L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
  Eleaml


Siderno, 31 dicembre 2004
'O sorece morto
Romanzo

Questo racconto sviluppa una tematica appena accennata in “Memorie di quand’ero italiano”. Ho deciso di pubblicare in formato HTML il testo dato alle stampe in modo che possiate leggerlo ed eventualmente poi decidere di aquistare la versione cartacea. Spero che vi piacerà.

Nicola Zitara

O sorece morto

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Nicola Zitara
‘O sorece morto
Romanzo
Nicola Zitara - Editore

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Nicola Zitara – Editore in proprio – Siderno, Piazza Portosalvo 1

La tiratura della presente opera è stata di 1000 copie

PROPRIETÀ RISERVATA

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Luoghi, personaggi principali e loro genealogie

Paolo (o Paolino) Alfano, che narra la sua storia

Vitulia Surrenti, amata dal predetto

La vicenda si svolge a San Policarpio, un paese della costa jonica reggina, e a Capursi, un paese della Costiera Amalfitana, tra il 1932 circa e il 2001Famiglia AlfanoGeneroso (o Genso), padre di Paolino

Padron Paolo (o Patreppaolo), padre di Genso e nonno di Paolino

Padron Gioacchino (o Patreggiacchino), padre di Padron Paolo, bisnonno di Paolino

Zio Generoso, fratello di Padron Paolo

Ritratto di zio Gioacchino, (o Zio Giacchino), fratello del padre di Paolino

Paul, figlio di Paolino.

Zio Paolino Conforti, il Capitano, nipote di Padron Gioacchino Famiglia SurrentiTotò, padre di Vitulia

Zio Ferdinando, cognato di Padron Paolo, marito di zia Minicuccia e padre di Totò,

Norina, moglie di Totò

Nando (o Nandino), fratello di Vitulia

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Godo di una bella pensione e di consistenti rendite, che non so come spendere. Non mi piace viaggiare, i miei bisogni sono modesti, i miei congiunti sono anche loro benestanti. I soldi in più li devolvo mensilmente al mio amico Willy Hauser che pubblica a Boston una rivista su macchine e macchinette meno inquinanti.

La mia esistenza di vecchio scorre tranquilla. Una parte della mattinata studio, faccio calcoli e disegno. La seconda parte la passo in mare con Oreste, un macchinista del cantiere Diaz, a provare e mettere a punto il prototipo di un motore da 360 cavalli, di cui il mio vecchio principale – nonché mio consuocero - ha comprato il brevetto. Al pomeriggio, Mara, mia nuora, viene a stirare la mia biancheria e a riassettare le tre stanze del vecchio palazzo dove vivo, le quali, per la verità, sono state già rassettate in mattinata dalla signora polacca ingaggiata a ore per lavare le scale. Ma mia nuora è siciliana come lo era mia madre, e in Sicilia vige un duro statuto riguardo alle donne, ai loro vecchi e alla casa dei loro vecchi.

Con Mara, vengono anche Lino e Nina, i miei nipotini, ma la reciproca comunicazione è quasi inesistente. Sono nato in un mondo in cui i ragazzini erano parecchio rispettosi degli adulti, ma anche discoli,

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maneschi e malvestiti, cosicché questi “omini anticipati” di collodiana memoria mi piacciono poco. Anzi, a dire il vero, mi disturbano. Durante il tempo che Mara e i suoi figlioli armeggiano per casa preferisco starmene sul terrazzino. A quell’ora l’ex senatrice Vitulia Surrenti attraversa il passaggio a livello ferroviario assieme a una badante, e si dirige verso quel che resta del caricatoio, trascinandosi dietro suo marito Karl, semiparalizzato da un ictus ormai da trenta e più anni. Affacciarsi costituisce un dovere di cortesia, perché le due donne, quando attraversano il binario, non dimenticano mai di guardare dalla mia parte e di alzare un braccio in segno di saluto.

San Policarpio è il paese dove sono nato e cresciuto. E’ un abito noto che porto con agio, eppure è come se non lo conoscessi. Ciò dipende dal fatto che ho vissuto altrove la mia vita di lavoratore e i lunghi anni di carcere che l’hanno preceduta. Nel frattempo le vecchie generazioni sono scomparse, il paese si è dilatato e le attività che vi si svolgono sono radicalmente cambiate.

Ma questo è scienza del poi. Prima vivevo a Messina, dove ero di casa e dove avevo amici e parenti. Se fossi rimasto lì, la mia vecchiaia non sarebbe trascorsa né solitaria né triste. Però sentivo il bisogno di rivivere il mio mare, di godermelo da un balcone della casa avita. Perché – mi dicevo – il mare è sempre lo stesso. Quel che cambia sono le coste e la luce. Difatti, il mare che vedevo da Camaro, sulla prima balza dei Peloritani, era sfavillante, splendido, accecante.

Lo Stretto è uno scenario che distrae. L’aria è trasparente, i paesaggi marini sono tali e tanti, che fanno venire il capogiro, mentre io sentivo il bisogno opposto: di salutare quietamente il mondo che si allontanava da me, senza farmi abbagliare dalle cose. In concreto desideravo avere sotto gli occhi il mio mare, che si stende libero e senza

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altro confine che il cielo.

Tranne i magazzini, che sono dati in affitto, prima del mio ritorno il resto del palazzo era come abbandonato. Cosicché l’ho fatto rimettere in ordine. Il primo piano l’ho donato alla biblioteca comunale, per cui il luogo ha, sì, cambiato funzione, ma è tuttora vitale. La mattina ci viene qualche persona matura: insegnanti, giornalisti, studiosi, lettori generici a prendere in prestito un romanzo; al pomeriggio arrivano i ragazzi a fare le ricerche loro assegnate. Hanno fretta di sbrigarsi. Per far presto, copiano l’uno dall’altro. Vociano e sciamano per le scale, giocano nel cortile intorno ai due vecchi ippocastani, calpestano le aiuole.

La giovinezza è sempre vitale, spensierata, amante dei giochi che impegnano il corpo, ma noto che i ragazzi di oggi tornano a casa presto. Non restano a giocare per strada. O non ci restano a lungo. La casa è il centro della loro vita; la strada una dimensione esterna. Non ci sono più i sodalizi, le combriccole dicevamo, le squadre, le bande che un tempo si formavano in base al legame territoriale. La famiglia e il vicolo: un mondo chiuso e un mondo aperto. Mi viene in mente un’immagine libresca, scolastica: il coro delle rappresentazioni teatrali greche. Gli sfortunati ragazzini di oggi hanno per coro la televisione. La quale a volte è saggia, a volte no. Però è sempre e comunque una scatola. Invece, al tempo in cui ero un ragazzino alla vita ci avviava ‘a ruga, come dire il vicolo, e lo faceva sia con la sua saggezza sia con le sue stupidità. E ogni vicino era un corista.

Mia madre era stata ‘chiusa’ in collegio all’età di nove anni e vi era uscita a quattordici, allorché era morto suo padre; mio padre c’era entrato a undici e ne era uscito il giorno stesso che ne compì diciotto, per indossare la divisa di fante. Entrambi aborrivano persino l’idea di

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convitto. Preferirono aver fede nel magistero del vicolo e mi lasciarono vivere felicemente la mia vita di ragazzino che ha le ginocchia eternamente sbucciate e spesso – molto spesso - mostra uno sparatrap sulla zucca, a coprire i punti del chirurgo. I nostri poveri giochi – ‘a singa, ‘u piroci, ‘attacci, ‘a guerra francese - finivano invariabilmente a sassate. Per fortuna il progresso faceva il suo irreversibile cammino. Gli aerei di Balbo avevano sorvolato l’Atlantico in formazione e i cantieri genovesi stavano varando il transatlantico più bello e più veloce del mondo. Il gioco non progrediva con lo stesso passo, e tuttavia un bel giorno arrivarono, in qualità di surrogato del virile ma costoso pallone di cuoio, le palle di gomma. Non mi riferisco a quei variopinti e mollicci oggetti già in uso presso gli infanti, ma alle turgide e resistenti palle Pirelli. Costavano quattro lire. Le vendeva il merciaio all’angolo di via Amalfi, il Bel Cecè, il quale faceva credito solo a me, in quanto figlio di papà e personcina incline a essere puntuale nei pagamenti.

Sono passati settant’anni da allora. Quando i ragazzini della vecchia ruga ebbero raggiunta l’età lavorativa, io ero in carcere. Ma non v’è dubbio alcuno che essi seguirono il destino generale. La guerra era finita. Francia, Belgio, Germania, USA, Canada, Australia aprivano le porte alla nostra emigrazione. ‘U ‘Ngiulinu, ‘u ‘Ngegnu, ‘u Enzu, ‘a Mara, ‘a Cuncia sono spariti nelle spire dell’esodo. Non li ho mai più rivisti. O per essere precisi, non ho mai conosciuto il loro aspetto da adulti. Solo ‘u Filippu vive qui, anzi è ancora vivo. Degli altri leggo i manifesti mortuari appesi agli angoli delle vie. Figli e nipoti sconosciuti ne annunciano la dipartita in luoghi lontani e spesso ignoti. Immancabilmente lo stesso manifesto informa che al trigesimo ci sarà una messa in suffragio. E’ raro che a tali celebrazioni siano presenti i componenti della famiglia ristretta, i quali hanno messo radici altro

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ve. E’ invece la parentela più larga - i pochi rimasti qui - a onorare il defunto. Le volte che vado al rito, per le condoglianze, mi ritrovo sconosciuto fra sconosciuti, salvo poi, una volta declinato il cognome, a ricevere i ringraziamenti e la riconoscenza che gratificano le persone note per la loro ricchezza.

Al tempo della fanciullezza - siamo nel 1931-32 - avevo anche altri cori. Uno era il negozio paterno. Mio padre e i suoi giovani erano troppo occupati per darmi retta. Solo a sera, all’Avemmaria - quando i clienti si erano fatti ormai sporadici e si restava là soltanto affinché egli avesse il tempo di sbrigare la contabilità, per poi aprire solennemente l’avita cassaforte viennese e deporvi l’incasso - un commesso indulgente mi permetteva di edificare castelli con i barattoli di salsa o i pezzi di sapone di Marsiglia, i quali erano sufficientemente induriti per far da mattoni. Mi davano invece sempre retta gli operai della ciurma, perfino quando lavoravano.

Nel basso popolo si andava avanti a nomignoli. Ho trascorso ore e anni con loro, ma adesso che li rivedo con la memoria mi rendo conto che dei loro veri cognomi ho conosciuto qualcuno soltanto. Ho invece ritrovato qualche loro fotografia scattata al tempo della guerra. Quando sarò morto, nessuno saprà dire chi ritragga, tranne la miseria, la vera signora del gruppo.

Volendo fare un esatto uso del vocabolario, la parola ciurma non è appropriata a definire la squadra di facchini che lavorava in negozio. Il termine ciurma era il retaggio del lavoro che quelle stesse persone avevano fatto da giovani. Erano infatti quasi tutti già anziani e non più buoni per la nuova marineria, organizzata da armatori di livello nazionale con sede a Genova. Cosicché erano tornati in paese, a fare i pescatori. Ma il nostro mare non è generoso. La pesca non dava a

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sufficienza da vivere. Di conseguenza facevano i pescatori dalle tre di notte alle sette del mattino e i facchini dalle sette del mattino alle cinque e mezza di sera.

Non erano dipendenti stabili della ditta. Venivano ingaggiati in gruppo per lavori determinati e pagati a risultato, oppure assunti singolarmente e pagati a orario. Inutile aggiungere che erano più poveri di Lazzaro. Al pomeriggio, prima che il negozio riaprisse, si sedevano ad aspettare su una panchina: all’ombra del palazzo, se era d’estate; sul lato opposto della piazza, dove batteva il sole, se era d’inverno. Chiacchieravano pacatamente dei loro trascorsi per mare.

Ascoltarli, a me piaceva più che giocare con i miei coetanei. Mi sedevo sul bordo rialzato di un aiuola e navigavo con loro per i mari del mondo. Furono il mio Van Loon, il mio Conrand. L’Elvira aveva fatto naufragio nel Golfo del Leone e ‘u Peppi ‘u Piccirillu, aggrappato a un rottame, aveva nuotato due giorni e una notte. A Porto Said, Michiele Michielà era rimasto fermo tre mesi, che aveva trascorso a sbucciare patate. ‘U Chirichella era fuochista. Alimentava la caldaia con metodiche palate di carbone. Ripeteva il gesto decine di migliaia di volte al giorno e stava completamente nudo, solo un perizoma, come quello di Cristo sulla croce. Tanto era il sudore che doveva bere cinquanta litri d’acqua al giorno. A ‘u Testazza piacevano le calleja di Buenos Aires, e ancor di più le donnine che le popolavano. Lì, sono tanto calde che ti bruciano la vita. Non come nell’Africa, che con i bianchi restano come un pezzo di legno. Godono solo con i loro uomini, che hanno sciabole quattro volte le nostre. Ma il viaggio imperiale lo facevo cu Peppi, a Liverpool, regina del mondo. A Liverpool s’incontravano le navi più grandi. Dovevamo aspettare tre giorni in rada per avere il posto al dock, e se dicevamo una sola parola di più, il pilota

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ci faceva arrestare.

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Con il nome di caricatoio si designava non soltanto il vecchio molo e la retrostante piazza, ma anche la ruga a cui appartenevo. ‘A ruga du Caricatoio si stendeva dietro il Fondaco Alfano. Era un quartiere dalla forma non inconsueta nei centri di nuova urbanizzazione. Nuove costruzioni borghesi convivevano con le preesistenti casupole proletarie, sulla base di una logica classista. Quelle dei ricchi terrieri erano disposte lungo il Corso, quelle dei professionisti e dei mercanti lungo la via Marina, parallela al primo. Dietro (o dentro) c’erano le case dei poveri. Ne era venuta fuori una specie di scatola, che luccicava di benessere all’esterno, mentre all’interno l’unica cosa che luccicava erano i lumini accesi alla Madonna, affinché desse un soccorso alla fame e alla disoccupazione.

