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La Merica (1)
di Zenone di Elea

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Questo testo risale al 4 settembre 2007, non lo abbiamo pubblicato prima perchè vi erano tante altre cose da scrivere:sul sistema formativo, sul dinamismo americano. Non sappiamo se e quando riusciremo a farlo, così intanto pubblichiamo.



Verso il JFK


- Ogni volta che parte qualcuno, ti prende un po' la nostalgia. – dice Ferdy, mentre si sta per arrivare al JFK dove io e mia moglie prenderemo l'aereo delle 22.35 che ci riporterà a Napoli.

- Eh, la nostalgia... Ti tocca metterla da parte – replica il cognato di Ferdy, Carmelo Marino da San Pietro di Lucania, ovvero"Troisi", così ribattezzato da mia moglie per le sue acute e caustiche affermazioni in terra d'America,– sennò in un posto non ci puoi stare, te ne devi andare. Soprattutto per un giovane poi... se comincia a vedere il soldo e ne innamora... Certo, uno come me, alla mia età è fatica che si possa adattare, ma un giovane...


Northern Boulevard (NY Route 25A)
Northern Boulevard (NY Route 25A),
sulla quale si affacciava il nostro hotel
northern boulevard
Un segno: il bus ci ricorda
che la vacanza è finita!

Troisi, per tutta la durata del nostro soggiorno americano, non aveva mai perso occasioni per dispensarci le sue pillole di saggezza. Era un piccolo imprenditore, apparteneva ad una famiglia di tagliaboschi imparentata con mia madre. Egli continuava a restare al paese [San Pietro era stato svuotato dall'emigrazione, ormai conta poco più di 650 abitanti] e non aveva mai ceduto alle sirene dei paradisi lontani di cui cianciavano gli emigrati che tornavano il 16 luglio al paese, per la festa patronale, dal Nord, dalla Germania, dalla Svizzera e dalle Americhe, soprattutto da New York dove vi era una folta comunità di sanpietresi – si parla di oltre un migliaio di emigrati solo nella grande mela!

Spesso suo fratello Antonio gli faceva da spalla, altre volte dava la stura egli stesso a staffilanti considerazioni esistenziali. Come la notte durante il viaggio di ritorno dalla festa di matrimonio della nipote Elen, figlia di sua sorella Lidia e di Ferdy. Tagliente fino al limite del disprezzo, il suo commento sulla limousine:

- 'Sti americani, invece di fare una macchina tanto longa [lunga] non era meglio se facevano un pullman?

- Almeno si stava più comodi! – ribatteva di controcanto Troisi. Durante lo scambio di battute sferzanti, a me tornavano alla mente le facce dei tanti villeggianti che si erano voltati a guardare il corteo di limousine – ben cinque! – che sfrecciava sulla Long Island Expressway (I-495) verso l'uscita 73, per North Fork e Green Port. Evidentemente non era proprio un fatto usuale vedere tante limousine in una volta sola anche per loro.


Long Island
wedding wedding

una macchina tanto longa

Ferdy riesce a trovare uno spazio per fermarsi, dietro a un taxi, ma si rammarica – glielo si legge in viso – di scaricare noi e i bagagli e di dover andar via di corsa perché lì non si può sostare. Glielo avevamo detto noi di non stare a cercar parcheggi e di tornarsene a casa, a cenare in santa pace con la sua famiglia, visto che si alzava per il job tutti i giorni, alle cinque di mattina.

- Comunque se avete qualche problema, telefonate e torniamo un'altra volta qui. – mi dice mentre ci abbracciamo per salutarci. Un ragazzo del Sud dal cuore tenero, senza retorica, un cuore napolitano di quelli grandi così. Quell'abbraccio e le sue parole mi commuovono, ma cerco di nasconderlo. Non posso fare a meno, però, di girarmi verso la sua macchina che si sta allontanando mentre mi trascino dietro i bagagli attraverso uno degli ingressi dell'aeroporto Kennedy.

Al chek-in, ci danno sia la carta d'imbarco per Napoli che quella per Bologna, ma dopo aver applicato la fascetta al bagaglio mi dicono in tono perentorio di prenderlo e di portarlo al gate uno. Mah, procedure americane, non capisco ma mi adeguo. Al gate assisto ad una scena incredibile e paradossale.

