
"L'unità truffladina" è frutto di alcuni anni di lavoro e di ricerca, un impegno notevole per "consegnare alle generazioni future dei meridionali" un punto di riferimento incontestabile sulla genesi di quello che Nicola Zitara definisce "il disastro meridionale".
Per la gioia degli amici che da mesi chiedono notizie sul capitolo ottavo de "L'unità truffladina", informo che in data odierna - 12 febbraio 2005 - Nicola mi ha inviato il file da mettere in rete.
Come sempre trovate sia la versione HTML che quella RTF (in data 7 Ottobre 2006 abbiamo aggiunto la versione PDF).
Buona lettura e tornate a trovarci.
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Premessa Capitolo primo Capitolo secondo Capitolo terzo Capitolo quarto |
Capitolo quinto Capitolo sesto Capitolo settimo Capitolo ottavo Bibliografia |
I patriottici intrallazzi e la formazione del capitalismo padano
6.0 Il potere capitalistico che tuttora domina sull’Italia appartiene a quattro regioni: Liguria, Lombardia, Piemonte e Toscana (qui chiamate Toscopadana solo per amore di sintesi, ma impropriamente dal punto di vista politico, in quanto l’Emilia e il Veneto partecipano al saccheggio del Meridione solo a partire dal governo fascista). La consorteria toscopadana formò il suo capitale, cioè il potere di comandare lavoro, nei primi anni - se non del tutto nei primi mesi - della fondazione dello Stato unitario. Ma credo che la frase vada capovolta. Fu essa che fece lo Stato unitario. Una volta fattolo, usò la sovranità statuale per moltiplicare fittiziamente il suo capitale. L’appropriazione fu regolarmente dissimulata nei meccanismi di mercato, sapientemente orientati a suo favore mediante leggi falsamente generali e atti governativi grandemente equivoci.
I fenomeni a cui va prestata la massima attenzione sono: la moneta, le ferrovie, gli armamenti, il debito pubblico. Naturalmente non si ebbe uno svolgimento dei fenomeni in contesti separati, come dire, per capitoli. La ricostruzione monografica, o comunque tematica, che ne fa l’accademia – per esempio quella di Di Nardi a proposito della Banca Nazionale - è quanto di più fuorviante si possa immaginare; un viottolo chiuso fra due muri molto alti. Seguendo siffatti tracciati, diventa difficile riavvicinare le opere ai giorni, eppure bisogna tentare.
6.1 Fatta l’Italia, il padronato di tutte le regioni si ritrovò a dipendere, per la sua esistenza di classe, dal governo sabaudo, dal re e dalle sue truppe in campo. Nel timore di restare senza un baluardo contro le classi povere, i padroni si adattarono a subire un monarca costoso e invadente, assieme al suo esercito di prussiani da operetta. “Ci sembra significativa la priorità riconosciuta dal governo piemontese, attorno al quale si organizzò la borghesia italiana, alla costituzione di forze armate di sicuro affidamento e di grandi ambizioni, necessarie perché il nuovo stato potesse far fronte al duplice pericolo della pressione dall’esterno e della disgregazione interna” (Rochat e Massobrio, pag. 6). Credo che agli illustri autori sia scivolata la mano allorché parlano di pericoli esterni. In effetti, né l’Austria, né l’Albania, né il Turco, né il Negus si sognarono mai di minacciare una guerra all’Italia. La Francia e l’Inghilterra imposero le loro condizioni, ma, al tempo, lo facevano un po’ con tutte le popolazioni arretrate e anche nella stessa Europa, con gli Stati più deboli. Fu semmai l’Italia a esibirsi in guerre che servirono soltanto a consumare uomini e materiali. Più aderente alla vicenda storica è invece il richiamo al pericolo di una disgregazione interna del nuovo Stato. Il riferimento generico riguarda in effetti la Guerra del Brigantaggio1; un evento tuttora non ben inquadrato in tutte le sue implicazioni, a causa dell’italica ipocrisia, e che comunque fa da cartina di tornasole circa il carattere coloniale dell’esercito piemontese. Esponenti della borghesia padana, meno interessati al saccheggio economico del Sud, come Massimo d’Azeglio, avrebbero rinunziato all’unificazione del Sud purché il nuovo Stato non dovesse continuare a combattere una guerra ingloriosa e crudele. Fu invece la perfida Destra cavourrista e sedicente moderata, ben intenzionata al saccheggio, a non volere rinunziare alla dominazione sul Sud. Non bisogna dimenticare che per i fiorentini e i genovesi lo sfruttamento dei surplus meridionali faceva parte di una tradizione plurisecolare. Infatti, prima dell’avvento dei Borbone al trono di Napoli, pronubi i dominatori francesi e spagnoli, gli usurai di Genova e di Firenze ebbero mano libera nella spoliazione del Regno.
Le spese per l’esercito e la marina militare – scarsamente produttive in un paese senza industria siderurgica e meccanica – pesarono in misura disastrosa sul buon andamento dell’azienda Italia; oltre che, ovviamente, sulla condizione delle popolazioni tributarie. Queste, che già ereditavano le spese sostenute dagli ex Stati nel corso di un settennio di tensioni guerresche, dovettero accollarsi anche la nuova, ingiustificata e velleitaria follia. Tra il 1852 e il 1860 il peso dei tributi non era cresciuto soltanto nel Regno di Sardegna, ma dovunque. Quanto al debito pubblico, esso era aumentato dell’86 per cento.
Tab. 6.1a Entrate, uscite e crescita del debito pubblico nel complesso degli ex Stati prima della seconda guerra cosiddetta d’indipendenza
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Migliaia di lire sabaude Anno |
Entrate complessive |
Uscite complessive |
Debito pubblico degli ex Stati. Totale progressivo |
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1852 |
418.475 |
446.218 |
1.310.360 |
|
1859 |
571.107 |
514.221 |
1.482.760 |
|
1860 |
469.115 |
571.277 |
2.241.870 |
Mia elaborazione su Zobi, cit. pag. 122
Il debito pubblico non è fatto di cambiali a vista. Al contrario. Mentre l’introito del tesoro è immediato, la restituzione – se mai ci sarà - è rimandata di anni e di decenni. Attuale è invece il peso degli interessi, come ben sanno gli italiani di sempre, non esclusi quelli odierni. Anche il debito flottante, che il tesoro dovrebbe accendere solo per provvedere alle temporanee esigenze di contante, ma che in Italia è sempre stato un trucco governativo per nascondere i disavanzi di bilancio, è di regola rinnovato, spinto in avanti, più spesso consolidato, che pagato. Comunque, il nuovo Stato non aveva una scadenza immediata di tre miliardi e centocinquanta milioni per debiti pregressi, ma una di 124 milioni l’anno, divenuti 160 dopo la guerra, a titolo di interessi a favore dei portatori delle cartelle, con un’incidenza che stava intorno a un quinto delle entrate.
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Tab. 6.1b Annualità del debito pubblico degli ex Stati, come calcolato retrospettivamente dopo la presa di Roma (1871)* . Lire |
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Napoli |
26.003.633 |
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Sicilia |
6.800.000 |
|
Lombardia |
5.534.193 |
|
Veneto |
3.890.169 |
|
Modena |
745.727 |
|
Parma |
424.186 |
|
Toscana |
4.020.000 |
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Stato Pontificio |
22.459.518 |
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Stato sabaudo |
54.921.696 |
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Retrospettivamente a prima del 1861. Rendita da pagare annualmente dal nuovo Stato. Totale generale per l’Italia3 |
124.799.125 |
Si trattava di una componente non tenue della spesa pubblica, tanto più che il gettito fiscale - benché notevole fosse il suo peso per i contribuenti - risultò al di sotto di quello che ottenevano complessivamente gli ex Stati (650/700 milioni circa, contro i 758 milioni di tutti gli ex Stati4).
In una relazione al parlamento il deputato Pasini attribuì la fiacchezza delle entrate tributarie al fatto che il nuovo Stato aveva interamente devoluto ai comuni il dazio sui consumi (Plebano, vol. I, pag. 65). Unificati gli erari degli ex Stati, fu evidente ai cavourristi che la mucca non dava tutto il latte su cui facevano assegnamento. Ciò nonostante allentarono la corda al re, in modo che potesse spendere e spandere come se avesse l’Impero inglese. Di idee molto più antiquate degli altri sovrani italiani, i Savoia restavano legati alla politica espansionistica tipica della loro casata, cosicché consideravano il grande regno più o meno come un feudo, nonostante questo non fosse a loro pervenuto in base a veri meriti militari5, ma cavalcando abilmente l’onda lunga del principio napoleonico di nazionalità. Sul futuro dell’erario, certamente anch’essi si erano fatti la medesima illusione della classe politica6. E tuttavia, venuta a galla la realtà di un paese piegato dal fisco, essi continuarono a scialacquare, indifferenti al fatto che a pagare fossero i loro sudditi vecchi e nuovi.
Se rapportate alla ricchezza nazionale, le spese militari del Regno d’Italia furono più che folli. Neanche Hitler o Mussolini caricarono sul bilancio pubblico percentuali simili, che paiono deliberate da governi in preda a una forma di follia western per fucili, cannoni e corazzate. Per maggiore sciagura, i detentori del potere politico insistettero sull’imbecillità tipicamente e programmaticamente cavouriana di acquistare gli armamenti all’estero, anziché creare un’industria metallurgica nazionale. Dietro il carnevale erariale stavano i generali, i quali più che una divisa da soldato avrebbero dovuto indossare le brache di Attila. Naturalmente i sapientoni delle accademie, per guadagnarsi la pagnotta, affermano che, sì, la gente pagò, ma poi si ritrovò libera e felice nella sua incomparabile patria, libera e indipendente. Ed è magra consolazione il sapere che non esiste una legge che renda obbligatoria, per gli storici, l’onestà e l’indipendenza di giudizio. Nonché la prudenza.