Il negozio paterno si affacciava con sei porte sulla piazza Caricatoio, e con altrettante sia sulla via Marina sia sul vico Speranza, da cui si accedeva al ventre della ruga. Su via Amalfi, la traversa che passava dietro il fondaco collegando il corso con la via Marina, c’era il grande portone carraio, ornato con due alte colonne di pietra. Il cortile, grande come una pubblica piazza, era ombreggiato da due enormi ippocastani. La nostra casa si ergeva, come una specie di torrione, su quattro dei sei magazzini sottostanti. Al piano terra, la casa e i magazzini facevano un blocco. Infatti, nonostante le innumerevoli porte, il magazzino era uno solo. Era il risultato di tre navate affiancate, due delle quali erano sorrette dai muri perimetrali, mentre quella centrale appoggiava su una doppia serie di cinque colonne (o muraglioni), disposte simmetricamente. L’impressione dell’insieme sarebbe stata quella di una chiesa a tre navate, se la prima navata, quella che si apriva sulla piazza, non

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fosse stata separata da quelle retrostanti da altissime scaffalature di legno.

C’erano anche due navate minori, perpendicolari ai due vani estremi. Insomma il magazzino, complessivamente considerato, era un rettangolo con due corna. La parte più interna (e più fresca) nascondeva trentadue cisterne, ciascuna delle quali aveva una capienza di sei botti d’olio della misura detta napoletana, cioè di circa 3.500 litri ciascuna. Le cisterne erano intonacate con resina di vetro. Quello speciale intonaco, realizzato sul posto da operai venuti da Napoli, era stata una gloria della vecchia ditta. La funzione commerciale assegnata alle cisterne stava nel conservare nel modo migliore l’olio fino che, a metà marzo d’ogni anno, le quattro golette della Ditta in convoglio, ciascuna con un carico di 40 botti - in tutto 100 tonnellate circa - lo avrebbero trasportato a Venezia e a Trieste.

Al momento del racconto le cisterne non erano più usate. Ciascuna botola di accesso era stata coperta da una lamiera di ferro alquanto spessa, molto più larga della botola e fissata con viti al pavimento. Ogni tre o quattro anni, Peppi ‘u Piccirillu, con l’aiuto di qualcuno della ciurma, provvedeva a calarvisi e a ripulirle dalla polvere e dalle fuliggini.

* Sebbene il caricatoio fosse ormai in parte distrutto dai marosi e in parte interrato - in effetti utilizzato soltanto per lo sbarco di tavolame da costruzione proveniente dalla Juogoslavia e dalla Norvegia - la zona era ancora piena di vita e di lavoro. La piazza, che ne era la prosecuzione – appunto Piazza Caricatoio - benché non fosse più il centro cittadino, era ancora la più bella e grande del paese. Aveva il lato a mezzogiorno interamente aperto sul mare. Sul lato opposto, proprio di

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fronte al mare, c’era la vecchia Chiesa, costruita al tempo di Francesco I con il suffragio dei pescatori e dei mercanti. Al centro della piazza s’innalzava il palco per i concerti bandistici, che nei giorni di festa richiamavano migliaia di persone; un manufatto con volute ad arco e con ringhiera in ferro battuto. Ordinati a raggiera rispetto al palco si dispiegavano, in quattro raggi maggiori e in otto minori, i lampioni: i primi alti, gli altri meno alti – degli splendidi lavori in ferro.

Sul bordo della piazza si erigevano due alti chioschi, anch’essi in ferro battuto e vetri colorati: il primo era destinato alla vendita dei giornali e il secondo di limonate, orzate e altre bibite fresche.

Sul lato sud c’erano il Fondaco Alfano e altri negozi e sul lato nord c’erano il Caffè Posillipo, il Circolo di Società e negozi di vario genere. Al tempo della mia prima giovinezza essi erano la causa principale dell’animazione della piazza – la mattina i negozi, la sera il caffè e il circolo.

Per essere esatti, il Fondaco Alfano non era più un fondaco, ma soltanto l’unica sede della Ditta Alfano, la cui Sede principale, a Napoli, e le tre succursali calabresi erano state chiuse da tempo. Anche la parola fondaco stava sparendo nell’uso locale, per lasciare il posto all’espressione ‘u negoziu d’Arfanu o ‘u palazzu d’Arfanu, a seconda del diverso angolo visuale di chi vi si riferiva. La ditta Alfano era sopravvissuta al caricatoio, ma aveva perduto il vento. Bordeggiava. E tuttavia navigava ancora. Di conseguenza l’antico fondaco presentava una fisionomia ambigua e composita: quella nuova, di ricca residenza padronale, e quella originaria di negozio con annesso “convento”.

Quanto al convento, si trattava di una metafora riguardante la parte riservata ai commessi amalfitani che lavoravano in negozio. Era consuetudine fra gli amalfitani che aprivano un fondaco di portarsi dietro

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anche i dipendenti. Per più di mille anni la cosa aveva trovato una giustificazione nel fatto che andavano a insediarsi in luoghi ostili e arretrati, comunque mancanti di tradizioni mercantili. Detta esigenza non valeva più ai tempi miei. E tuttavia l’antica usanza continuava ad avere un senso, perché i contadini, che costituivano la massa degli avventori per i negozi di alimentari, erano clienti difficili: sempre perplessi se spendere o no, sempre paurosi d’essere fatti fessi dal negoziante. Ora, sul punto che oggi chiameremmo del marketing, Amalfi era una vera università e gli amalfitani dei veri dottori. Per cui mio padre, come ogni mercante amalfitano, era praticamente costretto ad affrontare il maggior costo di commessi scelti fra i suoi compatrioti.

Al tempo in cui inizia il racconto, i giovani erano tre: Andrea, don Aniello e Costantino. Amalfitano era anche il ragioniere, don Pantaleone Mezzacapo, dalla gente del paese più brevemente appellato don Leone; un accoppiamento che allora mi divertiva enormemente, suonandomi stridente che un uomo portasse il nome d’un animale, fosse pure il re della foresta, e che, per giunta, gli si facessero le querimonie.

Siccome il piano del palazzo ancora riservato ai giovani era stato concepito per una ventina di persone, le quattro che allora l’occupavano potevano stare alquanto comode. Infatti, soltanto Andrea e Costantino dormivano nello stesso stanzone, mentre Aniello, che era un po’ più anziano e parecchio sofistico, godeva di una camera solamente per lui. A don Pantaleone, poi, era riservato un piccolo appartamento.

Alla vita del convento sovrintendeva ‘a Maruzza, una secca vergine in capillis di cinquantacinque o sessant’anni, la quale provvedeva alle pulizie e a preparare i pasti per i frati conversi, come tradizionalmente si autodefinivano. 16

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Quando ‘a Maruzza aveva finito le sue faccende, il convento diventava un luogo mesto e silenzioso. Ricordo vagamente che qualche volta, alla sera, Andrea, che era un giovane tirocinante, prendeva il mandolino e si metteva a cantare. Allora la mamma lo chiamava su e gli addolciva la solitudine con qualche leccornia e un bicchierino, o una bibita fresca se era d’estate. Gli altri giovani, avendo fatto le loro amicizie in paese - immancabilmente supervisionate dal padrone - dopo cena se ne andavano al cinema o a passeggiare sul Corso.

Restava, al contrario, sempre in casa don Pantaleone. Tecnicamente è anche facile dire il perché. Non lo è invece umanamente. Difatti don Pantaleone aveva perduto la gamba destra in guerra e perciò camminava faticosamente con l’aiuto delle stampelle. La menomazione - il vedere don Pantaleone fermo e vigoroso, ma impedito ad agire corrispondentemente - mi spaventava, e a volte mi faceva piangere così accoratamente che la mamma si amareggiava e si metteva a piangere anche lei. Era allora don Pantaleone a salire faticosamente le scale e a consolarci, dicendo pianamente che la difesa della patria, anche a costo della vita, era il dovere d’ogni italiano. Ancora di più: anche a costo di andare contro la nostra Santa Fede, uccidendo uomini in tutto e per tutto simili a noi.

Finché il regime fascista non assunse un atteggiamento spocchioso, gli anniversari patriottici erano solennizzati con misura e decoro. Tuttavia, anche se contenuta, la retorica disturbava i superstiti e i parenti dei caduti. Lo ricordo bene: dopo la morte di Patreppaolo, mio nonno, allorché la vecchia nonna, rimasta sola, venne a vivere con noi in Calabria, il 4 Novembre di ogni anno, mentre fuori noi balilla sfilavamo dietro la banda che intonava la Canzone del Piave, lei faceva

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chiudere i portali dei vecchi balconi e si fasciava il capo e le orecchie per non udirne le note. E più che gli altri giorni, in quella ricorrenza gli occhi di zio Gioacchino parevano guardarci con muto rimprovero dalla fotografia appesa dietro lo scrittoio di papà. Il quale, turbato, piantava in asso il lavoro e se n’andava in campagna.

L’anniversario toccava anche mamma, che nel luglio del 1915 aveva perduto il fratello maggiore. Ma la sua velata mestizia era cosa ben diversa dal cupo dolore della nonna. Tra mia madre e zio Tommaso c’erano dieci anni di differenza. Quando lei era ancora una ragazzina il fratello era già all’università. Lontani per dieci mesi all’anno, si può dire che non avessero realizzato una piena comunanza familiare. E, poi, della sua famiglia d’origine non c’era più nessuno in paese. Entrambi i genitori erano morti, il fratello vivente se n’era tornato in Sicilia, da dove la famiglia era venuta al seguito del padre, chirurgo. L’unica sorella, sposata a un magistrato, viveva in Piemonte. Così, nella ricorrenza luttuosa, lei riusciva a mantenere la calma e ad essere pratica. Conoscendo per esperienza i risvolti umani della funebre solennità, evitava di ricevere gente e ordinava alla cameriera di parlare sottovoce e di vigilare dietro l’uscio della nonna, se per caso avesse bisogno di qualcosa.

Papà non parlava mai del fratello. La nonna nominava il figlio solo sottovoce e solo quando pregava. Di zio Tommaso sapevo tutto quel che sapeva la mamma, di zio Gioacchino, poco o niente. La massima informazione mi veniva da zia Anita, l’unica sorella di papà, che viveva a Capursi. In casa, invece solo qualche flash e una decina di fotografie. Un ragazzino in uniforme da collegiale nel cortile della Badia di Cava, dove aveva studiato; i suoi quaderni di calligrafia, armoniosa come un arabesco; quelli con le esercitazioni sulla partita doppia; un

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favoloso volume di racconti per ragazzi, i più belli che abbia letti nella mia infanzia; un solido Manuale dello Chaffeur, una delle poche cose rispedite in famiglia dal Generale Comandante la Brigata Novara, che la nonna teneva sul suo comodino assieme al libro delle orazioni. Sul ripiano della grande specchiera, nel salotto, c’erano delle altre foto. Un giovanotto che sfoglia un giornale seduto a un tavolo del Gambrinus. Una fototessera incollata su un elegante cartoncino, con il logo dello studio fotografico. Un bagnante dal pudico costume, in piedi su uno scoglio. Un fante ripreso accanto al suo camion, con la mano destra allungata sul volante. Tutto qui, o quasi. Un volto che conosci solo in quanto emozione; il rimpianto per un legame che avrebbe potuto esserci; un vuoto d’amore.

I mesti occhi di zio Gioacchino furono una presenza costante nella mia vita di fanciullo. La sera andavo a letto indossando come camicia da notte una delle sue camicie di lino, e non c’era bisogno di suggerimenti e raccomandazioni perché lo includessi nelle mie preghiere. Debbo anzi dire che, finché indossai una di quelle camicie, ogni sera ebbi paura di morire anch’io in guerra. Sicuramente paura, e compianto per mio padre, per la mamma, per la nonna e Celeste, che avrebbero sofferto della mia anticipata morte. Ma, debbo confessare, una non completa indifferenza verso l’onore che poteva venirmi da una medaglia d’oro alla memoria.

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La Marina di San Policarpio era sorta un secolo prima che io nascessi, intorno alle attività suscitate dall’esportazione di olio. Come in qualunque altro posto del mondo, anche qui la gente immagina che l’ambiente circostante sia, in tutto e per tutto, un dono di Dio; più particolarmente che i lunghi filari di ulivi, che umanizzano con geo

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metrie a volte regolari, più spesso irregolari le nostre colline, siano un elemento primigenio della nostra terra, e che l’olio che vi si produce sia un grazioso dono della natura amica.

Ovviamente non è così. Dopo i fasti di un passato lontano duemila e cinquecento anni, l’esportazione d’olio era tornata preminente soltanto verso gli ultimi decenni del secolo XVIII, diciamo al tempo in cui la famosa Maria Antonietta andava sposa a Luigi XVI, re di Francia, e sua sorella Maria Carolina al Re di Napoli, Ferdinando IV di Borbone. A partire da quegli anni il mondo occidentale aveva preso a chiedere sempre maggiori quantità di olio.

Gli Alfano non furono i primi a trarne profitto. Quando la goletta di Padron Gioacchino apparve nella rada di San Policarpio, Maria Antonietta era stata decapitata da quarant’anni, mentre da poco era salito sul trono di Napoli il nipote delle già nominate regine, marito d’una pia fanciulla venuta nella ridente Napoli dall’accidioso Piemonte, a partorire l’indeciso re della nostra ultima indipendenza nazionale. Come dicevo, non furono i primi ad approdarvi, ma quando vi giunsero s’impadronirono della piazza, di modo che la Marina si sviluppò intorno al loro fondaco.

Sbarcando sulla spiaggia di San Policarpio, gli amalfitani si trovarono in un luogo quasi disabitato. Non più di cento famiglie e tre armigeri posti a guardia della torre. Nei millenni precedenti, i saccheggi romani, le razzie saracene, l’esosità e brutalità dei baroni stranieri, l’impaludamento malarico avevano spinto gli abitanti della costa a insediarsi in collina, in città fortificate. Le antiche città greche erano completamente scomparse, sulla costa abitavano soltanto dei pescatori-contadini, probabilmente indifferenti alla suggestione del paesaggio, dominato da uno sperone rupestre con sopra un castello in rovina.

