoli voi siete ancora feconda. 0 sposa, senza fine voi generate al vostro sposo in tutte le estremità dell’universo! Ma donde accade, che tanti snaturati figliuoli disconoscono oggidì la loro madre, levano la fronte contro di lei, e aspreggiano quasi una matrigna? Donde accade, che adombrino, insospettiscano, si spaventino dell’autorità sua, benigna e spirituale? E che? Il sacro vincolo dell’unità, che deve fare di tutti i popoli un solo ovile, di tutti i ministri un sol pastore, servirà di pretesto ad una mortale scissura? Saranno giunti quegli ultimi tempi, in cui il Figliuol dell’uomo, troverà appena un’orma di fede sulla terra? Tremiamo, tremiamo per ispavento, che il regno di Dio, del quale abusiamo, non ci sia tolto, e dato ad altre nazioni, che ne portino i frutti. Tremiamo, umiliamoci, per timore, che Gesù Cristo non volga altrove la luce della vera fede, e ci abbandoni alle tenebre dovute alla nostra superbia. 0 Chiesa, dalla quale Pietro confermerà per sempre i suoi fratelli, la mia destra dimentichi se medesima, se io potrò obbliarvi giammai! La mia lingua inaridisca e si leghi immobile al mio palato, se voi non sarete, sino all’ultimo respiro della mia vita, la meta suprema delmio amore, che in voi si estolle, e giubila, e prorompe nei cantico dell’affetto e della gloria» ((58)).


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VOLTAIRE E DANTE AL TEATRO CARIGNANO

(Dall'Armonia, n. 146, del 1 luglio 1858)

I nostri italianissimi hanno voluto celebrare la Testa di S. Pietro, e il 29 di giugno regalarono in teatro al pubblico torinese uno spettacolo straordinario, diviso in due parti: la rappresentazione di Mahomet le prophèteo Le fanatisme, tragedia di Voltaire, e la declamazione di due canti di Dante, dove il ghibellino si scatena più forte contro Roma pontificale. Lo scopo dello spettacolo era, secondo la Gazzetta del Popolo,di staffilare i Pontefici.

Poco diremo del Maomettodi Voltaire. Il nome dell'autore ne dice troppo. Si sa che cosa odiasse e combattesse quel tristo sotto il titolo di fanatismo. Eppure egli ipocritamente mandava la sua tragedia al Papa, scrivendogli una lettera panegirica sotto la data del 17 d’agosto 1745. Voltaire come tutti i rivoluzionari, era doppio, simulatore e bugiardo. Di Benedetto XIV dicea:

Lambertinus hic est Romae decus, et pater orbis,

Qui mundum scriptis docuit, virtutibus ornat.

Poco dopo chiamavalo nelle sue lettere le bon polichinel. Così, fingendo devozione alla S. Sede, presentava il Maomettoal Papa, e poi scriveva a d’Argental il 28 di settembre del 1768: Après qu’on a joué Tartufe et Mahomet, il ne faut désespérer de rien, on pourra mettre un jour Caïphe et Pilate sur la scène».I nostri discepoli di Voltaire fanno lo stesso. Nel 1848 la Gazzetta del Popolochiamava il Papa il primo redentore d'Italia;oggidì lo staffila.

Noi non sappiamo se il pubblico torinese abbia gradito il Maometto. Fontanelle rispondeva a Voltaire: Je le trouve horriblement beau;e Collé cantava:

Ce Mahomet, que l'on fête

Avec force écrit,

Mais qui n'a ni pieds, ni tête,

Corneille en eût dit:

C'est l'ouvrage d'une bête

De beaucoup d'esprit.

Se il bello orribilee le bestie spiritosepiacciono al pubblico del Teatro Carignano, noi non sappiamo che farci.

Ma Dante associato con Voltaire è cosa intollerabile. Il Poeta del Cattolicismo, che cantò perché credè, messo a lato all’inventor del nulla!Dante, in cui sommamente le divine cose e le umane pareano essere fermate, come scrisse il Boccaccio, vicino a Voltaire, qui était frondeur à Londres, courtisan à Versailles, chrétien à Nancy, incrédule à Berlin,come racconta Palissot!L’Autore del Sacro Poema, a cui ha posto mano e cielo e terra, in compagnia di colui che s'il n’avait pas écrit, il eût assassiné!E poi i nostri gridano contro La Martine che conculca la memoria di Dante!

Essi però volevano staffilareil Papa, e chiesero in imprestito all’Alighieri le parole. Ma noi ameremmo sapere se costoro pensano in tutto come Dante? Se riconoscono che l’alma Roma e il suo Impero, a voler dir lo vero,

Fur stabiliti per lo loco santo

U'siede il successor del maggior Piero? 

(Inf. II).

Se accettano la regola di fede esposta da Dante nel Quinto del Paradiso:

Avete il Vecchio e 'l Nuovo Testamento,

E 'l Pastor della Chiesa che vi guida:

Questo vi basti a vostro salvamento.?

Se benedicono Carlo Magno, perchè quando il dente longobardo morse

La Santa Chiesa, sotto le sue ali

Carlo Magno vincendo la soccorse 

(Parad. VI, 94).?

Se accettano il paragone che Dante fa dell'imperial dignità alla luna, e della pontificia al sole (Epistola Florentinis,§ 2)?

Se professano coll’Alighieri di voler essere pii verso Cristo, pii verso la Chiesa, pii verso il Pastore, e se credono che il Sommo Pontefice è Vicario di Gesù Cristo e successore di Pietro? Che è veramente Clavigero del Regno de' cieli,ed ha autorità quanta Pietro ne ebbe, e secondo l’esigenza dell'ufficio a Pietro commesso, può sciogliere e legare? Se tengono che la Chiesa non è opera di natura, ma di Dio, che disse: Super hanc petram,ecc.? Che degni sono di somma venerazione i Concilii e le dottrine dei Santi Padri? Che eziandio le Decretali auctoritate apostolica sunt venerandae?E finalmente, che, ordinata essendo questa mortai felicità all’immortale, in certo senso l’Imperatore Romano è soggetto al Romano Pontefice? Tutto questo afferma Dante nello stesso libro 111 De Monarchia, epensano altrettanto i suoi declamatori?

Essi vanno a cercare nelle opere del Ghibellino quel po' di tristo ed esagerato, che la passione politica gli dettò, e di questo solo fanno il loro pascolo. Adorano il sole, non per la luce che spande, ma per le macchie che mostra. Non così praticarono gli ottimi Italiani. Antonio Cesari, che stimava e amava Dante, quanto esser possa,compiangeva tuttavia l'acerbo nemico del Pontefice che assai volte scappa de' gangheri,perché la passione appanna gli occhi egualmente al primo come all'ultimo ingegno. E il nostro Balbo nella sua Vita di Dantedettava una censura severissima del trattato De monarchia.

Noi vorremmo inoltre sapere, se questi signori, che declamano Dante in teatro, aderiscono a quella sua invocazione al Tedesco che si legge nel VI del Purgatorio,dove prega lo straniero di venire a governare l’Italia, a inforcarne gli arcioni,a correggerla co’ suoi sproni,a sederle in sella. E perché il Tedesco non viene, l’Alighieri esclama:

O Alberto Tedesco, che abbandoni

Costei, che è fatta indomita e selvaggia,

E dovresti inforcar li suoi arcioni,

Giusto giudizio dalle stelle caggia

Sovra 'l tuo sangue, e sia nuovo ed aperto,

Tal che il tuo successor temenza n'aggia.

Gli italianissimi non sono al certo in ciò seguaci di Dante, che mentre egli si doleva del Tedesco che non venisse, e gli dava perciò del crudelepel capo, essi vorrebbero che il Tedesco se ne andasse, e tentano di cacciarlo via colle declamazioni e colle rappresentazioni de' teatri, ila se Dante ha le sue magagne in politica, non ne è netto in religione, e chi deplora le prime, perché s’inchina alle seconde? Certo talvolta l’uomo apparve nel Pontefice, e Dio lo permise in prova della divinità della sua Chiesa; ma il fallo dell’uomo non fu mai l’errore del Papa. E siccome i Romani Pontefici e i Concili! aveano molto prima di Dante fulminata la simonia, così anche dopo di lui si videro Sinodi fulminare i simoniaci colle stesse parole di Dante ((59)). Tuttavia il Poeta andò troppo avanti, pagò il tributo al genus irritabile valum,abbandonandosi al suo irascibile e focoso carattere inasprito ancor più dall’esilio.

Ad ogni modo tengano per ferme i declamatori di Dante, che, se egli vivesse oggidì, sarebbe di quelli, che temono il danno e stringonsi al Poster,e cancellerebbe quanto di men rispettoso gli venne scritto contro il primipilodella Chiesa, il Romano Pontefice. Sapete che ¡cosa. però non cancellerebbe? Al vedere quanto avviene tra noi, che pretendiamo di rappresentare l’Italia, considerando il nostro dolore la nostra agitazione, la nostra anarchia, la nostra servitù, non cancellerebbe

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

Nave senza nocchiero in gran tempesta,

Non donna di provincie ma bordello!

Alla vista della tracotanza liberalesca, che vuol comandare ad ogni costo, non cancellerebbe

Che le terre d'Italia tutte piene

Son di tiranni, ed un Marcel diventa

Ogni villan che parteggiando viene.

E forse Dante ripeterebbe a noi ciò che già dicea a Firenze:

Godi Fiorenza, poi che se' sì grande,

Che per mare e per terra batti l'ali,

E per lo Inferno il tuo nome si spande.

Tra li ladron trovai cinque cotali

Tuoi cittadini, onde mi vien vergogna,

E tu in grande onoranza non ne sali.

E tra questi, o nell'inferno, o ancor quassù, troverebbe qualche «ladro alla sagrestia de' belli arredi»; e vasel d'ogni frodecome i Gallura, e gente che fan dei denti succhiocome i Malatesta, e case diredatedelle prische virtù, e ministri da opere non leonine ma di volpe, che sanno tutti gli accorgimenti e le coperte viecome Guido da Montefeltro, e radunata in casa nostra quella marmaglia, che l'Alighieri scoperse nel resto della Penisola, i lupi, i botoli ringhiosi, la gente vana, e coloro che sono più degni di galle che d'altro cibo.

Che se Dante redivivo udisse poi il suo nome associato con quello di Voltaire, e i canti della Divina Commediaposti per appendice al Maometto,allora quella sdegnosa anima schiva non parlerebbe più, ma insegnerebbe a' suoi pretesi discepoli con quella scuriada, che il demonio adoperava sul bolognese Caccianimico.

COME FINIRONO CERTI ECCLESIASTICI GALLICANI

(Dall’Armonia, n. 150, del 6 luglio, 1858)

L’analogia che passa tra il sistema gallicano e il rivoluzionario, e la perfetta rassomiglianza dei principii del 1682 e 1789 venne già da noi accennata altra vo|ta,ed è un punto fuori di controversia, che non solo ammetta ma stupendamente dimostra Louis Blanc nella sua Histoire de la révolution française, pag. 252. Luigi XIV fu novatore e rivoluzionario, come Mirabeau e Robespierre; piantò i principii, che condussero il povero Luigi XVI al patibolo; disse; lo Stato, la Chiesa, il Papa, sono io,come un secolo dopo i regicidi proclamarono: il Papa, la Chiesa, lo Stato, è la rivoluzione.

Lasciando però in disparte Tesarne delle dottrine, noi qui vogliamp mostrare coll’esempio delle persone, come il gallicanismo divenisse rivoluzionario. Tempo fa accennammo un fatto, che è appunto intenzion nostra di svolgere presentemente. Dicevamo, che nel clero nostro durante dieci anni di rivoluzione, non avvenne udcentesimo degli scandali e delle apostasie, che deploraronsi nel clero francese. E ciò. per quale ragione? Perché il gallicanismo aver fazionato alla rivoluzione il clero francese, sicché esso trovossi in ultimo al bivio, o di andare innanzi nelle massime gallicane, fino alle estreme conseguenze della rivoluzione; o di rinnegare il gallicanismo, e divenire romano.

L'immensa maggioranza del clero francese si appigliò a quest’ultimo partito: «Ilclero gallicano, disse Pio VII, riconquistò di nuovo nella Chiesa, durante la rivoluzione, quel posto eminente, che vi possedeva ne’ tempi antichi, e forni al Cielo più martiri, che tutto il resto dell’Europa insieme». Ma le dottrine gallicane scomparvero dalla Francia, e come il gallicanismo era stato la culla della rivoluzione, così questa fu la tomba del gallicanismo.

Molti però Vescovi e preti in Francia persistendo ad essere gallicani, durante la rivoluzione diedero tali scandali, che fan raccapricciare, e noi ne citeremo qualche saggio, affinché si vegga per una parte quanta ragione abbiamo di ringraziar Dio, che sostenne colla sua grazia il nostro clero; e si capisca dall’altra a quali tristissime conseguenze meni l’allontanarsi un passo da Roma, fare qualche concessione ai rivoltosi, e voler essere cattolici senza del Papa, o dimezzandone l’autorità. Apriamo adunque la storia della rivoluzione francese e leggiamo.

Dopo la convocazione degli Stati generali il primo fatto rivoluzionario è la pretesa del terzo Stato di volersi riunire, e deliberare in comune col clero e colla nobiltà. Chi provoca ed aiuta questa riunione è un gallicano caldissimo, l’abate Giuseppe Emanuele Sièves, canonico di Chartres e vicario generale della diocesi. Egli va tanto innanzi nelle dottrine della rivoluzione, che alla Convenzione vota senza frasila morte di Luigi XVI!

Nove ecclesiastici si riuniscono tosto ai Comuni, evengono seguiti dipoi da cento quarantotto altri membri del clero, tra' quali gli Arcivescovi di Vienne e di Bordeaux, ed i Vescovi di Chartres, di Coutances, di Rodez, d’Aulun, lutti fautori delle cosidette libertà gallicane. Alla testé de' disertori stanno due gallicani famosi, Enrico Grégoire, ed il Vescovo Talleyrand. Questi piglia moglie, e diviene principe di Benevento; quegli grida nell’Assemlea francese: l'histoire des Rois est le martirologe des nations,ed il 15 di novembre del 1792 chiede che Luigi XVi sia posto sotto processo. Eppure Grégoire, il grande nemico della monarchia, sostiene l’indipendenza dei Re dal Papa, e detta l'Essai historique sur la libertà de l’Eglise gallicane,e le Observations criliques sur l’ouvrage de M, De Maistre, de l'Eglise gallicane.

Il debole Luigi XVI acconsente alla riunione dei tre ordini, e la rivoluzione vittoriosa cresce in baldanza. Passando di soperchieria in soperchieria, spoglia la Chiesa, sopprime i conventi, decreta la Costituzione civile del clero,solenne applicazione delle libertà gallicane. Poi comanda ai Vescovi, ed ai preti di giurarla, pena la perdita del loro uffizio. E l’ordine slncomincia ad osservare in seno dell’Assemblea medesima, riguardo agli ecclesiastici, che la compongono. Di trecento sacerdoti, soli ottanta prestano il sacrilego giuramento, e sono tra questi tre Vescovi ed un Arcivescovo, tutti crema del Gallicanismo.

Loménie de Brienne, Arcivescovo di Sens e Cardinale di Santa Chiesa, era caldissimo gallicano, e faceva a fidanza con d’Alembert ed i filosofi del giorno, forse per convertirli. Ma entrato a poco a poco nella rivoluzione, cadde nello scisma, giurò la Costituzione civile del clero, e il 26 di marzo del 1791 mandò la sua dimissione a Pio VI, che Faccettò, dichiarandolo sospeso dalle sue funzioni, e spogliato della sua dignità. Quell’infelice però non era salvo dai furori rivoluzionari; il 15 di febbraio del 1794 i soldati andarono ad arrestarlo, ed il giorno dopo si trovò morto nel proprio letto.

I Vescovi, che giurarono la Costituzione con quel di Sens furono tre gallicani: Savines, Vescovo di Viviers, Jarente, Vescovo d’Orléans, Talleyrand, Vescovo d’Autun. Un piccolo drappello di preti si lasciò o sedurre, o metter paura, e giurò; ma meglio di cinquanta mila coraggiosamente rifiutarono il giuramento, e patirono per la giustizia.

Tutti i preti assermentéserano gallicani, e poco amici di Roma. La rivoluzione in sulle prime finse di rimeritarli, giacche ordinò al clero insermenté, come dicevano, cioè cattolico romano, di cedere il posto al clero costituzionale, così detto dall’aver giurato la scismatica Costituzione del clero. Un da venti parrochi, che in seno all’Assemblea avean tradito la Chiesa, ne furono ricompensati col Vescovato, e sarà utile dare un’occhiata a questi Vescovi.

Giovanni Battista Massieu, Vescovo costituzionale dello spartimento dell’Oise, era nel 1789 curato di Sergv e grande sostenitore delle libertà gallicane. Deputato del clero agli Stati generali, è uno dei primi che si riuniscono al terzo stato, diviene segretario dell’Assemblea, giura, ed è fatto Vescovo. Ma deputato alla Convenzione, eccolo votare la morte di Luigi XVIsans appel et sans sursis, e l'11 di novembre del 1793 scrivere alla Convenzione medesima: «ch’egli rinunziava alle sue funzioni volendo menar moglie». E sposò la figlia del maire di Givet.

Leonardo Gay Vernon era un gallicano, curato di Compreignac, e fu eletto nel 1791 Vescovo costituzionale dell’Alta Vienna. Egli pure votò la morte di Luigi XVI sans appel et sans sursis,e prima fu visto il 6 di aprile del 1792 fare omaggio della sua croce episcopale all’Assemblea, dicendo che ne destinava il valore per gli arredi necessari! ad un difensore della patria, e che d’ora in poi egli non porterebbe più che una croce di legno. Gran Vescovo, esclamarono i rivoluzionari I Ecco un uomo che ritornala Chiesa ai tempi apostolici!... Gran Vescovo? Andarono pochi mesi, e Gay Vernon rinunziava interamente al suo stato, sposava una crestaia, dichiarando che egli non voleva più altro titolo che quello di cittadino. Moribondo nel 1822 il gran Vescovorifiutava i Sacramenti della Chiesa!

Pietro Anastasio Torné fu pure un ecclesiastico di massime gallicane, poco riverente a Roma, pauroso della soverchia autorità del Papa. Dalla sua teologia alla rivoluzione francese non v’era che un passo, e non tardò a darlo, e venne nominato Vescovo costituzionale del Cher, e deputato all’Assemblea legislativa. Ma lo sciagurato d’errore in errore giunse al punto che recossi alla Convenzione, e pubblicamente abiurò il suo carattere di Vescovo e di prete, dichiarando d’essere stato fino a quel giorno un bindolo ed un impostore. E prima di questo avea già egli stesso benedetto nella propria cattedrale il matrimonio d’uno de' suoi preti con una monaca. Fatto segno al disprezzo di tutti, il Vescovo costituzionale riparava a Tarbes sua patria, e vi moriva di morte improvvisa il 12 di gennaio del 1797.

Claudio Fauchet era egli pure un ecclesiastico gallicano, un grande amico di Choiseul, il pedagogo de' suoi nipoti. Fu creato Vescovo costituzionale del Calvados, e si gettò anima e corpo nella rivoluzione. Parlava nell'Assemblea contro i buoni ecclesiastici fedeli alla Santa Sede, come i tristi sogliono sempre parlare contro i buoni. Diceva: En comparaison de ces prêtres, les athées sont des anges(Bravo!). È la frase, che il Nizzardoe la Staffettadue giorni. fa ripeterono contro i preti dell’Armonia ((60)). Ma il 6 di aprile del 1792, quandoun decreto soppresse l’abito ecclesiastico, il pseudo vescovo depose sul tavolo della presidenza la sua calottee la sua croce, e i pochi preti, che tenevano per lui, fecero altrettanto. Correva il venerdì santo!... Iddio ebbe misericordia di Fauchet. Accusato di cospirazione contro la parte giacobina dominante alla Convenzione nazionale, fu condannato a morte, e morì sotto la ghigliottina il 31 di novembre del 1793 dopo avere abiuralo i suoi errori, ed essersi confessato ad un virtuoso sacerdote imprigionato con lui alla Conciergerie.

Adriano Lamourette è un prete della Missione, pare uomo di molta virtù; ma la febbre gallicana lo invade. Mirabeau non tarda a conoscerlo, e lo elegge per suo teologo. E il teologo gallicano scrive i discorsi, che Mirabeau recita all’Assemblea sulle materie ecclesiastiche, principalmente il disegno d’un indirizzoai Francesi, e il discorso sulla Costituzione civile del clero. Né viene ripagalo colla nomina a Vescovo costituzionale di Lione. Ebbe però il coraggio di fermarsi sulla lubrica via, e fu arrestato e condotto a Parigi in prigione, dove l’ab. Emerv e i rimorsi della propria coscienza l’indussero a sottoscrivere una solenne ritrattazione de' suoi errori sotto la data del 7 di gennaio 1794, il cui originale conservasi tuttavia a Lione. Il 10 di luglio dello stesso anno iassegnato e calmo passava per la ghigliottina, che il giorno innanzi avea definito une chiquenaude sur le cou.

Giambattista Gobel era Vescovo di Lydda in partibuse gallicano nel midollo delle ossa. Fu deputato del clero agli Stati generali, abbracciò il partito popolare, giurò la Costituzione civile, e venne nominato Arcivescovo costituzionale di Parigi. Ammesso nel clubde' Giacobini, adottò l’abito rivoluzionario, e un giorno comparve alla Convenzione seguito dal suo clero, proclamando, che fino a quel dì aveva ingannato il popolo insegnando una religione, a cui neppur egli credeva. «Il popolo, disse, non vuole più altro culto pubblico e nazionale, che quello della libertà e dell’eguaglianza; io mi sottometto alla sua volontà, e depongo il mio pastorale e il mio anello sull’altare della patria». Dopo le quali parole, Gobel e il suo clero calpestarono le assise delle loro funzioni, e l’indegno Vescovo invece della mitra si pose sulla testé il berretto rosso. Ma la giustizia di Dio non tardò a visitarlo, e il 13 di aprile 1794 lasciava la testé sul patibolo. Pentito però scriveva all’abate Lothringer, uno de' suoi vicari, mandandogli la propria confessione, e pregandolo di recarsi alla porta della Conciergerie,e al suo uscirne dargli l’assoluzione de' proprii peccali, senza dimenticare il preambolo: Ab omni vinculo excommunicationis.

Noi non vogliamo già dire, che lutti i gallicani giungessero a questi eccessi, no, questa sarebbe una esagerazione contraria alla storia, ma diciamo solennemente, che coloro, i quali d’errore in errore, di concessione in concessione, giunsero fin là, parteggiavano pel gallicanismo; e non uno dei Vescovi che amavano Roma, veneravano la pienezza dell’autorità Pontificia, e si sottomettevano al Vaticano senza eccezioni, non uno diè nel reprobo, o si macchiò dei delitti della rivoluzione. La teologia romana forma i Santi; la teologia gallicana apre la strada a certe libertà, ad uno spirito d’indipendenza, che a poco a poco cagiona le vertigini, e precipita nell’abisso la mente debole, e la poco radicata virtù. Gli empii disperano di trarre a sé un teologo romano; epperciò desiderando Vescovi come Gobel, Talleyrand, Fauchet, Tome, ecc., fan voti perché sostengano e favoriscano le libertà gallicane.


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IL CONTE DI CAVOUR A GINEVRA

(Dall’Armonia, n° 163, del 21 luglio 1858)

Il conte Camillo di Cavour, compiuta l’epurazione della destraparlamentare, e sconfitta la parte clericale, sentì il bisogno di cessare per alcuni giorni dalle erculee fatiche di due ministeri, e si mise in viaggio. Il nemico giurato di Roma papale non seppe trovare città più gradita di Ginevra, la Roma protestante; e siccome i Vescovi cattolici vanno ad limino, Apostolorum,così Cavour, per la ragione de' contrari, recossi alla culla del Calvinismo.

Il presidente del gabinetto piemontese abbandonava Torino, e i suoi concittadini non ci avrebbero badato, se la Gazzetta Ufficialenon ne li avesse avvertiti. Giungeva a Susa, che l’accolse con grande indifferenza; a S. Giovanni di Moriana, dove trovò un sepolcrale silenzio; a Ciamberì s’ebbe qualche occhiata da' curiosi, e nulla di più; a Culoz, un pranzo dalla Società della strada ferrata, uno di que’ pranzi che hanno il valore medesimo, e lo stesso fine, d'un articolo dell’Opinione o della Staffetta.

Ma in ultimo il conte di Cavour giungeva nella città che dovea applaudirlo, e questa fu Ginevra che gli fece, come raccontano i diari ministeriali, una solenne accoglienza popolare. Ecco un ministro piemontese che per essereapplaudito dee uscir dal Piemonte! Un ministro d’un paese monarchico e cattolico, che trova applausi soltanto in una repubblicadove trionfa il protestantesimo!

Noi siamo ben lungi dal rivocare in dubbio ciò che affermano i cortigiani del conte di Cavour, I Ginevrini avrebbero avuto torlo a non applaudirlo, giacché doveano scoprire in lui comunanza d’idee e di principii, ciò che è causa od effetto della vera amicizia. Per due ragioni il nostro ministro dovea trovare a Ginevra una festosa accoglienza; e perché quella città è il focolare del protestantesimo, e perché è oggidì il Campidoglio de' radicali.

Ginevra è il paese della Riforma,e il conte di Cavour dichiarava testé la sua politica eminentemente riformatrice. La consonanza non istà solo nella parola, ma anche nel concetto. La riformadi Ginevra consisté, secondo la frase del tempo, nei rompre la corne au Pape:e la politica riformatricedel conte di Cavour consiste nel rompere le corna al clero cattolico,escluderlo dalla Camera, dai comizi elettorali, dalle congregazioni di carità, commettendo questi uffizi piuttosto a' morti che a' preti.

Se percorrete la storia dello stabilimento della Riformain Ginevra, vi ritrovate molta analogia tra i fatti avvenuti colà, e quelli che avvennero in Torino per opera principalmente del conte di CAVOUR. Il 1° d’ottobre del 1534 i sindaci e il Consiglio di Ginevra vanno a notificare ai canonici di S. Pietro la decadenza del Vescovo, e li invitano a nominare una nuova amministrazione, vu que la sede vaque. Il conte di Cavour, ministro dell’interno, pronuncia la decadenza di Monsignor Fransoni, e scrive nel suo calendario generale: Arcivescovo di Torino: N. N.

Perché i ministri Ginevrini esautorarono il Vescovo Pierre de la Beaume? Perché un suo inviato osò parlare contro l’honneur de l'Excellence des très-redoutés Seigneurs Messieurs de Berne. Perché il conte di Cavour sostiene da otto anni in esiglio Monsignor Fransoni? Perché questi ha conosciuto in tempo i rivoluzionari, e senza rispetti umani ne ha denunziato le opere ed indovinalo i tristi disegni.

I canonici di Ginevra sostengono le parli del loro Vescovo, e debbono patire perciò mille insulti. Il provinciale dei Padri Serviti, i canonici, i preti, i frati del Piemonte che obbediscono alla voce concorde dell’Episcopato subalpino, soffrono persecuzioni, processi, incameramenti, prigionie.

Tra i canonici di Ginevra se ne trova uno che fa causa comune coi protestanti, Tommaso Vandel, che egli pure vuol rompere le coma al Papa,e per ciò fare mena moglie. E tra' canonici di Torino non ve ne fu forse uno che tenne bordone ai ministri, e per compiacerli s’introdusse perfino nel Seminario a cacciarne i suoi confratelli?

E la scalata data in Torino ai monasteri di Santa Croce e delle Cappuccine non risponde a capello a ciò che fecero i riformatori di Ginevra contro le monache di Santa Chiara? Nella domenica infra l’ottava della Visitazione il convento delle monache di Santa Chiara in Ginevra venne assalito dai sindaci, dai ministri, e da dodici de' principali riformati, e intimata l’apostasia a quelle sante monache, le quali stettero salde nell'adempimento de loro doveri. Ma il 24 di agosto cencinquanta bravi, condotti da Vandel, l’excanonico, e Baudichon, si precipitarono sul convento, ne infransero le porte, e ne dispersero le suore, che (notate rassomiglianza!) trovarono in chiesa prosternate davanti l’altare. Non si fece forse altrettanto colle monache di Santa Chiara di Cuneo?

Il conte di Cavour destituisce que’ pubblici uffiziali che non s’inchinano a lui e non approvano la sua politica antipapale, come i signori di Ginevra colpivano d’incapacità religiosa e politica coloro che non aderivano alla Riforma.

Sulle porte di Ginevra scrivevasi, dopo la Riforma, post tenebra lux,come se il protestantesimo fosse luce e il cattolicismo tenebre. E i giornali del conte di Cavour scrivono continuamente contro i cattolici, rappresentandoli come oscurantisti, e chiamano il loro eroe l’apostolo della luce, che ha illuminato il Piemonte colla sua economia politica!

Ci racconta Froment ne’ suoi Acies et gestes merveìlleux de la cité de Genève convertie à l’Évangile,che tali e tanti delitti e latrocinj nacquero subito dopo la Riforma, che «un comune proverbio è per lungo tempo regnato tra i villani e i gentiluomini, disant que c'étoit l'Evangile-robin, et l’Évangile-larron.» Rimettiamo ai nostri concittadini decidere, se anche ritalia degli italianissimi non meriterebbe simili epiteti.

E il paragone potrebbe essere continuato fino all’assolutismo di Calvino, che è rinnovato tra noi dal depotismo cavouriano. Dal 1541 al 1564 Calvino comanda a bacchetta in Ginevra, e tutto si dee sottomettere alla sua volontà. E dal 1851 fino al presente Cavour fa in Piemonte ciò che più gli talenta, e nessuno gli resiste, meno alcuni clericali, che pur son detti gli amici della schiavitù!

La storia di Ginevra durante vent’anni, a cominciare dal richiamo di Calvino, venne bellamente definita dall’Audin: «Un dramme bourgeois, où la pitié, le rire, la terreur, l’indignation, les larmes viennent tour à tour saisir Fame». Il ministero del conte di Cavour è qualche cosa di meglio? La compassione e il ridicolo, l’indegnazione ed il terrore, non sono gli affetti che eccita e gli strumenti che adopera?

Iapigi Veuillot, nel suo bellissimo libro intitolato: Pèlerinages de Suisse, scrisse che Ginevra reçut la Réforme comme un enfant reçoit les verges. E Torino ed il Piemonte non soffrono la politica del conte di Cavour come un ragazzo patisce lo scudiscio?

Ben si vede adunque, che i protestanti ginevrini doveano fare gran festa al nostro Conte. Egli ne ringiovanì in buona parte i principi! e le opere; e mentre proruppe sovente in ingiuste invettive contro Roma cattolica, non parlò mai che con grandissima riverenza di Roma protestante. Nella prima avrebbe dovuto entrare in penitenza, appoggiato al bordone del pellegrino; nella seconda entrò glorioso, tenendo in mano la palma del trionfo.

Ma non è tanto per considerazioni religiose che il conte di Cavour s’ebbe sì bella accoglienza in Ginevra, quanto per ragioni politiche. Ginevra ricordava al nostro Conte di molte ed importantissime memorie. Là fu Giannone l’eroe dei nostri giorni, il Santo Padre de' libertini. Là s’ordì la spedizione di Savoia, di cui facea bella parte l’amico di Cavour, il professore di diritto costituzionale nell’Università di Torino. I superstiti campioni di quella spedizione, diretta a proclamare la repubblica nel nostro Stato, sono considerati martiri, ed hanno, secondo il cavaliere Gran Croce Giacomo Lanza, diritto alla pensione. Finalmente in Ginevra nell’albergo della Navigazionestava Mazzini, e presentavasi a lui un futuro deputato ministeriale, il quale dicevagli: — Quanto mi date, ed io pugnalerò Carlo Alberto? — E ne avea un pugnale dal manico di lapislazzuli e la somma di mille lire.

Tutte queste memorie doveano affacciarsi al conte di Cavour nel suo ingresso in Ginevra, come si affacciarono di certo a que’ fieri repubblicani; i quali, avendo applaudito gli italianissimi, che nel 1833 cospiravano contro Carlo Alberto, come ci racconta Brofferio, doveano fragorosamente applaudire il ministro che s’era associato con questi, scrivendoli nell’albo de' suoi amici, promovendone le candidature nelle elezioni, facendo assistere dai nostri diplomatici al loro matrimonio, affidando ai medesimi l’insegnamento della gioventù, mostrandosi in una parola pieno di stima ed affetto verso questi valorosi.

La politica del conte di Cavour è essenzialmente riformatricecosì nell’ordine religioso come nel civile. Egli ha confessalo alla Camera la necessità di progredire sempre riformando, se non volessi la morte della libertà. Ora, in religione, di riforma in riforma andremo all’ateismo; e nell’ordine civile, di riforma in riforma dove andremo noi mai? I radicali di Ginevra veggono bene che il conte di Cavour ha avviato il Piemonte al radicalismo, epperò l’applaudono; come non ba molto lo stesso Mazzini per le pubbliche stampe applaudiva il conte di Cavour, stante che i suoi principii, le sue massime, le opere sue formano l'educazione repubblicana degli Italiani. Forse il grande agitatore avrà detto testé qualche altra cosa di simile nella sua recente lettera al conte di Cavour, ma noi non la potemmo leggere, giacché il fisco di Genova sequestrò scrupolosamente i tre numeri dell'Italia del Popolo, che la contenevano.

Fatto sta, che Ginevra è il nido de' Mazziniani, il quartier generale di Mazzini, come ben si sapea, ma venne ufficialmente scoperto testò, dopo le inchieste fattesi in seguito all’attentato del gennaio contro (imperatore dei Francesi. E il conte di Cavour, senza esitare un momento, senza temere il pugnale di Gallenga o le granate d’Allsopp, andò a gettarsi in mezzo a que’ furiosi, i quali non gli torsero un capello, anzi gli prepararono un’ovazione salutandolo come amico e benefattore!

Diteci, in fede vostra; se uno de' nostri ministri si recasse in Napoli, e giuntovi appena, gli uomini più caldi per la Monarchia e pel governo di Ferdinando Il fossero a rendergli onore, e tutti gli assolutisti l’inchinassero, e radunato il popolo gli procacciassero applausi, e lo gridassero benedetto per ciò che fece, che fa, e promette di fare, che cosa ne inferireste? Ch’egli è un grande amico delle libere istituzioni?

Eccovi ora il caso nostro nel senso opposto. Cavour va a Ginevra protestante, a Ginevra repubblicana; e repubblicani e protestanti gli muovono incontro, (’abbracciano, lo baciano, lo lodano, l’ammirano, ed hanno una sola bacca per gridare: Viva Cavour!Vorrete dirci che costui cosi applaudito a Ginevra sia nemico de' repubblicani e de' protestanti? Che le sue opere politiche non rechino nessun vantaggio né ai primi, né ai secondi?


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UN DOCUMENTO INEDITO SUI LIBERI MURATORI

(Dall'Armonia, n. 16$, del 23 luglio 1858)

Mentre si adultera bruttamente la storia del passato, e si fabbricano fortune» e si gonfiano ambizioni; mentre invocasi a capriccio la forza del diritto, ed il diritto della forza, ed i rettori delle nazioni, timidi, incerti, paurosi dell’avvenire, scendono oggi a patti coll'anarchia, e la combattono all’indomani, noi crediamo opera proficua gittare, così alla sfuggita, un colpo d’occhio nel misterioso pandemonio, da cui diramanti quei fili, i quali, come in una rete immensa di delitti e di iniquità, gran parte avvolgono delle contrade d’Europa. Al popolo, a cui propinasi quotidianamente la tazza avvelenata dell'errore, noi offriamo semplici e schiette verità, ’poco curando le ire di coloro, ai quali una libera parola intorbida i sonni e scende come rimorso ad amareggiare la colpevole vita.

Il documento, che vede per la prima volta la luce, è grave di insegnamenti, equasi faro splendente nel tempestoso pelago, su cui navighiamo. Esso è relativo a quei settari, che, sotto la denominazione di liberi muratori, tanta parte ebbero nei pubblici rivolgimenti, ed il di cui instancabile operare a danno dei popoli e dei regnanti, e la cui inaudita fortuna rivelasi ora più che mai con incontrastabili segni. Essi ebbero ed hanno segrete e pubbliche conventicole, e numeroso seguito di addetti, e grandi ricchezze, e copia non ¡spregevole di scrittori mercenari, onde compongonsi a formidabile potenza.

Il Piemonte, quasi terra di conquista, è corso da una colluvie di giornali, che da costoro prendono materia al dire ed annunziano ai profani l’imperioso velcro della setta, spronando chi esita, minacciando chi contrasta, ed esaltando le idee, che dovranno più tardi tradursi in fatti. Quindi vedi negli uni procedere di pari passo il Corano col Vangelo, l’orgoglio di Satana e la preghiera, e questo chiamano tolleranza,vedi negli altri bruttata di fango la veneranda canizie del Vicario di Cristo ed incensali i Ricci ed i Tamburini, un inno alla religione, che pare una bestemmia, e nella stessa facciata morsi di maldicenza viperea, e questo dicono incivilimento.

Ne' più un'orribile confusione di bene e di male, di sacro e di profano; stelle che splendono di fosca luce, sembianze di pace in cuori bollenti d’ira, voce sacrilega, che ogni reliquia di migliori tempi contamina e deturpa. E come ciò non bastasse, v’ha ancora chi dassi a cercare celebrità giù pei trivii e per le bettole, ministrando ai lettori, nauseali del bello e del buono, la turpe immagine dello sguaiato ateismo e della procace calunnia. E con siffatti mezzi credonsi abili, perché ad ottenere il loro intento agiscono senza ribrezzo e senza rimorsi. Paghi di spingersi in su, onde dar fondo allegramente alla pubblica fortuna, facendo pompa di potenza dinanzi a volgo, quando la potenza apparterrà al delitto e col delitto soltanto potrà mantenersi.

Ora, lasciando ogni altro commento, trascriviamo da autentiche fonti la seguente pagina di storia, senza variarne una sillaba.

VITTORIO DI CAMBURZANO.


RELAZIONE

Sulla scoperta setta de' Liberi Muratori nel1767 ((61)).

Alla fine è scoppiata in Napoli la gran mina de' Liberi Muratori, de' quali solo si suppone il nome, e mai se ne ha potuto risapere il segreto. Né però per quanto sia stato scritto su di questa materia, v’è stato chi l’abbia potuto scoprire. Due sono stati i casi di questa scoperta. Vn infermo, che, mosso da Dio, ha rivelalo tutto ad un Prete, perché lo significasse al Re; ed un Cavaliere, ch’era mantenuto dalla Società con ¡splendore, cui essendo mancata la pensione e gli amici, ha preso dal Re (’impunità, ed ha manifestato il gran Priore, o sia Supremo Architetto della Società ne’ Regni di Napoli e Sicilia. Egli è duca di San Severo Cavaliere di gran portata e molto erudito. Ciò risaputosi dal Re, spedì segretamente al suo Palazzo un Uffiziale in confidenza con tre Dragoni, affinché immediatamente senza campo di poter parlare con chi che sia, fosse condotto alla Corte. La cosa seguì così, ma non tanto felicemente, perche pochi momenti dopo fu dato fuoco alla libraria ed al Palazzo di detto Duca, credesi affine di abbrucciare le scritture, e Cataloghi, ma, accorsovi il Popolo, fu il fuoco estinto, e tutto fu indi custodito dalle Guardie. Presentato il Cavaliere al Re (cosa veramente maravigliosa) questi palesò apertamente tutte le scritture, gli effetti, il sistema, i soggetti, il governo, ed il fine di quest’indegnissima sella. Il Cavaliere fu rimesso, e custodito nei suo Palazzo per timore che non venisse ucciso da' suoi antichi colleghi, e nel Catalogo si sono ritrovati di soli Napolitani sovra 64|m. In Firenze parimenti si sono scoperti; ed il Papa, e l’Imperatore vi hanno mandato 24 Teologi per rimediare al grande sconcerto. Il Re opera con tutta dolcezza nel perdonare a chi si presenta, e conviene, che così faccia per ¡sfuggire i gran mali, che potrebbero seguire, ed ha deputato quattro Illustri di diversi ranghi per porre in opera tutti li mezzi più efficaci per distruggere una sì abominevole setta atta nella sua professione a sconvolgere lutto il Mondo, e ne ha dato parte a tutti li Potentati dell’Europa della sua scoperta, e delle sue indegne massime. E siccome la causa è comune, tutti d’accordo, se non sono più che stolidi, devono concorrere alla distruzione. Ma non ami lliaja, a miglioni si contano gli aggregati, specialmente negli Ebrei, e ne’ Protestanti. Le loro indegne massime note sono ai soli aggregati della 5a, 6a e 7a Loggia, mentre quelli delle tre prime sanno nulla, e quelli della 4a puramente agiscono senza sapere ciò che si facciano.

Riconoscono la loro fondazione da 175 anni nella città di Londra, ed il loro Istitutore fu quel famoso Cromwell prima vescovo, poi amante ed adultero di Anna Bollena, indi per le sue sceleratezze decapitato, chiamato a' suoi giorni il flagello de' Regnanti, comeché anche presentemente si gloriano di dire a questo insigne Fondatore i suoi odierni seguaci. E questo riddusse a fine una superba fabbrica, cui lasciò un reddito annuale di L. 10|m sterline e formovvi una Camera di 14 Persone, delle quali 7 col carico di supremi assessori, e 4 coll’impiego di segretari. Questa è la prima Camera, ossia la settima Loggia. Le 7 Loggie sono una per nazione; le cinque, una per Provincia, com’era quella del Duca S. Severo. Della settima li chiamano Assessori, della sesta gran Mastri, della quinta Architetti, della quarta esecutori; e poi finisce il segreto. Della terza Ruricori, della 2a e p. ma Novizi e Proseliti. L’infame Idea è tutta sull'Allegoria del Tempio di Salomone, considerato nel suo primo lustro, poi abbattuto dalla Tirannia degli Assirj, e finalmente restituitosi suo Antico Splendore; il significare la libertà dell’Uomo dopo la creazione del Mondo, la Tirannia del Sacerdozio, de' Regnanti, e delle Leggi; lo ristabilimento di questa Libertà. Questa è tutta l’Idea. Le loro empie massime sono le seguenti:

1° Dio ha creato l’Uomo in una pienissima libertà naturale, in cui siamo tutti eguali. Questa naturale libertà non può negli Vernini ristringersi senza una intollerabile ingiuria non meno di colui, che con tanta degnazione a noi la diede, che di noi medesimi, a quali p. gran privilegio fu data

2° Per questa pienissima libertà naturale ai suoi sì benignamente compartita il Signore Iddio in omaggio a sé dovuto contentasi di soli atti interni dell’Uomo, indifferente perciò, e quasi non curante di qualunque altro atto esterno, in cui mai possa intrinsecarsi in tutto il corso di sua vita

3° Gelosissimo però nel tempo stesso del suo assoluto dominio di questa Terra, in cui con sì privilegiata creazione ha posto l’Uomo in modo che riconosce per Emoli a se contrarj chiunque vuole venirne a parte, cd a parte voler venirne chiunque voglia esercitare particolare giurisdizione sovra gli altri, offendendo in uno non meno la suprema podestà del Creatore, e la naturale libertà della Creatura

4° Coll'andar degli anni questa suprema podestà del Creatore, e questa naturale libertà della Creatura essere stata non poco lesa, e poco meno che distrutta dalla malvagità di certi risorti Assirj, onde sorsero que’ speciosi nomi di principato e sacerdozio

5° Nomi che riconoscono per fonte come l’ingiusta violenza di pochi usurpatori, così la vituperevole ignoranza di tutti gli Uomini, che anno permesso simili usurpazioni a tanto danno loro proprio, e disprezzo di quel Dio, cui tanto devono

6° Ecco dunque la grande Impresa ben degna di Uomini d’onore per sestessa, e di gratitudine verso Dio. Riffabricare questo gran Tempio già distrutto, uscendo finalmente dalle tenebre di quell’ignoranza, in cui i nostri Maggiori sono vissuti per tanti secoli, ed armandosi contro gl’indegni usurpatori sino a doverli uccidere, se fia d’uopo, rimirandoli come veri Tiranni in terra per l’uso d’una Podestà, che tutta è sola di Dio, e per l’abuso d’una libertà, che tutta è nostra, ed eguale a tutti

7 Ad impresa sì nobile se ne fa a tutti l’invito, come per tutti ne corre l’interesse, con ché benissimo può avervi luogo il Pagano, l’Ebreo, il Turco, il Protestante, il Cattolico, ed anche il Deista, ed Ateista. Se tante Religioni uscite fuori nel Mondo sono altrettante superstiziose invenzioni di chi vuol togliere all’Uomo la naturale libertà, e a Dio la suprema Podestà; se la diversità delle Religioni ha partoriti gran disturbi, tra i liberi Muratori stringe nodo, e fa lega di più stretta pace

8° Anzi la sperienza ba dimostrato, che chi si aggrega a questa nuova Società, tanto è lungi dal recarvi, ò ricevervi disgusto in ponto di Religione diversa, che a questa de' liberi Muratori insensibilmente si attacca in maniera che d’essa sua natia Religione affatto dimentichisi, nò più curasi affatto: Alcuni per sciocchezza Tanno dimandata una Magia del Demonio; ma, a dir il vero, egli è tutto peso del retto corso delle cose, quando escono dalla violenza fermandosi nel naturale suo centro

9°L’Impresa però è la più difficile che sia mai stata, e che possa mai esservi. Si tratta di dover contrastare nullameno che col Principato, e Sacerdozio ora mai in pieno, e pacifico possesso con aperta Tirannia sovra la libertà dell’Uomo, e con prescritta usurpazione sovra il Dominio di Dio in terra; Quindi esigersi nella Società la scelta di Gente non comunante, lo spirito d’Uomini il più forte ed ardito, e sovratutto la protezione di Personaggi in diversi Regni li più rispettabili, e poderosi

10°Ma un gran segreto esser dee il preciso fondamento di questa difficilissima Impresa. Le altre Sette fondate si sono con sciorre dottamente la lingua; Questa de' liberi Muratori con rigorosamente frenarla, nel frenarla con perpetuo silenzio fin dal primo ingresso. Si propongono la rinnovazione di più giuramenti, le minaccie di più castighi, e la facoltà ad ognuno in prenderne vendetta anche col ferro.

11° Segreto, dico, così inviolabile, che neppure possa avervi diritto qualunque publica Podestà sia del Principato, sia del Sacerdozio. Questo avendo tutto il merito d’essere distrutto, ragion aver non possono a propria difesa. Perciò a maggiore cautela fia sano, e sodo consiglio con quel: — Nihil contra Principem, Nihil contro Religionem, Nihil contro bonos mores —

12° E perché questo gran segreto è importantissimo, risiede solo nella quinta Loggia, che è di soli Architetti a dover diriggere il rifacimento del dirocato Tempio di Salomone, a tutti gli altri si faccia sol sapere, che una scambievole Carità, ed un soccorso vicendevole per qualunque bisogno, che possa occorrere, sarà tutto il fine di chi voglia aggregarsi a questa nuova Società di liberi Muratori.


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IL CONTE DI CAVOUR IN GINEVRA IL CALVINISMO ED IL PROGRESSO

(Dall’Armonia, n. 167» del 15 luglio 1858)

Non andava lontana dal vero l'Armoniaquando attribuiva un significato religioso alle fragoroso accoglienze che il conte di Cavour s’ebbe in Ginevra. I giornali ministeriali, in quella che ci rimbrottano d’avere calunniato sua eccellenza, stampano il discorso detto in quella occasione dal signor Tourte vicepresidente del Gran Consiglio, e la risposta del nostro presidente dei ministero, discorso e risposta che sono la più calzante dimostrazione della nostra tesi.

Per prima cosa il signor Tourte ringraziò il conte di Cavour, perché, mediante la sua inconcussa fermezza,i Ginevrini possono godere in Savoia ed in Piemonte di tutta la possibile libertà di religione. La quale libertà si estende fino a far propaganda protestante, e adoperarsi senza nessun pericolo a strappare i nostri concittadini dal seno della Chiesa Cattolica con que’ mezzi, che vennero bellamente esposti dall’illustre Vescovo d’Annecv nel suo libra Sul commercio delle coscienze.

Il conte di Cavour, nel confermare quanto avea detto il signor Tourte, fe’ certe aspirazioni che meritano d’essere considerate. Egli dichiarò che il governo piemontese «era entrato, benché tardi, nella via del progresso, che voi (Ginevrini) percorrete da lungo tempo». Cavour che ha trattalo e tratta le monache e i frati suoi concittadini come ben sappiamo, fu tutto fratellanza per que’ di Ginevra, e disse loro: «Noi vi accoglieremo e vi considereremo sempre come fratelli». Stabilì che Piemontesi e Ginevrini avevano i medesimi istinti, le medesime affezioni, la medesima reciproca stima». E finalmente fa' un evviva alla repubblica di Ginevra e alla città dotata d'istituzioni che ne faranno la gloria e la prosperità. Giuseppe Mazzini avrebbe fatto eco certamente a questo evviva!...

Ci sia permesso di esaminare un po' quel progresso, le cui vie Ginevra percorre da lungo tempo. Noi ne lasceremo da banda la parte materiale, non essendo che un accessorio. Diremo della parte morale, della conoscenza della verità, che i il culmine e la perfezione del progresso. Come è entrata Ginevra in questa via?

Berna tolse a Ginevra la sua religione di tredici secoli, e fe’ scrivere sulla porta della Corratene la seguente iscrizione: — Nell'anno1535 — Za tirannia dell'anticristo romano essendo stata abbattuta — E le sue superstizioni abolite—La religione santa di Cristo essendo stata ristabilita nella sua purezza

E la Chiesa rimessa in buon ordine per un segnalato benefizio di Dio. È questo il progressoche si ammira a Ginevra! Si vuol dunque regalarlo al Piemonte?

Ma come si strappò a' Ginevrini il Cattolicismo? «S’introdusse per forza la Riforma ne’ villaggi, malgrado i richiami de' villani, che domandavano rispetto alle loro convinzioni». Sapete chi scrisse queste parole? Lo stesso amico del conte di Cavour, il signor James Fazy, nel suo Essai d'un précis de l’histoire de Genève,tom. I, pag. 238.

Guglielmo Farei, primo pastore della Riforma in Ginevra, nell’agosto del 1539 scopriva in un albergo di quella città Giovanni Calvino, lo scrittore dell'Istituzione cristiana,e davagli in mano il proprio paese, che l’eresiarca introduceva nella via del progresso!Coloro che gridano contro l’inquisizione, non hanno mai una parola contro Calvino, questo buveur de sang,come lo dicevano i contemporanei, li quale, tolta Ginevra a Roma, le diè il Codice che segue:

L’idolatria è un delitto capitale: il cattolico è un idolatra: la morte — morte pel delitto di lesa maestà divina — morte pel delitto di lesa maestà umana — morte agli eretici. — È stabilito un concistoro, la più terribile delle inquisizioni: punito chi terrà immagini papistiche; multa a chi arriva tardi al sermone — Chi oltraggia la gloria di Dio perisca: dicea Calvino, e la gloria di Dio era lui stesso.

Michele Serveto, nemico di Roma, tollerato in Italia da' cattolici, andò a Ginevra, disse per caso insulsele ragioni di Calvino, gli domandò chi gli avesse dato autorità di far leggi, e Calvino dopo sette anni ricorda il preteso delitto, lo fa mettere in prigione, gli nega un avvocato, gli nega una camicia da mutare, e ordina in ultimo che sia abbruciato vivo. Ecco le vie del Progresso.

Caterina Copa, del Ducato di Ferrara, venuta a Ginevra per vedervi un suo figlio, ha la disgrazia di biasimare la morte di Serveto, e viene tosto condannata a gridare misericordia a Dio ed alla giustizia, e cacciata in bando con ordine di partire entro ventiquattrore, sotto pena d'aver tagliata la testa. Ecco le vie del Progresso.

Pietro Arneaux, del Consiglio dei Venticinque, una sera, dopo avere un po' bevuto, si ride e fa ridere di Calvino, e questi lo cita al Consiglio, che lo condanna tosto ad una forte multa. Il Riformatore non n’è contento, e minaccia di abbandonare Ginevra, se il colpevole non viene obbligato a fare ammenda onorevole delle sue parole a testé nuda in tre luoghi diversi. E il Consiglio s’acconcia ai desiderii di Calvino, e al popolo che mormora per tanto rigore, mostra la forca. Ecco le vie del Progresso.

Toussaint Masquin osa dire che la dottrina di Calvino sulla predestinazione è contraria alla Scrittura, e che trova più conforme al Vangelo l’altra di Castalione. Per questo delitto viene condannato all’ammenda onorevole, in camicia, colla torcia in mano, e poi esiliato in perpetuo, pena la forca. Ecco le vie del Progresso.

Un’ordinanza ecclesiastica del 1561 condannava alla multa l’infermo che stesse tre giorni interi in letto senza farlo sapere al ministro del suo quartiere. — Tre fanciulli convinti di avere abbandonato il sermone per mangiare ciambelle, vennero pubblicamente staffilati. — Erano rei i villani che non mangiavano carne di venerdì; rei coloro che andavano a bere acqua di una fontana creduta miracolosa.

Di questi fatti la storia di Ginevra presenta una immensità; e se non si ripetono oggidì, si è perché i successori di Calvino non temono i cattolici. Se questo timore nascesse, come avvenne a' tempi del Sonderbund,rinascerebbe contemporaneamente la crudeltà protestante.

Non si dica che Calvino è morto e non comanda più. A questa osservazione ha risposto Pierre Leroux:«Non è un uomo che la posterità dopo due secoli e mezzo riprova, ma una dottrina. Si trovò in questo uomo il tipo presso che perfetto di tale dottrina, e bisogna ammettere ch’egli l’ha emessa e praticata secondo coscienza». E poco prima avea detto Pierre Leroux:«Non c’è strada di mezzo; o bisogna approvare la morte di Serveto, o riconoscere con noi, che l’opera intera di Calvino era falsa e RETROGRADA ((62))». L'Opinionepreludendo al discorso del conte di Cavour che dovea lodare i progressi di Ginevraper opera del calvinismo, non dubitò d’asserire, e crediamo gratis,che le vite degli eresiarchi non sono che tessuti di menzogne e di falsità, scritte essendo per diffamarli. Ma sgraziatamente per l’Opinionele opere e le dottrine infami di Calvino ci sono attestate dagli stessi storici calvinisti di Ginevra!

Veggiamo intanto che cosa sia oggidì Ginevra con tutto il suo progresso. Cel diranno i Riformati medesimi. L’uno trovò che i Riformatori non avevano idee nette,e che la religione data a Ginevra consisteva in informi rottami; l’altro dichiarò che il Calvinismo, cioè la religione di Ginevra, era la plus rebutante et la plus haïssable;questi, pieno di incertezze, domandò una guida che lo togliesse dal nero labirinto del dubbio,trasportandolo verso regioni di luce e di sicurezza,e quegli lagnossi del disordine e della confusione che regna là dove tutti gli uccelli del cielo senza distinzione vengono a fare il loro nido ((63)).

Non è molto un cattolico, uscendo di Ginevra, la salutava così: «Addio, città sventurata che vivi coperta delle ombre della morte; che sei divorata da un'anarchia intellettuale; addio. Io non istimo nulla questi doni della natura che ti abbelliscono, tinche la vera luce non ti rischiara». Camillo Cavour invece, entrando in Ginevra, la chiamava, dall’Albergo dello Scudo,una città degna d’invidia. Oh! no davvero, i Piemontesi non invidieranno mai più la Babilonia protestante, della cui religione lo stesso Voltaire cantò nella Enriade:

Une culte si nouveau ne peut durer toujours:

Des caprices de l'homme il a tiré son être;

On le verra périr ainsi qu'on l'a vu naître.


LORD PALMERSTON E LA VENEZIA

(Dall’Armonia, del 1858 pag. 680)

AD. MANIN,

Le speranze della rivoluzione sono tutte fondate sull’Inghilterra, e specialmente sul grande caporione di tutti i rivoluzionari, lord Palmerston. E diciamo anche noi che là veramente si deve cercare il punto a cui s’appoggia la leva rivoluzionaria per mandar in ¡scompiglio il mondo. Tuttavia i baccelloni non si accorgono che l’Inghilterra in tanto solo favorisce la rivoluzione in quanto questa non le reca danno od impicci colle altre Potenze. Fra le molte prove di questa verità abbastanza conosciuta, addurremo la lettera che lord Palmerston scriveva il 20 di aprile 1849 a Daniele Manin, che a nome della sua repubblica di Venezia chiedeva aiuto alla Gran Bretagna contro l’Austria. Eccola:

«Signore! Ho l'onore di parteciparvi la ricevuta della vostra lettera del 4 corrente, e d’assicurarvi, in risposta, che il governo di S. M. ha osservato con grande interesse, non solo i gravi sacrifizi fatti dal popolo di Venezia durante gli ultimi dodici mesi, col proposito di sostenere la causa da esso abbracciata, ma altresì il buon ordine che fu mantenuto nella città per tutto quel periodo di tempo. Ma, riguardo al desiderio da voi significato in favore dei vostri concittadini, che Venezia cessi di appartenere all’Austria, il governo di S. M. può dirvi soltanto che il trattato di Vienna, a cui la Gran Bretagna intervenne come parte contraente, assegna Venezia come una porzione dell’impero austriaco, e che il componimento, proposto dai governi inglese e francese a quello d’Austria, nell’agosto passato, come base della negoziazione, non andava ad alterare in questa parte il trattato di Vienna. Nessun cangiamento può esser fatto nella condizione politica di Venezia, se non col consenso e l’opera del governo imperiale; e quel governo ha già annunziato la sua intenzione in questo riguardo. Il governo di S. M. può quindi soltanto ripetere seriamente l’avviso ch’egli ha recentemente commesso al console generale di S. M. a Venezia di comunicare in suo nome al governo di Venezia; cioè, i Veneziani non perdano tempo nell’adoperarsi di giungere ad un amichevole accomodamento colle autorità austriache, come il miglior mezzo di ristabilire senza collisione l’autorità dell’Imperatore d’Austria nella città di Venezia.

Ho l’onore di esser, signore, ecc.

«PALMERSTON».

Se lord Palmerston così parlava nei beigiorni del 1849, quando l’Inghilterra gridava contro il dominio del barbaroin Italia, che sarà oggidì quando essa è strettamente unita col barbarostesso?


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VIAGGI D UNA MONETA D’ORO

(Dall’Armonia,n. 168,169,170, del 27, 28, 29 marzo 1858)

Tutto si fa per amor della libertà

e di sant’Aurelio in tasca.

Giovanni Boccaccio.

I

Nel secolo decimoquinto non essendosi potuto dalla famiglia della giustizia di Tolosa aver nelle mani un certo famoso omicida, ne fu presa in sua vece la spada, rimasa fitta nel corpo dell’innocente ucciso, e posta a' tormenti, e convinta di tradigione, condannata per così dir nella testa, e per mano del pubblico giustiziere appesa alle forche, e ciò l’anno 1540.

Questo fatto somministrò a quel robusto scrittore italiano, che fu il Padre Daniele Bartoli, l’idea di girare una specie di processo ad una doppia d’oro, metterla alla corda, e traile la confessione delle sue scelleraggini. E se leggeste le confessioni che fe’ quella doppia d’oro! Quanto male si accusò d’aver cagionato nel mondo! Essa conchiuse la sua confessione così: «Bastivi sapere, che per poche mani io sono passata, che non le abbia lasciate o men giuste, o men caste, o men fedeli, o meno innocenti».

Altri tempi però, altri costumi. La doppia d’oro del P. Bartoli parlava a quei giorni, in cui l’usura non era libera. Quella povera moneta non sentivasi ancora emancipata, né respirava le aure soavi del progresso. Laonde i nostri lettori non vorranno considerarci per teste balzane, se noi, afferrando il concetto del valente Gesuita, daremo la corda ad una moneta contemporanea, e l’obbligheremo alla confessione de' suoi misfatti. Detto fatto; eccovi qui la moneta, che già parla e si fa a raccontare la storia de' suoi viaggi. Uditela.

«Io nacqui nella California. Un povero irlandese, fuggendo la tanto decantata prosperità della Gran Bretagna, che l’obbligava a morirsi di fame, venne in cerca di me sulla mia terra natale; e come Dio volle, dopo un buon anno di ricerche, di stenti e di sudori, mi trovò sotto la forma di una verga d’oro. Tutto lieto stringevami al suo seno, riputandosi l’uomo più felice di questo mondo. Ma egli non tardò ad accorgersi, che, se bricciolo di felicità può darsi quaggiù, non è certo l’oro quello che la procaccia.

«Avvegnaché un inglese, venuto egli pure in California per ricercarvi oro, ed accortosi della buona fortuna incontrata dall’irlandese, giurò di stenderlo freddo per impossessarsi del fatto suo, per diritto di vacanza,come dicono certi avvocati piemontesi, che si può fare alle società religiose, a cui sia tolta la vita, o, per parlare più propriamente, la personalità civile. E concepire questo disegno, e metterlo ad esecuzione, fu tutt’uno, ché armato Fingiese di uno stupendo revolver,sparò due colpi contro l’irlandese sciagurato, l’uccise, e, saltatogli addosso, privollo della verga d oro, vera e sola cagione della sua morte.

«Allora il mio nuovo padrone tutto trionfante mi recò a Londra nella citta, dove la mia stirpe siede regina assoluta, regnando e governando dispoticamente. G qui, siccome io era d’un aspetto informe assai, e venuta dal mondo nuovo, non potea far bella mostra di me stessa nel mondo antico tale e quale era uscita dalle mani di madre natura, così l’inglese m’allogò nella zecca, dove m’acconciarono, mi vestirono da festa, mi resero lucidissima per abbagliare la gente, mi scolpirono sopra l’imagine della graziosa regina Vittoria, e, scrittomi in fronte un po' di Dei gratta,mi posero nome lira sterlina.

«Pochi mesi dopo io partiva da Londra in compagnia di Giuseppe Mazzini, a cui era stata regalata da lord Palmerston, il gran Mastro dell’Ordine dei Franchi Muratori, e nell’agosto dell’anno 1833 mi ritrovava in Ginevra, dove le monete d’oro sono la sola religione dominante. Ed era col grande Agitatore nell’albergo della Navigazione,quando bussò alla porta un cotale sconosciuto, il quale presentò una lettera commendatizia, e gli fu permesso d’entrare. La lettera era d’un futuro professore di diritto costituzionale nell'Università di Torino; e raccomandava l’incognito per un alto fattoch’era deliberato di compiere. Mazzini chiese del fattoe gli venne risposto — l’assassinio di Carlo Alberto. Domandò il nome del valoroso; e gli fu detto — Antonio Gallenga.

«Ed io allora assistei a quel contratto di sangue, e, orribile a dirsi! passaj nelle mani del regicida come prezzo dell’assassinio insieme con altre monete fino alla somma di mille franchi. E qui, se potessi parlare, e raccontarvi per filo e per segno le cose che ho udito ed ho visto, e le persone che conobbi allora e riconosco presentemente, vi farei drizzare i capelli sul capo a voi ed ai vostri lettori. Ma un antico mi par che dicesse, che, s’egli avesse le mani ripiene di verità, le lascerebbe andare ad una ad una, perché la verità è una certa medicina che a centellini s’inghiotte, ma sorbita d’un fiato fa male, e può strozzare Fin fermo.

«Vi basti adunque che la prima volta ch’io venni in Torino, ci fui condotta dal suddetto Antonio Gallenga, il quale, mia mercé, e mercé le raccomandazioni di Mazzini, trovò amici nella capitale del Piemonte, e associazioni che lo accolsero, ed associati che lo diressero per compiere il suo nerissimo disegno. Ma più della lira sterlina, e della prudenza e sapere rivoluzionario può la Provvidenza di Dio; la quale vegliava sui giorni dello sventurato Carlo Alberto, e lo protesse contro gli agguati dei malvagi; sicché andò in fumo la congiura, e dovette fuggire il tristo esecutore, ed io con lui.

«Così io ritornava a Londra, dond’era dapprincipio partita. E qui mi si parerebbe un largo campo a discorrere, se io vi dovessi raccontare i miei viaggi, e le opere mie nella capitale della Gran Bretagna. Ma oltre che la storia andrebbe un po' troppo per le lunghe, io stimo, che a voi importi principalmente conoscere le mie avventure, a cui fu teatro il Piemonte; laonde, saltando a pie’ pari quel periodo della mia vita passato nella mercantile Inghilterra, vengo di botto al mio ritorno negli Stati Sardi.

«Questo fu in occasione d’uno degli undici imprestiti, che segnarono gli undici anni della vostra libertà. Il quale essendo stato conchiuso con un banchiere inglese, egli mi mandò insieme con cento altri steriini nel regno Subalpino, dove non potrei dire a mezzo le riverenze che mi vennero fatte, e gli applausi che ho riscosso da tutte parli. Entrata appena nel gabinetto ministeriale, e annunziato ai presenti l’arrivo di Sua Maestà la Lira sterlina,tutti furono in piedi, sberrettandosi, inchinandosi, genuflettendo, ch'era una pietà a vedere tanta umiliazione dell’uomo ad un metallo, che, per quanto sia prezioso, è sempre un metallo.

«E più tardi sono venuta a sapere, che coloro, i quali mi facevano inchini più sperticati, erano quelli, che, in nome della ragione e della dignità umana non volevano dipendere menomamente dal Papa, né riconoscere ¡'autorità dei sacri canoni, e pettoruti col sigaro in bocca avevano visto passare la processione senza dare alcun segno di rispetto e di fede, e col cappello in testé erano entrali perfino nella casa di Dio. Ebbene, costoro, trovatisi poi alla presenza della Lira sterlina, si strisciavano nel fango come vilissimi vermini, e mi tributavano quell’ossequio, che avevano poco prima negato al Creatore dell’Universo.

«In nome d’un così detto diritto di commissione,passai nelle mani d’un ricchissimo personaggio; il quale mi ripose in uno scrigno, dove ritrovai molti sacchi di mie consorelle. Ma non ci stetti gran tempo, ché, estrattane per un negozio di borsa, venni rimessa in commercio, e passai percento mani, facendo un po' di bene, ed un po' di male, come avviene di tutte le monete. Finché, entrata a servizio d’un povero padre di famiglia, non ritardai a cadere nelle casse dell’Erario, ed ecco il come.

«Quello sgraziato era carico di figli, che gli chiedevano pane, e contemporaneamente aveva alle spalle il fisco, che gli domandava di pagare l’imposta della libertà. Ed io allora assistei ad una delle scene più strazianti, che avrebbero mosso a compassione un sasso, ma non intenerirono gran fatto una moneta d’oro, che, come sapete, è più duro assai delle pietre. Conciossiacché quel dabben uomo stesse per molto tempo in bilico tra le domande e i pianti de' figli affamati, e le istanze del fìsco inesorabile, che ogni dì più rincalzava coll’argomento dell’alloggio militare. E in fin dei conti gli fu giuocoforza di mandare i figli all’accatto, e pagare la Lira sterlina all’uffizio dell’insinuazione per certi debiti, che aveva ereditato da un suo parente, debiti, che nel felicissimo Piemonte vengono calcolati nell’attivo dell’eredità.

«Ritornai nelle mani del ministero piemontese in quel tempo, in cui un ministro dicea francamente alla Camera, che Toro fa miracoli;ed è quel ministro, che di questi giorni minaccia di diventar sindaco di Torino, e operare nuovi miracoli coll’oro del municipio. E qui mi ricorre alla memoria una serie di miracoli, che ho realmente operato in questo nucleo della povera Italia, come disse testé quel cotale d’Udine, che divenne improvvisamente un grande uomo, uno degli eroi di Plutarco per avere tolto il fatto suo a' proprii fratelli, e legatolo al conte di Cavour, lo sono dispostissima a raccontarvi uno ad uno i miracoli che ho operato; miracoli nella stampa, miracoli nelle università, miracoli nelle elezioni, miracoli nelle inchieste, miracoli nella Camera, miracoli fuori della Camera, miracoli a Torino, a Genova, a Napoli, a Parigi, a Londra; ma io vi chiederei in grazia di lasciarmi prendere un po' di fiato, e voler rimandare il resto della mia relazione ad un’altra tornata».

E noi abbiamo accondisceso a tale desiderio della moneta d’oro, e accordatole un po' di riposo, siamo rimasti d’accordo, che domani ci racconterebbe il resto della sua storia, che noi trascriveremo qui più ad istruzione che a diletto dei nostri lettori, come appunto abbiam fatto di questa prima parte.

II

Eccoci ad udire la seconda parte della storia della moneta d’oro, che ha da essere curiosa assai più della prima, dovendoci raccontare i miracoli che essa operò presso coloro medesimi, che si gloriano di non credere ai miracoli. Accordiamo perciò nuovamente alla moneta d'oro facoltà di parlare; e nessuno venga a dirci che le monete non parlano; imperocché tra noi e parlano, e comandano, e godono di tutti i diritti civili e politici, senza temere per nulla le rettificazioni delle liste elettorali, sulle quali per converso a tempo e luogo potrebbero esercitare qualche dominio. Parli adunque la moneta', e rispetto a Sua Eccellenza.

La mia precedente relazione era stata interrotta al punto, in cui vi manifestava come fossi ritornata nelle casse del governo, e messa nella borsa delle spese segretee poi caduta nelle mani di quel ministro dell’interno, che si rese celebre coll’assioma economico politico morale: l’oro fa miracoli. Dovendo dire presentemente della miakvirtù taumaturga, accennerò appena per sommi capii miracoll'che ho operato.

«A me si debbono dapprima ammirabili conversioni, e gente rotta alla repubblica e alla demagogia per uno sguardo benigno della Lira sterlina divenne conservatrice. Molti mazziniani gridavano Dio e Popolo; ma vista la Lira sterlina, soggiunsero: Viva lo StatutolCostui ieri odiava i Re, oggi detta lezioni di diritto monarchicocostituzionale. A chi il merito? Alla Lira sterlina. Quegli poco fa bestemmiava Cavour; ma ora lo dichiara il primo politico dell’Europa. Perché? Per la Lira sterlina. Quando stava sull’orizzonte la Lira sterlina, Tizio era un eroe, la Lira sterlina tramontò, e Tizio divenne la rovina della patria. Oh quante volte e quanti uscendo il mattino dalle lenzuola esclamavano: io credo nel zecchino onnipotentee armati di questa fede operavano meraviglie! La Lira sterlina è l’Italia degli italianissimi, la libertà dei libertini, la patria dei patrioti. La Lira sterlina, ecco il programma politico, che unisce le. più discordi volontà. Aprite questa storia. Che magnifico elogio vi fa l'autore dei frati e delle monache! Eppure egli stesso ne votò la soppressione«Come mai? Per la Lira sterlina. Leggete questi quesiti:l'autore benedice Iddio, perché il nostro sistema di governo non ci espone ai brogli elettorali. Eppure oggidì lo stesso autore è uno sfegatato costituzionale. Donde ciò? Dalla Lira sterlina» Chi era devotissimo del conte Solare, presentemente ne sparla. Per qual ragione? Perché non ¡spera più la Lira sterlina. Ma io esco dalle generalità e scendo ai particolari.

«Dopo di essere passata per le mani di qualche spia, e aver visitato alcune case di tolleranza ministeriale, venni in potere dell’Espero, e fui l’ultima che il signor Urbano Rattazzi pagasse come ministro a quel giornale. Da quel punto l’Esperovoltò casacca, e disse tanto male del Rattazzi quanto bene ne aveva detto dapprima. Se volete conoscere a' fatti la virtù della Lira sterlina, prendete una collezione dell’Espero, e leggete.

«Questo giornale mi rimandò al governo pagando i diritti della Posta, e sapete a chi allora mi consegnarono i ministri? A un avvocato diciottenne,che avevano incaricato di stendere i disegni di legge da presentarsi al Parlamento. Ed io posso fare testimonianza del come si preparino le leggi in Piemonte, dove sono dapprima informi e indigeste versioni dal francese, e i ministri le sottomettono bene spesso ai legislatori, senza sapere menomamente di che si tratti.

«Quando entrai nelle tasche del famoso avvocato insieme con altre Lire sterline mie compagne, uscì dalle medesime tasche uno scartabello, su cui stava scritto: Progetto di legge per la riforma forestale. Il ministro sei prese, andò a passeggio e lo perdette nella via dei Mercanti,strada frequentatissima dai ministri. L’avvocato non perdette la Lira sterlina, ma mi spese in tanto cacio parmigiano.

«Rientrata in commercio, dopo di essere stata balestrata qua e colà, fui colta da una società biblica, e uscita di Torino, girai nelle provincie a predicare il Protestantesimo. E posso gloriarmi d’essere il più valido argomento che si abbiano i protestanti in sostegno delle loro dottrine. Conciossiaché io ho visto propagandisti mostrare e leggere le loro Bibbie,i loro tratti,i loro libretti, ed eccitare le risa; ma fare in ultimo vedere la Lira sterlina, e conciliarsi in un momento la più grande attenzione, il maggiore rispetto, e fare tosto proseliti.

«Un apostata, che mi ebbe in prezzo dell’anima sua, venduta per sì poca moneta, mi sciupò al giuoco, perché ciò che viene di rulla in rafia, se ne va di buffa in baffa. E dal tavoliere per alcuni andirivieni giunsi al banco, ed entrai nel 1856 al servizio della società Delahante.

«La quale società, armata della Lira sterlina, un bel giorno si condusse nell'uffizio dell’illibata ed indipendente Opinione. E poiché venne annunziato all'onorevole Direzione del giornale, che stava in attesa di lei la Società Delahante con una Lira sterlina in saccoccia, si mosse tosto ad incontrarla, e le fece sì sperticate riverenze, che tante non ne ricevé in vita sua l’Imperatore dell’Impero celeste. La Direzione e la Società furono a colloquio, ed i desiderii di questa si tennero da quella in conto di comandi, e coll’aiuto della Lira sterlina la Società Delahante spiccò i suoi ordinialla Direzione dell'Opinione,che li eseguì colla massima puntualità, pigliando a sostenere la strada ferrata di Savona, e non badando né a ragionamenti, né a convenienze, né a diritti, ma solo alla Lira stórtine, che sentiva suonare. E il 29 di settembre del 1856 io entrava nella cassa dell'Opinione,insieme con altre monete d’oro fino alla somma di L. 380, prezzo di parecchi articoli.

«L'Opinione mi spese in tanto inchiostro per adeguarne il campo giornalistico ministeriale, che produce preziose carote, le quali ai vendono poi una lira sterlina ciascuna. E il mercante d’inchiostro mi cambiò da un banchiere per cinque scudi d’argento; ed il banchiere mi ricondusse alla Società Delahante, sicché ai primi del 1857 io mi ritrovava a servizio dell’antico padrone. È cosa strana, ma vera! Fui condannata a cadere una seconda volta nelle tasche dell'Opinione.

Imperocché la Società Delahante avendo bisogno di una dose competente di quella droga liberale, che chiamasi opinione pubblica,andò a comperarsene presso il droghiere che sta in via delta Madonna degli Angeli,numero tredici. Il nome della via non ci dice guari bene, ma compensa il numero della porta. Si fe' il contratto, ed il droghiere all’insegna dell'Opinionevendé alla Società Delahante tanta droga dell’opinione pubblica,ultima qualità, pel prezzo di L. 387 50.

«La Società restò malcontenta della droga, e nel 1858 non comperò più; donde l’Opinioneindipendente ed illibata morsicò la mano che le avea dato la Lira sterlina, e la strada ferrata di Savona, che nel 1856 e nel 1857 era stata la più bella e magnifica impresa di questo mondo, divenne tosto una rovina. Questa è l’economia politica, che i diari ministeriali imparano nel trattato delle sterline.

«E poiché mi venne nominato il trattalo,v’ho a dire come mi sia ritrovata un bel giorno nelle tasche d’un metodista. Il quale, sentendosi voglia di mangiare, ricorse al ministro sopra la pubblica istruzione, perché glie ne desse. E il dottor Lanza in breve ora trovò il modo. Scrisse un decreto, abolì le antologie antiche, e ordinate, tempo quindici giorni, nuove antologie obbligatorie per le scuole, ne commise l’incarico al petente. Questi, squartato Tito Livio, fatto in pezzi Marco Tullio, trucidato Orazio Fiacco, unì insieme un brano del primo, del secondo e del terzo, e ne compose un libro, che fu la verga divinatoria, e valse assai più del magnetismo per ritrovare un tesoro.

«I poveri padrifamiglia corsero alla fabbrica delle antologie, comperarono, e pagarono; ed un di costoro, ch’era ancora in debito delle antologie precedenti abolite, pagò queste e le nuove, e il prezzo fu una lira sterlina. M’avea nelle tasche e mi diè al metodista; il quale mi guardò per diritto e per rovescio, e conchiuse, che il metodo era la più bella cosa del mondo; e il ministro Lanza l’unico e vero italiano.

«E quando questo sig. Lanza, che sa far guadagnare le lire sterline, s’imbatte in qualche metodista, se vedeste quanti omaggi e attestati di devozione e d’ossequio! Eccellenza, eccellentissimo, meraviglia del mondo, stella del firmamento, sono le frasi più semplici che usano con lui i metodisti, ed anche alcuni professori, che, dopo d’essersi annichilati davanti il medico dell’istruzione, salgono sulla cattedra a dimostrare, che l’uomo dee essere indipendente dal Romano Pontefice, ela ragione dalla Rivelazione.

«Siamo ai quindici del novembre del 1857, giorno stabilito per le elezioni generali, in cui ho avuto tanta parte! Ma se voi foste sì buono e gentile da permettermi questa volta ancora di interrompere il racconto, vi dò la mia parola, che domani vi dirò la terza parte de' miei viaggi durante la lotta elettorale, che furono tali da disgradarne quelli di Marco Polo».

E noi, che non ci lasciamo guari muovere dalle monete d’oro, ci siamo però arresi alla sua domanda per riguardo de nostri lettori, che non amano le lungaggini, e ci raccomandano assai spesso gli articoli brevi. Avranno perciò l'ultimo domani.

III

Senza preamboli, ché la via lunga ne sospinge, ecco la terza ed ultima parte della storia dei viaggi della moneta d’oro. La moneta ripiglia il suo parlare interrotto, e ci chiede ancora per questa volta la nostra attenzione.

«lo mi sono passata dal farvi il menomo cenno di certe mie andate e ritorni da Torino a Parigi ed a Londra, e viceversa, stimando bazzecole que’ viaggi in confronto del resto, imperocché recavami talora a Parigi per dire al Journal dee Débats,che il ministero piemontese opera mirabilia, e che il nostro popolo fu reso beato dalla liberti; e quel giornale, appena mi vedea comparire, faceami tosto di cappello, ascoltavami colla massima cortesia, e scrivea del Piemonte quanto io gli dettava, senza temere che fosse falso, perché la Lira sterlina non può fallire, secondo i suoi principii.

«Simili commissioni ho seguito soventi volte anche in Londra presso il Timer, che è il mio gran sacerdote, ed ha per canone politico e morale virtus post nummos. E da Londra ritornava in Torino, quando sulle ali di qualche imprestito, quando per opera di Giuseppe Mazzini, che mandavami a' suo:; come esempli grazia m’ha mandata in occasione della congiura di Genova del 29 di giugno 1857; e mi sono trovata in quella città in que’ tristissimi giorni, e so appuntino le faccende, che pel vostro meglio penso di tacere per ora.

«Le mie grandi occupazioni si furono, come ieri aveva l’onore di dirvi, nel tempo delle elezioni generali dell’anno scorso. Io m’era già ritrovata in Inghilterra nel tafferuglio delle elezioni. Nel 1850 il celebre sig. Bell mandavami a S. Albana, dove io gli otteneva la deputazione, accompagnata con altre 4,299 lire sterline. Ma in Piemonte ebbi da fare ancora di più stante che avea un minor numero di compagne.

«Mi trovai a Torriglia, corsi a PogetThéniers; mi inviarono alla Spezia, poi a Cuorgnè; aveva più da fare che chi muor di notte, e sempre a servizio de' libertini! Nel solo collegio di Cuorgnèc’erano almeno tredici, che aveano bisogno delle mie argomentazioni in favore del candidato ministeriale. Sono stata nella borsa di Dogliotti Giovanni Battista, detto Tobia;e poi in quella di Massoglio Giuseppe di Dionisio, che, prima falegname, invece dei forzieri si mise a far deputati; ho servito Ghiardi Antonio, da S. Martino Porosa; fui regalata in Agliè all’oste dei Tre Re,e se volessi qui mettermi a dire delle persone col loro nome e cognome, ve ne farei una filatessa, che non finirebbe sì presto.

«Parli chi vuole di pressione clericale, di scomunica, e di inferno; io, che fui testimonio di veduta, posso dirvi, che nelle elezioni tutto ciò non serve a nulla. Chi trionfa è la Lira sterlina, che splende all'occhio e suona all’orecchio. Questa procura raccomandazioni su pei giornali, acquista amici nel seno de' Collegi, e ottiene finalmente le più splendide vittorie.

«Certo è, che la Lira sterlina vuol essere maneggiata condisinvoltura, salvando cioè le apparenze. In certi Collegi coloro, che servironsi di me, mostraronsitroppo novizi nel mestiere, e loro ne incolse un po' di male, che fu però temporaneo. Ma in altri luoghi vi so dire, che l’intervento della Lira sterlina non mancò, e la libertà, la democrazia, l’Italia copersero tutto.

«Ed io sperava che mi lasciassero un po' di tregua, poiché le elezioni furono finite; ma invece fui da capo a sgambettare qua e colà per ricercare proteste, e sottoscrizioni contro il clero, e contro gli eletti che chiamavansi clericali. Ho preso parte già a molte e molte elezioni, ma un lavoro così improbo come in questi ultimi tempi non so di averlo dovuto sostenere giammai.

«Mentre sperava che tutto fosse finito, e dalle provincia era ritornata nella capitale, dove le Lire sterline si concentrano per effetto del liberale organamento subalpino, eccoti, che mi mettono nelle tasche della Commissione d’inchiesta insieme con tanta altra moneta fino a ventimila e più franchi, e mi trovo obbligata a nuovi viaggi a Strambino, alla Spezia, a Cuorgnè, ed altrove.

«Conosco perfettamente la storia delle inchieste, ed ho assistito a curiosissimi episodii. Ma vi sono fatti, che hanno faccia di menzogna, e li ommetto. Farmi però di potervi qui discorrere di uno degli inquisitori, del signor Bianchi di Castagné; il quale, dopo di aver fatto annullare la elezione di Strambino, venne nominato avvocato generale presso la Corte d'Appello di Savoia, uffizio che gli rende molte lire sterline

— Adagio, a ma' passi, moneta d’oro. Post hoc, ergo propter hoc,è un sofisma. E poi l’eletto di Strambino, era il direttore dell’Armonia, e la delicatezza non ci permette di parlare del suo avversario politico che con tutta riserva. —

«Le monete d’oro non sogliono por mente a queste cerimonie. Ad ogni modo, poiché così comandate, io mi restringerò a recitarvi parole altrui e a farvi scrivere sull’Armoniaciò che venne già registrato su di altri giornali: leggete adunque, e stampale quanto trovasi nel Dirittodel 16 di luglio, N 167.

«La promozione del cavaliere Blandii di Castagné, consigliere della Corte d’Appello di Torino, alla carica di avvocato generale presso la Corte d’Appello di Savoia, fece una penosissima impressione nella Magistratura. Il che era da aspettarsi.

«Veruno più di dieci magistrati, i quali vantavano meriti superiori a quelli del cavaliere Bianchi; eppure la scelta cadde su quello, che, senza voler far torto alla persona, aveva minori diritti ad un posto così distinto e di tanta importanza.

«Appena conosciuta ufficialmente questa promozione, si disse tosto: è una nomina politica...; grave accusa è questa, che difficilmente il ministero potrà respingere. Il cavaliere Bianchi era deputato; votava col ministero: e fu relatore della Commissione d’inchiesta per l’elezione di Strambino. Ecco i tre titoli, si disse nel seno della Magistratura, del cavaliere Bianchi alla carica cui fu chiamato: se come magistrato aveva titoli inferiori ad altri suoi colleghi, bisogna ben cercare nella qualità politica i meriti che altrimenti gli mancherebbero! Adunque giova andare alla Camera; essere amico dei ministri per fare una rapida e brillante carriera?...».

Queste parole non riescono ad encomio delle Lire sterline? lo non affermo nulla: racconto e domando. La Staffettadel 19 di luglio levossi contro il Diritto dicendo che screditava la propria parte inventando turpi vendite;alla quale accusa il Dirittodel 20 di luglio rispondeva ne' seguenti termini:

Noi non abbiamo inventato turpi vendite di coscienzae non abbiamo interpretato i fatti i più naturali come cupe macchinazioni contrarie alla libertà e alla giustiziadicendo che la nomina del cav. Bianchi era stata suggerita da considerazioni politiche. D’altra parte questa è la voce generale, che corre tanto nella Magistratura come nel pubblico.

E valga il vero; se il cav. Bianchi non aveva titoli sufficienti alla carica che gli venne affidata, rispetto ad altri suoi colleghi, bisogna pur dire che il ministero avrà ravvisato in lui tali pregi politici da renderlo meritevole del posto cui lo chiamò. La qualità di deputato nel cav. Bianchi, la sua amicizia col ministero, e la sua relazione nella elezione di Strambino, autorizzano questa supposizione. È quindi sommamente verisimile, che le considerazioni politiche abbiano prevalso nel consiglio che decise la nomina del cav. Bianchi.

«Questa promozione, lo ripetiamo, spiacque alla Magistratura, e spiacque anche in generale, perché si vide in essa non solo una parzialità sempre deplorabile, ma ancora un altro esempio di nomine nella Magistratura dettate da vedute politiche. Or questa funesta tendenza, che da qualche tempo si nota nel governo, e che, prevalendo, corromperebbe tutta l’amministrazione della giustizia, noi combatteremo sempre con tutte le forze. E contro di essa persisteremo nell’invocare una legge, che ponga un freno all’attuale arbitrio assoluto del potere esecutivo nelle nomine della Magistratura».

«Queste due citazioni mancavano ancora nell’Armoniae mi pare che ci stiano bene. Non parlo della croce di cavaliere, che ottenne il relatore dell’inquisizione di Strambino, che questo è fumo; e le croci sono belle e care quando le sterline le precedono o le accompagnano.

«Ora permettetemi, che io chiuda qui la storia de' miei viaggi, non mica perché la materia mi venga meno, sibbene perché questo mio discorso ha pur una volta da finire, e cedere il luogo ad altri discorsi. E lamia conclusione consisterà in due parole di profezia.

