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SALVIAMO DIALETTI E CANTI DEL SUD

di SEBASTIANO GERNONE
 
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Un populu mittitilu a catina
Spugghiatilu 
Atttupatici a vucca,
E` ancora libiru.    
Livatici u travagghiu  
U passaportu 
A tavula unni mancia   
U lettu unni dormi,
E` ancora libiru.    
Un populu
Diventa poviru e servu,  
Quannu ci arrobbanu la lingua
Addutata di patri:
E` persu di sempri.     
Diventa poviru e servu  
Quannu li paroli nun figghianu paroli   
E si mancianu tra d'iddi.
Mi nn'addugnu ora     
Mentri accordu a chitarra du dialettu    
Ca perdi na corda lu iornu…
Un popolo mettetelo in catene
spogliatelo
tappategli la bocca
È ancora libero.
Levategli il lavoro
il passaporto
la tavola dove mangia
il letto in cui dorme
E' ancora libero.
Un popolo
diventa povero e servo
quando gli rubano la lingua
ricevuta dai padri :
È perso per sempre.
Diventa povero e servo
quando le parole non figliano le parole
e si mangiano tra di loro.
Me ne accorgo ora
mentre accordo la chitarra del dialetto
che perde una corda al giorno

Ignazio Buttitta “Lingua e dialettu”
  <>

Puozze na vota resuscità! / Scétate, scétate, Napule, Na’!
 

 S. Di Giacomo “ Luna nova”

 

Intendiamo scrivere cosa utile e ragionata nel sincretizzare un insieme di poesie del Sud,  articoli, interviste, testi di leggi in modo da diffondere – in molteplici direzioni e nel più lontano raggio possibile – l’urgente sollecitazione e desiderio di messa a fuoco di tutti gli strumenti utili alla tutela e alla rinascita d’uso del prezioso patrimonio dei Canti e Dialetti del Mezzogiorno –  scelta con diletto obbligata per ricerche che ci coinvolgono, e affinità culturali e storiche della macroregione duosiciliana - sebbene alcune analisi rintracciate riguardino l’intero territorio italiano, ed anch’esse vanno riportate per un comune cammino di conservazione e bellezza di una Memoria che appartiene a tutti. L’impegno che riversiamo speriamo stimoli gli assessori alla Cultura, le associazioni, le tv e le radio pubbliche e private, i singoli operatori ad estendere il progetto d’azione che - lanciando quest’ultimo prezioso sasso nella stagnante omologazione culturale - proponiamo a tutti i lettori.
Sull’utilità della cultura dialettale con il suo ricco patrimonio linguistico, favolistico, fonetico,

espressivo richiamiamo alla memoria l’impegno di tutti i ricercatori appassionati

d’ogni singola comunità, e quelle rare intelligenze di Calvino e Pasolini.

Calvino con la raccolta delle Fiabe di tutte le regioni e con molti scritti, citazioni, riferimenti (la sua passione per il cantautore Matteo Salvatore è nota), e Pasolini altrettanto

con la geniale antologia della poesia popolare dialettale (utilissima anche quella più recente d’autori vari nei Meridiani Mondadori curata da Franco Brevini), e con vari interventi in forme diverse.

Alberto Moravia in proposito, ricordava che la ricerca pasoliniana era riflesso reale delle voci popolari, e non aulica retorica quale fu quella alfieriana funzionale alla Nazione dei pochi.

Sia Calvino sia Pasolini hanno insistito sul valore rilevante della cultura definita locale, che inizia dall’espressione nei quartieri, nei piccoli paesi, nelle città, e davvero arricchisce l’insieme della corale sinfonia dei moduli espressivi parlati, suonati e cantati di un Paese; il premio Nobel Dario Fo ha sempre valorizzato le lingue popolari nei suoi testi e nel teatro rappresentati in tutto il mondo, vale a dire che le emozioni, le storie, le fantasie, le gioie e rabbie raccontate nei dialetti sono reali, vitali e non hanno confini se l’interprete è di gran pregio; e non è un caso se Eduardo De Filippo, sensibilissimo interprete in dialetto dell’universo meridionale napoletano seppure sempre conciliante nei finali, diede la direttiva affinché l’orazione funebre in suo onore fosse tenuta – come lo fu -da Dario Fo (allora non premio Nobel) con gran sconcerto dei potenti …

Pasolini, inoltre e a mo’ d’esempio, nella lettura dei nostri Dialettali osservava a proposito dei versi del barese Lopez riportati in un suo articolo:

‘ E u cardellicchie cande allegramente ‘...