Tab. 6.1c Entrate erariali ordinarie e spese militari
in cifre assolute e in percentuale dal 1862 al 1870
(Lire correnti all’epoca)
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Anni |
Entrate ordinarie (riscosse) Milioni |
Spese per l’esercito e la mar. |
% |
|
Anni |
Entrate ordinarie (riscosse) Milioni |
Spese per l’esercito e la marina |
% |
|
1862 |
771 |
484 |
63 |
|
1867 |
715 |
400 |
56 |
|
1863 |
511 |
239 |
48 |
|
1868 |
739 |
214 |
29 |
|
1864 |
565 |
465 |
77 |
|
1869 |
902 |
|
26 |
|
1865 |
637 |
385 |
60 |
|
1870 |
801 |
446 |
|
|
1866 |
609 |
715 |
117 |
|
Totali |
6.250 |
3.348 |
54 |
Mia elaborazione da: Izzo cit. Appendici
Le spese per il riarmo impegnarono per oltre trent’anni una parte consistentissima delle uscite statali, causando l’espansione degli interessi sul debito pubblico, la contrazione degli investimenti in industria e in agricoltura, cioè nei settori portanti della produzione e del benessere, nonché l’allargamento dello spazio operativo dei grandi usurai nazionali e forestieri, e di rimbalzo l’ulteriore impoverimento dei poveri. Per mostrare quanto incidesse percentualmente la spesa militare sul totale delle spese per beni e servizi, nella tabella che segue la spesa per il debito pubblico (un’uscita per così dire in conto capitale) è stata espunta dai totali della spesa annuale. Inversamente, alla cifra degli incassi tributari sono stati aggiunti i proventi del collocamento del debito pubblico. Dal 1862 al 1868, i ministeri della Guerra e della Marina divorarono oltre la metà della spesa pubblica, e furono la fonte prima dell’indebitamento dello Stato e del calvario degli italiani del tempo. Su un reddito pro-capite calcolato in 288 lire (circa dieci quintali di grano, tutto qui!), una considerevole quota venne saccheggiata dal mostro, per giunta inefficiente e causa per l’Italia d’indicibili figuracce agli occhi del mondo intero (Lissa, Custoza, l’ammiraglio Persano, i generali Cialdini e La Marmora: le mani più sporche di sangue italiano da duemila anni in qua – dal tempo del genocidio dei Sanniti sotto le mura di Roma - e la faccia più tosta di tutte le glorie risorgimentali).
Tab. 6.1d Ripartizione percentuale della spessa pubblica al netto degli interessi sul debito pubblico dal 1862 al 1868
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Anno |
Giustizia |
Esteri |
Pubblica istruzione |
Interni |
Lavori pubblici |
Guerrae Marina |
Agricolt-Industr- Comm. |
|
|
1862 |
4,9 |
0,5 |
2,1 |
10,1 |
17,1 |
62,0 |
3,3 |
100 |
|
1863 |
6,0 |
0,6 |
2,6 |
13,9 |
19,0 |
56,7 |
1,2 |
100 |
|
1864 |
5.9 |
0.6 |
2.5 |
13,5 |
20,0 |
56,0 |
1,5 |
100 |
|
1865 |
6,0 |
0,7 |
2,8 |
11,9 |
17,9 |
49,6 |
1,1 |
100 |
|
1866 |
5,0 |
0,8 |
2,7 |
9,4 |
9,9 |
71,4 |
0,8 |
100 |
|
1867 |
7.1 |
1,1 |
3,4 |
11,6 |
22.2 |
53,2 |
1,4 |
100 |
|
1868 |
8,0 |
1,3 |
4,0 |
12,3 |
19,7 |
53,4 |
1,3 |
100 |
Mia elaborazione su Izzo cit., “Appendici”
Lo Stato italiano aveva un parlamento eletto fra i possidenti e un senato di nomina regia, i cui membri erano le persone più ricche del paese. Le eccessive spese dello Stato percuotevano fortemente anche la rendita padronale. Era difficile, infatti, che il proprietario potesse compiere una totale o parziale traslazione dell’imposta sulla classe contadina, in quanto in agricoltura vigeva, potremmo dire, una concorrenza perfetta (tra i produttori della medesima derrata). Inoltre, anche nelle regioni meno povere, il rapporto tra il contadino-produttore e il proprietario percettore della rendita (o l’affittuario o il gabellotto) era influenzato più dalla pressione demografica sulla terra (dalla fame delle famiglie coloniche e bracciantili) che dalla pressione fiscale. Logica avrebbe voluto che i redditieri, che, come detto, erano la parte numericamente predominante del parlamento, si muovessero contro le smodate spese statali. Storicamente i parlamenti erano nati proprio per questo! Eppure non le contrastarono più di tanto.
Perché? Prima di tutto perché la frazione meridionale di questi signori doveva mostrare la sua lealtà alla frazione toscopadana, che faceva da metro morale e patriottico dell’italianità. Poi perché, sulla frazione toscopadana, gli speculatori esercitavano l’egemonia culturale fomentata da Cavour. La gente che ingrassava sulla spesa pubblica era legittimata dal credo cavourrista del protezionismo dall’interno, che covava sotto la cenere di un liberismo di facciata; in pratica un liberismo non vincolante per i settori che si volevano proteggere (Carpi, 256 e sgg.).
Tab. 6.1d Parallelismo tra spese militari
e nuovo debito pubblico
(sommatoria in milioni di lire correnti)
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Anni |
Spese militari |
Debito pubblico |
|
1861 |
|
500 |
|
1862 |
368 |
|
|
1863 |
675 |
|
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1864 |
995 |
|
|
1865 |
1.245 |
925 |
|
1866 |
1.624 |
1.525 |
|
1867 |
1.844 |
1.775 |
|
1868 |
2.011 |
2.025 |
Fonte: Izzo, ibidem.
Non essendo sufficienti le entrate, i governi nazionali indebitavano i contribuenti con chi all’interno e all’estero prestava dei soldi allo Stato. A pagare avrebbero provveduto le future generazioni7. Questa metodologia non era stata inventata dal defunto Conte o dai suoi corifei. Si trattava di un espediente praticato, nei secoli precedenti, sia in Gran Bretagna sia altrove. Applicato all’Italia-una esso ha portato un gran bene al Nord e ha rovinato il Meridione; cose entrambe che, benché accortamente frollate dall’italica arte dell’ipocrisia, tutti gli interessati constatano.
6.2 Torniamo al marzo 1861, con Cavour ancora vivo e trionfante, e con Pepoli disoccupato, non essendo stata ancora decretata la tariffazione, in moneta sabauda, delle monete degli altri ex Stati. Alla formazione del primo governo nazionale venne nominato ministro delle finanze il banchiere livornese Pietro Bastogi. L’inclusione nel governo di ministri non piemontesi non era una novità. Nove anni prima, con l’ascesa di Cavour alla presidenza del consiglio dei ministri, lo Stato sabaudo era passato, senza modifiche statutarie e quasi inavvertitamente, da governo del re a governo parlamentare. Cavour, leader indiscusso sia del governo sia del parlamento, aveva aperto la via dell’onore ai profughi che, dopo il 1848, andavano rifugiandosi nel Regno sabaudo divenuto garantista, oltre che fautore dell’Italia unita. E’ stato osservato che l’ospitalità fu un costo che il Piemonte decise di pagare alle sue ambizioni espansionistiche. Ciò non diminuisce l’intelligenza dell’atto politico. Peraltro, nelle idee di Cavour, il Piemonte non si preparava a egemonizzare l’Italia, ma a essere una parte della Toscopadana unita. L’idea colonialista è successiva, direi, non specificamente piemontese, ma complessivamente toscopadana: da attribuire essenzialmente al successivo ascendente genovese e toscano sul governo dell’economia nazionale. Emerse, comunque, allorché gli eventi internazionali allargarono l’originario progetto cavouriano fino alla Sicilia e al Napoletano. Nell’anno circa in cui il Sud rimase fuori dall’area sabauda, l’unificazione delle regioni per prime annessesi al Piemonte e alla Liguria, se non fu perfettamente paritaria, tese sicuramente a esserlo. Il padronato piemontese non giocò con due mazzi di carte con la Toscopadana, come poi farà proprio la Toscapadana unificata con il Sud, ma si comportò con lealtà verso i padroni lombardi, toscani, emiliani e romagnoli, coinvolgendoli nella gestione del potere.
Il primo ministero del Regno d’Italia-una, sovrastato com’era dalla fortissima personalità di Cavour e dalla centralità dell’esercito regio, appare una continuazione dei ministeri piemontesi. E’ tuttavia possibile osservare una qualche apertura ai liberali degli altri ex Stati. Fra le altre presenze, ancora di incerto significato, quella toscana non è di facciata; ha un peso reale. Prima di assurgere a ministro Pietro Bastogi non aveva fatto parte del circolo dei fuorusciti. Patriotticamente non aveva altri e diversi meriti che un mazzianesimo giovanile. Invece era il padronato toscano a godere di una posizione speciale agli occhi di Cavour - molto più di quello lombardo. Riconsiderando i particolari passaggi della vicenda è possibile commentare che il padronato lombardo, pago d’essersi liberato dell’Austria, non avanzò pretese. Sicuri di sé, i lombardi non fecero altro che infilarsi quatti quatti dove i piemontesi lasciavano uno spazio, tanto che, qualche anno dopo, riuscirono abilmente a gabbarli sul terreno fiscale. I toscani invece posero delle condizioni (Ragionieri e Salvestrini, passim). In appresso le vicende parlamentari portarono alla luce del sole la contesa latente tra interessi toscani e interessi piemontesi, nonché il successivo accomodamento, che in effetti fu una spartizione dannosa per la nazione. I fatti di Toscana sono stampati in tutte le storie unitarie. Oltre a rivendicare il merito d’avere trascinato con sé, nelle braccia del Savoia, l’Italia centrale, il padronato toscano era ricco; una cosa che era stata di notevole peso nel momento in cui Cavour era stato costretto a battere cassa. Difatti i soldi che, nel 1859, aveva inutilmente chiesto a Napoleone, poi a Bombrini e infine al popolo, onde spesare la guerra all’Austria, gli erano venuti dalla Toscana, sottoscritti formalmente dai banchieri livornesi Antonio Adami e Adriano Lemmi. E’ da supporre, però, che i due non fossero che dei prestanome. La cifra era alquanto consistente, superiore alle forze di due banchieri di provincia8. Dietro a loro c’erano sicuramente dei solidi latifondisti toscani e dei banchieri inglesi.
