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Ringraziamo Francesco Tassone per averci autorizzato a pubblicare il lungo articolo contenuto nell'inserto 23 del n. 102-103 di Quaderni Calabresi. I giovani non conoscono questa storica rivista che da oltre trenta anni si batte per ridare dignità al Sud partendo dai bisogni delle popolazioni. Questo articolo costituisce una buona occasione per valutarne lo spessore culturale.

Buona lettura e tornate a trovarci.

Webm@ster - 9 Novembre 2007


Questione Settentrionale e Questione Meridionale Questione Settentrionale
e
Questione Meridionale

nell'immaginario nazionale
e nel pensiero di

Mario La Cava Carlo Emilio Gadda
Eugenio Montale

con nota di Rocco Brienza




QUADERNI DEL SUD
QUADERNI CALABRESI
Inserti N. 23

APPUNTI PER LA LETTURA DI UN'INTERMINABILE QUERELLE

di Francesco Tassone


(se vuoi, puoi scaricare l'articolo in formato PDF


Sommario

1. 1945. Se chiami non rispondo. Le parole di un dialogo impossibile

2. 1890. Ieri come oggi. Il Verbo industriaI-democratico

3. Le ricognizioni di Salvemini di fine' 800: il Meridione allo sbaraglio

4. Le ricognizioni di Salvemini di fine' 800: 1'ira del Settentrione

5. Le ricognizioni di Salvernini di fine '800: che ne pensano le organizzazioni politiche dei lavoratori

6. 1926. La testimonianza di Gramsci

7. Gli anni della democrazia

8. 2007. Esiste un immaginario nazionale?

1. 1945. Se chiami non rispondo. Le parole di un dialogo impossibile

Riteniamo possa essere di grande interesse per i nostri lettori poter mettere a confronto la lettera inviata da Mario La Cava a Il Mondo, allora diretto da Eugenio Montale, e pubblicata nel numero 9 del settimanale, dell' 1 settembre 1945, con il titolo A proposito della questione meridionale, e la risposta che a stretto giro vi dava Carlo Emilio Gadda nel successivo numero 13 della stessa rivista, del 6 ottobre 1945, pubblicata con il titolo Nord-Sud, ancora.

La lettera di La Cava era stata preceduta, ed in qualche modo innescata, dalle considerazioni che sull'argomento aveva espresso Montale nel recensire, nei precedenti numeri 4 e 7 della rivista, due libri in qualche modo collegati al Sud, L'Italia rinuncia?, di Corrado Alvaro e Sicilia, di Sebastiano Aglianò, entrambi apparsi in quei mesi.

Le considerazioni di Montale entrano quindi a pieno titolo nel "contrasto" che le due narrazioni, con la loro contrapposizione, vengono a comporre.

I due scritti consentono di vedere in trasparenza come si pone nel pensiero di due eminenti scrittori, collocati negli opposti contesti del profondo Sud e dell'impegnata e pulsante vita milanese - e nel pensiero di Montale, che nasce dagli stessi umori - il nodo del rapporto tra questione meridionale e questione settentrionale o meglio il conflitto che sussiste tra tali due questioni.

È importante sottolineare il tempo di tali scritti e del mancato dialogo, poiché essi si collocano tra le prime parole dette dopo il cataclisma della guerra (da poco era crollato il fascismo e Berlino era caduta appena 1'8 agosto di quel 1945), all'alba di quello che avrebbe dovuto essere un nuovo corso della storia, quando, usciti appena dall'incubo, le menti si sentivano aperte e i cuori pervasi da spirito di rinnovamento e dal bisogno di riplasmare le strutture della convivenza secondo sentimenti di solidarietà e di giustizia, determinati a costruire un nuovo ordine che fosse l'ordine della democrazia.

Sembrava il tempo giusto perché un meridionale come La Cava, parlando per tutti gli altri meridionali, affacciasse, ora che eravamo daccapo all'inizio dei tempi, in tempo costituente, "l'opinione secondo la quale l'Italia del Sud sarebbe stata, a gradazioni diverse, secondo i tempi, sfruttata o comunque mal governata dall'Italia del Nord ... e l'Italiano del Sud ... sempre considerato quasi come carne da cannone". Lo faceva, La Cava, ricordando, con fraterno richiamo, che "anche la pietà filiale nella famiglia ha un limite, sorpassato il quale, il figlio ha pure diritto di agire come meglio crede per trovare altra via alla sua vita "; ma soggiungendo che "in un 'Italia resa migliore dalle esperienze del passato, è speranza di tutti ... che un domani più o meno lontano è impossibile che il Meridione non abbia il posto che si merita ... con tutte le conseguenze di natura materiale e morale che ne dovrebbero derivare".

Ma Carlo Emilio Gadda, ed anche lui parla per tutti i settentrionali, non raccoglie l'appello, non si ferma a pensare che forse in quel grido vi è un problema vero, forse un dolore che non è possibile impunemente eludere: lo assume anzi come fosse soltanto un attacco malevolo e con replica immediata e infastidita lo restituisce al mittente. Ammonendo, a proposito del separatismo minacciato dai siciliani, che "oltre un milione e mezzo di siciliani e lor prole vivono oggi sul 'continente' lucrando emolumenti per lo più legittimi negli uffici, nell'amministrazione dello Stato, nei commerci e nelle industrie del Nord. I separatisti e le folle seguaci tengono conto di ciò? Loro si separeranno: e noi non potremo separarci?".