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Sulla spiaggia, nel punto più incassato della rada, la torre costiera, che non aveva più alcuna funzione militare, ma serviva soltanto per accendervi un fuoco nelle notti di burrasca, con cui indicare ai bastimenti in difficoltà da che parte era la rada.

A San Policarpio, i nuovi venuti s’insediarono alla meno peggio accanto alla torre, che fungeva anche da sede per la dogana marittima, a cui andavano esibiti i permessi per l’esportazione. Qui costruirono i loro depositi e in appresso moderne cisterne per lo stoccaggio dell’olio. Intorno a quei depositi nacque l’attuale Marina.

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A distanza di oltre mezzo secolo non ho dubbi nel definire mio padre e mia madre delle persone dal tratto signorile, eppure sia l’uno che l’altra si ritenevano soltanto dei lavoratori fortunati. Fortunati, secondo lui, in virtù del caso, e secondo lei per volontà divina. Comunque è certo che a casa mia mancava il culto nobiliare della genealogia. Perciò le notizie che da ragazzino ricevevo sulla famiglia sfocavano nella nebbia. Il punto della prima chiarezza era Patreggiacchino, padre di mio nonno Paolo, nonno di mio padre e mio bisnonno.

Nei ricordi familiari, l’avo si presentava all’origine delle fortune commerciali della Ditta. Del suo primo incontro con la Calabria non è rimasta una data. L’atto notarile, con cui egli acquistò dal barone Rinaldo Englen il terreno su cui, in appresso, costruì “il convento” e il palazzo di fronte, è datato 9 ottobre 1835. Sul capitello di una colonna, all’ingresso del cortile, è scolpita la scritta “G. Ciano 1847”, mentre sui bordi di tutte le cisterne è impresso uno stesso stampiglio:

“Real Vetreria Vincenzo Miraglia”

“Cava dei Tirreni”

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ma senza data.

Secondo le notizie tramandate oralmente, per alcuni decenni l’attività mercantile degli Alfano si limitò all’esportazione dell’olio. Tale attività veniva finanziata dalle case bancarie napoletane, le quali scontavano le tratte degli importatori francesi, inglesi e triestini. In appresso Patreggiacchino e un suo cognato, Patre Giuseppe Conforti, avviarono un emporio per lo smercio di grano e delle altre merci che la collettività, da loro stessi rifornita di moneta, cominciava a chiedere.

Spendere danaro per l’acquisto di un prodotto locale e vendere contemporaneamente un prodotto forestiero, con il fine, tra l’altro, di farsi rientrare in tasca il danaro messo in circolazione, era un accorgimento degli antichi mercanti, con il quale, oltre ad accedere a un doppio guadagno, si pagavano il viaggio d’andata del bastimento, altrimenti vuoto; un meccanismo che in ogni caso li affrancava dalla necessità di trasportare l’oro e l’argento su percorsi pericolosi e lunghi.

Non so quando Patreggiacchino e suo cognato divennero soci. Sebbene al tempo della mia fanciullezza la società non esistesse più da ben quarant’anni, il binomio Alfano & Conforti era ancora una costante nei ricordi dei paesani avanti negli anni.

Da ragazzino, siccome mi sentivo un amalfitano in servizio attivo e avendo anche una gran passione per le navi di tutti i tempi, ma specialmente per quelle amalfitane, di cui i giovani del negozio mi riempivano la testa con i loro racconti, ero ben convinto (o amavo convincermi) che il mio avo - almeno lui - fosse un marinaio. Così ne andavo chiedendo conferma agli anziani.

In paese più d’uno lo rammentava ancora, ma i ricordi non andavano oltre l’aspetto fisico e la ricchezza di cui disponeva. Più che altro veniva sottolineato che il suo volto era sempre perfettamente rasato,

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cosa non solita a quell’epoca (l’essere ben rasati fa parte del DNA familiare). Veniva rammentata anche la nera finanziera con cui si abbigliava, ovvero il gibus eternamente piazzato sul capo, se no si prendeva il raffreddore (anche questo fa parte del nostro DNA). L’unico a possedere ricordi meno effimeri era un vecchio commesso. Lasciando la Ditta, don Matteo non era tornato ad Amalfi. Avendo ottenuto le facilitazioni di rito dagli ex padroni, aveva aperto un negozio, che poi in vecchiaia aveva ceduto a suo figlio. Ormai libero da impegni, si era eletto titolare di una sedia dinanzi alla cassa e tutte le mattine veniva in negozio ad ammazzare il tempo, distribuendo consigli e intrattenendosi con i clienti, giovani e vecchi, ma specialmente con le giovani cummarelle, proprio quelle più procaci.

“Quando il padrone parlava, sembrava un professore. Ma parlava poco, gli bastava uno sguardo per comandarci. Non toccava mai i soldi, li faceva contare ai figli e ai nipoti. Però tutto doveva essere registrato fino al tornese. E lui si ricordava di tutto, fino al tornese.

“I proprietari si pisciavano addosso aspettandolo. Arrivava da Napoli il giorno che il prezzo di Marsiglia scendeva. Allora lui faceva scrivere su un cartellone “Acquisto tot botti al prezzo di tot ducati” e il cartellone ce lo faceva appendere alla vetrina dello studio. Il suo sistema era tutto il contrario degli altri, che ancora acquistavano con il sistema antico, con il prezzo di San Nicola, strangolando i proprietari, quelli a cui più gli servivano i soldi. Perciò i proprietari avevano fiducia e correvano qui, e lui si accaparrava tutto.

“Aveva più soldi di Rothschild. Un prezzo diverso secondo la qualità. E lui pagava sull’unghia. Ma quasi tutti s’erano già preso l’anticipo in merci, nel negozio degli alimentari. Ed essendo che allora gli alimentari erano molto remunerativi, lui questi debiti ci ordinava

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di scontarli al prezzo più alto dell’annata ... Così ci facevamo il buon nome. Cosa credi, che per fare regali?

“Avevamo le cisterne più grosse di tutta la Calabria ... Cisterne qui, e cisterne sotto il palazzo che poi, nella divisione, andò a Patre Giuseppe Conforti, dove lui, suo cognato e i figli abitavano quando stavano a San Policarpio ... Le nostre cisterne venivano da lontano a vederle. Da Gioia, da Reggio, da Amantea. Raccontavano i vecchi che erano costate una montagna di danari.

“Piccoli e grossi erano pari per lui, ma i grandi proprietari, quelli che ti riempivano una/due cisterne d’olio, riscuotevano più fiducia e potevano ottenere grosse anticipazioni. Quando tuo zio Ferdinando si presentò deputato, gli furono prestate ventimila lire, e quando il Cavalier Figliomeni sposò l’unica figlia, la dote uscì da qui. Trenta fogli della Banca, uno sull’altro! Questo te lo devi ricordare: mai una lira d’interesse. Erano altri tempi, e questo era un principio d’onore. Nessun imbroglio, nessun raggiro. Tutto a voce alta. Ed era per questo che tutti approdavano qui, al nostro buon nome. E tutti rispettavano il contratto, portando ’e cafisi d’olio necessari per pagare il conto. E chi non poteva, veniva a dirlo. Trecentomila ducati scritti a libro. Lui contava sempre in ducati, ma erano già soldi di Vittorio. Vuoi sapere quant’era? Più di cinquanta milioni di oggi. Neanche il re! Poteva armare un esercito! Pensa che io pigliavo sessanta lire al mese di paga, il mangiare e l’alloggio.

“Questa scrivania è sempre la stessa, e così pure la cassaforte, ma a quel tempo non era come oggi, che si sta dietro il bancone per mezza lira. Da qui usciva da vivere per venti paesi, signori e pezzenti. Montagne di pezzi d’argento in quella cassaforte. E lui pagava con un semplice telegramma che faceva a Napoli. E i soldi spiccioli li spedi

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vamo a Napoli nei sacchi, coi bastimenti.

“Li vedi gli ulivi ? ... Un mare!... ‘A ddà sapè che i soldi per piantarli sono usciti tutti da quella cassaforte. Lo vedi quel viottolo? (E indicava un tracciato di terra soda dove l’erba non cresceva più). Su quel viottolo, ogni settimana, passavano mille sacchi di grano (sbarcati da una delle golette). Miniello (il capocommesso), venti giovani e quaranta facchini non ce la facevamo a servire tutti. Patre Giuseppe, i figli e i nipoti, tutti nello studio a scrivere i conti, dalle sei del mattino alle sette di sera. E la domenica ti dovevi alzare alle cinque per sentire la Santa Messa e comunicarti. Questa era la regola: vivere come frati, chiusi nelle stanze di sopra, nel convento, cucinandoci, lavandoci e stirandoci da noi. E pure le pulizie.”

*

A papà non dispiaceva che gli stessi sempre dietro e che dall’esempio imparassi la sua arte. Fra le altre cose, avevo introiettato le proporzioni della ricchezza. Così percepivo chiaramente che una ricchezza locale è una pagliuzza a confronto di una nazionale o mondiale. E tuttavia, nell’ambito locale, l’idea corrente era che quella degli Alfano rappresentasse il massimo. In effetti la Ditta era stata così importante da realizzare un forte legame tra il mio paesino e Napoli, come dire il resto del mondo.

Tutti erano attenti e rispettosi quando si parlava dell’uomo che aveva creato, forse dal nulla, un’azienda oggi diremmo plurimiliardaria. Ma io lo ero doppiamente. E in appresso capii meglio il perché. Nella figura altamente positiva dell’avo Gioacchino trovavo una sorta di compensazione alla non smagliante figura di mio nonno, il quale troppo spesso veniva accusato di non aver saputo cavare ‘no sorece morto ’a dinto ’o pertuso, come dire di non averci saputo fare com

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mercialmente.

Ma chi era stato, codesto Padron Giacchino? Come era vissuto? Come se la sbrigava con le tempeste? Come impartiva i comandi sulla nave? Era coraggioso? Aveva l’incerata per evitare di bagnarsi quando il mare era in tempesta, come Clark Gable? Qualche volta arrivavo a chiedermi se baciasse i suoi figli. Ma di lui era rimasto molto poco. In famiglia, solo la nonna era padrona di quel monumento familiare. Ma purtroppo, di navi, lei non capiva un bel niente.

“Nonna, com’era il pronnonno ?”, chiedevo.

E la nonna: “Io l’ho conosciuto che era già avanti negli anni. Era sempre a Napoli, ma quando stava a Capursi usciva la mattina all’alba a camminare. E camminava, camminava. Non si stancava mai. Ma poi stava sempre in casa… Leggeva le preghiere, si diceva il rosario. Era vedovo e solo. Solo il padre di Anselmo, il cocchiere… Mia suocera era francese, io non l’ho mai conosciuta. Ricordo soltanto il giorno che ci fu il funerale. Morì che Paolo aveva diciott’anni.”

“Ma aveva fatto il capitano ?”

La nonna - nata proprio nel 1861, l’anno del Re Scomunicato - apparteneva a una diversa classe sociale. Veniva da una famiglia di grandi banchieri napoletani. Gente illustre, ma ormai decaduta. I suoi fratelli non stavano negli affari. Esercitavano una professione.

“Mio suocero venne da Gaeta. Sin da ragazzo navigava per Marsiglia, con l’olio. Fece fortuna presto, e a Marsiglia si sposò con una bella e ricca ragazza, figlia di un mercante. Un po’ di soldi li ebbe in dote, un po’ glieli diede il re, così comprò una goletta e se ne venne a Capursi. Comprava l’olio in Calabria e lo vendeva a Marsiglia, e così fece una grande fortuna.” Con il che – mi resi conto – la rischiosa attività di capitano era finita. Infatti, a Capursi, né Patreggiacchino,

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né suo cognato Conforti, né i loro rispettivi figli, venivano ricordati come capitani, ma solo come armatori e mercanti. La nonna, che pur raccontava delle paure che i bastimenti potessero far naufragio, parlava chiaramente di paure economiche e non fisiche. Cosa che significa che Patreppaolo, suo marito, era sulla riva ad attendere. Quando lei ricordava l’avversione di questi per il mare - “pe’ mare non ci stanno taverne” - una fosca ombra calava sul mio cuore intrepido. Avrei sicuramente preferito un nonno in lotta con i marosi e con il sartiame, come Il Corsaro Nero.

Avevo amato intensamente mio nonno e amavo ancora il suo fresco ricordo. Fra me e lui c’era una comunicazione, una complicità arcana e indecifrabile, quasi fossimo entrambi bambini o entrambi vecchi. Durante i tre mesi estivi che da bambino trascorrevo a Capursi, con la nonna e con lui, mio padre diveniva una riserva, quasi un intruso.

L’idea che il nonno fosse un inetto mi disturbava parecchio. Lui morto, cercai sempre d’evitare qualsiasi discorso che gli si riferisse. Mi avrebbe fatto troppo male continuare a sentire che era un debole. Era questo anche l’atteggiamento di papà. Entrambi, quasi per una tacita intesa, scartavamo ogni riflessione riguardante il nostro rispettivo padre e nonno. In verità sul vecchio Patreppaolo e su un suo fratello e socio - che si chiamava Generoso - gravava l’infamia di aver dissipato, per bonomia il primo e con le donne il secondo, gran parte del patrimonio familiare.

*

Al tempo delle mie infantili villeggiature a Capursi, il nonno e i suoi cugini Conforti si guardavano in cagnesco. Nonostante i portoni dei rispettivi palazzi fossero a pochi passi l’uno dall’altro, nonostante anche i giardini retrostanti fossero contigui, fingevano una fredda e

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distaccata conoscenza. L’inimicizia si smorzava un po’ presso la generazione successiva, quella di mio padre, assumendo il carattere di un legame parentale ipocrita. Ricordo tutti e quattro i fratelli Conforti. Due vivevano a San Policarpio e gli altri due a Capursi. Al tempo della guerra d’Africa erano tutti vicini agli ottant’anni. Il maggiore li aveva anche superati.

Era, questi, un tipo fuori del comune. E per moltissime cose, ciascuna delle quali era sufficiente a stralunare le mie categorie infantili. Soprattutto la sua trista fama. Si sapeva, infatti, che il Capitano aveva portato, deliberatamente, una fregata a sbattere contro la banchina del porto di Ancona e l’aveva mezz’affondata.

