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Il periodico Indipendenza (Roma - Via Carlo Alberto 39) mi ha posto una serie di domande. Le risposte sono argomentate e abbracciano quasi tutto quel che c'è da dire sull'idea separatista. Ciò mi ha incoraggiato a impiegare la parola introduzione, anche se un tema, che giudico cruciale per il prossimo avvenire, meriterebbe una migliore sistematicità.
Hai sempre sostenuto l'uscita dal mercato comune europeo che "ci costringe a sovvenzionare gli agricoltori e allevatori continentali, nello stesso momento in cui i nostri produttori vengono saccheggiati dal protezionismo industriale, granario, latteario e allevatorio". Puoi meglio circostanziare alla luce dei meccanismi indotti dalla moneta unica?
Quel che dice un meridionale incazzato può essere considerato, cinicamente, il solito lamento. Trascrivo, perciò, tre apprezzamenti non miei; per la precisione dell'economista agrario Roberto Fanfani (L'agricoltura in Italia, il Mulino, 1998).
Primo, un giudizio relativo al momento precedente alla riforma della cosiddetta Politica Agricola Comunitaria (Pac): "Il sostegno effettivo dei prezzi e dei mercati non è stato però uniforme ma ha privilegiato in modo particolare i prodotti tipici delle agricolture continentali, a partire dai cereali e seminativi, al latte e alla carne bovina e suina. Al contrario alle colture mediterranee, che rappresentano circa il 25% della produzione agricola dell'Unione europea, va ancora oggi solo il 12% del totale della spesa per il sostegno dei prezzi (Feoga-garanzia, Fondo europeo orientamento e garanzia agricola, un fondo attraverso cui vengono erogati i finanziamenti dell'Ue). Questa caratteristica che è rimasta una costante della Pac ha provocato non poche disparità a vantaggio delle regioni e delle aziende maggiormente interessate alle produzioni continentali"(pag.60).
Secondo, un giudizio relativo a un momento posteriore alla riforma: "… i maggiori benefici si sono avuti per le regioni dei paesi continentali, dove vastissima è la produzione di cereali; latte e carne, che hanno rappresentato da sempre i settori di maggiore intervento. Oggi, secondo i dati del bilancio 1996, ai seminativi vanno oltre il 44% delle spese totali per il sostegno dei prezzi agricoli, pur rappresentando queste produzioni poco più dell'11% del valore della produzione agricola dell'Ue" (pag.62).
Terzo: "Nel settore del latte le riduzioni di prezzo originariamente previste (del 15% per il burro e del 5% per il latte in polvere) sono state sostanzialmente annullate e di fatto limitate al solo burro (-5%). La validità delle quote del latte viene prolungata fino al 2000, mentre la regolamentazione definitiva del settore lattiero caseario viene rinviata" (pag.64) sine die.
Ovviamente per i governi comunitari, e in particolare per il governo italiano, gli agricoltori meridionali dono dei figli di puttana. Su quarant'anni di mercato unico europeo si potrebbe dire, ricorrendo a un'espressione del Codice Civile: lucro cessante e danno emergente; ovvero ricorrendo al linguaggio comune, che è più incisivo: il danno e lo scorno, o anche all'efficace motto napoletano: cornuti e mazziati.
In questa materia bisogna essere chiari e precisi. Non è il fatto che gli agricoltori meridionali ricavino un introito minore, e neppure l'altro che debbano sostentare quelli continentali - i poverini, quelli che marciano in trattore, anzi in Trattore, su Roma, Parigi e Buxelles, perché non amano pagare le tasse, sebbene guadagnino ogni anno cento volte ciò che guadagna un lavoratore meridionale. No, non è per giocare in borsa che i contadini meridionali dovrebbero essere sostenuti. Né è in ballo il pane quotidiano. Qui è in gioco la dignità dell'uomo: cittadino solo nelle carte fondamentali - in effetti sberleffi costituzionali - e quando si tratta di assicurare con il voto una congrua parlamentare a gente inutile, impotente e per giunta nemica acerrima dei suoi stessi elettori.
Quando, quarant'anni fa, fu avviato il Mercato Comune, i governanti dei sei paesi partecipanti immaginavano che l'esercito industriale di riserva, tenuto in congedo illimitato, senza soldo e senza rancio, sarebbe stato allevato in eterno dai paesi del Sud: il Meridione italiano, la Spagna, la Grecia, il Portogallo, la Turchia. Pertanto vollero che l'agricoltura meridionale continuasse a produrre disperati. Per ottenere tale risultato bastava non fare: l'incompatibilità economica tra l'alto costo della vita - quella di un paese industriale - e il basso valore di mercato delle produzioni, deliberatamente esposte alla concorrenza dei produttori extracomunitari (a basso costo della vita) avrebbe provocato l'auspicata disoccupazione.
A distanza di qualche decennio, gli eupatridi si sono resi conto, però, che si sbagliavano. I morti di fame, non era necessario allevarli, arrivavano spontaneamente da altri continenti. L'Inghilterra, madre di ogni sapere capitalistico, era già zeppa di gente colorata. Così hanno cambiato politica. Aiuti allo sviluppo a piene mani. L'Irlanda, la Spagna, la Germania Est, il Portogallo vi attingono - come è giusto - a piene mani e vanno ristrutturandosi. L'Italia no! L'Itaglia è sempre figlia di Cavour. Se al Sud giova qualcosa, si decide di farla solo se prima giova al Nord. Facciamo gli acquedotti, le strade, gli ospedali? Sì, certamente, i cementieri e i tondinari ci lucrano. Facciamo le scuole? Si, certamente, se no la Zanichelli e la Paravia vanno a gambe levate. Gli mettiamo anche il telefono? Ma certo, anche loro debbono contribuire a pagare gli ammortamenti.
Gli diamo i soldi per coltivare? Ma sei pazzo! Ci farebbero concorrenza, diamogli meglio i soldi per una casa. Ci guadagniamo tutti. Più grande è la casa, più interessi pagano in banca e più detersivi consumano.
Lo Stato italiano è lo Stato di un altro paese. Con i meridionali non ha misura né pudore. Letteralmente è uno Stato stronzo, amministrato da stronzi del Nord e del Sud, in accordo con stronzi francesi, tedeschi e britanni. A mia memoria, lo stronzo più grande è stato l'onorevole Emilio Colombo, potentino. Ma non è detto che oggi manchi chi lo pareggi in volume.
Quale agricoltura? Come in numerose altre terre del mondo, al Sud convivono colture per il mercato mondiale (che davano surplus spendibili di grandezza nazionale) e colture autarchiche, rivolte all'autoconsumo e al mercato locale. Fino al tempo di Mussolini, la coltura principale fu il grano. Le terre del Sud non hanno, però, una gran vocazione per i cereali. I contadini li coltivavano perché affamati. Cercavano, con il superlavoro, di sottrarsi al fabbisogno di moneta; i proprietari invece per il bisogno opposto, quello di acquisire entrate monetarie. Ma, dopo la grande trasformazione e la conseguente fuga dei lavoratori, produrre ancora grano è divenuto un non senso. E' la stessa cosa che riprodurre l'improduttività.
Tanto per dirne una, sulle colline meridionali, prima dell'antica produzione granaria, c'era il bosco - querce principalmente - e a bosco esse dovrebbero tornare. Ciò darebbe una produzione dal valore economico sicuramente maggiore, e dal valore ambientale incalcolabilmente maggiore, perché renderebbe più fertili le zone vallive e le cimose costiere. Ma, il bosco, mai è stato opera dei contadini, dei piccoli privati agricoltori, che si applicano a produzioni che maturano nell'annata. Storicamente è opera: o della natura, o del feudatario, o dello Stato. Ma questo Stato, del Sud, non sa niente. Neppure la storia e la geografia. Né la sua sapienza negativa può essere colmata da una sapienza positiva delle classi dirigenti locali, che non avendo proprie fonti di reddito (ma solo entrate provenienti dal centro romano), si applicano a rubare coscienziosamente allo Stato. Niente al bosco, niente all'uva, ben poco all'olio, zero agli agrumi - le colture classiche alla vocazione delle terre sudiche - lo Stato continua a regalare settecentomila lire ad ettaro a chi semina grano. Insomma alimenta una coltura contraria alle vocazioni ambientali, e per giunta in una fase economica in cui non è utile; dimenticando poi che, qui, grano vuol dire stoppie, che le stoppie, qui, vogliono dire fuoco, che fuoco, qui, vuol dire migliaia di miliardi in fumo ogni anno.
La moneta comunitaria, l'euro, essendo meno esposta della lira alla vocazione inflazionistica e svalutazionistica dei signori industriali italiani, non nuoce all'agricoltore meridionale, che oggi come oggi non ha niente da esportare in America, tranne un po’ di formaggio pecorino. Semmai è la filosofia agricola comunitaria che non va, per i maltrattamenti che ha inflitto e infligge agli agricoltori meridionali (e non solo per questo, come vedremo).
In sede di reddito pro-capite, neanche il protezionismo agricolo comunitario sarebbe da avversare, essendo in generale diretto a colmare il divario tra produttività in settori esposti alla concorrenza dei paesi poveri e settori industriali protetti dai loro stessi standard tecnologici. Basterebbe combattere la politica dei due pesi e delle due misure fra agricoltori continentali e agricoltori mediterranei, e rispettare la vocazione dei terreni (la terra s'intristisce quando viene trattata da fabbrica); sicuramente una cosa non tale da portare a rotture definitive.
Ma il problema è diverso: l'agricoltura meridionale, deliberatamente distrutta dall'attiva contraria della Comunità, va ricostruita, mentre la politica comunitaria tollera appena l'esistente agricolo, e solo per finalità demografiche. Figurarsi se si piglia la pena d'investire in strutture agrarie! L'ipotetica azione dovrebbe rispettare la logica dualistica dell'assetto fondiario meridionale nata ad opera del mercantilismo borbonico e sviluppatosi poi, pienamente, sotto il governo della Destra Storica (al fine di estrarre dal Meridione il surplus occorrente alla costruzione dello Stato nordista). Tale dualismo si fonda su colture rivolte a produrre un surplus nazionale e colture per il mercato locale. La storia agraria del Sud conosce parecchie colture d'esportazione. Al grano ho già accennato. Un tempo ci fu il gelso, in connessione con la produzione serica, ma i baroni genovesi, venuti qui come usurai, mandarono quell'arte a gambe levate. C'è ancora l'olivo che, pur essendo stato una costante dell'agricoltura italiana, domina - tranne alcune aree - le terre del Sud a partire dal Settecento. C'è ancora il vino, che altrove dà una produzione magnifica. Al Sud, però, sappiamo ottenere soltanto un semilavorato, il vino da taglio. La coltivazione del gelsomino è stata abbandonata, e quella del bergamotto è fra color che stan sospesi. Prospera è invece la coltura dell'uva da tavola. Ci sono infine gli agrumi e gli ortaggi, che nella prima metà del ventesimo secolo ebbero una notevole fortuna, e che non mi pare possano superare le attuali difficoltà. In Sicilia e in Calabria occupano la superficie irrigua, che si estende su 349 mila ettari (185 + 164).
L'impegno profuso dagli agricoltori meridionali tra il 1835 e il 1950 non è ripetibile. Accadeva, allora, che la quota di surplus provenienti dall'esportazione olearia venisse in parte reinvestita nelle piantagioni agrumicole e nell'orticoltura d'esportazione. Ma oggi, al Sud, non esiste più un surplus agricolo ( e neanche un surplus fondato sulla produzione in generale, ma esiste solo del risparmio da lavoro subalterno effettuato al Nord, o anche effettuato qui, alle dipendenze dello Stato o di imprese nazionali) e manca qualunque vocazione all'investimento privato. Nella sua faccia meridionale il sistema non dà la necessaria fiducia. Al Sud l'agricoltura è vista come un'attività marginale rispetto all'impiego pubblico e nelle filiali meridionali di aziende private settentrionali, rispetto alla libera professione e al commercio di distribuzione di merci settentrionali.
Ora, per portare nuovamente alla produttività le terre meridionali ci vuole una rivoluzione politica e mentale. Infatti la filosofia comunitaria prevede interventi di orientamento (recte: di sostegno all'iniziativa privata) e mai un'opera d'intervento (che sarebbe peccaminosa). Ma, ammesso e non concesso che l'Unione Europea prenda a cuore i problemi del Sud, quale orientamento potrebbe mai rianimare la libera iniziativa di atomistici produttori, la cui fiducia è spenta ormai da quarant'anni? Quale privato piccolo capitalista s'impegnerebbe in attività perdenti a livello continentale?
Eppure la prima cosa che il Sud dovrebbe fare è riuscire a formare dei surplus permanenti che gli consentano di pagare le importazioni di grano e di carni vaccine. E se tale risultato si vuole ottenere è necessario ridare una nuova destinazione produttiva alle cimose costiere, rese irrigue dall'opera secolare dell'uomo; le terre in cui, attualmente, è insediato l'agrume, non più competitivo.
Si tratta di una scelta non facile che, se lasciata ai singoli, impiegherà cinquant'anni a farsi chiara. Solo gli studiosi possono ridefinire le nuove opportunità economicamente vincenti e solo il potere politico può agevolarne l'adozione. (E non è certo fatuo per un meridionale rimpiangere il ruolo che ebbero in passato l'università di Portici e il centro agrumario di Catania.)
