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Dovremmo smettere di definire certi storici "borbonici" e chiamarli semplicemente "preunitari" o "napolitani" nel nostro caso. Non si  capisce per quale motivo il Colletta che non scrive certo un trattato di obiettività scientifica sia considerato uno storico e i napolitani che scrissero al tempo di Ferdinando II siano considerati dei lacchè di regime.

Gli esuli pagati profumatamente in quel di Torino dal conte di Cavour per scrivere le loro ricostruzioni storiche antiborboniche che cos'erano? I depositari  della verità rivelata?

Buona lettura e soffermatevi sul profluvio veramente impressionante di innovazioni normative operate dal Re Ferdinando II.

Zenone di Elea – 16 maggio 201

STORIA

DI FERDINANDO II.

RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

DAL 1830 AL 1850

SCRITTA

da Giovanni Pagano

LIBRO I.

IL PROGRESSO.

PRIMO PERIODO

DAGLI 8 NOVEMBRE 1830 A TUTTO DICEMBRE DEL 1847.

NAPOLI

DALLA TIPOGRAFIA DI B. CANNAVACCIUOLI

Strada S. Anna de' Lombardi n" 47.

1853

TAVOLA GENERALE DEI CAPITOLI

LIBRO I.

IL PROGRESSO.

PRIMO PERIODO

DAGLI 8 NOVEMBRE 1830 A TUTTO DICEMBRE DEL 1847.


INTRODUZIONE

Nel più alto colmo del suo maggior furore la rivoluzione non paga di avere aperto un abisso civile, nel quale saremmo sprofondati ove il braccio della Provvidenza non ci avesse guarentiti, imprese a pascer le sue ire sulle riputazioni, e l'altrui onore. Personaggi per grado, ufficio, virtù, od altre qualità venerandi ne eran segno; né risparmiavasi Colui, il quale seguendo le orme degli Augusti Predecessori, e l'impulso del suo Genio, avea volto tutto l'animo suo al progresso del Reame, ed alla felicità dei suoi sudditi. Trista era l'età, e i frutti a lei conformi!..

Le quali intemperanze, simili a vulcaniche eruzioni, da ogni lato con aspre parole, e immoderati scritti irrompevano a diluvio; poiché a trarre nella rete gì' ignoranti conveniva, che le opere del passato governo in ogni maniera si disprezzassero. A me parve tanto ingiusto quel procedere, che in quelle stesse emergenze mi spinsi a pubblicare

un Cenno Storico del Re, nel quale per sommi capi mi feci a toccare dei miglioramenti per Lui arrecati alle industrie, al commercio, all'agricoltura, alla milizia, alle scienze, alle arti belle, alla legislazione, alle opere pubbliche, e ad ogni altra branca del civile benessere.

Qual fortuna fosse toccata a quella mia scrittura in tempi ne' quali, affiochita o spenta ogni voce di ragione, si scorrazzava fra i deliri, e gli eccessi, altri se'l pensi. E veramente quale influenza poteva mai spiegare la parola per rimenare nella smarrita via una casta preoccupata, e per un affare in cui la forza delle armi appena bastò!?.. Rimasemi però sin d'allora il desìo di tempi men crudeli, nei quali avessi potuto in più largo perimetro distendere il mio scritto, con la speranza di esser meglio inteso, o per lo meno guardato di benigno viso. I tempi per la solerzia e per lo vigore di Ferdinando non si fecero aspettare; la calma ritornò là dove prima le turbolenze debaccavano, ed io, sebbene non così prestamente com'erami prefisso, adempio al mio proposito. Io adunque tolgo a narrare delle cose fatte pel secondo Ferdinando, e degli avvenimenti, che, regnante Lui, si svolsero in ambo le Sicilie, e precise dall'epoca in cui, morto Re il Trono pervenne a Lui, sino a quella in cui la nostra rivoluzione fu totalmente spenta. Periodo memorabile, e degno di esser tramandato alla posterità, perché di casi vari pieno. Scienze in progresso; amene lettere, e belle arti in fiore; leggi umane e sagge; opere pubbliche instaurate, o fondate;

monumenti vari in testimonio di pietà, e di virtù eretti; strade dischiuse, o prolungate, o aggrandite, sì sulla terra, che su ferree strisce; ponti per solidità e per magnificenza ammirevoli; città ingentilite; commercio protetto e disteso; agricoltura e pastorizia improsperite; finanza rinverdita; milizie terrestri e navali immegliate, accresciute, e quasi dissi, create; amministrazioni riordinate; grandi allegrezze, e dolori grandi nella Reggia; sorprendenti meraviglie di natura; strage di epidemici morbi; scompiglio di regioni; grandi conforti per grandi calamità; religione fiorente; clemenze generose; tutte le fonti del civile benessere in corso; maschia civiltà; tempi felici: e poscia insensate congiure; passioni settarie; inatte ribellioni; voglie sfrenate; dottrine sovversive; ingratitudini enormi; Principi in fuga; sangue cittadino sparso; atroci casi; guerra fratricida; oitanico combuste; odi interni; scandali, e prepotenze forastiere; glorie militari; tristi in auge; le vene del civile benessere inaridite; sconvolta e ruinosa età; ed in mezzo a tante venture, e cangiamenti di tempi, di cose, e di uomini, un Re, il quale si mette negli anni giovanili al limone dello Stato, ed a porto il trae sì quando le aure della pace quiete e prosperevoli ventavano, e sì quando il sinistro rovajo della ribellione l'ultima catastrofe minacciava..

La qual materia tre periodi in tre libri comprenderà. Il primo, che muove dal novembre del 1830 infino a tulio l'anno 1847, io intitolo periodo di progresso; poiché si compone di utili e Nella quale mia esposizione io mi son fatto a seguire l'ordine delle materie, affin di avere nesso logico ed unità, preferibili al pigro e servile andamento della cronologia; nondimeno, dove ho potuto, non ho trasandato di riunire amendue i modi. Debbo avvertire, che talora ho dovuto far cenno degli avvenimenti d'Italia e d'oltremonti; perché avevano stretto ligame con quelli della patria nostra; ma mi son comportato in guisa che i miei cenni non fossero né prolissi, né magri, ma alla chiarezza, ed al mio scopo opportuni. Soggiungo inoltre, che io non mi sono rimasto dal fare qualche riflessione, o altrimenti inanimire le mie carte; poiché arrandellarsi fra i soli limiti della narrazione è opera da novelliere, la quale dopo l'inetto diletico di fuggevole pascolo dato alla curiosità, nulla non profitta; mentre la storia è solenne sacerdozio, che narra i fatti per

discuoprirne le cagioni, ornarli di considerazioni opportune, lumeggiarli con la critica, e volger tutto l'edilizio suo a bene della umana famiglia. Imperlante io non so cosa saran per dire di me, coloro che togliendo a leggere questa mia istoria apprenderanno fino dalle prime linee, che essa fu scritta quando ancora non erano dileguati dalla scena del mondo gli uomini, né spente le passioni, né trapassati i tempi di che tratta. E veramente troppo ardua cosa è narrare dei contemporanei ai contemporanei; poiché gravi difficoltà ad ogni pie sospinto si parano dinanzi. Infatti talora lo storico s'imbatte in argomenti oscuri ed avvolti fra tenebre, che i partiti curano di render fitte ed estese, a disgombrar le quali è mestieri che l'età vada al suo tramonto: tal altra s'avviene in fatti narrati con esagerazione dalle contrarie parli, secondo che allo interesse delle malnate passioni si attagliava, sì che non è possibile segnar la linea di mezzo se non quando la pestilente afa delle passioni finisca di soffiare: sovente si addentra nello spinoso campo di trattare degli uomini tuttora viventi, e se conquisi non ancora spogli delle stravolte idee, né per anco redenti alla ragione: infine non è fattibile, che lo storico vada al verso di tutte le inclinazioni, e le voglie, o mantenga la penna monda da blandizie e da odi, segnatamente se non sia di animo freddo, o non sappia essere insensibile alle azioni generose, non trattenersi dallo sdegno per le nefandezze e le turpitudini,o ebbe parte negli avvenimenti; poiché qualunque sia il freno della verità, che benigna eonsiglìera di onore, gli additi il rètlo sentiere, mai non avviene, che egli non trasfonda le sue passioni nella sua penna, e, lui non volente, esca in quelle cose che senton chiaramente di parte. Non però di meno, punto non si comportano giustamente coloro che le storie contemporanee spregiano, e hanno in non cale. Essi non riflettono che la condizione di contemporaneo mediata o immediata è indispensabile allo storico; il quale riporta cose vedute da lui, o apprese da ohi le vide o in lese. Forse nei giudizii egli può esser menato dalle ire e dagli amori, ma quando li fa discendere dai fatti, evita sempre lo scoglio dell'errore. i Io intanto mi sono industrialo a cessare in vario modo le difficoltà, e mi lusingo di essermi aggirato pei campi della storia con animo pacato, e con penna scevra d'ire, di blandizie, e di menzogne; imperciocché non v'ha macchia che tanto degradi lo Storico, quanto incensare alle passioni, piacere ai partiti, e carezzare il vizio; e nessuno però sia di credere, che io abbia mirato a cavarmi la voglia di careggiare i partiti o innasprirli, di aggravare la penna sugli uomini, e maledirli, di profonder l'incenso della lode, o adulare; né la mia istoria guardando le cose e non le persone, vuol' esser paga di lasciare a ciascuno il terribile gastigo dei rimorsi ove operò il male, e ricuoprirlo del manto dell'obblio; ovvero. destargli il segreto compiacimento, che simile a' placido ruscello in fertil campo, allieta e bea l'animo, se operò il bene; ma vuole però appuntare il vizio, mostrarlo, imprecarlo, affinché sia schivato dagli avvenire; come vuole magnificare la virtù, laudare i virtuosi, onde servano di esempio ai posteri; ed anche in ciò essa sarà castigata, e modesta; poiché la bellezza morale non è dissimile dalla fisica, la quale se disgiunta da modestia, si rende obbrobriosa, e riprovevole: né a me tessendo la storia di Ferdinando li corre il bisogno d'invertire la verità, impercioccbè dove parla la eloquenza dei fatti, ogni rettorico artifizio è mulo: poiché i fatti resistono al tempo ed alle passioni. E noi nel processo di queste carte avremo l'opportunità di vedere in qual modo abbia Ferdinando compresa filosoficamente la sua missione nel procurare incessantemente lo svolgimento morale, religioso, scientifico, artistico, industriale, giuridico, commerciale, politico, e civile del suo popolo.

Tale è stato il mio proposito, se io abbialo raggiunto o pur no, lo giudichino quei Cortesi che toglieranno a legger le mie pagine con animo scevro di odii, di parte, d'ira, e d'ogni altra bassa passione, né da umani e generosi sensi abborrente.


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CAPITOLO PRIMO.

PRINCIPI ED ANTECEDENZE DEL REGNO.

Sommario

Come e quando il Reame succede a Ferdinando II. Suoi primi anni. Assenti i suoi Angusti Genitori compie landevolmente pubbliche funzioni di Corte, Religiose, e Militari. È nominato Comandante in Capo dell'Esercito, e poi Vicario Generale del Re, e negli altissimi uffici! mirabilmente si comporta. Disposizioni e leggi per Lui date o fatte. Morte di Francesco I., e suo cenno storico. Ferdinando II. ascende al Trono, ed emette un proclama memorando. Gaudio dei popoli. Stato politico universale. Brevissimo schizzo del nostro stato prima dei Borboni.

La pregerol Corona delle Due Sicilie, fermata nella Borbonica Stirpe dalla invitta virtù di Carlo, e per Lui stesso tenuta infino a che destini più solenni non Io richiamarono altrove, passata poscia fra varie e lunghe vicende al I. Ferdinando, e per breve ora al buon Francesco, si posò nel novembre del 1830 sul capo a Ferdinando II.

Egli respirate le prime aure di vita in Palermo ai 12 Gennajo del 1810, quando appunto la napoleonica spada percuoteva tutti i Troni di Europa, venne innanzi negli anni con la guida di. Uomini preclari e commendevoli, i quali su di opportuno terreno lavorando, gittarono nell'animo di Lui i semi di quelle alte e nobili virtù, onde lumaio spirito s'abbella, e si addestra nella grande e sublime scienza del governo dei popoli.

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Varcato appena il terzo lustro ebbe a mutare il titolo di Duca di Noto in quello di Duca di Calabria, chc teneva il suo Padre Francesco ormai salito al Trono. Questo titolo già lo avvicinava al seggio al quale Iddio avea

10 destinato. Guari non andò e i suoi Augusti Genitori ebbero a viaggiare fino alle austriache regioni d'Italia, e lasciarono il Giovine Ferdinando a Capo della Real Famiglia, a fine di rappresentarli in tutte le pubbliche funzioni. Ed in fatti rappresentolli in varie circostanze, mostrando tutte quelle 'virtù, che ad un Giovane saggio ed accorto si addicono. Ai 27 di Aprile del 1825, correndo

11 dì natalizio della Sorella Maria Cristina, ed ai 30 del susseguente maggio, essendo il dì suo onomastico, compiva con decoro e gentilezza le funzioni di Corte, ricevendo gli omaggi di molti Personaggi illustri del Regno e Stranieri, i quali della bontà e delle maniere di Lui serbarono grata memoria.

Viderlo le domestiche pareti in pubblica funzione, videlo anch'esso l'amato popolo nella circostanza di religiosa funzione. Ai 2 del cennato Maggio rccavasi al Duomo in forma pubblica per venerare il sangue ancora vivente del Mitrato Protettore di Napoli, e nel secondo dì del seguente Giugno assisteva alla pubblica festa del Corpo di Cristo. Con indicibile compiacimento e somma letizia vedea l'accalcato popolo Colui, che un dì dovea governarlo, far bella mostra di modestia, di benevolenza, e di altre virtù; adempiere degnamente alle veci del Re assente, e compiere mirabilmente quelle pie, antiche, e solenni funzioni. Il popolo metteagli mollo amore. Napoli tutta ne andò sovrammodo lieta, e contenta.

Mostrossi alla Corte il giovine Principe, al popolo si mostrò, dovea mostrarsi all'armata da Lui tanto prediletta, e nel marzo del 1826 passava una rivista in Napoli e poscia altre n'eseguiva in Portici, in Nocera, io Nola, in Caserta ed in altre città conterminali ove erano acquartierate le nostre truppe.

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Sovente portavasi ai campi d'istruzione, andava osservando le opere, che allora si costruivano in Castellamare, ed in Napoli, e molte altre cose facea nel ramo militare, le quali ben mostravano quanta virtù guerriera nel suo animo albergasse, quanta maturità di senno in fresca età facesse mirabile contrasto.

Impertante nel Maggio del 1827 incominciò veramente a dare opera alle pubbliche faccende; imperciocché instituito in quel tempo dal Re un Comando Generale delle Armi, fu Egli nominato Comandante in capo dell'Esercito, ed a buon dritto; perché fino dalla prima infanzia avea dato segni non dubbii di genio militare, e volto l'animo suo alla nobile o sublime carriera delle armi, e addentratosi nel nuovo aringo, ben diede a vedere quanto nel fatto le preconcette speranze si avverassero.

Diligenza somma in osservare, franchezza ed aggiustatezza di giudizio, precisione o prontezza di comando, mirabile operosità costituivano i pregi, che in Lui ancor giovane, si ammiravano. Conoscendo di buon ora, che il soldato si forma nel Campo, e che la militare virtù si distempera, e si sperde fra le blandizie di una vita molle ed inerte, assiduamente traeva i Reggimenti a campeggiare, facendosi Capo ed esempio dei disagi e delle fatiche più aspre. Quanta utilità sia derivata e derivi da tanti e si moltiplicati bellici esercizi!, ben si comprende da chi scorge nella pratica il tesoro di ogni arte.

Spingereimi al di là dei limiti segnati, ove discender volessi a notare le disposizioni, le fatiche, le cure, che per Lui si fecero in bene dell'Armata; cennerò soltanto, che ricordevoli sono la Ordinanza per gli ascensi militari dei 13 aprilo 1828; la legge risguardante la sorte delle vedove e dei figli degli Ufficiali, non che la norma per la contrattazione dei matrimonii; quella che spetta all'ingaggio dei cambii per leva militare; e soggiun

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che innumerevoli furono le colonne mobili, le passeggiate militari, i campi di evoluzione, le ispezioni, i simulacri di guerra, le riviste, ed altre operazioni volte al progresso della milizia; cosicché per tal modo il nostro esercito prese l'abrivo di una nuova era, la quale per onore, per gloria, e per istruzione dalle passate grandemente si diparte.

Le cure, le premure, l'esempio di un Re sono di vivido sprone e d'incitamento per gli eserciti. E Ferdinando Il da Principe, e da Re seppe infonder nella nostra Armata illimitata fidanza, disciplina severa, istruzione teorica e pratica compiuta, religione, coraggio, e tutte quelle altre solenni virtù onde le milizie incivilite si decorano. Giustamente ne restarono ammirate tutte le Persone Reali o Imperiali, e Personaggi di grido, che da quell'epoca viaggiando il nostro Regno, osservarono da vicino lEsercito, che era il fruito delle assidue cure di Ferdinando. La gloriosa ed onorata fama, che corsene fin d'allora per tutto il mondo, fu grata ricompensa a tante fatiche I

Né solo militari talenti in Lui da Principe si osservarono, ma benanche sapienza civile, la quale costituisce con la militare virtù pregevole assieme nel diadema dei Re; imperciocché senno civile forma le nazioni, virtù guerriera le preserva e garentisee. Già pervenuto alla maggioretà, secondo lo Statuto di Famiglia, negli anni in cui più possono gli ardori giovanili, che la posatezza della meditazione, sedeva Egli di fianco al Re nel Consiglio di Stato, ed apprendeva di buon ora la pratica governativa, la quale svegliando in Lui la scintilla del genio, preparava quella civile sapienza di cui ridondano i fasti dal suo Regno, e di cui si ebbero le prime pruovo nel suo Vicariato; imperciocché l'Angusto Genitore, allontanandosi dal Regno per condurre la Figliuola Maria Cristina al Trono della Spagna, Sposa al vedovo Ferdinan

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Il nuovo ed alto uffizio non rattiepidì in Lui punto né poco la sua virtù, anzi gli fa di sprone a distender le sue pratiche, a mettere ad effetto le già preconcette idee, a moltiplicare le sue cure. Ritornato nella Capitale dai confini del regno, dove aveva accompagnato gli Augusti Genitori e la Sorella Sposa, applicò l'animo alle supreme e diffìcili cure del governo con tanta solerzia, agevolezza, e sapere da recare sentita meraviglia a coloro che erano incanutiti nel diriger le fila governative, ed a tutti quelli che tenevan d occhio le operazioni del giovin Vicario, che dovea un giorno, e questo non lontano, stringer lo scettro.

Un momento non intermise ed in tutti i rami governativi apportò modifiche, immegliamenti, completamenti, giustizia, ed ogn'altro bene che al progresso del Reame si attenesse. Apriva, correndo il giorno onomastico di Re assente, la pubblica esposizione delle industrie patrie; volgeva le sue premure pel rinettamento dell'emissario di Claudio, ordinava la riunione della commissione intesa all'ammortizzazione del debito pubblico, non che il mantenimento del sistema finanziero che in mezzo ai tempi torbidi avea servato il credito pubblico; emanava una provvida legge con opportuno regolamento per impedire i contrabbandi, un'altra era intesa ad ovviare il monopolio sulla introduzione dei generi esteri che in diversi luoghi debaccava; emetteva utili provvedimenti intorno al Tavoliere di Puglia; faceva risorgere la utile istituzione dei monti frumentarii; ordinava la riunione o la separazione dei comuni sì come meglio richiedessero il bene delle rispettive popolazioni, determinava la contribuzione fondiaria per l'anno seguente; decretava opportune modifiche intorno alla trascrizione sui registri delle conservazioni delle ipoteche; portava saggi

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e dei disastri apportasse miseria e danni; né in mezzo a tante cure pretermetteva l'amato esercito, anzi lo menava più volte in mezzo ai campi pei soliti esercizii; infine nel breve giro del suo Vicariato il giovin Ferdinando operò in modo che molta laude gliene tornasse dall'Augusto Genitore allorché rientrava nel Regno, molta meraviglia nell'animo dei Sapienti lasciasse, e pari speranze nel cuore di tutti i popoli sorgessero. Breve fu quella luce ma intensa e salda.

Intanto Re rimpatriato appena di Spagna, rincruditasi pel viaggio la sua abituale malsania, passava di questa vita agli 8 novembre del 1830. Fu Egli Clemente, Saggio, Religioso: poco più di cinquantatré anni visse, dei quali molti da Principe, pochi da Re, e quelli per guerre ribellioni, e domestiche sventure acerbi, questi per brevità poco men che lieti. Più volte Vicario del Regno in tempi calamitosi seppe della prudenza farsi schermo, e in mezzo alle procelle recarsi a porto. Sposò, in prime nozze Maria Clementina d' Austria, ed in seconde Isabella di Spagna, delle quali l'Una per brevità di nozze, per tempi crudeli, per la perdita del suo figliuolo, e per immatura morte, grandemente infelice; e l'Altra per contrarie venture felice. Molte cose in bene dei suoi popoli fece, più molte ne avrebbe fatto, se Fato avverso non lo avesse spento. Amato in vita di vero amore, e di vere lacrime rimpianto in morte. Di tempi migliori degno.

Grave era il dolore che tanta perdita straziava il cuore del Giovin Re, ma più grave era il debito che Iddio, affidandogli il Reame, gl'imponea; si che un solo istante non intermise, ed a suoi diletti popoli volgea un proclama che rimarrà mai sempre documento di sapienza, di rettitudine, di religione, e di ogni altra virtù che ornar l'animo di un Re. Quest'esse sono le sue solenni parole.

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» Avendoci chiamato Iddio ad occupare il Trono dei Nostri Augusti Antenati, in conseguenza della morte del Nostro Amatissimo Padre e Re I, di gloriosa memoria; nell'atto che il Nostro Cuore è vivamente penetrato dalla gravissima perdita che abbiamo fatta, sentiamo ancora l'enorme peso, che il Supremo Dispensatore dei Regni ha voluto imporre sulle nostre spalle nell'affidarci il governo di questo Regno. Siamo persuasi che Iddio, nell'investirci della sua autorità, non intende, che resti inutile nelle Nostre Mani, siccome neppur vuole dio ne abusiamo. Vuole, che il Nostro Regno sia un Regno di giustizia, di vigilanza e di saviezza, e che adempiamo vèrso i nostri sudditi alle cure paterne della sua Provvidenza. Convinti intimamente dei disegni di Dio sopra di noi, risoluti di adempirli, rivolgeremo tutte le Nostre attenzioni ai bisogni principali dello Stato e dei Nostri attintissimi sudditi, e faremo tutti gli sforzi per rammarginare quelle piaghe che già da più anni affliggono questo Regno».

» In primo luogo, essendo convinti, che la nostra Santa Cattolica Religione è la fonte principale della felicità dei Regni e dei popoli, perciò la prima e principale Nostra cura sarà quella di conservarla, e sostenerla intatta in tutti i Nostri stati, e di procurare con tutti i mezzi l' esatta osservanza dei suoi Divini Precetti. E siccome i Vescovi, per la speciale missione che hanno avuto da Gesù Cristo, sono i principali Ministri e Custodi della stessa Religione, così abbiamo tutta la fiducia che seconderanno col loro zelo le Nostre giuste intenzioni, e che adempiranno esattamente i doveri del loro Episcopato».

» In secondo luogo, non potendo esservi alcuna ben ordinata società senza una retta ed imparziale amministrazione della Giustizia, così sarà questa il secondo scopo al quale rivolgeremo le Nostro più attento sollecitudini.

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Noi vogliamo, che i nostri tribunali siano tanti Santuari i quali non debbono mai esser profanati dagl'intrighi, dalle protezioni ingiuste, né da qualunque umano riguardo o interesse. Agli occhi della legge tutti i Nostri sudditi sono eguali, e proccureremo, che a tutti sia resa imparzialmente la giustizia».

» Finalmente, il ramo delle Finanze richiama le nostre particolari attenzioni, essendo quello che dà moto e vita a tutto il Regno. Noi non ignoriamo esservi in que. sto ramo delle piaghe profonde, che devono curarsi, e che. il Nostro Popolo aspetta da Noi qualche alleviamento dei pesi ai quali, per le passate vertigini, è stato sottoposto. Speriamo, con l'ajuto e l'assistenza del Signore, di soddisfare a questi due oggetti tanto preziosi al paterno Nostro Cuore; e siamo pronti a fare ogni sagrifizio per vederli adempiti. Speriamo, che tutti imiteranno, per quanto possono, il Nostro esempio, a fine di restituire al Regno quella prosperità che deve essere l'oggetto dei desideri di tutte le persone virtuose ed oneste».

» Riguardo poi alla Nostra Armata, alla quale già da diversi anni abbiamo consacrato le particolari Nostre cure, siccome con la sua disciplina ed ottima condotta già si è resa degna della Nostra stima e particolare compiacenza, così dichiariamo che non lasceremo occuparci di essa e

del suo bene, sperando che dal suo canto ci darà in tutte le occasioni le prove della sua inviolabile fedeltà, e che non macchierà mai l'onore delle sue bandiere».

I fatti che di breve seguirono a cotanto benefiche promesse, alla fama precorsa ed alle luminose pruove già date come Vicario Generale, mossero nell'animo dei Popoli sentita gratitudine, ed alto contento. Non eravi Città, non Paese, non Borgata del Reame, in cui gli animi a confortevoli e grandi speranze non si aprissero, e da cui una Deputazione non si approntissc, o spedisse per alla Capi

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Feste svariate, letterarie accademie, composizioni d'inimistà, largizioni ai poveri, ed altre esternazioni e gare di affetto rallegrarono quei giorni. Dal Tronto al Lilibeo unanime fa il giubilo, una sola famiglia parea che tutto il reame componesse.

Impertante sovrammodo dubbie corrcan le sorti politiche in quell'anno; imperciocché eravi moto o strepito d'ogni parte. Smantellato il Trono di Carlo X stavasi io trepidazioni sulla volubil Senna; rumoreggiavano le armi nei Campi dell'Algeria; fiero rivolgimento ardea nei Paesi Bassi, per lo quale il Belgio, dopo date o patite sconfitte, si emancipava dall'Olanda; Austria tutta in armi; Polonia tumultuante; le Renane Provincie in fermento, e Berlino istessa da lievi e brevi rumori conturbata; non quieta la Baviera, due volte in Munich si combatté; il Duca di Brunswich dopo furiosa sollevazione in bando dai suoi Stati; l'Assia Elettorale, ed Amburgo sovvertite; la Svizzera in conflagrazione; Piemonte vacillante; Lombardia invigilata; Spagna in uno dei suoi confini ribellata; movimenti sediziosi in Portogallo; desio d'indipendenza rinfocolava l'Irlanda, né senza disordini Inghilterra; la Russia pronta ad uscire in campo; sollevazioni nell'Albania; timori in Egitto; Buenos Ayres per accanita guerra lacero e sanguinoso, e perfino nel lontano Messico e nella Colombia agitazioni. Un turbine universale il politico Ciclo minacciava. Né in tanto ribollimento delle cose il veleno di novità non serpeggiava fra noi; sì pel cattivo esempio forastiero, e si per lo mal seme del novilunio, il quale non totalmente spento, parea che fosse parato a rigermogliare per opera di quella genia, la quale rotta ad ogni vizio, sorda alle voci della ragione, e non curante o ignara delle gravi ed eloquenti lezioni della Storia agogna di vivere e gavazzare fra le ribellioni. Vedremo in

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Quali fossero i bisogni e lo stato della pubblica cosa, e quando ad immegliarla intendesse l'animo il giovin Re non occorre qui dire; perocché risulterà dai particolari che formeranno materia ai venturi Capi. Se non che siami lecito di cennare qui di passaggio, che le migliorie civili vennero a noi dalla sapienza dei Borboni, e che al colmo del progresso e della felicità saremmo, ove tempi sinistri non avessero la benefica e grandiosa opera interrotta e ritardata. Carlo fondò, Ferdinando primo accrebbe, continuò, Ferdinando compié il nostro incivilimento; e chi si facesse a volger lo sguardo sullo stato in cui eravamo ammelmati prima che il Magnanimo Carlo ce ne sollevasse, inorridito altrove lo ritorcerebbe.

Un informe e mostruoso ammasso di undici legislazioni, e di consuetudini diverse formava ingombro non guida ai Magistrati, periglio non guarentigia ai dritti del Cittadino, addentellato vastissimo ai cavilli dei Curiali, di cui un incomposto e reo sciame ammorbava le caste aule di Temide. Erronea o arbitraria la procedura, in lontani luoghi gli ultimi appelli, le competenze non fermate; materia opportuna per la umana malizia, e però scaltrimenti intrighi, viluppi, disordini, oppressioni, ingiustizie. Non misura, non modo, non senno, ma ladre ed ingorde avarizie guidavano la Finanza: le proprietà, i consumi, le vesti, il vitto, i possessi, tutto ora materia a' balzelli, e quando la rea bisogna non era fornita si vide il demanio regio spacciato, le Magistrature e i titoli di nobiltà messi a prezzo, cospicue ed innocenti Città infeudate, gli arrendamenti in campo. Le cose amministrative non in migliore posizione; perché ristrette erano, o erronee, o insidiose; quindi poche o nulle le opere pubbliche, abbiette o aneghittite le arti, man

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Il feudalisimo, retaggio di barbara età, in essere. Né la milizia era ben regolata: la sedazione, l'arbitrio dei Baroni, i gaggi, la scelta dei condannati, la presa dei vagabondi, ed altri modi illegittimi e strani spingevano le persone nella carriera delle armi, le quali sotto vesto straniera, in straniere contrade, e per istraniere cagioni combattevano. Non eravi in fino ramo del civile consorzio che non fosse cangrenato, non Società che fosse più abbrutita e misera della nostra. Grave ed orrenda sventura premea gl'innocenti Popoli delle due Sicilie.

Tale nella somma era lo stato nostro allorché il braccio di Carlo venne a rilevarci di tanta abbietezza, ed a spingerci sotto il felice patrocinio della Sua Stirpe nella carriera del mornaccale e giusto progresso.


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CAPITOLO II.

GRAZIA E GIUSTIZIA.

Sommario.

Ferdinando segna il principio e il corso del suo regnare con diversi ed innumerevoli atti di Clemenza. Migliora grandemente lo stato igienico, amministrativo, politico e morale delle prigioni. Apporta modifiche, schiarimenti, innovazioni nella Legislazione Penale. Praticato stesso per la Civile. Immegliameuti dell'Ordine Giudiziario.

Darò cominciamento alle cose fatte per Ferdinando li dal ramo importantissimo di grazia e giustizia; conciosiacché la giustizia forma il primo e principal bene di ogni civile comunanza, e la misura più opportuna della civiltà; poiché barbaro è quel Popolo presso cui le leggi sono parziali o ingiuste. Il rispetto dei proprii dritti viene da natura, consentirne l'esercizio tanto largamente per quanto allo stato sociale si addice, ed equamente garantirli, e senno di matura legislazione. Parimenti sublime bene sono le grazie, le quali sovente debbono rattemprare l'acerbità della giustizia. Ferdinando mirabilmente satisfece alle mentovate cose; perché notevoli sono gli atti di clemenza e di giustizia, non che le modifiche arrecate alle antiche leggi, o le nuove leggi per Lui emesse, le quali in verità sono il più saldo argomento del nostro progresso; poiché dove le leggi sono stazionarie, ivi il corso evolutivo della vita dei popoli è tarpato o spento, e i nuovi bisogni che immancabilmente sorgono, non satisfatti.

Innumerevoli atti di Clemenza segnarono i primi momenti del suo regnare, coi quali intese a rinfrancar molte famiglie dai dolori sofferti, o che tuttavia soffrivano; ed a far rinverdire la concordia, che tempi funesti aveva no insterilita.

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I turbini politici scoppiati in varii tempi sulle nostre contrade avevano scomposta l'armonia degli elementi sociali, e destate condannabili passioni, le quali a documento del tempo crudele quasi nelle famiglie s'infuturavano. Molti di cordogli e di rimorsi pieni menavan vita abbietta ed odiata nel paese; altri balestrati fuori dei patrii lari, con penosa esistenza gemevano in istrania terra fra popoli di diverse usanze, lontani dai domestici affetti; altri avevano perduto il cingolo militare, altri gl'impieghi. Tanto castigo seguiva al delirio di pochi momenti di lusinghe e di vanità.

Ferdinando II nello ascendere al Trono vide col suo pensiero tanta miseria, e guidato dalla bontà del suo cuore volle ripararla e spingere col suo magnanimo esempio a perdonare le vicendevoli offese, e spegnere gli sdegni cittadini. Perlocché ordinava si condonasse l'avanzo della pena ai condannati per reità di stato; la reclusione e i ferri in semplice relegazione si commutassero; la pena dell'ergastolo al secondo grado di ferri discendesse; l'esilio perpetuo, o temporaneo maggiore di un lustro, a cinque anni si riducesse; l'azione penale per tutti gli antecedenti reati di stato cessasse; tutti coloro che per preveggenza politica stanziavano nelle isole o nelle prigioni fossero abilitati; le Commissioni Supreme di Stato si abolissero; si rimuovesse l'ostacolo derivante dalle passate vicende politiche per la occupazione dei pubblici ufficii, ogni suddito senza eccezione fosse ammesso ad esercitarli. Epperò vedemmo renduti alla patria gli esuli, ridonato ai più il cingolo militare perduto, richiamati molti ai pubblici ufficii, restituiti moltissimi alla pienezza dei dritti civili.

Questi atti generosi furono arra di moltissimi altri elio di mano in mano si vennero succedendo in tanta copia da far grata meraviglia; sì che non v'è stato pubblico avvenimento, o festa, o giorno ricordevole del Trono, in cui un raggio di clemenza non discendesse

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ad allietare le miserie

Frutto della regia umanità furono anche la vigilanza e le modifiche ordinate pel sistema penitenziario. Spediti probi Cittadini per visitare lo prigioni tutte del Regno o riferire sugl'inconvenienti che risguardavano Io stato igienico, e morale, e sui mezzi per evitarli o contemperarli. Abolito l'uso degli orridi Criminali di Castel Capuano, retaggio e documento di barbara età: riuniti nella carcere della Concordia i detenuti per debiti, dispersi precedentemente in varii luoghi; ed in altro carcere tutti i giovanetti sparsi per varie prigioni: stabilita una Soprantendenza pel servizio delle prigioni di Palermo; date opportune disposizioni per la vigilanza e la custodia dogl'imprigionati per causa civile, e destinati i Procuratori del Re presso i tribunali civili a soprantenderli: disposto, che i locali destinati ai detenuti civili non dovessero avere alcuna cosa di comune colle prigioni centrali stando piuttosto in luogo di casa di restrizione anziché di carcere: approvato un programma per la costruzione dei carceri centrali nelle provincie del regno; tutte le prigioni migliorate; una maestosa carcere panottica surta in Palermo; emessi saggi regolamenti co' quali si attese alla salubrità, alla sicurezza ed alla capacità delle prigioni: prescritto, che l'amministrazione delle carceri di Napoli costituisse come prima una soprantendenza separata; furono ripartiti in varie classi i detenuti, e ad evitar l'ozio, si provvide al lavoro ed alla mercede, non che alla istruzione morale, e religiosa.

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Quindi

Le leggi penali ebbero anch'esse rilevanti cure. Furono dati provvedimenti opportuni sulle querele di fatto in principale contro le scritture private; risoluto il dubbio surto pel senso dell'art. 386 delle leggi di procedura penale intorno al termine accordato all'imputato per produrre appello; stabilite giuste pene contro i giuochi di riffa, non che pel controbando semplice di mercanzie immesse nelle frontiere del regno, e per coloro che devastassero o scavalcassero il muro finanziero per fare contrabbandi. Emise utili disposizioni intorno alla iscrizione da presentarsi dalla tesoreria generale per conservare il privilegio sul riacquisto delle spese di giustizia in materia criminale correzionale e di polizia; e provvedimenti opportuni affin di agevolare la presentazione spontanea degl'imputati; abolì la giurisdizione delle commissioni militari pei misfatti di scorreria per la campagna in bande armate, disponendo che procedessero in cambio le Gran Corti speciali; estese all'ingenere dei reati in materia di lavori di oro e di argento le disposizioni del decreto dei 2 agosto 1830; attese convenevolmente allo spegnimento ed alla punizione delle comitive armate che scorrazzavano in Sicilia, e dei loro fautori, e ricettatori, ed ordinò il pronto e regolare disbrigo delle cause dei detenuti giudicabili.

Emetteva inoltre delle disposizioni dirette alla esecuzione dei provvedimenti dell'art. 308 delle leggi di Proc. Pen. intorno al ricorso da prodursi nelle condanne di morte; a chiarire le disposizioni delle LL. di Proc. Pen. intorno agli effetti della dichiarazione di pubblico nemico; a regolare la repressione

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e il procedimento nei reati com

Dispose che si facessero talune modifiche al rito correzionale e contravvenzionale, mostrate indispensabili dall'esperienza nello interesse della giustizia, segnatamento per l'appello della sentenza e pei termini onde accelerare il giudizio; e che si affidassero al giudice di circondario le parti di pubblico ministero nello esperimento di fatto nei giudizii penali. Promulgò una legge saggia intorno ai duelli, nella quale con un variato novero di pene si propugna un atto tanto contrario alla morale, alla religione ed alla stessa società.

Diede delle disposizioni per la degradazione degli ecclesiastici condannati alla pena capitale, ed altre discipline intorno agli stessi; per prevenire e punire i reati risguardanti la Tratta dei Negri, traffico obbrobrioso per la umanità. Decretò che fossero dichiarato gravi le percosse e le ferito pericolose di sfregio; e che la pena di morte sanzionata doll'art. 353 delle LL. PP. fosse estesa eziandio al caso di omicidio volontario di coniuge per matrimonio clandestino, o di coscienza; che le disposizioni per falsa testimonianza in affari civili e penali fossero applicabili ai reati di produzioni di falsi testimonii, di carte false,

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e di false testimonianze per gli atti dello stato civile. Emise disposizioni salta cauzione da prestarsi dal condannato per l'appello e pel ricorso per annullamento di sentenza correzionale, e sulle citazioni per dichiarare se voglia o pur no avvalersi di un documento arguito di falso. Inoltre fu stabilito il carcere per custodire i sottoposti a giudizio penale per celebrazione di matrimonio clandestino; fermato che per le contravvenzioni degli Ufficiali dello Stato Civile nella trascrizione del matrimonio di un nazionale contratto in paese straniero, fossero adattabili le disposizioni penali degli articoli 170, e 171 delle LL. PP. giusta i casi in essa determinati; conclusa una convenzione col Governo Austriaco per la reciproca estradizione degli autori o complici di designati misfatti; approvato un regolamento pel trasporto dei giudicabili dall'una all'altra parte dei reali domini!; decretato, che al termine di ore 24 stabilito dall'ari.313 delle LL. di Proc. Pen. per notificarsi al reo il ricorso del ministero pubblico o della parte civile, si aggiungessero altre 24 ore per ogni quindici miglia di distanza, ove il reo medesimo non dimori nel luogo, in cui risiede l'autorità, che ha profferita la decisione impugnata; stabilito che fosse punita col secondo o col terzo grado di prigionia la fuga dai luoghi di custodia o di pena con chiavi false o adulterine; dichiarato il modo di raccogliere nei giudizii penali la dichiarazione dei condannati esistenti nel presidio nei bagni, e nell'ergastolo; fatti convenevoli schiarimenti al decreto de' 18 agosto 1817 riguardante i pensionisti condannati per causa criminale 5 disposte alcune cose intorno alla espiazione delle pene di confine e di esilio correzionale cui siano condannate le donne; fatte multe altre riforme per le quali si è sempre più perfezionata la legislazione penale.

Pari attenzione fu portata dal Re sulle Leggi Civili; sì che ottime modifiche, utili immegliamenti, giudiziose osservazioni si possono riscontrare

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nella innumerevole congerie delle disposizioni legislative a tal riguardo emesse.

Tali sono quelle che riguardano gli atti occorrenti nei giudizii contro gli Uffiziali dello Stato Civile; il termine accordato per produrre il ricorso di annullamento avverso i giudizi i di opposizione al matrimonio; alcuni art. coli delle LL. di Proc. Civ. risguardanti i giudizii per contravvenzioni alle leggi sullo Stato Civile e sul Notariato; le ordinanze rilasciate dalle autorità giudiziarie dopo le domande delle parti o dei loro patrocinatori; le formalità da praticarsi perle alienazioni, trasferimenti ed immobilizzazioni delle partite inscritte sul gran Libro appartenenti ai Minori ed agl'Interdetti; l'abuso delle ricuse prodotte nei giudizii civili presso i giudici circondariali o i supplenti comunali.

Importanti sono eziandio la legge intorno agli alimenti dovuti dai Discendenti agli Ascendenti ed ai Collaterali; lo disposizioni sulla competenza dei Conciliatori a decidere le azioni per pagamento di censi ed altre prestazioni prediali nel possessorio fino a ducati sei; il decreto che concede ai genitori la facoltà di potere per giusti motivi, chiedere al Magistrato, che la figlia nubile anche dopo varcata la minoretà, tolga dimora in un conservatorio; le disposizioni sulla pubblicità delle sentenze contenenti interdizione, o destinazione di consulente giudiziario, o di amministratore provvisorio, e quelle intorno alla liquidazione delle spese di giustizia nei giudizii civili presso la Suprema Corte di Giustizia; la risoluzione del dubbio intorno alla competenza del gravame di appello contro l'atto del giudice Commessane. per la chiusura definitiva del processo verbale di graduazione; la legge contenente molte modifiche degli articoli delle LL. CC. relativi a! sistema ipotecario; le disposizioni per assicurare la rendita di beneficii, badie, mense ed altre fondazioni ecclesiastiche in caso di vacanza; le provvidenze contro i difensori renitenti

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a restituire gli atti e le produzioni giudiziarie ai proprii clienti; la riforma all'art. 180 delle LL. CC. Sulla trascrizione nel registro dello Stato Civile dell'atto di celebrazione di matrimonio contratto da un nazionale in paese straniero; il metodo prescritto per la legale ammissione nel Regno delle carte e degli atti scritti in lingua straniera prov venienti dall'Estero, per farsene uso in giudizio nel Regno, o fuori; la forma della citazione per editto affin d'interrompere la prescrizione delle azioni possessorie nascenti da sentenze della commissione feudale, oda altri titoli non contradetti.

Inoltre si fece a decretare, che si appartenesse ai Giudici di Circondario in Sicilia la risoluzione delle quistioni fra i notai ed i ricevitori del registro intorno al versamento dei dritti di archivio notarile; che i periti agrimensori, gli architetti o ingegnieri nel dare il giuramento e nello stendere i rapporti dovessero far menzione della loro cedola o laurea; che l'azione del Ministero Pubblico per la interdizione nei casi di demensa o d'imbecillità si potesse eziandio esercitare quando i parenti degl'individui nessuna cura si dessero di lui; che nei casi di apposizione di suggelli la ricusa del giudice adito non fosse punto di ostacolo al medesimo per eseguire il semplice atto dell'apposizione; che l'atto di carcerazione per causa civile dovesse essere formato, esclusivamente dall'usciere che esegue l'arresto; che si serbassero alcune norme sul trasporto degli arrestati, sulle carceri civili e sui loro custodi; che dovessero cessare, come colpiti dalle leggi eversive della feudalità, tutti gli obblighi di dritti proibitivi aggiunti alle concessioni di terre fitite dai baroni, dalle chiese, e dai corpi morali in Sicilia; che si aspettasse ai Tribunali Civili il sentenziare nei giudizii per la punizione degli uscieri contravventori all'obbligo che hanno di adempiere personalmente agli atti del proprio ufficio; che i giudici circondariali o i loro supplenti fossero

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giudici

Oltracciò stabilì un ordine col quale doveano essere successivamente chiamati a compiere il numero dei votanti nei tribunali civili i giudici di circondario dei capoluoghi di residenza dei tribunali in Sicilia; alcune regole da osservarsi nei casi di consenso, o di atti rispettosi per i matrimonii dei sordi muti; la istituzione di una camera di disciplina degli avvocati in ogni residenza di Gran Corte civile in Sicilia; alcuni provvedimenti per la regolarità delle convenzioni nuziali per matrimonii dei minori; la procedura da serbarsi dai tribunali civili per lo scioglimento delle ipoteche a favore delle parti. Si fece a dichiarare che le rendite dei beneficii che tengono luogo di sacro patrimonio fossero insequestrabili soltanto fino alla capienza della tassa patrimoniale in vigore nelle diocesi del regno; stabilì la multa che possono infliggere i Conciliatori in caso di reclamo di proprietà di mobili sequestrati; diede delle disposizioni intorno ai conflitti nei giudizii, in cui tengonsi competenti le autorità dell'ordine giudiziario e quello del contenzioso amministrativo.