La realtà è un'altra, scrive Gadda, la ricchezza del Nord viene dai "livellatijugeri della valle padana", dai "fieni e i formaggi" su cui "è stata organizzata nel decorso ottantennio (n.b., gli ottant'anni dell'''unità'': nota dell'estensore) una sopra provincia industriale e poi idroelettrica, che dà lavoro e consente la vita ai padani stessi e a molti 'immigrati' interni". Anche quello dei dazi protettivi è per Gadda un argomento fasullo. Ammette che "lo Stato unitario ha emanato leggi protettive delle industrie nascenti e delle militanti", ma aggiunge che lo ha fatto "con dazi che qualunque altro stato avrebbe non meno necessitatamente previsto", poiché, argomenta "dei dazi di importazione si avvalgono anche i paesi non industriali ... a titolo di necessaria collazione,jra le altre collazioni che alimentano l'entrata".

È quella di Gadda una risposta secca, una pura e semplice difesa della posizione tenuta dal Nord nell'ottantennio appena decorso ed intesa ad allontanare ogni possibile riesame delle basi della convivenza; una difesa non disponibile a prestare orecchio al dolore del Sud, che quando non gli dà fastidio, gli resta estraneo. È che, nell'affaccendata e propulsiva vita milanese, le ragioni del Nord sono, anche per Gadda (come per Montale) tutta la realtà, e la realtà è per sua natura perentoria.

Non è comunque questo che qui preme mettere in evidenza, poiché il lettore potrà fare da sé le sue considerazioni sui contrapposti scritti. Preme invece fare qualche annotazione sulle radici e sulla persistenza nel tempo, dal principio ai giorni d'oggi, delle posizioni espresse da Gadda (e da Montale) da una parte e da La Cava dall'altra. Sulla loro persistenza nel tempo e insieme sulla loro generalizzata diffusione in tutti gli strati dell'una e dell'altra società. Vale a dire preme rintracciare qualche dato in più su come la questione settentrionale e la questione meridionale si configurano, dall'inizio ai nostri giorni, nell'immaginario collettivo del Nord e del Sud, riportando di ciò qualche significativa testimonianza.


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2. Ieri come oggi. Il verbo industriaI-democratico

Vi sono nella lettura nordista dell'impiccio in cui il Nord ritiene di essersi cacciato nel suo rapporto con il Sud, alcune proposizioni portanti, quali 

l'affermazione della necessità, per il bene del Paese,

- di fermare la spesa pubblica per l'Italia Meridionale;

- di realizzare un decentramento capace di assicurare la gestione autonoma di una parte almeno delle risorse dell'Italia del Nord da parte di istituzioni settentrionali; - di superare il pericolo della meridionalizzazione dello Stato derivante dalla separazione tra Paese produttivo (il nord) e Paese improduttivo (la burocrazia romana innervata e sostenuta dai meridionali).

Esse apparentemente sembrerebbero appartenere al linguaggio contemporaneo e invece, scrive Aldo Servidio nella sua bella fatica sullo svolgimento della vicenda unitaria, condotta con intensa passione civile e insieme con rigore di metodo e con amplissimo corredo di documenti e di dati (Aldo Servidio, L'imbroglio nazionale, Unità e unificazione dell'Italia, 1860-2000, Alfredo Guida Editore, Napoli, 2002), tali proposizioni sono molto, 

ma molto più antiche. Sono copiate, infatti e pressoché alla lettera, non dal progetto confederate elaborato nel 1994 dal senatore Miglio o da qualche discorso dell'onorevole Bossi ma dalle posizioni formulate e sostenute sistematicamente, e fin dal 1890, da personaggi come Giuseppe Colombo e da giornali, pubblicati in Milano, come L'Italia del popolo ed Il eisalpino.

Per i non addetti ai lavori è necessario precisare subito che Giuseppe Colombo non era un tribuno, come ve ne furono tanti nel primo periodo dell'Unità (e non solo allora), ma il fondatore della Società anonima Edison e direttore del Politecnico di Milano: come dire, una punta di diamante di quel gruppo di imprenditori che oggi si chiama assolombarda; l'Italia del popolo era un giornale repubblicano e federalista, mentre Il Cisalpino gravitava nell'orbita di quel gruppo politico repubblicaneggiante che poteva già definirsi come liberaldemocratico. Come dire, cioè, che quella necessità rappresentava la posizione dell'intera società politica - e non solo - lombarda della fine del XIX secolo (da destra fino a sinistra dell'arco politico del tempo).

La causa immediata di quella posizione, continua Servidio, 

era l'aumento del debito pubblico del Regno d'Italia; un aumento che, anche in quel caso come cent'anni dopo, veniva ascritto alle "spese per il Mezzogiorno". Ed il problema veniva percepito in maniera cosÌ netta e radicale che, ad esempio, Il Cisalpino replicava a Il Mattino di Napoli - che timidamente vedeva in quelle posizioni "solo" un rischio di secessione - che "se secessione significava Stato di Milano, che se cessione fosse!".

Questi brevi ricordi, aggiunge l'Aldo Servidio, 

sono più che sufficienti, per la loro emblematicità, a rendere ragione di come fin dal 1890 fossero ben precisi e strutturati i caratteri di una questione settentrionale percepita come originata dagli effetti prodotti da una questione meridionale evidentemente preesistente. Nei primi venti/trenta anni dell'Italia unita, cioè, già si erano strutturati, anche dottrinariamente, i connotati di due questioni che coinvolgevano le modalità stesse di coesistenza di vastissime e significative porzioni di territorio e popolazione della nuova entità statuale.