«Vedete tutti questi scrittori, tutti questi ufficiali, tutti questi giornali, che vi sono così avversi? Ebbene, io vi prenunzio, che tardi o tosto vi saranno amicissimi. L'avvenire è riservatocene dottrine dell’Armonia. Scometterei, che coloro medesimi che le combattono, presentono ciò nel proprio cuore, e sono tanto più accaniti, perché veggono di spianare la strada colle loro pazzie e disorbitanze ai vostri trionfi.

«Quando avvenga pertanto, che, non l’Armoniala quale servirà sempre, e solo, il paese e la patria, non mai gli uomini; ma le dottrine dell’Armonia trionfino e comandino, e che per ottener lire sterline sia mestieri di professarle, allora vedrete que’ medesimi, che presentemente vi maledicono, lodarvi, incensarvi, incielarvi. Sarà latta una seconda edizione dei panegrici dei frati e delle monache, e degli ammonimenti ai pubblici uffiziali; e gli empi diventeranno improvvisamente bigotti.

«Non vi ricordate come certi giornali e giornalisti parlassero nel 1848 e 1849 del conte di Cavour? Voi vi fareste coscienza di ripetere un centesimo solo delle ingiurie che gli prodigavano. Eppure oggidì l’adorano. Perché mai? Perché allora il conte non disponeva, e presentemente invece dispone delle Lire sterline. E di Napoleone III, che non diceano mai costoro nel 1852, perché davansi a credere, che sarebbe restato per poco tempo al comando delle Lire sterline? Invece, vedendo ch’egli la dura, si dicono beati d’un suo sguardo e comando. Lasciate che le cose facciano il loro cammino, e non andrà guari, che que’ medesimi, che vi dichiarano presentemente traditori,e vogliono condannarvi all'abbominio, o all'ostracismo, si prostreranno a' vostri piedi pieni di riverenza e di amore per voi.

L’Armoniarinunzia fin d’ora agli omaggi, e agli affetti di coloro, che riducono la morale e la politica alla Lira sterlina.


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LE TRENTASEI ORE DI PLOMBIÈRES

(Dall’Armonian. 171, del 30 luglio 1858)

Sabato o domenica ritornerà tra noi il Presidente del Consiglio dei ministri, carico di nuovi allori, e di nuovi meriti per l’indipendenza, la libertà, la rigenerazione d’Italia. Egli ritorna dopo d’essere stato trentasei ore a Plombières, e dopo aver parlato, anzi pranzato coll’Imperatore dei Francesi Napoleone III. E Torino riceverà l’eccellentissimo Conte con quella medesima indifferenza, con cui assisté alla sua dipartita? Sarebbe la più nera ingratitudine; sarebbe un misconoscere che cosa vogliano dire trentasei ore di dimora in Plombières, ed un pranzo imperiale.

Quel pranzo, quelle trentasei ore significano che l’Austria non è più in Italia, che i Tedeschi sono al di là dellTsonzo. Significano che la Lombardia e la Venezia sono nostre provincie, e obbediscono, non più al conte Buoi, ma al conte di CAVOUR. Significano che dieci anni di studi, di sacrifizi, d’imposte, d’imprestiti, ottennero finalmente la meritata ricompensa.

Una volta erano celebri in Francia le tre giornate. Nel 1848 divennero famose in Italia le così dette cinque giornatedi Milano. Ma il Piemonte oggidì può contare a sua gloria le trentasei oredel conte di CAVOUR. Esse fecero più che dieci anni di libertà, di giornalismo, di discussioni parlamentari. Un tra novellaincomincia per noi; l’era delle trentasei ore, l’era del pranzo imperiale: Magnus ab integro saeculorum nascitur ordo.

E non faremo festa al nostro Presidente del ministero? E non gli muoveremo incontro con corone di fiori, con fasci di poesie, con dozzine di discorsi? Torinesi, Torinesi, non veniamo meno alla nostra fama; apprezziamo degnamente le trentaseiore di Plombières; sabato o domenica rechiamoci tutti come un solo uomoa ricevere l’uomo Pelasgico, il grande Italiano che ha pranzato coll’Imperatore. La Guardia Nazionale sia tutta in armi; la musica suoni le sue arie più scelte e più liete, e nella sera le nostre case sieno tutte una fiamma per le luminarie.

Quando mai il conte Solaro della Margarita è stato, non diremo trentasei ore, ma quindici ore soltanto a Plombières? Oh che tempi eran quelli! Il ministro si muoveva, e nessun ci badava. Ma ora Cavour si muove, e l’Italia è libera; Cavour pranza coll’Imperatore dei Francesi, e il Piemonte è satollo. Napoleone e Cavour sono due: l’uno ha a sua gloria il 2 Dicembre, l’altro le trentasei ore di Plombières.

Avete mai inteso parlare del quarto doradi Rabelais? É il rovescio della medaglia, è quel momento di mattana, pieno di impiccio e di ansietà, in cui trovasi chi ha fatto spese esagerate e al disopra delle proprie forze. Le trentasei oredi Cavour per l’opposto sono un giorno e due notti di diletto, di gioia, di onore e di guadagno. Speriamo che passeranno in proverbio anche nel nostro linguaggio, e augureremo ad un amico di andar libero dal quarto dora di Rabelaise godersi invece le trentasei ore di CAVOUR.

Trentasei ore a Plombières! Capite la forza di queste parole f E trentasei ore, di cui i giornali francesi non osano dire una parola! E trentasei ore passate parte a letto, parte a tavola, parte in un bagno della Source dEnfer,parte sulle passeggiate Marie Therìsee Caroline, e parte coll'imperatore Napoleone III! E trentasei ore che colpirono l’Austria nel cuore; e la Gazzetta di Milanonella penna! E trentasei ore che faranno pel nostro giornalismo ministeriale argomento di ciancie per trentasei giorni!

Ah noi fortunati! In questo nucleo della povera Italia si gode veramente. A Gioberti scendevano dagli occhi lagrime di dolore pensando di essere nato a Torino. A noi scendono lagrime di consolazione pensando di essere governati da chi ha pranzato con Luigi Bonaparte. Un italiano, qualche tempo è, gloriavasi di essere vissuto ai tempi d’un Canova, di un Volta, di un Napoleone. Noi scriviamo tra le nostre glorie l’aver vissuto in Torino in quelle benedette trentasei ore che il conte di Cavour ha passato a Plombières.

IL GIORNO DI MAZZINI E IL GIORNO DI CAVOUR

(Dall’Armonia, n. 171, del 31 luglio 1858)

A Rochdate, presso a Manchester, si è istituito un Comitato per promuovere l'unità e la libertà italiana,o, per parlare più propriamente, per promuovere la rivoluzione europea. Giuseppe Mazzini, che ornai scrive senza data di luogo, indirizzò a Robert Mills, presidente di quel Comitato, una sua lettera che l'Italia del Popolo,giornale ufficiale del demagogo, ristampa nel suo N° 207 del 29 di luglio. Eccone gli ultimi e più importanti periodi:

«Unge che i vostri concittadini, caro signore, sieno apertamente per noi, e ci dieno positive, chiare prove di simpatia. Noi ne abbisogniamo, perché noi combattiamo per una sacra causa, e perché la combattiamo da soli, senza alcun aiuto di un qualsiasi potere costituito.

Ilnostro giornoverrà, ma noi lo traverseremo il più rapidamente, il più risolutamente e coi minori sacrifizi, se saremo incoraggiati dall'appoggio morale di uomini che stimiamo, e se saremo aiutati con mezzi materiali prima che quelgiorno venga, nella nostra propaganda, nel nostro lavoro di educazione. i nostri amici inglesi devono solamente considerare, che ogni nostro passo dee esser fatto in segreto,che le nostre stampe devono essere contrabbandate nei tre quarti di Italia contro gli sforzi uniti di otto polizie; che ogni nostro martire o prigioniero lascia una famiglia nell'abbandono, e calcoleranno rammentare dei sacrifizi pecuniali che il partito nazionale italiano fa incessantemente.

«La simpatia ci è grata da tutti, ma la simpatia degli operai inglesi ce lo è doppiamente. Il maggioreelemento del nostro partito nazionale è composto, fino dal 1848, degli operai delle nostre città. Tutti i giorni aumentano moralmente, attivamente, e divotamente ispirati alla causa nazionale. Ed ogni ardente segno di calda fratellanza che loro verrà dato dagli operai inglesi, sarà profondamente sentito, e spargerà i semi di quella amicizia, che renderà un giorno la Gran Bretagna e l'Italia doppiamente benefiche alla comunità europea».

Il nostro giorno verrà,dice Mazzini. E bisogna convenire che molti affrettano questo giorno, o colla rea connivenza, o colla insipiente inerzia. E vi hanno pure governi che sembrano pagati per accelerare l’arrivo del giorno del Mazzini, il quale sarà terribile per tutti, ma principalmente per coloro che non furono abbastanza né suoi amici, né suoi oppugnatori. Il giorno di Mazzini sarà il giorno della collera di Dio, stanco delle tante offese recate alla sua Chiesa.

Intanto Mazzini lavora, e dichiara egli stesso ehe(:)lavora in segreto. Ciò serve a smentire coloro che deridono {'Armoniaquando soventi volte accenna a società segrete, e avverte gli Italiani a premunirsene. Ah no, non è questo un vano spauracchio. Queste tenebrose associazioni sussistono in Francia, e in Italia principalmente: tocca ai governi di adoperarsi in tutte le guise per ¡scovarle dai loro nascondigli; tocca ai privati di fuggirle e star bene in sugli avvisi contro le loro astuzie. «

Mazzini ci dice, che il suo partito nazionale è composto principalmente degli operai delle nostre città. È una conferma di ciò che già ci denunziarono gli ultimi fatti di S. Pier d’Arena; ed è in pari tempo un annunzio che il giorno di Mazzini sarà tm giorno di socialismo, di saccheggio e di morte. Noi diciamo ai buoni cattolici di non lasciare gli operai in balìa de' rivoluzionari, e adoperarsi presso loro per convertirli al bene con quel medesimo zelo che mettono i Mazziniani nel ridurli a strumento di rivoluzione.

Finalmente Mazzini conchiude tutte le sue lettere col solito ritornello, chiedendo cioè denaro, denaro, denaro, perché è grande {'ammontare dei sacrifizi pecuniari che il Partito nazionale italiano fa incessantemente. Che Mazzini persista nel domandare denaro, non ci sorprende; ma ch’egli ne ottenga sempre per continuare la tristissima opera sua è cosa che ha dell’incredibile. Eppure sta così, e sono milioni che piovono nella borsa di Mazzini. Non si la scino vincere almeno in generosità gli amici dell’ordine nell’intraprendere opere buone, o nel sostenerle incominciate.

— Avevamo scritto l’articolo precedente su Mazzini, il quale dice il nostro giorno verrà,quando ci giunse {'Opinionedel 30 di luglio, che incomincia il suo primo articolo così: r Verrà il giorno in cui la storia noterà la visita latta recentemente dal conte Cavour a Plombières come un avvenimento di grande importanza per alcune questioni della politica europea».

Mazzini dunque e Cavour aspettano amendue il loro giorno, e amendue pensano a Luigi Napoleone l’imperatore dei Francesi, che l’uno vuol pugnalare, e l’altro corteggiare. Ma qual giorno arriverà più presto? 11 giorno di Cavour, o il giorno di Mazzini? A noi non e dato leggere nel futuro; però, senta tema di errare, possiamo apertamente dire, che il giorno di Cavour sarà il giorno di Mazzini, perché il primo non fa altro che preparare la strada ai secondo.

LA NECESSITÀ DELLA PREGHIERA RISPOSTA DI ROUSSEAU ALUUNIONE

(Dall'Armonia, n. 174, del 3 agosto 1858)

Al leggere questo titolo più d’uno de' nostri associati dirà: Ecché? L’Armonia è divenuta un catechismo? Parlateci di politica, di diplomazia, di finanze; lasciate all'ascetica ed alla mistica i suoi argomenti. — Lettori, non possiamo pretermettere questo tema; Dio è bestemmiato, svillaneggiata la sua preghiera, e sarebbe delitto per parte nostra tacere.

Il 28 di luglio la Gazzetta del Popoloe l'Unionesi sforzavano d’essere più empie dell’ordinario. La prima malediceva Dio e i suoi Profeti. Il Dio delle sante scritture, secondo la Gazzetta del Popolo,è ingiusto e crudele. L'Unione condannava la preghiera. Ragionevolmente parlando, la preghiera nonpuò costituire un atto religioso. Coloro che pregano sono i più tristi: la preghiera è pienamente inutile. Chi prega come Cristo nell’orto, eumdem sermonem dicens, secondo l'Unione, pecca di poco buon senso. Quanti pregano continuamente, ed osservano il precetto dell’Evangelio, incorrono nell’atto il più irreligioso possibile, quello di perdere un tempo prezioso.

Si chiudane adunque le chiese, si distruggano gli altari, si proibiscano i sacrifizi, si sopprima il sacerdozio, si proclami l’ateismo. Queste sono le conseguenze di ciò che scrivono la Gazzetta del Popoloe l’Unione. Oh povero popolo! In mezzo a' tuoi patimenti vogliono negarti anche il conforto della preghiera, e la consolazione di chiedere a Dio quella giustizia che ti nega il mondo! Ed è poi da meravigliare, che avvengano tra noi tanti suicidii quando si spacciano sì desolanti dottrine? Levate la preghiera, e la vita è pei più un peso intollerabile.

Gli uomini hanno pregato sempre. Agesilao pregava in pace ed in guerra, perché in tutti i tempi sentiva d’aver bisogno dei soccorsi degli Dei ((64)). I soldati antichi pregavano, né mai venivano alla battaglia senza far prima una comune preghiera ((65)). Esiodo prescriveva l’orazione al mattino ed alla sera; Cicerone esortava a pregare, e notava le condizioni che dee aver la preghiera ((66)). Plutarco scatena vasi con forza contro gli Epicurei, perché riprovavano il pregare ((67)). Seneca ci dà la forma medesima della preghiera ((68)). Plauto, Sofocle, Orazio, Euripide, Apuleio, esortavano all’orazione.

Ebbene, tutti costoro erano gente irragionevole, secondo l'Unione, ed importunavano Dio. Contro il consenso di tutti i popoli sta un articolista venuto a dirci, che chi prega, commette un atto irreligioso; che Dio resta importunato dalle nostre domande come il figlio dell’uomo! Ecco a qual punto è giunta la stampa subalpina! Ecco i bei mezzi che va ritrovando per rigenerare l’Italia!

Ma il più curioso è il luogo, dove l'Unioneha attinto le sue pretese obbiezioni contro la necessità della preghiera. Essa le desunse da Gian Giacomo Rousseau nella Nouvelle Héloise; con questo però di particolare, che Rousseau confuta quelle obbiezioni, e le dimostra sciocchezze, laddove l'Unione,dissimulando le risposte, viene spacciando que’ pretesi argomenti come irrefragabili verità, e sublimi ritrovati della sua ragione. Ciò posto, come ognuno vede, il compito dell’Armoniasi rende facilissimo, e per confutare l’Unionenon ci resta altro da fare che tradurre Rousseau Ed eccoci all’opera.

Nella Nouvelle Héloise. tom. II, pag. 421, Rousseau parla ad un suo amico così: «Ho scoperto in voi certe massime sulla preghiera, che io non so gustare. Secondo voi quest’atto d’umiltà non ci reca alcun frutto, e Dio, avendoci messo nella coscienza tutto ciò che può portare al bene, ci abbandona in seguito a noi medesimi, e lascia operare la nostra libertà. Non è questa, voi velsapete, la dottrina di S. Paolo, né quella che professa la nostra Chiesa. Nei siamo liberi è vero, ma noi siamo ignoranti, deboli, inclinati al male. E donde ci verrebbe la luce e la forza, se non da colui, che ne è la sorgente? E come le otterremo noi, se non ci degniamo di domandarle? Guardatevi, o mio amico, che colle idee sublimi che voi vi fate del grand’Essere, l’orgoglio umano non frammischii idee basse, che si riferiscono all’uomo, come se i mezzi, che sollevano la debolezza nostra, convenissero alla potenza divina (attenta, signora Unione),o che essa avesse bisogno d’arte per generalizzare le cose affine di trattarle più facilmente. All’udirvi parrebbe, che fosse per lei un impiccio di sopravegliare su ciascun individuo; voi temete che un’attenzione divisa e continua non la fatichi, e voi trovate più bello, che essa faccia tutto per via di leggi generali, senza dubbio perché ciò le costerebbe meno. 0 grandi filosofi! Dio vi è molto obbligato di fornirgli metodi così comodi, e di abbreviarle il lavoro!»

Queste parole di Rousseau rispondono all’Unione,che paragona Dio al padre di famiglia, il quale resterebbe seccato delle continue domande de' proprii figli. Un’altra obbiezione fa l’empio giornale, e dice: «Dio, creatore dell’universo, conosce, e certo meglio degli uomini, quanto agli uomini abbisogni per giungere a quella meta, cui egli li ha destinati: di ciò non puossi dubitare, se non vuoisi negare a Dio uno de' principali suoi attributi. Ciò posto, pare dovrebbe dirsi inutile ogni e qualunque domanda dall’uomo a Dio diretta».

Gian Giacomo Rousseau risponde in questi termini: «Perché domandare qualche cosa a Dio? voi dite. Non conosce egli tutti i nostri bisogni? Non è nostro padre per provvedervi? Sappiamo forse meglio di lui quanto ci è necessario? E vogliamo la nostra felicità più che egli non la voglia? Che vani sofismi!, caro amico. Il più grande de' nostri bisogni, e il primo passo per uscire dalla nostra miseria, si è di riconoscerla. Siamo umili per essere savi, veggiamo la nostra debolezza, e saremo forti. Così si accorda la giustizia colla clemenza. Schiavi per la debolezza nostra, diventiamo liberi per la nostra preghiera, perché dipende da noi domandare e ottenere la forza, che non dipende da noi di avere da noi medesimi».

Più innanzi Rousseau viene a parlare de' vantaggi della preghiera: «Non trovando quaggiù ciò che le basti, la mia anima cerca altrove alcuna cosa che la ricolmi; elevandosi alla fonte del sentimento dell’essere, vi perde la sua aridità e la sua languidezza; vi rinasce, si rianima, vi trova un nuovo impulso, vi attinge una nuova vita, vi prende una nuova esistenza indipendente dalle passioni del corpo… Io ho pronunziato il mio giudizio biasimando altra volta questo stato d’orazione, che oggidì protesto di amare. Una cosa sola ho a dire su tale proposito, cioè che io non l’aveva giammai provato. Questo gusto così dolce supplisce al sentimento della felicità che svapora, riempie il vuoto dell’anima, e getta una nuova importanza sulla vita passata per meritarlo». Ah, forse lo scrittore dell’Unione non ha pregato mai, ed è perciò che condanna l’orazione! Ma egli ci ha l’aria d’un famelico e d’un assetato, che condannasse l’uso dell’acqua e del pane!

Un terzo appunto alla preghiera fatto dall’Unione è, che pregando si tralascino i proprii doveri. Anche su questo punto le ha risposto Rousseau: Servire Iddio non è passare la propria vita ginocchioni in un oratorio, ben lo so; è soddisfare sulla terra i doveri che c’impone; è fare coll’intendimento di piacergli tutto ciò, che conviene allo stato, in cui ci ha posti. Bisogna prima fare ciò che si deve, e poi pregare quando si può; ecco la regola, che io cerco di seguire. Io non prendo il raccoglimento, che voi mi rimproverate, come una occupazione, sibbene come una ricreazione; e non so perché tra i piaceri, che io posso conseguire, debba astenermi dal più caro ed innocente di tutti». (Nonvelle Hélóisetom. II, pag. 456).

Che ne dite di queste risposte? Rousseau non sembra un santo Padre in confronto dell’Unione? I nostri libertini vogliono vincere ancora nell’empietà i loro predecessori! Povera gente. Compatiamoli, che uè son degni, e non sanno proprio che cosa si facciano. Preghiamo pei nemici della preghiera, e facciamo loro vedere che questa è utile a convertirli. Sì, preghiamo con fede, preghiamo di vero cuore, e Dio ci accorderà la conversione dei peccatori.

IL CONTE DI CAVOUR ALLA VERBANELLA

(Dall’Armonia, del 1858, pag. 712)

La Verbanellaè un aristocraticavilleggiatura, che il democraticoBrofferio possiede a Locarno, e che fu onorata testé da Sua Eccellenza il conte Camillo di Cavour, li quale, reduce da Plombières, recavasi in Locarno, e dopo di avere seduto alla mensa imperiale, come dicono: andò a sedere alla tavola Brofferiana.

Brofferio e Cavour ab anticonon erano guari amici. Il primo aveva messo innanzi l’affare dei molini di Collegno,e il secondo aveva protestato nella Camera che sarebbe stata per lui una grande disgrazia se si fosse un giorno trovalo d’accordo con Brofferio. Ma nel mondo politico le circostanze servono ad unire fra loro i più accaniti avversarii, come a rompere le più lunghe e solide amicizie.

Fatto sta che da qualche tempo il conte di Cavour dava a Brofferio non equivoche prove di sincerissimo amore. L’offerta d'una medaglia e d’una pensione, accettata in parte ei in parte rifiutata (accettata cioè la pensione, rifiutata la medaglia); la sottoscrizione del conte di Cavour per istampare le Memoriedi Brofferio coll’invito ai Piemontesi di distruggere il prete e il soldato;e finalmente la nomina ottenuta dal Ministero allo stesso Brofferio di deputato d'uno de' sette collegi di Torino, furono altrettante dimostrazioni d’affetto che questi s’ebbe dal conte di CAVOUR.

E Brofferio, che non è un ingrato, attendeva l’occasione di ricompensamelo, e mostrare pubblicamente a Cavour tutta la sua riconoscenza. E siccome quegli l’aveva fatto sedere al banchetto del Parlamento, così questi, cogliendo l’occasione del suo passaggio per Locarno, lo fe sedere ad un banchetto nella Verbanella.

I particolari di questa festa di famiglia ci sono raccontali da una corrispondenza dell'Italia del Popolo,stampata nel suo N° 211 del 2 di agosto, e noi vogliamo riferirli per intero, tanto più che qua e colà il corrispondente getta alcune parole che possono illuminare il pubblico piemontese, il quale assiste da alcuni giorni all’arcana commedia. Ecco adunque L’accennata corrispondenza:

«...A Locarno si preparava dal Governo e dai faccendieri una dimostrazione con torcie a vento e musica civica. Un vapore, il San Gottardo,stava ancorato fino da ieri mattina a questa spiaggia per ricevere l’illustreministro e trasportarlo ad Arona. — La villa Verbanelladi Brofferio era sottosopra per allestire un gran panchetto — insomma un tramestio, un rovinio… tutto annunziava il grandearrivo. — Da due giorni l’avv. Brofferio e Ferini erano qui giunti per il ricevimento: l'Avvocato scelse questo momento per bruciare il suo granellino d'incenso, quindi aggiunse alla sua cucina un cuoco di una contessa torinese, che trovasi a prender aria sul Lago Maggiore: provvide a tutto: si mandò fino alle falde delle Alpi per provvedere la grande quantità di latte che occorreva. Finalmente ieri dopo le due pomeridiane S. E. giunse in Locarno, e si fermò alquanto nell'albergo della Corona. Una carrozza con l’illustre arma, la quale era almeno un quinto dello sportello, l’attendeva per portarlo alla Verbanella. Brofferio, l'oratore della estrema sinistra, attendeva nel cortile. Alle 5 pom. incirca, due vetture, con quattro cavalli di Posta ciascuna, trasportavano l’egregia schiera al banchetto. — Alle 9 della sera fecero ritorno. S. E. prima d'imbarcarsi fece un poco di sosta all’albergo per raccogliere le ovazioni del paese. La banda civica, preceduta da lorde a vento e dalla bandiera cantonale, si presentò sotto quelle finestre per eseguire alcune melodie interrotte da Evviva a CAVOUR. Sul balcone,eravi S. E. il ministro,i consiglieri di Stato del Ticino, un medico ed il sindaco. Prima il consigliere Varenna pronunziò un breve discorso, facendo conoscere lo scopo demarcanoviaggio, indi il nobile Conte arringò il popolo, ripetendo in parte le parole del sig. Varenna, ed aggiungendo che egli come ministro e come cittadino avrebbe fatto tutto il possibile per attuare la strada progettata: e questa era quotila sola cagione che promosse il suo viaggio (notate quel quasi!}. Poi disse il suo ritornello, che ornai abbiamo imparato a memoria, cioè che egli ha in cima di tutti i suoi desiderii il bene dell’Italia e la sua INDIPENDENZA! Che porterebbe nel cuore le sincere ovazioni ricevute nel Cantone Ticino, il quale, sebbene attaccato politicamente alla Svizzera, pure non tralasciava mai la sua natura italiana, ecc., e conchiuse col dire: Evviva l'Elvezia! EVVIVA L’ITALIA!— Che ve ne pare?

Si notò sul principio del discorso del grandepolitico un poco d’incertezza sulla esposizione, e varii errori abbastanza gravi; ma siccome aveva terminato il pranzo da poco, cosi non ci si fece caso. Brofferio in mezzo alla folla applaudiva e gridava: Bene!

«Rientrato nella sala, vi furono diversi piacevoli discorsi. Fra gli altri si parlò dell’affare dell’entrata misteriosa a Plombiéres; S. E. rise di cuore per l’invenzione del fatto, e raccontò essere stato in pubblico con l’Imperatore in vettura per quattro ore da solo a solo, che (Imperatore guidava(quindi non vi era nemmeno il cocchiere! I nessun testimone!). In tuttala conversazione S. E. mostrò in Locarno un’aria misteriosa: anzi, interrogato da taluno sulle cose del giorno, cangiò sempre avvedutamente discorso.

«Mezz'ora prima della mezzanotte montò sul vapore, ove proponevasi dormire, e fece credere sarebbe partito alle due dopo la mezzanotte, Invece con sorpresa di tutti partì immediatamente imbarcato. Certamente questo aver fatto credere una cosa ed eseguirne un’altra, sarà stata qualche gran veduta diplomatica: una delle solite dell'illustre ministro.

«Aveva dimenticalo, che dopo il discorso, un consigliere di Stato avendo mostrato il desiderio di solennizzare l'apertura della ferrovia del Luemagno su quella stessa tavola, ove stavano tracannando varie bottiglie di Champagne: l’ero«ministro rispose graziosamente: — Non qui, ma a metà del tunnel,nel cuore delle Alpi Leveremo insieme: Poscia essendogli arrivati due dispacci da Torino, disse che gravi affarilo chiamavano sollecitamente presso la Reggia, e e che alle due dopo la mezzanotte sarebbe partito».


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LA GITA DEL CONTE DI CAVOUR A PLOMBIÈRES SECONDO I GIORNALI ESTERI

(Dall’Armonia, del 1858, pag. 724)

Meglio tardi che mai! Quasi tutti i giornali esteri dicono una parola della gita di Cavour a Plombières, e del suo abboccamento coll’Imperatore dei Francesi.

Abbiamo altra volta riferito le parole del Nord,il quale scrisse, che Cavour supplicò per poter andare a Plombières, e che la sua visita non fu che un alto di pura cortesia.

Secondo il Timese il Galignani's Messengerl’Imperatore Napoleone fé’ a Cavour una gagliarda [strong]raccomandazione di usare moderata e cauta politica rispetto all'Austria e a Napoli. —Cavour perciò ha rinunziato all’indennità pel Cagliari.

Le Salut Public,giornale del governo francese, ripete la stessa cosa, che cioè Napoleone ha raccomandato a Cavour de pratiquer une politique éminemment modérée et circonspecte aussi bien tisàvis de l'Autriche que visàvis de Naples. —Ordini analoghi furono perciò spediti alle Direzioni dell’Opinione e della Staffettacon minaccia di sospendere i pagamenti.

Il Journal de Bruxellesdice, che il viaggio del conte di Cavour a Plombières ha risvegliato tra noi tutte le speranze degli unitari. Ma conchiude, che «senza avere il dono della profezia si può loro predire il disinganno».

La Gazette de Lyonaccerta, che il conte di Cavour ha fatto la domanda di questa visita a Plombières, che l'Imperatore non potè ricusarla, ma che nulla di politico si disse in questa occasione.

La Bilanciadi Milano celia su tale argomento, «A udire, essa dice, i giornali ministeriali di Torino, l’Austria non si è mai trovata in così gravi pericoli di perdere il suo bel Regno Lombardo-Veneto, come ora, dopo che il conte Benso di Cavour è stato a prendersi la portiunculaa Plombières!... Ben a ragione il gran ministro sardo è stato ritrattato cogli occhiali, egli ha doppia vista e doppio intuito!

«Una osservazione politica importante è stata fatta sull’invito imperiale fatto al signor di Cavour di recarsi a Plombières. Né il conte Buoi, né il signor di Manteuffel, né S. E. il Cardinal Antonelli, né il commendatore Carafa, insomma nessun ministro estero ebbe quell’invito, tranne il signor conte Benso di CAVOUR. Prova evidente ch’egli è la fenice dei ministri, ed il gran fabbro della nuova Italia. E il gran ministro non badò né al lungo viaggio, né alle tempeste, né agli affari di tanti ministeri in lui raccolti, né agli ardori della canicola, ma, nuovo Cesare, andò, vide e trionfò.»

Questo viaggio del signor di Cavour mise una gran paura in corpo agli statisti d’Italia e specialmente a quelli di Vienna, ce ne assicurano l’Opinioneed il Patriota!E come non aver paura dopo che il signor di Cavour, nemico aperto della politica austriaca in Italia, ha dichiarato, che gli era stata affidata per Plombières una missione nazionale?

«Un’altra osservazione di somma importanza è stata fatta sulla invulnerabilitàdi CAVOUR. Egli viaggia sicuro e tranquillo nel Piemonte costituzionale, nella Svizzera repubblicana e nella Francia assolutista. Anzi raccoglie omaggi e battimani da tutti i partiti, e da tutti i sistemi di governo. S’egli fosse vulnerabile, non potrebbe esserlo che nel calcagno, come Achille: ma oramai è sicuro anche nel calcagno, avendo quasi calzato il fatato stivalo italico!!»

L’Osservatore Triestinoconsacra esso pure due periodi al conte di Cavour ed alla sua gita a Plombières, che sono i seguenti:

«All’Imperatore dei Francesi non riescirà molto gradito che certi giornali dieno alla visita del conte Cavour in Plombières un’importanza politica così grande da far quasi credere che attribuissero al diplomatico sardo un’influenza essenziale sulla futura politica della Francia. Sgraziatamente noi siamo tanto limitati nelle nostre vedute politiche che non attendiamo da quella visita verun mutamento politico, ma la consideriamo come del tutto indifferente. Agli occhi nostri la non è propriamente una stella che si mosse [sull’orizzonte politico, ma una di quelle che in astronomia si chiamano stelle cadenti.

«Del resto i varii giornali si rappresentano in modo affatto diverso anche i fini ed i risultati dell’importantissima visita. Un giornale piemontese, il quale si dà l’apparenza di essere perfettamente iniziato nei più reconditi intendimenti politici dell'imperatore Napoleone, assicura il mondo, che in Cherbourg al cospetto delle flotte e di tutta la diplomazia europea egli proclamerebbe le pacifiche deliberazioni della conferenza. Da ciò si dovrebbe dedurre che la missione del conte Cavour fosse assai pacifica! Altri giornali mettono in relazione quella visita colla questione dei Principati Danubiani; ciò sarebbe propriamente la mostarda dopo il pranzo. Altri giornali ancora opinano che in Cherbourg verrà riscaldata e presentata agli eccelsi ospiti la questione italiana. Così ciascuno interpreta a suo modo quell’avvenimento, ed il conte Cavour può ad ogni modo andar superbo di aver fatto nuovamente parlare di sé».


UN MANIFESTO DI MAZZINI NEL 1858

(Dall’Armoniade! 1858, pag. 756)

Londres, le 26 avril 1858.

A LA SECTION DU PARTI D’ACTION EN SUISSE
INSTRUCTIONS

Lecaractère du mouvement national que nous dirigeons, ne peut plus être méconnu. Tous ceux qui ont suivi avec quelque attention notre marche, savent, à l’heure qu’il est, que ce n’est pas seulement un intérêt sacré et local que le parti d’action italien a en vue, mais le triomphe d’une grande idée, sans laquelle les questions sociales ne pourront jamais être résolues; celle de l’organisation européenne d’après les conditions naturelles et les tendances des peuples. Point de travail sans division de travail. La division de travail européen par groupes distincts, et pourtant associés et solidaires. C’est là ce que nous appelons nationalité.

Ceci posé, nous avons le droit de faire appel à nos frères des autres nations, pour qu’ils viennent en aide à notre travail.

Il n’y a que deux champs en Europe: celui des hommes de la liberté et de l'association, et celui des hommes du despotisme. Tout le reste n’est, pour le moment, que secondaire.

Entre les deux champs c’est une question de guerre. Or la guerre ne se fait pas en combattant en détail sur toute la ligne, mais en concentrant toutes les forces sur un point donné pour v remporter une victoire décisive. Ce ne sont pas des émeutes, c’est une révolution qu’il nous faut. Ce ne sont pas dix combats, c’est unebataille. Pour cette bataille il faut choisir le terrain.

Ce terrain, pour la question sociale, qui devra être tôt ou tard résolue, est la France;pour la question des nationalités, c’est évidemment l'Italie.

L'initiative des insurrections nationales lui appartient. Le soulèvement de l’Italie attaque directement l’empire autrichien. Il doit inévitablement entraîner la Hongrie et l’Allemagne, et par ces deux nations, la Pologne. La Grèce, n’ayant plus à craindre les mouvements combinés des gouvernements européens, suivrait l’impulsion et le mouvement grec; c’est la question d’Orient résolue dans le sens des nationalités qui existe en germe dans son sein.

L’Italie est mûre. Il n’est plus permis d’en douter. Nous sommes aujourd’hui le seul peuple qui proteste. Le parti est organisé chez nous plus que partout ailleurs. C’est sur nous que se dirige le plus l’attention des gouvernements.

Nos intentions ne sont pas douteuses Nous avons donné assez de gage pour être crus quand nous disons que nous agirons.

Il est du devoir et de l’intérêt de tous de faire en sorte que notre action triomphe.

Pour cela il nous faut des moyens. Nous cherchons en ce moment à les réunir. Nos frères des autres nations devraient nous v aider. En souscrivant pour notre fond insurrectionnel, ils souscrivent pour les succès de la bataille pour tous.

Fait apprécier ces considérations par tous les patriotes suisses, hongrois, français, que vous rencontrez. Dites aux hongrois, que ce n’est que sur notre terrain qu'ils peuvent avancer d'une étape vers la délivrance de leur pays: ils ont leur soldats chez nous; nos soldats chez eux. Dites aux suisses, que la pression exercée sur eux par l’absolutisme européen ne cessera que lorsqu’ils seront adossés à la république italienne. Nommez Rome aux Français; nommez leur Pianori et Orsini. Ils ont un dette d’honneur à acquitter envers nous. Les patriotes, les proscrits surtout, ne s’v refuseront pas. Il savent que notre mot d’ordre est Rome et Paris», et que ce qu’ils donneront, ils le donneront à la France aussi bien qu’à l’Italie.

Pour le comité d’action J. M.

LA RELIGIONE SBANDITA DALL’ISTRUZIONE PUBBLICA

(Dall’Armonia, n. 187, del 18 luglio 1858)

Nella nostra Camera, ove un deputato conservatore non può nominare il Papa, o la Chiesa Cattolica senza eccitare o rumori, o risa, si potè portare della merceinsegnantesenza che una voce di disapprovazione siasi fatta intendere contro una parola che avvilisce la più nobile di tutte le professioni, annoverandola tra le balle del cotone e i colli dei guano. A noi non recò stupore pero né l’inaudita qualificazione appiccata al corpo insegnante,né l'indifferenza con cui venne ricevuta dalla Camera, come se si trattasse di una parole convenuta. Pur troppo vediamo e tocchiamo con mane, che non solo il corpo insegnante, ma tutto ciò che s’attiene alla pubblica istruzione è considerate come merceda trafficare a gloria e a vantaggio d’un partito che ha trovate il metododi corbellare la gente vendendo lucciole per lanterne, e asciugare le tasche spacciando impiastri e cerotti per tutti i mali e molti altri ancora.

Saint-Marc de Girardin, deplorando l’orribile scadimento della pubblica istruzione in Francia sotto il regno dottrinario di Luigi Filippo, diceva: En France la Science de l’éducation est un objet d’admnistration... Nous n'élevons plus. Capite, is amministra l'educazionecome si amministra il capitate di un banco, come si amministrano i fondi rustici, come si amministra una società in accomandita, o un branco di animali dati a Boccio. E queste parole di acerbo dolore erano strappate dal labbro di qaell'insigne pubblicistae professore dell’Università dal vedere come in tanto arrabattarsi per trovare nnove scienze e nuovi metodi per istruirela gioventù, non solamente non si pensasse a migliorarne l’educazione,cioè l’istruzione morale e religiosa, ma si trasandava, anzi se ne distruggeva' in pratica la parte che tuttora rimaneva in teorica. La qual cosa veniva così dichiarata dal signor Gasparin (protestante) alla tribuna francese: L’educazione religiosa in fatto non esiste più ne’ nostri collegi. Ilgiovane che arriva a Parigi per darsi a gravi studi!, è per forza respinto verso lo scetticismo, e verso non so quale indifferenza dell’avvenir morale degli uomini e del loro destino», come soggiungeva alla stessa tribuna un membro del Consiglio superiore della pubblica istruzione.

Donde mai, esclama Monsignor Dupanioup, queste dolorose confessioni e questi strani gemiti? — Eppure veggo un cappellano in ogni grande casa d’educazione; anzi sovente vi si vedono professori, che sono uomini onorevolissimi, personalmente religiosi, e talvolta ottimi cristiani. — È vero; ma ciò che monta, se la religione è d’altro lato ufficialmente sbandita dall’educazione; se una mano fatale ed invisibile la respinge senza pietà lungi lungi dagli occhi della gioventù? ((69))».

Queste parole dipingono così bene lo stato della nostra pubblica intrusione, che non della francese sembrano essere state scritte, ma del Piemonte. Noi non abbiamo più educazionedella gioventù, noi non educhiamo più;da noi si amministraburocraticamente la scienza, come le strade ferrate, la polizia, le finanze. Abbiamo un’ombra di maestri di religionee di cappellani, ma la religione è sbandita ufficialmentedall’educazione. Tra gl’innumerevoli fatti che potremmo addurre a provare la nostra asserzione, bastino i seguenti che sono sotto gli occhi di ognuno.

Le costituzioni per l'Università di Torino,tit. VIII, art. 7 ed 8, prescrivono: Tre saranno le feste dell’Università; Una il giorno della rinnovazione degli studii, l’altra dell’Annunziazione della B. Vergine, titolare dell’Università, e la terza alla fine dello studio, il giorno dell’Assunzione di Maria. Si solennizzeranno nella maniera che sarà prescritta dal Magistrato della Riforma». Ora, al capo XVII del Regolamento del Magistrato della Riforma,annesso alla Costituzione, si prescrive, che «nel giorno dell’apertura degli studii il rettore, i professori ed i tre collegi delle Facoltà, con le loro toghe e distintivi dell’Università, ai porteranno processionalmente... alla cattedrale di S. Giovanni; ivi si canterà la Messa de Spirito, Sancto... e si chiederà il divin lume con Unno Veni Creator Spiritus,indi ool medesimo ordine ritorneranno all’Università. Giunti nella gran sala, il Capo dell’Università, accompagnato dai presidi, rettore e segretario, entrerà in essa, ove riceverà il giuramento da prestarsi da' professori, ed assisterà all’orazione ecc.». Quanto alla festa dell’Annunziazione «si celebrerà nella chiesa dei Padri Minimi di San Francesco di Paola; si raguneranno perciò il rettore, i professori e Collegi, con le loro toghe e divise nel convento dei detti Padri, ed ordinatamente si porteranno nella chiesa, ove da' musici della Cappella regia si canterà la Messa della Beata Vergine, e inter Missarum solemniasi reciterà un’orazione latina in lode della stessa Gran Madre da uno scolare ecclesiastico da nominarsi dal rettore. Quindi si darà la benedizione col Venerabile… Quella dell’Assunzione della Beata Vergine si celebrerà nella chiesa dei Monaci Cistercensi ((70)), tenendosi l’istess’ordine e cerimoniale della precedente. Si farà pure il discorso come sopra, aggiungendosi il Te Deum, che in ringraziamento del buon successo dell'anno scolastico si canterà solennemente, poi si darà la benedizione». Inoltre per reale decreto è prescritto l'intervento, come sopra, di tutto il Corpo universitario alla festa del B. Sebastiano Valfrè nella chiesa di S. Euschio (S. Filippo). Finalmente nel capo XVI si prescrivono le funzioni che devono aver luogo nell’Oratorio dell’Università, cioè: Le congregazioni festive, e le due Messe nei giorni feriali di scuola.

Ora vediamo di tutto questo edilizio religioso, eretto dalla sapienza e dalla pietà de' nostri Sovrani per l’educazione della gioventù, che cosa è rimasto salvo dal martello rivoluzionario che distrugge ogni cosa buona in casa nostra. Della funzione;in S. Giovanni per l’apertura degli studii: Nulla. Del giuramento da prestarsi dai professori nello stesso tempo: Nulla. Della festa dell’Annunziazione titolare dell’Università: Nulla. Della festa del Beato Valfrè: Nulla. Della festa dell’Assunzione rimane ancora poco più di nulla. Si cominciò ad abolire il discorso latino, poi la Messa cantata. E quest’anno, invece dell’intervento di tutto il Corpo accademico, com’è prescritto, non si mandò che una deputazione di una dozzina. L’anno venturo i deputati saranno una mezza dozzina: pel 1860 anchela festa dell’Assunta passerà nel dominio della storia.

E dell’oratorio che rimane? — La congregazione festiva: ma siccome fa tolta l’obbligazione agli studenti d’intervenirvi, così è naturale che l’oratorio sia ridotto, come disse la Gazzetta del Popolo,a ritrovo dei topi. Un giorno incontrando noi un professore dell’Università nell’ora della congregazione dell’oratorio all'Università,sorridendo dicemmo: Eh bravo! nell'ora della congregazione ella va a zonzo per Torino. Ed il professore, non sorridendo, ma sospirando, disse: Come vuole ché io abbia cuore ad andarvi, se domenica scorsa eravamo quattordiciprofessori e undicistudenti?» Ecco il frutto della libertàlasciata agli studenti! Si sa quanto sia potente il rispetto umano sulla gioventù, massime nell’età in cui sono gli studenti dell’Università! Molti al certo sentiranno Messa in giorno di festa, i quali non vanno all’oratorio, ma per non avere dai compagni il titolo di bigotto,di collo torto,di soffione,non oseranno recarsi all’Università; e quindi rimangono privi dell’istruzione religiosa loro adattata, ecc. Insomma per tutti quei motivi che ognuno conosce, e più ancora da chi frequentò l’Università, si sa, che lasciar a' giovani la libertà degli esercizii di pietà è come dire: non fatene nulla. Quindi si può asserire che il Ministero abolì l’oratorio dell’Università, come ne abolì le feste.

Ora al rispetto umano così naturalmente potente su questi giovani aggiungete il cattivo esempio del ministero, il quale ufficialmentedimostra quanto poco gli cale della religione, violando per ciò leggie decreti, a cui non si può derogare senza legge formale sancita dai tre poteri dello Stato; e diteci che coso possiamo aspettare dall’educazione data dai nostri riformatori. Noi non aggiungeremo più che nna parola. L’amministrazionedella pubblica istruzione in Francia sotto il governo costituzionale diceva di volere secolarizzarel’istruzione, quando infatti la facea atea, e quindi non produceva che degli scettici. Ognuno conosce i risultati di quell’istruzione secolarizzata. Il nostro ministro sopra la pubblica istruzione si avvia per lo stesso cammino della secolarizzazionedell’insegnamento: intenderebbe forse di giungere alla stessa meta?


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GOG E MAGOG IN PIEMONTE

(Dall’Armonia, n. 208, del 12 settembre 1858)

Che Gog e Magogsieno in Londra, selsanno tutti coloro, che visitarono in quella Babilonia la gran sala di Guildhall,che è il palazzo di città. Là veggonsi due statue colossali in pietra col nome di Goge Magog,Sono armate da capo a piedi; nna ha sulla testauna corona di quercia, e l’altra una corona di alloro, ed amendue proteggono le libertà municipali! Di questi due Numi tutelari delle libertà inglesi cantava un poeta di Francia:

Double palladium des brétones franchises

Contre tous les dangers te protège Albion;

Jadis Énée, au sein des flammes d'Ilion,

Eut pour les pénates d'Anchises

Moins de valeur jalouse et de religion ((71)).

Tutti gli anni Goge Magogescono in Londra processionalmente. Imperocché in quella liberacittà non si potrebbe portare per le strade la statua di Maria Santissima Immacolata, ma per Goge Magogè un altro paio di maniche. Di che nell’installamento del nuovo lord mayor,che avviene il giorno 9 di novembre, due fantocci rappresentanti Goge Magog,e stranamente vestiti, danno un giro per le pubbliche vie, portati a braccia di uomini, che accompagnano il primo magistrato di Londra a prendere possesso della sua carica.

Colla civiltà inglese entrarono però in Piemonte Goge Magog,e non andrà guari, se continuiamo di questo passo, che alle nostre religiose processioni verranno sostituiti i ridicoli baccanali anglicani. Per rendere capaci i nostri concittadini dell’esistenza fra loro di Goge di Magogci conviene spendere qualche parola nella spiegazione di questi due nomi che trovansi in Ezechiele, capitolo XXVIII. Il profeta pronunzia che, mentre i figli d’Israele abiteranno tranquilli nelle proprie case, piomberà su di loro Gog,e il giorno dell’arrivo di Gogsarà il giorno della collera del Signore ((72)).

Che cosa s’intende per Gog eper Magog?Sono questi due nomi misteriosi, intorno a' quali gl’interpreti trovansi divisi di sentimento, e danno diverse spiegazioni. Alcuni pensano che Gogsia Cambise, figliuolo e successore di Ciro; molti credono che sia Antioco Epifane; gli Ebrei pretendono che Gog e Magogsieno gli abitanti della Scizia; Teodoreto sostiene invece che è Alessandro Magno e i re della Siria. Non vi ha nulla di plausibile in questi sistemi.

I centuriatori di Magdeburgo sentenziarono che Gog e Magogsono i Turchi e i Saraceni; e certo, se scrivessero a' giorni nostri, troverebbero nella politica contemporanea qualche Tatto a cui appoggiare il proprio parere, il quale tuttavia è rigettato da Cornelio a Lapide.

Sant’Ambrogio credeva che Gogfossero i Goti, da cui fin dai suoi tempi era minacciato l’Impero Romano: Gog iste Gothus est,dice il Santo, epperò esorta l’imperatore Graziano ad uscire in campo e combatterlo, promettendogli in nome di Dio una segnalata vittoria ((73)).

A noi piace di preferenza l’opinione di Sant'Agostino, il quale, nel suo sublimissimo trattato De civitate Dei,lib. XX, cap. II, afferma non doversi intendere per Gog e Magogcerte persone, o genti determinale che abitino in qualche parte della terra, sibbene i persecutori della Chiesa di Cristo che sono invasati dal demonio, il quale abita in loro, come nella propria casa, e costituiscono perciò la città di Satanache insorge continuamente contro la città di Dio.

Posta questa spiegazione, il lettore già è convinto che Gog e Magogsono in Piemonte, poiché per nostra somma disgrazia i persecutori della Chiesa vi sovrabbondano. Altro che i Goti di S. Ambrogio! Egli dicea a Graziano: Gog iste Gothus est. Ma noi con maggior ragione possiamo dire Gog e Magogsono i ministri che presentemente preparano nuove offese contro la Chiesa, nuove spogliazioni, nuovi incameramenti; che vogliono sopprimere altri conventi salvi dalla prima legge, che cercano ingrassare la Cassa Ecclesiastica colle spoglie opime dell’Economato apostolico; che tengono continuamente la spada di Damocle su tanti poveri frati e monache, tremanti per la paura di vedersi oggi o domani cacciati a viva forza dalle proprie case acquistate e mantenute coi proprii danari.

Gogsi distingue principalmente per le mascelle, onde il Signore gli dice per mezzo del suo profeta; Ponam fraenum in maxillis tuis. E la Chiesa piemontese fin dal 1848 vede Gog esserle addosso, menarle attorno il dente e divorarla. Dove sono andati tanti milioni? Nelle mascelle di Gog. I beni degli Arcivescovi di Torino e di Cagliari dove sono? Nelle mascelle di Gog. Dove si trova il seminario della capitale co’ suoi possessi? Nelle mascelle di Gog. Gog si ha tolto canonicati, cappellanie, monasteri, benefizii contro la legge, come decisero i tribunali; ha distrutto la Compagnia di S. Paolo, la Società della Misericordia, le Suore della Compassione; ha gravato le proprietà ecclesiastiche di tasse e sopratasse arbitrarie non consentite dal Parlamento. Eppure Gog e Magog hanno sempre fame, e in questi giorni di vacanze parlamentari studiano, sapete che cosa? Che cosa potranno mangiare nell’anno che verrà. E divorerannola Chiesa a due palmenti, fintante che Dio non avveri la sua minaccia contro di Gog: Ponam fraenum in maxillis tuis ((74)).

Gog e Magogsono inoltre quella caterva di scrittori empii e spudorati, i quali non rifiniscono mai dall’insultare quanto di augusto esento v'ha in cielo ed in terra. Sono coloro che credono di rigenerare l’Italia o farla sedere al banchetto delle nazioni, perché hanno il coraggiodi scrivere che bisogna odiare e a suo tempo distruggerei preti e i soldati; coloro che stimano di servire la patria dando dell’insolenteal bambino Gesù; del giuocatore e bestemmiatore a S. Francesco di Sales, e stimano di conquistare la Lombardia e la Venezia scrivendo ogni settimana un articolo contro i miracoli, contro le immagini, contro le reliquie, contro Maria SS. Immacolata; coloro infine che, non credendo nulla, vorrebbero condurre il nostro popolo a rinnegare la fede, quasi che senza fede potesse sussistere e prosperare la vera e sincera libertà!

Gog e Magogsono que’ tristi che accendono in Italia la guerra civile, imperocché nei giorni di Gog,dice Ezechiele, gladius uniuscuiusque in fratrem suum dirigetur. E questo non si verifica forse tra noi? La spada del nostro Goge del suo popolo Magogche sono i ministeriali, non è diretta contro il suo fratello il governo di Napoli, contro gli altri suoi fratelli i governi di Toscana e di Modena, e specialmente contro il proprio padre il Romano Pontefice? Oh! il Gogpiemontese ha saputo vincere nella malizia il Gogd’Ezechiele, che questi appuntava la spada contro il fratello soltanto, ma quegli tenta di piantarla nel cuore del padre suo, ed è a nozze quando può sparlarne, e gode de' suoi dolori, e per la rabbia si morde le mani nell’udirne i segnalati trionfi!

Gog e Magogsono i perfidi consiglieri che non trovano i nostri ministri abbastanza empii, e, come il Dirittodi ieri, fanno loro coraggio, e li esortano, e li pungono, affinché vadano innanzi nel lubrico cammino in cui si sono gettati, mostrando ad essi per esemplare un governo repubblicano, il governo del Canton Ticino. Ma, in grazia, che cosa ha fatto quella valorosa repubblica? Quali imprese ha compiuto? Quali battaglie ha vinto? Quai nemici ha soperchiato? Ha proibito al nuovo Vescovo di Como la visita pastorale iu una parte della sua diocesi, e questo è l'eroismo, la gloria, la virtù repubblicana che forma l’ammirazione del Diritto

Ma esso dovrebbe riflettere che i Gog e Magogdel Piemonte non sono da meno dei Goge dei Magogdel Canton Ticino; che non un solo, ma tre de nostri Vescovi non possono ritornare nel nostro Stato; che le visite pasto rali, in buona parte delle diocesi, non sono possibili, per la gran ragione che quelle chiese patiscono da tanti anni una fatale vedovanza, e il Ministero le vuole vedove per non crearsi nemici, come diceva l’Espero.

Pensino però Gog e Magogche il loro potere non sarà eterno. Il profeta che pronunziò le opere loro, le stragi, le desolazioni, le rovine, ne pronunziò anche il giudizio: Et indicalo eum peste et sanguine, et imbre vehementi, et lapidibus immensi#. li superbo Gogcadrà a suo tempo sopra i monti d’Israele; la sua fine farà stordire i passanti; dovrà purgarsi la terra per sette mesi, e il Signore sarà glorificato.

Altri Gog e Magogne’ tempi andati scatenaronsi contro la» Chiesa, contro il Romano Pontefice, contro i preti ed i frati. Ma dove sono oggidì? Una tristissima ricordanza ne circonda il nome che restò nelle istorie a loro disdoro. Essi scomparvero dalla scena del mondo, e con essi i loro sistemi e le loro dottrine. Ma Papa, preti e frati sono ancora e saranno. Videro l’irruzione di Goge di Magog, ne sostennero gli impeti, ne patirono gli insulti: ma assistettero anche alla loro sepoltura. Quello che accadde pel passato ci conforti per l’avvenire, e ricordino i buoni ciò che Dio promise loro: Et eepelient Gog, et omnem multitudinem eius.


MAZZINI ASSOLTO E CAVOUR CONDANNATO

(Dall’Armonia, n«211, del 16 settembre 1858)

Già due volte i giurati, riformati secondo il disegno del ministero e la nuova legge sancita dalla Camera, radunaronsi in Genova, e pronunziarono il loro verdettosu due articoli dell’Italia del Popolo,ed amendue le volte dichiararono innocente il giornale, e per conseguenza reo il fisco, cioè il pubblico Ministero, che aveva sequestrato que’ fogli.

Egli è da avvertire, che così l’uno come l’altro processo riflettevano un articolo scritto e sottoscritto da Giuseppe Mazzini, il quale accusava spiattellata mente il conte di Cavour di subdola e contraddicente politica. Il primo articolo era una lettera Ai membri della Corte d'Appello di Genova,che stavano per giudicare i rei della congiura del 29 di giugno; il secondo era una nuova lettera indirizzata al nostro Presidente del ministero.

Noi affermiamo, che la duplice assoluzione del Mazzini è una duplice condanna di Camillo Cavour; e ciò sia per l’assolutoria in generale, e pel verdetto de' giurati dopo la riforma, che non differisce né punto né fiore dagli antichi verdetti; sia per le cose particolari, che Mazzini affermava in quei documenti contro il moderno Farinata, l’eroe del Gange, e l’impresario di Plombières.

Allora quando la Francia giustamente chiedeva ai nostri ministri di riformare una seconda volta la legge sulla stampa, massime riguardo a quei delitti che poteano mettere a repentaglio la sicurezza degli Stati vicini, sorse nella Camera dei Deputati il valoroso conte Solare della Margarita, e interprete dei sentimenti della parte conservatrice, propose, che quei delitti fossero sottratti alla giurisdizione de' giurati, giacché né essi erano competenti a giudicarne,

né sul loro giudizio potessi fidare gran fatto, né potevamo altrimenti andar sicuri, che quella fosse l’ultima riforma della legge sulla stampa, che ci venisse imposta dall’estero.

Camillo di Cavour ed i suoi si opposero a così savia proposta, e pretesero che a rimediare allo sconcio bastasse, conservando i giurati, sostituire il sistema della scelta al sistema dell’estrazione a sorte; e così fu fatto. Or bene chi l’indovinò? il conte di Cavour, o il conte della Margarita? chi s’intende meglio di politica? chi è più uomo di Stato? Le due assolutorie dei giurati di Genova rispondono eloquentemente, danno il torto al conte di Cavour, e fanno vedere che tutta la scienza sua consiste in un po' di ciancia, e nell’arte di giuncare colle cifre.

Ma questo è nulla in confronto delle accuse, che Mazzini aveva gettato contro il nostro Presidente del ministero. Qui ci conviene dare un’idea' d’uno almeno degli articoli, che furono recentemente assolti dai giurati genovesi. Noi possiamo farlo con sicurtà, essendone stata inappellabilmente proclamata l’innocenza. Diremo adunque della lettera Ai membri della Corte d'Appello di Ge~ nova,scritta da Mazzini il 6 di marzo, e pubblicata dall'Zlatta del Popoloil 24, nel suo n° 85.

Mazzini incomincia parlando con alto disprezzo di Carlo Alberto, e si gloria d’essere stato condannato già due volte a morte in Piemonte. «Io non accettai l’amnistia, egli dice, che il grido del popolo strappava a re Carlo Alberto«Le amnistie si danno ai colpevoli, non a quei che combattono per il diritto e si sentono migliori di chi perdona».

Passa' dipoi a dichiarare usurpatori tutti ¡'governi d’Europa. «Io non riconosco padroni, né giudici, fuorché Dio, la cui legge è tuttavia frantesa da quanti poteri di fatto ha l’Europa». Mazzini è il solo che comprenda ed osservi la legge divina. Imperocché egli dice: Il presente è per me illegale. Come i cristiani di fronte all’ultimo stadio del paganesimo: io non vivo che nell’avvenire».

Venendo finalmente a Casa Savoia, Mazzini lascia in dubbio; ed anzi soggiunge, che questa ricerca poco monta,perché dovendosi sostituire la Repubblica alla Monarchia in generale, non reputa necessario di farsi a discutere in particolare i diritti di questo o di quel Monarca.

Tuttociò serve di proemio, e venne dichiarato innocente dal giurìriformato dal conte di Cavour! Innocente maledire Carlo Alberto; innocente negare l’autorità sovrana quaggiù, innocente far man bassa su tutti i governi europei; innocente attentare a Casa Savoia, e voler mutare la monarchia in repubblica!

Diffatti Mazzini continua: «Noi siamo repubblicani………., e scrivendo sentiamo in noi doveri e diritti di esprimere, di diffondere pacificamente la nostra fede, e di additare alla nazione la via sulla quale soltanto essa potrà un giorno trovare salute e pienezza di vita durevole». E i giurati assolvendo Mazzini riconobbero in lui il diritto e il doveredi spianare la strada alla repubblica? E sono i giurati riformati di fresco dal conte di Cavour? Sono quei giurati, che dovevano servire di guarentigia al paese ed all’Europa?

La Monarchia sola, sentenzia Mazzini, ha in Europa il privilegio dello spergiuro. E non crediate mica, che esso alluda a Napoli, a Francia, od altrove; parla di casa nostra, della nòstra Monarchia, che tradì la promessadegli amici della Casa di Savoia, che chiama gli uomini della fazione Monarchicadella Monarchia, che andò a tradireMazzini finirà le mura della cittàdi Genova. E lotto questo ai potè dire e stampare impunemente, e i giurati riformati secondo il disegno del conte di Cavour assolsero Mazzini!

È bensì vero, che il demagogo si protesta di non voler abolire lo Statuto. Ma la sua protesta è la peggiore offesa, che potesse recare al nostro patto fondamentale, giacché lo dice destinato a compire in Italia l’educazione repubblicana. Ristampiamo testualmente le parole di Mazzini.

«Abolir lo Statuto! — No; s’anch'io potessi abolirlo, no ’l farei per amore della mia fede. L'educazione repubblicana non è compita in Italia; e lo Statuto deve compirla.

«Lo Statuto, amministrato com’è, — colle persecuzioni alla stampa, coi sequestri non seguiti da processi, colle violazioni continue della libertà individuale, colla bassa tirannica esosa condotta tenuta verso gli esuli italiani, fatti peggio che stranieri in Piemonte, colle enormi gravezze, coll’azione del governo sulle elezioni, coll’immoralità crescente nelle sfere officiali,coll’oblio perenne dell’onore d’Italia e della causa della nazione, colle concessioni al despotismo straniero, coll’adorazione del fattocomunque iniquamente compito, coll’egoismo locale, e coll’…………………………………. una dinastia sostituitaalla religione della patria comune; — va provando al paese, meglio che non possiamo far noi, che libertà vera, eguaglianza e prosperità sono inconciliabili con una forma di governo, che impianta la menzogna monarchica al sommo dell’edifizio sociale;che sperare esca salute all'Italia dalla dinastia di Savoia è follia concessa soltanto a coloro, i quali si giovano di quella speranza ad accarezzare il proprio inerte egoismo».

Ci cade la penna di mano nel trascrivere queste linee, pensando che i giurati le hanno assolte per ben due volte I E non sono giurati, che il capriccio della sorte abbia indicato, ma giurati che la scelta del Ministero ha fatto sedere pro tribunali!Sono giurati posteriori alla riforma che Francia ci ba domandato!

Poveri a noi! Non si ringalluzzì il conte di Cavour per la morte del giornale l'Italia del Popolo,quasi che voglia indicare la morte in Piemonte della parte repubblicana. Quel giornale è morto sotto il peso dei sequestri, non sotto il peso delle condanne. Le due ultime assolutorie, che Mazzini ottenne in Genova dal giurì riformato, sono un fatto mollo più notevole che la pubblicazione insieme di cento giornali repubblicani.

E poi mentre Cavour detesta, o dice di detestare Mazzini, badi di non dargli in mano le armi per offendere il nostro Statuto. Mazzini ha accusato il conte di. Cavour di contribuire educazione repubblicanadella Penisola per molte vie, ma principalmente coi mezzi seguenti:

Colle violazioni continue della libertà individuale;e se Mazzini intende le persecuzioni contro i suoi emigrali, noi dobbiamo estendere il fatto alle persecuzioni contro i nostri frati e le nostre monache.

Colle enormi gravezzeie queste sono innegabili, e il conte di Cavour,()ben lungi dallo studiare come alleggerirle, coidebiti, colle spese continue, cui credili suppletivi, coi decreti, che va ancora oggidì pubblicando e saranno approvati dal Parlamento,si dispone ad accrescerle ancora.

Coll'azione del governo sulle elezioni,e ciò non è soltanto un fatto ma un principio, un sistema del conte di Cavour, il quale, non pago di esercitare la maggiore pressione sulle elezioni dei deputati, ebbe la fronte di sostenere in Parlamento che ne aveva il diritto.

Coll'immoralità crescente nelle sfere ufficiali,e qui non sappiamo a quali fatti particolari del Ministero voglia alludere Mazzini; questo sappiamo che il fisco di Genova gli ha girato un processo per simili parole, e i giurati riformati, scelti tra gli elettori, le dichiararono non colpevoli.

Coll'oblio perenne dell'onore d'Italia,ed anche questo venne approvato dai giurati, che cioè il conte di Cavour ed i suoi dimenticano l'onore della patria, e la sacrificano alla propria ambizione.

Colle concessioni al despotismo straniero, e Mazzini per questo verso trova una fresca conferma della sua accusa nella Russia, che ornai viene a piantarsi in casa nostra, e fa del Piemonte una sua colonia.

Finalmente Mazzini accusa il ministero Cavour di obliqua machiavellica tattica seguita dagli uomini di governo,e su quest’ultima accusa noi dobbiamo stenderci più lungamente che noi comporti il resto di questo articolo. Né scriveremo perciò un secondo. Qui solo ci sia permesso avvertire, come noi, dettando queste linee, ci troviamo tra due fuochi, e corriamo due opposti pericoli.

Avvegnaché, o noi diamo addosso a Mazzini, riproviamo le sue aspirazioni, le sue dottrine, i suoi appunti; e la nostra condanna va a cadere sui giurati, che due volte l’assolsero, e manchiamo al rispetto dovuto all’ultima legge, che riformava i giudizii di stampa, e i cui primi frutti furono due assolutorie di Giuseppe Mazzini.

Ovvero, pel rispetto che si dee alle decisioni del Parlamento ed alle leggi organiche dello Stato, usciamo in elogi ai giurati, dichiariamo di accettarne il verdetto,e ci mostriamo contenti della nuova riforma; ed eccoci divenuti Mazziniani e repubblicani, che Dio ce ne liberi!

Siamo adunque tra Scilla e Cariddi; e se questo sia un bel progresso, ne appelliamo al conte di CAVOUR. Al quale parleremo domani dell’obliqua machiavellica tattica seguita dagli uomini del governo,secondo le parole di Giuseppe Mazzini solennemente approvate dai giurati di Genova.

OBLIQUA MACHIAVELLICA TATTICA DEI MINISTRI PIEMONTESI

(Dall'Armonia,n. 212, |del 17 di settembre 1858)

Ci duole all’anima di dovere scrivere queste parole per titolo del presento articolo, né ci saremmo piegati a farlo, se i giurati di Genova non le avessero dichiarate non colpevoli. Esse formano la tesi dell’articolo di Giuseppe Mazzini ((75)) assolto testé dalla liberale istituzione del giuririformato conforme al disegno ministeriale. Mazzini afferma e prova come segue.

«Ho accennato alla obliqua machiavellica tattica seguita dagli uomini di governo. E m'è d’uopo insistervi, perché, s’w la conosco d'antico,molti non la conoscono, e ne seguono le illusioni, e scambiando in realtà le parole provocatrici, che escono di tempo in tempo da Torino,si cacciano sopra una via, ch’essi credono accetta al potere, e che il potere fa campo di persecuzione il dì dopo.

«La tattica governativa ètattica provocatrice dei fatti, sui quali voi, o giudici (Mazzini parla ai giudici della Corte d’Appello di Genova, che doveano giudicare i congiurati del 29 di giugno), siete oggi chiamati a proferire sentenza. Voi non potete senza tradire la coscienza trascurarne l’esame.

«Come il governo di pressoché tutti i Monarchi costituzionali, il vostro governo è figlio del moto rivoluzionario, e volto, come tutte le Monarchie costituzionali, a tradirlo. Esciva dal fermento insurrezionale dìtalia, che annunziava tra il 847 e il 1848 volersi fare Nazione — concedeva alla minaccia popolare il patto costituzionale,come concedeva alla minaccia repubblicana la invasione della Lombardia. — Iniziava la sua vita colla promessa di far l’Italia. — Sceglieva a proprio simbolo, comeché innestandovi a contraddizione un segno di poter feudale, i tre colori italiani», ecc.

Quantunque l’articolo sia stato dichiarato innocente dal giuri,non ci basta però il coraggio di terminare questo periodo. Le parole scritte in corsivo son quelle, che il fisco principalmente accusava come ree, ma altrimenti sentenziarono i liberi cittadini. Che cosa dunque oggidì possiamo far noi? Negare l’obliqua machiavellica tatticadei ministri? Ma allora offendiamo i giurati. Riconoscere la verità di queste parole? E allora condanniamo i ministri!………..

Mazzini prosegue chiamando il presente l'estremo periododel governo costituzionale piemontese, e gli uomini che ci reggono inettie codardi. Dichiara la politica ministeriale oscillante e mal fida, tormentata d'egoismo e di vanità; e poi spiega come il ministero sussistesse fin qui, e per quali arti. Eccone le precise parole:

Il governò piemontese si fece, e dura, riuscendovi o no, nemicoa un tempo e maneggiatoredell elemento rivoluzionario, cospiratoree persecutore.

«Cospiratore ogni qualvolta ei teme gli sfugga interamente di mano il partito italiano — ogni qualvolta egli intravvede probabile un moto in altra parte d’Italia — ogni qualvolta gli sembra guadagnare terreno l’elemento repubblicano-cospiratore, quanto basti, da un lato a sviare dietro a una qualche illusione l’ardore di chi minaccia conquistare una realtà — dall'altro a poter dire il dì dopo, se l’ardore si traducesse in fatto: io era dei vostri,e impadronirai del moto.

«Persecutore ogni qualvolta un tentativo fallito gli porge il destro per indebolire più sempre quella frazione del partito, che non gli è dato dirigere, e per accattarsi favore dai governi assoluti, ai quali esso accennava minaccia il dì prima».

Che ve ne sembra, o lettori, di questa pennellala, con cui Mazzini vi delinea l’indole dei nostri padroni cospiratorie persecutoriad un tempo? Che dite voi de giurati, i quali, assolvendo Mazzini, confermarono la sua sentenza? L’agitatore genovese non s’era contentato di gettar lì a caso questa taccia di cospiratori contro il nostro ministero. Egli mise mano alle prove ed ai fatti, ed i giurati credettero, che in punto di cospiratori e di cospirazioni la testimonianza di Giuseppe Mazzini fosse da tenersi in gran conto.

«Vive, egli scrisse, vive, o meglio brulica in Italia una cospirazione monarchico-piemontese, senz’altro intento che quello accennato di sviare ogni concetto d’insurrezione o di impadronirsene, se mai si traducesse in azione, e nondimeno faccendiera, insistente, raggiratrice, con viaggiatori ed agenti, talora sotto colore di diplomazia;con affiliazioni, con centri di propaganda ed agitazione, ch’io potrei indicare a dito e coi nomi. — Esistono comitati monarchico-piemontesiin Roma, in Bologna, in Firenze ed in alcune città del Lombardo-Veneto; e centri secondarii sovra altri punti. — Ed io potrei nominarvi gli uomini — i più deputati alle Camere — che stanno intermediariitra quei poveri illusi e gli uomini di governo. Quei faccendieri spargono ovunque, come prima del 48, incoraggiamenti a diffondere la fede nella………………………… consigli d’indugio a qualunque moto di popolo, indizìi di disegni profondi del governo sardo, speranze………………… s’altri non sorga a turbar quei disegni; quando l’impazienza degli illusi minaccia prorompere, promuovono a piccole medaglie e sottoscrizioni, alle quali dan nome di principio di fatti. La cospirazione si è affratellala coi pretendenti stranieri, ed io potrei citarvi il nome di chi si recò con commendatizia……………. aossequiare l’avventuriere Murat in Savoia, se non che a lui, italiano nel fondo dell’anima, bastò il vedere a ricredersi» ((76)).

Noi lasciamo tutti questi fatti sotto la risponsabilità di Giuseppe Mazzini, che li scrisse, e dei giurati genovesi, che in certa guisa li confermarono dichiarando non colpevolela lettera pubblicata Italia del Popolo.

Ma come mai, chiederà taluno, Mazzini s’indusse a parlare di tutte queste faccende ai giudici della Corte d’Appello di Genova, che dovevano giudicare i congiurati del 29 di giugno? Oh! Mazzini ha fatto da ottimo avvocato a quei rei, e con tutte queste rivelazioni, venne preparandosi la strada ad una stupenda perorazione. Leggete di fatto come egli argomentasse parlando a que giudici.

«L’agitazione suscitata, promossa, diffusa dagli uomini governativi non è per noi che un inganno, ma toglie ad essi, toglie a voi, se onesti, il diritto di incolpare e punire i creduli, che, tenendola per sincera, pensavano d’avere il governo piemontese partecipe delle loro aspirazioni nazionali.

«Ponete, che uno degli uomini, pei quali l’accusatore pubblico invoca i più severi castighi, sorgesse a dirvi:

«Signori, di che volete punirmi? lo non ho fatto che porre in atto le frequenti insinuazioni del vostro governo. Ho tentato d’offrirgli {'opportunità invocata da dieci anni in poi da' suoi agenti, dagli organi semiufficiali dei suoi desiderii. Eccovi un memorandum,nel quale il conte Cavour dichiara Sole due vie essere lasciate all’Italia: riforme o rivoluzione. Non diceva egli, quasi a commento nella discussione delle Camere intorno ai protocolli di Parigi, essere inconciliabile la politica del gabinetto con quella dell'Au stria: la lotta poter esser lunga, molte le peripezie, ma il gabinetto aspettarsi con fiducia l’esito finale, e la via da tenersi esser quella ad ogni modo, che più direttamente conduce al maggior bene d'Italia? Non dava conferma a quel virile linguaggio la sottoscrizione incoraggiata, ingrossata dagli uomini del governo per l’acquisto dei 100 cannoni? Non proferiva il ministro quelle solenni parole: Le grandi soluzioni non s’operano colla penna; la diplomazia è impotente a cangiare le condizioni dei popoli; essa non può che sancire i fatti compiuti?Non ripetevano i suoi giornali, che bi sognava leggere tra le linee del Memorandum?Voi mi dite che erano parole quelle e non altro, che non era intento di chi le proferiva d'incarnarle in fatti, che il ministro ingannava ad un tempo l’Italia e la diplomazia. Che importa a me? Son io reo, perché tra il gemito de' miei fratelli e la chiamatadei buoni, ho creduto debito mio prepararmi a tradurre in a atti la fede inculcatami dal ministro, e santificata dal grido del core? Credete più onesto il ministro provocatore,che si ritrae, e conferma pochi dì dopo con altre parole i trattati del 1815, o me, che, credente nella prima dichiarazione, mi apprestava a suggellarla col mio sangue, volando a rafforzare gli iniziatori delle battaglie emancipatrici?»

«Che mai potreste rispondere, o giudici, alla voce di quell’accusato?

I giudici condannarono tuttavia i congiurati del 29 di giugno; ma i giurati assolsero le parole di Giuseppe Mazzini. Noi rispettiamo la prima sentenza, ma per la stessa ragione dobbiamo anche rispettare la seconda.

LA RUSSIA. VILLAFRANCA E CAMILLO CAVOUR

(Dall'Armonia, no 214, del 19 settembre 1858)

La cessione di Villafranca, fatta di corto alla Russia dal nostro assoluto padrone il conte di Cavour, è cosa che non vuol essere leggermente discorsa; sia perché avrà gravi conseguenze nell'avvenire, sia perché fin d'ora ci dimostra in qual concetto si debbano tenere i nostri italianissimi, che significhi il loro odio Verso lo straniero, quali profonde convinzioni nutrano nelle loro pelasgiche teste, e che cosa mai s’intendano colla pretesa indipendenza d’Italia, che hanno sempre in bocca.

Giudicheremo il possesso, che la Russia piglia di Villafranca per concessione del conte di Cavour, coi ragionamenti e colle parole medesime del conte di Cavour. Invitiamo chi nutre ancora un po' di stima politica verso il Presidente del Consiglio a leggere attentamente quest'articolo; e siamo sicuri, che converrà con noi nient’altro essere quell’uomo di Stato che un solennissimo giocoliere, che oggi dice nero, domani bianco, come mette conto non al Piemonte, Dia a lui stesso, al suo portafoglio, alla sua ambizione.

Piacciavi, o lettori, di prendere in mano la Raccolta degli Atti della Camera dei Deputati, tornata del 6 di febbraio 1855, Rendiconto Ufficiale, N 452, pag. 4675. Come vedete, non vi facciamo ritornare molto indietro, e lasciamo di richiamarvi al 1848, quando si cantava dell’Austria, che Ilsangue polacco — Bevi col Cosacco, — Ma il sen le bruciò. Quello fu un anno eccezionale, un anno di pazzie. Fermiamoci al 1855.

Camillo di Cavour era allora, come è oggidì, ministro degli affari esteri, é presentavasi alla Camera dei Deputati chiedendole uomini e denari per combattere la Russia, i! maggior nemico che abbia la civiltà,sue precise parole. Trovava qualche opposizione qua e colà sui banchi della Camera, e per vincere il partito recitava un suo lungo discorso, per dimostrare che il nostro Stato era in dovere di unirsi coll’Inghilterra e colla Francia per debellare la Russia. Lascieremo ih disparte molti de' suoi argomenti per attenerci a quello tratto dal dominio del Mediterraneo, che fa tutto al caso nostro per l'affare di Villafranca.

Se la Russia vincesse, dicea Cavour ai Deputati, acquisterebbe un predominio assoluto sul Mediterraneo, ed una preponderanza irresistibile nei Consigli dell'Europa. «Ebbene, signori, sia l’uno che l’altra conseguenza non possono a meno che riputarsi altamente fatali agli interessi del Piemonte e dell'Italia».

E mettea mano alle prove, facendo vedere che la Russia vincitrice a Costantinopoli sarebbe dominatrice assoluta del mar Nero, e di là dominerebbe II Mediterraneo. Qui forse taluno mi dirà, soggiungeva Cavour, e che importa il predominio del Mediterraneo? Questo predominio non appartiene all’Italia, non appartiene alla Sardegna, esso è in possesso dell’Inghilterra e della Francia: invece di due padroni, il Mediterraneo ne avrà tre».

Udite che cosa rispondesse Cavour a tale obbiezione: «Io non suppongo che questi sentimenti trovino eco in questa Camera, essi equivarrebbero ad una rinuncia alle aspirazioni dell’avvenire, sarebbe un dimostrarci insensibili ai mali onde fu afflitta l’Italia dalle guerre continentali, mali che vennero ricordati così eloquentemente dal nostro gran lirico moderno, quando, parlando delle conseguenze delle guerre che combatteansi dai forestieri in Italia al cospetto di popolazioni indifferenti al trionfo dei nuovi conquistatori, diceva:

«Il nuovo signore s’aggiunge all’antico,

L’un popolo e l’altro sul collo ci sta.

Quando la Russia venisse ad acquistare la preponderanza del mar Nero, questi versi certamente si potrebbero con molta opportunità applicare a noi».

Or bene questo signor conte di Cavour, che tre anni fa tanto spaventavasi delle vittorie della Russia sul mar Nero, perché di là potea poi entrare nel Mediterraneo, è egli oggidì che introduce nel Mediterraneo la Russia, anzi l’ammette in uno dei nostri porti, la rende padrona di Villafranca, e aggiunge in Italia il nuovo signore all’antico!

Tre anni fa, l’ingresso della Russia nel Mediterraneo, a detta del conte di Cavour, sarebbe stato altamente fatale agli interessi del Piemonte e dell(1)Italia; ed oggidì Io stesso conte di Cavour cede Villafranca ai Russi, perché vengano a stabilirvi la loro marina, e a pesarci sul collo!Egli è dunque condannato dalle sue medesime parole, e si chiarisce altamentenemico del Piemonte e dell’Italia.

Né escano a dirci, che qui non si tratta del predominio della Russia nel mar Nero, o nel Mediterraneo; ma d’una cosa di verun conto. Imperocché la storia degli ingrandimenti dell’impero russo risponde, che tutti i dominii e predomini! degli Czar ebbero cominciamenti molto meno importanti dell’occupazione di Villafranca. Roma non s’è fabbricata in un giorno, ma dopo la prima pietra, la seconda, poi la terza, poi la quarta, poi Roma. Così la Russia non piglierà possesso in una volta del fatto nostro; ma prima la concessione di Cavour, poi la giacchettadi Mentzchikoff, poi i versi del gran lirico moderno: B nuovo signore s'aggiunse all'antico, — L'un popolo e!altro sul collo ci stà.

Dall’altra parte, perché Cavour potè indursi a fare la concessione gratuita di Villafranca alla Russia? Domandiamo a Cavour medesimo i meriti di questa verso il Piemonte. Quando la Russia, egli disse alla Camera il 6 di febbraio del 1855, venisse ad acquistare irresistibile influenza nei Consigli europei, è mia opinione, che il nostro paese, le nostre istituzioni, la nostra nazionalità correrebbero gravissimo pericolo».

E allora come osaste, signor Conte, chiamare la Russia in casa nostra, e cederle uno de' nostri porti di mare? Siete dunque nemico del nostro paese? Odiate la nostra nazionalità? Volete che le nostre istituzioni corrano gravissimo pericolo? Se questo sarebbe avvenuto, giusta la vostra opinione, quando la Russia avesse avuto influenza ne’ Consigli Europei, come non avverrà più facilmente se voi ve raccogliete in casa, e ve la stringete al seno?

Secondo il conte di Cavour fu funesta l'influenza della Russia sulla monarchia popolare di Luigi Filippo. E voi le cedete Villafranca perché eserciti una funesta influenza sulla nostra monarchia popolare, che ha tante rassomiglianze col governo parlamentare acuì alludete? La Francia potente e vasta, non potè resistere alla funesta influenza,e le resisteremo noi, deboli e piccoli? La Francia di Luigi Filippo non aveva concesso nessun porto alla Russia, e ne restò vittima; che cosa avverrà dunque di noi, che le facemmo una sì grande e gratuita concessione?

Secondo il conte di Cavour, la Russia oppose immensi ostacoli all'emancipazione del Belgio,perché essa si adoperò sempre per reprimere ogni sforzo di popolare emancipazione. Voi dunque, che le cedete Villafranca, rinnegate l'emancipazione italiana, e andate in cerca di ostacoli da opporsi a quest’idea, onde prima vi dichiaraste fautore?

Secondo il conte di Cavour, «se molti Principi della Germania non hanno mantenuto la parola data nel 1815, se le tendenze liberali di molti altri furono compresse..... questo è dovuto all'influenza della Russia». Dunque, ancora una volta, perché cercate questa influenza, perché cedete alla Russia una parte del nostro paese?

A questo punto noi veggiamo l’Opinione,la Staffetta, l’Espero, l’Indipendente,e tutta la caterva ministeriale sorridere per la risposta che ha in pronto: La Russia, di cui parlava Camillo Cavour, è la Russia di Nicolò; ma la Russia, a cui si cede gratuitamente Villafranca, è la Russia di Alessandro IL E credono con questo di turarci la bocca!

Ah infelici! Il vostro conte di Cavour vi ha precluso la strada a questa scappatoia. Egli ha detto, che il carattere personale degli Imperatori di Russia nulla può sull’indole della politica russa. Leggete: Notate, o signori, notate cosa rimarchevole assai; notate che questa influenza (della Russia) non è dovuta al carattere dei Principi, che hanno seduto sul trono di Pietroburgo, che anzi mi par debito di giustizia il proclamare che pochi Principi abbiano sortito sentimenti più nobili, più generosi che i due Imperatori, che si sono succeduti sul trono di Russia».

Parlasi tanto oggidì delle idee liberali del regnante imperatore Alessandro II. Ed Alessandro I non era forse, come disse lo stesso Cavour, il magnanimo sostenitore dei principii liberali?«Eppure, o signori, (è Cavour che parla), Alessandro, tornato nella Russia, fatto tosto convinto dell’impossibilità assoluta di applicare i principii liberali al proprio popolo, fu condotto in poco tempo a combattere altrove questi stessi principii, di cui si era fatto il propugnatore».

Lo stesso osserva il conte Cavour di Niccolò, il quale, sebbene generoso e? forte, fu condotto fatalmentea combattere la libertà, a negare una manifestazione di stimaa Carlo Alberto, che moriva in Oporto, «a dimenticare il leale()e generoso suo figlio, col quale pure aveva avuto vincoli d'amicizia».

È il conte di Cavour, che il 6 di febbraio del 1855 così parlava della Russia deplorandone i torti, e maledicendone le influenze liberticide, influenze connaturate con quel governo ed indipendenti dalle persone che imperano, Camillo()Cavour, tre anni dopo, non solo metteva se stesso e il nostro Statuto sotto la protezione della Russia, ma le cedeva perfino il porto di Villafranca! E poi: diteci, che questo è un uomo di Stato, che serve e onora il Piemonte, che ha studiato la storia, che ha larghe vedute, che è la speranza d’Italia! Chi oggi afferma una cosa, domani un’altra, chi si volge ad ogni vento, prima insulta, poi incensa, e vive di contraddizioni, non è per noi un uomo di Stato, ma un……. indovinate la parola.


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IL LEVIATHAN PIEMONTESE

(Dall’Armonia,n° 217, del 23 settembre 1858)

La parola Leviathan èd’origine ebraica, e significa letteralmente mostro delle acque. Secondo alcuni, questo mostro sarebbe la balena, secondo altri, un animale portentoso d’una specie sconosciuta; secondo Samuele Bochart, nel suo Hierowon,il cocodrillo.

Gl’Inglesi a' giorni nostri apposero il nome di Leviathanad un vapore di straordinaria grandezza, che, prima ancora di essere varato, gettava in rovina la società che ne aveva intrapreso la costruzione. Ultimamente fu venduto con grandissima perdita, come notammo nel nostro polizzino politico.

Prima però che gl’Inglesi dessero il nome di Leviathanad un vapore, Tom maso Hobbes l’avea dato in Inghilterra ad un suo particolare sistema politico, che, a nostro avviso, se non di diritto, al certo esiste di fatto presentemente in Piemonte.

Nel 1651 Hobbes faceva pubblicare in Londra un volume in intitolato così; LEVIATHAN, or the matter, fonn and power of a commonwealth ecclesiastical and civil, byThomas Hobbes of Malmesbury, printed for Andrew Crooke

Curioso era il frontispizio di questo libro, e si conserva oggidì ne’ musei tra le rare incisioni. Vistava raffigurato un uomo simbolico, e sotto le parole: Non v'ha alcun potere sulla terra, che gli possa venire paragonato. L’uomo simbolico teneva da una mano la spada, dall’altra il pastorale, sul capo la corona, e dentro il corpo avea deputati, senatori, vescovi, canonici, preti, frati, monache e gente di tutte le condizioni.

Il Leviathandi Hobbes era un’opera politica favorevole all’usurpazione di Cromwell, e il suo autore vi considerava ('assolutismo come l’unica guarentigia della pace e della pubblica prosperità. Di che concentrava in un uomo solo ogni autorità in cose di Stato e di religione.

Si è in questo senso che noi oggidì in Piemonte abbiamo per diritto la Costituzione, ma di fatto il governo del Leviathan. L’uomo simbolico d’Hobbes esiste tra noi in carne ed ossa, e mangia, e parla, e dorme, e veste panni. In lui sono concentrati tutti gli uomini, tutte le ragioni, tutti i poteri. Prima che lo scriviamo, il lettore ne ha già in testé il nome, tanto la cosa è evidente!

Nel corpo del nostro Leviathansta tutto il ministero, che piglia da lui l’imbeccata, pensa colla sua testé e vive della sua vita. Che cosa sono i Lanza, i Deforesta, ed i Bona? I portavoce del conte di CAVOUR.

La maggior parte de' senatori e dei deputati si riuniscono pure nel nostro Leviathan,ed eseguiscono le sue sette volontà. Talora fecero mostra di voler un po' comandare; ma il conte di Cavour annuii,e a quel cenno tremò tutto quanto l’Olimpo.

Nel nostro Leviathanstanno tutti i collegi elettorali dello Stato, e li muove a suo talento, e sostiene d’avere il diritto di far così, e scegliere da se stesso que’ giudici, che debbono poi giudicarlo in Parlamento!

I giornali della libertà si scrivono nel corpo del Leviathan,e rappresentano quell’opinione pubblica, che Sua Eccellenza desidera, 'perché, [se ne togli il Diritto,o gli sono servi per contratto, o sospirano e cercano tutte le vie per rendergli servizio.

La libertà stessa, lo Statuto, le libere istituzioni, l’Italia, stanno concentrate nd conte di Cavour; chi l’applaude e l’incensa è buon italiano, ottimo Piemontese; e chi lo critica, lo combatte, lo condanna, odia la patria, vuole la tirannia, invoca gli Austriaci.

Il nostro Leviathan,come quello di Hobbes, impugna colla sinistra la spada, e rompe la guerra o fa la pace a sua voglia; conchiude imprestiti, decreta imposte, aumenta spese, stringe alleanze, sopprime {giornali, regala le nostre città e i nostri porti: è dominatore supremo, e nessuno gli può resistere.