Emise ancora dei provvedimenti intorno alla rinuncia del ricorso per annullamento prodotto in Corte Suprema di Giustizia, ed alle dichiarazioni di non riceversi o non ammettersi il ricorso;

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riguardo al reimpiego dei ca

Infine tralasciando molte altre cose per non andare a lungo, soggiungerò, che utili provvidenze furono anche date dal Re per gl'impiegati ai quali l'ordine giudiziario è commesso. Autorizzato il Ministro alla scelta di alunni di giurisprudenza pratica, il di cui servigio si riterrebbe come di giudici soprannumerarii; ristabilite le Gran Corti Criminali in Aquila, in Trani, in Catanzaro;. stabilito un terzo posto di Avvocato generale nella Corte Suprema di Giustizia di Napoli; prescritto che tosto alle loro residenze si rendessero i funzionari giudiziari nominati, promossi o traslocati; estesa ai Collegi giudiziari di Sicilia la istituzione degli alunni di giurisprudenza; ampliate, divise, ed altrimenti aggiunte, prorogate, modificate le camere delle G. C. civili e criminali per lo pronto disbrigo


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degli affari; stabilito l'albo degli Architetti pur le co

CAPITOLO III.

FINANZA.

Sommario

Ferdinando rileva da stato deplorevole la Finanza. Ordina una ben intesa economia. Generosi rilasci fatti sull'assegnamento della Real Casa. Abolisce molti balzelli, moltissimi ne minora o modifica. Utili disposizioni intorno ai Banchi, alta Cassa di Ammortizzazione, alta Fondiaria, ai Dazii indiretti. Notevole diminuzione di alcuni rami del Debito pubblico, e spegnimento di altri. Ottimi provvedimenti pei generi di privativa, per le Poste e i Procacci, pel Registro e Bollo. Cassieri ed Agenti Contabili. Corte dei Conti. Monete e Garentia. Demanii. Tesoreria Generale.

La Finanza è parte principale di Governo, e filosoficamente guidata forma nerbo e sostegno alla potenza dello Stato, e fonte da cui scaturiscono i rivi della pubblica prosperità. Avara, ingiusta, strana prima di Carlo, venne per opera sua e dei suoi Successori a modi più equi e conformi a civiltà, e quantunque sopraggravata da enormi spese di guerre, di opere pubbliche, e di altre intraprese, nondimeno nell'anno ventesimo di questo secolo era in uno stato fiorentissimo quando il cataclismo politico di quel tempo totalmente la inaridì. Molta si adoperò il governo affine di ritrarla da quella voragine, ma tanta opera era serbata al secondo Ferdinando. Economia saggia e beo intesa, largizioni prudenti, amministrazione calcolata, minorazione o spegnimento di franchigie abbisognavano per riparare a tanta ruina, ed Egli cotidianamente e con atti legislativi, e disposizioni e provvedimenti s'ingegnò a modificare, immegliare, perfezionare tutte le parti di questo importante ramo di amministrazione civile; sì che ben puossi affermare, che il nostro sistema finanziero sia il più semplice, il più giusto, il più equilibrato, e che il Mo

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Ed a vero dire, facendosi Egli capo di una saggia e tene ordinata economia, cominciò a praticarla prima nella Reggia e poi nel Reame. Bandì il fasto dalla Corte, e compose sua vita in modo men largo dei Predecessori, rilasciò dalla sua borsa privata 180 mila ducati, ed altri 390 mila dall'assegnamento della sua Real casa, in tutto 370 mila ducati; fece distaccare dal Dominio di casa Reale alcuni designati beni in favore della Tesoreria generale onde ottenersi fra sei anni una rendita di ducati 36mila, od 800; ordinò si dichiarassero di pubblica utilità le opere intraprese coi fondi della casa Reale per inalveare le acque di Caserta.

Dispose una economia e risparmii dai ministeri di 871 mila, e 667 ducati; diminuì per metà il macino sì che si sgravò il popolo di 626 mila, 500 ducati annullò il vizioso costume di concentrare molti averi sulla stessa persona a titolo di soldi, soprassoldi, pensioni ecc. purché la somma cumulata oltrepassasse 25 ducati al mese; stabilì nel tempo stesso una tariffa di riduzione di tutt'i soldi e pensioni di giustizia che sorpassavano la detta somma; fissò al doppio la ritenuta sulle pensioni di grazia; impose la ritenuta di una seconda decima sulle spese di materiale; prescrisse nuovi piani di economia sopra i comuni, ordinando di applicare i risparmii, che sarebbersene ottenuti alla diminuzione di quei balzelli comunali, che gravavano peculiarmente sui bisognosi; e già il Ministro dello Interno, non ancora passati cinque mesi dal pubblicato decreto, rapportava che in conseguenza di tali benefiche disposizioni le provincie cisfarane avevano goduto del minoramento di 1 milione 192 mila, e 743 ducati, e che erano stati spesi in opere comunali ben 122 mila e 762 ducati. Continuando il Re nel laudevole aringo si facea a disgravare le proprietà della Capitale dai dritti così detti diPortolania;

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ad abolire il dazio sulla carne in Sicilia, a togliere il gravoso balzello della rivela dei vini, e l'altro di6 carlini a botte che pagavasi nei casali di Napoli; a rivocare la tassa posta sugl'impiegati e sui pensionisti attivi dello stato, e poscia ad abolirla eziandio per le pensioni di giustizia di ogni sorta; ad ordinare che il dazio del macino in Sicilia di 17 gr. al tomolo si riducesse a 12, e che cessassero il sistema di esazione detto rurale, e le così chiamate istruzioni di piazza, le patrie, e locali costumanze, e la bolletta di passaggio; a disporre, che si stabilissero metodi semplicissimi alfine di liberare da ogni molestia i consumatori; che i comuni fossero risponsabili verso la Tesoreria della integrità della quota rispettiva.

Intanto a questo proposito merita particolar menzione l'Atto Sovrano dei 13 Agosto 1847, nel quale il benefico Re ordinava, che dal 1.° Gennajo del vegnente anno fosse totalmente abolito il dazio fiscale sul macino nei dominii di terra ferma, e quindi cessasse la esazione dei ducati 625,946, residuo di 1,254,000 ducati primamente imposto.

Che il dazio civico che s'impongono i Comuni ai termini dell'articolo 200 della Legge del 12 Dicembre 1816 non potesse eccedere un carlino a tomolo:

Che si dovesse onninamente abolire il così detto metodo di transazione nella esazione del dazio civico sul macino:

Che l'attuale dazio sul sale fosse ridotto di un terzo:

Che il dazio sul macino in Sicilia dovesse essere scemato dell'annua somma di ducati 300 mila:

Che si riducesse a ducati 3 e gr. 60 la botte napolitana il dazio di ducati 7 e gr. 20, già imposto nel 1824 sulla immissione dei vini di Sicilia in Napoli.

Dispose inoltre, che in una sola amministrazione tanto il macino regio che il Comunale si fondessero; libero fosse dopo la macinazione il traffico del genere comunque manifatturato. Si stabilirono infine un piano organico del per

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e le istruzioni necessarie per conseguire con modi semplicissimi la riscossione del dazio; riuniva in una sola persona le cariche di Segretario generale del Banco delle due Sicilie, e di Segretario Generale dell'amministrazione delle monete; aggiunse al Banco delle due Sicilie due altre Casse di Corte residenti una in Palermo, e l'altra in Messina.

Fu sospesa la vendita dei beni dello Stato e dei pubblici stabilimenti, il rilascio ai debitori della Cassa di ammortizzazione e del demanio pubblico in altro tempo ordinato; stabilita una particolare amministrazione per i beni dell'Ordine di Malta nella dipendenza della cassa di ammortizzazione; date utili disposizioni per l'alienazione dei predii urbani da farsi per mezzo di tal cassa; fissato ad annui ducati 700 mila il fondo per l'ammortizzazione del debito pubblico della parte continentale del regno; instituita una commessione in Palermo a fine di esaminare i titoli originarii del debito perpetuo e di altri debiti di quella tesoreria generale, da servire alla fondazione del gran libro e della cassa di ammortizzazione in Sicilia; confermati i dritti di esazione della percettoria della cassa di ammortizzazione e del demanio pubblico nel distretto di Taranto.

Ordinava inoltre la rettifica del catasto fondiario della Sicilia, per la quale furono date opportune istruzioni, e destinati degl'invigilatori; e stabiliva poscia che la contribuzione fondiaria in Sicilia ascendesse a 480 mila once; instituiva in Palermo quattro percettorie di dazii diretti, e le direzioni provinciali di questi, per tutta Sicilia; decretava che la tassa fondiaria pei dominii transfarini dal dodici e mezzo fosse ridotta al dieci per cento, e che le case esistenti nei comuni di due mila abitanti in giù fossero esenti di fondiaria.

Oltre a quello che pei dazii indiretti si è accennato antecedentemente aggiungero molti altri provvedimenti al

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di quelli sommamente vantaggiosi. Tali sono l'aumento del dazio sulla immissione delle legna, dei carboni e dei pianoforti; lo stabilimento del termine nel quale può dimandarsi la bonifica di dazii pagati sopra mercanzie non estraregnate; l'organico dell'amministrazione dei dazii indiretti accresciuto di controlori, di commessi, di amministrazioni e di altri impiegati.

Di vantaggio fu esentato da dazio la estraregnazione della rubbia, modificato quello della importazione del ferro; comminate molte pene avverso i contrabbandieri; fatto un regolamento per la uscita fuori regno delle cortecce di sugheri; ridotta la tara sui zuccheri caffè, e cera; emesse opportune norme per eseguire le perizie nelle istruzioni per falsità di bolli doganali; ridotto il dazio per la introduzione dei tabacchi in Sicilia; assoggettate al bollo doganale molte manifatture estere di seta o di altre materie; date opportune disposizioni intorno alla percezione dei dazii d'immissione su i lavori esteri di oro e di argento; modificato utilmente l'articolo 2 del decreto dei 26 gennaio 1835, con cui fu stabilita la seconda linea doganale nei dominii insulari; regolato il cambio dei libri pubblicati nel Regno con quelli dell'Estero; dichiarati in contravvenzione i lavori di argento e di oro sforniti di bollo; prescritto il modo di supplire il giudice di prima istanza del contenzioso dei dazii indiretti, ed il suo supplente, ove mancassero entrambi nello stesso tempo, o fossero legalmente impediti; emesso un regolamento pel consiglio di amministrazione dei dazii indiretti in Sicilia.

Inoltre fu fissato dapprima indi ridotto, e poi abolito il dazio di estrazione dei zolfi di Sicilia; stabilito, che tutte le amministrazioni e direzioni generali e provinciali dei rami finanzieri debbano passare in ogni cinque anni le carte al grande archivio di Napoli, od agli archivii provinciali; approvato il regolamento per la distribuzione delle officine della gran dogana

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di Napoli, per le diverse operazioni da eseguirvisi, e per la ripartizione degl'impiegati in ciascuna di esse; stabilita una norma per la provvista degl'impieghi vacami nelle amministrazioni finanziere dei dominii continentali; abolito il dazio sulla estraregnazione dei sali dalla Sicilia, ed accordate alcune facilitazioni per lo commercio di essi.

Divantaggio dava utili disposizioni intorno alle perizie per la ricognizione della specie e qualità delle merci da servire per la liquidazione dei dazii doganali; determinava la indennità dovuta pei danni ed interessi sopra i generi sequestrati in dogana; riduceva a metà il dazio di importazione sui libri, e stabili vaio su diversi generi non preveduti nelle tariffe, aboliva l'altro della vallonea estera e della corteccia di quercia ad uso di conceria; approvava il regolamento per lo servizio doganale delle strade ferrate; ordinava la confisca di tutte le conserve di polpa vegetale introdotte nei dominii di qua dal Faro, che contengono sale eccedente la proporzione del dieci per cento; accordava la bonifica della tara del 18 per cento sull'olio riposto in botti di Cerro.

Finalmente stabilì diciassette direzioni di dazii indiretti nei dominii cisfarini, cioè una per ciascun capoluogo di provincia, e tre in Napoli; modificò la linea doganale stabilita sui confini limitrofi allo stato Pontificio; aumentò dì otto posti di soprannumeri la dogana e il porto franco di Messina; stabilì una seconda linea doganale in Sicilia. Istituiva molte dogane, moltissime innalzava di classe, ed altre separava o trasferiva in altri luoghi a tenore che il bene del servizio richiedea. Prescrisse il sistema da serbarsi dall'amministrazione generale dei dazii indiretti in Sicilia intorno alla libera fabbrica ed alla vendita delle carte da giuoco; minorò il dazio sui generi coloniali, e su taluni salumi, e abolì la sopratassa preesistente; emise un regolamento intorno alle formalità da osservarsi nella riesportazione

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dei generi dichiarati avariati stabilì la scala

Il meraviglioso è, che nel tempo stesso in cui erano scemate le imposte, si facevano grandi spese per opero pubbliche ed utili provvedimenti, si spegneva gradatamente il debito pubblico di due milioni e mezzo di lire sterline anglo-napolitano contratto nel 1824, non che quello fluttuante in ducati 4 milioni,345 mila, e 251; ed anche l'altro della Cassa di Ammortizzazione di 1 milione, ed 830 mila ducati; di tal che nel 1844 la estinzione di tutti i debiti era compiuta. Superato questo scoglio, il Re volgeva la mente all'ammortizzazione delle rendite commerciabili per via di sorteggio due volte l'anno ed alla pari, eccettuandone soltanto le cauzioni dei contabili, i patrimoni sacri, i luoghi pii ed altre rendite che di loro indole debbono restare immobilizzate. Facea liquidare in Sicilia i debiti dello Stato verso i particolari, soddisfarne una buona quota, e compierne il pagamento con altri assegni; e medesimamente estingueva il debito di 1,000,000 di once siciliane, e quello di 1,150,000 ducati per le strade. Molti utili provvedimenti furono anche dati intorno ai generi di privativa. Abolita la privativa del tabacco in Sicilia; stabilito un Direttore nella salina di Lungro, e ridotto il. numero dei commessi negli stabilimenti di generi di privativa; fatta una nuova tariffa dei tabacchi; minorato assaissimo il prezzo del sale da servire alla salagione dei pesci; stabilite delle pene correzionali pei contrabbandi e le contravvenzioni in materia di generi di privativa; le privative de' tabacchi, sali, carte da giuo

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eccettuate dal trattato di navigazione e di commercio con la Gran Brettagna.

Né minori cure richiamò l'importante servizio della posta e dei procacci, dappoiché, oltre alle migliorie ed alle modifiche apportate al personale, molte officine postali furono instituite, altre mutate di sito, altre elevate di classe; inoltre fu pubblicata una nuova tariffa per le lettere provvenienti o spedite per l'Estero, e per l'Interno riformata ed ampliata l'amministrazione delle poste in Sicilia; tratto profitto dei vapori per lo servizio postale, fatto un novello organico riguardante il numero ed i soldi dei funzionarii e degl'impiegati nell'amministrazione generale delle poste in Napoli, e nelle direzioni postali dello provincie continentali.

Anche il registro e bollo ebbe le sue migliorie, e i suoi provvedimenti, e n'erano ben degni perché l'assicurazione della data delle carte, e de' titoli dell'oro e dell'argento, garentisce dritti interessi e valori importanti, diede varie disposizioni intorno al registro e bollo ed alle spese occorrenti nei giudizii ad istanza del Min. Pub. contro gli uffiziali dello stato civile; non che sul modo di facilitare la riscossione dei crediti dell'amministrazione del registro e bollo, ed anche intorno alla registratura degli atti sotto firma privata; prescrisse il modo di eseguire lo perizie nelle istruzioni per falsità di bolli doganali; furono pubblicati provvedimenti per facilitare le operazioni del controllo nulla percezione dei dritti di registro delle multe, e de' dritti degli archivii notarili, un regolamento per gli esiti di rilascio a favore dei ricevitori del reg. e bol. e dei cancellieri dei Trib. e delle Gr. C. civili, e disposizioni intorno alla sospensione degli uffiziali pubblici renitenti al pagamento delle multe incorse per contravvenzioni alle leggi sul reg. e bol., autorizzò l'amministrazione del reg. e bol. a fare le spese a credito pei giudizii relativi a' dritti

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ed altre fondazioni ecclesiastiche o laicali; modificò l'art. 23 della legge del 21 giugno 1819 sul registro; instituì una scuola teorico-pratica per lo ammaestramento di un numero di alunni nell'amministrazione del registro e bollo; riunì sotto di un solo Direttore Generale le amministrazioni del reg. e bollo, e de' reali lotti; ed oltre ad altre migliorie, aumentò il numero dei verificatori.

Fece chiarimenti sugli effetti prodotti del certificato di situazione del contabile in riguardo all'ipoteca legale spettante al Fisco; decretò, che i dritti degli Archivii notarili in Sicilia si versassero nelle casse dei ricevitori del registro; estese agli agenti contabili dei regii lotti di Napoli e di Sicilia l'uso delle decisioni amministrative stabilite pei contabili delle diverse amministrazioni, e poscia eziandio a tutte le amministrazioni finanziere della Sicilia; emise delle disposizioni sull'arresto personale dei Contabili debitori dei comuni e dei luoghi pii.

Moltissime cose il Re dispose per le Corti dei Conii. Fatta una nuova pianta organica della G. C. dei conti in Palermo, con la giunta di una nuova camera e dell'alunnato; soppressa la commissione temporanea instituita per lo esame dei conti a tutto il 1825; date utili disposizioni risguardanti i mezzi legali per impugnare le decisioni contumaciali dei Consigli d' intendenza e delle G. C. di Conti, i ricorsi per ritrattazione, e le opposizioni di terzo; create due commissioni per definire i conti arretrati di competenza delle camere contabili della G. C. dei Conti di Napoli; accordato ai contabili dei Comuni minori di Sicilia il decreto dei 2 febbraio 1818 intorno alla forma esame, e giudizio dei conti delle pubbliche amministrazioni; nella G. C. dei Conti di Sicilia. aggiunto un' altro Avvocato Generale, aumentato a dodici il numero dei razionali, e divise le funzioni di Segretario e Cancelliere per Io passato unite

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in un solo impiego, e provveduto al soldo dei Consiglieri di ambo le camere.

Altre disposizioni riguardano le Monete e la Zecca. Dispose molte cose intorno alla perizia per la pruova generica delle trasgressioni che potranno accadere in materia di lavori di oro e di argento filato; fissò il tipo delle monete di nuovo conio; vietò la costruzione, la conservazione e l'uso delle macchine denominate bilancieri, senza la debita autorizzazione; riunì la carica di segretario generale dell'amministrazione delle monete a quella di Segr. Gen. del banco delle due Sicilie.

Intese l'animo alle Istruzioni per lo scioglimento della promiscuità, e per la divisione dei demani! in Sicilia; aggiunse altri capitoli allo stato discusso della tesoreria di Sicilia per gl'introiti dei dritti degli archivii notarili di quella parte del regno; abolì gli uffizii finanzieri di Messina; dispose opportunamente per assicurare l'andamento dei giudizii che si agitano presso i Tribunali nello interesse della Real Tesoreria, fece una nuova pianta degl'impiegati negli uffizi i sostituti della real tesoreria di Napoli stabiliti in Palermo; emanò disposizione concernenti l'esercizio della carica di tesoriere della cassa di sconto.


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CAPITOLO III.

AGRICOLTURA, E COMMERCIO.

Sommario

Il Re promuove grandemente l'agricoltura. Bidona al colono molte terre per lo innanzi perdute, o impedite. Favorisce assaissimo la utile istituzione dei Monti frumentarii, e pecuniarii. Fa introdurre strumenti agrarii nuovi, e caldeggia le Società Economiche, e la istruzione agricola. Incoraggia variamente la Pastorizia. Ottime disposizioni intorno alle Foreste, di cui si cennano le prime ruine. Provvedimenti per la Caccia e per la Pesca. Sila. Tavoliere di Puglia. Ferdinando II volge particolari cure sul Commercio. Immeglia o moltiplica i ponti e le strade. In mille modi procura il progresso delta Marina Mercantile. Navigazione a Vapore. Scuole Nautiche. Porti. Fari. Corpo Consolare. Trattati di Commercio con varie Potenze Straniere. Banchi. Borse dei Cambi. Fiere e Mercati. Società Commerciali. Uniformità di Pesi e Misure. Faggevol cenno del movimento commerciale del nostro Regno.

Se riguardasi la importanza somma dell'Agricoltura, non sorprenderanno le ripetute solenni e continue cure largitele dal secondo Ferdinando; e veramente in un paese come il nostro nel quale meravigliosa è la fertilità della terra, il clima ad ogni maniera di vegetazione benigno, l'agricoltura non potea essere trasandata. In altri tempi tanta generosità di natura, era dalla malizia umana insterilita o spenta; conciossiaché le pastoje del feudalismo dei legati fedecommessarii dei possedimenti comunali o chiesastici dei dritti del pascolo, e di altre servitù la coltura del suolo impedivano; e quando siffatti ostacoli andavano in dileguo difettavamo di metodi di strumenti d'incoraggiamenti di società agrarie, le quali al desiato fine avessero potuto spingerci. Ferdinando pertanto ha in tutti i modi caldeggiato questo precipuo fon

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Con egual fervore e solerzia il Re intese l'animo al ramo Forestale, come quello che è di suprema importanza vuoi per le industrie, e per l'agricoltura, vuoi pel commercio per la pastorizia manifatture, e simili. Quali fossero le tristi cagioni che spingessero gli abitatori del nostro Regno a posare loro stanza su i monti inaccessibili, e come e quando da ciò nascessero le prime ingiurie alla veneranda ed antica intancibilità dei boschi, non occorre qui dire, si perché notissimo per altre istorie, e si perché sarebbe materia non capevole in queste pagine; solo rimembrerò che il bisogno dapprima, e poscia la ignoranza e la malizia recarono immense iatture; imperciocché dissodate le terre montuose, diradate non pure ma spogliate le selve, le acque piovane prccipitaronsi a diluvio per le scoscese pendici seco trasportando la terra vegetale smossa dall'aratro o dalla zappa, ed inondando le sottoposte pianure che lasciavano inatte all'agricoltura ed alla pastorizia, e perigliose alla pubblica sanità per la pestifera mota.

Mollo leggi furono emanate per riparare a tanto disordine, e per immegliare la economia selvana, le quali sebbene cominciate da Ruggiero, primo Re Normanno, e dai suoi Successori più o meno continuate; pure nel felice regno dei Borboni si ebbero perfezione, ed il secondo Ferdinando dettò molte savie disposizioni in continuazione della celebratissima Legge Forestale del Suo Augusto Genitore (1).

Sanzionato, che affin d'impedire il mutamento della natura dei boschi, fosse necessario un Sovrana permesso ove si volessero per via d'innesti regolari ingentilire, o render fruttiferi gli alberi selvaggi dei boschi appartenenti ai comuni ed ai pubblici stabilimenti; che nei reati forestali

(1) Comento sulla Legge Forestale de' 21 agosto 1826 ecc. del Giudice Raffarle Pagano.

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che la pena indicata in rari articoli della Leggo Forestale del 1826 per guasto danno deterioramento qualunque ne' boschi, sia aumentata di un grado io caso di attruppamento di persone, salva sempre l'ammenda, definendosi anche qual sia l'attruppamento. Arrecavansi utili cambiamenti all'organico per lo ramo di acque e foreste in Sicilia; aumentavasi del personale la Soprantendenza generale delle strade e foreste in Sicilia; fu destinato un Guardia generale forestale soprannumero in ciascuna delle isole di Ustica, Pantelleria, Lipari, e Favignana; emettevansi nuove disposizioni pel Corpo degl'Ingegneri di ponti e strade, dello acque e foreste, e della caccia.

La Sovrana vigilanza si estese benanche alla caccia ed alla pesca, punto essenziale in un regno come il nostro bagnato quasi tutto da mari, intersecato da fiumi, gremito di laghi e lagni, e frastagliato da' monti. Determinata l'ampiezza e la costruzione delle reti, il tempo della pesca, il luogo, e le pene ai contravventori; vietato di pescare così in mare, come nei fiumi, e ne' laghi o lagni col mezzo di sostanze velenose, e stabilite le pene opportune ai trasgressori, ai recidivi; emesse utili modifiche e disposizioni per la pesca in Sicilia; fatti opportuni provvedimenti per la conservazione della pesca nelle reali riserve, e pel procedimento e pene pel reati in tal materia.

Riguardo alla caccia fu pubblicata una savia leggo intorno ai reati alle pene, ed alla procedura in materia di reali riserve di caccia, e pesca.

Darò termine a questo Capo con le disposizioni relative alla Sila ed al Tavoliere di Puglia, obbietti di suprema importanza per l'agricoltura la pastorizia, e lo industrie. È la Sila un vastistimo gruppo di alte montagne della Calabria Cosentina e Catanzarese, ricoperte un tempo di foltissime selve, e fitti boschi, ed ora in parte dissodate, e messe a coltura e a pascoli.

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Allorché si stabilì in questo reame la Stirpe Normanna, la Sila formò appannaggio della Corona, e poiché in seguito si erano commesse dai particolari delle usurpazioni, Re Roberto nel 1333 emise un editto col quale si statuirono i limiti di quella, e la pertinenza alla corona: si diede luogo anche un'altra volta alle usurpazioni sotto nome di difese, sì che il nostro governo dovette venire a nuove perquisizioni e ricerche: commesso alla cassa di ammortizzazione l'incarico di citare per editto tutti i pretesi proprietarii, ad un Commissario Civile lo esame dei titoli rispettivi, e ad una Giunta la discussione dei gravami avverso le decisioni e le ordinanze del Commissario Civile per gli affari della Sila. Frattanto non si trasandò di emettere opportuni provvedimenti affin di portare una luce sulle controversie che possono sorgere per le occupazioni della Sila relativamente agli alberi che sono di proprietà del pubblico demanio.

Vastissima pianura di Capitanata, un tempo fondo di mare, poscia colmato da ghiare e terre spintevi della piena dei torrenti, e da ultimo coperta di alberi e di Città, forma il Tavoliere di Puglia. Regolarità di clima, abbondanza di acqua e di erbe lo rendono prezioso nel verno per le minute greggi. Interessantissimo ramo della economia pubblica è pel nostro regno; sì che in tutte l'età formò obbietto dei Legislatori e dei Dotti. Il nostro Re non pretermise di emettere quelle disposizioni, che meglio si affacessero alla cosa. Diede all'Intendente di Capitanata le stesse facoltà date al suo antecessore per la reintegra dei regi tratturi e dei riposi laterali; emanò un regolamento per la conservazione di essi; e in seguito alcune disposizioni intorno alla intangibilità delle erbe sui regi tratturi; affin d'impedire nei medesimi il pascolo abusivo, si stabilirono all'uopo dulie pene pel contravventori, e si

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I prodotti dei quali è sì ferace il nostro Regno rimarrebbero inutile documento di quanto possono generosità di natura, o solerzia di arte ove non si trasportassero da altri luoghi nei quali havvene deficienza e bisogno; epperò la missione sociale del Commercio è di somma importanza ed è fondamento della pubblica ricchezza, e quei Governi che intendon l'animo a promuoverlo garentirlo, e agevolarlo meritano le universali benedizioni. Ferdinando mirò particolarmente a questo proposito fino dai primi momenti del suo regnare, sia favorendo le industrie l'agricoltura le arti, sia moltiplicando i mezzi di comunicazione interni ed esterni, che il progresso additava, sia modificando o concludendo Trattati con le altre Potenze, sia disviluppando la marina militare, sia in altri modi che saranno in breve accennati.

Per vero mille strade tragetti, e vie dividono il seno dell'una e l'altra Sicilia, si che dove prima il traffico o per burroni ruinosi, o per orride balze, o per altezza di monti, o sprofondamento di valli, o furia di torrenti, o ringorgamento di fiumi, o inaccessibilità di luoghi si arrestava, ora per vie dischiuse, per ponti costrutti, per inalveamenti ed arginazioni fatte e per altre maniere di mezzi è libero e spedito: due strade a ruotaje di ferro; molte strade ristorate; moltissime spinte a termine, innumerevoli nuovamente fatte: provveduto variamente alla manutenzione di tutt'i ponti e le strade, accresciuti gl'impiegati addetti a sopraintenderle; pubblicato un regolamento organico pel personale delle opere provinciali della direzione generale di ponti e strade; regolato opportunamente il dritto di passaggio in taluni ponti e strade; emesso un regolamento per la piantagione e conservazione degli alberi lungo gli orli dello strade provinciali o comunali, ed in mille altre guise provveduto a tale obbietto.

Né solo i modi di traffico terrestre, ma sì pure i marittimi furono grandemente favoriti e moltiplicati.

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Il nostro Governo, dopo le ruine estreme toccate alla marina mercantile pel sistema continentale, volse e largì le sue cure a questo ramo di traffico rilevantissimo per un regno come il nostro bagnato quasi tutto da mari: premi franchigie benefici ed altre maniere d'incuoramenti furono adoperati a tale intendimento, e se ne colsero frutti insperati; i quali proponimenti promossi dal 1.° Ferdinando, e da continuati, furono grandemente favoriti dal secondo Ferdinando. Rinunciava egli al dritto di esercitare il corso contro i legni tunisini e tripolini in tempo di guerra, affin di ottenere dal Bey di Tunisi e di Tripoli simile rinuncia a favore della nostra marina mercantile. Nel 1807 era stato accordato il premio del 20 per 100 ai bastimenti nazionali che per la prima volta avessero navigato fino nelle Indie Orientali con carico di generi e manifatture indigene, riportandone mercanzie di quella regione, ed il Re estendea siffatta agevolazione ad un secondo viaggio. Simile provvedimento dava pei soli viaggi nel Baltico. Emetteva opportune disposizioni intorno all'atto di riconoscimento di cui debbono provvedersi i padroni delle barche di 26 palmi o meno, ordinando, che si fosse rilasciato gratuitamente. Incuorava in ambo le parti del Reame con vari modi la costruzione dei bastimenti atti alla navigazione di lungo corso. Dava premi ai costruttori di bastimenti foderati di rame o di zinco. Ordinava che fosse inibita l'esportazione della stoppa inserviente al solo uso di calafataggio; che per uso della marineria e de' conciabarche in Bari si distaccasse una parte della proprietà redditizia di quel comune nelle vicinanze del lazzaretto; che le piccole barche destinate alla pesca od al tragitto di passaggieri o di derrate fosse

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Non lieve impulso ebbesi la navigazione a vapore nel nostro Reame, dove costruivasi un legno a vapore quando la Francia ed altre nazioni di Europa ancora ne difettavano, eccetto la Inghilterra che adoperavano alcuno per valicare i fiumi. Lusinghevole è per noi ricordare, che la prima bandiera che sventolasse sui bastimenti a vapore pel Mediterraneo fu la napolitana. Era instituita in Napoli nel 1836 una delegazione reale di pacchetti a vapore; emettevansi disposizioni per la libera navigarono dei battelli a vapore; permettevasi il trabalzo delle merci elio pervengono sopra battelli a vapore nei porti di Napoli e di Palermo: concludevasi una convenzione fra il nostro Regno e la Francia intorno alla navigazione dei legni a vapore dei due Stati; concedevasi il premio della diminuzione di grana due sul dritto di tonnellaggio per viaggi da porto a porto del regno a quelli che si facessero a costruire nei cantieri del regno, o introducessero un battello a vapore per la marina mercantile; autorizzavasi Io stabilimento di una società per la navigazione a vapore nell'Atlantico: moltiplicavansi i legni a vapore, e le società; sì che oltremodo s'inanimava il commercio, i più lontani punti dalla Capitale ravvicinati con tal mezzo; viaggi che prima eseguir si doveano con dispendio di tempo di danajo, e in mezzo a fastidi gravissimi, ora si eseguono piacevolmente con economia, e brevità di ore; né si mancava di provvedere, sì come a suo luogo diremo, di bastimenti a vapore la marina militare.

Né ai soli mezzi di comunicazione limitavansi le mire del Re, ma a bea altre cose si estendevano per sospingere al suo progresso il commercio.

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Facevasi a instituire in Trapani una scuola nautica per lo ammaestramento dei giovani di quella marina mercantile; a immegliare le altre scuole nautiche già esistenti; a stabilire una scala franca nel porto di Brindisi; a favorire la instituzione delle Società Commerciali; ad ampliare e migliorare i porti, e per dar luogo ai bastimenti mercantili ritraeva i legni da guerra dal porto commerciale di Napoli, ed in un altro nuovamente sorto li facea ricoverare. Elevava a seconda classe il porto di Catania, grandemente curava il ristauramento del celebratissimo porto di Brindisi; facea costruire un porto ed un lazzaretto in Sicilia; provvedere di fanali migliori i punti di approdo diveduta e scoverte; innalzare la torre del molo ed illuminarla con un faro lentecolare ad ecclisse, un altro faro sulla punta della Campanella rimpetto a Capri, il quale splende fino alla distanza di dieci miglia, ed altri a Procida, a Castellamare, alla punta di S. Gennaro, a Nisida; costruire macchine a vapore per lo espurgo dei porti, designare nuovi porti, rifare gli antichi.

Inoltre immegliava, e riordinava il Corpo Consolare. Stabilito un regio consolato in Pietroburgo, un' altro in Prussia, un viceconsolato in Sfax nella reggenza di Tunisi, un consolato generale nelle coste francesi bagnate dall'Oceano residente in Bordeaux, ed un altro nel Belgio stanziante in Anversa; aboliti i consolati di Malaga e Cartagena i quali furono aggregati a quelli di Cadice, e di Barcellona, elevati a consolati generali; emessa una nuova organizzazione del corpo consolare; stabilita una norma per gli avanzamenti dei consoli e viceconsoli, ed un alunnato consolare; ristabilito il consolato generale in Satirne; riordinato il servigio consolare nei porti dello impero Ottomano. Aumentati gli averi di parecchi consolati; innalzali di classe alcuni altri, fatte molte altre utili innovazioni.

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Conferirono anche assaissimo al progresso del commercio e della navigazione i vari Trattati conciasi con varie Potenze, come quelli che segnando l'ultimo termino dei privilegi e delle esenzioni che si accordavano a talune bandiere estere nei nostri porti, sollevavano la nostra marina mercantile al livello di tutte le altre. Fermava il Ile Trattati di Commercio nel 1834 cui Bassa-Bey di Tunisi, nel 1837 col Sultano di Marrocco, nel 1815 con la Francia l'Inghilterra, e la Russia, nell'anno appresso con l'America la Sardegna la Danimarca e l'Austria, e nel 1847 con la Prussia.

Si volse anche la mente ad altre cose essenziali. La istituzione dei banchi, che tanto favorisce il commercio, poiché trasferisce i valori con estrema faciltà e sicurezza, estendersi di là dal Faro; sì che, come fu altrove cennato, due Casse di Corte sorgevano in Sicilia luna in Palermo, e l'altra in Messina.

Fu migliorata la Borsa dei Cambi di Napoli, determinando a 15 il numero degli Agenti di cambio, a 20 quello dei Sensali, e a 12 l'altro dei Deputati di borsa, fissando i dritti i doveri o le loro funzioni, fermando le regole opportune per istabilire il corso dei cambi, fondi pubblici, derrate, ecc. prescrivendo le operazioni di vigilanza della Camera Consultiva di Commercio, ponendo mente alle cauzioni, ai libri degli agenti intermedi, e comminando le pene per le contravvenzioni. Fu stabilito, che gli agenti intermedi fossero tenuti della realtà dei contratti, sotto pena di sospensione, ed anche di destituzione.

Furono emessi alcuni regolamenti volti a scansare le fraudi nella compravendita dei cereali nei caricatoi di Barletta e Manfredonia, e per tale intendimento prescritti quattro formolari. Parimente si badò a far rifiorire il commercio

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Inoltre furono destinati due Agenti di cambio e Sensali di commercio in Barletta e in Bari per le contrattazioni commerciali, aumentati a cinque quelli di Foggia, destinatone uno in Torre Annunziata.

Grandemente avvantaggiavasi il commercio per Io mezzo delle fiere e dei mercati dei quali taluni furono ripristinati, altri trasferiti di tempo o di sito, molti prolungati, moltissimi nuovamente instituiti: oltre a mezzo migliajo monta il numero delle migliorie fatte dal 1831 al 1847.

Indizio e mezzo del commerciale progresso furono le innumerevoli Commerciali Società, le quali eran grandemente favorite dal Governo, ed assaissimo avrebbero influito sulla nazionale prosperità se amministrazione più prudente e senno maturo le avessero governate, ne fossero state vittime della incontentabile avidità! Nondimeno la fiducia che inspirava il Governo, e le moltiplici vie d'impiego avevan fatto affluire nel nostro regno vistosissimi capitali stranieri. Era per le industrie il paese nostro come vergine campo, che bene si presta ad ogni maniera di coltura, e tosto produce frutti insperati. Delle tante società che apparvero, multissime tuttavia esistono ai vantaggi del commercio.

Chiuderò le cose fatte in bene del Commercio, col memorabile ed utile mutamento arrecato al sistema dei pesi e misure. I nostri sistemi di pesi e misure vari difformi non pure fra provincia, ma fra paesi conterminali portavan la impronta dei tempi d' ignoranza e di barbarie in che nacquero; nei quali poco o nullo il commercio, strana la politica, contorta l'amministrazione pubblica, erano abbietti anch'essi i pesi e le misure: arrogi che essendo il nostro reame nei tempi antichi diviso in tanti piccoli stati e comarche, che la virtù del Normanno Ruggiero riunì, ciascuno di essi aveva i suoi pesi e misure,

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e quindi vedevamo nei tempi nostri un'incomposta accozzaglia di pesi e misure, la quale quando tornasse nociva, o per lo meno ritardasse il commercio, lo rendesse campo di scaltrimenti e fraudi, di leggieri si può intendere. Adunque il bene del commercio interno ed esterno, ed il progresso del nostro governo spinsero il Re a decretare addi 6 aprile 1840 la uniformità dei pesi o delle misure, e un anno dopo a stabilire una Commissione centrale composta da un matematico e tre ispettori verificatori, e varie commissioni provinciali, alle quali fu dato d'invigilare la esatta esecuzione della provvida legge.

Per le quali tutte cose non è a meravigliare se il Commercio nel nostro Reame è veramente in uno stato fiorente sia che si riguardi nello interno sia nell'estero; di tal che un gran movimento commerciale è nel nostro regno, e la nostra bandiera sventola sulle antenne commerciali nei porti principali di Europa di Africa di ambo le Americhe, e persino nelle Indie Orientali.

Gli olii di Gallipoli sono continuamente trasportati nella Olanda e nel Belgio, e quelli di Calabria e di Puglia ancora in Roma Livorno Genova Marsiglia Venezia e Trieste. Dai granai pugliesi si estraggono grani per la Spagna il Portogallo Roma Livorno, e Genova. Vanno i nostri vini nel Belgio in Inghilterra in Olanda, e perfino negli Stati Uniti di America. Le nostre acquavite tenute in singolar conto nei mercati forastieri, sono ricercate e spedite, oltre ad altre piazze, in Francia ed in America. Dai setifici nostri partono pregiatissime sete per la Svizzera la Francia l'Inghilterra ecc. la Germania e l'America ed altre nazioni traggono ottima lana dai Mercati pugliesi. Molte altre materie siano di produzione naturale che manifatturiera, come a dire gli agrumi, il cremor di tar

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Bene e sapientemente Ferdinando dava premi incuorameati onori divise militari a coloro che portarono le nostre prue in lontane regioni; epperò noi possiamo vantarci di nocchieri sperti ed arditi, ottimi strumenti del commercio, e degni nepoti dell'Amalfitano che preparava all'intrepido Colombo la scoverta di un nuovo mondo, e che insegnava ad altrui il securo modo di addentrarsi nella immensità degli Oceani, struggendo il prestigio delle colonne d'Ercole.


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CAPITOLO IV.

MANIFATTURE ED OPERE PUBBLICHE.

Sommario

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Protezione particolare di Ferdinando alle manifatture. Agevolazioni, e premii ai Fabbricanti. Esposizione biennale delle patrie manifatture. Lavori pregevoli di Lana, di Cotone, Lino, e Canapa, Seta, Cappelli, Paglie, Cuoj, e Pelli, Cartiere, Vetri, Argilla ed altre terre. Metalli. Altri lavori diversi, e prodotti chimici. Innumerevoli quantità di Opifìcii. Ferdinando s'interessa grandemente delle Opere Pubbliche. Le strade della Capitale. La Torre del Faro, Il porto militare. Illuminazione a gas. La Reggia. I cavalli di bronzo. Ospedali, il grande Archivio del Regno. Il Real Museo. I Campisanti. Inalveamenti. Emissario del Fucino. Le strade Ferrate. Ponti, e segnatamente i sospesi a catene di ferro sul Garigliano e sul Calore. L'Osservatorio meteorologico. Templi, fontane, ed altre opere pubbliche. Consigli Edifizii. Diversi atti legislativi sol proposito. Il Real Corpo dei Pompieri.

La copiosa dovizie delle materie prime o grezze che produce il nostro Regno, ridonderebbe a non lieve danno e a massimo disdoro nostro, ove la industre mano dell'operaio variamente non la immutasse, rendendola opportuna agli usi della vita. Troppo invilita sarebbe la nostra condizione ove dovessimo spedire allo straniero quelle materie, perché egli ce le ritornasse sotto altra forma o apparecchio. Vero é, che nel nostro paese le braccia possono essere applicate utilmente all'agricoltura, alla pastorizia, al commercio e simili; ma è pur vero, che molto ancora ne restano le quali torpirebbero nella ignavia, o nell'ozio, se alle manifatture non si applicassero ed incentrerebbero tutt'i danni che ne derivano, e segnatamente l'intorpidimento delle facoltà intellettuali e morali, la povertà, e quell'abbrutimento al quale spinge l'impero dei bisogni materiali.

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Epperó le manifatture sono state mai

Immegliava, sì come si è sparsamente notato innanzi,1' agricoltura e la pastorizia, e quindi la produzione e la moltiplicazione dei generi grezzi; favoriva la introduzione di nuovi strumenti concegni, ed ordigni, e di nuove macchine che meglio agl'industriali usi rispondono, le quali al dire di un filosofo, sono addivenute come le ali che il genio dell'umanità fa muovere nell'ordine materiale, tendendo sempreppiù a far dell'uomo che era l'operajo principale, l'ispettore ed il direttore del lavoro che si eseguo a seconda delle leggi e delle combinazioni, cui egli ha soggettate le forze della natura. Concedeva molti privilegi agli autori o introduttori di novelli opifici, ed ai Fabbricanti di segnare con un bollo particolare i loro prodotti; affinché con quelli degli stranieri non si confondessero, dando all'uopo utili deposizioni. Ordinava a stimolo di util gara la esposizione biennale delle manifatture, e largiva premi medaglie guiderdoni, ed altre maniere d'incuoramenti alle più stimate fra queste. Decretava, che i concussionari di privative depositassero negl'Istituti d'Incoraggiamento i modelli e i disegni delle macchine i o strumenti, o altre cose per le quali si domandano premi. Si faceva a concedere spesso le privative, mezzo opportuno ad adescare e forbire l'umana intelligenza, e voltarla a bene del progresso; stabiliva in Palermo un Istituto d'incoraggiamento per le arti e manifatture delle terre transfarane; accordava a vari fabbricanti l'uso gratuito di monasteri soppressi, o di altri pubblici edifici.