Sicché, conclude Servidio, 

se è sorprendente constatare come questo paese conviva da oltre un secolo con due questioni che coinvolgono la struttura stessa della società civile e dello Stato

ancora più sorprendente

è il fatto che i connotati con cui oggi si presentano le due questioni siano identici a quelli originari.


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3. Le ricognizioni di Salvemini di fine '800: il Meridione allo sbaraglio

Dei due modi, diversi ed opposti, di vedere le cose - o meglio, la stessa cosa, la natura e gli effetti del rapporto istituito tra le due grandi entità socio-politiche - con l'aggregazione dell'una (privata di potere e di rappresentanza politica) all'altra (nel pieno splendore della sua vittoria e nella confermata irruenza della sua vittoriosa classe politica) si trovano ampie e ricorrenti testimonianze negli scritti di Salvemini.

In un suo scritto dedicato appunto alla Questione Meridionale, apparso in più puntate sui numeri del 25 dicembre 1898, lO e 28 gennaio, 26 febbraio e 14 marzo 1899 di Educazione Politica (poi ripubblicato in Scritti sulla Questione Meridionale 1896-1955, Einaudi, 1955) si legge che l'Italia Meridionale è afflitta da tre malattie, lo Stato accentratore, divoratore e distruttore delle risorse comuni, l'oppressione economica in cui l'Italia Meridionale è tenuta dall'Italia Settentrionale, e la sua struttura sociale semifeudale.

Quanto alla seconda malattia, Salvernini scrive

la spedizione garibaldina fu per la maggioranza dei benpensanti settentrionali un atto di conquista vera e propria. Il Napoletano e la Sicilia non avevano debiti, quando entrarono a far parte dell'Italia una; e la unità del bilancio nazionale ebbe l'effetto di obbligare i meridionali a pagare gl'interessi dei debiti fatti dai settentrionali prima dell'unità e fatti quasi tutti per iscopi che coll'unità nulla avevano da fare.

Il Napoletano e la Sicilia erano ricchissimi di beni ecclesiastici, mal coltivati, è vero, ma i cui prodotti si consumavano localmente; la confisca di tutti quei beni a vantaggio delle finanze dell'Italia una, sottrasse all'Italia meridionale una enorme quantità di capitale sotto forma di pagamenti immediati all'atto della compera o di pagamenti annuali, che si sono protratti fino ai nostri giorni ...

E più oltre:

L'altra Italia possiede i1A8% della ricchezza totale e paga meno del 40% del carico tributario; l'Italia media possiede il 25% e paga il 28%; L'Italia meridionale possiede il 27% e paga il 32%. Nel dare, il Meridionale è all'avanguardia, nel ricevere è alla retroguardia ...

La rete ferroviaria statale, costruita a spese di tutti, si è sviluppata magnificamente nell'Italia settentrionale; al Mezzogiorno ogni volta che si è concesso un tronco ferroviario, la concessione è stata fatta sempre di malavoglia ed ha avuto l'aria di un'elemosina; basta ricordare che la importantissima linea Foggia-Napoli si fece aspettare tredici anni e che la linea circumsiciliana è ancora un sogno. L'Italia meridionale è considerata come luogo di punizione per gli impiegati scadenti o colpevoli.

L'Italia meridionale ha, nel seno dell'Italia una, non solo le funzioni sopra enumerate, ma deve avere anche quella di servire di mercato per lo smercio dei prodotti settentrionali: l'enorme ritardo nella costruzione della linea Foggia-Napoli ebbe l'effetto, se non lo scopo, di rendere il versante adriatico meridionale indipendente, commercialmente, da Napoli, e servo del Settentrione, con cui le comunicazioni vennero immediatamente dopo il 1860 stabilite per mezzo della linea Bari-Ancona-Bologna. Le tariffe protettrici industriali fanno pagare dal Mezzogiorno un altro tributo alla borghesia settentrionale, e poiché per ottenere tali tariffe era necessaria la lotta commerciale colla Francia, gl'industriali settentrionali vollero la lotta; questa lotta segnò la rovina dei proprietari di vigneti e degli agrumeti meridionali. Si potrebbe continuare per un volume intero su questo tono, e opera utile e altamente istruttiva farebbe chi si dedicasse a far la storia delle lotte fra Settentrione e Mezzogiorno dopo il '60. Il risultato di tale studio sarebbe forse che l'unità d'Italia è stata per il Mezzogiorno un vero disastro e che aveva ragione l'ultimo dei Borboni, quando, fuggendo da Napoli a Gaeta, diceva ai suoi antichi sudditi: «lo perdo il regno, ma a voi i Piemontesi lasceranno solo gli occhi per piangere!».

 


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4. Le ricognizioni di Salvemini di fine 800: l'ira del Settentrione

Se questo era il quadro della natura e degli effetti di quel rapporto, come lo leggeva un meridionale come Salvemini nel 1899, ben diverso era il quadro che vedevano i settentrionali, riportato dal Salvemini nello scritto La Questione Meridionale e il federalismo, apparso l'anno successivo nei numeri del 16 luglio, lO e 16 agosto, lO e 16 settembre 1900 della Critica Sociale (e poi nel volume citato).

Perché è un fatto innegabile - scrive Salvemini - che, se i meridionali detestano i settentrionali, questi ripagano di egual, ed anche migliore, moneta gli altri. È opinione diffusissima nel Nord che il Sud paghi molto meno tasse del Nord e goda di tutti i favori del governo: è un parassita che dà poco e prende molto. Lo sfruttamento economico è accompagnato dalla corruzione politica, della quale il Sud è la inesauribile sentina. Un corrispondente vuoI dare al suo giornale un'idea della corruzione elettorale del suo collegio? non mancherà di scrivere, per dare un'idea sintetica della situazione: «Pareva di essere nel Mezzogiorno». Un sottoprefetto o un delegato fanno i prepotenti? gli si dice subito: «Caro lei, crede forse di essere nel Mezzogiorno? ... ».