Colla destra tiene il pastorale, che sotto pretesto dell’indipendenza del potere civile ha tolto al Papa; e distrugge conventi, e disperde monache, ed esilia Vescovi, e fa chiudere chiese, e annulla canoni, e infligge scomuniche, e sentenzia di liturgie, e scioglie Concordati, e nega od accorda assoluzioni a suo arbitrio.

In una parola, il potere e l’assolutismo di Cromwell sono un nulla al confronto dell’assolutismo e del potere di CAVOUR. Se la pratica della teoria di Hobbes potesse formare la felicità di un popolo, il nostro sarebbe felicissimol.

Mentre noi scrivevamo queste linee, ci venne recato il Dirittodel 24 di settembre, e ci trovammo esposto, con altre parole, il medesimo concetto. Nessuno si meravigli al vederci d’accordo con questo giornale intorno ad un fatto. Abbiamo occhi amendue, e veggiamo ciò che esiste. Sarebbe bella, che l'Armoniae il Dirittonon dovessero vedere la cometa, che si mostra sul nostro orizzonte, perché sono di opposti principi!! 11 Dirittoadunque scrive così:

«Oramai chi ne dubita? Il conte Cavour è attualmente signore della cosa pubblica. Egli regna e governa; a lui tutto è lecito; disdire oggi quello che affermò ieri; guastare le finanze per abbandonarle 'poi nelle mani del primo venuto, che voglia incaricarsi del brutto fardello; passare una sessione intera con due leggi, la prima delle quali è un attentato alla stampa, la seconda è un anello di più nella sciagurata catena dei prestiti; baloccare»1 paese ogni anno con una nuova questione, con nuove speranze; e per citare qualche esempio, ora con le riforme economiche; ora con le leggi ecclesiastiche; ora con la quislione italiana, senza arrivare mai ad alcun risultato definitivo; implorare una visita all’autore del 2 dicembre, e poscia recarsi trionfalmente ad un banchetto dell’onorevole Brofferio; tenere successivamente tre portafogli, e contemporaneamente due; imporre la propria volontà ai suoi colleghi; disdirli anche in pieno Parlamento; usufruttuarli finché gli piace, quindi liberarsene bruscamente quando non gli giovano; e, in breve, condurre la nave dello Stato a suo piacimento. Quello che ad altri è motivo di caduta, per lui, il più delle volte, è via di salvezza, se non ragione di maggiori trionfi. Il Parlamento approva, e il paese tace……...

«Questa è la vera nostra situazione; niuno meglio di noi la conosce, ninno di più la deplora; e, ci si permetta di dirlo, niuno ha maggior diritto di deplorarla quanto il nostro giornale, perché fu sempre tra i pochissimi fogli, che abbiano fermamente resistito alla potenza ognora crescente del Presidente dei Consiglio, che tutto invase e travolse».

Sfidiamo chiunque a negare il fatto dell’onnipotenza in Piemonte del conte di CAVOUR. Egli opera tutto ciò che vuole, e se qualche cosa non fa, è perché non ama di fare. Ha ceduto ultimamente Villafranca ai Russi; se avesse voluto cederla agli Austriaci, ci sarebbe riuscito, e ne riscuoterebbe i medesimi applausi.

Ora si va dicendo, che questa condizione di cose non garbi a parecchi dei nostri politici, i quali intendano fare un po' d’opposizione al conte di Cavour, e cercare eziandio di sbalzarlo dal ministero. Ciancie! L’impresa sarebbe inutile. Il Leviathannon si lascia vincere così presto.

Posto anche che s’intendesse davvero di fare opposizione da quella parte della Camera, che da otto anni è avvezza ad obbedire, il conte di Cavour, col pretesto o dell’indipendenza d’Italia, o della pressione clericale, o del trionfo della reazione, saprà ben presto raggirare gli opponenti in guisa che ne diventino i più caldi sostenitori.

In sostanza, Cavour è il nostro dominatore, ed ha ornai spinto le cose ad un punto, che egli rimane il solo possibile. Ha rovinato le finanze in guisa, che i Lanza soltanto poteano indursi a succedergli. Ora rovina nello stesso modo le nostre relazioni diplomatiche, sicché nessuno sentasi poi il coraggio di raccoglierne l’eredità.

Dunque avremo sempre il Leviathansul dosso? Noi non vogliamo dir questo, ché sarebbe troppo doloroso. Tutto fortunatamente ha un termine quaggiù, e lo avrà anche l’assoluto dominio del conte di Cavour; ma non saranno al certo né i Rattazzi, né i Valerio, che getteranno a terra il gigante. Suonata Fora, cadrà da se stesso, per la debolezza delle sue piante e per la gonfiezza della sua testa.


UN UOMO LIBERO

(Dall'Armonia, n. 218, del 24 settembre 1858)

Chi è mai l’uomo libero? Anticamente questo titolo davasi solo all’uomo onesto. — deve riputarsi libero colui che non serve a nessuna turpezza, — scriveva Cicerone: Liber est is existimandus, qui nulli turpitudini servii(Cic. 4, ad Heren.) —Nessuno è libero di coloro, che servono alle proprie passioni, soggiungeva Cesare: Nemo liber qui servii cupiditatibus. (Lib. 2°, De Bello Gallico). — E un poeta cristiano cantava, che la più bella libertà è il servizio e l’amore di Dio:

«Libertas nulla est melior maiorve potestas

Quam servire Deo, cui bene servit amor».

Ma oggidì il progresso e la moderna civiltà ci fecero perdere il vero significato delle parole. Uomo libero dicono presentemente Tempio che bestemmia, il rivoltoso che cospira, l’incameratore che ruba, l’irrequieto che disdegna ogni freno, l’assassino che affila il pugnale fra le tenebre, e coglie il proprio nemico alle spalle. Ecco l’uomo libero alla moderna!

Difatto, il Times,del 16 di settembre, annunziavaci, che il giorno innanzi un cotale di alta statura, un po' curvo, sui sessant’anni, vestito da capo a pie di quella stoffa a quadretti, che indossano i pastori scozzesi, era entrato da uomo liberonella libera Inghilterra. E sapete chi era quest’uomo libero?Era Tommaso Allsop.

Forse non tutti i nostri lettori ricorderanno appuntino le passate imprese del libero Allsop, onde sarà bene ricordarle, e lo faremo colla scorta del Timesmedesimo e del Morning Post. Allsop è più reo di Felice Orsini nell’attentato commesso il 14 di gennaio del 1858 contro l’Imperatore dei Francesi. Questo uomo liberoper disfogare una sua matta passione ha ucciso colle sue bombe diciotto Francesi, e ne ha ferito ben centottanta!

Nel dicembre del 1857 il libero Allsop scriveva dall’albergo di Gingei (Westminster)al signor Tavlor di Birmingham ordinandogli l’esecuzione di certi piccoli ordigni, che furono poi le bombe, che insanguinarono in Parigi la via Lepelletier.

L’uomo liberopiù tardi prendeva a prestito in Inghilterra sulle sue proprietà di Sussex la somma di 4,500 sterlini, e in gran parte li somministrava a Felice Orsini ed a' suoi complici, affinché se ne servissero per compiere la grande opera di assassinare l’imperatore Napoleone e l’Imperatrice.

L’uomo liberofinalmente dava ad Orsini il passaporto, che lord Palmerston aveagli rilasciato nel 1851, e mettealo in grado di recarsi da Londra a Brusselle, e da Brusselle a Parigi, e senzaché venisse menomamente inquietato dalla polizia.

Ognun vede, che la colpa principale dell’attentato del 14 di gennaio pesa su Tommaso Allsop; e così dapprincipio la pensava lo stesso governo britannico, che aveva offerto la ricompensa di 200 lire sterline a chi l’avesse arrestato.

Ma l’uomo libero liberamente fuggì dall’Europa, e riparò prima negli Stati Uniti d’America, quindi nel Messico, e finalmente in California. E conoscendo le fasi della civiltà, i progressi della giustizia, i trionfi de' liberi principi!, attese con pazienza, che passassero que’ giorni poco felici per lui, in cui pareva che i suoi meriti non si volessero riconoscere.

Né l’Allsop dovette attendere troppo, ché in capo a sei mesi egli potè rientrare in Londra da uomo liberoper mandare nuovamente ad effetto le sue politiche cospirazioni, come dice il Morning Posi(1 quale ha la buona fede di confessare, che il nome d’Allsop umilia il sistema parlamentare, e disonora l’Inghilterra agli occhi del mondo incivilito!

Che cosa sperare intanto in mezzo ad un’Europa, che vede con indifferenza sì scandalosa impunità? Che dire della Francia che lascia consumarsi un’opera tanto vergognosa, e non vendicai suoi figli feriti ed uccisi a tradimento? Quale affetto si può portare ad una libertà, che protegge i malandrini, e perdona loro i passati delitti, e somministra i mezzi per meditarne e commetterne de' nuovi?

Per noi, dopo che il Timesha dato il titolo di uomo liberoa Tommaso Allsop, ci riputeremmo altamente offesi del medesimo nome. Sia chi vuole uomo libero a questa maniera, a noi non piace la libertà del tradimento e degassassimo, La detestiamo con tutta l’anima, e vivamente bramiamo di vederla al più presto scomparire dal mondo. E tale dovrebbe essere il comune desiderio dei popoli, imperocché gli uomini liberi alla moderna finiscono per fare sempre il nostro peggio nella morale, nelle finanze, nella vita. Il popolo muore, ed essi si nettano la bocca, e trionfanti ritornano alle congiure.


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MAZZINI E LA FARINA

LA GIOVINE ITALIA E LA SOCIETÀ NAZIONALE ITALIANA

(Dall’Armonia, del 1858, pag. 884)

Abbiamo altra volta parlato d’una società stabilitasi in Torino coll’approvazione, o certo colla connivenza del Ministero, che ha per ¡scopo di levare a tumulto l’Italia sotto il pretesto di rigenerarla. Capo apparente o reale di questa società è certo La Farina, ed ha per organo un giornaletto intitolalo: Il Piccolo Corriere Italiano.

Su quest’uomo e su questa società leggiamo oggidì alcune pagine stampate in un’opera, di cui s’incominciò testò la pubblicazione in Torino. L’opera è intitolata: La nuova lega italiana, progetto di unificazione nazionale per fondare l'impero costituzionale italico. Né è autore Augusto Licurghi, scrittore d’ingegno, ma fuorviato egli pure dalle correnti utopie.

Ne’ primi due fascicoli ci presenta una confutazione del mazzinianismo, e una critica della Società nazionale Italiana,che venne sostituita alla Giovine Italia» Eccone le parole, che leggonsi nel capit. Ili, pag. 39 e seguenti:

Non ha guari si costituiva in Torino una società sedicente Nazionale,che alacremente continua, benché entro una cerchia d’idee assai più limitata e circoscritta, l’opera dissolutrice ed inopportuna del mazzinismo. L’uomo, che appartenne una volta a qualche società segreta, per una fatale aberrazione di idee, non mai dimentica i pregiudizii di casta, le abitudini del settario, e la cospirazione in lui diventa natura. V’hanno poi certuni, a cui le misteriose conventicole e i segreti maneggi sono indispensabili elementi di vita, come l’aria e la luce: né per volgere di tempo, né per cangiar di circostanze mai cessano dal cospirare. L’illustre fondatore della Società Nazionale sunnominata è appunto uno di quegli esseri, che credono poter tutto conseguire per mezzo di congiure più o meno abilmente organizzate e guidate: ed è forse fra tutti il più docile e prono imitatore e discepolo della scuola mazziniana. Abbiamo sott’occhio due pubblicazioni della stessa Società, due quasi programmi di fede politica, sottoscritti dal medesimo autore, i quali riassumono, sebbene un po' confusamente, le massime e le principali aspirazioni professate dai promotori, e dalle quali possiamo stabilire qual sia la dottrina fondamentale della loro scuola. Quanto a noi confessiamo con tutta franchezza che non ci venne mai fatto di rinvenire tra i mille programmi, che dopo il 1848 comparvero in luce, parole od idee più consentanee ai principii mazziniani, sebbene chi le formulò e sottoscrisse si vanti avversario furente delle teorie dell’apostolo. A taluni parrà questo un pa radosso: ma cesserà tosto ogni maraviglia qualora si esamini la dottrina sua oltre il suono di pomposi vocaboli, o contraddittorii, o fallaci, e si restituisca alle cose il vero lor significato. L’antagonismo tra le due sette è più apparente che reale, ed il fondo d’amendue le dottrine essenzialmente è lo stesso ((77)). Che vuole infatti il signor ta Farina? Quale è la base del suo sistema politico? L’mUficazionepiena, assoluta della Penisola, imposta ipso facto,senza ritardo, senza contestazione. Prima di tutto la parola unificazionenon appartiene al vocabolario degli unitari o dei fusionisti, ma fu tolta ad imprestilo ad uomini, che in fatto di politica la pensano assai diversamente dal signor La Farina, ed in origine venne, dopo lunghe discussioni, adottata per contrapporla all’unità di Mazzini. Tuttavia questa parola sotto la penna del signor La Farina cangia interamente il significato che le si era assegnato in origine, per divenire né più né meno che sinonimo di unità e di fusione. Di fatto chi ha letto con qualche attenzione i due programmi pubblicati dalla Società Nazionale, avrà di leggeri traveduto, che il signor La Farina impiega indifferentemente l’una o l’altra delle due formole per indicare la medesima idea. Non ci fermeremo a discutere ed a confutare pagina per pagina le contraddizioni, i sofismi ed i superlativi granchi ((78)) dell’illustre pubblicista: a noi basta per ora constatare i punti cardinali, in cui le dottrine sue sì strettamente coincidono con quelle professate da Giuseppe Mazzini. La Farina esclude, durante la rivoluzione, l’azione dei governi provvisorii negli Stati insorti; non vuole né rappresentanze legali, né libera discussione. Condanna al mutismo i giornali (forse meno i suoi) e le popolazioni ad osservare, ad approvare e a tacere: propugna, in una parola, Tunità, l’unità fusionista, la dittatura militare e civile, la guerra a tutte ed a tutti; e per aver l'unità non rifugge né anco dalla guerra civile ((79)). Egli copia, senza avvedersene, le idee, gli argomenti e fin anco le parole di Mazzini: la differenza che distingue le due scuole, è quella che passa tra l’originale e la copia. La Farina ammette, contro {’esperienza e il buon senso, la cospirazione siccome cosa utile ed idonea ad iniziare ed a condurre a buon fine la rivoluzione futura: professa uguale intolleranza, benché affermi per isbaglio il contrario, verso tutti coloro che punto non credono alla verità de'suoi aforismi politici, e pronuncial’anatema contro i dissidenti egli avversi. Misconosce quanto Mazzini la vera e irresistibile insurrezione, che s’inizia e si compie per opera delle masse indipendentemente dall’influenza delle società segrete; misconosce le condizioni d’Italia, il buon senso pratico delle popolazioni e l’estrema finezza del loro tatto politico. I suoi programmi sono vaghi, confusi, declamatorii come d’uomo che non ha idee nette e positive sui fatti ch’enuncia, né sa che v’abbia a dire od a fare. Vuole unificazioneed indipendenza:ma non dice una parola sul modo di conseguirle, meno quelle poche vaghe e banali, che dal 1848 in poi abbiamo per la millesima volta udito ripetere. Insomma la scuola del La Farina è pretta mazziniana, meno l’originalità e la creazione, che contraddistinguono gli scritti del grande unitario.

Ma se dal lato teorico La Farina non è che un mazziniano riformato, un copista, all’atto pratico l’azione del partito da lui presieduto e diretto sarà inconseguente del pari e dannosa alla libertà ed all’Italia. Lo scopo principale, a cui tende, si è di confiscare le dottrine di Mazzini a vantaggio della Casa Sabauda. Egli cospira dunque per fonderetutta la Penisola negli Stati Sardi, o, per dir meglio, uniretutta Italia in un sol corpo politico sotto la bandiera e il dominio di Savoia. Ma se in realtà le sue massime avessero a prevalere nei consigli del Piemonte, checché se ne dica da' suoi più zelanti partigiani, non altro farebbero che rialzare il più grave ostacolo all’attuazione dell’indipendenza nazionale. Con tali dottrine, enunciate in tempi cotanto inopportuni, non solo il Piemonte non potrebbe riunir tutta la Penisola, ma nemmeno costituire quel regno dell’Alta Italia, che nel 1848 per un’istante avea traveduto, e che gli errori, e sopra tutto le conseguenze dell’antica fusione, gli fecero perdere. Uomini e principi! siffatti sono i più pericolosi nemici, che il genio del male possa mai suscitare a danno della patria: ed abbiamo troppa fiducia nella saggezza e nel tatto politico dell’augusto Monarca, che ora trovasi a capo del movimento italiano, per credere, ch’egli si lasci mai lusingare e sedurre da sì vane e fatali dottrine».

IL DIZIONARIO DELLA RIVOLUZIONE

(Dall’Armonia, n. 219, 25 settembre 1858)

La rivoluzione è il regno dell’inganno e della menzogna, e non vive che per una serie continua di raggiri, di equivoci, di tradimenti. Essa s’insinua ne’ popoli, perché i rivoluzionari, come i lusinghieri amici di Vitellio, aviditate imperanti ipsa viliapro virtutibus interpreiantur. (Tacit., Hist,I). Mutano il senso alle voci, chiamano vizio la virtù, virtù il vizio, altro dicono ed altro intendono, mettendo sempre innanzi certe loro frasi predilette, colle quali vi regalano l'apoteosi, o vi condannano alle gemonie.

Uno degli storici più ragguardevoli e de' pensatori più profondi, che oggidì vivano in Francia, e l’onorino cogli scritti, il signor di Champagny, giustamente osservava, che il nostro secolo, poco filosofo e molto poltrone, s’impossessa di cinque o sei parole, che spaccia come idee, e vive su queste. Tutto ciò che circola presentemente d’idee false, quanti v'hanno luoghi comuni, bugiardi e perniciosi, non erano ab origineche una frase, che qualche sonante periodo, che poi passarono in idee, e talora anche in azioni. (Lee Césarstom. 1, pag. 397).

Lo che venne pure avvertito dall’illustre Vescovo di Poitiers nella sua bellissima istruzione si nodale sui principali errori del tempo, che sta ora pubblicando l’impareggiabile Univers. Vi hanno parole mal definite, sotto l’involucro delle quali tutta una generazione s’inganna, ed accetta come certissimi assiomi le cose più prive di buon senso e di verità».

E l’illustre Prelato, venendo agli esempi, soggiunge: Ponete, che il difensore dell’Ortodossia incalzi con rigorosi ed evidentissimi argomenti gli scrittori de' giorni nostri, che sono il principale sostegno dell’errore; questi scrittori medesimi si credono al coperto, quando hanno opposto tre o quattro declina» torie, come le seguenti: —Noi siamo laici, non Vescovi, né preti; noi siamo filosofi, non teologi; viviamo nel secolo dicianovesimo, ed in un paese retto a libere istituzioni, e non sotto l'antico regime; siamo uomini pubblici, e non dobbiamo professare che i principii generali della morale. — Monsignor di Poitiers, per combattere gli errori del tempo nostro, sapete a quali fonti, tra le altre, ricorre? Aux définiiions des diciionnaires.

Per combattere la rivoluzione basterebbe smascherarne le voci. Essa in tutti i paesi formasi un dizionario secondo la maggiore o minore balordaggine del popolo, su cui vuole dominare. Chi riuscisse ad apporre un’erratocornve a questo dizionario, e mostrare il vero senso delle parole che vi sono adoperate, costui darebbe l’ultimo tracollo ai rivoltosi. Ma sgraziatamente l’uffizio di rettificare le voci rivoluzionarie non è riservato d’ordinario che ai fatti, i quali ci danno sempre una troppo tarda rettificazione.

Tra noi il dizionario della rivoluzione si divide in due parti, nella prima stanno le parole che divinizzano, nella seconda quelle che infamano. Un uomo, che i rivoltosi vogliono portare alle stelle, è un liberaleuq uomo pelasgico,il cui cuore palpitò sempre per VI tali a,e sebbene sia 'ancora in vita, già però soffrì il martirioper l’amor della patria.

Costui sarà schiavo delle proprie passioni e venduto a chi comanda, ma lo dicono d’animo indipendente. Non avrà mai dato ad un povero il becco d’un quattrino, ma è un filantropo. Vorrà distrutte quelle istituzioni, che sono il rifugio, la speranza, la consolazione del popolo, eppure è un democratico.

Non crede a nulla, e vive empiamente, ma lo lodano perché ama la libertà di coscienza!Perseguita il Cattolicismo, e vorrebbe veder impiccato l'ultimo prete, ma sapete perché? Per ispirito di tolleranza!Vuota le pubbliche casse, e non fa che contrarre debiti e mettere imposte; ma è un economista politico. Non [conosce altra legge che il proprio capriccio, e nonostante lo levano al eielo, perché è pieno di rispetto verso il diritto!

Il P. Ventura, in un suo libro mandato, non è molto, in luce co! titolo: Le pouvoir politi que chrétien,ha bellamente detto della rivoluzione, che era «il regno del male, della bugia e della distruzione, il regno di Satanasso, che si fa esecrare dall’universo col terroresotto il nome di libertà,col disprezzodell'uomo sotto il nome di fraternità,coll’antropofagiasotto il nome di filantropia. I rivoltosi sono liberali,ma vogliono comandare; sono tolleranti,ma non ammettono contraddizioni; sono economi,ma ci mandano in malora; sono nostri fratelli,ma ci lasciano nudi, e ci divorano vivi.

L’altra parte del dizionario della rivoluzione racchiude le parole che infamano, e scusano ogni ragionamento per ribattere i buoni argomenti dell’avversario. Uno dice, che ornai il Piemonte avrebbe bisogno d’un po' di tranquillità, e gli danno del retrivo. L’altro afferma, che il vero progresso consiste nella morale e nell’esercizio della virtù, e lo dichiarano un retrogrado. Questi scrive, che senza religione gli Stati rovinano, ed è un clericale. Quegli soggiunge, che il nostro popolo abbisogna di tutt’altro che di metodi, di sillabarii, e di pallottolieri, ed è un oscurantista.

Tra queste parole però ve n’ha una, trovata dallo sciagurato Gioberti, e che non vedevamo più da qualche tempo adoperata per ragiono di disprezzo. È il titolo di Gesuita. Ultimamente l’Indipendentel’evocò dalla fogna giobertina per gettarcela in faccia. Noi faccettammo gloriosi, e un altro giornale ci dichiarò senza pudore.

Oh questa è bella! Noi siamo senza pudore, perché ci gloriamo di venir chiamati Gesuiti! Ma chi sono dunque i Gesuiti? Lo diremo nell’articolo che segue.

GRANDE ONORE CHE ARRECA IL TITOLO DI GESUITA

(Dall’Armonian. 319, del 25 settembre 1853)

Chi sono i Gesuiti? Per rispondere a questa domanda noi non apriremo il libello famoso di Vincenzo Gioberti, che non trova più compratori in Torino a quattro soldi il volume; sibbene consulteremo le bolle dei Romani Pontefici e le vite di que' santi e beati che, dopo aver edificato la terra colle loro virtù, vennero elevati dalla Chiesa agli onori degli altari. Dalle costoro autorità riuscirà manifesto che il titolo di Gesuita bil miglior encomio che possa darsi a chi scrive od opera, e che chi ha la fortuna di ottenerlo dai tristi, può andarne superbo, molto più se ha la coscienza doverselo meritalo.

Chi sono adunque i Gesuiti? Il Pontefice Paolo IIIli dichiarò personaggi, «che aveano prodotto insino allora copiosi frutti nella casa del Signore, e che non cessavano di produrne colla loro religione, integrità, scienza, dottrina, costumi ed esperienza» (Bolla Quum inter).

Paolo IV nel Breve, che incomincia: Etri ex debito,affermò d'essere spinto a ricolmare de' più speciali favori coloro i quali, siccome presero il nome di Compagnia di Gesù, così si sforzano d’imitare il Signor nostro Gesù Cristo coll’opera, colla dottrina e cogli esempi, e di seguitarne i vestigi».

S. Pio l'in una sua Bolla commendava «gii innumerevoli frutti, che, la mercé di Dio, ha recato felicissimamente finora all’orbe cristiano la Compagnia di Gesù, e non manca di recare con sollecite premure anche al presente, sia col produrre uomini esimii per sapere, sopratutto nelle lettere sacre, e per religione, e per esemplarità di vita e santità di costumi; sia col dare religiosissimi precettori, di molti ed ottimi predicatori, ed interpreti della divina parola.

Gregorio XIII lodava i Gesuiti in più di dieci Bolle, e in quella Ascendente Dominochiamava la Compagnia di Gesù prole assai profittevole alla religione cattolica, e pronta ad incontrare qualsivoglia pericolo per la Chiesa universale».

Sisto I disse la Compagnia di Gesù salutare alla Chiesa di Dio; Gregorio XIV la dichiarò suscitata dalla Provvidenza di Dio,protestando d’averla amata sempre di sincero affetto;Clemente VIII l’appellava il braccio destro della Sede Apostolica;Gregorio XV diceala Società chiarissima per la difesa del nome cattolico e per le vittorie riportate sugli eretici.

Innocenzo X riconosceva i Gesuiti animati di carità verso Dio e verso il prossimo, e di zelo della cristiana religione;Alessandro VII trovava la Compagnia di Gesù adorna d'una numerosa figliuolanza d’uomini insigni per pietà e per dottrina;Clemente IX chiamavala un Ordine cospicuo per singolari me iti inverso la S. Sede.

Alessandro VIII lodò la società de' Gesuiti: Officina insigne di uomini cospicui per santità e per dottrina;Benedetto XIV in molte Bolle commendò i Gesuiti, che sono il buon odore di Cristo;Clemente XIIIdichiaravali uomini sopramodo benemeriti della fede ortodossa e della cristiana repubblica, i cui nemici(attento Indipendente!) sono quegli stessi che ha la Chiesa;ed anche Clemente XIV, quando non era minacciato dai Bernis, dai Floridabianca, e simili, disse i Gesuiti spinti da carità inverso Dio e inverso il prossimo,nel che si compendia il più grande elogio che possa farsi ad un Ordine religioso.

Pio VI esclamava: «Potessimo noi fare, che la Compagnia si propagasse per lutto il mondo, che volentieri lo faremmo!». Pio VU, il 7 di agosto 1814, la ristabiliva in tutto il mondo cattolico; Leone XII attestava che la società dei Gesuiti viros omni astate ediderat mira sanctitate illustre;Gregorio XVI benediceva i Gesuiti, che lavorano con tanto zelo e tanto frutto, e si adoperano nel porgere al clero secolare opportuni aiuti,e finalmente il regnante Pio IX, il 30 di marzo del 1848, protestava d’aver riguardato sempre i Gesuiti come suoi instancabili collaboratori.

Che diremo ora de' Santi e de' Beati? San Gaetano Tiene, San Giovanni di Dio, San Tomaso da Villanova, Santa Teresa, furono pieni di venerazione per la società de' Gesuiti la quale è di grandissimo bene per tutti,come scriveva quest’ultima.

San Carlo Borromeo ammirava i vantaggi che recarono alla cristiana repubblica i Collegi dei diletti figliuoli sacerdoti della Compagnia di Gesù. San I Aligi Beltrando gloriavasi di difendere i Gesuiti dalle calunnie degli avversari; S. Felice da Cantalice rendeva pubblico omaggio alle loro fatiche apostoliche.

Il biografo di S. Camillo de Lellis ci assicura, che egli fu molto affezionalo ai Gesuiti,S. Filippo Neri inviava loro molti allievi del suo spirito; S. Andrea Avellino ebbe pei Gesuiti particolare benevolenza, come risulta dalla sua vita; 8. Francesco di Sales attestava alla Compagnia un'inviolabile affezione,S. Vincenzo di Paolo voleva che i suoi tenessero dietroai Gesuiti, e per tacere di tanti altri, S. Alfonso Maria de Liguori dicea: preghiamo pei Gesuiti, per questi santi religiosi, perché il loro istituto è un'opera favorevole al bene delle anime e della Chiesa.

E come ne’ secoli andati, così a' giorni nostri veggiamo, che, se vi sono sante persone, buoni cattolici, figli devoti di S. Chiesa, amano, applaudono, favoriscono i Gesuiti; laddove i tristi, gli eretici, i libertini, li odiano e maledicono.

Laonde ripetiamo, che è un grande onore per noi l’essere salutati dall’Indipendentee da altri giornali con questo beato nome di Gesuiti. Ci sarebbe paruto imperdonabile vanità attribuircelo da noi stessi; ma siamo riconoscenti ai nostri avversari), che ci compartirono questa lode, e se ne facciam cenno già per la terza volta, si è perché vorremmo che gli scrittori dell’Indipendente continuassero a chiamarci: Gesuiti, Gesuiti, Gesuiti!


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LETTERA DI GIUSEPPE MAZZINI AL CONTE DI CAVOUR

(Dall’Armonia,n. 222, del 29 settembre 1858)

«lo penso talora che voi avreste potuto, volendo, fare l'Italia, e che la politica del marchese d’Azeglio e la vostra non sommeranno che a ditfare il Piemonte».

MAZZINI A CAVOUR.

Già sanno i nostri lettori come i giurati di Genova, riformati dal Parlamento secondo i desideri! dei ministero, dichiarassero non colpevolidue lettere di Giuseppe Mazzini pubblicate sull'Italia del Popolo. L’una è indirizzata ai giudici della Corte d’Appello di Genova, e di questa abbiamo dato altra volta un’analisi ai nostri lettori. L’altra è indirizzata invece al conte di Cavour,ed essendo riusciti ad averne una copia, ci affrettiamo a parlarne.

E ne parliamo per le seguenti ragioni: 1° Perché vogliamo far conoscere quale riforma abbia avuto tra noi il giurìcolla legge Deforesta; 2° Per dimostrare quanto giustamente il conte Solare della Margarita, seguito dai conservatori, chiedessero, che certi reati di stampa venissero sottratti al giurì;3° Perché Mazzini, insieme con mille infamie, scrive di tratto in tratto qualche verità; 4° Perché un giornale deve raccogliere tutti i documenti per la storia contemporanea, e la lettera di Mazzini a Cavour è documento preziosissimo.

Questa lettera ha dunque la data di giugno 1858, e risponde principalmente al discorso detto dal conte di Cavour alla Camera dei Deputati nella tornata del 16 di aprile. Esordisce con parole soverchiamente dure, e accusa il conte di Cavour di avere calunniato deliberatamente, e per tristo fine, un intero partito devoto, per confessione vostra, all'indipendenza ed all’unità nazionale.

Secondo Mazzini, dichiarato non colpevoledai giurati di Genova (riformati perché fossero più solenne espressione dell’opinione pubblica), il conte di Cavour è adoratore materialista del fattopiù assai che d'ogni santo eterno principio», è uomo d’ingegno astuto più che potente; fautore di partiti obliqui, e avverso, per indole di patriziato e tendenze ingenite, alla libertà».

Al partito mazziniano, dice Mazzini a Cavour, a questo partito, alla cui straordinaria vitalitàconfessata oggi da voi, in onta ai vostri che lo dichiarano ad ogni ora morto e sepolto, il Piemonte deve la libertà di che gode, e voi dovete le occasioni di farvi patrocinatore ozioso e ingannevole d’Italia nelle conferenze governative». Se Cavour impera presentemente in Piemonte, lo dee ai mazziniani. Senza l’opera loro, le loro cospirazioni, le loro propagande, non governerebbe. Così afferma Mazzini, e noi, senza affermar nulla, analizziamo la sua lettera.

Si duole Mazzini, che Cavour abbia apposto al suo partito una teoriaed un fatto. La teoria, che esso professi la dottrina del pugnale: il fatto, che l’abbia voluta applicare contro il nostro re Vittorio Emanuele II.

Il demagogo protesta che vuole l’abolizione della pena di morte: Credo l’abolizione della pena di morte dovere assoluto d’ogni popolo libero»; e racconta, che, dominando in Roma, «quando la Commissione militare m’affacciò, per ottenere conferma, una sentenza di morte contro un milite dichiarato reo di ladroneccio domestico, respinsi il foglio e salvai la vita a quel misero». Ciò prova che Mazzini, mentre comandava in Roma, era clemente contro i militi rei di ladroneccio domestico,ed avea il diritto di vita e di morte!

«Io abomino, prosegue Mazzini, io abomino egualmente, e non lo tacqui mai, scrivendo o parlando, il (errore eretto a sistema, ogni teoriadi pugnale, ed i giudizii di morte». E poi continua parlando al conte di Cavour colle seguenti parole, che vogliono essere riferite per intiero.

«E queste credenze, ch’io ho predicato sempre ad amici e nemici, e mantenuto io Roma tra gli uomini, che cospiravano, pur mandandomi dichiarazioni solenni che non cospiravano, coll’invasore straniero, ed oggi siedono nella vostra Camera ((80)), e i fautori nostri dei partiti estremi queste credente che muovono in me da una fede religiosa ignota a voi ed ai vostri — sono non Solamente mie, ma di quei che promossero con me la diffusione della Giovane Italia,e promuovono oggi il partito d’azione. Veggo tra i vostri sostenitori, e tra quei che or gridano commossi in vista contro inventata teoria del pugnale,uomini che s’avvolgevano faccendieri, prima del 1848, fra le mene della Carboneria. E l’uso del pugnale vendicatore era sancito dai giuramenti e dai giudizii solenni nella Carboneria ((81)). Ma la Giovane Italia,che voi tentate infamare col nome di setta, e che prima osò piantare apertamente con libri e giornali, la bandiera dell’unità repubblicana d’Italia in faccia a' suoi oppressori, bandiva il pugnale, e non condannava lo spergiuro fuorché all’abominio de' suoi fratelli. L’associazione non ebbe condanne mai, se non d’esclusione».

Ma dunque i Pianori, i Milano, gli Orsini, non erano mazziniani, qforse Mazzini li condanna? Li accetta per suoi, e li inciela, perché egli non ammette la teoriadel pugnale, ma il fatto!

«Davanti al tiranno, così egli, sorge il tirannicida. É fatta,non teoria: legge di logica inesorabile, non sistema d’ingegni irrequieti e sovvertitori.» Ed aggiunge, che gli uomini salutano e saluteranno sempre il tirannicida siccome il rivendicatore dell'eterno diritto,e tramanderanno rispettando ai posteri i nomi di Milano e d'Orsini

Però dii è il tiranno? obi dee dichiararlo tale? Mazzini o qualsiasi mazziniani!Protesta il demagogo che nessuno da' suoi hainsidiato alla vita del nostro Re, perché non è tiranno ((82)): ma con questo viene a indicare, che vuole morti di pugnale, se non si può altrimenti, quanti giudica tiranni. E questo si Stampa in Genova! e i giurati Io dichiarano non colpevole! e sono giurati riformati!

Va innanzi Mazzini, e dice ai nostri ministeriali parlando del tirannicida: «Voi potete, se ei non riesce, oltraggiarlo, ma i posteri gli porranno sol cape la corona del martire. Se riesce, lo saluterete voi pure liberatore ed eroe».

«Liberatore ed eroe. Non siete voi gli uomini che chiamarono in ogni tempo gloriose le insurrezioni trionfanti, e magnanimi i popoli, che le compievano, e perseguitan oggi dei nomi di demagoghie settarigli animosi, che tentano rh farle, e soccombono? Non diceva il Gioberti vostro, belle, sublimi e portentose le parole DIO E POPOLO,che splendono sulla nostra bandiera? Non ei salutava egli, quando eravamo potenti del favore di tutta la gioventù, precursori della nuova legge e primi apostoli del rinnovato Evangelo ((83)), per poi versare l’insulto su nostri nomi, quando la gioventù, traviata da false lusinghe, ci abbandonava? Non udii io, nel 848, parecchi tra gli oratori a voi propizii, ch’oggi dichiarano, perché credono il principato rifatto potente, essere la guerra regia unica speranza d’Italia, dichiarare a me e egli amici miei — perché credevano caduta Milano, condannato a impotenza il principato — che pentiti dell’errore commesso fidavano esclusivamente alla guerra del popolo l’emancipazione ita liana? Non cospiravano meco dieci anni addietro in nome di una fede rigeneratrice gli uomini che nella vostra Camera citano Machiavelli a provare, che la politica non conosce principii,ma solamente calcoli d’utile a tempo, e che soli buone le alleanze coi tristi perché potenti? ((84)) Non recitano ogni giorno i gazzettìeri di parte vostra lodi al Bonaparte..., che abominavano quando non era che pretendente? Non siete voi, signore, presto a cedere, con vero tradimento alpaese, il mezzogiorno d’Italia a Murat, purché l’Impero v’assicuri compenso di una zona di terreno al di là della vostra frontiera? Partito d'opportunisti,voi non avete diritto d’invocare principii. Adoratori del fatto,voi non potete assumere veste di sacerdoti di moralità. La missione educatrice d’ogni governo v’è ignota. La vostra scienza vive sul fenomeno,sull’incidente dell’oggi; non avete ideale. Le vostre alleanze non sono coi liberi: sono coi forti: non posano su nozioni di giusto e d’ingiusto, ma su nozioni di un utile materiale immediato. Taluni frai vostri scrittori proponevano prima del 1848, altri più recenti ripetono, che si dovrebbe sottrarre il Lombardo-Veneto all’Austria, dandole a compenso le terre moldovalacche, come se quelle terre non avessero gli stessi diritti, che noi abbiamo. Materialisti col nome di Dio sulle labbra, nemici in core e veneratori a parole del Papa ((85)), tendenti per cupidigia d’ingrandimento a rompere i trattati del 1815, sui quali v’appoggiate per contendere ai popoli il diritto ¿’insorgere; voi siete gli eredi di quella politica europea, che iniziava in Navarino lo smembramento dell'impero turco, e invadeva ultimamente, in nome dell'integrità dell'impero, la Grecia, perché tentava riconquistarsi provincia sue. Obbedite dunque alle intimazioni del Bonaparte; ma non vi vantate di ubbidire, proponendo leggi ristrettive della libertà, a un senso morale,che tutta la vostra dottrina rifiuta: non accusate noi di disegni tristi ed assurdi ad un tempo, dei quali in cor vostro non ci credete capaci».

E qui Mazzini entra a provare, che la moralità politicanon vive oggi se non negli uomini della sua parte. Povera moralità, se siamo costretti ad andarla a ricercare nelle file dei mazziniani! E poi Mazzini ritorna a incalzare i ministeriali.

«Ho detto, che salutereste liberatore ed eroe l’uomo dal cui pugnale escisse, come dal dardo di Teli, l’insurrezione trionfante d’un popolo. E dico, che salutereste glorioso, fra tutti i popoli, quel popolo che, sprovveduto d’altre armi, trovasse modo d'emanciparsi dall’oppressore straniero con soli pugnali. I vostri poeti inneggiarono in ogni tempo ai pugnali che liberarono col VESPROla Sicilia dagli invasori Francesi. I vostri scrittori politici, il Balbo fra gli altri, proposero venti volte all’Italia l'esempio della Guerra d’Indipendenza spagnuola; e fu, come la intimava il grido energico di Palafox, guerra al coltello. Tra voi e me non corre differenza se non quest’una, ch’io dico: santa è ogni guerra contro lo straniero,e onoro chi la tenta s'anche soccombe; voi dito: santa è ogni guerra che vince,e insultato ai caduti».

Bastino per oggi questi estratti. Domani forse ne pubblicheremo altri. La Staffettane avrà dispiacere, ma che farci? Ilnostro dovere di storici ci consiglia a registrare le parole di Mazzini al conte di Cavour, e il Verdettodei giurati riformati ce ne accorda pienissimo diritto.


ACCUSE DI GIUSEPPE MAZZINI

CONTRO IL CONTE DI CAVOUR

(Dall'Armonia, n. 113, del 30 settembre 1858)

«Il giorno in cui l'Europa avrà scoperto, come noi l'abbiamo da un pezzo, il segreto della vostra politica, essa torcerà il guando da voi».

MAZZINI A CAVOUR.

Cessi Iddio, che noi attribuiamo alle accuse di Mazzini, come che dirette contro un nostro avversario politico, un peso ed un valore straordinario! Ma quelle che noi siamo per riferire, sebbene partite originariamente da Mazzini, furono confermate dall'espressione solenne del giudizio popolare manifestato col verdetto dei giurati, che dichiararono non colpevoliquelle accuse.

Laonde, se il conte di Cavour potè rispondere già nella Camera all'illustre conte Crotti, ch'egli disprezzavagli appunti mazziniani, non gli sta bene però ripetere Io stesso nel caso nostro, giacché verrebbe a dire, che disprezzàle sentenze dei giurati. E notate bene, che non trattasi di giurati qualunque, ma della crema di questi, scelti coll'intervento, anzi colla preponderanza del governo medesimo.

Di guisa che, se il conte di Cavour, o taluno de' suoi uscissero a sostenere, che questa assolutoria del Mazzini e dell’Italia del Popolonon ha nessuna importanza, verrebbero indirettamente a dichiarare che l'istituzione de' giurati, ben lungi dall'essere guarentigia di libertà, è puntello alle politiche passioni ed ai bassi risentimenti; bestemmia, che non sarà detta giammai, finché un lembo di tricolore bandiera sventolerà su questa libera e classica terra.

Premessa pertanto questa osservazione, che forse il lettore troverà ricordata un po' troppo spesso, ma che s'ha da aver sempre davanti gli occhi, perché forma tutto il nerbo del nostro argomento, eccoci a continuare l'analisi della lettera di Giuseppe Mazzini al conte di Cavour, la quale si divide come in due parti: difensiva la prima, offensiva la seconda. Cioè Mazzini, dopo aver difeso sé ed i suoi dalla taccia d'assassinio, dopo di aver dichiarato che non ammette in genere la teoria del pugnale, ma solo il diritto di spegnere il tiranno, se dalla sua morte dipenda l’emancipazione di un popolo,passa a costituirsi accusatore, e fa il processo al conte di CAVOUR.

Prima però Mazzini spende ancora una parola in favore dei repubblicani di Francia, che Cavour e La Marmora accusarono di non aver voluto accorrere in aiuto dell'Italia. Le asserzioni di Mazzini, che egli si studia di confermare con molti documenti sono queste:

«Voi rifiutaste gli aiuti della repubblica francese, quando essa li offeriva. Li invocaste, quando disfatti, impotenti, e lo provò Novara, a rifar la guerra, 0 mutato già in Francia l'andamento delle cose, sapevate che avreste rifiuto».

E siccome Cavour, ascendendo dal particolare al generale, riprovava in un fascio tutte le repubbliche, e diceva: mi si citi un sol fatto delle repubbliche di Grecia e di Roma, per cui si possa dire, che esse portarono civiltà;così Mazzini ride della sua scienza storica, e cita la battaglia di Maratona, dove i repubblicani Greci colla loro vittoria respinsero l'elemento orientale, negativo df ogni progresso,cita le conquiste di Roma repubblicana, senza la cui opera livellatrice non sarebbesi costituito un equilibrio qualunque di civiltà fra il mondo latino ed il germanico; cita il giuramento di Pontida, dove i repubblicani Lombardi diedero il programma delle italiche lotte; cita le nostre repubbliche del medio evo, a cui si dee il senso d’eguaglianza civile, che tanto ci onora; cita le conquiste dei repubblicani Veneti, che procurarono la civiltà delle spiaggie illiriche; cita un figlio della repubblicana Polonia, Sobieski, che arrestava la fatale invasione del Maomettismo; cita finalmente i repubblicani Francesi del secolo scorso, a cui sono dovuti i due terzi delle istituzioni di libertà civile esistenti oggi in Europa.

Fin qui trattasi d’una questione storica, che noi certo non ¡scioglieremo secondo i principi! di Mazzini. Ma l’opinione sua venne dichiarala non colpevole dai giurati, e non è colpa perciò tra noi, che viviamo sotto reggine monarchico, tessere il panegirico della repubblica! Ciò dee spianarci la strada aduna proposta che saremo per fare. Ora proseguiamo.

Esaurita la difesa, Mazzini nella sua lettera passa alle accuse e dice al conte di Cavour cosi:

«Io non v’accuso, perché non vi cacciate a imprese impossibili; nonv’accuso, perché non liberate coll’armi il paese. V’accuso, perché, pur sapendo dì non potere e di non volere fare l’Italia, andate millantando che lafarete ((86)).V’accuso, perché spargete per ogni dove voci di disegni, che nonavete in animo di ridurre in alto, sviando così molti dal seguire partiti più logici e generosi. V’accuso, perché, congiurando col tiranno … e cedendo Napoli, per quanto è in voi, a un dominio straniero, persistete ad ammantarvi dellaveste di emancipatore. V’accuso, perché, fomentando, segretamente adii inutili all’Austria ed al Papa, vi giovate dei mezzi che il Piemonte vi dà a impedire di far poi, che soli vogliamo davvero rovesciare l’una e l’altro. V’accuso d’aver fatto quanto era io voi per travisare all’estero il nostro problema, e persuaderecol vostro linguaggio segreto e pubblico che si tratta per noi di miglioramenti amministrativie di ordini civili menrei da introdursi nei diversi Stati d’Italia, quando la prima, la vitale questione; l’unum neeessariamper noi è l’essereNazione UNADALL’ALPIAL MARE. V’accuso di combattere noi coll'armi sleali della calunnia, mentre in core siete convinto che noi possiamo essere ogni cosa fuorché colpevoli (!!!) che adoriamo una santa Iosa,che possiamo essere osti nati, non ambiziosi; utopisti, non ingannatori; rivoluzionari, non demagoghi 0 sovvertitori pazzi e feroci.

E v'accuso sopratutto di due gravissime colpe: d'aver impiantato un dualismo fatale di Piemonte e d'Italia, dov'era, prima del 1848, concordia assoluta di voti e di opere; e d'avere corrotto, per quanto è in voi, l'educazione del nostro giovane popolo, sostituendo una politica di artificii e menzogne alla severa, franca, leale politica di chi vuole risorgere».

Ah che cosa ha fatto il conte di Cavour del nostro popolo! Mazzini gli dice: Eravostra missione promuovere l'educazione moraled’un popolo, che s'affaccia, ingenuo, incauto, corrivo, benedetto, oltre ogni altro, d'istinti buoni, ma facile à traviarsi, alla vita nuova. E voi gli avete dato la scienza dei popoli incadaveriti, il machiavellismo dei secoli nei quali la coscienza è muta, il culto degli interessi, l’adorazione della forza 'e del delitto che riesce, l'artificio dei vecchi stati retti a governo..., l'ipocrisia che travolse la... ove oi giace. Gli avete insegnato a mentire il proprio fine, ad allearsi con chi ha il suo disprezzo, a diffidare di quei che lavorano per esso. Lo avete sedotto a spendere sangue ed oro per mantenere l'integrità d'un impero, nel quale, come nell'impero d'Austria. le popolazioni indigene s'agitano sotto l'arbitrio d'una minoranza conquistatrice diversa per razza, lingua, religioni, abitudini. L'avete educato alla tattica dei partiti scettici, che hanno per bandiera nomi d'uomini e non principii; a decidere delle questioni politiche non dalla nozione del giusto e dell'ingiusto, ma dall'utile fugace d'un giorno; avotare in favore di leggi credute tristi per evitare il possibile ritorno di certi uomini al ministero. Avete innestato sulla giovinezza d'un popolo, che non può meritare la cittadinanza dell'Europa futura se non con una fede rappresentata in tutti i suoi atti, la dottrina materialistica dell'espediente, l'egoismo della paura, l'ateismo del calcolo, che uccide l'entusiasmo, solo operatore di grandi cose.

«E tutto questo a qual pro?

«Cheotteneste Voi, adulandone le tradizioni, dalla diplomazia? Avete, iti dieci anni di concessioni,di guerra fatta per accarezzare i governi, fortificato ordinato, armato, educato il partito? No. La vostra politica non ha fruttato — lo confessate voi stesso nel vostro disborso del 16 d’aprile — un salo risultai# materiale:non ha fruttato questo possiamo arditamente aggiungerlo noi — un solo grado di progresso moralealla causa della Nazione».

E riandando questi dieci anni di libere istituzioni, Mazzini esclama: Dieci anni di libera vita! Dieci anni di libera parola e d’opere libere; coi mezzi, colleforze d’un popolo di quasi cinque milioni, razza lenta forse, ma virile e tenace; con un esercito prode e consacrato dalle prime battaglie per l’indipendenza della nazione; con uri naviglio come il ligure; colla Lombardia e colla Svizzeri sullefrontiere; coll’amore, coi voti, col palpito di tutta Italia per voi; conuna posizione strategica che non concede intervento sul vostro terreno senzaguerra tral’invasore è le Potenze gelose dell’equilibrio europeo e nulla, titilla, fuorché una politica di repressione al di dentro e la prostituzione………. al difuori!»

Ma qual è il programma politico del conte di Cavour? Viene così riassunto d Mazzini: «Diseredato egualmente di genio e di amore, voi sceglieste altra via; via funesta egualmente alla nazione e alla dinastia, e indecorosa per voi. Maneggiarvi astuto fra la rivoluzione e i governi, tanto da reprimere o indugiare la prima pur parendo promuoverla, e accarezzare i secondi, finché durano, pur preparandovi a giovarvi della loro caduta; recitare agli uni la parte di futuro liberatore dalla tirannide, agli altri quella di salvatore dall’anarchia e dalla temuta insurrezione popolare; tenervi amica la diplomazia tanto da potere un giorno, ove mai sorgesse il momento di mutare governativamente l’assetto europeo, affacciare la pergamena della fusione, e tenervi amici creduli i popoli tanto da potere dir loro, quando il gemito dei patimenti ai tramuterà in fremito di battaglia: Io era dei vostri;cospirare con animo di non far mai, e affliggere di persecuzioni e calunnie qualunque cospiri per fare; impedire le aspirazioni del partito nazionale in Piemonte, e confortarle al di fuori; tentare di mantenervi accetto ad un tempo ai tristissimi governi attuali ed ai popoli; è parte non d’uomo di Stato, che intravede l’avvenire e dirige verso quello della vita del paese che regge, ma di politico della giornata, che accetta il presente quale che ei si sia, e cerca soltanto apprestarsi a far monopolio dell’avvenire, ove, per fatto altrui, sorga; è parte non d’un Richelieu — profanerei, citandoli, i nomi di Washington e Bolivar, — ma di un ultimo allievo di Mazzarino. Ed è la vostra».

Le alleanze contratte dal conte di Cavour sono principalmente un argomento, di cui Mazzini si prevale per combatterlo. «Ministro di Re costituzionale, gli dice, e promotore per debito al principio che rappresentate, voi cercate le vostre alleanze esclusivamente fra i despoti. Italiano e millantatore di concetti emancipatori, voi tradite deliberatamente l’Italia, ripetendo la parte di Lodovico il Moro, chiamando la tirannide straniera al di qua delle Alpi, e dando assenso ad un nuovo dominio e ad una potente influenza…… Uomo distato e pensatore politico, voi create al governo inglese necessità di accostarsi all’Austria, e condannate all’isolamento il Piemonte il giorno, inevitabile e non lontano, in cui sotto tm colpo ardito di tirannicida……….. Inaugurereste, se mai poteste riescire, la più tremenda guerra civile, che mai si sia veduta in Italia».

Il nuovo dominio straniero, a cui allude Mazzini, è la dominazione di Murai in Napoli. In tutte le sue scritture Mazzini ribadisce sempre questo chiodo, che cioè Cavour ha promesso di cooperare all’impianto di tale dinastia nel Regno delle Due Sicilie. E cita fatti, ed accordi, ed emissarii spediti, e che sappiam noi. Forse sarà una fissazione mazziniana, ma l’averla messa in pubblico non potrà recar danno ai legittimo Principe che governa in Napoli.

Qui farem punto, disposti a sentir domani i giornalisti ministeriali bandirci la croce addosso, perché noi secondiamo Mazzini, disposti anche a sentirci ripetere all’orecchio in confidenza, che il conte di Cavour si prevale di questi nostri articoli per far capire in alto, tanto nell’interno, quanto al di fuori, che noi siamo alleati coi mazziniani, e che segretamente cospiriamo contro lo Stato.

I ministri ed i ministeriali ci appongano pure delitti, de' quali ci sanno innocentissimi. Noi domani scriveremo una proposta, dalla quale si vedrà che gli avversarli decisi, risoluti, mortali, di Mazzini e de' repubblicani, siamo noi, e che quanti dicono a parole di volerlo combattere, poi lo secondario a' fatti.

ITALIA E POLONIA

(Dall’Armonicin 217, del 5 ottobre 1858)

Non sono più a Villafranca le speranze degli italianissimi: essi hanno presentemente i loro cuori a Varsavia, dove vedono sorgere la stella d’Italia. E perché? Perché l’Imperatore di Russia s'è recato nell’antica capitale della Polonia, e si sa di certo che Napoleone III mandò colà il principe Napoleone a riverirlo, e si crede che siavi pure andato il principe di Carignano. I quali elementi bastano ai nostri politici per conchiudere che in Varsavia si è stretta una lega tra Russia, Francia e Piemonte collo scopo di fare P Italia.

Ohche corbelli! Varsavia dovrebbe ricordare agli italianissimi un’altra lega per disfare la Polonia,e questa sola memoria basterebbe a levar loro dal cuore ogni speranza nella Russia. Imperocché ciò che è tra noi questione italiana,è molto più pel russo questione polacca,e se lo Czar volesse in qualche modo contribuire allo scioglimento di quella, piglierebbe le mosse dal definir questa, che sta principalmente in sue mani.

Noi ci veggiamo obbligati a ricordare ai nostri diplomatici in farsetto come il 25 di luglio (5 di agosto) del 1772 si firmasse a Pietroburgo un trattato, con cui tre sovrani liberali dividevansi tra loro la Polonia, e ne adducevano una ragione che dovrebbe far tremare l’Italia. La ragione era questa, che «lo spirito di fazione, le turbolenze e la guerra intestina, ond’è da più anni agitato il regno di Polonia, e l’anarchia che ogni giorno sempre più invigorisce, al punto da annientarvi ogni ombra di regolare governo, danno troppo a temere il totale scompaginamento dello Stato, stravolti gli interessi de' vicini, e accesa una guerra generale, come già ne derivò quella della Russia contro la Porta. Le Potenze finitime hansopra la Polonia pretensioni e diritti tanto antichi quanto legittimi, de' quali non poterono mai ottenere ragione, e che corrono rischio di perdere, se non li assicurano, ristabilendo anche la tranquillità ed il buon ordine dell’interno di questa repubblica, e procurandole un’esistenza politica più conforme agli interessi di loro vicinanze».

E i tre Sovrani, che così ragionavano, erano tre liberatori del secolo passato; Giuseppe II, l’esemplare del conte di Cavour e di Deforesta; Federico il Grande, il Principe filosofo, e Caterina II, l'eroina di Voltaire. Il quale cantava les Rois qui partagent le gâteau, e si congratulava con Caterina dell'ultimo atto bellissimo della sua tragedia,professandosi fortunato d'esser vissuto così a lungo da poter vedere il grande avvenimento!

Intanto i successori di Caterina applicavano il grande principio di ristabilire l’ordine in Polonia coll'impadronirsene. Col trattato del 1772 la Russia conquistava una parte del Granducato della Lituania, che poi pigliavasi interamente nel 1793; un nuovo acquisto facea nel 1795, terzo smembramento della Polonia; altre terre guadagnava nel 1807; il patronato della Russia sulla Polonia veniva stabilito nel 1815; una rivoluzione polacca nel 1831 cagionava le terribili stragi di Varsavia; e nel1832 consuma vasi la completa servitù della Polonia e la sua annessione alla Russia.

I cinque smembramenti della Polonia dal 1772 al 1832 aggiunsero all’impero russo quindici governi, una superficie totale di 11,292 miglia geografiche quadrate, e una popolazione di 16 milioni d’abitanti!

Egli è manifesto, che, se oggidì il Russo intendesse venire in Italia per intimare agli Austriaci di ritirarsi, per prima cosa dovrebbe egli stesso ritirarsi dalla Polonia; altrimenti si darebbe della zappa in sui piedi, e combattendo l’Austria nel Lombardo-Veneto combatterebbe se stesse. E poggiamo, che noi Italiani menassimo buona allo Czar questa contraddizione, perché óe ne ridona darebbe vantaggio; non gliela passerebbero certamente i Polacchi, che mordono il freno, e non dimenticano l’antico mercato.

Quando noi, pochi giorni fa, citavamo all’Opinionee Malta e Corsica e Genova abbiam lasciato da parte la Polonia, che meritava d’esser citata la prima; ma ripariamo oggidì l’ommissione, raccomandando all’Opinioneed all’Unione(che stimò di doverle venire in soccorso) di studiare un po' quest’argomento, dirci che cosa pensino del legittimo dominio degli Csari sui Polacchi, e se in Polonia ammettano o combattano il diritto della forza.

Giova intanto non perdere di vista come, durante la guerra d’Oriente, si spacciasseche la Francia interverrebbe in favore de' Polacchi per portar la guerra in casa alla Russia in nome della nazionalità. Proprio come oggidì si dice tranoi, che la Russia per ruggine contro l’Austria verrà a sostenere la nazionalità italiana ((87)).

Invece, che cosa ne avvenne? La guerra d’Oriente fo terminata col Congresso di Parigi, e in questo si parlò bensì del Belgio, della Turchia, dell’Italia, dei Principati Danubiani; ma, come giustamente osservò il contà di Montalambert, non si disse una parola sola in favor de' Polacchi, ed era di questi, che sarebbesi dovute in primo luogo discorrere ((88)).

E Napoleone III, che dovea inalberare la bandiera della nazionalità polacca, Napoleone III manda con una lettera autografa suo cugino a complimentare Alessandro II in Varsavia ((89)). Né di ciò noi vogliam dolerci, ma solo trarne argomento per dissipare le illusioni de' nostri, che ingannano se stessi, o vogliono ingannare i semplici.

Nel 1855 il sig. di Brunow, antico ambasciatore di Russia a Londra, stampava in Brusselle un libro intitolato: La guerra d'Oriente, le sue cause e le sue conseguenze, per un abitante dell'Europa continentale,dove tra le altre còse sosteneva che la Francia era la naturale alleata della Russia. Un francese rispondevagli gridando alla bestemmia, e conchiudendo: 0h non, Monsieur «de Brunow, la France n’est point l’alliée de la Russie; elle en est séparée par un abîme: le cœur de la France!!! ((90))».

E quest’adito oggidì dov’è? Esso serve per farci ricordare che Camillo di Cavour ha detto in Parlamento: tra noi e l’Austria correre un abisso. Ha pare che presentemente gli abissiin politica abbiano mutato natura, e sieno stati aboliti in questo secolo, che sopprime le distanze. A noi non farebbe nessuna sorpresa se da qui ad un anno vedessimo Camillo di Cavour a Vienna!

Conchiudendo, a costo di bestemmiare,come nel 1855 bestemmiava il sig. di Brunow, diremo che, nelle presemi condizioni d’Europa, Francia, Austria e Russia sono naturali alleate per ragione di governò e per comunione di interessi e di nemici. E coloro che sperano di vederle in guerra fra loro, dimenticano la storia passata e non capiscono la storia contemporanea.


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IL PAPATO E NAPOLEONE I

(Dall'Armonia,n. 227, del 5 ottobre 1858)

LaChiesa non venne stabilita sovra nessun governo particolare; i fondamenti del Papato non sono né le repubbliche, né le monarchie, ma le infallibili promesse dell’Onnipotente; donde ne viene la conseguenza, che il Papato, nulla ricevendo dai governi, non può nulla perdere dall’abbandono di questi. Non già che esso sia indifferente alla loro amicizia, od animosità; imperocché la Chiesa piange amaramente sui protervi che l’abbandonano; ma non piange tanto pel danno che ne viene a lei, quanto per quello che ne derivasi fuorviati.

Il Papato non ha perduto nulla della sua forza, perché l’Inghilterra, la Germania, la Svizzera (’abbandonarono. La perdita fu tutta dalla parte di queste nazioni, che, staccatesi dall’unità cattolica, piombarono di errore in errore, tino a perdere il vero concetto dell’onestà e della giustizia. Roma stè ferma, e trionfò degli assalti de' proprii nemici, i quali, dopo d’essersi aggirati per molto tempo nel dubbio, finirono o col negar tutto, o colli incamminarsi nuovamente verso Roma, esclamando come oggidì in Germania: Wohl auf, zu Rome!

La necessità sociale del Papato fu riconosciuta principalmente dal primo Napoleone, il quale, ricchissimo di tutti i mezzi materiali per contenere la società, nonostante sentiva, che senza l’aiuto e l’amicizia del Papa sarebbe stato incapace a governare. Recitiamo alcune delle sue sentenze, per far arrossire, se fia possibile, coloro, che colla temerità dell’ignoranza giudicano il Papato in Europa una istituzione di verun conto.

Napoleone primo console diceva: il me faut un Pape. Aveva armi ed armati, fucili, spade, cannoni, soldati, generali, diplomatici, filosofi; ma pur sentiva che mancavagli un Papa, un Papa, che riunisse e riconciliasse gli spiriti. E non un Papa scismatico come il russo, od una papessa eretica come l’inglese, volea Napoleone, ma per contrario «Il me faut le vrai Pape (esclamava) catholique, apostolique et romain, celui qui siège au Vatican».

Senza di questo Papa, che siede in Vaticano, Napoleone disperava della salute della Francia, la quale sarebbesi trovata sempre in preda all’agitazione ed al ridicolo. Hors de là, il n’y a que continuation et aggravation du schisme désolant qui nous dévore, et pour moi un immense, un ineffaçable ridicule».

E cento e cento volte quel gran politico ripeteva siffatti pensieri. Anche ai suoi giorni taluno considerava il Papa come un principe straniero, e v’avevano insolenti che andavano predicando la pretesa indipendenza dello Stato. Napoleone li compativa. «On croit peut-être que c’est avantage de ne pas dépendre d’un chef étranger. On se trompe. Il faut un chef partout, en toutes choses».

E poi entrando a svolgere la sublime e divina istituzione del Papato, avvertiva non potersi ritrovare più ammirabile istituzione di quella che mantiene l’unità della fede, e previene per quanto è possibile, le dispute religiose. Non v’ha nulla di più odioso che una folla di sètte che disputano fra loro e si svillaneggiano, combattendosi a mano armata»se sono nel primo bollore; o se contrassero l'abitudine di vivere le une a fianco delle altre, guardandosi con occhio geloso. Nello stato fazioso, in cui vivono, promuovono i proprii adepti, rigettano gli appartenenti alle sètte rivali, e gettano il governo in impicci di ogni maniera. Le questioni di sette, soggiungeva Napoleone, sono le più insopportabili che si conoscano. La disputa è propria della scienza, l’anima la sostiene, la guida alle scoperte. Ma la disputa in materia religiosa dove mena, se non all’incertezza ed alla rovina d’ogni credenza? La disputa nelle cose scientifiche, la fede nelle cose religiose, ecco il vero e l’utile. L’istituzione che mantiene l’unità della fede, cioè a dire il Papa, custode dell’unità cattolica, è un’ammirabile istituzione.

In conseguenza di che Napoleone diceva al Vescovo di Nancy: Monsignore, rimanete pure tranquillo, la politica de' miei Stati è intimamente collegato col mantenimento e colla potenza del Papa; mi conviene che oggidì egli sia più potente che mai, ed egli non avrà mai più tanta potenza, quanta la mia politica mi consiglia ad augurargliene».

Dopo questi giudizii d’un uomo così savio e così potente quale fu il Bonaparte, giudichi il lettore gli sforzi de nostri pigmei per distruggere il Papato I Giudichino coloro, i quali osarono scrivere qui in Torino, e poterono impunemente stampare le seguenti parole: «Inemici di questa indipendenza (d’Italia) sono due: l’Austria e il Papato. Per combattere l’Austria gli scritti valgono qualche cosa, ma non bastano: ci vogliono anche i cannoni, e un passo alla volta speriamo che avremo anche questi. Ma per combattere il Papato i cannoni hanno poco a che fare: potere fondato sopra l’opinione e sopra le idee, di cui le une sono vere, le altre false, non è che colle idee che si può combatterlo mal pensano quelli che credono liberare l’Italia dal giogo materiale, innanzi di averla liberata dal giogo dei pregiudizi!, che saranno sempre un terribile ¡strumento nelle mani dei nemici d’ogni liberale istituzione». (Unione,n° 159).

Noi abbiamo voluto mettere di costa le parole di Napoleone 1 alle parole del pigmeo piemontese, ma non ci scalderemo certamente il sangue nel ribattere quest’ultimo; giacché, sebbene gl’insulti fatti al Papato ci vadano all’anima, in questo caso però l'empietà è vinta dal ridicolo. E ci pare proprio di vedere una lumaca far a cornate col bue quando leggiamo 1 Unioneche si propone di distruggere il Papato. Egli ci vuole una buona dose di tracotanza! Migliaia e migliaia d’uomini, che valevano per ¡scienza cento tanti più che il rapsoda dell’Unione,cercarono di barrare il cammino ai Papato, e furono da meno che un granellino d'arena. Imperatori, generali, eserciti, congressi pretesero schiantare il Papato; ma vennero miseramente sconfitti. Il Papa fu, e sarà. E i suoi nemici come e dove finirono?

Coloro, che nacquero dopo le sanguinose persecuzioni del paganesimo e dell’empietà, diventano ridicoli sognando la distruzione del Papato. Dicianove secoli di durata dovrebbero metterli in qualche pensiero, se non credono alla parola di Dio. Venne la rivoluzione francese, più dotta e più potente dei Bianchi-Giovini e della Gazzetta del Popolo,trascinò un Papa nell’esilio, e vel lasciò morto. Ma che per ciò? La catena della perpetuità non si ruppe; e v’ha ancora oggidì un Papa a Roma, come v’era sotto Nerone, quando il Cristianesimo nascente veniva lacerato nel circo dalle bestie feroci.

L’Europa mutò per ben tre volte d’aspetto. L’antichità s’estinse, il medioevo scomparve: tre grandi imperi, quello di Carle Magno, di Cario V, di Napoleone, sorsero, e caddero. Nazioni potentissime non lasciarono sulla terra che una debole memoria di loro splendidissima esistenza, Un mondo nuovo felicemente scoperto venne ripartito tia la potenza temporale e la spirituale; ma il Papa solo ne conservò la sua parte. Tutto compì il suo tempo, e ricadde nel nulla: idee, popoli ed imperi. Il Pepa solo restò, e Roma con lai e per lui.

Lasciamo parlare un protestante, il sig. Macaulay, nella Riviste ¿'Edimburgo Una favola degli Arabi racconta, cosi egli, che una grande piramide venne fabbricata da re antidiluviani, e che sola, tra le opere dell’uomo, sopravvisse al diluvio. Tale fu la sorte del Papato: caso era stato sepolto sotto la grande inondazione, ma le sue profonde fondamenta non ne vennero scosse per ciò, e quando le acque ribassarono, apparve solo in mezzo alle rovine del mondo poco prima distrutto. La repubblica d’Olanda, l’impero di Lamagna, il gran Consiglio di Venezia, l’antica lega elvetica, la Casa dei Borboni, i Parlamenti e l’aristocrazia di Francia disparvero: l’Europa era piena di nuove creazioni, pu impero francese, un regno d’Italia, una Con federazione del Reno. Gli ultimi avvenimenti non avevano solo assalito le istituzioni politiche e i limiti territoriali: ma impugnata la distribuzione delle proprietà; e lo spirito e la composizione delle società avevano in quasi tutta l’Europa cattolica subito un cangiamento completo. Eppure la Chiesa immutabile stava sempre in piedi.

Si possono negare i miracoli di Rimini, di Taggia e del SS. Sacramento in Torino, colla sciocchissima ragione che non si sono visti; ma questo miracolo dalla perpetuità del Papa, chi non lo vede? E alla presenza di questo miracolo, quando la mano di Dio si mostra e sostiene la sua Chiesa, e conduce il suo Vicario fra le tempeste delle rivoluzioni, che dire del bimbo, che si fa innanzi 0 gride: tarpo, largo; a me che veglio distruggere il Papale?Costui ci fa veramente compassione. 0 egli non ha ancora raggiunto gli anni della ragione, o il cervello gli ha dato la volta. Sicuri delle sorti del Papato, preghiamo per l’animasua.

L’EBREO DI BOLOGNA

Dall'Armonia, n. 228, del 6 ottobre 1858)

La tollerantissima Gazzettadelle stangate, delle due dita alla gola, del coltello nel cuore, continua a strillare contro l'intolleranza del Santo Offizio pel fatto dell'ebreo di Bologna, e siccome noi abbiam dichiarato di non aver avuto finora ragguagli precisi su quel fatto, la Gazzettatrova questa una scappatoia, e dichiara che l'Armonianonosa difendere il governo papale nell'affare Mortara.

Per mostrare alla Gazzetta quanto s'inganni, ci giunge oggi da Bologna l’osservatore Bolognese del 1º di ottobre, dove troviamo appunto un articolo, nel quale si racconta per filo e per segno l'avvenuto. Noi pubblichiamo quest’articolo, e sebbene nontocchi a noi approvare o disapprovare la Chiesa, tuttavia per far piacere aita Gazzettadichiariamo di approvare pienissimamente il Santo Officio.

Il fatto è semplice. Il signor Mortara, ebreo, ebbe un figlio che fa battezzato. Ora questo figlio, giunto all’età di otto anni, vuole essere educato cattolico, e la madre invece si oppone. Tra la volontà della madre ebrea e del figlio battezzato dee vincere la volontà del figlio. Questo insinuano il buon senso, l’onestà, la legge ecclesiastica. Ecco l’articolo dell'Osservatore Bolognese:

«L'Ebreo di Bologna. — Sotto a questo titolo hanno fatto il giro d’Europa, e fors’aache più in là, non sapremmo dire quanto fanfaluche, storielle, insolenze, bestemmie, ed altro simile. Ma che è mai questo Ebreo di Bologna? E che? noi qui all’ombra della torre Asinelli ignoriamo che cosa sia l’Ebreo di Bologna, il quale ha dato tanto a fare ai giornalisti prima del Piemonte, poi di Francia, quindi d’Inghilterra, ed ora fa strabiliare i buoni Tedeschi, i quali da qualche settimananon possono gettar gli occhi su una loro gazzetta, che non veggano lì l’Ebreo di Bologna, con tutto quel resto che ogni rabbino sa, e può aggiungere in proposito 1 In verità, o cortesi lettori, vi dobbiamo confessare, che noi abbiamo ignorato fin qui chi fosse questo Ebreo di Bologna, e per saperne qualcosa abbiamo dovuto cercare più d’un poco, e chiederlo, e ridomandarlo a molti. Forse perché Bologna, dacché si disfece del ghetto e de' suoi inquilini, almeno dicono, a furia di sassi (noi siamo ben lungi dall'approvare la misura abbastanza indiscreta), non si occupa gran fatto di ebrei. Ma finalmente l’abbiamo saputa, l’abbiamo scoperta l’orrenda, l'inumana, l’incredibile cosa che è questo Ebreo di Bologna! li credereste? Nientemeno di quello che ridiciamo m due parole: — Un fanciullo, figlio di una famiglia ebrea, il quale in pericolo di morto era stato battezzato nell'infanzia da nna fantesca, avendo or tocco Fuso di regione, è stato messo in un luogo di educazione, perché venga allevato nella religione cristiana cui appartiene. —

Ma tu, o certose lettore, ami che noi, lasciati gli scherzi, ti diamo qualche seria spiegazione, ed eccola qua. Niuno ignora tra noi essere severamente proibito dalle leggi ecclesiastiche a chicchessia di dare il santo Battesimo ai bambini ebrei, dissenzienti i genitori, per la manifesta ragione di non aver poi oa togliere di mano ai parenti il proprio figlio per allevarlo cristianamente, oppure lasciare che un fanciullo cristiano sia educato e cresciuto da ebreo. Ma se ciononpertanto un bambino ebreo vien battezzato validamente, che fare allora? Niente di più ovvio e necessario, pare a noi, di questo, che, giunto il fanciullo all’età del discernimento, educarlo nella religione cristiana. E così appunto ha ordinato la Chiesa. Ma, e se non prestano il loro assenso i genitori, si ha egli a strapparlo ad essi di forza? Noi protestiamo, che a questo punto sentiamo tutta la gravità del fatto: noi ci penetriamo della condizione di ¡quel padre, di quella madre infelici: riconosciamo il dovere in chicchessia di rispettare il dolore e i pianti indivisibili da quella terribile violenza, il dovere di procacciare ogni via possibile per evitarla, o renderla meno penosa: ma se non si può altrimenti, allora noi sappiamo che vi son dei mali, che voglionsi reputar beni, non possiamo condannare quella violenza. E che? dovrebbe dunque la Chiesa permettere che un fanciullo cristiano venisse allevato nel giudaismo? e potrebbe essa, sconoscere così un suo figlio? potrebbe apprezzare così poco, anzi sprezzerebbe ella conla grazia di Dio e i doni dello Spirito Santo, che quelfanciullo ha avuto la bella sorte di possedere, lasciando che esso, o non sapesse mai di averti avuti, o mai non imparasse a conoscerli ed apprezzarli? Noi possiamo ben comprendere, che la regina Vittoria pronunzi valere il medesimo essere o non essere battezzato, come fece testé con ¡scandalo, anzi raccapriccio di quanti fra gli Anglicani stessi serbano pure un sentimento di cristianesimo e di dignità. È tanto elastica la fede anglicana! somiglia tanto alla politica! Ma se comprendiamo questo, e qui altro pili strano e ridicolo errore ne’ protestanti, oh! non possiamo né anche immaginarlo nella Chiesa Cattolica che, grazie a Dio, è ancora e sarà sempre la Chiesa di Gesti Cristo.

«Essa pertanto, sebbene abbia vietato di battezzare, dissenzienti i genitori, i figli degli ebrei, dato però il caso suddetto, vuole, che, giunto all’uso di ragione, venga educato nel cristianesimo, ria pur anche d’uopo di farlo malgrado dei genitori. Conforme a ciò, essendosi conosciuto, che un figlio di una famiglia ebrea dimorante in Bologna, il quale già toccava l’ottavo anno, era stato nella sua infanzia certamente battezzato; per ordine venuto di Roma fu fatto sapere alla suddetta famiglia dover essa consegnare quel suo figlio, affinché esso venisse cristianamente allevato e istruito, e fu infetti condotto in luogo apposito di educazione in Roma, dove i genitori possono, quando vogliono, visitarlo, e riceve un’educazione gratuita, e non certo inferiore a quella, ch’esso avrebbe avuta in seno alla sua famiglia..

«Noi crediamo, anzi sappiamo di certo, che, sebbene il giovinetto partisse di casa senza difficoltà (come ora sta molto contento della sua condizione), ciò peraltro non avvenne senza gran guaio, massime della madre: né ce ne maravigliamo; come non ci maravigliamo, che gli ebrei abbiano fatto suonare la tromba ai quattro venti con uno scalpore, che Dio vel dica quindi che la Gazzetta d’Augustagridi come un'ossessa contro alla tirannica intolleranza di Roma, e che il Débats. molto amico degli ebrei più che dei cristiani, venga fuori anche per l’Ebreo di Bologna colle solite ipocrite smorfie: che tutta la stampa irreligiosa, eretica, giudea, abbia detta la sua contro un fatto, che è legale, ragionevole, provvido, benefico, benché costi molte lagrime a una madre, solo perciò infelice, ch’ella non conosce la verità e la sorte di suo figlio».

LE BIBLIOTECHE DEI FRATI ALL’INCANTO

(Dall'Armonia, n. 229, del 7 ottobre 1858)

Nel nostro numero venuto in luce domenica passata abbiamo riferito dalla Gazzetta di Genoval’annunzio della Cassa Ecclesiastica,che metteva all’incanto la biblioteca dei PP. Cappuccini della Spezia. Non conviene lasciar correre questo fatto senza una qualche riflessione, tanto più che la sorte della biblioteca dei Cappuccini della Spezia sarà comune a tutte le altre biblioteche dei frati espulsi dal loro convento.

E dapprima come nacquero queste biblioteche? Nacquero dall'amore dello studio de' poveri religiosi, che per principio di vita comune misero insieme a poco a poco que’ libri che s’erano venuti procacciando. La Chiesa vegliava colle sue censure sulla conservazione di quelle biblioteche, ed erano colpiti dalla scomunica coloro che ne estraessero libri per portarli al di fuori.

Ma la Cassa che per antifrasi dicesi ecclesiastica, è sopraggiunta a disperdere quei libri, e a rinnovare in Piemonte ciò che già avvenne in Inghilterra in sull’esordire delll’anglicanismo. Sarà bene ricordarlo brevemente, affinché il lettore possa da se stesso afferrare il confronto.

Sotto Enrico VIII la scoperta di qual si voglia libro o trattato in favore del Primato Pontificio era un crimenlese, ed il volume si consegnava alle fiamme. I compratori delle proprietà monastiche si servivano dei libri per avvolgervi il pepe, le carni e le candele, o per fregarne le loro scarpe, e li laceravano, li gettavano in mare, mandavanli fuori a vendere, sicché i documenti britannici ebbero più a patire dai falsi riformatori, che dalle invasioni dei Danesi e dei Normanni. Intere librerie, scrisse il protestante Cobbet, che s’erano formate nel corso di secoli e secoli, e avevano costato immense somme di danaro, furono messe sottosopra da questi ribaldi infernali, dopo avere spogliato le coperture dei libri dei loro ricchi ornamenti». Del quale vergognosissimo vandalismo lagnavasi, non ha molto, in Inghilterra Beniamino D’Israeli nelle sue Curiosities of lit.,voi. 1, pag. 85.

Ora noi ci mettiamo sulla stessa via. Le biblioteche de' frati vanno all’incanto e chi sa quanti tesori di libri resteranno perduti! E la Cassa Ecclesiastica che cosa ne guadagnerà? Fu già avvertito nella Camera dei Deputati, come gli stessi poderi de' frati e delle monache non trovassero compratori se non a bassissimo prezzo. Pensate i libri! In ultimo si daranno al pepaiolo ed al pizzicagnolo, e ciò in nome del progresso, e ad onore del secolo dei lumi!

La Cassa Ecclesiastica avea da vendere tanti fabbricati dei conventi per lire 2,280,950, prezzo di perizia. Sapete quanto le venne offerto? Meno assai della metà cioè sole L. 1,070,358!

La stessa Cassa mise in vendita tanti beni rurali stimati a L. 6,315,793; e non le furono offerte che L. 2,648,796!

Sommando insieme il valore de' beni rurali e de' fabbrigali, secondo il prezzo di perizia, s’aveano lire 8,596,743; e, secondo l’offerta, sole lire 3719,154! E ciò risulta dai documenti medesimi presentati dalla Cassa,

Ora, se questa fu così sfortunata nella vendita dei poderi e de' fabbricati, dii sa dire che cosa potrà ricavare de' libri! Libri di frati, libri venduti dalla Cassa Ecclesiastica, messi all’incanto in un paese dove non si studia più, dove il giornale forma la sola occupazione di chi legge; noi non saremmo sorpresi, se la Cassa Ecclesiastica fosse obbligata di pagare chi vorrà caricarsi di que volumi in-foglio!

Fogniamo però che le biblioteche de(9)frati poste all’incanto trovino compratori che le paghino ciò che valgono; nonostante la vendita sarà sempre un danno perii paese dev’era il convento dei frati, e questo è il punto principale, su cui vogliamo insistere, affinché si conosca e tocchi con mano che chi va contro gli uomini di chiesa offende in pari tempo i figli del popolo.

È noto che pubbliche biblioteche non trovansi tra noi che nelle principali città, e sono pochissime. Chi vive in provincia, è difficile che abbia i mezzi di procacciarsi una collezione di libri, massime antichi, per attendere a studi profondi. A questo gran difetto supplivano tra noi le biblioteche de' conventi. Ne’ piccoli paesi, dov’era una mano di frati, era pure una stanza di libri, e i buoni religiosi non negavano a nessuno di entrarvi, e valersene a suo agio. Chi detta queste linee vivea in un paese dove non è una pubblica biblioteca, ma si trova un convento di Cappuccini, e que Padri meglio d’una volta gli consentirono di entrare nella loro biblioteca, e rimanervi e studiare come e quanto gli piacesse. Laonde anche per debito di riconoscenza ora ne difende la causa.

Fate che le Biblioteche dei frati sieno vendute epassino a mani di un privato, e chi oserà più presentarsegli, e chiederne l’uso? Eppure noi abbiamo supposto ciò che difficilmente potrà avvenire, cioè che tutti i libri si riuniscano in potere di un solo; laddove per via d’incanti andranno dispersi qua e colà, sino a non riconoscerne più il possessore.

Ecco adunque il gran danno, che si reca ai poveri studiosi col perseguitare e spogliare i frati. Imperocché vuoisi notare anche questa circostanza, che i frati cappuccini vivendo d’accatto davano con ciò un certo diritto a servirsi dei loro libri, e si entrava nel loro convento come in casa propria. Provate di introdurvi in casa di colui, che avrà fatto acquisto della loro Biblioteca!

Sicché la Cassa Ecclesiastica col mettere oggidì all’incanto le Biblioteche dei frati espone di molti tesori al pericolo di perdersi, manda forse ai droghieri volumi preziosissimi, che costarono un occhio a poveri Religiosi, disperde quelle collezioni di libri che scusavano nelle minori città è nei piccoli paesi il difetto di Biblioteche pubbliche, reca danno ai figli del popolo, e toglie forò un mezzo per coltivare la scienza. Né con ciò la Cassa Ecclesiastica riuscirà ad arricchirsi, sia perché in questo secolo di borsa poco si pagano i libri, sia perché la Cassa non ha fondo, ed è condannata a rimanersi sempre vuota.

Per le considerazioni finora esposte, noi chiediamo, che cessi questo sperpero di libri, e che dove era una Biblioteca dì frati, si conservi come Biblioteca pubblica di quel paese, a disposizione di coloro che amano di studiare. La domanda nostra non potrebbe essere più ragionevole, e se il Ministero ha a cuore la propria riputazione, se il giornalismo sente un po' di affetto per la classe popolare, noi non avremo scritto inutilmente queste linee.

Specchiatevi su que Papi, che tanto calunniate, su Pio IX, ché si indegnamente combattete. I Papi attesero sempre alla conservazione de' libri, e all’istituzione delle Biblioteche nelle diverse chiese de' cristiani, mentre per l’opposto gli Ariani disperdevano que’ libri, e li davano alle fiamme, come ne li accusa S. Atanasio. Le persecuzioni mosse alla Chiesa da Alessandro Severo, da Decio, da Valeriano e Gallieno, da Diocleziano e Massimiano, come pure gli scismi, non valsero a distruggere in un co’ fedeli i libri, che ogni giorno facevano raccogliere i Romani Pontefici. S. Silvestro, Giulio Ie i loro successori fondavano Biblioteche, e S. Baro a mezzo il quinto secolo ne apriva già due in Laterano. Si legga su questo argomento la bellissima dissertazione di Domenico Zanelli Sulla Biblioteca Vaticana,stampata in Roma nel 1857.

E Pio IX non salvava, pochi anni fa, dagli incanti la Biblioteca del Cardinale Angelo Mai, pagandola 19,733 scudi; e destinandola ad uso degli studiosi? Noi non pretendiamo dai nostri ministri tanta generosità; chiediam loro non di comperare libri, ma di non permetterne la vendita, di non consentire, che colla dispersione de' frati debba deplorarsi in Piemonte anche la dispersione delle Biblioteche.


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GIUSEPPE DE MAISTRE E LA SUA CORRISPONDENZA DIPLOMATICA

(Dall’Armonia,a. 233, del 12 ottobre 1858)

Un illustre uomo di Stato, che conobbe assai da vicino l’impareggiabile Giu seppe De Maistre, ed è molto addentro nelle sue preziose scritture, ci fa l’onore di comunicarci le seguenti osservazioni intorno ad un’opera, che il ministero-partitoha fatto pubblicare in Parigi sulle Memorie Politichedell’insigne diplomatico savoino. Prima di stampare queste osservazioni è debito nostro ricordare, che lo scrittore delle Memorie,a pag. 3, dichiara: «Je remercie M. le comte de Cavour de la courtoisie éclairée qu’il a mise à favoriser mes recherches aux archives du royaume, et à donner son adhésion à cette publication».È questi quel conte di Cavour, che, parlando nella Camera delle nostre antiche ed amichevoli relazioni colla Russia, aveva osato dire le seguenti parole che leviamo dagli Atti Ufficiali ((91)): Erano quelli i tempi, in cui noi ci facevamo rappresentare a Pietroburgo dal famoso Giuseppe Maistre, l’autore del trattato Du Pape,e l’encomiatore dell’Inquisizione, quindi era ben naturale, che una viva simpatia esistesse fra le due Corti. Ma ora, o signori, che per una gloriosa trasformazione la Casa di Savoia si è immedesimata coi principii di libertà e di progresso, questa simpatia non può più esistere». Ciò premesso, si legga, e si giudichi:

Lo scopo della pubblicazione delle così dette: Memoires politiquee et correspondance diplomatiquedi J. de Maistre, è:

1° Diminuire l’autorità e l’influenza degli scritti del de Maistre mostrandolo non consentaneo a se stesso, e ascrivendolo fra i liberali, i carbonari, i sansimoniani, mediante un sistema di commentari, di corollari, e di interpretazioni. Alcune volte gli si affibbia ciò che non ha detto, come (pag. 47) l’annonciation (in francese si dovrebbe dire l’annonce) d’une religión nouvelle,ecc……… — Le parole citate dal commentatore sono dette nelle Soiréesdal Senatore, uno degli interlocutori supposto scismatico, e illuminato martinista, e l’autore le dà come il pensiero del Giuseppe de Maistre? Il de Maistre credeva à un grand événement, à une explosion et expansion nouvelle du Christianisme,e questo sta verificandosi in Asia, in America, in Africa, e in Oceania, colla caduta imminente dell'islamismo, e coll'accesso aperto in tutte quelle parti del mondo alle Missioni Cattoliche.

2° Aizzare l’odio contro l’Austria, rammentando i suoi passati errori. G. de Maistre, nel momento di negoziati o probabili o imminenti, doveva chiamare l’attenzione del suo Sovrano sulle proposte, che potrebbero essergli fatte, e metterlo in guardia contro le pretese ed i raggiri dell’Austria, la quale avrebbe certamente fatto ogni sforzo per accrescere i suoi dominii in Italia principalmente a spese del Re. G. de Maistre non avea che un filo della corrispondenza; altri scrivevano da Londra, da Berlino, da Vienna, ecc. Era dunque dovere del ministro residente a Pietroburgo, non solo di tentare ogni via per ottenere l’appoggio della Russia, ma anche di mettere in avvertenza il suo Sovrano sulle mene dell’Austria, che ci aveva traditi dall'89 al 96, che si era opposta al ristabilimento dell’autorità regia dopo le vittorie di Souwaroff, che aveva tradito anche Venezia in un memento di somma importanza. Laonde egli veniva ricapitolando tutti i delitti politici dell’Austria, perché il Re non si lasciasse accalappiare da qualche protesta di finta amicizia. G. de Maistre desiderava il ristabilimento ed anche l’accrescimento dei dominii della Real Casa, come tutti i fedeli sudditi desideravano, e lo cercava con modi leali ed onesti. Dopo il 48 il Piemonte non può più muovere rimproveri all’Austria.