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Fin qui ho presentato un'esigenza che in teoria non contraddice l'impianto capitalistico dello Stato cosiddetto nazionale. Il discorso diventa irrazionale (ovviamente per la logica capitalistica) se aggiungo, all'istanza di produrre, una del tutto diversa, quella che attiene alla qualità della vita. Sulle rive del Mediterraneo l'agricoltura è così antica da essere l'estensione più importante della cultura privata e collettiva. Direi che è amore, un amore simile a quello che gli uomini hanno per i cani e i gatti, che continuano a vivere con noi sebbene le case possano essere difese dai topi con mezzi chimici e dai ladruncoli con strumenti elettrici ed elettronici.
Gli storici di scuola francese credo abbiano ragione d'insistere sui caratteri di lungo periodo che coinvolgono i popoli e le terre. Nella storia economica del Sud - non solo italiano - la base sociale dell'agricoltura è l'orto, che non è fatto solo di agli e cipolle, ma anche dell'albero da frutta. L'orto non è antieconomico. La storia mostra come esso si coniughi bene con la mercatura e il commercio. Se il piccolo commercio funziona, anche le aziende atomistiche danno risultati accettabili. Se ci si guarda attorno, non è difficile capire che il lavoro nell'orto può ben essere una specie di part-time, o forse è meglio dire un dopolavoro economicamente proficuo. Il podere mediterraneo, come si ebbe in Attica e in Palestina duemila e cinquecento anni fa, esiste tuttora e ovunque nel Meridione. Oggi viene condotto specialmente da pubblici dipendenti, donne e pensionati. Di regola la produzioni non è orientata dalla domanda di mercato, ma è rivolta al consumo familiare. Ma qualche eccedenza, complessivamente non insignificante, arriva sul mercato. Solitamente è genuina, ma non viene adeguatamente premiata. Ora la logica dominante sconsiglia che nelle piccole aziende si facciano investimenti di qualche serietà. Ma è un errore. Servirebbero, invece, degli interventi promozionali idonei a dare sicurezza e guadagni a questo tipo di conduzione.
Il reddito pro-capite ne gioverebbe. Inoltre, l'impegnato impiego del tempo libero gioverebbe a migliorare la generale qualità della vita. Le famiglie avrebbero un radicamento più sano, non convulso, e i giovani crescerebbero conoscendo meno la TV pistolera e più la natura. Quello che imparano a scuola - specialmente le scienze - non resterebbe conoscenza astratta e inutile ai più. Con il doppio lavoro - e il doppio interesse - paese e campagna potrebbero unificarsi esistenzialmente, come un tempo. La campagna non sarebbe più un deserto messo a produzione e la città un'isola congestionata di abitatori motorizzati e alienati. Ne guadagnerebbe anche la salute alimentare, perché i prodotti agricoli sarebbero meno appestati di concimi, diserbanti e anticrittogamici. In effetti la prima regola di una buona agricoltura è rappresentata dal rispetto della naturale vocazione dei terreni, o per dir meglio, del particolare assetto ecologico.
Torna così, inevitabilmente, il discorso politico. L'agricoltura meridionale - direi la stessa vita dei meridionali - soffre della logica delle grandi dimensioni, su cui si sono orientati gli Stati europei perché essa è funzionale all'industria, che sostiene di aver bisogno di larghi sbocchi perché possa raggiungere dimensioni di scala. Ora noi abbiamo di fronte due esiti diversi della grande scala in agricoltura: quella trionfale dell'America del Nord e quella fallimentare della Russia sovietica. Applicata in Europa, nei settori dell'allevamento bovino, del grano e della barbabietola, mi pare che abbia prodotto più disastri che utili. Infatti la qualità delle produzioni se n'è andata a ramengo; quanto, poi, al conto profitti e perdite, è visibile a tutti che non ci sarebbe una sola azienda non fallita, se la Comunità non si fosse accollata gran parte dei costi.
Credo che l'esigenza di grandezza, oggi, sia più supposta - per nascondere fini di classe - che vera. E' probabile - e adesso ne abbiamo anche qualche prova - che piegando la macchina all'uomo si ottenga un miglior risultato che piegando l'uomo alla macchina.
Cosicché, per rianimare il Sud, non basta uscire dall'Italia Stato e dall'Europa- mercato unico dei prezzi e della moneta. Il Sud italiano dovrebbe uscire da una cultura economica e morale alla quale è subordinato, nella quale però non s'è mai veramente integrato, che viene dall'utilitarismo inglese e americano, e dal liberismo gran-proprietario, duro da digerire fra gente d'antica civiltà (mi piace ricordare la civiltà con cui contadini e proprietari - fra cui abbazie e conventi -convivevano sulla terra, giuridicamente separando il dominio utile dal dominio eminente; civiltà che si scontrò ferocemente con la concezione anglosassone e giacobina della proprietà borghese, in una lotta secolare bastardamente chiamata brigantaggio. Vorrei anche aggiungere che, senza rivoluzioni francesi e senza risorgimenti, i contadini sarebbero arrivati a fagocitare il dominio eminente eminente un secolo prima della legislazione che unifica tutti i contratti agrari all'affitto).
Portare l'Europa a noi - come vorrebbe la proposta di Franco Cassano - implica una rivoluzione al centro continentale del sistema europeo. Troppo per le nostre forze. E troppo per la morale ordalica su cui sono cresciuti gli spiriti animali. A noi tocca prendere coscienza che l'Europa inglese, tedesca, francese, e adesso anche quella spagnola, guarda al Mediterraneo centrorientale - al quale il Sud italiano appartiene - con gli occhi smarriti del consumatore di petrolio e contemporaneamente con gli occhi cupidi del venditore di macchine. Altro Mediterraneo, per la cultura europea, non c'è.
Con la moneta unica - l'euro - l'idea di una banca centrale e di un sistema creditizio centrato al Sud, il Sud si allontana ulteriormente. (Spiega concretamente e brevemente l'importanza che vi attribuisci].
Peraltro, passata l'euforia delle prime ore, l'Unione Europea si va palesando come una mera agenzia avente per fine il lucro di oligarchie imprenditorial/finanziarie. Che ripercussioni vedi al Sud dall'euro?
Per il popolo meridionale, scarso di redditi e totalmente spogliato di un apparato produttivo, sicuramente l'euro è meglio della lira. La moneta comunitaria si è rivelata parecchio più debole di quanto qualcuno (compreso me) immaginava. Tuttavia, nonostante il calo sul dollaro, l'euro aspira a conservare la sua capacità d'acquisto all'interno dell'area monetaria europea, cosa che sicuramente non si può dire della lira, che, nei cinquant'anni trascorsi, gli italiani furono loro malgrado costretti a vedere passare senza soste da una parità a una minore. E non tanto per debolezza propria, quanto perché FIAT & C. imponevano alla Banca d'Italia l'aggiotaggio al ribasso, affinché essi non perdessero i mercati a moneta forte.
Certo la scala mobile opponeva una qualche difesa a tali giochetti, ma al Sud, dove di grandi aziende, obbligate al rispetto dei contratti collettivi di lavoro, ce n'erano (come ce ne sono) poche, il meccanismo fu un ftatus voci per la generalità degli occupati. Figurarsi per il senza lavoro! Di fronte all'inflazione, il venditore di merci reagisce subito aumentando i prezzi, il lavoratore dipendente (se manca un automatismo che fa scattare il salario) prima o poi impianta una lotta per tentare di recuperare la capacità d'acquisto perduta, ma il lavoratore senza lavoro e senza salario può solo impetrare la giustizia di Dio.
Ogni collettività produttiva (un'azienda-nazione), se vuole continuare a produrre, deve risparmiare una parte del valore prodotto (surplus) e investirlo in macchine e impianti (capitale). Accade, però, che l'azienda-Sud (coloniale rispetto all'azienda-Italia e al sistema capitalistico europeo) sia invisibilmente depredata del suo risparmio ad opera del corso nazionale della moneta; e già ora - e molto più in futuro - della moneta comunitaria.
La ragione per cui ho spesso parlato di banca centrale del Sud (insieme con uno Stato funzionale alla produzione e all'occupazione) non sta certamente nel corso dei cambi, sibbene nella funzione predatoria che lira cosiddetta nazionale ha svolto e svolge in un assetto cripto-coloniale, qual è quello meridionale.
Mi spiego. Oggi, il risparmio si fa in danaro. Il danaro risparmiato, di regola, viene messo in banca. A sua volta la banca lo dà in prestito ai suoi clienti. Ciò è funzionale allo sviluppo economico. Infatti la persona che realizza un risparmio (per esempio, un pensionato che incassa la liquidazione) non lo investe personalmente. Dall'alto lato, chi decide l'investimento (per esempio, un commerciante, un agricoltore, un industriale, un appaltatore) raramente ha tutti i soldi necessari. Il ruolo che l'economia moderna ha assegnato alla banca consiste nel raccogliere il risparmio per metterlo in mano a chi lo impiega. Se questi effettua un buon investimento, la produzione nazionale aumenta.
Fino a qualche tempo fa, nel sistema italiano la borsa contribuiva poco al finanziamento delle imprese, e queste preferivano fare ricorso molto più alla banca che alla borsa. Inutile, poi, ricordare che le borse operanti al Sud sono state chiuse dalla prima all'ultima, ancor prima che i padani fagocitassero i banchi di Napoli e di Sicilia e le banche regionali.
L'idea che l'italiano qualunque ha della banca è parecchio stonata. Altrove, le banche si dividono in base al diverso modo di raccogliere il risparmio e secondo la finalità produttive e non produttive in cui esso viene impiegato. Le banche che finanziano l'agricoltore, di regola, non finanziano l'industriale, quelle che danno danaro alle imprese per un tempo lungo non finanziano chi importa baccalà. In Italia, invece, esistono solo due modelli, le banche e le Poste, che emettono buoni fruttiferi e con il ricavato finanziano lo Stato e gli altri enti territoriali. La banca italiana fa tutto. Quando le cose vanno bene, guadagna danari da tutti le parti, e solo Dio può sapere come li spende. Quando le cose vanno male, paga lo Stato - cioè voi che leggete e io che scrivo. La banca italiana, inventata anch'essa da quel grand'uomo di Cavour, non fallisce mai. Se qualcuno ha sbagliato, a sbagliare sono stati gli altri. Il caso del Banco di Napoli è la spaventosa riprova che la regola non subisce eccezioni.
Quanto al Sud, il problema sociale e politico non è rappresentato tanto dal fatto che il risparmio meridionale è sempre finito a Milano, quanto dall'altro che la banca, qui da noi, finanzia soltanto i consumi, mentre si guarda bene dal finanziare gli investimenti, evidentemente molto più rischiosi.
Con questo sistema, in Sud spreca i suoi surplus in consumi e non può - dico non può - finanziare l'allargamento delle sue produzioni. Se la banca usa i soldi che Ciccio ha risparmiato per fare un prestito a Mico, che vuole comprare una bella cucina Scavolini, il risparmio dei meridionali finisce nel consumo di merci nordiste. Certo Mico ha la sua bella cucina, ma la collettività meridionale ha sacrificato a favore di un consumo vistoso dei mezzi che sarebbe stato meglio destinare agli investimenti produttivi.
Ovviamente Ciccio e Mico, di tutto questo, non sanno un bel niente, e se anche sapessero, non potrebbero modificare l'andazzo. Dal canto loro gli impiegati e i funzionari delle agenzie bancarie, generosamente assorbite dai fratelli padani, svolgono con serietà e professionalità i compiti assegnati loro dalle direzioni generali. Per il resto, qualcuno di loro è interessato alle belle donne, qualche altro alle corse dei cavalli, quasi tutti alla famiglia e alle fortune della Juventus, nonché recentemente a quelle della nostra Ferrari - anzi super-nostra in quanto vince le gare bruciando in volata i nostri danari, anche quelli dei non fans; e come se questo non bastasse riempendo la televisione - pagata da tutti - con spettacoli diseducativi. (E sarebbe il caso di chiedersi per quali dei diciotto morti, che quotidianamente insanguinano le nostre strade, la famiglia Agnelli non dovrebbe comparire dinanzi a una corte di giustizia).
Quasi nessuno s'interessa, invece, di politica; e nessuno di loro sa che lui fa più politica di un leader politico, più di un deputato, più di un ministro, più di un ambasciatore, più di Eugenio Scalfari. Ma cosa succede di così politico dietro le arcigne vetrine delle agenzie bancarie, ubicate sulle strade principali di città e paesi meridionali? Semplicemente questo. La banca riceve risparmio e paga un interesse. Se non commercia la raccolta, non lucra, e se non lucra la borsa la punisce. E se la borsa la punisce, il direttore generale, i suoi più stretti collaboratori e il personale dirigente pagano con la carriera.
Non bisogna dimenticare, infatti, che il guadagno di qualunque banca è dato dalla differenza tra il totale degli interessi che paga e il totale degli interessi che le vengono pagati. Ma gli affari potrebbero andare male anche se la banca presta troppo facilmente il danaro all'impresa che sta già rischiando il suo, cioè a quella che ha più bisogno di credito. Cosicché la banca italiana (nazionale), che è costretta a rischiare perché il danaro raccolto deve pure commerciarlo, rischia al Nord, dove il rischio è minore. Ciò vale anche per le banche locali, le quali, nel caso che i depositi non possano essere commerciati con tranquillità sul posto, li affidano alle loro consorelle del Nord.