“c’è molto di più o di diverso di quanto potrebbe far pensare la traduzione italiana: ‘il cardellino canta allegramente’... tra ‘cardellino’ e ‘cardellicchie’ c’è il salto che conduce da una fredda chiarezza a una sensualità diffusa, dall’affresco, diremmo, all’olio...”(P. P. Pasolini, Sulla Poesia Dialettale p.111, in Quaderni Internazionali diretti da Enrico Falqui, Mondadori 1947).

Del poeta Davide Lopez (1867 – 1953) che ricoprì cariche pubbliche si ricorda anche la poesia di denuncia civile, un rilievo amarissimo sulla realtà che si è formata con la Nazione senza alcuna nostalgia del passato. Con il noto racconto del garibaldino Checchi (in Eugenio Checchi: opere. 1886 Memorie di un garibaldino) che riguardava l’ostilità popolare dei baresi all’arrivo delle camicie rosse nel 1866 – dunque, dopo aver riscontrato duramente sulla propria condizione di vita il carattere di conquista del Sud del Risorgimento  -, Lopez  molti anni dopo continua la denuncia contro i governi crispini (si noti che il Crispi fu il regista della operazione dei Mille in Sicilia…) e giolittiani, ormai chiaramente colonialistici nella politica interna con l’ex Regno delle Due Sicilie e in quella estera: la Nazione mostra il suo divenire storico: dominio interno, colonialismo,  dittatura e imperialismo fascista…

Testo tratto da D. Lopez  “Canti Baresi”(1915):

 

 

U munne neve Il mondo nuovo

 

A jere si  rideve e si chjagheve,   Ieri si rideva e si piangeva,

ma josce non si mange e non zi beve;      ma oggi non si mangia e non si beve;

 

a jere chemmannave ‘nu bribbande,      ieri comandava un birbante,

ma josce stame ’manne a le brigande… ma oggi siamo in mano ai briganti…

 

A jere ci parlave ere arrestate    Ieri chi parlava era arrestato

ma josce ci non bache jè spegghjate;      ma oggi chi non paga è arrestato;

 

a jere che tre Jeffe era la ‘mbrese,   ieri con Festa Farina Forca era l’impresa

josce che tre Pe l’honne distese. oggi con Patria Popolo Progresso è distesa

 

La facce de la terre s’ha veldate,   La faccia della Terra s’è voltata,

u munne neve u vecchie ave scacciate;    il mondo nuovo il vecchio ha scacciato;

 

ave scacciate tutte, finghe u bene, ha scacciato tutto, finanche il bene

e ngi ave date ‘ngambie tasse e pene!     e in cambio ha dato tasse e pene!

 

U munne neve è care e jè criuse,   il mondo nuovo è caro e curioso,

fasce salì ngartedde le mueruuse. fa salir in cattedra i mocciosi.

 

Accoggje a vrazze apierte le brigande,  Accoglie a braccia aperte i briganti,

le ladre de la Paddrie chiame sande:      i ladri della Patria chiama santi:

 

ci tene sale ‘ngape e ‘mbiette core, chi ha sale in zucca e cuore,

afflitte cambe e disperate more!  afflitto vive e disperato muore!

 

Dassuse cingheciende bergeniedde Lassù cinquecento pulcinella

n’honne spilate come a le gardiedde.    ci hanno spennati come galletti.

 

Evviva a cusse munne! sembe ‘nnande!  Evviva a questo mondo!sempre avanti!

avim’a corre a passe de giagande! dobbiamo correre a passi da giganti !