La monomania italianissima del commentatore non gli lascia libero l’intelletto a vedere, che il fine desiderato dal conte de Maistre, il ristabilimento cioè e l’ingrandimento anche della Monarchia Sabauda, essendosi ottenuto coi trattati del 1815, l’Austria possiede il Lombardo-Veneto per l'istesso titolo che il Re possiede il Genovesato. Il Genovese, che si ribellava al Re nel 1849, e il Milanese, che s’era prima ribellato all’Imperatore, erano egualmente rei. — L'influenza e la supremazia morale, che esercitava il Piemonte in Italia prima del 1848, nasceva dal governo dei (nostri Re, ch’avea ¡voce d’essere migliore di quello dell’Austria, più religioso, più giusto, più liberale, alieno dalle vessazioni, e in ispecie essenzialmente cattolico, mentre quello dell’Austria era informato a' principii scismatici. — Dopo le mutazioni incorse nei due governi, il nostro si è fatto nemico della Santa Sede, ed ha rivestito tutti i cenci, di cui l’Austria sta spogliandosi, onde ne nasce, che l’influenza e la supremazia morale, che apparteneva al Piemonte, passa poco alla volta in altre mani.

3° Ilterzo scopo è di gettare disprezzo sul ramo estinto della Casa di Savoia, presentando quei Principi come Sovrani senza energia, ignoranti, despoti, senza avvedutezza; che hanno sacrificato il regno d’Italia, che avevano in pugno, ad antipatie religiose, ed all’odio delle idee democratiche e rivoluzionarie. Il fatto sta, che, se il Re di Sardegna, illuso dalle promesse della Francia, si fosse allora vergognosamente alleato con lei, avrebbe perduto il regno occupato dai Francesi, a' quali non sarebbero mancati né pretesti, né mezzi per {spogliarlo, ed inoltre sarebbesi trovato privo della stima e considerazione dell’Europa come disertore della causa monarchica, né si sarebbe nemmen parlato di restituirgli nel 1815 i suoi Stati ed i suoi diritti (esempio il Re di Sassonia). Ed allora sì che l’Austria avrebbe avuto un bel giuoco per allargarsi a talento nelle contrade subalpine! Se chi ha pubblicato parte delta corrispondenza del G. de Maistre, volesse pubblicare le notee memorandumpresentati al gabinetto dell’Imperatore in sostegno dei diritti del Re, si vedrebbe come questa santa ed illibata fede, questa ineluttabile costanza net sostenere le parti della giustizia, a costo anche dell'ultima rovina, fosse'uno dei precipui argomenti, coi quali il G. de Maistre difese e propugnò la causa del Re.

Nello stesso intento, di screditare i nostri defunti Sovrani, parla molto l’autore del governo militare,e cita varie lettere del G. de Maistre sugli abusi in. valsi, e sull’autorità eccessiva de(9)comandanti militari. Prima di tutto è da considerarsi, che la posizione geografica del nostro Stato gli rende assolutamente necessario di essere uno stato militare, o di cessare da qualunque influenza politica. Perciò i nostri Sovrani informarono tutte le nostre istituzioni in modo da sviluppare e mantenere nelle popolazioni lo spirito militare. Quello che più alletta il cuore dell'uomo, gli onori cioè, l’autorità, ed anche una certa agiatezza, erano per lo più cose, a cui si arrivava colla carriera militare; gli offizi di Corte erano tutti occupati o da militari in attività di servizio, o da militari congedati, a cui si davano per ricompensa. I governi delle divisioni ed i comandi delle provincie stavano in mano de' militari, i quali avevano pure la direzione e la sorveglianza della pubblica sicurezza, ma in questa parte, dal 1817 in poi, era limitato il loro potere, per non offendere le attribuzioni dell’ordine giudiziario. Il comandante poteva bensì infliggere gli arresti, ma dopo ventiquattro ore doveva riferirne al governatore, e dare il presunto reo nelle [mani del fisco. La stessa facoltà era concessa al governatore per otto giorni, nel qual tempo doveva, o mettere in libertà, o consegnare al fisco, e di tutti gli arresti così operati, riferirne al Ministero colle cause e risultati dall’inchiesta. Eccetto il caso di delitto, per cui senza altro l’inquisito era consegnato al fisco, non si trattava al solito che di piccoli ladronecci, di ubbriaconi, o meretrici; ma siccome il militare di via ordinaria è vigilante, così alcuni mestatori e congiurati addetti alla Giovane Italiafurono di tanto in tanto disturbati. — Inde irae!

In ultimo, per mettere in maggior dispregio la condotta di Vittorio Amedeo, di Carlo Emanuele, di Vittorio Emanuele 1, il preteso commentatore del de Maistre, con somma indiscrezione e sconvenienza, entra a parlare del poco favore ond’egli ha goduto presso la Corte, e de' disgusti e patimenti, ch’ebbe a soffrirne. Le amare, [ma [sempre rispettose doglianze di G. de Maistre, dirette personalmenteal Re od al suo ministro, sono fatte di pubblica ragione per gittare sul Sovrano la taccia d’ingiusto, quasi che in ogni tempo ed in ogni governo non vi fossero stati (galantuomini (e de' più benemeriti) mal apprezzati emal corrisposti! Come se, a cagion d’esempio, sotto certi governi parlamentari non vi fossero nomini dabbene esiliati, spogliati, imprigionati, ed invece tradii tori, mascalzoni, uomini senza fede e senza legge, quasi esclusivamente odo rati e vezzeggiati! Checché ne sia, era cosa sconcia e disdicevole lo stampane queste filiali doglianze, le quali sono affatto estranee alla politica ed alla diplomazia,

In cauda venenum!Il quarto scopo è di togliere, od almeno diminuire la forza di quanto il G. de Maistre ha scritto in favore della Santa Sede. Tutto il fraseggiare italianissimoè adoperalo per affibbiargli le idee di riforma sociale, di nuova organizzazione, di grande unita, d’emancipazione dei popoli, di una nuova religione d’amore, che dovrà unire tutte le religioni e tutti i popoli, lasciando in disparte il furore delle conquiste e delle scomuniche, eco. ecc. (Bisognerebbe copiare mezzo il libro).

Di due argomenti però vuol valersi principalmente fautore; l’uno è la lettere del 91 agosto 1804, in cui si legge: «En Espagne et en Allemagne on s’amuse à faire des concordats. Tètes folles! Faites donc desconcordats pour sauver le monde, mais on n’en fera rien». Appare da tutta la corrispondenza, che il G. de Maistre non credeva possibile nessun bene per l’Europa, sinché Bona parte regnava. E l’esito del Concordato francese, in parte annullato dagli articoli organici,era un esempio troppo recente, perché potesse porre fiducia in que’ tentativi di Concordati, destinati ad ingannare più che ad amicarsi la San la Sede ed a riconoscere i suoi diritti. Il G. de Maistre credeva tali negoziati: 1° intempestivi, finché Bonaparte non fosse stato vinto ed abbattuto; 2° li ripotava insidiosi, non leali. Non avrebbe certo parlato così del Concordato, che ¡’Austria strinse in questi ultimi anni colla Santa Sede, frutto dei sensi sinceramente cattolici dell’Imperatore, e che non corre rischio di essere rivocato od adulterato dalla violenza di Potenza preponderante.

Viene in secondo luogo la corrispondenza relativa alla condotta del Santo Padre nelle trattative colla Francia. — Per giudicare questa parte della corrispondenza del G. de Maistre, conviene trasportarsi mentalmente a' tempi in cui fu scritta. Bonaparte era esecrato in Europa, e Bonapartista rispondeva al titolo odierno d’italianissimo, il Sommo Pontefice, cercato appoggio presso i Sovrani d’Europa principalmente cattolici, non avendo trovato chi stesse per lui, si risolse coll’aiuto di Dio a fare da sé ciò che poteva per [salvare dallo scisma le chiese di Francia e d’altre contrade. Non nascose a se stesso il mal passo, in cui s’impegnava, né i pericoli cui andava incontro, né il biasimo che avrebbe riportato da quegli stessi, che l’aveano abbandonato. Da ricognizione dell’Impero a consegna del cavaliere Vernègnes, il viaggio a Parigi, il Concordato, e finalmente l’incoronazione, furono altrettanti appunti fatti al Pontefice, ed in Pietroburgo erano rinfacciati ai cattolici come debolezze e fatti imperdonabili del loro Capo infallibile. Se furono fatti, furono fatti politici, che, come suole sempre avvenire, riuscirono poi in bene della Santa Sede, la quale, come diceva il G, de Maistre, avance méme quand elle recule.

Si fu in questa occasione ed in questa atmosfera di generale disapprovazione, che il G' de Maistre scrisse le varie lettere citate dall’autore in biasimo delle politica di Roma, politica che gli riusciva tanto più dolorosa, perché quel gran cattolico temeva annullata in faccia al mondo l’indipendenza della Santa. Sede, e, credeva che una sanzione del Santo Padre non fosse indizio di una sanzione divina, e per conseguenza potesse recare la rovina di tutte le sue speranze per la Casa di Savoia e quella dei Borboni.

Ma quando vide la schietta protesta del Santo Padre contro la violazione del Concordato, e contro gli articoli organici, la resistenza costante del Pontefice a tutte le domande inammissibili, ed in fine l’ardita Bolla di scomunica seguita dall’arresto del Santo Padre e dalla riunione del pseudo Concilio di Parigi, allora il G. de Maistre scrisse quella notabile lettera del 6 di giugno al Re, che qui riferiamo,

«Sire

Nous recevons dans ce moment la nouvelle de la convocation du Concile de Paris, avec la lettre menaçante de Napoléon, qui ¡a cassé la glace et menace ouvertement de déposer le Pape. Voilà un autre ordre de choses; et qui sait ce que nous verrons? Ilme parait impossible que, d’un côtéou d’un autre, il ne élève pas quelque opposition, quelque protestation sublime. Quoiqu’il en soit, V. M. assiste avec nous à l’une des plus grandes expériences qui puissent avoir lieu sur ce sujet. Jamais aucun Souverain n’a mis la main sur un Pape quelconque (avec, ou sans raison, c’est ce que je n’examine point) et n(J)a pu se vanter ensuite d’un règne long et heureux. Henri l'a souffert tout ce que peut souffrir un homme et un Prince. Son fils dénaturé mourut de la peste à quarantequatre ans, après un règne fort agité. Frédéric 1 mourut à trentehuit ans, dans le Cyduus. Frédéric II fut empoisonné par son fils, après s'être vu déposé. Philippe le Bel mourut d’une chute de cheval à quarantesept ans. Ma plume se refuse aux exemples moins anciens. Cela ne prouve rien, dira-t-on. A la bonne heure! tout ce que je demande, c’est qu’il en arrive autant à un autre, quand même cela ne prouverait rien;et c’est ce que nous verrons.

En attendant Votre Majestà voit combien nous sommes malades. Tous les principes sont attaqués à la fois: et qu'elle daigne m’en croire, les bons sont bons, mais personne n’est converti».

Allora la causa da politica divenne religiosa, e G. de Maistre la considera sotto questo aspetto con ben diverse parole. Dunque, nel giudicare le espressioni riprensibilidelle citate lettere, bisogna come circostanza attenuante considerare quel momento di acerbo dolore, in cui furono scritte, e non dare troppa importanza a qualche strillo inconsiderato nel primo spasimo del supplizio. Riepilogando,

1° l’autore ha sfigurato Giuseppe de Maistre per opporre la sua corrispondenza ufficiale a' suoi pubblici scritti;

2° Ha scelto lettere e brani di lettere, ed ha commesso inesattezze anche in ciò che ha citato; ha aggiunto commentari irreligiosi, liberaleschi, in parte stiracchiati, in maggior parte ridicoli;

3° Calpestando ogni civile convenienza, ha pubblicato lettere d’interesse meramente privato, che il rispetto ed i riguardi dovuti al Re, ed al suddito vietavano di pubblicare, e ciò in odio e disprezzo de' passati nostri Sovrani;

4° Per attizzare un odio inutile ha richiamato a memoria fuor di tempo ipeccati vecchi dell’Austria, glorificando invece i peccati nuovi del Piemonte;

5° Lo stile è giobertiano, e talora anche mazziniano, ampolloso, declamatorio, e di quando in quando inintelligibile. In generale le opinioni dell’autore non sono cattoliche, molte sue proposizioni scismatiche ed anche eretiche;

6° A torto l’autore s’appiglia a certe lettere confidenziali del 1805, quando fu dal Papa consacrato il Bonaparte, scritte dal de Maistre coll’animo profondamente appassionato, per mettere in dubbio la schiettezza dei suoi sentimenti cattolici per paragonarlo a Voltairee per contrapporle ad opere voluminose ed insigni, profondamente elaborate e messe alle stampe da G. de Maistre quindici e più anni dopo le dette lettere!

Ma scopo dell’autore essendo di vilipendere i Papi e la S. Sede, egli vuole combattere con queste lettere il domma dell’infallibilità e della supremazia del Sommo Pontefice, che non c'entrano per nulla. Gl’interessi del Cattolicismo e della Monarchia, ai quali G. de Maistre aveva dedicato l’animo e l’anima, gli si affacciavano danneggiati dalle determinazioni del Santo Padre, ed egli trascorreva in parole biasimevolidi dispetto. — È vero! — Dunque «dii non ha mai peccato in simili incontri gli getti pure il primo sasso». Ma non l’autore, il quale non ha di bianco che ’1 nome.


GIUSEPPE MASSARI CORRIERE DELLA GIOVINE ITALIA

(Dall’Armonian. 234,13 ottobre 1858)

In nessuna parte d’Italia nascevano e prosperavano meglio le sette, prima del 1848, come nello Stato Napoletano. Giuseppe Montanelli nelle sue Memorie ((92))riferisce ciò che nel 1845 gli dicea un settario napoletano: Noi siamo un governo bello e fatto; abbiamo qui il ministero, e nelle provincie i nostri prefetti. Riceviamo regolarmente ragguagli dello stato del paese come li può ricevere il Consiglio del Re. Tutto è disposto in guisa, che, uno dei capi in prigione, un altro gli succede tosto nell’ufficio, e le cose vanno lo stesso che prima».

Oggidì noi crediamo, che nello Stato di Napoli le faccende sieno di molto cambiate; non già che vi manchino e sette e settari; ma epe’che vi sono, in confronto di coloro che Verano, debbono dirsi un nulla. E questo è un gran vantaggio che noi Piemontesi abbiamo recato al Re di Napoli, nettargli la casa, e pigliarci noi quanto ci avea di mestatori, carbonari e demagoghi. Ferdinando n ci dee proprio essere riconoscente!

Quando le sette erano in fiore nello Stato napoletano, due, continua a dire il Montanelli, sovrastavano alle molte altre formicolanti nel regno: l’una dei Carbonari, l’altra della Giovine Italia. I Carbonari non andavano più in là della Costituzione; la Giovine Italia intendeva a repubblica unitaria italiana. Notate bene queste particolarità, perché fra poco ci dovranno servire.

Però la Giovine Italianapoletana era indipendente da quella di Marsiglia, come racconta il Montanelli del bel numer uno; e riconosceva per fondatore il calabrese Benedetto Mosolino, anima di tempra antica,e che avea incominciato a cospirare fin dalle fascio. S’iniziarono in questa (Giovine Italia) all’idea nazionale alcuni degli uomini, che più figurarono nella rivoluzione del 48, fra gli altri (attenti bene!) Giuseppe Massari, fatto da Mosolino nel 1838 corriere della setta». Così ha scritto e stampato in Torino Giuseppe Montanelli fin dal 853 sotto gli occhi del Massari, che non ebbe mai nulla a ridire.

Ora, colui che nel 1838 venne fatto da Mosolino corriere della Giovine Italia, nel 1858 fu creato dal conte Camillo Benso di Cavour cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro

Colui, che negli anni passati recava la parola d’ordine ai settari, e li avvertiva del da farsi secondo la volontà dei capi, presentemente governa la gazzetta ufficiale, ed il corriere del Re, e ce ne dice gli ordini e le dichiarazioni!

Colui che serviva una setta, la quale intendea a repubblica unitaria italiana, oggi serve un ministero, che si suppone monarchico, e non lo serve già in qualsiasi foglio, ma nell'ufficiale, e viene rimunerato colla croce d’onore!

Più d’una volta il conte di Cavour tuonò nella Camera contro le sette in generale, e la Giovine Italia in particolare. E come poi prese per suo corriere l’antico corriere di Benedetto Mosolino?

Tra le accuse che mosse il fisco al sig. Savi, uno de' congiurati di Genova nel tentativo del 29 di giugno, v’era questa d’aver pubblicato gli Statuti della Giovine Italia, ed anche per ciò il povero Savi se ne sta ora in galera. Ma il corriere della setta passeggia invece colla sua croce in petto, ed è in via per diventare gran cordone. Non ci mancherebbe altro che gli Statuti della Giovine Italia venissero ora pubblicati dalla Gazzetta Piemontesenella parte officiale)

E poi il conte di Cavour impedisce che risorga in Genova l’Italia del Popolo! Ah, l’intendiamo! L’onorevole Conte parte dal principio filosofico: non sani multiplicanda entia absque necessitate. Dice in tacita loquela: avete in Torino il corriere della Giovine Italia, che dirige la Gazzetta Piemontese,e perché volete stabilire un altro giornale in Genovese sobbarcarvi a vani lavori ed inutili spese?

Vorremmo sapere però [quale fede e qual peso dovremo attribuire noi alle dichiarazioni che sarà per fare la Gazzetta officiale, poiché oggidì ci consta che essa sta nelle mani di chi era per lo innanzi corriere della Giovine Italia?

Vorremmo sapere se il foglio del governo nella pubblicazione degli ordini, nella scelta delle notizie, nelle accuse contro lo Stato Pontificio, nelle sue affezioni giudaiche, ci renda le idee e i pensieri del ministro dell’interno, da cui dipende, o del corriere della Giovine Italia che lo scrive, o dell’uno e dell’altro?

Vorremmo sapere se i cavalieri dei Ss. Maurizio e Lazzaro saranno lieti d'aver avuto la compagnia dell'al te fattocorriere, e se a Giuseppe Mazzini, quando avesse vaghezza d’un nastro e d’una croce non sarebbe facile di procacciarsela, poiché così facilmente l’ottenne un altro Giuseppe?

E vorremmo finalmente sapere quale assegnamento possa farsi sulla nostra stampa ministeriale, sulle sue domande, sulle opinioni che rappresenta, sulle lodi che tribola, quando perfino il foglio del governo sia nelle mani non solo d’un forestiere, ma dell’antico corriere della Giovine Italia?

Quanto ai ministri, essi si mostrano consentanei al loro programma. Non hanno fotte in Parlamento la solenne dichiarazione d’essere un partito?Ora un ministero-partito potea chiamare a suo servizio l’exservitore di Benedetto Musolino!

Tanto piùche questi non incominciò da ieri la sua carriera giornalistica, ma il già diate Giuseppe Montanelli od mostra nel 1845 redattore a Parigi della Gazzetta Italianadiretta a far sorgere in Italia, e massime in Piemonte, questi bellissimi giorni. Dalla Gazzetta Italiana del 1845 alla Gazzetta Piemontesedel18(8 è breve il passo!...

Le coseda noi discorse fin qui sono assai gravi, e il contadi Cavour non permetterà che il suo corriereconservi il silenzio. Due risposte può darei Giuseppe Massari; o che Montanelli nelle sue Memoriel’ha calunniato, o che egli non è più della Giovine Italia, e nonintende come per lo innanzi a repubblica unitaria italiana.

Noi saremmo bea lieti della prima risposta, giacché allora Giuseppe Montanelli e Giuseppe Massari se l'intenderebbero fra loro, e potrebbe entrarci per terzo Giuseppe Mazzini. Resterebbe però ancora da sapere come il Massari dal 1863, |n cui furono stampate in Torino le Memoriedei Montanelli, nulla dicesse fino al 1858. Ad ogni modo l’Armonia è pronta a stampare questa dichiarazione.

La seconda risposta poi varrebbe cosi e cosi, perché la Giovine Italiaè una che quando s’appicca addosso, non ai spada col ranno, e d vuole le fregagioni colla rana e l’olio. E noi potremmo sempre rimproverare al conto di Cavour la scelta di gente, che lascia qualche cosa da dire quanto a politica e chiedergli iu ispecie il motivo dell’accordata decorazione.

Nonostante vegliamo essere di facile contentatura, e stamperemo, se il Massari ce la manderà, una sua ritrattazione pei tempi andati, e l’alto del suo pentimento per avere servito di corriere alla Giovine Italia,che intendeva repubblica unitaria italiana.

Che se il ministero e Massari serbassero il silenzio dopo queste nostra pubblicatone, noi allora ci riputeremmo in dovere di levare pih alto la voce, e sorgere in difesa del nostro paese. Conosciamo certamente i pericoli a cui ci espone il nostro coraggio, ma coll’aiuto di Dio sapremo essere a qualunque costo i Co deh servitori del nostro Re.


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UN 93 PIÙ TREMENDO DEL PRIMO MINACCIATO AL PIEMONTE

(Dall'Armonia, n. 236 e 237, del (5 e 16 ottobre 1858)

«...Non possiamo far altro che ripeter un osservatone già da noi fatta, che cioè la sacristía sembra essere trascinata da un destino inesorabile a convincere con talieccessi i popoli della necessità di un altro93 più tremendo del primo s.

(Gazz.del Popolo,il d’ottobre 1858, n. 240).

I

Una Gazzettascritta da due deputati che domani potranno col loro votofar traboccare la bilancia e sancire una legge, ci ha minacciato un altro Novantatré più tremendo del primo, e il bello si è, che la minaccia fu fatta In un articolo diretto a combattere le opere del Santo Offizio! ((93)).

Per comprendere bene questa minaccia e l’animo feroce del liberale che la scrisse, dobbiamo rifarci un po' indietro, e chiedere alla storia qualche notizia dell'antico novantatré,affine di poter argomentare, che cosa dovrà essere quell’altro più tremendo novantatréche ci venne minacciato dalla gazzetta dei due onorevolideputati.

Il primo novantatréfu il regno dì Saint-Just, di Couthon, di Robespierre, eco., i quali esercitarono in Francia tale despotismo, che, disse il convenzionale Dupin, a i nostri annali non ne presentano alcun esempio, e di esso nonpotersene trovare H modello che nei regni di Tiberio e di Nerone» ((94)).

Un altro rivoluzionario paragonò Robespierre ed i suoi complici a Silla e a Catilina. «Essi non la perdonarono né ad età, né a sesso, né a condizione; le virtù erano sentenze di morte… Questo ritratto non è perfettamente quello del Catilina francese?... Non si sarebbe tentati di credere alla riproduzione dei medesimi esseri in certi periodi dei secoli così celebrati dagli antichi?» ((95)).

Il 7 di febbraio del 1793 Robespierre, a cui Vincenzo Gioberti si gloriava di rassomigliare nell’ortodossia,inaugurava con un suo famoso discorso ilregno del terrore, e dicea: «Il terrore non è altro chela giustizia pronta, severa, inflessibile; esso è dunque un’emanazione della virtù; è meno un principio particolare, che una conseguenza del principio generale della democrazia applicato ai più urgenti bisogni della patria ((96)).

Per applicare questo principio generale, sotto il titolo di legge dei sospetti venne stesa dai triumviri un’immensa lista di proscrizione. Questa legge, compilata da Merlin, che ne ebbe perciò il soprannome di Merlin le suspecte,fu così spiegata in una circolare officiale:

«Sono sospetti: 1° coloro che nelle assemblee del popolo ne arrestano l’energia; 2° coloro che parlano misteriosamente delle disgrazie della repubblica; 3° coloro che hanno mutato linguaggio e condotta secondo gli eventi; 4° coloro che compatiscono i contadini ed i mercanti; 5° coloro che frequentano i ci-devantnobili ed i preti refrattari; 6° coloro che non hanno preso una parte attiva a tutto ciò che (interessa la rivoluzione; 7° coloro che hanno ricevuto con indifferenza la Costituzione repubblicana; 8° coloro che, sebbene non abbiano fatto nulla contro la libertà, non hanno nemmeno fatto nulla in suo favore» ((97)).

Raccomandiamo questa circolare alla meditazione di que’ Nicodemi che vogliono vivere neutrali, sfuggire le lotte, e non immischiarsi di politica. Il novantatré,che ci minacciò la Gazzetta del Popolo,verrà anche per voi, e seguirete la sorte di tutti gli onesti, imperocché la rivoluzione mette nella stessa categoria i nemici ed i neutrali, e le sono sospetti non solo quelli che la combattono, ma anche coloro che colle mani in mano assistono oziosi al combattimento.

Il Novantatré in Francia fu il regno della ghigliottina. La legge dei sospetti la minacciò a tutti, per ogni maniera d’azioni ed anche per l’inazione; la minacciò con ogni specie di prove, ed anche senz’ombra di prove; la minacciò per ogni parola, ed anche pel semplice silenzio, e mise in tutte le ore del giorno e della notte tutti i cittadini alla tortura.

Il decreto del 23 ventoso aggravò ancora l’orrore di questo stato di cose, e stabilì: «che ogni cittadino fosse obbligato di scoprire i cospiratori e gli individui posti fuori della legge; e che chiunque li ricevesse presso di sé od altrove, sarebbe considerato e punito come loro complice» ((98)).

Bisogna notare a gloria del nome francese che dieci mila famiglie ebbero l’eroismo di violare questo funesto decreto e nascondere nel loro seno gli infelici, sui quali pesava inesorabile sentenza di morte. La storia ci ha conservato nomi di padri, che vennero mandati alla ghigliottina, perché aveano nascosto e salvato la vita a' proprii figli! Così, per esempio, un certo Gaudet, padre del rappresentante di questo nome ((99)).

Ad ogni modo l’odio, la cupidigia, lo spirito di vendetta, le più vergognose passioni moltiplicarono i delatori. Non vi fu più nulla di sacro, e si giunse al punto, che la delazione venne onorata e raccomandata come il primo dei doveri ai figli, agli amici, ai servitori. Un testimonio oculare esclama: «Ah! era un terribile momento quello, in cui si mostrava un selvaggio patriottismo col furore e coll’ipocrisia. Coloro che non hanno visto que’ tempi, non se li rappresenteranno giammai quali furono coloro che li ricordano sono mostri se non si oppongono al loro ritorno. Infamia e maledizione eterna a chi ne doterà il proprio paese!» ((100)).

Siccome quegli orrori oltrepassano ogni credenza, così noi invocheremo la testimonianza di un famoso rivoluzionario, Camillo Desmoulins, il quale, come è noto, tentò di opporvisi nel suo giornale intitolato: il Visus Cordelier.

«Perché, diceva Desmoulins, la clemenza sarà divenuta un delitto nella repubblica? Pretendiamo forse di essere più liberi degli Ateniesi, il popolo più democratico che sia esistito mai, e che avea eretto quell’altare alla Misericordia, davanti il quale il filosofo Dimonace più di mille anni dopo faceva ancora genufletterò i tiranni?» ((101)).

E altrove, alludendo a' fatti che avvenivano, il giornalista proseguiva: «La libertà non confonde la moglie o la madre (del colpevole col colpevole medesimo; perché Nerone non metteva Seneca nelle segrete, e nono separava dalla sua cara Paolina. Ed era Nerone!

«La libertà non proibisce ai prigionieri di nutrirsi col loro danaro come amano meglio; perché Tiberio lasciava ai prigionieri tutte le comodità della vita: Quibus vita conceditur, iis vitaeususconcedi debet. Ed era Tiberio!

«La libertà non esige che il cadavere di un condannato sia decapitato: perché Tiberio diceva: A coloro dei condannati che avranno il coraggiodi uccidersi, non sarà confiscata la successione, e resterà alle loro famiglie; sono le grazie che loro rendo per avermi risparmiato il dolore di mandarli al supplizio. Ed era nuovamente Tiberio!» ((102)).

Camillo Desmoulins, che così parlava, non solo non venne udito, ma perché parlava così, fu mandato al patibolo. Barròre, uno de' sgherri di Robespierre, giustificava dalla tribuna la legge dei sospetti, e la riassumeva così: «lo dirò: nobile,sospetto; prete,sospetto; uomo di Corte, uomo di legge,sospetti; banchiere,sospetto; forastiero,sospetto; commerciante, sospetto; cittadino con altro stato e forma, sospetto». E scatenavasi contro povere donne, spose, sorelle e madri infelici che aveano presentato richiami in favore de' proprii fratelli, figli e mariti ((103)).

Per unaBastiglia reale, che il 14 di luglio del 1789 conteneva tettesoli prigionieri, la repubblica ebbe quarantotto mila settecento ottantaquattro bastiglie popolari, che racchiudevano nei primi mesi del 1794 più di ducento milaprigionieri politici. Parigi noverava trentasei casteprigioni che contenevano in comune otto miladetenuti politici (Riouffe nelle sue Memorieli fa ascendere a dieci mila); ed inoltre Parigi avea novantaseialtre prigioni, meno spaziose, annesse che sezioni ed ai Comitati rivoluzionari ((104)).

Domani parleremo di queste prigioni e de prigionieri, continuando cori la storia dell’antico Novantatré. Raccomandiamo ai nostri concittadini di ben meditare questi fatti. Se il Piemonte fosse meno piccolo, già si sarebbero rinnovati tra noi; e si rinnoveranno il giorno, in cui i nostri libertini non abbiano più da temere l’Austria da una parte, e la Francia dall'altra. Non l’hanno forse già detto e stampato? Non ba detto Brofferio doversi odiare e distruggete fino all’Ultimo i preti ed i soldati? Ed è un deputato! Non ba detto Mellana di voler fare dell'Italia un deserto? Ed è un deputato! E i Bottero e i Borella non ci han minacciato un novantatrépiù terribile del primo? e sono dite deputati!…….

II

Quando leggiamo nelle antiche storie delle stragi commesse in Roma dai feroci triumviri, della città tutta piena di cadaveri, e delle liste di proscrizione, dei latrocini!, delle Crudeltà, delle vendette, eco. ((105)), rivolgiamo tosto il pensiero alte serie de secoli, che separa la nostra da quell'età, e al grande benefizio del cristianesimo, che ha tanto migliorato i costumi de popoli.

Ma se la nostra mente ricorre alle memorie del 93; questi due conforti non ci sono più possibili; imperocché trattasi di fatti avvenuti quasi Sotto gliOcchi nostri, è non in una barbara, ma in una civilissima nazione, ed anzi in homo medesimo della civiltà. Que’ fatti però si rinnovarono, perché il cristianesimo fu rinnegato, e rinnovata l’idea pagana, così che Courtois non trovava negli annali del mondo altro termine di confronto col triumvirato di Saint-Just, Couthon o Robespierre, che il triumvirato di Augusto, Antonio e Lepido ((106)).

E perché que’ fatti medesimi oggidì Vengono a noi minacciati? Perché i principi! pagani, che li produssero in Francia nel secolo scorso, gettarono la loro radice nelnostro paese, e perché si spera di spiantare dal nostro popolo queisentimenti di dolcezza e di carità; che il cristianesimo ha fitto nascerà nelle moderne nazioni

Noi continuiamo l’esposizione storica degli orrori del 93 in Francia per le seguenti ragioni: 1° Perché si capisca dove conduce la così detta libertà; 9° Perché si conosca l’animo di coloro, che gridano sempre contro l’Inquisizione; 3° Perché si detestino quei principii, che rispingono la società al pagatissimo, e si ami di gran cuore il principio cattolico, che può solo salvare i popoli dagli eccessi della barbarie

Dicevamo nell'articolo precedente, del numero senza numero di prigioni, che i distruttori della Bastiglia avevano fatto sorgere in Francia. Le principali prigioni di Parigi erano: Pelagia, Lazzaro, le Quattro nazioni, il Luxemburgo, i Carmelitani, le Plessis, Porto-Libero, i Benedettini inglesi, l'Abbadia, Bicêtre, Dreneuc, Forza grande, Forza piccola, le Inglesi nel sobborgo Antonio, la prigione della via di Sèvres,les Madelonnettes, l'albergo Talaru, Piepus, e la Conciergerie, chiamata l'Anticamera della ghigliottina. Imperocchè ogni giorno, nelle ore pomeridiane, si trasportavano dalle altre prigioni alla Conciergerie coloro che il mattino del giorno seguente dovevano comparire davanti il tribunato rivoluzionario, posto al disopra di questo carcere, è to sera poi salirò il patibolo ((107)).

Preghiamo il lettore di avvertire, come parecchie prigioni portassero il nome di Santi scanonizzati e di frati soppressi. Ciò significa che i liberali aveano distrutto in Francia i conventi per convertirli in prigioni, e atterrati gli altari, avevano eretto la ghigliottina!

Qualche altra prigione pigliava il nome dal proprietario della Casa. Cosi la prigione Talaruera un palazzo d’un nobile chiamato Talatu, il quale avealo dato in affitto a certo Genca, che ne fa' ciò che i Francesi dicono una maison garniepei forestieri. Ma siccome Costoro non andavano a Parigi, cosi Genca appigionò il locale alla sezione Lepelletier, che lo converti in prigione. Il signor di Talaru, arrestato come sospetto, venne chiuso nella propria casa, è potò avere una camera al prezzo di L. 18 al giorno, ciò che faceva tanto iri un anno quanto Genca gli dovea per la pigione dell’intiero palazzo. Il solo salone, il cui affitto pagavasi dai prigionieri, rendeva L. 320 per decade, ossia 960lire per mese, insieme L. 10,520 all'anno, e non si pagavano al padrone che L.7000 per l'intiero locale. Il signor di Talaru Uscì dalla propria casa per andare al patibolo. Pensateci, o signori proprietari! ((108)).

L’approrisionnement de la Conciergeriefacevasi nella Seguente maniera: verso le due ore pomeridiane si vedea partire dal palazzo di Giustizia una gran fila di carrozze, dette le bières des vivants,e queste erano lunghi Carri con panche laterali, tirati a quattro cavalli, scortati da quattro gendarmi ed un usciere del tribunale rivoluzionario sol davanti. Giunti alla prigione, l’usciere obbligava tutti i prigionieri a discendere nel cortile, face» Cappello, separava gli eletti,e andava poi à compiere altrove il Suo carico. Verso il termine del 98 il capo del triumvirato avea deciso di far ascendere U numero delle vittime a cento per giorno in ogni sala di giudizio! ((109)).

In questi computi però, e nella scelta de' condannati, commettevansi talora errori incredibili. Un giorno si domanda che un cittadino eia condotto davanti il tribunato rivoluzionario. Il suo nome era scritto male e difficile da dìciferarsi. Si crede che dica: il Cittadino Gouthière, artista di vaglia. Il povero vecchio protesta, indica l'errore, domanda pietà. «È lo stesso, risponde l’agente rivoluzionario; ho bisogno ancora d’uno. Poco m’importa chi sia, il tribunale deciderà!» ((110)).

Un altro giorno il Comitato di pubblica sicurezza con una straordinaria sentenza dichiara innocenti ottantaquattroimprigionati nella CoadrgeriOjed ordina che sieno posti in libertà. Si reca la lista, si fa l'appello, si consultano i registri, e trovasi che il tribunale rivoluzionario n'avea fatto già ghigliottinare sessantadue! ((111)). '

L’8 termidorosi va alla prigione di Port-Libre a chiedere per la ghigliottina un certo Varmentois, canonico di Chartres. Nessun risponde, e tra' prigionierinon si trova nessun canonico. — Ho bisogno (Tun canonico, — ripeteva continuamente rinviato di Fouquier-Tinville, ho bisogno d'un canonico!Infine, dopo molte ricerche, trovasi un giovanotto già militare che chiamavasi Courlet-Vermantois. Il bargello è a nozze, e gli rimette Patto d’accusa. Il giovane protesta di non essere stato mai canonico: non importa; vien condotto al tribunale, e da questo al patibolo! ((112)).

Un bel mattino il maire di Strasburgo, Monet, presentavasi a Saint Just, che stava ancora a letto, e gli diceva qualche parola in favore di alcuni ditenuti, dimostrando ch’erano innocenti. Saint-Just, osservatolo freddamente, gli rispose: Tu puoi aver ragione per qualche individuo, ma esiste un grande pericolo, e noi non sappiamo dove battere. Ebbene, un cieco che cerca una spilla in un mucchio di polvere, abbranca tutto il mucchio» ((113)).

E per seguire questo insegnamento e finirla pili presto, Collot d’Herbois, che fu per lungo tempo il satellite di Robespierre, dicea: «Bisogna mettere dei barili di polvere nelle prigioni, e lì presso una miccia permanente» ((114)). E l’infame consiglio sarebbesi seguito, se Robespierre non cadeva!...

E perché, esclama Monsignor Gaume, e perché la rivoluzione ha scritto su di un pezzo di carta, intitolato: Dichiarazione dei diritti dell'uomo,le parole: libertà, eguaglianza, fraternità, continuerà a passare agli occhi di certe persone come quella che ebbe il sentimento dell’umana dignità, e inauguro l’èra della fraternità, della libertà e dell’eguaglianza! ((115)).

E i continuatori di questa rivoluzione, ripiglieremo noi, coloro che ne accettano l’eredità, che fanno l’apoteosi di Robespierre, oseranno gridare contro il S. Offizio! L’Inquisizione romana non ha mai ucciso una persona, e quante migliaia ne ha ucciso l’Inquisizione rivoluzionaria!

Concittadini, la Gazzetta del Popoloci ha parlato di possibilitàe di necessiti d’un altro 93 più tremendo del primo. Noi v’abbiamo detto in due articoli che cosa fosse il primo 93. Argomentate che cosa sarà ora il più tremendo ¡ E pensate che noi siamo proprio avviati per questa strada; che i principii professati dai libertini vi conducono; che, dove non domina la religione regna la forza, e in mano de' rivoluzionari la forza è sempre la ghigliottina.

IL VESCOVO DI MOULINS NEL1857

La prima volta che Napoleone III aperse chiaramente ¡’animo suo e fé’ presentire quello che sarebbe e farebbe in avvenire, fu nel processo giurato al vescovo di Moulins, Monsignor Pietro Simone Lodovico Maria de Dreux Brèzé, nato in Brèzé diocesi d'Angres il 2 giugno del 1811, preconizzato vescovadi Moulins il 7 gennaio del 1850. Gioverà pertanto raccogliere qualche documento relativo a questo fatto, e innanzi tutto la condanna dell’insigne prelato.

DECRETO CONTRO IL VESCOVO DI MOULINS

(Dall’Armoniadel 1857, pag. e 329)

Napoleone, per la grazia di Dio e la volontà nazionale imperatore dei Francesi, a tutti presenti ed avvenire salute.

Sulla relazione della sezione legislativa, giustizia, ed affari stranieri; visto il ricorso come d’abuso presentatoci nel nostro Consiglio di Stato il 3 di marzo 1857 dal nostro ministro segretario di Stato dell’istruzione pubblica e dei culti contro parecchi atti dell’amministrazione del Vescovo di Moulins, specialmente contro:

1° Ilfatto d’aver imposto a parecchi parrochi della sua diocesi una rinunzia scritta e sottoscritta a prevalersi della loro inamovibilità, e ad esercitare qualunque ricorso all’autorità civile nel caso in cui il Vescovo giudicherebbe a proposito di rivocarli o cangiarli per ragioni gravi e canoniche.

2° Lo statuto sinodale che pronunzia la scomunica ipso facto,e senza previa intimazione contro tutti coloro che si rivolgono al potere laico per richiedere il suo appoggio in tutto ciò che concerne la giurisdizione, gli statuti, le pastorali, ed altre prescrizioni o regolamenti ecclesiastici, in materia di beneflzii, titoli, dottrina e disciplina.

3° La costituzione del Capitolo della chiesa cattedrale di Moulins fatta senza l’intervento dell’autorità civile ed in contravvenzione all’ordinanza speciale del 29 di ottobre 1823.

Vista l’inchiesta a cui procedette il prefetto dello spartimento dell'Allier il 28 di febbraio, 4, 2 e 6 di marzo 1857.

Visto il titolo III degli statuti del secondo Sinodo della diocesi di Moulins: De iudiciis de non appellando ad saecularem potestatemi quali statuti sono stampati a Moulins da Desrosiers e figlio, tipografi del Vescovado, nell’anno 1855.

Viste le costituzioni capitolari della chiesa cattedrale di Moulins, stampate nella raccolta sopra detta.

Visto VOrdo divini officiipubblicato, o stampato, nel 1856, dagli stessi tipografi, contenente la presente composizione di detto Capitolo.

Vista la lettera in data 3 di marzo ultimo, per cui il nostro ministro segretario di Stato dell’istruzione pubblica e dei culti dà avviso al Vescovo del ricorso precitato.

Vista la lettera di risposta del Vescovo al nostro ministro in data dell’8 dello stesso mese.

Vista la dichiarazione del 19 di marzo 1682 e il decreto del 25 di febbraio 1810.

Visto Kart. 10 della convenzione del 26 di messidoro anno 9.

Vista la legge del 18 di germinale anno 40, e specialmente gli articoli 1, 6, 19, 30, 31 e 35 di detta legge.

Visto il decreto del 28 di febbraio 1810.

Sul primo capo:

Considerando che coll’imporre a parecchi parrochi, prima della loro installazione, una rinunzia scritta e sottoscritta a ricorrere all’autorità civile nei caso in cui giudicherebbe a proposito di destituirli per cause gravi e canoniche, il Vescovo di Moulins commise un eccesso di potere, una contravvenzione alle leggi dello Stato, e un attentato alle libertà, franchigie e costumi della Chiesa gallicana.

Sul secondo capo:

Considerando che il ricorso all’autorità civile è stabilito per gli ecclesiastici come per tutti gli altri cittadini, nell’interesse della giustizia, della protezione e dell’ordine pubblico, che deve essere esercitato liberamente e in tutta sicurezza di coscienza;

Che quindi l’interdizione del ricorsosi potere secolare per fatti che sarebbero di sua competenza sotto pena di scomunica ipso factoe senza previa intima mone, costituisce parimente l’eccesso di potere, la contravvenzione alle leggi dell’impero, e l’attentato contro le libertà, franchigie e costumi della Chiesa gallicana.

Sul terzo capo:

Considerando che, modificando senza l’autorizzazione del governo la Costituzione del Capitolo della chiesa cattedrale di Moulins tale quale era stata stabilita dagli statuti approvati per ordinanza reale del 29 d’ottobre 1823, il Vescovo di Moulins ha ecceduto i suoi poteri, e contravvenuto all’art. 35 della legge del 18 germinale anno 10;

Inteso il nostro Consiglio di Stato, abbiamo decretato e decretiamo quanto segue:

Art. I Vi ha abuso: 1° Nelle rinunzie imposte dal Vescovo di Moulins a parecchi parrochi della sua diocesi; 2° Nell’interdizione d’ogni ricorso al potere secolare sotto pena di scomunica ipso facto esenza previa intimazione pronunziata contro tutti coloro che invocassero la protezione dell’autorità civile per fatto di sua competenza; 3° Nella costituzione del Capitole della chiesa cattedrale di Moulins fatta in contravvenzione all’art. 35 della legge del 18 germinale, anno 10, ed all’ordinanza reale del 29 di ottobre 4823. I quali atti dichiarati abusivi sono e restano soppressi.

Art. 2 U nostro ministro segretario di Stato dell’istruzione pubblica e dei culti è incaricato dell’esecuzione del presente decreto che sarà inserito nel Ballettino delle leggi.

Fatto nel palazzo delle Tuilerie il 6 d’aprile 1857.

NAPOLEONE.

Per l’Imperatore

Ilministro segretario di Stato

per l’istruzione pubblica e dei culti

ROULÀND.

GLI ARTICOLI ORGANICI

L’affare del Vescovo di Moulins richiama naturalmente l’attenzione sugli Articoli organicidel Concordato conchiuso da Napoleone I con Pio VII, di gloriosa memoria. Crediamo non inopportuno il pubblicare un brano di lettera, scritta intorno a questi articoli da Monsignor Sibour, quando era Vescovo di Digne, a Mons. Affre, Arcivescovo di Parigi, inserita nelle Institutions diocésainesdel primo, e nella prefazione degli Actes da Concile de Paristenuto sotto il secondo. Tutti sanno che i due Arcivescovi (a torto o a ragione) sono riguardati come fautori del gallicanismo. Ecco il brano della lettera:

La ragione, anche senza diplomazia, dice che le appendici di un trattato sono della stessa natura del trattato medesimo, e che gli articoli pubblici o secreti che si aggiungono ad una convenzione, devono necessariamente essere regolati di concerto da tutte le Potenze contraenti.

Questi principii possono essere violati, ma non contestati. E lo stesso governo consolare li proclamò alto per bocca dei suoi oratori quando venne a sottomettere alla sanzione del Corpo legislativo il trattato solenne poco prima conchiuso col capo della religione cattolica. Si presentò come il riparatore dei falli dell’Assemblea costituente. I suoi oratori stabilirono la necessità, in cui era di trattare per questo col Papa. «Avventurata Francia, esclamava Luciano parlando del Concordato. (Discours m Corps législatif). Se quest'opera avesse potuto terminarsi nel 17891 chi può calcolare il numero delle vittime che avrebbe risparmiato? La Costituente, diceva Siméon {Discours au Tribunal)nella stessa occasione, non fece che un fallo, e la convenzione di cui trattiamo, viene a ripararlo; il fallo fu di non conciliarsi col capo della religione».

In forza di questi principii il Concordato e gli articoli organici furono presentati come una sola e stessa convenzione. «Il governo francese, diceva Portalis al Corpo legislativo il 15 germinale, trattò col capo, non come sovrano stranieroma come capo della Chiesa universale, di cui i cattolici di Francia fanno parte; stabilì con questo capo il reggime sotto cui i cattolici continueranno a professare il loro culto in Francia. Tal è l’oggetto della convenzione tra il governo e Pio VII, e degli articoli organicidi questa convenzione».

Tutte queste operazioni non potevano essere materia di legge. «La legge è definita dalla Costituzione un atto di volontà generale. Questo carattere non potrebbe convenire ad istituzioni che sono necessariamente particolari a coloro che le abbracciano per convinzione e per coscienza. La convenzione col Papa e gli articoli organici di questa convenzione partecipano della natura dei trattati diplomatici, cioè della natura di un contratto».

Non si può dunque qui mettere innanzi alcun dubbio: non solamente il Concordato e gli articoli organici devono essere per se stessi una grande convenzione partecipanti alla natura dei trattati diplomatici,ma ancora furono presentati come tali dal governo consolare, e come tali furono ammessi dal Corpo legislativo. Quest’assemblea, dopo aver inteso Luciano Bonaparte e Jaucourt, che vennero a manifestarle i motivi del voto dato dal tribunato in favore di questi grandi e salutari provvedimenti, le sancì col suo voto il 18 germinale, anno X, ad immensa maggioranza (228 voti contro 21). Da quel punto il Concordato, e tutto ciò che ne faceva parte, divenne legge dello Stato; ma solamente, si noti bene, come convenzione.

Nella stessa qualità furono tutti questi atti presentati alla nazione nella bella proclamazione pubblicata in quest'occasione il 27 germinale dal primo console, e che aveva per ¡scopo di promulgarli nel modo più solenne. «Il Capo della Chiesa, dice Bonaparte, ha pesato nella sua saviezza e nell’interesse della Chiesa le proposte che l’interesse dello Stato avea suggerito. La sua voce si fece sentire ai pastori; a ciò che egli approva,il governo ha acconsentito,ed i legislatori ne hanno fatto una legge della Repubblica».

I principii ed i fatti che abbiamo esposto, non potrebbero essere contestati. I principii sono elementari, ed i fatti sono fondati sopra documenti autentici, inseriti nel Moniteurove è facile di verificarne l’esattezza. Il Concordato e gli articoli organici dovevano essere un trattato, una vera convenzione, e furono presentati come tali dal governo all’esame del tribunato, alla sanzione del Corpo legislativo e quin li alla nazione.

Ma se i principii ed i fatti, di cui abbiamo parlato, sono del pari certi, non crediamo neppure che si possano contestare i principii ed i fatti che siamo per esporre.

Un trattato sancito ed eretto in legge non può avere una vera forza legale, se non in quanto è un vero trattato. Tutto ciò che può viziare il trattato e renderlo nullo vizierà nello stesso tempo la legge, di modo che non vi sarà legge, se non havvi trattato. Ciò è evidente, Ora, esaminando gli atti di cui trattiamo, cioè il Concordato e gli articoli organici, noi riconosciamo bene nel Concordato una vera convenzione, le cui clausole e condizioni furono regolate, e regolarmente scambiate tra le parti. Ma ci è impossibile di riconoscere questo stesso carattere negli articoli organici.

Gli articoli organici che dovevano far parte del trattato, i quali furono presentati come ne facessero parte, non ebbero nulla di ciò che può costituire una vera convenzione. Furono stesi dal governo solo all’insaputa del Sommo Pontefice. L’essenza del contratto che sta nella concorrenza e nell’accordo delle due parti, accordo senza cui non vi può essere obbligazione mutua, non si trova in modo alcuno negli articoli organici. Il governo mancò di sincerità presentandoli alle assemblee legislative di quel tempo come convenuti col Sommo Pontefice, presentandogli questi articoli come una legge. Non avevano il carattere né di un trattato, né di una convenzione, giacche emanavano dal governo solo; non erano nemmeno una vera legge, perché il Corpo legislativo non li aveva votati come tali, ma solamente come annessi di un trattato.

È questo, se non m’inganno, un vizio radicale per gli articoli organici. Non sono in realtà né un trattato, né una legge; non possiamo considerarli che come un regolamento di polizia che s’introdusse furtivamente, sotto il mantello di una convenzione memorabile, nel santuario del Corpo legislativo, e che quindi sotto la protezione d’un titolo colorato, ma usurpato, trovò luogo nel bollettino delle leggi.

Si sa che il Sommo Pontefice richiamò subito contro questa pretesa legge. Il dolore che risentì degli articoli organici, e, senza dubbio, anche della mancanza di buona fede che il governo aveva mostrato in questa circostanza, amareggiò la gioia che dovea recargli il Concordato. Il ministro di Francia a Roma rende conto al signor Portalis dei dolorosi sentimenti del Pontefice. La sua lettera è notevole; e per quanto ne sieno misurate le parole per non eccitare alcuna irritazione, e preparare tra Parigi e Roma un accordo divenuto necessario, non mostrano meno per ciò nell’anima candida di Pio VII un’amara tristezza e molta confidenza ingannata. «Mi parlò degli articoli organici, dice il sig. Cacaull (Dispaccio del 12 di maggio — Storia del Papa Pio VII,del cav, Artaud, t. I, cap. XX); egli è dolentissimo che la pubblicazione dei medesimi coincidendo con quella del Concordato fece credere al pubblico che Roma aveva cooperato a quest’altro lavoro. Ora li esamina. Egli desidera ardentemente, come mi disse ripetutamente, che questi articoli non sieno opposti alle leggi della Chiesa Cattolica. Ciò che, come dissi, dispiacque al Papa, non permiso la gioia che da per tutto deve produrre il felice compimento del Concordato. Il papa non fece cantare in quest'occasione ilTe Deum in S. Pietro. Bisogna che prima abbia potuto regolarizzare, secondo le formalità di questo paese, ciò che avete fatto».

Il richiamo del Sommo Pontefice non era propriamente necessario per annullare gli articoli organici, perché bastava per ciò che non vi acconsentisse. Ma questo richiamo era la più manifesta prova di questo difetto di consenso; e senza di esso, ingannato dall’apparenza, altri avrebbe potuto credere che eravi consenso tacito per parte sua. Adunque una protesta solenne venne fatta da Pio VII nel concistoro del 24 di maggio 1802. Il Pontefice annunziava ai Cardinali che aveva chiesto il cangiamento o la modificazione di questi articoli,, come essendo stati fatti senza sua partecipazione,ed essendo opposti alla disciplina della Chiesa. Il Cardinal Consalvi notificò al nostro ministro in Roma questa protesta; vi fu inoltre un dispaccio ufficiale spedito a questo proposito dal Cardinale Caprara, Legato della S. Sede, al sig. de Talleyrand, ministro degli affari esteri. Tutti questi richiami hanno per ¡scopo di far conoscere gliarticoli organici come contenenti varie disposizioni contrarie alla disciplina della Chiesa, ma specialmente come fatti senza il concorso del Sommo Pontefice nonostante il diritto e le apparenze. Giova citare il principio del dispaccio del Cardinal Caprara. Il legato così diceva (Parigi, 18 d’agosto 1803); «Monsignore, sono incaricato di richiamare contro la parte della legge del 18 germinale, che venne designata col nome di Articoli organici. La qualifica data a questi articoli sembrerebbe a prima vista far supporre, che essi non sono che la conseguenza naturale e la spiegazione del Concordato religioso: tuttavia è un fatto, che non furono fatti di concerto colla S. Sede, che hanno un’estensione più grande che il Concordato, e che stabiliscono in Francia un Codice ecclesiastico senza il concorso della S. Sede. Come mai Sua Santità potrebbe ammetterlo, non essendo stata da prima invitata ad esaminarlo?».

Questo codice ha per oggetto la dottrina, i costumi, la disciplina del doro, i diritti, ed i doveri dei Vescovi, quelli dei ministri inferiori, le loro reteziom colla S. Sede, e la maniera di esercitare la loro giurisdizione. Ora tutto ciò spetta a' dritti imprescrittibili della Chiesa; essa ha ricevuto da Dio solo l’autorità di decidere le questioni della dottrina sulla fede e sulla regola dei costumi, e fare canoni e regole di disciplina». (Arrêtésdu Conseil du16 mars, et du 31 juillet…..)

I pubblicisti (Journal des Débatsdel 22 di marzo) che vollero difendere gli articoli organici, dissero che in questa protesta ufficiale che abbiamo citato, e dove la S. Sede si lagna di molte disposizioni della legge organica, non dice nulla di preciso sull'art. 4°; tanto lo considerava, sembra, come fondato in diritto. Ma è facile il rispondere che la protesta del Sommo Pontefice è generale, ed abbraccia tutti gli articoli, la qual cosa provasi dalle parole stesse della protesta, ed inoltre dal motivo principale su cui si fonda.

Gli stessi pubblicisti aggiungono finalmente che le proteste del Papa noti possono per nulla intaccare una legge dello Stato. Questo è vero, se si paria d’una legge vera, d’una legge propriamente detta; ma noi abbiamo veduto che gli articoli organici non sono una legge, ma l'annesso d’un trattato fatto col Papa, e convertito in legge. Ora, in questo caso, il richiamo del Papa invalida il trattato, perché esso prova il difetto di consenso, ed èevidente che tutto ciò che invalida il trattato, invalida la legge.

Del resto, questa legge organica, di cui abbiamo dimostrato il vizio radicale, e che ciononostante si vuole noi rispettiamo fino al segno di non chiederne la revisione, il potere stesso non l ha rispettata. Né lasciò cadere in dissuetudine molte disposizioni. Altre ne modificò, ora per decreto (il decreto del 28 di febbraio 1810 modificò l’articolo 1° per ciò che riguarda i Brevi dette Penitenzieria, che non avranno più bisogno d’autorizzazione per essere eseguiti; l’art. 2° relativo alle ordinazioni, che quindi in poi i Vescovi potranno fare secondo I canoni, e l’art. 36, relativo alte giurisdizione che la legge organica dava a Vicarii generali del Vescovo morto, e che il decreto riconosce appartenere al capitoli), ora per ordinanze (l’erezione di Cambrai in Arcivescovato), qualche volta anche per semplice disposizione (arrêté),come l’articolo 43 sull'aiuto ecclesiastico, modificato per un arrêtédell’8 di gennaio 1808. Puossi in generale considerare come) vera ¡legge quella che ha bisogno d’un’altra legge per essere modificata, quella di cui si prende, si lascia ad arbitrio ciò che si vuole, e che muore, e risuscita a volontà secondo i tempi e gli uomini? Ci sembra che no; ed ecco perché quest’ultima ragione, unita colle precedenti, ci Ih pensare che sarebbe possibile di contestare in fatto come in diritto ilvalore legale degli articoli organici.


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IL GOVERNO FRANCESE E IL VESCOVO DI MOULINS

(Dall'Armonia, n. 83,11 aprile 1857)

Abbiamo riferito il testo del Decreto dell’Imperatore Napoleone III sotto la data del 6 di aprile, il quale dichiara contro il Vescovo di Moulins che vi ha abuan: I(a)nelle rinunzie che egli impose a parecchi parrochi della sua diocesi; 2«nell’interdizione d’ogni ricorso al potere secolare sotto pena di scomunica ipso facto;3(a)nella Costituzione del Capitolo della Chiesa Cattedrale di Moulins. In quest’articolo diremo chiaramente e liberamente la nostra opinione. Il Decreto francese ci pare ridicoloin supremo grado, inutileaffatto allo scopo cui mira, dannosoassai al suo autore, e pieno di fatali conseguenze.

Questo decreto è ridicolo,perché converte il governo in sagrestano. Che cosa ha questo da vedere coi Vescovi? Che cosa ha da fare coi preti? Nelle coso di religione, nulla. Dai Vescovi e dai preti dee udire la parola di Dio, e le minaccio contro coloro che mettono la mano profana sull’arca santa. Nell’ordine religioso l’Imperatore scomparisce, e non resta più che il cattolico. Se alcuna autorità rimane ancora ai Re della terra in faccia alla Chiesa nelle cose d’ordine spirituale, ri è perché essi l’interpongano in suo vantaggio, si è perché chinandosi altezze superbe al disonor del Golgota, rendano più bello il trionfo della fede.

Il Moniteurstesso ha sentito questo vero, quando annunziò che te Santa Sode era stata avvertita dello stato delle cose. Dunque la questione suscitata a danno del Vescovo di Moulins non era affare civile, ma cosa che risguardava la Santa Sede, altrimenti non ne l’avreste avvertita. Ma che razza di procedere è codesto, mandar l’avviso al Papa, e mettersi al suo posto, e decidere per lui da Sovrano Pontefice?

Di molte costumanze del medio evo nei ridiamo oggidì, e ci hanno dell’incredibile. Ma tempo verrà in cui si riderà con molta maggior ragione d’un governo, che piglia in mano il calendario d’una diocesi, e lo pone per considerandoa un suo decreto tutto relativo a capitoli di canonici, a scomuniche, a esse di chiesa.

Finalmente è ridicolo il decreto del governo francese, perché viene dopo l’articolo del Moniteur. Esso parla della relazione della sezione legislativa, giustizia, ed affari esteri; del ricorso del Consiglio di Stato; mette dieci visto, quattro considerando,due articoli, ed un inteso,tutte chiacchiere inutili. Il Moniteurdel 27 di marzo era stato più franco e più sincero, e senza visti, senza considerazioni, aveva già condannato il Vescovo di Moulins per una condotta imprudente,per aver compromesso gli interessi dell’ordine pubblico e della religione. Dopo l’articolo del 27 di marzo, il decreto del 6 di aprile era necessario, e appunto perché necessario è ridicolo.

Inoltre è inutile. Il governo francese non fa come il governo piemontese. Quest’ultimo dichiara che gli Arcivescovi di Torino e di Cagliari hanno abusato del loro potere, e li caccia in cittadella, poi in esilio, spogliandoli dei loro beni fino all’ultimo centesimo. Almeno la rivoluzione ci fa un guadagno reale; il fisco s’ingrassa, e i fedeli restano senza pastore. Per l’opposto Napoleone decreta contro Monsignor Dreux-Brezé che vi è abuso,ma egli rimane Vescovo di Moulins, e tutto ciò che era dapprima.

Quali adunque possono essere gli effetti del decreto? Questo annunzia che i fedeli e gli ecclesiastici possono ricorrere dal potere spirituale al civile in tutta sicurezza di coscienza. Ma chi vorrà prendere un governo per direttore dell’anima propria? Chi vorrà modellare sui suoi decreti la propria coscienza in cose che si attengono all’ordine spirituale? Napoleone il grande, nel colmo della sua gloria e del suo potere, lagnavasi di non aver potuto raggiungere l’impero delle coscienze, e questo impero, che è sfuggito allo zio, non sarà per fermo patrimonio del nipote!

I buoni preti della diocesi di Moulins vedranno da una parte il titolo III del secondo Sinodo, il quale dichiara de non appellando ad saecularem potestatem, e dall’altra il decreto fatto nel palazzo delle Tuilerie il6 d'aprile1857, il quale dice che il ricorso all’autorità civile deve essere esercitato liberamente e intuita sicurezza di coscienza;e crederanno più al Sinodo che al decreto. Che se dessero la preferenza a questo su quello, né i Francesi, né Napoleone medesimo in cuor loro li stimerebbero buoni preti.

Altrettanto dicasi degli altri punti, in cui fu dichiarato l'abuso. Può ben decretare il governo che questi atti dichiarati abusivi sono e resteranno soppressi; ma il Vescovo uvea autorità di stabilire, il governo non ha quella di sopprimere. Quegli atti resteranno in tutto il loro vigore fino a che il Papa non li riprovi.

Il governo di Luigi Filippo il 9 di marzo del 1845 dichiarava abusiva la condanna fulminata dal Card, di Bonald contro il Manuel de droit ecclésiastique del sig. Dupin. E che perciò? La dichiarazione d’abuso salvò forse quei Manualedal disprezzo universale? 0 qualche cattolico fu mai sì soro da credere sulla natura di quelle dottrine piuttosto a Luigi Filippo che all’Arcivescovo di Lione? Il Manualedel Dupin è all’indice, riprovato da tutto il mondo; il Cardinale di Bonald è nella sua diocesi; e Luigi Filippo, e il Re dei Francesi, e il figlio delle gloriosegiornate di luglio, sapreste dirci dov’è?

Gli assalti dei governi contro la Chiesa non fanno gran danno a questa, ma sono fatali ai governi medesimi. Napoleone III ha citato nei suoi dieci visto anche la dichiarazione del 4682. Quella dichiarazione salutava Luigi XIV, come il Divus Caesar, imperator et Pontifex. Ma finché i Borboni si tennero paghi di imperarein Francia, vi furono venerati; quando poi vollero pontificare,la loro stirpe scomparve dalla Francia, e quasi dal mondo.

«L’importanza politica, scrisse Louis Blanc, della dichiarazione del 1682 era immensa. Elevando i Re sopra ogni giurisdizione ecclesiastica, togliendo ai popoli la guarentigia che loro prometteva il diritto accordato (sic)al sovrano Pontefice di sorvegliare i signori temporali della terra, questa dichiarazione parca dovesse collocare i monarchi in una regione inaccessibile alle tempeste. Luigi XIV s’ingannò, e in ciò il suo errore fa altamente compassione». (Hist. de la rivol, française,p. 252).

«Cosa degna di memoria! esclama Monsignor Gaume: nel processo di Luigi XVI tutta l’argomentazione regicida di Robespierre è fondata sul primo articolo della dichiarazione del 1682. Rigettando questi, come Bossuet, la supremazia sociale del papato, e d’altra parte negando con ragione l’esistenza d’un potere irresponsabile, ne conchiude logicamente che la nazione ha il diritto di giudicare e condannare Luigi XVI». {La révolution,vol. VI, pag. 284).

La dichiarazione del 1682 surrogava al controllo dell'intelligenza il controllo della forza. Non vi hanno nel mondo che tre supremazie possibili; e che che si faccia, conviene eleggere tra la supremazia dei Papi, o la supremazia dei Re, o la supremazia del popolo.

Voi rigettate la supremazia dei Papi, che per un millennio preservò il mondo dalla tirannia, e non la consacrò giammai: ebbene voi avrete ola supremazia dei Re, che nell'antichità si chiamano alla lor volta Tiberio, Nerone, Caligola, Eliogabalo; e ne’ tempi moderni Enrico VIII, Elisabetta, Ivan, Nicolò; o la supremazia del popolo, che sarà la Convenzione, il Terrore, il socialismo. Invece delle decisioni del Vaticano, come ultima ragione del diritto, avrete la teologia dell’assolutismo e dell’insurrezione; in luogo delle scomuniche oltramontane, soffrirete successivamente, e talora tutto in una volta, i cannoni dei Re, le barricate del popolo ed il pugnale degli assassini.

Noi scriviamo il decreto del 6 di aprile tra gli errori dell’imperatore di Napoleone III e lo scriviamo in quella lista, dove è già registrata la lettera ad Edgardo Nev, e la questione italiana suscitata dal conte di Walewski nel Congresso di Parigi. Il governo francese cercò di correggere gli ultimi due errori, lasciando al Papa piena libertà politica, e ricevendo docilmente il dispaccierei conte di Rayneval. Ma saprà o potrà correggere l’errore commesso nella condanna del Vescovo di Moulins? Sappia l’Imperatore che simili atti sono carezze ai suoi nemici, e colpi di stile contro coloro che già ne benedissero il nome e e imprese.


L’ADULAZIONE AI PRINCIPI E L'INDIPENDENZA DEL CLERO

(Dall’Armonia, del 1857, pag. 200)

Ci giunge un dotto periodico francese, la Revue de Bretagne et de Vendée,e vi troviamo un prezioso articolo, in cui si mette a confronto l’adulazione, che i sommi scrittori del secolo sogliono fare a Principi, e la coraggiosa schiettezza, con cui il clero fa sentire a' Principi le verità più pungenti senza mai mancare a quel rispetto, che Dio esige da' sudditi verso i Principi anche discoli. Benché l’argomento preso a trattare dal citato periodico sia amplissimo, offrendocene materia abbondante la storia di tutti i popoli cattolici, tuttavia fautore volle restringersi al solo secolo XVII in Francia, intitolando l’articolo: Les hardiesses de la chaire au XVII siècle. E siccome le gazzette libertine sogliono calunniare il clero, massime de' paesi retti a Monarchia, d’essere ligio al potere e di adulare a' Principi, quell’articolo è molto opportuno per Francia; e per il nostro paese basterà dame un cenno più in modo storico che polemico.

Tutti conoscono quella sentenza: lo Stato sono io, posta in bocca di Luigi XIV, L’abbia egli detta o no, il fatto è, che prima di lui la dissero, la ripeterono, la cantarono storici, poeti, comici, insomma gli scrittori più insigni di quell’epoca. E quindi se non l’avesse detta, avrebbe avuto il buon senso di contraddire all’opinione pubblicadel suo secolo.

Sentiamo Boileau, che voltosi a Luigi, grida: Ma muse tout en feu

Ne regarde, e n'entend, ne connait plus que toi.

…… Toujours sous ton règne il faut se récrier,

Toujours, les yeux au ciel, il faut remercier ((116)).

E non trovando lodi che rispondessero al fuoco della sua Musa,mette il suo eroe nel novero degli Dei:

Et qui seul, sans ministres, à l'exemple des Dieux,

Soutiens toi par toi-même, et vois tout par tes yeux ((117)).

Ma Moliere in prosa ed in versi indica il suo padrone; questi è la sorgente del potere e dell’autorità, il giusto dispensatore degli ordini assoluti, il supremo giudice, ed il padrone di tutte le cosci ((118)). E volto al padrone di tutte le cose, gli diceva: «I re illuminati come voi non abbisognano che venga loro indicato ciò che altri desidera, vedono come Diociò che ci è necessario, e sanno meglio di noi ciò che devono accordarci» ((119)). Quindi la volontà del re è la legge suprema:

Quand il faut le servir j'ai du cœur pour le faire,

Mais je ne m'en sens point quand il faut lui déplaire,

Je me fais de son ordre une suprême loi ((120)).

Il grande Corneille paragonava Luigi XIV al sole:

Unique dans le monde et qui suffit à tous ((121)).

Tutti i mali della guerra, i fiumi di sangue sparso, l’onta stessa dei nemici che fuggono, sono riparati da un’occhiata di Luigi:

Tu les vois: c'est leur joie el leur gloire et leur prix ((122)).

Condé è ferito, e Corneille grida con enfasi:

Trois gouttes d'un tel sang valent tout l'univers ((123)).

Ed il buonLa Fontaine dice a Mad. de Montespan:

Je ne veux bâtir de temple que pour vous ((124)).

Ed il filosofo La Bruyère, dopo aver fatto uno [sterminato panegirico di Luigi XIV, ed un quadro delle più ammirabili virtù del Sovrano,termina dicendo: È vero che è cosa rara il vederle riunite in un solo soggetto... ed un monarca che tutte le riunisce nella sua persona, è ben degno del nome di grande ((125)).

A questo concerto di smaccate e schifose adulazioni a Luigi XIV dei ’sommi ingegni del grande secolo d’oro della Francia contrapponiamo la voce del clero che gli fa sentire la verità; il clero di que’ tempi non si potrà certamente accusare di ribellione al monarca. La famosa dichiarazione del 1682 basta per rimuovere (fin troppo) la menoma ombra di siffatta accusa. Tuttavia sentiamo Fautore stesso di quella sciagurata dichiarazione, colui che più degli altri forse venne accagionato di molle accondiscendenza, e di adulazione al gran monarca, diciamo Benigno Bossuet.

Lasciando da parte i molti luoghi che potremmo citare, ci contenteremo A due o tre più chiari e decisivi. Quando Corneille diceva che una sola occhiatadi Luigi bastava a convertire tutti i mali del paese in gioia,ecco come il Bossuet paria al medesimo sovrano: «Nelle provincie..., in questa città stessa, in mezzo a tanti piaceri, a tanti eccessi, un’infinitàdi famiglie muoiono di farne edi disperazione!Verità costante, pubblica, certa! oh calamità dei giorni nostri 1 che gioia possiamo ancora avere!… Né mi state ora a chiedere fin dove giunga (’obbligazione di assistere ai poveri! La fame troncò il dubbio! la disperazione terminò la questione. Noi siamo a tale ridotti, che chiunque non aiuta il prossimo secondo potere, è reo della sua morte! Sire, quest’ètutto ciò che un suddito può dire a vostra Maestà il resto bisogna dirlo a Dio ((126)).

Altra volta esponendo i pubblici gravami supplica il Re a risparmiare la miseria,e soggiunge: «Sire, voi conoscete i bisogni dei vostri popoli, il peso eccedente le sue forze; qualche cosa si agita per Vostra Maestà d’illustre, e di grande, che passa il destino dei vostri predecessori; siate fedele a Dio, e non ponete ostacolo, coi vostri peccati,alle cose che si stanno preparando» ((127)). Altro che l'occhiatadi Corneille per cangiare i mali del popolo in gioia!

I piaggiatori posero nel novero degli Dei Luigi. Anche Bossuet lo ascrive al novero degli Dei, udito: «ODei di carne e di sangue! 0 Dei di terra e di polvere, voi morirete come uomini!… I principi, i grandi, dovrebbero farsi gli Dei degli uomini, procurando il loro bene a tutt’uomo; ma dove troveremo noi uomini siffatti sulla terra? Noi vediamo bene che non manca ostentazione, non mancano baldacchini, non mancano loggie, non mancano segni di grandezza, ma coloro che si ornano di tanto splendore, non son Dei, non sono immagini vive della potenza di Dio, sono idoli muti,che non parlano per il bene degli uomini. La terra è desolata.! poveri gemono, gl’innocenti sono oppressi; l’idolo è là che annasa (’incenso, che riceve le adorazioni, che vede cadere le vittime a' suoi piedi, e non ¡stende le braccia per far il bene!»((128)) Queste parole erano dette in presenza di Luigi XIV. Certo che esse non erano un rimprovero personale al Re; perché comprendevano tutti coloro che avevano potenza e ricchezza. Ma il Re vi era compreso, e niuno negherà che l’invettiva era pungente e vibrata.

Ed al monarca così geloso della sua (corona rotondat Bossuet osava dire in faccia: «Arbitro dell’universo e superiore alla fortuna stessa, se la fortuna fosse qualche cosa….. Chi tutto può non può abbastanza,chi tutto può, d’ordinario volge la sua potenza contro se stesso; e quando il mondo ci accorda tutto, pur troppo è difficile il negarsi qualche cosa» ((129)). Terminiamo queste citazioni che non finirebbero così presto, colla seguente:

«Pensiero terribile di nulla vedere sopra del suo capo! Qui è dove la cupidigia va ogni giorno assottigliandosi, e reinvitandosi, per così dire, al giuoco. Quindi nascono vizii sconosciuti, mostri di avarizia, raffinamenti di voluttà, delicatezza di orgoglio che non hanno nome. E chi li 'produce, o cristiani? La grande potenza feconda in delitti, la licenza madre di tutti gli eccessi ((130)).

Queste cose diceva il Bossuet in faccia a Luigi XIV 'quando tutti sapevano quali fossero le relazioni del Re colla La Vallière!

Non faremo più che ricordare ciò che avvenne a Monsignore Affre con Luigi Filippo. L’arcivescovo in un complimento di capo d’anno aveva pittato una parola timida e circospetta sulla libertà ¿'insegnamento. Le sue parole furono tolte dal complimento nella stampa del Moniteur;e negli anni seguenti Monsignor Affre non potè più parlare! Luigi XIV era Monarca assoluto e Luigi Filippo era Re costituzionale!! Verbum non ampliusaddam.


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TESTAMENTO DI PISACANE

(Dall’Armonia, del 1857, pag. 684)

Il Journal des Débatspubblica il testamento del Pisacane, che dice aver ricevuto da Londra. Da questo documento si vede di che fatta eroe fosse quel fanatico strumento dell’ambizione mazziniana. Si conosce altresì quale sia il giudizio che gli italianissimi fanno di Osa Savoia e del reggime costituzionale in Piemonte: essi abbominano l’una e l’altro, come abbominano l’Austria ed il suo governo; e tutte le lodi che prodigano al Piemonte non sono che perfide ipocrisie per avere dal paese asilo, pane, ed aiuto per loro congiure. Ecco dunque le parole del Pisacane:

«In procinto di lanciarmi in nna temeraria impresa, voglio far note al paese le mie opinioni per combattere il volgo, sempre disposto ad applaudire i vincitori ed a maledire i vinti.

«I miei principi! politici sono abbastanza conosciuti; io credo nel socialismo, ma nel socialismo differente dai sistemi francesi, che tutti, più o meno, sono fondati sull’idea monarchica e dispotica che prevale nella nazione: è l’avvenire inevitabile e prossimo dell’Italia, e forse di tutta Europa. Il socialismo di cui io parlo può riassumersi con queste due parole, libertàed associazione. Questa opinione io l’ho sviluppata nei due volumi che ho composto, che sono il frutto di quasi sei anni di studi, ed a cui, colpa del tempo, non ho potuto dare l’ultima mano, sia per lo stile, sia per la dizione. Se qualcuno dei miei amici volesse supplirmi, e pubblicare questi due volumi, glie ne sarei molto riconoscente,

«Ho la convinzione che le strade ferrate, i telegrafi elettrici, le macchine, i miglioramenti dell'industria, tutto ciò infine che tende a sviluppare e facilitare il commercio, è destinato, secondo una legge fatale, a render povere le masse, finché non si operi la ripartizione dei profitti, per mezzo della concorrenza. Tutti siffatti mezzi aumentano i prodotti, ma essi li accumulano in poche mani, per cui tutto il vantato progresso non si riduce che alla decadenza. Se si considerano questi pretesi miglioramenti come un progresso, sarà in questo senso che, coll’aumentare della miseria del popolo, essi lo spingeranno infallibilmente ad una terribile rivoluzione che, mutando l’ordine sociale, metterà a disposizione di tutti ciò che ora serve all’utile solo d’alcuni. Ho la convinzione che l’Italia sarà grande per mezzo della libertà, oppure schiava; ho la convinzione che i rimedii temperati, come il reggime costituzionale del Piemonte e le progressive riforme accordate alla Lombardia, lungi dall'accelerare il risorgimento d’Italia, non possono fare che ritardarlo. Quanto a me pop mi imporrei il più piccolo sacrifizio per cambiare un ministero o per ottenere una Costituzione, neppure per cacciare gli Austriaci dalla Lombardia e riunire al regno della Sardegna questa provincia: io credo che la dominazione della Casa d’Austria e quella di Casa Savoia sieno la stessa cosa. Credo del pari che il governo costituzionale del Piemonte sia più nocevole all’Italia che non la tirannia di Ferdinando II. Credo fermamente che se il Piemonte fosse stato governato nella stessa maniera che gli altri Stati italiani, la rivoluzione d’Italia a quest’ora si Sarebbe fatta.

«Questa decisa opinione si venne formando in me per la profonda convinzione che io ho, essere una chimera la propagazione dell’idea, e un’assurdità l’istruzione del popolo. Le idee vengono dietro ai fatti, e non viceversa; e il popolo non sarà libero perch’egli sarà istrutto, ma diverrà istrutto tosto che sarà libero. L’unica cosa che possa fare un cittadino per essere utile alla sua patria, è l’aspettare che sopragiunga il tempo in cui egli potrà cooperare ad una rivoluzione materiale.

«Le cospirazioni, i complotti, i tentativi d’insurrezione, sono, a mio avviso, la serie dei fatti, attraverso ai quali l’Italia va alla sua meta (l’unità I) L’intervento delle baionette a Milano ha prodotto una propaganda ben più efficace che non mille volumi di scritti di dottrinarii, che sono la vera peste della nostra patria e di tutto il mondo.

«V’hanno taluni che dicono: la rivoluzione debb’essere fatta dal paese«Questo è incontrastabile. Ma il paese si compone di individui; e se tutti aspettassero tranquillamente il giorno della rivoluzione senza prepararla col mezzo della cospirazione, giammai la rivoluzione scoppierebbe«Se invece ognuno dicesse: la rivoluzione deve effettuarsi dal paese; e siccome io sono una parte infinitesima del paese, spetta anche a me il compiere la mia infinitesima parte di dovere, e io la compio; la rivoluzione sarebbe immediatamente compiuta e invincibile, poiché dessa sarebbe immensa. Si può dissentire intorno alla forma d’una cospirazione, circa il luogo e il momento in cui debba effettuarsi; ma il dissentire intorno al principio ò un’assurdità, un’ipocrisia; torna io stesso che nascondere in bella maniera il più basso egoismo.

«Io stimo colui che approva la cospirazione e che non prende parte alla cospirazione; ma io non posso che nutrire disprezzo per coloro che non solo non vogliono far nulla, ma si compiaciono di biasimare e maledire coloro che operano. Coi miei principii io avrei creduto di mancare al mio dovere se, vedendo la possibilità di tentare un colpo di mano sopra un punto bene scelto e in favorevoli circostanze, io non avessi impiegato tutta la mia energia nell’eseguirlo e condurlo a buon fine.

«Io non pretendo già, come alcuni oziosi per giustificare se stessi mi accusano, di essere il salvatore della mia patria. No: ma io sono però convinto che nel mezzodì d’Italia la rivoluzione morale esiste; che un impulso gagliardo può spingere le popolazioni a tentare un movimento decisivo; ed è appunto per questo che ho impiegato le mie forze per compiere una cospirazione che deve imprimere questo impulso. S’io giungo sul luogo dello sbarco, che sarà Sapri nel principato Citeriore, io credo che avrò con ciò ottenuto un grande successo personale, dovessi poi anche dopo morir sul patibolo. Da semplice individuo qual sono, sebbene sostenuto da un numero abbastanza grande di uomini, io non posso far che questo, e io lo faccio. Il resto dipende dal paese, non da me. lo non ho fuorché la mia vita da sacrificare per questo scopo, e io non esito punto a farlo.

«Sono persuaso che se l’impresa riesce, io otterrò gli applausi di tutti; se soccombo, sarò biasimato dal pubblico. Forse mi chiameranno pazzo, ambizioso, turbolento: e tutti coloro che non facendo mai nulla consumano l’intera vita nel detrarre agli altri, esamineranno minutamente l’impresa, metteranno in chiaro i miei errori, e mi accuseranno di non essere riescito per mancanza di spirito, di cuore, di energia. Sappiano tutti cotesti detrattori che io li considero non solo come affatto incapaci di fare ciò che io ho tentato, ma incapaci fin anco di concepirne l’idea.

«Rispondo poi a coloro che chiameranno impossibile l’impresa, che se prima di effettuare simile impresa si dovesse ottenere l’approvazione di tutti, sarebbe d’uopo rinunziarvi; dagli uomini non si approvano anticipatamente fuorché i disegni volgari; pazzo si chiamò colui che in America tentò il primo sperimento d’un battello a vapore, e si è dimostrato più tardi l’impossibilità di attraversare l’Atlantico con questi battelli. Pazzo era il nostro Colombo prima ch’ei discoprisse l’America, ed il volgo avrebbe trattati da pazzi e da imbecilli Annibaie e Napoleone, se essi avessero soccombuto, l’uno alla Trebbia, e l’altro a Marengo. lo non ho la presunzione di paragonar la mia impresa a quella di quei grandi uomini; però essa vi rassomiglia per una parte, giacché essa sarà oggetto dell’universale disapprovazione se mi fallisce, e dell’ammirazione di tutti, se la mi riesce. Se Napoleone prima di lasciare l’Isola d’Elba per isbarcare a Freius con cinquanta granatieri avesse domandato dei consigli, il suo concetto sarebbe stato unanimemente disapprovato. Napoleone possedeva ciò che io non posseggo, il prestigio del suo nome; ma io riannodo intorno al mio stendardo tutti gli affetti, tutte le speranze della rivoluzione italiana. Tutti i dolori e tutte le miserie dell’Italia combatteranno con me.

«Non ho che una parola: se io non riesco, sprezzo altamente il volgo ignorante che mi condannerà; se riesco, farò ben poco caso de' suoi applausi. Tutta la mia ricompensa io la troverò nel fondo della mia coscienza e nell’animo dei cari e generosi umici che mi hanno prestato il loro concorso, e che hanno diviso i miei (palpiti e le mie speranze. Che se il nostro sacrifizio non porterà alcun vantaggio all’Italia, sarà per essa almeno una gloria l'aver generato dei figli, che volonterosi s’immolarono pel suo avvenire.

«Genova, 24 di giugno 1857.

«Sottoscritto: CARLO PISACANE».

RISPETTO IN LONDRA VERSO IL PARLAMENTO

(Dall'Armoniadel 1857, pag. 685)

Un nostro amico poco tempo fa recavasi in Londra per veder quel gran mondo,come chiamano gl’Inglesi la propria capitale, e conoscere di presenza la grande civiltà e prosperità inglese tanto decantata da certi italiani. E quel nostro amico entrava in Londra convinto che colà almeno vi fosse un grandissimo rispetto pel Parlamento e per le libere istituzioni. Quando, gettati gli occhi sul primo giornale che gli capitasse tra le mani, gli vennero lette le seguenti parole, che noi vogliamo trascrivere nell’originale inglese:

«Nome for the Westminster new Bridge. — As it will lead to the Houses of Parliament, maywe respectfully suggest that it be called the Pons asinorum?»

La traduzione letterale è la seguente: «Nome pel nuovo ponte di Westminster. — Siccome questo metterà alle Camere del Parlamento, possiamo noi rispettosamente suggerire, che sia chiamato il Pons asinorum,ossia il ponte degli asini?». Il giornale che stampò questo meschinissimo frizzo, è il Punch,N 809, pag. 13, anno 1857, e non fu certamente sequestrato! La civiltà e libertà inglese permette di chiamare asinii rappresentanti del popolo!


IL TESTAMENTO DI CARLO PISACANE

AVVISO Al PROPRIETARI

(Dall’Armonian. 172, del 29 luglio 1858)

Abbiamo pubblicato per intero il Testamento politicodel colonnello Carlo Pisacane. Questo documento ci venne dal Journal des Débats, il quale dice doverne avuto copia dal suo corrispondente di Londra, lo che prova come il corrispondente e il giornale sieno in buona amicizia cogli eredi politici del defunto colonnello, circostanza, che, unita colle decorazioni dei Ss. Maurizio e Lazzaro, e con un gruzzolo di pecunia spedito brevi manu,spiega lo zelo del Journal des Débatsnel difendere il ministero piemontese.

L'Unionedel 27 di luglio, N 207, ci rende testimonianza, che il testamento di Carlo Pisacane pubblicato dal Journal des Débatsè autentico: «Questa autenticità, essa dice, noi avremmo stentato grandemente ad ammetterla, se persone, che conoscevano intrinsecamente il defunto, non solo non ce l’avessero certificato, ma anche per maggior convinzione non ci avessero mostralo un frammento dell’opera inedite di Pisacane, e di cui egli parla nel suo testamento».

Ora il Pisacane non dee considerarsi come un uomo solo, mentre le idee, che egli manifeste nell’ultimo suo programma politico, debbono di necessità dirsi comuni a tutti quanti i suoi amici. I quali non erano in pochissimo numero, se poterono combinare ad un tempo cinque grandi rivoluzioni, la rivoluzione di Parigi, quella di Spagna, la terza di Genova, la quarta e la quinte di Livorno e di Napoli.

Ciò premesso, qual è la principale idea politica che campeggia nel testamento di cui discorriamo? 11 Pisacane, avanti di parlare d’Italia, di libertà, di repubblica, vi parla di socialismo. Distingue, è vero, il socialismo italiano dal socialismo francese, ma per quanto possa essere diversa la formolo e l’esposizione della dottrina, ognun capisce che uniforme ha da riuscire la conseguenza. La conseguenza poi è questa: Una terribile rivoluzione, la quale, cangiando d'un trailo tutti gli ordinamenti sociali, volgerà a profitto di tutti quello che ora è volto a profitto di pochi. Sono parole precise del Pisacane, che vogliono essere meditate una ad una.

I demagoghi adunque cercano una rivoluzione terribile,vale a dire una rivoluzione violenta, piena di sangue e di stragi, una guerra di distruzione e di morte, l’inaugurazione del terrorenelle nostre contrade, affine di raggiungere il loro scopo. Questa frase dell’estinto colonnello serve da se sola a confermare le notizie di saccheggio meditato dai congiurati, come ci disse la Gazzetta di Genova,e i biglietti e le tavole di proscrizione che trovaronsi nella capitele della Liguria, e resistenza delle mine e dei lavori sotterranei maliziosamente negati da Urbano Battezzi.

La rivoluzione terribilenon ha da produrre puramente una mutazione di governo, e sostituire la repubblica alla monarchia, ma dee cangiare d'un tratto tutti gli ordinamenti sociali. È guerra adunque contro la società esistente, guerra contro tutte le classi de' cittadini, guerra non solo contro i Re ed i preti, ma anche contro i nobili ed i ricchi; guerra che dee distruggere la Chiesa, ed incendiare i palazzi, cacciare il Papa da Roma, il padre-famiglia dalla sua casa, il commerciante dal suo magazzino. Tutti,notate bene, tutti gli ordinamenti socialidebbono essere cangiati,e cangiati d’un trattoper un colpo di mano, che non può essere che un incendio, una mina, o qualche altro argomento di distruzione. Non piace più la società ordinata, come fu per tanti secoli, e si vuole radicalmenteschiantare, salvo poi a ricostituirla di nuovo.