Ergisto Bezzi, ottimo cuore di repubblicano e di cittadino, che fu aiutante di campo di Garibaldi nella spedizione di Sicilia e di Napoli, mi diceva un anno fa: «Il mio più gran rimorso è quello di aver accompagnato Garibaldi nel Sud; il Sud doveva rimanere ancora sotto i Borboni». Un fraterno augurio, che io ho sentito molto spesso fare dai settentrionali ai meridionali, è che le acque del mare ricoprano tutta l'Italia da Roma in giù. I nordici disprezzano, come dicon essi, i sudici; e i sudici detestano con tutta l'anima i nordici; ecco il prodotto di quarant' anni d'unità.


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5.    Le ricognizioni di Salvemini di fine 800: che ne pensano le organizzazioni politiche dei lavoratori

Sia bene inteso, un tale modo di vedere le cose non era proprio solo degli ambienti industriali e produttivi del Nord, né era solo volgare opinione corrente tra la gente comune, poiché essa non risparmiava le stesse organizzazioni politiche della classe operaia ed i loro quadri dirigenti. Salvemini ne parla in una lettera che definisce ultima e definitiva, a Turati, pubblicata nei numeri del 16 gennaio e 10 febbraio del 1903 della Critica Sociale (e poi nel volume citato).

È vero - scrive Salvemini in tale lettera - che nordici e sudici, siamo fratelli: ma Caino ed Abele non erano fratelli? (Carlo Cattaneo farebbe osservare che in ebraico Caino vuoI dire possidente e Abele vuoI dire nullatenente). È vero che i tutori nordici sarebbero democratici, radicali, magari socialisti. Ma le idee astratte non han mai servito ad altro che a giustificare gl'interessi concreti. E nulla impedirà mai che nelle questioni doganali, per esempio, alcune industrie del Nord abbiano interessi diversi e magari contrari a quelli di alcune produzioni agricole del Sud; nulla impedirà che i partiti, anche democratici, del Nord si preoccupino degli affari e degli interessi dei loro paesi, che essi conoscono e sentono più direttamente, a preferenza degli affari e degli interessi del Mezzodì. ... E in sostegno di questa mia affermazione c'è un fatto abbastanza recente e molto significante: il Gruppo parlamentare socialista nel 1901 ha votato contro il dazio sul grano, ma ha sostenuto i premi alla marina mercantile e la protezione agli zuccherifici, per la ragione che in queste produzioni sono interessate anche le masse proletarie. Eppure, anche l'abolizione del dazio sul grano produrrebbe una crisi gravissima nell'esistenza di una parte del proletariato meridionale. Ma gli operai del Nord sono una potenza politica, mentre i cafoni meridionali non han voce in capitolo. Ecco perché i deputati socialisti meridionali non han voce in capitolo. Ecco perché i deputati socialisti del Nord volevano tagliare col coltello libero-scambista nelle carni vive del Sud, ma adoperarono l'unguento protezionista sulle graffiature del Nord.

Continua Salvemini in questa sua drammatica ed inascoltata requisitoria:

Credere che il Nord, diventato onnipotente sul campo politico, possa curare gli interessi economici, doganali, tributari, ferroviari del Sud suo vassallo, questo sì, caro Turati, che è sognare ad occhi aperti ... Sai quale sarebbe la conseguenza immediata della tua riforma? Il protezionismo industriale rimarrebbe intatto o crescerebbe; molti prodotti meridionali (oli, vini, agrumi, frutta, ecc.) sarebbero trascurati nei trattati di commercio con rovina dei piccoli coltivatori; il dazio sul grano sarebbe abolito senza badar tanto al fatto che, tutte le altre condizioni rimanendo immutate, l'abolizione del dazio sul grano produrrebbe una crisi di miseria nei tre quarti del Mezzodì; i noli dei trasporti marittimi e ferroviari sarebbero congegnati in modo da proteggere, per esempio, nel Nord i vini piemontesi dalla concorrenza dei vini pugliesi, ma da invadere il Mezzogiorno coi formaggi e con la cotonina settentrionale: l'Italia meridionale diventerebbe, peggio che non sia ora, una colonia dell'Italia settentrionale, non una colonia come l'Eritrea, che - furba! invece di mandarci dei quattrini, ce li porta via -, ma una colonia sfruttata e dissanguata più che non sia ora; la miseria meridionale crescerebbe, e i contadini meridionali continuerebbero ad esser massacrati in maggior numero, non più in nome dell' ordine, ma in nome della democrazia e magari del socialismo.


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6. La testimonianza di Gramsci

Una testimonianza autorevole di quale fosse 1'opinione che del Meridione correva negli anni venti tra le popolazioni settentrionali, ci viene da Gramsci, in uno scritto del 1926, rimasto incompiuto e pubblicato poi a Parigi nel 1930 sulla rivista Stato Operaio (ripubblicato insieme ad altri scritti di Gramsci sulla Questione Meridionale in una raccolta curata da Franco De Felice e Valentino Parlato, edita dagli Editori Riuniti nel 1966) dal quale riprendiamo le osservazioni che seguono:

È noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile dell'Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte matrigna con la esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come le solitarie palme in arido e sterile deserto. Il partito socialista fu in gran parte il veicolo di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale; il partito socialista diede il suo crisma a tutta la letteratura «meridionali sta» della cricca di scrittori della cosiddetta scuola positiva, come i Ferri, i Sergi, i Niceforo, gli Orano e i minori seguaci, che in articoli, in bozzetti, in novelle, in romanzi, in libri di impressioni e di ricordi ripetevano in diverse forme lo stesso ritornello; ancora una volta la «scienza» era rivolta a schiacciare i miseri e gli sfruttati, ma questa volta essa si ammantava dei colori socialisti, pretendeva essere la scienza del proletariato.