Una signora che ci precede nella fila cerca di consegnare all'uomo in divisa – l'addetto alla macchina a raggi-x dentro cui passa il nastro su cui appoggia i bagagli da stivare negli aerei – una specie di grande gabbia-cestello contenente un cane. Ovviamente il tutto, lo si vede ad occhio, non passa nella macchina, inutile provare a mettere la gabbia sul nastro. La donna però insiste e spiega al tipo di essere a posto con i biglietti e che è un suo diritto portarsi il cane dietro. Così assisto alla incredibile ispezione a vista della gabbia! Alla faccia di tutti gli apparati di sicurezza di questo mondo. In quel contenitore dalle pareti piuttosto spesse potrebbe essere nascosto di tutto, droga, diamanti, esplosivo al plastico, documenti segreti e chi più ne ha più ne metta.

Dopo l'ispezione della gabbia-cestello, consegno i due bagagli al signore in divisa, dicendogli e indicandogli anche il nome stampigliato sulla fascetta: "Naples". Mi risponde con un "Thanks" di routine che non ha alcun rapporto con la mia precisazione.

Il mio scetticismo su quella consegna purtroppo avrà come riscontro lo smarrimento dei bagagli! All'aeroporto di Bologna noi arriviamo ma nessuno dei nostri due bagagli. Da lì inizierà la procedura di denuncia e di ricerca che ci coinvolgerà per qualche giorno, con ore e ore trascorse a chiamare numeri telefonici che non risponderanno mai.

Per fortuna ci verranno poi spediti a casa, un po' sbattuti, avvolti dalle fascette della security, ma dal contenuto integro e neanche ispezionato manualmente, almeno a me appare tutto come lo avevo sistemato alla partenza. Ovviamente, tutti i nostri amici e parenti a cui lo abbiamo raccontato, mia moglie compresa, son convinti che siano rimasti a Napoli. A me, invece, resta il dubbio che in quel calderone del JFK abbiano preso il volo per chissà quale aeroporto.

Se anche fossero rimasti a Napoli, quello che penso io è che le persone – polizia compresa – che lavorano all'Aeroporto Internazionale di Capodichino meriterebbero una medaglia. La più grande città del Sud avrebbe diritto a ben altro, visto che si tratta di uno degli scali principali di tutto il "Mezzogiorno". In quell'aeroporto non ci si muove, non è solo un problema di affollamento di passeggeri, ma una questione di spazi. Sono veramente angusti, un vero miracolo che riesca a continuare a funzionare e che non vi accadano fatti tragici.

Scopro su Internet – mentre scrivo queste note – che è prevista la costruzione dell'Aeroporto Internazionale di Grazzanise. L'aeroporto dovrebbe essere realizzato entro il 2012 e sarebbe un aeroporto di tipo 4E/F, in grado di ospitare velivoli di maggiori dimensioni, come i Boeing 777 e gli Airbus A380; dovrebbe ospitare un traffico internazionale-intercontinentale e di tipo leisure (turistico) nazionale e intraeuropeo.

Leggo poi in un documento dell'Ordine degli Ingegneri della "delocalizzazione dell'aeroporto di Capodichino,  suggerita da precise norme nazionali sulla sicurezza del volo", ma non trovo giudizi sulle caratteristiche stesse degli ambienti che oggi costituiscono lo scalo partenopeo. Saremo degli incompetenti, ma girando negli ambienti dell'aeroporto bolognese ci convinciamo ancor di più della bontà del nostro ragionamento su Napoli.


Napoli Napoli

 Vero che ad una analisi superficiale, potrebbe apparire solo un problema legato al numero di passeggeri che nel 2006 hanno superato 5 milioni, ma per noi quello spazio aeroportuale andrebbe bene per una cittadina di 150-200 mila abitanti non per una metropoli!

Cerca cerca scopriamo che risale agli anni '60 la prima idea di sviluppare il trasporto aereo campano dotandolo di almeno un altro scalo oltre a Capodichino.