Il termine della ricostituzione è volgere a profitto di tutti ciò che ora è volto a profitto di pochi. Intendete queste parole, o proprietarii? Sono tutte dirette a voi, perché voi, e voi soli siete ancora da riformare in Piemonte. Voi possedete di belle case, preziose mobiglie, care argenterie; avete danari, avete campagne, avete servi. Tutto questo è codinismo,è un vizioso ordinamento sociale, che vuol essere mutato d'un tratto. Vi hanno persone che non posseggono, operai che lavorano, proletari! che vivono alla giornata. Ebbene i demagoghi vogliono arricchirli a vostre spese, togliere il fatto vostro, e dividerselo, procedere ad un pigliar ripartopop più de' beni ecclesiastici, ma della corona dei Redella tiara del Papa, del palazzo del nobile, delle ricchezze del dovizioso. Questo è il programma della rivoluzione: qui sta l'Italiache si vuol fare!

Proprietarii, eccovi dunque avvertiti. Non siamo noi che vi spaventiamo per sistema; è Carlo Pisacane, che vi ha voluto dire la sua ultima volontà, e compensare con questa ingenua confessione il gran male che stava meditando. L'Italia, la libertà, il progresso, sono una ciancia. La guerra è contro il mio ed il teo, contro le disuguaglianze sociali, che lasciano nel mondo ricchi e poveri, padroni e servi, sudditi e Re. Si mira ad un totale cambiamento, cioè alla distruzione dei Re, dei ricchi, e dei padroni.

E disinganniamoci! Qualunque idea rivoluzionaria riesce a (pesta conclusione; moderati e democratici vi d conducono a poco a poco, vuoi per malizia, vuoi per accecamento. Ben vedete che in Piemonte noi facciamo cammino verso questo punto. Distrutta la religione, viene di necessità il comunismo. E la religione chi la distrugge? Combattuta la proprietà collettiva, è facile combattere la proprietà individuale. E la proprietà collettiva chi la combatte? Spogliato, per esempio, il seminario di Torino, colla stessa logica si può spogliare un palazzo. Applicato il diritto di vacanza ad un corpo morale, che cosa impedisce di applicarlo ad una famiglia? Come nacque in Francia il socialismo? Non invocò e non invoca tuttora i principii del 1789?

Proprietarii all’erta! La volta dei clericali ornai è passata, ed essi hanno dovuto bere fino all’ultima feccia il calice loro apprestato dai moderati. Adesso sta per giungere il vostro dì. Ai moderati sottentreranno uomini egualmente tristi, ma più schietti, più arditi, più logici. Essi muoveranno direttamente contro di voi; e diranno: perché possedete voi soli? Perché voi soli sfruttate le campagne? Con quale diritto chiudete nescrigni le radunate ricchezze? I moderali c’insegnarono il sillogismo: e come essi teste gridarono: perché vi sono parrochi poveri e parrochi ricchi?, cosi noi dimandiamo: perché vi sono nobili e plebei, proprietarii e proletaria, doviziosi e miserabili?

Proprietarii all’erta! Provvedete alle vostre tasche, giacché a queste guardano i demagoghi. Voi già vedete quanti assassini! e quante grassazioni avvengono. Eppure non siamo che al principio. Gridiamo con ragione contro l’indolenza della polizia, perché essa è veramente indolentissima. Urbano Battezzi se la sciala ai bagni, e si ride di voi e di noi. Ma una polizia anche diligentissima potrà portare bensì qualche lenimento al male, metterci un palliativo; sradicarlo non già, perché questo sta nelle idee, sta nei principii.


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I SECOLI DELLE RIVOLUZIONI SONO I SECOLI DEI LADRI

(Dall’Armonia, n. 173, del 29 luglio 1857)

Ecco un fatto innegabile attestatoci dalle istorie concordemente. Dopo alcuni anni di rivoluzione, agitata la fogna dei vizii, dato il crollo alla pubblica morale, depresso il principio d'autorità, tolto il prestigio della legge umana, e rivocata in dubbio la sanzione divina, dà tutto questo tramestio di bestemmie, di scetticismo, di contumelie, sapete che cosa n’esce di reale? Bande di ladri che infestano ilpaese, dove la rivoluzione levò la bandiera. È questa l’ultima conseguenza del progresso e della riforma!

Tre rivoluzioni sono memorande nel mondo. La prima, che noi chiameremo nonna,è il protestantesimo, che generò la rivoluzione francese, rivoluzione madre,da cui a' giorni nostri nacque la repubblica romana, rivoluzione figlia. Ebbene, aprite la storia, e troverete che nonna, madre e figlia produssero un’infinità di ladri, i quali misero a sacco ed a ruba le terre che si voleano rigenerare.

La riforma nel 1500 produsse la rivolta de' villani, che si sollevarono prendendo per insegna lo zoccolo contadinesco contro gli stivali dei signori. Sul Reno, in Alsazia, in Lorena, nel Tirolo, nella Carintia, nella Stiria, gli insorti corsero alle armi, e levandosi contro del ricco, bandirono guerra all'ordine, alla proprietà, alla scienza, sbalzarono i magistrati, tolsero le terre ai nobili, (obbligandoli a cambiar nomi e vesti, abbruciarono castelli, abbatterono chiese, pigliando di mira principalmente i signori, e giurando di non lasciar la vita ad un solo di questi viventi nell'ozio.

Lutero aveva predicato: «Chiunque aiuterà col braccio o coll'avere a devastar i Vescovi e la gerarchia episcopale, è buon figlio di Dio, vero cristiano, che osserva i comandamenti del Signore». La predica ſu udita, ma la devastazione non si restrinse ne' termini voluti da Lutero, si estese invece ai Principi, invase le sale de' tribunali, ed i vasti poderi de' nobili.

I villani furono logici; illogico invece fu Lutero che, dopo di aver predicato l’insurrezione, dopo d'aver egli pel primo violato il diritto, conculcato l’autorità, sguinzagliato la plebe, osò dire ai Principi: Su su, Principi, al l’armi; ferite, forate, venuto è il tempo meraviglioso, che un Principe possa, col trucidare villani, meritar il paradiso più facilmente che altri col pregare».

Ciò che avvenne ai tempi della riforma, si riprodusse sotto la rivoluzione francese. Dai più vili agenti del reggime del terrore,nacquero bande di assassini, che molestarono varii spartimenti della Francia, ed ebbero nome di chauffeurs e garrottewrs. Chiamavansi con queste due parole dai diversi mezzi, onde si servivano per rubare; i quali erano la garrottaossia un cerchio di ferro, che stringevano al collo del povero proprietario, che voleano spogliare, ed il fuoco. Del fuoco usavano così. Entrati in una casa, impossessavansi del capo della famiglia, e preso uno de' suoi piedi lo mettevano sulle bragie, facendo soffrire il paziente fintantoché rivelasse dove aveva nascosto il proprio tesoro.

I chauffeurserano logici, e dopo di aver rubato in nome dello Stato, sotto gli ordini di Robespierre, recavansi a rubare per privata autorità. Furono illogici invece i rivoluzionarii, che, dato prima (’esempio del furto, quando videro le loro dottrine troppo applicate negli scompartimenti delle Bocche del Rodano, di Vaucluse, della Loire, del Doubs e del Jura, se ne commossero, tentando di ricorrere alla legge per impedire il male. Ma il rimedio non riuscì, ed il decreto del Consiglio degli Anziani fu un buco nell’acqua. I ladri scomparvero dalla Francia, quando ne scomparve la rivoluzione.

Finalmente la repubblica romana regalò agli Stati Pontifici! un numero senza numero di latrocinii. Carlo Luigi Farini ne parla a lungo nella sua storia, e ci racconta i furti innumerevoli che avvenivano sotto quel tristissimo governo, che vuol essere più giustamente chiamato anarchia. Là nessun elemento di pubblica sicurezza, invase le chiese, frugate le case, conquistati i palazzi, vuotato l’erario dello Stato e la borsa dei cittadini.

I ladri applicavano in Roma le dottrine mazziniane, e poiché i così detti uomini del governo avevano creduto lecito di togliere il regno al Pontefice, facevano ragione i malfattori che loro fosse lecito di levare le sostanze e la vita ai privati, giacché una sola è la morale, e tutti i diritti, tutte le proprietà si danno la mano, e poggiano sulla medesima base. Ed altamente illogico fu il Mazzini, quando, per cedere alle istanze dell’Inghilterra, proclamava in Ancona lo stato d’assedio.

Ciò che abbiamo detto di queste tre rivoluzioni può applicarsi a tutte le altre, e chi vorrà leggerne le storie ed esaminarle troverà sempre che la mala pianta non produsse che ladri. Né può altrimenti avvenire, stante che la rivoluzione è essa pure un gran latrocinio. Piglia le mosse dal rubare l’autorità al Principe, e ne investe se stessa Poi passa a rubare la Chiesa nelle sue sostanze, e ne’ suoi diritti. Finalmente, ruba agli individui col soverchio delle imposte prodotte dalla moltitudine degli scialacqui. Che meraviglia adunque, se,elevato il latrocinio in sistema, le torme dei ladri infestassero le città e devastassero le campagne?


MISS WHITE FA L’ITALIA IN INGHILTERRA

(Dall'Armonian. 78, del 5 aprile 1857)

Tre partiti si danno oggidì a far l’Italia,Camillo Cavour fa l'Italiain Torino, dopo di averla fatta in Francia a viso aperto,come dissero alcuni Toscani. Daniele Manin fa l'Italiain Parigi, raccogliendo qualche centinaio di franchi pei cento cannoni di Alessandria. E Giuseppe Mazzini fa l'Italiain Inghilterra, mandando una donna a predicare e a raccogliere denari. Tre Italie si stanno oggidì lavorando: l’Italia di Cavour, l’Italia di Manin e l’Italia di Mazzini. La prima è l’Italia tricolore coll’orlo azzurro;la seconda è l’Italia tricolore senza orlo azzurro;la terza è l'Italia rossa. Finito il lavoro, vedremo che cosa sarà per uscirne.

Noi, volendo registrare in queste colonne la storia e i documenti delle pazzie rivoluzionarie, diremo in quest'articolo dei procedimenti del Mazzini in Inghilterra per lavorarvi l’Italia. Il demagogo ricorse all’aiuto di una donna, ben sapendo che le signore nel mondo moderno, nel mondo incredulo, fanno miracoli, e i grandi portenti del magnetismo non si operano senza le vezzose sonnambule, e i vaticini! delle tavole parlanti,senza i graziosi medium. L’eletta del Mazzini fu miss. J. Meriton White.

Egli le diè una sua commendatizia diretta al segretario del Comitato per soccorrere l’emigrazione d'Italia,commendatizia che porta la data di Londra, 2 di marzo 1857. Due cose abbisognano a Mazzini: aiuto morale per un futuro non remoto; e qualche aiuto materiale, se è possibile, per il presente. E dopo di avere protestato che il suo intento è molto serio,manda miss White, la sua amica,a raccogliere l’aiuto moralee l’aiuto materiale. Lasciamo parlare lo stesso Mazzini nella sua lettera di raccomandazione a miss White:

«L’opinione, che l’Italia deve esistere,che un vincolo di fratellanza dee stringere tutti i figli di lei, che una sola bandiera nazionale deve sventolare per loro tutti a Roma, la città del Campidoglio e del Vaticano, è ormai, mercé i tanti martiri nostri, universale nella mia patria.

«L’opinione, che non vi ha speranza di fondare la nazionalità nella diplomazia, nei governi stranieri o nella Monarchia piemontese (la quale potrà per avventura secondare, ma non iniziare la lotta), che noi dobbiamo vibrare il prima colpo, che possiamo giungere a) segno solo con un possente movimento insurrezionale, — ogni di si diffonde vieppiù in Italia, e stringe insieme la maggioranza dei nostri concittadini in un’opera comune. È chiaro che quelle due opinioni trarranno in breve ad un movimento nazionale aperto od ardito.

«L’aiuto che chiedo, non può per se stesso condurrea ciò; sicché il darlonon vi soggetta ad alcuna risponsabililà morale. Ma l’aiuto che chieggo, può molto contribuire a fortificare il moto, a trarlo ad unità, a fare il colpo più decisivo; voi potete aiutarci, quando il movimento sia cominciato, a concentrare subito sulla nostra terra una massa di utili elementi militari dispersi ora dall’esilio in tutta Europa. Potete danni mezzi di liberare uomini che pei loro dolori e per la loro influenza son battezzati capi; uomini che sono ora prigioni, e sui quali i tiranni si vendicherebbero forse della nostra prima vittoria».

Mazzini non confida più nel governo inglese. Egli dichiara che la sua politica internazionale da luogo tempo mentisce alle naturali tendenza della nazione. Confida nell’aiuto moruleconfida nell’aiuto materialee nelle prediche di miss White.

E il Paisley-Herald giornale della contea di Reufrew nella Scozia meridionale, ci reca il sunto di due letturedate da miss White in Paisleysull’emancipazione d'Italia,Eccone un saggio, secondo la traduzione dell’Italia del Popolo di Genova, N° 33 del 25 di marzo.

Nelle sere del 10 e il di marzo, Foratrice di Londra, l’amica del Mazzini, e l’eloquente patrocinatrice della indipendenza italiana, pronunziò due discorsi sulla questione italiana, nella cappella dell’Unione Evangelica, io New Street. Martedì sera (10) la bella leggi ir ice era accompagnata sulla tribuna (platform] da Thom. Coats Esq. di Ferguslie, J. Caldwell Esq., il consigliere Macgregor, il cons. Hamilton, l’exbaglivo Mackean, ed altri gentiluomini. Il cons. J. J. Lamb teneva la presidenza (thechaired a richiesta deil’oratrice lesse una lettera di G. Mazzini al popolo di Paisley...

«Quindi il chairmanpresentò la signora come amica del Mazzini, e come donna di altissima istruzione, che meritava gli encomi! di ogni donna e d’agni uomo onesto per ¡spezzare i vincoli convenzionali, di cui il pregiudizio ha legato il suo sesso, e per farsi generosamente sostenitrice del diritto contro la prepotenza, della libertà contro la tirannide.

L’oratrice cominciò la sua lettura con affermare che i patrocinatori delle nazionalità oppresse non erano di necessità rivoluzionarii; cheanzi eglino ama van la pace, e quindi si adoperavano a rimuovere le cause della guerra che hanno origine nell’ordinata disobbedienza e nell'apatica noncuranza delle leggi di Dio. Le dessi popolari in Europa van progredendo. Chiedono libertà per obbedire alla legge della propria coscienza; rifiutano obbedire invece di essa all'assoluto dominio degli imperatori e dei Papi ed al diritto divino dei Re».

Fermiamoci un momento per osservare due punti: l'uno è che lo stesso popolo inglese, per confessione di miss White, avversa la rivoluzione; tanto che la lettriceè obbligata a prendere le mosse dal dimostrare, che Marrini e i Mazziniani non sono rivo!azionarli. L’esule genovese fa in Inghilterra ciò che il conta di Cavour in Piemonte; protesta e fa protestare, ch’egli non è rivoluzionario, che i rivoluzionarli invece sono i suoi nemici. Cosi Camillo di Cavour nel Congresso di Parigi si sfiatava per persuadere ai plenipotenziarii, che egli avea oppostola barriera insormontabilealla rivoluzione, e che i rivoluzionariierano la Toscana, il governo pontificio ed il partenopeo. Cavour e Mazzini partono dallo stesso principio, tendono allo stesso scopo, epperò adoperano le medesime arti, ed usano un eguale linguaggio.

La seconda osservazione è che miss White riunisce la dei Re colla causa del Papa, e mette a fascio il Papa e gli Imperatori. Nei che concorda anche col conte di Cavour, che ha diretto ì suoi assalti nel Congresso di Parigi contro i Re ed i Papi, contro il dirittoCanonicoe i governanti d’Italia. Ed è giusto, perché i popoli ossequenti al Papa non saranno mai ribelli ai loro Re; laonde, per ¡sbalzar questi, conviene dare addosso a quello. La rivoluzione è logica, secondo i suoi principii.

Miss White divise in quattro parti le sue letture. 1° Scopo dell’Italia; 2° ostacoli che l’impediscono; 3° suoi sforzi passati e presenti; 4° dovere e vero interesse delle nazioni libere. Lo scopo dell’Italia è la nazionalità; gli ostacoli, il Papa e l’imperatore; i suoi sforzi, le rivoluzioni. E qui tolse a dipingere Giuseppe Mazzini colle seguenti parole:

Apparve allora (nel 1831) l’uomo che l’Italia, fatta libera, dovrà ringraziare della sua libertà, a cui le oppresse nazionalità volgeranno il pensiero, quando ricorderanno la storia delle loro lotto, come l’uomo che oso proclamare e sostenere i loro diritti in faccia ai despoti, sfidando tutti i pericoli ed affanni, a cui tal condotta lo ha esposto; parlo di G. Mazzini, uomo il cui nome io pronuncio colla massima riverenza, di cui l’anima mia è capace, lo credo che le future età lo riveriranno come il più alto ingegno e il più santo uomo,che questi ultimi secoli vedessero. Dotato di rare facoltà intellettuali, spinto dall'indole a vita solitaria, sacrificò la fama, che, come facilmente vi convincereste leggendo i suoi scritti gravi, si sarebbe acquistata nelle lettere; i vincoli della patria e della famiglia, che erano quanto di felicità potea dargli la terra, e quindi ricchezza e salute, por amore non solo d’Italia, ma dell’umanità. Considerando la patria sua, vide che metà dei suoi concittadini erano avvolti nella più crassa superstizione,e l’altra metà immersa nell'opposto eccesso del materialismo. Vide che in fondo al loro avvilimento politico e alla loro miseria sociale stava la mancanza assoluta di una forte credenza religiosa; e consacrò fin dalla giovinezza la vita a convincere i suoi concittadini della realtà di questo bisogno!».

L’oratrice conchiuso le lodi del Mazzini, citando le parole che di lui disse teste in Londra un suo compagno nel triumvirato, Saffi: «Il primo nome, che la libera madre italiana insegnerà a benedire ai suoi figli, sarà quello di Giuseppe Mazzini!». (Fragorosi applausi).

Ma perché il nome di Mazzini sia benedetto, che cosa s’ ha da fare? Stabilire a Paisley un Comitato por l’emancipazione d’Italia, e raccogliere denari. «Il principale scopo cui tendo, disse miss White, è il raccogliere fondi per emancipare l’Italia». E questo è pure lo scopo del conte di CAVOUR. Denari a Cavour, denari a Mazzini, e l’Italia è fatta. Ma Camillo Cavour ha un popolo sotto i piedi, a cui chiede denari coll’aiuto del fisco; e Giuseppe Mazzini è obbligato di andare in esilio e mandare alla cercai Ecco la gran ragione per cui Cavour è più considerato del Mazzini.

Il Paisley-Heraldci dice, che finite le letture di miss White, si andò elemosinando per l’Italia, e si raccolsero di molte somme; e poi si presero misure per diffondere le soscrizioni nelle classi operaie. Italiani, state allegri. L’Inghilterra dà denari per la vostra emancipazione!… Noi promettiamo di diventare italianissimi, mazziniani, cavouriani, tre parole che sottosopra significano la stessa cosa. Ma sapete quando? Quando l’Italia sarà emancipata col denaro inglese.


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RELAZIONE DEL CONTE DI RAYNEVAL

INVIATO FRANCESE A ROMA, AL CONTE WALEWSKI MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI IN FRANCIA

(Dall’Armonia, n. 70 e 71, del 27 e 28 marzo 1857)

Ciò che Tertulliano diceva ai nemici del cristianesimo nei primi tempi della Chiesa: hoc unum gentil, ne ignorata damnetur,può ripeterlo il governo pontificio riguardo all’amministrazione politica degli Stati romani. Quest’amministrazione non teme che coloro i quali non la conoscono; ed è sicura del favorevole giudizio di quelle persone assennate, e di buona fede, che non sogliono proferire il loro avviso, che dopo d’un attento e scrupoloso esame.

Di fatto, noi veggiamo che molti uomini onesti, i quali furono in Roma, e per la loro carica dovettero addentrarsi nelle cose di quel governo, non solo ben si astennero dal muovere querela al Papa, ma uscirono in difesa del governo temporale del Santo Padre. Così il sig. di Tournon, che sotto Napoleone 1 tenne la cosa pubblica negli Stati romani, finì per difendere i Papi e l’inquisizione; ed il sig. di Corcelle, due volte rappresentante la Francia presso Pio IX, non tardò a levarsene apologista nel 1856, contro gli assalti del conte di CAVOUR.

Anzi, poiché nel Congresso di Parigi si appuntò il governo del Santo Padre, sfrontatamente dall’Inghilterra, moderatamente dalla Francia, i diplomatici che stanno in Roma per la Francia e per l’Inghilterra, non tardarono a scrivere ai loro governi per dimostrar loro quanto fossero ingiuste quelle accuse.

Riguardo all’Inghilterra ne abbiamo l’assicurazione dal corrispondente diplomaticodel Constitutionnel,nella sua Storia del trattato di Parigi. La regina Vittoria non è officialmente rappresentata in Roma, ma il gabinetto di Londra vi ha una specie d’incaricato d affari, che senza spiegare un carattere officiale, mantiene relazioni dirette col Cardinale segretario di Stato. Ora ci dice il citato diplomatico, che dopo il Congresso di Parigi il gabinetto di St. James, modificò le sue idee ed i suoi concetti sugli Stati papali au fur et à mesure que les rapporti de son propre agent à Romegli facevano sapere Io stato preciso delle cose. Di che il discorso più savio e temperato pronunziato da lord Clarendon, il 14 di luglio del 1856, nell'Alta Camera in risposta alle interpellanze di lord Lyndhurst; e quello detto il giorno appresso da lord Palmerston nella Camera dei Comuni in occasione della mozione di lord John Russell sulle cose d'Italia.

Riguardo alla Francia poi il 14 di maggio del 1856 il conte di Rayneval, inviato francese a Roma, scriveva una lunga relazione al conte Walewski, che è una solenne difesa del Governo pontificio. Questa relazione restò nascosta negli archivii dei gabinetti fino al marzo del 1857, quando il giornale inglese Daily Newsla mise in luce. Il Moniteurdi Parigi dichiarò bensì che la redazione e il senso di quel documento erano sensibilmente alterali;ma con questa dichiarazione ne confermò la sostanza. Ora noi appunto della sostanza ci gioveremo, dandone un sunto ai nostri lettori.

I PARTITI NEGLI STATI PONTIFICII E IN ITALIA

Dopo un discorso sul carattere degli Italiani, che non togliamo approvare, ma che in parte giustificano le pazzie dei nostri italianissimi; dopo di aver dichiarato che i Piemontesi non sono Italiani, ma tengono dello svizzero e del francese, cosa già in parte accennata da Vincenzo Gioberti, che fu dei primi a staiianiisareil Piemonte, il conte di Rayneval incomincia dall’ésporre lo stato dei partiti, le tendenze e i piani dei rivohizionarii.

Quanto ai piani, egli dice, si può affermare che ve ne hanno tanti, quanti sono individui. Nel fondo della società il carbonarismo esiste, e continua a faro le sue reclute. Qui il pugnale è sempre in onore; e lo scopo, cui si mira, è il rovescio d’ogni ordine sociale.

Gli adepti di Mazzini formano già una classe qualche grado al disopra di questa. La repubblica universale, l’unità dell'Italia, il governo costituzionale, la guerra contro l’Austria, ecco il loro programma.

Dicono che sono un corpo considerevole e pronto ad agire, ma non hanno mai mantenuto la promessa. Diretti dai comitati di Londra e di Ginevra, la loro parola d’ordine è la tranquillità e l’inazione pel momento fino al ritorno dei loro capi, dopo un’amnistia, e fino a che la partenza delle truppe straniere loro dia occasione di operare con qualche speranza di buon esito. Questo partito si estende ad una certa porzione della classe, media. L'esempio del Piemonte gli fa girare la testa;una Costituzione all’Inglese è il loro desiderio. La maggior parte dei membri di questo partito s’èunita coi partigiani del Mazzini, lasciando al paese la cura di decidere tra le due parti, quando la vittoria sarà ottenuta.

Non volendo andare fino ad una Costituzione inglese, v’ha un certo numero d’individui, che professano attaccamento al trono pontificio, ed in pari tempo lo tempestano coi loro assalti, pretendendo che i loro desiderii sono limitati ad ottenere una migliore amministrazione. Essi però sono incapaci di definire che cosa intendano con ciò. Vorrebbero che il governo pensasse a tutto, perfino al mantenimento delle proprie case ed allo spaccio dei loro affari. Gravati dalle imposte più leggiere che sieno in qualunque altra parte d’Europa, si lagnano d’essere schiacciati dal fisco. Dicono di avere una gran paura di Mazzini, e gli aprono la porta.

V’ha ancora un partito che attribuisce tutto il male all’abbandono delle usanze antiche. Se noi potessimo, esso afferma, ritornare al regime ecclesiastico puro e semplice, come esisteva una volta, ogni difficoltà verrebbe appianala.

Tra queste parti esiste una folla innumerevole di persone indifferenti a tutto ciò che non sia la loro prosperità; che si piacciono bensì di brontolare, ma che amano l’ordine, e vivono in buona amicizia col governo pontificio. Qualunque partito riuscisse al trionfo, udirebbe sempre le stesse lagnanze. Il partito delle riforme,trionfando, cederebbe il posto al partito della Costituzione; e questo sarebbe a sua volta sopraffatto dai Mazziniani. 0 Mazzini, o Pio IX, ecco i due termini della questione romana secondo il conte di Rayneval.

IL GOVERNO CLERICALE

Ciò premesso, rinviato francese a Roma passa ad esaminare il presente governo pontificio, e le accuse che gli sotto dirette contro. Egli non trova che vi sieno plausibili motivi di lagnanze.

È opinione generalmente accreditata, dice, che l’amministrazione pontificia sia tutta nelle mani dei preti, lo ho sovente domandato agli ardenti nemici del governo romano a qual numero facessero ascendere i preti impiegati nell’amministrazione. Mi risposero, che ascendevano a tre mila; e non mi volevano credere, quando io colle cifre in mano ho provato loro, che il maximumnon arrivava a cento.

È da molto tempo che la Chiesa aprì le porte dell’amministrazione all’elemento laico, coll’istituzione della prelatura, riservando per lei un certo numero di posti anche nei sacro Collegio. La prelatura si accresce e ricevé incrementi continui per parte d’una classe di cittadini destinati all’amministrazione. Certe condizioni di educazione e di fortuna si richiedono da queste persone, e non ha guari hanno servito a proprie spese, e sollevato l’erario.

Dipoi ne vennero accresciuti gli stipendii per rendere queste cariche accensibili a tutti. I Prelati romani non sono costretti a ricevere gli ordini sacri; e la maggior parte ne fanno a meno. Possiamo noi dir preti coloro che non ne portano che l’abito? Il conte Spada è un amministratore più abile oggidì, che quando coll’abito da prete era ministro della guerra? Mona. Matteucci, ministro di polizia; Monsig. Mertel, ministro dell’interno; Monsig. Berardi, sottosegretario di Stato, e tanti altri che possono domani menar moglie, se lo vogliono, costituiscono una casta religiosa?

Se si esaminano gli officii pubblici affidati ai Prelati preti ed a quelli che noi sono, si avranno risultati che importa assai avvertire. Fuori di Roma, nelle Legazioni, nelle Marche, nell’Umbria, in tutte le provincie, che sono diciotto, quanti credete voi che v’abbiano impiegati ecclesiastici? Non più di quindici: tutti gli altri sono laici. Il numero di questi ultimi ascende a 2,313 nel servii zie civile, ed a 620 nell’ordine giudiziario. Che cosa si potrebbe ragionevole mente pretendere di più dal governo pontificio?

LAICI E CHERICI

Una importante avvertenza fa su questo proposito il conte di Rayneval, e dice: Qui un fatto curioso si presenta alla nostra considerazione«Le provincie amministrate dai laici, tra le altre quelle di Ferrara e di Camerino, mandano deputazioni su deputazioni per ottenere dal governo che loro invii un delegato ecclesiastico. Il popolo non è avvezzo ai delegati laici, e si rifiuta di obbedire ai medesimi: li accusa di limitare l’interesse pubblico a quello delle loro famiglie, e non vi ha nulla, anche per ciò che riguarda le loro mogli, che non dia liogo a questioni di precedenza e di etichetta. In una parola il governo, che per soddisfare il preteso desiderio delle popolazioni di avere funzionari! laici riservasse per questi un certo numero di offizii, troverebbe nelle popolazioni medesime una viva opposizione a simili misure.

E poi, fatto un confronto tra il numero dei laici e dei chierici negli uffizii, e detto che il numero totale degli ecclesiastici impiegali nell'interno degli Stati Pontifici! non oltrepassa i 98, mentre quello dei laici è di 5,069, ciò che dà la proporzione di 52 laici contro un ecclesiastico, il signor di Rayneval continua così:

«Le attribuzioni affidate a questi pochi preti non sono certo le secondarie. I posti che occupa do,sono i più importanti, altrimenti la loro importanza ver rebbe ridotta a zero. Bisogna anche aggiungere, che nonostante i pregiudizi, l’abito ecclesiastico ispira ancora, un certo rispetto, che aiuta l'azione del governo. II popolo non ha gran concetto del funzionario laico, e non gli perdona come perdona al prete la superiorità del grado e dell’uffizio.

«lo ho visto e veggo ancora uffiziali laici esposti ad assalti personali molto più violenti di quelli rivolti contro gli ecclesiastici. È una contraddizione, ma pure è un fatto innegabile».

LA SECOLARIZZAZIONE DEL GOVERNO PONTIFICIO

Su quest’argomento il conte di Rayneval afferra benissimo il concetto rivoluzionario, e lo giudica con un singolare criterio. A suo avviso la secolarizzazione del governo non è un rimedio, ma un pretesto per ferire il dominio temporale del Papa nel suo principio essenziale,

«Gli avversarli del presente reggime non osano spingere k loro audacia fino a dire che non vogliono più Papa: l’espressione di siffatto desiderio porgerebbe occasione d’un troppo grave spavento. Si contentano perciò di dire, che non vogliono più preti. Questa formola così mitigata ha il doppio vantaggio di fare appello alle simpatie di quelle popolazioni, che non conoscono altri preti in fuori di quelli che celebrano la Messa, o che montano sul pulpito; e in pari tempo mena un colpo a seconda de' loro intendimenti affine di preparare la rovina del potere temporale del Papa.

«Coloro che per convinzione ed interesse sono i difensori del presente ordine di cose essenzialmente collegato col mantenimento dell’unità cattolica, e col principio d’autorità nel mondo, debbono star bene in sugli avvisi e premunirsi contro queste apparenze, facendo giusta stima dell’esagerazione degli avversarli ardenti delle istituzioni più grandi e più feconde che ci abbiano legato i secoli».

PIO IX

E qui il conte di Rayneval entra a discorrere di Pio IX. «La sera medesima in cui il Papa Pio IX è salito sul trono, egli ha fatto, dobbiamo dirlo, sforai continui per distruggere tutte le cause legittime di lagnanza contro l’amministrazione pubblica degli affari. Io non mi contenterò di parlare soltanto del primordii del suo regno. Tradito dagli uomini, che avea richiamato dall'esilio, ingannato nella più flagrante maniera dai ministri laici che lo circondavano m virtù d’un principio di completa secolarizzazione; e che non dubitavano di dire al mondo che il loro sovrano avea dato il suo consenso a misure che per contrario avea positivamente e formalmente rigettate; trascinato rapidamente da un sistema di pura riforma amministrativa verso lo stabilimento d’un governo costituzionale, quando non si appoggiava su di veruna forza reale, e non trovava il menomo appoggio sulla nazione; il Papa, sopraffatto dalla repubblica, e minacciato nell’interno medesimo del suo palazzo da un insurrezione armata, comprese alfine che non gli rimaneva altro mezzo per preservare la sua liberti e la sua indipendenza che fuggire da' suoi Stati. E noi, dice l’inviato francese, dobbiamo rendergli questa giustizia di confessare che, nonostante gl’infelici risultati de' suoi tentativi di riforma, Pio IX non ha giammai abbandonato i suoi progetti di miglioramento, né cessato mai di ricercare tutti i mezzi per metterli in pratica».

A questo punto comincia la seconda parte del dispaccio, che discorre le coso avvenute negli Stati Romani dopo la ristorazione Pontificia.

RISTORAZIONE PONTIFICIA

Il conte di Rayneval entra a dare uno schizzo dei principali atti emanati dal governo pontificio dopo la ristorazione. Al suo ritorno da Gaeta il Papa Pio IX ha proclamato il principio del diritto di ammissione dei laici a tutti gli uffizii, meno uno, che è la segreteria di Stato: principio messo tosto in pratica coll’introduzione d’un certo numero di laici nel ministero, e tra i delegati. La legge civile e criminale era già stata sottoposta ad una completa revisione. Vennero promulgati diversi Codici di procedura nell’ordine civile a criminale, come pure un Codice di commercio, tutti fondati sui francesi, ed arricchiti delle lezioni dell’esperienza.

«Io li ho diligentemente studiati, dice il conte di Rayneval, ed essi sono superiori ad ogni critica. Il Codice ipotecario venne esaminato da giuriconsulti francesi, e fu da loro citato siccome un documento modello. La legge romana, modificata incerte parti dalla legge canonica, venne presa per base della legislazione civile».

I diversi poteri dello Stato furono accuratamente separati e definiti; creati spartimenti ministeriali distinti, differenti d’autorità, ciascun di loro operante nella cerchia speciale delle sue attribuzioni; nominato un consiglio dì ministri sotto la presidenza del segretario di Stato, e sottoposti sempre gli affari alla prova della discussione: proclamato in pari tempo il più grande rispetto per l’indipendenza del potere giudiziario; stabilito un consiglio di Stato per la preparazione delle leggi, composto d'uomini i più eminentemente versati negli affari amministrativi, come il principe Orsini, il principe Odescalchi, l’avvocato Stoltz, il professore Orioli.

Un Consiglio di finanze, nominato dal Sovrano dopo le libere elezioni dei Corpi municipali, venne specialmente incaricato di rivedere l’uso delle rendite dello Stato. Questo Consiglio non ha che un potere deliberativo o consultivo nelle discussioni dei primi bilanci, se no sarebbe una Camera di Deputati. Tuttavia, quando trattasi di spese fatte, vaie a dire quando si verifica l’applicazione esatta delle spese stabilite dal bilancio, le decisioni della Consulta hanno forza di legge.

IL MUNICIPIO NEGLI STATI PONTIFICII

Il deputato Valerio a buon diritto deplorava giorni sono nella nostra Camera la Costituzione del Municipio in Piemonte. Il Dirittoenumerava venticinque e più operazioni, che deve fare un Consiglio municipale tra noi per metter mano ad un'opera di pubblica utilità. Nello Stato Romano le cose procedono altri menti. Là esiste la vera libertà municipale, che Romagnosi chiamava la radice dell'incivilimento.

Il conte di Rayneval rende giustizia al governo di Pio IX. Egli racconta al conte Walewski come l'organamento municipale fosse argomento d’una completa riforma. Gl'interessi locali, egli dice, occupano assai l'attenzione dello spirito italiano, che li predilige notabilmente. E sarebbe impossibile di soddisfare meglio questa tendenza, che noi facesse il governo pontificio.

Gli abitanti più tassati del Comune, al pari di coloro che ottennero i più elevati gradi nelle Università, compongono il corpo elettorale, cui compete la nomina diretta dei consiglieri municipali. Questi ultimi preparano alla loro volta una lista di persone, tra le quali il Santo Padre sceglie i membri della Consulta di Stato per le finanze. Una gran latitudine per la creazione eia spesa delle rendite del Comune è lasciata ai consiglieri comunali e provinciali.

Non sono mica i rappresentanti del governo che vengono incaricati dell’amministrazione dei fondi del Comune o della provincia. Questa amministrazione viene affidata ad una Giunta esecutiva eletta dal Consiglio medesimo che essa rappresenta, e che resta in permanenza durante tutto l'intervallo che corre da una sessione all'altra. I delegati od i prefetti non hanno che il potere di revisione, e non prendono alcuna parte diretta all'amministrazione degli affari provinciali o comunali. Questo sistema produsse ottimi risultati.

Tale e tanta è la libertà riservata ai municipii, che taluni forse ne abusarono, e ornai si discute se non sarebbe bene di mettervi un po' di freno, e sottoporre i Consigli alla sorveglianza del governo. In altri tempi, esclama il conte di Rayneval, simili istituzioni sarebbero state una gloria pel loro autore. Ma all’estero passarono inosservate, e non si udirono che le accuse eie calunnie della stampa belga e piemontese.

CLEMENZA DI PIO IX

Dopo di aver toccato dei miglioramenti nell’amministrazione, l'inviato francese accenna agli atti principali del governo pontificio, ed ai risultati che se ne ottennero, e dice: «Innanzi tutto ricordiamo, che non si vide mai uno spirito di più elevata clemenza presiedere a verun’altra ristorazione. Nessuna vendetta contro coloro che provocarono la caduta del governo pontificio; nessuna misura di rigore abbracciata a loro danno. Il papa si contentò di privarli del potere di nuocere, esiliandoli. Nessun imprigionamento, nessun processo ebbe luogo, se non eccezionalmente, in seguito all'oslinazione di certi individui, che, chiedendo di essere giudicati, vennero condannati e puniti colla consegna di un passaporto».

Quanto alleflagranti cospirazioni che avvennerodopo il ritorno del Papa, ere suo inevitabile dovere di prendere gravi misure contro di quelle, come pure contro gli assassini! avvenuti dipoi. Ma queste misure furono abbracciate nella più regolare maniera; e il S. Padre non tralasciò mai di mitigare il rigore della sentenza. Un gran numero d'individui, i più compromessi, ottennero la loro libertà dopo un certo tempo, sotto la condizione dell’esilio.

Al momento è difficile conoscere il numero esatto delle persone cui venne proibito il ritorno negli Stati romani; ma quanto egli autori della rivoluzione del 1849 non oltrepassa il centinaio. Questa estrema dolcezza, dice il conte di Rayneval, non impedì che il Parlamento inglese accusasse Pio IX di crudeltà!


LE FINANZE DELLO STATO PONTIFICIO

Nous savons ce que coûtent les révolutions,esclama l’inviato francese. La repubblica romana sovvenne alle spese della propria amministrazione, creando una cartamoneta, che non tardò a patire un grandissimo ribasso. Il governo pontificio subito riconobbe que’ assegnati,e si assunse il carico di ritirarli dalla circolazione, comperandoli. L’operazione riuscì, quantunque la somma fosse considerevole, elevandosi a 7 milioni di scudi, vale a dire un po' più del reddito anr nuo dello Stato. La stessa proporzione applicata alla Francia avrebbe dato da 800 a 900 milioni. Gli assignatidisparvero presentemente affatto dalla circolazione, ed i biglietti di banca dello Stato pontificio, i soli che abbiamo corso oggidì, valgono come la moneta metallica, e sono generalmente al pari. «Questo risultato, conchiude il conte di Rayneval, è considerato come un nulla dai detrattori dell’amministrazione pontificia».

La banca romana, fondazione francese, non rispondeva che imperfettamente ai bisogni del commercio. Essa fu modificata e divenne la Banca degli Siati Pontificii, che stabilì succursali nelle province, estese la cerchia delle sue operazioni, diè e continua a dare grande assistenza al commercio ed al governo, e dimostrò d’essere stabilita sopra una solida base pel modo con cui traversò parecchie grandi crisi.

LE IMPOSTE NELLO STATO ROMANO

Il governo Pontificio, rivolgendo assennatamente la sua attenzione sui mezzi di aumentare le rendite provenienti dalle imposte indirette, procedette alla revisione dei diritti di dogana. Ha diminuito i diritti su di un gran nùmero di articoli, e si occupa presentemente della preparazione di una nuova misura che sarà più completa e più generale nelle sue operazioni.

Vennero conchiusi trattati postali e commerciali; fu abolito il sistema d’appalto delle rendite indirette; il governointraprese direttamente l’amministrazione del commercio del sale e tabacchi, e se ne ottennero grandissimi vantaggi.

Nonostante i considerevoli aggravii cagionati dalla rivoluzione, e legati al presente governo; — non ostante le spese straordinarie prodotte dal riordinamento dell’esercito: —nonostante i numerosi incoraggiamenti dati ai lavori pubblici; lo stato del bilancio, che sul principio presentò un deficitragguardevolissimo, a poco a poco si avvicinò all'equilibrio, e il deficitnel 1857 è ridotto ad una somma insignificante.

«Le imposte, dice il conte di Rayneval, sono sempre molto al disotto della tassa inedia dei diversi Stati europei. Un romano paga annualmente allo Stato Ln. 22, e i tre milioni d'abitanti pagano 68 milioni di franchi. Un francese paga al governo di Francia 45 franchi, e 35 milioni pagano 1,600 milioni di franchi». Queste cifre dimostrano perentoriamente che gli Stati pontificii debbono essere considerali da questo lato come i più privilegiati in Europa.

Le spese vengono governate secondo i principi! della più stretta economia. Un solo fatto basterà per dimostrarlo. La lista civile, le spese dei Cardinali, del corpo diplomatico all’estero, il mantenimento dei palazzi apostolici e dei musei, tutto ciò riunito non costa allo Stato più di 600 mila scudi (3,200,000 fr.). Questa piccola somma è la sola porzione del reddito pubblico domandata dal Papa per sovvenire la dignità pontificia, e per sostenere i principali stabilimenti dell’amministrazione ecclesiastica superiore.

«Noi domanderemo, dice il conte di Rayneval, a coloro che mostrano tanto zelo contro gli abusi, se l’assegnamento di 4,000 scudi per sopperire ai bisogni dei Principi della Chiesa non sembri loro un sistema d'economia messo in relazione col reddito pubblico».

IL PROTOMARTIRE DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE

(Dall’Armonia, del 1857, pag. 20)

La Chiesa ha registrato ne’ suoi dittici i nomi gloriosi di quegli eroi, che ne sigillarono col sangue i dommi ed i precetti. Il diacono Stefano è il protomartire della divinità di Gesti Cristo; il levita Lorenzo il protomartire della inviolabilità dei beni ecclesiastici; S. Tommaso di Cantorberyil protomartire della libertà e della disciplina ecclesiastica; S. Giovanni Nepomuceno il protomartire del sigillo sacramentale. Iddio elesse in sul cominciare del 1857 Augusto Domenico Sibour a sottoscrivere col suo sangue l’augustissimo domma dell’immacolata Concezione di Maria SS. L’illustre Arcivescovo di Parigi cadeva nella chiesa di S. Stefano, il 3 di gennaio, vittima d’un odio infernale contro l’immacolata; e un prete, cinque volte interdetto, gli conficcava un coltello in quel cuore, che tanto affetto sentiva per la Vergine Madre, che in Roma aveva giubilato in udire l’infallibile oracolo di Pio IX.

L’8 di dicembre del 1854 ci scriveva da Roma il canonico Audisio: e L’Arcivescovo di Parigi, che alcuni giornali denunziarono come poco favorevole alla definizione, epperciò assente da Roma, assisteva appunto nella massima prossimità al soglio pontificale, tenendo la bugia al Papa nell’atto che leggeva il decreto, e partecipandone l’affetto e la commozione». (Vedi Armonia,anno VII, N 151, del 16 di dicembre 1854). Il nemico di Maria SS., volendo due anni dopo disfogare la sua rabbia, non seppe farlo altrimenti che trafiggendo uno de' suoi più fervorosi devoti. Gridando abbasso la Vergine,stendeva freddo Monsignor Sibour.

E costui era un prete! Già un prete aveva nei giornali francesi impugnalo con altro stilequesto domma: il Laborde, atteggiandosi a difensore della purità dei dommi della Chiesa, si era dato a provareche il domma dell’Immacolata Concezione era anticattolico. Recossi a Roma per combattere corpo a corpo coi teologi e coi Cardinali: e vedendo che le sue invettive erano risguardate come parto di un cervello dissestato, ricorse nuovamente a' giornali. E questi decretarono all’infelice prete la laurea teologale contro tutta la Chiesa. Il Journaldes Débats,il Siede,la Presse,e non sappiamo quanti altri, levarono alle stelle il teologo, che innalzava cattedra contro la cattedra di Pietro. Per buona ventura del teologo laureato dai figli di Voltaire, ebbe uno sguardo pietoso da Colui, che con un'occhiata convertì Pietro spergiuro: e prima di morire ritrattò la sua teologia anticattolica, e maledisse alla laurea dei volteriani.

E niuno si scandalizzerà, che sieno preti coloro che si segnalarono, o meglio s’infamarono nella guerra contro la Madre di Dio. È necessario che gli scandali succedano,disse il divin Redentore. E certo che lo scandalo tanto è più grave, quanto più dall’alto discende. Il più famoso impugnatore della maternità divina di Maria SS. fu Nestorio: e questi era Patriarca di Costantinopoli! E Cristo permise che il massimo scandalo dato sulla terra ventoso da un apostolo: Giuda! Di dodici apostoli uno è traditore! Ci scandalizzeremo che in 50 mila preti francesi si trovi pure un traditore?

Neppure dovremo scandolezzarci se i partigiani dei regicidi, coloro che si fanno difensori di A. Gallenga, coloro che hanno elogi sperticati per i complici dei regicidi per vendicarsi contro il partito ultracattolico,che così fieramente tartassa i regicidi ed i loro complici, osarono accagionare appunto gli ultracattolici,cioè i devoti della S. Sede, dell’assassinio dell’Arcivescovo di Parigi.

Il Risorgimentonel N° 1816, del 5 di gennaio, tre volte torna alla carica con questa calunnia. Comincia nel Diariodicendo: «Non possiamo dissimulare che al fatale annunzio (dell’assassinio)molti ricordavano la costanza con la quale egli (l’Arcivescovo)ha combattuto il partito ultracattolico, che in Francia si chiama ultramontano, e il poco scrupolo che si ha fatto la scuola di quel partito in tutti i tempidi attentare alla vita dei sovrani e dei potenti, che non ammettevano le sue audaci esorbitanze. Tutti sanno che tra le adesioni di 31 Prelati alla lettera di Monsignor di Chartres, che disapprova quel partito, censurando il giornale l’Univers,bisogna contare quella autorevolissima dell’Arcivescovo di Parigi che egli aveva autorizzato ¡abate Cognat a nominarsi autore dell’opuscolo: L’Univers jugé par luiméme,denunciato attualmente ai tribunali francesi». Lanciata così l'infame calunnia, il giornale patrono dei regicidi così la ribadisce facendo le viste di attenuarla. «Ma bi~ sogna andar cauti nelle incriminazioni, e noi raccomandiamo a chi ci legge di attendere le manifestazioni del processo (poiché l’assassino è già arrestato) prima di giudicare se il pugnale che uccise Monsignor Sibour, è lo stesso che passò il cuore di Enrico IV». E voi che raccomandate agli altri di andar cauti nelle incriminazioni,cominciate a dar l’esempio di un’avventatezza che non può essere degnamente qualificata!

Anzi prosieguo il Risorgimentoa ficcare sempre più addentro il ferro nella ferita: «Frattanto, dice, domani non mancheranno le ipocrite lamentazioni di quel partito per la morte dell’illustre Prelato. L’Universspargerà sovr’esso la sua lacrima ufficiale». Dove sia l’ipocrisia ognuno sei vede. È il sicario che, dopo aver piantato il pugnale in cuore alla vittima, raccomanda agli astanti di non toccarla per tema di farle male!

E per togliere ogni dubbio (se pur ne restava alcuno), nella seconda pagina, colonna la, col titolo: Monsignor Sibour,sotto sembianza di darne una biografia, scrive queste parole: «Bensì sono da tenere in grande conto la fermezza e la costanza, colle quali Monsig. Sibour lottò del continuo contro la nazione teocratica, in Francia così potente, la quale vorrebbe sospingere il cattolicismo sulle aberrazioni dei secoli di mezzo, e non arrossisce di tessere gli elogi dell’Inquisizione in pieno secolo XIX». E subito torna a battere il chiodo contro l'Armonia.

Ora che il Risorgimentopotè vedere le manifestazioni,se non del processo, almeno del giornalismo unanime, si contenta nel N° 1818 d’oggi ((131)) di dire: «L’omicida dell’Arcivescovo di Parigi sembra un demente. —È un prete Vergès, che aveva intrapresa con gran calore qualche tempo fa la difesa di un’accusata di coniugicidio, e che si dava gran pena contro il domma nuovo [sic] dell'Immacolata Concezione». Niente altro? Niente. E dei tanti particolari recati dai giornali? Nulla. E della calunnia gittata addosso al partito dell’Univers?Nulla. Altro che D. Basilio! La calunnia è un venticello,ecc.

Questo non ci fa meravigliare; eravamo sicuri che il Risorgimentonon avrebbe ritrattata la calunnia; che volete? è il patrono dei regicidi e dei suoi complici. Costoro erano giovani generosi, e quella facezia che volevano fare a Carlo Alberto, non era un delittoin loro. E volete che siffatto giornale stia scrupoleggiando perché attribuì l’assassinio ad un galantuomo?


LA CONTROVERSIA DEL FANCIULLO MORTARA

(Dall'Armonia, del 1858, pag. 984)

L’affare del fanciullo neofito cristiano di Bologna minaccia di riuscire alla canzone dell’uccellino, che non finisce mai. Due sono le ragioni, per cui questa faccenda, che in altre circostanze sarebbe passata senza neppure essere accennata, è divenuta da tre a quattro mesi in qua il tema di furiose invettive di giornali, di memorie, di meetings,di petizioni, e persino, dicesi, di Note diplomatiche. La prima ragione si è, che la setta rivoluzionaria gongola d’aver qualche pretesto, benché futilissimo, di sfolgorare l’amministrazione del governo pontificio. La seconda è, che la maggior parte de' giornali influentisono nelle mani degli ebrei, come l’Indépendance Belge,il Constitutionneldi Parigi, e via dicendo. E quanto a' giornali, che non sono ancora del tutto proprietà giudaica, si sa che la stampa libertina non è mai restia ai miracoli dell'oro. Tra noi poi Opinione,per mo’ d’esempio, e come giudea, e come pronta a qualunque pubblicazione, anche a costo di disdire oggi ciò che affermò ieri, è doppiamente aizzata a tenere vivo il fuoco contro Roma per il rattodel fanciullo Mortara.

Noi, per non annoiare i lettori, non tratteremo ora di questa quistione, se non per riferire come cronisti lo stato in cui la medesima si trova. Sembravano esauriti tutti gli argomenti, cioè le invettive, i sarcasmi, i dileggi del libertinismo contro Roma, per aver ricevuto nell’ospizio dei catecumeni un fanciullo battezzato, e trattarlo colla massima amorevolezza, lasciando i suoi genitori in piena balìa di vedere il loro figliuolo quando e come vogliono, quando il Constitutionnel,giornale dell’ebreo banchiere Mirès, quattro o cinque giorni fa, somministrò nuovo pascolo agli affamati colleghi in giornalismo. Dandosi l’aria di giornale bene informato, come quello che riceve le ispirazioni del governo, con grande sussiego e prosopopea di dottore dà lezioni di giustizia, di diritto naturale, e perfino di diritto canonico al Sommo Pontefice, e poi ci rivela, che l’ambasciatore francese a Roma avrebbe fin dal primo momentofatto tutti i suoi sforzi per illuminarela Santa Sede, e rappresentarle in che modo l’opinione in Francia non mancherebbe di riguardare un atto, che è di tale natura da ledere le più sante affezioni. Noi siamo certi,che il duca di Gramont non avrà mancato di metter sott’occhio del Santo Padre tutto il pregiudizio, che poteva risultare ai veri interessi della religione,da una così manifesta lesionefatta a nome della Chiesa, e da' suoi ministri, ai diritti del padre di famiglia ed a' vincoli che lo uniscono col suo figlio».

Noi ignoriamo se veramente l’ambasciatore francese abbia fatto quanto ci dice il giornale ebreo. Nel caso però che il governo francese avesse agito, come ci vorrebbe far credere il Constitutionnel,avrebbe gravemente mancato al suo decoro, ed al suo dovere. Sono di quelle scappate, a cui è spinto il governo dell’Imperatore dalle pessime massime, di cui è imbevuta la burocrazia, erede di 60 anni di rivoluzione. Vedete un po': una legge della Chiesa che dura da secoli contraria ai veri interessi della religione!Una legge della Chiesa, che è manifesta lesionedei diritti della paternità! e il Capo della Chiesa non solo non vede nulla di questo orribile scandalo, ma havvi bisogno, che il duca di Gramont vada a metterglielo sottocchi!Si possono immaginare balordaggini più madornali? Questo dimostra, che le rivelazioni del Constitutionnelsono tutt’altro che autentiche; se l’ambasciatore francese presentò qualche osservazione al Santo Padre, esso non disse le parole che gli mette in bocca il giornale del signor Mirès. Prima di credere, che il governo francese si è reso ridicolo, vogliamo aver migliori documenti, che non il si nous sommes bien informésdel signor Mirès.

Più ridicolo ancora si dimostra il Siècle,il quale va più oltre. Esso non si contente di illuminare il Sommo Pontefice sul fatto del fanciullo Mortara, vuole a dirittura, che, poiché ora vi sono i soldati francesi in Roma, è venuto il tempo d’imporre colle baionette le riforme della famosa lettera di Napoleone III a Edgardo Ney; e ci assicura, che il duca di Gramont ebbe appunto questo mandato dall'Imperatore. Ecco le parole del Siècle:«Posti i principi!, bisogna dedurne le conseguenze. Noi comprendiamo gli scrupoli del Santo Padre; ma' ci è impossibile di ammettere col Constitutionnel, che il governo partecipa questi scrupoli medesimi, e noi crediamo, che per ragione de' servigi che esso ha reso al trono pontificio, ha pure il diritto di far sentire la sua voce. Anzi, noi crediamo di essere nel verodicendo che il governo non ha rinunziato alla politica della lettera, che citavamo ieri (Lettera ad Edgardo Ney, di cui avea detto il giorno prima: più che mai i termini della lettera di E. Neydevono essere l’ultimatum del governo francese,e che il ministro degli affari stranieri diede istruzioniin questo senso al nostro ambasciatore a Roma».

Come vedete crescit eundo. Le informazionidel Constitutionnelrecano una semplice illuminazioneda farsi al Sommo Pontefice sull’ingiustizia delle leggi della Chiesa dall’ambasciatore francese. La verità credutadal Siècleè che l’ambasciatore intimerà al Papa l’aut aut:o il programma della lettera al Ney, cioè il rovesciamento delle istituzioni civili e religiose dello Stato Pontificio, ovvero…….. aspettiamo dal Sièclel’altra parte dell’argomento cornuto.

Secondo noi queste stravaganze dimostrano, che tutto lo strepito del giornalismo più o meno ebraico andrà a finire in una chiassata. Evocare oggi quella sgraziata lettera dopo la spedizione francese contro la repubblica romana, dopo il Due Dicembre, ci sembra il colmo del ridicolo.

Ma terminiamo il nostro compito di cronisti col riferire un altro sa nous sommes bien informésdello stesso articolo del Constitutionnel. Eccolo; «Il giornale ufficiale di Roma, se siamo bene informati, pubblicherà tra breve spiegazioni tali da mostrare quale fu, in questo regrettable affaire,la situazione della Santa Sede. Parimente verrebbe preparata una memoria, che sarebbe destinata a somministrare tutti gli schiarimenti atti a stabilire, che il Sommo Pontefice non ha il potere di intervenire ed usare della sua autorità per restituire il fanciullo Mortara alla religione dei suoi padri,ed alla sua famiglia». Le spiegazioni ele memorie,che potranno essere pubblicate dal governo pontificio (so pure il Constitutionnel est bien informé),saranno al certo tali da confondere la tristizia dei suoi avversari!. Ma crediamo, che non sia necessario né spiegazionimemorieper dimostrare, che il Sommo Pontefice non ha il poterdi render ebreo il fanciullo cristiano Mortara. Di questa verità è intimamente convinto qualunque cristiano, che non abbia dimenticato il catechismo. Quanto a' cristianidel Constitutionnel,del Siècle,del Journal des Débats,che non sanno il catechismo e non credono al battesimo di Gesù Cristo, né al Vangelo, qualunque dimostrazione riuscirà inutile; se pure non servirà per tema di nuovi e più violenti assalti contro le dottrine della Chiesa.


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LA CASSA ECCLESIASTICA E I SUOI BILANCI

(Dall’Armonia, n. 246, del 27 ottobre 1858)

Le rendite della Cassa Ecclesiastica non hanno potuto bastare per Tanno 1857, non bastano pel corrente 1858, né basteranno forse per qualche anno avvenire. — Così la Commissione di sorvegliane. (V. Gazz. Piemontese,Sappi, al n. 250, 22 ottobre).

S. Agostino e S. Epifanio combattono ne’ loro scritti certi sciagurati, i quali sui primordii della Chiesa insegnarono non essere a' cristiani permesso di acquistare, e di ritenere beni terreni, e ciò principalmente per toglierli dalle mani dei sacerdoti. Sapete come si chiamavano costoro? Si chiamavano apostolici e sotto questo nome sono conosciuti nell’eresiologia. Con eguale ragione chiamasi ecclesiasticala Cassa che si formò colle spoglie de' conventi, de monasteri e de' benefizii.

Questa Cassa,nata il 29 di maggio del 1855, vive già da tre anni, e gioverà riandarne brevemente le imprese, e mostrarne le condizioni presenti. Del che ci porge occasione un documento pubblicato dalla Gazzetta Piemonteseil 22 d’ottobre, che è la Relazione rassegnata al Re dalla Commissione di sorveglianza. E siccome è bene, che certi nomi sieno conservati, cosi ecco quelli degli onorevoli personaggi, che compongono la Commissione medesima: Des Ambrois — Massa-Saluzzo — Mameli — Montagnini — Tonello — Vegezzi — Poccardi.

Signora Commissione, come sta adunque la Cassa?Le rendite della Cassa Ecclesiastica, risponde la Commissione, non hanno potuto bastare per l’anno 1857, non bastano nel corrente 1858, e non basteranno forse per qualche anno avvenire». In altri termini: la famosa Cassaè sorella germana del nostro erario, il quale ha incominciato a vuotarsi fin dal 1848, e non si riempie più, né per debiti che si contraggano, né per imposte che si sanciscano, né per beni demaniali che si vendano.

Nella stessa guisa la Cassa divora beni rurali, fabbricati civili, opifizii, chiostri, cerca di far danaro a qualunque costo, concentra frati, aggrappa da tutte le parli ciò che le appartiene secondo la legge, e ciò che non le appartiene, mette biblioteche all’incanto, sequestra, fa visite domiciliari, sogna tesori, eppure è sempre vuota, e carica di debiti. Eccovi la sua storia di tre anni, raccontata dalle cifre de' suoi tre bilanci.

1855. Attivo L. 1,839,350 39 214
Passivo » 2,244,922 12
1856. Attivo » 3,706,890 43
Passivo » 4,917,464 69
1857. Attivo » 4,673,010 25 214
Passivo » 5,868,169 65
Totale dei tre anni. Attivo L. 10,219,252 01
Passivo » 13,030,547 46
Eccedenza nel Passivo L. 2,811,295 45.

Come ben vedete la Cassa è all’altezza de' tempi. Più crescono le entrale, e più crescono le spese in progressione geometrica, e in conseguenza i debiti. Se continua di questo passo, ci saprete dire dove si troverà nel 1870, se si troverà!

Dicevamo testé, che la Cassa piglia ciò che le appartiene secondo la legge, ed anche ciò che non le appartiene. Quest’ultimo punto è un po' grave, e bisogna provarlo. Presto provato dalle innumerevoli liti che la Cassa ha presso i tribunali, accusata di avere tolto ingiustamente il fatto altrui, e dalle molte sentenze, che l’obbligarono alla restituzione.

Basti il solo fatto de' benefizi!semplici. I signori della Cassa misero ternani su quanti più benefizi! poterono aggrancire. I poveri beneficiati gridarono, ma inutilmente, e dovettero ricorrere ai tribunali. Sapete quanti benefizii la Cassa fu già obbligata a restituire per solenne sentenza dei magistrati? Ducentosei!Di questi, centoundicierano d’indole laicale, e la Cassa non ci avea da veder nulla. Quarantottierano accompagnati dall’obbligo al provvisto di compiere personalmente ad un servizio religioso; ventitréerano già stati svincolati dalla legge 8 germile, anno IX, o dall’altra del 25 di aprile 1810; ventiquattroeran semplici legati pii, e cinquetrovavansi regolarmente incorporati ai seminari.

E chi sa quanti ancora di questi benefizii e di altri fondi ecclesiastici la Cassa dovrà restituire! Sebbene però sia proceduta nelle conquiste senza molti scrupoli, non le bastarono i fondi per vivere. Vi ricordate come si dicessero ricchi i conventi e i monasteri? Vi ricordate, come, essendo stato osservato nella Camera al conte di Cavour, che la Cassa non porterebbe nessun vantaggio ai contribuenti, il Conte cinicamente rispose, che avrebbe soppresso gli ordini religiosi ricchie incameratine i beni? Vi ricordate, che quattro anni fa preti, frati e monache vivevano dei beni della Chiesa senza contrarre debiti, ed anzi dando luogo a sospettare, che fossero sfondolatamente ricchi?

Ed ora la Cassa ha consumalo tutto, ed in tre anni ha già fatto quasi tre milioni di debiti! Ha consumato le rendite de' monasteri, de' conventi, delle collegiate, de' benefizii semplici; ha consumato mezzo milionedi lire, che ha ricevuto dall’Economato Apostolico; ha consumato ducentomilalire, che ebbe dalle finanze dello Stato; ha consumato due imprestiti autorizzati l’uno con legge del 2 di marzo 1856, e l’altro con legge del 19 di aprile del 1857, i quali insieme sommavano a lire 1,502,818, e come se ciò non bastasse, al finire del 1857 avea già mangiato sull’esercizio del 1858 L. 200,514 95.

E questa era la Cassa, che, secondo l’art. 24 della legge del 29 di maggio 1855, dovea operare tanti miracoli, e migliorare la sorte de' parrochi, che non hanno una rendita netta di lire mille!0 poveri parroci»! State freschi se aspettate, che la Cassa migliori la vostra condizione, o vi dia un solo centesimo! Se volete parole e promesse, ne avrete a bizzeffe, ma denari no. La Cassa piglia, e non dà; e tutte le casse di questo genere hanno fatto sempre così. Imperciocché tali casse possono dirsi i lambicchi de' beni ecclesiastici. Ci si mettono dentro i beni, e si sottilizzano, si distillano, e non ne rimane che qualche goccia, il resto essendosene andato in fumo.

La Cassa ecclesiastica,trovandosi a mal partito, e abbisognando di danari, per crescere le sue rendite, procede ai concentramenti de' frati e delle monache. Nell’anno 1856 e 1857 ha concentrato ducentotra religiosi e religiose, ha ammesso a godere la pensione fuori chiostro trentasei,e lasciò provvisoriamente nei conventi cinquereligiosi per ufficiarne le chiese.

Questa operazione ha dato alla Cassa un buon guadagno, giacché i concentramenti lasciano in libertà i conventi, e la Cassa li vende o li appigiona. Conla Commissione di sorveglianza ci dice che i ducentotra monache e frati, che vennero concentrati, produssero alla Cassa un utile di lire 41,359 47. Che cosa importano alla Cassa i dolori e le lagrime de poveri religiosi e massime religiose, strappati alle loro case, e traportati altrove! Essa bada ai guadagni, e quantunque sia ecclesiastica, non le preme il resto.

Ma come va egli mai che con tante vendite, e concentramenti, e imprestiti, i beni ecclesiastici, che servivano benissimo prima del 1855 al sostentamento de' frati e delle monache, ora non servono più, e le rendite della Cassa, come dice la Commissione di sorveglianza,«non hanno potuto bastare per l’anno 1857, non bastano pel corrente 1858, né basteranno forse per qualche anno avvenire?»

Ci ricorda di aver già altra volta accennato ai nostri lettori la ragione principale di questo fatto. La quale consiste in ciò che la legge del 29 di maggio ha accresciuto i frati in Piemonte e volendo abolire quelli, che vestono cocolla, e recitano l’uffizio, ne ha stabilito invece un esercito d’altri, che mangiano a due palmenti, e sono i frati della Cassa ecclesiastica,e gli avvocati che li servono.

Sul quale argomento ci converrà stenderci alquanto, e citare alcune cifre, epperciò lo riserviamo ad un secondo articolo; raccomandando ai nostri lettori di non ¡spaventarsi se noi parliamo loro il linguaggio dei numeri, essendo 9 più eloquente di tutti, e quello che non ammette replica, tanto più quando questi numeri medesimi ci vengono somministrati da' nostri avversari!

IL REFETTORIO DELLA CASSA ECCLESIASTICA

(Dall’Armonia,n. 247,del 28 ottobre 1858)

Marco Tullio Brofferio, parlando un giorno nella Camera dei Deputati, sfidò i ministri, che si gloriavano d’avere abolito i conventi, a mostrargli un frate solo da essi soppresso. E i ministri non accettarono la sfida, perché in realtà non abolirono i conventi, ma invece li moltiplicarono in Piemonte.

Prima di mostrare, che per opera del ministero nacque tra noi un nuovo e grande convento, non di Padri predicatori, ma di frati diluviatori, è debito nostro di scusare i ministri presso il loro amico Marco Tullio. Compatiteli, Big. Brofferio: essi non soppressero gli ordini religiosi, perché nessuna legge umana può sopprimerli! 1 governi ne possono incamerare i beni, svaligiare le case, cacciarne le persone; abolirli non già, e comunque facciano, se li vedranno ben presto rinascere dinanzi agli occhi.

Sì è questo un concetto svolto eloquentemente, secondo il suo costume, dal P. Enrico Domenico Lacordaire, in una sua conferenza Sul ristabilimento dei Padri Cappuccini in Francia.

«Non sono andati ancora sessantanni, diceva egli, che questi religiosi, e quanti mai altri, vennero sbanditi dalle nostre terre; essi furono strappati dalle loro case; leggi di proscrizione promulgaronsi per tutto il nostro paese affine di scacciarli per sempre, come il rifiuto dell’umanità. E nonostante queste leggi, non per anco rivocate oggidì; nonostante tutto il mal volere dei sofisti e de' fautori dell’anarchia collegati ai due estremi della società; nonostante i solenni e costanti ostacoli rinnovati sul nostro suolo, gli Ordini religiosi, mendicanti e non mendicanti, esistono e si propagano!

«E la ragione di questo prodigio è, che tutto ciò che partecipa dell’essenza del cristianesimo, ha una forza maggiore delle leggi, è più forte dei magistrati, e tale, che si attira, vogliano o no, le loro simpatie, la loro adesione, e perfino la tacila loro protezione. Quando si tocca l’essenza delle cose, esse non periscono, e siccome le famiglie spirituali sono dell’essenza del cristianesimo, instituito in questo mondo, così esse non possono perire».

Dunque non ha nessuna colpa il ministero se non ha fatto ciò che non poteva fare. Marco Tullio Brofferio si rassegni, perché frati ce ne saranno sempre. Passeranno i Talliie gli Archia,i Cavour e i Cadorna; ma finché il mondo starà, staranno i consigli evangelici, e anime elette, che, rinnegando se stessi si studieranno di osservarli.

Però una giusta critica, che si può muovere ai nostri ministri, si è di avere moltiplicato i conventi col pretesto di abolirli, instituendone uno, che, maggiore di tutti, è quello ché più consuma e meno fa. Ognuno capisce, che noi alludiamo al convento della Cassa Ecclesiastica.

Se il signor Brofferio vuol trovare i frati instituiti dai nostri ministri, non ha da cercarli in coro, perché non dicono uffizio; né in sacrestia, perché non l’amano guari; sibbene in refettorio. Là stanno, ad onore d’Italia e della libertà i frati della Cassa Ecclesiastica dell’ordine irregolaredei Berlindot.

Mano alle cifre, ed esaminiamo il conto dei loro pasti. Nella relazione della Commissione di sorveglianzasulla Cassa Ecclesiastica, da noi ieri accennata, vi ha uno specchio, che ci dà le spese fatte dalla Cassa medesima, dall’11di giugno 1855, a tutto aprile 1858, per conto degli anni 1855, 1856, 1857. La prima partita sapete per chi è? Pei frati della Cassa Ecclesiastica radunati in refettorio.

Leggiamo di fatto: «Personale ordinario e straordinariodegli uffizi interno ed esteri,spese d’uffizio e di primo stabilimento degli uffizi centrale ed esterno, aggio ai contabili,spese di compulsione e simili, spese di presa di possesso,» ecc. Tutti costoro occuparono il luogo de' frati antichi; non predicano, non pregano, non confessano al par di loro, ma diluviano più di loro.

Nel 1855 il conto ci dice che s’hanno ingoiato la somma di L. 60,548 44. Ma, poverini, non erano che semplici novizii, e fatti più grandicelli, nel 1856 si tolsero per loro parte lire 97,239 62. E siccome l’appétit vienten mangeant, cosi nel 1857 si diluviarono l’egregia somma di L. 114,880 45!

In questi tre anni tra persone ordinarie e straordinarie,tra uffizi internied esteri,tra uffizi centralied esterni,svaporarono L. 272,668 dei beni de' frati e delle monache. Prima della legge del 29 di maggio, questi danari sarebbero toccati ai conventi. Invece, per quella riforma, servirono ai nuovi frati della Cassa; i quali nel conto si mettono in primo luogo, e con ordinata carità cominciano dal pagare se stessi, né è mai che sospirino i pagamenti, come i curati della Savoia, de' quali ci parlò ieri il Bon Sensd’Annecy.

La casa madre, o il quartier generale dei nuovi frati dell’ordine di Rattazzi è in Torino, dove risiede il generale Padre Michelangelo. Questo generale ha sulle rendite dei frati antichi tale uno stipendio, che prima bastava per una dozzina di religiosi, e forse per un convento intiero.

Vengono poi i guardiani sotto il titolo di capi d'uffizio,e ce ne sono ben tre nella sola capitale: Fra Pietro,Fra Filippoe Fra Giovanni, eciaschedun di loro consuma quello che bastava per lo innanzi a dodici monache.

Avete poi quattro segretari,che divorano per mezza dozzina di frati: Fra Carlo,Fra Francesco,Fra Pietro,Fra Giacomo,tutta gente rispettabilissima, che però non suol meditare ogni mattina la mortificazione; gente che lavora e vuol essere pagata. Ma per lo innanzi questo lavoro sei faceano i frati da sè, ed era tutto denaro che restava in casa.

Troviamo finalmente il resto del convento, e sono gli applicati,che ve ne ha di ben quattro classi, e Gaetani, e Stefani, e Benedetti, e Felici, ecc., in numero di ventuno; tutti pagati col denaro dei frati, e pagati in modo che guadagnano ben di più di ciò che venne assegnato ad ogni religioso!

Ma il nuovo ordine di frati, che ci venne regalato dal sig. Rattazzi, non consiste tutto qui, e v’hanno molti avvocati e procuratori, che non tardarono di farsi ascrivere all'ordine, e prendere posto in refettorio. E quanto mangiarono questi terziarine’ tre anni passati?

Il conto delle spese per le liti sostenute dalla Cassa Ecclesiastica vd dice eloquentemente. Nel 1855 si diedero ai frati avvocati L. 8,36 91. Ma allora

297 s’incominciava appena. Nel 1856 s’ebbero invece L. 23,766, e nel 1857 L. 20,784 75. In tutti questi tre anni la Cassa pagò agli avvocati e procuratori per ¡spese di liti L. 52,947 80. Prima della riforma rattazziana ce n'era da mantenere lautamente due conventi.

Sommando insieme le spese pel personale, eccettera, della Cassa Ecclesiastica le spese delle liti, e le contribuzioni, abbiamo, che in questi tre anni vennero tolte dal patrimonio ecclesiastico lire 1,147,441 88. È ben naturale perciò, che i fondi, i quali bastavano un giorno al mantenimento del clero regolare, non bastino pia presentemente. Agli antichi refettorii de' frati s’aggiunse il refettorio massimo, quello della Cassa. Qui corrono a diluviare il ministro delle finanze, l’insinuatore colla sua carta bollata, gli avvocati colle comparse, e poi tutti que’ nuovi frati, che ci vennero nominati più sopra. Né è da far maraviglia se costoro considerano come un’ottima riforma quella del sig. Rattazzi, e la benedicono quasi fosse una conquista del progresso e della libertà.

Certo è che costoro hanno conquistato un impiego ed uno stipendio, che non godrebbero senza la riforma degli ordini religiosi compiuta dai nostri ministri; epperò battono palma a palma, e dicono che il ministero è un non so che di veramente pelasgico ed italiano.

Qui vogliam fare due osservazioni. Quando quel milione e più di lire stava a disposizione de' frati propriamente detti, erano essi i soli che lo consumavano? Intorno al convento voi trovavate sempre una raccolta di poveri, che non si partivano mai da quel luogo senza essersi sfamati col pane della carità.

Noi ne appelliamo a tutti i Torinesi. Quante volte avete veduto i vostri poveri dividere cogli Oblali della Consolata, coi Padri di S. Domenico, e con altre corporazioni religiose il loro parco desinare? Ma dopo il 1855 avete mai visto lo stesso spettacolo di carità alla porta del refettorio della Cassa Ecclesiastica?

Dipoi questa reverendissima Cassa ne’ suoi conti, che portano debiti su debiti stante la moltiplicazione delle bocche, suol sempre addurre una considerazione, per promettersi un miglior avvenire. La Cassa dice che coll’andar del tempo i frati e le monache morranno, ed essa, non dovendo più pagare le pensioni, si troverà in ultimo ricchissima.

La quale speranza non si può estendere ai nuovi frati dell’ordine del signor Rattazzi, i quali non cesseranno mai dal rodere il patrimonio ecclesiastico. Anzi studiando un po' sui conti della Cassa Ecclesiastica troviamo questo fatto notevolissimo, che quanto si paga ai frati antichi d’anno in anno diminuisce, e ciò che invece si dà ai nuovi frati rattazziani aumenta sempre.

Ed invero, nel 1856 si pagarono a favore dei religiosi tante pensioni per L. 742,341 04. E nel seguente anno 1857 se ne pagarono solamente L. 711,062. D’onde questa diminuzione? Ben si capisce; sono poveri frati, povere monache, che in conseguenza di tante ansietà, concentramenti, dolori, morirono, e la Cassa guadagnò colla loro morte un da trenta mila lire.

Ma i frati della Cassa non muoiono, e ciò che loro annualmente si paga ben lungi dal diminuire aumenta sempre più. Come già abbiam visto, bastarono nel 1856 L. 97,239 62; ma nell’anno 1857 furono necessarie L. 114,880 45. L’ordine rattazziano della Cassa dice agli altri ordini: mors tua, vita mea.

E qui sarebbe il tempo di mettere da parte le burle, e lasciar libera la penna a scrivere ciò, che sente il cuore di tutte queste riforme e libertà. Ma il fisco non deriderebbe altro per poter sottrarre agli occhi delle nostre popolazioni anche questi pochi riflessi, che tra il Tremito e il riso riamo venuti scrivendo fin qui. Laonde noi faremo fine, ché non possiamo più a lungo reprimere noi stessi, né c’è permesso di sfogare liberamente l’animo amareggiato.Exurge, Domine, et iudica causam tuam.

GLI ASSALTI CONTRO ROMA

Ulud te reparat, quod celerà regna resohrit. Ordo renascendi est, crescere posse malia.

RUTTLIO, Itiner.

(Dall’Armonia,n. 150, del 31 ottobre 1858)

L’antica Roma fu nobilitata e ingrandita dalle disavventure, così che non sai se dovesse più ai suoi amici o a' suoi nemici; e non le venne mai addosso ninna sciagura d’incendii o di rovine, che non le tenesse dietro il rifare ciò ch’era stato distrutto con fabbriche incomparabilmente più belle, più magnifiche, più sontuose che dianzi.

Rovinarono Roma i Galli fin da que’ suoi primi tempi, e ciò che non poterono abbatterne, diedero a consumarlo le fiamme. Essi vollero fare di Roma ciò che i Greci di Troia, lasciarne null’altro che campos ubi Roma fuit. Che ne seguì? Tutto il contrario dell’aspettato. «Conciossiaché, dice lo storico; noi, Romani, dobbiamo rendere grazie a' Dei immortali per tanta strage Quel fuoco nascose le case dei pastori, e quella fiamma coperse la povertà di Roma. Quell’incendio fece sì, che la città destinata a domicilio degli uomini e degli Dei, non già fosse rovinata e distrutta, ma paresse invece purgata ed illustrata» ((132)).

Così cominciò Roma pagana, e così dipoi continuò sempre a dovere la sua maggior felicità alle sue maggiori miserie, i suoi ingrandimenti alle sue rovine, e di se stessa disformata, scrive elegantemente il Bartoli, riformarsi più bella, e dove si disfaceva di mattoni, rifarsi di marmo. E ciò era passato in tale consuetudine, che, al dir di Seneca, Timagene grande nemico della felicità di Roma, soleva affermare, che gli incendii di questa città gli dolevano assai, per ciò solo ch’egli era certo sarebbe per risorgere migliore, quanto fosse stato incenerito ((133)).

Ora, siccome Roma pagana e il suo impero erano stati dalla Provvidenza destinati ab origine per lo loco tanto,«u’ siede il magno successor di Piero»; così, ciò che a quella avveniva, quanto ad esterna bellezza e materiale potenza, pronunziava ciò che sarebbe avvenuto riguardo a Roma cattolica, quanto a forza e a grandezza morale. Tracciando la storia del Cattolicismo, egli si potrebbero dimostrare gli immensi vantaggi che recarono al Papato coloro che volevano spiantarlo; e come ne gettassero le fondamenta incrollabili gl’imperatori colle loro persecuzioni; e ne svolgessero l’ammirabile dottrina gli eresiarchi coi loro sofismi; e ne assodassero la potenza i governi colle loro usurpazioni.

Roma cattolica, destinata a stanza del Vicario di Gesù Cristo, doveva essere posta come il figliuolo di Dio in segno di contraddizione ma dovendo essere eterna, conveniva che la contraddizione non l’atterrasse, ma la rinvigorisse, e il nemico, che voleva recarle rovina, suo malgrado le crescesse la forza e la vita.

E così fu. Si esaminino una ad una le guerre rotte a Roma cattolica, gli scismi, le eresie, le invasioni, e si vedrà che in ultima analisi tutto le riuscì in vantaggio, e come il sangue de' Martiri fu seme di cristiani, così le bestemmie degli empii furono occasione di vivida luce e di eterno splendore. Si potrebbe scrivere un libro, svolgendo questo fatto di secolo in secolo; ma noi ci contenteremo di accennare appena agli ultimi avvenimenti.

Per esempio, i filosofi aveano annunziato che Pio VI dovea essere l’ultimo Papa. Chi li smentì? Coloro, che trassero fuori di Roma questo Pontefice martire, e lo fecero morire in Valenza. La miracolosa' elezione di Pio VII fu la prova solenne data a tutto il mondo, in un momento di grande incredulità, che i tristi possono uccidere i Papi, ma non il Papato.

La quale tesi fu dipoi dimostrata dal primo Napoleone, riguardo a quest’ultimo Pontefice, colle persecuzioni a cui l’assoggettò. Imperocché, se umana potenza bastasse a distruggere Roma e toglierla al Papa, chi n'ebbe mai tanta quanta il Bonaparte? A lui nulla potè resistere nel mondo, se non un veglio inerme armato del Crocifisso, ed il veglio tornò trionfante in Roma, ed il potentissimo Imperatore morì esule a Sant’Elena.

La guerra scellerata, che a' giorni nostri mossero e muovono i rivoltosi a Pio IX, si riduce in fin dei conti ad un’apologia del Papato. Chi meglio di Mazzini fe’ capire all’Europa, che in Roma stanno le fondamenta, non solo dell’ordine religioso, ma anche dell’ordine sociale? Chi provocò più solenni dimostrazioni de' popoli e dei governi in favore del Romano Pontefice? Senza Mazzini si sarebbe mai creduto possibile, che una repubblica francese dovesse atterrare la repubblica romana, e ristorare il governo temporale del Papa!

E da questi fatti capitali passando ad eventi particolari, si consideri un po' il guadagno che ottenne Roma in Inghilterra per l’opposizione che si mosse al ristabilimento della gerarchia cattolica. Le più strepitose conversioni si debbono appunto a' protestanti più rabbiosi, che assalendo e calunniando il Papato, eccitarono gli uomini di buona fede a studiarlo, e convertirsi alle sue dottrine.

Né meno giovò a Roma la guerra, che le mossero contro i plenipotenziarii sardi nel Congresso di Parigi; giacche fecero conoscere la vanità dei loro attentati, diedero occasione al Montalembert, ai de Corcelle, ai Maguire, di dettare le loro trionfanti scritture, e spinsero il popolo degli Stati Romani ad accogliere tra riverenti ed affettuosissimi applausi il S. P. Pio IX, che viaggiava attraverso le sue città.

E tutto questo baccano, che oggi si mena contro Roma pel fatto del Mortara, credete voi, che resti senza vantaggio pel Cattolicismo? I rivoluziona rii vorrebbero, che si tentasse in Roma ciò che si consumò in Napoli pel Cagliarie in Portogallo pel San Giorgio. Ma, o non vi riusciranno, o, se ottenessero, che il terzo Napoleone facesse il tentativo, vedrebbero rinnovarsi le vittoriose resistenze di Pio VII. Questa fermezza dei Papi in tutto ciò che si attiene al loro dovere, fermezza che comparisce sempre ad ogni circostanza, e sotto qualsiasi Pontefice, non è una bella gloria per Roma?

E poi, esaminate la condotta del giornalismo, principalmente francese, da un mese in qua, e vedrete, che fino a un certo punto dobbiamo rallegrarci dei suoi articoli. Noi abbiamo visto il Journal des Débats,il Siècle,la Presse,parlare ai proprii lettori del Santo Battesimo, e insieme con mille errori insegnare loro un po' di catechismo. Siamo certi, che molti, tocchi dalla misericordia di Dio, dopo di avere tanto letto del Battesimo, se non furono lavati dalle sue acque salutari, ne concepiranno il desiderio, o se l’ottennero procureranno di fame rivivere in loro stessi la grazia.

Così pure non fu un gran guadagno per Roma lo studiarsi nella sua storia passata, il mettersi in mostra la sua legislazione cattolica, il far vedere da' suoi medesimi nemici, che il principio della tolleranza, in ciò che ha di legittimo, sussiste da tanto tempo nell’eterna città? Non abbiamo oggidì consenzienti tutti gli avversari! dei Papi, su questo punto, che gli Ebrei non furono in nessun luogo, da nessun imperante, così umanamente trattati come in Roma dai Romani Pontefici? il Sièclenon uscì fuori perfino a smentire se stesso riguardo alle accuse che lanciava contro il S. Offizio, dandoci un prezioso documento della bontà e saviezza di questo in Avignone?

Noi detestiamo le guerre contro Roma, pel male morale che ne viene agl» assalitori, e perché, nel furore della mischia, molti periscono; ma non ce ne dorremo mai pel timore che abbiano un esito contrario agli interessi del cattolicismo. Anzi, siam certi, che ogni assalto sarà una nuova gloria pel Papato; e se ciò non fosse, Dio onnipotente saprebbe assai bene rintuzzare i primi attentati de' suoi nemici. Ma egli, nella sua Provvidenza, amò meglio convertire il male in bene, che impedirlo, secondo il detto di Sant’Agostino; e noi, che ci troviamo nella tempesta, operiamo da buoni marinai, e speriamo che la calma non può fallire. Che bel veleggiare, dicea Biagio Pascal, sopra di una nave flagellata dai flutti, quando s’è certi che la nave non può restar preda delle onde!

I PRIMI GIORNI DI NOVEMBRE DEL 1847

(Dall’Armonia, n. 253 e 254, del 5 e 6 ottobre 1858)

I

I poveri giornalisti, condannati a dettare quotidianamente un articolo, debbono in questa carestia di notizie beccarsi il cervello per rintracciarne l'argomento; e per lo più, disperati di rinvenirlo, si gettano addosso a Napoli, o descrivono la prossima bancarotta dell’Austria, o trattando del fanciullo Mortara bestemmiano e mandano giù Trivigante e Macometto.

Ma cotesti temi, ossieno discorsi dagli offensori o da' difensori, ornai annoiano passabilmente il prossimo, e noi abbiamo fatto proposito di annoiare il meno possibile i nostri lettori. Laonde, lasciate in disparte tali quistioni già fritte e rifritte, siamo venuti in pensiero di ricordare certi avvenimenti, dei quali in questi giorni ricorre l’anniversario, e che undici anni di già trascorsi avranno forse potuto cancellare dalla memoria di molti de nostri concittadini.

E così scriveremo nell’Armonia ciò che non vi si potè scrivere a que’ dì, perché il nostro giornale non nacque che a mezzo il 1848; e inoltre avremo occasione di qualche riflesso tanto più salutare, in quanto che verrà accompagnato dall’esperienza, ed avrà la sanzione del tempo.

Discorriamo adunque de' primi giorni di novembre, undici anni sono; e principalmente delle feste e delle dimostrazioni che avvenivano in Torino e in Genova. Per le prime ci servirà di documepto uno scritto di Domenico Carutti intitolato; Le feste torinesi per le Riforme del30 di ottobrecoi brindisi letti nel banchetto dato ai Genovesi il7 di novembre1847. E per le seconde una lettera di G. B. Cevasco a Lorenzo Valerio,

«Il 30 di ottobre (1847) andrà glorioso negli annali d’Italia, come scrisse Giorgio Briano in una sua introduzionead un Dono nazionale scelte prose e poesie. E perché? Perché «abbattute erano le menti, oscurati i cuori; ma la luce spuntò a tutti gli uomini di buon volere». La luceconsisteva in varii decreti pubblicati nel N° 258 della Gazzetta Piemontese,che contenevano alcune riforme sulla stampa, sui consigli municipali e provinciali, e sulla polizia.

Erano riforme modestissime, e che non variavano punto l’ordinamento dello Stato. Eppure scrive Domenico Carutti, che «superarono la comune aspettativa, e destarono un sentimento di gioia, che non è troppo il dire che confinava coll’ebbrezza. I cittadini, continua il Carutti, s'incontravano e si sorridevano, benché l’uno all’altro ignoti; gli amici si abbracciavano; in tutti i cuori sorgeano sentimenti nuovi di amore e di fratellanza».

