
invia le tue domande, commenti, suggerimenti al dr. Giuseppe Ressa
Altre serie dello sesso autore:
Le Due Sicilie erano lo stato italiano preunitario più esteso territorialmente e comprendevano tutto il Sud continentale d’Italia, l’Abruzzo, il Molise, la parte meridionale del Lazio e la Sicilia, nel 1860 vi erano poco più di nove milioni d’abitanti. Era diviso in 22 province di cui 15 nel Sud continentale e 7 in Sicilia: Napoli e la sua provincia; Abruzzo Citeriore con capoluogo Chieti; Primo Abruzzo Ulteriore con capoluogo Teramo; Secondo Abruzzo Ulteriore con capoluogo L’Aquila; Basilicata con capoluogo Potenza; Calabria Citeriore con capoluogo Cosenza; prima Calabria Ulteriore con capoluogo Reggio; Seconda Calabria Ulteriore con capoluogo Catanzaro; Molise con capoluogo Campobasso; Principato Citeriore con capoluogo Salerno; Principato Ulteriore con capoluogo Avellino; Capitanata con capoluogo Foggia; Terra di Bari con capoluogo Bari; Terra d’Otranto con capoluogo Lecce; Terra di Lavoro con capoluogo Capua e poi Caserta; in Sicilia i capoluoghi di provincia erano: Palermo, Trapani, Girgenti (Agrigento), Caltanisetta, Messina, Catania, Noto.
La storia delle Due Sicilie era cominciata nel lontano 1130 con i Normanni e il loro sovrano Ruggero II, il regno durò 730 anni, i suoi confini rimasero in pratica invariati e comprendevano comuni che avevano spesso origine greca. Le dinastie che si susseguirono ebbero origini straniere e questo avvenne per l'oggettiva incapacità di generarne una propria ma occorre rilevare che i loro sovrani divennero in breve dei Meridionali a tutti gli effetti, assumendone la lingua e le usanze, i primi re furono, dunque, i Normanni (1130-1194), seguiti dagli Svevi (1194-1266), dagli Angioini (1266-1442) e dagli Aragona (1442-1503); a loro subentrarono gli Spagnoli (1503-1707) e poi gli Austriaci per solo ventisette anni (1707-1734); i più importanti sovrani delle varie casate furono nell’ordine: Ruggero II d’Altavilla , Federico II di Svevia, Carlo I d’Angiò, Alfonso I d’Aragona e il vicerè spagnolo Pedro de Toledo. Nel 1734 la Spagna rioccupò il Regno strappandolo agli Asburgo e iniziò l’era borbonica con i suoi re Carlo (1734-1759), Ferdinando I (1759-1825), Francesco I (1825-1830), Ferdinando II (1830-1859) e Francesco II (1859-1861).
Carlo, figlio di Filippo V, re di Spagna, e di Elisabetta Farnese, entrò in Napoli il 10 maggio 1734 restituendo alla Nazione la piena indipendenza, sotto uno scettro “che unisce ai gigli d’oro della Casa di Francia ed ai sei d’azzurro di Casa Farnese le armi tradizionali delle Due Sicilie: il cavallo sfrenato, vecchia assise di Napoli e la Trinacria per la Sicilia”[1]; l’incoronazione di Carlo si celebrò nel duomo normanno di Palermo nel 1735, a testimoniare la continuità della monarchia meridionale nata nello stesso luogo nella notte di Natale del 1130 con Ruggero II.
Nella successiva guerra contro l’Austria, del 1744, si può vedere dal comportamento dell’esercito, guidato dallo stesso Carlo e vittorioso a Velletri, quanto fosse sentita la necessità di un re delle Due Sicilie. “Amico, cominciamo anche noi ad avere una patria, e ad intendere quanto vantaggio sia per una nazione avere un proprio principe. Interessianci (interessiamoci, ndr) all’onore della nazione. I forestieri conoscono, e il dicono chiaro, quanto potremmo noi fare se avessimo miglior teste. Il nostro augusto sovrano fa quanto può per destarne”[2].
L’opera dei sovrani della dinastia borbonica fu, per molti versi, meritoria, con loro il Sud non solo riaffermò la propria indipendenza ma ebbe un indiscutibile progresso dell’economia. Grazie a ciò, all’epoca dell’ultimo re, Francesco II, l’emigrazione era sconosciuta, le tasse molto basse come pure il costo della vita, il tesoro era floridissimo per non parlare poi dello sviluppo culturale che fece contendere a Napoli la supremazia culturale europea di Parigi; nel 1861 la percentuale dei poveri nel Sud era pari al 1.34% (come si ricava dal primo censimento ufficiale) in linea con quella degli altri stati preunitari.
“La rappresentazione del Mezzogiorno come un blocco unitario di arretratezza economica e sociale non trova fondamento sul piano storico ma ha genesi e natura ideologiche. I primi a diffondere giudizi falsi sugli inferiori coefficienti di civiltà su quell’area sono gli esuli napoletani che, nel decennio 1850-1860, con la loro propaganda antiborbonica non solo contribuiscono a demolire il prestigio e l’onore della Dinastia, ma determinano anche una trasformazione decisiva nell’immagine del Sud”.[3]
“La storiografia ufficiale continua ancora oggi a sostenere che, al momento dell’unificazione della penisola, fosse profondo il divario tra il Mezzogiorno d’Italia e il resto dell’Italia: Sud agricolo ed arretrato, Nord industriale ed avanzato. Questa tesi è insostenibile a fronte di documenti inoppugnabili che dimostrano il contrario ma gli studi in proposito, già pubblicati all’inizio del 1900 e poi proseguiti fino ai giorni nostri, sono considerati, dai difensori della storiografia ufficiale: faziosi, filoborbonici, antiliberali e quindi non attendibili “[4]
Dopo la caduta del regno del Sud al coro di lagnanze degli esuli rientrati in Patria si aggiunsero anche gli uomini che avevano servito i Borbone e, come faceva rilevare Francesco Saverio Nitti ai primi del 1900: “Una delle letture più interessanti è quella dell’Almanacco Reale dei Borboni e degli organici delle grandi amministrazioni borboniche. Figurano quasi tutti i nomi di coloro che ora esaltano più le istituzioni nostre [del regno d’Italia] o figurano, tra i beneficiati, i loro padri, i loro figli, i loro fratelli, le loro famiglie“[5].
In realtà la “Questione meridionale”, tutt’oggi irrisolta, nacque dopo e non prima dell’unità.
Persino un ufficiale piemontese, il conte Alessandro Bianco di Saint-Joroz, capitano nel Corpo di Stato Maggiore Generale, scrisse nel 1864 che “Il 1860 trovò questo popolo del 1859, vestito, calzato, industre, con riserve economiche. Il contadino possedeva una moneta e vendeva animali; corrispondeva esattamente gli affitti; con poco alimentava la famiglia, tutti, in propria condizione, vivevano contenti del proprio stato materiale. Adesso è l’opposto. La pubblica istruzione era sino al 1859 gratuita; cattedre letterarie e scientifiche in tutte le città principali di ogni provincia. Adesso veruna cattedra scientifica……Nobili e plebei, ricchi e poveri, qui tutti aspirano, meno qualche onorevole eccezione, ad una prossima restaurazione borbonica”[6]
La popolazione dai tempi del primo re della dinastia borbonica Carlo III (1734) a quelli di Ferdinando II (1859) si era triplicata ad indicare l'aumentato benessere (è chiaro che si parla di livelli di vita relativi a quei tempi quando il reddito pro capite in Italia era meno di un quarantesimo di quello di oggi e molte delle comodità attuali erano inesistenti), la parte attiva era poco meno del 48%.
La politica economica dei sovrani meridionali fu improntata a migliorare l’agricoltura che rappresentava l’attività prevalente nel Sud, come nel resto d’Italia e di gran parte d’Europa, favorendo, inoltre, lo sviluppo della prima industrializzazione degli stati preunitari italiani, dell’artigianato e del commercio.
