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Fonte:
http://www.ilsannioquotidiano.it/
Cultura e Spettacoli 24-09-2002
Eugenio Bennato e il
«Taranta Power»
La serata non è delle migliori,
l’umidità
della vecchia e bella Maleventum si insinua nel corpo degli strumenti,
colpisce le voci; è una lotta impari tra la forza della
natura e
la voglia dei cantori di esprimersi al meglio. Questo Eugenio Bennato
lo sa bene, ha vissuto lottando per affermare le proprie scelte
musicali e di vita, sublime cultore della tradizione meridionale,
domenica sera, ha dato vita ad uno spettacolo che incanta. Sentirlo
suonare con il gruppo di “Taranta Power”
è
coinvolgente a tal punto che dai basoli di pietra della piazza sembra
che si sprigioni un’energia violenta che pervade
l’anima
arrivando come un formicolio dal basso. Si ci emoziona a vedere la
festa sul palco, danze allegre di donne splendide avvolte in vestiti di
porpora morbida, voci calde e acute di donne color ebano dai ricci
selvaggi, musicisti assolti nel trepidante sfavillio delle mani,
bambini pronti a far tremare una tammorra.
Non sono mancate le invasioni di palco,
l’energia era
trascinante; non sono mancate nemmeno le scaramucce tra chi voleva
ballare e chi invece voleva godersi lo spettacolo comodo. A ognuno il
suo, questione di scelte!
Ed è proprio dalla convinzione delle proprie
scelte che nasce e fiorisce la bellezza della tradizione meridionale.
Qual è il
potere della
taranta? C’è una magia sul palco, una festa,
un’emozione grandissima che viene da chiedersi quale sia il
segreto.
“Innanzitutto riscoprire un’energia
ritmica che ci
appartiene a livello di radici e che non è stata mutuata da
nessuna moda, e che viene direttamente dai nostri antenati, dal loro
modo di esprimersi che aveva a che fare con la storia, con il clima e
con la conformazione di queste terre. E allora si danza ad alta
velocità se ci liberiamo di questa sovrastruttura che
è
fatta spesso di imitazione. In Italia, in particolare, tutta la musica
leggera vive di una sorta di complesso di inferiorità nei
confronti di una musica proveniente da altre radici. E invece la musica
che facciamo appartiene a noi stessi . Questo è uno dei
segreti,
l’altro è la semplicità, senza usare
troppe
alchimie. Poco prima mi dicevano che è strano che un sound
così coinvolgente possa provenire da soli tre strumenti.
Dove di
solito si utilizza di tutto, noi invece abbiamo scelto di usare un
tamburello, una chitarra battente e un basso”.
C’è
anche l’influenza di nuovi strumenti come il contrabbasso e
la grancassa midi…
“Questo è un altro degli elementi.
Non è
possibile pensare ad una musica che vive in altri riti ormai scomparsi
e pensare di rappresentarla oggi in un contesto diverso come quello di
in un concerto. Bisogna sempre tener presente che la musica fatta oggi
è rivolta ad un pubblico vasto, quindi è un
momento in
cui non è possibile ignorare tutte le influenze. Le
conosciamo
perché entriamo in contatto con gente che suona la musica
brasiliana o il fado portoghese. Soprattutto negli ultimi due anni
“Taranta Power” ha viaggiato molto vivendo a
contatto con
culture diverse. Penso che la realtà sia questa e che si
debba
tener presente che oggi si vive in una cultura in cui i mezzi di
comunicazione veloce ci spingono a non poter ignorare cosa si suona in
Sri Lanka o in America”.
Quindi essere anche
contaminati?
“Ovviamente. La contaminazione è la
creatività del mondo musicale”.
Che cosa si prova a
mescolare, come
in un calderone, le diverse culture del Mediterraneo,
l’Africa,
l’esoterismo della cultura napoletana, le meraviglie della
Puglia, della Calabria?
“In una gara di musicalità non deve
prevalere
nessun elemento. Se i cantori di Carpino non fossero così
grandi, come effettivamente sono, la contaminazione con altre musiche
li farebbe soffrire. Invece quella musica non soffre perché
la
matrice comune mediterranea mantiene il suo livello pur arricchendosi.
Cioè è fondamentale che, nel contaminare, non si
perda il
punto di partenza. Questo succede se si è forti ancor prima
di
iniziare il viaggio della contaminazione. Nel nostro caso la taranta
è una ritmica multietnica e la tecnica del tamburello
è
superiore alla tecnica della percussione africana. Però la
percussione africana dà un balance diverso. Insomma
è un
incontro tra fenomeni che sono alla pari”.
Che cosa vuole
esorcizzare con la taranta?
“La sottocultura televisiva, il Festival di
Sanremo, la
vacuità della televisione, il problema delle mode che
eliminano
le scelte: la taranta è una scelta di
libertà”.
Uscire fuori dallo
schema monopolistico di banalizzazione dell’arte?
“Quando faccio queste affermazioni
è
perché ci credo profondamente, magari posso sbagliare, ma in
realtà mi sento privilegiato rispetto a tutti i colleghi del
mondo della musica che in Italia, invece, soffrono di un complesso di
inferiorità. Si progredisce di più attraverso la
creatività soprattutto se si parte, come ho detto prima,
dalle
nostre radici”.