Si tratta, come si vede, di una visione delle cose persistente e generalizzata, che coinvolge tutti i settori della società settentrionale, le masse popolari non meno dei ceti borghesi e produttivi. Né si tratta solo di un giudizio asettico ed inoffensivo, ma come scrive Gramsci di una ideologia. Essa cioè esprime una concreta e molto attiva e reattiva presa di posizione delle popolazioni settentrionali contro questa non voluta aggregazione del Sud al Nord, vissuta come assunzione gratuita di un fardello parassitario e perciò caricata di tutte quelle valenze negative che Gramsci sommariamente evoca. Un rifiuto in altri termini dell'unità letta nelle conseguenze concrete che essa come fatto reale ha nella vita della gente.

Attesi questi suoi caratteri di ripulsa generalizzata, diventa quasi ovvio che essa si articoli in una varietà di manifestazioni, canalizzandosi sul piano socioculturale in un razzismo diffuso e talvolta anche virulento; sempre sul piano socioculturale, in un vigoroso attivismo dei ceti produttivi e delle istituzioni culturali volto ad accaparrarsi le risorse e le attenzioni dei partiti e dei governi (eloquente in proposito l'evocazione che nel suo scritto Gadda fa del Sarzanino); sul piano politico, nel progressivo infeudamento delle popolazioni e del territorio meridionale, coerentemente all'ostilità di cui essi sono circondati ed al giudizio di insignificanza, di cui sono avvolti.


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7. Gli anni della democrazia

A leggere gli scritti che costituiscono l'oggetto e l'occasione di questo inserto - la riproposizione del "contrasto", interpretato questa volta dalle voci di La Cava e di Gadda, con sottofondo di Montale - non sembra che le dure esperienze del fascismo, della guerra, dei loro lutti infiniti, degli olocausti, della lotta di liberazione abbiano spostato più di tanto i due immaginari dal binario a cui essi appaiono fissati fin dal loro primo manifestarsi. Pure eravamo, lo abbiamo detto prima, avvolti da un grande empito di rinnovamento. Sarebbe quindi tempo di esaminare quante cose vecchie sedimentavano sotto quell'empito, se è vero che lo spirito del dominio e della guerra, le ragioni dello Sviluppo e le ragioni dello Stato sono oggi più  virulente e determinate che mai, se i sessantanni e passa di democrazia non sembra abbiano toccato neppure il piccolo focolaio di quel "contrasto", chè anzi appare oggi ancor più esacerbato sia negli spiriti che nei suoi effetti. Ed a questo proposito non sarebbe inopportuno ricordare il grande sforzo in senso contrario posto in essere dal nuovo meridionalismo, né l'impegno, tutt'altro che insignificante, che ha portato alla costituzione della Cassa per il Mezzogiorno, anche se per dover poi rilevare, nell'economia di questa nota, che tuttavia né l'uno né l'altra sono valsi a far nascere un nuovo immaginario, diverso dai due di cui stiamo ragionando. E neppure a rallentarne la divaricazione.

In questi ultimi venti anni poi, il "contrasto", senza in nulla modificare i termini di cui si alimenta, sembra entrato in una fase nuova. Nell'ultimo ventennio uno dei due immaginari è andato evolvendo dall'iniziale ripulsa dell'altro, fino ad assumersi formalmente come questione ed a costituirsi in nome di essa come soggettività politica, entrando anche formalmente come tale negli organismi istituzionali con propri rappresentanti, pur se di fatto gli interessi che essa rappresenta ne costituivano già fin dall'inizio gli orientamenti portanti.

Si è andata così formalizzando in questi anni, accanto ad una questione meridionale sempre più svuotata di rilevanza, una questione settentrionale, il cui linguaggio ed i cui contenuti sono in larga parte esattamente quelli ricordati all'inizio di questa nota, quelli di cui già nel 1890 si rendevano paladini i Colombo e giornali democratici come L'Italia del Popolo e Il Cisalpino. Essa è diventata argomento dominante nella cronaca della grande stampa nazionale, in termini da essa accettati e condivisi. Sul Sole 24 Ore dell' Il novembre 2006 - ma non diversi sono il tono ed il linguaggio degli altri grandi quotidiani unitari, come il Corriere della Serra, Repubblica, (v. ad es. TIvo Diamanti su Repubblica del l? giugno) la Stampa ecc. in una cronaca di pagina lO, sotto il titolo: Primo, ricordatevi del Nord - Le proteste contro la finanziaria hanno riproposto un malessere diffuso che ha radici lontane e che rivendica politiche serie per accelerare la crescita, Valerio Castronovo scrive:

Se oggi la "questione meridionale" è tornata prepotentemente al centro della scena per l'emergenza criminalità a Napoli e in altre zone del Sud, sarebbe tuttavia un grave errore di valutazione e di fatto, qualora ci si dimenticasse che esiste comunque una "questione settentrionale" d'importanza cruciale per il Paese, senza con questo stabilire, beninteso, un ordine di priorità ...

I suoi primi sintomi vennero manifestandosi allorché, da un lato, si affievolì al Nord un trend economico espansivo su scala territoriale globale e, dall'altro, la classe politica locale cominciò a perdere quota in sede nazionale e non seppe formulare proposte adeguate di sviluppo e modernizzazione.