Cavour vivente, il contrasto tra liguri-piemontesi, da una parte, e toscani, dall’altra, se vi fu, non uscì dalla sacralità dei gabinetti politici. Ma, a vittoria ottenuta, avendo portato molto, i toscani pretesero d’entrare nella sala dei bottoni. Dovendosi avviare l’unificazione dei debiti pubblici degli ex Stati, a gestire l’operazione fu chiamato Pietro Bastogi.
Sull’operazione e sulle sue perfide conseguenze non c’è che da rimandare all’opera di Nitti sul bilancio dello Stato italiano. Relativamente al discorso della formazione del capitalismo toscopadano, Bastogi entra in scena non più come ministro ma come privato banchiere. Infatti, mentre egli si prodigava a creare l’inferno per quasi tutti gli italiani e il paradiso per una minoranza – cioè il Gran Libro del Debito pubblico - l’anima di Cavour volò a Dio. Gli successe il latifondista toscano Bettino Ricasoli, il quale lo confermò al ministero delle finanze. L’opera di unificare i debiti dei vari ex Stati era stata appena portata a compimento, che cadde anche il ministero Ricasoli. Il barone toscano, aristocratico pare d’antico lignaggio, era poco incline a piegare la schiena al cospetto del fulgido re d’Italia, il quale rivolle al governo un suo fedele consorte, Urbano Rattazzi, che aveva le articolazioni dorsali più flessibili, nella circostanza coadiuvato dall’uomo di punta della sinistra incazzata, il lombardo Agostino Depretis.
I libri di storia patria strombettano ai quattro venti che il primo merito dei governi nazionali fu quello di fare le strade e le ferrovie, specialmente quelle meridionali, che l’odioso e odiato Borbone aveva trascurato di fare.
“I brevi anni a ridosso dell’unificazione appaiono già determinanti per gli sviluppi successivi. Dalla vigilia della proclamazione del regno sino al 1865 la politica ferroviaria fu guidata (come affermò lo Jacini) da un assoluto stato di necessità, da una sorta di istinto di conservazione della nuova realtà statuale (ndr), nata più per forza di idealità e nel quadro di delicati equilibri europei piuttosto che per spinte tangibili di integrazione provenienti dagli ambienti economici. Già i governi provvisori rilasciarono concessioni per la costruzione e l’esercizio di migliaia di chilometri di nuove linee, cui fecero seguito le iniziative altrettanto frenetiche dei governi e del parlamento italiano, in un clima di inesperienza finanziaria e di illusioni sulla reale consistenza della ricchezza nazionale. Analogamente, la convenzione con la Francia del 1862 per la realizzazione di un tunnel ferroviario nei pressi del Moncenisio rispondeva a considerazioni di natura prevalentemente politica e diplomatica, anche se vi guardavano con attenzione gli ambienti economici dell’Italia nordoccidentale.
“Dopo l’abbandono, già nel 1862, di ogni costruzione diretta da parte dello Stato, il regime sistematicamente adottato fu quello della concessione a privati della costruzione e dell’esercizio delle linee, mentre lo Stato garantiva loro un rendimento finanziario minimo (non proprio! ndr) per chilometro. A causa delle modalità affrettate di valutazione delle linee da parte dello Stato (tracciati e redditività presunta) e dei requisiti sommari richiesti alle compagnie concessionarie, quei primi anni videro all’opera numerose società improvvisate (Quanta gentilezza nella scelta degli aggettivi! ndr). Tra di esse si distinguevano per una solidità maggiore solo quelle promosse da alcune banche d’affari del Nord controllate da capitalisti stranieri e sorte da pochi anni proprio in relazione all’occasione rappresentata dalle concessioni ferroviarie italiane” (Fumi, pag. 91).
Ed è a questo punto – e a questo punto soltanto – che compare il grande capitalismo toscopadano, in precedenza assolutamente invisibile, anche a guardare con una doppia lente d’ingrandimento; un capitalismo di carta, fatto cioè di cambiali tratte da quei patriottici facitori di nazioni, finalmente risorgimentati, sulla pelle dei sudditi.
Si doveva tenere a tutti costi unita una nazione che s’era pentita del suo fasullo epos. Lo strumento per tenere unita l’unità erano i bersaglieri, i cavalleggeri, i carabinieri. Il padronato italiano non fece obiezione circa il peso dei loro stipendi e il costo degli equipaggiamenti. Bersaglieri, cavalleggeri, re e generali dovevano funzionare da economie esterne, da infrastrutture armate, idonee ad assicurare alla classe degli speculatori - che operava all’interno ma anche alle spalle del padronato fondiario - la buona riuscita delle sue manovre. Siccome il vero nemico erano i cosiddetti briganti, il primo, glorioso intrallazzo ruotò intorno alle ferrovie meridionali. Con questo nome, però, i padri della patria non intendevano riferirsi alle ferrovie che vanno da Napoli in giù, ma alle ferrovie che vanno da Napoli in su, per portare speditamente i ducati borbonici a Milano, ansiosa anch’essa di risorgimentare.
Di linee ferroviarie (al plurale), al Sud c’era gran bisogno, onde realizzare un sistema di comunicazioni interne che superasse la millenaria, reciproca separatezza delle province. Il Sud, si sa, è una penisola lunga ma non larga, che si va assottigliando man mano che s’inoltra nel Mediterraneo. I punti che bisognava congiungere immediatamente erano l’area campana con la Puglia, gran produttrice d’olio e di grano, e più in generale il Jonio e l’Adriatico con il Tirreno, essendo il percorso ferroviario, tra Bari e Napoli, un sesto o un settimo di quello via mare. Questo, più per gli uomini che per le cose. Per le cose, il trasporto marittimo otteneva un forte risparmio rispetto alla ferrovia, il cui solo costo d’impianto stava tra le 210 e le 250 mila lire a chilometro (come dire 10.000 quintali di grano, ovvero il nutrimento annuo di 3/4000 persone), più il materiale rotabile.
Comunque il problema da risolvere (allora e anche oggi), per movimentare l’economia, era quello della viabilità interna (a pettine) tra collina e costa. Ma questa esigenza valse poco agli occhi patriottici dei padri della patria. Al contrario la rapidità offerta dalle rotaie al rapido spostamento dei corpi d’armata dal Nord, dove godevano del loro naturale habitat, all’arido Sud, si presentò strategicamente decisiva in un momento in cui le regioni napoletane e siciliane erano abitate da genti ancora da sottomettere alla radiosa corona e all’intrepido suo generale, Alfonso La Marmora, in buona sostanza allo Stato nazionale, il vero e unico nemico degli italiani del Sud. E forse anche un risparmio, nel senso che un’armata che può muoversi facilmente sul territorio vale almeno quattro che stanno ferme. Le ferrovie del Lombardo-Veneto erano in mano ai Rothschil già prima dell’unità. Siccome il Lazio era ancora in gran parte sotto al Papa, non potendone attraversare il territorio per penetrare al Sud, il governo italiano decise di raggiungere Napoli aggirando lo Stato Pontificio lungo l’Adriatico, con una tratta Ancona - Foggia, a cui avrebbero fatto seguito le tratte Ancona - Ceprano (a sud di Roma) e Napoli-Foggia. Durante la sua dittatura, Garibaldi aveva stipulato con i banchieri mazziniani Adami e Lemmi una concessione riguardante le linee sudiche. E qui gli storici, poco pratici di geografia ferroviaria, fanno un ammirevole pasticcio. Garibaldi riconcesse ai suoi raccomandati una concessione decisa dai Borbone a favore di Talabot, ma non certo la Napoli-Bologna, via Adriatico. E’ infatti inconcepibile che il governo napoletano stipulasse una concessione riguardante i territori del papato. In effetti la concessione borbonica riguardava la tratta Napoli-Foggia.
Cavour, che favoriva i mazziniani solo quando gli servivano, aveva revocato la convenzione e si era rimesso in contatto con il banchiere francese Paolino Talabot. Era questi un nome d’assoluta garanzia, in quanto agiva per conto di James Rothschild. Morto Cavour ed esautorato Ricasoli, nell’inverno del 1862 il nuovo presidente del consiglio, Rattazzi, spedì come suo emissario a Parigi, affinché trattasse l’affare, l’ingegnere milanese e deputato Grattoni (spesso nomina sunt res), che in appresso sarà nella direzione tecnica delle Società per le Ferrovie Meridionali. Non ho prove da portare, ma la mia convinta opinione è che il piano di non lasciare alla casa parigina il boccone in via di cottura fu concepito sulle sponde della Senna, dall’illustre ed ecologico duca di Galliera, che certamente dovette fare da cicerone al connazionale, lungo i boulevard della nuova Parigi. Peraltro il successivo botto coinvolse un così alto numero di persone che è facile supporre una gestazione durata parecchi mesi. Comunque sia, nel giugno del 1862 il governo Rattazzi concluse un accordo con Rothschild, che sottopose al parlamento affinché deliberasse la concessione ferroviaria. Infatti, pur non essendo scritto nelle costituzioni, gli Stati liberali e liberisti, non diversamente dallo Stato feudale, s’intendono sovrani di ogni via di comunicazione, sia essa terrestre, sotterranea, sopraelevata, marittima o aerea, anche se sono a 1000 chilometri dalla tenda del supremo comando.