A casa del Capitano, che abitava però da tutt’altra parte del paese, ci arrivai attraverso la porta di servizio. Conoscevo l’arcaico ed esotico parente soltanto di vista, poiché lo vedevo la sera a passeggio sul corso, con la mesta moglie appesa al braccio. E quando li incontravo, mi irrigidivo per il disagio, così come si irrigidiva il nonno. Mio padre e mia madre invece li salutavano sempre, ma da lontano; tranne la prima volta, al loro arrivo a Capursi. Sarebbe stato, infatti, troppo sgarbato non avvicinarsi. Ma se le inimicizie antiche dividevano le famiglie, le cameriere le univano. Infatti Maddalena, la cameriera della nonna, era sorella di Margherita, la cameriera del Capitano. Le due sorelle, pur non avvertendo alcuno dei sentimenti avversativi dei rispettivi padroni, erano tuttavia costrette a vedersi di soppiatto, o se non proprio di soppiatto, quantomeno senza compromettere l’inimicizia dominicale. Per tal motivo, quando il nonno e la nonna facevano il loro pisolino postprandiale, Maddalena si recava alla villa del Capitano, a chiacchierare con la sorella.

Ma Maddalena aveva anche il dovere di sorvegliarmi, dato che le

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idee pedagogiche dei nonni erano molto diverse da quelle correnti a San Policarpio. Così, per conciliare l’utile con il dilettevole, mi portava con sé. In verità non ci dirigevamo al casino dello zio, ma verso la parte retrostante, corrispondente a un ampio giardino di limoni, al quale accedevamo attraverso una porticina sgangherata, sicuramente centenaria. Sul bordo della piantagione c’era uno stanzone che fungeva da lavatoio. Maddalena e Margherita si sedevano all’ombra dell’edificio, e per chiacchierare liberamente mi lasciavano ampia libertà di scalare gli alberi; libertà non contrastata da Luigi, il contadino dello zio. In cambio di tale compiacenza, Maddalena mi aveva fatto promettere che non l’avrei tradita riferendo alla nonna dove si andava al pomeriggio. Se qualcuno mi avesse chiesto, avrei dovuto mentire spudoratamente affermando che eravamo andati a pigliare il fresco nel giardino sotto casa.

Tutto andò liscio per qualche tempo. A quell’ora, sopraffatti dal pranzo e dalla calura, il Capitano e sua moglie ronfavano. Ma un destino beffardo volle che le suole delle mie scarpe graffiassero la corteccia dei limoni che andavo scalando. Il guasto non sfuggì al Capitano, che ovviamente lo addebitò a Luigi. Il quale Luigi, per discolparsi, chiarì che i graffi erano stati prodotti “dalle scarpe di vostro nipote”.“Quale nipote?”, tuonò il Capitano.

“Paolino”.

“Ma quale Paolino ti sogni? Paolino è in Germania. Che cacchio racconti?”

“Non Paolino, il figlio dell’ingegnere... Paolino, il figlio di don Genso”.

Fu così che io venni al mondo anche nella mente del Capitano, in verità molto maltrattata dagli anni e dai trambusti della vita. 29

Non ero ancora consapevole di tale nuova mia incarnazione, quando un giorno, all’improvviso, me lo vidi a soli due passi, a fissarmi severissimamente da sotto il limone sul quale ero appollaiato.

“Brutta bertuccia!… I miei limoni... Ti faccio arrestare... Tu sei di Calabria, è vero?... Sei di quella razza di mezzecartucce degli Alfano?... Allora, se sei un vero Alfano, lascia stare i limoni… Vai a fare il bagno in una cisterna d’olio... Ah... ah... lo stocco... Dimenticavo lo stocco!... Dimmi un po’, hai già imparato a far compravendite di stoccafisso?”

Il lettore si aspetterebbe una forte difesa dei miei penati, ma non seppi farla. Semmai avevo previsto un attacco, lo attendevo sul punto: scalata dei limoni; mai e poi mai sul versante dello stoccafisso, ché, se a lui sembrava disprezzabile, tale non doveva essere in effetti - almeno pecuniariamente - se mio padre era sempre a badare che il deposito avesse sufficiente ventilazione, e sempre temeva l’arrivo dello scirocco, parecchio minaccioso per una sua buona conservazione. Con il che, i lettori si sono perfettamente resi conto che già mi intendevo di stoccafisso, proprio come il Capitano affermava. E non poteva essere altrimenti.

Quanto al secondo addebito, mi sembrò cosa di poca importanza che mio padre e il nonno fossero ben lontani dal possedere l’alta statura del Capitano. Il quale per la verità doveva essersi preparata quella sparata, perché, subito dopo averla recitata, si ammansì. Anzi, notando che avevo un certo timore a lasciare il ramo su cui stavo, prese ad allettarmi e promise che mi avrebbe fatto vedere la sua nave. Siccome Maddalena mi fece un cenno affermativo con gli occhi, non mi restò che ubbidire.

“Ti chiami Paolino come me... Sì, lo so, come tuo nonno. Ma Gioacchino avrebbero dovuto battezzarti... Gioacchino, come il pro

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nonno... Quello sì che era un uomo, non come tuo nonno, un vero cazzone. Nella tua famiglia non ci sarà mai più un altro Gioacchino Alfano... Un uomo... Fu lui a volere che andassi in Inghilterra a studiare ingegneria navale... Aveva capito che tuo nonno era un asino, e perciò scelse me...il primo nipote. Sognava navi ... porti per tutto il napoletano... Era un tempo che pareva che Napoli si sarebbe mangiato il mondo... Un uomo... Mi accompagnò a Londra... 1867... Diciott’anni... Un nipote di don Carlo Rothschild ad aspettarci al treno di Dover... Hai capito? I Rothschild... I veri signori del mondo... Tanto rispetto neanche un re...

“Come hai detto che ti chiami?... Ah, sì, Paolino.”

La casa dello zio appariva stranissima ai miei occhi di provinciale. Era posta su un poggetto, anziché sul comodo piano. In secondo luogo non aveva persiane, per cui lì dentro solo le tende ti difendevano dalla luce estiva. In terzo luogo, i mobili sembravano costruiti da un falegname pazzo. Logicamente in seguito capii che la casa era stata progettata e arredata con gusto tedesco, ma allora ero molto lontano dall’immaginare che un comò tedesco potesse essere diverso da un comò napoletano.

Zia Wìlma, lacrimando senza motivo alcuno, mi accarezzò con dolcezza e cercò di avviare una conversazione. Mi chiese di non dare troppo peso alla parole cattive dello zio. Perché parole restavano, e mai si sarebbero tradotte in fatti. “Sai come dice la canzone: Pizzeche e vase non fanno pertusi”. Volendo ottenere che mi sciogliessi un po’, mi regalò cinque lire perché acquistassi a volontà suricilli e sottencoppa.

“Ecco la mia nave”.

Al centro della parete una cornice dorata inquadrava il bel dipinto di una nave da guerra che solcava il mare. Mussolini ci aveva resi esperti

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in materia di corazzate e incrociatori, così potei subito capire che la nave del dipinto raffigurava una corazzata di altri tempi.

“La Caio Duilio... Sai chi era Caio Duilio?”

Lo sapevo.

“L’ho progettata e varata io, il più giovane ingegnere d’Italia. A Castellammare quel giorno c’erano il re, la regina, il prinzkaiser e la moglie, tutti i ministri e quasi tutto il parlamento.”

Che nave poteva mai essere quella, se era stata varata a Castellammare! A Castellammare c’ero stato con il nonno e non avevo visto neppure un pennacchio di fumo. Sicuro che doveva arrabbiarsi!... Castellammare di Stabia?... Ridacchiavo dentro di me, ma mi dispiaceva anche. Lo zio era completamente svampito... Un cantiere navale a Castellammare di Stabia...? Ah, ah... Già la parola “stabia” aveva un suono come di pollaio... Tutto quel che si diceva circa la tramontata sanità mentale dello zio era vero, purtroppo. D’altra parte, zia Wìlma non mi aveva detto di non credergli?

“Non ci credi?” - disse rivolto alla moglie, come se non si conoscessero da cinquant’anni e come se lei non sapesse. “Ecco i progetti”, e cominciò a tirar fuori da uno stranissimo mobile rotoli e rotoli di disegni. E poi montagne di enormi quaderni pieni di stranissime operazioni numeriche. E li mostrava alla moglie.

La mia espressione confusa e impaurita lo fece tornare in sé. Mi accarezzò vagamente e credo si rendesse conto che non potevo capire alcunché dei suoi disegni, e meno che mai dei suoi calcoli. Si avvicinò a una delle credenze che contenevano modellini navali e ne prese uno. Giudicai che fosse il più importante, perché era il più in vista.

“Cos’è questa?”, mi chiese.

“La Caio Duilio”.32

“La Regia Nave da Battaglia Caio Duilio, ammiraglia della flotta italiana. Era la corazzata più moderna e potente del mondo. La più celebre. Le grandi potenze ce la invidiavano. L’Imperatore d’Austria aveva l’amaro in bocca.

“Adesso confronta mentalmente la sagoma di questa nave con la sagoma di una corazzata attuale e dimmi che differenza noti?”

Era una domanda di estrema facilità. Infatti le due torri erano sistemate al centro, dietro le ciminiere, di modo che la nave poteva sparare solo mettendosi in linea.

“No, non è questo il problema. Almeno non è il problema principale. Il problema è quest’altro.” E mostrava il foglietto di compensato che avvolgeva i fianchi della nave.

“Mi sai dire perché una nave galleggia?”

“Perché è più leggera dell’acqua”.

“Di qual acqua?”

“Dell’acqua di mare.”

“No, scimunito! Anzi sì. Bisogna stare attenti. Uno scafo immerso sposta una determinata quantità d’acqua. Un ingegnere deve sapere quanto pesa l’acqua che sarà spostata dallo scafo che sta progettando, ma non può pesare né l’acqua né lo scafo. Invece calcola il peso a tavolino, con queste operazioni (e indicava con il dito i quaderni) che sono più precise delle bilance.“La quantità d’acqua spostata dipende contemporaneamente da due cose: il peso dello scafo e il suo volume. Molto peso, ma poca acqua spostata, la nave affonda. Allora, se io metto alla nave questa corazza, la carico di un grande peso, ma sposto poca acqua.”

Forse avevo capito, forse no, comunque lo zio si compiacque. Ma i compiacimenti erano appena finiti che egli s’infiammò di nuovo

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contro un tal Benedetto, che dai discorsi successivi seppi essere un ammiraglio. La sua arrabbiatura discendeva dal fatto che quell’ammiraglio non l’assecondava.

“A Castellammare...”

Era proprio fissato. Che mai ci faceva a Castellammare un ingegnere che aveva fatto il suo tirocinio in Inghilterra? Ma forse non capivo bene, la Castellammare in questione non era quella che io conoscevo...

“Quale Castellammare, zio?”

“Come quale Castellammare? Castellammare è... era il più grande cantiere della Marina Regia. I migliori carpentieri del mondo. E io l’ho girato il mondo... Dalla Russia al Giappone... In Cina... Cinque volte a New York, tre volte attraverso il Canale di Panama... Sul mare ho visto tutto quel che c’è da vedere.

“A Castellammare provammo su uno scafo di quindici metri. Lo provai. Lo costruimmo in tutta segretezza con i migliori mastri, fuori del cantiere. E lui venne a vedere, ma non capì. Anzi capì, ma fece finta di non capire. Voleva far arricchire i ladri...”

Sebbene in stile divulgativo, le lezioni di ingegneria navale che zio Paolino mi impartiva erano ben difficili. Ero comunque caduto nelle sue maglie. Logicamente in famiglia se ne accorsero. Fu per i soldi che zia Wìlma mi regalava e per l’incredibile quantità di suricilli che portavo a casa e ridistribuivo fra i cuginetti, la sera, quando venivano a salutare la nonna. Notata la cosa, zia Anita mi chiese da dove venissero i fondi per tutte quelle spese folli. Io mentii, affermando che la mamma mi aveva regalato cinquanta lire. La zia capì che era una fanfaluca, ma fece finta di non dare rilievo alla cosa, in attesa di altri segnali. Il mistero fu svelato quando una cuginetta, scoperta con cinque lire in

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mano, mi additò come suo benefattore.

A quel punto confessai. Zia Anita mi rimproverò, ma non aspramente, anzi mi disse di continuare a far visita allo zio. Solo non dovevo dirlo al nonno e alla nonna. Anche la nonna si accorse che i miei conti alimentari non quadravano, in quanto, per l’alto consumo di suricilli, mi presentavo a tavola senza appetito. E anche lei mi rimproverò, ma poi suggerì di continuare ad andare dallo zio Paolino, ma senza dirlo al nonno e senza spendere in suricilli i soldi che zia Wilma mi regalava.

“E mo’ guagliò, mi spieghi perché la tua camicetta è sporca di cioccolata?”

Dovetti confessare anche al nonno. E neanche lui mi vietò le visite a zio Paolino. “E’ un cane pazzo, ma non morde. Non dirlo, però, alla nonna e a papà”.

Poi, dopo qualche tempo, arrivò a casa, in Calabria, un telegramma con la notizia che zio Paolino era morto. Mio padre partì in tutta fretta, ma non mi portò con sé. Quando tornò, ebbi finalmente il coraggio di chiedere per quale motivo zio Paolino fosse arrabbiato con il nonno.

“Adesso lo chiamano senso di colpa”, fu la risposta.

“Che vuol dire”?

“Vuol dire che zio Paolino era destinato a fare il capo della seconda generazione. Quattordici tra fratelli, sorelle e cugini. La famiglia aveva sopportato notevoli spese per farlo studiare all’estero e per fargli girare il mondo. I vecchi l’avevano prescelto, e anche i giovani si aspettavano parecchio da lui. Ma zio Paolino si fece coinvolgere dal fasto dell’alta società, che poi non era la sua; alla modesta e dura vita degli affari preferì i salotti di Napoli; si innamorò della divisa da ufficiale. L’idea di tornare indietro lo spaventò. D’altra parte, se lui saliva, la ditta scendeva. Come dargli torto. Forse l’avrebbe salvata dal declino, forse no.