In quei due decenni del secolo scorso, il Nord-Ovest accusò una pesante battuta d'arresto rispetto al ruolo trainante che aveva svolto fino ad allora: e ciò a causa della ristrutturazione della Fiat e del suo indotto, del progressivo declino dell'Olivetti e del ridimensionamento del nucleo tessile biellese; della disgregazione del polo genovese dell'industria di Stato e della senescenza del sistema portuale ligure; nonché delle crescenti difficoltà della siderurgia, della chimica pesante e della grossa meccanica in alcune zone della Lombardia ...

Resta il fatto che da allora quella che era la locomotiva del Paese non solo si trovò a scontare le conseguenze dell'assenza di una strategia basata su appropriate riforme di ordine strutturale e su una gestione più razionale delle risorse disponibili. Si trovò altresì priva di una nuova élite dirigente, con attitudini e credenziali all'altezza dei problemi sul tappeto.

Non c'è pertanto da sorprendersi se oggi è venuta imponendosi alla ribalta una questione settentrionale che covava da tempo e che è divenuta man mano più acuta. E ciò sia per l'incapacità culturale, da parte della classe politica, di comprendere i mutamenti avvenuti nella fisionomia sociale delle comunità locali; sia per il crescente malessere di tante imprese costrette a competere nel mercato globale senza un adeguato retroterra di strutture logistiche, di trasporti e comunicazioni, di nuove fonti energetiche, di investimenti in capitale umano e in altra tecnologia.

Dove è agevole rilevare che il Meridione - la questione meridionale - si pone come il luogo dell'emergenza criminale (detto, s'intende, con tutta la serietà e la preoccupazione che una tale affermazione comportano) ed il Nord - la questione settentrionale - come il luogo dello sviluppo e della modernizzazione, territori determinanti per la competitività di tutto il Paese, quindi per tutto il Paese. In tale modo di rappresentare la situazione, divenuto linguaggio comune e comune modo di vedere, le due questioni vengono meramente affiancate e mai intrecciate, mai lette nelle inevitabili interferenze reciproche, isolate in una propria radicale diversità, l'una negativa ed al limite della recuperabilità, l'altra positiva, propulsiva, determinante per tutto il Paese, identificabile con lo stesso interesse nazionale, e come tale preminente e perennemente attuale.

Il tema ritorna ad occupare le cronache, con la stessa perentori età, pochi giorni dopo. Sul Sole 24 ore del 28 novembre, sotto il titolo Questione settentrionale. Gli stati generali di Confindustria Lombardia. Sostenere il Nord che produce, è possibile leggere

Gli imprenditori 10mb ardi sono inquieti. Il malessere c'è, inutile negarlo. Ma la volontà di attivare un dialogo costruttivo con la classe politica per individuare soluzioni condivise alla «questione settentrionale» è chiara. Dagli Stati generali di Confindustria Lombardia, convocati per la prima volta dopo 35 anni, affiora uno spaccato delle incertezze, dei dubbi, dell'insoddisfazione che attraversano l'industria lombarda e in generale il Nord produttivo. Un mondo - afferma il presidente di Confindustria Lombardia, Giuseppe Fontana, parlando ai colleghi riuniti nel centro di Malpensa-fiere, a Busto Arsizio (Varese) - che chiede di poter contribuire alla ripresa del Paese e di «poter lavorare» senza ansie, soprattutto, è un mondo alla ricerca di interlocutori politici che ne comprendano il disagio e lo sostengano. La questione settentrionale, cioè il solco che separa imprese e politica, la distanza tra il dinamismo del Nord produttivo e la classe di governo, può avviarsi a soluzione partendo proprio dal laboratorio lombardo. «Siamo convinti - dice Fontana - che la Lombardia debba unire le forze per promuovere il dialogo in una grande alleanza per lo sviluppo».

L'Italia - continua Fontana - deve poter contare su una regione leader. Il Paese deve investire di più sulla Lombardia, perché una Lombardia leader in Europa è una ricchezza per l'Italia».

E come sempre i governi sono pronti a rispondere a tali chiamate. Nella stessa pagina, sotto il titolo Prodi: il Governo marcia con Milano sulle grandi opere, il giornale commenta:

Subito un progetto di sviluppo su cui puntare per recuperare una leadership internazionale. n Governo «c'è ed è pronto a marciare con Milano» per fare crescere tutto il paese. Romano Prodi parte «alla conquista del Nord». Passo ulteriore di quell'offensiva iniziata subito dopo le elezioni per esorcizzare con i fatti "la questione settentrionale".

In mattinata a Milano, nella sede della Provincia (nel pomeriggio a Brescia per la riunione della Fabbrica del programma), il presidente del Consiglio insieme ai ministri dello Sviluppo e delle Infrastrutture Bersani e Di Pietro, conferma l'impegno del Governo e rilancia. Ad imprenditori, forze sociali e istituzionali Pro di chiede coraggio, voglia di rischiare ma soprattutto lucidità di obiettivi ...

n problema di Milano è scegliere il tipo di innovazione che vuole portare avanti. Abbiamo bisogno di rischiare di fare scelte nette ha aggiunto rivolgendosi alla platea che in prima fila vedeva il presidente della Regione Formigoni, il sindaco di Milano Letizia Moratti, il presidente della Provincia Penati. E per questa scommessa ha ribadito «il Governo c'è».