6.3 Siamo alla metà di luglio dello stesso anno 1862. Mentre Pepoli armeggia con il valore di cambio delle monete degli ex Stati, viene insediata una commissione parlamentare per l’esame della concessione ferroviaria a Rothschild. La discussione non ha il tempo di cominciare che, al suo presidente, arriva una lettera dell’ex ministro Pietro Bastogi (da non dimenticare che è un toscano, amico di Ricasoli e di Peruzzi, gente che aveva dato dei soldi a Cavour), nella quale lettera si dice che un gruppo di capitalisti-patrioti (o se preferite di patrioti capitalisti, in ogni caso ferventi) ha già formato una società con cento milioni di capitale, per la costruzione delle ferrovie meridionali.
In verità i milioni versati furono soltanto due e molto probabilmente in banconote di Bombrini. Ciò nonostante l’aula di Palazzo Madama, dove sedevano i yesman dell’organo legislativo, in preda a un moto di legittimo e italico orgoglio, quasi scoppiò a quell’annuncio. Bastogi l’ebbe vinta prima di combattere. Il parlamento deliberò la concessione scavalcando persino il governo, che statutariamente era il solo a poterla proporre. Mentre il popolo tricolore ancora applaudiva e piangeva di commozione, si seppe che l’intrepido mazziniano aveva corrotto un consistente numero di deputati9. Oggi, una cosa del genere è meno di un peccato veniale. Ciò facilita gli storici nell’assolvere i patrii padri, fondatori di una grande nazione (in cui, a tutt’oggi, 4 o 5 milioni di cosiddetti cittadini sono senza lavoro). Chi si confuse, chi era un birichino! E poi, si sa, i soldi piacciono a tutti. Ma quanto costò la birichinata? Chi pagò? Chi paga tuttora?
Ora è da chiedersi: poteva, il Regno d’Italia, rinunziare a nuove linee ferrovie? E’ convinta opinione di chi ha studiato a fondo il tema della valorizzazione delle forze e dei mezzi della produzione nell’Italia unita – per esempio Emilio Sereni - che quei soldi, investiti in altre attività, avrebbero fruttificato molto di più. Sicuramente la rete ferroviaria imposta al Sud nella prospettiva di un mercato nazionale diretto dai toscopadani non fece che danni, e non solo al Sud, contribuendo in modo decisivo alla subordinazione economica e politica, ma allo stesso Nord, impuntatosi su una politica granaria nazionale non solo perdente, ma foriera di guerre. Un esempio da manuale del colonialismo ferroviario nazionale è dato dalla linea che da Brindisi porta in Francia, la quale fu realizzata in connessione con l’apertura del Canale di Suez, raccordando tronchi già esistenti, affinché la Valigia delle Indie si avvalesse di un porto italiano, appunto Brindisi, che al tempo dei Romani era stata la porta dell’Oriente. La linea non valse a tal fine, servì invece affinché, con il danaro facile offerto dalle banche genovesi, le ditte liguri (spesso gli stessi banchieri) s’impossessassero dell’esportazione in Francia dell’olio e del vino pugliesi. Invece le ferrovie meridionali servirono poco o niente ai bersaglieri, i quali, per raggiungere i briganti napoletani e gli indocili palermitani, continuarono a impiegare le navi di linea ex borboniche, che l’ammiraglio Persano aveva eroicamente acquistato a prezzo di svendita (pare solo per due milioni di lire, tutto compreso, navi e ufficiali di vascello). Bisognerà attendere il 1893 e l’insurrezione dei Fasci Siciliani perché i bersaglieri possano viaggiare comodamente sdraiati nei carri-bestiame fino al luogo della patriottica repressione.
6.4 A livello notarile, la Società italiana per le strade ferrate meridionali
“risale ad una convenzione stipulata il 25 agosto 1862 tra il governo italiano ed il conte (chissà se anche lui, come Cavour, di antichissima ascendenza? ndr) Pietro Bastogi ed approvata con regio decreto n. 804 del 28 agosto 1862. Per essa vennero concessi al Bastogi la costruzione e l’esercizio delle seguenti linee ferroviarie, per una lunghezza complessiva di Km. 1365:
1 una linea lungo il litorale adriatico da Ancona ad Otranto per Termoli, Foggia, Barletta, Bari, Brindisi e Lecce, con una diramazione da Bari a Taranto;
2 una linea da Foggia a Napoli per Ascoli, Eboli e Salerno;
3 una linea da Ceprano a Pescara per Sora, Celasco, Sulmona e Popoli;
4 una linea da Voghera a Brescia per Pavia e Cremona.
Il conte Bastogi si impegnò a costituire una società anonima, denominata Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali e dotata di un capitale di 100 milioni di lire, che avrebbe dovuto assumersi gli obblighi ed i diritti contemplati nella convenzione. La società era autorizzata a procurarsi i capitali occorrenti, per 1/3 sotto forma di azioni e per 2/3 in obbligazioni (Da Pozzo e Felloni, pag. 361).
Il racconto dell’italico ri-risorgimento postunitario è esaltante. Secondo i suoi bilanci, in trenta anni la Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali produsse (comandò) lavoro per un valore di lire italiane 1.563.418.000, pochissime delle quali andarono a qualche sterratore meridionale;
ricevette dallo Stato contributi a fondo perduto per 700.000.000 di lire dell’epoca (pari a circa 5.600.000.000.000 di lire dell’anno 2000);
pagò dividendi per 109.031.000 ai risorgimentati toscopadani;
emise obbligazioni per un ammontare di 906.700.000 di lire dell’epoca; obbligazioni che essendo collocate a un prezzo più basso del valore nominale portarono all’introito solo di 447.300.000 lire, lasciando subito in mano ai sottoscrittori 459.400.000 lire dell’epoca, più un interesse del tre per cento annuo, che a causa del prezzo di collocamento parecchio inferiore al valore nominale, fu del sette per cento circa. Insomma una vera pacchia per gli speculatori francesi che, investendo oro, venivano remunerati in oro, e per gli speculatori italiani che, investendo la carta di Bombrini, avevano in dono un accresciuto potere di comandare lavoro. Ma la cosa da mettere fermamente in risalto è che al Sud fu patriotticamente vietato di fare altrettanto.
Le Ferrovie Meridionali (absit iniuria verbis) furono l’atto di nascita del capitalismo toscopadano, che prima dell’evento era un nulla impastato di niente, o volendo essere pedestri, era indietro e non avanti all’altro capitalismo peninsulare, quello napoletano.
Naturalmente le folli spese e i facili guadagni degli speculatori furono resi possibili dal fatto che gli agricoltori pagavano le tasse allo Stato e che controbilanciavano le spese fatte all’estero esportando una parte consistente della loro produzione. Senza la qual cosa non sarebbe stato costruito neppure un chilometro di ferrovia, anzi non sarebbe esistito Bastogi, e neppure Bombrini.
Dal canto suo Pietro Bastogi, cedendo la concessione governativa (anzi parlamentare) alla cosiddetta Società per le Ferrovie Meridionali, ebbe subito 17.500.000 di gratifica in azioni della stessa società. Fu anche fatto conte e senatore dal re. Nazionalizzate le ferrovie nel 1906, la sua famiglia continuò ad avere il protettorato sul Meridione attraverso la Società Meridionale di Elettricità (SME). Non so dove si trovino i suoi discendenti al momento, ma dovunque siano si abbiano i sensi della mia personale riconoscenza e la gratitudine del popolo meridionale per l’opera di civilizzazione condotta dal loro antenato e da loro stessi.
6.5 Per scienza e coscienza dei miei lettori fornisco qualche dato circa i nomi dei meridionalisti ante litteram che sottoscrissero il famoso capitale bastogino, costituito da 200.000 azioni da lire 500; in tutto lire 100.000.000 Credo che, trattandosi di patrioti che mettevano a rischio le loro sostanze, ogni meridionale che si rispetti sentirà il dovere di incorniciare la pagina e di attaccare il quadro alle pareti del suo salotto.
Azionisti in quanto Patrioti da statua equestre
Patriota conte Pietro Bastogi, azioni 40.000.
Patrioti di secondo rango
Torino
Azioni: Cassa commercio e industria (Credito Mobiliare) azioni 20.000; Ignazio Nobile de Weill Weiss, 20.000; Cavaliere Felice Genero, 4.000, Gustavo Hagermann, 2.000; Cavaliere Federico Carmi, 2.000; Barone Raimondo Franchetti, 500; Cassa commercio ed industria (Credito mobiliare), 3.500, Fratelli Ceriana, 1.000; Vincenzo Denina, 1.000; Cavaliere Camillo Incisa, 500; F. Berné e Comp., 500.
Genova
Azioni: Cassa generale di Genova, 5.000, Cav. Felice Genero, 500; Fratelli Leonino di David, 1.000; Barone Giuliano Cataldi, 250; Cavaliere Giuseppe Pignone, 250; De La Rùe e Comp., 2.000; L. Gastaldi e Comp., 500; Francesco Oneto, 500; Carlo De Fernex e Comp., 2.000; Maurizio Jung, 2.500; I. Tedeschi e Comp., 1.000; Solei Hebert, 250; D. Balduino fu Sebastiano, 350; Cavaliere avvocato Tito Orsini, 250; Fratelli Cataldi, 250; Amato Bompard, 400; P. Pastorino e Comp., 1.000; Firs e Comp., 500.