Quindi contaminare,
contaminarsi, ma non rimanere soggiogati affermando la forza della
propria personalità?
“E’ il problema dell’arte
in generale: una
personalità forte ti consente di poter dire tutto. In questo
momento ho scelto di lavorare controcorrente e ne sono la conferma le
numerose critiche che ho ricevuto per aver scelto il confronto con voci
che hanno a che fare con scale melodiche diverse (musicalità
africana, ndr.) e quindi contrarie alla nostra abitudine musicale fatta
di note precise. Se riesci a dominare questa situazione ne farai
nascere un suono particolare. Alla fine se invece di portare, (trova i
nomi dell’algerina e dell’altra tipa,) avessi
scelto due
coriste venute fuori dal conservatorio di Roma avrei raggiunto prima il
consenso musicale, non è stato così ho impiegato
più tempo però alla fine ho capito che i
risultati si
ottengono quando si ha la forza di osare”.
Sfatiamo un mito
“Briganti se
more” non è un canto di rivolta dei briganti ma un
suo
pezzo composto durante l’esperienza dei Musica Nova. Un brano
che
affonda le radici nella realtà delle nostre origini.
“Allora “Briganti se more”
è un brano
di cui vado molto orgoglioso, soprattutto perché tutti sono
convinti che sia un brano della tradizione napoletana e invece
l’ho scritto negli anni settanta con Carlo
D’Angiò.
Evidentemente abbiamo assorbito la lezione della musica popolare a tal
punto da farlo sembrare un canto vero. Un brano che ha portato alla
luce un argomento tabù della nostra storia, perso nella
memoria
poiché sui briganti non si sa nulla, si sono perse tutte le
tracce di ciò che cantavano sulle montagne quando si
nascondevano poiché, di ogni singolo caso, sono state
cancellate
le documentazioni. È tutto molto frammentario è
per
questo che “Briganti se more” è
un’opera di
poesia, è un’invenzione fatta con grande dedizione
al
rispetto della cultura. Sembra un canto autentico, e tutte le volte che
la gente crede che sia tale lo prendo come un grande complimento
perché significa che ho centrato il segreto del linguaggio.
Questo brano inoltre appartiene al presente, è conosciuto da
tutti e viene cantato.
Visto che la nostra
storia è
stata anche una “questione meridionale”, una storia
di
lotta lei, alle soglie del terzo millennio, si sente un brigante?
“Sicuramente, mi identifico nei briganti
soprattutto
quando penso di viaggiare controcorrente rispetto al mercato della
musica italiana”.
Passando ad una breve
parentesi
politica, da brigante secondo lei è meglio un governo
berlusconiano o una monarchia borbonica?
“Il problema della sottocultura politica in
Italia non
riguarda Berlusconi. Diciamo che la sottocultura politica nel nostro
paese è trasversale, riguarda sia la destra che la sinistra.
I
Borboni sono molto lontani ed è difficile parlarne in
prospettiva con il presente. I Borboni sono lontani e sicuramente
appartengono ad un periodo in cui c’erano cose positive e
negative. Riferendosi, invece, agli ultimi cinquant’anni, il
livello di degrado della cultura italiana è un problema che
riguarda tutta la classe politica, perché se si volesse fare
un
discorso semplicistico e dire che il problema della politica possa
essere solo Berlusconi allora, la situazione si risolverebbe mandando a
casa Berlusconi, invece non risolveremmo un bel niente
perché
D’Alema e Prodi sono ignoranti quanto Berlusconi. La cultura
televisiva che appartiene oggi alla destra e che per decenni
è
appartenuta alla sinistra ci ha portato allo sfacelo”.
Quindi è un
problema derivato dai cambiamenti storici e non imputabile ad un uomo
solo?
“Sì! È un problema
trasversale rispetto all’informazione politica”.
È anche un
problema di
coscienza visto che non c’è più la
capacità
di scegliere coscientemente?
“Guarda, la coscienza oggi è dei
giovani e di tutti coloro i quali scelgono”.
Tornando alla musica,
in
trent’anni, dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare, ai
Musica
Nova a Taranta Power, cosa è cambiato?
“Così ritorniamo al discorso
politico. La NCCP si
è trovata in un periodo di grande confusione culturale dove
prevaleva una ideologia che metteva a tacere la cultura. Il dibattito
politico di allora, demenziale su chi era più a sinistra e
chi
aveva più il padre operaio, faceva andare avanti la
sottocultura
affossando l’arte. Oggi invece Taranta Power parla di arte,
di
tecnica, di poesia in maniera molto più libera. Poi
c’è una marcia in più testimoniata
dall’adesione spontanea dei giovani perché
evidentemente,
i ragazzi sentono maggiormente la sudditanza psicologica verso la
sottocultura americana che ci ha influenzati, basti pensare al
movimento italiano dal dopoguerra ad oggi.
I ragazzi sono un pubblico sano, cosciente che fa delle
scelte
usando la testa, spinti anche da una linfa tutta italiana volta
all’esaltazione delle nostre tradizioni. E ti posso
assicurare
che ogni sera ai miei concerti ci sono migliaia di ragazzi che hanno
scelto coscientemente poiché la realtà di oggi
è
molto più forte di quella di trent’anni fa.
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