Inoltre estendeva alla Sicilia il sistema per la bollazione di talune manifatture estere suscettive di un bollo che per la legge dei 19 giugno 1826 non sono soggetto alla bollazione; parimenti emetteva delle disposizioni per lo bollamento

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delle manifatture indigene di Sicilia confondibili con le straniere, e stabiliva l'epoca dalla quale dovesse

In fatti pregevoli oltre a modo sono i nostri lavori di lana, e se ne sono grandemente moltiplicate le fabbriche, e migliorate le qualità. La capitale e le provincie gareggiano. Ogni classe di cittadini trova di che vestirsi, eziandio le più cospicue; di nostri panni veste l'armata tutta per lo addietro ci venivano dall'estero immense quantità di tessuti di lana, i quali non più che quarant'anni fà tolsero al nostro regno meglio di un milione di ducati, ed ora a ben poca cosa si riducono, e servono più al capriccio, che al vero bisogno ed alla decenza: per contrario abbondante era prima la estrazione delle nostre lane grezze, ed ora scarsissima, tuttoché si fossero moltiplicati ottremodo gli armenti: similmente copiosa è la introduzione delle materie coloranti estere, e scemata la esportazione di quelle indigene.

Medesimamente degni di lode sono i lavori di cotono condotti maestrevolmente in molte fabbriche maestose, le quali presentano tintorie tessitorie filande stamperie biancheggio apparecchio laboratori chimici, e quanto altro abbisogna per produrre tessuti che gareggiano con quelli di tutti gli altri paesi manifatturieri di Europa, dai quali sono ricercati.

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Perlocbé grande argomento di progresso del

le nostre cotonerie formano la minorata esportazione dei nostri cotoni grezzi, o la scemata introduzione dei lavori di cotone esteri. Progrediti assaissimo sono i lavori di lino e canapa.

Le nostre sete godono oggimai di una fama europea; i setifici si sono moltiplicati di anno in anno, e mettendo fuori tessuti magnifici, i quali, sia notato a nostro compiacimento, sono richiesti da molte Capitali estere per servire alla eleganza ed al lusso. Ammirevoli sono le fabbriche di S. Leucio e di Catania, per non dire di molto altre di minor conto. Scarsa o quasi nulla si è renduta la immissione delle sete estere, la quale fu strabocchevole nel cadere del primo decennio del presente secolo, ed all'opposto grande è la estrazione di quelle per molti porti esteri, e per sino degli Stati Uniti di America. Non v'è paese del nostro regno in cui la industria della seta non alligni, salvo quei pochi che sono sotto la influenza di un clima rigido. Molta cura si ripone nella coltura dei gelsi, moltissima nei filugelli, non minore nella estrazione e nella preparazione della seta: due volte all'anno s'intende l'animo a tale industria e quasi esclusivamente dalle donne.,

Non lieve avanzamento ha ricevuto fra noi l'arte del cappellajo, e i laudevoli lavori in seta felpa, e pelo han fruttato a molti fabbricanti i premi dell'Istituto d'incoraggiamento. Pochissimi son quelli che si provveggono di cappelli stranieri, e sovente vanno per esteri i nostrali. Degni di ricordo sono i feltri impenetrabili all'acqua, e i cappelli della cosi detta seta vegetabile. Pel passato si estraevano dal regno le pelli di lepre, e recentemente s'immettevano in gran copia; parimente la immissione dei cappelli esteri era strabocchevole trent'anni dietro, ed ora è scarsa, ed al contrario non poca la estrazione dei nostrali.

Le manifatture di paglia sono eziandio mirabilmente progredite, e se non toccano il grado di quelle di Toscana e di Francia, non però di meno son tali che possano fornire alla bisogna dei più.

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Nella fine del terzo lustro di questo secolo era quasi sconosciuta appo noi siffatta fabbricazione, ed ora è abbastanza estesa e perfezionata.

Son salite giustamente in fama le fabbriche dei cuoi e delle pelli, che innumerevoli si osservano in Napoli Castellammare Penne Sora Teramo Tropea Messina Palermo, ed in moltissimi altri luoghi. Le nostre polli gareggiano con quelle di Francia; non pia paghiamo a prezzi gravi i guanti di Francia, ma noi ne mandiamo grandi quantità per l'estero e infino alle lontane Americhe; si che sono straordinariamente cresciute le nostre fabbriche di guanti. Non poca era nei tempi trascorsi la immissione delle pelli e dei cuojami esteri, ed ora è quasi che nulla, e per converso scarsa prima, ed ora grande è la estrazione delle nostre pelli conciate.

Commendabili sono benanche le fabbriche di carta. Nella costiera di Amalfi, in quel di Loreto, sulle rive dei Liri e del Fibreno, per tacere di molti altri luoghi, sorgono magnifiche Cartiere, in cui havvi varietà e novità di macchine, fra le quali è ricordevole quella inventata recentemente in Inghilterra, e che fu la prima ad introdursi io Italia, la quale in poco di tempo somministra carta in copia e bella e fatta. Né solo ad uso dello scrivere si fabbricano le carte, ma eziandio per parali ed adornamenti di stanza. A ben poca si è ridotta la disorbitante quantità di carta che ci veniva dall'Estero, e per contrario le nostre fabbriche ne mandano fuori assaissimo. Le carte del Fibreno son richieste di frequente dall'Egitto, e dal longinguo Brasile.

Non debbono essere pretermessi i lavori di vetro, di cui non ba gran tempo difettavamo. Moltissime fabbriche sonosi stabilite, le quali gareggiano con le straniere nella produzione svariata di vetri piani e concavi, semplici e lavorati, bianchi e vagamente dipinti, e in cento altri modi pregiati.

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Le fucine di Posillipo somministrano in gran copia i cristalli in lamina, che prima ci venivano di Venezia e di Boemia, o che ora noi mandiamo copiosamente in Malta in Barberia, e nelle Americhe. E la immissione e la estrazione, che formano il termometro delle interne manifatture, presentano dati lusinghevoli, poiché di abbondante si è resa scarsa la prima, e di nulla si è resa abbondante la seconda.

I lavori di argilla e di altre terre sono molto innanzi appo noi, ed hanno ricevuto una non lieve pinta da poi che cadde in animo ai lavorieri di emulare, le ammirabili opere dissepolte in Pompei, in Ercolano, ed in altre dissepolte Città. Molte sono oggidì le fabbriche di tal sorta, dalle quali vengon fuora le maioliche invetriate, le terraglie ad imitazione inglese, vasi variamente e bellamente fatti, busti, figure, statue, vasi e stoviglie alla etrusca alla egizia ed alla foggia siculo-greca, molli lavori a musaico, ed altra maniere di opere; delle quali, quelle che imitano le antiche, sono tuttodì, ed avidamente desiderate dai forestieri. Pregevole oltre ad ogni credere era la fabbrica di porcellana in S. Maria della Vita.

Inoltre molto in progresso attrovansi gli svariati lavori di metalli diversi. Commendabili sono le manifatture di oro, vuoi per la qualità del metallo, vuoi per la leggiadria e la squisitezza della forma, né è da pretermettersi, che l'indorare su legni e su porcellane si è spinto a perfezione tale, che d' oltremonte mandano porcellane per averle dorate nelle nostre orerie; similmente grande smercio dei nostri galloni si fa in Levante. Innumerevoli e galanti sono i lavori di ottone, commendabili anche quelli di bronzo, e molto più gli altri di ferro ed acciajo; pei quali i nostri lavorieri hanno agguagliato gl'inglesi, e sorpassati i francesi. Duolmi che i limiti di queste pagine non consentono di cennare a parte a parte siffatti oggetti, ma bastimi ricordare, che i primi ponti di ferro dell'Italia venner fuori dalle fucine calabresi,

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e che macchine a vapore, ed altre per altri uffici, e tutte eleganti solide complicate, magnifiche si fanno nel celebratissimo opificio di Petrarsa, oltre a statue, ed altri lavori pregevoli di ferro fuso.

Da ultimo brevemente mi farò a mentovare, che oltre alle tante manifatture di minor conto si segnalano quelle di ossa, di guscio delle testuggini e simili, per le quali i nostri lavorieri meglio istrutti ne' metodi chimici di apparecchiare, si francarono dal commercio alemanno, e ne mandan fuori in copia. Contemplabili sono i lavori di cera; e le nostre candele sostengono il paragone con quelle tanto celebrate di Venezia. Molto progredite sono le fabbriche di candele steariche sì per candore per durezza, e s per la chiarezza della fiammella. Ricordevoli sono i vari lavori di gioielli vuoi per la semplicità, vuoi per la precisione, non che quelli di vari granati, della nefelina, dell'adulania, dell'ossidiano verde, dei pleonasti, del pirosseno, e di altre maniere di pietre che vengon fuori dalle ribollenti viscere del Vesuvio e dell'Etna.

Né si debbono pretermettere le varie fabbriche di caratteri da stampa, per le quali ci siamo emancipati dallo straniero, e neppur quelle che ottimamente somministrano allume di rocca, cloruro di calce, acido solforico, e muriatico, e tacendo di altri prodotti, cremor di tartaro, il quale forma oggimai obbietto rilevantissimo del nostro commercio esterno.

Per le quali tutte cose facile si rende il rilevare quanto sia degno di commendazione e di laude il governo di Ferdinando li, il quale fu tanto energico ed assiduo nel promuovere, e favoreggiare le manifatture in un paese che prima ne difetta va, ed in cui l'agilità dei corpi, e la perspicacia delle menti rendono molto opportuni gli uomini ad ogni maniera di lavori. Gran numero di fabbriche, di opifici, dì stabilimenti son sorti nell'una e nell'altra Sicilia, sì che dal telajo della donnicciuola del paese fino allo magnifiche e grandiose fabbriche delle città,

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e tutte variamente fornendo alle bisogne diverse, se ne contano un numero innumerevole. Quanto vantaggio, quanta ricchezza siasi apportata al Reame non è chi no 'I vegga, e soggiungerò quanto onore, poiché l'onore è ancor esso una inestimabile ricchezza.

Punto interessantissimo della storia di Ferdinando II formano le opere pubbliche da Lui fondate o condotte a fine o ristaurate o immegliate o modificate, coma quelle alle quali l'ingentilimento la grandezza e la gloria del Reame dall'un de' lati, e l'utile la comodità pubblica, e 'l vivere degli Artigiani dall'altro si rannodano. Noverare tutte le cose per Lui fatte su tal proposito sarebbe veramente opera lunga e interminabile, limiterommi a cennare alcuna cosa particolare per la Capitale e i suoi luoghi prossimani, ed alcun'altra generale per lo provincie.

La metropoli è stata ed è cotidianamente e per ogni verso abbellita ampliata, e resa magnifica, sì che ha mutato aspetto, ed è molto diversa dalla vetusta. Raddrizzate le vie, rese più solide, ampliate, e qui e colà munite di marciapiedi, adornate di alberi; segnatamente quelle della marina e di S. Lucia sottratte al vecchio luridume e conformate all'odierno incivilimento. Smantellate le vili casipole del Piliero, e riordinate in vaghi e simmetrici edifici, sorta con romane forme la nuova dogana ed assiepata da semplice e simmetrica inferriata, la quale un'altra somigliante ne tiene rimpetto che chiude il vicino porto commerciale, ed in una parte fra entrambe si distende il bel ponte della Immacolatella su di archi ferrei, il quale per la sveltezza e la solidità offre comodo passo ai pedoni ed ai cocchi nell'atto stesso che le barche solcano la sottoposta onda.

La strada del Molo rifatta, fornita di ampi marciapiedi, di saldi parapetti, di comode scalinate che nel sottostante lido ti menano.

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La Torre del Faro innalzata di molto, abbellita ed illuminata ad ecclissi col sistema di Fresaci irradia la sua accora luce in lontanissimi punti a conforto dei naviganti. Edificato un ampio, e magnifico porto militare ad oriente della Darsena, reso nei presenti giorni memorando e singolare per un grandissimo maestoso, e solido bacino, opera veramente romana, frutto della saggia mente di Ferdinando e delle assidue cure ed inflessibile costanza dell'Eccellentissimo Ministro, Principe d'Ischitella.

La incantevole strada di Mergellina fatta più larga, nuovamente acciottolata, meglio riparata dalle furie del vicino fiotto, costeggiata da un marciapiede, confortata dall'ombra di nuovi alberi, guarnita di ampia e bella terrazza, rende più delizievote e comodo il passo a chi voglia trarre a salutare l'urna dall'eccelso Vate. La larghissima strada di Foria resa magnifica per la bella Chiesa di S. Carlo all'Arena, e pel magnifico quartiere che fra le antiche torri grandeggia, e per altro nuovo sentiero con altra via comunicante. Dischiusa nella strada nuova di Capodimonte un'ampia scalea adorna di fiorenti ed ombrose piante, la quale comodamente e tosto mena in cima alla collina a chi non volesse percorrere la via rotabile che di lato dolcemente innalzandosi la costeggia, e poscia in vari rami scompartita si protrae innanzi per lungo tratto, ornati i lati di fronzuti alberi che di amico e piacevol rezzo la ricuoprono.

Una moltiplicata diramazione di canali e tubi di ferro fuso e di stagno prende sua origine da ampli serbatoi, e si diramano per la città, ascosi sotto alle strade, o incastrati nelle mura, a spandere fulgida luce per le vie

La Reggia, che sette Re, e trentacinque Luogotenenti non avevan compiuta, e che nel Febbrajo del 1837 fu per ben Ire giorni preda d'incidentali e voraci fiamme,

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ora sciolta dagli ammassi che ingombravanla in alcuni lati, e quasi totalmente rifatta, sorge elegante, maestosa, e bella; la qual magnificenza si è renduta più osservabile si per la nuova e larga strada che si spicca da una sua cantonata portandosi all'Arsenale, e si pel giardino dalla parte di S. Carlo, vago per verdeggianti e floride praterie, per larghi e tortuosi viali, e per ombrose piante, non che per la maestosa inferriata in mezzo alla quale s'innalzano opportuni piedistalli, su cui due nerboruti palafrenieri infrenano le ire di due generosi destrieri, degna opera delle fucine russe, degnissimo dono con che l'Autocrata delle Russie presentava il nostro Re.

L'Ospedale di S. Maria di Loreto, e l'Ospizio di S. Maria della Vita, l'uno nel 1834, e l'altro nel 1836 riedificati dalle fondamenta per accogliervi l'umanità languente.

Il grande Archivio del Regno stabilito nell'antico Monastero dei SS. Beverino e Sossio, che gareggia coi primi delle altre Nazioni. Il Reale Museo grandemente accresciuto dal grembo di vetuste e venerande città che sorgono alla luce del dì per opera dei Borboni, e fra le discoperte cose è a mentovare il magnifico Anfiteatro di Pozzuoli, per lunghissima stagione rimaso sotterra, ed ora per la solerzia di Ferdinando renduto agli occhi degli ammiratori della prisca grandezza.

Lasciando da parte molte altre opere pubbliche che in seno alla Città son surte, mi farò a cennare qualche cosa delle altre che fuori di essa, e nelle provincie son degne di nota. Primamente sono da mentovare i Campisanti, vera opera di civiltà e di progresso, i quali per le solerti

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Scelti i luoghi migliori per sito e per aere, si che di molti paesi potrebbesi affermare, che i morti meglio dei vivi albergano; quasi in tutti si educano le piante malinconiche dei sepolcri, ne mancano le meste viole di ricingere l'orlo delle tombe; qui e colà son disposti innumerevoli e svariati monumenti, opportuno alimento alle belle arti, dove ricchi di marmi di sculture e di statue, dove modesti e semplici, dove infino la sola croce, il più pregevole de' monumenti, sorge. In tutti comune è la espressione dell'affetto, sono varie guise di lamento impresse nelle meste leggende dei muti marmi che compongono quel regno di morte: in tutti infine fra tanto sconforto e mestizia tanta, sublime si eleva il consolante pensiero della redenzione, e 'I confortevole vessillo del Golgota.

Fra le pubbliche opere meritano di esser mentovati i vari inalveamenti fatti sì per bonificare non piccole estensioni di terre acquidrinose, o impaludate, sì per infrenare i fiumi nei loro letti e impedirne lo straripamento, e sì per dare un corso alle alluvioni, le quali, ingrato frutto del vandalismo esercitato nei boschi, si precipitano furenti e minacciose dall'alto dei monti, e gravi danni arrecano ai campi ed agli abitati; e già per queste utilissime opere sono grandemente scemate le apprensioni, e le iatture; in molte estensioni di terre s'infossa la vanga, o scorre l'aratro, dove prima infeconda mota era immelmata, e d'altronde molti paesi percossi per lo innanzi da endemiche pestilenze, ora da benigno aere avviluppati godono salutare influsso.

Imperiamo trattandosi di aquidotti non si può passare sotto silenzio l'emissario del Fucino. Per verità fu grandiosa impresa di Claudio di schiudere un varco alle acque

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Troppo a lungo andrei, ove volessi partitamente ricordare tutte le strade che si sono ristaurate, o modificate, o fatte di nuovo, o condotte a fine. Basti rammentare che la piupparte dei paesi, per queste provvide opere, comunicano fra loro, e con le capitali delle provincie; che dalle strade maestre moltissimi rami si dipartono a ravvivare col commercio i luoghi più inospitali, e che finalmente nel periodo di cui discorriamo se ne noverano ben 1300 miglia nelle provincie cisfarane, e 400 miglia in Sicilia. In proposito di strade non possonsi pretermetter quelle che sono l'emblema del progresso, ossia le ferrate; poiché il Ile, andando in ciò innanzi a tutti i Principi Italiani, favoriva la costruzione di due strade a ruotate di ferro,

Parimente innumerevoli sono i ponti costrutti, o instaurati, o amplificati, che sulle opposte rive

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dei fiumi 0 sugli opposti fianchi delle valli si distendono, pei quali han securo passo i pedoni e i carri udì' atto che più infuriano le larghe fiumane, o rimugghiano gl'impetuosi torrenti. Particolar menzione però meritano i due magnifici ponti a catene di ferro, sospesi con mirabil arte sulle opposte sponde del Garigliano e del Calore, de' quali il primo fu compiuto, e l'altro fondato dal Re, entrambi i primi ponti di ferro che in grembo all'Italia sorgessero.

Ma ormai i limiti di queste carte non consentono che più oltre mi dilunghi; sì che mi farò raccoltamente a indicare che oltre alle sin qui esposte, infinite sono le altre opere pubbliche sorte nell'una e nell'altra Sicilia. Un osservatorio meteorologico sulla pendice del Vesuvio, negli Stati Italiani il primo: moltissimi Asili dischiusi alla umanità languente nelle metropoli delle provincie e de' distretti: una maestosa carcere panottica in Palermo: nuovi Orfanotrofii sparsi di quà e di là: innumerevoli e mirabili edifizi manifatturieri surti in moltissimi paesi: parecchi teatri eleganti e magnifici edificati per le provincie: gradevoli e maestose fontane allietano le piazze di non pochi paesi: venerandi templi riedificati, o immegliati, o novellamente costrutti attestano la universale pietà: molli porti tolti dall'antico ed immeritato obblio, altri nuovamente fatti, ed altri designati; e così pel resto.

Infine quanto fosse la cura di Ferdinando pur lo pubbliche opere, si rileva eziandio dai moltiplici atti legislativi, che su tal proposito si faceva a pubblicare. In fatti: emetteva delle istruzioni pel servizio delle opere pubbliche provinciali in conformità dei decreti e dei regolamenti in vigore; creava Consigli Edilizi affin di sopraintendere a tutto ciò che riguarda sicurezza, eleganza, comodità,

simmetria delle città, concedendo loro in taluni casi dei poteri giurisdizionali.

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Stabiliva, come si è altrove detto un regolamento organico del personale della sezione dello opere provinciali presso la direzione dei ponti e strade, la quale aveva benanche appo lei una commissione per rivedere i lavori.

Decretava che le somme, che si pagano dalle diverse amministrazioni dello Stato agli appaltatori di Opere Pubbliche, non potessero essere sequestrate. Sanzionava un esteso e compiuto regolamento per l'amministrazione dei fondi assegnati alle opere provinciali, per la vigilanza, la verifica dei lavori, la formazione e l'esame dei progetti, e per la esecuzione, e gli appelli. Emanava un apposito regolamento, col quale ordinavasi la piantagione di alberi lunghesso i lati delle strade provinciali e dei comuni; davasene la custodia agli appaltatori; crearonsi dei guardiani; comminavansi opportune pene per le contravvenzioni in caso di decorticamento, tagli ecc.; e dichiaravasi per ultimo, che a norma delle leggi del 21 e 25 Marzo del 1817 si regolassero la competenza, e la procedura.

Per ultimo a tutela dei guasti che arrecar possono agli edilìzi gl'incendi instituiva nel 1833 il Real Corpo dei Pompieri, i quali veramente in quelle loro pericoloso operazioni, mostrano quanto in animi umani possano arte, coraggio, e filantropismo. Quant'incendi spenti in sul nascere, quanti altri limitati nelle loro furie! Quanti edifizii preservati dagli orrori d'impetuose e voraci fiamme! Gloria immortale siane resa a Ferdinando II, che seppe di sì utile instituto provvedere la patria!


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CAPITOLO IV.

ESERCITO, E REAL MARINA.

Sommario

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Il Sovrano con tutta la scienza e l'accortezza di un esperto Guerriero si crea un Esercito. Cenno Storico della nostra Milizia. Disposizioni varie concernenti la Reclutazione, i Distintivi militari, i Comandanti le armi. Ordinanza per gli esercizii e l'evoluzioni. Medaglia di Onore. Riserva, Cavalleria, Artiglieria. Giunta Generale dei Contraiti Mititari. Ospedali, Castella ed altro. Armerie. Arsenali. Fonderie. Istruzione scientifica e morale. Ferdinando II promuove la Marina da Guerra con fervore. Importanza marittima del nostro Regno. Schizzo storico della Real Marina. Vapori da Guerra. Cantieri. Darsena. Porto Militare. Scuole nautiche. Piloti. Servizio Sanitario. Orfanotrofio della Real Marina. Ascrizione Marittima. Ramo Amministrativo. Corpo Telegrafico. Real Corpo dei Cannonieri e Marinari. Istruzione dei Marini. Fuggevol cenno di laudevoli imprese dell'Armata terrestre e navale.

Mi accosto a discorrere di un punto importantissimo della Storia di Ferdinando II, ossia della milizia, come quella che è stata da Lui portata a quel grado di perfezione e di splendore che forma il nostro compiacimento o l'ammirazione dello straniero. Non vi è stata parte dei militari ordinamenti in cui Egli non abbia addentrato il sua sguardo indagatore senza apportarvi modifiche, immegliamenti, aumenti, innovazioni. Le quali cose mentre erano il risultamento di naturale pendìo in che il Genio Militare traevalo, formavano ancora la sicurtà e la potenza dello Stato, ché senno ed ingegno prosperano i principati, virtù guerriera li conserva.

Esistevano milizie nel nostro regno fino dai romani tempi, le quali poscia via meglio organizzate ed istrutte, onorevolmente pugnarono contro i Goti, i Longobardi, i Saraceni, e i Greci,

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e inseguito sempreppiù migliorando sostennero solenni battaglie sotto al vessillo de' Re Normanni, Svevì, Angioini, ed Aragonesi. Venne però la notte dei Viceré, ogni nostro civile decoro decadde, e decaddero ancor esse le milizie, sì che per ben due lunghi e durissimi secoli noi mancammo dell'onore e del decoro di un'armata, ma non però dell'onore e del decoro militare, che i nostri combattendo per estraneo Signore, in straniere contrade, e coi stranieri mescolati, per egregi fatti sostennero. Pertanto assai misero era lo stato delle nostre armi pria di Carlo, imperciocché sì come fu per noi altrove cennato, vari modi illegittimi davano le cerne, le quali tosto fuori il regno eran balestrate: milizie straniere stavano a guardia del paese: le arti della guerra per altrui non per noi conosciute; il nobil nome di milizia che i regni decorava era per noi nome inglorioso. Si maturavano però i tempi. La nostra storia militare muta e sopita per sì lunga e rea stagione fu ben ridestata dallo solenni e gloriose giornate di Bitonto e di Velletri. D'allora in poi le nostre milizie si sono andate immegliando gradatamente, e l'Augusta Prosapia dei Borboni non pretermise veruna cura per tanto obbietto, sì che gloriose pagini esistono per noi nella Storia per battaglie commesse dai napolitani, o soli o ad altri armati congiunti, nei campi d'Italia, di Spagna, di Germania, e persino in Russia. Pertanto non è a mettersi in forse, che il secondo Ferdinando abbia spinte veramente a perfezione le nostre armi, che per Lui acquistarono quello splendore e quel grado che oggimai tutti riconoscono ed ammirano. Prima cura del Re fu il reclutamento, che forma il rivajo dell'Esercito, pubblicando una completa e ben intesa legislazione nella quale i modi di coscrizione, la durata del servizio, le cagioni di esenzione e di esclusione, la distribuzione delle cerne, le operazioni dei Consigli di reclutazione o di leva, i cambi, i refrattari, i volontari ed altre simili cose sono equamente stabilite;

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e riguardo ai cambi un'altra benefica, legge emanava nel 1843 con la quale si stabiliva il premio da darsi, le persone da prendersi, l'impiego della somma cc. Emise un regolamento pei nuovi distintivi militari de' generali, uffiziali superiori, capitani ed uffiziali subalterni dell'armata, vietando a coloro che non sono militari di poter far uso di militari distintivi, ed ordinava che i segni degli uniformi civili dai militari diversificassero; dava utili disposizioni intorno ai delegati ed agli appoderati dei corpi di fanteria ed agli uffiziali destinati per aiutanti di campo.

Riorganizzava l'esercito. Modificava le tariffe dell'armata di terra per la indennità di rappresentanza e spese di ufficio. Pubblicava un regolamento pel distintivo degli ufficiali alla immediazione, e di quelli di Ordinanza presso di Lui. Facevasi a regolare le attribuzioni e i doveri de' comandanti generali delle armi, dei comandanti di provincie, dei governatori, e comandanti di piazze, di divisioni, di brigate d'istruzione, e degl'ispettori e direttori generali dell'artiglieria e del genio; a stabilire con un' ordinanza militare opportune cose intorno al governo, a! servizio, ed alla disciplina delle truppe; a instituire un nuovo battaglione di zappatori minatori, ad approvare le nuove tabelle pei generi di vestiario dei diversi corpi dell'Esercito, e per la durata dei medesimi; a stabilire i corpi e gl'indivìdui che dovean dipendere dalla ispezione delle truppe sedentanee; ad emettere delle disposizioni organiche relative ai diversi corpi dell'esercito. Ordinava e mandava a compimento la formazione in Napoli della Guardia d'Interna sicurezza; pubblicava una sensatissima Ordinanza per gli esercizi e per le evoluzioni della fanteria, statuiva un regolamento sull'anzianità di servizio dell'esercito e sulla istituzione della medaglia di onore per compensarne la lodevole durata; pubblicava un altro regolamento relativo all'interessante ramo della Riserva determinandone la formazione,

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la istruzione e la disciplina emanava un decreto intorno alla nomina degli uffiziali aggiunti allo Stato Maggiore dell'Esercito, disponendosi dio dagli stessi si prescegliessero gli Ajutanti di Campo; taluni corpi sopprimeva, altri modificava, moltissimi aumentava, tutti migliorava, e spingeva a perfezione.

Special cura prese il Re della Cavalleria, poiché di non lieve momento è nel militare servizio; e cominciò dallo immegliamento delle razze dei cavalli confidato ad una particolar commissione, inibendo la introduzione nel regno di cavalli e cavalle forastiere, favorendo le pregevoli razze di Persano e di 'frisanti, acquistandone buoni per le fiere, migliorando le praterie nelle quali per più mesi si lasciano i poliedri per confirmarsi, e rendersi più saldi nutriti, ed opportuni ai vari servigi, facendo attendere jn particolari ed accomodati luoghi alla istruzione completa, immutando l'antica ordinanza usata per gli esercizi, ed in altri modi; sì che come frutto di tanta sollecitudine ammiriamo nei cavalli del nostro esercito sveltezze, brio, vivacità, gagliardia, ed andamenti franchi.

Inoltre si ordinava l'aumento del reggimento de' lancieri; si modificava l'organico delle Reali Guardie del Corpo, s'instituivano gli squadroni delle Guardie di Onore, si approvava e disponeva la esecuzione di un'Ordinanza per gli esercizi e l'evoluzione delle truppe di Cavalleria; si stabiliva un novello organico della Gendarmeria a cavallo, altre cure a questo importante obbietto si largivano, per la qual cosa in poco di tempo vedevamo nel nostro paese una fiorente cavalleria.

Né minori cure si ebbero il treno,1' artiglieria, i collegi, gli orfanotrofi!, il ramo sanitario, gli alloggi, le caserme, i tribunali militari, i castelli, i forti, le armi ed ogni altra branca dello esercito, sia per generali sia per particolari disposizioni. Infatti abolita la seconda scuola militare in Monreale ed incorporati gli alunni alla prima scuola militare di Napoli;

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emesso un regolamento che determina il calibro dell'artiglieria di terra, e la dimensione delle diverse bocche a fuoco, stabilita la dorata del servizio degli artiglieri littorali volontari per aver diritto alla pensione di ritiro; riuniti tutti i corpi facoltativi in una sola Direzione Generale, e dato al Direttore Generale l'incarico d'ispezionare i corpi appartenenti al Genio ed all'Artiglieria; abolita la mezzabrigata di Artiglieria a cavallo della Guardia Reale e della divisione del Treno di Casa Reale, ed organizzata una nuova compagnia di Artiglieria a cavallo; approvato l'aumento all'organico del battaglione del treno e delle sezioni del treno svizzero, ed aumentate anche le compagnie dei reggimenti di Artiglieria; emesse delle disposizioni intorno alla organizzazione del corpo degli Artiglieri Littorali; fatta una nuova pianta organica del Real Corpo del Genio terrestre; decretato un piano organico della intendenza generale dell'esercito, dell'officio di verifica degli aggiusti, della viceintendenza dell'esercito, della giunta generale dei contratti, e della direzione gen. degli Ospedali Militari; stabilita l'epoca della fondazione dei Consigli di Amministrazione delle nuove direzioni di Artiglieria e del Genio.

Né qui finivano le disposizioni e le cure del Re per lo Esercito, ma a molte altre cose d'importanza si estendevano. Creava Egli nel 1833 la Giunta Generale dei Contratti Militari, che per lo innanzi appellavasi Consiglio d'Intendenza; dava istruzioni per gli alloggi degli Uffiziali, e per le caserme della Gendarmeria; manteneva in vigore tutto ciò che antecedentemente erasi statuito intorno all'importevol punto degli alloggi e delle caserme; volgeva la mente agli Orfanotrofii militari variamente migliorandoli; dava utili provvedimenti intorno al servizio sanitario dei diversi rami dell'Armata, e nel 1833 pubblicava l'Ordinanza sulla Direzione Generale degli Ospedali Militari di terra; ristaurava le fortezze e i castelli, ampliavali di nuove opere, e li guarniva

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di uomini armi e provvigioni; decretava non si potesse costruire verun edifizio nella distanza di 500 tese dalle piazze di guerra e dai forti e castella; statuiva una classificazione delle piazze di armi e dei forti del regno; aboliva la giunta di anzianità, riunendone le attribuzioni all'Alta Corte Militare; ed emanava disposizioni intorno al destino degli Ufficiali a Giudici nei Consigli di guerra di guarnigione; stabiliva un regolamento per le varie operazioni scientifiche esecutive, e disciplinari, ed altri punti del Reale Officio topografico.

Né il Sovrano mancava di volgere l'occhio sulle varie armi di che i vari corpi dello Esercito abbisognano; poiché ammirevoli depositi se ne osservano nella vastissima sala di Castel Nuovo, ed anche in Gaeta e Capua, dove tutte le varie specie di armi sono con solerzia ed accuratezza mantenute terse e pulite, e preservate da ogni ingiuria che il tempo potesse apportarle. Cura somigliante si ha per le artiglierie di terra in apposito arsenale. Aumeutavasi il numero degli artefici militari destinati alle varie costruzioni degli strumenti guerreschi, le quali di ogni nuovo trovato si vantaggiavano, ed acquistavano ammirabile perfezione; e come compimento di quest'arte sorgeva nel 1841 nel nostro arsenale di terra una gran sala nella quale sono ordinatamente poste le sagome ed i modelli delle antiche e delle nuovo costruzioni delle artiglierie dei magisteri del 1789 infino a quelli del 1835.

Le armi di grosso calibro, ed altri attrezzi di ferro o di bronzo escono dalla Real Fonderia, la quale nel 1834 è stata ampliata della officina dei piccoli getti di ferro, non ché di altre sale nelle quali girano i novelli trapani dal 1838 in qua per la forza prepotente del vapore. Tacca sorgere il Re nel 1841 a pié delle due torri del castel nuovo una novella fonderia, al pari dell'antica pregevole, ed ordinava l'aumento degli artefici veterani alla pianta organica della prima e seconda direzione di artiglieria real fonderia e barena.

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Per ultimo a compiere le cose riguardanti la milizia terrestre dirò, che principale obbietto del nostro Re fu la istruzione scientifica e morale dello esercito, e segnatamente di quei giovani che formano il vivaio degli Ufficiali. Scuoio militari con ogni maniera di erudimentì, macchine, strumenti, biblioteche svariate e magnifiche, egregi Lettori, opportuni divisamenti po' vari studi rendono all'armata quegli Ufficiali, ne' quali non si saprebbe qual fosse maggiore o il valore o la scienza. Dall'altra parte assai bene intesi ed ordinati sono gli esercizi di religione, senza de' quali un'armata rimarrebbe abbrutita; ed è grato veder le milizie capitanate da un religiosissimo Re esser le prime in tutti gli uffizi di pietà: sia in città, sia in campo, sia sul mare, sia viaggiando, sia in riposo, sia dovunque in opportuna ora rintuona la preghiera che il soldato in atto riverente indirizza al Dio degli Eserciti.

Le assidue e moltiplici care che il Re largiva alla milizia terrestre, estendevale per anco alla navale, né senza ragiono; imperciocché un Regno come il nostro il quale è quasi tutto bagnato da mare, possiede importanti isole, ha grandi e popolose città marittime, vanta porti grandiosi e magnifici, produce legname canape ed ogni altro materiale accomodato alle navali costruzioni, serba gran parte de' suoi abitanti addetti al marittimo mestiere, e di molte altre simili cose si pregia, non poteva non destare l'attenzione del Monarca per favorire lo svolgimento di un'armata navale a tante circostanze opportuna, o proporzionata.

Gli antichi abitatori di queste regioni ebber vanto di solenni marini, e la storia parla onorevolmente delle squadre navali dei Tarantini, dei Cumani, e dei Locresi; o la romana repubblica frequentemente muoveva contro i suoi nemici le flotte napolitano e reggiane: i tempi sinistri che al romano imperio tenner dietro, mandarono a ruina ogni nostra buona istituzione, e perderono anche la militare marina.

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Stabilita la Monarchia, ogni città marittima dové costruire la sua nave da guerra sotto la direzione di un regio uffiziale; sì che Re Ruggiero pel gran numero delle navi creò anch'egli il Grondeammiraglio. D'allora prosperò mai sempre la nostra marina; cosicché molti gloriosi fatti di guerra commise. Combatteva l'armata navale dell'impero di oriente, e toglievate Corfù, Tebe, Atene e Corinto: conquistava Tripoli, Tunisi e Malta, traendo benanche a libertà Luigi IX Re di Francia già imprigionato dai Saraceni: nel 1153 metteva in fiamme l'armata sopradetta e recava in suo potere Negroponte: nel 1176 guidata dal conte Tancredi si facea Signora di Tessalonica e di Durazzo: gran fama acquistavasi ai tempi dello svevo Federico per togliere dalle mani saracene il reame di Gerusalemme: fugava sotto Federico Aragonese principe di Altamura la veneziana flotta nell'Adriatico, e dopo non molto tempo si opponeva alla invasione di Carlo Vili: con valore infinito pugnava nelle spedizioni di Filippo II contro l'Inghilterra, e dipoi contro il secondo Solimano ed il Portogallo: toglieva Durazzo ai Turchi, regnante il terzo Filippo: meritata fama procuravasi nella memoranda spedizione avverso al corsaro Biserta: e così via discorrendo di consimili fatti.

Pertanto la nostra marina militare era decaduta ai tempi della venuta di Carlo, e quel Gran Monarca immegliando tutte le parti del Reame, le volse amorevole cura; sì che la vedemmo man mano rinascer gloriosa dalle suo gloriose ruine, e nel 1789 possedevamo una flotto fioritissima nella quale noveravansi vascelli, fregate, corvette, brigantini, moltissime cannoniere, le quali m buona parte per invidia britannica in tempi calamitosi andarono in fiamme.

Molti valentissimi Marini noi possiamo vantare, e fra gli altri Ruggiero di Lauria, celebratissimo nella guerra del Vespro, Giuseppe Martinez,

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nome di terrore pel corsari, e segnatamente quel Gravina figlio del Calabro suolo, che lacero per gravi ferite tuttavia imperterrito pugnava in mezzo alla furia della conflagrazione di Trafalgar, compiendovi gloriosa carriera.

Ne' tempi più a noi vicini venne in incremento la real marina, segnatamente per le indefesse cure del II Ferdinando, il quale facea costruire vari navigli da guerra nei nostri cantieri, non esclusi quelli cui la forza sorprendente del vapore spinge securi contra gl'impeti dei venti e dei flutti; né preteriva di provvedersene dai cantieri d'Inghilterra e di Francia, sebbene, sia detto in grazia di patrio onore, i nostri Vapori presentano una costruzione più salda e meglio atta agli usi della guerra; ampliava ed immegliava la Darsena, i Cantieri, segnatamente quello di Castellamare, e tuttociò che all'armamento dei bastimenti è bisognevole; stabiliva una nuova pianta organica degli artefici dell'arsenale; facea sorgere un ampio porto militare, il quale mentre presenta accomodata stanza ai Bastimenti da guerra, ha dato anche la opportunità della costruzione di molte batterie oltremodo atte alla difesa della città; facea scegliere i più robusti alberi della Sila, e serbarli per le navali costruzioni; similmente di grandiosi acquisti di ogni maniera di materiali bisognevoli ai bastimenti empieva l'arsenale.

Inoltre stabilita una floridissima marina a vapore pensava il Governo di far sorgere una scuola che desse macchinisti atti alle varie bisogne di quella, senza andarne mendicando presso lo straniero, e già instruiti nella teoria, e fatti nella pratica nel grandioso opificio di Petrarsa, van dirigendo quasi tutti i nostri Vapori, e lodevolmente sopraintendono e diriggono stabilimenti; emise un regolamento pei novelli distintivi degli uffiziali dell'armata di mare.

Fu inoltre instituiti una scuola nautica in Trapani, e fornita di opportuno regolamento; modificato il sistema amministrativo o disciplinare

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delle scuole nautiche di Meta e di Caretta; date delle disposizioni pel concorso degli alunni delle scuole nautiche di Siracusa, e Giarre riposto nelle piazze di terzi piloti; organizzato aumentato e modificato il Reggimento Real Marina; stabilito un regolamento pel conferimento dei gradi militari ai primi piloti ed ai primi nostromi; riformata la pianta organica dei piloti, pilotini, e degli alunni a piazza franca; statuite delle norme generali per la nomina e promozione dei piloti, e pel loro passaggio nelle classe sedentaneo, e nuovamente nel 1844 data un'altra organizzazione della classe dei piloti, vantaggiandola assaissimo; recava modifiche alla classe sanitaria, abolendo il Consiglio sanitario della Real Marina, determinando, che fosse rimpiazzato dal Consiglio sanitario centrale dell'Esercito, e nel 1843 dava una nuova pianta organica del personale sanitario. Curava di provvedere di un Orfanotrofio la Real Marina, del quale veramente si sentiva bisogno, e di vantaggiarlo man mano nel suo patrimonio.

Decretava la organizzazione del ramo amministrativo. Statuiva una norma conveniente per valutare gli anni di servizio dei vari individui della Real Marina, e dal beneficio dell'aumento di sei mesi per ogni anno d'imbarco voleva esclusi coloro che se ne fossero resi indegni per fatti colpevoli; emetteva molte disposizioni ed un regolamento sull'Ascrizione marittima, creando una commessione marittima per ogni comune, od a ragione restringendo in augusti limiti le esenzioni, poiché coloro che vanno fra le squadre marittime non lasciano la vanga, la zappa o il succhiello, o l'aratro per stringere il moschetto, ma si tramutano dalle navi da traffico, o dai legni da pesca, in quelli più gloriosi da guerra. Divantaggio disponeva che si abolisse il Comando Generale

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Riorganizzava il corpo telegrafico, aumentandone il numero dei posti, e quindi delle persone, e formando nuove linee telegrafiche. Decretava la organizzazione del novello Real Corpo dei cannonieri e marinari, dando all'uopo delle opportune istruzioni, aggiungendo in seguito anche quella dei marinari di nuova leva fissa; si che diffinitivamente nel 1842 veniva stabilito tal corpo, tanto vantaggioso per lo spedito e regolare servizio della Real Marina, ed al quale andrà sempre onoratamente congiunto il nome del Generale D. Federico de Roberti, grandemente benemerito della nostra Marina. Organizzava il corpo del Genio idraulico militare. Per tacere di altre cose, particolar cura Tolse alla istruzione dei Marini, sì che faceasi a disciogliere l'Accademia di Marina creata nel 1822, formava poscia il Collegio degli Aspiranti Guardiemarine, e la Scuola di Alunni Marinari, de' quali il primo dipoi fu congiunto al Collegio Militare, determinandosi un regolamento per le discipline da osservarsi nella scelta degli Alunni da addirsi alla carriera di mare, e per ultimo con provvido consiglio nel 1844 riordinava con migliore scopo il Collegio di Marina, ed approvava un regolamento per la Scuola dei Pilotini e dei Grumetti. Nei quali istituti non v' ha nulla a desiderare per lo ammaestramento della gioventù che alla nobil carriera della marina militare si addice vuoi per la parte scientifica e mo

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e fra essi è ricordevole quello che in 19 mesi compiva la Fregata Urania navigando il mediterraneo, lo sterminato atlantico ed il mare del nord, solcando la schelda, l'Hudson, il Rio della Plata, e toccando i principali punti del Globo, fra i quali fiami lecito di cennare la spaziosa e pittoresca Rio-Janerio, città per doppio ligame a noi gradita, la infelice Montevideo gemente fra i ceppi argentini, dolce ricordo pel Cristianesimo, perché fu per un dire, l'uscio delle missioni dell'Uraguai e Paraguai, che tanto accrebber l'Ovile del Signore; Navarino nel di cui amplissimo porto la flotta anglo-gallo-russa in mezzo ad orrenda catastrofe gittava i semi di rigenerazione per la celebratissima città di Teseo; e lo scoglio romito di Longwoud, ove tacito e gigante ancor si aggira il Genio di Marengo e di Ostarliza.

Tutte le accennate cure del Sovrano per la milizia terrestre e navale non andavan perdute; poiché sovente sì l'una che l'altra han preservato il Regno da certa ruina, ed al decoro nostro han provveduto.1 vari tumulti che qui e colà in epoche diverse conturbarono ambo le Sicilie, e che furono i rivi, che un gran torrente produssero, rimasero sedati la mercé dell'Esercito. Scioglieva nel 1833 dal porto una nostra squadra, la quale congiunta in alto mare con bastimenti Sardi, si portò in Tunisi ed obbligò il Bey di quella Reggenza a talune satisfazioni, e fu concluso anche un Trattato di Commercio, ed una Convenzione intorno alla procedura da seguirsi in caso di reità de' rispettivi sudditi nel rispettivo regno commesse. Un'altra squadra fu dal nostro Re spedita nel 1834 allo stretto di Gibilterra affin di proteggere la marina mercantile, poiché il Governo di Marocco aveva escluso dai suoi porti la nostra bandiera, e fatto altre ostilità; ed una

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e ratificato al 1.° Febbraio del 1784. Ma quanta gloria si avessero procacciata l'armata navale, e la terrestre nelle ultime conflagrazioni non è chi no '1 conosca, poiché sì come a suo luogo diremo, spense i tumulti di Penne e di Sicilia scoppiati dorante la colerica catastrofe, prostrò le insurrezioni di Cosenza dì Reggio, e di Gerace, abbatté i movimenti sediziosi del 15 Maggio 1848 in Napoli; trionfò del rivolgimento Calabrese di quell'anno, contenne, scompartito nei comandi territoriali, le minacce delle altre provincie; vinse le memorabili giornate di Messina, di Catania, di Palermo, per le quali Sicilia tutta ritornava all'antica obbedienza; concorse con altre Potenze a rimettere nel suo seggio il Sommo Pio, combattendo la celebrata battaglia di Velletri.