Milano
Azioni: Zaccaria Pisa, 6.000; G. A., Spagliardi e Comp., 6.000; Pietro Carones, 1.500; Pio Cozzi e Comp., 1.000, Fratelli Brambilla, 500; Fratelli Valtolina di G., 200; Giuseppe Finzi di A., 500; Marchese Gaetano Gropallo, 500; Weiss-Norsa e Comp., 3.000; S. Norsa, 500; Carli e Comp., 3.000; Caccianino, 1.000; Giulio Bellinzaghi, 6.000; Noseda e Burocco, 4.000; Cavaiani Orveto e Comp., 3.500; Brambilla e Comp., 3.500; G. Maffioretti e Comp., 3.000; Utrich e Comp., 3.100; W. Warchex Garavaglis e Comp., 3.200;
Livorno
Azioni: Luca Mimbelli, 2.000; Bondi e Soria, 1.000; E.E. Arbib e Comp., 1.500; S. Salmon,, 1.200; David Valensin, 500; C. Binard, 500; G. M. Maurogordato, 500; D. Allatini, 400; Gioachino Bastogi, 400; Angelo Uzielli, 300; I. Sonnino, 300; R. di A. Cassuto, 250; P. Racah e Comp., 250; S. Moro, 200; I. S. Friedmann, 200; Bondi e Soria, 3.500.
Firenze
Azioni: Angelo Mortera, 500; G. Sacerdote, 500; Leopoldo Cempini, 1.000; Elia Modigliani, 500; L. di S. Ambron, 500; A. di V. Modigliani, 600; Angelo Qrvieto, 1.000; Angelo Qrvieto, 500; G. Haraneder, 500; Z. Della Ripa, 1.000; Em. Pegna, 200; Alessandro Prato, 1.000; Giacomo Levi, 200; Angelo Levi, 300; Alberto Levi, 200; Jacob Castiglioni, 1.000; B. Philipson, 500; Anselmo Vitta, 500; Barone Raimondo Franchetti, 1.000;
Bologna: Fratelli Ballerini, 1.000;
Modena: Allegra e David Guastalla, 1.000;
Alessandria, Angelo Frascara, 1.000
Brescia: Fiers e Comp Gaetano Bonoris, di Brescia, 1.000
Mantova: Giac. D’Italia, di Mantova, 3.500;
Bergamo: Ingegnere G. Silvestri, di Bergamo.
Venezia: Jacob Levi e figli, 2.000
Totale azioni sottoscritte 200.000, capitale patriotticamente non interamente versato.
(Fonte: Novacco, cit.) 10
Azioni delle Meridionali patriotticamente collocate fra i sudichi:
L’Aquila 0, Teramo 0, Pescara 0, Chieti 0, Campobasso 0, Caserta 0, Benevento 0, Napoli 0, Avellino 0, Salerno 0, Foggia 0, Bari 0, Taranto 0, Brindisi 0, Lecce 0, Potenza 0, Matera 0, Cosenza 0, Catanzaro 0, Reggio 0, Trapani 0, Palermo 0, Messina 0, Agrigento 0, Caltanissetta 0, Enna 0, Catania 0, Ragusa 0, Siracusa 0.
Zero più zero dà zero, ma zero meno zero dà che anche i sudichi, pur non sapendo né leggere né scrivere, e nonostante mancassero di un’idea sia pure pallida di quel che erano le ferrovie e la modernità, pagarono egualmente la loro parte. Ma forse di più. Quando si dice patria! Su cantiamo in coro, con Ciampi e l’eroica nazionale italiana, l’ Inno di Mameli!
Benché la gente avvertita ben sapesse che nell’intrallazzo erano impegnati uomini del governo e gran signori di ricche province, non fu facile a Bastogi mettere insieme i 100 milioni. In tasca alla gente le lire scarseggiavano. Si osservino dettagliatamente le sottoscrizioni. Troviamo chi s’impegnò per 250.000 lire, chi per 500.000, chi per 1.000.000; cosa che poi, in termini di esborso immediato (e molto spesso anche finale), nelle società di capitali si riduce ai tre decimi, cioè a 75.000, a 150.000, a 300.000 mila lire. Solo due banche arrivarono a sottoscrivere 20.000 azioni - in lire 10 milioni ciascuna. Riportando l’esborso ai decimi obbligatori, i milioni scendono a tre. Siccome, poi, le banche toscopadane non raccoglievano depositi a risparmio (godevano infatti di scarsissima fiducia), i loro mezzi bancari non possono non essere arrivati da altra fonte che dalle banconote della Nazionale, cioè erano danaro inventato. Altra considerazione: Bastogi sottoscrisse per dieci milioni di lire, eppure non era la persona più ricca della Toscana. Il massimo sottoscrittore toscano s’impegnò per un milione di lire. Tutti gli altri sottoscrissero cifre inferiori. E facile arguire, quindi, che anche i 3 milioni di Bastogi erano fumo cartaceo, un prodotto della rinomata Tipografia Bombrini & C.
Siccome i danari bisognava spenderli all’estero per comprare i materiali, dietro il fumo delle obbligazioni toscopadane appare l’oro francese. Logicamente l’estero, una volta fatto il lucro, rivoleva il suo oro. Chi mai glielo dava? Non certo Bombrini. A pagare in oro erano i prodotti dell’agricoltura italiana; erano i titoli di credito tratti su una piazza francese, su Parigi, Marsiglia, Lione, che gli esportatori accettavano in pagamento, come è consuetudine fra commercianti. Bombrini scontava questa valuta di buon grado. Infatti otteneva valuta – oro, che pagava con carta, in più lucrava un interesse che andava dal cinque al dieci per cento. Con le tratte degli agricoltori, ottenute doppiamente gratis, l’Illustre e i suoi accoliti tamponavano le domande di rimborso che venivano dall’estero.
L’iniziativa di Bastogi fu salutata in parlamento da grandi ovazioni patriottiche. Ma, allora, gli italiani del tempo erano proprio dei fessi, o cosa? Essi sapevano perfettamente che Bombrini, Bastogi e l’intero gruppo dei banchieri nazionali e nazionalisti componevano una combriccola di camorristi che lucravano delle consistenti tangenti facendo da intermediari fra i grossi banchieri francesi e lo Stato italiano. Sapevano anche, e con sufficiente chiarezza, che l’unità italiana era il governo di questi signori. Però speravano che prima o poi i benefici del potere si sarebbero estesi anche alle truppe della retroguardia, ancora non ben inserita nel giro. Che poi fosse la povera gente a pagare, a loro non importava granché, anzi era proprio quel che volevano. Lo spirito del capitalismo lascia fuori la porta l’idea del pane altrui.
Oggi gli italiani (o meglio gli itagliani) viviamo in uno Stato ricco e potente. Quella fase della storia nazionale fu un passaggio obbligato onde pervenire alla presente, felice condizione? Debbo dire francamente che se fossi nato a Milano o dintorni, la risposta sarebbe sì. Una classe di onesti uomini di Stato avrebbe certamente fatto pagare agli italiani dei costi meno esosi, ma il cammino del capitalismo non conosce altro percorso che quello di fabbricare i fabbricanti con il sudore delle popolazioni e le lacrime di chi cade per strada. Inoltre, in un quadro mondiale in cui sedevano al tavolo da gioco soltanto i paesi capitalisticamente attrezzati, la Toscopadana non aveva molte opzioni. Fra le scelte necessarie ci fu quella di usare il Sud come una colonia interna, allo stesso modo della Laconia oppressa da Sparta. La nostrana borghesia piegò la testa in forza della regola: prima caritas e poi caritatis. Stupidamente immaginò che il sistema padano non avrebbe toccato le sue rendite; che il vero nemico fossero i contadini e non i bersaglieri intervenuti a salvarla.
Nell’affare delle Meridionali, Pietro Bastogi, di suo, non mise una sola lira. La mirabolante sottoscrizione di 20.000 azioni, annunziata in parlamento, fu solo un bluf bombrinesco, in quanto le 20.000 azioni da lui sottoscritte furono coperte dal dono di 17.500 azioni che gli altri soci, riconoscenti, gli fecero. In sostanza, queste, e le 2500 ancora mancanti, furono messe in conto dei futuri (e immancabili) profitti. Cioè pagate con l’argent des autres.
E c’è una terza osservazione. Nel momento in cui lo Stato si faceva capestrare da Bombrini e soci, e dai banchieri francesi che li avevano assoldati (Bouvier, passim), al Banco di Napoli affluivano quei depositi che alle banche d’avventura toscopadane facevano totalmente difetto11, a fronte dei quali – come insistentemente accennato - il Banco metteva in circolazione fedi di credito per un pari importo, avendogli Cavour vietato di effettuare le operazioni di sconto. Sul capitolo di questi soldi deve, patriotticamente, dominare una spessa nebbia. E’ tuttavia un dato verificabile: nonostante la deminutio capitis i depositi superavano i cento milioni. D’altra parte, né prima, al tempo dell’odiato borbone né dopo la revoca del diktat, le fedi di credito furono mai soggette alla tarantola del baratto, come i biglietti della Banca Nazionale. A Napoli circolava la fiducia, un profumo alquanto raro altrove. Sicuramente il padronato meridionale aveva i soldi per pagarsi il collegamento ferroviario con la fiera capitale piemontese. Ciò era noto al re Savoia, a Rattazzi, presidente del consiglio dei ministri, a Depretis, ministro dei lavori pubblici, all’ineffabile risparmiatore di calamai, Quintino Sella, ministro delle finanze, e a chiunque nella Toscopadana si interessasse di cose economiche, oltre che, soprattutto al prevaricatore Bombrini, che su quei soldi aveva messo gli occhi da tempo.