Dal censimento ufficiale del 1861 si deduce che, al momento dell’unità, le Due Sicilie, pur costituendo il 36.7% della popolazione totale italiana, davano impiego nell’industria ad una forza-lavoro pari al 51% di quella complessiva degli stati italiani[7]: cantieristica navale, industria siderurgica, tessile, cartiera, estrattiva e chimica, conciaria, del corallo, vetraria, alimentare. All’inizio del processo di industrializzazione fu necessario, per permettere alle giovani fabbriche nazionali di raggiungere un livello competitivo, un sistema di protezioni doganali, analogo a quello esistente in altri Stati; il “protezionismo” fu poi gradualmente mitigato dal 1846, l’obiettivo, in quel momento, era di inserire l’industria, ormai matura, nel meccanismo del commercio europeo, si strinsero, quindi, numerosi trattati commerciali. indice
![]()
La critica liberistica ha bollato la politica economica dei sovrani meridionali, definendola un “fallimento autarchico”, figlia del loro “paternalismo” e del “protezionismo” (le industrie meridionali, ad esempio, sono state chiamate “baracconi di regime”); in questo modo, però, si dimentica che il principio su cui era basata l’economia borbonica era proprio quello di uno sviluppo guidato e sostenuto dallo Stato che mirava soprattutto a salvaguardare gli interessi dei ceti popolari. I dazi sull’esportazione dei prodotti alimentari, per esempio, facevano parte di questa impostazione perché permettevano di vendere, all’interno dello stato, i generi di prima necessità ad un prezzo basso, oggi si direbbe “politico”, soddisfacendo in questo modo le esigenze alimentari della popolazione e colpendo contemporaneamente gli interessi degli agrari.
Essi divennero, per questi motivi, i più acerrimi nemici della Monarchia trasformandosi in accesi sostenitori dell’ideale politico unitario italiano, a guida piemontese, che prometteva loro una politica economica liberista, favorevole ai loro interessi; anche la borghesia, con gli stessi intenti, fece questa scelta lasciando così la Dinastia meridionale priva dell’ appoggio politico delle principali classi economiche del Paese. Queste ultime affermavano che “una politica economica che pretendeva di produrre tutto e di trovare all’interno i consumatori di tutto, non poteva che fallire ed un progresso industriale ottenuto a forza di dazi non poteva che essere rachitico”[8], solo una politica economica liberista avrebbe potuto fare da volano all’economia del Mezzogiorno aumentando, in questo modo, anche gli introiti fiscali, utili a ridurre il debito pubblico; i sostenitori della politica economica a guida statale, di rimando, affermavano che le Due Sicilie, essendo un piccolo stato, non erano e non potevano diventare l’Inghilterra o la Francia e che quindi era più logica una “economia protetta” dai dazi di importazione e di esportazione la quale mirasse solo alla soddisfazione dei consumi interni.
Anche a livello del pensiero accademico le opinioni furono a lungo discordi (il Sud vantava una scuola di primissimo ordine tanto che proprio a Napoli nacque nel 1754 la Prima cattedra universitaria al mondo di Economia Politica con Antonio Genovesi) e solo verso il 1850 prevalse la corrente che appoggiava il liberismo puro fautore della libera iniziativa privata, della caduta di ogni barriera doganale protezionistica e del divieto da parte dello Stato di intervenire come parte digerente nello sviluppo economico. I due schieramenti (agrari e borghesi da una parte, sostenitori della politica statalista dall’altro) sono stati entrambi accusati di sostenere le loro rispettive tesi per motivi puramente strumentali: i primi, trasformatisi in idealisti unitari, preoccupati in realtà solo dei loro interessi economici, i secondi, a loro volta, dediti solo a rafforzare la monarchia assoluta meridionale, che garantiva le loro cariche pubbliche, contro il movimento unitario italiano, paladino del liberismo economico.
Fedele alla sua impostazione di politica economica statalista, Ferdinando II incentivò l’opera dell’Istituto d’Incoraggiamento, che era inizialmente alle dipendenze del Ministero dell’Interno e poi, nel 1847, del neonato Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio.
Questa istituzione centrale coordinava l’attività delle varie Società economiche che erano nate già nel 1810, sotto la dominazione francese, e che furono potenziate dal Borbone estendendo il loro campo di azione dalla sola agricoltura all’industria, al commercio e all’artigianato: il loro compito era non solo quello di fornire ai funzionari statali provinciali (gli intendenti) informazioni e analisi statistiche sulle attività produttive, ma soprattutto quello di diffondere l’ “istruzione tecnica specifica” agli addetti dei vari settori economici, con lo scopo di ottimizzare il loro lavoro.
Negli altri stati italiani ed europei esistevano analoghe associazioni ma, di solito, erano private, mentre nelle Due Sicilie erano strumento del governo centrale, pur se negli anni si guadagnarono una certa autonomia.
Così, grazie alla guida di re Ferdinando II, già nel 1843 gli operai e gli artigiani raggiunsero il 5% dell’intera popolazione occupata per poi raggiungere il 7 % alla vigilia dell’unità, con punte dell’ 11% in Campania (che era la regione più industrializzata d’Italia), queste percentuali erano in linea con quelle degli altri stati preunitari; complessivamente, per quanto riguarda la parte continentale del Regno, nel 1860 vi erano quasi 5000 fabbriche .
Il ceto operaio meridionale fu il primo in Italia ad inscenare manifestazioni di protesta per reclamare aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro[9]; era il datore di lavoro, infatti, a fissare il salario e l’orario, eppure in occasione del Congresso degli Scienziati, tenutosi a Napoli nel 1845, si affermò che essendo nel Regno delle Due Sicilie “più facile e meno caro il vitto, non è il caso di apportare variazioni salariali”[10].
La bilancia commerciale del Regno delle Due Sicilie era in attivo attiva negli scambi con gli altri stati preunitari italiani, eccettuata la Toscana; con le potenze europee era in passivo, eccetto con l’Austria, ma se paragoniamo i dati del 1838 con quelli del 1855 si notano dei segni di ripresa a confermare una progressiva espansione economica[11].indice
![]()
Nel Sud, a Pietrarsa, era attiva la più grande industria metalmeccanica d’Italia estesa su una superficie di più di tre ettari, l’unica in grado di costruire motrici navali[12] e le Due Sicilie erano l’unico Stato della penisola a non doversi avvalere di macchinisti inglesi per la loro conduzione poiché, dalla sua fondazione, fu istituita la “Scuola degli Alunni Macchinisti”.
Erano costruiti anche locomotive e vagoni, inoltre solo Pietrarsa possedeva la tecnologia avanzata per realizzare i binari ferroviari; questa officina meccanica, nata nel 1840, precedeva di 44 anni la costruzione della Breda e di 57 quella della Fiat, era molto rinomata in tutta Europa.
I Savoia, ben quindici anni più tardi, a metà dell’800, chiesero e ottennero di poterla riprodurre in scala, senza pagare i diritti, nel primo stabilimento metalmeccanico del regno di Sardegna, la futura Ansaldo di Genova; anche lo Zar Nicola I, dopo averla visitata, la prese come esempio per la costruzione del complesso di Kronstadt.
Alla vigilia dell'unità, al Nord solo l'Ansaldo di Genova è a livello di grande industria, tuttavia essa aveva 480 operai contro i 1.000 di Pietrarsa; inoltre, accanto a Pietrarsa sorgevano la Zino ed Henry (poi Macry ed Henry) e la Guppy entrambe con 600 addetti; quest’ultima fornì, tra l’altro, il supporto delle 350 lampade per la prima illuminazione a gas di Napoli (che fu la terza città europea ad averla, dopo Londra e Parigi).
Nel 1861, al momento dell’unità, vi erano tre fabbriche in Italia in grado di produrre locomotive: Pietrarsa, Guppy ed Ansaldo, due erano al Sud e la loro efficienza e concorrenzialità è comprovata dal fatto che prima dell’unità esportassero in Toscana, affrontando maggiori costi di trasporto rispetto alla più vicina Ansaldo di Genova.
La prima locomotiva italiana fu finita di costruire a Pietrarsa il 19 giugno 1836; nel 1846 furono vendute al Regno di Sardegna, allora privo di fabbriche industriali, alcune locomotive che furono consegnate dal 1847 e regolarmente pagate, i loro nomi erano Pietrarsa, Corsi, Robertson, Vesuvio, Maria Teresa, Etna e Partenope[13].
Nel cuore dell’aspra montagna calabra, attorno a Serra San Bruno, sorgeva, in un’area di 12.000 metri quadrati, la ferriera di Mongiana, vicino alla quale più tardi fu costruita Ferdinandea; il complesso siderurgico calabrese era, fino al 1860, il maggiore produttore d’Italia di materia prima e semi-lavorati per l'industria metalmeccanica lavorando a pieno regime 13.000 cantaja di ghisa annue (1.167 tonnellate) senza alcun segnale di crisi.
Oggi Mongiana è un piccolo borgo con pochi abitanti e Ferdinandea è spopolata, ma nel trentennio che precedette la fine del regno il fermento era vivissimo; basta ricordare che nel marzo del 1861, quando è proclamato il Regno d’Italia, gli addetti allo stabilimento di Mongiana erano 762 e si produceva ghisa e ferro malleabile d’ottima qualità compreso quello che servì per la realizzazione delle catene, di circa 150 tonnellate, dei due magnifici ponti sul Garigliano e sul Calore, costruiti rispettivamente nel 1832 e nel 1835.