Al Sud, il cliente più tranquillo - e più disposto a pagare interessi - è il commerciante; anche lui inconsapevolmente attivo in politica più di un leader. Il commercio è un mediatore essenziale della politica nazionale, in quanto assolve inconsapevolmente al dovere patriottico di drenare il risparmio dal Sud al Nord. Infatti usa il risparmio sudico per comprare al Nord. In buona sostanza, più che di un commerciante si tratta d'un importatore di merci padane (adesso anche europee), che offre in vendita al pubblico meridionale.
Non è necessario che questo meccanismo compia giri vorticosi. Basta il normale consumo per trasformare il finanziamento bancario in una forma di sbocco pre-finaziato dell'industria (ovviamente) padana.
La cosa non solo è antieconomica, distruttiva; è anche e soprattutto immorale. Immancabilmente il liberismo commerciale arricchisce i padroni e i proletari di un paese, e fa un autentico cimitero del mondo restante. Il sistema del libero scambio potrebbe andar bene solo se tutti i popoli possedessero la stessa tecnologia e lo stesso numero di portaerei. In mancanza di ciò, è un vero veleno. Io non dico che le nazioni non debbano intrattenere fra loro scambi commerciali, aggiungo però che l'azienda-nazione non è diversa dall'azienda famiglia. Se un membro della famiglia, che non ha niente da fare, sa pescare, diventa ridicolo andare al mercato a comprare il pesce.
La moneta nazionale è stata, nella storia unitaria, permanentemente un vettore di subordinazione del Sud al Nord. Oggi è, del tutto, il principale. Ma, in sé, la moneta è solo una convenzione. Perciò, quando parlo di una banca centrale meridionale, esprimo un'esigenza subordinata. La principale consiste nel restituire agli uomini del Sud italiano la sovranità sul loro paese; sovranità di cui, il diritto di lavorare e produrre, costituisce la bussola. L'azione separatista ha come obiettivo l'indipendenza. Se mai un giorno si arriverà a tale risultato, un'economia, orientata da una sapiente e civile visione degli interessi collettivi, rappresenta l'unica opzione organizzativa capace di conservarla. La difesa dell'indipendenza non è facile. Quando i dentifrici, i rotoli di carta igienica, la televisione non bastano, è regolare che arrivino i cacciabombardieri e le bombe al Napalm, come nel Vietnam. Comunque dentifrici e televisione sono un'arma capace d'assoggettare i cervelli di masse sterminate di uomini. Ed è giusto e anche necessario difendersi.
L'abolizione del lavoro dipendente è il fine politico e pre-politico - morale, religioso, civile, cristiano, umano - dell'indipendenza. La restituzione ai produttori della libertà ed eguaglianza che la natura proclama in ogni sua manifestazione, è anche il grimaldello per aprire la porta della piena occupazione, una porta fragile e tuttavia tenuta serrata con tutti i mezzi dai liberal-capitalisti, per ricattare, a fine di dominio, gli altri esseri umani.
In un quadro di piena sovranità, la moneta nazionale meridionale sarà solo il misuratore delle relazioni di scambio tra un produttore e l'altro. A livello internazionale non sarà altro che l'indicatore della fiducia che il lavoro meridionale riscuote nel mondo.
Un secolo fa il dilemma al Sud era tra l'essere "emigrante o brigante" Che prospettiva vedi per un giovane sudico, suddito dell'euro e in uno Stato sociale in progressivo smantellamento? Ed in tale contesto, cosa intendi dire quando chiedi "mano libera in materia di rapporti giuridici di produzione", sostenendo che "senza mettervi mano la questione dell'occupazione non può essere seriamente affrontata"? Di chi, poi, dovrebbe essere questa "mano"?
Precisiamo un punto su cui la capziosità nordista regna sovrana. Il Sud ha goduto soltanto in un ambito limitato dello Stato sociale. Beneficiari i contadini, a partire dagli anni cinquanta, quando con un ritardo di mezzo secolo fu loro riconosciuto il beneficio della pensione e di altre forme complementari d'assistenza; in particolare un premio di maternità (si era ancora in quella fase in cui la nostra amorevole patria faceva assegnamento sulla manodopera sudica per mantenere il livello dei salari vicino alla fame). In precedenza aveva diritto alla pensione soltanto chi aveva le marche sul libretto. Ora, il libretto di lavoro, qui al Sud, non l'avevano neppure gli operai, figurarsi i fittavoli e i coloni! La cosa corrispondeva a uno zappatore meridionale, sostegno essenziale dell'economia nazionale per più di cento anni (e pilastro dell'esercito nazionale), senza quel riconoscimento che i lavoratori della parte ingorda d'Italia avevano invece sin dal tempo di Giolitti. La generalità della norma giuridica (la legge è uguale per tutti) è solo una buffonata. L'ineguaglianza dei cittadini, in Italia, stata programma-ticamente aggirata dallo stesso legislatore, che sin dalla nascita dello Stato sabaudo congegna le leggi in modo da sfavorire il Sud.
Per il resto dei lavoratori non c'era, e non c'è tuttora, una vera copertura, ma solo gli sberleffi di uno Stato camorrista. Infatti, l'indennità di disoccupazione, l'integrazione dei guadagni e simili forme d'intervento - queste sì assistenza vera - al Sud non scattano perché, per legge, è disoccupato soltanto chi ha prima lavorato (cioè in culo al sudico!). In sostanza, l'inoccupazione permanete, la vera dis-occupazione di cui il Sud soffre e di cui ha sempre sofferto da quando è stato sottomesso alle ingordigie e alle angherie settentrionali, non è mai stata assistita da alcuna indennità. Se proprio vogliamo citare un vero e consistente beneficio. Almeno fino a quando quel santo corrucciato e carrocciato di Roberto Formigoni non sfodererà il brando di Alberto da Giussano, gli inoccupati meridionali, nel caso di vitale bisogno, otterranno gratis l'assistenza sanitaria viaggiando, nelle belle vetture costruite dalla Breda in età fascista, fino a Milano e dintorni. Cosa che serve a tenere su i bilanci di alberghetti, locande e tavole calde, altrimenti disertati dall'inclito pubblico lombardo.
La Cassa per il Mezzogiorno e lo Stato Sociale sono stati le più pesanti alluvioni capitate addosso al Sud, ma non per quel che si progettava di fare. Fatte, invece, le cose come la Confindustria volle che si facessero, il Sud, da vittima che era, mercé la nobile arte di Montanelli, è passato alla storica condizione di reo. Scendendo al particolare, un disastro di inaudite proporzioni è stata la dilatazione del pubblico impiego, un provvedimento stimolato dall'esigenza di salvare i rampolli delle classi redditiere, che avevano fornito - e avrebbero dovuto ancora fornire - i reggimenti aborigini (gli ascari) a difesa del sistema cavourrista. La patriottica svolta calò su una società per molti versi ancora morale, scombussola alla radice. Consegnati in mano agli ascari, il pubblico intervento e la spesa ordinaria fornirono gli ormeggi a una classe sociale e politica già alla deriva, inchiodandola sulla testa dei sudichi, come una corona di spine. Pagato il pizzo alla Confindustria, fatte le cosiddette opere di civiltà (quasi che la civiltà potesse essere opera di Misasi e di Mancini), per il resto la spesa pubblica è servita ad appaesare i partiti padani e i sindacati nordisti. Mezzo milione - poco meno o poco più - di occupazioni improprie hanno guastato il mondo meridionale nel profondo. Il degrado morale, deliberatamente esteso alle classi subalterne, ha portato allo sfascio l'antico civismo ed ha alimentato la mafiosità. Casi esemplari ne sono le decine di migliaia di forestali calabresi - dei nullafacenti coccolati dai sindacati e dai partiti - che incendiano i boschi per assicurarsi la pagnotta, e quegli altri nullafacenti dei cosiddetti lavori socialmente cosiddetti utili (come vedete due falsificazioni cavourriste in un concetto di appena tre parole). E c'è solo da ringraziare le disgrazie della lira se il casino va finendo.
La grande trasformazione seguita alla guerra ha coinvolto anche l'Italia. Nel Meridione il mondo contadino, a cui apparteneva oltre il 65 per cento della popolazione, è finito per sempre. Le lotte per la terra, dirottate verso risultati elettoralistici, furono il suo canto del cigno. Con la fine dei contadini, è finita anche l'alternativa o briganti o emigranti.
In assenza di uno Stato indipendente che affrontasse i problemi connessi al passaggio a nuove forme di produzione, il processo di superamento della servitù contadina prese la forma di emigrazione di massa. Né la prima delle due grandi migrazioni meridionali - quella tra 1883 e il 1914 - né la seconda - quella tra il 1948 e il 1973 - servirono a fondare uno Stato, o a inserire il Sud come componente paritaria dello Stato sedicente nazionale. Il mondo contadino sopravvisse alla prima e sarebbe sopravvissuto anche alla seconda, se l'area padana non avesse avuto, a quel momento, bisogno d'inaridire l'economia meridionale con lo smercio delle sue produzioni. Infatti, nei due periodi indicati, la penetrazione delle merci di massa si è presentata con intensità oltremodo diversa. Al tempo della prima, l'industria padana non era ancora nata, e tranne lo zucchero, il tabacco, il grano importato e poche altre mercanzie, il Nord aveva ben poco da vendere al Sud. In quel periodo le risorse meridionali venivano risucchiate attraverso altre vie, principalmente il fisco, l'ufficio italiano cambi, il sistema bancario cavourrista, che ottenne di poter emettere carta, e al solo costo di stampa comprava al Sud prodotti veri. Inoltre la produzione meridionale veniva venduta all'estero. Si tratta di un risvolto - anche se poco investigato - decisivo ai fini del sottosviluppo sudico. Infatti la valuta che il Sud procurava alla nazione (in questo caso come non mai Una), veniva controllata dal tesoro nazionale e da questo ceduta, a prezzi artefatti, agli industriali cavourristi, che se ne servivano per pagare le materie prime, e agli importatori genovesi, che la usavano per speculare patriotticamnete sul prezzo del grano. E tuttavia, non fu tanto il drenaggio delle risorse che portò il Sud alla completa rovina - malgrado tutto l'agricoltura continuava a produrne - quanto l'insipienza, l'estraneità e la malvagità della classe dirigente
. Invece, al tempo della seconda migrazione, mercé gli aiuti americani, le idee americane e la partigianeria dello Stato sedicente nazionale, con Einaudi appollaiato sul trespolo più alto, l'apparato industriale padano decollò. Di conseguenza ebbe un impellente bisogno di clienti. E quale cliente più addomesticato del Sud?
L'offerta di merci - si sa - crea i consumatori di merci. Però le merci importate andrebbero pagate con la produzione e l'esportazione di altrettanto valore (Antonio Serra, economista del 1600). L'assetto coloniale del Sud non resse all'esborso, perché i prezzi agricoli perdevano insistentemente in termini di ragioni di scambio. Incassando ben poco, per pagare gli acquisti, il Sud dovette alienare una parte del capitale naturale, nel caso gli uomini, che andarono a ottimizzare i pallidi bilanci dei padroni di casa delle sette o otto province piemontesi e delle nove province lombarde. Subito dopo svendette anche il territorio, che divenne la fogna in cui (in attesa delle discariche, si fa per dire, abusive) il capitalismo nazionale ha piazzato le sue raffinerie e i suoi altiforni.
Le nostre migrazioni - un fenomeno relativamente recente, di cui sono documentate le motivazioni - ebbero origine e sorgente nel divario tra fame sudica e pane nel paese di destinazione. Però nessuna emigrazione è possibile se il paese d'immigrazione non ha bisogno di mandare la cartolina precetto ai militi a riposo dell'esercito industriale di riserva. Il fatto ci porta a cancellare, dal ventaglio degli odierni, eventuali sbocchi migratori, l'Italia delle regioni ingorde, la Francia e l'Inghilterra, verso cui fluisce l'esercito industriale di riserva extracomunitario, e gli Stati Uniti, serviti dalle orde fameliche che fanno da sozza cornice agli impareggiabili splendori di Wall Street. Stringendo il discorso, una nuova emigrazione di meridionali configurerebbe come possibili destinazioni: il Canada, l'Australia, la Svizzera e alquanto limitatamente la Germania. Ma questi paesi e l'area padana già fruiscono dell'emigrazione meridionale, e chiaramente non hanno bisogno più di tanto. (Per il paese meridionale circa 100 mila emigrazioni l'anno. Siamo quindi lontani dalla valvola di sfogo che servirebbe e che oggi dovrebbe sbuffare non meno di 5 milioni di popolazione eccedente.)
L'inoccupazione dei sudichi è destinata a crescere o a decrescere in proporzione diretta con il movimento demografico. Comunque sia, essa formerà la base di massa per un progetto di liberazione nazionale. Bisogna tuttavia essere consapevoli che l'idea di rivoluzione non nasce solo da fatti repressivi, ma anche e soprattutto dalle idee alternative, da un progetto credibile. Anche le secolari lotte dei contadini non nascevano dalla povertà - o solo dalla povertà - ma dall'ideale di godere i frutti del proprio lavoro. E anche questa volta saranno gli ideali popolari a produrre la rivoluzione.