Per ottenere in modo normale, coretto e al prezzo giusto il capitale occorrente per costruire le ferrovie da Napoli a Bologna, e da Napoli a Palermo e Agrigento, bastava che il Banco di Napoli avesse la facoltà di triplicare i depositi, come dire che gli fosse accordato di emettere fedi di credito nel rapporto di uno di riserva argentea per tre di vaglia circolari, cioè lo stesso privilegio di cui godeva la Banca ex sarda. Per giunta, a Napoli i capitalisti, tradizionalmente, avevano dimestichezza con le operazioni di borsa. Né mancavano gli imprenditori facoltosissimi12. Per fare le ferrovie al Sud non era necessario (né fu conveniente) indebitarsi con i finanzieri francesi, tanto più che quel debito – era chiaro a tutti i contemporanei – sarebbe arrivato presto alla scadenza. Al primo stormire di crisi le cambiali sarebbero state messe all’incasso, come avvenne in effetti dopo appena tre anni, tra il 1865 e il 1866. L’oro c’era. D’altra parte i due miliardi necessari per costruire duemila chilometri di ferrovie in Sicilia e nel Napoletano, non erano da spendere tutti in un giorno, ma in non meno di venti anni. Come abbiamo visto, nelle Due Sicilie circolavano ben 700 milioni di moneta argentea e aurea. Sarebbe bastato consentire al Banco (divenuto) di Napoli di emettere biglietti per ottenere quanto bastava. Ma Bombrini, da Napoli, voleva oro, e basta.
Neppure accenno all’idea che il Sud avrebbe avuto il diritto di valorizzare i surplus derivanti dalle sue esportazioni di olio, vino e agrumi; esportazioni che nei decenni successivi pagarono larga parte del debito estero contratto dalla Toscopdana.
Viene il vomito a insistere su tali argomenti, tanto sono ovvi. Se si voleva veramente unificare l’Italia, e non fondare una colonia, come in realtà avvenne, la prima cosa da fare era spostare subito la capitale a mezza strada, tra Ancona e Brindisi, valorizzando - oltre al resto - il versante adriatico e jonico, che una lunga dipendenza militare e commerciale dalla Spagna e dalla Francia aveva sacrificato, e che l’Italia unita continuò a sacrificare fino alla correzione mussoliniana. Torino non era quella gran città che le successive generazioni immaginano. Se proviamo a togliere dal conto la corte, la pubblica amministrazione e l’esercito, a livello economico non era più di Bari, e forse meno. Ma l’Austria, si dirà? La minaccia austriaca fu soltanto un alibi ben confezionato dai padani. L’Impero absburgico, piegato economicamente, sul piano militare era poco più che un cadavere, come si vedrà nel 1866.
E si dirà ancora: quando la capitale fu portata a Roma la condizione del Sud peggiorò, anziché migliorare. Certo. Ma quando i toscapadani arrivarono a Roma, il comando del paese era già in mano agli intrallazzisti genovesi e toscani, che l’avevano largamente devastato e portato a tale stato di degrado morale che l’intera Europa ne era inorridita.
Tornando alle Ferrovie Meridionali, è assodato che quei cavernicoli dei nostrani antenati - non migliori, ma sicuramente non peggiori dei loro confratelli toscopadani- non vennero interpellati. Non uno di loro fu chiamato a tirare fuori una sola lira, cosicché i fratelli toscopadani fecero tutto loro: ci fornirono le rotaie e il materiale rotabile - bisogna dire, peraltro, di qualità eccellente, essendo tuttora quelli da noi utilizzati13. Ovviamente, in una prima fase lo fecero sborsando banconote. Queste restavano in circolazione finché Bombrini riusciva a reggere il baratto, rimettendo in circolazione l’argento coniato dai maledetti Borbone. Quando non ce la fece più – o fece le viste di non farcela più – essendo i banchieri italiani richiesti di pagare in oro i titoli ceduti all’estero, pretese il corso forzoso dei suoi (non dello Stato) biglietti.
Ma già prima, nel 1865, la circolazione cartacea della Banca ex sarda, che era di 56 milioni nel 1861, era passata a 106 milioni, con un uno scatto dell’indice da 100 a 189, gli sconti, da 63 milioni, nel 1861, erano passati a 101 milioni nel 1865, con uno scatto dell’indice da 100 a 160, e le anticipazioni erano passate da 21 milioni del 1861 ai 42 milioni del 1865, raddoppiando l’indice da 100 a 200.
L’esclusione programmata e programmatica (non potrebbe essere altrimenti!) dei meridionali dall’affare ci fa capire almeno due cose. Una, Bombrini mai avrebbe accettato che un'altra banca avesse le sue stesse possibilità di lucro. Due, con l’affare Bastogi, le Ferrovie meridionali diventarono cosa nostra di un crocchio di parrocchiani cavourristi, la cui aspettativa non era certamente il collegamento di Napoli al Nord, ma erano i sussidi governativi. Insomma i protetti dall’interno, fatta l’unità, rinfocolarono i loro appetiti, che passarono dai pochi milioni dell’era piemontese ai miliardi dell’era italiana.
Insomma, l’affare delle Ferrovie Meridionali portò alla luce il patto municipalistico e antinazionale tra gli speculatori piemontesi, liguri, toscani e lombardi avente per oggetto l’uso dell’Italia, fondata con poca spesa, anzi interamente a debito, quale terreno di pascolo abusivo. Il patto si consolidò un decennio dopo con l’inclusione dell’aristocrazia fondiaria laziale e delle eminenze romane, e si stabilizzò per il tempo secolare attraverso il controllo della Banca d’Italia su ogni aspetto dell’economia produttiva degli italiani. L’affare ci aiuta anche a capire quante melensaggini raccontino i libri scolastici quando ci ammanniscono la bubbola di una patria comune. A un livello accademico si è più prudenti. La bubbola si fa raffinata. Le popolazioni (i proletari) non parteciparono al moto unitario. L’unità, si afferma, fu voluta dalla borghesia. Anzi, secondo il credo crociano, il popolo, mancando di spirito liberale, neppure entra in conto14. A me pare che dal conto della borghesia sia scomparsa una componente importante. Al Sud abbiamo infatti la borghesia idealista (e tuttavia bramosa di terre demaniali), appunto quella di don Benedetto, degli zii Spaventa, di don Giustino e della sua famiglia di patrioti. Subito dopo ci sono i baroni vecchi e nuovi, per i quali “tutto deve cambiare, perché niente cambi”. Di seguito i redditieri, i paglietta, la borghesia clientelare, famelica di pubblici stipendi. Mancano gli imprenditori. Nel gioco delle tre carte, la donna di danari è scomparsa. C’era, non c’era? “Forse che sì, forse che no”. Ma se c’era, chi l’ha nascosta? Non c’era sicuramente, assicurano i vati della patria con gli applausi a Giovanni Verga, al Gattopardo, a Luchino Visconti e al frizzante valzer di Giuseppe Verdi. La verità? Prendete in mano un’enciclopedia e cercate le voci Messenia, Laconia, Iloti. La spiegazione è tutta lì. E noi, secondo Carlo Azeglio Ciampi, dovremmo inneggiare a Garibaldi, ai Savoia, a D’Alema, se non del tutto a Bossi?
6.6 Siamo nel novembre 1860: il Regno d’Italia non è stato ancora proclamato, Francesco II è ancora a Gaeta, le piazzeforti di Messina e Civitella del Tronto ancora resistono, decine di migliaia di umili soldati non cedono le armi all’invasore, il Regno delle Due Sicilie esistente ancora per il diritto internazionale). A Cavour sembra della massima urgenza imporre al Regno delle Due Sicilie la tariffa doganale piemontese. Il fine è fin troppo evidente: distruggere la mercatura duosiciliana, secondo una precisa richiesta avanzata dagli esportatori livornesi di stracci e secondo i più vasti auspici dei mercanti genovesi. Con tale defecazione politica, e con la successiva svendita dei demani pubblici e dei beni ecclesiastici, l’antropologia sociale delle popolazioni meridionali venne ribaltata alla radice, senza peraltro dar luogo a una diffusa crescita di quel capitalismo terriero di matrice britannica, che era l’opposto delle idee di Antonio Genovesi, degli altri illuministi napoletani e dello stesso clero meridionale. Le enclosures britanniche, che in qualche modo imitavano la villa senatoriale romana a base schiavistica, erano l’opposto dell’ideologia del piccolo podere condotto da un uomo libero, non sempre coadiuvato da servi o da schiavi, che risaliva all’età magnogreca15 ed era in qualche modo coesistito con i latifundia, condati da Plinio, e non solo da lui, come la vera rovina del Meridione16.
L’agricoltura semischivistica apparteneva all’esperienza familiare e personale di Cavour, e aveva il suo redditizio modello nella bassa Valle Padana, specialmente ad opera dei tanto celebrati padroni e fittavoli lombardi, qualcuno dei quali scese fino al Sud in camicia rossa, per “liberarlo dalla schiavitù”. Nelle campagne merdionali, l’égalitè borghese aboliva la schiavitù feudale e instaurava il diritto di morire di fame. L’affermazione di questo diritto fu alla base del giacobinismo e patriottismo meridionale. Al Sud, la tipologia che corrispondeva al fondo chiuso (o alla villa romana) era la piantagione a cultura specializzata di ulivi, viti e agrumi, condotta con l’impiego di liberi proletari, o e non certamente il latifondo, che è meglio considerare l’involuzione del feudo a campi aperti alla proprietà aquilina, condotta estensivamente a pascolo brado e colture cerealicole; una realtà economica ibrida, che può sopravvivere in forza della fatica dei morti di fame.