 

Viva la libertà, viva l’Itagghje!   Viva la libertà, viva l’Italia!

mmò sime pisce e prime erme fragagghje!…    ora siamo pesci e prima eravamo fragaglia!…

(traduzione sg)

 

La denuncia storica che riscontriamo in Lopez è sempre presente nel grande poeta in lingua siciliana Buttitta e che - riscontriamo nuovamente nelle lingue popolari - non si legano alle “semplificazioni” delle versioni storiografiche dei gruppi in lotta per il potere, è la loro una lettura anche linguistica diretta, complessa e, probabilmente, più veritiera:

 

Un Seculu di Storia
Ignazio Buttitta
(Settembre 1970)

 

Accusu i politici

Accuso i politici

d'oggi e d'aeri:

di oggi e di ieri:

Crispi e compagni,

Crispi e compagni

pridicatura da monarchia,

predicatori della monarchia,

beccamorti e fallignami

beccamorti e falegnami

ca nchiuvaru a Sicilia

che inchiodorano la Sicilia

viva nta cruci.


viva alla croce.

Accusu i Savoia,

Accuso i Savoia,

i primi e l’ultimu

i primi e l'ultimo

re e imperaturi,

re e imperatore,

fascista e talianu

fascista e italiano,

ncurunatu di midagghi

incoronato di medaglie

scippati cu sangu

strappate con il sangue

ndo cori di matri.


dal cuore delle madri.

Un seculu di guerri,

Un secolo di guerre,

un seculu di stragi:

un secolo di stragi:

c'è ossa di siciliani

ci sono ossa di siciliani

vrudicati nte diserti,

sotterrate nei deserti,

nta nivi,

nella neve,

nto fangu di ciumi:

nel fango dei fiumi:

c'è sangu di sulfarara,

c'è sangue di zolfatari,

di zappatura,

di zappatori,

di matri scheletri

di madri scheletri

e picciriddi sparati

e bambini uccisi

nte chiazzi da Sicilia.


nelle piazze della Sicilia.

Non hanno vuci e gridanu

Non hanno voce e gridano

L’ammazzati du ‘93

gli ammazzati del '93

chi petri nte sacchetti

con le pietre nelle tasche

e la fami nte panzi vacanti.


e la fame nelle pance vuote.

Non hannu vuci e gridanu

Non hanno voce e gridano

cu coddu sutta i pedi di baruna,

con il collo sotto i piedi dei baroni,

cu l’ossa sturtiggnati du travagghiu;

con le ossa storcigliate dal lavoro;

ca lingua i cani

con la lingua di cani

e u ciatu e denti.


e il fiato ai denti.

Tri ghiorna di macellu

Tre giorni di macello

di martorii e beccamorti

di mortori e beccamorti

di lamenti e chiantu

di lamenti e pianto

nte casi di poviri.


nelle case dei poveri.

Ci fu carni a bon prezzu

Ci fu carne a buon prezzo

nte tavuli di baruna;

sulle tavole dei baroni;

a bon prezzu

a buon prezzo

pi sovrani di Roma;

per i sovrani di Roma;

a bon prezzu pi Crispi,

a buon prezzo per Crispi,

macillaru di corte;

macellaio di Corte;

e Lavriano

e Lavriano

ginirali e sicariu

generale e sicario

pagatu a ghiurnata.


pagato a giornata.

L’avemu cca

Li abbiamo qui

Ancora cca

ancora qui

chi stissi facci

con le stesse facce

e u cori di sarvaggi

e il cuore di selvaggi

i scannapopulu;

gli scannapopolo;

ci liccamu i pedi,

gli lecchiamo i piedi,

ci damu u votu,

gli diamo il voto,

l’ugnia pi scurciarinni;

le unghie per scorticarci,

a corda pi nfurcarinni;

la corda per impiccarci;

a mazza e a ncunia

la mazza e l'incudine

pi rumpirinni l’ossa.


per romperci le ossa.