Ma quali? Oggi, se un paese è privo d'industrie, si sente non libero. Così sogna di costruirsele. Non c'è forza al mondo che, alla lunga, possa impedire agli uomini d'inseguire il progresso materiale. Non c'è riuscita la Chiesa cattolica, non ci riuscirà nessuno.
La rivoluzione, in quanto idealità, è simile alla religione nell'analisi di Feuerbach, un rispecchiamento in cielo dei problemi di questa terra, nonché l'anelito a superarli. L'idea di cambiamento imbussolata nel cappello rivoluzionario potrebbe non essere l'ideologia corrente dell'avere beni in quantità maggiore, ma persino un civile progetto di star meglio, di vivere più sereni e tranquilli, che non è una cosa a cui aspirano soltanto i vecchi. Poco o molto, gli uomini hanno capito che il mondo naturale sta preuccupantemente deperendo, e che il deperimento della natura rappresenta un pericolo per l'esistenza umana, quella di ciascuno, e quella dei figli di ciascuno. Lo sviluppo - cioè il diritto a non subire la tracotante invasione di merci straniere - già da tempo è una religione con miliardi di seguaci nel mondo. Tuttavia il processo di liberazione dall'imperialismo è frenato dal fatto che il capitale e le tecnologie sono in mano agli imperi-sanguisughe. Si tratta di un problema che non riguarda il Sud italiano, il quale possiede i capitali occorrenti e gli uomini preparati, e deve soltanto scrollarsi di dosso i vincoli che lo Stato cavourrista frappone al suo decollo. Nelle maggior parte delle altre situazioni, invece, il problema esiste e, dopo il crollo del comunismo è necessario un progetto diverso. Nelle more, forse proprio il tramonto dell'idea comunista pare aver suggerito ai popoli una tacita subordinazione ai capitalismi nazionali. L'espressione paesi in via di sviluppo non è sempre falsa. Il Sudest asiatico, il Nodafrica, l'America latina, si muovono, anche se attraverso mille difficoltà. La loro crescita non tocca gli interessi dei capitalisti imperiali, ma incide sull' entente cordial tra imperialisti e aristocrazie operaie, che vedono scemare il loro privilegio. Cosa che potrebbe avere un singolare epilogo, cioè che Marx avesse ragione nel localizzare la tomba del capitalismo tra l'Inghilterra e la Germania.
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Il separatismo rivoluzionario è un tentativo di una risposta relativamente al Sud italiano. E' evidente che il mercato europeo è giunto ad un alto grado d'integrazione e di penetrazione. Storicamente l'ampiezza del mercato (nella categoria mercato includo le infrastrutture e tutte le economia esterne) definisce anche l'ampiezza geografica dello Stato, della funzione politica, del prelievo fiscale e dell'ordinamento militare. La categoria Stato implica a sua volta la categoria governo, e quindi la categoria sovranità. Avremo sicuramente una sovranità europea formalizzata. Questo Stato continentale non sarà, però, una nazione, una somma di uomini, di cittadini, simile alla nazione inventata dalla borghesia vincente nel 1789. Torneremo indietro (per qualche decennio o qualche secolo) al federalismo dell'Impero Carolingio, alla contea di Borgogna e al ducato di Allemagna, cosa di cui il federalismo fiscale di Miglio, Tremonti e Cacciari è la versione pacchiana (il fottisterio legalizzato di industrie e banche). Uno della mia generazione non può non contrapporvi l'attento studio di Francesco Compagna sulla regionalizzazione dell'Europa (se ben ricordo L'Europa delle regioni, credo ESI - Edizioni Scientifica Napoletane, credo fine degli anni Sessanta). E non lo ricorda soltanto per la pertinente analisi delle formazioni sociali sub-nazionali come si presentavano a quell'epoca nell'Europa dei Sei, ma anche e soprattutto perché quarant'anni fa l'idea d'Europa non veniva da chi speculava sulla produzione (banche, capitale finanzieriario) ma era coerente alla produzione reale (delle cose, delle merci, dei servizi). D'altra parte Miglio e Tremonti pedinano gli gnomi di Francoforte. Fanno bella mostra di sé nel serraglio. Infatti, così com'è organizzata, l'Unione Europea somiglia a uno zoo. Una sommatoria di popoli impediti alla fusione e confusione dalle gabbie confindustriali e sindacali frapposte dai padroni e dai sindacalisti nazionali; popoli senza un governo che possa porsi i problemi di fondo e senza un parlamento che possa decidere altro se chiudere o non chiudere le finestre dell'aula.
La cosa ci tocca, però, soltanto dal lato estetico. L'attuale posizione geo-economica del Sud italiano è innaturale e anacronistica (le guerre religiose tra cristiani e mussulmani sono finite cinquecento anni fa). Non ci stiamo a fare le sentinelle confinarie dell'Europa comunitaria, come ci è toccato fare per ben un millennio i guardacoste del papa romano. Lo scioglimento dello stato cavourrista e il trionfo del federalismo famelico agevoleranno il cammino dell'indipendenza e l'inclusione del Sud in un scenario politico che in qualche modo ripete i confini del mondo bizantino: all'interno la Grecia, la Turchia, il Libano, la Siria, la Palestina, l'Egitto, la Libia, Malta, Cipro, nonché Israele se e quando sarà guarito del suo effettivo neo-nazismo.
Il nostro progetto porta al rifiuto della Comunità Continentale Europea. L'inclusione sarebbe, infatti, servile, e non solo a causa della scarsità di attrezzatura industriale che porta all'idea di ricostruzione, ma anche nel senso che saremmo ulteriormente costretti a piegarci a una cultura che non è nostra e che istintivamente non riteniamo meritevole d'imitazione.
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Il capitalismo non mira alla piena occupazione, ma al profitto. C'è da aggiungere che la crescita capitalistica non porta nuova occupazione nella misura che eravamo abituati a vedere. Per giunta, la crescita vertiginosa del profitto ha ripercussioni più negative che positive sulla condizione delle aristocrazie operaie. Per quanto concerne il Sud, lo sviluppo capitalistico è stato azzerato quando era già un fatto in itinere. Oggi è impossibile. Questo paese è stato consegnato e affidato alla mafia, alla quale è però negato un inserimento nelle attività cosiddette lecite (l'illecito è commerciare le Marlboro, non produrle appositamente per i commercianti in nero!). C'è poi il gioco sporco dei sindacati, che, per continuare a governare il mondo del lavoro pretendono di essere essi, ed essi soltanto, a contrattare la ritirata dei salariati e a firmare contratti sempre più jugolatori per i lavoratori, tipo l'abdicazione alla scala mobile. Non mancano infine gli interessi degli ascari, i quali, in un Sud di occupati, non avrebbero più modo di contrattarsi il voto.
Ma forse peggio. Uno sviluppo del Sud potrebbe essere impedito con la violenza, attraverso qualche forma di violenza politica, perché farebbe venir meno ogni forma di disoccupazione, persino quella intellettuale. Si sa, il pieno impiego è nemico delle paghe basse. Un aumento dei salari porterebbe a consistenti aggravi nel settore del pubblico impiego e le aziende capitalistiche, in particolare le mai troppo lodate banche, vedrebbero diminuire pericolosamente i profitti. Insomma altererebbe la condizione del mercato del lavoro in Italia, provocherebbe una crescita nazionale dei salari proprio adesso che i nazionali capitalisti - dopo tanto soffrire - stanno facendo affari d'oro a duemila carati.
Una separazione che porti a due Italie capitalistiche? Oggi sarebbe un non senso. Il capitalismo attuale è uno, e uno soltanto. E' apolide, già globale. Solo il livello dei salari è nazionale e subnazionale, in corrispondenza della disoccupazione. D'altra parte l'oggetto del separatismo meridionale non è lo sviluppo, almeno in prima istanza. Ma è la fine dell'inoccupazione, cioè la piena occupazione anche a costo di trascurare la produttività del lavoro.
A un lavoratore che, in una fase avanzata, produce due sedie al minuto, con una ricchezza prodotta che si irraggia per vie traverse sulla società, noi preferiamo quatto lavoratori occupati che producano ciascuno una sedia ogni due minuti. Infatti produrre - e farlo nel proprio ambiente - rappresenta l'appagamento di una vocazione generale degli uomini. La produttività deve essere contemperata con l'occupazione, altrimenti non ha senso umano. Se invece del profitto capitalistico si avesse un normale frutto del proprio lavoro, solo chi lavora meglio o produce in tempi minori guadagnerebbe di più. Chi fosse fuori mercato avrebbe il tempo di trovare un diverso lavoro, senza incorrere in una punizione stupida e rovinosa per il debitore e i creditori, qual è il fallimento. Ora, il capitalismo non può dare questo.
Qui siamo al capitolo centrale del marxismo. I rapporti di produzione di tipo capitalistico sono divenuti al Sud un vincolo allo sviluppo economico. Il Sud può essere portato avanti solo da un lavoratore senza padroni. Ho sviluppato questa tesi nell'opuscolo Tutta l'égalité, il cui punto nodale è l'abolizione del lavoro dipendente, conservando però lo scambio di valori. Cioè: resterebbero in piedi il mercato e la proprietà (di macchine e attrezzi), che non sono stati inventati certamente dai capitalisti, ma dall'uomo indistinto nel processo di socializzazione e nel corso dei millenni.
La mano che porterebbe avanti il progetto non potrebbe essere altro che quella socialista. Un socialismo capace di avere perplessità, timori e rispetto dell'umana dignità, più o meno come al tempo della Seconda Internazionale.
Che lettura dai del sistema mafioso? Questo sistema di accumulazione illegale di capitale come s'intreccia, nell'era dell'euro con il sistema legalizzato di accumulazione capitalista? E che problemi porrebbe ad un processo sudico di liberazione?
Prima dell'ultima Guerra Mondiale, nella Sicilia occidentale e nel reggino calabrese, la mafia (sinteticamente per malavita contadina) aveva uno spazio sociale e lavorativo nelle guardianie dell'acqua per l'irrigazione dei preziosi agrumeti - preziosi non solo per i proprietari, ma anche e forse soprattutto per l'economia nazionale, essendo arance, limoni e mandarini la voce più importante delle esportazioni nazionali. Al tempo del fascismo la mafia era soltanto un problema criminale. Un problema sociale - e non solo nelle zone mafiose - era semmai la netta separatezza tra mondo urbano e mondo contadino. Gli urbani, non solo volevano che i contadini avessero una condizione sottomessa, ma una parte di loro - la piccola borghesia impiegatizia e commerciale - inclinava anche a emarginarli, a tenerli fuori: i forisi.
Nel dopoguerra il problema criminale diventa secondario. Con la democrazia politica si fa spazio una cultura criminale più tollerante. Cresce invece, nelle zone agricole, la frizione sociale, in quanto il mercato nero, prima, e la più efficace penetrazione dell'economia di scambio, poi, spingono intere falangi di contadini a inurbarsi, per inserirsi nel piccolo commercio. I nuovi orientamenti politici nazionali portano infatti all'eliminazione degli impedimenti precedentemente frapposti alla penetrazione dei contadini nel territorio degli urbani; quelli legali voluti dal fascismo e quelli classisti - invisibili legislativamente, ma molto forti - dell'epoca anteriore. Il nuovo conflitto è alquanto rispecchiato, nello schieramento politico, dalle formazioni estreme: la destra monarchico-fascista a favore degli urbani e il partito comunista a favore dei contadini. Dal canto loro i partiti intermedi - democristiani, socialisti, repubblicani, liberali, socialdemocratici - accettano l'esodo contadino e cercano di mediare le frizioni, con parecchia tolleranza per l'aspetto criminale.
Alla genesi dello Stato repubblicano bisogna riportare anche la rinascita del vecchio clientelismo prefascista. Sul piano elettorale i contadini meridionali hanno lo stesso diritto al voto dei veri cittadini. Anzi negli anni del dopoguerra sono persino politicamente rappresentati da due partiti: i comunisti, che fanno immaginare la fine dei padroni-redditieri, e la democrazia cristiana che offre i mezzi per la formazione di una classe di coltivatori diretti. Ma nel corso della Ricostruzione cosiddetta nazionale l'immaginario comunista sfuma, mentre sul versante della formazione della piccola proprietà coltivatrice il processo è lentissimo.
Al Sud, altro non c'è. Di conseguenza, quando l'arcaicità del progetto comunista diviene chiara, i contadini perdono almeno uno dei due punti di riferimento endogeni, essendo, gli altri partiti, delle formazioni politiche nordiste, calate al Sud con programmi fatui ed esotici. Siamo nei primi anni cinquanta. A questo punto comincia la farsa. Il PCI ripiega senza una vera resistenza; la D.C. incalza, ma nel frattempo il suo progetto ruralista viene superato dai fatti, cioè dalla fuga dalle campagne in seguito alla più penetrante diffusione delle merci settentrionali. Messo in difficoltà, il partito cattolico risuscita il modello giolittiano di governo del Sud, e lo estende alla campagna.
L'espansione della mafia ha le sue radici in tale passaggio. Per il candidato - regolarmente un urbano - i contadini sono difficili persino da raggiungere; e se raggiunti, contestano, perché l'interessata intrusione d'un urbano fa riemergere l'antica sfiducia e i temi del permanente conflitto. Comprare il consenso del capobastone contradaiolo diventa, allora, per il candidato, il passaporto per ottenere il voto contadino.