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Nessuno può dirlo.

“I fratelli e i cugini non glielo perdonarono. Gli rinfacciarono le spese sostenute. L’inimicizia nacque da questo. Ma adesso che è morto...”

L’estate successiva, senza più Maddalena come vigilante - ormai ero grande! - il pomeriggio scarpinavo fino al muro posteriore della villa. Ma mi fermavo lì, perché mi rendevo conto che non avrei saputo cosa dire a zia Wìlma, per consolarla. Fu invece lei che mandò Margherita dalla nonna a chiederle che mi permettesse di andare a trovarla.

Ovviamente zia Wìlma non continuò la spiegazione circa il funzionamento delle navi, dei sommergibili, dei siluri, delle vele, dei remi, dei timoni, delle paratie stagne, dei cannoni, dei fucili ad avancarica e a retrocarica; su come si inchioda una lamiera, su come si cala una scialuppa in mare e su come si alza una vela. Mi spiegò soltanto quel che già avevo orecchiato. Quando lei aveva vent’anni, Castellammare era molto importante per la flotta. Nel conflitto tra Castellammare e La Spezia, la loro vita - la sua e quella di zio Paolino, quella dei loro figli e nipoti - era stata, se non proprio rovinata, sicuramente spostata verso un altro destino. Lei qui, vecchia e sola, vedova e straniera, e loro - i figli e i nipoti - in Germania; un paese vinto, dove per molto tempo non c’era stato pane a sufficienza per tutti, per di più con un nome e un cognome italiani, malvisti da tutti.

Lei era l’unica figlia dell’addetto navale dell’ambasciata tedesca e zio Paolino il più brillante dei giovani ingegneri navali italiani. Si erano incontrati nei salotti di Napoli, che a quel tempo erano ricchi e splendidi quanto quelli di Parigi. Anzi di più.

“C’erano più teatri a Napoli che in tutto il resto d’Italia”.

Lei era molto bella e corteggiata. Anche zio Paolino era bello e cor

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teggiato. Entrambi erano vezzeggiati da tutti. Si sposarono. L’avvenire prometteva rose e fiori. Ma quando il governo decise d’abbandonare Castellammare, i napoletani urlarono di dolore. Zio Paolino urlò con gli altri. Il governo non cedette e zio Paolino fu trasferito per punizione in Africa, a Massaua, con la scusa di allestirne il porto. Dopo qualche anno fu ritrasferito ad Ancona, ma sempre per drenare sabbia dal fondale del porto. A quel nuovo affronto, dimenticato da tutti, zio Paolino s’inviperì e volle vendicarsi. Lo fece riparando così male le eliche di una fregata che, appena in moto, questa andò a sbattere contro la banchina.

Dovettero scappare in Francia, e dalla Francia in Germania. Ma nel 1914, quando la guerra tra Italia e Germania era già prevedibile, zio Paolino, non volendo stare contro l’Italia ed essere chiamato traditore, se ne andò in Russia, a lavorare per lo zar, nei cantieri del Mar Nero. Qui assistette alla rivoluzione. Poi tornò in Germania e, da lì, poté rientrare in Italia mercé la mediazione dell’ambasciatore britannico. Ma non riebbe il grado, né ebbe la pensione. Per fortuna aveva guadagnato parecchio con la progettazione e la costruzione di una petroliera svedese. I figli invece erano rimasti in Germania, dove si erano laureati. Le donne avevano il nome delle navi alle quali zio Paolino aveva lavorato: Duilia e Romana.

Quello stesso inverno zia Wìlma morì mentre si trovava in Germania, in visita ai figli.

*

“Nonno, zio Paolino dice che voi siete un asino e un cacone, uno che se la fa sotto ... ”

Il gioco della memoria è sicuramente cosa da poeti. Una volta che ti

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ci immergi, il presente scompare, e con esso - felicemente - evaporano le noiose scadenze che aduggiano la vita dell’uomo comune. Il passato torna attuale, ma depurato da incertezze, e le persone morte si ripresentano con un carattere netto; con colpe e meriti scritti in fronte.

Quando mi sono messo a scrivere del passato, credevo che non fosse necessario turbare la pace di una tomba ricavata sul fianco di una rupe, in un fresco cimitero della Costiera; un luogo ormai muto e di-sadorno, dacché anche le gambe del nipote sono invecchiate. Nessuno più che vi porti un fiore, né una mano amorosa che strappi i ciuffi d’erba cresciuti nelle fessure dei marmi ingialliti e sconnessi. Ci sono sacralità - mi dicevo - che dovrebbero travalicare i conclamati doveri del narratore. E poi umanamente mi domandavo qual mai utilità ci sarebbe a infrangere un ricordo gentile, ad allontanare dalla nuca di me bambino la carezza di una mano calda e protettiva. Disturbare i morti, penetrare i segreti che hanno portato con sé, profanare le chiuse tombe, non è forse, per l’uomo civile, il più esecrando dei delitti?

Ma la storia degli Alfano – lo capisco solo oggi che ho la penna in mano e davanti a me i fogli bianchi - non appartiene a me, né a mio padre, né a mio nonno. E’ invece la storia di tutti noi.

Gli Alfano erano fin troppo ben educati per mostrare all’esterno i dubbi che covavano nelle loro coscienze. Quel vegliardo autorevole e rispettato - ma con me tenero e dolcissimo - era veramente uno scemo per bonezza, come diceva affettuosamente e ingenuamente sua moglie? Era vero che fosse un asino e un cacasotto, come sosteneva zio Paolino Conforti? Ed era proprio vero che non sapesse cavare ’no sorece morto ’a dinto ’o pertuso, secondo il giudizio di Miniello? Ma non era stato proprio lui che s’era fatto scippare dai genovesi il commercio dell’olio e la Banca di Sconto? O, riproponendo sinteticamente

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la stessa domanda, era vero che la Ditta si era afflosciata sotto la sua guida bonacciona e non sufficientemente competitiva?

Queste domande - il dubbio con esse connesso - mi hanno a lungo trattenuto la mano.

Lasciavo la biciclettina in custodia a Peppiniello, alla capanna dove si vendevano le angurie tagliate a fette e tenute al fresco nella neve ghiacciata. Ce ne andavamo, il nonno e io, tenendoci per mano, verso la Torre e il cimitero, mentre il sole si abbassava sul mare abbagliandoci.“Guagliò, io so’ vecchio, ma prima di morire aggia a capì cosa vuoi fare da grande” Ma più che una domanda a me, era una domanda a se stesso.

A me ragazzo era chiaro che, tanto per mio nonno quanto per mio padre, il destino della Ditta era segnato. Già il sistema mussoliniano degli ammassi e delle assegnazioni l’aveva portata a perdere terreno a favore di concorrenti che in precedenza non le facevano ombra. Inoltre l’America aveva bloccato l’emigrazione e di conseguenza la povertà dilagava in Calabria. Questa terra, che gli Alfano avevano molto usato ma poco amato, invece d’addolcirsi, si faceva ogni giorno più inospitale.

Il mio avvenire, già incerto per cause oggettive, era poi reso improbabile dai pericoli insiti nel mio stesso temperamento. Il nonno e papà mi leggevano dentro cose che io non ero capace di vedere, anche se poi ero capace di capire che erano perplessi e, in qualche modo, preoccupati. Mi rendevo conto d’essere insolitamente generoso, ma a insegnarmi la generosità erano stati proprio loro due. Sapevo anche d’essere alquanto spericolato nel buttarmi avanti, ma nei ricordi del parentado materno, il nonno Ninai non veniva ammirato ed elogiato per la stessa

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cosa? C’erano poi da mettere in conto quelle che la mamma chiamava esaltazioni, e che non saprei meglio definire neppure oggi. Io non so se la mamma mi considerasse un matto o un eroe, sta di fatto che, prefigurandosi il mio futuro, a volte piangeva, a volte s’esaltava e mi chiamava mafiosetto mio.

Tutto era cominciato a scuola. Siccome avevo preso a rifiutare la colazione del mattino, la mamma, che era sempre a badare che mi nutrissi abbastanza, d’accordo con il maestro (che in effetti fu il suggeritore di quella punizione) mi mandò la zuppa a scuola. Il maestro mi convocò sulla cattedra, accanto a sé, e mi regalò un commovente sermone sul privilegio d’avere di che nutrirmi, mentre “decine di compagni, sicuramente affamati, ti stanno invidiando”.

La predica andò oltre le cattedratiche aspettative. Non solo ingoiai la zuppa lacrimando, ma a partire da quel momento ogni mattina mi presentavo alla salumeria Sabbato, con un gruzzolo di monetine, e acquistavo una decina di panini con la mortadella, che poi distribuivo fra i compagni che sembravano più ansiosi di consumarli. Potevo permettermi la connessa spesa in quanto la mamma mi faceva custodire il danaro che ricevevo in dono, affinché imparassi a risparmiare. Dovevo metterlo da parte fino a raggiungere la cifra di mille lire, la quale era quella occorrente per acquistare un Buono Fruttifero Postale.

Ovviamente sapevo in anticipo che don Daniele Sabbato si sarebbe sorpreso di fronte a quel consistente acquisto. Così, per parare il colpo, mi preparai in anticipo una bella bugia. Anzi una piccola sceneggiata. Affermai che i compagni mi avevano affidato i loro soldi, in modo che facendo un acquisto consistente avessimo uno sconto sul prezzo. Dapprima don Daniele abboccò, e mi dette in omaggio un tredicesimo panino, ma dopo alcuni giorni della stessa solfa si rese conto che per

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le possibilità di San Policarpio era veramente troppo. Fece in modo d’incontrare mio padre e lo informò dettagliatamente.

Non venni punito, ma mi fu spiegato che l’avvenire era insicuro per tutti. E che, come insicuro fra gli altri insicuri, avrei dovuto reprimere simili moti dell’animo fino a quando non avessi raggiunto la capacità lavorativa e l’attitudine a produrre un reddito e a riprodurre le mie sostanze. A partire da quel momento in famiglia si andò rassodando la convinzione che in avvenire avrei, forse, saputo difendere il mio patrimonio dagli attacchi esterni, ma che esso sarebbe stato esposto ai più tremendi pericoli per effetto di attacchi interni, cioè provenienti da me stesso.

“Hanno fame ... ” affermavo, riferendomi ai compagni di scuola, e piangevo. Allora le braccia della mamma si aprivano e io vi cadevo dentro. E continuavo a piangere, e lei a dire: “La povertà è un’ingiusta maledizione di Dio ... E’ più grande del mare e mai nessuno la potrà colmare ... ”

Il peggio venne dopo. Insoddisfatto, il mio solidarismo scolastico si voltò in misticismo. A sera, mi mettevo a spiare da lontano le porte della chiesa e quando vedevo Ernesto, il sacrestano, allontanarsi per un bicchiere di vino alla bettola, vi entravo guardingo e andavo a piegarmi dinanzi alla Madonna, per pregarla di procurare soldi agli indigenti. Non potendo dare alla Madonna altro che la preghiera, mi portavo dei sassolini in saccoccia, onde metterli sotto le ginocchia nude, e rendere, mercé la connessa sofferenza, ben accetta la mia preghiera.

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Anche mio padre, il quale aveva guardato alla vicenda dei panini dall’alto del suo scetticismo pedagogico, si rese conto di quanto vani fossero gli sforzi che andava compiendo per tracciarmi un percorso

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chiaro e consueto. Ma più degli altri era in apprensione il nonno. Era convinto che il nipote fosse buono e fiducioso come lui e che, perciò, sarebbe finito stritolato nelle spire di una società marginale e arretrata, quale riteneva fosse la Calabria.

Camminando incontro al sole, verso la Torre, tornava alla rituale domanda su cosa volessi fare da grande. Invariabilmente rispondevo: “Il marinaio, nonno.”

“Pe’ mare non ci stanno taverne. No, non te lo consiglio. Scegli un mestiere più sicuro. Qualunque mestiere, però no in Calabria. E’ terra ’e mala gente ... infida e traditrice ... No, non so’ cristiani.

“Penso al destino dei miei figli ... Prima Giacchino ... adesso Genso ... Lontano da Dio e dagli uomini. Fortuna vuole che ha trovato una brava ragazza ... una signora, che lo vuole bene e lo rispetta ...

“Chiste sorde noste so’ faticate... Chilli poche che so’ rimasti! ... Più di cento viaggi ho fatto in Calabria. Mio figlio Gioacchino ha passato sei anni nella solitudine ... fra i barbari, e mio fratello Generoso - pace all’anima sua - un’intera vita ... Sin da quando aveva ventidue anni ... Questo glielo dobbiamo riconoscere dinnanzi a Dio: io a Napoli, nella civiltà, e lui nell’ Affrica ... La sua condanna ...

“E s’è perduto là, con chella megera. Un patrimonio bruciato appress’a chella femmena... Biglietti e biglietti da mille, Paolì... Centinaia di migliaia di lire ...

“Tutti me lo rimproverano. E io come glielo impedivo? Un uomo grande, un padrone, un vecchio!

“Non sempre, Paolì, le leggi antiche so’ giuste ... Non si doveva sposare ... Una la famiglia, uno il patrimonio: questa era la legge ... Ma poi si finisce accussì, con una donnaccia ...

“La conosci donna Diana Codispoti? ... donna Jana, la Cavaliera,

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comme la chiammano?”

“No, nonno. Però la mamma la nomina spesso.”

“Meglio accussì ... Sono cinquanta lire al giorno di legato, millecinquecento lire al mese, diciottomilalire all’anno ... Neanche il Procuratore del Re ...

“La Calabria è stata la nostra fortuna, ma è stata pure la nostra tomba ... Non faceva per me e non fa per te. No, tu si’ ’nu bono figlio ... ma non prendi da tuo padre, che pesa gli uomini co’ na sola occhiata ... ‘A Calabria non fà pe’ te...

“Tu vuoi andare per mare, ma adesso che i bastimenti non ci stanno cchiù, dovresti andare sotto padrone ... No, non ce la faresti ...