Altri impianti metallurgici erano attivi in tutti il Sud ma è “impossibile elencare tutti i piccoli e medi opifici metalmeccanici sorti grazie all’intraprendenza degli artigiani locali o di imprenditori del settore tessile interessati ad acquistare le macchine necessarie”[14]; a riprova della crescita di questo ramo dell’industria è il forte incremento dell’acquisto del ferro all’estero. indice
Il Meridione possedeva una flotta mercantile pari ai 4/5 del naviglio italiano ed era la quarta del mondo, ne facevano parte oltre 9800 bastimenti per oltre 250mila tonnellate ed un centinaio di queste navi (incluse le militari) erano a vapore[15]; con circa quaranta cantieri di una certa rilevanza.
Il primo vascello a vapore del Mediterraneo fu costruito nelle Due Sicilie e fu anche il primo al mondo a navigare per mare e non su acque interne: era il Ferdinando I, realizzato nel cantiere di Stanislao Filosa al Ponte di Vigliena presso Napoli, fu varato nel 1818; persino l’Inghilterra dovette aspettare altri quattro anni per metterne in mare uno, il Monkey, nel 1822. All’epoca fu tanto grande la meraviglia per quella nave, una due alberi con fumaiolo centrale sostenuto da tiranti, che fu riprodotta dai pittori in numerosi quadri, ora sparsi per il mondo, come ad esempio quello della Collezione Macpherson o l’altro della Camera di Commercio di Marsiglia. Il cantiere di Castellammare di Stabia, con 1.800 operai, era il primo del Mediterraneo per grandezza e al momento della conquista piemontese era sul punto di essere attrezzato per la lavorazione di scafi in ferro, l'arsenale-cantiere di Napoli con 1.600 operai era l'unico in Italia ad avere un bacino di carenaggio in muratura lungo 75 metri.
Sono patrimonio delle Due Sicilie anche: la prima compagnia di navigazione a vapore del Mediterraneo (1836) che svolgeva un servizio regolare e periodico compreso il trasporto della corrispondenza, la prima flotta italiana giunta in America e nel Pacifico e la stesura del primo codice marittimo italiano del 1781 (ad opera di Michele De Jorio da Procida, che fu plagiato da Domenico Azuni il quale se ne assunse la paternità), ultimo prodotto di una tradizione che risaliva ai tempi delle Tavole della Repubblica marinara di Amalfi e delle legislazioni meridionali successive; le principali scuole nautiche erano a Catania, Cefalù, Messina, Palermo, Riposto (CT), Trapani, Bari, Castellammare, Gaeta, Napoli, Procida, Reggio [16]; si riaprirono porti come quello di Brindisi (1775) che erano chiusi da secoli, navi come il “Real Ferdinando” potevano trasportare duecento passeggeri da Palermo a Messina e Napoli, veniva anche stipulata la prima convenzione postale marittima d’Italia.
Nel 1831 entrò in servizio la “Francesco I” che copriva la linea Palermo, Civitavecchia, Livorno, Genova, Marsiglia; con essa fu anche effettuata la prima crociera turistica del mondo, nel 1833, in anticipo di più di 50 anni su quelle che la seguirono, che durò tre mesi con partenza da Napoli, arrivo a Costantinopoli (con lo sbigottito sultano che la ammirava col binocolo da una terrazza) e ritorno tramite diversi scali intermedi; fu così splendida per comodità e lusso che fece dire “ Non si fa meglio oggi “ e “ Il Francesco I è il più grande e il più bello di quanti piroscafi siansi veduti fin d’ora nel Mediterraneo, gli altri sono inferiori, i pacchetti francesi “Enrico IV” e “ Sully” hanno le macchine di forza di 80 cavalli (mentre la macchina del Francesco I è di 120) ….i due pacchetti genovesi si valutano poco, il “Maria Luisa” (del Regno di Sardegna) è piccolo, la sua macchina non oltrepassa la forza di 25 cavalli, e quantunque una volta siasi fatto vedere nei porti del Mediterraneo, adesso è destinato per la sola navigazione del Po.”[17].
Nel 1847 fu introdotta per la prima volta in Italia l’innovazione della propulsione a elica con la nave
“Giglio delle Onde”; regolari servizi passeggeri erano operativi e collegavano i principali porti delle Due Sicilie; isole come Ponza, Ustica, Lampedusa, Linosa furono ripopolate affrancando la popolazione residente dallo stato di schiavitù in cui erano state ridotte dai pirati barbareschi. indice
Prima dell’unità il settore cotoniero vantava quattro stabilimenti nella parte continentale del regno ed uno in Sicilia con 1.000 o più operai ciascuno (1425 lavoravano per VonWiller a Salerno, 1160 in un’altra filanda della provincia, 1129 nella filanda di Pellazzano, 2159 in quella di Piedimonte e un migliaio nella Aninis-Ruggeri di Messina); nello stesso periodo gli stabilimenti lombardi a stento raggiungevano i 414 operai della filatura Ponti ed erano i più grandi di tutto il Nord.
Tutto il Salernitano divenne il comprensorio in cui si concentrò per eccellenza l’industria tessile che fiorì anche nella valle del Liri, nel circondario di Sora, ad Arpino; “Un particolare riferimento va fatto per il lino e la canapa: con quest’industria, nella quale trovavano impiego ben 100.000 tessitrici e 60.000 telai, fu così dato lavoro a tutto un mondo rurale prevalentemente femminile”[18].
Il medesimo sviluppo coinvolge la produzione della lana grazie al miglioramento degli allevamenti, sono inoltre introdotti molti capi di razza “merino” e la manifattura conserva prevalentemente i caratteri di industria domestica per il parziale processo di trasformazione del manufatto.
Il Sud è invece nettamente svantaggiato per la produzione della seta ove incide solo per il 17.5% della produzione complessiva italiana ma in seguito all’incremento di nuove piantagioni di gelsi ed all’allevamento del baco si ha dal 1835[19] un rinnovato sviluppo dell’industria della seta; le filande sorgono in Calabria, in Lucania, in Abruzzo.
Notissimo in tutta Europa era l’opificio di San Leucio con un regolamento interno, redatto da re Ferdinando I; ricordiamo anche gli stabilimenti di Nicola Fenizio che davano lavoro a più di 4mila persone e la cui produzione era largamente esportata in tutto il mondo, raggiungeva un tale grado di perfezione che i concorrenti arrivarono a contraffarne il marchio. indice
A livello internazionale erano le fiorentissime cartiere meridionali dell'epoca, ricordiamo quella celebre di Fibreno, la più grande d'Italia e una delle più note d'Europa con 500 operai, oltre a quelle del Rapido, della Melfa, della costiera amalfitana; nella sola valle del Liri[20] il giro d'affari delle nove cartiere della zona era di 8-900 mila ducati annui grazie agli ingenti investimenti fatti per dotarle delle migliori tecniche dell'epoca. Già ben prima dell'unità, le cartiere avevano destato l’ammirazione dei più grossi industriali del ramo; nel 1829 Niccolò Miliani proprietario delle note cartiere di Fabriano, venne al Sud nella Valle del Liri e si meravigliò di vedere “un foglio di carta come un lenzuolo”, si chiedeva “come diavolo si potevano ottenere formati così grandi."
Le cartiere del Sud, grazie all’elevata qualità del prodotto esportavano in misura notevole, oltre che nell’Italia settentrionale, anche a Londra malgrado costi di trasporto assai gravosi. indice
Il Sud disponeva dell'importantissima produzione dello zolfo siciliano, che nella prima metà dell'Ottocento copriva il 90% della produzione mondiale e da sola assorbiva il 33% degli addetti di tutta l'industria estrattiva italiana, già nel 1836 si contavano 134 zolfare attive; aveva un peso economico notevolissimo e ancora negli anni immediatamente post-unitari i 2/3 delle esportazioni chimiche vengono dal Sud; non si dimentichi che la chimica industriale dell’800 è quasi del tutto basata sullo zolfo, specialmente l'industria degli esplodenti per le armi; è pertanto chiaro l’enorme valore strategico di tale produzione ed il conseguente atteggiamento dell’Inghilterra nella questione “degli zolfi siciliani”.