Ogni commento è inutile.


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La festa di matrimonio


Ferdy Bellofante e sua moglie Lidia avevano voluto un matrimonio da favola per Elen, la loro primogenita. Di quelli che si vedono solo nei film. Avevano scelto un luogo principesco, un hotel-centro conferenze di prima categoria, che offriva non solo "luxury apartment style accommodation" ma anche "Event Planners, Wedding Bands, Photographers, Floral Decorators and everything you are searching for to plan your fantasy wedding" [1]L'hotel si trovava verso l'estremo lembo di Long Island, nei dintorni di Greenport. Quel luogo Hooliwoodiano avrebbe potuto ospitare almeno il doppio degli invitati presenti.

Quante migliaia di "pezze" sia costata quella favola, non l'abbiamo saputo e neanche pensai di chiederlo, mi sembrava una curiosità veramente inopportuna e irrilevante. Gli esseri umani fin dagli albori dell'umanità hanno costruito e vissuto ritualità che li aiutassero a percorrere al meglio il sentiero della vita: questo vale soprattutto per i migranti, che pagano un prezzo all'esistenza maggiore di tanti altri che nascono vivono e muoiono nella propria terra d'origine.


wedding wedding

I "secondos" d'oltreoceano, americani di nascita, godono oggi dei benefici conquistati con decenni di duro lavoro dai propri genitori. "C'è stato un periodo, una ventina di anni fa" mi raccontava Ferdy "che lavorai per cinque mesi sette giorni su sette solo per mantenere l'attività in piedi, i soldi per le sigarette me li dava mio padre. Me ne vergogno ancora, ma è stato così".

Ora Ferdy sposava la figlia in limousine, in un luogo fiabesco, con 416 invitati, il fior fiore degli italoamericani della grande mela, con decine di persone provenienti anche dal New Jersey e dal Connecticut.

Tutta gente arrivata. Pareva afferrassero il cielo con le mani. Se, però, provavi a parlare con qualcuno con calma e in confidenza, scoprivi tutte le frustrazioni che si tenevano dentro. Trovavi il sessantacinquenne che non stava bene da nessuna parte, stava a la Merica solo perché lì ormai aveva tutti gli affetti, ma sognava di morire al suo paesello, nell'amata Lucania. Oppure la signora che si barcamenava fra un "qui tutto é grande" e un "io qui non mi ci abituerò mai". E stava nel Connecticut da 37 anni!

Trovavi anche chi si lamentava del potenza dei Jewish, nonostante fossero solo una minoranza[2], e chi mal sopportava l'arroganza dei neri sui posti di lavoro.


Saint Patrick Rockefeller Center

Un simpatico signore che aveva lavorato al JFK per oltre 30 anni invece si lamentava sia della freddezza degli yankees – ci faceva l'esempio delle fermate dei bus, dove ognuno sta per conto proprio e non si proferisce parola con alcuno – che della maleducazione della gioventù americana. Inutile provare a dirgli che l'Italia che ricordava lui non esisteva più, che pure da noi vengono su generazioni di smidollati e maleducati che trovano la pappa pronta, non devono guadagnarsi nulla e si schiantano al sabato sera sulle strade di ritorno dalle discoteche, locali in cui si spaccia di tutto fuorché la buona educazione.

Noi, io e mia moglie, della maleducazione e freddezza americana non ce ne siamo accorti, magari non ne abbiamo avuto il tempo. 


nyc nyc

Forse a volte si tratta di una lettura di ciò che ci accade e noi ricordiamo solo diversi aspetti positivi. Dalla distinta signora che alla battuta di mia moglie "we're in the big apple" si ferma e si dilunga – napoletanamente si potrebbe dire – nel darci una serie di indicazioni sul MET, dove si trova un roof da visitare perché da lassù si può abbracciare in una veduta tutto il Central Park. Al viaggiatore del treno che si accorge che non siamo riusciti a scendere alla nostra stazione di destinazione – in quanto quel treno non si fermava – e senza che glielo chiedessimo ci spiega di farlo presente al conductor.