L’avemu cca

L'abbiamo qui

ancora cca a mafia,

ancora qui la mafia,

assitatta nte vanchi d’imputati

seduta sui banchi degli imputati

a dittari liggi;

a dettare legge;

a scriviri sintenzi di morti

a scrivere sentenze di morte

chi manu nsangati.


con le mani che sanguinano.

L’avemu cca

Li abbiamo qui

I compari da mafia

i compari della mafia

Chi manu puliti,

con le mani pulite,

i firrara di chiavi fausi,

i fabbri di chiavi false,

i spogghia artari ca cruci nto pettu;

gli spoglia altari con la croce sul petto;

unni posanu i pedi sicca l’erba,

dove posano i piedi secca l'erba,

sicca l’acqua

secca l'acqua,

spuntanu spini e lacrimi pa Sicilia.


spuntano spine e lacrime per la Sicilia.

L'avemu cca

Li abbiamo qui

L’affamati du putiri;

gli affamati del potere;

l’affamati di carni cruda,

gli affamati di carne cruda,

ca cridinu a Sicilia

che credono la Sicilia

un porcu scannatu

un porco scannato

e ci spurpanu l’ossa.


e le spolpano le ossa.

Si si sicilianu

Se sei siciliano

isa u vrazzu,

alza il braccio,

grapi a manu:

apri la mano:

cincu banneri russi,

cinque bandiere rosse,

cincu!

cinque!

Adduma a pruvulera du cori!


Accendi la polveriera del cuore!

Si si sicilianu

Se sei siciliano

fatti a vuci cannuni,

fatti la voce cannone,

u pettu carru armatu,

il petto carro armato,

i gammi cavaddi di mari:

le gambe cavalli di mare:

annea i nimici da Sicilia!


annega i nemici della Sicilia!

L’avemu cca e cantanu

Li abbiamo qui e cantano

I rusignoli ammaistrati

gli usignuoli ammaestrati

c’agghiuncinu lacrimi di nchiostru

che aggiuugono lacrime d'inchiostro

e lacrimi da Sicilia,

alle lacrime della Sicilia

e stornellanu u misereri

e stornellano il miserere

a gloria di patruna.


a gloria dei padroni.

Cantanu odi o suli

Cantano odi al sole

o celu

al cielo

o mari

al mare

a zagara,

alla zagara,

e portanu a Sicilia ntronu

e portano la Sicilia sul trono

cu velu niuru

col velo nero

di mala maritata.


di mal maritata.

U furnu svampa

Il forno avvampa

e ghettanu cinniri a palati,

e buttano cenere a palate,

incapaci d’impastari

incapaci d'impastare

i cori di sicililiani

i cuori dei siciliani

e farinni unu a tri punti

e farne uno a tre punte

tridici voti chiù granni da Sicilia.


tredici volte più grande della Sicilia.

A Sicilia non havi chiù nomi

La Sicilia non ha più nome

né casa e paisi;

né casa e paese;

havi i figghi sbattuti pu munnu

ha i figli sparsi per il mondo

sputati comu cani,

sputati come cani,

vinnuti all’asta:

venduti all’asta

surdati disarmati

Soldati disarmati

chi cummattinu chi vrazza.


che combattono con le braccia.

Chi vrazza,

Con le braccia,

i rami virdi da Sicilia,

i rami verdi della Sicilia

arrimiscanu a terra,

rimescolano la terra,

rumpinu timpuna,

rompono le zolle,

siminanu

seminano

e fanno orti e ghiardina.


e fanno orti e giardini.

Chi vrazza...,

Con le braccia,

fabbricanu palazzi,

fabbricano palazzi,

costruiscinu scoli,

costruiscono scuole,

ponti,

ponti,

officini

officine

e aeroporti.


e aeroporti.

Chi vrazza,

Con le braccia,

i lapi di meli da Sicilia

le api da miele della Sicilia

grapinu strati,

aprono strade,

spirtusanu muntagni,

perforano montagne,

svacantanu a panza da terra.


svuotano la pancia della terra.