Il risultato è positivo (ovviamente per la D.C.) cosicché, dove la mafia è assente o ha una debole presenza, l'eletto fomenta i capibastone perché si prodighino a suscitare imitazione intorno al voto di scambio. I nuovi adepti vengono accarezzati, coccolati. Nel reggino, i gruppi mafiosi, che avevano complessivamente la dimensione di qualche migliaio di adepti, passano ad averne decine di migliaia.
Ma cosa riceve il boss campagnolo dal politico? Certo non terra, non siamo più all'assetto feudale. Il candidato può donare solo Stato, spesa pubblica. La sanità ospedaliera non è ancora nata e la Cassa per il Mezzogiorno è solo al decollo. D'altra parte il sistema centrale, se incoraggia il malaffare a livello locale, a livello centrale ha ancora qualche pudore. E' quindi sui bilanci dell'ente locale che finisce per gravare il costo del voto mafioso. Le opere pubbliche comunali e provinciali diventano la merce di scambio, il premio per i servigi negoziati. Vedendo premiato il rurale, il piccolo borghese mugugna e porta il suo voto alla destra. Il mondo contadino in crisi senza altra uscita lecita che l'emigrazione, invece apprezza. Un salario settimanale, per una fatica molto meno pesante di quella agricola, rappresenta un passo avanti, schiude la strada all'inurbamento.
Fatto il primo passo verso i commerci e la cultura del profitto, diventa facile per il boss campagnolo capire l'affare delle bionde che qualche confratello arrivato dall'America offre. Poi, negli anni sessanta i suoi orizzonti mercantili si allargano. La Cassa per il Mezzogiorno, gli ospedali, le strade che vengono aperte per una più agevole penetrazione delle merci settentrionali, si coniugano meravigliosamente con il voto clientelare. Il partito vincente non è una formazione politica ma il notabile elargitore di appalti. Intanto matura un'altra generazione. Gli appaltini truccati, i subappalti concessi dal grande appaltatore, sempre padano, che si adatta al sistema pur di far quattrini, e il commercio delle bionde, non bastano più a impiegare tutti. Le nuove leve scalpitano; le gerarchie, che in campagna avevano il valore di regole tradizionali, entrano in crisi. Un carattere saliente del mondo borghese, la reattività alle nuove offerte, penetra nelle arterie contadinesche. In termini mafiosi siamo ai sequestri di persona, al racket all'americana, alla polverina. La mafia, uscita penosamente dalle riserve contadine di giolittiana e mussoliniana memoria con i buoni uffici del clientelismo politico, arricchisce. Complessivamente il budget è consistente, ma individualmente non va al di là di una ricchezza locale. I boss sono ancora dei paesani. La loro ambizione è d'ottenere il rispetto dei borghesi. Si mettono, così, ad acquistare terre e vi piantano vigne e oliveti; si fanno costruire palazzi signorili, aprono alberghi, spesso lussuosi. I loro figli vanno a scuola per diventare medici e ingegneri. Insomma i figli dei corsari di Sua Maestà Britannica nominati baronetti.
Sulla soglia degli anni Ottanta, quando è ancora vivo fra i contadini il bisogno sociale del riconoscimento borghese, con un po’ di sapienza politica, forse, il processo capital-mafioso avrebbe potuto essere rovesciato e - forse - azzerato. Il boss proprietario di oliveti, il figlio medico ospedaliero: alla fine, la cosa sarebbe stata digerita dai borghesi, tanto più che si era verificato un ribaltamento del predominio culturale. La mafiosità, cioè la prepotenza e l'incivismo, si era diffusa, come stile negoziale, fra i ceti borghesi. Avvenne invece che il PCI di Berlinguer - non mordendo più nelle campagne, anzi in tutto il settore meridionale del lavoro - decise di cambiare la classe di riferimento. Abbandonato il popolo alla sua secolare dannazione, passa ad amoreggiare con la piccola borghesia. La Rivolta di Reggio è la cartina di tornasole di detta involuzione. Ma cosa portare in dono a una borghesia allo sfascio e senza più ideali? Se il PCI non poteva dare in positivo, poteva dare in negativo. Il numero vincente sulle ruote di Napoli e di Palermo è il disagio dei borghesi sopraffatti dai rustici, la profonda avversione degli urbani verso il contadino invasore.
Quando il PCI decide di passare dall'altra parte, diventa immediatamente il paiolo in cui l'antico odio sociale può cagliare una nuova fermentazione. E' difficile dire se fu una deliberata scelta della direzione centrale, oppure l'insipienza dei quadri periferici - il tema merita approfondimento - fatto sta che l'offensiva contro la mafia si trasformò nell'imputazione di delinquenza alla cultura contadina (Pino Arlacchi). Il fatto che la quasi totalità dei magistrati venisse dal mondo urbano, e nutrisse verso i contadini l'avita avversione, fece il resto. Con tutte le morbidezze che partiti e magistratura avevano avute con il malaffare, che coinvolgeva contemporaneamente mafiosi e politici, sparare sulla mafia soltanto - assolvendo pregiudizialmente i notabili e il sistema politico e amministrativo - dette l'idea di una caccia alle streghe, di un'operazione hitleriana, di una notte di San Bartolemeo giudiziaria (i cui nefasti lasciti divennero peraltro nazionali nel caso di Tangentopoli). E infatti molti non accettarono l'idea d'invertire le colpe: di assolvere la politica e di sparare a zero su tutto il mondo rurale e di origini rurali.
Uno di questi spari - la Legge Rognoni-La Torre, ebbe la portata di un disastro sociale. Infatti i mafiosi cessarono d'investire in roba al sole, in piccole cose che in sostanza rianimavano lo stanco spirito d'impresa meridionale. La mafia piantò le sue tende a Milano. L'allarme di Piero Bassetti, al tempo presidente della Regione Lombardia, non allarmò né la banca, né la borsa, né il governo. Pecunia non olet. Quei soldi servivano all'economia nazionale, completamente piegata.
Con Milano come base, i mafiosi hanno impiegato meglio i loro danari, abbandonando ideali familiari appartenenti a un mondo antico, per ideali amerikani. I loro figli non studiano più da medico e da ingegnere, ma imparano le tavole dell'economia bostoniana.
Però la mafia ha bisogno di uomini. Essendo una potenza economica pari a più volte la FIAT, usufruisce al Sud di un possesso degli uomini simile a quello della Chiesa, che vince le sue battaglie senza schierare una sola divisione. A entrambe basta condividere il territorio con lo Stato italiano. E' supponibile che Stato e mafia intrattengano un tacito concordato, il quale prevede ciò che la mafia deve dare e ciò che le è concesso in cambio. I giudici in prima linea, il pentitismo, i morti, non sono finzioni, anche se allo Stato servono da alibi: coprono inconfessabili vergogne italiane, come il berretto a sonagli di Pirandello. Ma la guerra vera non c'è, ciò che vediamo sono scaramucce. La mafia è ben più vasta. Essa ha copiato il sistema capitalistico di comando, che usa la democrazia come un ballo dei pupi. Non siamo più all'onorata società, gerarchizzata, di sessant'anni fa - un corpo immobile e immobilistico - ma una dinamica ONU del malaffare, con un Consiglio di Sicurezza composto da multinazionali senza sede visibile e con un marchio di fabbrica ignoto (o non noto alla gente comune). Questo potentato, ufficialmente illecito, lascia che la plebe mafiosa si formi all'impiego dei mitra e dei bazooka.
Non le interessa uno scontro con uno Stato italiano, che, volente o nolente, le mette a disposizione le economie esterne necessarie alle sue attività, a cominciare dai clienti, dai committenti, dalle scuole, dai servizi, per finire ai porti, agli aeroporti e alle reti telematiche.
Con l'incalcolabile potenza economica di cui dispone , essa comanda lavoro (nel significato che Adam Smith dava alla parola: paga un lavoro a) milioni di meridionali. Oggi tutto il Sud è mafia, e la mafia è tutto quel che il Sud può essere. La sovranità statuale sul Sud non le serve. Ma, se per ipotesi decidesse d'averla, l'avrebbe nel corso di una sola notte. Perché è certamente in condizione di mettere assieme, in ogni paese e città, un plotone di arditi disposti a tutto. Più un corpo di riservisti allargato ai componenti di sette/ottocentomila famiglie. Molto, ma molto più delle camicie nere che il 28 ottobre del 1922 marciarono su Roma. Certo, mille plotoni non fanno un esercito. Per avere un esercito bisogna che ci sia la tenda del generale, l'accampamento per i militi, le vettovaglie, un sistema di comunicazioni, la polveriera, la torre con le sentinelle, lo stendardo, ecc. Ma più d'uno ha il dubbio che abbia già provveduto a queste cose, magari stanziando all'estero tutta la sua logistica.
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Tutto ciò premesso, rispondo alla domanda. Se l'Europa ha accettato l'Italia, vuol dire che ha accettato anche la mafia. Con le sue attività illecite, la mafia tiene legato economicamente, socialmente, militarmente, il Sud all'Italia. La sua funzionalità per l'esportazione delle armi serve a tutti i grandi paesi di Maastricht. I dollari che incassa rappresentano una voce attiva nella bilancia europea dei pagamenti, specialmente in una fase di euro calante. Semmai, per l'Europa, il pericolo è che essa cambi banchiere. Ciò ulteriormente chiarito, va da sé che, se il Sud vuole liberarsi dalla mafia, deve liberasi dall'Italia e dall'Europa. Eliminato il doppio gioco, sarà possibile, anche se non facile, battere la mafia. Come? Se minacciata nei suoi interessi di lungo periodo, la mafia diventa pronta alla guerra, quindi non c'è altro mezzo che la guerra.
Ancora sul sistema bancario coloniale
Sostieni che il credito al commercio delle banche operanti al Sud è sinora servito a fluidificare gli sbocchi delle merci industriali e agricole padane al Sud. Le banche da tempo finanzierebbero non più l'investimento ma il consumo. Il consumo meridionale che avrebbe cosi non solo finanziato il capitale padano ma pagato anche gli interessi passivi Puoi circostanziare meglio questo passaggio?
Al Sud italiano, la banca si concretizzata in un'istituzione malefica a base usuraia, parassitaria e burocratica. Il prolungamento sudico della banca nazionale italiana configura un'istituzione che sta fuori del mercato. Non opera come un'azienda commerciale, ma come un robot, come una macchinetta per le sigarette. Segue schemi, e non l'economia.
Per prima cosa le aziende nazionali sono troppo numerose in rapporto al prodotto interno lordo meridionale. Ognuna di esse sostiene spese fisse incongrue rispetto al modesto giro d'affari, e ciò ricade in modo negativo sia sul risparmiatore sia sul mutuatario, riducendo la remunerazione del primo e aggravando i tassi a carico del secondo.
In un paese che produce poco e dove il risparmio è scarso (in rapporto al Nord), esso dovrebbe andare incoraggiato, sollecitato con interessi più elevati. Almeno così vorrebbero gli automatismi di mercato. Però le banche, su questo versante, fanno finta di niente e danno sempre una spiegazione che sembra logica e pratica: il costo del servizio è eccessivo rispetto agli utili che produce. Esatto, ma perché vi scapicollate a aprire tanti sportelli? Rispondono: ci assicuriamo delle buone posizioni per il futuro, sottinteso: il quale sarà certamente migliore. Speriamo che sia veramente così, intanto i costi del futuro, non li sopporta l'azienda che ci scommette, ma i suoi clienti.
Comunque sia, il risparmio meridionale è sovrabbondante rispetto all'utilizzazione che il Sud ne fa. Infatti una parte consistente, circa il 25 per cento parte dagli sportelli meridionali e fa un lungo viaggio per essere messo a disposizione degli sportelli centrosettentrionali. Siamo, qui, alla seconda violenza che l'istituzione bancaria nazionale fa agli automatismi di mercato. Infatti la regola sarebbe che, quando una merce è sovrabbondante, il suo prezzo scende. A depositi sovrabbondanti (rispetto alla domanda di credito) dovrebbero corrispondere tassi di sconto ribassati. Invece il Sud paga interessi almeno doppi che a Milano, Torino e Bologna. Fino a qualche tempo fa, banche come la Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania spogliavano letteralmente il debitore con tassi spesso superiori al 30 per cento, che quando il rapporto finiva in tribunale diventava, per via delle spese legali spropositate, il 100, il 200 e anche il 300 o il 500 per cento. Pareva che i tribunali meridionali non avessero altra funzione che quella di portare alla totale rovina i debitori inadempienti. In un paese dove una causa civile dura mediamente dieci anni, le banche ottenevano giustizia a tamburo battente e senza che mai un giudice nominasse un perito per stabilire se il credito vantato non fosse infarcito di profitti illeciti e correttamente definito nell'ammontare. Sentenziavano che la banca aveva ragione, e che meglio di lei, nessuno poteva fare i conti.
Oggi che la soglia dell'usura si è dimezzata, non c'è banca che non spelli il cliente con un tasso reale del 14,75 per cento. Le banche mangiano pure la notte, si diceva al mio paese quand'ero bambino. Con questo vampiro che succhia il sangue degli innocenti annidato alle sue spalle, nessuna azienda meridionale, fermo restando il sistema, può avere un avvenire. Prima o poi la banca se la mangia. Si tratta di una regola storica, e sarebbe bene che la storia la santificasse e compilatori delle leggi la rendessero visibile.