Central Park

Central Park Central Park

Non riusciamo però a trovare il conduttore che ci ha controllato e ritirato il biglietto – negli US si fa così, almeno nei treni che abbiamo preso noi – ma quando arriviamo al capolinea, nella stazione di Port Washington, scendiamo dal treno e continuiamo a cercare tra la folla che abbandona il marciapiede prospiciente i binari. 

Troviamo un suo simpaticissimo collega che dopo aver capito il problema, ci accompagna sul treno in partenza verso la nostra stazione, spiega la questione ad una conductor la quale ci dice sederci lì, in testa al treno. Possiamo così tornare in albergo senza dover rifare il biglietto: non so se in Italia ci avrebbero accolto su un altro treno, senza biglietto e sulla parola!

Questo uso elastico delle regole lo avevamo già sperimentato al momento dello sbarco al JFK, quando una parte dell'interminabile fila dei visitors venne dirottata agli sportelli riservati ai citizens, dove non vi era più fila essendo gli americani in ingresso in numero assolutamente minore rispetto agli stranieri. Questo per me si chiama efficienza, la burocrazia è antiefficiente quando fa un uso rigido delle regole.

Port Washington

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Merica! Merica!


Dopo la funzione religiosa, di rito cattolico ma senza messa, risaliamo in limousine – col terrore di sbattere di nuovo sul fondo stradale a causa della lunghezza dell'automobile  – ma tutto filò liscio. Sull'autostrada, durante il percorso verso Long Island, il lungo pianale dell'automobile non rischiava più di toccare per terra, questo capitava solamente agli incroci, nelle svolte fra le stradine.

Impiegammo circa un'ora per giungere a destinazione. Subito dopo l'ampio ingresso, nella grande hall dell'hotel, ci ritroviamo di fronte ad un enorme scalone a due rampe di accesso, confluenti in un ballatoio da dove si dipartivano altre due rampe verso il primo piano. Il tutto adatto per scattare le decine di foto agli sposi ed alle damigelle e cavalieri.

Intanto che i fotografi svolgevano il loro lavoro, noi invitati potevamo accettare le proposte di uno stuolo di camerieri che giravano fra la gente e mangiare alcuni stuzzichini a base di tartine o di spiedini di frutta o bere degli aperitivi più o meno alcolici.

Fummo introdotti poi in un salone immenso, dove vi erano decine di tavoli non imbanditi, che potevano esser utilizzati per consumare ogni sorta di ben di dio, bisognava solo alzarsi, prendersi un piatto e farselo riempire con ciò che si preferiva. 

Non ricordo quanti fossero i punti di distribuzione delle pietanze, ma vi era di tutto: cucina alla mediterranea, alla orientale, all'americana, sia a base di carne che di pesce.


Dopo questa abbuffata si passava al salone di fianco – Ferdy mi avrebbe detto nei giorni seguenti che i due ambienti di potevano anche unificare spostando la parete divisoria e ospitare quindi un migliaio di persone – dove i tavoli erano invece prenotati e imbanditi: a noi era capitato il 15, bellissimo numero.

Qui sarebbe stata servita la cena, più modesta rispetto al cocktail, poi la torta degli sposi, infine le bomboniere. 

tavoli erano invece prenotati e imbanditi

Anch'esse di notevole dimensioni – tali che avremmo faticato non poco a infilarne due nei nostri bagagli – ma in "America tutto è grande", questa la frase che ormai ripetevamo anche noi spesso, a volte in tono ironico e altre volte semplicemente per spiegare delle ovvietà.

Finita la festa, l'indomani, si tornava a correre fra una avenue e le street, presi da un vortice pazzesco, al quale devi sottostare altrimenti ti macina e ti sputa via. Vai in ufficio, poi verso l'una esci di corsa, ingurgiti un hot dog comprato in uno delle migliaia di baracchini fermi agli angoli delle strade e torni a lavorare. Così pure il giorno dopo.

Non hai né il tempo né i soldi da spendere per il ristorante. Questa è la Merica, questo il modo per accumulare le pezze e mantenere la famiglia, e magari appendere un biglietto da 100 dollari alla statua della Madonna del Carmine quando torni al paese in vacanza, dopo venti anni di lavoro.








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