“Sai che ti dico? Perché non fai il medico come zio Dante, che vive tranquillo e sereno, o come zio Ettorino? Tu nun l’hai conosciuto, il fratello della nonna ... un vero scienziato ... amico di Cardarelli ... noto dovunque per la sua scienza e la sua carità ...O come tuo nonno Ninai, un grande chirurgo… Fai il medico e te ne vieni qui, in Costiera, nella casa di tuo nonno... Tieni ‘nu bello palazzo ... parenti, amici... tutto ... Ti sposi ... .La gente t’invidierebbe.

“L’avvocato no! L’ingegnere ... Ne putimmo parlare male quanto vulimmo per il suo carattere pazzo, ma zì ’ Paolino, anche lui…Era un grosso ingegnere, un professionista di valore, conosciuto in tutto il mondo. Che ha lavorato dovunque...Russia, Germania, Svezia… Di lui parlano i libri ...

“Tu questo devi fare: l’ingegnere. Se il mare t’appassiona tanto, l’ingegnere navale, come zì Paolino. Ma in Calabria no! Della Calabria non ti puoi fidare ... Ha ingannato me, ingannerà pure te ... Non è per noi ...

“L’Onorevole, lo conosci?”

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“Chi? Zio Ferdinando?”

“No, questa parola, no ... quell’uomo, non la merita. Zio! ... No, mai ... Certamente non so’ cose pe’ criature ... ma questo te lo devi ricordare, anche se sei un ragazzino ... Sempre te lo devi ricordare. E’ soltanto il marito di mia sorella, ma il tuo sangue non viene dal suo ... Noi siamo altra gente, noi non siamo calabresi ...

“L’ho portato in Parlamento ... al Governo ... Gli abbiamo dato soldi, gli abbiamo trovato i voti ... Gli ho persino dato in moglie mia sorella ... E lui, per ringraziamento..!

“Non bastava il danno, anche la vergogna ... La vergogna, figlio mio ! ... La vergogna ! ... Una vergogna senza fine ... Una vergogna per tutta la famiglia ... Un traditore ... Un vile ... ‘Na carogna…

“Devi promettere che mai mischierai il tuo sangue con il suo.”“E come potrei mischiarlo, nonno?”

“Tu si’ ‘na criatura ... Non dovrei ... Ma io morirò prima che tu arrivi all’età per capire ...

“Tu, Paolì, zia Minicuccia la devi onorare e rispettare. E’ la sorella di tuo nonno, la zia di tuo padre ... La più piccola delle mie sorelle ... la più dolce ... Io ero già grande e lei ... E come suonava il pianoforte! ... Pergolesi, Cherubini ... L’ho perduta! ... L’ho rovinata! ... Perché quell’uomo l’ha conosciuto per colpa mia ... Non lo so! ... Non lo so!

“ Miniello dice che non so tirare ’no sorece morto ’a dinto ’o pertoso ... Proprio lui! ... Forse, Paolì, forse so ‘nu scemo veramente... Ma poi certe cose! ... A ogni cosa c’è un limite ... Comunque, stai largo dai Surrenti ... Onora la zia, e basta ... No so’ gente che fa per noi ...

“Papà ti ha mai parlato della nostra banca? Della Banca Agricola di Sconto? Sai perché il governo ce la tolse?

“No? ... Ecco, sentirai cose ingiuste a proposito di tuo nonno ...

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Forse io sono un imbecille veramente ... ma l’affare della banca non era sbagliato...Al contrario ... Non ho distrutto un patrimonio ... Due milioni ci avimmo miso e ne abbiamo incassato due e mezzo ... Quindi non ci ho rimesso, ma guadagnato ... La verità è che dopo sono scomparsi i guadagni.”

“Dopo che cosa, nonno?”

“No... niente, non puoi capire. Però agli occhi di mio nipote, di chi porta il mio nome! ... Tu si’ ancora ‘na criatura, ma devi aver fede, devi credere a tuo nonno ... La verità vera ancora non si sa. Non si può sapere. Fu tutto politica ... porcheria ... Quel che si dice è falso ...

“E poi devi promettere che ti terrai sempre lontano dai Surrenti, da suo figlio e dai figli di suo figlio ... Questo lo devi promettere: ... non mischiare mai il tuo sangue ... ”

“L’animo mio è pulito. Ho perdonato e posso salire in qualunque momento al cospetto del Signore e Giudice. Però ti dovevo avvertire ... Degli altri il Signore abbia pietà ...

“La Calabria è tutta così ... Non c’è fede ... Non c’è pubblica fede... Vattenne ... non è cosa per te.

“Puoi andare in America, se vuoi. E’ un paese giovane e onesto.

“Appena prendi la licenza liceale, te ne vai a Boston, all’università, a fare gli studi navali. Adesso è famosa come quelle inglesi.

“La Ditta è finita ... Solo il coraggio di tuo padre la tiene in piedi. Tutto il Napoletano è finito ... Napoli è un cimitero ... Il porto ... Torre, no ne parlammo! ... L’America! ... Ci sono stato con mio figlio Giacchino nel 1913 ... Lo dovevo presentare alla borsa merci ... Quanti sogni, figlio mio benedetto! ...

“A Boston ho parecchi amici ... uomini di grande rispetto ... e anche i loro figli ... 45

“Lo vedi quest’anello? Quest’anello è tuo. Non passa per tuo padre. E’ direttamente tuo dal giorno stesso che non ci sarò più ...come il palazzo.

“Tu vai in treno fino a Calais, poi da Dover a Liverpool ... Da lì è cinque giorni di mare ... A Liverpool, tu mostra l’anello, ma senza fà vedé. Alzi solamente la mano. Loro capiranno e ti daranno la migliore cabina. Il capitano ti farà mille gentilezze. A Boston ... a suo tempo, tuo padre ti dirà dove ... ti apriranno tutte le porte. Ti accoglieranno e ti sposerai lì ... E sarà come fondare nuovamente il casato ... fra gente libera e onesta.”

Quando il sole era già calato sul mare, arrivava Anselmo con la car-rozzella di piazza e andava a farle invertire direzione di marcia un po’ più avanti del cancello del cimitero, dove la curva era stata allargata. Se c’era la biciclettina, veniva caricata sulla rastrelliera e noi salivamo. Il cavallo partiva lentamente. Il nonno, aperta la giacca, mi avvolgeva con la falda e mi stringeva a sé.

*

Perché odiasse la Calabria, l’ho capito soltanto parecchio tempo dopo. Allora davo un riferimento completamente diverso alle sue parole. L’arretratezza di San Policarpio era evidente. Capursi era invece profumata, ricca di acque per l’irrigazione, varia, piena di colori. La gente vestiva elegantemente, c’erano gli inglesi (che poi erano per la maggior parte americani), la casa era bella e piena di mobili ben lucidati. Le persiane socchiuse rendevano tenero l’abitarvi. I giardini erano ricchi di frutta e i contadini allegri e affezionati. Al chiosco vendevano i sottencoppa. Papà aveva un chiozzo e quando il vento era propizio, Romualdo alzava la vela, a me facevano mettere il salvagente di sughero e si andava lontano, fino al Fiordo di Calore, a Conca

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e a Praiano, oppure fino al Capo d’Orso; e alla sera, in macchina, a Ravello, per sentire l’orchestra. E cenavamo in trattoria.

Il nonno non veniva mai con noi, né per mare né a Ravello. Al mattino, letto il giornale, si metteva a scrivere. Dalle dieci a mezzogiorno. La mamma gli chiedeva sorridendo: “Papà, state scrivendo un romanzo?” Usava dei fogli formato protocollo, ma senza righe. Quando gli chiedevo dove comprasse quell’insolita carta, lui sorrideva dolcemente e mi diceva che tutte le risme che non avrebbe consumato sarebbero state mie dopo la sua morte, e pure l’orologio d’oro con la catena per il panciotto, il famoso anello e il palazzo.

“Accussì sei subito il padrone e resti qui a fare compagnia alla non-na.”

Il nonno odiava suo cognato Surrenti, ma non era permesso chiederne il perché. L’informazione l’avrei avuta a tempo debito, da grande. Oltre all’anello, all’orologio e al palazzo, erano destinate a me le carte che stava scrivendo. “Adesso le tiene papà e quando sei grande te le dà.”

Mammà commentava: “Non è la vecchiaia. E’ vero, quando s’invecchia non sempre si connette pienamente, ma papà è sempre stato così ... Come dire ... un po’ poetico. E’ lucido, lucidissimo ... ma è un po’ poeta.” Gli apprezzamenti che si sussurravano su suo padre ferivano papà, e non sempre egli riusciva a trattenersi. - “Ma che ne sapete voi? Era un uomo che voleva essere a posto con la sua coscienza e con Dio. I fatti della vita non sempre è possibile dominarli, ma ha affrontato le difficoltà, le avversità, il dolore con la fronte alta e l’animo sereno. Non è compito mio giudicarlo, ma chiunque altro voglia farlo, prima bisogna che conosca la storia d’Italia.”

Cosa c’entrasse l’Italia non l’afferravo d’altra parte lui, a quella

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considerazione, s’impuntava e non andava avanti. Eppure la sentivo di un’oscurità minacciosa. Che c’entrava il nonno con Mazzini e Garibaldi, lui che neppure aveva partecipato alle guerre d’indipendenza? - “Al tempo di Garibaldi ero ancora un ragazzo, avevo dieci anni. Quando, poi, ci fu la presa di Roma ero a Marsiglia, a imparare il mestiere nel fondaco di Monsieur Leboyer. La Francia era sconfitta…L’avevano con gli italiani. Mi dovetti nascondere… No, Paolì, lo so che a te ti dispiace, ma non ho partecipato alle lotte per l’indipendenza.”

*

Quando morì, avevo undici anni. Quel giorno fui vestito da ometto, con gli abiti giunti espressamente da Salerno che ancora era notte: i pantaloni lunghi e una giacchetta grigia, un cravattino nero e una larga fascia nera sul braccio sinistro. Mi toccò camminare per mano a mio padre, soli in testa al corteo. Gli altri parenti indietro un metro, con zia Anita al centro, mentre le campane della Cattedrale suonavano accoratamente a morto. Zì’ Prevete e tutto il Capitolo della Cattedrale e la Congrega di San Giacomo camminavano avanti salmodiando.

Miniello pretendeva che in quella circostanza io portassi il magico anello - “un anello da principe, una luce” - che tutti potevano vedere, ma del quale non si poteva assolutamente parlare. Solo che, per quanta ovatta ci mettesse attorno, l’anello mi cadeva lo stesso dal dito. Così, per non provocare rumori inopportuni e indebite distrazioni durante le esequie, oltre che per la paura di perdere l’oggetto prezioso, l’inanellamento fu procrastinato a miglior tempo. In appresso, un miglior uso delle categorie di spazio e di tempo mi ha portato a capire che la morte di Patreppaolo aveva segnato la fine della famiglia sulla Costiera.

Da ragazzo, ancorato com’ero alla viva realtà della mia ruga, non

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mi rendevo conto di qual era stato il ruolo di Patreppaolo nella società capursina. D’altra parte tutto convergeva a farmelo sottovalutare, in primo luogo lui stesso e la nonna, che erano persone d’indole modestissima, autocollocatesi fuori d’ogni giro sociale.

In effetti la loro generazione era ormai agli sgoccioli, mentre i figli e i nipoti s’erano costruiti interessi autonomi.

Ora l’addio veniva celebrato - e rimarcato - con una solennità a cui non ero preparato e che mi colpì, e colpì anche mia madre. Eravamo arrivati il giorno prima, mentre papà ci aveva preceduti. Quando l’avevo rivisto, l’avevo trovato un uomo diverso, senza mitezze. Distaccato. E adesso che camminava in testa al corteo tenendomi per mano - elegantissimo come solo lui in famiglia sapeva esserlo - capivo che era tutt’altro uomo dell’essere disincantato che conoscevo. Poi i fatti si presero una pesante rivincita, ma allora pareva proclamasse: “Ho sempre un piede qui. Sono e resto un Alfano, uno di qui, uno che conta.”

Non avevo mai visto, né avrei mai più visto tante giacchette nere sui pantaloni grigi rigati quante quel giorno. E altrettante teste canute scappellarsi e inchinarsi profondamente dinanzi a papà e allungare la mano protettiva per carezzarmi il capo. Adesso che il nonno era morto e stava steso in una bara senza vita e pensiero - visibile soltanto con uno sforzo dell’immaginazione - gli Alfano eravamo rimasti in due soltanto. E nella logica dello svolgimento naturale, prima papà, in appresso io, avremmo dovuto fare scudo alla famiglia; proteggerla e guidarla. Mantenerne la ricchezza e il rango. E mai sbagliare.

E sempre avremmo dovuto pagare interamente il debito, se sbagliavamo. Quei signori con la giacca nera, il capo scoperto e il cappello nero in mano, stavano lì a ricordarcelo. Nonostante l’età immatura,

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avevo già assimilata l’idea che il privilegio d’essere un grosso mercante aveva un suo specifico costo. Quel viaggiare per il mondo senza essere abbrutito dalla miseria e dalla sporcizia - fisicamente sui cuscini di seconda classe, ma solo per modestia, e in prima se c’era anche la mamma - il palazzo, i salotti, il vasellame pregiato, il Terminus e il Massimo d’Azeglio, il facchino per le valigie, le scarpe dietro la porta, la carrozzella, il barbiere con la tovaglia candida, non erano gratis; avevano invece un prezzo: non sbagliare, rispettare le regole.

Il fatto poi che tali regole non fossero codificate, ma di volta in volta dovessero essere indovinate dall’Alfano apprendista, costituiva per me la materia d’esame. E questo mi spaventava.

Certamente, nei ranghi sarei rimasto soltanto se non avessi mai sbagliato: questa era la costituzione materiale della borghesia mercantile. Ma ero nato per sbagliare, e non me ne dolgo.

*

Quando si parlava della Sede, cioè dell’antica centrale napoletana della Ditta, papà - lui sempre così misurato! - adottava una certa enfasi. La mamma sapeva soltanto che c’era stata, mentre la nonna, se e quando ne parlava, faceva pensare a un costo della sua esistenza. Ed è anche facile capire il perché. Infatti suo marito, Padron Paolo, al lunedì mattina prendeva il vaporetto che da Amalfi lo portava a Napoli, dove rimaneva di solito fino al venerdì, allorché una diversa e opposta coincidenza del medesimo vaporetto lo riportava a casa, in Costiera.