Sul tema delle terre comuni è stata fatta già qualche annotazione e sarà doveroso tornare, al fine di studiare le conseguenze che la loro svendita ebbe sulla collettività meridionale. Adesso ci soffermeremo a vedere soltanto il grasso che cavò dall’eversione dei demani la matura borghesia toscopadana. “Questa gigantesca operazione, che […] raggiunse nel 1868 il punto culminante, era compiuta circa per metà nel 1870 e continuò con intensità notevole fino al 1880 […] Nel complesso essa fruttò allo Stato circa un miliardo (somma certamente assai inferiore al valore reale dei beni) e riguardò 750.000 ettari di beni dell’asse ecclesiastico, 190.000 ettari di beni ecclesiastici siciliani […] e 30.000 ettari di beni demaniali: in tutto 1.240.000 ettari” (Candeloro, vol. V, pag. 384 e 385). Ma non basta. Il padronato meridionale venne gratificato anche dei 393.000 ettari usurpati dopo l’eversione della feudalità (ibidem) decretata nel 1807 dal re francese Giuseppe Bonaparte. Gira e volta, nel corso del secolo i possidenti s’impadronirono anche dei 461.000 ettari quotizzati a favore dei coloni17. Insomma: la paga per la devozione sabaudista consistette in due milioni di ettari di terre pubbliche, o quasi.
Nell’autunno del 1864, incapace di far fronte alle follie del re, dei suoi generali carnefici e al carnevale instaurato dai neo-banchieri del regime, cadde il Ministero Minghetti. Lo sostituì un ministero La Marmora, in cui Quintino Sella fece la parte del mattatore. Presentando il suo programma finanziario, questi dichiarò papale papale che in cassa non c’era un soldo e propose qualche sconto a favore dei contribuenti, affinché pagassero di buon grado, con un anno d’anticipo, le imposte per l’anno 1865. Tuttavia, neanche questi soldi sarebbero bastati, affermò il grande risparmiatore d’inchiostro. E con un volo pindarico propose che i beni appartenenti alla Chiesa e i demani già appartenuti agli ex Stati, tutti avocati al Regno d’Italia, fossero ceduti per la vendita a una società privata, la quale in cambio avrebbe anticipato subito allo Stato la cifra di 150 milioni. Per quanto asini o cinici o egoisti potessero essere, i deputati capirono che Sella aveva messo le cose in modo da regalare gli ori di famiglia agli usurai. Per la prima volta nella storia dell’Italia cavourrista gli asini presero a ragliare. Ma gli usurai reagirono. Se il parlamento non avesse ceduto entro il 25 di novembre, si sarebbero rimangiata l’offerta (Plebano, vol. I, pag. 157). Evidentemente la minaccia era la scusa che serviva a Sella per forzare la mano ai suoi asinini colleghi e imporre la sua volontà (di risparmiatore di calamai e di dissipatore di pubblica ricchezza).
L’ideologia di una Toscopadana scolante amor di patria va smontata con le parole dei suoi stessi corifei. “Ma più grave ancora, per i patti che essa racchiudeva, era la convenzione per la vendita delle proprietà demaniali, che aperse l’adito a quella serie di onerose operazioni finanziarie, attraverso le quali tutto il [recente] patrimonio dello Stato è a poco a poco venuto sfumando, senza che la finanza abbia potuto trarne mezzo per la sua sistemazione. Si trattava in sostanza di affidare a una Società, con larga partecipazione di utili e senza alcun rischio, l’incarico di vendere, per conto dello Stato, i beni demaniali…” (ibidem). E’ dunque vero che la farina del diavolo se ne va in crusca. Dalla dilapidazione del patrimonio pubblico trasse vantaggio la speculazione cavourrista e non certamente gli italiani del Sud, che ne avrebbero avuto il diritto.
Al centro di questa nobile e patriottica vicenda sta Domenico Balduino, amministratore della Società di Credito Mobiliare con sede a Torino. Abbiamo detto delle disgrazie di questa Società nelle fase sarda, e anche di come Cavour l’avesse protetta fino al punto da spedire lo stesso Carlo Bombrini a dirigerla (par. 4.5). Zio Carletto provvide a ridurre il capitale sociale, come era d’altra parte doveroso dopo le scoppole precedenti, e d’accordo con Cavour la consegnò nelle abili (e avide) mani del banchiere suo concittadino, Domenico Balduino. Questi si alleò con i banchieri parigini fratelli Pereire, e trasformò la Cassa di Commercio e Industria in Credito Mobiliare (Pautassi, pag. 373). Poco prima dell’arrembaggio ai danari dell’erario nacquero dei dissapori tra i soci parigini e i locali, cosicché il nostro grande finanziere fu costretto a contare su risorse casalinghe, in primo luogo zio Carletto, che la carta la stampava, e poi il duca di Galliera che, avendo soldi veri, dovette salvarlo dal fallimento portandogli 12 milioni in franchi sonanti.
Balduino era il tipo di filibustiere che piaceva a Cavour. Accenna alla sua personalità Novacco (pag. 61, nota 11): “[…] nel gennaio del 1861 il Cavour propose la candidatura del Balduino a deputato con queste significative e gravi parole, che contengono la giustificazione del metodo introdotto più tardi dal Bastogi nella questione delle ferrovie meridionali: ‘Perché mai non candidiamo Balduino, che è quasi riuscito a resuscitare il Credito Mobiliare? La sua presenza alla Camera sarebbe di gran vantaggio per la banca che dirige. La cosa potrebbe decidere il voto dei suoi azionisti, che a Genova sono alquanto numerosi’.”
Domenico Balduino emulò sfacciatamente e superò in ingordigia lo stesso Bastogi. Se, infatti, questi scroccò pubblico denaro, fece almeno la rete ferroviaria promessa, mentre Balduino rubò solamente. Stranamente fu uno dei pochi illustri malfattori dell’epoca che il re non fece conte.
La storia della svendita dei beni incorporati dallo Stato nel 1861 è spesso sorvolata. Per degli storici colendissimi (e degni soprattutto, per la loro equanimità, di una piramide di monumenti), come Gino Luzzatto, è praticamente inesistente. Forse perché, più che una vicenda storica, fu un gioco di prestigio. In sostanza avvenne che, esibito da Sella l’allarmante discorso di cui sopra, Balduino ebbe le carte in regola per farsi avanti con l’offerta di 150 milioni. Un’elemosina, ma quanto bastava al governo per piangere in un fazzoletto!
Sicuramente, né Balduino né la sua banca avevano la cifra. D’altra parte è certo che non fu anticipata dai Pereire, con i quali, proprio in quel momento, Balduino era in lite. Il nome del vero prestatore è rimasto ignoto. Però, chi scorre gli Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sul corso forzoso apprende che il Credito Mobiliare aveva un vecchio debito di circa 200 milioni con la Banca Nazionale (Atti I, pagg. 257 e 258). Nessuno osa scriverlo nero su bianco, ma credo non sia da dubitare che Bombrini abbia consegnato a Balduino - e che questi abbia girato al ministero delle finanze, dove c’era lo scrittoio di Sella con sopra il calamaio che si portava da casa - dei biglietti ancora freschi di stampa. In cambio dei quali Sella sottoscrisse 15 pagherò di 14.140.000 lire cadauno, a scadere uno all’anno, per i quindici anni successivi. In tutto 212,1 milioni di lire, cosa che, rispetto a 150, fa una differenza di 65 milioni.
La Società per la vendita dei beni demaniali fu autorizzata ad emettere 420.000 obbligazioni da 505 lire cadauna, pari complessivamente ai 212,1 milioni di lire che lo Stato avrebbe pagato. Probabilmente (nessuno storico si sbilancia a fare un commento) i 65 milioni di lire che lo Stato s’impegnava a pagare in più dovevano coprire la differenza tra il promesso prezzo di rimborso (lire 505) e il prezzo di collocamento dei titoli che la Società metteva in commercio. La scommessa di Balduino e dei suoi sostenitori stava tutta nella futura domanda di obbligazioni.
Comunque, come compenso della sua prestazione, la Società ricevette il 5 per cento d’interesse sui 150.000.000 (vai a capire se a scalare, o no!), più il 3,5 per cento per il servizio dell’emissione. Più ancora il quinto del maggior prezzo tra quello minimo fissato per la vendita dei lotti e quello effettivamente realizzato. Sull’entità del guadagno di Balduino non ho visto indicazioni, ma potrebbero essermi sfuggite. A occhio e croce la cifra di 200 milioni mi pare indicativa; una cifra pari rispetto alla emissione di cartamoneta che sarà consentita al banco di Napoli tre anni dopo.
Qualunque sia stato il guadagno di Balduino, a pagare fu il Sud. Annota Nitti**(pagg. 330 e 331):
“Assai più che per mezzo miliardo l’Italia meridionale ha contribuito per [ricomprare ] i suoi beni demaniali, così detti di demanio antico, e […] i suoi beni ecclesiastici al bilancio [dello Stato…Ma] quando si vendevano terre per diecine di milioni in Puglia erano sempre i cittadini pugliesi che compravano. Quindi la ricchezza [il potere di comandare lavoro, ndr] della Puglia diminuiva perché il capitale monetario disponibile si trasportava fuori [ndr]. E mentre non si operava che un passaggio di beni immobili da un ente collettivo a privati, la ricchezza mobiliare scompariva. Lo Stato a sua volta la destinava nelle regioni dove maggiori erano le spese, in Lombardia, in Piemonte, in Liguria”.