La banca ragiona nell'interesse del Nord. Maggiore è il risparmio disponibile sulle piazze settentrionali, minore è il tasso di sconto. E qui abbiamo la vera spiegazione del numero di sportelli sproporzionato rispetto alle attività del povero Sud. Il danaro sporco è un bene nazionale, e niente è più autenticamente nazionale nel Nord.
Il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia e centinaia di altri minori istituti sono arrivati sulla soglia del crac a causa una selezione fra la clientela mafiosa. I mafiosi ricchi e portatori di danaro trovavano larga accoglienza nelle agenzie milanesi e torinesi; i mafiosi scalcinati e truffatori, invariabilmente raccomandati dal notabile di turno, finivano in quelle meridionali.
L'ammontare del risparmio meridionale drenato a favore degli sportelli padani, è dato pubblico, visibile. Ma vi è un drenaggio ancora maggiore. In un tipo d'azienda in cui il personale costituisce il costo più importante, la sede centrale attira le rendite realizzate in periferia e fonda la sua corte. E' lì che si concentra il lavoro meglio remunerato dei consiglieri d'amministrazione, dei dirigenti generali, dei dirigenti centrali, degli adetti agli uffici studi e agli uffici legali. Ed è in queste stesse capitali che si riversa la munificenza delle banche, i cui azionisti sono in genere pubbliche istituzioni locali e non possono per legge mirare al lucro. Teatri, biblioteche, pinacoteche, musei, case editrici, bande musicali, stampatori, designer dell'Italia padana vivono una vita prospera, mercé i donativi di banche nazionali. Una forma di colonialismo anche nella dislocazione del personale. Gli addetti più capaci, che sarebbero sommamente utili dove la vita economica mostra maggiori difficoltà, sono attirati nelle capitali bancarie, dove basterebbero capacità mediocri.
Lo spettacolo che offre il personale bancario impiegato al Sud è desolante. A volte il livello scolastico è buono, ma la formazione economica fa letteralmente sorridere. Totale è, poi, la sconoscenza della specificità dell'ambiente economico in cui operano. Informazioni a livello di marciapiedi. Giudizi da caffè. I dirigenti si muovono a lume di naso: fiutano l'aria come il Commissario Rex. E vanno avanti con il fiuto, rimescolato alle prescrizioni evangeliche delle direzioni centrali. Da questo impasto viene fuori quello che tutti vediamo: il monte di pietà, il credito di consumo. Per giunta concesso solo ai pubblici dipendenti, sulla base della cedola del tesoro. La più impegnativa tra le operazioni attive è rappresentata dall'acquisto, per conto del cliente, di un Bot; eccezionalmente, quando il cliente si lascia convincere, dell'acquisto del un titolo che la direzione centrale spinge in quel momento.
Spesso mi chiedo perché non ci lasciano con le vecchie e rassicuranti Poste Italiane e non se vanno. Infatti, al Sud, la banca nazionale fa un'altra cosa, non certo la banca. E' come se fosse un travestito, un'azienda né carne né pesce, che non osa fare il suo mestiere, né nella forma antica del monte di pietà, né in quella moderna. La banca moderna è nata per mettere a disposizione degli operatori economici il risparmio raccolto e il danaro fiduciario che è autorizzata a creare. Come annotò Schumpeter, la banca è un polmone che dà l'ossigeno con cui l'industria respira. Mobilizzando ricchezza immobilizzata e creando danaro fiduciario, la banca alimenta la produzione e l'attività delle persone. Tutto questo, qui da noi, si riduce a una bomboletta di gas lacrimogeno. Chi ha da fare con la banca, piange soltanto. Mai uno che rida.
Si inserisce in questo contesto la tua tesi che il livello dei salari al Sud potrebbe essere di due terzi più basso se i lavoratori non dovessero pagare i loro alimenti ad un prezzo tre volte maggiore che sul libero mercato internazionale? Ipotesi che ritieni sia divenuta un non senso con il passaggio capitalistico - per l'accelerazione della competizione globale - dal cosiddetto stato sociale ad uno assistenziale per gli indigenti cronici. Eppure la richiesta, per il Sud, di gabbie salariali, cioè la riduzione del costo del lavoro. resta un tema ricorrente Potresti circostanziare meglio la tua tesi?
Il mercato agricolo comunitario è evidentemente falsificato dal fatto che l'Unione Europea, come tutti i paesi imperialisti - dall'Inghilterra di Gladstone agli USA di Clinton, è liberista a casa degli altri e protezionista a casa propria.
Il Sud, pur essendo dentro l'U.E., fa parte degli altri, e perciò soggiace - invece che partecipare - al protezionismo comunitario e alle frontiere daziarie elevate a difesa dei settori che s'intende proteggere.
La falsificazione dei prezzi, rispetto al mercato mondiale, è di 1 a 3 per il grano, di 1 a 6 per il latte e i suoi derivati, di 1 a 5/6 per la carne. Se facciamo un salario pari a 80 mila lire al giorno e calcoliamo secondo l'ISTAT che a questo livello una famiglia spende almeno il 50 per cento in alimenti, le 40 mila lire potrebbero diventare soltanto dieci. Le altre 40 mila finiscono all'ottanta per cento (cioè lire 32 mila) in benzina, telefono, gas, alloggio, svago. Ora, questi beni hanno a loro volta un prezzo falsificato della metà almeno, a causa del costo della vita. Abbiamo così 16.000 (invece che 32.000). Sommando 10 + 16 + 8 (che rimangono), si ha 32.000.
E' un conto grossolano, ma realistico. E a un salario giornaliero di 32.000 ridiventa economico persino raccogliere le arance.
Circa la condizione operaia, per rispondere non ci vuole la zingara. L'alleanza secolare tra capitalismi nazionali e aristocrazie del lavoro sta andando al macero. Non c'è Cofferati che tenga. Il panorama salariale non è più nazionale, ma globale, cosicché ogni capitano d'industria che si rispetti intende correre l'avventura dei salari albanesi o indiani. Ora, né in Germania, né in Francia e neppure in Italia c'è la possibilità di un'occupazione da primari ospedalieri che pareggi nel numero le forze del lavoro manuale, o quasi manuale, che rimangono senza lavoro. Indubbiamente, la strada imboccata dal capitalismo europeo porta a: Proletari di tutto il mondo unitevi! Nonché a una lapide posta a ricordo del defunto capitalismo. Ma prima che ciò avvenga, la corsa all'esternazione del lavoro subordinato ci darà quel che già vediamo - e cioè il declino inarrestabile delle remunerazioni operaie, il tramonto della parte normativa dei contratti collettivi, il ritorno al primo ottocento per la condizione operaia, la resurrezione della questione sociale.
Se questo non vi convince, osservare la curva delle nascite. Fra i produttori, il malthusianesimo volontario si ha quando regna la paura per ciò che aspetta i figli da concepire.
Siccome l'Occidente è - alla fin fine - figlio di Socrate e di Cristo, la Caritas internazionale avrà anch'essa un otto per mille, con cui offrire qualche minestra calda agli indigenti.
E veniamo alle gabbie salariali. La loro abolizione ebbe il fine precipuo di legare al PCI gli operai occupati nelle industrie di Stato a Napoli, a Taranto, in Sicilia. Su tale fronte l'esito fu positivo. Per il resto fu una autentica stronzata, in quanto slegò gli occupati dalla massa dei diseredati. Il Sud proletario, in mano al populismo di destra, i fatti di Battipaglia e di Reggio sono l'esito più dissuadente della politica delle cosiddette sinistre nel Sud.
Reintrodurle ora? Non pare serva più. Non mi pare che l'industria padana, persino quella triveneta, abbia un radioso avvenire. Meno che mai le sue eventuali proiezioni al Sud. La strada ciampista che il lavoro nazionale sta percorrendo è a ritroso. Non so se il traguardo di miseria verso cui marcia è vicino o meno vicino. Io vedo la cosa in questi termini: se il capitalismo italiano va avanti con il piglio attuale, l'indifeso lavoratore padano vedrà scendere il salario ai livelli croati. Qui al Sud, fra non molto il lavoratore dipendente arretrerà allo standard egiziano. Per il livello dei salari vale, infatti, una legge simile alla legge di Law (la moneta cattiva scaccia dalla circolazione qulla buona): il lavoro portato al sud del mondo scaccia le aristocrazie operaie.
Le vergogne d'Italia ovvero la storia nascosta
Parli, conti alla mano, di un debito storico di oltre sette milioni di miliardi che il resto d'Italia (Roma e Milano principalmente) ha contratto con il Sud. A questo aggiungi, tra i tanti flussi di ricchezza dal Sud al Nord, alcuni visibili altri no: protezionismo agricolo ed industriale comunitario; scambio diseguale tra aree a diversa quota di capitale per addetto; uso del risparmio meridionale per finanziare gli sbocchi dell'industria padana sul mercato meridionale; esportazione di capitali (attraverso Banche, Poste, Cassa Depositi e Prestiti); concentramento al Nord del sistema assicurativo privato e a Roma di quello assicurativo e previdenziale pubblico. Puoi spiegare connessione e dinamica di questi aspetti?
Ovviamente non esiste, né è mai esistita, ufficialmente una statistica dell'avere del Sud nei confronti del Nord. D'altra parte, se in Italia c'è una cosa che si vuol tenere nascosta è proprio questa. "Al villan non far sapere…". Tuttavia, se evidenziamo situazioni e fatti si possono avere delle stime attendibili.
Prima, però, mostriamo qual è la chiusura di un secolare e disastroso bilancio. Confrontando il numero degli abitanti con il numero degli occupati, si ha che al Centronord questi sono circa il 40 per cento, mentre al Sud sono circa il 25 per cento. Il deficit occupazionale del Sud si avvicina alla cifra di tre milioni di non produttori.
Gli occupati, invece, sono circa cinque milioni in bianco e forse 500 o 600 mila in nero. Ma cosa fanno i lavoratori in bianco? In larga parte sono occupati nel terziario, nell'artigianato delle riparazioni e nell'emarginata agricoltura. In sostanza, producono poco o niente. Anzi una percentuale significativa di loro - a partire dai grossi commercianti, per arrivare ai giornalieri che vanno la notte a scaricare le cassette di frutta trentina ai mercati generali - è legata allo smercio di prodotti settentrionali, i quali, dalle macchine al prezzemolo, hanno ormai fatto tabula rasa di ogni produzione meridionale.
Si può complessivamente stimare che il Sud manchi di attività produttive vere e moderne per una cifra di 5 milioni di uomini e donne. Considerando che un posto di lavoro vero e moderno impegna una cifra media di un miliardo e mezzo, si arriva a definire in otto milioni di miliardi ciò che il Sud ha perduto a causa della colonizzazione italiana. La cifra definisce il costo complessivo di macchine, impianti, economie esterne necessari a ricostruire il Sud in termini capitalistici. Un esborso surreale per della gente invigliacchita dai facili profitti, come i capitalisti padani.
Il conto, poco elegante, è tuttavia utile a mostrare le dimensioni del fenomeno improduttivo. Declinata, a partire dei primi anni settanta la domanda europea di lavoratori italiani (troppo caro impiegare manodopera comunitaria!), il Sud ha varcato il confine tra sovrappopolazione e disastro antropologico. Con la sua ingordigia (in ultima istanza, perdonabile), con la sua insipienza (non perdonabile), con le sue scomposte velleità, lo Stato italiano ha rovinato un paese di gente civile e laboriosa. Ormai siamo al punto che, se non ci fossero gli stipendi dei nullafacenti del terziario statale, degli incendiari regionali, nonché le pensioni degli ex nullafacenti statali, il commercio lecito e illecito, la vita al Sud sarebbe già a livello somalo. Cosa che, peraltro, rappresenta una ineluttabile prospettiva per le future generazioni, salvo che il regime d'occupazione non vada a gambe all'aria. Eppure il paese meridionale è entrato in Italia portando una dote di tutto rispetto. La stima - o meglio l'elenco - relativo conferma che il saccheggio tosco-padano e romano corrisponde, in termini di lucro cessante, a una cifra persino superiore a quella denunziata sotto la forma residuale di danno emergente.
1) Nel 1860, l'agricoltura meridionale era in pieno sviluppo, anzi a stare a quel che ha scritto Rossi-Doria - uno che di economia agraria se ne intendeva - in una fase rivoluzionaria. Al momento dell'annunciato (ma falso) pareggio (di bilancio) tra entrate e uscite statali - intorno al 1874 - fu detto che "le esportazioni meridionali salvarono l'Italia". Sottinteso: dalla situazione di bancarotta che Cavour e compari avevano provocato saccheggiando lo Stato. Se si seguono le curve delle esportazioni italiane tra il 1861 e il 1914, si osserva che l'olio, il vino e gli agrumi, per decenni, inseguono da vicino quella di seta greggia, la classica esportazione delle regioni padane, che poi fu lentamente abbandonata quando il Nord poté industrializzarsi usando i dollari delle rimesse degli emigranti.