Non che le "difficoltà" del Meridione manchino dalle cronache, ma sono presenti in termini di sconsolata constatazione, senza forza e senza progetto, soprattutto senza mai il tentativo di cercare le ragioni della "strutturale" arretratezza dalla quale nascono. Proprio il Sole 24 ore dell'Il novembre 2006, accanto a quegli accenti di battaglia che prima abbiamo ricordato, sotto il titolo Svimez: si allarga il divario tra Centro-Nord e Sud, registra che

n passo del Sud rimane troppo lento per colmare il divario con il Centro-Nord. Addirittura, negli ultimi tre anni la distanza, in termini di PiI e occupazione, è tornata ad ampliarsi, dopo un periodo in cui si era leggermente ridotta. Le ultime stime parlano di una ripresa più robusta per le regioni centro-settentrionali (+2% il PiI 2006) e di una nettamente inferiore in quelle meridionali (+ 1,5 %) che pure nel 2005 avevano sofferto una contrazione dell'attività economica e, ancora più marcata, dell' occupazione.

Queste cifre, presentate ieri da Riccardo Padovani, direttore della Svimez, confermano le difficoltà strutturali del Mezzogiorno. A cominciare dalla perdita di controllo del territorio da parte dello Stato, come dimostrano le periodiche fiammate di criminalità; e dalla carenza di infrastrutture, al 50% del livello nazionale. Ma è difficile che il Sud ritrovi la strada dello sviluppo se l'Italia nel suo insieme continua ad arrancare con un tasso di crescita che, come ha sottolineato Enrico Giovannini dell'Ocse, la sta facendo arretrare in termini di reddito per abitante rispetto alla media europea ... Le regioni meridionali, secondo Antonio Golini dell'Università di Roma, devono trovare una strategia unitaria perché in ordine sparso non hanno forza nè economica né politica. Le stesse imprese meridionali faticano a focalizzare ed esprimere una domanda di politiche, come evidenziato da una recente indagine elaborato da Raffaele Brancati del Mel. Mentre lo stato, ha concluso Andrea Bollino della Gse, è latitante proprio nei suoi compiti vitali, come il potenziamento delle reti.

Ma sembra, acriticamente, si tratti di un semplice dato di fatto, di una mera questione di arretratezza piovuta dal cielo, senza alcun nesso con le modalità con cui venne effettuata l"'unificazione", una questione che il Paese si porta sconsoltamente dietro, intervenendo quando può, con inutile spirito di sacrifico.

In tale clima non sembra possano trovare spazio per una riflessione condivisa riflessioni come quella di Luigi De Rosa, il quale, in un recente suo lavoro, La provincia subordinata - Saggio su la questione meridionale, Laterza, 2004 - si da cura di esaminare nove momenti della storia unitaria, particolarmente significativi sotto il profilo dello sviluppo economico, per ricavarne - in contrasto con quella falsa rappresentazione di separatezza delle due questioni - quali siano stati e quali siano invece gli effetti del loro intreccio e più esattamente quanto l'assunzione delle ragioni dell'una a criterio d'interesse generale abbia operato e pesi sulla stessa nascita dell'altra e sul suo strutturarsi in piaghe diverse, ivi compresa quella criminale.

Scrive in proposito Luigi De Rosa nell'introduzione a tale saggio

Nel corso della storia italiana post-unitaria - dal 1861 ai giorni nostri - diversi sono stati, ovviamente, i modelli perseguiti in materia di sviluppo economico dai governi che si sono succeduti. Ma una caratteristica sembra accomunarli tutti: sono stati concepiti ed eseguiti secondo quanto indicavano gli interessi della parte più progredita del paese e imposti alla parte più debole non solo senza coinvolgerla nelle scelte, ma senza nemmeno prepararla alle conseguenze negative che tali scelte avrebbero potuto per essa comportare.

Il Mezzogiorno è stato, cioè, considerato alla stregua di una «provincia» nell'accezione classica dell'Impero romano ...

Nel corso della storia italiana post-unitaria la «provincia» Mezzogiorno è stata, in effetti, costretta ripetutamente a interrompere l'opera che le era stata in precedenza assegnata, per intraprenderne altra, senza che fosse preventivamente informata e preparata. Nell'adottare le proprie decisioni, gli autori del cambiamento non tenevano in alcuna considerazione i danni che il repentino e radicale mutamento di rotta avrebbe procurato alla vita economica e sociale della «provincia». Per dimostrare la fondatezza di queste affermazioni esamineremo nove momenti della storia unitaria, particolarmente significativi sotto il profilo dello sviluppo economico; a tal punto significativi che le politiche economiche in essi rispettivamente seguite per l'impostazione, i princìpi regolatori, le procedure e le strumentazioni impiegate, le finalità dichiarate possono assurgere a veri e propri modelli di sviluppo.

Le considerazioni di De Rosa sono sufficientemente rappresentative dell'immaginario collettivo oggi dominante al Sud. Esse si inseriscono in un filone di studi e di approfondimenti sempre più documentati e motivati, certamente non privi di rilievo nella formazione di una coscienza collettiva interna. Anche se le altre porte alle quali tali studi bussano continuano a restare sorde. Ma anche questo è scontato in partenza nell'immaginario che il Meridione ha del suo connubio con l'altra Italia.


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8. Esiste un immaginario nazionale?

Non sembra arbitrario concludere che sul nodo del rapporto Nord-Sud, cioè sul tema stesso dell"'Unità" non vi è, e non si è formato in tanti anni di vita unitaria un "immaginario nazionale", ma due immaginari contrapposti e tuttora irriducibili.