Chi vrazza,

Con le braccia,

i surdati senza patria,

i soldati senza patria,

i sfardati,

gli stracciati,

i carni senza lardu

e carni senza lardo

vestinu d’oru i porci di fora.


vestono d'oro i porci di fuori.

I chiamanu terroni,

Li chiamano terroni

zingari,

zingari,

pedi fitusi;

piedi fetenti;

e hanno i figghi e i matri

e hanno i figli e le madri

chi cuntanu i ijorna

che contano i giorni

cu l’occhi vagnati;

con gli occhi bagnati;

e stu cielu ca vasu,

e questo cielo che bacio,

e sta terra chi toccu

e questa terra che tocco

e mi canta nte manu;

e mi canta nelle mani;

e seculi di civiltà

e secoli di civiltà

sutta i pedi.


sotto i piedi.

A sicilia non havi chiù nomi;

La Sicilia non ha più nome;

ma miliuna di surdi e di muti

ma milioni di sordi e di muti

affunnati nta un puzzu

sprofondati in un pozzo

ca io chiamu e non sentinu,

che io chiamo e non sentono,

e s’allongu i vrazza

e se allungo le braccia

mi muzzicanu i manu.


mi mordono le mani.

Io ci calassi i cordi di vini,

Io gli calerei le corde delle vene,

i riti di l’occhi

le reti degli occhi

pi tiralli du puzzu;

per tirarli dal pozzo;

pirchì cca nascivu

perché qui sono nato

e parru a lingua di me patri;

e parlo la lingua di mio padre;

e i pisci

e i pesci

aceddi

gli uccellì

u ventu,

il vento

puru u ventu!

pure il vento!

trasi nt’aricchi

entra nelle orecchie

e ciarlaria nsicilianu.


e ciarla in siciIiano.

Cca nascivu,

Qui sono nato,

e si mi vasu i manu

e se mi bacio le ,mani

vasu i manu di me morti;

bacio le mani dei miei morti;

e si m’asciucu l’occhi

e se mi asciugo gli occhi

asciucu l’occhi di me morti.


asciugo gli occhi dei miei morti.

Cca nascivu,

Qui sono nato

addattavu nte minni di sta terra,

allattai nelle mammelle di questa terra

ci sucavu u sangu:

le succhiai il sangue;

si mi tagghiati i vini,

se mi tagliate le vene,

vi bruciati i manu!


vi bruciate le mani!

Non è veru c’amamu a Sicilia

Non è vero che amiamo la Sicilia

si avemu a storia nto pugnu

se abbiamo la storia nel pugno

e l’affucamu;

e la soffochiamo;

non è veru

non è vero

si addumanu u focu

se accenciamo il fuoco

e l’astutamu;

e lo spegniamo;

non è veru mancu

non è vero nemmeno

si stamu un ghiornu libiri

se stiamo un giorno liberi

e pi cent’anni servi.


e per cent'anni servi.

Non dumannamu pirdunu a storia

Non chiediamo perdono alla storia

ora ca nni scurdamu

ora che abbiamo dimenticato

i martiri di tutti i tempi

i martiri di tutti i tempi

ca misiru u coddu sutta a mannara

che misero il collo sotto la mannaia

senza chianciri:

senza piangere

Di Blasi, unu! (1)


Di Blasi, uno! (1)

Ora ca nni scurdamu

Ora che abbiamo dimenticato

i torturati nte galeri,

i torturati nelle galere,

i cunnannati a vita,

i condannati a vita,

i nfurcati,

gl'impiccati,

e l’arrustuti vivi nte chiazzi.


e gli arrostiti vivi nelle piazze.

Petri e fangu

Pietre e fango

Pi cu supporta a miseria,

per chi sopporta la miseria,

petri e fangu

pietre e fango

pi cu batti i manu e putenti

per chi batte le mani ai potenti

petri e fangu

pietre e fango

pi cu non metti u coddu

per chi non mette il collo

nta furca da libirtà:

nella forca della libertà:

u dicu e siciliani,

lo dico ai siciliani

e mi scatta u cori!


e mi scoppia il cuore!