Ripensandoci mi rendo conto che la nonna era stata giovane anche lei, e magari gelosa, e forse in ansia per il marito, che rimaneva quasi una settimana da solo in una città immensa e non certo famosa per i suoi morigerati costumi; un marito che lei - non v’era dubbio - avrebbe invece voluto tenersi sotto la gonnella.50

Sicuramente a Napoli era meglio che in Calabria, la terra che entrambi i miei nonni - in misura diversa e per motivi diversi - detestavano. Credo che la nonna, come tutte le mogli del passato, avrebbe preferito un marito agricoltore e redditiere, per tenerselo a casa, a portata delle faccende e dei problemi familiari.

Per questo motivo, pur nella singolare dolcezza del suo temperamento e nella mitezza dei suoi sentimenti, la nonna non amava Napoli. Non aveva amato andarci - lo dichiarava apertis verbis - sebbene la Sede, sotto l’aspetto abitativo, fosse più che decente e confortevole, e sebbene lei stessa in prima persona avesse a Napoli legami familiari illustri, come spesso ci narrava. Insomma, quelle volte che vi era andata, non era giunta in un luogo poco ospitale, né sconosciuta in terra di sconosciuti. E però Napoli, responsabile di sottrarle la compagnia e la tutela del consorte per cinque giorni su sette, era sempre e comunque una nemica.

Ben diversi erano i sentimenti di suo figlio. Papà non indulgeva alla retorica per indole e per educazione, tranne alcune cose. La prima sicuramente era rappresentata dall’epos di Trento e Trieste; la seconda era la mitica piazza di Londra, che imponeva le sue condizioni a tutto il mondo mercantile e non; la terza andava equamente divisa tra la Norma e la Lucia di Lamermour. Subito dopo, o assieme alle prime tre, c’era il suo immenso amore per Napoli e i teatri di Napoli. Cosa che includeva alcuni non ancora santificati poeti e teatranti, a nome Salvatore Di Giacomo, Eduardo Scarpetta, Raffaele Viviani.

Ma anche nei suoi discorsi - le rarissime volte che parlava di sé o della famiglia d’origine - la Sede si presentava come il ricordo di un passato prestigioso, e tuttavia lontano nel tempo e nello spazio. In effetti lui, la Sede, l’aveva sì vista, ma mai adoperata, posseduta,

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diretta; era come il quadro di un antenato guerriero per un discendente che si è ridotto a fare il sacrestano. In buona sostanza, neppure una nostalgia, ma soltanto un mito. Da internazionali che erano stati, adesso gli Alfano erano di rango provinciale, anzi paesano. E chissà cosa riservava loro l’avvenire! La Calabria li aveva travolti nel suo mottoso franare, soffocati nella sua immensa lontananza e solitudine. “Qui finisce il mondo.”

Sicuramente papà era troppo avvertito per ignorare che da tempo il mondo si era ritirato anche da Napoli e che ormai la città ricadeva fuori dal confine ideale della civiltà, come lui generalmente l’intendeva. Ma pur essendo tutt’altro che incline allo sciovinismo, su questo punto amava incantarsi. C’era un valore napoletano di natura eterna, incoercibile e insopprimibile, che gli altri spesso riconoscevano e gustavano, però da estranei. Del quale invece lui, in quanto interno, partecipava, e del quale, un giorno, anch’io avrei partecipato, se avessi saputo bere alla fonte fatata della napoletanità.

Quando, più grandicello, una volta gli chiesi che me lo indicasse, egli si spiegò con una breve frase: “A Napoli si parla.” Poi, come se ci avesse riflettuto su, aggiunse: “Il Verbo ... lo sai? ... Quando Dio volle farsi conoscere dagli uomini disse di sé: “Io sono il Verbo”. Ebbene, la parola è la superiore manifestazione della napoletanità”.

Una tale visione comportava che Napoli fosse la quintessenza del mondo, e per la legge dei vasi comunicanti, che la Sede napoletana della Ditta fosse stata partecipe di quella qualità mondiale.”

*

Ancor oggi ciascuna parte della città di Napoli è come specializzata in una funzione. A maggior ragione in passato. Secondo tale logica comunale, gli Alfano, armatori e mercanti per pubblico riconoscimen

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to, sebbene amanti della musica lirica, mai avrebbero stabilito la loro sede accanto al San Carlo, ma sicuramente vicino al porto, anzi tra il porto e il Mercato.

Debbo confessare che come ogni non nato a Napoli, ho ancora una certa confusione in testa circa l’ubicazione e i confini degli storici rioni, o quartieri cittadini, ma se ce n’è uno che mi confonde più degli altri, questo è il Mercato. Non so bene dove cominci e dove finisca, meno che mai lo sapevo allora. Ma sono certo che il suo cuore storico è l’omonima, famosa Piazza dove fu giustiziato Corradino e dove si spense il sogno ghibellino di fare l’Italia senza l’intervento biforcuto di Cavour.

Sapevo che la sede della ditta sorgeva non lontano dal luogo dove fu mozzato il capo al giovanetto e cancellato per sempre ciò che simboleggiava. E invece la Napoli di poi, che qualche volta s’illuse d’essere giacobina, chiusa tra l’acqua salata e l’acqua santa, è stata sempre e soltanto papalina. E l’amaro tributo a Roma di una cavalla bianca è tuttora inavvertitamente versato e riscosso con funebre puntualità.

La Sede la vidi un giorno del 1939, quando il nonno era già morto.

Ai miei occhi l’edificio non parve niente di speciale. Papà mi spiegò che il fabbricato originario era stato rimaneggiato e sopraelevato per farne un albergo, ad opera di certi nostri parenti, che l’avevano acquistato dopo la Guerra e la prematura morte di suo fratello.

“Vedi quella finestra d’angolo al primo piano, proprio a mezzogiorno? ... Lì aveva dormito mio nonno e ci dormiva anche mio padre.”

Più che istruirmi, credo che, almeno per un istante, avesse in animo di trasmettermi un messaggio, di presentare gli antichi fasti degli Alfano come un traguardo da raggiungere, una posizione da ricon

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quistare. Sicuramente un attimo di autoinganno, che sebbene ragazzo, non mi sfuggì.

“Mio padre - Patreppaolo, come lo chiamano anche qui - ci teneva ad avere una stanza a mezzogiorno ... Dovunque si trovasse, s’alzava presto e voleva vedere il sole. Nella stanza accanto c’era un salotto ... Sotto stavano gli uffici e i magazzeni.

“Al tempo di mio nonno, qui venivano persino i Rothschild per i loro affari, e i ministri della casa reale ... quelli dei Borboni ... Il principe di Terranova era di casa. Era il nostro protettore. Ci vendeva centinaia e centinaia di botti d’olio e veniva a riscuotere ...

“Proprio per ricevere le illustri personalità, il nonno s’era fatto fare dal miglior mobiliere di Napoli il salotto di seta bordeaux che adesso è nello studio di papà, a Capursi ...

“Quei tempi sono tramontati…

“In questa casa ci ho dormito pure io, qualche volta. Lì, sul retro ... Una stanza che rimaneva chiusa da quando mio fratello era partito in Calabria ... Sì, perché l’ultimo anno di scuola l’aveva fatto qui ...

“Raccontava sempre Giacchino che qui c’era allegria. Venivano i cugini Capone ... Erano di casa. Specialmente Ciccillo, che faceva il tirocinio d’avvocato ... Morti tutti e due...E Lorenzo...”

Ero già abbastanza cresciuto per comprendere che zio Lorenzo era stato ferito all’organo genitale, ma papà, con me, era molto pudico. Lo era tanto che, anche decenni più tardi, quando gli toccava nominare gli organi genitali, lo faceva ricorrendo ai freddi termini accettati dal vocabolario.

“Con papà, loro, avevano una gran confidenza. Non come noi, io e Giacchino, che ce la facevamo sotto. Figurati che Gioacchino bruciò l’ombrello di seta per non farsi vedere con la sigaretta da papà... C’era

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allegria, qui, prima della guerra. Un mondo scomparso nelle trincee.

“Allora papà faceva ancora buoni profitti. Prima che io nascessi ... dopo che i Conforti si ritirarono dalla Ditta, lui rimase solo con zio Generoso. Cosicché vendettero le due vecchie golette, che erano arrivate a loro dalla divisione con i Conforti, e ne comprarono una nuova, più grossa ... più veloce…In Inghilterra. La chiamarono Anita, così pure mia sorella ... Questo nel 1898, due anni prima che io nascessi ...

“Ma l’olio era perduto. Ormai c’era la ferrovia e per viaggiare in Calabria le golette non servivano più. Andava, invece, in Grecia carica di cordami e tornava portando grano per il pastificio Tancredi di Salerno. Ma il guadagno maggiore papà lo faceva con il baccalà ... La Banca lo finanziava fino a tre, quattromila quintali e l’Anita andava in Portogallo a trasbordarlo. Poi lo rivendeva a Napoli, ma anche in Calabria, in Sicilia, a Genova, a Venezia…Papà non stava fermo!...“Anche gli acquisti per i negozi che tenevamo in Calabria, che allora erano quattro, si facevano qui a Napoli. La pasta, la farina, le patate ... Zio Generoso spediva un telegramma al giorno, per dire al fratello come andava la piazza in Calabria e quello di cui c’era bisogno, e papà si regolava ... E un po’ d’olio continuavano pure a commerciarlo, quello buono per il consumo. Avevano parecchi clienti a Napoli...

“Certo non erano più i tempi di mio nonno, quando con l’olio si facevano i milioni, ma si campava ancora bene ... Per questo mio fratello Gioacchino andò in Calabria a imparare il mestiere ... Tra me e lui c’erano otto anni di differenza ... Papà e zio Generoso erano andati a Marsiglia, a imparare, da Monsieur Leboyer, ma ormai l’olio era poca cosa, non c’era nessuna ragione che Gioacchino andasse in Francia ... Così mio padre stava a Napoli, e Giacchino in Calabria con zio

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Generoso, a imparare ... Ma poi l’Anita fece naufragio ... Subito dopo venne la guerra ... la svalutazione ...

“Dopo la guerra papà chiuse. Teneva quasi settant’anni ... Era nato nel 1850. Un figlio perduto pochi giorni prima che la guerra finisse ... Era credente, ma per un momento dubitò di Dio ... Chiuse la Sede e vendette l’edificio. Lo comprò un cugino, che ci fece un albergo ... Cedettero anche tre delle succursali che avevano in Calabria ... Troppe ruberie. Si tennero soltanto il fondaco di San Policarpio. Di tanti che erano prima, erano rimasti soltanto due vecchi ... Dovetti lasciare gli studi e andare in Calabria ... Ma solo per gli alimentari, il commercio dell’olio non c’era più.”

*

Gli capitava raramente, ma quella fu una delle poche volte che papà steccò. Si era lasciato andare a una pretesa eccessiva; non si era reso conto che ero immaturo per intendere i suoi sentimenti. Certamente capivo che un tempo la famiglia era stata molto attiva, ma il fatto non mi toccava. Era un dato della storia familiare, niente di più.

Più che istruirmi, la visita all’antica sede mi aveva piegato. La bella Napoli mi lasciava assolutamente indifferente. Per giunta papà, che era un camminatore instancabile, mi aveva fatto macinare chilometri su chilometri. A quel punto le cose che desideravo più ardentemente erano nell’ordine: sedermi e mangiare.

“Bah, adesso andiamo da Michele.”

“Eccoti subito accontentato”, voi direte. Invece un invito a buttarsi nel cratere del Vesuvio, che allora ardeva e fumava, non sarebbe stato considerato più minaccioso di quel Michele buttato là con indifferenza. “Quando la mamma lo saprà, succederà il finimondo”, pensavo. Tuttavia seguii papà. Infatti i ragazzini d’allora eravamo usi a obbedir

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tacendo, tal quale i carabinieri.

Altra scarpinata, questa volta in salita. Ci accolse la linda e fresca trattoria di don Michele, Al Pioppo Reale, dove - come sospettavo - mio padre non era un cliente ma un commensale. E’ veramente sorprendente l’attitudine degli adolescenti a captare e decifrare ciò che i familiari sussurrano. Nessuno me lo aveva mai apertamente spiegato, ma sapevo già che la moglie di don Michele, donna Elisa, era il frutto di un giovanile peccato del defunto zio Generoso, in effetti una prima cugina di papà.

La santità - l’avevo compreso - non era una virtù comune a tutti i vecchi Alfano. Sicuramente non era un attributo applicabile al prozio Generoso. Questo chiacchieratissimo (ma solo in famiglia, per il resto lodatissimo) zio morì quando io avevo appena tre anni. Fu il primo degli Alfano a fare la sua dipartita terrena da una stazione calabrese. Il nipote Genso preferiva non parlarne, in quanto, prima che morisse, avevano avuto forti dissapori. Invece ne parlava spesso la mamma, che tuttavia si ribellava persino all’idea di ricordarsene. Secondo lei si trattava d’un materialista senza fede, d’un massone incallito, d’un donnaiolo impenitente, d’un dissipatore senza affetti; nelle sue appassionate perorazioni, l’Animale. Come dire il Diavolo.

Ma in una famiglia di mercanti, questo era il meno; il più era l’accusa, che ella gli faceva, d’aver sprecato in amorazzi da trivio e scostumatezze innominabili il consistente, milionario patrimonio aziendale. Papà che, oltre a ripeterne il nome, ne era stato il discepolo e aveva imparato da lui tutto quel che sapeva del mestiere, taceva. Non tacevano, invece, i vecchi clienti, i bottegai della zona, il cui giudizio era assolutamente lusinghiero. A detta loro, nessuno lo eguagliava quanto a conoscenze merceologiche; nessuno sapeva pesarli meglio di lui,

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che a colpo d’occhio distingueva il cliente buono dal cattivo. Nessuno, che loro conoscessero, sapeva tastare il polso al mercato con altrettanta sicurezza; cosa che negli affari, come tutti sanno, è una qualità decisiva; nessuno che sapesse, come lui, riconoscere la qualità di una partita d’olio solo dall’assaggio. Anche se, poi, tutti ammettevano che non difettava di “quella debolezza là”.