Al confronto con l'Inghilterra, la Francia, la Germania e altri paesi dell'Europa continentale, l'Italia del 1860 è un paese povero che paga le sue importazioni con l'esportazione di prodotti agricoli. Anzi, fino agli anni cinquanta del secolo ventesimo, affievolitasi l'esportazione serica, sul proscenio degli scambi mondiali la sua forza economica viene essenzialmente dalle quattro produzioni elencate. Anche il surplus sociale - sia quello creato spontaneamente dai produttori sia quello coattivo realizzato con l'estorsione di famelici super-tributi - viene ottenuto in detti settori. Basta scorrere un sommario di statistiche storiche per sapere che le esportazioni meridionali pagarono (senza una vera contropartita) i 18 mila chilometri di ferrovie costruiti fino al 1920, più gli interessi per i debiti contratti all'estero, più gli intrallazzi dei mediatori padani, più gli smodati lucri che gli stessi fecero con i subappalti (neanche cento Michele Sindona sarebbero stati capaci di fare altrettanto!).
La preminenza commerciale del Sud si prolungò oltre il secondo dopoguerra, senza contare che l'olio, il vino, i limoni, le arance, le essenze di bergamotto e di gelsomino furono il primo biglietto da visita delle esportazioni italiane in Europa e Oltreatlantico - molto più accattivanti di quanto oggi siano le scarpe e il formaggio parmigiano.
2) Nel 1863, a due anni dall'unificazione sabauda, si ebbe l'Esposizione Internazionale di Parigi. In tale occasione, chi comandava in Italia dovette verificare l'arretratezza dell'industria nazionale. Fu chiesto, allora, al direttore del ministero dell'industria, il milanese ingegner Giuseppe Colombo, forse il tecnico più aggiornato del paese e futuro fondatore dell'Edison, quale fosse in Italia l'impianto meccanico capace di costruire e riparare vetture ferroviarie, macchine a vapore e rotaie. Con ponderazione e senza spirito campanilistico il funzionario indicò le cosiddette Officine di Pietrarsa, in realtà una vera fabbrica nel settore meccanico. Però a Pietrarsa fu preferita l'Ansaldo, proprietà di uno dei compari del defunto Cavour, la quale era nata con i soldi elargiti dal re sardo. Con i soldi dello Stato, a sua volta napoletano, era nata anche Pietrarsa, solo che Ferdinando II non la regalò ad alcuno. I Borboni "negatori di dio" - per loro sfortuna privata e pubblica - non erano liberali e neppure nelle grazie del club massonici londinesi, sale del mondo.
Non sempre gli italiani amano ricordarlo, ma l'Italia è divenuta un paese dotato di un'industria capace di vendere all'estero solo a partire dalla Vespa e dalla Lambretta, cioè nel secondo dopoguerra. Nel 1860 non esisteva che una sola area industrializzata, quella intorno a Napoli, la megalopoli (già a quei tempi) diffusa tra Salerno e Caserta. Scrivono gli storici italiani (in verità mi pesa dare un titolo altrove rispettato a degli autentici ruffiani) che la politica liberista, voluta e imposta da Cavour alla nazione, mostrò quanto fosse fragile e poco competitiva l'industria napoletana. Sarà pure vero che non fosse forte, però l'Ansaldo continuò a ricevere, attraverso una banca creata ad hoc, poderose iniezioni di danaro pubblico anche dopo la morte di Cavour. Il tutto, prima e dopo, alla faccia del liberismo, il quale per i cosiddetti moderati italiani altro non era, in effetti, che l'argent des autres. Il liberismo del bluffatore e speculatore, divenuto per le mani degli storici imperiali l'assertore dell'unità e della patria libera, fu il coperchio sotto cui germogliò un sistema finanziario intrallazzistico, passato onorevolmente alla storia vera sotto l'efficace espressione di carnevale bancario. Il conclamato primato padano sta tutto in questo: nell'abilità a rubare, con i carabinieri impiegati come guardaspalla. Se l'Italia è stata ed è un paese politicamente cinico, non è tanto alla Curia che bisogna guardare, ma nei corridoi dei palazzi di Piazza Castello.
Era salda, invece, l'industria napoletana e ben impiantata; ricca di mille attività. Negata dagli storici, la verità emerge attraverso i fatti e i manufatti. La testimonianza più eloquente la fornisce la vicenda dei cantieri navali di Castellammare di Stabia. Dopo la vergognosa sconfitta di Lissa, in gran parte dovuta all'inefficienza delle artiglierie piemontesi (chiaro presagio dei torinesi carriarmati Balilla con cui Mussolini voleva vincere la guerra), per ricostruire la flotta colata a picco, l'Italia non ebbe altro che gli antichi e gloriosi cantieri stabiesi, dove - a detta di un senatore USA - prestavano la loro opera le migliori maestranze navali del mondo. Qui, poco importa se progettata da un Benedetto Brin, l'Italia ricostruì la sua flotta. Le corazzate Lepanto, Duilio, Roma, Italia e altre di cui non so il nome, furono, nello scorcio di fine ottocento, le più ammirate al mondo. Mi è capitato persino di leggere che qualcuna di quelle navi - certamente ristrutturata - combatté la Seconda Guerra Mondiale. Ma quando si trattò di costruire dei cantieri militari moderni, il paterno Stato nazionale li volle a La Spezia, dove spese per trent'anni una fetta consistente di quel terzo del bilancio che era destinato alle forze armate, tanto che la cittadina, che nel 1861 aveva trentamila abitanti, al censimento del 1901 ne registrò più di centomila.
E piaccia o non piaccia, sul finir del secolo, fiorì intorno a Napoli, e non altrove, l'unica industria italiana degna, a quell'epoca, di camminare sicura nel mondo. Cirio era un piemontese intelligente e audace, che trovò conveniente napoletanizzarsi, e il Sud che intitola strade a massacratori come Bixio, Cialdini e Lamarmora, dovrebbe intestargli almeno quella strada che a Napoli chiamano familiarmente il Rettifilo e che ufficialmente porta il nome indegno di Umberto I - il fucilatore dei Fasci Siciliani e il bombardiere di Piazza del Duomo, una intestazione servile, e non solo per la nazione meridionale, ma anche per la nobiltà dell'intelligenza umana. Cirio aveva capito che la diffusione dell'olio e del vino meridionali, nei paesi che gli emigrati raggiungevano, poteva essere il punto di partenza per una produzione su scala industriale e per l'esportazione di quelle conserve che i napoletani si fabbricavano in famiglia. Tentò e gli riuscì. Non credete ai libri dei mercanti di sapere! L'industria italiana non è nata a Milano né a Torino, ma a Nocera Inferiore, a Pagani, a Scafati, a Sarno.
Il primo altoforno nazionale nacque trasportando da Mongiana a Terni il vecchio e - secondo gli storici pagati dalle nostre università - inservibile altoforno borbonico.
3) Prima dell'unificazione, il Regno delle Due Sicilie era lo Stato più grande e popolato d'Italia. Era inevitabile che fosse più industrializzato del Piemonte e della Lombardia. Ma sorvolando sui dati relativi alle grosse fabbriche private presenti a Napoli e dintorni, specialmente nel campo meccanico, tessile e cartaio, nonché sul vasto e fiorente tessuto di industrie alimentari, seriche e altre minori, vorrei far notare che intorno al trasporto navale e all'esportazione dell'olio e del vino, esisteva a Napoli e in Sicilia una diffusa borghesia armatoriale e commerciale, con vasti contatti mediterranei e mondiali: migliaia gli armatori - fra cui qualcuno dovette esser ben grosso se le navi napoletane erano in Italia le uniche che raggiungevano l'America e l'Australia; parecchie decine di grandi esportatori d'olio e di vino, gente ricchissima che a Genova, Marsiglia, Trieste, Lisbona, Amsterdam, Londra, Stoccolma, New York non era necessario che fosse presentata attraverso la fratellanza massonica, come Cavour, ma si presentava con il suo nome e cognome, noto ai Rothschild, che peraltro avevano a Napoli una loro Casa, e a tutti i grandi banchieri dell'epoca e in tutte le grandi borse del mondo. E poi tutto il secondo livello di agenti, procuratori, procacciatori, mediatori, accaparratori. Attorno parecchie case d'assicurazione navale. E infine un vero esercito di lavoratori portuali, di scaricatori costieri, di trasportatori, di barcaioli, di sensali.
Il governo borbonico dava un contributo a fondo perduto ai costruttori navali e un privilegio doganale alla bandiera. Non fece i porti, come avrebbe dovuto, solo per avarizia. Ma non li fece neppure l'Italia Una, che i soldi se li scialacquava e che fu di una prodigalità sperperona con Genova, La Spezia, Livorno e Ancona, per non parlare di quella mussoliniana per Trieste e Venezia. Quel mondo marinaro, molto più attivo e anche più ricco di tutti gli imprenditori toscani, lombardi e piemontesi messi assieme, doveva andare distrutto perché Genova risorgimentasse agli antichi splendori navali e bancari. Sarebbe facile affermare che Bombrini, con le sue emissioni di cartamoneta garantite solo dagli archibugi dei bersaglieri, Bastogi, con la quarantennale truffa della Società delle Ferrovie Meridionali, Balduino, con i suoi loschi traffici intorno al tabacco e allo zucchero, annichilirono il Sud. Ma metterei in trono dei pidocchi. No, questi ladri, mai finiti in galera, furono soltanto i legittimi e unici avi del salotto buono della borghesia padana. In effetti, il Sud fu distrutto dai debiti che il Piemonte aveva contratto e che l'Italia continuò a contrarre per le costruzioni ferroviarie e per l'armamento dell'esercito e della marina sabaude, cose sulle quali s'avventò come una piovra il circolo dei patrioti facitori d'Italia, in testa a tutti non solo il citato furfante Bombrini ma anche quel palamidone del barone Ricasoli.
4) In detta fase non si ha quel che cantano gli storici prezzolati dalla massoneria, cioè uno scambio tra merci moderne del Nord e prodotti agricoli (scalcinati) del Sud (scalcinato), ma lo scambio tra valori reali e cartamonetata inconvertibile, cosa che nell'interscambio tra due formazioni sociali, ancora chiuse in sé stesse, è lo stesso che dire furto (quella stessa cosa che vediamo con i nostri occhi a proposito del dollaro inconvertibile). Forti di un forte capitale fatto di carta e spesso di biglietti dalla serie duplicata - in sostanza emessi con frode della stessa legge fraudolenta che avevano imposto con subdoli artifici, senza che fosse necessario, il corso forzoso dei biglietti di Bombrini - i padroni dalla Banca genovese di Sconto invasero il Sud oleario, in ciò protetti dai prefetti, dai questori, dai carabinieri e dagli onorevoli meridionali, e lo schiacciarono. Tra il 1885 e 1890, in soli cinque anni il commercio pugliese e quello calabrese dell'olio passarono in mano agli uomini e alle società di paglia che coprivano gli eredi Bombrini. Il Sud - padroni e operai - perse tutto il valore aggiunto realizzabile dopo la spremitura delle olive. Una cifra enorme per quel tempo, una parte consistente del reddito nazionale.
5) Oggi osano scriverlo anche i giornalisti pagnottisti: il Sud del 1860 era la parte d'Italia più ricca di risparmio e possedeva il doppio di monete d'argento dell'Italia restante. Garibaldi e in appresso i luogotenenti sabaudi trovarono nella sede palermitana del Banco delle Due Sicilie 5 milioni di ducati, pari a 21 milioni di lire, e nella sede napoletana una ventina di milioni, pari a 85 milioni di lire oro. La Banca Nazionale Sarda, prima che il Piemonte assoggettasse l'Italia, non riusciva a metterne assieme sette o otto milioni di lire. A Napoli e a Palermo, il credito veniva esercitato da un sezione del Banco, detta Cassa di Sconto. Si trattava di un'istituzione antiquata e rivolta a favorire il grosso commercio e i maggiori capitalisti, ma nel Regno era molto apprezzata, in quanto il finanziamento dei grossi ricadeva a pioggia su chi stava più in basso, giù giù, fino agli ultimi. Infatti, i ducati prestati dallo Stato ai privati commercianti, venivano incorporati in una fede di credito, che girava come un vaglia in lungo e in largo per il Regno, e chi voleva incassarla non doveva fare altro che presentarla al Banco, che non poteva opporre altra eccezione che l'irregolarità delle girate. La facile trasferibilità delle fedi di credito consentiva anche la speculazione sulle merci e sullo stesso titolo, il cui corso in genere faceva aggio sulla moneta. Evidentemente l'economia napoletana, sufficientemente ricca di circolante, non avvertiva l'esigenza di introdurre la moneta fiduciaria. Inoltre il sistema veramente precorritore di un titolo di credito garantito dallo Stato, di facile circolazione e pagabile a vista - una specie di moderna carta di credito - non permetteva quelle truffe bancarie alla tosco-padana, che fecero ridere per vent'anni l'Europa. Anche nel campo del credito a rischiare era solo lo Stato, allorché scontava la cambiale di un uomo d'affari. Il cavalier Sacchi, inviato da Cavour a studiare il sistema creditizio e il sistema fiscale napoletano, e in appresso ministro delle finanze del governo d'occupazione, scrisse che entrambi erano il meglio che potesse immaginare. Sicuramente meglio di quelli piemontesi. E' possibile che il Cavaliere non avesse capito che il sistema inaugurato dal suo padrone non voleva essere efficiente e corretto, ma solo ladro.