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CAPITOLO VII.

AMMINISTRAZIONE CIVILE, E PUBBLICA BENEFICENZA.

Sommario

Disposizioni varie intorno al ramo amministrativo. Rilevanti migliorie dei Comuni. Modifiche e mutazioni del Ministero. Consulta di Stato. Corpi Municipali. Cure perenni e singolari prese del Re per l'importevol ramo degl'Impiegati. Memorabile Rescritto. Ferdinando II volge fervorose cure alla pubblica beneficenza. Instituisce la Real Commessione di beneficenza. Stabilimenti ed Instituti varii dì beneficenza. Orfanotrofii, e Proietti. Ammalati poveri ed Ospedali. Altri rivi della pubblica beneficenza.

L'amministrazione civile formò precipuo obbietto delle reali cure, come quella da cui immediatamente deriva la felicitò dei popoli. Oltre alle coso sparsamente dette negli altri capitoli altre disposizioni intorno a tal punto si osservano. Decretate le indennità dovute ai funzionai! amministrativi in giro; stabiliti i doveri dei Sindaci nei casi di morte de' funzionari, e degli uffiziali pubblici che tengono repertori; dinotata la giurisdizione dei consigli d'intendenza sulle congregazioni laicali; vietato agl'impiegati comunali di far sequestri od assegnazioni volontarie sui loro soldi o averi; ristabilite le sottointendenze in Sicilia; dichiarati i doveri degl'intendenti, dei sottintendenti e dei sindaci intorno alla istruzione primaria all'alata interamente ai Vescovi nelle rispettive diocesi; dati alcuni incarichi agl'intendenti sugli stabilimenti di mendicità delle rispettive provincie; stabiliti i casi nei quali i Consiglieri d' intendenza possono essere ricasati nei giudizi di loro competenza per motivo di parentela dei medesimi con gli avvocati o patrocinatori delle parti; fissati i soldi e le indennità da corrispondersi agl'intendenti secondo le rispettive classi; emanate delle disposizioni intorno alle copie degli atti privati depositati una rotta nell'amministrazione

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del registro, le quali si volessero estrarre sia dai grande archivio sia dagli archivi provinciali.

Inoltre ordinava, che l'esame e l'approvazione o condanna dei conti morali degli amministratori dei comuni, sieno atti dipendenti dalle facoltà economiche degl'Intendenti; che i Consigli d'Intendenza, preseduti dagl'Intendenti, sono competenti a definire amministrativamente lo quistioni fra le recinte e i loro cambi; che affin di agevolare la discussione dei conti materiali dei luoghi pii laicali si aggiungessero ai Consigli d'Intendenza due Consiglieri provinciali ed un ecclesiastico a scelta dell'Intendente; che gl'Intendenti fossero tenuti ad alcuni obblighi per lo passaggio delle carte dell'amministrazione civile negli Archivi provinciali in ogni cinque anni.

Moltissime altre disposizionidava il Re per le quali grandemente miglioravano le condizioni dei Comuni, i quali in verità debbono formare obbietto precipuo di ogni ben ordinato Governo, sia perché presentano circostante proprie del suolo rinchiuso nel loro perimetro, e degli abitanti clic vi stanziano; sia perché offrono non fiochi ordini di funzioni nei quali l'azione governativa centrale si dirama e risolve, e dai quali ritorna per costituire quell'armonica concatenazione e quella corrispondenza, fuori la quale non avvi che 1 abisso del disordine e delle rivoluzioni.

Quali e quanti vantaggi avesse arrecato a questi elementi dello stato la ben ordinata amministrazione civile non è chi no 'I vegga in moltissimi falli. Le rendite dei Comuni toccarono un incremento significante, perché si posa maggior cura all'amministrazione; basta dire che la rendita patrimoniale de' Comuni continentali nel 1820 era di 1,795,660, che nel 1831 sommava a 1,862,255, venne grado grado aumentando e nel 1843 montò a 2,301,204 ducati all'anno. Ed è degno di nota, che questi incrementi avvenivano nell'atto istesso in cui si menomava

i quali siccome si è altrove accennato, dopo la legge dei 17 Agosto 1847 con cui il Sovrano aboliva totalmente il macino, sarebbero ascesi non più che a 1,400,000 ducati ossia 23 grana ad individuo, calcolando la popolazione a 6,100,000 individui. Per tale bene intesa amministrazione ogni Comune ha potuto non solo portare il pondo delle spese ordinarie della sua amministrazione stabilite dalle leggi, ma eziandio innalzare opere o stabilimenti pubblici: per la qual cosa scorrendo i Comuni si possono osservare dove le strade agevolatrici delle interne comunicazioni, o dello esterno commercio; dove le fontane costrutte o ristaurate; in questo la casa municipale, in quello stabilimenti di pubblica utilità, o Chiese, o Teatri, o amene villette, o passeggiate; ed in altri persino i porti ed altre opere di maggior levata le quasi in tutti i Campisanti. i Vari mutamenti apportava benanche il Re ai Ministeri, e molta diligenza nella scelta dei Ministri! quali come agenti di esecuzione della volontà sovrana debbono avere tutte le virtù che a quell'altissimo ufficio sono indispensabili. Aboliva il ripartimento per gli affari del personale dell'Ordine Giudiziario presso il ministero di Stato di grazia e giustizia, emettendo un regolamento sull'oggetto; decretava il piano organico del Ministero degli affari esteri; la instituzione della segreteria particolare presso la sua Real Persona. Al Ministero della polizia generale riuniva l'ispezione ed il comando della gendarmeria reale come quarto ripartimento; aboliva il ministero di Casa Reale e degli Ordini cavallereschi, riportandone le attribuzioni e gl'impiegati fra i Ministeri di Stato della presidenza, di grazia e giustizia e degli affari interni. Decretava, che il presidente del Consiglio dei Ministri avesse l'incarico di presedere il Consiglio di Stato nell'assenza del Re; ristabiliva ed organizzava il ministero di Stato per gli affari di Sicilia residente in Napoli, e dopo qualche anno Io aboliva:

al Ministero di Stato pel ramo di Marina riuniva le attribuzioni dell'abolito Comando Generale della Real Marina.

Ordinava un nuovo sistema pel conferimento delle cariche di Consiglieri Ministri di Stato, e di Direttori delle Segreterie di Stato; un piano organico per le dipendenze subalterne del ministero di guerra e marina; un regolamento organico pel ministero e segreteria di Stato presso il Luogotenente Generale in Sicilia; una novella pianta organica della Real Segreteria e Ministero di Stato della Presidenza del Consiglio dei Ministri; la soppressione delle cariche di direttori della R. S. e M. di S. presso il Luogotenente Gen. in Sicilia e il ristabilimento di quelle di Consultore e di Segretario di Governo, apportandovi varie modifiche; infine una novella organizzazione del Ministero di Grazia e Giustizia e della Polizia Generale.

Per ultimo nel novembre del 1847 nello intendimento laudevole di dare maggiore attività e nerbo all'aziono governativa, sull'esempio della Francia mutava in parte il Ministero dell'Interno, poiché toltine alcuni rami ed annestatili ad altri sbrancati da altri Ministeri, costituiva i due nuovi Ministeri dei Lavori Pubblici, e dell'Agricoltura e Commercio, al quale fu interinamente unito il ramo della Pubblica Istruzione, e riserbando di aggregare all'Interno il ramo di Polizia.

L'arca Ministeriale cosiffattamente custodita, e modificata, e retta da preclari Personaggi, e che per tanto tempo avea spinto nel progresso il Regno, andava a sfasciarsi tra le sirti della rivoluzione nella notte del 27 al 28 Gennaio del 1848!

La Consulta di Stato, utile e veneranda Corporazione, ebbe anch'essa le reali cure. Decretava il Sovrano, che le decisioni amministrative irrevocabili profferite dalla Consulta Generale del Regno, possano impugnarsi con ricorso per ritrattazione presso la Consulta medesima; che

notandone in opportuno regolamento l'esame ed il servizio interno, e sopprimendo gli Alunni esistenti vi; e che la Consulta avesse incarico di discutere, e dar parere sulle domande di permutare, alienare o ipotecare beni soggetti a maioraseo.

Riguardo ai corpi municipali venivan finora diverse disposizioni. Abolita la portolania, di fabbriche, legname e fortificazione pei fondi urbani della Capitale, ed eziandio delle licenze, e dei provventi giurisdizionali con le corrispondenti tariffe, non che la indennità di rappresentanza del Sindaco e degli Eletti della Città di Napoli. Decretato, che I Amministrazione delle Città di Palermo, Messina e Catania fosse affidata ad un Corpo di Città col titolo di Senato.

Pertanto il personale degl'Impiegati formò precipuo obbietto delle cure dell'ottimo Re, e non a torto, imperciocché sì come si è più Innanzi notato, da essi immediatamente deriva il retto incesso della macchina governativa, e quindi lo scontento o il contento delle popolazioni, l'amore o tedio al Governo, la tranquillità o le sollevazioni. Dapprima in ogni impiegato per varie disposizioni legislative si richiede morale, buona condotta politica, ed idoneità. I diversi alunnati, i posti di straordinari, di aggiunti, di soprannumeri ed altrettali conducono alla istruzione degl'Impiegati nelle rispettive carriere; ed allo stesso intendimento mirano gli esami, e i concorsi; ed allo scopo di migliorare tal classe sono anche opportune le promozioni, gli onori, le gratificazioni, ed altre considerazioni per quegl'impiegati che adempiono ai propri doveri, o si distinguono nell'esercizio delle loro cariche.

Non vi è anno del regno di Ferdinando in cui disposizioni opportune non si siano emesse a tal riguardo. Nel primo entrare al possesso della corona decretava, che

riabilitava gl'impiegati civili e militari destituiti per le vicende del 1820; stabiliva un termine nel quale gl'impiegati civili di nuova nomina, e i promossi o traslocati dovessero recarsi nelle rispettive residenze; imponeva severa proibizione agl'impiegati regi di accettare sotto qualsivoglia pretesto retribuzioni dalle parti per disbrigo o maneggio di affari, indicando lo pene pei contravventori; stabiliva che gl'impiegati di Casa Reale non possono aspirare a cariche dello Stato, né per contrario quelli dello Stato alle cariche della Real Casa; emanava un decreto intorno allo norme uniformi ed invariabili per i concedi degl'impiegati in generale tanto per la durata che pel pagamento dei soldi, mettendo però alcune eccezioni pei diplomatici; accordava a taluni impiegati civili la esenzione dall'obbligo di far parte degli squadroni provinciali dello guardie di onore; decretava una novella organizzazione de' Funzionari di polizia pei domini continentali; stabiliva la promiscuità degl'impieghi nelle due parti del Regno, la classificazione e gli assegnamenti degl'intendenti, segretari generali, e sottointendenti in Sicilia; vietava di far domande per pensioni di ritiro se prima non si fosse varcato il sessantesimo anno per gl'impiegati militari, ed il sessantesimoquinto pei civili, salvo però talune eccezioni.

Ma tralasciando molte altre cose che riguardano la Sovrana vigilanza sui pubblici funzionari; monta qui riferire la volontà del Re manifestata a tutti gl'impiegati per mezzo del Presidente del Consiglio de' Ministri nel Rescritto dei 22 Maggio 1844.

Re vuole, che il Ministro di Grazia e Giustizia faccia conoscere ai Procuratori Generali, che la fermezza, lo zelo, ed un deciso contegno sono il loro principal dovere, e che lo tradiscono ogni qual volta, o per timore o per riguardi non prevengano i disordini, o non accorrano fortemente a reprimerli».

«Ch'è loro obbligo di severamente vigilare che i Giudici Regi, Magistratura più vicina al popolo, si penetrino di questi principi; che è dovere de' Giudici Regi nell'amministrare la Giustizia far amare il Governo, e che l'arbitrio, le vessazioni, il disprezzo dogl'infelici non sono i mezzi che possono raggiungere questo santo scopo»

«Che il Ministro imponga alla Magistratura tutto il contegno, la laboriosità, penetrandoli dell'ovvia verità, che anche la sola lenta negligente amministrazione della giustizia basta ad eccitare il pubblico mal contento».

Re vuole, che il Ministro delle Finanze inculchi severamente a tutti i suoi funzionari, che nella riscossione delle pubbliche imposte sieno allontanate le ingiuste vessazioni, e che le punisca immediatamente a tenore delle sue attribuzioni».

«Sua Maestà vuole, che il Ministro degli Affari Interni ricordi ai suoi subordinati le gravi parole che sono in fronte alla Legge Organica dell'Amministrazione Civile, di essere cioè la prima base di tutte le Amministrazioni dello stato, e della prosperità nazionale».

ricordare agl'Intendenti» ai Sotto Intendenti, ai Sindaci i loro doveri sarebbe lo stesso che di scrivere la Legge, ed i Regolamenti. Ma il Re non può ad alcuno di essi esternare la sua Sovrana soddisfazione, particolarmente nelle circostanze nelle quali l'inclemenza delle stagioni esigeva sopraffina diligenza e attività somma. Il Re è malcontento in generale della poca, e negligente cura che gl'Intendenti, ed i sotto Intendenti pongono nella scelta dei Sindaci, Eletti, Decurioni. E volontà ferma del Re, che i funzionari pubblici siano convinti che i soldi, le onorificenze, le distinzioni non sono per essi un beneficio gratuito, e molto meno una sine-cura. Servitori

«Ha dichiarato il Re, che prenderà stretto e periodico conto del contegno di tutti i pubblici funzionari nell'indicata gelosa linea di loro adempimento, in ispecio per attaccamento al Re, ed alla pubblica tranquillità onde dispensar cosi la M. S. dall'obbligo di adottare penose ed esemplari misure».

Le quali cure dell'Ottimo Principe giammai non si sostavano o intiepidivano; imperciocché sventuratamente Dell'inesplicabile ed intricato campo della umanità più facilmente allignano il vizio il delitto il male, che il bene e la virtù. Quale altro desio sarebbe restato nell'animo del popoli delle Due Sicilie, ove gl'Impiegati tutti fossero stati secondo le intenzioni ed il cuore del benigno Sovrano? Nondimeno in tutt'i modi curava Egli di riparare alla esizial peste della umana malizia, e gran frutto, se non completo, se ne ottenne.

Speciale e precipua cura dell'Umanissimo Re formò la pubblica beneficenza. La povertà, e la mendicità costituiscono, a vero dire, una piaga sociale che molto disonora il progresso delle attuali società; imperciocché riesce sommamente grave il vedere accanto allo sfoggio ed al baratto della opulenza e del fasto il tapinamelo, e il razzolare della indigenza. Gli amici della umanità voltarono le loro ricerche e i loro studi sulle cagioni e il rimedio di tanto malanno, né mancarono gli animi generosi di correre all'aiuto, ma ossiaché i mezzi non sono proporzionati al male, ossia per altre cagioni la mendicità non è sbarbicata; sì che ad ogni Governo corre il debito di ovviare direttamente o indirettamente a cosiffatta sventura.

Se non che appo noi scarso è il numero dogl'indigenti fatta proporzione con quello degli altri Regni, e non avvien mai, come altrove è avvenuto, che il mendico si muoja per vero difetto; imperciocché la provvidenza del

E dapprima non è da pretermettersi, che il benefico Ile giovava la indigenza con molte cose delle quali si è fatto cenno nei precedenti capi; come a dire lo scemamento dei pubblici balzelli, le prudenti economie, l'agricoltura promossa, la pastorizia favorita, il commercio spinto innanzi, gli stabilimenti manifatturieri moltiplicati, le opere pubbliche caldeggiate, ed il favore concesso a tutto ciò che riguarda il benessere sociale. Per le quali savie disposizioni è intervenuto ed interviene, che migliorata la condizione dei più, miglioravasi anch'essa la condizione degl'indigenti. Eravi pietosa usanza di distribuire delle somme ai poveri, ma sovente la malizia s'insinuava nel campo ella carità, e sotto il manto del finto bisogno appiattavasi l'ozio, la vagabonderia, lo scaltrimento; sì che ad evitare che ai veri indigenti non arrivasse il conforto, ordinava la istituzione della Reali Commissione di beneficenza, ed un saggio regolamento poscia approvava nel quale sono stabilite la diversa natura dei sussidi, e le condizioni indispensabili per avervi dritto; permetteva la fondazione del Conservatorio di donzelle in Donati, una con Io annesso statuto; sanzionava le regole pel Conservatorio di S. Anna in Lecce; autorizzava l'Abate di Giovanni ad istituire un opera di beneficenza a favore degli Agricoltori e dei Pastori poveri della Sicilia; dava la reale approvazione allo statuto per lo stabilimento dell'Annunciata di Aversa; alla istituzione di un Albergo dei Poveri nel Comune di Modica in Sicilia.

Ordinava che il Collegio di arti e mestieri in Palermo, e i due collegi di lassa genie in Messina e Catania fossero trasmutati in tre reali ospizi di beneficenza nei quali si raccogliessero ed ammaestrassero i proietti, gli orfani

Dava dello disposizioni intorno all'Amministrazione dell'Albergo de' Poveri di Monreale in Sicilia; permetteva, che la Mensa arcivescovile di Palermo accettasse un legato per la fondazione di una casa di custodia, e di educazione di donzelle; decretava lo stabilimento di un Conservatorio nel comune di Taverna per la educazione della donzelle povere, ed approvavano il regolamento; permetteva di stabilirai nel regno l'utilissimo e pio istituto delle figlia della Carità di S. Vincenzo de' Paoli. Ordinò pel bene dell'amministrazione della beneficenza, che il Bealo Albergo dei Poveri di Napoli amministrasse solamente ciò che risguarda gli Stabilimenti della Capitale, lasciando alle cure di ciascuna provincia i rispedivi depositi di mendicità a tenore delle regole degli stabilimenti di beneficenza.

Inoltre fu disposta una maggiore economia sulle spose degli stabilimenti di beneficenza ed una migliore amministrazione, di cui fruito è l'aumento significante del patrimonio dei poveri; ed infatti la rendita di tali stabilimenti nel 1831 era di annui duc. 1,267,497, nel 1847 montava a 1,425,524, il che porta l'incremento di 158,026 di rendita annui o quello di un capitale di oltre a tre milioni e mezzo; ed è inoltre da notare, che delle reste annuali di tali rendite sono state acquistate rendite iscritto sul Gran Libro del Debito Pubblico; emesso un regolamento di disciplina interna per lo ritiro della Visitazione in Torre del Greco; date delle disposizioni per lo rinnovamento degli stati discussi dei luoghi pii laicali; concedute facoltà amministrative e disciplinari ai consigli de

Marina;

in ogni Comune Ospitali ricoveri ai bambini, cui una tarda e feroce vergogna negava per lo innanzi ogni conforto; e tacendo di altre cose, i saggi provvedimenti intorno alla emancipazione degli esposti e dei minori ammessi negli stabilimenti di pubblica beneficenza.

Ma il benefico Ferdinando li non trasandava di volgere amorevoli premure agl'infermi poveri, i quali essendo aggravati dalle miserie della indigenza e da quelle dei morbi, speciale e più calda sollecitudine richiedevano. Per coloro ai quali è duro lo staccarsi dal domestico focolajo provvedeva il Re con un regolamento per la opportuna assistenza nelle proprie case: fondava in Foggia un Ospedale civico, un' altro in Lucera per le donne po vere; decretava la istituzione e il regolamento per la società di donne benefattrici col titolo di divota della carità in Molfetta, onde contribuire alla fornitura di biancherie alle povere inferme di quell'Ospedale; stabiliva la dotazione per gli Ospedali di Teramo, Penne, Palme, Gerace, Lanciano, Vasto; ampliava quella di Maddaloni; ordinava la riapertura dell'antico Spedale di Melfi, facea ingrandire gli Ospedali di Catanzaro, Cotrone, Mileto, o di molti altri della Calabria Citeriore; decretava la fondazione di ospedali in Campobasso, Isernia, Larino, Matera, Andria; stabiliva con un decreto il modo come debbono essere formati gli Ospedali e le infermerie nelle prigioni del regno.

Oltre alle cose sin qui esposte molte altre operavansene a conforto della mendicità. Tali sono i monti di pegni, o di pietà, o dei maritaggi dei quali molti nuovamente furono instituiti, molti altri ristabiliti, altri provveduti di dote, altri ampliati, tutti immegliati nell'amministrazione, e pietosamente invigilati: le disposizioni pie, che generosamente moltissimi Particolari facevano a ristoro degli stabilimenti della pubblica beneficenza. Gli ospedali, gli orfanotrofii, i conservatorii, i proietti, i monti


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CAPITOLO VIII.

SALUTE PUBBLICA.

Sommario

Ferdinando II si adopera con fervore in bene della pubblica salute. Disposizioni varie. Scoverta del pus vaccinico indigeno. Il Colera Morbo. Come e quando il Sovrano curasse di preservarne il regno. Pugliesi città primo campo dell'indica pestilenza. Spavento universale. Vengono per Napoli i dì ferali. Primo caso di colera successovi. Da tal lieve e presso che inosservata favilla il morboso incendio largamente divampa. Timori e mestizia generale. il Re alla suprema calamità. Sembiante corso, cagioni, cura ed altre circostanze dei colera. Laudabile condotta dei Medici, e degli Ecclesiastici, e fra questi il Cardinal Caracciolo e Monsignor Ferretti chiari lumi di carità. Tentativi turbolenti dal Governo declinati. Lacrimevole aspetto della Metropoli. Infine si ammollisce Il rigore del Cielo. Dolorosa traccia del colera, che il Governo procura di raddolcire. Nuova invasione colerica più della prima larga e spietata; nuovi provvedimenti del Re più dei primi generosi e confortevoli. Sicilia infelice tra furori pestilenziali e civili furovi avviluppata. Fine del Colera. Epidemia ferale del torcicollo. La pubblica salute si ristaura.

Singolar premura portava il Re intorno alla pubblica salate, onde mantenere quello stato fiorente di vita nello sue popolazioni, il quale è frutto della benignità del clima, e delle altre benefiche influenze che natura ha prodigato a questo nostro reame, e senza di cui ogni bene terreno non piacevole, né lusinghiero, ma noioso e pesante riuscirebbe.

Varie mutazioni ed immegliamenti furono arrecati alle deputazioni sanitarie, tra le quali parecchie nuovamente instituite: emise un regolamento e talune istruzioni pel corso degli studii farmaceutici in Sicilia, onde ottenere il privilegio in farmacia; permise alla Deputazione sanitaria di Messina,

che conservando lo sue ordinario attribuzioni, potesse in taluni casi deliberare sulle misure sanitarie

ai vaccìnici innesti avvenuta in Troja fra le vacche dei signori Varo nel Giugno del 1838, la quale fu il frutto del filantropismo del Governo, che con ogni maniera d'incuoramenti aveva richiamato la pubblica attenzione su tal riguardo.

Ma quante fossero le regie cure intorno alla pubblica salute bisogna andarlo a vedere nel tempo delle epidemie che di tanto in tanto afflissero il nostro Regno, nelle quali il Re non uomo, ma Genio Consolatore apparve. Comincerò la dolorosa narrazione dal colera morbo, il quale per orrori, pianti, e morti fu la più grave e grande calamità che Iddio a castigo degli nomini fulminasse.

Da tempi remotissimi annidavasi fra le melmose rive del Gange il colera, e con vario dolore percuoteva quelle contrade, allorché nel 1817 irruppe più che mai furente, e man mano imprese a dilatarsi. Non breve fora né opportuna la narrazione istorica delle regioni corse, delle vittime conquise, del tutto sparso, del terrore arrecato, dei paesi disertati; cennerò soltanto che dal mentovato anno in poi più non si ridusse nel suo natio luogo, ma l'un dopo l'altro tutti i regni fieramente invase.

Ferdinando II nulla pretermise per tutelarne i suoi popoli, e fino dai primordii del suo regno, quando già il reo malanno avea cominciato a contaminare Europa, volse ogni cura a tanto solenne scopo. Ricinti i lidi di cordoni sanitarii, navi ed uomini messi a guardia dei mari, dei porti, e delle spiagge, stabilite pene severissime ai violatori dei regolamenti sanitarii, creata una commissione presso il ministro dell'Interno per la pronta e spedita esecuzione dei provvedimenti sanitari, destinati selle Commissari con alti poteri (Alter Ego) nelle provincie per sopravvegliare alla pubblica salute; spediti cinque Medici nei paesi travagliati dal morbo affine di studiarlo, indagarne l'indole, conoscere i migliori metodi curativi; altro cordone sanitario disteso lunghesso la frontiera del Reame.

Né solo con tali modi andava provvedendo il buon, Re, ma da Cristiano qual è, vedendo in quel flagello l'ira divina, con ripetute istanze si rivolgeva ai Vescovi, onde ordinassero pubbliche, e fervide preci all'Altissimo, perché se così a Lui fosse piaciuto, declinasse il suo sdegno da questo Reame.

In tal crudele vicenda di operazioni, di timori, e di speranze, si era ormai giunto al 1835, e Io spaventoso male già scorrazzava in varie parti d'Italia, la quale pur si era creduta (sciocchi vaticini l) che per la dolcezza del clima, e la benignità del Cielo, ne andasse immune. Pressavano le circostanze, ed il Re raddoppiava cure e vigilanza, moltiplicava disposizioni, provvedeva a lotto ciò che era mestieri per preservare i suoi popoli dalla cruda pestilenza, ed a quello che sarebbe occorso in caso d'invasione. Riattivate in Napoli le Commissioni sanitarie centrale e circondariali affin di accrescere i mezzi di precauzione; riattivati i cordoni sanitari dappertutto, e con più severe leggi invigilati; interdette le comunicazioni con lo Stato Pontificio; pubblicate dal Supremo Magistrato di Salute istruzioni popolari per preservarsi e curarsi dal colera; prese nuove misure sanitarie per le provvenienze dalla Toscana, e da Trieste; stabiliti ospedali colerici nei Comuni del Regno, e nella Capitale ben sette Ospedali, e quattro Case di soccorso per ogni quartiere; approntiti medici, medicine, aiuti di ogni maniera; mille altri provvedimenti falli.

Ma tante sollecitudini di preservare all'altissimo scopo fatalmente non bastarono, e già nel Settembre del 1836 l'asiatica pestilenza invadeva il Regno! Rodi, Monte Santangelo, Carpino e Barletta furori segno ai primi suoi furori! Grave, universale fu lo spavento; grande, generosa, vigile la provvidenza del Re. Assiepate da rigoroso cordone le afflitte città pugliesi; stabilita in Ariano un officina di affumigazione per lo carteggio di que' luoghi;

mandati Medici e Cbirurgi in Rodi alfin di osservarvi il morbo e darne pareri; molte altre disposizioni date a conforto di quelle desolate regioni.

Napoli cotidianamente alle afflitte città provvedeva, ma era ormai tempo che a se medesimi provvedesse. Si avvicinavano per lei i dì ferali! Ed ecco in sul cader di Settembre buccinarsi infermato di colera un viaggiatore in una Locanda di S. Giuseppe. Taluni vi aggiustavan fede, altri no: i dubbi furon brevi, perché nella seconda luce di Ottobre sopravvenne orrenda certezza. Da Gennaro Maggio, soldato di Dogana, nel posto del Beverello sul Molo, di nottetempo fu preso da vomiti, diarrea, crampi, e da altri colerici fenomeni, i quali di breve lo spensero nell'Ospedale di S. Maria di Loreto. Medici, Chirurgi, Deputati di Salute, Gendarmeria, Autorità di Polizia accorsero repente nel funesto luogo, il quale fu chiuso, barricato. Sparsa la fatai voce, Napoli tutta di spavento si empié. Pertanto o fosse prudenza, o scaltrimento, o ignoranza, o inesplicabil gergo della umana natura, al colera non si voleva metter fede, tuttoché qualche giorno dappoi altre vittime avesse mietute. Il Governo in tanto affare non mancava al debito suo. Chiudeva le case in cui perivano i presi dal colera; mandavano i parenti in opportuni lazzaretti; inibiva al popolo di affollarsi nei luoghi affetti; procedeva con pacatezza e fermo proposito, onde la immaginazione delle nostre plebi non si rinfocolasse; tenne il Re un Consiglio di Stato straordinario per deliberare sopra nuovi provvedimenti; e mentre gli altri fuggivano la mesta Città, Egli aggiravasi sereno e confortevole per le vie, visitava gli Ospedali, sopravvedeva a tutto; ordinava che tutti i poveri di ambo i sessi dispersi per la Città fossero raccolti nel Reclusorio, e trattativi alla maniera di tutti gli altri a spese del Real Tesoro.

Ma il morbo che nei cennati giorni aveva diradata

poco poscia crudelmente infierì, le credenze, le opinioni, le speranze, tutto fra lacrime, tutto e miserie travolse.

Grave, tristo, orrendo era per lo più il sembiante del colera. Nel primo periodo, d'invasione chiamato, le forze si affralivano, doleva il capo, si ottenebrava la mente; il viso era come di stupido, squallido, tristo, abbattuto, velato di livido; il sonno spariva; il petto imbolsito, dolente; frequenti i sospiri, non rari gli svenimenti; fioca la voce; piccoli ristretti e deboli i polsi; la lingua di velame bianco ricoperta; aumentata la sete; scemato o nullo l'appetito, i vomiti frequenti, angosciosi, moltiplicati di materiale vario, ai quali succedeva, e. talora precedeva., o più spesso correva con vice assidua ed alterna una stemperata e procellosa diarrea, convolata da coliche atroci, stringimenti allo stomaco, borbogli, ed offerente materiale vario, bilioso, mucoso, o una maniera di acqua cinerea o sanguigna consparsa di fiocchi biancastri; la colonna vertebrale e gli arti travagliati da violenti, e dolorose contratture (granchi), ogni altra funzione messa a socquadro.

Il freddo, segno del principio del secondo periodo, invadeva le estremità, ed ecco che aggravavansi gli enarrati fenomeni; la faccia si allividiva, si anneriva, si contraeva, si assecchiva, e gli occhi languidi, ed infossati, rendean la fisonomia oltre a modo tramutata; sì che persone nel fiore dell'età costituite parcano da prematuro invecchiamento gravate; rauca e tremula si facea la voce, il respiro stentato, il petto come da stretto cingolo arrandellato; la circolazione affralita, lenta, manchevole; fredda la lingua; ardentissima la sete; i vomiti conquassanti, la diarrea contumace, copiosa; né mancavano i vermi; le forze man mano svanivano; il freddo era intonso, generale, glaciale; le membra da violento e spesse contrazioni

Era il sin qui descritto il periodo algido, dal quale, ove natura non soccombesse, passavasi a quello di risorgimento, in cui man mano la fronte dapprima e poscia tutto il corpo accaloravasi, la fisonomia si ricomponeva; il tristo color livido si smettea; si rianimava la circolazione; il vomito e la diarrea andavano in dileguo, la cutanea rugiada appariva, tutti i fenomeni morbosi svanivano, e gl'infermi entravano in lievi febbricciuole, e da queste in penose o lunghe convalescenze.

Però talvolta la nazione aveva indole maligna e i campati dall'algidismo spegneva. In tali casi il calore non arrivava a rinfocolare il corpo, ma incerto e scarso nelle estremità si teneva; il sudore era vischioso; la mente delirante; il volto arrossito; la circolazione conturbata, tutti gli altri fenomeni non dileguati, ma con altri più tristi permutati.

Varia era dei cennati stadi la durata, varia del morbo la gravezza, il corso, la forma, il sembiante, le complicanze, varie degl'infermi le sorti, il pericolo. Nissuna cosa di certo, salvo la incertezza di tutto. La diversità delle complessioni, delle tempre, del sesso, della età del modo di vivere, dei luoghi, dei tempi, delle malattie pregresse, e di mille altre circostanze era cagione di tanto varietà.

Le veementi commozioni morali, e segnatamente la paura; le intemperanze di ogni genere, e particolarmente del vitto; il sudore mal coltivato, o represso; gli avvicendamenti repentini dell'atmosfera; e simili davano occasione

Le opinioni intorno alla contagiosità furon qui come altrove svariate; ma la differenza dei luoghi corsi dal colera, e i fatti osservati senza spirito di parto bene il mostrano contagioso.

Mitemente comportavasi talora il morbo, e tal'altra con immane gravezza, sì che come percossi da fulmine. gl'infermi di breve mancavano.

Essendo speciale la natura del colera, di mezzi speciali bisognava per esser oppugnata con plausibilità di riuscita, ma la fatala ignoranza di quelli era cagione di metodi diversi. Moltissimi, innumerevoli i rimedi proposti; gli utili pochissimi o nessuno. Fortunati quegl'infermi che eran diretti da Medici filosofi, i quali dall'esclusivismo «dalla nociva operosità dei faccendieri egualmente aborrendo, si limitavano a guidar la natura in mezzo alla colerica catastrofe con rimedi vari a seconda delle vario circostanze. Talora conveniva rattemprare, o infrenare il vomito e la diarrea, tal altra favorirli se esistenti, promuoverli so manchevoli: all'algidismo con mezzi riscaldanti bisognava occorrere» ma calcolatamele, affinché la sopravveniente reazione non trovasse rinfocolato il corpo, ed in qualche infiammazione non lo precipitasse. Ai forti dolori, ai crampi, coi calmanti si riparava. Agli altri fenomeni con diversi mezzi si accorreva. Per tal modo soltanto la diversità dei rimedi, non potea essere antilogica che solo agli occhi dei ciurmadori, i quali vedendo nel fomite morboso la unità, ma non la diversità del morbo negl'individui diversi, uno stesso metodo con gravi iatture adoperavano.

I Medici Napolitani al loro debito in quella dolorosa emergenza ponto non mancarono. Con filantropismo e disinteresse assistevano gl'infermi, con solerzia attenzione, e pericoli l'immane morbo studiavano. Il tricocefalo disparo, csilissimo vermicciuolo, che in mirabil moltitudine si agglomerava negl'intestini, fa da essi discoperto;

e i preparati del fratto del platano orientale per essi prudentemente sperimentati. Pubblicarono memorie ed opere, comunicaronsi osservazioni, praticarono sperimenti, ninna cosa trascurarono che al bene della umanità, ed al progresso della scienza si aspettasse. Parecchi di loro accanto ai loro simili, per sì santo scopo perirono; moltissimi la furia del morbo a gran fatica scamparono.

Molto da commendare fu l'opera e la umanità degli ecclesiastici regolari e secolari, i quali già fin dai primi rumori del morbo si eran profferti ad assistere senza riserra i morenti. Il Cardinal Giudice Caracciolo, Uomo prudente, saggio e santo, assai immaturamente involato al bene del suo gregge, con prudente consiglio niegava le pubbliche processioni, e l'ardore dei fedeli con preci, ed opere di pietà a migliore intendimento dirigeva. Monsignor Ferretti, Nunzio Apostolico, Uomo superiore ad ogni umana lode, continuamente, quasi nuovo Borromeo, si aggirava per le case degl'infermi, nulla curando fatiche, spesa, pericoli, e largheggiando di soccorsi spirituali e temporali. Si volser preci all'Altissimo; il Re istesso recossi al Duomo, e fra la contrita moltitudine ferventemente orava. Si confirmavano i voti pubblici del 1649 e 1656, quando desolatrice pestilenza disertò il Reame; promettevasi la riapertura della Chiesa di S. Carlo Borromeo; molte altre cose si facevano, le quali dal pietosissimo Iddio furono gradite.

Il Governo sempre vigile, sempre solerte nella grande opera di sovvenire, attendere, provvedere, far tutto infine che riuscisse a mitigare l'acerbità della pubblica calamità, santissimo proposito, che molte vittime strappò al reo flagello, ed a moltissimi rese men duro il morire! La patria carità in questo più che in altri tempi rifulse. Non poche somme versavano i particolari, i Mini

letti, camice, suppellettili, ed altre masserizie pei poveri si profondevano: nobil gara di generosità eccitossi fra Governo e Governati: si davano socccorsi gratuiti di vitto, di medicine e di ogni maniera di assistenza a coloro fra i poveri, che nelle domestiche mura desiderassero curarsi: un apposito cimitero fu dischiuso per accogliere le fredde salme dei colerosi.

Impertanto, in mezzo a tanta sapienza carità, e provvidenza che il Governo serbava, non mancarono i ribaldi di conturbare la pubblica quiete. Tristi semi, in tempi tristi volevansi dischiusi. In ogni calamità il popolo vuoi rinvenire una causa, e quando universale ed orrendo è L' effetto tosto va col pensiero a cagioni strane; si che in tempo di popolari malattie al flagello della natura si arrogo il flagello delle false credenze, gli animi tentennano fra la diffidenza ed i sospetti, ed ove la Provvidenza non mitiga l'umana fantasia, o i credenti dell'umano artifizio non rinsaviscono, o i pubblici conturbatori non ismettono le ree tendenze, si arriva a temere degli amici e dei parenti più stretti, a supporre agguati nelle cose più innocenti, a creder contaminati di veleno i commestibili, le fontane e i fiumi, a sparger l'odio al governo, a metter mano alle faci della discordia civile, al sacco, al ferro, al fuoco. Seppeselo in altri tempi Milano coi suoi untori; seppeselo Napoli stessa con gli appestatori, sepperselo nei moderni tempi tutti i regni percossi dal colera, sepperselo appo noi Penne, Palermo, Catania e Siracusa di sangue civile tinti. La fermezza, e la carità del Re da questa peste morale questa città preservarono.

Chi mai potrebbe appieno ritrarre lo stato miserando di quella rea stagione? I luoghi pubblici, e i teatri. chiusi o deserti; solitarie le vie; ognuno dalla perdita

l'amico restava spesso privo dell'amico elio nella sera innante, o poche ore prima abbracciato avea; mancava al padre il figlio che leale era nel più bel fiore dell'età costituito; di breve s'involava alle famiglie l'amatissimo vecchio, la cui vita da tante catastrofi era campata; non sesso, non età, non complessione, non stato il crudo flagello risparmiava: latti nella comune sventura agguagliava. Una lunga fila di mortuarie carrette, convojate dai Sacerdoti, e da altri in mezzo a' torchi accesi, e coi segni della religione, dirigevasi in ogni sera lungo fori» per al camposanto; giravan per la contristata città i becchini, e in poco d'ora la feral soma colmavano: grandi erano i lamenti, infinite le lacrime, universale l'afflizione, sapremo il terrore: il ridente Cielo delle Sirene, desiderio dell'Universo, come mortifera maremma aborrito.

Nel quartiere Porto dapprima sviluppossi, e rinfocolossi la contagione, indi in quelli del Pendino, Mercato, è Vicaria, più fieramente si avventò, o per lo maggior numero della minuta gente, o per la poca nettezza dei corpi, o per la trasandata igiene, o perché la imbelle fortuna è più crudele ai miseri; da ultimo nei quartieri più civili con minore acerbità corse. Molli personaggi per chiarezza di natali, per onori, per virtù conti, moltissimi del popolo confusamente nei sepolcri spinse. Ai principii di Ottobre cominciarono gl'impeti del morbo, montarono grado grado in orrido incremento: durò la fierezza per tutto Novembre e le calende di Dicembre; ai selle di questo mese infine ammollissi il rigore del ciclo, le morti andarono scemando, dipoi finirono; gli ospedali colerici l'un dopo l'altro si chiudevano; gli abitanti rientravano nella desolata città; gli animi si rinfrancavano. Ai 7 Marzo cessò del tutto il colera. Il Supremo Magistrato di Salute dichiarò che si lasciassero patenti libe

L'asiatica pestilenza non nella Capitale soltanto, ma nelle provincie ancora riversata la sua trista bava, tutto il reame cisfarino con vario dolore afflisse.

Passato il colera luttuose tracce lasciava. Teneri bambini, o caste giovanotte, o freschi garzoncelli orbati di genitori e di parenti; vecchi cadenti, di figli amorevoli, sostegno di loro canizie, privati; famiglie di numerosa prole ricchi, totalmente disertate; tutto, dolore, cordoglio, e più altre miserie sulla miseranda Napoli gravavano,, Governo nulla lasciò che a consuolo degli afflitti ritornar potesse, e segnatamente degli Orfani amorevol cura prese. La carità che forma principal pregio dei Napoletani al resto sopperì. Duri giorni vide questa città per l'asiatico flagello, dolcissimi ne vide per la pubblica carità. Il Re ad ogni buona e confortevole opera esempio e sostegno.

Pertanto le coleriche sventure non ebbero qui termine. beo altre, o più gravi avrommene a narrare. Sembravan finite le napolitano sciagure j si credevano passati i tempi del tutto; dicessi dileguata la cruda calamità, quando nuove miserie, nuovo tutto, e nuova calamità, le speranze e le credenze disperdevano. Tristi semi avea lasciato nella lamentevole città l'asiatica pestilenza, i quali di breve tristi frutti dovean produrre, e quando ancor calde erano le ceneri de' colerosi, e calde le lacrime sparse per essi, per nuovi accelerati, e per nuove lacrime la mesta Napoli fu contristata.

Ai 13 di Aprile del 1837 risorse furente il colera, e per lunga ora gravò sulla straziala città. Morti più numerose, dolori e cordogli più acerbi, lacrime più generali, infezioni più larghe, timori più universali resero memoranda la seconda invasione colerica. Il Governo oggi

In Napoli anche questa seconda volta il colera non si contenne, ma le provincie con vario impeto invase, e sulla siciliana isola più che efferatamente si avventò. Un pestifero rivo dall'ammorbato e torbido Sebeto emanava. Nel più alto colmo del suo maggior furore la miseranda Palermo il vide. Dal 7 Giugno al 1 Agosto del 1837 con larga strage vi scorrazzò. Ben 40 mila palermitani in si breve tempo giacquero! Catania, Siracusa, Girgenti ed altre siculo città furono da pari sventura oppresse. Feral nembo sull'afflitta Sicilia si addensò. Il Governo curo, impegni, premure nell'afflitta isola trasfuse. Né mancò il filantropismo di rendere men dura quella cruda stagione.

Se non che assai da deplorare é, che in questo secondo infierimento del colera, alle furie del morbo, le furie civili si fossero arrose. La diceria degli avvelenatoci sparsa, e sostenuta per le ribalde mire dei perturbatori,3 quali, cosa orrenda a dirsi, mossi da grande crudeltà, non si rimanevano dal soffiare perfino nelle stragi del morto desolatore, e che in Napoli per la vigilanza del governo non avea messo radici, riscaldò le menti siciliano più del conveniente, e ad atti insensati e furiosi gli spinse. Arse in Palermo la rivoluzione, in Siracusa, in Messina, in Catania arse. Il Governo tosto volse l'animo alla tutela della pubblica tranquillità, e con appositi modi i semi della ribellione spense. Ai gastighi divini, gli umani gastigbi si aggiunsero. Presso che 150 mila vittime la colerica voragine in ambo le Sicilie sorbì; più che il triplo ne rimase grami ed afflitti: troppo ampia materia di dolori vi fu. Trista ed orrenda età fu quella del colera stampata con caratteri di sangue e di dolore nelle pagine della storia, e nella memoria degli uomini. Ma alla pur fine il Dio delle Misericordie trasse i suoi flagelli da questa. diletta terra e man mano all'antica letizia la ricondusse.

Impertante sembrava, che alla tempesta del colera fosse successa la calma, perché dall'ultima invasione di esso la pubblica salute si era ricuperata; ma la tregua dell'epidemie è come il riposo dei vulcani, che riposo non è, ma lavorio ed accumulo di novelle forze per insorgere con più violenza e nerbo; ed infatti mentre che ci stavano rinfrancando gli animi dall'ultima calamità per un'altra calamità dovemmo contristarci.