Che bei giorni erano quelli! Ma nell’ottobre del 1858, altro che incontrarsi e sorridere! D’ordinario s’incontra per le strade o l’esattore fiscale, o il soldato Gino,che fanno piangere; e talora s'ha la disgrazia d'incontrare, come il povero avvocato Garibaldi, tre malandrini, nell’ebbrezzadeldelitto, che con senti menti nuovi di amore e di fratellanzavi fanno un occhiello nel cuore e vi stendono freddi su questa terra della libertà!

«Appena si sparse la notizia, racconta il Carutli, della pubblicazione officiale dalla Gazzetta Piemontese,molti vollero in quella stessa sera attestare al Re la loro gratitudine e il loro giubilo; già erano preparate le fiaccole, già ravviso per l'illuminazione era corso; ma alcune persone influenti avendo osservato, che una festa preparata in tanta fretta non sarebbe riuscita abbastanza decorosa, si intralasciò il pensiero per quella sera, e si fecero gli apparecchi pel domani. Onde appare, osserva il Carutti, che, se la popolazione torinese è capace di subitanei slanci, del pari si piega arrendevole ai consigli di chi tempera il bollore dell’entusiasmo».

Altri potrà durar fatica a comprendere l’entusiasmo di un popolo, che si regola a battuta di musica, e invece di prorompere oggi, prorompe domani, secondo l’ordine de' raggiratori. Noi però sappiamo, che Gianduia è d’una docilità a tutta prova, e pronto a servir chi lo comanda. Gli dicono di far festa, e fa carnevale; lo consigliano a piangere, e si discioglie in lagrime.

La domenica, 31 di ottobre, il Corpo decurionale pubblicò un manifesto, in cui si invitavano i Torinesi a manifestare gratitudine e gioia all'ottimo nostro Re, che ha colmato i nostri voti coll"accordarci le leggi le più provvide e le più desiderate. Capile? Quelle leggi erano il non plus ultra,e avevano colmato i nostri voti!Dunque in quella sera illuminazione generale.

E la città brillò splendidamente illuminata. Dappertutto lumi e cartelloni, su cui leggevasi a caratteri cubitali: Viva Carlo Alberto e le sue Riforme;e la Società Agraria esternava, con una iscrizione, la sua riconoscenza al Re, che i suoi popoli allietava, e a nuova vita li convitava, il di non perituro del30 di ottobre1847.

Il primo di novembre la gioia e la gratitudine erano state manifestate al Re, e lutto doveva essere finito. Il Corpo municipale l’intendeva così, e pubblicò un proclama, dove diceva: «Ilgiorno di ieri fu consacrato alla gioia; un popolo riconoscente volle manifestare la sua gratitudine ad un Principe, la cui memoria vivrà eternamente. Dato sfogo a questi giusti sentimenti, la Civica Amministrazione, nell’applaudire al lodevole contegno tenuto dalla popolazione fra i sensi di viva e generale esultanza, si ripromette dalla saviezza della popolazione stessa, che essa ritornerà alla consueta decorosa sua calma».

Calma?La Civica Amministrazione aveva fatto i conti senza l’oste. Essa non capiva, che i rumori, le feste, le illuminazioni, gli evviva, incominciavano allora, e non sarebbero finiti che ben più tardi colle guerre e colle imposte. Calmasi domandava sul Tevere e sull’Arno, come sulle rive del Po, ma si sorrideva alla bonomia di coloro, che se la ripromettevano.

Il 3 di novembre Carlo Alberto dovea partire per Genova, dove solea recarsi ogni anno a passare un po' di tempo nella capitale della Liguria. 1) giorno dei morti del 1847 venne distribuito il seguente avviso: Tutti i buoni cittadini abitanti in Piazza Castello e in via di Po sono invitati ad addobbare le loro finestre nel mattino del 3 del corrente, prima del passaggio di S. M., per concorrere così a dare una prova della comune esultanza. — Evviva il Re, avvivano i Principi riformatori, evviva l’Italia».

I buoni cittadini obbedirono. Le finestre erano addobbate, le strade e le piazze piene di popolo e di bandiere. Verso le nove e mezzo il Re uscì dal palazzo a cavallo in mezzo a' due suoi figli. «La reai cavalcata, scrive il Carutti, era preceduta da una vettura tirata da quattro cavalli, in cui sei cittadini dei diversi ordini portavano un magnifico stendardo azzurro, su cui stava scritto: A Carlo Alberto, padre della Patria. Allo sbocco della via di Po, all'entrata della magnifica piazza Vittorio Emanuele le bandiere si agitarono come una selva scossa dal vento, e l’inno risuonò sul labbro di venti e più mila persone» Prima, dice il Carutti, «l'inno espressamente composto dal Bertoldi, e musicato dal maestro Rossi, si udiva sommessamente ripetuto a brevi distanze». Era la prova generale.

Tra lo sventolare delle bandiere e de' fazzoletti, e il canto dell’inno, il Re giunse al Rubatto, scese da cavallo, ringraziò e salì in carrozza, mentre i cittadini cantavano:

Se ti sfidi la rabbia straniera,

Monta in sella e solleva il tuo brando;

Con azzurra coccarda e bandiera

Sorgerem tutti quanti con te.

Dov’è Carlo Alberto oggidì? Dove l’azzurra coccarda e bandiera?Siam sorti tutti quanti?… Ma lasciamo le riflessioni, che verranno più tardi a suo luogo.

Partito il Re, le feste doveano essere terminate in Torino. Ma quando s’incomincia, non si finisce così presto! «I bandierai, racconta il Carutti, si divisero in due drappelli; l’uno salì al monte dei Cappuccini, dove domandò ed ottenne la benedizione sacerdotale delle bandiere». Quella sante persone non potevano fare a meno della benedizione sacerdotale;e i Cappuccini non seppero negarla a que’ pii!

Nel novembre del 1858 si capisce dove andò a parare quella benedizione! I Cappuccini, insieme con tante altre corporazioni religiose, furono soppressi in nome di quella libertà che benedissero, perché la credevano libertà della Chiesa, libertà del bene, libertà per tutti.

L’altro drappello di bandierai, tornando per via di Po, recossi al palazzo di città, e consegnò al Corpo decurionale tre bandiere, le quali, ricevute dai due sindaci e dal vicario, furono depositate nel palazzo civico a perenne memoria delle leggi del 30 d’ottobre.

«Il Corteggio, sono parole del Carutti, proseguì il suo cammino verso la dimora del Nunzio apostolico, ed ivi le signore intuonarono l’inno a Pio IX, a quel grande, che Italia tutta riconosce per messaggiero della sua redenzione civile». Passarono due anni, e il Nunzio apostolico fu costretto ad abbandonare Torino, e Pio IX vide in segno di gratitudine violate quelle promesse che gli erano state fatte in fede e parola di Rei

Carlo Alberto era in Genova e le feste continuavano in Torino. Il Corpo decurionale, che avea raccomandato calma,con un nuovo proclama ordinava generale illuminazione della città nella sera del 4 di novembre, giorno onomastico del Re. «I drappelli dei bandierai uscirono nuovamente percorrendo al suono dell’inno nazionale le vie principali»; il teatro illuminavasi a giorno, e vi si cantavano gli inni a due per volta, ed era «bello, dice il Carutti, vedere i coristi, i mimici, i ballerini, portare anch’essi [gli adorati colori». Questo, soggiungiamo noi, era non solo bello, ma eloquente cd istruttivo chi l’avesse saputo o voluto capire!

Ora la scena principale si rappresenta a Genova, e domani daremo la parola al sig. G. B. Cevasco, che ce ne discorrerà nella sua lettera a Lorenzo Valerio. Se questi racconti, dopo undici anni, diventano ridicoli, la colpa non è nostra.

II

Il quattro di novembre del 1847 Carlo Alberto giungeva in Genova, e non si possono descrivere a parole le straordinarie feste e dimostrazioni, con cui vi era accolto.

«Ieri, mio buon Lorenzo, scriveva il signor Cevasco a Valerio, ieri fu un giorno, che Genova non vide mai in alcun tempo; le campagne erano tutte versate in Genova. Per le vie un abbracciarsi tutti, un applaudire alla civiltà italiana, al Principe riformatore. Quante amicizie strette! Quanti odii e antipatie riconciliate!»

Quella luna di miele passò ben presto, imperocché da quel tempo in poi, ben lungi gli odii dal cessare, e le inimicizie dal comporsi, ripullularono le animosità, crebbero le guerre cittadine in Italia; guerre tra governi e governi, tra governi e governati, tra famiglie e famiglie; le quali continuano ancora presentemente, e l’un l’altro si rode di quei che un muro ed una fossa serrai Ma passiamo al fatto.

«Ieri (è Cevasco che scrive, e speriamo scriverà sotto la data del 5 di novembre, perché nel libro ci manca), ieri all’una dopo mezzodì tutta la gioventù genovese convenne nella passeggiata dell'Acquasola; una selva di bandiere allegoriche sventolava su quella moltitudine. Ciascuna bandiera portava un motto. Prima delle due quella moltitudine era tutta ordinata a pelottoni: ciascun pelottone era preceduto da un vessillo; prima delle tre l’immenso corteggio era allineato da nuova porta Lanterna fino al R. Palazzo, un miglio e mezzo di tratto. Le donne dovevansi trovare alle quattro nella piazza del Principe, ma S. M. avendo anticipato di un’ora e mezzo del consueto, non ebbero tempo di ordinarsi: ne furono dolentissime. — Alle tre e un quarto S. M. entrava per la porta suddetta; le bandiere sventolarono, e cento mila voci applaudivano. Il Re pareva commosso. Entrato che fu nel R. Palazzo, ci riordinammo in pelottoni: il marchese Giorgio Doria n’era il condottiero. — Egli impugnava la famosa bandiera del 46, fiancheggiata dalla piemontese e da quella di Genova. In quella piemontese era scritto: Viva i nostri. Fratelli Genovesisull’altra Viva il Principe Riformatore. Tu avresti veduto, o Lorenzo, e vecchi e donne e giovanetti inginocchiarsi al passar di quel glorioso vessillo; indi slanciarsi inverso quello e baciarlo piangendo, e gridare: Viva il46! Viva l'Italia! Viva l’Unione! Viva l’Armata!E gli ufficiali salutarono colla spada a queste voci! i pelottoni, marciando a passo ordinato e con un ordine meraviglioso, difilarono al cospetto di S. M., che era sul limitare del portico del suo palagio; ogni pelottone difilando abbassava la bandiera e gridava: Viva Carlo Alberto — viva il Principe Riformatore — viva la stampa — viva l'Italia — viva la concordia dei Principi Italiani,ecc. S. M. salutava tutti cortesemente, e nell’approssimarsi la bandiera della Camera di Commercio, nella quale era scritto, se ben mi ricorda: Il Commercio di Genova plaudente,si mosse inverso quella, la prese, la fe’ sventolare, e quindi consegnolla chi dice al Principe di Carignano, chi dice ad un suo aiutante; salutò con molto affetto, e ritornò sul limitare del portico, ove stette oltre un’ora e mezzo. Mi si dice che il pelottone del clero fece senso a S. M. Tutti i preti portavano un ramoscello d’ulivo gridanti: Viva la Religione — viva Pio IX—viva Carlo Alberto. Il motto del vessillo del clero diceva: Viva Pio IX viva Gioberti—viva l’unione italiana. In molti altri vi lessi: Viva Gioberti — viva l’Italia — viva la concordia — viva il Principe Riformatore, viva Carlo Alberto — viva la Lega dei Principi Italiani — viva la libertà della stampa — viva i nostri Fratelli di Piemonte —viva le Riformeecc. Il Re leggeva tutti quei motti e faceva ad essi un saluto. Alle ore 24 cessò il difìler,e la città era una fiamma, tanta era la copia dei lumi».

Fermiamoci un momento, ed esaminiamo uno ad uno tutti questi motti!

Viva la religione}E molli di coloro, che in Genova levavano questo grido nel novembre del 1847, applaudono nel novembre del 1858 al tempio valdese che venne fabbricato nella via Assarotti con grandissimo scandalo de' buoni Genovesi.

Viva Pio IX!E coloro, che tanto acclamavano il Santo Padre, e ne ammiravano l’ottimo cuore, il grande affetto che portava a' suoi popoli, i segnalati benefizii che loro aveva concessi, presentemente l’offendono, l’insultano, lo calunniano! Eppure tutte quelle libertà, che Pio IX avea accordate nel 1847, sussistono tuttavia negli Stati Romani, e recano ottimi frutti.

Viva l'unione italiana! E diciotto mesi dopo coloro, che così gridavano, chiudevano le porte di Genova in faccia ai fratelli di Piemonte,proclamavano la repubblica, si ribellavano a Carlo Alberto, e costringevano il generale La Marmora a fare le sue prime prove di valore contro la capitale della Liguria.

Viva la concordia! E poco appresso spuntava il giornalismo, seme di diffidenze, di rancori, d’inimicizie; e nascevano i circoli ed i partiti, e le accuse di tradimento e di codinismo, e le persecuzioni prima contro gli egregi Padri della Compagnia di Gesti, poi contro gli altri Religiosi e contro tutto il ceto sacerdotale. La concordiarestò in Genova per nome a un caffè, in Torino per titolo ad un giornale e per insegna ad una osteria!

Viva Gioberti}E lo sventurato figlio della rivoluzione non tardava ad essere divorato dalla propria madre. Prima egli moriva politicamente, imprecato da que’ medesimi, che aveanlo applaudito, e il 21 di febbraio del 1849 un certo deputato Ranco, che ora scrive la Staffetta,proponeva che la Camera lo mettesse in istato d'accusa. Più tardi un colpo d’apoplessia fulminante strascinava l’infelice Gioberti al tribunale di Dio.

Viva la Lega dei Principi italiani. E anni dopo il conte di Cavour, plenipotenziario piemontese, dovea levarsi nel Congresso di Parigi accusatore dei Principi italiani, e provocare contro loro l’ambizione straniera; e da Genova dovea partirsi il Cagliaricarico d’armi e d’armati per ribellare il regno delle Due Sicilie contro re Ferdinando II.

Viva Carlo Alberto}Ed oggidì il povero Re non è più; ha perduto la corona a Novara, la vita in Oporto, e in Torino non può quietare nemmeno di marmo; già due volle gli tapperò per disprezzo là spada, e il governo haobbligato a Farne custodire giorno e notte la statua da una sentinella!

Come sono piene d’insegnamento le grida del novembre 1847 comparate coi fatti che avvennero dipoi, e che nel novembre del 1868 la storia inesorabile ha già scritto ne suoi annali!… Ma ritorniamo alle feste di Genova, e ascoltiamone dal sig. Cevasco il resto della descrizione:

«Alle otto si sparse improvviso la voce che il Re età uscito a cavallo col suo seguito per vedere la luminaria; in un attimo la popolazione si addensò sul suo passaggio, e in Un attimo cento giovani, provvedutisi di grandi torchi in cera, preceduti dal vessillo di Savoia e da altro di color bleu, in cui era scritto: Viva il Principe Riformatore viva l'Italia — viva la libertà della stampa,andò ad incontrarlo in via Carlo Felice gridanti: Viva il Re — viva le Riforme viva il29 d'ottobre — viva l'Italia — viva i nostri Fratelli Piemontesi,ecc. Era una scena imponente, impossibile a descriversi. Indi aumentavano i torchi, che si staccavano fino dai palagi, e con quei vessilli spiegati si procedette il R. Corteo per tutto il giro della città. Tanta era la calca, che il Re passava a stento. Età un applaudire a tutta gola, e dalle vie e dalle finestre le signore sventolavano e sciarpe e Fazzoletti, insomma era un fremito generale. lt Re salutava commosso, faceva segni di aggradimento. Ma una scena che chiuse la bellissima giornata di ieri, e che non posso rammentare tensa piangere, ebbe luogo nei commiato che abbiamo fatto al Re, dopo il giro della città. Allorché egli stava per entrare nel suo palazzo, tutti quanti portavano il torchio ci gettammo ginocchioni innanzi a tutti; tutti gli altri astanti imitarono quel moto spontaneo, indi Ippolito d’Aste gridò: Maestà! queste nostre lacrime vi dimandano l'amnistia pei nostri fratelli in esiglio. |E tutti: Maestà! amnistia pei nostri fratelli. IlRe piangeva, stese la sua mano per accennare di rialzarsi: i più vicini presala, la baciarono ripetendo: Maestà! amnistia. Ristrinse quelle palme, e disse con accento commosso: Ci penso, o figli, ci penso. Tutti piangevano; una signora a me vicina venne meno dalla commozione. — Re entrò nel Suo palazzo; gli applausi cessarono, perché, come dissi, tutti piangevano, solo sentivàsi un gemito: fu un momento solenne, ch’io non posso descriverti, puoi imaginarlo. Dopo pochi momenti gli applausi si rinnovarono; si voleva vedere ancora una volta il Re, che infatti comparve dalla finestra; se i plausi fossero strepitosi e generali nol ti dirò, dopo quelle sue parole per noi tutti consolantissime. Dopo questo applauso generale si spensero i torchi, e ciascuno fece silenzio, e la folla si ricolse col massimo ordine. Più tardi una schiera d’avvocati e di medici, seguita da molti altri cittadini, percorse le principali vie cantando l’inno al Re: Sorgete, o fratelli, siam tutti Italiani,eco. ogni strofa era salutata con applausi clamorosi all’Italia, ai Piemontesi, a Gioberti, al Re, a Pio IX».

Qui finisce Cevasco, e ripigliamo noi. Nel novembre del 4847 si domandava amnistia pei felloni, ed essi tornavano trionfanti, e non solo perdonati, ma premiati. Nel novembre del 1858 noi chiediamo, che sieno revocati dall’esilio due illustri campioni della Chiesa, gli Arcivescovi di Torino e di Cagliari, privati da otto anni dei loro beni, della libertà e della patria! e il governo non ci pensai

Le lagrime finte de' rivoluzionarii vennero ascoltate dal Principe assoluto, e lelagrime di due vedove Chiese, che domandano da tanto tempo il loro Pastore, sono disprezzate dai ministri costituzionali!

Oh, se Carlo Alberto per un giorno solo tornasse in vita, e potesse vedere lo strazio indegno che si fé dell’opera sua, e il tristissimo fine che sortirono le feste del 1847, vi sappiam dire che ci metterebbe rimedio; rimedio legale sì, ma pronto e risoluto!

Intanto, poiché parlammo delle feste di Genova nel 1847, non chiuderemo quest’articolo senza accennare come i rivoluzionarii a que’ dì si mostrassero assai divoti di Maria SS., e cantassero inni a quella Vergine Immacolata, che presentemente bestemmiano.

Genovesi, al nostro suolo,

Se reo turbo si ravvia,

Ragunati in ampio stuolo

Sciogliam cantici a MARIA.

E siccome il reo turbosi è scatenato contro le nostre città, così noi nel novembre del 1858 ripeteremo l’invito raccomandando colle stesse parole d’allora la più tenera devozione a Maria Santissima, affinché si degni di proteggere le nostre terre contro le macchinazioni delle società segrete, e gli assalti dell’eresia.

Queste mura e queste porte,

Se MARIA n'ha in man le chiavi,

Sono validi ripari

Tutelati dal Signor,

E si frange ai limitari

Ogni brando insultator.


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PROFESSORI DI DIRITTO CANONICO NELL’UNIVERSITÀ’ DI TORINO

(Dall’Armonia, n. 155, del 7 novembre 1858)

Egli è un fatto degno di molta riflessione, che, quanti professori di ragione canonica nella nostra Università di Torino fuorviarono, insegnando dottrine ostili ai diritti della Chiesa e del Romano Pontefice, altrettanti furono solennemente puniti della loro audacia, e rimossi da quella cattedra, che aveano diffamato col loro insegnamento. La pena talvolta venne zoppicando, ma raggiunse sempre a tempo e luogo la colpa.

Confermeremo cogli esempii questa nostra asserzione, e gli esempii ci verranno somministrati da quel preziosissimo libro, che è la Storia delle Università degli Studiidel prof, deputato Tommaso Vallauri; storia che noi vorremmo veder condotta dall’infaticabile e forbito scrittore issino ai nostri tempi.

Dapprima ci si presenta il Campiani, che, insegnando diritto canonico nell’Università di Torino sotto re Carlo Emanuele II1, venne accusato di professare dottrine meritevoli di censura. E come che, esaminati gli scritti suoi, risultassero false le imputazioni, tuttavia, per non essere stato forse superiore all’accusa, fu poco appresso ringraziato delle sue fatiche, e dovette tornarsene alla condizione privata.

Al Campiani succedette nel 1735 il dottore collegiate Domenico Antonio Morello, e quando questi, nel 1740, venne promosso alla carica di censore, gli fu surrogato Francesco Antonio Chionio da Monasterolo.,

Questi, correndo l’anno 1754, dettò dalla cattedra un Inngo trattato, che intitolò: De regimine Ecclesiae,dove l’ignoranza del professore era vinta dall’audacia delle sue proposizioni. Basti accennare il titolo del primo capitolo; Il regime della Chiesa da Cristo Signore vienéaffìdato all'imperatore Costantino!

L’Arcivescovo di Torino, Monsignor Boero, venuto in cognizione di tanto ardimento, informavano tosto il Re, e chiedevagli di far esaminare gli scritti ’del canonista; facoltà, che dal religioso Monarca otteneva facilmente: imperocché Carlo Emanuele sapeva dove riuscisse quell’insegnamento per cui tant’alto il soglio si sublima, e Che al fine è forza che nei fango cada».

Intanto il Chionio dettava agli studiosi la conclusione del trattato, sottoponeva il suo scritto al giudizio della Chiesa Cattolica Romana, e si offeriva pronto a correggere e a condannare quanto gli fosse a caso sfuggito non conforme alle massime della medesima Chiesa.

Ma non bastava questa clausola generale apposta ad un libro essenzialmente scismatico. Il Re ordinò al professore di allontanarsi dall’Università, fe’ raccogliere quante copie si poterono rinvenire di questo scritto, e le fe’ abbruciare nella segreteria dell’Università, e sostenne l’autorità ecclesiastica, che esigeva dal Chionio solenne ritrattazione.

E il Professore, che era di molta religione, non tardò 'a riconoscere il suo fallo, e ritrattò tre proposizioni, che riassumevano tutta la sostanza del trattato, massime la terza, che dicea: «Il pubblico governo della Chiesa essere soggetto alla potestà civile, e ciò dimostrarsi evidentemente colla testimonianza de' divini comandamenti».

Dopo la ritrattazione fu imposto al Chionio di ritirarsi per sei mesi nel romitorio dei Camaldolesi sui colli di Torino, ciò che egli esegui con quella esemplare sommessione, con cui avea condannato i suoi scritti. E siccome il remore dello scandalo dato dal Professore era pervenuto all’orecchio del Papa Benedetto XIV, l’Arcivescovo credette ben fatto di rassegnare a Sua Santità una particolareggiata relazione alla quale il Sommo Pontefice rispose lodando la singolare pietà del Be, la saggia e pastorale vigilanza dell’Arcivescovo, e degnando del suo compatimento l’umile e pentito Professore.

Al Chionio venne surrogato nell’insegnamento de' sacri canoni il dottore Carlo Sebastiano Berardi da Oneglia, e nulla s’ebbe a ridire sulle sue dottrine. Non così di quelle d’Agostino Bon, che succedette al Berardi nel 1797. Quegli per occasione di un addottoramento, stampò dieci conclusioni De sponsalibus et matrimonioda difendersi dal candidato: e sostenne, che il Principe avea la potestà di stabilire impedimenti dirimenti, e dispensare in essi a sua posta.

E qui vuoisi notare ad onore della facoltà teologica dell’Università, che essa fu la prima a ribattere la strana e insolente dottrina del Bon, e il professore Bruno, che insegnava teologia, stampò sullo stesso argomento del matrimonio proposizioni affatto contrarie a quelle del canonista, e le fece difendere in un pubblico esame dalla facoltà teologica.

Il re Vittorio Amedeo, sapute queste contese, non esitò a dare Tunica provvidenza possibile in quelle contingenze, e il professore Bon fu congedato dalla cattedra il 24 di ottobre del 1797.

Ma le sue false dottrine doveano a' nostri giorni venir sostenute da un altro professore di diritto canonico, Nepomuceno Nuytz, il quale, senza l’ingegno del Bon, ne mostrò tutta l’audacia.

Sanno i nostri lettori, che un Breve del Santo Padre Pio IX, sotto la data del 22 di agosto 1851, condannò le dottrine contenute nelle istituzioni di diritto ecclesiastico, e nei trattati di diritto canonico mandali a stampa dal suddetto professore. Sanno pure, che il Nuvtz, invece di sottomettersi all’Autorità del Papa, come avea protestato nella prefazione delle sue istituzioni, rispose insolentemente al Breve con un libretto intitolato: Il professore Nuytzai suoi concittadini.

Quantunque il governo presente del Piemonte non sia quello di Vittorio Amedeo, né di Carlo Emanuele, tuttavia il popolo nostro, essendo sempre il medesimo, devotissimo alla Santa Sede, il ministero si vide costretto a rimuovere il Nuytz dall’insegnamento del diritto canonico; ma acciocché la rimozione non avesse l’aspetto di pena, affidogli invece la cattedra di diritto romano.

Colui però ch’erasi ribellato al Pontefice, vide gli scolari ribellarsi alla sua disciplina, e lo scandalo giunse al punto, che i colleghi del Nuytz ne presentarono essi medesimi le lagnanze al ministro sopra la pubblica istruzione.

La cosa fu rimessa al giudizio del Consiglio superiore dell’istruzione pubblica, e il Nuytz è ora privato della cattedra. Cosi egli fu dell’audacia sua punito più Severamente del Bon e del Chionio, in quanto che la pena non gli venne dall’alto, come a primi due, ma dal basso, che è la maggiore umiliazione.

Ciò almeno servisse a far rientrare in sé lo sventurato Nuytz, e a dare al Pie monte ed al mondo cattolico quella riparazione che si aspetta da lui. Oh, quante bene egli provvederebbe alla propria fama, se, dopo aver imitato il Chionio net Terrore, lo seguisse nel pentimento!

Noi osiamo sperarlo dal prof. Nuytz. Pio IX, con quel paterno cuore che le distingue, ne condannò bensì le dottrine, ma ne risparmiò il nome; laddove coloro, che nel 1851 lo levavano a cielo, ne furono oggidì gli accusatori, e ne sospirano, e ne invocano la caduta.

Pensi il Nuytz, che sarebbe terribile per lui presentarsi al tribunale di Dio avendo sulla coscienza dottrine empie e nefande,come vennero dichiarate dal Pontefice quelle che si contengono ne’ suoi scritti; pensi che «non è il mondan rumor altro che fiato», ed egli oggidì ne ha solennissime prove; imiti i Fénélone i Lequeux, i Rosmini e tanti altri, che divennero grandi, perché si mostrarono umiti; provveda a se stesso, e faccia ciò che farebbero i Gioberti, i Moia, i Sio cardi redivivi. Intanto noi qui soggiungiamo la

Ritrattatone di Francesco Antonio Chionio, professore di diritto osmanico nell'Università di Torino

Qual dolor m’abbia trafitto l’animo, qual tristezza mi abbia assalito, tosto che intesi essere state da uomini di insigne pietà, dottrina ed autorità riprovate certe proposizioni estratte dal mio trattato De regimine Ecclesiae,come discordanti affatto dalla sana dottrina, penso, che ciò facilmente conosceranno quanti, di retta fede e religione dotati, sanno benissimo, nulla ad un uomo veramente cattolico dover essere più a cuore che di custodire non solamente il sacro deposito, ma di non lasciare altresì verun sospetto d’animo alieno dalla sincere religione. Che se il protestarsi uno solamente pronto a ritrattar tutto ciò, in che abbia egli errato, è segnale d’un uomo che abborisce di cuore ogni errore, giovami certamente sperare, che tutti coloro, i quali amano nelle viscere di Gesù Cristo il loro fratello e prossimo afflitto, ciò in me certamente riconosceranno, come quegli, che, e pubblicamente, e subito, promisi di emendare in qualunque tempo, ed in ogni più sicura maniera, quanto negli scritti miei sembrasse degno di riprensione; ed ora risoluto sono di ciò fare, sì per rimovere ogni occasione di scandalo, quanto è possibile, e quanto porta il mio dovere, che per prestare il dovuto ossequio a colui, il quale con pastorale sollecitudine veglia alla cura della Greggia di Cristo.

Acciocché adunque a tutti palese facciasi, che quanto io sono sempre stato alieno dal pravo disegno d'impugnare avvedutamente, e quasi con cognizione di causa, la sana ed ortodossa dottrina, sono ora tanto più lontano da ogni pertinacia nello scusare e difendere quegli errori, ne’ quali, permettendo giustamente così il Signore, sono inconsideratamente trascorso. Benché nel dar il suddetto trattato De regimine Ecclesiaeabbia mirato a stabilire certi generali principii, coi quali venissero a distinguersi rettamente i diritti dell’una e dell’altra podestà, sì ecclesiastica che civile, ed a promoversi la concordia tra il Sacerdozio 0 l’Impero; conosco però, ed ingenuamente confesso, che, occupato da fatali pregiudizi!, e da essi portato fuori del diritto sentiero, ho piantato tre principi! di tutta la mia dottrina lontani non poco dalla regola della Cattolica Fede; onde sono stati giustamente commossi gli animi degli uomini savii e dabbene, cioè consistere la sostanza ed essenza della religione nel solo privato culto; niunpubblico esercizio di religione potersi dire comandato da Cristo, e perciò doversi tutto collocare nel potere di Cesare. Il pubblico governo della Chiesa essere soggetto alla podestà civile, e ciò dimostrarsi evidentemente colla testimonianza dei divini comandamenti.

Riprovo di cuore, e condanno gli accennati principii, come apertamente contrariialla divina Scrittura e tradizione, e generalmente ritratto, e senza tergiversazione e limitazione rigetto la dottrina da me su tali falsissimi principii lavorata, e ne’ miei scritti De regimine Ecclesiaecompresa, come quella, che è interpretazione contraria alle Sacre Scritture e discordante affatto dalla tradizione, e con abuso degli esempli di Cristo e degli Apostoli, e. degli antichi monumenti della Chiesa, mira a confutare gli anzidetti principii, ed è tessuta di molte asserzioni, le quali direttamente si oppongono alla divina parola, e giustamente soggette sono a censure; le quali tutte io sincerissimamente rigetto e condanno, soggettando, come è ben di dovere, tutto al giudicio infallibile della Cattolica Chiesa, con tale proponimento di farmi a lei, come a madre di tutti i fedeli, e maestra di verità, conoscere, e comprovarmele finché avrò vita ubbidientissimo figlio.

Essendo sempre stato, ed essendo vero cattolico, lontanissimo di mente dagli errori degli eretici, non ho scritto certamente tali cose di cuore ed avveduta mente, e prego e scongiuro tutti a non volere a malizia ed a pravo sentimento dell'animo, ma a solo abbaglio, ed a mancamento della dovuta diligenza e maturità nel trattare un argomento delicatissimo, attribuire questi miei errori, che io sincerissimamente rigetto e riprendo. Essendo poi i miei scritti non solo per uso delli miei scuolari, ma capitati essendo pure in mani di altri, ed avendo io somma premura, che chiunque gli avrà letti, sappia qual aia il mio vero senti» mento, e con quanta schiettezza conosca, ritratti, e riprovi tuttociò, in che inavvertentemente ho errato, vivamente bramo, ed anche prego, che questa mia dichiarazione si divolghi il più che sia possibile, il che spero recherà qualche sollievo e consolazione all’afflitto mio animo.

Torino, 14 agosto 1754,

FRANCESCO ANTONIO CHIONΙΟ.

L’EPIMENIDE PIEMONTESE

(Dall'Armonia, n° 257, del 10 novembre 1850)

Succession, eredită,

Fin i debit a son tassà.

– BROFFERIO.

Chi è questo signor Epimenide? È un personaggio rispettabilissimo dell'antichità, uno de' sette sapienti della Grecia, secondo coloro che non mettono in questo numero il tiranno Periandro; è un poeta dell'isola di Creta, e basti dire che S. Paolo nella sua lettera a Tito cita uno de' suoi versi, dove dipinge i Cretensi, suoi concittadini, dichiarandoli, senza tanti complimenti, Cretenses semper mendaces, malae bestiae, ventres pigri. I sette sapienti non conoscevano la moderna moderazione, con cui s'infiorano i vizii, e si fanno complimenti ai viziosi. Essi chiamavano pane il pane, e bugiardi coloro che non diceano la verità. Facevano benissimo, e noi vogliamo fare altrettanto.

Questo signor Epimenide, quantunque sapiente, a tempo e luogo dormiva; ed anzi un giorno gliene avvenne una bella. Entrò in una caverna, dove zampillava una fonte d’acqua cristallina, e mentre al di fuori sferzava terribilmente il sollione, Epimenide, rinfrescatosi e sdraiatosi a quell'ombra salutare, venne sorpreso dal sonno, e dormi, dormi, dormi, sicché il suo sonno durò per ben cinquanta anni. E notate, che a quei tempi non si pubblicavano ancora né l'Opinione, né l'Indipendente, ed Epimenide non potea averne letto gli articoli sul fanciullo Mortara!

Passati i cinquanta anni, Epimenide si risvegliò, ed avviossi a casa sua, pensando di avere dormito appena le sei o sette ore di una notte. Ma entrato nel proprio paese nol riconobbe più, e vi trovò qua e colà aspetti nuovissimi e gente forastiera, la quale, a sua volta, stimava forestiero Epimenide, e si dava del gomito vedendo entrare costui, che aveva in quel punto più dello smemorato che del saggio.

Tutte le istorie della Grecia ci recano questo racconto, nè noi andremo a cercare se sia verità o favola; imperocchè non è mente nostra favellare dell'Epimenide di Creta, ma di un Epimenide di Torino, nostro amicissimo, a cui avvenne sottosopra il medesimo caso. Costui addormentossi nel novembre del 1847 al canto di quegli inni, e al suono di quelle musiche che abbiamo ricordato due giorni fa; e il sonno fu così profondo, che solo risvegliossi domenica sera, dopo avere dormito undici anni!

L'Epimenide Torinese, fregatosi ben bene gli occhi, s'avviò a casa sua, e, strada facendo, gli venne vista una bandiera tricolore; del che fu tosto altamente sorpreso, perchè egli s'era addormentato «coll'azzurra coccarda sul petto». Ad ogni modo, temendo di avere le traveggole pel suo dormire, tirò innanzi senza far gran caso del singolare vessillo.

Passò in via Nuova, e vide la chiesa delle Monache Cappuccine convertita in una scuderia, e ciò gli diè molto da pensare, giacché egli era stato sorpreso dal sonno quando i libertini gridavano: Viva il Papa, Viva la Religione! Come mai, dicea tra sé e sé, quella straordinaria divozione e pietà repentina avrà potuto riuscire a simili profanazioni!

Non volendo tuttavia credere agli occhi proprii, continuò il suo cammino, e ad ogni passo trovava sempre nuove ragioni di trasecolare. Nella città, dove prima suonava il bellissimo Chiel, qui sentiva parlar lombardo, là bestemmiar napoletano, dove un crocchio di Romani, dove una brigata di siculi, e quasi quasi temeva di non essere più nella sua cara Torino.

Ma quello era proprio il cavallo di Emanuele Filiberto, questa la piazza S. Carlo, e in fondo scopriva il palazzo Madama. Trovavasi dunque realmente all'ombra del campanile di S. Giovanni, sebbene non fossero Torinesi coloro, presso a' quali gli avveniva di passeggiare.

Tutto meravigliato di queste novità, come Dio volle, giunse a casa sua, e sperando, che se gli farebbe incontro il proprio padre, già dava libero sfogo al suo affetto, e sospirava di poterselo stringere al seno. Quando si vide innanzi una strana figura d'uomo sconosciuto, e s'appiccò fra loro due il seguente dialogo:

Sconosciuto. È da qualche tempo, che vi attendo!

Epimenide. Che cosa volete da me?

Scon. Che mi paghiate il diritto di successione.

Epim. E chi siete voi?

Scon. Sono l’esattore, per servirvi.

Epim. L’Esattore!… Parlate con mio padre.

Scon. Vostro padre è morto, epperciò sono venuto a riscuotere questo diritto.

Epim. Mio padre è morto! A questa notizia, Epimenide, che era un buonissimo figliuolo, prorompe in amarissimo pianto, e chiama inutilmente suo padre, che era morto e sepolto da un anno. L’esattore lo lascia in pace per pochi momenti, e poi rincrescendogli di aspettare più lungamente, ritorna a fargli istanza, e si ripiglia il dialogo così:

Esattore. Abbiate pazienza, o signore, pazienza!... Ora c’è il diritto di successione.

Epimenide. Che cosa dite? li figlio non ha mai pagato nessun diritto per succedere al padre.

Esali. Distinguo:Prima della libertà no; ma dopo la libertà si.

Epim. Come? tutti 'gli inni, e tutte le speranze d’Italia hanno prodotto questo bel frutto?

Esatt. Né solo questo, ma molti altri simili! Del resto, io non ho tempo per ragionare con voi di tali cose; sono qui per riscuotere il diritto che dovete al fisco per la morte di vostro padre. Pagatemi pel vostro meglio.

Epim. Ma datemi un po' di tregua, perché almeno possa vedere lo stato dell’asse ereditario.

Esatt,Eccovi qui il conto. Vostro padre ha lasciato un’eredità di cento mila lire. Il diritto di successione tra padre e figlio è l’un per cento. Dunque, voi dovete al fisco mille lire.

Mentre il povero Epimenide non sapea che dirsi, ed era mezzo morto pel doppio dolore di aver perduto il proprio padre, e di dover mille lire all’esattore, sentesi il rumore di persona che entra, e gli comparisce davanti un sensale, che gli presenta una scrittura fatta per mano di pubblico notaio, e sottoscritta dal padre dello stesso Epimenide.

Il quale durante il sonno del figlio era stato, come tanti altri Torinesi, invaso dalla mania delle speculazioni, e fatti dapprima larghi guadagni, andò perdendo dipoi così rovinosamente, che dovette costituirsi debitore di cencinquanta mila lire!

Epimenide avea dunque alla sua presenza l’esattore, che Io tassava di mille lire per averne ereditato dal padre cento mila; e il sensale, che gli esponeva come dal proprio padre avesse ereditato un debito molto maggiore dell’eredità. £ quel saggio, senza scomporsi, prese la carta del sensale e la rimise per risposta all’esattore. Questi sorrise, e poi cominciò a dire:

Esatt. Scusa magra, o signore! Questa carta non vi salva da) pagare le mille lire.

Epim. Come? Non mi salva?... Se io non ho ereditato niente, debbo pagare il diritto di successione?

Esatt. Vi dico che avete ereditato da vostro padre cento mila lire!

Epim. Ed aggiungete un debito di cencinquanta, ed avrete che il passivo supera l’attivo di cinquanta mila lire.

Esatt. Che cosa importa a me? Non sapete che i debiti sono calcolati nell’attivo dell’eredità?

Epimenide (ira sé). 0 povero di me! Mentre io dormiva, si compì questo bel progresso in Piemonte! È questa l’Italia che abbiamo liberato!

Esali. Sù via dunque, pagate le mille lire. La legge canta chiaro, e bisogna osservarla.

Epi. Ma io non sono così gonzo da pagare mille lire, perché ho ereditato in sostanza cinquanta mila lire di debito I Piuttosto rinupzio all'eredità di mio padre.

Esali. Non siete più a tempo, o signore. Voi avete aspettato troppo a fare questa rinunzia; epperciò dovete pagare mille lire al fisco pel diritto di successione, quantunque questa si riduca soltanto a cinquanta mila lire di debito!

Epimenide non seppe che cosa rispondere; perché, rebus sic stantibus. l’esattore avea ragioni da vendere. Ma quel povero uomo, che s’era addormentato undici anni fa, e risvegliatosi godeva questo singolare benefizio del progresso, immaginate se gridasse viva l'Italie!Messa la mano alla borea, gli convenne pagare le mille lire di contribuzione, giacché l’esattore non gli dava requie, e minacciavalo della oppignorazione. Solo pagando si contentò di domandare;

Epim. I confini del Piemonte quali sono?

Esali. Ticino, Magra e Varo. Al di qua di quest’ultimo atanno pero i Russi in Villafranca.

Epim. È al di là del Ticino?

Esatt. Si trovano sempre gli Austriaci, i quali passarono alcuni mesi in villeggiatura nella cittadella d’Alessandria.

Epim. E non abbiamo ancora conquistata la Lombardia e la Venera?

Esatt. No, ma abbiamo conquistati molti veneti e molti lombardi. Ed anzi io, o signore, sono lombardo per servirvi,

Epim. Mi servite da buon fratello,che il cielo vi benedica!

Questo avvenne all’Epimenide piemontese, che s’era addormentato al canto; Fratelli d'Italia. — L'Italia s’è desta;e si risvegliava tra le unghie dell’esattore. Ma non era che il principio de' suoi disinganni, poiché il consanguineus leti sopor l’avea appena lasciato da una mezz’ora. Ingolfatosi negli affari politici 0 domestici, egli ebbe di molte altre ragioni da stordire, e avendo incominciato a cantare pel 1847 cogli italianissimi, che giorni migliori ci giova sperar,finì cantando nel 1858 coi Piemontesi:

Succession, eredità.

Fin i debit a son tassà!


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LA FARINA DELLA CASSA ECCLESIASTICA SE NE VA TUTTA IN CRUSCA

(Dall’Armonia, n° 258, del il novembre 1858)

Da parte nostra ringraziamo la Gazzetta Piemontesed'avere risposto alle nostre osservazioni sulla Cassa così detta Ecclesiastica, e la ringraziamo 1° perché ha giudicato gravi quelle osservazioni, facendo un’eccezione alla sua regola di non rispondere mai; 2° perché, rispondendo ad alcune e tacendo su di altre, ha confessato implicitamente di non sapere che cosa ridire sulle ultime; 3° perché, rispondendoci male, ci ha offerto l’occasione di replicarle, come si merita: 4° finalmente, perché possiamo così ritornare su di un argomento importantissimo, e far capire al nostro popolo, che la farina della Cassa Ecclesiastica se ne va tutta in crusca.

Ci conviene pigliare le mosse dalla nascita stessa della Cassa Ecclesiastica. Discutendosi nella Camera de' Deputati il disegno ministeriale, che doveva darle vita, il conte di Revel, nella tornata del 22 di febbraio 1855, provava colla logica inesorabile delle cifre, che quel disegno era una vera dilapidazione, e recava, anche dal lato economico, un danno immenso al tesoro.

Il conte di Cavour, messo colle spalle al muro, se ne uscì dicendo, che avrebbe soppresso i beneficii e gli Ordini religiosi ricchi, e lasciato i poveri» «Poiché si sopprimono dei beneficii, sono sue precise parole, è supponibile, che il governo abbia da guadagnare almeno 100 mila lire. Se avesse ancora da perdere, non li sopprimerebbe. (Ilarità). Un qualche vantaggio al certo si deve avere. Ma questa è una questione secondaria. La principale sta nell’effetto finanziario della soppressione di alcune corporazioni».

E passando a discorrere di queste, il conte di Cavour tornava a dire: «L’onorevole deputato di Revel crede poi che noi sopprimeremo il 30 per 0(0 di tutti gli Ordini ma noi cominceremo dal sopprimere (glielo dico schietto) gli Ordini, i più ricchi. (Ilarità). Se l’onorevole conte di Revel desiderava questa esplicita dichiarazione, io la faccio schiettamente».

Dopo di che il conte di Cavour faceva i suoi conti sui conventi i più ricchi della capitale e delle provincie con un cinismo stomachevole. «Sopprimendo il 30 per 00 in numero, forse noi sopprimeremo il 60 ed il 70 in ricchezze». Un bel colpo faremo colle Canonichesse Lateranensi. La soppressione di questa sola casa ci frutterà un reddito di100 mila lire. Un altro bel colpo lo faremo colla soppressione dei Domenicani nella provincia d’Alessandria. Questa soppressione ci frutterà sicuramente altre100 mila lire. E così il presidente del ministero, il nobile Conte, andava innanzi.

Il deputato Revel saviamente replicò in questi termini: «Dopo le dichiararioni fatte testé dal signor ministro delle finanze, dalle quali risulta che la moralità della soppressione sta nel togliere i beni alle corporazioni più ricche, e quindi riguardo all’abolizione stessa fare come un proprietario che taglia il miglior legname, lasciando che l’altro cresca, non ho più osservazioni a fare».

Le cose avvennero secondo i desideriidel conte di Cavour, e i benefizi!, i conventi, i monasteri più ricchi furono soppressi, e radunati i loro beni nella Cassa così detta Ecclesiastica. La quale, dopo una vita di tre anni, come si trova? Risponderemo colle parole di alcuni deputati, i quali ne esaminarono i conti e i documenti.

E sia prima il deputato Roggio, che nella tornata del 30 di aprile 1858 parlò in questa sentenza. (Vedi Atti Ufficiali della Camera,N° 183, pag. 693).

Quando si creò la Cassa Ecclesiastica, il motivo impellente di quella legge, secondo dichiarò esplicitamente il ministro che la propose, era quello di cessare la spesa delle 928,000 lire annue, che era iscritta sul bilancio per sussidio al clero. Si disse allora, che, mediante la formazione della Cassa Ecclesiastica, quella spesa sarebbe scomparsa definitivamente.

Or bene, sapete, o signori, che cosa invece abbiamo fatto? Sapete che cosa ci rivelano le risultanze di que' documenti medesimi, che il ministero ci ha fatti distribuire?

Invece di spendere ogni anno quelle L. 928,000, spendiamo qualche cosa di più; nel 1856 abbiamo speso circa un milione e cento mila lire per sussidii al clero; e ciò dopo tutto il fracasso che si fece intorno a questa legge della Cassa Ecclesiastica.

Infatti ogni anno abbiamo continuato a stanziare 751,000 lire col nome di prestito; l’Economato diede alla sua volta un sussidio di 150,000 lire; inoltre lo stesso rendiconto ufficiale distribuitosi dal governo registra un’altra somma di 100,000 lire anticipate dalle finanze, o, come ivi è detto, scontate alla Cassa Ecclesiastica. È dunque evidente, che non si è punto ottenuto lo scopo, e che l’onere non è cessato, ma anzi fu accresciuto.

Il dep. Borella nella medesima tornata Taceva eco a queste parole, e ne pro nunzi ava altre, che noi possiamo appena riferire sotto l’usbergo della sua inviolabilità parlamentare.

La legge 29 maggio 1855, diceva egli, ha il peccato 'originale di tutte le leggi di mezze misure; essa è ambigua, equivoca, e, permettetemi la parola, diplomatica. (Si ride)

Di fatto, o signori, vi ha già dimostrato l’onorevole Roggio, e vi piaccia che vi ripeta alcune cifre di tutte le liti che dovette sopportare intre anni di esistenza la Cassa Ecclesiastica.

Nell’allegato I(o)vedete che pochi articoli di legge hanno dato luogo a 506 liti. Vi furono decisioni in favore della Cassa N° 162; contrarie 414; restano 208 liti a decidere.

Ora, io vi domando: qual è quel Codice civile composto di centinaia di articoli, che possa far sorgere tante liti, come hanno fatto pochi articoli di questa sventuratissima legge?

Noi disapproviamo altamente il deputato Borella, che osò chiamare con questi titoli una legge dello Stato, e da buoni cittadini, invece di rovesciare la' colpa sulla legge, ci contentiamo di chiamare ambigua, equivoca, sibillina diplomatica, sventuratissimal’amministrazione della Cassa Ecclesiastica.

Il deputato Brofferio (come vedete, noi invochiamo nomi non sospetti di clericalismo), seguendo le traccio del Borella, dava egli pure addosso parte alla legge e parte alla Cassa, che desiderava andasse in aria. Eccone le parole:

Allorché io dava il mio voto a questa legge, non ho mancato di proclamare altamente, che era una cattiva, una pessima legge, e dichiarai di accettarla nella fiducia di vedere abolito almeno un convento, almeno un ordine, almeno un frate. (Ilarità). Cerco a destra, cerco a sinistra il mio frate abolito, e non lo trovo. (Ilarità). Trovo abolito qualche frate dalla morte, che è la più grande e la più terribile abolitrice: ma un frate abolito dalla legge io lo cerco indarno...

«Una legge, che non è capace a liberarci dai frati, e che per soprappiù ci costringe ogni anno a metter denaro nella Cassa, che doveva impinguarsi delle economie dei conventi, che altro può essere che una grande assurdità?

«Una volta avevamo i frati, ma almeno non avevamo la Cassa; ora abbiamo la Cassa e abbiamo i frati; è un po' troppo! (Ilarità prolungata. Bravo)

«Una legge che in due anni ha prodotto più di 600 liti, che razza di legge può essere?

Voci. Sono 506 soltanto.

Brofferio. Mi pareva, che l’onorevole Borella avesse detto, che le liti erano 600; ma quando pure non fossero che 500, che 400, sarebbero pur sempre un sintomo deplorabile. E quando, di queste 500 cause, la Cassa Ecclesiastica ne perde 300, che dobbiam noi inferirne?

«Questo ginepraio di liti prova, che noi abbiamo fatto una scellerata legge, buona per gli avvocati, se si vuole (ilarità),ma non mai per lo Stato».

Qui ripetiamo l’osservazione fatta precedentemente. Le leggi vogliono rispetto, e noi però addossiamo all’amministrazione della Cassa ciò che gli onorevoli legislatori dissero della legge.

Premessi tutti questi schiarimenti, veniamo alla Gazzetta Piemontese. Noi abbiamo accusato la Cassa Ecclesiastica I(o)di non recare nessun utile ai contribuenti; 2° di recare gran danno ai frati ed alle monache; 3(a)di attribuirsi il fatto altrui in onta alla stessa legge, che la costituiva.

Tutte le parole della Gazzetta Piemontesenon bastano a smentire la prima nostra accusa; e la provano le 200 mila lire date dalle finanze dello Stato, ed i tre sedicenti imprestiti, che oltrepassarono i due milioni. L’onere pei contribuenti non è cessato, ma anzi fu accresciuto, come osservava il dep. Boggio. E poi ci dicano coloro che aspettavano un qualche sollievo dall’incameramento dei conventi, le imposte hanno forse diminuito dal 1855 in poi? Onon piuttosto il governo, che imprestava alla Cassa, ha dovuto a sua volta farsi imprestare da' banchieri?

La seconda accusa venne da noi provata colle cifre della Commissione di sorveglianza, le quali ci dicono, che in tre anni il personale ordinario e straordinario della Cassa,eco., consumò lire 272,668,51 e gli avvocati beccaronsi 52,947,80. Tutto questo danaro, noi osservavamo, avanti toccava ai frati ed alle monache, ora va nel refettorio dei berlindot.

La Gazzetta Piemonteserisponde che il Presidente dell’Amministrazione non piglia nulla sui fondi della Cassa, e che si dà solo ai contabili un tenuissimo aggio. Sia come si vuole; ma in sostanza queste trecento mila liresvaporarono dall’asse ecclesiastico, e prima della Cassa restavano ai frati ed alle monache

Ci duole all’anima che i berlindotabbiano tanto da fare, e sieno cosi mal retribuiti: ma appunto per ciò noi abbiamo voluto sempre che essi non venissero menomamente disturbati, e i frati e le monache amministrassero i loro beni, come amministra i proprii il conte di Cavour.

Ma la Gazzetta Piemonteseosserva ancora, che (’aumento delle spese d’amministrazione, il quale si verifica nei conti della Cassa, è buon segno, perché indizio di maggiori entrate di capitali realizzati. Per rispondere a questo basta notare come si realizzino i capitali, ed a quali condizioni. Gel dirà il deputato Roggio, secondo i documenti ufficiali.

L’amministrazione si lusinga di poter supplire a questo divario colle entrate straordinarie, in guisa, che il deficitdefinitivo riducasi a L. 675,000 circa; ma sgraziatamente, le tavole IV e V, annesse alla relazione dell’amministrazione della Cassa Ecclesiastica, consegnano, come anche questa speranza non abbia sode fondamenta; imperocché queste entrate straordinarie consistono essenzialmente negli introiti, che si attendono dall’alienazione de beni, dei quali man mano la Cassa viene mettendosi in possesso. Ma la Cassa basa i suoi calcoli sul valore attribuito a questi beni dalle perizie, mentre il prezzo vero, che se ne ottiene, spesse volte giunge appena alla metà del valor d’estimo, e mai, o quasi mai, eccede i due terzi.

«Così, a cagion d’esempio, prendendo ad esame le vendite già fatte, troviamo, che beni stati stimati in L. 3 milioni e 707,000, furono venduti a L. 2,942,000.

«Per altri beni rurali in corso di vendita, stimati lire 5,651,000, appena s’ebbero offerte L. 2,069,000.

«Fabbricati stimati L. 2,082,000 non trovarono che oblazioni di L. 916,000.

«E i beni accennati alla tavola V, credo, stati stimati L. 3,184,000, ottennero solo offerte di L. I milione e 356,000».

Or bene, che cosa pensare della Gazzetta Piemonteseche vorrebbe spacciarci questi contratti come altrettanti benefizii, e pretende che noi dobbiamo perdonare l’aumentarsi delle spese d’amministrazione in vista di queste vendite così proficue!

Viene finalmente il terzo punto. La Commissione di sorveglianza ci disse che la Cassa Ecclesiastica ha già dovuto dimettere ducentosei benefizi semplici. Dunque, noi abbiamo soggiunto, la Cassa avea usurpato ducentosei benefizii, che non le appartenevano. Credevamo che a questa restituzione fosse stata astretta dai tribunali, ma la Gazzetta Piemonteseci dice, che la Cassa in parte restituì volontariamente, in parte restituì condannata, e che sull’argomento de' benefizii sono ancora in corso trentotto liti.

Queste particolarità non si contenevano nella relazione della Commissione di sorveglianza, epperò noi non potevamo immaginarcele. Tuttavia esse non infermano l’osservazione nostra. La Cassa ha avuto nelle reni dai tribunali più di centoquattordici liti. Ciò risulta dai documenti stessi della Cassa; epperciò altrettante volte ha tentato di violare la legge interpretandola a sproposito, e fu necessario l’intervento della giustizia per contenerla ne’ giusti limiti.

La lunghezza di quest’articolo ci obbliga a passare sotto silenzio molte altre cose, che avremmo da dire alla Gazzetta Piemontese. Conchiudiamo. Il conte di Cavour ha dichiarato di voler incassare i benefizii ricchi, e sopprimere le più doviziose corporazioni regolari. Questa farinade' beni ecclesiastici fu messa nella Cassa, e Si va barattando da tre anni. I dieci milioni detrasse ecclesiastico se ne andarono tutti in crusca,e il bilancio generale della Cassa presenta unpassivo di L. 2,811,295,45!!!

IL MINISTERO NON SA SCRIVERE LE LEGGI

(Dall’Armonia, n. 274, del 30 novembre 1858)

Tutto questo baccano, che van menando i giornali ministeriali sulla prossima guerra, sapete a che cosa mira? Mira a stornare l’attenzione dei Piemontesi dalle opere dei ministri, e a farci dimenticare le gravi e presenti disgrazie colla supposizione di disgrazie maggiori.

Il piccolo neofito Montana aiutò potentemente il nostro gabinetto, salvandolo da molte investigazioni sulle site antiche e nuove intraprese; ma poiché quel l’argomento venne a nausea, se ne immaginò un nuovo colle storielle delta guerra, che, partite da Torino, ci hanno attirato sopra le risate dell’Europa.

Noi, che sappiamo dove il diavolo tien la coda, non ci lascieremo cogliere dagli inganni ministeriali, e invece di pensare alle monete austriache ed alla coscrizione del Lombardo-Veneto, baderemo a' casi nostri, continuando a studiare e mettere in mostra le famose gesta de' ministri subalpini.

Ed oggi diremo cosa, che, a prima giunta, potrà parere incredibile, ma è tuttavia confermata da prove irrefragabili«Questi nostri ministri, che si danno per modello di governanti, e vogliono che i Principi italiani ne seguano la po litica, ebbene sono sì dolci di sale» che non sanno neppure scrivere le leggi approvate dal Parlamento. I quali riboccano di Spropositi, e non già spropositi di stampe, ma di amanuensi, e così gravi, che richiedono ben sovente lettere circolari o decreti reali per correggerli in qualche maniera, e riparare gli sconcii.

In primo luogo nessuno avrà dimenticato il famoso errata-corrigeapposto alla legge che sopprimeva gli Ordini religiosi. Siccome nell’elenco di quelli che si volevamo soppressi, s’erano taciute alcune Corporazioni religiose, che non garbavano ai ministri; così questi, affermando di avere errato, con una correzione tipografica tolsero la personalità civile a parecchi ragguardevolissimi Ordini regolari.

Inoltre noi abbiamo consultato tre copie del testo ufficiale della legge del 29 maggio 1855, evi abbiamo trovato all’articolo 2°: «Cessano di esistere come enti morali a fronte della legge civile i Capitoli delle chiese collegiate, ad eccezione di quelli utenti cura d'ordine». Il Parlamento avea detto cura d’anime, e il ministero scrisse cura d’ordine!

Un altro solenne sproposito s’incontra nella legge del 9 di settembre 1854 sui diritti di bollo e di carta bollata. L’articolo 30 di questa legge prescrive la certa da bollo necessaria per gli ordinati e le delegazionidelle Comunità, Provincie

e Divisioni». Il Parlamento avea detto: Deliberazioni, e il ministero scrisse: Delegazioni,che è un non senso come la cura d’ordine.

Dove però gli spropositi sovrabbondarono, fu nella legge sul reclutamento dell’esercito, che porta la data del 20 di marzo 1854. Pigliate in mano |il voi. XXII della Raccolta ufficiale degli Atti del governo, e troverete nell'Indice annunziato un R. Decreto, col quale si rettificano alcuni errori di amanuense e di stampa occorsi nella pubblicazione di detta legge,

Il decreto, che è del 4 di maggio 1854, dice cosi: «Vista la legge sul reclutamento dell’esercito, essendosi verificato, che nella pubblicazione di essa legge occorsero errori di amanuense agli articoli 87, 91, 97, ed un errore di stampa all’articolo 137, sulla proposta del nostro ministro segretario di Stato per gli affari della guerra, ecc.». Succede un articolo unico, in cui si rettificano gli errori.

Ora veggiamo gli errori e le rettificazioni. L’amanuense scrisse iscrittoe il decreto reale corresse inscritto. Il Dizionario è più tollerante del ministro La Marmora, che permette iscrittoed inscritto. L’amanuense scrisse soldatoanziano, e il decreto reale corresse assoldato,e sta bene. L'amanuense scrisse spuriicon due i, e il ministro La Marmora, che vuole fare economia di lettere d’alfabeto, abolì con decreto reale l’t secondo. L’amanuense scrisse 128, e il decreto corresse 127, e questo era gravissimo errore. Finalmente la stampa confuse il surrogantecol surrogato,e l’uno e l’altro con reale decreto vennero messi al loro posto.

Sfidiamo chiunque a trovare nelle raccolte legislative degli altri Stati d’Italia un decreto simile, che abbia per solo scopo di rettificare gli errori degli amanuensi incorsi nella pubblicazione delle leggi! La cosa è tutta nostra, perché solo nel nostro ministero non si sa scrivere.

Abbiamo tale una caterva d’impiegati ne’ pubblici uffizii, che basterebbe da sèsola a formare un esercito per discacciare l’austriaco dal Lombardo-Veneto. Il personale del ministero degli esteri è composto di trentaqualtropersone, che importano la spesa di lire 121,017 76, secondo l’ultimo bilancio. Centoseisono gli impiegati delle quattro divisioni del ministero dell’interno; cosicché il conte di Cavour, che tiene i due portafogli si vede intorno ogni mattina ben centoquarantascrivani.

Nel ministero della guerra sono centonovantaseiimpiegati, e l’amministrazione costa ogni anno allo Stato lire 853,278 75; ventiseisono gl’impiegati del ministero della marina, epperò l’esercito burocratico del solo ministro La Marmora ascende a ducentoventidue!

Settantanoveimpiegati troviamo nel ministero di grazia e giustizia; oltre a ducentoin quello delle finanze; quarantae più nel dicastero della pubblica istruzione; e passano i settantaquelli del ministro de' lavori pubblici, senza contarvi l’amministrazione delle Poste che ne dipende.

Con ottocento impiegati che abbiamo adunque nel nostro ministero, i quali ci costano parecchi milioni, non si potrebbe almeno pretendere che si scrivessero precisamente le leggi senza essere necessari! regii decreti che correggano a tre per tre gli errori degli amanuensi?

Il sig. Deforesta con settantanove impiegati non potrebbe regolarsi in guisa da non cadere in quei grossolani errori, che già fecero ridere il Piemonte, come fa quello di nominare segretario di un tribunale un morto da due anni, e mandare ad un diacono la dispensa per centrar matrimonio?

Il conte di Cavour con centoquaranta scrivani non potrebbe [risparmiarsi la brutta figura di chiamare tre o quattro morti alla presidenza delle Congregazioni di carità?

Il commendatore Lanza, che amministra la finanza, ed ha oltre a duecento mancipii che pendono da' suoi ordini, non dovrebbe almeno evitare che si mandi ravviso di pagare le imposte a chi ha già pagato alla morte l’ultima delle contribuzioni?

L’avv. Cadorna col suo esercito di fedelissimi servitori non potrebbe almeno tener d’occhio l’Università di Torino, e badare che ognuno de' professori attenda a' suoi doveri senza aver bisogno perciò degli inviti delle diverse facoltà?

E finalmente il cav. La Marmora non potrebbe adoperarsi perché almeno le leggi fossero fedelmente trascritte, e non si rinnovassero nel secolo dei lumi que’ strafalcioni che avvenivano per opera de' copisti prima dell’invenzione della stampa?

Oh, poveri a noi! Volete liberare 1Italia e non sapete né parlare, né scrivere? Pretendete d’insegnare al Papa, al Redi Napoli, al Granduca di Toscana, e non avete ancora imparato a copiare rettamente le leggi del Parlamento? Dopo una disposizione legislativa che si promulga, dee succedere un regio decreto o una circolare, che ne corregga gli errori; e vi date come i Mentori della nostra Penisola?

UN CURIOSO PROCESSO IN ISVIZZERA DOVE SI PARLO’ DEL CONTE DI CAVOUR

(Dall’Armonia, n. 275, del 1° dicembre 1858)

Non è nostro costume l’occuparci della storia criminale degli altri paesi, dandoci troppo da pensare quella serie continua di delitti, che si commettono nel nostro. Ci conviene però di fare una eccezione riguardo ad un curioso processo agitatosi testé al tribunale di Nyon, in Isvizzera, giacché in questo si parlò lungamente del conte di Cavour, e di Monsignor Sola, Vescovo di Nizza. Né scriveremo in breve sulle treccie del Journal de Genève,che ne stampò un diffuso ragguaglio, nel suo numero 279, del 25 di novembre.

Trattasi di un famoso scroccone del Cantone di Vaud, chiamato Piquilloud,il quale, assumendo falsi nomi, e dando chimeriche speranze, avea gabbato parecchi, e tolto loro alcune somme di denaro. L’inchiesta letta all’udienza constatò che questo sig. Piquilloudnel mese di luglio, di quest’anno trovavasi in Nizza, dove si facea passare presso i cattolici e in particolare presso Monsignor Sola, Vescovo di quella città, per un de Constantconvertito al Cattolicismo, coll’intenzione di entrare nel Collegio della Propaganda in Roma; e presso i protestanti spacciavasi per un de Gottraudi Friburgo convertito all’Evangelio.

Piquilloudraccontò nel processo, ch’era molto amico del conte di Cavour, il quale anzi gli affidò una missione, di cui discorreremo più innanzi. Fu il conte di Cavour che lo fe’entrare in conoscenza col conte Nigraecon Monsignor Sola. L’avventuriero, scrive il Journal de Genève,raccontò tutte le conversazioni che ebbe col Vescovo sul proposito di una circolare fori incriminée. Monsignor Sola voleva mandare la sua circolare al Papa per mezzo di Piquilloud, affinché la difendesse davanti il Santo Padre». Aggiunse l’avventuriero che Monsignore trattavalo con molta cortesia, ed anzi ogni due giorni voleva a pranzo il caro neofito.

Ma se Piquilloud non andò a Roma, fe’ però de' viaggi negli Stati Sardi, che egli chiamò viaggi per la politica. Stando al suo racconto, egli recossi a Torino, dove fu incaricato d’una missione dal conte di Cavour, che consisteva nello scoprire i Gesuiti nascosti nel nostro Stato. Né scoperse parecchi a Ciamberì, e venne tutto lieto a recarne l’annunzio in Torino. È curioso il modo 'con cui Piquilloud riuscì a scoprire i Gesuiti di Ciamberì. Lungo il viaggio trovossi con un ecclesiastico mal in arnese, e gli vennero forti dubbii sulla sua qualità a cagione dell'istruzione che dimostrava. Bel bello lo indusse a confessare, ch’egli era un Gesuita, strinse amicizia con lui, ed anzi fu invitato a pranzo in una casa di Gesuiti. Dopo di che corse a Torino per informarne il conte di Cavour.

Piquilloud racconta, che l’onorevole conte gli regalò del denaro per rimeritarlo de' suoi servizii. E interrogato del come stringesse relazione col nostro Presidente del ministero, rispose, che, trovandosi a Thonon, vi fe’ conoscenza con un signore, il quale avea servito come volontario nella campagna di Lombardia del 1848, ed alloggiava all’Hotelde l'Europe. Costui, conosciuti i principi! politici di Piquilloud, gli diè una commendatizia pel conte di Cavour, che l’incaricò de' suoi viaggi politici.

Davanti il tribunale di Nyon si volle far passare Piquilloud come pazzo; ma i medici attestarono, ch’egli avea pienamente il ben dell’intelletto. Le sue storielle saranno state menzogne, ed egli fu condannato come scroccone a cinque lire di multa e a diciotto mesi di reclusione.

Due cose vogliono essere particolarmente avvertite. L’una è un argomento addotto dall’avvocato difensore, M. Carrard, per far assolvere Piquilloud. L’avvocato fe’ un confronto tra le scroccherie del suo cliente, e quelle commesse da Gian Giacomo Rousseau, mostrandole, colle sue Confessionialla mano, identiche, se non pure le ultime più gravi e spudorate delle prime. E perché condannare Piquilloud, e celebrare il grande uomo, che scrisse il Contratto socialee l'Emilio?

In secondo luogo è certa e stabilita dall’inquisizione fiscale la dimora di Piquilloud a Nizza, e il brutto tiro che giuocò a Monsignor Sola, dandosi l’aria d’un convertito e scroccandogli tre pranzi per settimana. E questo ci dee servire d’avviso per essere bensì tutti viscere di carità verso i traviati; ma per pon lasciarci facilmente gabbare dagli impostori indigeni ed esotici, che nello Stato nostro sovrabbondano. San Giovanni, l’apostolo dell'amore, ci avvertì pel nostro meglio: Carissimi, non crediate ad ogni spirito, ma provate prima gli spiriti, se sieno da Dio.


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PRETI INNOCENTI INGIUSTAMENTE IMPRIGIONATI

(Dall’Armonia, n. 283, 'dell’11 di dicembre 1858)

Alcuni giornali riferiscono con somma compiacenza Parreste avvenuto in Oristano d’un Frate Minore Osservante, accusato di sortilegi truffa estorsioni; e da questo fatto traggono argomento per ¡screditare non solo tutto il Clero secolare e regolare, ma anche la stessa religione Cattolica.

Dapprima noi dobbiamo solennemente protestare contro coloro che identificano la santissima causa da noi difesa con quelle persone, che, sebbene vestano l’abito religioso, non ne hanno nel cuore né i principi!, né le virtù.

Di poi. vuoisi avvertire, che, quand’anche i preti e frati, che vengono accusati, tradotti in prigione e messi sotto processo, fossero realmente rei, non si avrebbe nel Clero che una piccola frazione di delinquenti, e in proporzione la minore di tutte le altre classi di cittadini.

Ma in fin dei conti basta che un prete od un frate sia arrestato, imprigionato, processato per dirlo colpevole? Se si noverano i processi sostenuti per qualunque ragione dagli uomini di Chiesa dal 1848 in poi, si toccherà con mano, che la maggior parte degli accusati riuscirono innocenti. Ci si permetta qualche citazione.

Il sacerdote D. Gagliardi nel 1850 predica in Mondovì sull’educazione: si accusa di aver eccitato il popolo alla fellonia, e viene tradotto dal pulpito alla prigione, e vi geme per tre mesi incirca. Ma il 17 di maggio è giudicato innocente, e messo in libertà.

Verso la metà d’agosto dell’anno medesimo, il sacerdote D. Luigi Piola diceva il panegirico di S. Magno nella parrocchia di Dronero. Il 13 di settembre era arrestato per certe parole che voleansi da lui proferite in quel panegirico; pativa quarantacinque giorni di prigione, ed in ultimo il tribunale lo dichiarava innocente.

Al P. Vincenzo cappuccino si apponeva la colpa. di ribellione alle leggi per aver invitati i parrocchiani di Castelvecchio presso Oneglia a pregare per i bisogni della S. Chiesa. Del qual fatto, bugiardamente commentato, si menò grandissimo schiamazzo, traducendo quel religioso quale un rivoltoso. La Camera di Consiglio il 49 di dicembre del 1850 dichiarava non farsi luogo a procedi mento contro il reverendo P. Vincenzo.

Dello stesso delitto fu accusato il curato di Bonneville, il signor Dupont Lorenzo; ma la Corte d’Appello di Savoia, diè la medesima sentenza, cioè non farsi luogo a procedimento.

Il prevosto di Ronco, D. Vesco Giovanni, della diocesi d’Ivrea, fu tradotto in prigione dalla forza armata; ma egli infine tornossene glorioso tra' suoi parrocchiani, avendo la sezione d’accusa del Magistrato d’Appello dichiarato non farsi luogo a procedimento,

L’amministratore della parrocchia di Malanghero, D. Pietro Boggio, venne accusato davanti i tribunali di gravissimo delitto, ed imprigionato perciò. Stette in prigione dal maggio fino al settembre del 1854, in cui fu riconosciuta la sua innocenza, dopo un dibattimento che durò due giorni.

Ben sedici parrochi furono accusati della sommossa avvenuta nel Ducato d’Aosta, e contro di loro in particolare e contro del clero in generale si scrissero le più ribalde calunnie.

Basti per saggio ciò che diceva l’avvocato Pier Carlo Boggio nel suo libro: La Chiesa e lo Statopag. XXIV.

È oramai constatatocome gli inconsulti e funesti moti dell’ottobre 1853, in Valle d’Aosta, sieno in gran parte dovuti alle mene di alcuni ecclesiastici di quella provincia. Consultinsi a tale riguardo le relazioni pubblicate nel foglio officiale dal maggiore della guardia nazionale di Aosta, e Constitutionnel Valdótain,dall’egregio amico e condiscepolo nostro, l’avvocato Giulio Martinel».

Or bene, i tribunali, il 9 di marzo del 1855, proferirono solenne sentenza su questo memorando processo; tutti i preti furono assolti, e neppur uno si trovò reo di avere in qualche modo favorito o promosso la rivolta. Anzi, dalle requisitorie stesse del fisco risultò, che il clero intervenne tra gli insorti unicamente per sedare la sommossa.

Il parroco d’Arnaz impedì che si suonasse a stormo;quello di St. Vincent negò la chiave del campanile;quello di Chatillon ristabilì l’ordine;quello d’Anteyla Magdaleine dimostrò saviezza ed accorgimento;quello di St. Denis distolse il popolo dall’idea dell'insurrezione;quello di Nus tolse i fucili agli insorti; il vescovo d’Aosta e il suo provicario calmarono la rivolta. Così le stesse requisitorie fiscali!

Claudio Giuseppe Dogier, uno dei principali accusatori, dava Fauno passato un nobilissimo esempio al deputato Boggio, e chiedeva pubblicamente perdono agli ecclesiastici, che avesse potuto compromettere.

Eppure tra quei sedici parrochi quattro dovettero gemere in carcere fino al giorno della sentenza, e i nomi di questi valorosi sacerdoti, che la Chiesa subalpina ha scritto ne’ suoi dittici, sono: Gorret Giovanni Antonio, parroco di Torgnon; Menabrea Pietro Alessandro, vicario di Gignod; BelleyAlessandro, parroco di AnteySaint André; Marguérettaz Anselmo Nicola, parroco di Donnas.

Il parroco di Verrès D. Menzio, fu a sua volta accusato presso il tribunale d’aver tenuto discorsi ostili al governo e vilipesa la santità delle leggi. Venne chiuso in prigione e giudicato dal Magistrato d’Appello di Torino, che lo dichiarava innocente. Il fisco richiamossi dalla sentenza alla Corte suprema, che la cassò. Mai secondi giudici confermarono il pronunziato dei primi, e D. Menzio fu posto in libertà. Poco appresso, i sostenuti travagli toglievano la vita a quell'esimio confessore della fede.

A Genova raccontava qualche anno fa la Gazzetta del Popolo,in una casa in prossimità della piazza del Principe, due carabinieri e quattro guardie di pubblica sicurezza operarono il fermo d’un prete, che venne condotto in segreta». E invece l’arrestalo chi era? Un giovinastro sospetto di trafficare moneta falsa!

Fu pure arrestato all’ora delle sacre funzioni, il giorno dell'Immacolata Concezione, D, Giuseppe Bona, prevosto di S. Giusto, e messo in prigione sotto l’accusa di contravvenzione all’articolo 200 del Codice penale. Ma un ordine del Magistrato d'Appello di Torino, sezione d’accusa, dichiarava non farsi luogo a procedimento.

Un altro egregio parroco della diocesi d’Ivrea, il cui clero tanto s’illustrò in questi tristissimi tempi, venne imprigionato, ma poi riconosciuto innocente, e fu D. Giuseppe Berrola, pievano di Villaregia.

Un giornale d’Alessandria intitolato lo Statutocalunniava un degno ecclesiastico e buon cittadino D. Trona, eia calunnia era raccolta dall’Eco delle Provincie. Ma il 15 di novembre del 1852 davanti il Tribunale di prima cognizione venivano condannati come diffamatori.

Il teologo Varesini Francesco Maria, arciprete e parroco di Quargnento presso Alessandria, fu accusato di usufruttuare la semplice credulità della plebe, simulando il compiersi di un miracolo per un'immagine di Maria SSe per questo motivo messo in prigione. Supplicò di poter dare le sue difese fuori carcere, e inutilmente. Ma la Camera d'accusa del tribunale d’Alessandria dichiarò non esservi luogo a procedimento, della quale sentenza essendosi richiamato il fisco alla Corte di Appello, questa la confermò, e così risplendè sempre più l’innocenza dell’accusato.

Il sacerdote Nicolò Ri echini, rettore della chiesa parrocchiale di Spezza, venne accusato di delitti, che non è lecito nominare, e il Magistrato d’Appello di Genova dichiaravalo innocente, e dimostrava come quel buon rettore fosse stato vittima di nere calunnie per parte di certi traviati, che colle persecuzioni lo rimeritarono del tanto, che egli aveva operato nella sua parrocchia a benefizio dei poveri, massime nell’invasione del colera.

Una simile accusa lanciavasi contro il parroco di Cassinasco, D. Porta Paolo, ma un’ordinanza del tribunale di prima cognizione d’Acqui non tardava a dichiarare la sua innocenza, e il parroco ritornava in mezzo a' suoi parrocchiani,, che raccoglievano tra le feste più riverenti e cordiali.

Dobbiamo continuare ancora questo già lungo catalogo? La materia non ci manca davvero! Eccovi qui D. Semeria, della Colla di S. Remo, arrestato sulla pubblica strada come reo d’avere subornato testimonii nell’ascoltare le confessioni. Egli fu riconosciuto innocente, e rimesso in libertà.

Eccovi il teologo Castelli Domenico, pievano di Santa Caterina, in Vigono;, catturato da ben undici carabinieri come inquisito d’aver dal pergamo offese il presente sistema di governo. Dopo tre giorni di carcere venne rilasciato inseguito a dichiarazione giuridica di non farsi luogo a procedimento.

Eccovi l’economo di Clefs, il sacerdote Brouze, convenuto davanti iltribunale come reo di pubblica ingiuria. Ma la Corte d’Appello di Ciamberìdichiaravalo innocente, e calunniatore chi l’avea accusato.

Eccovi D. Bartolommeo Condolo, vicecurato di Bene, tradotto davanti i tribunali sotto l’imputazione d’aver paragonato dal pergamo il nostro governo a quel di Nerone. Ma nell’esame dei testimonii non si trovò chi deponesse il falso,, e il sacerdote fu dichiarato innocente.

Ecco l’esimio parroco di Sparone, D. Nigro, cerco dagli sgherri, obbligato ad(: )andare ramingo per isfuggire l’umiliazione del carcere; e por venire riconosciuto innocente davanti i tribunali.

Eccovi il curato di Sant’Elena, accusato di latrocinio per aver involato unsupposto tesoro, il fisco lo insegue, lo interroga, lo processa, e si trova che la scoperta del tesoro era una fanfaluca.

Eccovi il parroco dì S. Margarita di Rapallo nella Settimana Santa del 1858 messo in carcere per offesa alla sacra persona del Re; ma il Magistrato di Genova Io proclama innocente.

Eccovi l’illustre canonico di Rivoli, il teologo Gliemone, strascinato dal fisco sul banco de' rei, uscir dalla sala del tribunale coll’aureola dell’innocenza, e colla palma della persecuzione.

Eccovi il parroco di Sainte Foi il sacerdote Gio. Battista Jourdan, accusato d’avere in occasione delle elezioni politiche del mese di novembre 1857 parlato in chiesa contro il governo. La Corte d’Appello di Ciamberì, con sentenza dell'8 di luglio 1858, dichiara vaio innocente del l’appostogli reato.

Abbiamo una quarantinadi sacerdoti, che il fisco accusò, i giornali svillaneggiarono, e i più patirono ingiustamente una lunga prigionia; ed erano innocenti.

E noi potremmo continuare, ché la lista è lunga. Forse più tardi, seguendo l’esempio de' libertini, che stampano Pantheon, album, cataloghi della loro gente, daremo un elenco preciso di coloro, che digni habiti sunt pro nomine Jesu contumeliam patie saremmo riconoscentissimi a chi ci volesse soccorrere in questo lavoro.

Il dettone fin qui serve a provare che l’arresto d’un prete, d’un frate, d’un parroco, non è argomento della sua reità; che in nessuna classe di accusati trovaronsi mai tanti innocenti, come tra il clero; chela polizia nostra fu sempre dappoco co’ furfanti, ma soverchiamente severa coi chierici, fino a imprigionare tanti degnissimi ecclesiastici.

Dopo di ciò torniamo a ripetere quanto ci venne detto da principio. 'La causa nostra è affatto indipendente dalle persone, perché ha una bontà assoluta, a cui non portano nocumento i traviamenti di coloro che le appartennero. Noi giudichiamo, dicea Tertulliano, non fidem ex perxonis, sed personas ex fide.

Laddove la causa de' nostri avversarti, essendo per sé indifferente, diviene buona o cattiva secondo gli uomini ed i tempi. E. quindi noi abbiamo il diritto di muovere certi rimproveri, che non possono ragionevolmente indirizzarci i libertini.

MAMIANI E IL GIUSEPPISMO

(Dall'Armonia, n. 2, del 8 gennaio 1858)

Il Mamiani, assalendo a diritto ed a rovescio il nostro clero, uscì nella seguente sentenza storica, che leviamo dagli Atti ufficiali della Camera, N° 20, pag. 74:

«Giammai i Romani Pontefici hanno chiamato scismatiche le leggi Leopoldine e Giuseppine, che per due terzi di secolo hanno governato la Toscana e l’Austria. Giammai i Pontefici Romani hanno detto, che per consimili leggi in Francia la religione periclitasse. Periclitava così poco per quelle leggi in Francia la religione, che elle sono state sancite da essi, i Papi, in un solenne concordalo».

Se noi proveremo, che in questo periodo vi sono tanti spropositi quante parole, ne verrà necessariamente, che ignorantenon è la plebe piemontese, ma il deputato Mamiani. Or bene, questa dimostrazione fu già fatta sul muso del Mamiani nella stessa Camera, nella medesima tornata del 31 di dicembre dal deputato della Motta.

«Poiché l’onorevole Mamiani affermò che la Santa Sede non avea mai dichiarato scismatiche le leggi Leopoldine, e che col Concordato si erano approvate le leggi Napoleoniche, che pretesero mettere in atto le così dette libertà galli cane, io mi contenterò di negargli questi fatti, come il può dimostrare in parte la cronologia, e meglio poi la storia, che conserva le protestazioni dei Pontefici contro le leggi Leopoldine, ed altre, che le imitarono!. (Atti uffic.,N° 21, pag. 77).

In termini civilissimi fu detto al sig. Mamiani, che egli professore di filosofia della Storia non ne conosce i fatti, né gli elementi; ignora la cronologia, commette anacronismi, pianta carote, sballa in digrosso. Sicché, egli, professore, in giusta regola, non dovrebbe essere neppure ammesso come discepolo.

Tre sono le asserzioni storiche del Mamiani: la prima che i Papi non hanno mai protestato contro le leggi Giuseppine d’Austria; la seconda che i Papi non hanno mai protestato contro le leggi Leopoldine di Toscana; la terza, chej Papi hanno sancito con un Concordato le leggi Napoleoniche avverse alla Chiesa.

Or bene, noi invitiamo il sig. Mamiani a prendere in mano la storia del cristianesimo del Bercastel, lib. 98, dall'anno 1780 al 1785: equi troverà la Nota del Nunzio pontificio a Vienna, comunicata al gran cancelliere di Corte, principe di Kaunitz, dove si protesta contro le leggi Giuseppine.

E più innanzi troverà nella storia del Bercastel la lettera che Pio VI scrisse a Giuseppe II, dove si lagna di certe sue disposizioni dannose alla religione, e lo accusa di rovesciare le massime cattoliche. La lettera è del 3 d'agosto 1782.

Non sappiamo, se il sig. Mamiani abbia mai inteso a parlare d’un certo sinodo di Pistoia, e d’una Certa Bolla, che comincia Auctorem (idei. Noi l’invitiamo a studiare la storia di quel Concilio, e leggerete proposizioni condannate iu quella Bolla, e se gli farà manifesto che i Papi hanno dichiarato scismatiche le leggi Leopoldine.

Venendo finalmente alle leggi Napoleoniche, siccome queste contengonsi nel Codice di Napoleone, vorremmo, che il sig. Professore ci spiegasse, come mai potè avvenire, che il Papa col Concordato del 1801 sancisse un Codice, che cominciò a pubblicarsi nel 1804!

Che se il Mamiani intende parlare degli articoli organici, noi gli diremo, che anche questi furono posteriori al Concordato, essendosi pubblicati come appendice al medesimo. E poi è assolutamente falso, che i Papi gli abbiano sanciti: giacché la storia, sig. Professore, ci conserva la protesta trasmessa dal Card. Caprara in nome di S. Santità al ministro degli affari esteri in Parigi, (sotto la data del 18 d’agosto 1803; la quale protesta non solo riprova gli articoli organici, ma tutte le altre. reliquie della rivoluzione francese, che il primo Console lasciava sussistere.

Piacciavi, sig. Mamiani, di leggerne il seguente periodo: Io tutto mi aspetto dall’equità, dal discernimento, e dai sentimenti di religione che animano il primo Console; la Francia a lui deve. il suo ritorno alla fede, ed egli non lascierà imperfetto il suo lavoro; egli saprà togliere tutto quello che non può essere Raccordo coi principii e cogli usi adottati dalla Chiesa. Voi certamente seconderete col vostro zelo le sue benefiche intenzioni e i suoi sforzi. La Francia benedirà nuovamente il primo Console».

Avete inteso, messer Mamiani? IlCard. Caprara, in nome di Pio VII, manifesta la speranza nel 1803, che il primo Console saprà togliere lutto quello che non può essere d'accordo coi principii e cogli usi adottati dalla Chiesa. Come avrebbe potuto manifestare questa speranza, qualora il Concordato di due anni prima avesse sancito le disposizioni, a cui il Card. Caprara alludeva?

Egli è evidente, che le leggi Napoleoniche accennate dal Mamiani non furono mai, e non saranno mai sancite dai Romani Pontefici, come noi furono e noi saranno mai le leggi Giuseppine e Leopoldine. Ora di due cose l’una: o il Mamiani conosceva questo tratto di storia ecclesiastica, e ognun vede che le cose da lui dette alla Camera si chiamano inganni:o non le conosceva, e tutti capiscono che le sue tre asserzioni sono altrettanti spropositi.

Attenendoci a quest’ullima supposizione come la più benigna, domanderemo, che filosofia della storia può insegnare colui che ignora la storia medesima? che non sa la cronologia? che scappuccia intorno ad avvenimenti di un mezzo secolo fa? Su che cosa volete filosofare, se ignorate i fatti, che sono il fondamento della vostra scienza? Qual frutto ricaveranno i vostri uditori dalle lezioni che date, se voi stesso avete tale e tanto bisogno di imparare?


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L’ELEGGIBILITÀ DEI CANONICI

DISCORSO DETTO NELLA TORNATA DEL 5 DI GENNAIO DAL DEPUTATO MONSIGNORE SCAVINI

(Dall'Armonia, del 1858, pag. 14 e 18)

Per la prima volta, che mi è dato l’onore altissimo, o signori, di far sentire la mia voce in sì maestoso Consesso, ben posso dire a ragione con Marco Tullio, che tota mente, toto corpore, totis artubus, contremisco. Novizzo, meschino di mente e timido di spirito, qua spinto non da mia volontà, o da ambizioso desio, ma per solo mandato di una rispettabile popolazione, a cui l’animo mio non ebbe coraggio di rifiutarsi, veggomi circondato da sommi ingegni e da valentissimi oratori, sicché sento spontaneamente venirmi in sulle labbra quel verso del nostro Petrarca: di me medesmo meco mi vergogno.

Se non che un dolcissimo pensiero mi conforta e fa animo: sapete, o signori, qual è? Siete voi stessi: sì; è quella vostra comune bontà; è quel vostro generoso compatimento, con cui tutti, senza eccezione, solete incoraggiare anche i più deboli principianti, che mettono il piè pauroso e tremante nell'arena politica: questa clemenza dunque, questa gentilezza imploro anch’io da voi per me in questo istante, o signori, e spero che non vorrete negarmela: in questa pongo ogni mia fiducia: a questa mi appoggio tranquillamente, e mi sto fermo a lei come a quella torre di Dante, che non crolla — Giammai sua cima per soffiar di venti.