A Napoli e dintorni sorsero fabbriche di amido, di cloruro di calce, di acido nitrico, di acido muriatico, di acido solforico ed infine di colori chimici; le risorse del sottosuolo (zolfo, ferro, bitume, marmo, pozzolana) erano sapientemente sfruttate a livello industriale. indice
Era un settore notevolmente sviluppato e di gran pregio, a Napoli, a Castellammare, a Tropea, a Teramo; in Puglia erano sorte buone concerie e cuoi esteri giungevano nel regno per l’ultima finitura, erano prodotti finimenti di cavalli e carrozze, selleria, stivali, cuoi di lusso, esportati in Inghilterra, Francia, America. Nell’ambito della lavorazione delle pelli ci si specializzò nella produzione di guanti (il quintuplo della produzione del nord) e questa lavorazione attribuirà il nome ad uno dei più popolari quartieri di Napoli. I guanti napoletani erano reputati i migliori d’Europa (se ne producevano il quintuplo di Milano, Torino e Genova messe assieme) e costavano meno di quelli prodotti in Francia, per questo si esportavano ovunque, anche in Inghilterra dove l’Arsay, redigendo le leggi del perfetto gentiluomo, asseriva la necessità dell’uso di sei diverse paia di guanti al giorno. indice
Particolarmente pregiati i coralli del mare in prossimità di Trapani, della penisola sorrentina, di Capri; erano dei più vari colori, dal bianco marmoreo, al rosso, al nero d’ebano ed erano destinati all’oreficeria e all’ornamento di arredi e oggetti sacri.
La pesca era faticosa e pericolosa, era effettuata calando delle reti speciali lanciate in mare con le barche in movimento, quando si impigliavano, si effettuavano varie manovre dei battelli, tramite una specie di argano, riuscendo alla fine ad issare il corallo a bordo; i più arditi erano i corallari di Trapani che riuscivano a sfidare persino i corsari barbareschi, seguiti da quelli di Torre del Greco che vantavano dalle tre alle quattrocento feluche con sette uomini ognuna. Michele di Iorio, insigne autore del “Codice di navigazione“ sotto Ferdinando IV, redasse anche un “codice corallino“ ; fu istituita la “Compagnia del corallo” per eliminare lo strozzinaggio e facilitare il credito, furono fondate fabbriche per la lavorazione a Torre del Greco ed a Napoli.
L’industria del corallo era così fiorente che si arrivò in breve a quaranta fabbriche con tremiladuecento operai; fu istituita anche un’apposita fiera, dal primo all’otto maggio di ogni anno, molto frequentata da compratori stranieri. indice
Situate in Puglia ed in Sicilia erano le più importanti d’Europa.
Le prime erano considerate dai Borbone “la perla della loro corona“, soprattutto Ferdinando II le predilesse visitandole più volte e migliorando le condizioni di vita dei salinari tanto che nel 1847, in località San Cassiano, fondò la colonia agricola di San Ferdinando di Puglia, popolandola con i lavoratori delle Saline e distribuendo gratuitamente i terreni ed i capitali per le case popolari; così, in vent’anni, la popolazione locale raddoppiò di numero ad indicare l’aumentato benessere; nel 1879, con regio decreto, le Saline furono ribattezzate “Margherita di Savoia”; il sale della Puglia era molto apprezzato, tanto da essere preferito a quello spagnolo ed era sfruttato sia per scopi alimentari sia per usi industriali. Di straordinaria importanza erano anche le saline siciliane “nella sola area di Stagnone (bacino marino antistante Trapani) si trovavano trentuno saline con centinaia di mulini a vento (quelli a sei pale in legno di tipo olandese) che davano una produzione annua di ben 110mila tonnellate di sale”[21].indice
A Napoli sorgevano due grandi fabbriche di vetri e cristalli, per le quali si erano fatti venire operai e macchine dall’estero; in breve la produzione del Regno poté competere con quella di Francia e Germania e i quattro quinti della richiesta nazionale erano soddisfatti dall’industria napoletana, parte dei vetri prodotti era esportata a Tunisi, ad Algeri e persino in America. Ci sembra poi superfluo soffermarsi sulla fabbrica di porcellane di Capodimonte, voluta da Carlo III e famosa in tutto il mondo, era la punta di diamante di 500 industrie di ceramica e materiali edili che davano lavoro a 36mila operai. indice
Circa la produttività della terra i dati[22] indicano che nel 1860 il Sud, che conta il 36.7 % della popolazione d’Italia, pur non avendo nulla che si possa paragonare alla pianura padana produce:
il 50.4% di grano, l’80.2% di orzo e avena, il 53% di patate, il 41.5% di legumi, il 60% di olio, favorito in questo anche dal clima che consente spesso due raccolti l’anno; di enorme importanza le coltivazioni di agrumi siciliani e di piante idonee al suolo arido: l'olivo, la vite, il fico, il ciliegio ed il mandorlo [23].
Nelle Due Sicilie non si moriva di fame, l’ultima vera grande carestia fu negli anni 1763-64 e successivamente, dai dati dei chilogrammi complessivi prodotti, divisi per numero di abitanti e per i 365 giorni dell’anno si ricava che un meridionale, tra grano e granaglie ha una razione quotidiana di 418 grammi di carboidrati i quali scendono a 270 nella restante parte della penisola che è costretta a ricorrere all’ importazione; la dieta del meridionale dell’epoca era quella tipica mediterranea, ricca di verdura, ortaggi, frutta, pesce, latte e derivati, pane e pasta.[24]
Particolare risalto è da dare all’opera di re Carlo di Borbone che introdusse una particolare riduzione delle tasse per i proprietari che avessero coltivato i loro terreni ad uliveto, fu così che da ogni albero di ulivo furono tagliati giovani rametti che, piantati nella buona terra pugliese, presto misero radici e oggigiorno di 180 milioni di alberi italiani ben 50 milioni sono localizzati in Puglia facendone la regione olivicola più importante del mondo con il 10% della produzione totale; un decreto emanato il 12 dicembre 1844 da Ferdinando II prescriveva la necessità di un “certificato di origine“ per l’olio di oliva che era esportato in tutto il mondo, Stati Uniti compresi.
L’industria alimentare era legata all'ottima produzione di grano duro e si vantava dei migliori pastifici d’Italia, circa cento (provincia di Napoli, Crotone e Catanzaro) che esportavano in molti paesi stranieri compresa Russia, America, Svezia e Grecia. Vivacissima era anche l’attività dei caseifici la cui lavorazione riguardava particolarmente il latte di pecora, ma il cui fiore all’occhiello era naturalmente la mozzarella di bufala; numerosissimi gli stabilimenti ittici (ad esempio le tonnare di Favignana), del pomodoro, famose le fabbriche di liquirizia in Calabria e dei confetti a Sulmona.
Un accenno alla pizza che, pur presente da secoli sulle tavole mediterranee, ha celebrato i suoi trionfi proprio nella Napoli capitale delle Due Sicilie; presente anche nella mensa dei re Borbone, questi l’apprezzarono ma non imposero nessun nome di famiglia[25].
Per quanto riguarda l’allevamento, considerando il numero dei capi, il Sud è in testa in quello ovino, caprino, equino e dei maiali, poco al di sotto del resto dell’Italia per quello caprino e molto al di sotto per quello bovino.[26] Tra gli Abruzzi e la Puglia continuava, come fin dall’epoca romana, la transumanza delle greggi che si svolgeva su sentieri chiamati tratturi; regolata da un codice molto particolareggiato, prevedeva il pascolo nel Tavoliere dal 29 settembre all’otto maggio, in quel mese si svolgeva la grande fiera zootecnica di Foggia alla quale era tradizione partecipasse il Re, vestito alla maniera paesana.
Infine segnaliamo la coltivazione e la lavorazione del tabacco dove il Sud è all'avanguardia con la importante manifattura di Napoli che occupa agli inizi degli anni '50 più di 1.700 operaie, poi ridotte per introduzione di macchinari più moderni, che esporta ed è conosciuta in tutta Europa..