Il tifo apoplettico-tetanico, volgarmente detto torcicollo, venne ad invadere il nostro Regno in Febbrajo del 1840, e a serpeggiare per tutti i cauti delle provincie. Grave

Stranissima e varia suppellettile di fenomeni il torcicollo assumeva; fra cui spiccavan quelli che il capo o la schiena riguardavano. Gl'infermi afflitti, per tempo o modo vario da sintomi precursori, davan tosto io acerbi dolori di capo, crescenti, insoffribili, o esagitati erano da procelloso delirio, o smossi nella ebrezza di un delirio tranquillo, o in letargo sì profondo che poco più è morte: alzavansi talora di letto in attitudine strana, con occhi stralunati e rossi, come se fosser presi da spavento, e spavento agli astanti arrecavano: gli occhi, come se schizzassero dalle occhiaje, chiusi come per morte, o aperti, come per grave paura, lacrimosi, lucidi, e pinsi di sangue: le parotidi gonfie e dolenti: la fisonomia squallida, o rossa, o convulsa, o torva, o esterrefatta: la bocca strettamente arrandellata, e sprizzante schiuma fra grave anelito, o di continuo aperta come si fa dai cani nel bollore della canicola: lunghesso la spina dorsale spasati, doglie atroci, e crudele vicenda di rigidezze e convulsioni, in mezzo alle quali il corpo stranamente curvavasi in uno dei lati, o in avanti, o si fattamente indietro, che l'occipite alle calcagna toccava: la febbre variamente alta, i dolori ventrali o di altri punti, la sete, l'insonnie ed altri fenomeni morbosi l'affliggente soma accrescevano.

Talora con sì subito impeto incoglieva, che gl'infermi in quatte' ore uccideva; altre volte men crudelmente

Pochi furono i corpi in coi serena come prima la salute riedesse, più la cecità, o la sordìa, o la mutolezza, o il dire barbogio, e il torpore delle membra, o il tremito del corpo, o la mentale imbecillità, o l'idiotismo, o altre peggiori reliquie dal crudo morbo eredavano. Cessi Dio, che questa epidemia fosse corsa così largamente come quella del colera! Maggiori vittime avrebbe mietute, maggiori dolori arrecati, maggior rivo di pianto prodotto. Spicciolatamente, ma con indicibil furia si avventò. Sepperselo pur troppo alcuni paesi di Terra di Lavoro, del Principato Citeriore, delle Calabrie, della Basilicata, e della Puglia nei quali il morbo s'insinuò.

Brevi durate avevano le particolari epidemie dei paesi, forse perché debole erane la cagione, o perché i mutamenti atmosferici, così frequenti nel nostro regno, o le mutata condizioni dei luoghi ne fiaccasser l'impeto e la ferocia. Si brancolò come ciechi intorno alla cagione ultima del male, un fomite speciale però non potea essere negato, il quale, meglio delle chimeriche cagioni da taluni mesce innanzi, rendea spiegabile il procedere particolare del morbo.

Si disputò benanche se ci fosse contagio o par no, ed al solito i Medici si divisero in due partiti, alcuni pel né, ed altri pel sì lenendo, i quali ultimi sembra elio meglio dei primi avessero seguito i fatti, che non furono né pochi né oscuri.

I più vennero in sul credere, che il morbo stesse in una infiammazione della polpa nervosa contenuta nel cranio. o nello speco vertebrale, o degl'involucri, che dappertutto la inviluppano e la proteggono. Epperò i rimedi contrari alle infiammazioni si adoperarono. Ma ossiaché

Il Governo, intesi appena i primi rumori del torcicollo, non mancava al suo debito emettendo ordini al grave caso opportuni, mandando Medici, e tutti i comodi in quei paesi che ne difettavano. La privata carità segui tosto l'esempio del Governo, e non pochi atti commendevoli sursero, i quali di grande e dolce conforto riuscivano.

Dopo siffatta epidemia nessun'altra calamità avemmo a deplorare, e d'allora in poi la pubblica salute si è tenuta in uno stato laudevole. Conceda il pietoso Iddio, che nessun'altra pagina di morbosi dolori abbia ad aggiungersi alle pagini della nostra Istoria.


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CAPITOLO IX.

AFFARI ESTERI ED ECCLESIASTICI.

Sommario

Il Monarca immeglia grandemente le relazioni internazionali. Riordinamento del servizio Diplomatico, e Consolare. Trattati diversi con diverse Potenze. Decoroso procedere del Re verso i Potentati stranieri. Disposizioni varie intorno alla Nobiltà. Regie curo sugli Affari Ecclesiastici. Case Religiose. Congreghe ed Arciconfraternite. Parrocchie. Patrimonio dei Corpi Morali. Patronati. Collegiate. Mense Vescovili, e simili. Tempii.

Gli affari Esteri furono eziandio particolarmente risguardati; e veramente il progresso luminoso nel quale Ferdinando avea spinto il Regno non potea non destare l'ammirazione e la simpatia delle altre Nazioni, e quindi era, non che utile, necessario spingere ad un livello decoroso le relazioni internazionali, immegliare il corpo diplomatico, e fare tutto altro che a questa branca si appartiene, la quale è di sommo interesse, come quella che riguarda i dritti, e i doveri del governo verso gli altri governi, i trattati utilissimi che avvincono le relazioni internazionali, la tutela degl'interessi di quei sudditi che si attrovano in relazioni giuridiche o commerciali con gli Esteri.

Per la qual cosa riordinava il Re tutto il servizio diplomatico e consolare, instituendo due Alunnati, e determinando l'ammissione, gli esami, le nomine, le promozioni degli alunni; decretava, che i congedi ai diplomatici potessero essere accordati solamente dal Re, e con le condizioni che a Lui paressero più opportune; stabiliva i gradi e gli averi dei rappresentanti del nostro Reame presso le Potenze straniere, apportando utile distinzione fra i soldi e gli averi per lo migliore andamento delle pensioni di ritiro o vedovili; mutava, innalzava di classe,

aboliva, ìnstituiva, o altrimenti riformava i consolati, si come si è detto altrove.

Per queste ed altre utili riforme è appunto avvenuto, che noi possiamo noverare moltissime utili e decorose trattazioni diplomatiche fra il nostro e i governi esteri. Il dritto di albinaggio, reliquia e documento di trista età, man mano con la Grecia, col Langravio di Assi a Hombnrgo, con la Sassonia, col Belgio ed altri stati abolito; innumerevoli trattati di commercio con molte Potenze conclusi; l'onore della nostra nazione verso molte altre mantenuto o rivendicato; e fra le tante altre cose, e da cennarsi, come documento brillantissimo della umanità e della religione di Ferdinando la convenzione della Tratta de' Negri, la quale già conclusa fra l'Inghilterra e la Francia, veniva anche ad accrescere le sue utili mire in Lui. Infatti il benigno Sovrano nel 1838 non ritardava un sol momento ad entrare in siffatta lega per reprimere l'infame commercio dei Negri, ed un anno dipoi emanava una legge intorno ai reati ed alle pene su tal materia.

Ma ciò che vuoi essere particolarmente notato a questo proposito è la prudente, ferma, e nobil maniera con la quale Re Ferdinando ha saputo mantenersi in decorose relazioni coi Potentati stranieri si quando regolarmente procedevano, e si quando per varie cagioni erano intorbidate. Con somma prudenza e saggezza operava nel primo entrare al possesso della Corona fra i politici rumori di cui Europa tutta risuonava; stringeva il Bey di Tunisi a giuste satisfazioni per cattivi trattamenti fatti al nostro Console; si opponeva alle ostilità del Governo di Marocco e alle antiche relazioni amichevoli ritornavalo; riconosceva il nuovo Stato Belgico, ordinando, che con esso sì avessero tutti i rapporti amichevoli che con le altre Potenze si avevano; decorosamente comportavasi con l'Inghilterra nello affare dei zolfi di Sicilia; stringevasi in lega per rimettere il Sommo Pontefice nel suo seggio;

prudentemente declinava le difficoltà che gli si opposero nella riconquista di Sicilia.

Parlando dei Diplomatici che formano una classe di stinta della Società, mi farò ad accennare alcuna cosa dei Nobili, i quali ancor essi a quell'altezza ai avvicinano. Fra le tante cure di Re Ferdinando non si preteriva la Nobiltà; e veramente è questa una classe sociale, che mai non può, né debb'essere obbliata o distrutta nel Sociale Ordinamento; poiché non si facilmente si dimettono le memorie degli aviti onori e delle gentilizie grandezze, mentre negli animi umani non manca il pungolo della superbia per accrescere la rincrescevol soma degli umani difetti;epperò se fu creduto regolare spegnerla come potenza e signoria, non sarebbe opportuno di non risguardarla particolarmente in un governo ben ordinato, siccome quella che confirma la dignità, e gli onori nella nobiltà ereditaria, e serve di sprone e di premio alle azioni generose e comnendevoli.

Sapientemente però dava Re Ferdinando opportune disposizioni a tal riguardo. Riuniti i titoli di nobiltà alle attribuzioni del Ministero di Grazia e Giustizia; provveduto particolarmente alla custodia dei nobili da rimanere imprigionati per obbligazioni civili o commerciali; fondata una Commestione dei titoli di nobiltà intesa a decidere in fatto di passaggio o trasmissione o uso legale dei titoli, avendo riguardo ad un convenevole regolamento, ed aggiungendovi quattro Consiglieri supplenti.

Se gran cura e solerzia pose Ferdinando II per tutte le sin qui descritte cose, grandissima fu quella che impiegò negli Affari Ecclesiastici, e veramente non diversa potea esser la condotta di un Re che ripone il fondamento del suo Regno nella Religione, e che ritiene come sua maggior gloria l'esercizio di una esemplare divozione.

Si ebbero le loro cure le case religiose, delle quali molte fondate, altre ristabilito, altre immegliate, e tutte salite a degno splendore;

una con le chiose che avean perduto; approvava regole più opportune, vietava gli introspetti nei locali di ecclesiastica fondazione addetti alla educazione dei giovani; dichiarava leggittimamente esistenti taluno comunità religiose; concedeva locali opportuni ad oltre; facea non poche largizioni a multo famiglio di religiosi; emetteva opportune disposizioni intorno ai dritti successori delle persone che hanno professato voti religiosi; permetteva di stabilirsi nel Regno le figlia della carità di S. Vincenzo de' Paoli, ed esercitarvi le opere del loro istituto; approvava la concessione di chiese a cappelle a talune arciconfraternite, o congregazioni, o parrochie, o famiglie religioso, o altri secondo, clic meglio tornasse opportuno ed utile.

Innumerevoli disposizioni emanava per le arciconfraternite e le congregazioni le quali risguardano riforme, o modifiche, o aggiunte, o stabilimenti, o approvazione o capitoli di regole, concessioni di varie prerogative; fondazione, ristabilimento, o riunione di congreghe, confraternite; trasferimento, accrescimento, permuta, o migliorie di rendite; conclusioni svariate delle congreghe, convenzioni, ed altro di simil genere sì che nel periodo del quale discorriamo si contano meglio che 900 decreti sugli oggetti notati.

Parecchie disposizioni eziandio decretava sul conto delle parrocchie, le quali secondo che meglio si affaeeva al bene delle anime, furono regolate nell'amministrazione, o sopraddotate, o provvedute di benefìci semplici, o fornite di chiese, o altrimenti immegliate.

Il patrimonio dei Corpi Morali formò benanche oggetto delle reali cure, epperò in ben 3000 decreti in circa osserviamo utili ed opportune cose che lo riguardano, quali sarebbero impiego di capitali, permuta di fondi, censimento

transazioni, acquisti, convenzioni, contrazioni di debiti, affrancazioni di canoni, autorizzazioni, ed altro di simil novero.

Varie disposizioni benanche venivano emesse sui patronati. Decretava il Re che il contenuto del decreto de' 20 Luglio 1818 sul ristabilimento dei patronati particolari si estendesse al dritto di elezione sulle cappellate e partecipazioni meramente laicali; emetteva talune disposizioni intorno alla liquidazione delle rendite di regio patronato dovute dai comuni di Sicilia, ed alla consunzione dei beni ecclesiastici di regio patronato; approvava a pro di vari particolari il dritto di patronato su chiese parrocchiali, o cappelle, ecc.

Emanava oltracciò altre disposizioni sul ramo ecclesiastico. Autorizzata la commissione mista di pubblicare il quadro dei nuovi debitori del patrimonio regolare; stabilito, che le amministrazioni diocesane, nel pubblicare i manifesti per le subaste diffinitive degli affitti debbono riserbare l'approvazione dei ministri degli affari ecclesiastici, e delle finanze; approvava l'elevazione a benefizio ecclesiastico di talune coppellanie laicali; approvava opportuni statuti per molte Chiese ricettizie; e l'istituzione in varie Cattedrali la teologale, la penitenzieria, o il mansionariato, o ebdomadariato; emesso un regolamento per la intitolazione de' ruoli delle rendite, canoni, e prestazioni dovute alle mense badìe e benefizi in Sicilia; stabilito un metodo per le permute, censuazioni e qualunque altra alienazione di beni ecclesiastici, o per lo reimpiego dei capitali appartenenti al patrimonio della Chiesa; dichiarato alla sola competenza delle amministrazioni diocesane il procedere e stabilire aggiustamenti di rate sulle rendite delle mense vescovili, badìe e benefizi vacanti; emanata una legge per la degradazione degli ecclesiastici condannati all'ultimo supplizio, e per varie altre discipline relative ai medesimi; dichiarate insequestrabili le rendite delle mense

la sua elezione al vescovado; decretate utili disposizioni intorno agli affitti dei beni delle mense vescovili, badie e benefizi, le quali dopo furono estese ai beni dei seminari diocesani, e poscia alle proprietà dei Capitoli, e di tutte le Chiese senza eccezione; ordinato, che gli ecclesiastici giudicabili per reati commessi debbano rimanere separati dai pagani nelle prigioni, ecc.

Un ramo su cui Ferdinando II ha speso le sue particolari cure sono le chiese, delle quali moltissime per la rea stagione che tenne dietro ai rivolgimenti nel cadere del passato secolo furono o diroccate, o profanate o abbandonate; d'altronde lo incremento della popolazione, il nascimento di molti centri abitati, il maggior comodo d gli Agricoltori, de' Manifatturieri, ed altre simili circostanze furono sprone all'animo del pio Monarca di volgere amorevole sguardo su i tempi; sì che in oggi non avvi non dirò comune, ma villaggio, o campagna in cui il Fedele non possa raccogliersi in una chiesa e porgere all'Altissimo le sue preci; persino nei più romiti luoghi, dove appena sorgono i cenni di un abitato, innalzasi il confortevol segno della redenzione, ed odesi lo squillo del sacro bronzo, che ricorda l'ora della preghiera.

Dappertutto adunque sono chiese nuovamente costruite, o ristaurate, o rese più decenti, o tolte dal caduto splendore, o strappate ad usi profani, o altrimenti migliorate; e fra le innumerevoli dello quali potrei fare lunghissimo elenco, fiumi lecito accennare quelle della nostra Metropoli.

La pietà de' nostri Maggiori ergeva il tempio di S. Carlo all'Arena nel 1602, ed un attiguo monastero; ma con lo andar degli anni quello rimase derelitto, e questo a pagani usi invertito. Percossa la città dal flagello del colera si volgevano gli animi al Santo fugatore delle pestilenze, votavano a Lui il ripristinamento di quel tempio, intanto che declinasse quella rea sciagura.

Il colera passò, il tempio rinacque con ogni maniera di decenza e di ornamenti all'antico cullo, ed il monastero fu concesso al benemerito istituto dei PP. Scolopii.

Molti altri tempi furono immegliati, o restaurati fra quali sono d'annoverare S. Pietro a Majella, S. Chiara, S. Maria di Montevergine, S. Maria delle Grazie a Toledo, la Chiesa di S. Maria della Vita, di S. Efrem nuovo, e segnatamente il tempio di S. di Paola, intorno al quale cennerò, che pio voto spingeva Ilo Ferdinando I a innalzare un tempio al Taumaturgo da Paola di rincontro a quella Regia istessa nella quale, esulante, nutriva speranza di ritornare per sua mercé. Il voto fu assentito, ed il magnifico tempio incominciato, ma troppo lentamente progredivane la costruzione, quando salito al Trono il secondo Ferdinando, la spinse con efficacia o solerzia grandi, pari alla sua gran pietà, e in breve ora poté essere dischiuso alla pubblica ammirazione e divozione quel tempio, ornato di ogni pregevole opera di scultura e di pittura, provveduto di ricchi altari, e di ricchissime suppellettili. Molti tempi a noi han tramandato le passate età per pietosi, o gloriosi ricordi, il tempio di S. di Paola noi additeremo alle venture già come quello in cui la ristaurazione, il pio voto del I Ferdinando, la magnificenza delle nostre arti, il religioso zelo di Fiocinando ed altri più gloriosi ricordi si rannodano.


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CAPITOLO X.

BELLE ARTI, LETTERATURA, E SCIENZE.

Sommario

Le belle arti, le amene lettere, e le scienze tenute in singolar conto e protezione dal Re. Architettura. Scultura. Pittura. Musica. Utili disposizioni per le belle arti. Prezioso ricordo di chiari uomini. Progresso letterario e scientifico. La lingua italiana. Poesia. Storia. Pregi della Scuola Filosofica Napoletana; il Galluppi principale suo fondamento. Matematiche. La Fisica pel retto tramite da sommi uomini additati progredisce. Chimica. Astronomia. Storia Naturale. Botanica. Zoologia. Mineralogia. Geologia. Scienze Medico-Chirurgiche. Materie Legali. Economia Pubblica. Stadi! Archeologici. Istituzioni, e Disposizioni varie pel progresso delle scienze e delle lettere. Il Congresso de gli Scienziati Italiani nel Settembre del 1848.

Dilunghereimi assaissimo dal mio proposito ove dl' scorrer volessi a minuto il progresso che han fatto le scienze, le belle arti, e le amene lettere sotto alla protezione del secondo Ferdinando, il quale emulando a Federico, a Roberto e ad Alfonso in onorevol via le ha spinte; perlocché mi accontenterò di rimanermi brevemente sui generali, e di spigolare, anziché mietere, nel campo vastissimo di che si parla, il quale sarebbe opportuno ad empiere moltissimi volami. In verità non v'è stata branca scientifica letteraria o artistica che non abbia sperimentato i favori del Re, fra quali primo e principale stimar si debbe quello di aver saputo conservare il Reame in pace interna ed esterna; poiché le gentili Muse sotto l'ombra della pace prosperano fruttano e progrediscono, mentre spaurite o indegnate rifuggono quando, cigolando sui loro cardini, disserransi le porte dell'orribil tempio di Giano.

Le belle arti, alle quali questa diletta terra fu antica culla, e che ancora, direi, palpitano sotto le ceneri che ricuoprono venerande città, richiamarono per ferma

Veramente ammirabili sono le opere dei nostri pittori, degni allievi di una scuola presso coi antichissima, la quale risorta per opera del rinomatissimo Giotto, chiamato da re Roberto, per ornare di sue pitture vari edilizi, venne poscia a straordinaria eccellenza pei lavori portentosi dello Zingaro, la quale però decaduta in varie epoche, rinverdì per la valentia prima di Andrea Sabbatino, discepolo dell'Urbinate, poi di Fabbrizio Santafede, soprannomato il Raffaello Napolitano, di Giuseppe Cesari, e tacendo di altri, d'Ippolito Borghesi, inseguito dello Spagnoletto, di Luca Giordano, di Aniello Falcone, e del celebratissimo Salvator Rosa. E veramente ci gode l'animo nel vedere come i pennelli dei nostri tempi, togliendo a guida lo studio degli antichi maestri, e schivando le imitazioni bizzarre manierate e capricciose, peste della pittura, al presente conducano le loro opere cosi maestrevolmente,

che in esse ammiri modi severi e castigati di disegno, leggiadria e soavità di colorito, ed espressioni belle, non disgiunte dal vero di quella natura, dalla quale il dipartirsi sarebbe stoltezza.

Cosa dir mi debbo del progresso della Musica? dì quest'arte divina per la quale i Napolitani si ebbero il primato in Europa, e questo nostro paese fu fonte inesausta di rare melodie, e culla di celebratissimi Maestri. Dirò solamente, che se le passate età si pregiano di un Alessandro Scarlatti, fondatore della odierna musica, per aver riformato la parte strumentale, e fornito la melodia di novelle grazie, ed espressione; di un Niccola Porpora, al quale si devono i progressi del canto, e molte opere teatrali; di un Leonardo Leo che spinse la nostra scuola al primato in Europa; di un Durante, che rese più agevole lo studio del contrappunto, e i paramenti; di un Domenico Sarri, che fu il primo a vestire di musicali concenti i drammi del cesareo poeta; di un Lionardo Vinci stimato il padre del teatro musicale, per aver fatto trionfare la melodia su gli strumentali accordi che fino allora ne soffocava i modi; di un Pergolesi, che fu il Randello della sebezia musica; di un Jommelli, celebrato particolarmente nei grandi componimenti sacri; di un Cimmarosa, fecondo compositore di innumerevoli opere sparse di soavi melodie e di vivaci e facili pensieri; di un Paisicllo, scrittore originale di argomenti giocosi; di un Niccolò Zingarelli, classico compositore di musiche sacre; l'età di Ferdinando va conta pel Cigno di Catania, soavissimo labbro di musica italiana, e per moltissimi altri dei quali non cennerò perché viventi.

È per noi grato il ricordare, che le musicali opere vengono cotidianamente in luce con faciltà e maestria senza pari, e che la nostra scuola è il vivajo dal quale escono i più celebrati maestri, che van diffondendo per tutta Europa il gusto e i modi della vera Musica, dico della musica che si propone di muovere i cuori, non già di as

questa sì parte da empirico meccanismo, ed è simile ai fischi che producono i venti fra le fessure delle porte, e l'elci cave.

I quali progressi delle Belle arti si debbono al certo al benefico patrocinio che il nostro Monarca, seguendo le orme dei suoi Augusti Maggiori, le ha espressamente dichiarato. Favoriva grandemente il Reale Istituto di Belle Arti, nel quale il giovane ritrova in ogni giorno studii gratuiti ed opportuni di disegno, di pittura, di scultura, di architettura, d' incisione e di altre cose somiglianti; ed ogni maniera d'incuoramenti, e premii in danaio che mensilmente per concorso si distribuiscono. Dava molte agevolazioni ai giovani che in ogni sei anni si mandano al Pensionato in Roma e stabiliva nel 1842, che il corso degli studii di perfezionamento pei novelli pensionarli napolitani di belle arti in Roma si prolungasse da quattro a sei anni. Aggiungeva alla R. Accademia una novella scuola d'intaglio ed incisione in legno ed in acciajo.

Particolar cura volgeva sul Collegio di Musica, nel quale gli Alunni, per lo più a piazze gratuite, ed anche quelli esterni, hanno ogni maniera di agio, e di incoraggiamenti, e di facilitazioni per darsi allo studio della Musica, fra le quali non lieve è quella di potere rifrustare il celebrato Archivio, ricco di componimenti, ed anche di rari originali. Decretava la divisione dello studio di disegno e d'incisione nel 1'Accademia Carolina di Messina in due scuole separate. Emanava utili disposizioni intorno alla conservazione degli oggetti o dei monumenti di antichità e di belle arti. Infine a stimolo ed incuoramento ordinava la esposizione periodica delle belle arti già dall'Augusto I nel 1825 con sapiente consiglio instituita; premiava in vario modo le opere stimate degne da una Commissione, delle quali non poche acquistava, e molte altre commettea.

Ora mi fo a toccare brevemente delle amene lettere, e dulie scienze, le quali Ferdinando ha in tutt'i modi e tempi caldeggiato e promosso: fortunata disposizione della Provvidenza d'infondere nel petto dei nostri Principi tanto amore per tanto obbietto in questa classica terra, in cui, mentre giacevamo immersi ed avviliti in forastiera servitù, sorgevano Domenico Aulisio, Gaetano Argento, Giovan Vincenzo Gravina, Niccolò Capasso, ed oltre a molti altri, Giovan Battista Vico: fortissima generazione d'intelletti, che brillarono nel sociale orizzonte come sprazzi luminosi fra tenebrosa caligine che noi come inesausto fonte in cui attinger si devono sublimi precetti ritenghiamo, e come lumi chiarissimi o decoro nostro a tutte l'età additiamo!

E per cennare alcuna cosa particolare intorno all'argomento letterario e scientifico nel periodo isterico del quale si tien verbo, dirò, che primamente la italica lingua si è coltivata con amore, fervore, e profitto su quei Classici nei quali veramente invenir si puote quanto è degno d' imitazione vuoi pel modo dello stile, vuoi per la parità della lingua, sì che oggimai il napolitano pensiero, di opportuna veste ornato, si rende più gradevole o solenne. Troppo gretta ora a tal proposito la nostra condizione nelle passate età, in cui la gioventù, affondata sino ai capelli nello studio del latino, e guidata da maestri, che di sole lettere latine intendenti, e amanti la leggiadria e la prestanza della italica favella poco o nulla conoscevano, avea nessuno o scarso sentore delle italiane lettere. Perlocché mancando la opportuna istruzione, né valevole la mente a scerner loro dall'orpello, la lingua era imbastardita, inselvatichita, ed inondata eziandio delle lordure dei gallicismi, che per vezzo, servilità, o altre cagioni prevalsero, segnatameute nei tempi in cui

Grandi obblighi la rinata lingua deve a Basilio Paoli, che, accensamente in tale bisogna procedendo, seppe dare alla studiosa gioventù opportuni erudimenti, divulgare la conoscenza dei buoni Autori, che ricordano il secol d'oro della italica favella, ed eccitare nell'animo di tutti il desiderio di appararne il leggiadro e laudevole dettame. La gioventù bebbe ardentemente nel Puotiano fonte, ed ora è grato di pascer la mente su prose gradevoli, e con ogni maniera di bel magistero condotte.

Se non che, il gusto che si nutrì per la lingua italiana, non disperse né oscurò quello delle altre lingue viventi e morte, ma ne accrebbe moltissimo l'amore e la coltura. Nel che la presente età procedeva più giusta della passata, la quale troppo o esclusivamente corriva agli antichi dettami, mettea dall'un dei lati gli altri, e quel che fa meraviglia, eziandio il patrio; mentre la nostra età non disdegnando, anzi facendo buon viso ad ogni altra favella, innalzava al precipuo posto la italiana.

La qual conoscenza delle lingue è stata ubertoso fonte di progresso intellettuale, poiché moltissime opere moderne ed antiche si voltavano nel nostro idioma, e con esso gli altrui pensamenti in noi si transustanziavano. Chiara fama merita Pasquale celebre filosofo, avvocato, e letterato negli studii delle lingue, perché egli fu insigne poliglotta, somministrò al celebratissimo Vocabolario Universale Italiano la parte etimologica; e i suoi Principii della Scienza Etimologica mostrano in lui originalità e novità, poiché egli sollevò una scienza così incerta ad un grado di precisione e di esattezza; e bene in questo aringo si addentrò un altro celebratissimo Uomo col suo saggio degli studii etimologici.

Né solamente lo scrivere in prosa venne in fiore, ma benanche quello io versi. In verità la poesia nel periodo

sì che v'ha diverse maniere di componimenti degni di nota o per gentilezza venustà ed eleganza, o per gagliardia e solennità. Varii scrittori tuttavia viventi han di loro grandiosa traccia nel poetico campo, e si mostran degni di vivere fra la cuna del gran Torquato, la tomba di Sannazzaro, e quella di Virgilio, nella quale il Cantor di Laura temprò sua passionata lira, e l'altissimo Alighieri tolse il suo Maestro e Duca.

Vide anche la nostra età non pochi e commendevoli componimenti teatrali sì in prosa che in verso, ai quali ultimi era di sprone la rara facondia ed eccellenza dei Compositori di opere musicali che appo noi fiorirono. Duolmi, che la natura di questo mio lavoro punto non mi consente di accennare i varii frutti delle napolitane menti intorno all'argomento in esame.

La storia fu eziandio coltivata, ma non come semplice cronaca o racconto macchinale di fatti, ma sì come campo di considerazioni, di giudizii, di ragionamenti, che ligano i fatti, li rannodano, li organizzano, e li compenetrano di quella, dirò così, mirabil vita che tanto la rende sublime fra le scienze, e fra gli uomini utile. Eccellenti storici di cose mediche, legali, chiesastiche, letterarie, e di altri rami dello scibile nel nostro periodo sursero, i quali, alcun particolare argomento o tutta la vastità di un ramo scientifico trattando, si sono mostrati veramente degni nepoti di Costanze, di Porzio, di Ammirato, di Signorelli e di altri.

Il paese in cui rifulsero Telesio, Campanella, Bruno, Genovesi, e Vico non potea mancare di progressi filosofici in un tempo in cui tutto arridea allo svolgimento intellettuale; che anzi in mirabile incremento vennero, ed una filosofia caratteristica e singolare fu inaugurata.

Nel varcato secolo una filosofica scuola era sarta nella Gran Brettagna, in Francia ed in Germania, la quale, te

I dati, i principi, ed il metodo psicologici doveano separare la filosofia del Galluppi da quella di Kant, che è tutta ideale, e sospingere altrove la filosofia, e dare un altro indirizzo al corso dello conoscenze. La Galluppiana filosofia dovea scostarsi dai sistemi ontologici; poiché vole

e della parte intellettiva; e perciò stesso ella si diparte dalla filosofia di Alemagna, del Rosmini, e del Gioberti; ne può conciliarsi colla teologia naturale, la quale fu dall'autore messa come in appendice al suo sistema. Il napolitano filosofo trattò delle dodici categorie della ragion pura di Kant, ma piuttosto come di una digressione erudita. Nella filosofia pratica egli si accostò intieramente a quel gran filosofo moderno, ma non volle sviluppare la scienza, portò la scienza a quello sviluppo a cui fu portata dal Ficthe, dall'Arbens con uno spirito di progresso umanitario: però egli si sostò nel mezzo del cammino.

Infaticabile e sommo fu il napolitano filosofo; imperciocché in ben ventisette anni andò illustrando il suo sistema filosofia) in tutte le sue parti, ora in maniera catechistica, ed ora in maniera critica; ora dal silenzio delle domestiche pareti, ed ora dall'alto della cattedra; ora per via di clementi, di lettere, di lezioni, di saggi, di memorie, di storia esponendo il suo sistema con una logica nudrita, stringente, insuperabile, ed ora esaminando le dottrine più accreditate e migliori, e propugnando il sistema del Ficthe, e pubblicando i frammenti di Vittorio Consin.

Tanti lavori, e tante fatiche innalzavano il Galluppi sopra dei suoi predecessori, e Io ponevano accanto al Telesio, al Campanella, al Genovesi, Capiscuola della sebezia filosofia. Per le quali tutte cose il Barone Galluppi starà come lume, ornamento, e decoro dell'età nostra; e Ferdinando li chiamandolo a sedere nella Cattedra di Filosofia della Regia Università degli studii, entrato appena nel possesso del reame, congiunge il suo nome con quello del Gran Filosofo.

Il convenevole avviamento al quale erano state spinte le matematiche per opera del Marzocco, del Pergola, e del Valerio, non fu tarpato per le cure di Flauti e del Guidi, e segnatamente di Giuseppe Scorza, il quale grandemente onora il periodo Ferdinandeo:

molto alla diffusione delle matematiche conoscenze si adoperò con la parola dalla cattedra pubblica, e con gli scritti nel suo Euclide vendicato: ma ciò che contraddistingue il Calabro Matematico, è appunto la sua divinazione sull'analisi geometrica degli antichi, la quale siccome frutto del Genio, costituisce nella storia una pagina che non morrà.

La Fisica è stata ancor essa ben coltivata appo noi, e pari alle altre scientifiche branche favoreggiata dall'Ottimo Principe. E veramente laudevoli esempii avevano i nostri Fisici in tale aringo; tra quali un Arriani, un Borrelli, un Poli, ed un Giovambattista Porta, stupendo ingeno, e maggior fisico del XVI secolo, inventore del telescopio, e della camera oscura.

E qui non fia soverchio notare che la moderna fisica va debitrice dei suoi progressi ai precetti di Bacone e di Galilei, i quali additavano nella via sperimentale il vero mezzo di strappare i più reconditi segreti alla natura, e l'incesso logico regolare nello andare dai particolari ai generali, sì che il patrimonio della fisica, non ha molto, di ricca suppellettile di sperimenti si decorava.

Questa via per Io appunto fu nel periodo di che discorriamo appo noi seguita; perché il Governo non pure, ma benanche i particolari, fra quali si è contraddistinto il Fazzini, curavano lo acquisto di molti e svariati strumenti, e macchine, non che delle opere dei naturalisti e fisici stranieri, e. la ripetizione di tutti gli sperimenti e i cimenti con dilicato ed opportuno magistero.

Per la qual cosa degni di nota sono gli sperimenti coi quali il Fazzini illustrava il magnetismo in movimento e quella certa ripulsione fra la luce ed il magnetismo, e spiegava perché l'ago magnetico al primo irraggiar del

I nostri fisici niuna cosa trasandavano per istituire nuove ricerche affin di determinare in modo certo la identità del magnetismo e dello elettricismo, o qualche differenza caratteristica fra quelle due prepotenti forse naturali. Per la qual cosa erano bene studiate le leggi e la teorica del magnetismo, la virtù magnetica della terra, la potenza del magnetismo terrestre sui corpi non magnetici, i fenomeni dell'attrazione e ripulsione, dei conduttori mobili o asiatici dell'Ampére, e del galvanometro o moltiplicatore dello Schweiger, dove il Fazzini per minorare la forza direttrice della terra, senza distruggerla, ed aumentare la forza elettromagnetica, aveva aggiunte delle modifiche a quelle per le quali il Labaillis rese la macchina opportuna a dinotare qualunque piccola traccia dell'elettricità in movimento.

Per mezzo di due spirali, di ferro luna, di legno l'altra era pervenuto il Fazzini ad ottenere fenomeni d'induzione che l'Antinori, il Faraday ed altri poterono conseguir solo con potenti calamite naturali o artifiziali. Della quale scoperta il celebre Arago richiedeva l'Autore che ne avesse fatto relazione al Reale Istituto di Francia, inchiesta che veniva nella estrema ora del fisico napolitano. Altri fisici viventi si sono adoperati e tuttavia si adoperano al progresso della fisica.

La Chimica filosofica e la sperimentale presentano benanche un mirabile progresso nel periodo di che discorriamo. Molti nuovi scuoprimenti, moltissime nuove sperienze, non pochi nomi celebrati si possono notare, ed è ancora degno di ricordo F utilissimo ufficio che la chimica rende ed ha reso alle nostre arti.

L'Astronomia non si rimase in dietro, ma fu convenientemente coltivata. in questo nostro paese, dove nacque

La storia naturale in tutte le sue parti fu coltivata con ardore in questa nostra terra, ove ancor palpita il cenere di Plinio. Lo sterminato e piacevol campo della Botanica peragrato utilmente dai posteri di Maranta, Imperato, Colonna e Grillo. La Zoologia in molti punti rischiarata, ed in altri creata; non è a dire quanto discoperte si facessero intorno atai ramo, la di cui coltura non era compiutamente venata in fiore prima del periodo Ferdinandeo. La Minerologia arricchita, e con ardore promossa in un regno come il nostro, che rinchiude nel suo grembo doviziosa suppellettile di minerali.

Né punto si è trasandata le Geologia, la quale ha una grande importanza nel nostro regno, che presenta più che gli altri infinita diversità di terreni, metalli, rocce, fossili, pietrificazioni, incostramenti ecc.; ed a cagiono dei suoi vasti e ribollenti vulcani offre al naturalista mutamenti e fenomeni per ogni verso notevoli, e sorprendenti, quali sarebbero le acque termominerali, che sorgono in moltissimi luoghi ed in isvariata composizione nell'una e nell'altra Sicilia, i terremoti che a quando a quando sovvertono le nostre regioni, le lente sommersioni, che segnatamente si osservano in Pozzuoli, T innalzamento o il seppellimento delle terre, le eruzioni sottomarine, i vulcani estinti, ed altrettali meraviglie.

Le discipline medico-chirurgiche si ebbero un progresso significante, poiché si bandirono i sistemi che in tanto tenebrio le arcano involte, ridestando la medicina di osservazione, che per verità meglio si addice alla umana ragione, e segna men dubbio sentiero per guidare gl'infermi in mezzo al certame dei morbi; e che, sia detto per nostro onore, anche in mezzo alle sistematiche vanità

i quali dall'ippocratico spirito compenetrati, additarono nell'osservazione e nei fatti il vero tramite per fare utilmente progredire la medicina.

E per toccare alcune particolarità di sfuggita, noterò, che appo noi sono state accesamente coltivate l'anatomia generale e comparata, ed eziandio la patologica, per la quale si vedea sorgere un celebratissimo Gabinetto che ricorda le improbe fatiche, e la singolare generosità del Nanula; la fisiologia che subiva rilevanti modifiche, e raggiungeva una perfezione insperata per l'opera di molti; la materia medica chiarita con esperimenti clinici e chimici, ed arricchita appo noi di molti rimedi; la medicina legale rifrustata in tutte le suo parti, e meglio intesa agli altissimi uffici ai quali è chiamata dalla società; la igieno pubblica e privata spinta in più laudevole stato; la frenologia caldeggiata con ardore; ed infine la chirurgia non si è rimasta nel progresso universale, ma si è immegliata nei suoi principi, semplicizzata nei metodi operativi, dei quali non pochi modificati, o inventati, e segnatamente quelli che risguardano il raddrizzamento dei corpi o delle membra contorte nuovamente introdotti e fermali fra noi per cura del Real Governo, il quale instituiva una dioica ortopedica nell'ospedale di S. Maria di Lordo.

Fioritissimo ritroviamo il campo delle Leggi; poiché vediamo nella di loro essenza lo sviluppo del dritto consono alla vera filosofia, alla sana morale, ed alla economia politica; e nella di loro crescente moltitudine il più saldo argomento del progresso del corso evolutivo della vita dei nostri popoli, e della satisfazione dei nuovi bisogni che immancabilmente sorgono. Il quale incesso progrediente della Legislazione, sia notato di passaggio, è una

e portava luce rischiaratrice nel confuso assieme, che formava nostra Legislazione, risultante dal Dritto romano, canonico, e feudale, dalle Costituzioni dei principi Normanni e Svevi, dai Capitoli degli Angioini, dalle Prammatiche dei Re Aragonesi e de' loro successori, dagli statuti particolari di Napoli, e di altre Città, dai Riti della Gran Corte della Vicaria, e della Camera della Sommaria ecc.

Nei precedenti capi, e segnatamente nel secondo, fu per noi esposto in qual modo, e con quanta attività il Monarca emanasse leggi, intese a proclamare il dritto se chiaro determinarlo ed interpetrarlo se ottenebrato dalle passioni, a guarentirlo se posto in azione, ed a produrre il comune benessere, senza di cui ogni legislazione mancherebbe di scopo, con quei mezzi equi ed opportuni, che la giustizia addita.

In laudevole stato rilevasi pertanto la legislazione civile, poiché rottamente sono sviluppati, e garantiti i dritti privati e il loro esercizio: laudevole la legislazione penale, nella quale con sottigliezza ed equità pari alla importanza della lesione dei dritti privati o sociali, è calcolata la entità della colpa, e fermata l'applicazione della pena. Per questa parte il nostro paese serba il primato, e i nostri Criminalisti han di loro gloriosa fama.

Né sono state trasandate quelle regole che occorrono nel cammino giudiziario, e che costituiscono la procedura; che anzi in molte parti sono state immegliate, e modificate.

Il Dritto Amministrativo ebbe le sue migliorie, ma non tanto che non facesse sentirne il bisogno di altre; poiché in questo vastissimo campo sono a fissare ancora i principi certi, che devono servir di guida agli Amministratori; e farne l'applicazione è molto arduo in affari in cui sovente le passioni cozzano, e che presentano difficoltà per la stessa loro indole,

per la vastità degli oggetti che comprendono, dei quali parecchi non patiscono regole generali, né definizioni rigorose, né motivi ragionati, non che per altre cagioni.

Né, trattando delle giuristiche cose del periodo Ferdinandeo, si può preterire la Giurisprudenza, la quale è andata lumeggiando l'applicazione delle Leggi nelle materie civili, penali, ed amministrative con una rettitudine singolare, schivando gli errori, correggendo le false interpetrazioni, allontanando l'arbitrio, additando la propria sfera alle competenze dei Giudici, riconducendo gli ordini ai loro principi, evitando quell'affastellamento di quistioni, dottrine, divisioni, suddivisioni, eccezioni, ampliazioni, limitazioni prodotte dagl'Interpetri, dai Trattatisti ecc. i quali o tratti da falsi principi, o da ree passioni gittano la confusione nel campo legale con danno del pubblico e del privato.

Per ultimo non pochi reser chiaro e degno di laude il nostro Foro, nel quale Lauria, , e Poerio riproduceano le meraviglie della greca e latina eloquenza. La presente età in una parola, serbò ed accrebbe il ricco patrimonio che eredava dall'età in cui rifulsero d'Andrea, degli Afflitti, Aulisio, e Gianvincenzo Gravina.

La Economia Pubblica non fu trasandata nella patria di Serra, di Broggia, di Galiani, di Briganti, di Delfico e di altri Valentuomini, ed in un regno come il nostro, il quale presenta ubertosa materia alle ricerche degli Economisti. E qui non sia trasandato, che in sui principi del regno di Ferdinando , il Marchese d'Andrea, Ministro delle Finanze, sospingea le economiche discipline, poiché nello scopo di promuovere la economia dello Stato

Perlocché rimembrevoli sono le osservazioni, o le scritture che si fecero e pubblicarono intorno ad argomenti importantissimi, quali erano appunto la convenienza di concedere ai censuarì del Tavoliere di Puglia la facoltà di coltivare le terre ed affrancare i canoni; la utilità della istituzione di un portofranco in Napoli; il miglior modo di stabilire le tariffe e l'amministrazione delle dogane; la conservazione del cabottaggio tra Napoli e Sicilia; la uniformità dei pesi o delle misure; e moltissimi altri argomenti economici.

Per ultimo gli studi Archeologici sono stati coltivati con ardore nel periodo di che si tratta; e ad illustrare i venerandi avanzi dell'antichità fecero a gara i numismatici con nuove e singolari ricerche, gli epigrafisti, gli scrutatori dei monumenti, pei quali si rese tanto famoso il secolo diciassettesimo, e furon conti i lavori erculei dell'Ughelli, dei Maurini, dei Bollandisti, del Muratori e di altri; i corografisti, gl'illustratori dei vecchi diplomi, e simili. Alla quale laudevole palestra erano di furte incitamento le ombre d'Ignarra, di Rossi, e tacendo di altri, del celebratissimo Mazzocchi; non che la rinomanza delle nostre regioni sparse di memorie antiche e stupende, comprese segnatamente in Ercolano, Pompe!, Pesto ed altre venerande città, che L' amore dei presenti ritrae alla luce del giorno dopo lungo sonno, studiando nel loro grembo le arti, i costumi, e le glorie degli Avi nostri.