Prevengo la Camera, che io parlerò solamente intorno alla massima generale della eleggibilità, o non eleggibilitàde' Canonici alla Deputazione nazionale, lasciando a parte le specialità, sulle quali volesse la medesima intrattenersi di mano in mano che verranno in discussione gli atti delle seguite elezioni di ciascun canonico in particolare. Perché un ecclesiastico qualunque incorra nel Feto della legge elettorale 17 di marzo 484&ÒMiriippensabiIe, miei signori, o l’ima o l’altra di queste due condizioni, cioè,;#) eòe egli abbia cura d'anime,o che abbia giurisdizione con obbligo di residenza«eccovi le parole precise all’arl. 98: non possono essere eletti deputati(N° 5) gli ecclesiastici aventi cura d’anime, o giurisdizione con obbligo di residenza. Ma i canonici, considerati come tali, non hanno né cura d’anime,giurisdizione con obbligo di resi» densa. Dunque la loro eleggibilità in massima generale non può essere soggetta ad alcuna contestazione, se la difficoltà si restringe alla sola nostra qualità di canonici, e non siaci altro per noi al di là di questo limite.

A schiarimento della mia proposizione comincio dal chiedere che cosa sia giurisdizione?Questa parola ebbe origine dal gius romano, e fu difinita officium iuris dicendi;passò in tale significato nel gius canonico, e se dimandate a' Canonisti, che cosa sia l’ecclesiastica giurisdizione presa nel più stretto senso, vi risponderanno d’accordo, che ella è un'autorità un potere(potestas), che compete ai ministri della Chiesa di reggere e governare i fedeli in ordine alla salute eterna;così il Berardi, il Devoti, il Zollinger, ed il recentissimo Monsig. Lequeux, vicario generale che fu dell’Arcivescovo Sibour, nel suo Manuale Compendiodi diritto canonico, stampato, pochi anni or sono, in Parigi. Egli dimanda (t. I. q. 70); quid sii proprie iurisdictio ecclesiastica?(che cosa sia in senso proprio e stretto la giurisdizione ecclesiastica?); e tosto risponde: iurisdictio ecclesiastica est potestas competens ministris Ecclesiae, ut regant baptizatos in ordine ad vitam aeternam;(la giurisdizione ecclesiastica propria, mente detta è quell’autorità, quel potere, che compete a' ministri della Chiesa di reggere e governare i battezzati in ordine alla vita eterna); e spiega indi così quelle parole: competens ministris Ecclesiae; Pastoribus nempe illius societatis externae et visibilis, quam diximus a Christo institutam esse;vale a dire: g’ Pastori di quella società esterna e visibile, che dissimo instituita sulla terra dal nostro Signor Gesù Cristo. Or come trovare ne’ canonici questa qualità di Pastori della Chiesaquesto potere, questa autorità di governare e di reggere i battezzati in ordine alla vita eterna?Chi ce l’ha data? Donde può in noi ri scontrarsi, se in noi ritengasi la sola e semplice qualità di canonici?

Leggete, o signori, il nostro celebre prof. Sebastiano Berardi (Commentariorum,t. I, dissert. 2, c. 2): dimanda egli: per quas singulares personas, sen dignitates, vel officia iurisdictio ecclesiastica exerceatur?(Quali sono le persone particolari, o le dignità, o gli offici, per cui mezzo sì esercita la giurisdizione ecclesiastica?) Vedrete nominate persone molte, alla testé il Sommo Pontefice, indi i Patriarchi, i Primati, gli Arcivescovi metropolitani, i Vescovi, i Prelati, i Parrochi: ma non troverete mai nominati i Canonici né delle Collegiate, né delle Cattedrali. Ancora più chiaramente il sopracitato Monsig. Lequeux, il quale dimanda (t. 1, q. 75): in quibus personis resideat iurisdictio ecclesiastica proprie sumpta?(Quali sono le persone, nelle quali risiede la giurisdizione ecclesiastica propriamente e strettamente intesa?) Ed eccovi la sua risposta iurisdictio ecclesiastica residet in iisSOLIS, qui per vias canónicas et per Ecclesiam approbatas receperunt potestatem regendi fideles;(la giurisdizione ecclesiastica risiede solamentein quelle persone, che per vie canoniche e dalla Chiesa approvate ricevettero la potestà di reggere i fedeli). Ma i canonici, considerati come tali, da nessuna ebbero mai a ricevere questa potestà di reggere e governare i fedeli: dunque essi, presi nella sola qualità di canonici, non hanno veruna giurisdizione ecclesiastica.

Permettetemi per ultimo, signori, un’altra prova di diversa specie, ed é il sentimento costante del nostro stesso Governo: questo, nel determinare la tassa di concorso alla Cassa Ecclesiastica, obbligò i singoli canonici, sia di cattedrale e sia di collegiata, a pagare annualmente il 5 per 0|0al di sopra del mille di reddito della loro prebenda, ed il soloparroco ebbe la tassa del 5 sopra i due mille. Tale favore, ripeto, fu accordato a lui solo;e perché? Perché egli solo e nessuno degli altri canonici fu considerato e ritenuto dal governo come avente cura d'anime e giurisdizionedi governare i fedeli della sua parrocchia in ordine alla salute eterna.

A voler mettere però in più ampia evidenza la mia conclusione, mi faccior carico, o signori, di esaminare le obbiezioni, che in parte ho sentito di già proposte dal giornalismo a noi contrario, ed in parte suppongo potersi proporre.

Voi, canonici(ci dicono taluni), pretendete di avere la parrocchialità abituale nel vostro Capitolo, dunque siete abitualmente parrochi: dunque avete abitualmente cura d'anime, e per conseguente giurisdizione con obbligo di residenza.

Rispondo: ma che diranno costoro di que’ canonici, che non hanno questa pretesa? Però rispondo direttamente alla difficoltà: io so benissimo, o signori, che la distinzione tra parocchialità abitualeed attualefu messa in campo da alcune Collegiate soppresse colla legge del 29 di maggio 1855 contro la Cassa Ecclesiastica, e sul suo valore ne lascio la decisione a(7)Tribunali, quantunque sappia, che già più di una sentenza sia stata loro contraria perfino colle spese; ma le cattedrali non furono soppresse, ed in molte di esse manca ogni abitualità parrocchiale, essendo la provvista del parroco di libera collazione del Vescovo.

Siccome però questi termini di parrocchialità abitualeed attualepotrebbero ingenerare nell'animo di alcuni qualche mala intelligenza od oscurità per noi pregiudicevole in massima generica, così vi prego, o signori, che vogliate permettermi qualche riflesso intorno alla forza de medesimi, onde rischiarare vieppiù la questione e meglio spiegare l’insussistenza della difficoltà, che da detti termini vorrebbesi far risultare a danno nostro.

Che cosa è dunque anzitutto questa parrocchialità abituale?(dell’attuale non occorre parlarne, poiché tutti conoscono il suo significato, indicante il parroco in attuale assoluto esercizio de' suoi doveri e delle sue incombenze nella cura delle anime): la parrocchialità abitualea parer mio è quel diritto che ha un corpo morale ecclesiastico di trasfondere in un solo individuo la cura delle anime, e che, o per istituzione, o per consuetudine, o per privilegio, compete al corpo stesso: è una specie (direi così) di un patronato attivo di nominare ad un benefizio con cura d'anime: dunque un parroco abitualeè parroco solamente in potenza attiva e passiva,in potere cioè di eleggere cogli altri individui del corpo un soggetto all’attuale esercizio della cura delle anime in una data par rocchia, o di potervi essere eletto egli stesso; cosicché in tale circostanza dalla parrocchialità abitualepuò nascere e nasce di fatto & parrocchialità abituale; ma non sarà mai tale essa stessa.

Dal principio che un parroco abitualepossa avere la parrocchialità attuale, ne viene forse di conseguenza, che l’abbia in realtà? No, no certamente: in filosofia mi fu insegnato, che a posse ad actum non tenet illatio:perché Dio ha potuto creare mille mondi oltre il nostro, ne consegue forse che li abbia creati davvero? Fatto sta ed è, o signori, che l’avente parrocchialità abituale non può esercitare validamente alcun atto particolare giurisdizionale relativo alla cura delle anime, e se assistesse anche ad un solo matrimonio senza speciale delegazione del superiore, quel matrimonio sarebbe invalido e nullo.

Ora le parole della legge dicente che sono esclusi dalla eleggibilità alla Camera de' Deputati gli ecclesiastici aventi cura d?anime,si devono intendere della cura d’anime abitualeod attualesolamente? Si devono applicare ad un parroco in actu,o si possono applicare eziandio ad un parroco in habitu?

Ricorriamo qui, o signori, al diritto tanto civile, quanto canonico. Al titolo: De verborum significatione;il diritto romano seguito poi dal diritto ecclesiastico ha già solennemente sentenziato: In penalibus sensus naturalis semper teneatur.Ma fa ancora meglio al nostro proposito l’articolo decimoquarto del Codice Civile, che dice: Nell'applicare la legge non è lecito attribuirle altro senso che quello, che si manifesta dal proprio significato delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore. Qual è dunque il senso ovvio, naturale e comune, che si manifesta dalle parole aventi cura d'anime? Non è forse quello solo d’indicare un parroco in actu?un parroco attuale?Se voi chiamate a qualunque persona: Chi è il vostro parroco?ossia: Chi ha la cura d'anime nel vostro paese?v’indicherà ella un parroco in potenza,o un parroco in actu?Certamente, e senza esitazione vi risponderà, che nel suo paese la cura d'animel’ha Tizio, e neppur per sogno farà distinzione tra abitualitàed attualità parrocchiale. Ecco il senso ovvio, naturale e comune delle parole: gli ecclesiastici aventi cura d'anime. Ma il senso delle parole si deve anche rilevare dalla intenzione del legislatore. Qual è stata dunque ['intenzione del legislatore,qual è stato lo spirito, che a lui dettò que’ termini: Non possono essere eletti deputati gli ecclesiastici aventi cura d’anime?Due cose, a parer mio, stavano fisse al suo pensiero intorno alle elezioni: 1° Quella di allargare al più possibile la libertà degli elettori e di aprir loro il più vasto campo all’esercizio del loro diritto, onde attirare così più facilmente alla Camera il miglior senno della nazione.

2° Quella di non privare per lungo tempo i popoli del quotidiano servizio religioso e spirituale!, pendenti le legislature, che d’ordinario non sogliono esser brevi. Come combinare insieme queste due cose? A tale sublimissimo intento servirono egregiamente le sopra citate parole: non possono essere eletti deputati gli ecclesiastici aventi cura d'anime. E ciò nel mentre che palesa la sagacità e la sapienza del legislatore, fa pure onor sommo alla religione ed al sincero e cristiano liberalismo di chi ebbe la gloria di concorrere seco lui alla compilazione della legge di cui si tratta.

Chi dunque non vede apertamente la violenza, che fanno al senso ovvio, alle parole della legge, alla intenzione ed allo spirito del legislatore, i nostri avversarii? Il legislatore vuol ampliare la libertà degli elettori: essi la vogliono restringere! Così certamente non adoprarono le legislature passate, e noi nel corso di ben dieci anni vedemmo seder nella Camera canonici sì di cattedrali e sì di collegiate senza verun contrasto né di sinistra,come dipesi, né di destra, né di centro. I popoli conobbero e ritennero per immutabile questa pratica, ed è perciò appunto che alcuni di essi non ebbero difficoltà od esitazione veruna di mandare deputati canonici anche alla legislatura novella.

Ma passiamo, o signori, alle altre obbiezioni, che ci sono proposte

Voi, canonici(dicono altri), non potete negare di aver l'obbligo di residenza al coro.

Risp. Sia pure che la qualità anche di semplice canonico, massime di Cattedrale, porti l'obbligo della residenza al coro;ma porta fors’anche giurisdizione per se stessa? No certamente vi risponderanno tutti i canonisti d’accordo: un dovere, una obbligazione da compiere non inchiude in se stessa alcuna autorità, alcuna potenza da esercitare. Ora la legge elettorale, per dichiarare ineleggibile un ecclesiastico, vuole che in lui concorra o cura d'animo,o giurisdizione con obbligo di residenza. Stiamo Termi, o signori, su queste incancellabili parole: Se io ho una giurisdizione senz’obbligo di residenza, come, per esempio, la facoltà in generedi ricevere le confessioni sacramentali de' fedeli, non incorro nel vetodella legge citata; cosi, per conseguenza logica, se io ho (’obbligo bensì della residenza, ma senza giurisdizione, non sarò mai compreso nella classe degli ecclesiastici ineleggibili. Ecco qual è, o signori, l’obbligo in noi canonici della residenza al coro, obbligo senza cura d’anime, obbligo senza giurisdizione; quindi io trovo piene di sapienza le dette espressioni della legge; poiché, se fosse altrimenti, anche l’ostiario, che è tenuto alla residenza nella sagrestia al tempo delle funzioni nostre corali, sarebbe ineleggibilealla deputazione nazionale, ancorché avesse tutte le altre qualità per ottenere la elezione.

Ma i canonici(si soggiunge), i canonici della Cattedrale eleggono collegialmente il vicario capitolare in sede vescovile vacante: questa non è forse una vera e propriamente detta giurisdizione?

Risp. Sì, o signori, ciò è vero, verissimo: tale diritto giurisdizionale ci é conferito dal Concilio Tridentino: ma non è abituale e permanente, limitandosi solo ad una peculiare e transitoria circostanza di tempo, cioè di sede vescovile vacante. Che più? Questo diritto porta egli seco anche l’obbligo di residenza in luogo? No certamente. Ditemi: se in qualche città capitasse il caso di sede vescovile vacante, e quella città fosse sgraziatamente occupata da un’armata nemica, od afflitta da sì grave disastro, che il Capitolo non vi potesse più avere residenza per tempo, non potrebbe egli venire anche in corpo a Torino, e qui eseguire le sue incombenze? l’elezione del vicario capitolare sarebbe valida? chi potrebbe negarlo? e poi chi vi dice che alla elezione del vicario sieno obbligati d’intervenire tutti e singoli i canonici, o che gli assenti o comunque impediti non possano farsi rappresentare per una procura da qualche suo collega? Finalmente osservo, che questa obbiezione fa proprio contro que’ medesimi che la propongono; poiché il Capitolo cattedrale è obbligato dal Tridentino stesso di svestirsi entro otto giorni, e svestirsi affatto della facoltà accordatagli per la nomina del vicario capitolare, e di trasfonderla tutta intiera e senza la benché menoma riserva nella persona dell’eletto (la quale può essere anche persona estranea al Capitolo stesso, cioè extra gremium Capitali),e ciò sotto pena che la elezione del vicario passi ipso factoad altre mani. Dunque nei canonici cattedrali ci sarà collegialmente per detti otto giorni la giurisdizione, ma non con obbligo di residenza,e tale giurisdizione non sarà abituale né in singoli i canonici, né in esso il collegio canonicale ((134)). Credete voi che il Capitolo possa deporre il vicario eletto, o vincolarlo menomamente nell’esercizio delle sue attribuzioni? no di certo. E sarà di tal fatta giurisdizione quella, di cui intese parlare il legislatore quando escluse dalla eleggibilitàalla nazionale deputazione gli ecclesiastici aventi giurisdizione con obbligo di residenza? Se così avesse inteso se stesso, avrebbe egli ampliata, o ristretta la libertà degli elettori?

Ma i canonici(si dice per ultimo), i canonici delle cattedrali sono il senato del Vescovo, e partecipano perciò collegialmente,in habitu, in radice, in potenza della sua giurisdizione nel reggime della diocesi.

Rispondo anche a questa osservazione: egli è ben vero che i sacri canoni ci danno questo titolo per noi onorevole; ma è falso insieme, anzi falsissimo che questo titolo ci faccia partecipi in actudella giurisdizione vescovile nel reggime della diocesi. Inoltre questo titolo ci dà forse cura d'anime?No. Ci obbliga forse alla residenza? Neppure. Vi sono affari della diocesi, sopra i quali il Vescovo è tenuto di chiedere il consiglio del suo Capitolo cattedrale senza poi essere obbligato a seguirlo, e ve ne sono altri, ne' quali deve chiedere ed ottenerne anche il consenso; questi casi particolari sono dal gius canonico indicati, e chi li volesse conoscere per singolo, non avrebbe che da consultare Benedetto XIV, De Synodo,oppure i commentari del nostro Berardi. Ma io chiamo se qui pi sia l’indizio benché minimo di cura d’anime, o di giurisdizione propriamente detta con obbligo di residenza?Il consiglio od il consenso ad una proposta vescovile non si può forse dare anche di lontano e fuori di residenza, ove avvenisse che il corpo capitolare per disgrazia, come dissi più sopra, si trovasse fuori della solita sua residenza, a Torino, per esempio, a Genova, a Firenze, a Roma?

Ho letto su questo punto nel giornalismo che chiamano anticlericaleun argomento ben curioso, che in sostanza dice così: Ci sono varie cose, sulle quali il Vescovo non può provvedere da se solo, ed è necessario il concorso ed il consenso del suo Capitolo: dunque il Capitolo partecipa al reggime vescovile della diocesi, ed ha perciò in radice la relativa giurisdizione. Chi è quel logico che non, vegga qui essere la conclusione assai più ampia della sua premessa? Ma io dico di più che questo specioso argomento è un miserabile sofisma, che prova troppo, e per conseguenza non prova nulla. Eccovene la dimostrazione evidente: circa a' benefizi! ecclesiastici di patronato laicale sì attivo e sì passivo può forse il Vescovo operare liberamente, e da se solo tutto ciò che gli piaccia senza il concorso ed il consenso de" patroni laici? Dunque i patroni laici dovranno dirsi partecipanti al reggime vescovile della diocesi ed aventi in radice la relativa giurisdizione?nquante cose l’opera del Vescovo è vincolata al concorso ed al consenso altrui, anche fuori del Capitolo? Nelle confraternite, per esempio, può eseguire il Vescovo ogni suo progetto, ancorché ottimo, senza il concorso ed il consenso de' confratelli? Ne’monasteri stessi può il Vescovo operare liberamente in tutto senza ottenere il previo consenso della Madre superiora e delle madri consigliere, e talvolta anche di tutta intera la Comunità?

Dunque se valesse l’argomento proposto quanto a canonici cattedrali, dovrebbero dirsi partecipanti al reggime diocesano ed aventi in radice la ecclesia stica giurisdizionei membri tutti delle confraternite laicali, e perfino le monache stesse I Apage nugas,dirò con un poeta latino: passiamo sopra a queste inezie puerili, che, se non fanno pietà, fanno almeno ridere in una questione cotanto grave. In sostanza la cosa è, o signori, che la giurisdizione ecclesiastica è una autorità speciale, una potenza di fare: officina iuris dicendi. potestas regendi et gubernandi baptizatos in ordine ad vitam aeternam; ma il diritto che hanno i canonici di opporre su qualche affare speciale il proprio vetoal Vescovo, non partorisce in loro questa autorità, questa potenza di fare. Credete voi, che intorno a quel punto, in cui il Capitolo divieta al Vescovo di operare, possa operare e provvedere il Capitolo esso stesso da sé? Non mai. Dunque il diritto, che può avere il Capitolo di legare le mani al suo Vescovo in qualche caso particolare, non porta ne’ canonici né individualmente, né collegialmente alcuna partecipazione al reggime della diocesi, né giurisdizione di aorta.

Dunque in nessun modo riscontriamo gli estremi voluti dalla legge elettorale, perché un canonico, o di cattedrale, o di collegiata, debba o possa essere colpito dal suo vetopronunziato all’art. 98, N° 5.

Le quali cose essendo così, non altro mi resta, o signori, che di pregare la Camera a voler dichiarare in massima generale essere i canonici eleggibili per se stessialla nazionale deputazione, uniformandosi per tal modo agli atti precedenti delle passate legislature; precedenti (ripeto) ben conosciuti e ben calcolati da' popoli, che vollero affidarci l’alto mandato di qui rappresentarli per recare anche noi a nome loro una mano aiutatrice alla consolidazione perpetua ed alla sempre maggiore e schietta applicazione di quelle libertà, che Cablo Albertoci ha donate, e che VITTOBIO EMANUELEcon tanta lealtà ci ha dichiarato, anche nel suo ben giustamente da tutti applaudito discorso, il giorno 14 del passato mese, di volerci irremovibilmentemantenere.


MORTE DEL FELDMARESCIALLO RADETZKY

(Dall'Armoniadel 1858, pag. 19)

Il 5 di gennaio 1858, alle ore 8 del mattino, moriva il feldmaresciallo, conte Giuseppe Radetzkv. Egli era nato il 2 di agosto 1766 a Trzebnitz nella Boemia. Incominciò la sua carriera militare il 1° di agosto del 1784, con la divisa di cadetto nel reggimento Francesco dei corazzieri numero 2. Il 3 di febbraio del 1786 venne promosso a tenente, e il giorno 41 di novembre del 1787 a primo tenente. Il 9 di agosto del 1794 venne elevato al grado di capitano; il 29 di maggio del 1796, a maggiore nel corpo dei Pionieri;il 1° di maggio del 1799, insignito della divisa di tenente colonnello, venne trasferito allo stato stabile; il 15 di giugno dello stesso anno ebbe la promozione di aiutante generale. Il 5 di novembre dello stesso anno fu onorato del grado di colonnello nel corpo dei corazzieri Duca Alberto; e il 27 di agosto del 1805 seppe acquistarsi il grado di maggiore, il 27 di maggio del 1809 quello di tenente maresciallo, e il 6 di settembre dello stesso anno gli venne data la proprietà del reggimento degli usseri numero 5. Il 21 di febbraio del 1829 segui il suo avanzamento a generale di cavalleria, e nell’anno 1832 quello a generale comandante lel regno Lombardo-Veneto. Il 17 di settembre del 1836, l’Imperatore, da Praga, gli inviò la nomina di maresciallo di campo; già prima, cioè il 22 di giugno del 1815, era stato nominato consigliere intimo. Del resto, i molteplici e fedeli suoi servigi erano stati riconosciuti col conferimento di varii Ordini. Infatti, nel 1801 ottenne l’Ordine di Maria Teresa, nel 1810 la croce di commendatore dello stesso Ordine, nel 1813 la gran croce dell’ordine austriaco di Leopoldo, l’ordine russo di ca veliere d’armata di prima classe a Culm, l’ordine russo di S. Giorgio di terza classe a Lipsia, nel 1814 a Brienne la croce di cavaliere dell’ordine di Alessandro Newsky, l'ordine prussiano dell’aquila rossa di prima classe, e la gran croce dell’ordine bavarese di Massimiliano Giuseppe; — nel 1815 la gran croce dell'ordine bavarese delLeone dei Zerenghi, nel 1816 la gran croce dell’ordine francese di S. Luigi, nel 1817 la gran croce dell’ordine annoverese dei Guelfi, nel 1819 la spada di valore russa, nel 1832 la gran croce dell’ordine sardo di S. Maurizio, e venne finalmente nel 1833 nominato Senatore, e gran croce dell’ordine di S. Giorgio del Ducato di Parma.

Sono noti i servigi resi dal FeldMaresciallo all’impero austriaco negli anni 1818 e 1849, e noi li passeremo sotto silenzio. La Gazzetta di Milanoconsacra alcune linee all’estinto, e noi ne trascriviamo quanto segue:

Il Maresciallo prediligeva il paese, dov’ebbe da 27 anni il supremo comando delle schiere imperiali. Milano, città di sua residenza, era per lui un’adottiva sua patria. Non parliamo di tempi, che l’Imperatore vuole dimenticati. Basti qui rammentare la caduta del Maresciallo in sua casa a Verona, caduta che accelerò la sua fine. Il suo primo pensiero fu allora a' suoi Milanesi; il più acerbo dolore della sua infermità, quello di non poter forse raggiungere l’ardente suo desiderio di ultimare i suoi giorni fra noi.

«Sappiamo come il riconoscente Monarca, sciogliendolo dal grave incarico di governator generale militare e civile, gli offrisse, per abitarle, a sua scelta, le più magnifiche residenze della Corona. Non appena che i medici gli consentirono d’imprendere un viaggio, altra vaghezza ei non ebbe, che di qui trasferirsi. Egli per sua dimora si elesse la Villa Reale, dove all’età di 92 anni compì la gloriosa carriera con tale testimonianza di predilezione per noi.

«Ricambio d’amor, di fiducia, è tradizione dell’indole milanese.

«Lasciando tempo a raccor le notizie per tessere la biografia dell'illustre defunto, questo per ora diciamo, che il maggior degli elogi alle sue preclare virtù è compreso da un verso insigne di verità, se non bello di forma:

Nec nocuisse ulli et fortunam habuisse nocendi.

UNA LEZIONE DI Monsignore SCAVINI al Deputato MAMIANI

(Dall’Armonia n. 6, del 9 gennaio 1858).

Fin da quando l’esimio Monsignore Scavini fu nominato deputato, noi dicevamo, che egli avrebbe potuto quandochessia dare qualche lezione di morale e di diritto canonico a certi membri della Camera, che, come il ciabattino, che criticava Apelle, vogliono dettare su ciò che non conoscono. Or bene, una bellissima lezione egli diè nella tornata dell’8 di gennaio al deputato Mamiani sorto a predicare a' chierici, ch’essi non si dovessero impigliare ne’ negozi secolari. Il dire festivo del venerando Canonico riscosse l’approvazione della Camera, o l’esilarò assai a spese del Professore della Filosofia della Storia. Eccone le parole pronunziate dall’onorevole Monsignore Scavini. —

«Fino da ieri, parlando l’onorevole sig. deputato conte prof. Mamiani, io aveva chiesto ed ottenuto la parola per rispondere al medesimo sopra un punto particolare del suo ben forbito discorso; ma la insorta parlamentare tempesta, di cui tutti fummo spettatori, privò me, come tanti altri, dell’onore già accordatomi.

«Ora che la calma è rinata, soffritemi, o signori, per un momento, e vi prometto di essere brevissimo, né verrò meno certamente a tale mia promessa.

«lo ho sempre ammirato l’ingegno, la bellezza del linguaggio, la facilità della parola e la magniloquenza dell’onor. deputato Mamiani, ma, con sua buona venia (pace dixerim sua},non ho potuto ieri, né posso oggi dichiararmi ammiratore dell’argomento, ch’e’volle contro noi, canonici, desumere dalle parole dell’apostolo S. Paolo al suo Timoteo: nemo militans Deo implicai se negotiis saecularibus(nessuno militante a Dio s’impaccia dei negozi del secolo).

«So, che questa obbiezione fu proposta già contro il clero cattolico dall’eretico Gio. Huss (ilarità prolungata)nel Concilio di Costanza, e so insieme, che da quei Padri gli furono contrapposte tali e tante osservazioni, che e’ fu ridotto al pili vergognoso ed umiliante silenzio (ilarità). Ma io non entrerò in discussione su questa particolarità.

«Dimanderò solo all’onorevole mio preopinante, scegli possa assicurarci, chesieno i soli ministri dell'altare, che militano a Dio, e non anche tutti i laici battezzati, che fanno parte della Chiesa di Gesù Cristo, militante in sulla terra, e che non siensi staccati affatto dal seno di sì buona ed amorosa madre, massime che, come fu già osservato dal mio collega, l’onorevole deputato canonico Soggiù, gli eruditi non ignorano, che nel testo greco manca la parola Deo Verbo dicam, per parlar con Cicerone, o dirotti molto breve,ad esprimermi col grande Alighieri, sì giustamente gradito all’egregio nostro professore Mamiani: o egli pretende che S. Paolo volesse parlare de' canonici, de' quali soli si disputa presentemente nella Camera, ed allora si getta da sé stesso fuori di strada; poiché a' tempi di quell’Apostolo non Aerano per anco né cattedrali, né collegiate (Si ride); o vuole estendere quelle parole a tutto il Clero cattolico, e allora casca nel paralogismo logico: qui nimis probat, nihil probat. Sì, o signori, e’ proverebbe troppo, e in conseguenza non proverebbe nulla: oltrepasserebbe cioè i termini della legge elettorale, che sono restrittivia' suoi ecclesiastici aventi cura d’anime,o giurisdizione con obbligo di residenza, ed escluderebbe così anche i Vescovi dal Senato. — Passo sopra alle altre censure che il deputato Mamiani mi volle fare, benché con somma gentilezza (di che lo ringrazio), perché esse sono da rivolgersi, non a me, ma al legislatore ed alla sua legge elettorale, che usò termini restrittivi e non generali.

«Sapete poi, o signori, chi sono quegli ecclesiastici, che si impacciano negli affari del secolo, contro il precetto dell’Apostolo delle genti? Son quei preti sciagurati, che per ambizione e vana glòria, per avidità di danaro o di onori, per leggerezza di mente, o per pravità di cuore, lasciano volontariamente il proprio ministero e le incumbenze al medesimo annesse, e voltate le spalle a S. Pietro, si danno spensieratamente al maneggio delle cose mondane, dimentichi di Dio, della propria coscienza, dell’anima e della eternità; ma non sono già coloro, che per ubbidienza al superiore, alla legge, al sovrano, al suo governo, al mandato di una sana e giudiziosa popolazione, si prestano pel bene pubblico ed in servizio della civile società ad assumere qualche parziale incombenza negli affari del mondo: passa tra quelli e questi la differenza che passa tra il verbo attivo ed il verbo passivo (viva ilarità); quelli sono gli «impacciantisi ne’ negozi! del secolo»; implicant se negotiis saecularibus;questi sono gli impacciatida essi. La riflessione mi è somministrata in buon punto dal principe de' filosofi; l’angelico dottore S. Tommaso, al quale so, che anche l’onorevole sig. deputato Mamiani professa altissima venerazione. — Egli dunque m’insegna, che, quando un’ecclesiastico si mette in qualche affare del secolo, indotto dal suo dovere, questi non implicatse negotiis SAECULARIBUS, sed implicatur ab ipsis. (Lect. I, in c. 2, epist. li ad Timoth.)

«Deh, o signori, se poteste leggere nel cuore a noi canonici, che abbiamo la gloria (benché forse momentanea (ilarità)di trovarci al venerando vostro cospetto, non esitereste, no, un solo istante a giudicare se siamo nel numero degli ecclesiastici impacciantisi ne’ negozii del secolo, oppure nel numero di quelli, che sono, loro malgrado, da' negozii del secolo impacciati!! (Vivi segni d’approvaz,a destra)».


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DISCORSO DELL'IMPERATORE NAPOLEONE III

(Dall’Armonia, del 1858, pag. 62)

La lunghezza del discorso dell’Imperatore all’apertura della sessione legislativa ci impedisce di riferirlo per intero. Daremo solamente rultima parte, come

Quella che è più importante: giacche tutto il resto del discorso non è che una rivista di tutto ciò che fece il governo per il vantaggio del paese. Dopo la qual rivista così prosieguo (imperatore: «Tale è, o signori, in compendio, la nostra condizione di cose, lo potrei dunque terminar qui il mio discorso, ma credo utile, al cominciare d’una nuova legislatura, esaminar con voi ciò che siamo, e ciò che vogliamo. Non vi ha che le cagioni ben definite, schiettamente formulate, che creino convincimenti profondi; non vi sono che le bandiere altamente spiegate, che ispirino le devozioni sincere.

«Che cosa è l'Impero? È un governo retrogrado, nemico dei lumi, desideroso di comprimere gli slanci generosi, e d’impedire nel mondo l’irradiamento pacifico di tutto ciò che i grandi principi! dell’89 hanno di buono 'e di incivilitore? No.

«No, l’Impero ha inscritto questi principi! in testé della Costituzione; esso adotta francamente tutto ciò che vale a nobilitare i cuori, ed infervorar le menti pel bene; ma anche nemico di ogni teoria astratta, esso vuole un potere forte, capace di vincere gli ostacoli che arresterebbero il suo andamento, poiché, noi dimentichiamo, l’andamento di ogni potere nuovo è per lungo tempo una lotta.. D’altra parte havvi una verità scritta ad ogni pagina della storia della Francia e dell’Inghilterra; ed è che una libertà senza inceppamenti riesce impossibile fino a che esiste in un paese una frazione ostinata nel disconoscere le basi fondamentali del governo. Perocché allora la libertà, invece di rischiarare, di sindacare, di migliorare, non è più nelle mani dei partiti, che un’arme per rovesciare.

«Laonde, siccome io non accettai il potere dalla nazione coll’intento di acquistare quella popolarità effimera, prezzo ingannevole di concessioni strappate alla debolezza, ma a fine di meritare un giorno l’approvazione della posterità, fondando in Francia qualche cosa di durevole, io non temo di dichiararvelo oggi, il pericolo, checché si dica, non è nelle prerogative eccessive del potere, ma piuttosto nella mancanza di leggi repressive.

«Epperciò le ultime elezioni, a malgrado del loro risultato soddisfacente, offersero in certi luoghi un affliggente spettacolo; i partiti ostili ne profittarono per agitare il paese, e si videro alcuni uomini, che si vantavano altamente nemici delle istituzioni nazionali, ingannare gli elettori con false promesse, e dopo avere brogliato per ottenere i loro suffragi, con disdegno rigettarli. Voi non permetterete che un tale scandalo si rinnovi, ed obbligherete ogni eleggibile a prestar giuramento alla Costituzione prima di portarsi candidato.

«La pacificazione degli spiriti dovendo essere lo scopo costante dei nostri sforzi, voi mi aiuterete a ricercare i mezzi di ridurre al silenzio le opposizioni estreme e faziose.

Infatti, non è egli doloroso in un paese tranquillo, prospero, rispettato in Europa, il vedere da una parte alcune persone screditare un governo, al quale esse devono la sicurezza di cui godono, mentre altre non profittano del libero esercizio dei loro diritti se non per tentar di atterrare le istituzioni?

«Io accolgo con animo volenteroso, senza arrestarmi ai loro antecedenti, tutti coloro che riconoscono la volontà nazionale; in quanto ai ‘provocatori di turbolenze ed ai fabbricatori di cospirazioni, sappiano essi bene che il loro tempo è passato!

«lo non posso terminare senza parlarvi del criminoso tentativo che dianzi & successo. Ringrazio il Cielo della visibile protezione di cui ci ha coperti, l’Imperatrice e me, e deploro, che si facciano tante vittime per attentare alla vita di un solo. Tuttavia queste trame portano seco più d’un insegnamento utile: il primo si è, che i partiti, i quali ricorrono all’assassinio, provano con questi mezzi disperati la loro debolezza e la loro impotenza; il secondo si è,che mai un assassinio, quand’anche sia venuto a riuscire, non servì la causa di coloro, che avevano armato il braccio degli assassini. Né il partilo, che trafisse Cesare, né quello che colpì Enrico IV, non profittarono della loro uccisione. Dio alcuna volta permette la morte del giusto, ma non permette mai il trionfo della causa del delitto.

Ond’è che tali tentativi non possono turbare né la mia sicurezza nel presente, né la mia fede nell’avvenire; se io vivo, l’Impero vive meco, e se io soccombessi, l’Impero sarebbe ancora assodato dalla mia morte istessa, perocché l’indignazione del popolo e dell’esercito sarebbe un nuovo appoggio pel trono del figlio mio.

«Guardiamo adunque l’avvenire con fiducia, applichiamoci senza inquiete preoccupazioni ai nostri lavori di lutti i giorni pel bene e per la grandezza del paese. Dio protegge la Francia!.

IL DEBITO PUBBLICO DEGLI STATI SARDI

(Dall’Armonia, n. 17, del 22 gennaio 1858)

Il debito dello Stato è oggetto di grande inquietudine a chiunque lo paragoni alle risorse del paese, in quanto che alla relativa enormità della sua cifra si aggiunge l’onerosissima condizione di una continua esportazione di fondi per il pagamento all’estero degl’interessi di quella larga parte, che vi attingemmo. Al momento, ove trattasi di contrarre un nuovo prestito, non solo di trenta milioni di lire, come venne votato nella scorsa sessione parlamentare, ma, a quanto affermasi, per due milioni di rendita, rappresentante un capitale di quaranta milioni di lire, non sarà discaro ai nostri lettori di averne una statistica desunta da fonti ufficiali, ed accompagnata da alcuni schiarimenti, che ne facciano conoscere le fasi, i patti di contrattazioni, e la condizione attuale.

Il Debito Pubblico Sardo fu fondato e regolato con Regio Editto 24 di dicembre 4819, e successive Patenti 22 d’aprile 1820, che gli davano un’amministrazione propria, in relazione immediata con S. M., e composta di un direttore incaricato di tutti i particolari del servizio, di un Consiglio generale di 40 membri e di un Consiglio ordinario di 9 membri tratti da quello per sopravegliare le operazioni. Il Consiglio generale è scelto fra i cittadini delle varie classi, e specialmente fra i negozianti ed i banchieri che per cognizioni speciali, per considerazione personale e per posizione di fortuna possono ispirare al pubblico piena fiducia nell’efficacia della loro vigilanza. L’art. 56 del regio editto cosi si esprime: «Il Consiglio generale stabilirà sopra tutti gli oggetti di massima e di regolamento dell'amministrazione, farà procedere all'esame dei conti, ne sentirà la relazione, e darà a tale riguardo tutte le provvidenze che stimerà opportune, particolarmenteacciò i fondi assegnati per il pagamento della rendita e pell’estinzione del debito, non sieno sotto alcun pretesto divertiti ad altro uso ((135))».

Il Debito creato col citato editto fu suddiviso in Debito perpetuo per un valore di due milioni di rendita, ossia 40 milioni di capitale, e Debito redimibile per tre milioni di rendita, ossia 60 milioni di capitale. Luna e l’altra parte di questo debito essendo destinate a saldare i debiti anteriori al 1814 e risultanti da liquidazioni, i relativi titoli di rendita vennero dati successivamente in pagamento. al loro valore nominale di lire 100 di capitale per lire 5 di rendita. Al Debito redimibile venne assegnato un fondo di estinzione di L. 600,000, corrispondente all’l per cento del capitale; metà del quale fu destinata al rimborso a valore integrale di un certo numero di titoli di rendita da estrarsi a sorte semestralmente.

L’altra metà fu destinata all’estinzione col mezzo di acquisti al corso, aggiungendovi 1° il montare dei semestrali interessi delle rendite già estinte nei due modi; 2° le annui là caducate per non avere gli aventi diritto presentato in tempo utile i loro ricapiti di liquidazione; 3° le annuità colpite dalla stabilita prescrizione quinquennale; 4° il capitale delle rendite stesse colpite dalla prescrizione di 25 anni. Dal che ne seguita, che le rendite redente non sono già estinte a favore delle finanze, benché se nc abbrucino pubblicamente i titoli, perché tolte di corso, ma sono mantenute, in quanto all’interesse, à favore della stessa cassa di estinzione.

Le successive estinzioni e la fiducia pubblica avendo fatto salire il corso delle rendite redimibili al di sopra della pari di L. 100 di capitale per L. 5 di rendita, nacque il dubbio in ambi i consigli dell’amministrazione del Debito Pubblico se si dovessero continuare gli acquisti al corso, non parendo giusto, che il governo redimesse in tal modo con grave suo danno. Sottoposto il dubbio, con rappresentanza diretta a Sua Maestà, l’Amministrazione ne ricevette in risposta il seguente dispaccio ministeriale del 23 di marzo 1825.

«A seguito della rappresentanza del 15 del corrente, da V. S. Ill. ma diretta a S. M. per parte di codesta Amministrazione, si è dessa degnala, in udienza del successivo giorno 21, di ordinarmi di far noto all’Amministrazione medesima essere suo sovrano, preciso ed assoluto volere, che sia tolta immediata mente la sospensione all’estinzione al corso in comune commercio delle cedole del Debito redimibile, di cui agli articoli 44 e 48 del Regio Editto 24 di dicembre 1819, e 43 del relativo regolamento unito alle Regie Patenti 22 di aprile 1820, e venga essa continuata immutabilmente nei modi e termini dalia legge stabiliti, anche nei casi che il prezzo del corso ecceda il valore integrale, ecc. ecc. Firmato: CORTE».

Abbiam citato le circostanze di questa pratica, affine di mostrare con quanto scrupolo gli uomini antichiserbassero la fede delle contrattazioni; scrupolo che non intorbida punto il sonno degli uomini nuovi;i quali, modellandosi storta' mente su tale governo, che nulla promise a' suoi creditori, cessano l’estinzione al corso, ogni volta che la troppa larghezza nello spendere pone l’erario in ¡strettezze; essendo pili comodo, se non più onesto, di mancare alle condizioni stipulate coi mutuanti, che di curare le economie nel bilancio.

Il debito del 1831 di L. 1,250,000 di rendita ebbe anch’esso il suo fondo di estinzione dell'1per cento del capitale, da impiegarsi metà nell’esdebitazione a valore integrale, mediante estrazioni a sorte, e metà in acquisti al corso, aggiungendo eziandio a questa il montare delle rendite estinte. Se non che fu stabilito dover cessare l’estinzione con acquisti al corso, ogni volta che il corso eccederebbe il valore integrale.

Con editto 27 di maggio 1834 furono create 27,000 Obbligazioni di L. 1000 al portatore, fruttanti l’interesse del 4 p. 0|0, più un premio sorteggiato. Ai fondo per gl’interessi venne aggiunto un altro fondo del 2 p. 0|0 sul capitale, per l’estinzione e pagamento di premi, da regolarsi mediante semestrali estrazioni.

I debiti di Sardegna, incorporati con quelli del Continente, sono divisi in perpetuo e redimibile. Quest’ultimo si estingue col consueto fondo dell’1per cento sul capitale, mediante estrazioni semestrali a sorte.

I debiti del 1848 e 1849-1850 5 p. 0|0 redimibile, dotati anch’essi di eguale assegnamento per l’esdebitazione, debbono estinguersi esclusivamente con acquisti al corso.

Le Obbligazioni del 1849 e del 1850 sono regolate come quelle del 1834. n prestito anglo-sardo del 1851 segue le condizioni del 5 0|0 1848 e 1849. Se non che trovasi ipotecato specialmente sulle ferrovie di Genova ed Arona, e l’esdebitazione, esclusivamente con acquisti al corso, avrà principio soltanto coll’anno 1860.

Il prestito del 1853 al 3 0|0 si estingue con acquisti al corso, applicandovi l’assegnamento del ½ 0|0 del capitale. Male rendite estinte cedono per una sola metà al fondo di estinzione e l’altra metà cade a benefìzio delle finanze ((136))

Tali sono le regole, che governano i varii prestiti, di cui ecco ora il quadro, ove trovansi partitamente esposti l’il loro prodotto netto alle finanze; 2° la tassa della contrattazione; 3° l’ammontare delle competenze bancarie; 4° il debito risultante allo Stato; 5° la rendita relativa; 6° il fondo assegnato per l’esdebitazione; 7° l’estinzione effettuata a tutto il 1857; 8° la rendita vigente a taleepoca; 9° il capitale rappresentato da essa rendita, e che costituisce il debito effettivo dello Stato.


1863 Memorie (Margotti) - Debito pubblico del regno d'Italia


Le colonne 6, 7. 8, 9 di questo quadro sono estratte dalla relazione falla in febbraio 1857 dal direttore dei Debito Pubblico, signor commendatore Oytana al Consiglio generale. A quelle cifre aggiungemmo però le operazioni seguite nel corso del 1857, sia riguardo alle nuove rendite iscritte, sia riguardo alle estinzioni effettuate, non che la rendita di 1,500,000 da servirsi per l’imprestito di 50 milioni di lire del tesoro inglese, lo quali, sebbene non registrate nei libri del Debito Pubblico, perché pagate direttamente dal ministero, non tralasciano di essere un peso allo Stato.

La distinzione in debito di antica e debito di recente creazione porge modo di fare il seguente parallelo:

Debito di antica creazione
Il prestito 5 per 00 del 1831 fallo Botto la pressione della rivoluzione francese di luglio 1830, che poneva in pericolo la pace del mondo, venne contratto alla tassa del 90 per 100 (F. colonna3. a).
Il prestito del 1834 in Obbligazioni dello Stato fu contratto alla tassa del 112 1[2 per 0|0, e procurò alle finanze un guadagno di L. 3,375,000. (V. col. 3. a, 2. a e 5. a).
I prestiti antichi non diedero luogo ad alcuna commissione bancaria. (F. col. A. a).
I prestiti di antica creazione frullarono allo Stato L. 164,360,873, e lo aggravarono soltanto di un debito di L. 163,485,873. Differenza in meno: quasi un milione di lire, (V. col. l. a e 5. a).
Debito di recente creazione
I prestiti 5 per 00 del 1848 e 1849, fatti sotto la pressione della rivoluzione francese di febbraio 1848, che poneva egualmente a repentaglio la pace del mondo, vennero contralti alla lassa media dell’80 p. 100. (V. col. 3. a).
I prestiti del 1849 e 1850 in Obbligazioni dello Stato furono contralti il primo alla tassa del 72 ed il secondo alla tassa del 90 per 0|0, e cagionarono alle finanze una perdita di L. 7,372,560. (F. col. 3. 2.a e 5.a)
I prestiti recenti fruttarono ai banchieri, commissioni, ecc., per una somma di L. 9,691,694 a spese dello finanze. (F. col. A. a)
I prestiti di recente creazione fruttarono allo Stato L. 466,471,258, e lo aggravarono di un debito di lire 573,252,126. Differenza in più: quasi 107 milioni di lire, (F. col.. a e5. a).

In complesso le finanze dovrebbero annualmente provvedere L. 34,192,050 per gl’interessi, e lire 5,902,169,62 per l’estinzione, e così in tutto L. 40,094,220,33.

Di queste somme vennero pagate nel 1856 al signor Rothschild a Parigi per

interessi L. L. 10,737,065 8 1[3
Al medesimo per isdebitazione L. 378,746 65
Al sig. Hambro a Londra L. 3,109,937 50
Quindi per il servizio degli interessi degli imprestiti
fatti all’estero si esportavano dal Piemonte fondi per
L. 14,225,749 33 ((137))

La semplice esposizione di questo parallelo non mancherà di tirarci addosso le solite accuse di tenerezza per l’assolutismo antico, e di avversione per la libertà; accuse incongrue quanto ingiuste. Qui non trattasi di principii politici, né di sistema di governo, ma di sola amministrazione delle finanze. Il buon ordine e la prudenza in chi le regge, sono affatto indipendenti dallo istituzioni. Ministri cauti o prodighi si trovarono, e trovansi egualmente, sotto l’impero delle più e delle meno liberali; e vorremmo veder sanato finalmente il mal vezzo di supporci l’intenzione di rendere lo Statuto solidario degli errori commessi alla sua ombra. Gli appunti che andiam facendo al potere esecutivo, s’indirizzano a lui solo, e non alle istituzioni, le quali possono essere vittime e non mai causa delle di lui imprudenze. Inspirati dal solo amor del bene, aneliamo a distoglierlo dal funesto costume di provvedere ai bisogni più o meno urgenti del paese, colla ripetuta aggiunta di nuovi debiti, anzi che con economie possibilissime. Si dirà che questo nostro ritornello dei debitie delle economieè un rifritto ornai stucchevolissimo per il pubblico. Ma a fronte di un debito pubblico di lire 684,613,659, che col faggi unta dell’imminente nuovo imprestito, sarà allegramente portato ad oltre SETTECENTOVENTI MILIONI DI LIRE, risponderemo con parole che i libertini non ¡sdegneranno, in quanto che uscite dalla bocca di un tale ch’essi tengono come oracolo. Voltaire, giunto all’età senile, diceva: On ditque je me faitvieux, que je me répète, que je me répète sans cesse ! Eh corbleu, oui, je me répète, et je me répéterai jusqu’à ce qu'on se soit corrige.

PIERGIO. MASSINO TURINA.

LA FORZA BRUTALE DEL NUMERO

(Dall'Armoniadel 1858, pag. 26)

Nel N° 289 della Gazzetta del Popolodel 7 di dicembre 1857 il deputato Borrita così scriveva: Lo Stato Sardo ha rappresentato in questi giorni uno strano spettacolo… Per fortuna la maggioranza… non ha che la forza brutale del numero:l’intelligenza e l’istruzione non ¡stanno per lei». Il programma del deputato Borella si va compiendo con grande stupore del paese e dell’Europa tutta, che contempla questo strano spettacolo,Tuttavia ci consola il pensare, che, se si compié la prima parte del programma Borelliano, dovrà anche compiersi la seconda così espressa: Per fortuna pare cessata l’epoca, nella quale le masse dei barbari imponevano la legge alla civiltà e all’intelligenza. Per fortuna pare venuto il tempo, in cui comandi la testé anon il pugno,il cervelloe non i muscoli».

LE SCUOLE NORMALI E I MAESTRI E LE MAESTRE PRESENTI

(Dall’Armonia,n. 21, del 27 gennaio 1858)

Vennero distribuiti ai Deputati due documenti: l’uno è il disegno di legge presentato dal ministro Lanza nella tornata del 22 di gennaio, portante l’istituzione di scuole normali per maestri e maestre elementari; l’altro sono le notizie ¿Mistiche dell’istruzione elementare del Regno per gli anni scolastici854, 1855, 1856.

Questi due documenti si connettono e commentano a vicenda. Il primo prova i maestri e le maestre che si vogliono fare, il secondo prova i maestri e le maestre che si hanno. Incominciamo dal dire qualche parola sui presenti maestri e maestre.

La tavola sesta delle nozioni statisticheè intitolata: Condizioni morali degli insegnanti. Essa ci dimostra nello Stato nostro un nuovo genere di progresso, che nessun giornalista finora si tolse la briga di far apprezzare ai proprii lettori.

Nell’anno 1854 vennero ammoniti 101 tra maestri e maestre; nel 1855 ne vennero ammoniti 104, e nell’anno 1856 gli ammoniti per la stessa ragione furono 122. Il progresso è evidente, in tre anni adunque trecentoventisettetra maestri e maestre vennero ammoniti per incapacità.

Nell’anno 1854 vennero ammoniti per cattiva condotta 57 maestri e maestre, nel 1855 ne vennero ammoniti 59; e nell’anno 1856 gli ammoniti furono 67. Anche qui troviamo un bel progresso! Centottantatrémaestri o maestre ammoniti in tre anni per cattiva condotta!

Ma sapete, che ce n’è proprio da ringalluzzarsi! Andiamo avanti. Nel 1854 vennero sospesi 6 maestri o maestre per incapacità, 7 ne furono sospesi nel 1855, e 8 nel 1856. Si progredisce adagio, ma si progredisce sempre. Nel 1854 furono sospesi 11 maestri o maestre per cattiva condotta, nel 1855 ne furono sospesi 12, nel 1856 soltanto 8.

Finalmente vennero destituiti per incapacità 11 maestri o maestre net 1854, ne furono destituiti 15 nel 1855 e 24 nel 185& 11 progresso ripiglia. E parimente per cattiva condotta nel 1854 furono destituiti 3, nel 1855 destituiti 9, e 12 nel 1856.

Sicché in soli 3 anni noi abbiamo trecentonovantottomaestri o maestre ammoniti, o sospesi, o destituiti per incapacità; e nello stesso spazio di tempo ducentotrentottomaestri o maestre ammoniti, o sospesi, o destituiti per cattiva condotta.

La statistica dunque prova, che centinaia (fi coloro che debbono ammaestrare il nostro popolo, sono essi stessi bisognevoli d’ammaestramento, e quel che è peggio, che centinaia di coloro, i quali sono incaricati di educare i nostri fanciulli, hanno una cattiva condotta.

Ma questi maestri o maestre dalla cattiva condotta furono tutti esclusi dall'insegnamento? La statistica ci dice, che più se ne escludono, e più ce ne sono da escludere In un anno se ne destituirono tre, l’anno dopo se ne dovettero destituire nove, e l’anno successivo dodici.

E ciò avvenne dopo otto anni di libertà; dopo otto anni dacché Carlo Boncompagni si costituì gran mastro dell'insegnamento, e ne escluse la Chiesa, ed impedì quella sorveglianza che le appartiene per diritto divino.

Così stando le cose, il ministro Lanza si presenta alla Camera, e le chiede l’istituzione di scuole normali per maestri e maestre elementari. Egli vuole istituire dodici scuole normali, sei per i maestri, e sei per le maestre, due nella Savoia, due nella Sardegna, due nella Liguria, e sei nelle altre provincie dello Stato. A queste scuole gli allievi maestri e le allieve maestre studieranno per tre anni sotto tre professori titolati. La spesa del personale sarà a carico dello Stato, e quelle del locale e delle suppellettili necessarie, a carico del Municipio della città, in cui ciascuna scuola verrà stabilita.

I maestri provenienti dalle scuole normali dello Stato saranno preferibilmente scelti per le scuole elementari pubbliche; e lo stipendio loro assegnato non potrà essere al di sotto di L. 600 annue per le scuole elementari inferiori, e di L. 800 per quelle superiori.

Sarà in facoltà del ministro della pubblica istruzione di concedere alle provincie l'istituzione tempora ria di scuole normali maschili e femminili per formare maestri e maestre elementari del grado inferiore sotto l’osservanza di particolari discipline da stabilirsi con apposito regolamento.

Questo disegno di lègge mira a medicare una piaga dell’insegnamento Destro, a a riparare ai trecentonovantottomaestri o maestre, che in tre anni si chiarirono più o meno incapaci. Per l’incapacità il rimedio è presto trovalo: la scuola e lo studio«

Ma v'ha pure un’altra. piaga, vi sono cioè i ducentotrentottomaestri o maestre più o meno di cattiva condotta. E qual rimedio a questa si appone? Quali spedienti si cercano dai ministro per fare in guisa che i maestri e maestre nonfuorviino per l’avvenire in sì gran numero? Noi non troviamo su questo punto nessun rimedio suggerito dal dottor Lanza.

Nel suo disegno di legge, tracciando l’insegnamento che si darà nette scuole normali, mette bensì in primo luogo la morale e la religione;ma queste parole, ben lungi dal consolarci, ci dànno da pensare assai.

Dapprima la morale e la religioneè una frase motto elastica, e i libertini suppongono potersi dare morale senza religione, o religione senza morale. E questo non l’intendiamo. Di poi quel mettere la religione dopo la morate è un mettere, a nostro avviso, la causa dopo l’effetto. Finalmente, quel dire religione in generale senza; specificazione nessuna, ci dà qualche timore.

Vogliamo compatire il dottor Lanza. Egli avea in. capo la sua statistica, pensava alla cattiva condotta dei ducentotrentotto maestri e maestre in tre anni e quindi, dovendo scrivere che cosa si dovesse insegnare agli allievi maestri, o alle allieve maestre, scrisse per prima cosa la morale e poi per grazia ci aggiunse la religione.

Ma, pensandoci meglio, capirà che non si è espresso bene, e che per la buona: condotta ha fatto pocoe dee far di più.... Dee fare di più? No, abbiamo detto male; ba fatto ancor troppo. Non tocca al ministro Lanza far insegnare la morale e la religioneper usare la sua frase. In uno Stato cattolico come il Piemonte, tutto ciò che è religione e morale appartiene alla Chiesa. E il nostro insegnamento andrà sempre più peggiorando, finché non si riconosca il diritto che ba la Chiesa di sorvegliarlo. Il ministro ammonirà cinquantasette nel 1854, ma dovrà ammonirne sessantasette nel 1856; destituirà tre percettiva condotta, e due anni dopo dovrà destituirne dodici. Le ammonizioni e le destituzioni non bastano per la buona condotta: è necessaria l’influenza salutare della Chiesa Cattolica.


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LE DIECI BEATITUDINI DEL PIEMONTE

(Dall'Armonia, a. 23 e 25, del 29 e 31 gennaio 1858)

Ohsanctas gentes quibus haec

nascuntur in hortis. - Numina!

I

Di tratto in tratto noi abbiamo in costume di riassumere le condizioni del paese, perché i lettori possano conoscere il risultato di certi fatti, che, detti alla' spicciolata, perdono di valore, e non si possono cogliere nel loro insieme. Cosi faremo oggidì, dedicando principalmente l’articolo ai dicci collegi, che il 3 di febbraio debbono di bel nuovo eleggere i loro deputati.

I ministri, i ministeriali, ed i sinistri, che sono unum et idem,non rifiniscono mai dal predicare, che il Piemonte è beato, e lo dicono un’oasiin questo deserto d’Italia. Ora è bene richiamare ad esame le beatitudini nostre, per vedere, se ci danno oro od orpello, pesci o serpenti, uova o scorpioni. Di queste beatitudini noi ne troviamo dieci, e sarà pregio dell’opera passarle in rassegna una ad una.

1.a Beatitudine. Le finanze. Il deputato Marco nella risposta al Discorso della Corona ha dichiarato già migliorata la finanza dello Stato. Beati noi! Ma il ministero avea detto ottenuto il pareggio, ed il deputato Marco ha promesso tutta l’attenzione della Camera per introdurre il pareggio tra le entrate e le uscite!Come mai? Dunque la Camera vuol fare ciò che hagià fatto il ministero? Se il pareggioè ottenuto, sarà inutile l’attenzione della Camera per introdurlo!

Gatta ci cova, Elettori!… Attenti bene. Per introdurre il pareggio, il deputato Marco e compagni voteranno fra poco un nuovo imprestito. Noi abbiamo fatto già tanti imprestiti, che ci costano quaranta milioniall’anno. Ci aggiungeremo fra breve qualche milione, e saremo sempre più beati:

Signori sì; il popolo, che paga di più, è piùbeato. Lo dice la Gazzetta del Popolodi questa mattina, 28 di gennaio: governi, nei quali i cittadini pagano di più) sono anche i più prosperi. E cita l’Inghilterra) e cita la Francia.

In Inghilterra ogni anno vi sono centinaia di cittadini, che muoiono di fame, processioni di operai girano per le strade ancora oggidì gridando: fame, fame; all starting!;in un anno, secondo il Medicai Times,morirono di fame 21,770 Irlandesi; la menoma crisi basta per far chiudere le fabbriche, e gettare sul lastrico migliaia e migliaia di lavoranti. E questa è beatitudine! Pagate, pagate, o cittadini degli Stati Sardi, per procacciarvela!

I risultati dell’ultimo censimento quinquennale in Francia rivelarono fatti, che mettono spavento. Pei soli anni del 1854 e 1855 vi fu una mortalità eccezionale di 361,000, che figura sotto la lugubre denominazione di morti risultanti dalla restia,o senza eufemismo, morti di fame!Che bella beatitudine, non è vero?

In Italia, scrisse Massimo d’Azeglio, non si sa che cosa sia fame. «Il volgo italiano, a fronte di tante altre nazioni, ignora, si può dire, la miseria, ignora la fame» ((138)). Ma il Piemonte è già avviato alla ricerca di questa dea della civiltà, e Tanno scorso la Gazzetta di Genovaci annunziò qualche morto d'inedia!

2.a Beatitudine. L'insegnamento. La pubblica istruzione cammina tra noi come la finanza; e di fatto quando il conte di Cavour lascia per un momento l’erario, il dottore Lanza gli succede subito subito. Gli è succeduto quando S. Eccellenza andò al Congresso di Parigi; e gli è succeduto nuovamente l’altro giorno, quando 8. Eccellenza prese l’eredità di Battezzi. Gli studii in Piemonte sono in deficit come il tesoro. Facciamo imprestiti all’estero, e pigliamo forestieri ad insegnare, ma si moltiplicano le cattedre, si accrescono le spese, e niente di più.

La Gazzetta del Popolodi questa mattina dice: Nel1822 pagavamo In ragione di13. 75, non avevamo istruzione. Ora paghiamo 29. 33, ed abbiamo l’istruzione! Che ve ne pare? Tutti i deputati, tutti i ministri, tutti i giornalisti, tutti i valentuomini che conta oggidì il Piemonte, nacquero in quell’epoca, in cui non avevano istruzione,in cui pagavamo soltanto 13. 75. Balbo, Gioberti, Cavour, Botta, perfino Rattazzi, ci costarono sole L. 13. 75. E dove sono gli uomini da 29. 33?

Ve l’abbiamo notato due giorni fa il frutto dell’insegnamento moderno, e risulta a chiare note dalla statistica. In soli tre anni abbiamo avuto trecentonovantottomaestri o maestre ammoniti, o sospesi, o destituiti per incapacità,e nello stesso spazio di tempo ducentotrentottomaestri o maestre ammoniti, o sospesi o destituiti per cattiva condotta. Dai maestri argomentate i discepoli, le pezze da 29. 33, e poi negate, se potete, la nostra beatitudine!

3.a Beatitudine. La sicurezza pubblica. Il conte di Cavour, nuovo ministro dell’interno, ha scritto la sua circolare per raccomandare la pubblica sicurezza. Ma in Torino, e nelle provincie si continua a rubare, come sotto il ministro Rattazzi. Si ruba di giorno e di notte nelle botteghe e nelle chiese; s’inganna, di assassina, e i diarii sono lì per farne testimonianza. Il nostro giornale non parla che raramente di questi casi per non riuscire monotono, e non cantare quotidianamente la medesima storia.

Le imposte si pagano per ottenere pubblica sicurezza. Noi paghiamo più del doppio; dunque dovremmo essere due volte più sicuri di prima. Invece il conte di Cavour ci disse, che presentemente maggiori sono le difficoltà per mantenere la pubblica sicurezza; e raccomandò agli intendenti di far capire ai cittadini, che essi alesai hanno l’obbligo di concorrere alt esecuzione della legge ed alla repressione dei delitti.

Quando pagavamo meno, i delitti erano repressidagli altri; ora che paghiamo di più, dobbiamo reprimerlinoi e fare il bargello. Oh che beatitudine! Gallenga ce l’avea pronunziata, dicendoci che i liberi cittadini debbono fare perfino la spia è il boia! ((139))

4.aBeatitudine. Le congiure. Una volta si parlava poco del Piemonte e degli Stati Sardi. Ora se ne parla assai e dentro e fuori. Ma perché? Perché scrivono sui nostri giornali e Mazzini e De Boni; perché si combinano tra noi i tentativi di Milano, di Sarzana, della Valtellina, perché parte da Genova una spedizione di rivoluzionari! contro Livorno, e contro il regno di Napoli: perché in Piemonte, e nei solo Piemonte, si dibattono processi contro l’Espero,la Gazzetta dello Alpi,la Ragionee il Pensieroper apologia del regicidio; perché Felice Orsini stampa tra noi le sue Memorie,e le dedica alla gioventù italiana, insegnandole Parte della congiura e del tradimento, ecc. ecc.

Anticamente noi eravamo amati, ora siamo temuti, li Redi Napoli, il governo Pontificio, la Toscana, Modena, hanno paura di noi, o almeno sospetti sui nostri, temono i nostri libri, i nostri giornali, il nostro insegnamento; e non li temono soltanto i piccoli governi dì la Ita, ma anche il grande imperatore dei Francesi. Oh quanta importanza! Oh che beatitudine essere così temuti 1 Basta che duri!.

5.a Beatitudine. Le alleanze. Il Municipio di Londra ci ha mandato una medaglia coll’iscrizione: liberi liberis gratulanti. Ma intanto lord Palmerston ha fatto un trattato segreto coll’Austria. Noi abbiamo la medaglia de) Municipio, p l’Austria ha il trattato del governo! Chi sta meglio?

La Staffettadel ministero, poco tempo fa, rivide le buccie ai ministri inglesi, dicendo che si maravigliava ben bene, come ci avessero piantato lì nel meglio; che noi avevamo stretto un’alleanza disinteressata, e che dovevano sostenerci, 0 difenderci, e aiutarci alla conquista d’Italia Ma poi è venuta la medaglia, e forse questa avrà calmato le ire della Staffetta.

Sicché beati noi! La libertà nostra è scritta su di una medaglia, ed ha ottenuto le congratulazioni degli Inglesi, e congratulazioni in lingua latina. Quei là della city, che pensano alla borsa ed alla banca, e poco badano a' fatti nostri, non hanno saputo, o forse hanno dimenticato, che la lingua latina era stata abolita tra noi!

Quanto all’alleanza colla Francia, essa ci ha servito per essere avvertiti dell’ultima congiura di Genova, e noi siamo veramente beati, perché, oltre la nostra oculatissima polizia, ne abbiamo anche un’altra, che non figura sul nostro bilancio.

Ecco qui cinque beatitudini,che fan venire tutte'cinque l’acquolina in bocca. Ce ne sono ancora altre cinque, che ci contenteremo appena di accennare, riservandoci a svolgerle domani. Esse sono:

Il diritto elettorale, la religione del ministero, l’egemonia piemontese, ossia il momento mezzano, che corre fra i varii gradi di unificazione etnografica, come disse il chiarissimo Gioberti ((140)), le conquiste, e finalmente il trionfo di Bacco,che è il divertimento riservato pel prossimo carnevale, e farà seguito al ritorno del Conte Verde dall’Oriente, cosi bellamente rappresentato l’anno passato col mazzo di fiori di Genova offerto al Municipio di Torino.

II

«Popolo mio,dice la S. Scrittura, coloro che ti chiamano beato t’ingannano». Questo testo prova, che l’arte di accalappiare i popoli, e far vedere loro la luna nel pozzo, è molto antica. Ma l’avvertimento è egli applicabile al caso nostro? Ciò che ci vien dipinto come una beatitudine, vuol essere considerato come un tranello? Ai Piemontesi la sentenza; noi esponiamo.

Nell’articolo antecedente abbiamo toccato della beatitudine delle finanzeridotte al verde, all’insegnamento,la cui statistica si distingue per le cifre dei maestri, o incapaci od immorali; della sicurezza pubblica,che peggiora sempre più; delle congiureche ripullulano in Piemonte ogni dì; e delle alleanze,sulle quali facevamo tanto assegnamento, e che in fin dei conti si ridussero a zero. Ora diremo una parola su ciascuna delle altre cinque beatitudini.

6.a Beatitudine. Il diritto elettorale. Beato il popolo nostro, si esclama, perché esso è sovrano, e comanda ne’ comizi elettorali! Va bene. Ma il popolo sovrano voleva cinque canonici nel Parlamento, e vennero licenziati. Il popolo sovrano voleva che fossero deputati due dell’Armonia,e sono sospesi,mentre i due del Sacco Nerotrovansi in attività di servizio. Il popolo sovrano volea che conservatori entrassero liberamente in Parlamento, e molti di loro gemonoinvece sotto l’inchiesta, e dovranno aspettare mesi e mesi la loro sentenza.

Il popolo è sovrano; ma perché elesse i clericali, s’ebbe una patente d’ignoranza. La Gazzetta del Popololo chiamò brutale,Terenzio Mamiani si scatenò contro {'ignorante plebe subalpina;e sinistri e ministeriali imprecarono agli elettori babbei, che avevano creduto a Cristo, alla Chiesa, ai preti.

Il popolo gode il diritto elettorale, ma ventotto delle sue elezioni vennero in parte disfatte, in parte sospese, e a giorni s’approveranno spese arbitrarie, si voteranno imprestiti rovinosi, si sosterrà una politica micidiale senza che sia rappresentata nella Camera la parte più sana di questo popolo sovrano. Che ne dite, elettori, di questa beatitudine? Non sarebbe tempo che voi vi risvegliaste» e faceste vedere, che i miccini hanno aperto gli occhi?

7.a Beatitudine. La religione del ministero. Prese la vogliasi nostri ministri di farsi credere religiosi. Dopo le ultime elezioni avendo toccato con mano, che il paese nostro è sinceramente e pienamente cattolico, non si ridono più delle scomuniche, ma cercano tutte le vie di persuadere gli elettori del loro attacca mentoal cattolicismo. Il conte di Cavour ha scritto una circolare per ciò, e un egregio,ma anonimo sacerdoteha pubblicato un libro con questo intendimento. Oh noi felici, che siamo governati da sì sante persone!

E vedete come sono religiosi e santi questi ministri! Una volta convocavano i collegi elettorali nei giorni festivi, affinché il concorso fosse maggiore. Ma ora prese loro lo scrupolo, che le operazioni elettorali potessero stornare il popolo dalla santificazione delle feste, epperciò assegnano sempre alle elezioni i giorni di lavoro. Siccome Rattazzi e compagnia hanno sostenuto l’ineleggibilità de' canonici pel solo principio di non offendere la religione, di non danneggiare la salmodia, e di non menomare la dignità delle sacre funzioni; cosi oggidì il ministero per rispetto alla domenica stabilisce le elezioni sempre negli altri giorni della settimana.

Gli increduli (e ce ne sono tanti!) dicono che la religione del ministero in questo, come in tutto il resto, è trarre l'acqua al proprio molino; e poiché gli mette conto che gli elettori sieno in piccolo numero, essendo allora più facile aggirarli come un arcolaio, così esso sceglie quel giorno, in cui i più onesti e dabbene pensano a trac di pan duro sé e la famiglia, che non possono sfamare col solo diritto elettorale.

Checchéne sia di questa malizia o religione, certo è, che la beatitudine nostra sarebbe reale se i ministri non si dicessero solo in parole, ma si mostrassero cattolici in fatti. E saranno cattolici, quando si pentiranno del passato, quando riconosceranno i diritti della Chiesa, quando si riconcilieranno col S. Padre il Romano Pontefice, quando richiameranno dall’esilio gli Arcivescovi di Torino e di Cagliari; quando lasceranno in pace i parrochi,i frati e le monache; quando renderanno al Seminario di Torino i suoi beni; quando ritireranno le circolari, che tolgono a' sacerdoti la libertà del pergamo e del confessionale.

Fintanto che restano tutte queste cose, né le lettere del conte di Cavour, né gli scritti degli egregi sacerdoti. né le Stelle,né i Rami d'olivo,né le Staffette potranno mai darci a credere, che chi è in guerra con Roma, sia in pace [colla Chiesa, o possa riconoscersi come buon figlio colui, il quale continua ad amareggiare il proprio padre.

8.a Beatitudine. L’egemonia piemontese. Noi siamo beati, perché tutta l'Italia s’è concentrata in Piemonte. E l'Italia sono gli emigrati, che inondano le nostre contrade, che popolano le nostre scuole, la nostra Università, le nostre strade ferrale, il nostro giornalismo. E questo si chiama egemonia piemontese. E in olocausto all’egemonia vorrebbesi che anche il nostro Parlamento fosse popolato di forastieri, e volassero le imposte quelli che non le pagano, e approvassero gli imprestiti coloro che non ne sentiranno le conseguenze.

Elettori, intendete ancora questo latino? Dall’alto del palazzo Carignano vi guardano dieci anni di egemonia,che tutti si risolvono in fumo, in ciancie, in vanità. Il resto d’Italia si è riordinato ottimamente. Napoli è prospera e tranquilla; l’equilibrio finanziario è ristabilito in Roma, e gli Stati Romani concordi applaudono Pio IX. Toscana, Modena, il Lombardo-Veneto procedono nella loro normale condizione, e attendono quietamente ai proprii affari. Noi con questo cocomero in corpo dell’egemonianon possiamo prendere riposo, e ammalati ci volgiamo da un lato e dall’altro senza trovar mai schermo al dolore. Volete che le cose continuino ancora di questa ragione? Allora mandateci deputati doV egemonia; se invece una simile beatitudine non vi talenta, allora votate per deputati Piemontesi, che amino il Piemonte, e gli Stati Sardi, e incomincino a rigenerare l'Italia col rigenerare noi stessi.

9.a Beatitudine. Le conquiste. Fin dal 1848 ci dissero: Beati voi, conquisterete la Lombardia, la Venezia, fino all’Isonzo, ed anzi anche un pezzo della Dalmazia!

Furono conti senza l'oste. La Lombardia, replicarono, l’avrete di sicuro! —Ma non abbiamo avuto che qualche Lombardo. Visto che le cose riuscivano male a ponente, ci mandarono in levante, e là dovevamo conquistare i Principati Danubiani, e fonderci coi Rumeni, che coniugano i verbi, e declinano i nomi come noi, testimonio il cav. Vegezzi Ruscalla. Ma tra Rumeni e Piemontesi non restò altro che l'analogia della grammatica.

Eccovi quindi il conte di Cavour partire da Torino per alla volta di Parigi; o là dopo di avere difeso i Turchi, prendersela contro i governi italiani. Beati voi, ci replicavano, che sedete in un Congresso europeo! E noi andavamo avanti, avanti, senza guardarci indietrocome disse l’Imperatore Napoleone III. Beati noi! Beati noi!

Elettori del 3 di febbraio, ora è venuto il tempo che vi dovete guardare indietrovoi. Che cosa avete conquistalo? Che fruitovi portò la politica estera del ministero? A che cosa vi valsero le sue guerre, le sue alleanze, le sue spedizioni, i suoi memorandum?Raccogliete, se potete, il fruito de' dieci anni passali. E se non potete raccogliere che vento, disfatevi una volta di quegli uomini, che in dieci anni non seppero darvi nulla di meglio.

10.a Beatitudine. Il trionfo di Bacco. Nei tempi andati non si faceva gran carnevale in Torino. L'anno scorso invece, il carnevale s’è fatto, e si rappresentò il ritorno del Conte Verde dall’Oriente. Quest'anno si farà di bel nuovo carnevale, e si rappresenterà il trionfo di Bacco. Chi sta meglio di noi? Chi è più felice degli Stati Sardi?

È vero che in Torino si soffre dalla povera gente e fame e freddo, e se non fossero gli oscurantisti della società di S. Vincenzo di Paolo, le cose anderebbero ancora peggio. Ma che importa ciò? Evoè, Evoè!, i libertini pensano a Bacco e non ai poveri!

Il cento di Cavour ha scritto agli intendenti delle provincie di tener d’occhio i Municipii, affinché non eccedano nelle spese locali. Ma poi sulla faccia del nuovo ministro dell’interno il Municipio di Torino, mentre dimenticava i pubblici scaldato!, assegnava mille cinquecento lire pel trionfo di Bacco!E il conte di Cavour non ebbe nulla a ridire!

Elettori del 3 di febbraio, volete il trionfo di Bacco?Allora al suon del cembalo, al suon del crotalo, votate per la Gazzetta del Popoloe pei ministeriali, e non dubitate, che suonando

Talabalacchi, Tamburacci e Corni

E Cornamuse, e Pifferi, e Sveglioni,

Etra cento Colascioni

Strimpellando il Dabbudda

vi faranno cantare e ballare il Bombababà, ed in ultimo vi troverete tutti cotti coi né Monne. Che se invece Bacco in Torinonon vi garba, e non volete il trionfo suo, ma il trionfo della ragione, dell’onestà, dell’amor patrio, della religione; della causa del povero, dell'economia, della libertà vera, del ben inteso progresso, allora volate, il 3di febbraio, pei conservatori,


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COMMEDIE IN TORINO E TRAGEDIE IN GENOVA

(Dall’Armonia,n. 385, del 14dicembre 1858)

Ciò che è commedia in Torino diventa facilmente tragedia in Genova pel diverso carattere di Gianduiae di Balilla,il primo freddo, buontempone, amante della pace; il secondo tutto fuoco, sdegnoso d'essere corbellato, ed assai proclive ad usare contro chi lo tocchi quel sasso che tiene in mano.

E una tragedia avvenne realmente in Genova nel giorno 10 di dicembre, in cui fu versato il sangue, e ucciso un povero muratore. Ricorreva in quel giorno l’anniversario del 4 746, quando gli Austriaci vennero cacciati da Genova, e si divisò di fare una dimostrazione contro l’Austria per mettersi all'unissono col ministero. Ma ciò che il governo francese avea fatto in Parigi col Moniteur, il ministero piemontese fe’ in Genova colle daghe della polizia, e scrisse col sangue de Genovesi, che quanto i ministeriali sognano della prossima guerra è una ciancia.

Né della sostanza vogliamo rammaricarci, anzi siam pronti a darne lode al governo. Ma di questo altamente ci duole, che esso per diretto o per indiretto esalti gli animi, scaldi le fantasie, sguinzagli la gioventù, e provochi que’ disordini che poi è costretto a reprimere colla forza. Questa è tale indegnità, che noi non troviamo parole sufficienti per detestarla; e ornai sarebbe tempo che i signori ministri mutassero sistema, e contenti di avere tolto il denaro, lasciassero almeno il sangue a questo popolo infelice.

Oggi però non è giorno di riflessioni, ma di fatti, affinché il lettore possa poi giudicare de' riflessi quando verranno. E siccome noi vogliamo procedere colla massima imparzialità, così destineremo questo articolo alla storia della tragedia avvenuta in Genova, raccontandola secondo i diversi giornali che si pubblicano in quella città. E sia prima la Gazzetta Officiale di Genovadell’11 di novembre, N 290.

«Il fatto glorioso del 1746, di cui vanno a ragione superbi i Genovesi, riceve per lunga tradizione, il giorno 10 di dicembre, la sua commemorativa consacrazione per cura del Municipio nel Santuario d’Oregina; e il governo mostrò sin dall’anno scorso l’intendimento di non permettere, all’infuori di quella, che è d’altronde la sola legittima espressione del voto popolare, altra manifestazione che potesse alterare la quiete di questa città. Ieri dopo che ebbe luogo al mattino, come annunziammo, il consueto rito religioso in Oregina, coll’assistenza della Deputazione che suole inviarvi il Municipio, un centinaio circa di persone, fra cui un drappello di studenti dell’Università, vi si recò al dopopranzo.

«L'Autorità, che aveva tollerato il ritorno della medesima comitiva sino sulla piazza dell’Annunciata, le fece sentire, giunta a quel punto, l’opportunità di scioglierai. Arrendevole alle parole dell’Autorità, si dissipò, meno gli studenti, i quali, invocando il diritto di passeggiare come privati cittadini, proseguirono sparpagliali il loro cammino; se non che, riannodatisi sulla piazza Carlo Felice, mostravano l’intendimento di procedere verso Portoria per fare una dimostrazione sul famoso mortaio. Allora gli agenti di P. S. rinnovarono a quell’assembramento, che si andava ingrossando di curiosi, l’intimazione di sciogliersi, e avendo incontrato una forte resistenza, procedettero all’arresto, specialmente di due individui, che avevano alzato grida sediziose. Nella mischia che ne segui, fu ferito gravemente un muratore, il quale venne trasportato all’ospedale di Pammatone, e una guardia di P. S. Poco dopo tutto era rientrato nella calma abituale».

Dopo il giornale del ministero, ecco un giornale ministeriale, cioè il Corriere Mercantile,il quale racconta la cosa alquanto diversamente.

La comitiva, circa 200 studenti e altrettanti operai, tornò in città verso le 4 pomeridiane; era affatto silenziosa al suo giungere in via Balbi; aveva gridato nella salita d’Oregina parecchi viva l'Italia, viva l’indipendenza italiana, e fuori la straniero. Pervenuta sulla piazza della Nunziata, trovò il questore, sig. Musso, con un discreto numero di guardie di pubblica sicurezza. Si paria montò tranquillamente. Ci sarebbe assai difficile precisare i discorsi fatti da una parte e dall’altra; ma da tutte le versioni emerge un fatto costante, che, cioè, dopo ripetuto consiglio di sciogliersi per prudenza, per ovviare disordini, eco. (consiglio che fu dato in forma cortese, con elogi generici all’intenzione dei dimostratori, e che fu seguito subito da molti operai), o dopo ripetute esortazioni e corrispondenti promesse di non fare schiamazzi, gli studenti furono lasciati proseguire in ordine per le vie Nuove verso Portoria, dov’erano diretti, e proseguirono di fatto con un’avanguardia di guardie di pubblica sicurezza.

«Giunti, sempre silenziosi, in via Giulia, le suddette guardie, ed altre, con un brigadiere alla testa, si voltano addietro, si fermano, ed intimano di non passare e di sciogliersi. Nasce un rumore di ridami; chi afferma avere il questore stesso aderito alla gita in Portoria, chi domanda le intimazioni in forma legale. Queste non hanno luogo, e non si presenta alcun assessore, in un attimo la cosa degenera in diverbio, le guardie di pubblica sicurezza hanno Sguainato le daghe, e mentre da una parte si odono gridar parole come queste: — Non riceviamo legge dalla sbirraglia,dall’altra si menano colpi di piatto a dritta ed a sinistra: e peggio ancora accadde nel trambusto, perché infetti ad un povero muratore, che pare passasse a caso in quel luogo, e si trovasse avvolto nella calca, toccò una punta di daga nel ventre con lesione degli intestini, per cui oggi, malgrado le più sollecite cure, giace all’ospedale in terminò di vita. Luttuoso risultalo, anche se casuale, come piace credere; e ciò malgrado siam costretti quasi a rallegrarci, che il parapiglia finisse presto, e senza altri mali. Le guardie di pubblica sicurezza fecero alcuni arresti; però nella sera stessa furono messi in libertà gli arrestati».

Al diario ministeriale faremo succedere il racconto d’un altro diario, che protestò di non avere nessuna politica. È questo il San Giorgio,che nel suo N° 11 si esprime cosi:

«Ritornando la comitiva, proruppe in grida di viva Italia, viva l’Indipendenza italiana, fuori lo straniero,grida che furono smesse alla metà del cammino per giungere silenziosi in città. Così fino alla piazza dell'Annunziata, dove l’intendente Musso reggente la Questura pregava i raccolti a disciogliersi, e ciò non in qualità di questore, bensì in quella di semplice cittadino. Lodava egli il pensiero che gli aveva riuniti, ma notava come insieme ad essi si trovassero persone, le quali, a sua detta, avevano ricevuto svanzicheper suscitare tumulti. Insisteva quindi nel consiglio di sciogliersi, ripetendo che parlava come semplice cittadino, e non nella qualità di questore. Risposero alcuni studenti respingendo dignitosamente l’insinuazione, che tra di loro vi fossero delle persone prezzolate, ed aggiungendo non essere eglino riuniti a fine di tumulto, ma sì a tranquilla testimonianza di affetto cittadino.

«Mostravasi il Questore soddisfatto di tale risposta, ed aggiungeva, che qualora gli fosse data parola d’onore, che nessun disordine sarebbe avvenuto, egli non si opponeva a che si continuasse il cammino. La parola fu data, e sicura, pel permesso ottenuto, la comitiva proseguì fino al principio della via Giulia. Se non che, qui le si era preparato un ostacolo di ben altra sorta' Un brigadiere di pubblica sicurezza, con una ventina all’incirca di guardie, si presentò alla prima fila, dicendo: tornino indietro. Uno studente rispose: Noi non vi riconosciamo, dove è l'assessore?Al che il brigadiere replicava: Tornano indietro si o no?Alcuni gridarono: Acanti, e lo studente aggiunse: Noi abbiamo il permesso dal questore, sig. Musso. Ma il brigadiere, voltosi alle guardie, diceva: O permesso o non permesso, sguainate le daghe. Cosa orribile, l’ordine fu eseguito, e le guardie presero a menar colpi a diritta ed a sinistra, di piatto e di punta.

«Rinunciamo a descrivere questa dolorosa scena; diremo soltanto, che si videro cittadini, altri bruttamente percossi, altri malconci e laceri, tratti in arresto; che si videro donne buttate per terra, e calpestate dalla scompigliata folla; che finalmente un povero muratore per nome Tommaso Raffetto, d’anni 53, che passava di là a caso, senza aver preso la menoma parte alla pacifica dimostrazione, fu ferito di daga al ventre, per cui cadde a terra immerso nel proprio sangue, e trasportato moribondo al vicino ospedale.

«Né questo è tutto; perché ad alcuni cittadini essendo riuscito di giungere in Portoria, ed avendo innalzato qualche grido patriottico, altre guardie, che là si trovavano, presero ad ingiuriarli con oscene parole, sguainarono le daghe, esclamando: Non gridate, altrimenti stasera andiamo a ridere. Ecco la storia nuda dei fatti».

Parli finalmente un giornale semimazziniano, cioè il Movimento;e siccome l’esposizione de' fatti, che esso ci diè l'11 di dicembre, concorda colla precedente del San Giorgio,così toglieremo dal suo N° successivo del 12 la rettificazione che fa il Movimentoal racconto della Gazzetta di Genova. Ecco dunque la risposta alle parole di questo giornale ufficiale da noi riferite in primo luogo.

«Non curiamo l’ironia che trapela dalle parole che accennano la patriottica festa del 10 di dicembre. Sono proprii dei servi l’insolenza ed il sarcasmo. È dovere degli onesti lo sprezzare l’una, il compatire all’altro.

«Non curiamo la menzogna di fatto, che appena 100 persone, tra le quali undrappello di studenti, venissero in Oregina.

«Tutta Genova sa, ed i suoi giornali, compreso il Corriere Mercantile,sì il Corriere Mercantilehanno attestato che quattro o cinque volte maggiore di quel numero era la somma degli operai e studenti convenuti in Oregina.

«È nel linguaggio dei parassiti adulatori sacramentale la frase: Ci avrà bagnali il sole. Lasciamo che la Gazzetta di Genovafaccia il dover suo.

«Ma dire che sulla piazza dell’Annunziata 'autoritàtrovò meno arrendevoli a' suoi consigli gli studenti; dire che questi giovani avevano in animo (are una dimostrazione (ma quale?); scrivere che forte resistenzafu opposta alle fatte intimazioni, e che grida sedizionemotivarono gli arresti seguiti, è vergognosamente ignobile. Scrivere poi che un muratore (che già è morto) fu gravemente ferito nella mischia assieme ad una guardia di pubblica sicurezza, oh questo è infame e di tanta infamia che crediamo le gazzette stesse di Milano e Vienna non arriverebbero a concepire, non oserebbero stampare in faccia agli schiavi del loro padrone il conquistatore austriaco.

«È menzogna che un’autoritàparlamentasse sulla piazza dell’Annunziata gli studenti. È falso che essi a quella non si mostrassero arrendevoli.

«Fu l’intendente avv. Musso, reggente la questura, che a loro si fece in mezzo, si disse come essi cittadino, si profferse loro amico, con vaghe generali parole commendò il loro amor di patria, avvisò che potrebbero esservi fra loro degli incogniti prezzolati a 2 svanziche (sono le sue espressioni) per far nascere tumulti, e raccomandando prudenza e dignitosa calma assentì che dalla piazza dell’Annunziata procedessero oltre, impegnando la loro promessa d’onore a non fare schiamazzi, e dichiarando aver piena fede nella parola d’onore degli studenti. (Sono pure sue parole).

«È menzogna che forte resistenzasi opponesse alle intimazioni di sciogliersi.

«In istrada Giulia, come cacciatori che sbuchino da una imboscata, le guardie della pubblica sicurezza attraversarono la via gridando: Indietro: non si passa, ed alle osservazioni moderatissime che il questore lo avea permesso, che si intimasse almeno legalmente l’ordine di scioglimento, fu risposto collo sguainare delle daghe, col percuotere, coll’uccidere.

«Sì coll’uccidere, perché il tranquillo muratore, che, reduce dalle sue giornaliere fatiche, restituivasi al domestico focolare, fu sventrato, non nella mischia,ma ]»er insano furore di coloro, i quali alla cieca e senza provocazione ferivano obbedendo all’esecrato ordine di daghe drente, tempo de daghe drente».

Ciò che vi ha di innegabile è la morte del povero muratore. Le cianca del conte di Cavour al Congresso di Parigi costarono la vita al sergente Pastrano, morto nell’attentato del 29 di giugno 1857. Le ciance de' giornali ministeriali sulla prossima guerra hanno trucidato un infelice operaio.