Inoltre dal primo censimento della popolazione d’Italia del 1861 (a pochi mesi dall’unità) si ricava che il Sud, che contava 36.7% della popolazione italiana, aveva il 56,3% dei braccianti agricoli e il 55,8% degli operai agricoli specializzati; quando nel 1887-88 il protezionismo economico chiuderà gli sbocchi esteri, l’agricoltura del Sud subirà un colpo mortale questa non era, infatti, un’agricoltura di sussistenza e autoconsumo, bensì mercantile, destinata all’esportazione e a quel punto questa enorme massa di operai agricoli non ha più lavoro e non può far altro che emigrare. indice
Il 20 aprile del 1818 Ferdinando I emanò una direttiva che uniformava il sistema monetario della parte continentale ed insulare del regno delle Due Sicilie; l’unità di riferimento teorico della moneta duosiciliana, la più solida d’Italia, era il ducato, presente in circolazione come conio di 10 carlini, un carlino equivaleva a sua volta a 10 grana, per cui il grano era un centesimo del ducato; gli “spiccioli” erano rappresentati dal tornese (2 tornesi equivalevano a un grano) e infine dal cavallo (6 cavalli equivalevano ad un tornese) o in Sicilia per l'appunto il picciolo; caddero in disuso l’oncia ed il tarì siciliano. [27]
Usando apposite tabelle di conversione che valutano il potere di acquisto (1 lira del 1861 equivalente a 7.302,1732 lire del 2001), considerato che un ducato corrispondeva a 4 lire e 25 centesimi piemontesi
possiamo stabilire che il valore del ducato, rapportato ai giorni nostri, era di circa 16 € per cui un grano (che ne era il centesimo) valeva 0.16 €.
Le monete erano coniate in oro, argento e rame; esistevano tagli da 3, 6, 15, 30 ducati e multipli del grano e del tornese; i maestri incisori della Regia Zecca a S. Agostino Maggiore erano così rinomati in Europa, per la bellezza delle realizzazioni, che i saggi di conio dell’istituto d’emissione inglese erano spesso inviati a Napoli per un parere tecnico; tutto il sistema nel suo complesso era garantito in oro nel rapporto uno ad uno, la lira piemontese invece era garantita nel rapporto tre ad uno (ogni tre lire erano garantite da una sola lira oro).
La storia numismatica delle Due Sicilie risaliva a 2500 anni prima con le zecche della Magna Grecia, quando in molte parti d’Italia e del mondo era in uso il baratto in natura; ci pensò Garibaldi con il decreto del 17 agosto 1860 a sopprimere il plurimillenario sistema monetario siciliano e successivamente il governo unitario mise fuori corso il ducato con la legge del 24 agosto 1862 .
Le banche (“i banchi”) nel 1700 erano sette (S.Giacomo, del Salvatore, S.Eligio, del Popolo, dello Spirito Santo, della Pietà e dei Poveri) e le loro condizioni si mantennero floridissime fino alla fine del secolo; nel 1803 ci fu il primo accorpamento che fu completato il 12 dicembre del 1816 con la creazione del “Banco delle Due Sicilie” che successivamente si chiamò “Banco di Napoli” nella parte continentale del regno e “Banco di Sicilia” nell’isola; in questi istituti si aprivano conti correnti e si concedevano prestiti a mutuo o su pegni come negli antichi banchi.[28]
Il costo della vita era basso rispetto agli altri stati preunitari e lo si può dimostrare paragonando i salari, che pure non erano certo elevati, con il costo dei generi di prima necessità.
La giornata di lavoro di un contadino era pagata 15-20 grana, quella degli operai generici dai 20 ai 40 grana, 55 per quelli specializzati; 80 grana spettavano ai maestri d’opera; a tali retribuzioni veniva aggiunto un soprassoldo giornaliero di 10-15 grana per il vitto; un impiegato statale percepiva 15 ducati al mese, un tenente di fanteria 23 ducati, un colonnello di fanteria 105 ducati. [29]
Di contro, un rotolo di pane (890 grammi)[30] costava 6 grana , un equivalente di maccheroni 8 grana, di carne bovina 16 grana; un litro di vino 3 grana, tre pizze 2 grana.
Il livello impositivo era il più mite di tutti gli Stati Italiani; per quanto riguarda la contribuzione diretta era in pratica basato solo sull’imposta fondiaria .
Tav.1 – Il prelievo fiscale diretto nelle Due Sicilie[31]
|
Imposta fondiaria |
Ducati |
6.150.000 |
|
Addizionali per il debito pubblico |
Ducati |
615.000 |
|
Addizionali per le Province |
Ducati |
307.500 |
|
Esazione |
Ducati |
282.900 |
|
Totale |
Ducati |
7.355.400 |
Le tasse indirette erano solo quattro.
Tav.2 – Gli strumenti fiscali indiretti nelle Due Sicilie [32]
|
Dazi (dogane e monopoli). |
|
Imposta del Registro e bollo. |
|
Tassa postale. |
|
Imposta sulla Lotteria. |
Sulla tomba di Tanucci, ministro delle finanze per 40 anni, troviamo scritto che non impose nuovi balzelli[33], viceversa nel periodo 1848-1860 il governo piemontese impone ben 22 nuovi tributi. [34]
Le entrate dello Stato erano percentualmente divise in queste proporzioni: ” la fondiaria partecipava per il 30% del totale complessivo; i dazi per il 40%; del rimanente 30% , il 12 era assicurato dalla Sicilia come contributo alle spese generali dello Stato ed il 18% era diviso tra 17 altri capitoli, che concorrevano con percentuali irrisorie, se si escludono le ritenute fiscali le quali, da sole, partecipavano con il 3.2%”.[35]
“Il bilancio del regno delle Due Sicilie nasce storicamente con un debito pubblico di 20 milioni di ducati ereditato dal governo francese di Giuseppe Napoleone e Gioacchino Murat, un peso notevole che era pari ad oltre un’annata di entrate fiscali; l’Austria impose di estinguerlo a breve distanza e le scadenze furono previste sino al 1819; per fare ciò il governo dovette ricorrere al prestito ma non si trovarono banche internazionali disponibili, per cui, ad accollarsi il compito, fu la debole struttura napoletana del credito che, come in molti altri paesi, era frammista a quella mercantile.
Sfortunatamente il costo del denaro nel Mezzogiorno oscillava dal 20 al 30% (a Parigi era del 6%) per cui per avere un prestito 1.000.000 di ducati invece di essercene 60mila di interessi, si arrivava almeno a 200.000.
Per pagarli lo Stato pensò di aumentare le entrate ma questo non fu possibile perchè gli agricoltori erano già oberati dall’imposta fondiaria e l’industria, appena nascente, non poteva sopportare un carico fiscale; a questo bisogna aggiungere la necessità, per permettere alla classe mercantile-bancaria di finanziare il debito pubblico, di confermare l’abolizione dell’imposta personale, già eliminata da Murat; furono anche soppresse le patenti per i professionisti in modo da incentivare il loro contributo al finanziamento del debito pubblico tramite l’acquisto dei titoli di stato (una specie di BOT); da allora queste categorie non furono più colpite dal fisco e la borghesia mercantile meridionale cominciò così la sua ascesa economica.
Impossibilitato, quindi, ad aumentare le entrate, il governo decise, per incrementare i mezzi finanziari, di razionalizzare la spesa pubblica: l’ 85 % di essa fu dirottata sui ministeri delle Finanze, della Guerra (l’odierno ministero della Difesa) e della Marina, dovendo questi provvedere agli stipendi degli impiegati, al debito pubblico e alle forze armate, tre tipi di spese ritenute inderogabili; agli altri ministeri rimase solo il 15%, a quello dei Lavori Pubblici andava un pò più del 5% del totale delle uscite.
Nel 1820 il regno era ormai sull’orlo della bancarotta col debito pubblico salito a 30 milioni di ducati, un colpo quasi mortale fu il costo del mantenimento dell’esercito austriaco venuto a reprimere la svolta costituzionale di quell’anno; esso rimase nelle Due Sicilie fino al 1827 gravando il bilancio per l’astronomica cifra di 50 milioni di ducati e portando il debito a 80 nel 1825 e poi 110 milioni nel 1827.
A correre in soccorso del regno arrivarono gli omnipresenti banchieri Rothschild che permisero allo stato di riprendere fiato ma la mancata estensione della base dei contribuenti impedì che si potesse diminuire il debito pubblico; solo una accuratissima politica di gestione delle spese impedì che questo salisse ancora per cui, nel 1860, era agli stessi livelli del 1827: 110 milioni di ducati.” [36]. indice
Tra le più importanti realizzazioni ricordiamo il ponte Ferdinandeo sul fiume Garigliano del 1832: è stato il primo ponte ad impalcato sospeso in ferro d'Italia (tra i primi del mondo), costruito in 4 anni con 68.857 chilogrammi di ferro [37] e collaudato dallo stesso Ferdinando II che ci fece passare sopra due squadroni di lancieri a cavallo e sedici carri pesanti di artiglieria; orgoglio delle Due Sicilie, resistette fino al 1943 quando i tedeschi, dopo averci fatto transitare il 60 % della propria armata in ritirata, compresi carri e panzer, lo distrussero; fu seguito dalla costruzione di un ponte simile sul fiume Calore, inaugurato nel 1835.