6) Sicuramente le banche d'emissione, inventando una moneta puramente fiduciaria, svolgevano una funzione positiva a favore del commercio e della produzione dove scarseggiava quella metallica. Ma, sia in Inghilterra sia in Francia, l'eventualità che diventassero una fonte di speculazioni e di frodi era impedita. A una banca d'emissione che non fosse una cosca di sfacciati rapinatori, l'Italia arrivò, però, con trentaquattro anni di ritardo, a causa del predominio tosco-piemontese nel governo. Si dice dei catanesi, i quali misero le porte di ferro alla loro cattedrale solo dopo che la sacra reliquia era stata rubata. Così fece lo Stato italiano con la moneta avente corso legale. Eppure, già nel 1861, della necessità di un comportamento corretto, civile e sinceramente nazionale, si parlò anche in Italia, dove non si ignorava né il sistema francese né quello inglese. Il boss Bombrini, però, accettò l'idea (solo l'idea, però) di avere qualche accolito napoletano, ma resistette fieramente alla eventualità di sottoporsi a un qualche controllo. Cosa doveva nascondere?
Si tratta di tema cruciale nella ricerca delle cause vere del sottosviluppo meridionale. In effetti l'eupatride giocava con due mazzi di carte. Usava il mazzo della Banca Nazionale per raccogliere danaro da prestare allo Stato sabaudo, che non badava a spese, e con l'altro mazzo finanziava antiche e nuove industrie genovesi e torinesi. Ufficialmente, queste operazioni venivano effettuate dal Credito Mobiliare di Torino e Firenze, dal Banco di Sconto e Sete di Tirino, dalla Cassa Generale di Genova e dalla Cassa di Sconto di Torino, le quali erano a loro volta finanziate sottobanco dalla Nazionale.
Bisogna aggiungere che dopo l'unificazione nazionale, anche il Banco di Napoli, quello di Sicilia e la Banca Toscana presero ad emettere biglietti secondo il rapporto di valore di tre unità fiduciarie, in circolazione, per una unità metallica di riserva; sistema già vigente per la Nazionale. Ma nel 1866, la Banca Nazionale ottenne dal governo di essere esonerata dall'obbligo di convertire i suoi biglietti in valuta metallica. Per le Banca toscana e i Banchi meridionali rimase in piedi l'obbligo di convertire a vista i propri biglietti, tanto in metallo, quanto in biglietti sfregiati della Nazionale. Attraverso tale doppio passo, la Nazionale riuscì a risucchiare ingenti quantità d'oro e d'argento circolanti al Sud e a ricostituire le sue riserve metalliche. Infatti, appena, per un qualsiasi versamento - per esempio l'acquisto di una cartella del debito pubblico - un biglietto i una fede di credito del Banco di Napoli e di Sicilia finiva nelle mani adunche della Nazionale, il direttore dell'agenzia spediva un suo impiegato allo sportello del Banco emittente per farsi dare dell'argento. Fu una vera spoliazione coperta dallo Stato. Tutto il risparmio meridionale, che ovviamente veniva effettuato in moneta, quello dei ricchi e quello dei poveri, fu drenato al Nord, dove veniva moltiplicato per cinque, dieci, venti volte, attraverso l'emissione di moneta cartacea; una cosa che il governo vietò si facesse al Sud.
Siamo al carnevale bancario. Bombrini usava lo Stato e i privati, pur di portare avanti il progetto cavourrista. Lo scandalo portò a un'inchiesta parlamentare, che si concluse senza un'aperta condanna del malfattore, come è inveterato costume padano. Risultò tuttavia che il corso forzoso - cioè l'incorvetibilità della moneta bombriniana - era un'escogitazione interessata.
Ma interessata a che? Non lo si disse, ma lo si capì. E siccome quelle carte si possono leggere anche oggi, lo si capisce ancora: a salvare le quattro banche d'affari sovvenzionate dalla Nazionale. In sostanza le industrie che stavano dietro, accollando il prezzo della loro esistenza parassitaria ai meridionali, gli unici che in quel passaggio della storia nazionale possedevano argento monetato.
In buona sostanza un pateracchio di equità e autonomia, coperto dai patriottici governi unitari, che costò agli italiani, e specialmente ai risparmiatori meridionali, una cifra di centinaia e centinaia di milioni del tempo, forse di miliardi. Il corso forzoso salvò il capitalismo decotto che era stato portato in auge da Cavour e adesso stava sotto l'ombrello della Banca Nazionale e contemporaneamente decretò la fine del capitalismo meridionale, privato delle risorse che storicamente accumulate e gli servivano per lavorare.
Nei quattordici anni carnescialeschi che trascorsero prima di arrivare all'emissione sotto il controllo dello Stato, Bombrini, ne fece più di Arsenio Lupin. Tanto per darne un'idea, dal 1859 al 1874 passò da meno di 20 milioni di carta fiduciaria a circa 2 miliardi. Tutti soldi incassati dall'illustre padre degli intrallazzi patri, più ovviamente gli interessi che pagavano i debitori. Più - e qui siamo al codice penale, un codice penale mai spolverato nei suoi confronti - la speculazione sul debito pubblico.
7) In breve, questo signore, nonché i suoi compari liguri, toscani e piemontesi prestavano allo Stato italiano l'importo delle emissioni di buoni del tesoro, ottenendo, su cento lire, uno sconto che andava dalle venti alle trenta lire. Collocavano le cartelle facendoci qualche guadagno. Giacché il corso calava inesorabilmente, ricompravano - con carta emessa dallo loro banca - le cartelle a un prezzo che scese fino a 21 lire. Siccome non avevano messo fuori che carta stampata da loro stessi, potevano tranquillamente aspettare la scadenza del titolo e incassare le 100 lire promesse. Era solo carta, ma carta che per legge si gonfiava di vera capacità d'acquisto. Molto spesso si pigliavano anche la briga di viaggiare fino a Parigi, dove i biglietti della Nazionale non li volevano e la povera Italietta era costretta a pagare in oro le sue cartelle del debito pubblico, per lucrare - senza aver rischiato un centesimo - anche l'aggio dell'oro sulla loro lira.
Un patriota, più patriota di questo esultante amico del Conte (dalle braghe onte) è difficile non dico trovare, ma solo immaginare. Peraltro il galantuomo non poteva mangiare da solo e, quindi, oltre a smazzettare danari fra i ministri, i deputati, i re, i principi e le principesse reali, doveva dar da vivere anche a gente con i genitali normali. Così gli illustri patrioti che gestivano le quattro banche di credito industriale già citate, nonché i grandi precursori dell'industria padana che incassavano danari meridionali. I trucchi e le ladronerie di questi signori, nel quadro dell'agire capitalistico, rappresentano la norma, e sono additati solo quando non vanno a buon fine. Celebre a tal riguardo la censura di Maffeo Pantaleoni al Credito Mobiliare e al boss Balduino. Ma, qui, la questione è un'altra e riguarda la presa per i fondelli dei meridionali, intrappolati in un meccanismo dialettico di calibro diabolico che li vuole responsabili di un disastro del quale non solo assolutamente colpevoli, né retrospettivamente (la famosa arretratezza storica e le colpe dei Borbone) né contemporaneamente né posteriormente.
Per concludere, è falso che il capitalismo padano fosse industriale sin dalle origini. Con una parola asettica si potrebbe dire che era finanziario. Ma non sarebbe la verità. La verità è questa: il rapporto tra Nord e Sud, sin dal primo momento, dette luogo a un saccheggio, a un caso quasi incredibile di accumulazione selvaggia, di tipo coloniale, che si è protratto fino al 1970 e oltre. Il salotto buono del capitalismo italiano non è stato e non è altro che una manica di ladri, e non solo agli occhi di chi non è liberale, ma anche agli occhi di un qualunque animal-spiritista. E infatti la letteratura economica e politica francese dell'epoca, la più attenta alle cose italiane, convalida detto giudizio.
8) Ora, c'è da chiedersi perché il Sud non partecipò al carnevale bancario, con la conseguenza che i capitalisti meridionali perirono tutti e di loro si è perduto perfino il ricordo.
Certo non erano confinanti con la Francia e con quello che insegnava la corruzione lì imperversante sotto gli Orleans, sotto Napoleone Terzo e sotto la Seconda Repubblica: una grande lezione di immoralità, sulla prima parte della quale Marx ha lasciato un suo incisivo commento, e che Emile Zola ha rappresentato con grande efficacia. Bisogna aggiungere che Cavour e suoi compari Bombrini, Bastogi, Balduino avevano ai loro comandi i bersaglieri, le artiglierie di campagna e i carabinieri. Cosicché, convinti che solo loro avevano i coglioni adatti a fare buoni affari, non lasciarono spazio alcuno alle ladronerie di altri eventuali patrioti.
9) Ci sono parecchi segni che la distruzione della borghesia attiva napoletana e siciliana fosse un consapevole progetto di Cavour e dei suo compari. Per esempio Cavour buttò nel caminetto del suo ufficio di presidente del consiglio i registri navali del Regno delle Due Sicilie. Ma tranne questo scatto, non si scoprì molto con la parola e gli scritti. Certo chi sa leggerne i discorsi, gli articoli e le lettere, vede dispiegarsi l'ingordigia della persona che era stata coccolata e ben istruita sul da farsi nei club liberal-imperialisti di Londra e di Parigi. Ma, appunto, è necessario collocarsi da un angolo visuale diverso da quello che di solito occupano i postumi compari. Un posto, per la verità, pieno di chiodi acuminati che ti torturano i piedi e ti lacerano il sedere. Peraltro, se qualcosa scrisse che potesse comprometterlo, sicuramente fu raschiata dagli storici ufficiali. Sono, però, rimasti i fatti, che quasi sempre sono più squillanti dell'Inno di Mameli.
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Certamente Cavour fu la testa più lucida e la guida più capace dell'azione politica che portò alla nascita dello Stato italiano e al trionfo della borghesia quale classe dirigente nazionale. Ora, nessuno dubita che anche al Sud ci fosse al tempo, e che ci sia tuttora, una borghesia. I dubbi vengono circa i coglioni di questi borghesi, sia i già adulti, sia quelli in crescenza. Un altro dato è pur esso certo. Questi evirati borghesi possono essere efficienti se lavorano per gli altri, mentre per sé stessi, vanno sempre in bianco.
Quando, a metà del cosiddetto decennio di preparazione, Cavour si rese conto che avrebbe potuto contare su Napoleone III per scacciare l'Austria dal Lombardo-Veneto e che anche l'Inghilterra auspicava tale risultato, da abile giocatore puntò forte: cedette ai banchieri inglesi e francesi il diritto di costruire una rete ferroviaria che congiungesse la Svizzera, e in prospettiva anche l'Austria, con il porto di Genova e fece ogni tipo di debito a lunga scadenza (o comunque facilmente rinnovabile), pur d'apprestare armi e logistica per i contadini liguri e piemontesi che avrebbe schierato in combattimento. Solo degli storici poco seri riescono a non scrivere che almeno una parte dei debiti sperava di farli pagare ai lombardo-veneti, una volta liberati.
Gli andò meglio di quanto sperasse, perché Toscana, Emilia, Romagna, Umbria e Marche gli caddero fra le braccia. Il peso fiscale che avrebbe dovuto scaricare sulla sola Lombardia (non avendo ottenuto il Veneto) poté ripartilo su una popolazione più vasta e non sprovvista di risparmi. Appena l'Austria, che teneva sotto il suo tallone l'intero sistema italiano, venne sconfitta dall'esercito francese sceso in Italia, le borghesie terriere di dette regioni si resero conto che al potere degli Asburgo, fortemente ammaccato, potevano sostituire un nuovo potere; nuovo non solo in senso geografico, ma anche in senso sociale: la loro stessa classe, guidata da Cavour.
I fatti attestano che un identico sentimento e non minore ardimento percorreva la borghesia meridionale, particolarmente la siciliana, alla quale dava motivo di gran malumore la condizione di non parità con Napoli, appena dissimulata dai gesti retorici dei Borbone.
Ministro, e quasi dittatore, del Regno sabaudo, Cavour era un conservatore moderno e si conquistò un grande prestigio perché, meglio di chiunque, fece capire alla borghesia redditiera delle varie regioni che doveva rapidamente tramutarsi in borghesia moderna, se voleva ottenere il governo dello Stato e se voleva disporre di una forza capace di tenere a freno quelle rivendicazioni popolari, che pochi anni prima, nel 1848, avevano mostrato la loro virulenza. La sua lungimiranza, che si espresse in tante vicende, rifulse allorché, a regno già praticamente fondato, non si rimangiò le aperture fatte agli esponenti filosabaudi delle altre regioni.
Si può obiettare che, a Italia fatta, non promosse una costituente nazionale, che creò un esercito falsamente italiano, che conservò l'amministrazione piemontese. L'interregionalità si ridusse al solo parlamento, anzi essenzialmente alla camera dei deputati e solo in qualche modo al senato. Lo assolve, però, il fatto che il governo piemontese era già strutturato, mentre un governo nazionale sarebbe stato una vera incognita, per giunta in un momento in cui le potenze europee, la Francia essenzialmente, che pure della causa italiana era stata la fautrice pagante, non avevano pienamente assimilato l'idea che l'Italia non era più un'espressione geografica.
C'è però una domanda. L'apertura mostrata verso i lombardi, i toscani, gli emiliani perché non si ripeté con gli uomini del Su