La mia posizione - ovviamente mai resa pubblica - era viziata d’immaturità. Infatti capivo perfettamente che gli uomini non sposati - persino i preti - hanno, di regola, delle mogli nascoste, dette amanti. Le quali invecchiano pure loro. E sapevo anche che, con il sopraggiungere della vecchiaia, il segreto cade, cosicché quelle che da giovani vengono chiamate amanti, da vecchie si collocano in una condizione incerta, tra la suocera e la cameriera.

Per esempio Assuntina, che ogni settimana veniva in negozio a fare la spesa, stava in casa con don Peppino Bianchi, il parroco di Sant’Eligio. Aveva quattro figli, che naturalmente Assuntina trattava da figli, e che anche don Peppino trattava da veri figli. Ma dal punto di vista della loro origine era come se fossero capitati in casa per virtù dello Spirito Santo. Quello che non mi quadrava era la circostanza particolare di zio Generoso, del quale si raccontava che, ormai vecchio e quasi ottantenne, nonché già titolare di un’anziana perpetua a nome donna Filomena, incettasse - e per giunta senza che donna Filomena si arrabbiasse - delle giovani amanti. La più importante delle quali era una signora che tutti chiamavano donna Jana, o anche ‘a Cavalera, essendo ella la vedova del Cavaliere Codispoti, e che in effetti si chiamava donna Diana Codispoti. Della cui esistenza ero pienamente al corrente e che, anzi, avevo qualche volta incontrato per strada.

A questa signora molto distinta, ma che secondo mia madre era,

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invece, una gran sporcacciona, lo zio Generoso aveva lasciato il casino in usufrutto e una rendita, che papà doveva pagarle ogni mese.

Un’altra amante dello zio era stata la Zarina - al tempo una donna non più giovane, ma ancora bellissima: alta, distinta, prosperosa, coi capelli ramati. Una granduchessa si diceva, fuggita dalla Russia con un marinaio del paese al tempo della Rivoluzione. Adesso andava per le case a fare l’infermiera. Viveva con il figlio diciottenne, operaio all’officina Fiat e già considerato un meccanico di tutto rispetto. Insomma, zio Generoso - affermava la mamma - s’era mangiato un patrimonio con le donnacce.

Nonostante tutto questo, pare che quel vecchio scostumato mi adorasse. Ma doveva aver voluto bene anche a mio padre, se nel testamento l’aveva nominato erede universale. Che voleva dire - mi fu spiegato - d’ogni suo bene. Mammà, però, commentava: “Universale sì, ma delle sue vergogne”.

Senza esserne l’erede universale, anch’io avevo avuto dal prozio un lascito di centomila lire, come al solito in Buoni del Tesoro. Peraltro ho sempre sostenuto - con ciò suscitando lo scetticismo familiare - di ricordare lo zio in questo e quell’altro atteggiamento (fuori dall’harem, per fortuna). Comunque, ricordavo perfettamente Mister Free, che era stato il suo fedele cane da caccia e - molto tempo dopo capii – anche l’impotente protesta contro il fascismo; il quale Mister Free, si raccontava, morto il padrone, era venuto spontaneamente e immediatamente, neanche un cristiano, ad abitare da noi, anzi a dormire sul tappeto accanto al mio lettino d’infante, innervosendo oltremodo mia madre, che s’incaponiva a vedere nel cane l’anima scurrile del padrone.

Come l’altro prozio, Gabriele - fattosi frate non ho capito se per un obbligo familiare o per vocazione - il prozio Generoso era stato

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condannato al celibato dalle ferree leggi della primogenitura. Ma egli, uomo molto vitale, espansivo, sommamente piacente e parecchio considerato presso il bel sesso, aveva avuto più avventure di quel che dio comanda. Una era stata con una certa donna Giustina, moglie di un daziere napoletano, dalla quale era nata donna Elisa che, rimasta precocemente orfana del padre putativo, seppe del vero padre quando questi volle che crescesse lontano dalla madre, in un convitto di suore, da dove era uscita soltanto al momento del matrimonio.

Evidentemente il prozio aveva molta più stima del marito cornificato che della propria amante.

Mio padre era affezionato a questa sua cugina spuria; una donna, al tempo del racconto, tra i quaranta e i quarantacinque anni, parecchio attraente. E i rapporti che intratteneva con lei e con suo marito erano franchi e familiari.

Diviso tra un’acerba attenzione per Iole, figliola dei predetti don Michele e donna Elisa, e quella per il pollo con le patate fritte, m’ero completamente dimenticato dei fasti e dei nefasti degli Alfano. Ma a richiamarmi sul terreno delle ubbie familiari fu proprio l’ignaro don Michele, il quale, da mite trattore, era preoccupato circa un mussoliniano e autarchico razionamento dell’olio e di altre derrate, di cui si sentiva già parlare.

“A te i soldi non mancano”, diceva rivolto a papà. “In Calabria l’olio c’è. Perché non riprendi l’antica attività?”

Mi resi conto che quel tasto solleticava papà, tuttavia egli si schernì. - “Ah Miché, si’ pazzo? I soldi miei, il mio lavoro di quindici anni e tutto quello che mi è venuto dalla famiglia è scritto a libro ... L’olio? Ma per carità… Ci vorrebbero decine e decine di milioni... Non sono più i tempi di una volta ... E poi dovrei pure fare la guerra a Genova…

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I genovesi tu li conosci...Per una lira, che sia una sola lira ... Anche peggio i lucchesi ... ”

“Ma come avete fatto? ... Gente seria, che la fortuna non se l’è giocata a carte.. E tenevate pure una banca...!”

Eravamo al grande rebus familiare. Da una parte le note accuse al prozio Generoso, dall’altra, addirittura, la chiamata in causa di Patreppaolo; sullo sfondo, con un ruolo nebuloso, la possente e luciferina figura dell’onorevole Surrenti, il cognato dei vecchi Alfano, il marito di zia Minicuccia, lo zio disconosciuto, del quale in famiglia non si poteva neppure fare il nome.

A questo punto ebbi paura. “Se papà vorrà scagionare il nonno, non potrà tacere le scostumatezze di zio Generoso”, pensai.

Chi era il vero colpevole? Volevo molto bene al nonno, l’uomo più giusto e buono che avessi conosciuto nella mia giovane vita. Una sua condanna mi avrebbe addolorato. Però la giustizia storica non è un sentimento elastico. Anche il prozio Generoso - nonostante le affermazioni di mamma - aveva diritto a un deferente ricordo, come membro della famiglia e parte della Ditta.

Al centro di tutto c’era la Banca, che non avevo ancora ben capito se il governo aveva chiuso d’autorità, e perché. Di quale delitto, di quale indegnità s’erano macchiati il nonno oppure zio Generoso oppure l’innominabile zio Ferdinando? La gente stimava ancora e rispettava la memoria di zio Generoso, nonostante le sue scostumatezze. Nessuno invece diceva una sola parola di bene su zio Ferdinando. Sicuramente il colpevole era lui, ma cosa mai aveva combinato? E dei suicidi che c’erano stati, chi era il colpevole?

Dopo la morte del nonno, l’Alfano in capo era papà. A lui spettava il verdetto. 61

“La guerra?... La morte di mio fratello?...

“Non solo la guerra, caro Michele. Anzi, durante le guerre il commerciante disonesto s’arricchisce, quello onesto non perisce ... No, stammi a sentire ... La cosa è molto più vecchia, risale al tempo che ancora non era nato mio fratello Gioacchino. E’ da quarant’anni che la famiglia Alfano è sottoposta al martirio senza essere colpevole di niente...Non te la posso spiegare come si dovrebbe ... In questa storia dell’olio e della banca c’è una verità che mi sono impegnato a non dire fino a quando...”

“Fino a quando?”, chiese donna Elisa. Ma papà non le rispose.“Credi a me, Michele ... Rifletti. Era mai possibile che gli amalfitani cadessero tutti assieme? Nisciuno che si salvasse? ... E che! Erano diventati tutti minchioni?

“Non solo gli Alfano, ma i Cuomo, i Proto, i Gargano, i Lucibello, i Pagliaro, i Panza, i Savo ... tutti fessi? Il meglio della Costiera. Gente che navigava da mille anni, che ha tenuto banche, industrie, navi ... che ha combattuto contro i normanni e i saraceni... Mercanti, banchieri, capitani, ammiragli, consoli, dogi ... Dovunque, a Costantinopoli, ad Alessandria, a Beirut, a Tunisi ... All’improvviso tutti fessi. Persone esperte, famiglie millenarie, che all’improvviso si fanno mettere nel sacco! ... Insomma, ti pare? ... ”

Donna Elisa annuiva. Forse, per un attimo poté pensare che gli Alfano, tornati milionari, sarebbero stati generosi con lei, che pure Alfano era, anche se non ne portava il cognome; con lei che - lo si vedeva - amava tanto vestirsi bene e ingioiellarsi. Sicuramente maggiori larghezze non le sarebbero dispiaciute.

“I cugini Conforti vanno dicendo che sarebbe stato mio padre il colpevole di quella perdita. Ma se ciò fosse vero, avremmo almeno

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otto colpevoli. (Rivolto a donna Elisa) Questo me l’ha insegnato tuo padre: otto erano le ditte che controllavano tutto l’olio calabrese, due sorrentine e sei amalfitane ... Tutte sconfitte allo stesso momento? ... Un solo fulmine?

“No, è troppo semplice buttare tutta la colpa su mio padre. Invece la cosa non è così semplice ... No, è stata tutta una questione di banche. Prima di tutto la Banca che revoca il conto corrente. E già questo non si spiega. Era la banca più ricca, l’unica sicura in quel periodo di scandali... Noi abbiamo la nostra banca, bene o male si tira avanti anche senza l’aiuto della Banca. Ma il governo...Insomma, la dobbiamo vendere. Poi, quando i prezzi crollano, arrivano i genovesi pieni di soldi. Pur d’incassare, i proprietari vendono l’olio già impegnato... Ma come te lo spieghi tutto questo?... Te lo spieghi dopo, quando ci sono i morti…

“Bah, lasciamo stare...Ci sono i ragazzini...”

Era la prima volta che vedevo papà accalorarsi. Ma subito si riprese. “No, Michele, io il pollo fritto non lo voglio. Tu mi devi fare un piatto di maccheroni con la besciamella e la noce moscata, come tu solo sai fare.”

Allorché, dopo pranzo, uscimmo per una passeggiata, volle che andassimo al porto. Cercò d’indicarmi il posto dove, qualche decennio prima che lui nascesse, stazionavano le botti d’olio calabrese in attesa d’essere reimbarcate sui velieri da mille tonnellate che facevano rotta per Liverpool, Anversa, Oslo, Boston. Ma l’impresa non gli riuscì.

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Con la morte del nonno finirono le mie coccolate estati capursine. Tornai in servizio attivo fra i compagni della ruga per undici mesi all’anno. Il dodicesimo dovevo dedicarlo ai miei cugini saluzzesi, il cui arrivo divenne un forte disturbo per la mia serenità. Zio Filiberto, più che un piemontese, sembrava un napoletano allegro e sfotticchiante. Coloro che l’avevano conosciuto negli anni in cui era stato pretore a San Policarpio raccontavano mille aneddoti sul suo modo di insaporire le udienze con battute pizzicanti all’indirizzo degli avvocati e specialmente del povero cancelliere Cavallaro che, a causa di quell’irrefrenabile cascata di punzecchiature, si fece la fama d’ignorante e pasticcione.

Anche adesso che a San Policarpio trascorreva soltanto un mese, intorno a lui, sulla spiaggia, si raggruppavano i bagnanti più pettegoli, chiacchieroni e allegri. Ricordo tutte quelle persone, tuttavia, ai fini del racconto, basterà citare l’onorevole Carlo Aversano, anche lui forestiero e anche lui ritualmente presente in paese nei mesi estivi.

L’Onorevole era il padre di Norina, la moglie di Totò Surrenti, primo cugino di mio padre, in quanto figlio di zia Minicuccia, sorella di mio nonno. Papà e Totò si detestavano. Quando il caso voleva che s’incontrassero, si salutavano appena. Era un’inimicizia antica, che pareva toccasse solo i maschi delle due famiglie. Infatti, se anche la mamma si teneva alla larga da Totò, non lo faceva tanto per essere solidale con papà, quanto perché dava credito a quello che tutti dicevano, e cioè che Totò e suo padre fossero dei jettatori.

Per il resto, tra le due famiglie, i rapporti erano quelli consueti fra parenti che non si frequentano. Da parte loro gli Alfano divenivano affettuosi e reverenti soltanto con zia Minicuccia, una vecchia signora,

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buona e dolce, la quale soffriva molto per la ruggine esistente fra il marito e il fratello. Anche con Norina la freddezza era visibile, ma non derivava dai rancori pregressi. Norina era una donna precocemente appassita e stanca. Era anche lei avvocato, come il marito, il padre e il suocero, ma pare si limitasse ad aiutare nello studio. Si sussurrava che, per il fatto d’essere donna, il marito e il suocero non le permettessero d’andare in tribunale. Si sussurrava anche che l’onorevole Aversano e sua moglie, pur avendo altri figli, venissero a San Policarpio tutte le volte che potevano per starle vicino.

Personalmente, se la vedevo profilarsi all’orizzonte stradale, svicolavo con decisione. E non perché Norina fosse cattiva. Tutt’altro, era molto affettuosa con me. Solo che, alla fine dell’incontro, invariabilmente commentava: “Io non riesco a capire perché ti lascino crescere come un selvaggio”. E a me, l’idea di somigliare a uno con la cintura di foglie intorno alla vita e l’orecchino al naso, non mi andava giù. Comunque, mi avevano insegnato a essere discreto, e io quel commento, che avrebbe potuto essere causa di altri litigi, non lo riferivo a casa.

L’Onorevole, che era l’amico balneare di zio Filiberto, passava per essere un sovversivo, un nemico del fascismo, però in paese tutti ne avevano rispetto e deferenza, in quan