Il Primo telegrafo elettrico d’Italia (1852), la Prima rete di Fari con sistema lenticolare (1841), la Prima ferrovia e prima stazione d’Italia Napoli Portici (1839): lungo questa prima linea si sviluppano nuovi agglomerati urbani che costituiscono la struttura del nascente polo industriale attorno alla Capitale; l’anno dopo fu inaugurata dagli Asburgo la Milano-Monza, nel 1845 la prima ferrovia veneta (Padova-Vicenza) e addirittura bisognerà aspettare nove anni per vedere la prima piemontese (Torino-Moncalieri) e la prima toscana (Firenze-Prato).
L’ingenerosa critica storica ha fatto prevalere la tesi della costruzione ferroviaria borbonica per esclusiva vanità della corte di collegare la capitale alle residenze reali di Caserta e di Portici, altri ancora sostennero che la ferrovia fu realizzata per spostare più velocemente le truppe della guarnigione di Capua, in caso di disordini a Napoli; è certamente vero che tutte le ferrovie dei diversi stati nacquero anche con finalità strategiche e militari[38] ma in realtà gli scopi principali erano ben diversi.
Ferdinando II, nel discorso pronunciato nell’ottobre 1839, all’inaugurazione della Napoli-Portici, ebbe a dire: “Questo cammino ferrato gioverà senza dubbio al commercio e considerando che tale nuova strada debba riuscire di utilità al mio popolo, assai più godo nel mio pensiero che, terminati i lavori fino a Nocera e Castellammare, io possa vederli tosto proseguiti per Avellino fino al lido del Mare Adriatico” [39] e infatti la ferrovia raggiunse nel 1840 Torre del Greco, Castellammare di Stabia nel 1842, Nocera nel 1844, contemporaneamente un altro tronco puntava a nord raggiungendo Caserta nel 1843 e Capua nel 1844; in questo stesso anno sulla Napoli-Castellammare transitarono ben 1.117.713 viaggiatori, in gran parte “pendolari“ che quotidianamente si recavano nella capitale per lavoro, le tariffe erano basse sia per il trasporto dei passeggeri (diviso in tre classi) che delle merci .
Dalla cronaca del “ Giornale delle Due Sicilie “ dell’epoca si legge[40]: “ Ad un segnale dato dall’alto della Tenda Reale parte dalla stazione di Napoli il primo convoglio composto di vetture sulle quali ordinatamente andavano gli invitati, gli ufficiali, i soldati e i marinai…...S.M. con la Real Famiglia prese posto nella Real Vettura “…..” le popolazioni di Napoli e delle terre vicine- si leggeva sulla cronaca di altri giornali- accorrevano in grandissimo numero come ad uno spettacolo nuovo, tutte le deliziose ville attraversate dalla strada si andavano riempiendo di gentiluomini e di dame vestite in giorno di festa…con tanto entusiasmo traesse d’ogni parte sulla nuova strada e giunto colà facesse allegrezza grande come per faustissimo avvenimento”; erano 7411 metri che furono percorsi in quindici minuti (velocità 20 km \ ora) dal convoglio guidato dalla locomotiva “Vesuvio”.
Dobbiamo ricordare il progetto borbonico di una rete ferroviaria diretta a collegare il Tirreno all’Adriatico con due arterie principali a doppio binario: la Napoli-Brindisi e la Napoli-Pescara; le relative concessioni furono stipulate il 16 aprile del 1855, con un particolareggiatissimo protocollo che prevedeva tempi e modi di realizzazione; in questa maniera si sarebbero accorciati notevolmente i tempi di collegamento (previsti in quattro ore al posto dei giorni di navigazione via mare); la prima linea tagliava in due parti quasi esatte il regno, erano previste nuove arterie stradali comunicanti con le varie stazioni ferroviarie in modo da favorire il trasporto sia dei passeggeri che soprattutto delle merci e del bestiame, come pure delle diramazioni per collegare le nuove linee ferrate a quelle dello Stato della Chiesa e di conseguenza a quelle degli altri stati italiani preunitari e del resto d’Europa; erano anche progettate due litoranee: una da Napoli alla Calabria meridionale con diramazione a Taranto e l’altra da Brindisi ad Ancona (e da lì comunicante con Bologna e Venezia).
L’ultimo re Francesco II diede un’ accelerazione alla costruzione delle strade ferrate ma non ebbe il tempo di completarle e così, se è vero che la lunghezza complessiva delle ferrovie meridionali, al momento dell’unità, era inferiore a quella di altri stati italiani preunitari[41], anche per le caratteristiche del territorio prevalentemente montuoso che in nulla assomigliava alle pianure del Nord e che non ne facilitava la costruzione, è comunque accettato da tutti che come qualità tecnico-costruttiva fossero le migliori.
Per ciò che concerne, invece, le strade, esse erano senza dubbio insufficienti, ma anche in questo campo le Due Sicilie pagavano lo scotto della conformazione del Paese, prevalentemente montuoso, che rendeva più rapido ed economico lo sviluppo delle vie marittime; comunque il governo borbonico si era seriamente impegnato nella costruzione di nuovi tracciati progettati da ingegneri che erano alle dirette dipendenze dello Stato, tra di essi ricordiamo Carlo Afan de Rivera e Ferdinando Rocco.
Alcune arterie sono dei veri e propri capolavori come la Civita Farnese (tra Arce e Itri) che, pur correndo quasi completamente in territorio montano, in nessun tratto superava la pendenza del 5% il che permetteva l’agevole trasporto di merci su carri e la Pescara-Sulmona-Napoli dove ancora oggi si possono osservare le pietre miliari che indicano la distanza dalla antica capitale; l’ossatura di alcune strade viene ancora oggi sfruttata per il passaggio di veicoli molto pesanti come i TIR a testimonianza della validità dei loro progetti.
Altre interessanti realizzazioni furono l’illuminazione a gas di Napoli, prima in Italia (1840) e terza in Europa (dopo Londra e Parigi) (Napoli fu anche la prima città d’Italia ad organizzare nel 1852 un esperimento d’illuminazione elettrica) la bonifica e conseguente sistemazione idrogeologica delle paludi Sipontine (Manfredonia), di quelle di Brindisi, del bacino inferiore del Volturno e della Terra di Lavoro (Regi Lagni): in quest’ultimo territorio furono restituite al lavoro agricolo 53 miglia quadrate di paludi, realizzati 100 miglia di canali di bonifica, muniti d’argini e controfossi, lungo i quali furono posti a dimora 150.000 alberi; costruite 70 miglia di strade, decorate da "ponti in fabbrica" e da altri 120.000 alberi che attraversavano la campagna in tutti i sensi.
E infine l’istituzione dei Monti di Pegno e Frumentari in tutto il Regno, veri e propri crediti agrari che prestavano denaro ad interessi bassissimi; del primo Corpo dei vigili del fuoco italiano e l’Istituzione di Collegi Militari come la Nunziatella.
Ricordiamo inoltre la realizzazione del confine terrestre: col trattato firmato a Roma il 27 Settembre 1840 e ratificato il 15 Aprile 1852 fu stabilita la linea di separazione con l’unico stato confinante, quello pontificio, Papa Gregorio XVI e re Ferdinando II decisero di posizionare nel terreno ben 686 cippi che partivano da Gaeta sul Tirreno e giungevano fino a Porto d’Ascoli sull’Adriatico. Erano piccole colonne cilindriche in pietra con incisa sulla sommità la direzione del confine, sul lato dello Stato Pontificio due chiavi incrociate e l’anno di apposizione (1846 o 1847) e verso il regno borbonico un giglio stilizzato ed il numero progressivo della colonnina, crescente verso il nord. Alti un metro, del diametro di quaranta centimetri e del peso di 700/800 chili furono realizzati da ambedue i confinanti; sotto ogni cippo era stata sotterrata una medaglia di lega metallica recante lo stemma dei due Stati. Questa semplice, ma allo stesso tempo elegante e civile demarcazione fu abbattuta all’arrivo dei piemontesi, ma alcuni di essi sono stati di recente restaurati e riposizionati grazie all’opera di un gruppo di ricercatori coordinati da Argentino D’Arpino.. indice
Dal Settecento, sotto l’impulso dei sovrani regnanti, si assistette alla rinascita culturale e sociale delle Due Sicilie; il rigoglioso fiorire di studi filosofici, giuridici e scientifici si fregiò di illustri personalità le cui opere furono tradotte in diverse lingue, solo per citarne alcuni ricordiamo: Della Porta, Giannone, Vico, Filangieri, Pagano, Genovesi, Galiani, Cotugno.