Duolmi che in questo rapido cenno non siami stato lecito di toccare delle utili opere di molti viventi, pel quali già la posterità è incominciata, e che tanto illustrarono le scienze e le amene lettere; consolami però il pensiero, che quandocchessia troveranno degna memorazione in coloro che, non arrandellati nel letto di Procuste

Pertanto è da notare che la floridezza in cui abbiamo esservato le Scienze e le lettere è il frutto delle assidue cure, e delle premure di Ferdinando II. Infatti rimeritava i Dotti con premi, onorificenze, uffizi, e magistrature; ridonava a Messina la sua Università degli Studi, ampliava quella di Catania, immegliava la Sebezia, provedevala di gabinetti di fisica, di notomia patologica, di zoologia, nuove cattedre alle antiche aggiungeva, che i nuovi progressi additavano, altre modificava; institniva in ciascun comune una scuola gratuita ed una cattedra di agricoltura; promovea le scientifiche peregrinazioni per lo avanzamento della Storia Naturale del nostro Reame; riordinava Io accademie, e fondava quella degli Aspiranti Naturalisti; agevolava il cambio e la introduzione dei libri stranieri coi nostri, scemando assaissimo il dazio d'importazione; poneva la istruzione primaria sotto la direzione e la vigilanza dei Vescovi delle rispettive diocesi, affinché non mancasse la fiaccola della religione di diriggero la gioventù alla scienza, poiché senza di essa gli umani petti son ciechi; spingeva innanzi gl'Istituti diretti alle utili applicazioni, perché ciascuna branca dello umano scibile avesse il suo vivajo; preponeva alle cattedre uomini per fama e merito conti, ordinava meglio i Licei e i Collegi; e per tacere di molte altre cose cennerò da ultimo, che memorando documento di quanto puote nell'animo del Re l'amore per le scienze è il Congresso scientifico, tenuto in Napoli nel Settembre del 1845; poiché facea sì che la settima Riunione degli scienziati Italiani in questa bella Città si convocasse, e preparava loro un soggiorno opportuno in questo beatissimo soggiorno. Sempre degne di memoria saranno le parole dell'Eccelso Re profferite quando il Preside Generale Ministro Santangelo, in una parte della sua Orazione di apertura si facea a commendare la protezione di Lui per le Scienze,

Né le sopradette furono le sole parole del Re lusinghiere per le Scienze, ma altre ne profferiva ai 25 Settembre, quando il Presidente Generale presentò dinanzi a Lui i Presidenti delle varie Sezioni del Congresso; poiché dopo essersi trattenuto con tutti, ed informato dei vari lavori che furono l'obbietto delle scientifiche discussioni, così si esprimeva: Incarico ciascuno dei Presidenti di manifestare a ciascuna delle Sezioni non pure la mia soddisfazione, ma i ringraziamenti. Niuna cosa in questi dì mi può essere più gradita, che udire, che questo settimo Congresso degli Scienziati Italiani addivenga distinto fra gli altri. Per me è questa la più sincera pruova, che in questa nostra bella parte d'Italia le scienze ti trovano in non minar progresso, che nelle altre, ed ho per fermo, che il vero progresso dei lumi

Le quali parole partecipate allo Sezioni furon grata occasiono di commoventi, unanimi e sentiti applausi.

Né a questo solamente la Clemenza Sovrana verso gli Scienziati estendevasi; ma infinite altre cose ordinava affine di allietarli in questo beato soggiorno, e render solenne e memorabile quel tempo, fra le quali ricorderò soltanto alcuno.

Commendevoli motivi spingevano Re Ferdinando a faro innalzare un Osservatorio Meteorologico, presso al giogo del Vesuvio, dove agevolmente si potesse speculare intorno alla pressione atmosferica, alle correnti dei venti, allo meteore, all'elettriche vicende, alle vicissitudini di un mirabil vulcano, senza la menoma tema d'incontrare la sciagura che spense il principe degli antichi naturalisti. E questo laudevole proponimento non fu disgiunto dall'altro non men laudevole di serbare la inaugurazione di tale specola al settimo Congresso Scientifico; e infatti correndo il 28 Settembre del suddetto anno si portavano gli Scienziati a compiere la nobil funzione; e nulla si pretermise dia potesse render facile il viaggio, dilettevole la dimora, memorando il giorno in che dischiudevasi quel nuovo studio delle naturali cose. Grande fu il compiacimento degli Scienziati, grandissimi i plausi, inenarrabili le laudi dirette alla provvidenza del munificentissimo Ferdinando.

La rediviva Pompei fu destinata un altro giorno a rallegrare, e maravigliare insieme gli Scienziati co' monumenti che nel suo grembo rinchiude. Molti oggetti di marmo, di bronzo, e di creta furono scavati in quella solenne, occasione, ed esposti su varie tavole alla dotta curiosità di quei Valentuomini. Le vie della dissepolta Città furon tutte popolate, e ogni edilizio visitato. Somma meraviglia e soddisfazione provarono tutti nello aggirarsi fra quelle venerande vestigia della vetusta civiltà italiana.

E per non andare per le lunghe dirò in breve, che le Accademie ebbero nobil gara nel festeggiare gli Scienziati, pubblici stabilimenti,

e i reali Siti aperti a tutti; i deliziosi dintorni di Napoli resi all'ammirazione di tutti, e perfino le Sale della Reggia echeggiarono di melodiosi concenti, e furono a tutti dischiuse; e quel che più da ricordare é, che le Reali Persone ed il Re sovente la dotta moltitudine presenzialmente onorarono. Ben può dirsi che in quei solenni dì Egli Pericle apparve, e noi fummo in Atene.


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CAPITOLO XI.

AVVENIMENTI RICORDEVOLI.

Sommario

Matrimonii del Sovrano. Nascita di varii Figliuoli del Re. Non dei Principi e Principesse Reali. Morti Regie. Utilissimi e ripetuti viaggi del Re per le provincia dell'una, e dell'altra Sicilia. Colonie mandate in Lampedusa ed in Linosa. Apparizione dell'Isola Ferdinandea. Meteore diverse. Orribil turbina in terra d'Otranto. Tremuoto spaventevole e sterminatore nei distretti di Catanzaro, e di Cotrone.

Riunisco in questo capo avvenimenti e casi vari, degni di ricordanza, dei quali per difetto di opportunità non ho potuto insin qui discorrere.

Incomincio dai matrimoni del Re. Stringeva il primo Nodo ai 21 di Novembre del 1832 in Voltri, vicino a Genova, con la Real Principessa di Sardegna D. Maria Cristina, figlia al defunto Re Vittorio. Infinite, indicibili furono le feste, gli auguri, le affettuose manifestazioni, le opere pietose, che in tutto il Regno, e precise in Napoli si fecero, allorché la Sabauda Donna, lasciata la piemontese regione, veniva ad allietare di sue angeliche forme e virtù la città delle Sirene; le quali pertanto per fini imperscrutabili di Dio doveano ecclissarsi, per dar luogo allo splendore delle altre che adornavano l'Arciduchessa d'Austria Maria Teresa Isabella, e che il Re impalmava ai 9 Gennajo del 1837 io Trento, conducendola ai 26 di (al mese fra l'esultante popolo delle Due Sicilie, il quale si compiaceva di vedere al fianco del suo Sovrano la figlia del più illustre Guerriero che vantasse Alemagna nei tempi delle napoleoniche guerre.

Nasceva da Maria Cristina ai 16 Gennajo del 1836 il Duca di Calabria D. Maria Leopoldo, Principe Ereditario; e per Maria Teresa venivano in lu

ai 17 Settembre 1839 D. Alberto Maria, Conte di Castrogiovanni; ai 28 Marzo del 1841 O. Alfonso Maria, Conte di Casetta; ai 24 Marzo del 1843 la Principessa D. Maria Annunziata Isabella Filomena Sabazia; ai 14 Aprile del 1844 l'altra Principessa D. Maria Immacolata Clementina; ai 4 Marzo del 1847 D. Giuseppe Maria, Conte di Lecce.

Vari matrimoni avvenivano eziandio fra i Reali Principi nel periodo istorico di che trattiamo; poiché molti Figliuoli avea lasciato Re e. tanta laudevol fama che rendevano desideralo il parentado; sì che alcuni ligami ora maggiormente si stringevano, ed altri novellamente si formavano. Sposavasi la Principessa D. Maria Amalia all'Infante di Spagna D. Sebastiano Gabriele Maria; la Principessa D. Maria Antonia a S. A. I. e R. il Gran Duca di Toscana Leopoldo li; il Principe D. Leopoldo, Conte di Siracusa, alla Principessa di Savoja D. Maria Vittoria Filiberta; la Principéssa D. Teresa Maria Cristina all'Imperatore del Brasile D. Pietro il Principe D. Luigi Carlo Maria, Conte di Aquila, alla Principessa D. Gennara, sorella dell'Imperatore del Brasile; la Principessa D. Carolina Maria Augusta, figlia del Principe di Salerno, al Duca di Aumale.

Ma cosiffatte allegrezze, sì come suole accadere di tutte le umane cose, venivano a quando a quando profondamente disturbate da gravi cordogli. Fra quali per ordine cronologico, e per intensità, memorando è quello che per la morte di Maria Cristina susseguiva. L'Augusta Donna nel più alto colmo del contento suo, della Real Famiglia, e di tutto il Reame per la nascita dell'Erede del Trono, correndo lottavo dì del puerperio, fu presa da febbre, la quale man mano innacerbendo spegnevala intorno alla metà del 31 Gennajo del 1836. Infausto giorno, impresso a caratteri di duolo estremo nell'animo dei popoli

che splendea dall'alto del Trono come il sole nell'empireo affin di spingere i suoi raggi nei più lontani e romiti angoli a conforto della povertà, e ad esempio di virtù con la purità dei suoi costumi. Grave fu il cordoglio nel regno, gravissimo nella reggia, indicibile nel vedovato Signore. Ella fu molto laudata, e più che laudata pianta, ma non pianta né laudata abbastanza. Il giorno delle esequie (9 Febbraio) fu giorno di mestizia grande per Napoli; poiché chiusi gli animi come i luoghi alla litizia, e cessate le giornaliero occupazioni, non ad altro s'intendeva, che a dare un lacrimoso vale alla eccelsa Donna, che esanime passava per quelle vie istesse per le quali altre volte in mezzo ai Cori della vita era passata. Un maestoso ma lugubre corico la convogliava; le luttuose insegne delle milizie, le lamentevoli armonie delle militari bande, il grave e cupo salmeggiare delle lunghissime file dei Sacerdoti, la sconfortante maestà del Carro Funebre, il pallido e addolorato aspetto del popolo, l'altissimo silenzio che tutto nel suo grembo involvea, interrotto soltanto dai lamentevoli squilli dei sacri bronzi o dai cupi e stentati rumori dei bronzi marziali, un tetro nuvolame che ogni sereno ricuoprendo facea mesto accordo col tutto universale, renderon quel giorno memorando. Grande era la calca del popolo, grandissima la mestizia, universale il tutto: un flebil rivo l'addolorato Sebeto emanò. Ai 10 di Febbrajo, dopo fatti gli ultimi funerali in S. Chiara, la spenta Regina fu posata nella Cappella dei Reali Depositi. Però la memoria di Lei non si disperse col suono, ma rimase grata negli animi dei Napolitani, e non ha guari fu ridestata da fatti non dubbi di grazie celestiali ottenute per sua mercé.

Discendeva secondo nella tomba il Real Principe D. Antonio, Conto di Lecce, fratello del Sovrano, nella notte antecedente al 12 Gennajo del 1843. I Napolitani, che som

Il giorno 18 di quel mese, dopo compiuti i solenni funerali nel tempio di S. Chiara, chiudea per sempre la mondana scena del Regio Conte.

Nel vegnente anno 1844 addì 12 Luglio la Reggia era di nuovo addolorata; perché si partiva di questa vita il Real Principe D. Alberto, Conte di Castrogiovanni, terzonato di S. M. il Re. La quale perdita non lasciò di apportare cordoglio, poiché come sbucciante fiore divelto dallo stelo, si vide spento un Principe quasi sul limitare della vita, il quale quandocchessia avrebbe formato anch'egli la letizia delle nostre contrade. Ai 16 di quel mese le mortali spoglie del Regio Principe furono trasportate da Capodimonte, ove accadde la morte, nel tempio di S. Chiara, e dopo convenevoli esequie, poste nella Cappella dei Reali Depositi.

Fra le cose notabili sono d'annoverare i viaggi ripetuti che il Re facea pei domini continentali ed insulari. Sino dalle prime ore del Suo Regno, non pago di aver fatto tanto benigne promesse, non di avere commesso ad altrui il laudabile incarico di scrutare i bisogni dei suoi diletti popoli, né di aver dato una vigorosa pinta a tutte le cose riguardanti le provincie, venne nel commendevole divisamente di osservar tutto coi suoi propri occhi, di animar tutto con la sua presenza; perlocché, non compiuti ancora sei mesi dal preso possesso, cominciava ad effettuire diversi e moltiplici viaggi per l'una e per l'altra Sicilia, nei quali seguendo l'esempio di S. Luigi Re, che si piaceva di ascoltare i suoi sudditi sotto al rezzo di una quercia, ponea dall'un dei lati le pompe della Sovranità, ed ordinava, che non si facessero spese per dimostrazioni festive, neppure a carico dei Comuni; che le Autorità delle provincie da viaggiare, né quelle delle conterminali non si muovessero dal loro posto; che il suo albergo fosse stabilito nelle Intendenze, Sottointendenze, Case comunali o Vescovili; che il suo trattamento fosse a cura delle persone del suo seguito; e che le Guardie Urbane stessero a custodia della sua Real Persona.

Viaggiava adunque il Re ora in una ora in un'altra provincia; si portava non pure nelle grosse città, ma benanche nei comuni; sì che quasi la piupparte dei paesi avea il bene di vedere il suo Sovrano, e manifestargli contento, e bisogni! E questa costituisce veramente una pagina duratura nella vita di Ferdinando II. Quali e quanti vantaggi derivassero da queste reali peregrinazioni non è chi no '1 vegga. Le prigioni e tutti i pubblici stabilimenti visitali, e quindi migliorati; le ingiustizie e gli abusi repressi e castigati; le grazie ampiamente largite; la povertà sommamente confortata; lo strade e i ponti designati, e costrutti; molte istituzioni utili introdotte nei comuni; immensa quantità di suppliche raccolta; infinite disposizioni date in bene dei popoli; o tacendo di altre cose invigilate le pubbliche autorità, incuorandole con premi ed onori se buone, punendole variamente se nel loro ufficio pigre o manchevoli. Ed a questo proposito accade riflettere, che il Re coi suoi viaggi porgendo ad ognuno la opportunità di reclamare contro gli abusi dello Autorità, producea una responsabilità molto più vera e rea le, che non è la responsabilità dei Ministri nell'ordine costituzionale.

Ma fra i tanti utili frutti dei reali viaggi monta qui cennare ciò che in Sicilia ordinava intorno al feudalismo ed ai comuni. La siciliana feudalità, alla cui istoria vanno sempre benedetti i nomi di Carlo III, e di Ferdinando I, e quelli di Domenico Caracciolo, Marchese di Villamaina, e di d'Aquino, Principe di Caramanico, era spenta più nel nome che nel fatto, imperciocché tuttavia duravano i dritti, le rendite, le prestazioni territoriali, ed eravi tal confusione che si rendevano frequenti le opposizioni, i piati, la liti fra i Baroni ed i

epperò utilmente vi riparava, sì come si è accennato io altro luogo di questo libro, dando l'ultimo colpo ad un'idra che la moderna civiltà avea gravemente percossa.

Notabili sono nel periodo istorico di che trattiamo le colonie mandate in due isole, un tempo piene di popolo e di vita, ma nei dì nostri deserte. L'isola di Lampedusa, l'antica Lipadusa nell'epoca dei Greci, dei Romani, o dei Saraceni, era molto popolata e fiorente; ma grado grado fu disertata ed assecchita dalle continue depredazioni dei Corsari barbareschi, nei secoli sestodecimo, e decimosettimo, i quali nel 1553 menarono in dura schiavitù meglio che 1000 di quegl'isolani, e cosiffattamente si andò disertando l'isola, che nel 1843 soli 24 Maltesi l'abitavano. Re Ferdinando II nel laudevole proposito di farla rifiorire, vi mandava nel Settembre di tale anno, una colonia di 120 persone. Il Duca di Cumia in qualità di Regio Delegato, B. Sanvisente erane eletto a Governatore; né mancava una mano di 56 soldati. La colonia a poco a poco venne in fiore, e già nel 1847 la popolazione ammontava a ben 700 individui.

Medesimamente fu abitata l'isola di Linosa, l'antica Larnius, un tempo popolata, oggi deserta. In Aprile del 1845 il Re vi spediva una colonia di 30 persone, sotto l'amministrazione di un sindaco, e nel 1847 già numerava 116 abitanti.

Memorabile è l'apparizione del vulcano sottomarino avvenuta in Luglio del 1831 nelle onde di Sciacca. Tra il confine di Giugno e i principi di Luglio leggieri, ma frequenti scuotimenti di tremuoto agitavano la città di Sciacca, ed in quel torno appunto nel mare che appellasi la secca del corallo, quasi nella metà del cammino fra Sciacca e Pantellaria, in mezzo a indicibili sconvolgimenti si estell

incontanente vi spediva il Capitati di Fregata R. Cacace sulla Corvetta l'Etna, il quale menatosi colà vedeva innalzarsi dal grembo di quell'agitato fiotto tra cupo rimugghiare grandissimi globi di bianco fumo, ed una nera colonna di prodotti vulcanici che si spingeva all'altezza di circa due miglia, ed era attraversata in tutte le direzioni da frequenti baleni. La base già solidificata correva in giro circa un miglio, non molto si elevava dalla superficie del mare, il quale per una zona di circa mezzo miglio appariva giallastro. Avea il vulcano la forma di un cono troncato, con ai fianchi due isolette, le quali ancor esse eruttavan continuamente per diverse bocche gran quantità di fiamme e cenere e bitume.

Propalato man mano il mirabil fatto, accorrevano in quella sorprendente regione curiosi e naturalisti, fra i quali è da mentovare lo straniero Federico Hoffman, che ai 24 Luglio andava ad osservarlo. Già in quel tempo si era formata un isola più grande e compiuta; la quale presentava molte parti culminanti, che erano l'orlo irregolare di una immensa e quasi circolare voragine che correva in giro per circa 800 piedi francesi: nella maggiore altezza si estolleva a 60 piedi, e in taluni punti tanto si abbassava, che quasi con la superficie delle acque si confondeva. La gran massa era formata da scorie nere, da lapilli, e da grosse ceneri; e dalle sue viscere eran balestrati in aria immensi globi di bianchissimo fumo, formanti altrettanti nuvoloni, ai quali succedevano frequentemente gli altri, quasi che si scacciassero a vicenda. La bianca e tempestosa colonna che si spingeva in alto per più di due mila piedi in mezzo a lampi e tuoni, veniva a quando a quando interrotta da una burrascosa eruzione di cenere e scorie nere, lo quali poco

In mezzo a questo frequente getto di solidi materiali l'isola andava acquistando forme più spiccate, ed estensione più significante; si che ai 25 di Agosto fu anche pel Sig. Oddo osservato sulla eminenza di Levante un piano in cui si allargavano due laghi variamente estesi contenenti uno acque gialliccie, e brune l'altro, le quali pel soverchio bollore fumigavano. L'isola intanto si estendeva per ben due miglia e mezzo, le fu dato il nome di Ferdinandea, e cresceva cotidianamente in mezzo alla meraviglia ed alle varie speranze degli uomini, quando dopo non guari, in mezzo ad orribile sconvolgimento fu sorbita negli abissi dond'era emersa.

Né meno meravigliose della sottomarina eruzione furono tre meteore, che nell'aere brillarono. Ai 21 di Agosto del 1831, intorno alle ore vespertine, una larga striscia di vivissima luce apparve su Messina, la quale si ammorzò fra oscuri globi di neri vapori, che issofatto le tenner dietro, e vorticosamente innalzandosi disparvero. Ai 5 giugno del seguente anno consumi meteora irraggiò sopra Città Ducale, e in breve tempo con intenso fragore si dileguò. Per ultimo nella notte dei 25 Gennajo del 1837, un'ampia e lunga fascia d'intensa luce ricinse da settentrione ad oriente l'orizzonte d'Ischia, la quale fra cupo rintuonare scoccava una moltitudine di vivide scintille, ed elassa un'ora scomparve. Il fluido elettrico che per molto circostanze facilmente si accresce nelle nostre regioni era causa di tali fenomeni, i quali formarono Io spavento del popolo, la meraviglia dell'osservatore filosofo, e il subbietto di stranissime e ridevoli dicerie dei pregiudizi, e dell'ignoranza.

Con le innocenti meteore, funesti e dannosi turbini si avvicendavano. Una larga regione della provincia di Terra d'Otranto ai 10 Settembre del 1832 era percossa dalle furie di un turbine, il quale di tratto scoppiava in mezzo ad

Surto fra le borgate di Montesano e di Depressa, percorse con infinito danno uno spazio lungo 15 io 16 miglia, largo 300 passi: abbattuti o divelti gli alberi e sorbitili nel suo vorticoso grembo, io lontana regione gli balestrava: il villaggio di Diso e il Borgo d'Otranto, arrandellati in tanto girone, furono smantellati, e ridotti a cumulo di scomposte ruine: molte persone perirono, moltissimo furon contuso o ferite, e tutte spaventate, ed intronate, trista memoria di quell'irato turbo portarono. Orrendo sovrammodo apparve lo stato della percossa regione dopo rabbonito il cielo. Estesi campi fiorenti di rigogliosi oliveti, orribilmente nudati, e talmente scommossi, e tramutati che a quegli abitanti sembrava aggirarsi in luogo peregrino: lo sguardo, prima arrestato dai fitti oliveti, ora spingendosi lunghesso la rattristante traccia potea correr libero infino al mare lontano: i cennati paesi e moltissime case di altri paesi, o campestri casipole sfasciati, sgretolati, e convertiti ad un mucchio di tritumi: il mare ingombrato da travi ed alberi confusamente galleggianti.

L'aiuto e la carità del Real Governo punto non si fecero aspettare, e incontanente furono interrati i morti, curati i feriti, ricoverati i mancanti di tetto, provveduti i famelici, soccorsi in mille formo i miseri, confortati i danneggiati, aperta una soscrizione, mandati dal Re grossi soccorsi, cosicché la umanità venne man mano con le sue benefiche opere a riparare i danni, ed allenire i dolori dallo sterminatore turbo lasciati.

Ma è ormai tempo, che fra gli avvenimenti memorabili, che lasciarono orrenda traccia nelle pagine della storia, e nella memoria degli uomini, uopo è che io parli del terremoto che in Marzo del 1832 sconquassò ed atterrì le Calabrie. Infausta regione dall'infausto flagello, sovente e furiosamente agitata e sconvolta. Assai d

imessamente erasi comportato il terribil fenomeno dal 1783 al citato anno,

forse perché allora in quei subiti, gagliardi, e ruinosi precipizi la sua potenza esaurita avea. Ma nel cennato tempo, quasi gli antichi furori riprendesse, con grave ed immensa ruina imperversò.

Nell'ottava luce di Marzo del 1832 nessun segno di prossima catastrofe sulla catanzarese regione si osservava. Placido, e sereno il Ciclo, cheto l'aere, indocilito e terso il mare, spensierati i Calabresi ed alle consuete blandizie o uffici della vita intesi, gli animali coi l'istinto suoi rendere vigili e nunzi all'uomo di tale flagello, quieti e tranquilli, tutti gli elementi adunque erano in pace. Mensogniere apparenze, la terra chiudea nel suo grembo tristi e potenti furori che tosto con orribile sconvolgimento della natura avrebbe sbrigliati. Ed ecco che in sulle 22 ore italiane del cennato giorno la terra lievemente dapprima, e poscia gagliardamente di tratto in tratto si scuoteva, ma non tanto che gravi iatture arrecasse; ma scorsa di un'ora e mezzo la notte orrendi forieri orrendo fenomeno annunziavano. Un intenso, universale, e cupo rimugghiamento sul fiume Corace nella fatale ora udissi, dopo il quale la terra violentemente fu agitata, e scossa per lunga ora, ed ogni cosa fra spaventi, dolori, e fragore, e ruine avvolse. Tutti i paesi che sorgevano tra i fiumi Neeto e Corace in un istante giacquero. Cutro, Roccabennarda, Rocca di Neeto, Papanico, Marcedusa e S. Mauro, divennero in men che non si dice un mucchio confuso di orrende macerie. Cotrone, Santaseverina, Policastro, Altiliella, Mesoraca, Belcastro, Ceropani, Simari, Soveria, Sellia, e Catanzaro patiron molto danno. I distretti di Catanzaro e di Cotrone furono il centro di moto, e il campo dei disastri, ma gli scuotimenti si estesero persino nella Sicilia, e nella Puglia. Molte maniero di movimenti ebbe il tremuoto, ma l'ondulatorio più frequente, e gagliardo. Ai lati del fiume Targine la terra largamente apertasi, eruttò acqua bollente, e melma, la quale costituì dei banchi di arena biancastra.

Altre aperture nelle fertili e ridenti campagne del Marchesato si dischiusero, nelle quali pregevoli e deliziose casino nabissarono.

Una magnifica casina fu dalla violenza del tremuoto partita in due metà, delle quali una allontanata per più di 50 palmi dal sito primiero restò in piede, e l'altra ridotta in minuti tritumi. Rocca di Tacina, piccola borgata, dopo essere stata balestrata mezzo miglio lontana dal suolo ove era edificata, fu smantellata sino dalle fondamenta, e talmente stritolata, che un mucchio d'infrante pietre coverte di calcina polverata all'estremo disfacimento avanzò. Alcune rupi si spezzarono, e grandi massi con grandi rovine ne rotolarono pel dorso delle colline fino al piano, o alle valli.

Né solo la terra, ma eziandio il mare e il cielo era no irati. Il fiotto ingrossato e rimugghiante si alzò sul suo livello, segnatamente nella foce del Targine, invadendo la sponde con larga inondazione. Frequenti lampi solcando la fitta oscurità, fuggevolmente quella grave catastrofe irraggiavano. Ai fragori del tremuto univansi i rombi delle agitate onde, il rovescio d'impetuosa pioggia, lo scroscio di furiosa grandine, lo schianto delle saette e il fracasso del vorticoso vento; le calabresi valli del supremo ed incomposto fragore, orrendamente echeggiavano.

In mezzo a tanto furore della irata natura, miseranda le ore sui miserandi Calabresi si svolgevano. Molti, e forse più felici, moriron di tratto pesti, e sfracellati in mezzo a quei subiti precipizi; moltissimi rimaser feriti o contusi, tutti esterrefatti, intronati, stupidi, allibiti come suoi succedere in mezzo alle subitanee e straordinarie impressioni. I lamenti dei feriti e degli agonizzanti, le strida della paura, le grida dei chiedenti aiuto erano da quell'orrendo fracasso d'infuriati elementi dispersi; sì che ciascuno come poté il meglio ai propri casi accorse, o nella sola compagnia della propria sventura restò.

I più all'aperta campagna corsero, e quivi per la pioggia, la grandine, i lampi, i tuoni e il periglio che la terra sotto ai loro piedi si spalancasse, erano più che viventi, agonizzanti.

Intanto, spuntata la nuova aurora, e scemato cosiffatto furore, ed inanimiti i Calabresi, variamente alla propria salute, e dalle particolari tendenze, e circostanze intendevano. Gli scampati, guardavan con orrore le proprie miserie, ed ormai volgevano il pensiero e lo sguardo alla rovine che rinchiudevano i cari corpi del padre, della madre, del fratello, del figlio; e trepidi e addolorati cominciarono ad aggirarsi per le tristi macerie, colla speranza di trar vivi o semispenti gli amati parenti, ed aiutarli, o dar loro sepoltura se morti.

Al quale proposito narrerò vari fatti di memoria degni. Un G. Mottace era poggiato sur una finestra del suo palazzo, quando esagitata repente la terra scrolla il muro, e tutto pesto si trova sbalzato lungo dalla sua dimora e dall'amata famiglia. Trasse con grave cordoglio nel vegnente mattino a disgombrare le ferali macerie dai corpi o dai cadaveri della consorte e dei figli; ma le continuale scosse di tremuoto la pietosa sollecitudine attraversarono; nella dimane però fra grandi pericoli dissotterrò i figli, e la moglie ormai spenti, e nell'attitudine di costei eravi ancora all'argomento del materno affetto; poiché fu rinvenuta atteggiata in modo come se volesse garentire il figlio dalle cadenti ruine: fortissimo affetto su fievolissimo mezzo poggiato, ella e il figlio in affettuoso amplesso perirono.

In quell'istesso giorno una voce fioca, e lamentevole chiedente soccorso, usciva dai confusi ammassi; ma niuno osava avvicinarsi perché scossa era la terra frequentemente, e per lampi, folgori, e dirotta piova tempestoso il cielo. Intanto posato alquanto l'impeto della natura intorno al mezzodì, sì accorse al luogo da cui la voce emanava, e man mano scostate le macerie, si rinvenne una infelice giovanotta ricoperta dalla trista mora a mezzo busto,

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poiché una (rovo sostenendo altri sfasciumi teneale illese le parti più vitali. Ritornata in luce tutta smarrita, ed esterrefatta, assicurava di non aver sofferto nulla, e chiedeva continuamente acqua. Vuotò la prima, la seconda, e la terza coppa, o poco stante passò di questa vita. Un'altra giovane di diciassette anni, madre di una bimba che poppava, alle prime scosse fuggì, lasciando la infelice pargoletta immersa nel sonno, ma in un istante, prevalendo l'amor filiale a quello della propria persona, quasi dissennata, emesso uà grido, si precipitò nelle ruine, e scomparve. Un'altra giovane, moglie di un artigiano, curava di salvar se e quattro suoi teneri figliuoli, ma non potendolo nello stesso tempo, senza lasciare esposti gli uni por salvare gli altri, Innovali tutti stretti in forte e tenero amplesso, quando fu traboccata e sepolta in quei precipizi. Un villanzone, che nell'ora fatale trovavasi alla custodia di due bovi in un giardino sottostante alla sua casetta, vide col disfacimento delle domestiche mura la stragge della sua numerosa, ed amata famiglia, né parendogli di poter sopravvivere a cotanto dolore, si balestrò volontariamente nelle ruine, e vi perì.

Pertanto i campati da quella catastrofe eran minacciati di fame, perché diroccati i mulini, guasti o dispersi, o ricoperti dalle macerie i viveri; nondimeno la carità dei particolari e quella del Governo non furon (arde né tiepido al soccorso; cosicché man mano si ristaurarono i danni; sugl'infausti avanzi dei nabissati paesi (tanto puote negli animi umani amor di patria) sursero le nuove dimore, ed il tempo, il più solido di tutt'i conforti, rasserenava i cuori dalla patita sventura.

Intorno alla cagione del calabrese sovvertimento furon varie le opinioni, alcuni per lo elettricismo, altri pel vulcanico fuoco inclinando; ma sebbene le cause dei tremuoti fossero, pari a quelle di molli naturali fenomeni, avviluppate in dense tenebre, nondimeno, vagliando tutte le circostanze che intervennero in quella orrenda agitazione, non è a dubitare,

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che sì l'elettricismo, che le influenze vulcaniche contribuirono. L'esclusivismo è mai condannevole, precisamente nella oscura materia delle naturali cagioni.

Il terrestre sconvolgimento dopo la narrata catastrofe quietò, ma non siffattamente che negli anni avvenire di quando in quando ora in una regione ed ora in un'altra del reame lievemente non si ridestasse; anzi talvolta rannodati i suoi furori, con subiti ed impetuosi precipizi scorrazzò, arrecando terrore, ferite, morti, miserie, guasti, o distruzioni di paesi, ed accidenti strani.

Né solo terremoti, e bufere in questo nostro regno avvennero; ma eziandio orrori di alluvioni, furori di vulcani, ed altre tristizie ed impeti di natura, dei quali non parlo sì perché troppo a lungo mi trarrebbe il doloroso tema; sì perché sono per altre pagine conti; e sì perché ormai è tempo che la mia penna dai sconvolgimenti di natura ai sconvolgimenti della società passi.


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CAPITOLO XI.

CAUSE DELLA RIVOLUZIONE.

Sommario

Falso e condannevole patriottismo. Influenza del feudalismo, particolarmente in Sicilia. Ignoranza, e istruzione fraudolenta. Principii religiosi mancanti o pervertiti. Sette e precisamente la Carboneria, e la Giovane Italia. Procedere sregolato di talune pubbliche Autorità. Ambizione di migliorar fortuna, e pauperismo. Influsso delle rivoluzioni e delle guerre svolte in altri regni. Mancanza di morale. Erronea credenza di bisogno di riforme governative, ed in proposito mirabile organamento del nostro Governo. Qual parte è a darsi al Congresso degli Scienziati. Influenza inglese segnatamente per l'affare dei Zolfi di Sicilia. Principii sovversivi in varie opere pubblicati. Conclusione.

In tanta felicità di Regno discorsa nei precedenti capi, non mancò il tristo genio del male d'intorbidare l'avventurosa opera, e di sbrigliare le furie civili in mezzo a questo pacifico e felice reame. Ebbersi le terre cisfarane i tempi tristi, se l'ebbero le transfarane. Le ribellioni, i tradimenti, la guerra, le congiure, gl'incendi, il sangue, le lagrime, il tutto fecer trista ed agitata non poca parte di nostra vita. Troppo lamentevole e grave la mia narrazione riuscirà! Intanto prima ch'io discenda nella proposta materia, a pregio dell'opera accennar le cagioni che quei tristi effetti produssero, fomentarono, o aggrandirono.

Primamente è a riflettere, che appo noi avea messo radici il cosi detto patriottismo, il quale, retaggio di scompigliata età, sotto mentite vesti turbolenti pensieri celava; dappoiché non era mica il vero amor di patria, laudabile in tutti, pel quale si tengono in cale, e si agognano i veri e positivi vantaggi della terra natia, e sopra ogni altro la pace, alla cui ombra ogni politico bene attecchisce, prospera, e grandeggia; ma era un condannevole municipalismo

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che traeva a propugnare il potere governativo, demolire se occorresse la Monarchia, recare nelle proprie mani il nervo del governo, disgregare il proprio paese dall'assieme del regno, e farne una potenza, un idolo! Le antiche memorie fra l'altro, formavano stimolo alle moderne pretenzioni; ma nei moderni spiriti la virtù degli Avi mancava; daltronde pei tempi mutati, convenne rannodare le membra sparte del reame, e costituirne un' assieme, che alla comune prosperità via meglio riuscisse.

Di quanti mali fosse origine un tale patriottismo si può facilmente vedere pel nostro reame nei tempi anteriori a Ruggiero. in cui si giacque fra dura e crudele servitù; ed anche, per tacere di altre nazioni, nelle ree vicende della miseranda Italia, lacerata e perduta dal municipalismo delle sue cento illustri città La qual cangrena divorava segnatamente la Terra di là dal Faro, e fu cagione dei suoi e degli altrui malanni; né si era tenuta dallo avventarsi nelle continentali provincie per opera di coloro che, errando nei platonici campi, sollucheravansi al fantastico diletico di riviver negli antichi nomi e nelle antiche repubbliche! Adunque cosiffatta molla morale, insita nella sua purità nell'umano cuore, veniva contaminata dalla peste delle sghembe idee, e parte non piccola ebbe nei rivolgimenti che gravarono sul nostro regno.

In secondo luogo è a considerare, che il feudalismo, abbassato pel primo dallo Svevo Federico, rinvigorito da Carlo I d'Angiò, ingigantito per le due Giovanne, per Ladislao, e per la stirpe Aragonese, esteso e generalizzato nella notte dei Viceré, prostrato dalla virtù di Carlo Borbone, e dal suo figlio Ferdinando, abolito nell'ultimo anno della francese occupazione, non avea mica spento nelle baronali stirpe le memorie, e le abitudini del potere, e quindi sotto cenere ravvivava la scintilla dell'odio contro il Governo, che avealo snervato ed abbattuto, né la influenza sul popolo ai era estinta.

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quale tarlo rodeva principalmente in Sicilia, dora la feudalità era abolita più nella teoria che nel fatto; poi ché anche dopo la magnanima abdicazione fatta dai Siciciali Baroni nel 1812, rimanevi confuso il campo dei dritti conservati, e degli spenti, sì che infiniti erano i dubbi, le fraudi, le liti, e gli scontenti, quali per fermo si volsero contro la restauratrice opera del Governo quando in dicembre del 1838 davasi l'ultimo colpo alla feudalistica idra; la quale a gran fatica si direzzava dalle reliquie dei poteri locali, e speciali, ed inclinava il capo ai principi del dritto comune. Per la qual cosa andava fecondando ai danni del Governo le pretenzioni degli antichi privilegi, della Costituzione del 1812, della indipendenza politica dell'isola; ed a convalidar tutto ciò concorreva la idea della inglese garenzia, come ad accender gli animi mirabilmente influiva il cennato municipalismo, la falsa idea che le miserie dell'isola provrenissero dalla unione con la parte continentale, ed altrettali cose. Potentemente in ciò i figli della feudalità con le loro influenze e relazioni si adoperavano.

In terzo luogo è a riporre la ignoranza. In altri tempi invalse la credenza, che la sicurezza dei Governi posasse sulla ignoranza dei popoli, ma quando fosse lontana dal vero, bene la storia e la logica lo mostrano. Il vivere sociale è un perenne esercizio di dritti e di doveri generali e reciproci, e quando s'ignorano i limiti degli uni, e degli altri non havvi che scompiglio, oppressioni e barbarie. L'ignorante in ogni ordine o atto governativo non vede altro che arbitri, scaltrimenti, avarizie, spoliazioni, usurpamenti, tirannidi, e quando i freni dei Governi si rallentano o si disciolgono egli è come belva infierita, che l'onore, la proprietà, il giusto, l'onesto, tutto mette in fascio e calpesta. Volgendo per poco lo sguardo sulle rivoluzioni, facile si rende lo scorgere, che le ignoranti masse ne costituiscono il nerbo; e che i falsi dottrinari sen

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Quali sono le più gradite parole per adescare le moltitudini? scemamento o franchigie di balzelli, libertà di azioni, appropriamento dell'altrui, impunità di delitti, ed altrettali cose, che formano orrende mostruosità innanzi agli occhi di coloro che non sono ottenebrati dalla ignoranza dei debiti sociali. Grandissimo servigio recherassi alla Società allorquando una opportuna istruzione, rischiarerà le menti delle plebi, e dirozzeralle da quella scoria, che i buoni principi sperdendo, le tiene pericolose. ai Troni, e ad ogni forma governativa. La cicca e forzata ubbidienza si addice ai bruti, la ubbidienza illuminata è propria della umana natura; e guai alle società che su quella e non su questa s'industriano di poggiare!

Pertanto non è a trasandare, che se la ignoranza è un flagello, la istruzione perversa è più grave flagello; imperciocché tenendo a guida gli errori, i falsi principi, il vizio, fa sì che tutte le azioni su di essi si modellino, che si acquisti una idea sghemba o esagerata delle cose, e risvegli desideri senza soddisfarli; poiché non mai nello errore, ma nella verità l'intelletto si appaga, e si riposa. È noto per le istorie, che le corruttele, e le malvagità dei sudditi di Tiberio e di Nerone, tenner dietro alle oscenità del teatro, e dei libri licenziosi, i quali non fanno altro che aggrandire quella tendenza al male che naturalmente nell'umano cuore stà. E le recenti rivolture tenner molto alle idee del comunismo, e di altre sociali empietà, nascenti appunto dalla sregolata e malvagia istruzione. Allorquando la mente è preoccupata, o invelenita da falsi principi le scritture si leggono, si contentano, e s'intendono sì come indica la fallace guida, o le passioni che più spesso traggono al male che al bene.

Vedemmo nei nostri giorni una genìa di soppottieri menar vampo di una istruzione leggiera, senza principi, superficiale, e gittarsi alla politica letteratura senza verun

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È degna di nota un' altra causa, ossia la mancanza della Religione. Egli è noto, che il Cristianesimo venne a blandire con le dolcezze dei suoi precetti la ruvidità degli uomini, a porre un ordine nello scompiglio della società, a rattemprare le immoderatezze nascenti dalla umana perversità, a spezzare il trono della forza brutale, ed a richiamare alla dignità evangelica tanti uomini segno di degrada mento, e di abiezione. Per la qual cosa dove manca la fiaccola della religione tutto è bujo, brutalità, orrore. L'umanità quasi ancora si risente del terrore, e delle furie prodotte dall'ateismo, e dalla demoralizzazione dei popoli. Tutti coloro che si ebbero il fatal pensiero di mettere dall'un dei lati la morale cristiana, e sostituirle i precetti e le massime dei loro sistemi, non fecero altro, che aprire un minaccevole abisso ai piedi della società.

E questa cagione non ha lasciato di metter la sua pietra nell'edifizio della rivoluzione; e in fatti per poco che si volga lo sguardo sul modo di vivere delle moltitudini è agevole il ravvisare come e quanto ricalcitrino e si dilunghino dai soavi precetti di Religione le operazioni e le azioni di quelle. Un continuo tranello d'inganni, di trame, di scaltrimenti, in cui l'uno cerca d'impigliare e soppozzar l'altro, domina in tutte le sociali trattazioni. Cosicché la scuola della malizia è il primo campo in cui si spingono i vergini animi affine di ammaestrarsi bene nell'arte di circonvenire e avvolpinare. Anzi, la perversa età onora del titolo di acuzie intellettuali le trufferie e gl'inganni, e i più onorati nomi con le più nere immoralità o colpe profana. Qual è la religione delle plebi? Pronto il labbro alle parole ed alle proteste, prontissime le membra alle pratiche, bugiardo il cuore, errante L' intelletto.

Però se molli ignorano, non pochi contorcono i principi religiosi ed a vituperevoli mire con ingannatrice parola li avviano; si che i dolcissimi frutti io feral veneno convertono!

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Vedemmo nei tempi nostri (cosa incredibile!) proclamarsi eretiche e sovvertitrici massime, dello quali lìami consentito di tacere. Per la qual cosa, non rechi meraviglia se il tristo seme della ribellione abbarbicò in quegli animi medesimi, in cui dovea esser precetto di amare e rispettare coloro che sono al limone dei regni. Venne tempo in cui ad altro non miravasi, che a scrollare la Cattedra di Pietro, sbandire i Ministri di Dio, disperder la religione dei Padri Nostri!.. (1)

Un' altra potente e principal cagione furono le sette, le quali nei tempi passati avean conturbato le varie nazioni, né si erano spente con le vittorie dei campi, né con le amaritudini dell'esilio, né con le angustie delle carceri, né con gli orrori dulie mannaje, imperciocché i mezzi materiali non hanno imperio sulle credenze o sulle opinioni; che anzi si erano andate moltiplicando come i capi dell'Idra di Lerno, e risorgendo sotto nuove forme, e con nuovi riti, ma sempre con egual furore, e con rei propositi.

Il nostro regno al pari, e forse più di ogn'altro, fu ostello di varie sette, fra le quali per potenza ed importanza vuolsi notare principalmente la carboneria. Taluni napoletani esulati nel 1799, rimpatriarono di Svizzera e di Alemagna, dove la setta sotto altro nome scorrazzava, e la introdussero nel Regno, ma per vario tempo rimase fiacca e inosservata. Corrente il 1808, dopo vario quistionare, creduta sostegno de' governi nuovi, fu destata dallo annighettimento e favorita nel reame dalla Polizia: Don eravi classe che non ne fosse largamente intinta; sì che salita in potenza ed in fama,

(1) Mazzini cosi scriveva ai suoi proseliti. «È impossibile nella Penisola ogni prosperità, ogni gloria patria, ogni civile incrementa tinche si mantiene vigoroso il vecchio Cattolicismo, e con esso il potere temporale dei Papi...»

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tentò sconvolgimenti e mutazioni governative nel 1814

secondo de' napoleonidi, che in quel tempo campeggiava sulle rive del Pò, mutati in lui i sentimenti, per supplizi ed editti la proscrisse, e perseguitò. Urtata e compressa la setta, sì come avviene delle grandi potenze, riurtava e reagiva, si ravviluppava per segni riti e luoghi nel più profondo del segreto, ed intendeva ai danni di colui che prima di favori, ed ora di supplizi e di angustie la empieva; ma un unno dopo usciva di nuovo all'aperto, perché il Persecutore, ormai bersaglio di avversità di fortuna e di guerra, richiesela soccorrevole come puntello dell'usurpato e barcollante soglio.