Il senso comune al Nord - ed è un senso comune che penetra negli umori della politica, dei partiti nazionali e della grande stampa e ne determina gli indirizzi - da una parte identifica se stesso come il luogo in cui risiede l'interesse di tutta la Nazione e dall'altra vede il Meridione come la palla al piede e il luogo di inarrestabile sperpero di risorse, componendo con tali elementi il proprio immaginario particolare. Passa sotto silenzio in questa visione il grande flusso di ricchezza che fin dall'origine, fin dalla conquista, si riversa dal Sud al Nord, con l'unificazione delle monete, con l'utilizzazione del suo territorio come privilegiato mercato di consumo, con l'eliminazione di un paese potenzialmente concorrente, che nel tempo perderà i suoi punti di forza produttivi ed i suoi grandi istituti finanziari, come il Banco di Napoli, dei quali, ed è storia dei nostri giorni, sparirà anche il nome. Passa sotto silenzio l'imposizione all'economia del Sud dei modelli di sviluppo che si presentano di volta in volta più utili all'economia del Nord, cioè la funzionalizzazione dell' una all'altra, passano sotto silenzio il prelievo delle produzioni agricole del Sud come materie prime o semilavorati, il grande flusso di forza lavoro che si muove ininterrottamente nella stessa direzione, assumendo a tratti la dimensione dell' esodo, passano sotto silenzio il nuovo status in cui il Sud viene a trovarsi con la perdita di potere politico, con il progressivo suo impoverimento fino alla disgregazione, con la sua collocazione nel ruolo di colonia interna. Un silenzio che diventa anch'esso elemento costitutivo di quell'immaginario.

All'opposto l' mmaginario proprio dei meridionali si costruisce sui termini di sfruttati, sudditi, terroni, cittadini di seconda classe. Esso si alimenta di tutte quelle cose che il Nord passa sotto silenzio e che per i meridionali costituiscono altrettante laceranti esperienze della progressiva disgregazione del loro paese, delle comunità, delle famiglie, delle loro attività, della loro stessa consistenza umana. Talvolta, occorre dire, i meridionali si assumono - nello scoramento, sotto l'effetto di una versione di Stato quotidianamente propinata da partiti nazionali, scuola e grande stampa, nella mancanza di una propria voce che parli, nella contemplazione del 10ro odierno stato (sommessamente, della loro odierna miseria), in un inevitabile riflesso di autocolpevolizzazione e di annientamento - talvolta si assumono anche come "arretratezza", come propria congenita irrimediabile arretratezza. Ma poi i termini di sudditi, di sfruttati, di colonizzati riemergono a comporre l'immagine con cui configurano la loro questione.

Non un immaginario dunque alla base di questa "nazione", ma due immaginari tra di loro irriducibili. Uno attivo, dominante, che si muta in politica e ne da la rotta attraverso i normali canali dello Stato e tutta la costellazione di organizzazioni politiche, sindacali e di categoria in cui si esprime il potere sociale, e se non bastano diventa lega e secessionismo (o minaccia di secessionismo); l'altro, di fatto impotente e consapevole della sua impotenza, che gira a vuoto: o affidandosi ai partiti, nei quali non crede, o consumandosi tra la fuga verso terre più ospitali e la difficile via dell'adattamento alla condizione interna, tra la recriminazione e la ricerca di protezioni e comparaggi politici e sociali.

È palese come non vi sia possibilità d'incontro. Il primo è un immaginario che ignora la questione meridionale, non se ne sente responsabile, la nega. È solo incapacità, infingardagine, scrocconeria, "sudiceria". Ignora la dinamica sviluppo-sottosviluppo, essendo il primo solo e sempre virtuoso, frutto della propria bravura. Manca cioè il punto di innesto necessario per l'avvio di un processo unitario e la formazione di un immaginario correlativo, che consiste sempre, inevitabilmente, nell'incominciare a fare proprie le ragioni dell'altro. In mancanza resta lo spirito di inimicizia, di ripulsa, di distacco, così pressante da improntare di sé le stesse istanze verso il federalismo che oggi agitano il Nord. Anche le separazioni infatti possono costituire punto di partenza di nuovi proficui rapporti se si sanno riconoscere in qualche misura le ragioni dell'altro, specie nella ripartizione del patrimonio, che - è conquista recente del diritto di famiglia - è sempre frutto del lavoro di tutti i suoi componenti.

Stanno dunque così le cose? Prendiamone atto. È almeno un punto di partenza. Prendiamo atto che la siatuazione è destinata a durare ancora a lungo. La solitudine della questione meridionale non avrà per molto tempo altri interlocutori che i meridionali stessi. Non l'Europa, almeno per molto tempo, già in grossa difficoltà a comporre i dissidi tra gli Stati come tali. L'Europa dei popoli è, per il momento solo una bella espressione, che gli stessi suoi fautori si sono stancati di ripetere. Resta come traccia di un diverso possibile percorso, ad illuminare quella solitudine, a conferirle una linea operativa di fondo. Lo stesso vale per quanto riguarda i rapporti con le altre situazioni identitarie, con le cosidette minoranze, con le "nazioni negate ", siciliani, sardi, corsi, occitani, valdostani, catalani, jriulani ecc. che da tempo stentano a formare rete e movimento. E tuttavia già assumendo il problema avremo chiara e netta la consapevolezza della gabbia dentro la quale ci troviamo e potremo evitare di imputare a noi stessi se vi sbattiamo contro: concentrando le nostre forze per vedere come e dove le sue maglie potranno cedere, anche come frutto di un più complessivo processo, interno ed esterno insieme.

Ma questo è un altro discorso.

FRANCESCO TASSONE







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