Napoli era il centro di pensiero più vivace d’Italia e in Europa era seconda solo a Parigi per la diffusione delle idee dell’Illuminismo; lo splendore della Corte e della società napoletana era proverbiale ed erano poli di attrazione per le più importanti menti dell’epoca che spesso vi rimanevano a lungo; geni assoluti come Goethe riconobbero nelle classi elevate duosiciliane una preparazione non comune.
Ebbe a dire Stendhal: “ Napoli è l’unica capitale d’Italia, tutte le altre grandi città sono delle Lione rafforzate “; era di gran lunga la più grande d’Italia e tra le prime quattro d’Europa, fu definita come: «la città più allegra del mondo, scintillante di carrozze, quasi non riesco a distinguerla da Broadway, la vera libertà consiste nell’essere liberi dagli affanni ed il popolo pare veramente aver concluso un armistizio con l’ansia e suoi derivati»[42].
Il Regno vantava quattro università : quella di Napoli, fondata da Federico II nel 1224, quelle di Messina e Catania, rinnovate dai Borbone e la neonata università di Palermo; a Milano la prima università, il Politecnico, fu fondata solo nel 1863 ed il primo ingegnere si laureò nel 1870; al tempo della nascita dello Stato italiano, il numero degli studenti napoletani era maggiore di quello di tutte le università italiane messe assieme (con un totale complessivo di appena 6504)
A Napoli furono istituite la Prima cattedra universitaria al mondo di Economia Politica con Antonio Genovesi (1754) e le cattedre di psichiatria, ostetricia e osservazioni chirurgiche; notevole era l’Orto botanico che forniva le erbe mediche alla Facoltà di Medicina; nella facoltà di Giurisprudenza nacquero l‘Istituto della Motivazione delle Sentenze (Gaetano Filangieri, 1774), il primo Codice Marittimo Italiano ed il primo Codice Militare.
I giornali milanesi erano ancora fogli di provincia, mentre quelli napoletani facevano e disfacevano i governi; le case editrici napoletane pubblicavano il 55% di tutti libri editi in Italia[43].
Fu fondato l’Osservatorio Sismologico Vesuviano (1° nel mondo), realizzato dal fisico Macedonio Melloni e sviluppato da Luigi Palmieri con annessa stazione meteorologica.
Palermo divenne famosa per la presenza dell’astronomo Giuseppe Piazzi (curatore dell’Osservatorio astronomico fondato nel 1801 e scopritore del primo asteroide battezzato “Cerere Ferdinandea “), per il suo Orto Botanico e per la nascita, ad opera del Barone Pisani e sotto il patrocinio dei Borbone, del primo manicomio in Europa, “La real casa dei Matti” dove i malati di mente erano separati dagli altri degenti e erano trattati umanamente e non più segregati come bestie furiose.
Furono aperte: Biblioteche, Accademie Culturali (la più famosa l’Ercolanense, fondata nel 1755), il Gabinetto di Fisica del Re ed erano organizzati frequenti Congressi Scientifici.
Per quanto riguarda la musica “Fino al settecento l’Italia era vista da tutti i musicisti europei con un particolare atteggiamento di rispetto, in Italia, nel Seicento, era nata l’opera che nel corso degli anni aveva conquistato tutti i più grandi teatri; operisti italiani componevano presso tutte le corti d’Europa e gli stessi musicisti stranieri scrivevano opere in lingua italiana, tanto si identificava allora il melodramma col paese che ne era stato la culla. Non molto diversa era la situazione per la musica strumentale, i conservatori e le accademie italiane erano i più celebri in assoluto e un musicista non poteva affermare di possedere una preparazione completa senza aver compiuto un viaggio d’istruzione in Italia….la penisola era considerata quasi una terra promessa per ogni compositore”[44] e Napoli era considerata la Regina mondiale dell’Opera.
Basta ricordare che il teatro S. Carlo è il più antico teatro lirico d'Europa, fu inaugurato il 4.11.1737 dopo soli 8 mesi dall'inizio della sua costruzione, ben 41 anni prima del teatro della Scala di Milano e 51 anni prima della Fenice di Venezia; non ha mai sospeso le sue stagioni, tranne che nel biennio 1874-76, a causa della grave recessione economica di quegli anni e conseguente sospensione dei contributi , ma siamo già nel regno d'Italia. Subì un grave incendio nel 1816 e fu ricostruito in soli dieci mesi. Anche se non tutti i re Borbone amavano la lirica furono senz’altro dei grandi mecenate tanto che il teatro San Carlo attrasse l'attenzione di tutta la società colta europea, colpita dalla creatività della Scuola musicale napoletana, sia nel campo dell'opera buffa che di quella seria, basti ricordare i nomi di Porpora, Piccinni, Jommelli, Cimarosa, Paisiello (autore quest’ultimo, nel 1787, su commissione di Ferdinando IV, dell’ “Inno Nazionale delle Due Sicilie”); a Napoli guardavano come culmine della loro carriera musicisti del livello di Bach e Gluck. Tra i grandi compositori italiani basta ricordare la triade Rossini-Bellini-Donizetti che fiorì tra il Conservatorio di Napoli; il teatro S.Carlo divide con la Scala di Milano il primato della più antica scuola di ballo italiana, mentre è nel 1816 che vi nasce la scuola di scenografia diretta da Antonio Niccolini. "Vuoi tu sapere se qualche scintilla di vero fuoco brucia in te? Corri, vola a Napoli ad ascoltare i capolavori di Leo, Durante, Jommelli, Pergolese. Se i tuoi occhi si inumidiranno di lacrime, se sentirai soffocarti dall'emozione, non frenare i palpiti del tuo cuore: prendi il Metastasio e mettiti al lavoro il suo genio illuminerà il tuo"[45]. Teatri lirici erano presenti nelle altre parti del regno, solo la Calabria ne aveva quattro.
I conservatori musicali (quello di S. Pietro a Majella era considerato il più prestigioso del mondo), l’Accademia Filarmonica e la Scuola Musicale Napoletana erano i massimi riferimenti per gli artisti dell’epoca ; la Canzone Napoletana a Piedigrotta (“Te voglio bene assaje”, “Luisella”, “Santa Lucia”, “Tarantella”) si diffuse in tutto il mondo.
A Napoli, ogni sera, erano aperti una quindicina di teatri [che erano diffusi anche nelle altre parti del regno] mentre a Milano non tutte le sere c’era un teatro aperto[46].
Molto vivace era anche il mondo dell’arte; Napoli pullulava di pittori, scultori, studenti d’arte, la Corte giocava il ruolo di mecenate, commissionando opere e sovvenzionando mostre; ricordiamo: la Scuola pittorica di Posillipo (Gigante, Smargiassi, Vianelli, Fergola, Palizzi), le formidabili testimonianze architettoniche come i Palazzi reali (Reggia di Napoli, Portici e Caserta; Palazzina Cinese e Ficuzza a Palermo), il Casino del Fusaro, l’acquedotto Carolino, la masseria il Carditello, S. Leucio.
Grande l’interesse per l’archeologia con l’avvio degli scavi di Ercolano e Pompei, iniziati nel 1738 per volere del primo re Borbone Carlo III, dopo un ritrovamento durante i lavori di restauro di una cisterna di un casale, “Da due secoli intorno al nome di Ercolano e Pompei (scoperta nel 1748) è prosperato un mito che sedusse contemporanei e quanti altri, nel prosieguo del tempo, si spinsero all’ombra dello “sterminator Vesuvio”….si può ben dire che la scoperta di Ercolano e Pompei non si limitò a rivoluzionare l’archeologia e la storia del mondo antico, ma segnò in modo indelebile anche la civiltà europea. Non ci fu intellettuale, erudito, scrittore o artista che non sentisse il fascino di quel che stava rendendo al mondo il ventre del Vesuvio…De Brosses, Goethe, Melville, Mark Twain….fu una vera e propria frenesia…..da quel fuoco nacque nell’Europa dei Lumi quella che si indica come civiltà neoclassica: così come la scoperta dalla Domus Aurea era nato il Rinascimento…….le vestigia che venivano alla luce vennero sistemate alla meglio nella nuova Villa Reale di Portici e più tardi trasferite, in solenne corteo, a Napoli nel Museo Archeologico”[47] (oggi Museo Nazionale); fu istituita l’Officina dei Papiri, un laboratorio che si occupava del recupero e restauro dei reperti provenienti dagli scavi d’Ercolano “
Re Carlo III già nel 1755 aveva emanato un bando in cui si prescriveva la tutela del patrimonio artistico delle Due Sicilie che prevedeva anche pene detentive per chi esportava o vendeva materiale d’epoca; esso fu rinnovato da Ferdinando I nel 1766, nel 1769 e nel 1822; nel 1839 Ferdinando II nominava una “Commissione di Antichità e Belle Arti” per la tutela e la conservazione dei beni.[48] indice
Il Sud era considerato dal Papa uno stato vassallo e Re Carlo, coadiuvato nel governo dal ministro Bernardo Tanucci (1698-1782), cominciò un opera di affrancamento da questa secolare sudditanza: realizzò un catasto che permise la tassazione dei beni ecclesiastici [cosa più unica che rara in Europa, non esisteva neanche in Francia], stipulò il 2 giugno 1741 un Concordato col papa in cui i privilegi del clero, come il diritto di asilo e la sostanziale immunità penale, erano ridotti; nel 1767 cacciò addirittura tutti i gesuiti dal regno: il reddito e la vendita dei loro beni servirono per istituire le prime scuole pubbliche d’Italia (e ospedali per l’esercito); i sacerdoti esiliati erano circa 800 e furono portati su nave nello Stato della Chiesa assegnando loro un vitalizio.