Tornato Re Ferdinando I di Sicilia tolse a purgare il reame di qua dal Faro da tutte le forastiere contaminazioni, epperò volgeva i pensjeri e le forze contro il Carboneria. Canosa le tessé trame per discuoprirla nei suoi cupi recessi, la percuoteva, la straziava, la sperdeva, ed ella, concitata e vista la sua potenza, reagiva, rioffendeva. Conculcate le leggi, minacciate le autorità, empiuto il reame di sdegni, di vendette, di sangue, ormai un abisso civile si era spalancato. Pertanto, usati mezzi più opportuni, la Polizia al fine pervenne a disperdere la Carboneria, ma non a spegnerla. La rea scintilla sotto cenere appicciolita sì, ma viva rimase, atta quando fortuna consentisse di apprendersi fra le umane passioni e divampare qual prima gigante e minacciosa. Indarno adoperossi il Governo a spegnerla all'intutto; poiché il pugnale dei settari mettea il silenzio nel labbro degli offesi, e degli accusatori, la menzogna in quello dei testimoni, il torpore nel braccio dei maestrati; le quali cose eran cagione che aspirassero alla rea società le più ree coscienze del Reame; quindi la scintilla cominciò man mano a rinfocolarsi ed allargarsi; sì che intorno all'anno 19 del corrente secolo era ridestala, ed insinuata con maggiore o minore estensione

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e facile quando il volesse a porre a sconvolgimento il Regno: ed a sconvolgimento il pose quando udissi la rivoluzione di Cadice: allora la Consorteria superba degli ottenuti risultamenti e della sua potenza, via maggiormente inorgoglì, crebbe e si rendé gigante; e quando dopo la venuta dei Tedeschi, fu dissipata ed oppressa, no rimasero le triste reliquie; poiché negli nomini le opinioni, le credenze, Io abitudini, la memoria delle passate cose non sì tosto, né sì compiutamente si spengono, ma resistono al tempo, per le persecuzioni si rendono accorte e scaltrite, e tali che nelle emergenze l'antica radice si rideste e rinverda.

E la setta man mano rinverdiva e rialzava il capo. Altro nome assumeva; in altri riti s'iniziava, e in altri misteri si avviluppava, le nuove sulle vecchie intemperanze tallivano; non però dal reo principio cessava. Mazzini in Ginevra innalzava il vessillo della Giovane Italia: dicendo. «La società dei figliuoli della Giovane Italia, è diretta alla necessaria distruzione di tutt'i Governi esistenti nella Penisola italica, per fare di questa uno stato solo, con reggime repubblicano. Riconosciuti i mali del potere assoluto, e le velleità ancora più inique e funeste delle costituzioni rappresentative, e miste; la repubblica, una, indivisibile, presenta il minore numero di mali ed i maggiori vantaggi morali, politici, ed economici».

Attorno a cosiffatto vessillo andavansi a radunare tutti gli eredi delle precedenti rivoluzioni, e i cupidi di novità, i quali nulla sperando nella pace delle presenti società, riponean tutto nel soqquadro universale; si facea stampare e pubblicare un Catechismo in cui erano distese le regole di affiliare i seguaci, i precetti da serbare, le opere a cui si dovea vacare, e infine i modi co

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Intanto contro la Giovane Italia non si tenevano inoperosi né la stampa nei Governi, ché fin dal 1833 fra le altre cose in un giornale a tal modo si diceva. La Giovane Italia è il flagello della religione e dei troni, è l'ordina dei sicarii e degli atei che agisce per due principii, irreligione e disperazione; è un ordine avido di sangue sacro, di sangue Cristiano, di sangue dovizioso. Vuole in ostaggio il Papa, persuaso dall'antica verità, che chi ha in poter suo ti Pontefice, ha in suo pugno l'Italia. Lo vuole in ostaggio per dargli morte, o trasferirlo a somma grazia in America. Vuole il sangue dei Cardinali per far cessare il Pontificato Romano; vuole la morte dei Vescovi per abolire il primo sostegno d'Italia, cioè la Religione Cattolica; vuole scannare gli ecclesiastici tutti, leggitimisti, liberali, moderati, carbonari, musoni, giansenisti, in odio al loro carattere, e per timore che i sacerdoti settarii per ambizioni o avidità, non si facciano capi dei popoli dopo la strage degli altri. Intanto per raggiungere lo scopo bramato, vuole studiare il debole loro per assaltarli, e vincerli, vuole indurii a predicare la ricolta al volgo col Vangelo alla mano, con la bandiera al campanile ed al fianco dell'altare, per poi scannarli sull'altare e distruggere altare, chiesa e campanile.

Dall'altro lato i Governi Italiani stavano a guardia delle mene della setta. L'Italia centrale era severamente invigilata. Re Carlo Alberto nel 1833, addatosi che le industrie settarie miravano a contaminare l'armata, percosse la Consorteria con esili, catene, e morti; medesimamente l'Austria mandava molti settari fra le orrende mura dello Spielberg. La setta nell'anno appresso irruppe in sul limitare della Savoja dalla parte della Svizzera, ma con breve e scarso successo. Intanto Mazzini bandito dall'Italia, dalla Francia e dalla Svizzera riparava in Malta, e poscia in Londra, soffiando sempre nel fuoco della rivolta; i Governi Italiani stavano in guardia; ma con tutte le precauzioni, le minacce,

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e le pene mise radici la Consorteria, i suoi emissari percorrevano dall'uno altro capo l'Italia, tutte le sue cento città ne furono contaminate; si aspettava il tempo opportuno ad insorgere, e sovvertirla: il tempo venne: la miseranda Italia fu dai suoi rigeneratori piena di sangue, di lamenti, di tutto, di lacrime, squarciata, derelitta, oppressa. Il Tebro, l'Arno, il Sebeto, l'Orete, il Pò, la luttuosa catastrofe portarono!. Fra le cagioni annoverar si debbo ancora il procedere debole, o indeterminato, o pigro, o ingiusto o altrimenti sghembo di talune Autorità. Il che talora era supposto; perché non mai avviene che l'andamento, eziandio rettissimo, della giustizia non lasci in uno dei contendenti la persuasione della ingiustizia, ed il malcontento; mai non avviene, che un condannato si dichiari pago del fatto de' Magistrati, e che non meni scalpore contro di essi, e non gridi alla ingiustizia, al ladroneggio e a simili cose; è impossibile che le Autorità, le quali nella loro carriera smuovono e propugnano le passioni, non sian segno dì esse; e questo nasce dalla stessa natura dell'uomo, che crede regolari le sole cose che non facciano ai cozzi coi suggerimenti e le vedute dell'amor proprio. Quantunque però in questi casi sia erronea la origine dello scontento, e sempre uno scontento, che partorisce livore e sdegno contro il Governo.

Dall'altra parte non è a preterire, che il potere governativo diramato dal Re ai Sottostanti, non si sia realmente mantenuto puro e mondo come nella fonte da cui emana, ma in molte e gravi corruttele siasi ammelmato. Vero è che coloro i quali spingevano la macchina governativa tenevano prescritta la loro azione da ordinamenti opportuni e saggi; perché l'umana natura è sempre arbitraria, essendo sotto la influenza delle passioni, e la legge come frutto di ragione e di meditazioni o impassibile; ma è pur vero che non àvvi cosa giusta, e sacra che la umana indole non possa conturbare.

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Senza di che moltissime cose v'ha, nelle quali la legge lascia alle Autorità il libero arbitrio, o accorda un potere con certa larghezza. Ora in questi casi avvion talvolta che si dà luogo a deferenze, a favori, ad arbitri. Troppo felice sarebbe la società se i depositari della pubblica Autorità si attenessero ai dettami della giustizia, e della religione!..» L'armonia gerarchica, dice uno Scrittore, consiste appunto nell'armonico componimento dell'unità e della pluralità, onde la potenza travasata dal principe quasi apice della piramide sociale sino ai capi del comune, unendo i due estremi anelli della catena civile il Trono ed il Municipio, fa di tutto lo Stato un corpo ben organizzato».

Se non che il Real Governo non avea trasandato di apportare un riparo a tanto malanno; e più indietro si è riportato il memorabile rescritto, nel quale Re Ford in nudo esprimeva il suo rammarico per la poca attività, o la fiacchezza, o il procedere altrimenti abusivo e sghembo dei pubblici funzionari, ma con tutte queste cure, e generose ed ottime disposizioni per trarre o mantenere nella buona via i depositari della pubblica autorità, non si coglieva tutto il frutto desiderabile; perché le umane passioni difficilmente si dominano; sì che dove il Sindaco, dove il Giudice, dove il Cancelliere, e dove altri Impiegati, continuavano nel condannevol tenore, il che scontento nelle popolazioni, ed odio e periglio al governo ingenerava.

Ned è da trasandarsi nel novero delle cagioni il pensiero di migliorar fortuna; il quale in taluni da mire ambiziose, in altri da necessità nascea. Molti in verità non paghi dello stato in cui la Provvidenza o le loro speculazioni, e fatiche l'han messi, corrivi sempreppiù agli onori ed all'opulenza, amano i sovvertimenti de' Regni

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sovente traggono nelle più alte regioni le più basse e grette materie, ed al cangiamento della fortuna degli arrischiati e dei malvagi si prestano. Pur troppo si riprodusse nei nostri dì la turpe scena, già in ogni rivolgimento osservata, di. vedere cioè la turba dei Novatori chiedenti a tutta gola premi, impieghi, gratificazioni, somme, considerazioni, posti luminosi. S'incomincia con le melliflue parole del filantropismo e della fratellanza, si finisce con gli schifosi fatti dell'individualismo. La credenza riformatrice è mezzo, l'immegliamento del proprio stato scopo.

Intanto per molti il desìo di migliorar fortuna era una necessità. Il pauperismo è per vero dire uno stato violentissimo, il quale un orrido presente ed un più orrido avvenire chiudendo, ogni buon sentimento nel cuor dell'uomo inaridisce o spegne. Colui che ha nerboruto il braccio, e che per la infamia della pazza fortuna lo stende indarno alla carità del suo crudo Fratello, e trae innanzi vita grama e miseranda, si turba nel morale, muta sentimenti, non la conservazione di una per lui deserta e ingrata società desidera, ma il sovvertimento, e la distruzione ne desidera, e ad ogni più rischiedevole impresa si abbandona. Al contrario, colui che possiede di che far paga, ed accomodare la vita, si contenta del suo stato, e punto non si cale dei sovvertimenti; sì perché il ricco difficilmente rinnega alle dolcezze delle sue abitudini; e sì perché teme di perdere le sue sostanze.

Si è osservato nei tempi antichi e sotto i nostri occhi, che i ribollenti stuoli sono in gran parte ripieni di coloro che non potendo altrimenti vivere, ne cercano i mezzi nella rivoluzione. Se tutti gli abitanti di un Reame potessero godere di una discreta agiatezza, io son di credere, che le rivolture non avrebbero strumenti o satelliti;

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come se nella Decorrenza la turba concitata non potesse o non sapesse farsi ricca in un'istante, recandosi nelle mani il danajo del pubblico, o imponendo tasse e balzelli, o altrimenti crassando; e senza pensare che il povero è spinto dalla disperazione ed il ricco da un capriccio, e quella sta al di sopra di ogni molla spirituale.

Un'altra potentissima causa deve riporsi nelle idee lasciate o smosse dalle rivoluzioni e dalle politiche commozioni. Allorquando le nazioni sono scosse dalla politica bufera, gli uomini non ritornano sì presto nella calma; ma per lungo tempo rimangono esagitati, e quasi da aure febbrili mosci. Le tempeste civili, non son dissimili dallo naturali, le quali, dopo che il cielo dispogliatosi dell'orroroso ammanto, è ritornato sereno, tuttavia ne lasciano le reliquie nel rimugghiar del mare e nello scorrer dei torrenti; che anzi si arrogo, che le rivolture per la proscrizioni, o gli esigli, o le prigioni, o le morti o per altri necessari colpi della legge, rimangono nella società semi di scontento, di odi, di sdegni, epperò quasi novelle Fenici, dalle proprie ceneri risorgono.

Le rivoluzioni che si frequentemente turbarono le società nel secolo presente, e segnatamente le ultime, che quasi nel limitare del nostro Regno si svolsero, non erano avvenimenti che si potessero rimanere senza riverbero in mezzo alle sociali masse fra cui si consumavano; ma pari all'eco che di una in altra balza ripercuote la voce e la moltiplica, da uno in altro stato si ripercossero e moltiplicarono. I quali politici ripercuotimenti mirabili effetti cagionano: i cervelli, segnatamente fra popoli scaldati dal clima meridionale, si mettono in fermento, l'entusiasmo ottenebra il lume della ragione o lo spegno; i sentimenti si

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per tal modo s'imbastisce la rivolta, la quale non bisogna che di una lieve scintilla per attuarsi. In tal guisa vedemmo, che la sollevazione di Cadice fé scompigliare il nostro reame nel 1820, e frescamente quella di Palermo quasi tutta Europa sconvolse.

Già per noi si ò accennato in sul limitare di questa istoria di quanti rumori risuonasse il mondo nel 1830, ora mi farò a soggiungere in poche parole, che la tranquillità mai non si vide più, ma di gravi sollevazioni, e di esiziali guerre gli anni avvenire furon pieni. La irrequieta Francia sovente agitata nella Capitale e nei Dipartimenti; battaglie ripetute in Algeria; la Spagna per lunga ed orrenda conflagrazione insanguinata e guasta; il Portogallo dalle parti lacerato; tardi posate le ostilità fra il Belgio 6 l'Olanda; Polonia da varie e per lei funeste battaglie percossa; sollevazioni in Lussemburgo e nell'Annover, Siria invasa dalle armi egiziane; Grecia qui e colà per rivolgimenti e sangue trista; la Svizzera fremente; e per venirmene all'Italia, rumori svariati vivente Papa Gregorio XVI, tenner sossopra Bologna, Parma, Terni, Spoleto, Ancona, Faenza, Rimini, Forlì. Ora in mezzo a tante mutazioni e guerre, e segnatamente a quelle che quasi in sulla soglia del reame nostro avvennero, gli animi non poteano non esserne tocchi e smossi, né non dileticati dallo stimolo della imitazione, la quale è come la correntia che trae tutto seco.

Fra il novero delle cause non sono da porre in non cale la immoralità e la corruttela che guastano quasi tutte le classi della società. Pare a prima vista, che fra genti illuminate dalle faci del Cristianesimo non dovesse allignare siffatta cangrena; aia per noi si disse antecedentemen

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, appunto come i grandi fiumi derivano dalle piccole gocciole di acqua che nel grembo dei monti insensibilmente trapelano.

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Mettendo da parte altre riflessioni, monta qui soggiungere, che la demoralizzazione, pari a contagioso fomite, si apprende facilmente da individuo ad individuo, e segnatamente si radica nelle classi inferiori per lo infame esempio delle classi superiori; poiché è nella umana natura che il piccolo segua il grande, l'inferiore si modelli al superiore, il povero imiti il ricco; senza di che l'umana natura tende facilmente al male, lo vagheggia, e vi si appiglia «ove la virtù non osti. Per la qual cosa i u mezzo a tanti fatti d'immoralità e di corruttele non fia meraviglia se una rivoluzione si fosse tramata e messa in atto; se la mutazione di un provvido governo, abbia potuto formare Io scopo di genti che ben altro dovevan proporsi o cercare se avessero avuto a guida la morale. Né fra le cagioni è a pretermettere la falsa credenza, che il governo nostro non poggiasse su basi regolari e giuste, ma che di riforme bisognasse. La tendenza alle novità per ordinario rende esoso all'uomo Io stesso tenore di essere, e purché si passi ad uno stato nuovo, poco o nulla si cale di vagliarlo esattamente, e di calcolare se ciò che dicesi vecchio sia da posporre al nuovo. Gli uomini di tal fatta non sono dissimili dagl'infermi, i quali credono di ghermire le loro pene dimenandosi pel letto, e mutando loco e positura.

E qui cade in acconcio riflettere, che la bontà dei Governi non dipende dalla forma governativa, ma sì veramente dalla sostanza consistente nelle leggi; imperciocché la tirannide è pianta che può allignare dovunque, e più spesso sotto al repubblicano berretto si cela; poiché le passioni sono più sbrigliate, e manca un Moderatore Supremo che le infreni; e qui è opportuno far rilevare di quanta giustizia e rettitudine il nostro sistema governativo ridondasse.

Il celebratissimo Congresso di Vienna ristaurava nel 1815 la Monarchia delle due Sicilie, e stabilivane il governo con leggi accomodate, le quali mentre erano il risultamento della migliore civiltà de' tempi,

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offrivano la maggiore libertà cui da uomini costituiti in civile consorzio puossi aspirare. Precedentemente dissi, ed ora ripeto, che è impossibile riunire libertà naturale e Società; poiché i a questa si moltiplicano i rapporti, e quindi i doveri, epperò la libertà naturale viene ad essere ristretta, e risecata. Ciò non però di meno il nostro sistema governativo è talmente fatto ed organato, che presenta la maggior libertà civile, o in altri termini il minor possibile sacrificio dei naturali dritti;

Tutti gli abitanti delle due Sicilie agli occhi della Monarchia sono eguali, qualunque sia lo stato, o la condizione delle persone, garentisce ad ognuno l'esercizio dei dritti propri, ossia il legittimo uso delle facoltà individuali, e dei beni che si posseggono con titoli legittimi. L'Augusta Stirpe Borbonica che avea messo in fascio il feudalismo, non potea far distinzioni di privilegi, di classi, di caste, di esenzioni, d'immunità. Ella riguarda allo tesso modo tutti, premia la virtù dovunque la trova, eziandio nelle classi ime della società, castiga e perseguita il delitto, eziandio sfolgoreggiante fra le classi supreme.

Una rappresentanza comunale aveano i Comuni nel Decurionato, un'altra i Distretti e le Provincie nei Consigli Distrettuali e Provinciali, alle quàli la legge non denegava la facoltà di manifestare tutte quelle cose che alla tutela allo interesse ed all'amministrazione dello popolazioni sono più opportune. La Consulta di Stato, il Consiglio dei Ministri, il Consiglio di Stato erano altrettante rappresentanze in cui i vari affari si ragliavano pria di decidersi diffinitivamente; ma con la posatezza del calcolo, non mai con la garrulità e le irruenze delle Tribune.

Il dritto di proprietà è convenientemente ordinato e

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Il nostro Codice penale, a sentenza dei più dotti giuristi, è il migliore di Europa.

Dall'alto del Trono parte la universale azione, la quale affiancata nei nostri Re dalla Religione, o dalla virtù, imprime alla società quei moti che tanto si ammirano pel progresso in cui è stata spinta. Felice l'età se l'azione governativa si diramasse nei subordinati incontaminata e pura, come è al fonte; poiché allora la giustizia delle leggi, e la perfezione del sistema governativo recherebbero veramente quella felicità, che forma l'obbietto dei comuni voti.

Ben troppo deplorevole era la nostra condizione, come di ogni altro paese, allorché i principi del dritto comune venivano ad infrangersi sovente fra le sirti dei poteri speciali, e moltiplicati nelle particolari sovranità. La Monarchia redense le popolazioni da tanto dolore: mise in fascio tutte le piccole tirannidi, strinse in pugno i poteri venienti dalle leggi, garanti a ciascuno i propri dritti, e dalla moltitudine delle piccole schiavitù, trasse gli nomini alla dignità di popolo. Il Governo Monarcale adunque, che trova il suo specchio nel Cielo, e nel governo elementare della famiglia, non faceva sentire appo noi verun bisogno di novità, né di riforme. Già per noi si è posto nei precedenti capi il rilevantissimo progresso fatto durante la Monarchia, il quale ha spinto il nostro reame in uno stato di ammirevole prosperità. Il civile progresso viene da se con la mercé del tempo e dei principi governativi; poiché il progredire nell'universo è legge decretata dalla intelligenza suprema a tutto il creato, e non mai dalle politiche procelle, frutto dei passaggieri, e tumultuari poteri; poiché questi violentando l'azione del tempo e dei principi oppugnano il natural corso delle cose od in cambio di beni, arrecan mali. L'umana natura non è l'atta per andar di salto, ma sì per gradi, ed ove questo incesso trasanda, cade in pericolosi aborti.

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L'età si succedono gradatamente, lo funzioni a poco a poco s' adempiono, la natura organica svolgesi man mano. Ma quando un morbo contamina o disturba quel progresso, tutto va in conquasso. Lo rivoluzioni fanno alla società ciò che i morbi alla natura organica. Riforme adunque non occorrevano, o solo i ribelli voltarono l'occhio a questa voce per aprire un'altra porta ai proponimenti, e trovare altro modo onde conquider proseliti.

Fra lo cagioni si è voluto dare gran peso da taluni al Congresso Scientifico che il buon Ferdinando, seguendo i dettami del suo grande amore per le scienze, permetteva in Napoli nell'autunno del 1845. Quali accoglienze fossero fatto alla dotta moltitudine, di quanta clemenza il Re l'avesse empiuta, di quanto piacere fosse Napoli piena, e di altre cose non occorre qui dire; perché notissimo per ciò che antecedentemente se n'è detto; solo poserommi su di alcune riflessioni nel dare al Congresso quella parto che gli spelta alla nostra, ed alla italiana rivoluzione.

Dare con d'Arlincourt il nome di propaganda rivoluzionaria al Congresso, o credere che tutti gli Scienziati che lo componevano tenessero per la Giovane Italia, e lo stesso che andar contro i fatti, seguire frasi erronee, darsi in preda a declamazioni passionate, e scrivere inesattamente; poiché moltissimi onorevoli membri di quell'adunanza sono fautori e amanti del Monarchico Regime, ed ammiratori delle virtù che ornano Re Ferdinando, condannarono quelle insensato rivolture e con le parole e con gli scritti, e tuttavia occupano gl'impieghi che avevano, o altri che in seguito hanno ottenuto.

Pertanto se ciò è vero, è anche verissimo, che la setta,

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Fuvvi anche un'altra potentissima cagione, ossia la influenza inglese, che mirava a sovvertire l'Europa per consolare i suoi sdegni nascenti dai matrimoni spagnuoli mandati ad effetto lei repugnante, e dal contratto dei zolfi siciliani, che ebbe un esito consentaneo al dritto, ma non alla inglese volontà. Della quale ultima circostanza, come quella che riguarda il nostro reame, uopo o che io dicessi ora alcuna cosa, che per manco di opportunità in altre carte non ho potuto dire.

La interessantissima industria degli zolfi in Sicilia ha mai sempre richiamata l'attenzione dei nostri Re per immegliarla e renderla più fruttifera; e massima fu quella di Ferdinando il quale vedeala ai suoi tempi assai scaduta; nel mentre che aumentavasene lo smercio per lo crescente bisogno delle fabbriche dell'Inghilterra, della Francia, degli Stati Uniti di America, del Belgio, dell'Olanda, e di altre Nazioni.

I Negozianti inglesi avean messo mano fra quelle ricchezze, e formato un monopolio, pel quale era spinta ad estrema mina la industria dei Zolfi;

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per essi eran tenute le principali zolfataje, per essi incettavasi il minerale dai piccoli o poveri proprietari, sì che vendevano lo zolfo allo straniero a quel prezzo che meglio tornava utile. Della ruina della sulfurea industria tutto il commercio risuonava.

Nel 1834 una Compagnia di Commercio si fece a proporre di acquistare unicamente per lei tutto lo zolfo di Sicilia per dieci anni; ma una Commissione appositamente istituita dal Governo, vedutone il monopolio, frastornava la proposta. I mali per la forestiera cupidigia, non pure continuavano, ma volgevano in peggio. Nel Marzo del 1836 i Negozianti Francesi Taix ed Aychard proposero al Governo un contratto, che presentava maggiori e particolari vantaggi, fra i quali notevole era questo, che 400 mila ducati annui si volgessero ad abolire il balzello del macino rurale, che segnatamente gravava sui più bisognosi agricoltori, e popolani; epperò il Re, dopo uditi i pareri di una Commissione, e della Consulta, approvava il contratto nel Luglio del 1838.

Ciò non andò a sangue dei speculatori inglesi, i quali si vedeano sfuggito di tratto le preconcette speranze; si che cominciarono a muovere alto scalpore, allegando essersi aperto il varco al monopolio, arrecato un danno al commercio, fatta una ferita al dritto della loro proprietà, rotto il trattato del 1816 tra l'Inghilterra e il Reame delle Due Sicilie; le quali ingiuste doglianze echeggiarono perfino nell'Inglese Parlamento; epperò fu spedito appo il nostro Governo un Mac Gregor, sostenitore della violazione del Trattato del 1816, e di altre assertive.

Insussistente era la violazione, poiché il sulfureo dazio risguardava le nazioni più favorite, fra quali la in

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Intanto il nostro Governo aveva stabilito coi Capi della Compagnia lo scioglimento del contratto mercé un'amichevole indennità, quando il Ministro inglese appo noi fece correre una nota, con la quale chiedeva il tostano annullamento del contratto, e la riparazione dei danni che si asserivano sofferti dagl'Inglesi; ed una squadra inglese ai cenni dell'ammiraglio Stepford, senza dichiarazione di ostilità, correva il nostro golfo predando legni mercantili napolitani.

Memorandi furono in quella emergenza le parole, e i fatti del Re: Rispondea: Trattato del 1816 non è violato dal contratto dei zolfi: in luogo di danni gl'Inglesi hanno ricevuto beneficii considerevoli: Io ho dunque per me Dio e la giustizia; sicché fido più nella forza del dritto che nel dritto della forza. Intanto affortificò i luoghi più opportuni del golfo di Napoli; stabilì un campo in Messina; ingrossò la guarnigione di Siracusa; armò tutta la flotta, ordinò l'embarco sui legni inglesi stanzianti, o arrivanti nei porti o nelle coste del regno. Però guari non andò, e accettata la francese mediazione, si venne ad accordo preliminare, e cessarono le scambievoli ostilità. Il parigino Gabinetto dichiarava non esservi violazione del Trattato; avere il Re delle Due Sicilie il dritto d'imporre qualsiasi gravezza sui zolfi, desiderare però che il contratto Taix si abolisse e si dessero indennizzazioni ove ne scadesse il dritto.

Questa fine ebbe la vertenza dei zolfi, la quale sebbene fosse consentanea al dritto, ed alla giustizia, non però si attagliava alla inglese volontà, e quindi rimanea

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Per ultimo allo svolgimento della rivoluzione potentemente influirono i principi studiosamente sparsi in varie Opere, da costituire una sovversiva letteratura, la quale penetrava nelle menti, ed era avidamente chiesta, perché trattava di novità, che soglion solluccherare gli animi, ed empirli di lusinghe e di speranze. Sorprende pertanto come si fossero largamente divulgati quei principi in Italia dove libera non era la stampa, minacciati erano gli Autori dalle censure ecclesiastiche, e dai colpi delle leggi.

Giuseppe Mazzini soffiava negl'intelletti prima con l'Indicatore Genovese, e poscia con l'Indicatore Livornese; indi redigeva il giornale intitolato la Giovane Italia, il quale era abbondevolmente sparso in talune città d'Italia; infine, ridottosi in Londra, pubblicava un altro giornale, l'Apostolato popolare; nelle quali opere egli andava in vario modo svolgendo il pensiero di scrollare i troni italiani, distruggere il Cattolicismo, o fondare la repubblica.

Giuseppe Ricciardi ponea anch'egli una mano sull'edilìzio con la sua Storia d'Italia dal 1850 al 1900, nella quale, balestratosi a corso lanciato nei campi lusinghevoli della fantasia, andava spaziandosi intorno all'avvenire d'Italia. Comincia egli a vedere gl'Italiani innalberare il vessillo della rivoluziono, scender nei campi, versare largamente il sangue, sobbalzarsi per ben sette anni da una in altra vittoria, o per ultimo raccoglierne il frutto: proseguendo nelle utopie, parla dello istituzioni che debbono allignare fra gl'itali popoli, e trae a riposare la già stanca ed appagata fantasia sotto al rezzo dell'albero repubblicano. Egli dopo aver vibrato la caustica parola contro il Principato ed il Papato, così scriveva «L'Italia è più acconcia

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Quanto prima un'era novella incomincerà per gli uomini, l'era gloriosa di una redenzione».

L'Autore delle Sperante i Italia, ossia il Conte Ballo, discendeva alla riformatrice palestra, accennando alla indipendenza d'Italia, ma per una via diversa dalla Mazziniana; imperciocché mostrata la impossibilità e la inettezza della repubblica federativa, del risorgimento del Regno d'Italia, della lusinga che un Principe solo stringesse le italiche redini, della speranza che tutti i Principi voltassero le armi riunite contro dell'Austria, dello spegnimento del potere papale, di una insurrezione generale, veniva ad additare la via da seguirsi, ed era, secondo lui, una guerra contro i Turchi; perché caduto l'imperio mussulmano, l'Austria si recherebbe al possesso di una porzione di esso, lasciando le italiche regioni.

Veniva a dare una poderosa spinta al corso delle cose l'Abbate Vincenzo Gioberti col suo Primato Civile, e Morale degl'Italiani, nel quale ridestava con fiorita e maschia eloquenza la italica nazionalità, e blandiva gli animi con l'agevolezza e la utilità di riunire la penisola con una lega di Principi Italiani, timoneggiata dal Pontefice. Parimente favoriva le nuove idee il Durando con la sua Opera Della Nazionalità Italiana, nella quale si parlava di riforme governative che miravano alla indipendenza italiana.

Divantaggio Massimo d'Azeglio, cacciandosi anch'egli nel campo, mostrava nel suo Programma, che la via più opportuna per giungere alle riforme consisteva nello instillare nell'animo dei Sovrani moderati sensi liberali, i quali pertanto, sarebbero stati agevolmente accettati o fecondati. «Quanto maggiore (ei diceva) sarà in Italia il

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e felicemente progrediremo nella via della rigenerazione».

Né nel nostro regno inoperose si teneano le penne, anzi l'esempio mentovato accesamente imitavano. Ai 30 maggio del 1847 veniva stampato un indirizzo inforno a taluni necessario riforme che vorrebbero essere introdotte nel regno, nel quale man mano si andavano esponendo i mutamenti da recare in tutte le parti del Civile consorzio, non esclusa neppure la religione, intorno alla quale, fra le altro cose, mentre si ritenea che uno dei principali doveri di ogni buon governo è senza dubbio quello di proteggere la religione del paese, si aggiungeva non perciò non debbesi tollerare le altre religioni!

Dopo l'indrizzo uscirono le Proteste nelle quali, più, svelatamente procedendo, si additava alla pubblica vendetta il real governo, e si facea appello alla ribellione, ed al sangue. Né di la dal Faro diversamente si operava: varie stampe clandestine furono diramate e segnatamente le intitolate Siciliani all'armata, e i Siciliani ai loro fratelli di Napoli, nelle quali con vario artifizio di ragioni o di eloquenza allo scopo della rivoluzione si mirava.

Le quali scritture patrie e straniere ansiosamente chieste, e artatamente divulgate, mirabilmente voltavano gli animi, i quali non dissuasi da principi contrari, erano in quelle idee sprofondati; e tormentati dal desio di attuarle, punto non si sostavano alla vista delle armi, dello minacce, e dei supplizi, e non altro aspettavano che il momento d'irrompere.

Per ultimo una innocente spinta veniva dal Vaticano; poiché i liberali di cose sacre e profane si avvalevano. Morto Papa Gregorio XVI, fu eletto Pontefice il Cardinal Mastai Ferretti, il quale, stimando i tristi or

rinsaviti, sì era fatto ad immegliare in saggio modo lo condizioni del suo reame, e a perdonare tutti coloro, che per politiche. colpe erano in esigilo, o in altre amaritudini.

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Ciò valse a far credere, che Pio IX avesse imbrandita la spada e non l'ulivo nello ascendere al pontificato, e che le mire della setta avrebbero in Lui un saldo cardine! Ma quanto si dilungassero dal vero tali fallacie, bene il mostrarono le prudenti opere per Lui fatte, e segnatamente una memorabile allocuzione, che nel seguente libro riporterò.

Queste sono le cagioni, che per quanto pare hanno prodotto la nostra rivoluzione, sulle quali ho curato di distendermi alquanto, poiché sì come nei mali che affliggono il corpo nulla non si concludo per la salute ove le causo si trascurano, così nei mali politici nulla non si consegue per la pace, ove le cagioni non si evitino. Lo armi vincono le armi, ma non mai le opinioni e le credenze; si che i semi rimangono ascosi, e le scintille sotto cenere quietamente ribollono, e prorompono appena la opportunità no scade. Recide il Chirurgo la parte cancrenata, ma se non toglie le cagioni interne la cangrena rinasce; cosi spengonsi con le armi le rivoluzioni, ma ove le cause non si rimuovono esse non tardano a tallire di nuovo. E qui arresto il mio dire, poiché lascio il campo politico ai sapienti ed intendenti di queste cose, o mi rivolgo alla narrazione dei funesti effetti che alle cagioni mentovate tenner dietro. Di tutto, di lamenti, di sangue, di calamità, di dolore, di sciagure la mia narrazione ridonderà. Cosenza, Reggio, Penne, Gerace, Messina, Palermo, Siracusa, ed altre città, daranno materia al funesto racconto.


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CAPITOLO XIII.

RIVOLGIMENTI E TUMULTI.

Sommario

Breve tumulto nel Principato Ultra. Nefando attentato alla vita del Re; e magnanimo atto di clemenza. Sommossa di Penne nell'epoca lamentevole del Colera. Palermo da rivoluzione e fatti atroci conturbata. Gran sangue, gravi casi, insano furore, incredibili efferatezze, numerose morti, supremo terrore in Siracusa, di eccedenza cotanta punita. Lievi ed innocenti rumori in Messina. Ribellione in Catania. Il Marchese del Carretto riconduce l'ordine e la tranquillità nelle agitate regioni. Moto in Cosenza con feriti e morti, fra quali il Capitano Galluppi. Un nervo di liberali, imbastita in Corfù una spedizione sul napoletano, per fondare la Unità d'Italia, si spingono ai loro disegni, sbarcano sul cotronese lito, s'internano nello calabre campagne, son perseguitati dalla pubblica forza, cagionano e patiscon morii e ferite, o incontrano il rigore delle leggi in Cosenza. Un rivolgimento divampa nel Distretto di Gerace: scoppia in Bianco, si estende in Bovalino, in Ardore, in Siderno, evita la minaccevole Gerace, si trasporta in Giojosa, o in Roccella, dove si arresta e si dilegua in prima per un accidente curioso, e poscia per opera delle forze del Governo. Sommossa in Messina e in Reggio. Tumulti in Napoli e in Palermo.

Dò cominciamento alla trista narrazione dei crudeli effetti che susseguirono allo cagioni mentovate nel precedente capo, i quali conturbarono a quando a quando il periodo di che trattiamo infìno a che un vasto o grave cataclismo sovvertì tutto il Reame, e di estrema rovina il minacciò. Nel 1833 accadde il primo tumulto.

Un branco di sediziosi del Principato Ultra fra quali alcuni beneficati dal Re, uscirono in campagna, innalzando il vessillo della rivolta, o con proclama annunciarono di voler mutare la forma del Governo.

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Guari non andò e la pubblica forza fu sulle loro pesta, o imprigionatili furono. dalla Commissione Militare di Terra di Lavoro condannati alle convenienti pene. Ed è degno di nota che il Re ordinava, che il processo fosse compilato largamente, e che i detenuti fossero trattati con molta discretezza, e si fornissero di tutti i favori conciliabili con la gravezza del loro delitto. Tratto di clemenza, il quale produsse grata impressione 'nel generale, e non lieve conforto fra le miserie di quegli sciagurati, i quali agitati dal rimorso della coscienza, e mossi da gratitudine, variamente benigni sensi al Sovrano esternarono.

Ma la propaganda, venuto meno il reo disegno, altro più nefando ne concepì, ossia quello di attentare ai giorni preziosi del Re, certamente nel proposito di abbattere la più salda colonna, che sostenea io un punto di Europa un porto di tranquillità nel quale venivano a riparare i travagliati delle politiche commozioni che molte nazioni agitavano.

Un giovane uffiziale di Cavalleria, già beneficato dal Ile, e quattro o sei bassi uffiziali sì proponevano di compiere tanta enormità, allorquando addatisine gli Ufficiali superiori, scoprirono la rea trama; epperò i congiurati cercarono di spegner con vicendevoli colpi le scelerate vite, o altrimenti sottrarsi al rigore delle Leggi. Dei due che si vibrarono i colpi, uno restò spento, l'altro gravemente ferito. Non si può descrivere con parole lo stupore, che invase gli animi nello annunzio dell'orrendo attentato; e lo sdegno contro gli autori di esso.

Intanto gl'imputati venivano giudicati dalla Suprema Commissione pei reati di Stato, e condannati a perder la vita sul patibolo col terzo grado di pubblico esempio. Il dì 14 dicembre di quell'anno era destinato alla esecuzione. Già il palco vindice era innalzato, la truppa intorno ad esso indrappellata, il circostante largo di folta moltitudine gremito, l'orrido corteo dei condannati giunto, e il capo di questi quasi sotto alla mannaja, allorché apparve un nunzio di pace, portante la grazia del Re.

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È indescrivibile l'effetto di tanta clemenza nel punto istesso in cui l'ora suprema parca scoccata per quegli sciagurati. Lagrime di riconoscenza proruppero da tutti gli occhi. E quell'atto di clemenza rimano come gemma nella vita del Re, che splenderà nei futuri sì come nei presenti splendé.

Ritornato invano le triste mene della rivoluzione nel modo accennato, altri modi maturava, e per altre vie si addentrava per giungere al suo disegno; la miseranda occasione del colera fu carpita e messa a profitto. Andavasi soffiando appo noi si come altrove, non essere il colera flagella divino, ma umana nequizia; esso da mani potenti venire; adoperarlo per «sgomentare gli uomini, affinché dalle rivolture le menti declinassero, o mille altre stranezze di tal novero imboccavano, le quali non lievi disordini producevano.

Nel torno di quei tempi era in Penne, città capitale di distretto, una mano di uomini di perduta fama, i quali da qualche tempo mulinavano il disegno di sovvertire il regno. Con malvaggi scaltrimenti nel Maggio e nel Giugno del 1837 spargevano allarmanti, notizie faceano allignare fra la credula plebe il sospetto del veleno, da essi con nefando artificio convalidato, poiché avevano gremite di ostie colorito lo vicinanze delle fontane. Radicata bene la credenza si posero all'abrivo dei rei propositi. Dopo il mezzodì del 23 Luglio di quell'anno d'un tratto sorpresero il posto di Guardia della Gendarmeria, ed innalzarono il grido della rivolta. Mancando la conveniente forza pubblica rimasero padroni della Città, ed obbligarono con le armi i più buoni cittadini a tener dietro ai loro deliri. Durante quel brevissimo periodo si commisero enormità detestevoli per apportate ferite, tentate uccisioni, imprigionamenti arbitrari, minacce, terrori. Monsignor Ricciardoni si mise nella difficile opera di rimenare la sconvolta moltitudine nella diritta via; ma la sua parola di pace e di giustizia non fu punto né poco ascoltala, anzi gliene vennero minacce, ed attentati alla sua vita.

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Però non furono all'intuito sterili le voci del buon Prelato, poiché gl'ingannati di visi dai capi tosto si arresero, detestando i loro trascorsi, ed abbandonando lo file dei sollevati, i quali rifiutati dai paesi prossimani che avean tentato di contaminare, ed ormai inseguiti da un pugno di gendarmi, o spaventati da maggior forza, che era per reni re, si posero in fuga, ma furon tosto assicurati dalla giustizia.

La Commissiono militare riunita in Penne condannava all'ultimo supplizio i capi della rivolta, e ad altre pene altri individui, o diversi altri metteva in libertà. Penne fu degradata anch'essa; poiché la sottointendenza fu trasferita in Città S. Angelo.

Più gravi fatti avvenivano in Sicilia poiché più risentiti gli animi, eran meno inclinati a sopportare il flagello del colera, o più facili a gridare alla umana malizia, e a correre alla vendetta. Lo autorità di Palermo avevano arrestati alcuni pretesi avvelenatori sotto coloro di doverli sottoporre a regolare giudizio, e condannare legalmente, ma nel pietoso fine di camparli dall'ira popolare che allo estremo supplizio li chiamava non riuscivano.

Negli 11 di Giugno del 1837 intanto l'efferata popolaglia immolava al suo sdegno due supposti avvelenatori, e trascinavane gli orrendi e guasti cadaveri per la via della inorridita città. Accorse la forza armata, disperso il furioso brulicame, e s'impadronì dei rei di tanto delitto. Il Luogotenente nominava una Commissione Militare per giudicare e condannare in tempo breve ognuno che si permettesse di arrecare ad altrui la menoma violenza. Il forte comando sortì i suoi effetti: i perturbatori quietarono.

In Siracusa maggiori danni ebbersi a deplorare. Ai 15 di Luglio mentre il colera percuoteva i Siracusani, sparsa la falsa voce, che i forzati erano evasi, la città fu piena di terrore, ma tosto ritornava alla tranquillità; nella dimane, ripetuto il grido, si ripeterono i rumori ed il terrore.

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Nel 17 si formava nini guardia civica nello scopo di, prevenire la catastrofe demanio dal creduto avvelenamento. Nel dì seguente persuaso sempreppiù il popolo da coloro, che ai sovvertimenti intendevano, che il colera fosse opera di veleno sparso dappertutto, ratto s'impadronisce di un forastiero che dirigeva un Cosmarama, della sua moglie, di un suo domestico, e di tre siciliani; dei quali i due primi furon messi in prigione, e gli altri quattro, ligati alle colonne che ricingono la scalinata della Cattedrale, orrendamente sacrificati. Un Commissario di Polizia ebbe la stessa sventura. Nel medesimo giorno una turba sfrenata si spinge nella campagna dove l'Intendente di Siracusa si rimanea per tema del colera, e tosto insignoritosene lo riconducevano nella sconvolta città, e giunto appena nel limitare delle cittadine porto fu crudelmente morto, o i brani del mutilato corpo portati con cruda compiacenza e appesi nello colonne bruttate dagli antecedenti cadaveri.

Gli orrori della commessa tragedia, e le crescenti e magnificate voci del veleno rinfocolavano la fantasia, e quindi aumentavano lo credenze, e le vendette. Il veleno dicevasi sparso nelle saline, nelle cisterne, nella Carina, nei campi, nell'aria istessa; lo autorità credute depositario di quello, e quindi alla suprema sventura chiamate; a tal modo furono spenti non senza fatti d'inaudita ferocia un Ispettore di Polizia con un figlio, il presidente della Corte Criminale ed altre persone in Floridia, dove eransi rifugiate. Nella sera dei 20 una larga illuminazione, ed il suono a distesa delle campane furon segno dei trionfo della efferata ed ebbra moltitudine. Nello stesso tempo una banda armata facevasi all'assalto di un posto di Gendarmeria e di Fanteria, ma ne fu con danni respinta. La guarnigione di Siracusa era ben ristretta, e dovea vegliare alla sicurezza dei forzali e della cittadella senza potersi compromettere per le strade.

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Nel 31 Luglio il popolo era ancora in armi, e nel suo furore, ed invasato tuttavia del supposto veneno, mise a fuoco una bottega, arrestò altre persone, fra quali il capitano del Lazzaretto. Intanto avuta contezza ai 2 di agosto, che il Generale del Carretto era per avvicinarsi con poderóse forze, i deliri andarono al colmo, percorrevano le strade, gridando morte agli ufficiali ed a tutti, cercarono di corrompere i soldati, e si prepararono alla resistenza. Trassero furiosamente con archibugi sur una scorridoja la quale era andata dal Comandante della siracusana fortezza per aver notizie circostanziate degli avvenimenti corsi e dello stato della Guarnigione.

Il giorno cinque Agosto accaddero nuovi furori e nuove morti. Quattro persone fra quali un prete, tratte dalla campagna nella città, il Direttore del Cosmorama, Schwentzer e sua moglie, strappati a viva forza dalle prigioni, alcuni agenti di polizia, ed il Capitano del Lazzaretto, furon menati nella piazza della Cattedrale, e barbaramente massacrati. Le mutilazioni, e i guasti arrecati ai corpi tuttora palpitanti di quei miseri furono incredibili, e degni piuttosto di belve che di nomini. I giorni susseguenti altre barbarie videro. Giovani, vecchi, e fanciulli, donne ed uomini, preti e secolari, impiegati e paesani, e persino un cieco furono a quell'insano e bestiale furore immolati; il quale alla pur fine correndo l'ottavo giorno di quel mese, ebbe termine per l'annunzio dello arrivo delle truppe.