Scrive il San Giorgio,sotto la data del 12 di dicembre: «Ieri, ad un’ora dopo il mezzogiorno, spirava, nell’ospedale di Pammatone, Tommaso Raffello, in seguito alla ferita riportata nel deplorabile avvenimento del 10 di dicembre dagli agenti della pubblica sicurezza. Egli era di mestiere muratore, e dell’età di anni 53. Corre voce, non sappiamo se fondata, che, quantunque il Raffetto abbia sopravissuto alla ferita per ben 18 ore, il giudice istruttore non siasi curato, come di dovere, di procedere all’esame del medesimo».

Almeno le cose finissero così! Ma il Movimentocerca di soffiare nel a stampa a lettore di scatola, e si propone di ripetere nelle sue colonne finché giustizia sia fatta,le seguenti parole:

«Ilgiorno 10di dicembre 1858, le guardie di pubblica sicurezza sciabolavano un drappello di cittadini, che dignitoso e tranquillo si incamminava per via Giulia, ed uccidevano un muratore, che a caso passava. In nome della legge e dell’umanità domandiamo giustizia

Inoltre Io stesso giornale ci informa, che «gli studenti dell’Università hanno tenuto, a quanto ci assicurano, una riunione, in cui nominarono una Commissione coll’incarico di promuovere quanto sia necessario ad ottenere giustizia delle violenze patite il 10 di dicembre».

Noi vorremmo muovere una preghiera a costoro, che diconsi amantissimi dell’Italia. Deh, «mate un po' lo Stato vostro, i vostri concittadini! Non lispingete al macello! Non impedite più a lungo, che il Piemonte goda una parte di quella tranquillità, che gode il resto della Penisola!

LA GAZZETTA PIEMONTESE E LA SOMMOSSA DI GENOVA

(Dall’Armonia, del 1858, pag. 1158)

La Gazzetta Piemontese E LA SOMMOSSA DI GENOVA. — Alla lista dei giornali, che parlano del tafferuglio di Genova riferiti nel nostro primo articolo, dobbiamo aggiungere la Gazz. Piemontesed’oggi (13), le cui parole qui riproduciamo. Eccole:

Da alcuni giorni le autorità locali di Genova erano prevenute che si volesse trar profitto della celebrazione del patrio anniversario del 10 di dicembre 1748 per suscitare disordini. I perfidi articoli di alcuni giornali,il cui scopo evi dente era di commuovere la gioventù, ed alcuni affissi stampati diffusi per la città, confermavano quei sospetti. L’autorità quindi deliberò di non permettere altra dimostrazione oltre la cerimonia nel Santuario di Oregina, la quale di fatto ebbe luogo con la massima regolarità.

Verso le 5 pomeridiane un drappello di operai e di eludenti reduce dal Santuario accennava volersi recare in Portoria, dove per l’angustia delle strade e per l’ora avanzata l’affollarsi di gente poteva dare occasione a disordini. In Piana dell'Annunziatala comitiva fu invitata a disciogliersi: gli studenti però, che ne facevano parte, manifestarono l’intenzione di proseguire, ed allora un alto impiegato della pubblica sicurezza stimò dover dare a quei giovani la fa colta di recarsi in Portoria individualmente.

Com'è agevole prevedere, i gruppi disciolti non tardarono a radunarsi di bel nuovo, e nel giungere in via Giulia incontrarono le guardie di pubblica sicurezza, le quali si opposero a che proseguissero il cammino. Da ciò nacque untafferuglio, nel quale sgraziatamente rimase vittima per pretto accidente un povero muratore.

«Il governo del Re informato dell’accaduto, e stimando che la risponsabilità debba ricadere sull’impiegato, che non obbedì agli ordini ricevuti, ha fatto a ano riguardo un severo provvedimento, ed ha ordinato si proceda ad un’inchiesta».

Il provvedimento,a cui allude il foglio ufficiale, è il seguente che viene subito dopo le riferite parole: «S. M. il Re, con decreto in data di questa mattina, ha, sulla proposta del ministro dell’interno, collocato in aspettative l’avvocato Musso, intendente reggente la questura di Genova».

Noi non abbiamo nulla a dire intorno a questo provvedimento, non sapendo l motivi che l’hanno consigliato, e aspettiamo a giudicare l’inchiesta,quando sarà terminata. Gli piace tuttavia, che il ministero, benché tardi, cominci ad io fiammarsi di zelo contro i perfidi articoli di alcunigiornali,i quali da un mese e più tempestavano sulla guerra contro l’Austria. I veri autori della buglia del 10 di dicembre sono gliarticoli perfididell’Opinione,della Staffetta,dell'Unione,dell’Espero,ecc., il cui scopo evidente era di commuovere,non solo la gioventù, ma tutto ilpaese. Speriamo quindi, che l’inchiesta ordinatadal ministero indagherà qual è la parte dovuta a questi perfidi articolinella baruffadi Genova, e che severi provvedimentisaranno fatti contro dei loro autori.

IL MATRIMONIO CIVILE A TORINO E IL DIVORZIO A PARIGI

(Dall’Armonia, n. 296, del 18 dicembre 1858)

I neutri giornali libertini insistono sulla domanda del matrimonio civile, fa Staffettavuole la suaparte,e grida: «La porte nostra non l’abbiamo avuta ancora», e la parte della Staffettaè l’incivile concubinato, che essa domanda ai ministri in nome della libertà, che come il sole risplende pei buoni e pei malvagi.

Egli pare che nel concetto de' nostri libertini il matrimonio civile debba essere un rimedio a tutti i nostri mali, e guarirci dai ladri, dalle imposte, dalle immoralità, dai debiti. Viceversa, audir costoro sembra che senza cosiffatto matrimonio noi resteremmo sempre nelle tenebre e nella barbarie.

La Francia è esempio, che invocano di continuo; e noi oggi esamineremo i vantaggi e la civiltà recati aUa Francia dal matrimonio civile. Ma le nostre pa' rate e i nostri giudizi! sarebbero sospetti; laonde invocheremo un’autorità, che la Staffettae compagnia ammettono certamente, l’autorità d’un discepolo d’Enfantin, del redattore del Siecledi monsùJourdan, il quale ha pubblicato testé a Parigi un libro intitolato: Les mauvais ménages,libro di cui menano assai rumore i libertini, ed è indirizzato a provare che l’organamento de' matrimoni! è pessimo in Francia, e conviene perciò pubblicare una legge larghissima, che accordi il divorzio.

Notate bene la tattica libertina. In Torino si grida: — I registri dello stato civile sono in mano de' preti; per menar moglie bisogna ricorrere al prete; vogliamo essere emancipati dalla Chiesa; vogliamo il progresso, vogliamo il matrimonio civile. — in Parigi si esclama: — Il matrimonio civile produce il disordine nelle famiglie; popola di litigi i tribunali; è cagione della più grande immoralità: vogliamo il divorzio! —

Il sig. Jourdan piglia le mosse da una confessione sincera, e dichiara d’aver abbandonato il Cattolicismo per una religione più vasta. Pianta di poi il principio, che la donna è una delle forse sociali della Francia,purché (notate bene la condizione!) sia invasa dal demone della civetteria. «Che diverremmo noi, così egli, senza le aspirazioni della donna verso il lusso e i piaceri della società? Figuratevi che cosa sarebbe Parigi silenziosamente popolata di suore grigie, di cappuccini e di quacqueri! Le pompe di Satana sono l'industria, sono i ricchi tessuti, i metalli lavorati sotto migliaia di forme diverse, sono le splendide dimore, le vestimenta eleganti e confortevoli». (Les mauvais ménages, pag. 178).

Le pompe di Satana,ecco, secondo il sig. Jourdan, l'anima di Parigi, il frutto della civiltà moderna! Fourrier nella sua Teoria dei quattro movimenti, ha scritto che i teofilantropi e ¡Franchi Muratori sbagliarono la strada, quando, durante la rivoluzione, tentarono di annientare la Chiesa Cattolica. Avrebbero dovuto, a suo parere, opporre al Cattolicismo idee affatto opposte; e siccome questo divinizza le privazioni, cosi bisognava divinizzare le voluttà ((141)). Il sig. Jourdan ha messo in opera il Consiglio; e, per atterrare il Cattolicismo, collocò sull’altare le pompe di Satanasso!

Ma per lo svolgimento perfetto delle pompe di Satanasso non basta il matrimonio civile, ed è mestieri, che il matrimonio sia governato con un sistema diverso da quello che vige presentemente in Francia. Quale sarà questo sistema? Secondo il sig. Jourdan 1 hanno da trovare gli uomini e le donne insieme. «Io credo, dice egli, come credo in Dio, che verrà giorno, in cui la donna eserciterà nella società ben altra influenza che quella, che vi esercita oggidì; che essa sarà l’eguale dell'uomo,e che esprimerà altamente e con una certa autorità il suo sentimento sulla condotta delle cose di quaggiù. In quel giorno l’uomo e la donna uniti in un medesimo sentimento religioso, e smessa ogni vecchia idea d’antagonismo, diranno come debba essere concepita la legge del matrimonio.»(Préface,pag. VI).

I nostri libertini, che venerano come maestro lo scrittore del Siècle,dovrebbero adunque aspettare che le donne facessero parte delle nostre Camere, e che fosse giunto il tempo pronunziato dal sig. Jourdan, prima di chiedere una nuova legge sul matrimonio. Imperciocché gli uomini soli sono incompetenti a pubblicarla, e a risolvere si grande questione. E in questa apparente sciocchezza del sig. Jourdan, è un gran fondo di verità. Egli ha sentito l’incapacità de' Parlamenti nel regolare i coniugi, sebbene poi scioccamente attribuisse questa incapacità al difetto di donne nelle assemblee legislative.

Intanto il redattore del Sièclericorre alla Gazzetta de' Tribunaliper dimostrare, che il matrimonio, come è stabilito presentemente in Francia, mostrasi altamente vizioso, e racconta fatti, ed espone litigi, e registra scandali, raccogliendo tutta quella materia che ha promesso il titolo del suo libro Les mauvais ménages. Ah! gli scandali avvengono anche ne luoghi, dov’è il matrimonio civile? Anzi più in que’ luoghi che negli altri, dove il connubio è regolato secondo le leggi della Chiesa? E allora perché ci decantate tanto questa nuova maniera di matrimonii? Perché li dite un frutto della libertà, della civiltà e del progresso?

Come abbiamo già detto, il sig. Jourdan finisce per domandare il divorzio, e forse quelque chose de mieux,e fa questa domanda «in nome della famiglia, principio sacro e fondamentale delle società umane; e nell’interesse dei fanciulli, poveri innocenti, che portano sì crudelmente la pena d’un male, di cui essi non furono cagione».

Accettiamo negli utili la confessione inchiusa in questa domanda. Essa riesce adire che, non ostante il matrimonio civile, e noi aggiungeremo in forza del matrimonio civilein Francia, la famiglia non è sicura, ed i poveri innocenti fanciulli gemono per colpa altrui. Dunque il matrimonio civile, anche per confessione de' suoi autori, non è quel grande benefizio che is decanta.

Ma la società, la famiglia, i fanciulli staranno meglio quando la Francia s’abbia una legge larghissima del divorzio, o quel tanto di meglioche dovrà essere decretato dai legislatori di genere maschile e femminile?

Un dotto storico, che i libertini contano nelle loro file, il sig. Edoardo Laboulaye, ha dimostrato in un suo libro sul diritto di successione delle donne nel Medio Evo, che la Chiesa, mantenendo con indomabile fermezza il principio dell’indissolubilità del matrimonio, ha salvato l’Europa dalla barbarie, e la donna dalla schiavitù.

Il sig. Michelet, nel suo recente libro intitolato. L’Amore,e di cui la pudica Opinioneraccomanda la lettura, sebbene rigetti le grandi leggi morali, su cui fondasi il matrimonio, e rappresenti la donna come una creatura barometrica, soggetta a tutte le variazioni atmosferiche; tuttavia non esita un momento solo a dichiararsi contrario a que’ teorici che inventarono per l’avvenire delle utopie poligamiche ((142)). «Nella storia, dice Michelet, le stirpi umane sono forti così nel fisico come nel morale, precisamente in ragione della vita monogamica».

Ma lasciamo da parte il divorzio, che questo fa per la Francia, non per noi. I nostri libertini prima vogliono i registri così detti dello stato civile;poi domanderanno il matrimonio civile;poi il divorzio egualmente civile,e finalmente quella qualche cosa di meglio,onde parla il sig. Jourdan. Piace a' nostri concittadini questo progresso? Noi sottomettiamola domanda alle loro riflessioni.

Intanto, poiché ci venne nominato il libro di Michelet sull’Amore, ed abbiamo discorso assai a lungo di questo del sig. Jourdan, aggiungeremo, che un terzo libro della stessa specie è apparso testé in Parigi col titolo: Fannv,par M. E. Feydeau. È questo un romanzo, dove si glorifica l’adulterio col pretesto di renderlo odioso! Così ecco un bel triumvirato in Francia. L’Amourdi Michelet in segna come si debbano contrarre i matrimonii;Fannydi Ernesto Feydau dice come s’hanno a regolare gli sposi; Les mauvais mènagesdi Jourdan servono per la conclusione finale, il divorzio!

Noi tremiamo, vedendo in Francia scriversi, pubblicarsi, vendersi a migliaia di copie simili libri! Le conseguenzenon tarderanno, e guai a quei governo, che dovrà raccogliere i fratti di siffatti insegnamenti, e d’una simile letterature.

LA BASILICA DELL’IMMACOLATA IN ¡SPAGNA

(Dall’Armonia, del1858, pag. 1196).

Viva la cattolica nazione spagnuola! Questo grido ci uscì spontaneo dal cuore, aperti appena i diari di Madrid del 21 di dicembre, dove abbiam letto un decreto reale preceduto dalla seguente esposizione:

MINISTERO DI GRAZIA E GIUSTIZIA

Esposizione

L’Immacolata Concezione della Vergine fu sempre in Ispagna oggetto della purissima venerazione de popoli; e parecchi secoli prima che ai proclamasse dommatieamente, la nazione spagnuola, fedele depositaria della dottrina della Chiesa Cattolica, ammetteva la pia credenza di questo mistero. Fu perciò, che questa tradizione influì potentemente per varii secoli sulle imprese eroiche, e sui fasti memorabili della nostra storia, sino al punto che la Spagna invocava l'Immacolata Concezione come la sua eccelsa patrona. Per questo i miei illustri progenitori alimentarono sempre il suo culto, servendo questo mistero d testo e d'insegna a' corpi scienti Bei e letterari, a gloriose spedizioni, e creandosi inoltre un Ordine, il cui più solenne voto si è di custodire e difendere così cristiana credenza. Se tanto faceva la Spagna, quando quel mistero era solamente una pia opinione, non si mostrerebbe oggidì fedele a così fervida devozione, se non perpetuasse la memoria della sua proclamazione come domina ia un monumento, che la trasmetta alle generazioni future.

Ispirata io da' medesimi sentimenti, che animarono tutti i Re della Spagna, miei augusti predecessori, desidero che durante il mio regno si tributi un omaggio di religiosa pietà allTmmacoiata Concezione, epperciò ho concepito il disegno di erigere una basilica, che ad una volta sia testimonio eloquente di fedenel domma della Concezione, e serva per soddisfare al bisogno, che si sente in Madrid, di un tempio, che, potendosi convertire in cattedrale, se le circostanze cosi esigeranno, corrisponda per la sua grandezza e sontuosità alla Capitale di questa gloriosa e cattolica Monarchia.

Decreto Reale

Per queste considerazioni, udito il parere del mio ministro di grazia e giustizia, decreto quanto segue:

Art. 1° Si erigerà in Madrid una chiesa monumentale, che, perpetuando là proclamazione dommatica del mistero della Concezione, possa servire in seguito di chiesa maggiore, o cattedrale, secondo che esigeranno i bisogni religiosi.

Art. 2° Il mio augusto ed amato sposo, Don Francisco ¿’Assisi, sarà il protettore di questa opera.

Art. 3° Il Re nominerà una Giunta di persone competenti, che, sotto la sua direzione, studiino e propongano: 1°Il luogo dove si deve elevare la Basilica; 2° Il disegno architettonico; 3° I mezzi per mandare ad effetto questo pensiero Dato in Palazzo, l'8 di dicembre del 1858. — Sottoscritto dalla mano reale. Ilministro di grafia e giustizia, Santiago Fernandez Negrete.


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BROGLI ELETTORALI E DISPOTISMO PARLAMENTARE NEL 1858

(Dall'Armonia, n. 491, dei 99 dicembre 1858)

«En el sistema parlamentario, despues de todo, y antes que todo, la mejor razon es……. 163 votos ».

J. CANGA ARGUELLES.

Solo un anno è trascorso da quei giorni di lutto nazionale(sic), in cui il partito nero pareva sul punto di afferrare vittoriosamente e per lungo tempo il potere». Così comincia un articolo del triumvirato onorevoledelle stangate e delle due dita alla gola, e noi appunto volevamo ricordare a' nostri lettori il fatto, a cui l'articolo allude, fatto che renderà memorando l'anno che sta per finire. Quando data una scorsa a' giornali spagnuoli, vedemmo in Madrid ripetersi ciò che nel dicembre del 1857 avveniva in Torino; laonde divisammo di ricordare indirettamente le mene dei nostri ministri col raccontare quelle d'un partito, che tiranneggia in Ispagna, e così battere due ferri ad una calda. Eccoci pertanto all'opera.

Dicemmo a suo tempo corno il ministero spagnuolo si comportasse per tee riuscire le elezioni in suo vantaggio. Il sig. Orovio le ricordò nella tornata del Congresso del 7 dicembre. Sei giorni dopo, afferrato il potere, il presente gabinetto di Madrid scioglieva le Cortes, perché gli erano avverse. Di poi scioglieva il corpo degli elettori colla revisione delle liste, opera altamente illegale. Il governo ha oltrepassato in certo modo la legge, dicea la stessa circolare ministeriale, e non l'avea oltrepassata in certo modo,ma in modo certissimo,come spiritosamente osservava il deputato Orovio.

La revisione delle liste elettorali era in Ispagna un’offesa alla magistratura, che le avea ultimate e sancite; era il principio di mene ministeriali le più schifose, e portava una serie di destituzioni, di arbitrii, di immoralità, che a suo tempo occuperanno molte pagine nella storia del parlamentarismo europeo.

Il medesimo sistema, che avea governato la revisione delle liste, regolò la nomina dei deputati. Dappertutto il ministero s’industriò in ogni guisa per vincere il partito, e non risparmiò circolari, minaccie, promesse ed altri simili mezzi. Taluni però speravano, che i deputati riuniti avrebbero purgato il congresso spagnuolo e fatto giustizia. Ma pel ministero stava la forza del numero, e vinse pure nella verificazione de' poteri.

Si videro però in Ispagna fatti, che non trovano riscontro nei tempi del pili vergognoso dispotismo. Eccone un saggio. Il collegio di Alameda (Malaga) elesse a deputato il sig. Giorgio Loring nato in America. Un figlio dell’Unione Americana, grida il sig. Figuerola, tenta d’introdursi tra noi per dar leggi alla Spagna» Il sig. Loring erasi da se stesso dichiarato straniero qualche tempo prima per sottrarsi alla leva. Se v’avea elezione, che dovesse essere annullata, era certo cotesta. Ma trattavasi d’un ministeriale, e la forza del numero l’approvò.

Un antico canone inglese dice, che il Parlamento britannico può far tutto, meno che una donna sia un uomo. Ma il Parlamento di Spagna sta per acquistare anche questa podestà, giacché colla maggioranza dei voti potè convertire un americano in uno spagnuolo!

Il collegio di Zafra (provincia di Badajoz) avea eletto deputato D. Gaetano Carderò, in seguito però ad una tale pressione per parte del ministero, che il governatore era giunto perfino ad annunziare, che avrebbe destituito gli alcadi poco zelanti. «Tutto, tardi o tosto, arriva a notizia dell'autorità, ed ogni mancanza riceve a suo tempo il meritato castigo», conchiudeva Huerta Murillo, governatore di Badajoz, una sua circolare del 16 di ottobre in favore del Carderò. Ma la maggioranza del Congresso decise, che in questa elezione non v’era nulla d’illegale, e colla ragione del numero venne approvata.

Il deputato Udasta era investito presso il Tribunale di Commercio di Madrid di certe funzioni, che lo rendevano assolutamente inesigibile nella capitale; e la legge esprimevasi assai chiaramente a suo riguardo, perché se ne annullasse l’elezione. Ma che cosa è la legge sotto la moderna libertà? Il numero, la maggioranza, ecco la ragione perentoria, e questa confermò deputato il signor Udasta.

A Llerena l’elezione del ministro di grazia e giustizia venne assicurata per mezzo di destituzioni in massa. Guai a chi non avesse votato per Sua Eccellenza! Era un crimenlese irremissibile. Ciò fu detto e provato davanti il Congresso spagnuolo, e questo, non che annullare l’elezione, non trovò nulla a ridire, ed approvò coll’unica e dispotica ragione della maggioranza.

Il sig. Linares era governatore di Valladolid, epperciò non polca venire eletto nella sua provincia. Ma per regolarizzare la sua condizione il governo gli assegnò subito alte funzioni in un ministero, e così eluse facilmente la guarentigia della legge. Inoltre si dovette riconoscere, che il sig. Linares non avea giustificato in tempo opportuno il suo censo d’eleggibilità, provando che pagava 1000 reali di contribuzione. Ma la maggioranza sorpassò su tutte queste inezie, e disse al Linares dignus es intrare.

Il distretto del Puerto de S. Maria elesse per deputato il sig. Barca, ma gli atti dell’elezione provano che questa si dovea alla promessa fatta officialmente da un ministro di costruire a Chiclana un ponte a spese dello Stato, come precisamente tra noi il ministero procurava la vittoria de suoi candidati con promesse di strade ferrate e di stazioni. Or bene un Parlamento, che cercasse il vantaggio del paese, e l’onore della libertà, non avrebbe dovuto annullare reiezione del sig. Barca? Ma il Congresso spagnuolo l’approvò perché trattavasi d’un ministeriale.

A Cartón de las Copdes ben centosessantasei elettori su trecentotré votanti protestarono contro le operazioni dell’ufficio, e la maggioranza parlamentare non seppe vedere in così solenne protesta motivo bastante per soprassedere dall’approvazione dell’elezione, e ordinare un’inchiesta. L’eletto era ministeriale, e basta.

Nella tornata del Congresso del 10 di dicembre, il deputato sig. Belda denunziava i fatti scandalosi avvenuti nel distretto che rappresentava affine di combattere la sua candidatura, ed i mezzi inauditi adoperati dal governo per escluderlo dall'Assemblea. La maggioranza non si curò menomamente della protesta. Cencinquanta è più di cento, ecco la ragione massima del parlamentarismo... in Ispagna.

Il sig. Madoz, nella tornata del 9, parlando dell’elezione di Giuseppe Xifré, accennava alle numerose destituzioni preventive avvenute nel distretto che l’avea eletto, e dicea queste precise parole: «In Arenys de Mar (così chiamasi quel distretto), si considera, e si dee considerare reiezione come una calamità, e per questo io domanderò sempre che le autorità, invece di favorire l’una o l’altra candidatura, procurino la conciliazione e la tolleranza, e sopra questo io chiamerò l’attenzione del ministro dell’interno. Procuriamo di non lasciare per mezzo delle elezioni un germe di discordia nel paese».

Il signor Calvo Ascensio, parlando dell’elezione di Rioseco fatta nella persona del signor Antonio Mendez-Vigo, osservò che in Mayorga vi ha un alcade, il quale predice ai segretari scrutatori il risultalo delle votazioni, e chiedeva, che si desse lettura di una protesta. Ma Mendez-Vigo, osservò, che en ella se ridiculiza la persona de su senoria, ela protesta non venne letta, e l’elezione fu approvata.

E noi potremmo protrarre innanzi questa filatessa di scandali, se non temessimo di recar noia a' nostri lettori. Il barone Manno ex-presidente del Senato del Regno, diceva una finzione la maggioranza delle voci nelle deliberazioni, una finzione la rappresentanza nazionale,e riprovava la parola di libertà,che è quella che si è più prestata a tali finzioni. La Spagna dimostra quanto dicesse bene il signor Barone; e quel Congresso vi prova, che la parola di rappresentanza è, non solamente fittizia ma ancora accagionabile di inganno e di mala fede.

Il conte di Montalembert può scrivere articoli, sostenere processi, rifiutar grazie, per difendere la causa del parlamentarismo; il signor Berryer può far prova di una sublime eloquenza nel pigliar le parti del suo cliente e sfolgorare l’opera del Due Dicembre; ma il Congresso spagnuolo e altri simili Congressi provano assai più, che i discorsi degli avvocati e gli articoli del Correspondent.

IL CONTE STAKELBERG E LA LIBERTÀ DEI CULTI

(Dall’Armonia, del 1858, pag. 1100)

Il Norddel 25 di dicembre riferisce una lettera del conte di Stackelberg, mi Bistro di Russia presso il nostro governo, a proposito del nuovo tempio russo di Nizza, scritta al capo della comunità protestantedi quella città; la qual lettera, dice il Nord merita d'essere notata per molti riguardi. E noi appunto per questo la riporteremo almeno in parte. Eccola:

«Signor pastore: la collocazione della prima pietra d’una chiesa greco-russa a Nizza è un felice avvenimento non solo per i fedeli di questa confessione, ma per tutti coloro, che salutano la libertà dei culti come un benefizio e fanno plauso ai principii di tolleranzaprofessati dal governo sardo. La solennità del 14 di dicembre è dunque una festa di fraternità cristiana», ecc. Il conte di Stackelberg invia con la lettera 300 franchi per i poveri protestanti. Veramente fa bel salutare la libertà dei culti come un benefizioin casa altrui, quando a casa propria regna la persecuzione più accanita contro i dissidenti I Noi crederemo a queste aspirazioni dei Russi fuori del loro paese, quando vedremo in casa loro, non diciamo la libertà dei culti, che sarebbe troppo esigere, ma semplicemente la tolleranza e la cessazione della persecuzione.


L’anno 1858 OSSIA LE CONFESSIONI D’UN MORIBONDO

(Dall'Armonia, n. 298, 299, del 30, 31 dicembre 1858)

I

Ornai l’anno 1858 è agli estremi; gli restano ancora due giorni di vita; e poi verrà sepolto negli abissi del passato. Noi vogliamo indurre questo povero moribondo a fare un’opera buona, esso che ne ha fatto tante cattive!

—Suvvia, vecchio barbogio; smetti una volta que’ tuoi infingimenti ed inganni, che ti servirono per trecento sessantatré giorni; mostrati sincero, ora che stai in agonia, e fa una buona confessione. Presso gli Spartani, chi era colto in peccato, veniva costretto a girare intorno ad un’ara, ed a cantare una canzone in suo biasimo. Di’ dunque, o 1858, la tua canzone, racconta le tue tristizie, confessati reo, acciocché il tuo successore impari almeno a tue spese.

— Non mi maledite così I... S’ho commesso del male assai, non ho lasciato certamente di fare anche un po' di bene, e la mia memoria negli annali del tempo non sarà poi tanto spregievole quanto voi supponete. Se vi piace, dirò la mia accusa e il mio panegirico, e colla candidezza di chi sta presso alla morte, e non è più tentato a mentire, vi esporrò brevemente quel male onde mi rimorde la coscienza, e quel bene di cui mi glorio e mi consolo.

— Di pure in buon’ora, e spicciati; così il tuo racconto varrà all’Armonia di riepilogo delle cose che ha discorse, e de' fatti che venne narrando da gennaio a dicembre. Essa ha appunto in costume di esporre sulla fine dell’anno un bilancio politico e morale, segnando il passivo e fattivo, i guadagni eie perdite, Ix tue confessioni serviranno questa volta d’articolo. Spicciati adunque.

— Spicciati, spicciati!... Eh! non sentite, che il rantolo dell’agonia mi sof foca. Abbiate pietà d'un povero moribondo. La mia vita è alquanto imbrogliata, né io ve la potrei raccontare d’un fiato. In nome del governo parlamentare vi prego di lasciarmi parlare almeno pei due giorni che mi restano ancora. Oggi vi dirò il male che ho fatto, e l’ho fatto principalmente in Piemonte; domani vi esporrò le glorie mie, e le buone speranze che lascio al mio successore.

— Sia come desideri, ma esci una volta dai preamboli, e, se così ti aggrada, piglia pure le mosse dal riassumere le opere tue in questo modella di viver civile.

— Ah voi volete, ch’io rinnovelli

Disperato dolor, che il cor mi preme,

Già pur pensando, pria ch'i' ne favelli!

Dovete adunque sapere, che, ancor bambino, feci in Piemonte ¿’ogni erba fascio, d’ogni lana peso; e col pretesto di libertà cacciai dal Parlamento coloro, che v’avea introdotti il libero voto degli elettori, onde ne restò nauseato lo stesso Journal des Débats,che se ne dolse in parecchi articoli. Ma nello stesso tempo feci questo di bene che disingannai coloro, i quali davansi a credere che i libertini fossero sinceri e di buon conto, e che libertà volesse significare libertàe non tirannia.

Siccome poi la cacciata de' canonici e di tanta altra brava gente dell’aula parlamentare non mi bastava ancora, così ho promosso un’inchiesta sulle mene clericali,assolvendo invece colla maggiore indulgenza le mene ministeriali. E sperai che l’inchiesta avrebbe rivelato grandi colpe del clero subalpino, ed enormi abusi del suo religioso potere. Ma fu come il processo di Val d’Aosta 1 11 clero uscì trionfante dalle più fiscali e minute ricerche, e trovossi invece la più sfrenata corruzione dalla parte libertina. Ed anche qui l’inchiesta, che dapprincipio era un danno, tornò a' buoni di grandissimo vantaggio.

La famosa Commissione si distinse assai per aver usato ai principali teatri delle provincia, dove veniva ricevuta con grandi applausi e luminarie; spese dicianove mila lire, che s’aggiunsero in più al bilancio passivo della Camera dei Deputati; aspettò molli mesi prima di afferrare una conclusione; ed in ultimo non ebbe il coraggio di pubblicare per intiero i suoi atti inquisitoriali, come che il conte della Motta ¡’avesse solennemente domandato, e la Camera consentito.

Il codice di questa inquisizione politica, che io ho regalato al Piemonte, fu degno dei tempi nostri; gli accusatori vennero ammessi come testimoni; furono negate le difese agli accusati; preclusa la via de' tribunali a coloro che patirono calunnie; breve, avvennero tali fatti, che somministrarono al Vescovo d’Ivrea argomento d’una bellissima lettera al conte di Cavour; lettera, che aspetta ancora oggidì due linee di pubblica risposta.

E poiché ho nominato il conte di Cavour, entrerò tosto a dire di lui, che occupa la maggior parte della mia storia. Egli nel gennaio fece bravamente il gambetto al signor Rattazzi, che io aveva ereditato dal 1857 come ministro dell’interno. Colta l’occasione d’un orribile attentato, che pei opera di tristi Italiani insanguinò Parigi, Cavour disse a Rattazzi: — Compare, andate via, altrimenti il governo francese ci terrà il broncio ad amendue, e poveri a noi! — Rattazzi, messa la coda tra le gambe, quatto quatto partì, e il Piemonte respirò.

Ma per brevissimo tempo, ché lo sventurato paese era caduto dalla padella nelle bragie. Camillo Cavour si tolse per sé il portafoglio degli affari interni, e scrisse tosto una circolare, dove confessava i grandi delitti, che si commettevano quotidianamente contro la vita e le proprietà dei cittadini, e prometteva di apporre allo sconcio pronto rimedio. Furono parole e niente più. lo sono nato tra' ladri, e muoio dopo aver visto rubare perfingli occhiali sul naso de' giudici!

Lo sfratto di Urbano Rattazzi non salvò il Ministero dalle istanze del governo francese, e siccome un giornale, di cui non vidi l’origine, ma mi glorio d'aver visto la fine, e osava intitolarsi: La Ragione,giunse al punto di scrivere l’apologià di chi avea tentato l’assassinio di Napoleone III, e, ciò che è peggio, i nostri giurati l’aveano dichiarato innocente; così la Francia domandò che una terza volta si riformasse ja nostra legge sulla stampa, e l’ottenne.

La discussione riuscì lunga e rilevantissima; durante la quale fu rivelato, che gente scellerata avea tentato d'assassinare re Vittorio Emanuele II!… Si riformò il corpo de' giurati ne’ giudizi di stampa, ma, nonostante le riforme, poco dopo veniva assolta in Genova l'Italia del Popolo,giornale mazziniano, e peggiore della Ragione. Così i nuovi giurati fecero ben presto desiderare gli antichi.

Intanto i giorni passavano, e l'erario era vuoto. Il ministero presentossi alle Camere dicendo: Date obolum Belisario,e l’obolo era quaranta milioni! Quei deputati conservatori che venivano accusali di odiare la patria, si opposero alla domanda, ma la maggioranza aderì, e nel 1858 i ministri ebbero la facoltà di contrarre un nuovo imprestito, come l’aveano avuta nel 1848, nel 1849, nel 1850, nel 1851, nel 1853, nel 1855… in quasi tutti gli anni della libertà.

Malgrado tanti imprestiti, la Camera approvava e legava al 1859 un bilancio attivodi 141 milioni, e un passivo di 150! Ma Dio volesse che le cose restassero così! Il conte di Revel, con quella perizia di cifre che lo distingue ha provato come due e due fanno quattro, che il disavanzo reale in fine del 1859 sarà di lire 59,969,847 62!

Il Conte di Cavour abbandonava le finanze lasciandole in questa bella condizione, dopo di aver avuto dal Parlamento tanti sussidi straordinari per lire 237,760,000 e stabilito tante nuove contribuzioni, o aggravato le antiche per la rendita annua di L. 18,140,000, L’erario passò in mano del medico Lanza, e i contribuenti Piemontesi avranno da lui il resto del carlino.

Questo medico io aveva trovato ministro sopra la pubblica istruzione, ed ora lo lascio signore delle finanze. L’istruzione se l’ha presa Carlo Cadorna, e. vi darà, siatene certi, una Novaradel pubblico insegnamento.

È degno di memoria, tra le altre belle cose, che ha visto il 1858 in Piemonte, questa, che nell'Università di Torino, sotto gli occhi del ministero, nella sola Facoltà di legge vi avevano tre professori, l’uno, che non insegnava, gli altri, che non sapevano insegnare, perché incapaci di mantenere la disciplina. E «di poema degnissima e di storia» è la sentenza del Consiglio superiore, il quale condannò il professore, che non insegnava, a non insegnare per un anno, ricevendo tuttavia per intiero il suo stipendio. Metodo sublimemente spartano, giacche a Sparta si correggeva l’ubbriachezza cogli ubbriachi.

Nelle quistioni diplomatiche il Piemonte fu ingannato e giuocato nell’affare delCagliari, come scrisse l'Indipendente. e Cavour, che dapprincipio pretendeva un’indennità, calò poi gli orecchi, e non chiese nulla. Egli si contentò di un viaggio a Ginevra ed a Plombières, e l’utile, che ne raccolse il paese, fu un aumento di spese nel bilancio degli esteri per viaggi straordinari di agenti diplomatici. Un altro viaggio fe’ il conte di Cavour in Genova, dove fu fischiato durante la sua dimora,ed applaudito ducentosessantotto, dopo la sua partenza.

La causa dell’indipendenza e dell’unità italiana fe’ un gran passo nel 1858; l’indipendenzaottenne che la Francia venisse a stabilire la sua polizia in Piemonte; e che la Russia piantasse il suo dominio in Villafranca; e l'unitàconseguì questo vantaggio, che in Genova sorgesse un tempio all’eresia, e in Nizza un altro tempio allo scisma.

Del resto in sui primi dell’anno si giudicarono e condannarono i congiurati del 29 di giugno del 1857, e in sulla fine s’ebbero i disordini del io di dicembre, e si domandò a Sarzana il suono della Marsigliese. E tutto questo in nome dell'egemonia italiana, compresa la rivoluzione avvenuta nell’accademia militare di Torino.

Ho dimenticato di parlarvi della Cassa Ecclesiastica, la quale essa pure fe’ bella mostra di se nel 1858. Dopo aver incamerato, sequestralo, liquidato, con centrato, appigionato, la Commissione di sorveglianza dichiarò che le sue rendite non hanno potuto bastare per Vanno1857, non bastano pel corrente anno 1858 né basteranno forse per qualche anno avvenire. Ed è questa quella Cassa, che dovea portar soccorso a parrochi poveri! In tre anni la Cassa ha fatto un debito di quasi tre milioni, e questo è pei poveri parrochi!

E qui, se il mio male, che s’aggrava sempre più ad ogni cosa che passa, me lo permettesse, vorrei ancora confessarvi i danni dell’usura in Piemonte, che, a detta del Diritto,merita una colonna infame; e le glorie del ministero dell’interno, che nominò parecchi morti presidenti delle Congregazioni di carità; e le lagnanze del conte di Cavour in favore della liturgia gallicana; e le famose lettere di Giuseppe Mazzini, dove rivelava l’obliqua machiavellica tatticadel ministero; e il povero parroco d’Issoverde, condannato per aver predicato contro il ballo; e la Gazzetta Piemonteseaffidata a chi già era corriere della Giovine Italia;e la statistica dell’istruzione, donde risulta che siamo sopracarichi di forestieri nell’insegnamento; e un93 più tremendo del primominacciato al Piemonte dal più schifoso giornale, che si pubblichi in Torino; e le ricerche della polizia per ritrovare il supposto tesoro dei frati; e gli studi promossi per regalare al Piemonte l’imposta sulla rendita; e cento altri fatti simili, che, per ¡spossatezza di forze, ora più non rammento

— Ma sei almeno pentito, o anno cattivello, del tanto male che recasti al mio paese?

—Né sono dolentissimo, e darò al mio figlio 859, che sta per nascere, i più severi ammonimenti, affinché non imiti il padre suo, e non molesti al pari di me questa brava gente, non l’inganni, non la tormenti, non la dispogli, non la tiranneggi, ma seguiti invece gli esempi gloriosi degli avi suoi, 1845,1844, 1843, ecc., che recarono tanto bene al popolo subalpino.

II

Il moribondo 1858, dopo di averci candidamente confessato quel tanto male che recò al Piemonte nello spazio di questi dodici mesi, ora entra a dirci il bene, che lascia nelle altre parti del mondo, il quale è grandissimo, massime se si consideri sotto il rispetto religioso, e se si ponga mente a' progressi del Cattolicismo. Accordiamo adunque al moribondo la facoltà di parlare, e SP egli non sarà guari ordinato nel riepilogo, i lettori vorranno condonarlo alla sua gravissima infermità, che domani lo dee portar certamente alla tomba.

— il 858 nella storia ecclesiastica dovrà occupare a suo tempo un bellissimo posto; esso vide grandissimi fatti nella Cina, nel Giappone, nella Cocincina; straordinarie conversioni nell’Inghilterra, nella Germania, nell’America; sublimi esempi di pietà negli Imperatori di Francia e d’Austria; un ammirabile rispetto delle Potenze europee verso l’autorità Pontificia; fervorose dimostrazioni di Cattolicismo nei popoli; una tenerissima devozione a Maria Vergine Immacolata in tutto il mondo.

E cominciando da quest’ultima, che è la cagione potissima dei grandi incrementi della religione cattolica, chi può non ammirare con santa letizia la concordia dell’universo nella credenza dei dorema definito dal Vicario di Gesù Cristo, e tanto glorioso per la Madre di Dio? Io non conosco, chi durante il giro di dodici mesi abbia osato contraddirlo, se non quattro sciagurati di Pavia, mandando alle stampe in Torino un loro libro, nqu sai se più empio o ridicolo. Ma l’annunzio che i giornali libertini fecero di quella tristissima scrittura, cade su arido terreno, perché i popoli credono, e pregano.

Come da Roma era partita la parola della fede, così pure di là partì l'esempio della devozione, e ornai non v’è Stato in Europa, che non abbia, e non cerchi di avere, a somiglianza della capitale del mondo cattolico, il monumento all’Immacolata. La Spagna, la Francia, la Germania, l’Austria, la Sardegna, o hanno elevato, o stanno elevando chi una colonna, chi una basilica, chi un’istituzione in memoria della definizione del dorema dell’Immacolata Concezione.

E la Vergine benedetta soccorre col suo potentissimo braccio la Chiesa che l’onora. II 5 di gennaio le truppe inglesi e francesi entrano in Canton, e fanno prigione il commissario imperiale Yeh. Il 18, Napoleone III apre la sessione del Corpo legislativo, e gli dice: «La Francia ha mosso guerra alla Cina per vendicare il sangue de' nostri martiri crudelmente uccisi». Sotto Luigi Filippo in quella sala dichiaravasi: la Francia non si confessae giungevasi al punto di negare sfacciatamente Iddio, e proclamare atea la legge. Ora la Francia crede e combatte in difesa de' suoi Missionari. Non è questo un bel progresso?

Nel giugno la croce trionfava tra i Cinesi, e il barone Gros, plenipotenziario francese, scriveva: «I voti dell’Imperatore sono esauditi nella Cina. Questo vasto Impero si apre al Cristianesimo. I nostri Missionari saranno ammessi dappertutto. L’assassinio del missionario Chapedelaine sarà punito, e la Gazzetta di Pekinol’annunzierà. Le leggi contro il Cristianesimo verranno abolite» E non è questo un ampio guadagno? Sta vero, che è comune anche all’eresia protestante, ma i Cinesi non si convertono che al Cattolicismo, sicché i ministri protestanti giunsero in Scianghai fino a prendere il nome di Jesuvei (Compagnia di Gesù)per confondersi co’ Gesuiti, che coltivano la Missione del Kian-Nan.

Dopo la Cina, il Giappone e la Cocincina verranno aperte alla predicazione dell’Evangelio. A Canton, nel Giappone, a Turana, scriveva il Constitutionnel del 28 di novembre, la bandiera francese rappresenta la civiltà cristiana. La Francia fu condotta in que’ paesi da uno scopo tutto morale». Coi soldati di Francia s’unirono que(’)della Spagna, e la Regina, nel suo ultimo discorso della Corona, dicea alle Cortes, che le armi spagnuole eransi recate in Cocincina a vendicare i martiri cattolici. Scrisse da quelle rimote parti un ufficiale spagnuolo, Carlo Sacconell: I nostri soldati sono pieni di entusiasmo, e desiderano di vendicare gli insulti fatti alla nostra religione ed alla patria. Tutti speriamo, che la nostra patrona, la SS. Vergine del Pilar, ci darà la vittoria, e ci permetterà di venire a prostrarci dinanzi alla sua immagine in Ispagna». E non son questi pietosi sentimenti e consolantissimi fatti?

Pubbliche e solenni prove di religione diedero inoltre all’Europa nel 1858 due grandi Imperatori, quello de' Francesi e quello d'Austria, e sarà bene ch’io ricordi qualche particolare sì dell’uno come dell’altro. Quanto a Napoleone III basti il suo viaggio nella Cattolica e monarchica Bretagna, la sua visita al celebre santuario di S. Anna d’Auray, e la sua risposta al Vescovo: «Vi ha dei giorni, in cui i Sovrani debbono dare l’esempio agli altri, e di quelli, in cui essi debbono seguire l’altrui. Per questo, seguendo l’antico costume di questo paese, io volli venir qui il giorno di mia festa (15 agosto) a chiedere a Dio ciò che è lo scopo de' miei sforzi e delle mie speranze, la felicità del popolo, che egli mi chiamò a governare».

E non fu bello, dopo i principii dell’89, dopo il parlamentarismo di Luigi Filippo, udire dall’Imperatore de' Francesi queste raccomandazioni alla cattolica Bretagna: «Io desidero che la Bretagna, col crescere nella civiltà, conservi intatta la tradizione de' nobili sentimenti, che da secoli la rendono si illustre. Conservi la semplicità dei suoi costumi, la sua schiettezza proverbiale, la fedeltà al giuramento, la perseveranza nel dovere, la sottomissione alla volontà di Dio, che veglia sovra il più umile focolare domestico, come sopra i più alti destini degli Imperii?»

Si è perciò, che l’episcopato francese tributò grandi elogi alla religione dell’Imperatore. Quello di Quimper ringraziollo del suo amore alla religione;quello di Vannes, di ciò ch’egli non cessa di fare pel Sommo Pontefice:quello di Rennes disse in termini, che l’Imperatore Napoleone III «È di tutti i Monarchi francesi, dopo S. Luigi, il più devoto alla Chiesa ed alla sua opera di civiltà e di vero progresso». Ed un altro Vescovo francese, di cui non ricordo il nome, affermò pure, che «Napoleone III adora Gesù Cristo come suo Dio, e l’invoca come il suo principale sostegno».

E chi volesse dar ad intendere che la religione è per l’Imperatore de' Francesi quello che l’Italia pel ministero subalpino, un mezzo di governo, legga queste parole del semiofficiale Constitutionnel,il quale, parlando nel suo numero del 16 d’agosto della visita di Napoleone III al Santuario di Sant’Anna d’Auray, scrisse che «questa fu innanzi tutto un atto di fede e di gratitudine compiuto da un Principe, che tutto deve all’intervenzione celeste, e che pio e grato s’inchina sotto la mano onnipotente della Provvidenza. Il governo imperiale, come sa ognuno, servì agli interessi della Religione Cattolica in ogni circostanza, non perché essa diventi un’arma di partito, od un ¡strumento di regno, ma, come disse già a Marsiglia l’Imperatore, per amore e per rispetto al bene che essa fa ed alla verità che essa insegna».

Ed ora, anche a costo di farmi maledire dai libertini piemontesi, debbo dare le stesse, anzi maggiori lodi all'lmperatore d’Austria, il quale osserva e fa osservare colla massima puntualità il Concordato stretto colla S. Sede. Oltre al Concilio provinciale di Strigonia, il primo che si tenesse in Ungheria dopo il 1648, se ne celebrò uno solennissimo in Vienna, che si aperse il 18 d’ottobre e il dì 6 di novembre l’Imperatore si compiacque ricevere l’Eminentissimo Cardinale Arcivescovo, e tutti i membri del Concilio. Il Cardinale notò nell’allocuzione, che «il Concordato conchiuso da S. M. Apostolica era un’opera grande; e per quanto le cose veramente grandi sieno poco sicure di trovare subito il degno omaggio, pure l’importanza di quel Concordato fu riconosciuta subito festosamente da tutti i cattolici del mondo di qua e di là dell’Oceano». Soggiunse, che per grazia appunto di quel Concordato era permesso a lui, Arcivescovo di Vienna, quello ch’era vietato a' suoi predecessori, di tenere cioè un Concilio provinciale, i cui felici effetti si dovranno perciò prima a Dio, e poi a Francesco Giuseppe I, il quali ridonò all’autorità ecclesiastica il suo libero campo».

Alle quali parole rispose in questi termini l’Imperatore: Io ho rotto col Concordato le barriere, che nel mio impero impedivano la Chiesa nello svolgimento di sua attività piena di benedizioni. Io ho operato così colla ferma convinzione, che i Vescovi, penetrati dal sentimento della responsabilità maggiore, che d’ora innanzi pesa sopra di loro, si serviranno con zelo ed attività dei diritti rivendicati dalla Chiesa». Avete sentito come parlano gli Imperatori d’Austria e di Francia? E volete che il 1859 li metta in guerra fra loro? Oh non farà egli di simili corbellerie.

Qui intanto la materia mi cresce, e il tempo e la vita mi vanno mancando. Accennerò più brevemente le altre glorie del 1858. Esse sono le Associazioni Cattoliche della Germania, tenutesi nel settembre in Colonia, la Roma tedesca; sono le feste al Nunzio apostolico in Transilvania, e il trionfale viaggio del Cardinale Wiseman in Irlanda; sono i grandi progressi del Cattolicismo in Alemagna, principalmente nella Marca di Brandeburgo e nella stessa Berlino; sono la pia unione nata in Vienna sotto il titolo dell’Immacolata Concezione di "Maria per aiuto dei cattolici dell'impero turco e dell'Oriente;sono le centinaia di Turchi e le migliaia d’Armeni, che si resero cattolici, e le centonovantadue famiglie armene, che ad Abakir si unirono alla Chiesa Romana; e i centodieci convertiti, che a Rhodosto in una sol volta si fecero inscrivere nel catalogo dei cattolici, e il derderarmeno, che nella stessa Costantinopoli condusse al Cattolicismo i suoi seguaci.

Sono glorie del 1858 gli Atti del governo di Friburgo, che revoca i decreti e le leggi del 1848 ostili alla Chiesa, rimette le loro proprietà agli istituti religiosi, licenzia i professori libertini, ed increduli; si accorda col Vescovo per rimediare a dieci anni di persecuzione. Sono i lavori degli Amici della Istoria Cattolicae i documenti, che pubblicano a Nostra Donna degli Eremiti in Isvizzera, sotto la direzione del celebre signor Schneller. Sono i molti soldati inglesi acquartierati a Calaoa nell’India, che passarono dal protestantesimo alla Chiesa Cattolica, e le grandi conquiste, che Roma fa in America, dove teste ancora converlivasi un membro del Senato degli Stati Uniti; sono le più segnalate conversioni nell’Holstein: dove, testimonio lo stesso Journal des Débatsil capo di una delle prime famiglie della nobiltà holsteinese, il conte Hahn di Neuhaus, si rese cattolico, seguendo l’esempio del prof. Stein dell’Università di Kiel; sono finalmente le perdite dell’anglicanismo, che, per confessione del The Observer, in poco tempo ha dato alla Chiesa Romana più di cento ministri.

Potrei continuare ancora; ma non mi reggono le forze. Il detto vi basti a capire, che il 1858 non vuol essere maledetto. Fu tristissimo in Piemonte; ma bello altrove. Sperate, sperate; anche per voi verrà un anno fortunato. Chi sa, che non sia il 1859! Nessun se l’aspetta, ma appunto le grandi consolazioni arrivano sempre inaspettate. Ad ogni modo, se non volete accettare le mie parole come un vatacinio, abbiatele come un augurio, che il moribondo 1858 manda di cuore a tutti gli associati e lettori dell’Armonia.

ECCELLENZA DELL’AGRICOLTURA DEI TRAPPITI

(Dall’Armonia, del 1858, pag, 34)

I nemici della religione cattolica, sempre accaniti contro gli ordini religiosi, specialmente addetti alla contemplazione, sogliono essere cortesi d’un poco di tolleranza per codesti uomini oziosiquando questi, rinunziando al loro ozio,si dànno ai lavori della campagna. Questo però a condizione che essi tolgano a coltivar lande incolte, paludi, arene, ghiaie, insomma terre, le quali per la loro ingratitudine smagano il più indomito coraggio di qualunque agricoltore... che non sia frate. Ciò però non basta: a questa prima condizione già strana, ne aggiungono un’altra più strana ancora. Vogliono che, quando, a costo d’infiniti sudori, i monaci hanno dissodato un terreno, risanato una palude, resa fruttifera una grillaia, e che questi terreni sono in piena coltura, e rendono meglio di tutti gli altri circostanti, i frati facciano fagotto, e dato di mano al bordone, abbandonino le loro prospere campagne a chi le vuole, e rechinsi a ricominciare il loro lavoro filantropico in altra parte. E quivi rifatte le stesse fatiche, e riportatine i medesimi frutti, facciano da capo lo stesso olocausto alla filantropia, cercando altrove nuove selve, e nuovi luoghi inospiti da coltivare. A queste solecondizioni la filantropia moderna accorda la vita a' monaci, e tollera che questi, per sollievo di loro intollerabili fatiche, passino otto o dieci ore tra il giorno e la notte a cantar l'ufficio in coro, o a meditare le verità eterne. Guai però se i monaci s’avvisassero di godere il frutto delle loro fatiche, non già per aggiungere qualche cosa alla scodella di legumi, al pan inferrigno ed all’acqua schietta, che serve loro di sostentamento, ma solo per farne parte a' poveri! Allora i monaci diventano quella befana di prima, e da ogni lato si grida dàlli! dalli!

Tal è l’avvenuto a' Trappiti di Stanoueli nell’Algeria, di cui abbiamo altra volta parlato, riferendo ciò che contro di essi diceva il Journal des Débatsnel sostenere la petizione de' coloni algerini, i quali si lamentano che essi, lavorando a tutt’uomo, non possono a pezza coltivare con tanto frutto i terreni come i Trappiti oziosi. Per far vieppiù conoscere l’indegnità di questo procedere, giova dare un’occhiata sui lavori eseguiti dai Trappiti in quella loro colonia.

Gli Annales de la colonisatìon algérienne(tom., X, pag. 68) così parlano: «La concessione fatta (dal governo) ai Trappiti fu, già tempo, giudicata in diverse maniere: le persone meno avverse dicevano altamente, che collocarli sopra un terreno sabbioso e coperto di folte macchie era condannarli a certo fallimento dell’impresa. Tredici anni scorsero appena da quel tempo, ed è da lunga pezza che i risultati meno contestabili sono venuti a dare la più solenne smentita a quelle sinistre previsioni. Tutte le terre sono pienamente fruttifere; trenta ettari di vigne in modo mirabile piantate daranno un frutto eccellente e largamente compensatore: i palmizi nani e i rovi cedettero il luogo alla coltura più diligente; e tal è la forza dell’esempio che da ogni Iato in quella regione si vedono sorgere poderi particolari, e che queste terre, altre volte disprezzate, sono oggigiorno coperte di raccolti, e di una popolazione numerosa di lavoratori».

Per conoscere poi quali e quante sieno state le fatiche di questi oziosinel coltivare quell'orrido suolo, citeremo ancora la stessa raccolta degli Annales,ecc. (tom. I, pag. 343): La bella tenuta dei Trappiti di Stanoueli trovasi vicino a Sidi-Ferruch. Là viene eseguita una grande e savia coltura. Stanoueli solo è un vero centro di popolazione per il numero de' suoi abitatori, e l’importanza delle sue produzioni. Niuna parte dell’Algeria dimostrò meglio ciò che può un lavoro eroico e perseverante. I religiosi ivi stabiliti dovettero subire i più terribili accidenti; le malattie epidemiche e le febbri li decimarono. Individui e famiglie isolate avrebbero fino da' primi giorni preso la fuga scoraggiti, e atterriti. Ma lo spirito d’associazione (noi diciamo:lo spirito d’annegazione religiosa) e di solidarietà trionfò di questi ostacoli: il lavoro domò la natura ribelle. Stanoueli è oggidì notevole per la sua prosperità agricola: la salubrità vi è eccellente, e l’avvenire è assicurato. Le produzioni de' Trappiti di Stanoueli furono a ragione notate in tutte le esposizioni d'agricoltura della provincia, e riportarono il meritato premio. La concessione fu di 1020 ettari; circa 400 sono già seminati, o sono prati. Il valore degli edilizi è di oltre a 300 mila franchi. Quattro fontane, un’aranceria considerevole, due forni da calce, una fornace da mattoni, una fucina, una fabbrica di birra, una cura pel bucato, un laboratorio da falegname, e l’altro da carraio vi furono stabiliti. L’amministrazione aveva fatto molto; ma non ebbe da dolersi d’avere somministrato tali mezzi, per quanto fossero grandi, a quei pii e savii lavoratori» (p. 196).

Nel 1851 ottennero la medaglia d’oro, decretata all’industria dell’agricoltura: furono essi i primi che introdussero la macchina a vapore per battere il grano, E tale macchina è tanto più necessaria in quel paese quanto che il grano fortemente involto nel suo guscio, esige per essere sgranellato maggior forza, e d’altro lato la rarità delle opere, ossia lavoranti, le rende più costose.

L'Ami de la Religionadduce un’altra testimonianza più forte a prò dei Trappiti. Ecco le parole del prefetto dell’Algeria nella distribuzione delle medaglie nel 1854: «A Stanoueli noi ammiriamo il magnifico stabilimento dei Fratelli della Trappa, che contiene non meno di 1200 ettari coltivati da 200 uomini, I lavori dell’annata corrente (1854) ebbero per oggetto 250 ettari di cereali, lì ettari di mais. 15 di giardini da erbaggi e da frutti. Le piantagioni consistono in 25 ettari vigneti, e in 1500 gelsi ed alberi forestieri. Il materiale della coltivazione è composto di 70 buoi da lavoro, di 70 vacche da latte della più bella specie, di 20 cavalli e cavalle. Questa tenuta possiede inoltre in modo più completo tutti gli attrezzi d’agricoltura, una greggia di 1000 montoni ed un’altra di 600 maiali. Finalmente notiamo in questa possessione una cascina perfettamente installata, che somministra ad una parte della città d’Algeri il latte, ein ispecie burro di prima qualità».

Ma il più curioso si è, che lo stesso Journal des Débats,il quale nel dicembre del 1858 dà addosso al Trappiti, perché colla loro concorrenza rovinanogli agricoltori loro vicini, nel settembre del 1855 aveva un pomposo articolo ad onore e gloria degli stessi religiosi. Ecco la perorazione di quell’articolo Figli di questi eroi, raddoppiate l’affetto per la vostra feconda disciplina, poiché essa vi ha offerto nuovi orizzonti di carità, sante associazioni di tutti gli Ordini, tenere compagne di tutti i dolori, attaccatevi vieppiù, se è possibile, alla vostra cara povertà in mezzo delle nostre ingannatrici ricchezze. Pigliate la misura del vostro distacco dalle nostre passioni vane e cupide, della vostra costanza dalla nostra instabilità, della vostra previdenza dalla nostra cecità. Moltiplicate i vostri alleviamenti, le vostre consolazioni, i vostri esempi, in proporzione delle nostre miserie e dei pericoli che sorgono dalle nostre prosperità fragili. Perseverate con continui benefizi, e ricordatevi di Don Giuseppe Maria, che tanto vi ha amati e servita».

Che ve ne pare? Quest’apostrofe piena di contrizione e di lagrime sulla fragilità, la vanità e gl’inganni delle ricchezze fragili, è degna di un Bourdaloue, o di un Bossuet. Anzi, si direbbe, che lo scrittore del volteriano e libertino giornale tutto ad un tratto si sentì trasmutato in uno dei figli di questi eroi, e mosso a partecipare all’ozio di que’ miserabili solitari! Ma, deposta la penna, il fervore del divoto giornalista svanì; e tornò alle sue ricchezze,lasciando i Trappiti ai legumi, al pan bigio ed all’eterno silenzio 1

Ma non vogliamo privare i nostri lettori di nna lettera citata nello stesso articolo del giornale des Débats. scritta da) P. Abate della Trappa, il 20 di maggio 1843. Eccola: Voi ci chiedete, che vi facciamo conoscere i nostri divisamenti, affinché non provino ritardo alcuno. La domanda è così giusta, che non voglio tardare a soddisfarvi. I fratelli della nostra colonia saranno, in Africa, religiosi agli occhi di Dio, e cittadini agli occhi della legge. Noi non ci presentiamo a) governo come un corpo, che esso non riconosce, ma come una società civile fondata sui principii del Codice. I Trappiti portano un abito religioso; ma non importa la forma od il colore del mantello, purché la sua ombra protegga gli afflitti. Gli uomini, che manderemo in Algeria, sono capaci di eseguire, giusta i migliori metodi, tutte le coltivazioni proprie di quel paese, come quelle dei cereali, della vite, del gelso, e dell'olivo. Essi si propongono di stabilire un podere modello, che potrà dare lezioni ed esempi a' coloni vicini. Questi uomini sono devoti al celibato; ma saranno i padri degli orfani, che alleveranno per l’aumento della grande famiglia francese. Le lezioni di morale e d’industria, che loro daranno, ne faranno, come giova sperare, tanti figli degni della patria. La nuova colonia avrà un medico, un farmacista, ed un ospizio per procurare soccorsi agli ammalati».

Noi dobbiamo qui por termine al nostro articolo, Ma inviliamo i lettori a considerare questo quadro. Un’associazione, la quale tiene tutta la sua forza dalla religione per far del bene agli uomini, e questi non vogliono riconoscerla come associazione religiosa. Un governo, che sì serve di questa Società religiosa proclamando gli eccellenti vantaggi, che essa reca al paese, eppure la avversa, e osteggia, come ordine religioso, e tutti gli Ordini religiosi con essa. Un’associazione di uomini viventi nella più orrida povertà, a segno, che non havvi operaio, o mendico, il quale viva una vita più dura, i quali lavorano meglio di qualunque agricoltore, e sorpassano tutti per l’eccellenza e l’abbondanza dei frutti, che traggono dalle terre più ingrate. E finalmente un giornalista, il quale, dopo aver fatto un elogio magnifico di questi eroi dell'agricoltura, ora li denunzia come la rovina degli agricoltori.

IRLANDESI INSIGNI FUORI D’IRLANDA

(Dall’Armonia,del 1858, pag. 1204)

Un giornale irlandese The Nation,pubblica una curiosa lista di Irlandesi, i quali oggidì occupano cariche cospicue ne’ paesi stranieri. Quest’elenco dimostra qual è il danno, che il governo inglese arreca al paese privandolo dei servizi di tante e sì segnalate persone. Egli è naturale, che un uomo dotato di grande ingegno e di spiriti generosi, non potendo farli valere in casa propria, si trova costretto a spatriarsi per trovare ne paesi stranieri ciò che loro è negato nel proprio. Nel novero di questi personaggi notiamo sua Eminenza il Cardinale Wiseman, e Monsignor Talbot di Malabide, cameriere segreto del Sommo Pontefice. In Austria havvi il conte O’Donnell, primo aiutante di campo dell'Imperatore, il feldmaresciallo conte Nugent, il feldmaresciallo Fitzgerald, il conte Taafe, primo presidente dell’alta Corte di Giustizia, ecc. Il Belgio presenta i nomi del barone Fallon, presidente della Corte dei Conti, di otto o dieci membri del Senato, ecc. In Francia sono d’origine irlandese, il generale MacMahon, governatore dell'Algeria, il generale Niel, cinque Senatori, parecchi Pari di Francia sotto i passati governi, ecc. il maresciallo O’Donnel, presidente del Consiglio dei ministri di Spagna è oriundo irlandese, come pure il ministro della marina, Giuseppe Mac-Crogham, e varii marescialli di campo. È pure di origine irlandese il presidente degli Stati Uniti. La Sassonia, la Grecia, il Canada, la Nuova-Scozia, il Messico, l’Australia, somministrano altresì il loro contingente all’elenco della Nation.


UGO FOSCOLO AUSTRIACO

(Dall’Armonia,del 1858, pag. 1209)

Si sa la venerazione che hanno i nostri Italianissimi per Ugo Foscolo. Or bene, la Sferzadel 28 di dicembre prova che Foscolo era austriaco, citandone le parole quali si leggono nelle lettere di quell'ingegno unico, ultimamente stampate a Firenze dal Le Monnier. Il 5 di dicembre del 1814, quando Milano erasi occupata dagli Austriaci con alla testé il maresciallo Bellegarde, Ugo Foscolo veniva avvertito che alcuni suoi amici erano stati arrestati. Or bene, ecco che cosa egli scriveva in proposito alla contessa d’Albanya Firenze — l’amica dell’immortale Alfieri: «Fatto sta che questi disgraziati e pazzi insieme si saranno cacciati in capo di fare delle novità; e mentre io e tutti gli altri andavano benedicendo il cielo della moderazione paterna dell’Austria, questi sciagurati hanno trovato il mezzo d’irritare l’Imperatore. Si stava quieti, e dovea ba starci. Quando le cose non erano ancor terminate per via di trattati, ho creduto mio dovere di tornarmi anch’io armato e a cavallo; ma, finita la guerra, i miei doveri cittadineschi e militari sono finiti, e si restringono in tre soli oggimai: di vivere dignitosamente tacito, di non eccitare le fazioni dei miei «compatrioti, e di obbedire alle leggi del principe, sotto il quale sta la mia patria. Invece questi altri pare che abbiano sperato, o per esprimermi più precisamente, vaneggiato, di farsi liberi per mezzo di frammassonerie e congiure, se è pur vero, ciò che si va dicendo su l’arresto di quei pazzi. È cosa deplorabile l’esser condannato come delinquente; ma l’essere condannato come reopazzo è deplorabile insieme e ridicolo ((143))».

Cori parlava e scriveva in circostanze simili alle nostre il fiero e incorrotto autore dei Sepolcri,e se le massime sue si fossero seguite dal 1849 a questi giorni nel Lombardo-Veneto, quanti dolori risparmiati, quanti vantaggi non ri sarebbero procurati alla patria! — L’osservazione è della Sferza.

FINE DEL SECONDO VOLUME

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NOTE

(1) Dispaccio del generale de Launav al generale Hess, 2 di aprile 1849.

(2) Lettera al generale Dabormida, 13 di aprile 1849.

(3) Dépêches de M. le Président de Conseil à messieurs Abercrombv et de BoisleComte, à Turin, 47 avril 1849.

(4) Dispaccio del ministero ai cavalieri Dabormida e Boncompagni, 18 aprile 1849.

(5) Vedi ¡torelli, Raccolta, pag. 1228.

(6) Sessa, De Judaeis, pag. 271. Vedi pure la Pratica legale, parte 2°, tom. Ili, pag. 258 edizione seconda.

(7) Guizot, Hist. de la civilis. en Europe, pag. 145 e 171; ediz. di Brasilie.

(8) Scipione Ammirato, Storia fiorentina.

(9) Guizot, Opera citata.

(10) Limbork, Hist. inquis., liv. I, cap. 20, 25 Muratori, Antiq. ital. diss., XVI. In Italia si rifuggirono gli ebrei cacciati dalla Francia ne varii tempi.

(11) Essai, cap. 103.

(12) Cibrario, Storia di Torino, voi. I, pag. 392.

(13) Dotata, Raccolta di leggi, tom. Il, pag. 298.

(14) Vedi il giornale La Ragione, n° 94, pag. 244.

(15) Vedi la Rivista del La Farina, morta e sepolta, alla pag. 341.

(16) Vedi il Cimento, morto e sepolto come la Rivista, pag. 1029.

(17) Cimento pag. 1023.

(18) S. Paolo ad Eph. IV, vers. 14.

(19) Ragione, n° 26, pag. 152.

(20) Ragione, n° 89, pag. 175.

(21) Bavle, Dictionnaire art. Dee Barreaux.

(22) OEuvres de Voltaire édition de Kel, T. LIX, pag. UT.

(23) Montaigne, Essais sur la morale.

(24) Leggi la bella lettera di Monsignor Rendu, premessa al libro dell'ab. Martinet, La Philosophie du Catechisme Catholique, Paris 1853.

(25) L’era novella ha fatto 1° il pozzo di S. Paolo, dove versammo milioni; 2° ha fatto la strada di Susa che fu guasta prima ancora che venisse messa in esercizio, e che lascia in disparte il luogo più cospicuo, e più frequentato, Rivoli; 3° ha fatto la stazione di Novara, da dove il viaggiatore che giunge, e crede d’essere in Torino, è obbligato ad intraprendere un secondo viaggio per entrare nella capitale. La nota sarebbe molto più lunga, se volessimo enumerare ciò che l’èra novella ha disfatto!

(26) L'origine di questo malaugurato affare fà, che uno dei due parrochi si mise a capo d’ima società di ballo di beneficenza per far costruire una cappella. Il Vescovo, dopo replicati avvisi al parroco di rinunciare a quella carico, lo sospese, ode trae; e il governo sostiene questi oppressi?

(27) Siècle de Louis XIV, tom. III, chap. 35.

(28) Élat du Saint-Siége et de la Courde Rome. Cotogne, tom. II, pag. 15.

(29) De l’Église Gallicane, ch. V.

(30) Ibid., ch. IV.

(31) Riguardo alle ritrattazioni fatte dai Vescovi francesi, vedi il nostro Soardi De sup. Rom. Pani, wct.. Ioni. II, pag. 120. I Vescovi dicono ad Innocenzo XII: «Ad pedes Bealitudinis vestrae provoluti profitemur et declaramus nos vehemenler quidcm et sopra id quod dici potcst ex corde dolere de rebus geslis in comiliis praedictis qui sancitati vestrae eiusque praedecessoribus summopere dispHeoerunt, ac proinde quidquid in eisdem comiliis circa ecclesiaslicam poteslalem et Ponlildam ascterìtateni decretum censeri potuit. pro non decreto habemus et habendum rete declaramus». Cod b Stesso Luigi XIV al medesimo Pontefice scriveva la famosa lettera autografa del 14 settembre 1693. e faceva la sua protesta di aver ordinato, che le cose contenute nell'editto che sanciva la dichiarazione n’avent pas de suite. (Vedi il Zaccaria, Antifebronius vindicatus, tom. II, diss. V, cap. V). Una corrispondenza parigina della Bilancia di Milano del 16 del cori, ci dice, che gli aderenti al gallicanismo sono rari nel clero, e che neppure un Vescovo di Francia consentirebbe e firmare quel celebre documento, cioè la dichiarazione del 1682.

(32) V. il Gaume, la Révolution, livraisons, pag. 284.

(33) Mercurio Svevo, n. 57, 8 di marzo. A quest’articolo ha risposto l’Amico del popolo austriaco del 16 di aprile.

(34) Vedi Annales catholiques de Genève, janvier 1857.

(35) Vedi l’Univers del 21 di aprile 1857.

(36) Sentiments de Napoléon sur le Christianisme, par le chev. de Beauterne, chap. 3, p. 31.

(37) Loc. cit.. chap. V, pag. 77.

(38) Ma Mission à Rome —Mai, 1849 — Mémoire présentà au Conseil d’État, par M. Ferdinand de Lesseps. Paris, 1849, pag. 38.

(39) Op. cit. pag. 39.

(40) Ivi, pag. 152.

(41) In questo momento ci giunge da Lipsia il secondo quaderno del Viaggio imperiale pubblicato dal signor J. J. Weber, dove sono raccolti tutti i documenti delle feste fatte dai Lombardo-Veneti all’imperatore Francesco Giuseppe.

(42) Atti Uffiz., del Parl., n° 459, pag. 1675, tornate della Camera dei Deputati del 6 di febbraio 1855.

(43) Opinione del 21 maggio, n° 110.

(44) Nord del 18 di maggio, 138.

(45) Il Constitutionnel afferma che l’arrestato è Felice Orsini, che non ha il titolo di conte.

(46) Così Dupin nell’udienza della Corte di Cassazione del 11 di marzo. Vedi Journal dei Débats, di marzo.

(47) Avec la coopération de M. de Lasalle, directeur de la Roquette, si ses fonctions le lui permettent.

FELICE ORSINI

(48) Plus les objets existants. FELICE ORSINI

Deux renvois approuvés.

(49) De la justice dans la revolution et dans l’Église.

(50) Opinione, del 1° febbrajo, 1857, N° 32.

(51) Conférence de Luther avec le Diable, racontée par lui-même, edizione del 1684; Vedi pure Audin, Vie de Luther, tom. I, pag. 558.

(52) Bossuet; Histoire des variations, lib. II, pag. 35.

(53) «Munter, Carlostadius, Pelasgus, aliique revelationes iactant, ut frequens erat iis temporibus hoc stratagema Sathanae in angelum lucis se transformantis.» vita Lutheri.

(54) Audio, Vie de Calvin, tom. Il pag., 128. — Dóllinger ha provato a luogo la Panurgia del Demonio nel sistema protestante. La Riforme, tom. II, pag. 400.

(55) Journal de Brunella, 8 di maggio 1858.

(56) Lettera al Risorgimento, 28 ottobre 1850

(57) Attitudine Satanae, Apocalip., cap. II 24; II ad Thess. II, 9. Secundum operationem Satana.

(58) Vie de Fènélon par le Cardinal Bausset, Ioni II, pag. 170.

(59) Negli atti del Sinodo di Salisburgo del 1569 (Dilingae, 1574, pag. 264, 265), nella Costituzione 52, intorno aí Simoniaci si legge: Dequo genere hominum cristianus scriptor recte exclamat:

O Simon Mage, o miseri secuaces,

Qui res divinas, quae bonitatis

Debent esse sponsae vos repaces

Ob aurum et argentum adulteratis.

È la traduzione letterale dei primi versi del canto XIX dell'Inferno di Dante.

(60) Leggesi nella Staffetta del 3 di luglio, Nom. 184 quanto segue: «Ateismo e religione. Quello che si diceva da mille a voce, e che noi dicemmo poi in ¡scritto, gli scrittori dell'Armonia essere atei; ora viene sostenuto con lungo ragionamento dal Nizzardo. In quel giornale troviamo oltre a ciò un calzante discorso di un curalo, il quale, stanco ornai, come tutti gli uomini religiosi, d’un giornalismo, che usurpa il nome della religione per farsene strumento di vendette e di prave passioni, alza coraggiosamente la voce per combatterlo». Non si capisce come questo curato, che sostiene resistenza di Dio contro l'Armonia, tenga nascosto il proprio nome. Se teme perfino di proclamare che Dio esiste, non può essere un buon curato.

(61) L'onorevole conte di Camburzano ci ha comunicato l’originale medesimo di questa relazione, e noi ne abbiamo conservato l’ortografia.

(62) Encvclopédie Nouvelle t tom. III.

(63) Une Journée à Genève, coup d’oeilsur le berceau de la Réforme au XX siècle.

(64) «Quod existimaret Deorum auxilia non minus in tostili, quam pacato solo quaerenda esse. Xenoph, Oratio de Agesilao, pag. 672.

(65) «Deorum ope sacrificiis et precibus implorata, ut pugnae sibi duces essent». Dionigi d’Alicarnasso, Antichità, ecc. lib. 9.

(66) Lib. 3°, De nat. Deorum.

(67) Tract. adv. Colot.

(68) Epist. 107.

(69) De l’éducation, tom. I, Ih. III. ch. Il, pag. 161.

(70) Chiesa della Consolata, che ora è affiliata dai sacerdoti Oblati di M. V.

(71) Vedi Londra, par Albert Montalembert, pag. 68, 69.

(72) «Et erit in die illa, in die adventus Gog super terram Israel, ait Dominus Deus, ascende indignatio mea in furore meo» (Ezeeh., cap. XXVIII, v. 18).

(73) «Gog iste Gothus est quem iam videmus exisse, de quo nobis promittitur Altura victoria, dicente Domino: et depraedabuntur eos qui depraedati eos fuerant»; lib. II, De fidei cap. ult.

(74) In queste e nelle altre allusioni non intendiamo di offendere menomamente le leggi e i poteri dello Stato, ma solo criticare gli abusi dei ministri.

(75) Lettera ai Membri della Corte d’Appello di Genova, stampata nell’Italia del Popolo del 24 di marze, N 85.

(76)

Nel primo numero del Pensiero ed Azione Mazzini ripete l’accusa; «Noi sappiamo, egli dice' avere nello scorso mese (agosto) il ministero sardo favorito o tollerato un imbarco d’armi fatto in Genova dagli esuli murattiani».

(77) Leggesi nel Patriota, riportato dal Piccolo Corriere d’Italia, organo della Società nazionale 1 seguente brano (funa corrispondenza di Cremona, datata 29 luglio: «Il vostro opuscolo... (La Rivai., ecc.) anche al microscopico partito mazziniano esistente qui ¿piaciuto tanto, che non si poteva ottener di più». Qual maraviglia? Tra La Farina e Mazzini è questione di personalità, non d’altra cosa; le dottrine sono identiche, ed ogni mazziniano di buona fede, fatta astrazione dell’uomo, aderirà di buon grado all'uno del pari ed all’altro. Più basso si aggiunge: «Il resto della Società nostra lo ha qui accolto come la espressione logicamente formulata del proprio pensamento». — É a ritenersi però, che chi scrisse non fosse che un solo! — (Patriota del 10 d’agosto 1858, N°3.)

(78) La logica non è la principal dote del sig. La Farina. Si esaminino solo i pochi seguenti paragrafi, tratti dalla prima pagina del suo secondo opuscolo. — «La rivoluzione (sono sue parole) non ha nessuna bontà o reità intrinseca, ma trae il suo carattere morale dalle circostanze, che ne determinano la giustizia, la necessità, l’opportunità, ovvero le doti contrarie. Dunque sono le circostanze, che fanno sì che la rivoluzione sia giusta, ovvero iniqua!! Eccovi dunque la giustizia dipendere dal caso!... Che ve ne pare? — Tiriamo avanti. Le vere rivoluzioni nascono dai bisogni morali, intellettuali, e materiali non soddisfatti, e dagli universali convincimenti (che cosa sono, di grazia» questi convincimenti universali?); ed il popolo non si rivolge mai a questo mezzo estremo e terribile, se non quando è profondamente convinto non resti a lui alcun’altra via di salute». — Ma se la rivoluzione d il mezzo estremo, di cui si serve il popolo per soddisfare ai bisogni morali e materiali, né vi ricorre, se non quando è convinto non gli resti altra via di salute, la rivoluzione è sempre giusta, e sempre santa, sebbene possa parere non opportuna, né utile. Il terzo periodo poi è un capolavoro di logica. — «Se è vero che la Società nazionale italiana esprime il bisogno ed il desiderio della grande t maggioranza del popolo italiano, la rivoluzione (notate bene) è problema di tempo e d'opportunità, «ma essa è già irrevocabile ne' fati della nazione». — Mille complimenti all'autore! Ma se la Società sullodata non esprimesse nullamente il desiderio degl'Italiani, la rivoluzione che razza di problema sarebbe? Sarebb’essa per ciò meno irrevocabile? Vivaddio! Non è strano che uomini siffatti abbisognino dall'estero di una patente di logica.

La Rivoluzione, la Dittatura, e le Alleanze, pubblicazioni della Società nazionale. (Discorso letto d approvato in adunanza generale il 29 di maggio 1858.)

(79) La Rivoluz, ecc., pag. 8, 11 e 12.

(80) Non certo alla destra!

(81) Nota bene, o lettore!

(82) Mazzini fa grazia all’imperatore Napoleone III, purché abbandonato l’impero, vada in esilio. «Bonaparte, esule una seconda volta, dovrebbe passeggiare impunemente tra noi».

(83) Lettera ai compilatori della Giovane Italia.

(84) Medita, lettore, su queste parole!

(85) Anche questo merita considerazione.

(86) Giustissima accusa!

(87) A generale Mieroslawski stampò nel 1855 aria memoria su questo argomento.

(88) Ecco una pagina eloquente di Montalembert nel suo Pie IX et lord Palmerston: «Mais quoi?nous oublions la Pologne: et vous, plénipotentiaires de l'Europe occidentale, et, comme disent quelques-uns, de l'Europe libérale, vous aussi, vous l'avez oubliée. Et cependant le droit d'intervenir, au moins diplomatiquement et moralement, dans le sort de ces vingt millions de chrétiens infortunés vous était assuré par les traités anciens. Les actes du Congrès de Vienne, tant de fois rappelés, inscrivaient dans le droit public de l'Europe la garantie de cette nationalité polonaise, toujours écrasée, toujours vivante, tour à tour évoquée ou trahie, selon les besoins de la politique occidentale. Je n'affirme pas que l'occasion fût favorable, bien qu'il soit difficile d'en imaginer une plus naturelle et plus directe. Je ne prétends pas que l'obligation fût impérieuse, bien que l'on n'en puisse guère citer de plus sacrées. Je dis seulement que, le grand tribunal des griefs européen une fois constitué c'était là le premier dont il dût se saisir. Puisque le Piémont et l'Angleterre se sentaient en veine et en droit de porter remède aux situations anormales, en voilà une bien digne de leur sollicitude.. Le Piémont, qui, avec raison, n'a pas trouvé que la Crimée fût trop loin poury aller verser le sang de ses soldats et ajouter à la gloire de son drapeau, ne pouvait prétexter ni la distance ni sa faiblesse. Et l'Angle-terre, qui tant de fois a fait vibrer la corde des sympathies publiques pour la Pologne au profit des grandes idées de liberté et d'humanité, pouvait s'apitoyer et s'indigner tout à son aise sur cette race généreuse qui regarderait comme un bienfait et comme une renaissance la condition dont jouissent les Italiens dans les pays les plus mal gouvernés de la Péninsule. Vous aviez là devant vous, les plénipotentiaires des trois puissances copartageantes; vous n'aviez qu'à leur demander, amicale-ment ou officieusement, comment leurs maîtres avaient interprété, dans le passé, et comment ils entendaient appliquer, dans l'avenir, les stipulations du droit public de l'Europe qui garantissaient à la Pologne une représentation ou des institutions nationales. (Article 1, er du traité de Vienne du 9 juin 1815). Mais non: dans ce Congrès où le Montenegro n'a pas été oublié, et où la principauté de Monaco a trouvé un avocat, le nom de la Pologne n'a pas été prononcé. Pas un vœu, pas une plainte, pas un mot n'est sorti des lèvres de qui que ce soit sur ce grand droit et cette grande infortune. Il y a plus. O dérision du sort! dirait un païen ou un fataliste; ô mystère, dirons-nous, de la Providence, presque toujours impénétrable dans ses châtiments comme dans ses récompenses! c'est une main polonaise qui a l'honneur de tenir la plume pour la France dans ce Congrès des nations; c'est sous la présidence d'un ministre dont le nom est si expressif que cet abandon de l'Europe est constate, proclamé, sanctionné, et qu'on efface, par ce silence opiniâtre et significatif; le dernier abri diplomatique de la nationalité polonaise!

(89) Il primo smembramento della Polonia è dovuto alle mene del re filosofo Federico il Grande, come prova Alexis di Saint-Priest nel vol. I de' suoi Études diplomatiques et littéraires.

(90) I tre punti di esclamazione sono del francese, che chiamasi Thomas Anquetil. Vedi Réponse d'un soldat à un diplomate sur la guerre d'Orient, 1855, pag. 218.

(91) Atti Uff., N° 452, pag. 1675, tornala del 6 di febbraio 1855.

(92) Vedi Memorie sull'Italia, e specialmente sulla Toscana, dal 1814 al 1850, di Giuseppe Montanelli, ex presidente del Consiglio dei ministri, ex triumviro del governo provvisorio toscano. Vol. I, Torino. Società editrice italiana, 1853, pag. 122 e seg., capitolo XVI: Il riformismo a Napoli.

(93) La Gazzetta del Popolo si scusa oggi di quella minaccia, dicendo che ha poi soggiunto: Dio tenga lontana una tale necessità. È una figura rettorica messa lì per avere una scappatoia. Ad ogni¡ modo, se la Gazzetta non invoca il 93, lo minaccia, e ci annunzia che gli esecrabili eccessi dei clericali provocheranno, com’è possibile, un altro 1793. Pasta questo per noi.

(94) Moniteur, 20 floréal, an. III.

(95) Moniteur, 9 thermid. an. VII.

(96) Moniteur, 7 di febbraio 1793.

(97) Histoire pittar, de la Cour. T. III, pag. 148.

(98) Moniteur, 23 ventóse.

(99) Histoire pitt, de la Cour, T. IV, pag. 180.

(100) Histoire pitt. de la Cour, T. IV, pag. 40 42.

(101) Visus Cordelier, N° 2, pag. 72; N° 6, pag. 145.

(102) Visus Cordelier, N° 6, pag. 162.

(103) Moniteur, 23 di dicembre 1793.

(104) Procés de Fouquier-Tinville, Bull. du trib. révolutionnaire N 18,

(105) Urbs tota interfectorum hominum referta est, capita pro rostris posita, reliqua corpora proiecta iacebant, etc. Dion. inAug., pag. 31, 53.

(106) Rapport sur les papiers trouvés chez Robespierre, T. I, pag. 9.

(107) Almanach dee prisons, écris par plusieun délenus. Paris, aulii, 4(a) édition.

(108) Almanach dee prisons, ecc.. pag. 62.

(109) Almanach des prisons, ecc., pag. 18.

(110) Prison de Port-Libre, pag. 172.

(111) Prison de la Conciergerie, pag. 48.

(112) Prison de Port-Libre.

(113) Etudes revolut., T. II, pag. 66.

(114) Rapport de Courtois, eco., T. I, pag. 293.

(115) La revolution, recherches historiques, T. IV, p. 230.

(116) Epitre VIII.

(117) Discours au Roi.

(118) 2.me Placet au Roi à l'occasion de la comédie de l'Imposteur.

(119) 1.er Placet.

(120) Les fâcheux, act. l. er, se. X.

(121) Poèmes sur les victoires du Roi.

(122) Ibid.

(123) Ibid.

(124) Dédicace de la 2. me partie des Fables.

(125) Caractères, ch. X.

(126) Sermon sur l’Impénitence finale.

(127) Sur les devoin dee Rote.

(128) Sermon sur l’ambition.

(129) Sermon sur la Résurrection.

(130) Sermon sur l’ambition,

(132) «Agere grato dii immortalibus prò tantae cladis nomino libet. Pastorum casas ignis ille, at flamma paupertatem Romuli abscondit. Incendium illud quid egit aliud, quam ut destinata hominum ac deorum domicilio civitas, non deleta, nec obruta, sed expiata potius, sed lustrata videatur». Fior., lib. I. cap. 13.

(133) «Timagenes felicitati Urbis inimicus, aiebat, Romae sibi incendia ob hoc unum dolori esse, quod sciret meliora resurrectura quae arsissent». SENECA, Epist. XCI.

(134) V. Trident., sess. 24, De Ref, cap. 16.

(135) Se una gran parte dei fondi destinati alla estinzione furono da parecchi anni divertiti in altro uso, per una somma che già ascende a L. 41,800,000, non se ne deve incolpare il Consiglio generale del Debito Pubblico, il quale non manco di fare a tale oggetto ripetute rimostranze, che ruppero allo scoglio della pretesa risponsabilità ministeriale. Dicesi anzi che il sig. Ministro, infastidito dalle frequenti osservazioni di quel corpo rispettabile, voglia capovolgere tutta la economia dell'istituzione tanto saviamente ordinata dall'antico Governo ponendo il servizio del Debito Pubblico sotto l'assoluta dipendenza del Ministero di finanze, e sotto l'unica salvaguardia della responsabilità ministeriale, quella larva sempre invocata e sempre inarrivabile.

(136) Vedi il resoconto presentato al Parlamento, 11 marzo 1854.

(137) Altrettanto probabilmente venne esportato nel 1857. Come stupire dunque per la scarsezza del numerario!

(138) Degli ultimi casi di Romagna. Italia 1846, pag. 17.

(139) «Quando altrimenti le leggi abbiano a rimanere ineseguite, noi non dobbiamo già rifuggire dall’ufficio di spia, di quello che un buon soldato si ricusi al dovere di boia», (Storia del Piemonte, vol. II, pag. 568).

(140) Gesuita Moderno, tom. V. pag, 458.

(141) Théor. dee quatre mouvements, oevres compl. Tom. I, pag. 291, e seg.

(142) L’Amour, parli. Michelet; Introd. pag. V.

(143) Epistolario di Ugo Foscolo, voi. H, pag. 94. Firenze, per Le Monnier, 1850.






















Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










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