Nel 1759, alla morte del fratello Ferdinando VI, Carlo fu proclamato re di Spagna e abdicò in favore del figlio Ferdinando IV (poi I) il quale inizialmente continuò l’opera di affrancamento dalla Chiesa: nel 1776 soppresse l’omaggio feudale della Chinea, “una cavalla bianca ingualdrappata, con sopra il basto uno scrigno di denari e gioielli che, dai tempi di Carlo d’Angiò, il re di Napoli ogni anno, il 29 giugno deve al papa in segno di vassallaggio”[49] e fece dei tentativi per limitare l’esorbitante numero di ecclesiastici che nel 1786 erano circa centomila con un rapporto di 1 ogni 48 abitanti e che detenevano, non esistendo ancora l’anagrafe, il controllo dello stato civile delle persone (nascita, matrimonio,morte) nonchè la funzione di pubblica istruzione nella veste di insegnanti.
Col Concordato del 25 febbraio 1818, furono ridotte le diocesi del regno e solo 22 di esse erano direttamente soggette alla Santa Sede, nelle altre si confermò il diritto reale di nominare i vescovi; fu però riesumato il contributo annuo di dodicimila ducati, come pure il monopolio dell’insegnamento scolastico, la censura sulla stampa (che però raramente fu permessa) e il ristabilimento parziale del foro ecclesiastico; fu quindi complessivamente un grosso arretramento e questo disgustò gli intellettuali meridionali che vedevano in tutto ciò una lesione gravissima alla dignità dello Stato.
Rimase intatta la comune azione tra le istituzioni e il clero nei riguardi del mondo culturale, dell’istruzione e dell’assistenza; la religiosità del popolo meridionale rimase fortissima anche se alcuni viaggiatori stranieri, di religione protestante, affermavano che era una “cristianità senza Cristo” perchè tutti si affidavano ad un santo per intercedere presso Dio (S.Gennaro e S.Antonio solo per citare i due più “gettonati”).[50]
Le funzioni religiose addirittura scandivano la vita quotidiana del Regno: la recita del rosario, le processioni come quella solenne dell’8 dicembre, festa Nazionale, la tradizione natalizia del presepio. A proposito di quest’ultimo “fu Carlo III di Borbone a favorire la creazione di un artigianato che si dedicasse alla sua costruzione, unanime e feconda fu la risposta del popolo meridionale; nel 1736 fondò a Capodimonte una bottega artigiana da cui uscirono ben presto piccoli capolavori di arte presepistica. Vi lavorava lui stesso, il re di Napoli, entusiasmando gli artisti e cimentandosi in geniale emulazione. E anche la regina Maria Amalia collaborava animando un laboratorio installato in un salone della corte per la confezione e l’adornamento degli abiti per le statuine. Il re promosse anche una specie di “concorso del presepio” nelle case private, visitando di persona quelli meglio riusciti “.[51]
Nella Costituzione del 1848, nell’articolo 3 si affermava che “l’unica religione dello Stato era quella Cristiana Cattolica Romana, senza che possa essere mai permesso l’esercizio di alcun’altra Religione”; la Santa Sede ricominciò a pretendere l’omaggio feudale della Chinea, Ferdinando II risolse l’annosa questione, nel 1855, con un’offerta una tantum di 10 mila ducati [160 mila euro attuali] per la costruzione di un monumento, a piazza di Spagna di Roma, in onore dell’Immacolata Concezione il cui dogma era stato affermato dal pontefice. Ancora oggi il Papa si reca in quel luogo, ogni 8 dicembre, ad omaggiare la Madonna.
Lo stato era, all’avvento dei Borbone, essenzialmente feudale pieno di uomini chiamati con gli appellativi di “eccellenza” e “don” [riportati anche negli atti ufficiali] i quali in veste di baroni e di preti possedevano gran parte delle terre (più di 2\3) nelle quali esercitavano addirittura una propria giurisdizione penale e civile, indipendente da quella del Re.
La proprietà terriera era dominata dal latifondo: “L'errore di molti scrittori di storia ed economia è nel ritenere il fenomeno del latifondo dipendente dal feudalesimo, in realtà il latifondo è storicamente anteriore di millenni, tant'è che Plinio il Vecchio già parla di latifundium" [52]; fino all'introduzione dei moderni mezzi meccanici è stato il clima delle regioni meridionali, mite d’inverno ed asciutto d’estate, che ha favorito la monocoltura cerealicola estensiva in rotazione col pascolo; viceversa nelle regioni settentrionali l’inverno rigido e l'estate caldo piovosa erano l'ideale per la coltura intensiva in piccoli lotti.
Il diritto napoletano[53] chiamò “demanio“ la terra libera, non infeudata, nominalmente proprietà del Re in quanto sovrano, nella quale i contadini e i pastori esercitavano gli "Usi civici" (sconosciuti negli altri paesi) avevano cioè il diritto di poter gratuitamente fare pascolo di greggi, raccogliere legna nei boschi, attingere acqua, piantare, coltivare.
Terreni feudali, invece, erano quelli dati in possesso [si badi bene, non in proprietà che rimaneva nominalmente del Re] dai sovrani ai baroni in base ai “titoli di infeudazione”, molti di questi, però, erano stati, durante i secoli, falsificati aumentando l’estensione dei feudi [le cosiddette “usurpazioni”]; anche in una parte delle terre infeudate erano possibili gli usi civici ma per la gran parte i feudatari potevano esigere tutta una serie di gabelle (fida, decime, terratici, erbaggi, ghiandaggi) che vessavano, essendo spesso molto esose, i contadini e i pastori che vi abitavano, riducendoli spesso ad una sorta di servi della gleba.
Nelle Due Sicilie il sistema feudale era “puro”, regolato cioè dal cosiddetto “diritto franco” che obbligava i feudatari a tramandare i loro titoli, con il conseguente possesso dei feudi, tramite lo strumento del fidecommesso e secondo il principio del maggiorascato; in base ad essi si stabiliva che chi li riceveva doveva ritrasmetterli al “maggiore” per discendenza il quale ne era l’esclusivo titolare; terre e titoli erano così indivisibili e si tramandavano intatti nei secoli.
Nelle altre regioni d’Italia, invece, la successione feudale era regolata dallo iure Langobardorum che consentiva la divisibilità del feudo tra tutti i figli maschi mentre solo il titolo rimaneva di spettanza esclusiva del primogenito, in questo modo il latifondo veniva ad essere fortemente ridimensionato mentre nel Sud rimase praticamente intatto.
I baroni avevano, tra gli altri, il potere di: impedire ai loro vassalli di tornare a coltivare le terre del demanio pubblico, di far sequestrare i loro beni, se erano debitori, da proprie bande di uomini armati e perfino di farli imprigionare con la formula “per motivi a noi ben visti”; eleggevano inoltre le magistrature delle città e ne detenevano l’amministrazione, “al potere sovrano, debole ed impacciato…si contrapponeva, pieno di alterigia il signore feudale…. nella considerazione del popolo, che è abituato a formarsi una coscienza al lume degli spiccioli episodi del giorno, la potenza delle persone veniva naturalmente anteposta alla potenza sociale impersonata dallo Stato e destinata, come l’esperienza insegnava, a rimanere ordinariamente soverchiata”[54].
La onnipotenza baronale cozzò, alla fine del 1700, contro la concezione illuministica del potere dei Re Borbone i quali cominciarono un’opera di modernizzazione dello Stato ma i feudatari “non avrebbero mai permesso la realizzazione pacifica di una riforma che intaccava una prerogativa della quale essi erano particolarmente