Tutti i colpevoli dopo avere sgomentata col sangue e le enormità la miseranda Siracusa, cercavano di svignarsela su di alcune barche, le quali per altro furon tosto imprigionate e rimenate nel porto da una fregata a vela che già era sorta in quelle acque.

Una Commissione militare fu instituita; ventisei colpevoli furon passati per le armi, e Siracusa degradata, fu in sua vece creata capo luogo del Vallo la città dì Noto.

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Messina fa eziandio da breve rumore turbata per l'arrivo di un bastimento carico di vesti da Napoli, ma respinto questo, tutto ritornò in calma. Non così di Catania, la quale nella via della politica rivoluzione con massimo calore si spinse. Al cadere di Luglio del 1837 con pubblici avvisi annunciavano i Catanesi essere il Colera cagionato da veleni sparsi dappertutto, prendesse opportune misure il popolo, in contrario sarebbe come Palermo decimato e misero. La popolaglia andò tosto a rumore: la piccola guarnigione. disarmata, il busto dell'ultimo Re fatto in pezzi; deposta l'amministrazione; proclamata l'indipendenza della Sicilia. Questo proclama spedito in un istante in tutti i paesi, non ritrovò eco in nessuno, né nella stessa Siracusa, di tanto sangue bagnata. I capi della rivolta, pressati dallo approssimarsi delle regie truppe, cercarono scampo nei vicini monti, ma arrestati, e giudicati da una commissione militare, ne furono messi a morto otto.

In moltissimi altri paesi non dissimili furori, esangue, ed incendi sursero; ma dappertutto ricondusse tranquillità il Marchese del Carretto, mandato in Sicilia con conveniente numero di truppe, e con l'alter Ego nelle tre valli di Catania, Messina, e Siracusa.

Continuavano le mene, gli effetti continuavano. Altro moto ai 15 Marzo del 1844 avvenne in Cosenza. Un nervo di facinorosi all'alba di quel giorno si cacciò nella città levando grida sediziose. Meravigliata restavano quella popolazione allorquando il bravo Capitano Galluppi, al quale tosto si congiunse il Comandante del battaglioni Capitano Scalese, furono all'assalto di quelli, e quattro rimasero spenti, molti feriti, tutti fugati.

La vittoria pertanto fu amareggiata dalla perdita del Capitano Galluppi il quale rimase estinto nel conflitto. Intanto assicurati alla giustizia i sediziosi, fu emanata la sentenza la quale condannavano 21 alla pena capitale, ma perché il Re, facendo atto di clemenza,

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aveva ordinato che si eseguisse pei soli capi, soltanto 6 la soffrirono a 22 ore italiane del giorno 11 Luglio in Cosenza.

Alquanti mesi dopo, un tentativo di maggior momento interveniva, al quale il già narrato avea dato non poco stimolo, né lieve occasione.

Coloro che avevan gli animi volti a novità, punto non si eran rimasti dal magnificare gli avvenimenti di Cosenza, per essi già le Calabrie erano in aperta sedizione, innumerevoli bande la percorrevano qui o colà in vittoria, la rivolta di giorno in giorno spaziava; calabri appennini echeggiavano di rumori, e finivano con incitare i cupidi dello novità a correr tosto sulla innacerbita Calabria, e dar fiato e fondamento a quelle importanti mosse. Lo quali bugiarde parole un tragico fatto arrecarono, che io mi appresto a narrare.

Fin dal principio del 1844 crasi aperto in Ceriti un focolajo di trame e di disegni per unificare l'Italia, o cotidianamente vi si attendea; sì che divulgata la cosa si accostavano nella funesta isola i più arrischiati, al medesimo scopo corrivi, ed alla malagevole impresa s'inanimivano, e perché ciò che ardentemente si vuole facilmente si crede, cosi loro parca, che ormai fosse per essi la vittoria, che tutti i Troni fossero scrollati, o che dall'Alpi all'Etna un solo vessillo sventolasse.

Intanto continuavano le false notizie dei napolitani tumulti 5 il giornale il Mediterraneo n'era pieno a ribocco; e secondo esso non v'era angolo dello napolitano provincie in cui non formicassero gli armati; non abbondassero i mezzi della guerra, o non si approntassero a fieri combattimenti, e le truppe fossero fredde spettatrici. Per la qual cosa gli emigrati di Corfù vennero nel disegno di andare nello Calabrie, per mettersi alle redini del supposto rivolgimento, e indrizzarlo a buon fine. Ed infatti apparecchiati proclami, vessilli, progetti,

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ed armi partivano da Corfù 21 italiano (1) nella notte dei 12 Giugno 1844 per alla volta dei calabresi liti.

Il napolitano Governo, informato dal suo Console residente in quell'isola dei proponimenti e delle mosse, aveva spedito per cautela un Vapore in crociera, ma gl'innovatori navigarono inosservati, ed ai 16 del cennato mese, ad un'ora o mezzo di notte, sbarcarono a circa sci miglia da Cotrone sulla spiaggia nomata il Lagonetto, e poscia, fatto dileguare il bastimento, e scompartiti in tre divisioni, ai cenni di un Ricciotti, muniti di armi, uniformi e di una bandiera con grand'aquila gialla su fondo bianco, si avviarono per le terre del Cantorato, e poco dopo giungevano in una campestre casetta del fondo Poerio. Cinque calabresi che stavano a guardia ed a coltura di quello terre, avuto sentore del l'alto, messi in armi, si accostavano per vedere di che si trattasse, quando il Ricciotti andò loro all'incontro, sventolando un bianco fazzoletto, chiamandoli ad alta voce fratelli, ed appressatosi, prese e strinse la mano ad un Calojero, o baciatolo, presentò lui e gli altri quattro ai suoi consorti. Fu dato poco stante a costui l'incarico di assoldar gente, e di affiggere un proclama nella piazza di Cotrone, la quale dovea essere assaltata e conquisa nel tramonto del vegnente dì.

Se non che, avuta notizia che tutto era in calma in quei luoghi, la rlcciottiana banda, accommiatato Calojero,

(1) Erano Attillo ed Emilio Bandiera, da Venezia, figli al Barone Bandiera, Retro-Ammiraglio della Marina Austriaca; Nicola Ricciotti, da Frosinone: Domenico Moro e Giov. Manessi, Veneziani: Pietro Boccheciampe, da Oletta in Corsica: Anacarsi Nardi, Modanese: Giov. Venerucci, da Rimini: Giacomo Rocca, e Francesco Berti, da Lugo: Domenico Lupatelli, di Perugia: Carlo Osmani, d'Ancona: Giuseppe Pacchione, di Bologna: Luigi Nani, e Pietro Bassoli, da Forlì: Gius. Tesci da Pesaro: Tommaso Massuli, Bolognese: il Principe Miller, un suo cameriere, e Paolo Mariani, da Milano; Gius, Meluso, di S. Giovanni infiore in Calabria

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volse i passi per la cosentina regione; in questo un Boccheciampe, disgregatosi celatamente dai suoi compagni, si mosse per alla volta di Cotrone, dove giunto nel mattino del 18 Giugno, faceasi a chiarire alle regie Autorità tutta la tela dei falli, la partenza da Corfù, il luogo dello sbarco, lo mosse, i fini sediziosi, assicurando, far egli tal rivelazione a bella posta. Fra lo altre cose affermava «che scopo della spedizione era il mutar le forme governative di Napoli, e di Roma; che all'uopo doveano per S. Giovanni in Fiore recarsi nella Sila dove erano aspettati da 600 Cosentini, e con essi sorprender le carceri, ed ingrossar l'armata coi 900 detenuti nelle stesse esistenti; che sconvolto il Regno sarebbero passati nello Stato Romano con divisamente di dare a Roma un Re, e lasciare al Papa il solo governo spirituale» e finiva con dire «da ogni dove esservi segrete e numerose intelligenze per la sicurezza dell'esito; i suoi compagni essere il soffio che dovrà spander la cenere e divampare il fuoco che tutto nei due Regni covava (1).»

Per la qual cosa, il Sottointendente Buonafede, che reggeva il Cotronese Distretto, senza por tempo in mezzo, dava ordini energici, e svariati affine di esser presto sulle orme della forastiera Comitiva, e imprigionarla. Incontanente tutti gli Urbani furono in armi, e si renderono all'invito; fra gli altri un Arcuri, Capo-Urbano di Belvedere -Spinello, avuta notizia che quella mirava ad inselvarsi nella Sila, tese un agguato nei passi di Pietralonga, e di S. Maria delle Grazie, dove la campagna si protrae fra colline e cespugli, unico varco per tragittarsi in quel fitto bosco.

Intanto i Ricciottini, lasciato Poerio, si erano mossi per a S. Severina, e in sull'annottare del giorno 18 avviati pur la strada di Pietralonga; quando appressata la loro avanguardia nel lungo dell'agguato,

(1) Bonafede. Sugli avvenimenti de' Fratelli Bandiera, e di Michele Bello in Calabria ecc. ecc. pag.13 Napoli 1848.

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udivan fra le tenebre delle voci chiedenti chi fossero, alle quali risposero amici, e come fu loro detto» che si avvicinassero ad uno ad uno, incontanente fuggirono verso il vicino fiume Neeto: in questo gli Urbani fecer fuoco, ma senza danno, o si dettero sulle pesta dei fuggitivi. L'altra divisione intanto, udito il fatale rumore, avanzavasi tacita, guardinga e parata alle offese, e tosto scaricava le armi ai danni dei Calabresi (1) appena udiva il grido che gente, o più che di passo andò innanzi. Unironsi poco poscia le forastiere di visioni, e studiando il passo, cercavano di addentrarsi nella Sila; camminarono tutta la notte, e il giorno appresso (19), e solo intorno alle vespertine ore la stanchezza le costrinse a confortarsi nella stragola, territorio di S. Giovanni in Fiore, dove il campo si allarga in uno spianato ameno per sito, piacevole per le fresche acque che vi scorrono, pel rezzo di non pochi alberi, e pel comodo di una bettola. Quivi si abbandonarono i Campioni della nuova età; quivi duro caso gli attendeva. Poiché arrivatane notizia io S. Giovanni in Fiore, si destò in quegli abitanti bellicosi ed armigeri, fiero proponimento contro coloro che venivano a disturbare la pubblica pace, a mettere in periglio il Trono, o che nel giorno innanti avevano versato il calabrese sangue. Una via discende dal cennato paese, e sovrasta al luogo dove spensierata ed affranta si riposava la italiana comitiva; quivi i Sangiovannesi arrivati, ed affacciatisi, tosto una grandine di palle coi loro schioppi le vibrarono, e poscia come leoni divallaronsi nel sottoposto luogo, e sulla preda corsero. I ricciottiani, sgomentati all'improvviso caso e conoscendo ormai che la resistenza sarebbe stata peggiore, si deliberarono a gittare le armi, pregare, sventolare bianchi lini, chieder mercé, chiamare fratelli.

(1) Il capo Urbano xxxxxxxxx Gendarme

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Di essi morirono il principe Miller e il suo cameriere, molti arrestati, otto fuggirono, i quali poscia anche imprigionati, furono menati in Cosenza dove erano stati condotti gli altri.

Il Colonnello Zola, comandante interino della Provincia di Cosenza addì 25 Giugno istituì un Consiglio di Guerra subitaneo; ed ai 24 del susseguente Luglio riunitolo, il commissario relatore addebitava i forastieri di reato di cospirazione, ed attentato all'ordino pubblico, o di resistenza alla forza pubblica collo scopo di mutare la forma del Governo, e di spingere il popolo alla ribellione. Furon tutti condannati alla fucilazione col terzo grado di pubblico esempio, eccetto Boccheciampe il quale ebbe soli 5 anni di prigionia. Il Re, uditi i casi di Calabria, e grandemente contristatosene, ordinava che la esecuzione della condanna si restringesse ai soli capi; epperò i due fratelli Bandiera, Ricciotti, Moro, Nardi, Venerucci, Rocca, Berti, e Lupatelli nel mattino del 25 Luglio furon passati per le armi. Agli altri fu commutata la pena di morte in prigionia, o questa dopo pochi mesi in bando dal Regno.

Tale fu l'esito della spedizione, che porta il nome dei fratelli Bandiera; la quale mossa da ribollenti spiriti, e dalla stampa menzogniera, e fondata sull'instabile elemento delle vane speranze, andava a sommergersi nelle acque del Busento. Felice l'età ventura se la Giovane Italia, ammaestrata da questo saggio, si fosse tirata indietro dai suoi proponimenti! I fatti di Cosenza concitarono lo ire di quanti nella Italia vagheggiavano liberali riforme lo propagande più che mai si aizzarono, si forbivano i pugnali, contumelie dappertutto contra il napolitano governo si lanciavano. Le quali cose per verità eran conformi alla scapestrata età; poiché si apponeva in colpa ad un governo che applicava le sue leggi, e non a quelli che venivano ad infrangerlo e conculcarle;

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assai meglio si sarebbe fatto se si fossero scatenate le ire contro di coloro, che tenendo dietro ad inattuabili utopie, eran la vera cagione di quello e degli altri tutti. Parlossi di macelli cosentini, ma non delle uccisioni, né del sangue di Pietralonga si parlò. Si mosse molto scalpore di crudeltà e di barbarie quando che per la clemenza del Re ben nove vite furono al rigore della giustizia strappate, e di breve messe in libertà. Duro fu per Napoli il trovarsi in quelle fatali strette; ma più duri furono i giudizii e lo parole ingiuste che Io tenner dietro. Troppo reo tempo per lei correva!

Testé ho narrato come i forastieri venissero a disturbare il reame, ora mi narrerò come un disturbo dai regnicoli medesimi venisse. Napoli in tutti i conti si volea inabissata fra le furie civili. La narrata catastrofe non avea resi migliori, né dai loro propositi declinati quelli che alle novità intendevano; anzi per vari fatti che successero dappoi si erano via maggiormente infervorati. Nelle terre, che il vorticoso Faro congiunge, altro nembo era por addensarsi. Reggio, Messina, Gerace, furon da rumore e da sangue contaminate.

Un Verduci da Caraffa, giovane robusto, infaticabile, impetuoso, era il principale agitatore del Geracese distretto (1). Fin dai primordi di Giugno del 1847 divulgava concitatrici parole sulle costituzioni, andava depositando polvere da sparo in Bianco ed in Caraffa, faceva circolare in Reggio un proclama; e già verso la metà di Agosto si buccinava, che un rivolgimento di breve scoppierebbe, o che la terza luce del seguente Settembre minaccevole, e potente lo avrebbe veduto sorgere. In Bianco, in Staiti ed in altri Comuni del geracese distretto ribollivano i congiurati, quando si seppe che Messina alla prima aurora di Settembre era già insorta, o clic Reggio era in fermento.

(1) Bonafede. Opera cennata

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In questo arrivava da Reggio in Bianco un M. Bello, e tosto facea distribuire delle coccarde tricolori, innalberare una delle bandiere costituzionali portate da quella città, e chiamare dai prossimani paesi Verduci e i suoi armati, i quali tosto si resero all'invito, e fra amplessi, grida ed evviva, al progresso della ribellione vacarono. Disarmati i Guardacoste di Spartivento e nella casa doganale di Bianco rinchiusi e custoditi; tolte, infrante, o arse le imprese reali; il denaro e gli archivi pubblici frugati, resi liberi gl'incarcerati; la popolaglia in armi; tolte o scemate le imposte; fatte anticipar le somme sulle ordinarie contribuzioni, esercitato nelle sue più alte attribuzioni il supremo potere.

Intanto si andavano ingrossando gli armati più per minacce o adescamento, che per proponimenti o inclinazioni; imperciocché realmente il perno della rivolta consistea in pochi individui, non mica nella generalità, e la piupparte dei Comuni, e la stessa capitale del Distretto si affortificarono, e si tennero in armi affin d'inibire l'ingresso delle bande, o propugnarlo se occorresse.

In Bovalino si diressero a bella prima gli attruppati, poiché quivi un G. Ruffo attendeali. Ed ecco partire da Bianco un incomposto sciame di incomposti armati con una bandiera tricolore, emettendo frequenti, e contorte voci. Viva Pinomo, Viva la Calia! Irritavansi i condottieri che i nomi di Pio nono e d'Italia erano cosi alterati. Dovevano irritarsi con loro stessi nel mettere in questi affari una gente che tanto non volea sapere de' rivolgimenti, quanto non ne sapea neppure i nomi. Si pervenne in Bovalino, si cantò nella chiesa un Te Deum, vi si lesse un proclama: fra le venerande volte del tempio del pacifico Dio echeggiarono lo profane voci della ribellione.

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Nel mattino del 5 Settembre la stessa torba infiammata nel reo proposito, ed esaltata dai quieti successi del giorno innanti si mosse per Ardore, ove il gridio, gli evviva, i soliti nomi, le solite parole, lo strepito furono immensi: l'archivio del Giudicato Regio frugato, disperse le carte del ramo di polizia, ripetuto lo stesse improntitudini di Bianco. Da quel paese verso il mezzodì si partiva per la marina di Siderno, dove giunta, fu per altra quantità di gente e di segni ribelli ingrossata e concitata. Di più alte e frequenti grida fu l'aere assordato; di più grandi disordini e improntitudini il paese e la marina pieni.

I Capi del movimento volevan drizzare quella commossa moltitudine a Geraci, ma indarno il tentarono; poiché al primo rumore della rivolta i Geracesi imbrandite le armi per la comune difesa; barricate tutte le vie che alla città accennavano; posti in assetto, postati opportunamente e caricati a scheggia alcuni cannoni; accresciuto il numero delle Guardie Urbane; assicurata meglio la custodia delle prigioni; provveduto in altri modi alla comune salute, facevan sentire ai Capi, che avrebbero respinto la forza con la forza se si volesse conturbare la loro patria. Per lo che la tumultuaria banda, mutato consiglio, volse i passi per Gioiosa, dove fu piantato il tricolore vessillo, e rinnovata la scena dei precedenti giorni, che l'attonita ed ignara popolazione affollata riguardava. Letto il proclama costituzionale, si affisse nella porta della municipalità un' Ordinanza prescrivente la diminuzione della metà del prezzo dei sali e dei tabacchi, e l'abolizione dei dazi fiscali. Vennero sul solito tenore di riscuoter somme dai proprietari, di ardere le carte della polizia. Vuotarono le prigioni, infransero gli stemmi Reali. Ripeterono in somma le follie commesse negli altri comuni.

Intorno alle 23 ore si prese la via per Roccella dove si giunse alle ore 3 della notte.

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Il moto, le parole, le grida, gli evviva, le allegrezze furon grandi, moltiplicate, e da magnifiche laminarie rischiarate. Ultimi segni di quella scena; perché ormai l'instabile fortuna, che spesso si prende giuoco delle umane cose, con un accidente curioso facea conturbare e dileguare il roccellese tumulto. Arrivava in quelle acque ed in quel punto un legno mercantile, il quale spedì la lancia a terra per provvedersi di viveri;ma il Comandante di esso, avuto sentore del rivolgimento, incontanente a furia di segnali fatti con fanali curò di richiamarla; il che veduto, e creduto Vapore da guerra, apportò sconforto e dolore in mezzo a quell'accozzaglia tumultuosa, la quale quasi nebbia al vento ratto andò in dileguo. Fuggirono, senza frapporre indugio, i Capi; la moltitudine tosto si scisse, si slegò, e fra le tenebre notturne disparve. Solo Roccella stettesi fra tanto moto immota, conturbata, appaurita per un temuto bombardamento. Ciascuno fra gemiti, confusioni, timori ed accenti di dolore curava di porre in salvo oggetti preziosi roba, e vita. Tutti fra tanta confusione, e la notturna oscurità sulla vicina montagna traevano. Da grande tripudio io grande costernazione la imbelle fortuna avea Roccella in un tratto spinta.

Se non che, la nuova luce ricuopriva di vergogna e di sdegno i Capi della rivolta, i quali, si accorsero dell'errore, e, quel che più, vedeano il Sottintendente Bonafede, da essi imprigionato mentre si recava sur un legno doganale a spegnere le prime faville, il quale svignato non senza pericoli da quelle fatali strette, si era imbarcato su di altro legno doganale, e fattovi innalberare la regia bandiera, rasentando il lito, facea echeggiare le grida di viva il Re, alle quali tutti i paesi del geracese distretto uniformemente rispondevano; fino a che rientrava nella forte, custodita, e fedele Ceraci.

La sicura nuova dello arrivo delle truppe in quelle regioni aveva fatto cadere l'animo e i disegni ai concitati novatori;

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sì che tutti alla propria salvezza intendevano; ma non sì però che le vigili cure delle autorità eludessero; e per vero in ogni giorno venivano arrestali e condotti in Ceraci.

Il Governo, ricevute le notizie dei moti di Bianco, avea tosto dato l'incarico al Generale Marchese Nunziante di recarsi sulla ribellata regione, rimettervi l'ordine, e punire i ribelli; ed egli si partiva da Napoli il giorno 3 Settembre, sbarcava nel Pizzo il 4 con una colonna composta dal sesto Reggimento di Linea, da un battaglione dell'ottavo, e da una mezza brigata di campagna; giungeva il 5 a Monteleone, sostavasi il 6 a Palmi, arrivava nel giorno 8 in Casalnuovo, e nel vegnente in Geraci. Era suo proponimento di riunire la Commissione militare il giorno 10, ma dovette posporlo; poiché avuto avviso, che la banda dei rivoltuosi reggiani, condotta da G. Andrea Romeo, si era avvicinata in quei luoghi, si mise in movimento per rinvenirla e combatterla, al che per altro non poté riuscire, perché si era disciolta; epperò ritornato a Ceraci, nel giorno 20 stabilì la Commissione Militare, la quale, riunita alle calende di Ottobre sotto la presidenza del Colonnello Rossaroll, e stata in sessione fino a notte innoltrata, condannava ad unanimità di voti Michele Bello, Rocco Verduci, Pietro Mazzone, Gaetano Ruffo, Domenico Salvadori, Stefano Gemelli, e Giovanni Rosetti, Capi della rivolta, all'ultimo supplizio da eseguirsi nella dimane. Il Generale pertanto col fine di risparmiare qualche vita, scrisse alla Commissione, che avesse indicato chi offriva alcuna minorazione di colpa, per la quale sospender si potesse la esecuzione della condanna, e quella propose Gemelli e Rosetti. Epperò eccetto questi due, gli altri nel secondo giorno di Ottobre vicino al chiostro dei Cappuccini ebbero crivellati i petti, nell'alto stesso in cui mettevan fuori parole di libertà.

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Il General Nunziante, dopo spenta la rivoluzione, si partiva da Ceraci il giorno 7 Ottobre, facendo inviare alla Commissione Militare di Reggio gl'imprigionati politici; passava per Siderno, Roccella e Giojosa, facea disarmare le Guardie Urbane, dava altre disposizioni dirette al mantenimento dell'ordine pubblico. Si spingeva nel Distretto di Palmi per prevenire lo scoppio della ribellione.

Il fuoco della rivolta però non soltanto nelle geracesi terre, ma in Reggio ed in Messina contemporaneamente irruppe. Nel 30 Agosto del 1847 era corsa una lettera da parte dei Capi ai congiurati di Reggio, con la quale si prescriveva, che si fosser tenuti desti e pronti per dar fiato alla ribellione nella notte dei 2 del susseguente Settembre, ed avessero spedito in Messina un messo per partecipare ai loro confratelli il disegno, i concerti, affinché alzassero nel medesimo tempo la ribelle insegna.

Pertanto gareggiando le due città, Messina impaziente d'indugi, irruppe innanzi tempo. Infatti varcato di due ore il mezzodì del 1.° Settembre dopo lo scoppio di tre mortaletti, un nervo di circa cento armati ai cenni di un A. Placanico, negoziante di pelli, scompartiti in due divisioni, si divallarono dalle prossimo colline nella messinese città dalla parte dei cappuccini e dell'ospedale civile, e pervenuti e riuniti nella strada del corso gridavano viva Pio IX, viva l'indipendenza; e si fecero all'assalto di vari posti di guardia, ma dappertutto furono respinti; avevano eziandio in mente di sorprendere gli uffiziali che erano giusta il solito al pranzo nel grande albergo di strada Ferdinando; ma questi al primo rumore si eran di tratto mossi pel piano di Terranova, dove il Maresciallo Laudi, avea fatto dare il segno dell'allarmo, riunita la guarnigione, e speditene vario partite contro i ribelli; i quali alla lor volta con vario imputo ostavano. Si combatté più di due ore; ma infine

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I Reggiani, conosciuti i casi di Messina né punto sgomentali, attesero ai loro disegni. Nel mattino dei 2 Settembre, rannodatisi dieci dei più animosi congiurati, deliberarono di dar cominciamento alla rivolta; epperò armati convenevolmente si fecero a percorrere il Corso Borbonio fra sediziose voci; incontanente altri si chiarirono, o si accrebbero lo grida e le braccia: pervenuti vicino al Monistero di S. Maria della Vittoria, scorsero un forte nervo di armati, che erano lo guardie urbano di Pedavoli, che tosto si rendevano all'invito delle autorità, per affortificare le regie forze, ma minacciati dagl'insorti, ritornarono sui medesimi passi. Intanto la ribollente turba si cacciava di nuovo lunghesso la strada mentovata e s'imbatteva in un' altra schiera di sollevati ai cenni di un Pietro Mileti, che tolse il comando di tutti.

Ingrossati a tal maniera i liberali, presero ad aggirarsi per tutte le strade della città con una bandiera tricolore, gridando viva la libertà, viva Pio IX; si corrispondea dai balconi per timore o per concerto, agitando fazzoletti, e spargendo fiori. Elasse poche ore, venivano disarmate due legni doganali, e le armi distribuite. Intanto sopraggiunse la notte, si stava fra pensieri ed affetti vari, quando s'intesero un tamburo battente, e grida incomposte; erano quei di S. Stefano, i quali guidati da Domenico, Giov. Andrea, e Stefano Romeo, e da Antonio Fiutino, scendevano ad accrescere il tumulto, ripetutamente gridando fica l'Italia, viva Pio IX. Nella notte istessa fu stabilito un governo provvisorio, il quale vacò a tutte le bisogne della rivoluzione.

Al romper della nuova luce Reggio fu di sangue e di rumori piena. Furono assaltate le prigioni; la Gendarmeria ostò, produsse ed ebbe ferite e morti, ed alla fine soperchiata dal numero e dal furore, cedé; sì che dischiuse le carceri, il satellizio, il baccano, i pericoli, il rumore grandemente montarono.

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Le autorità civili e militari al primo scoppio del turbine, date le migliori disposizioni che si poterono, e non secondate, si ripararono nel vecchio e sguernito castello con alquanti artiglieri; ma nella terza aurora di Settembre, minacciate di esterminio, ove il castello non rendessero, capitolarono; epperò il ribello stendardo su quelle antiche mura fu impiantato.

In frattanto la notizia delle occorse cose era giunta a Napoli per le veloci ali dei telegrafi; epperò issofatto fu spedita una squadra di bastimenti a vapore ai cenni del Real Principe D. Luigi, Conte di Aquila, con tre mila soldati, sotto gli ordini del Tenente Colonnello De Corné, che dovea agire di concerto col Generale Nunziante, il quale prendendo posizione sulla strada di Monteleone, era di riserva alle truppe di Reggio, ed in comunicazione con quelle del Maresciallo Statella, il quale, riordinata ormai la cosentina regione, avea condotto le sue armi allo sbocco di Tiriolo.

Intanto nel mattino dei 4 di Settembre la flotta giungeva alla reggiana sponda, e come ebbe veduta la bandiera tricolore sventolante sul castello, incontanente vi briccolò delle bombe, le quali mentre apportavano terrore agl'insorti, ricuoprivano lo sbarco che si effettui va nel lido di Pontimele. Al rumore delle regie armi caddero ai sollevati tutti i proponimenti; cosicché frustrati nei loro disegni, abbandonata Reggio, si sparpagliarono per le prossimane regioni, e si condussero a pié frettoloso in alcuni paesi che giaccionsi sulle ultime falde del calabro appennino lambito dal Jonio. Le milizie intanto sulle loro orme andavano: successero conflitti, sbandamenti, fughe, di tal che di breve la reggiana città e le conter

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Se non che, il Real Governo, intento sempre alla pubblica tranquillità, nel laudevole divisamento di assicurarla in tutte le provincie, vi spediva nella prima mettà di Settembre vari corpi di armata. Mandava un rinforzo al Maresciallo Landi in Messina; Reggio avea il Tenente Colonnello de Corné con le summentovate milizie; il General Nunziante era nella Calabria Ultra seconda, e nella Citeriore il Generale Conte Statella; il General Carrabba percorreva gli Abruzzi; e il General Gaeta i due Principati; le Puglie eran guardate dal Tenente Colonnello Statella, e la provincia di Molise dal Conte Cutrofiano. Infine le piazze erano meglio provvedute.

Malgrado tutto ciò, il Real Governo era frustrato nella sua espettazione, e nel, cuore della stessa metropoli, anzi in sull'uscio istesso della Reggia i sintomi del rivolgimento si chiarivano. Infatti eran solite le militari bando di allietare il largo della Reggia con melodiosi concenti in sull'annottare, quand'ecco in una delle sere, in tempo delle pause che si frapponeano fra i pezzi musicali, udissi un batter di mani, ed uno scoppio di evviva coi quali si applaudivano taluni cangiamenti e riforme dal

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e poscia assordando l'aere con le stesse voci, si avviava verso le Reali Finanze per Toledo. Accorse la polizia, e pacificamente mise in dileguo quel baccano; il quale per altro ripetevnsi con maggiore imponenza in una sera del sussecutivo Decembre, ma di breve si. dileguava per l'attitudine ferma e minaccevole della pubblica forza, la quale ne imprigionava i capi. Intanto la metropoli era percorsa e tutelata da forti pattuglie di militari a piedi o a cavallo, sì che un' aspetto minaccevole avea.

In tal guisa le faville erano sopite non mai spente; anzi di luogo in luogo scoccavano. In Palermo potentemente riverberavano le napolitano mosse. Nella sera del 27 Novembre gran folla di popolo si stivava nel teatro Carolino, la quale alla fine del primo atto, unanimamente irrompea con forte schiamazzio, gridando viva Pio IX, viva l'Italia, viva l'indipendenza, o sventolando nell'assordato aere fazzoletti tricolori. Il teatro per altri segni ed altre voci, e mosse sovversive andò a rumore. Intanto coloro ai quali era commessa la tutela dell'ordine pubblico torpivano nella ignavia, il che arrecava ardimento, e stimolo ad ulteriori cose.

Nell'indomani, essendo domenica, la villa Giulia era oltre l'usato gremita di popolo, il quale agglomeravasi, e girava per quei viali, espiazzi, quando, scorta la statua di Palermo coronala di fiori, ornata di nastri tricolori, con al petto una turbolenta scritta, irruppe in clamori, e moti, ed entusiasmo indescrivibili.

Addì 29 Novembre si mandava ad effetto una soscrizione a casa di un particolare, nella quale ognuno ratificava con la propria firma le fatto promesse d'irrom

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la quale, dopo ascoltata un'allocuzione di un prete, giurava pel conquisto della indipendenza innanzi alla statua di S. Rosalia, patrona della città, nella cui destra già era messa una bandiera tricolore. Intanto accorreva al rumore una compagnia di granatieri, e dileguava quel baccano fugando tutti, arrestando alcuni.

Non si sostavano i novatori. Nella dimane una commissione di persone notevoli di Palermo guidata dal RetroAmmiraglio ritirato D. Ruggiero Settimo, e dal Pretore, Marchese Spedalotti, si recò dal Luogotenente presentando una domanda firmata da parecchie migliaja di persone, nella quale si chiedeva la tostana istituzione di una guardia nazionale sotto il colore di guarentire l'ordine minacciato. Ma il dignitoso, e giusto riscontro dato dal Luogotenente, frastornò pel momento, non spense i proponimenti; sì che cotidianamente allo stabilito scopo con ogni maniera d' industria i siciliani attendevano. Si buccinava che la rivoluzione scoppierebbe nella notte di natale allorché le campane cominciassero a squillare per la nascita di Nostro Signore ma dati dal Generale Vial opportuni ordini il disegno non ebbe effetto.

A tal modo giva all'occaso il 1847. Gravi casi non erano intervenuti; ma gravissime minacce e preparamenti e perigli esistevano. Gli animi fra varie speranze, timori, e pensieri tempellavano; l'avvenire in vario modo alle agitate menti si affacciava; e fra tanti dubbi il certo era, che troppo rea eredità l'anno 47 al sussecutivo lasciava


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INDICE

DEI SOMMARI.

DEL LIBRO I‹

CAP. I. - PRINCIPI ED ANTECEDENZE DEL REGNO.

SOMMARIO - Come e quando il Reame succede a Ferdinando II. Suoi primi anni. Assenti i suoi Angusti Genitori compie laudevolmente pubbliche funzioni di Corte, Religiose, e Militari. È nominato Comandante in Capo dell'Esercito, e poi Vicario Generale del Re, e negli altissimi uffizii mirabilmente si comporta. Disposizioni e leggi per Lai date o fatte. Morte di Francesco I., e suo cenno storico. Ferdinando II. ascende al Trono, ed emette un proclama memorando. Gaudio dei popoli. Stato politico universale. Brevissimo schizzo del nostro stato prima dei Borboni...........................................................................pag.1

CAP. II. - GRAZIA E GIUSTIZIA.

SOMMARIO - Ferdinando II segna il principio e il corso del suo regnare con diversi ed innumerevoti atti di Clemenza. Migliora grandemente lo stato igienico, amministrativo, politico e morale delle prigioni. Apporta modifiche, schiarimenti, innovazioni nella Legislazione Penale. Pratica lo stesso per la Civile. Immegliamenti dell'Ordine Giudiziario................................................pag.12

CAP. III. - FINANZA.

SOMMARIO - Ferdinando II rileva da stato deplorevole la Finanza. Ordina una ben intesa economia. Generosi rilasci fatti sull'assegnamento della Real Casa. Abolisce molti balzelli, moltissimine minora o modifica. Utili disposizioni intorno ai Banchi, alla Cassa di Ammortizzazione, alla Fondiaria, ai Dazii indiretti. Notevole diminuzione di alcuni rami del Debito pubblico, e spegnimento di altri. Ottimi provvedimenti pei generi di privativa, per le Poste e i Procacci, pel Registro e Bollo. Cassieri ed Agenti Contabili. Corte dei Conti. Monete e Garentia. Domami. Tesoreria Generale.....................pag.23

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CAP. IV. - AGRICOLTURA, E COMMERCIO.

SOMMARIO - II Re promuove grandemente l'agricoltura. Ridona al colono molte terre per Io innanzi perdute, o impedite. Favorisce assaissimo la utile istituzione dei Monti frumentarii, e pecuniari. Fa introdurre strumenti agrarii nuovi, e caldeggia te Società Economiche, e la istruzione agricola. Incoraggia variamente la Pastorizia. Ottime disposizioni intorno allo Foreste, di coi si cennano le prime ruine. Provvedimenti per la Caccia e per la Pesca. Sila. Tavoliere di Paglia. Ferdinando II volge particolari care sai Commercio. Immeglia o moltiplica i ponti e le stride. In mille modi procura il progresso della Marina Mercantile. Navigazione a Vapore. Scuole Nautiche. Porti. Fari. Corpo Consolare. Trattati di Commercio con varie Potenze Straniere. Banchi. Borse dei Cambi. Fiere e Mercati. Società Commerciali. Uniformità di Pesi e Misure. Fuggevol cenno del movimento commerciale del nostro Regno................pag.33

CAP. V. - MANIFATTURE ED OPERE PUBBLICHE.

SOMMARIO - Protezione particolare di Ferdinando II alle manifatture. Agevolazioni, e, premii ai Fabbricanti. Esposizione biennale delle patrie manifatture. Lavori pregevoli di Lana, di Cotone, Lino, e Canapa, Seta, Cappelli, Paglie, Cuoj, e Pelli, Cartiere, Vetri, Argilla ed altre terre. Metalli. Altri lavori diversi, e prodotti chimici. Innumerevoli quantità di Opifìcii. Ferdinando II s'interessa grandemente delle Opere Pubbliche. Le strade della Capitale. La Torre del Faro. Il porto militare. Illuminazione a gas. La Reggia. I cavalli di bronzo. Ospedali. Il grande Archivio del Regno. Il Real Museo. I Campisanti. Inalveameli. Emissario del fucino. Le strade ferrate. Ponti, e segnatamente i sospesi a catene di ferro sul Garigliano e sul Calore. L'Osservatorio meteorologico. Tempii, fontane, ed altre opere pubbliche. Consigli Edilizi! Diversi atti legislativi sul proposito. Il Real Corpo dei Pompieri..pag.47

CAP. VI. - ESERCITO, E REAL MARINA.

SOMMARIO - Il Sovrano con tutta la scienza e l'accortezza di un esperto Guerriero si crea un Esercito. Cenno Storico della nostra Milizia. Disposizioni varie concernenti la Recitazione i Distintivi militari, i Comandanti le armi. Ordinanza per gli esercizii e l'evoluzioni.

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Medaglia di Onore. Riserva, Cavalleria, Artiglieria. Giunta Generale dei Contratti Militari. Ospedali, Castella ed altro. Armerie. Arsenali. Fonderle. Istruzione scientifica e morale. Ferdinando li promuove la Marina da Guerra con fervore. Importanza marittima del nostro Regno. Schizzo storico della Real Marina. Vapori da Guerra. Cantieri. Darsena. Porto Militare. Scuole nautiche. Piloti. Servizio Sanitario. Orfanotrofio della Real Marina. Ascrizione Marittima. Ramo Amministrativo. Corpo Telegrafico. Real Corpo dei Cannonieri e Marinari. Istruzione dei Marini. Fuggevol cenno di laudevoli imprese dell'Armata terrestre e navale......................................................................pag. 61

CAP. VII. - AMMINISTRAZIONE CIVILE, E PUBBLICA BENEFICENZA.

SOMMARIO - Disposizioni varie intorno al ramo amministrativo. Rilevanti migliorie dei Comuni. Modifiche e mutazioni del Ministero. Consulta di Stato. Corpi Municipali. Cure perenni e singolari prese dal Re per l'Importevol ramo degli Impiegati. Memorabile Rescritto. Ferdinando II volge fervorose cure alla pubblica beneficenza. Instituisce la Real Commessione di beneficenza. Stabilimenti ed Instituiti varii di beneficenza. Orfanotrofii, e Proietti. Ammalati poveri ed Ospedali. Miri rivi della pubblica beneficenza pag.74

CAP. VIII. - SALUTE PUBBLICA.

SOMMARIO - Ferdinando II si adopera con fervore in bene della pubblica salute. Disposizioni varie. Scoverta del pus indigeno. Il Colera Morbo. Come e quando il Sovrano curasse di preservarne il regno. Pugliesi città primo campo dell'indica pestilenza. Spavento universale. Vengono per Napoli i dì ferali. Primo caso di colera successovi. Da tal lieve e presso che inosservata favilla il morboso incendio largamente divampa. Timori e mestizia generale. Il Re alla suprema calamità pari. Sembiante, corso, cagioni, cura ed altre circostanze del colera. Laudabile condotta dei Medici, e degli Ecclesiastici, e fra questi il Cardinal Caracciolo e Monsignor Perretti chiari lumi di carità. Tentativi turbolenti dal Governo declinati. Lacrimevole aspetto della Metropoli. Infine si ammollisce il rigore del Ciclo. Dolorosa traccia del colera, che il Governo procura di raddolcire.

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Nuova invasione colerica più della prima larga e spietata; nuovi provvedimenti del Re più dei primi generosi e confortevoli. Sicilia infelice tra furori pestitenziali. e civili furori avviluppata. Fine del Colera. Epidemia ferale del tarcicollo. pubblica salute sì ristaura........................................................................pag.87

CAP. IX. - AFFARI ESTERI ED ECCLESIASTICI.

SOMMARIO - II Monarca immeglia grandemente le relazioni internazionali. Riordinamento del servizio Diplomatico, e Consolare. Trattati diversi con diverse Potenze. Decoroso procedere del Re verso i Potentati stranieri. Disposizioni varie intorno alla Nobiltà. Regie cure sugli Affari Ecclesiastici. Case Religiose. Congreghe ed Arciconfraternite. Parrocchie. Patrimonio dei Corpi Morali. Patronati. Collegiate. Mense Vescovili, e simili. Tempii...................................................................... pag.104

CAP. X. - BELLE ARTI, LETTERATURA, E SCIENZE.

SOMMARIO - Le belle arti, le amene lettere e le scienze tenute in singolar conto e protezione dal Re. Architettura. Scultura. Pittura. Musica. Utili disposizioni per le belle arti. Prezioso ricordo di chiari uomini. Progresso letterario e scientifico. La lingua italiana. Poesia. Storia. Pregi della Scuola Filosofica Napoletana; il Galluppi principale suo fondamento. Matematiche. La Fisica pel retto tramite da sommi uomini additato progredisce. Chimica. Astronomia. Storia. Naturale. Botanica. Zoologia. Mineralogia. Geologia. Scienze Medico-Cliirurgiche. Materie Legali. Economia Pubblica. Studii Archeologici. Istituzioni, e Disposizioni varie pel progresso delle scienze e delle lettere. Il Congresso degli Scienziati Italiani nel Settembre del 1845.....................................................................pag. 111

CAP. XI. - AVVENIMENTI RICORDEVOLI.

SOMMARIO - Matrimonii del Sovrano. Nascita di varii Figliuoli del Re. Nozze dei Principi e Principesse Reali. Morti Regie. Utilissimi e ripetuti viaggi del Re per le provincie dell'una, e dell'altra Sicilia. Colonie mandate in Lampedusa ed in Linosa. Apparizione dell'Isola Ferdinandea. Meteore diverse. Orribil turbine in terra d'Otranto. Tremuoto spaventevole e sterminatore nei distretti di Catanzaro e di Cotrone...........................pag.122

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CAP. XII. - CAUSE DELLA RIVOLUZIONE.

SOMMARIO - Falso o condannevole patriottismo. Influenza del feudalismo, particolarmente in Sicilia. Ignoranza, e istruzione fraudolenta. Principii religiosi mancanti o pervertiti. Sette e precisamente la Carboneria, e la Giovane Italia. Procedere sregolato di talune pubbliche Autorità. Ambizione di migliorar fortuna, e pauperismo. Influsso delle rivoluzioni e dello guerre svolte in altri regni. Mancanza di morale. Erronea credenza di bisogno di riforme governative, ed in proposito mirabile organamento del nostro Governo. Qual parte è a darsi al Congresso degli Scienziati. Influenza inglese segnatamente per l'affare dei Zolfi di Sicilia. Principii sovversivi in varie opere pubblicati. Conclusione............................................pag.147

CAP. XIII. - RIVOLGIMENTI E TUMULTI.

SOMMARIO - Breve tumulto nel Principato Ultra. Nefando attentato alla vita del Re; e magnanimo atto di clemenza. Sommossa di Penne Dell'epoca lamentevole del Colera. Palermo da rivoluzione O fatti atroci conturbata. Gran sangue, gravi casi, insano furore, incredibili efferatezze, numerose morii; supremo terrore in Siracussi, di eccedenza cotanta punita. Lievi ed innocenti rumori in Messina. Ribellione in Catania. Il Marchese del Carretto riconduce l'ordine e la tranquillità nelle agitate regioni. Moto in Cosenza con feriti e morti, fra quali il Capitano Galluppi. Un nervo di liberali, imbastita in Corfù una spedizione sul napoletano, per fondare la Unita d'Italia, si spingono ai loro disegni, sbarcano sul cotronese lito, s'internano nelle calabre campagne, son perseguitati dalla pubblica forza, cagionano e patiscon morti e ferite, e incontrano il rigore delle leggi in Cosenza. Un rivolgimento divampa nel Distretto di Gerace: scoppia in Bianco, si estende in Bovalino, in Ardore, in Siderno, evita la minaccevole Gerace, si trasporta in Giojosa, e in Roccella, dove si arresta e si dilegua in prima per un accidente curioso, e poscia per opera delle forze del Governo. Sommossa in Messina e in Reggio. Tumulti in Napoli e in Palermo.....................................................................pag, 171

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