6.7 La formazione di piccoli surplus nella produzione contadina e la rinascita degli scambi di mercato hanno prodotto non solo la borghesia moderna ma anche morale borghese in cui lo Stato è un generale e imparziale. Una norma di questa morale dice che, chi opera come organo dello Stato, non è morale che tragga profitto dalle sostanze pubbliche. Dunque un giudizio d’immoralità dovrebbe colpire chi ha diretto lo Stato nazionale italiano. Invece questo gruppo sociale viene esaltato. Perché? Perché chi sopporta le conseguenze di quelle immoralità viene inchiodato all’idea di aver contratto un debito verso i malfattori, come un galeotto al remo. A dirla in poche frasi, la storiografia nazionale è una truffa bella e buona, il capitalismo nazionale è stato fondato da una classe di intrallazzisti, le regioni toscopadane sono cresciute sfruttando le regioni meridionali, lo Stato italiano è un vero nemico per i meridionali.
Esternato il concetto politico, torniamo agli intrallazzi ricordando che lo scopo di questo scritto è di dissipare il falso storico secondo cui i miliardari che dominano le popolazioni italiane fossero miliardari anche prima dell’unità. Affidiamo la causa a uno straniero, Jean Bouvier, il quale ha compulsato le carte conservate nell’archivio del Crédit Lyonnais, una banca sorta, come egli precisa, il 1863 nella città con cui la Toscopdana intrattenne le sue più importanti relazioni commerciali fino al 1890 circa18.
L’articolo di Bouvier non è importante solo per le notizie che dà, ma principalmente per il fatto che le dà19.
Nel dicembre si era costituita, intorno a Balduino e al Credito Mobiliare Italiano una Società per la vendita dei beni del Regno d’Italia, con 50 milioni di capitale. Questa società era l’espressione di un gruppo anglo-italiano, la cui composizione è poco conosciuta. Il gruppo aveva un credito con il Tesoro di 150 milioni di franchi. All’epoca, ministro delle finanze era Sella. A titolo di pagamento, il gruppo ottenne il mandato di provvedere alla vendita dei lotti in cui erano stati frazionati i grandi demani appartenuti ai principi spodestati dall’unificazione e le vaste terre della Chiesa. La società ebbe la facoltà di offrire al pubblico delle obbligazioni demaniali, il cui servizio – interessi e ammortamento – doveva essere regolarmente assicurato della progressiva vendita dei beni. Nel 1865 è facile vedere come il Crédit Lyonnais, che aveva ricevuto un pacchetto di obbligazioni dal gruppo finanziario emittente, fa a Lione grossi sforzi per promuovere tra il pubblico le nuove obbligazioni: prezzo di collocamento 391 franchi, rimborsabili in 15 anni a 505 franchi. La stampa locale era piena di articoli che reclamizzavano il nuovo titolo. Il giornale conservatore la Salut Public, in un articolo dell’11 novembre, si sforzava di persuadere particolarmente i suoi lettori cattolici, ostili .nei confronti del governo italiano a causa della questione romana.
Le obbligazioni demaniali furono, in Francia, un titolo molto in voga per parecchio tempo. La vendita dei lotti andava però male, come informava l’emissario del Crédit Lyonnais in Italia. Ogni anno il governo viene in aiuto alla Società anticipando i fondi che le mancano. Si capisce, allora, come da parte dei banchieri, l’affare sia considerato eccellente […]
La guerra del 1866 [aggravò] il deficit permanente del bilancio italiano. Si pensò di colmarlo con la vendita dei beni del clero. […] Una parte dell’opinione pubblica italiana è ostile al progetto del ministro delle finanze Scialoja che, all’inizio del 1867, pensa di liquidare un patrimonio ecclesiastico valutato due miliardi di franchi. Ma necessita danaro.
Rothschild, in accordo con il Crédit Foncier, propone una semplice anticipazione, garantita sui beni ecclesiastici. Nel maggio successivo, il nuovo ministro delle finanze, Ferrara, avvia un contatto con la casa parigina. I Rothschild […] sono interessati ai provvedimenti che possano aiutare le finanze italiane, in modo che tutto vada a finire sempre più nelle loro mani. In aprile e maggio, le conferenze si succedono presso la casa di via Lafitte. La Société Générale, grande banca d’affari sorta nel 1864, si associa al barone James [Rothschild, ndr] e al Crédit Foncier di Fremy. […] Alla fine di maggio, entra in scena un nuovo gruppo finanziario con il Comptoir d’Escopte di Parigi, il banchiere Fould, e i banchieri di Francoforte Erlanger e Oppenheim – quest’ultimo legato a Fould. [Resosi conto d’essere soltanto un pupazzo nelle mani degli usurai] nel giugno 1867, il ministro delle finanze Ferrara denuncia egli stesso l’accordo stipulato il 4 maggio con un rappresentante di Langrand-Dumonceau […e] si dimette.
Si intuisce a questo punto […] che il portafoglio delle finanze non doveva essere estraneo alle dispute tra banchieri stranieri e italiani.
Nell’autunno del 1867, Rattazzi, che ha assunto l’interim del ministero delle finanze, emette sotto l’egida della Banca Nazionale d’Italia una prima serie di obbligazioni demaniali (250 milioni di franchi). Una seconda serie verrà lanciata nel 1868 da Canbray-Digny, tornato alle finanze […] All’inizio del 1869, il tesoro italiano si trova di nuovo in difficoltà. In febbraio, il ministero delle finanze tratta contemporaneamente con Fould e James Rothschild attraverso la mediazione di Landau. Il ministro – precisa un inviato del Crédit Lyonnais a Firenze – si è servito dell’offerta di Fould per creare un concorrente a Roschild.
Nel marzo del 1869, diverse banche e banchieri [sono in movimento con la speranza di] partecipare all’affare dei beni ecclesiastici’. A Firenze (al momento capitale dello Stato italiano, ndr) si muovono: il Crédit Foncier, Edmond Joubert (Banca di Parigi), Stern, il Crédit Mobilier, la Banque de Paris, la Societé Générale, il Crédit Mobilier …Ogni gruppo manda suoi inviati nella capitale: Fould, per esempio, rappresenta la sua ditta ma anche la Anglo-Austrian Bank e la Wienerwechselbank. La casa Weill-Schoot & C., commercianti di Milano, è, dal canto suo, portavoce di un gruppo di banchieri di Francoforte: Renach, Erlanger, Oppenneim.
Anche la Banque de Paris e la Societé Generale hanno una propria costellazione di amici… ‘Che interessi da soddisfare!’, esclama un testimone. Nel turbinio di discussioni e di opposizioni tra coalizioni bancarie, un raggruppamento agisce rispettivamente a favore dei Fould e uno a favore degli Stern. L’affare sembra volgere verso una singolar tenzone […]
Da parte italiana, Cambray-Digny non fa nulla senza il parere di Bombrini, direttore della Banca Nazionale e perno dell’operazione, né senza l’assenso di Balduino, del Credito Mobiliare Italiano. Alla camera ci si preoccupa delle trattative tra il ministro e le banche.
[…] La lotta è aspra. Abbiamo potuto, ad esempio, analizzare i vani sforzi del Crédit Lyonnais per farsi ammettere in un gruppo, su basi di parità. Bombrini e Balduino vengono considerati alleati sleali dall’inviato di questa banca a Firenze; i banchieri di Parigi serrano i ranghi e considerano il Crédit Lyonnais una banca di provincia, una specie d’intrusa […] L’inviato della banca a Firenze riceve l’ordine ‘di fare la corte’ a Bombrini, di ‘perseverare con calma e dignità’. A Lione, il direttore della ditta nota con amarezza: ‘il momento arriverà in cui i nostri nemici si accorgeranno della nostra esistenza e terranno conto di noi, comprendendo che i nostri capitali e la nostra clientela ci conferiscono una posizione eccezionale’.
Nel settembre 1869 a Chambray-Digny riesce infine una nuova operazione finanziaria. Un gruppo comprendente banchieri francofortesi, viennesi, francesi e italiani fa un prestito di 60 milioni al Tesoro per un anno all’8,25 di interesse. In contropartita il gruppo emette 130 milioni di obbligazioni garantite dai beni delle congregazioni religiose, soppresse dalle leggi del 1866/67, beni messi in vendita in lotti a partire da ottobre.
6.8 A nessuno capiterà di leggete che don Carlo Rothschild subornò i ministri napoletani, facendo di Napoli la terra delle sue usure. Invece capiterà spesso di leggere espressioni come la seguente: “Il signor Rothschild re del milione è, finanziariamente parlando, re dell’Italia”(riportate da Zamagni*, 211). Si tratta di lacrime di coccodrillo piante sulle pagine degli atti parlamentari del 1865 dal senatore del Regno Siotto Pintor. “Su 2.573.000.000 di franchi20 pagati all’estero [dal] governo italiano a titolo di servizio del debito e altre spese, tra il 1861 e il 1882, i Rothschild sono iscritti per 1.971.000.000 franchi” (Bouvier, 226). Il servizio del debito pubblico fu il gran protagonista del patrio intrallazzo. E’ stato già annotato che i discepoli di Cavour portano all’esasperazione la triste e vergognosa pratica di offrire un forte sconto ai banchieri che acquistavano le cartelle del debito pubblico e i titoli del tesoro per ricollocarli fra il pubblico dei risparmiatori. Nella fase piemontese il margine speculativo si era attestato sulle 28/30 lire (fermo restando il debito statale di 100). Nella fase del carnevale bancario il clima festivo invogliò agli sconti, che arrivarono fino a 48/50 lire, e forse anche sopra le 50 lire. Ai poveri, i banchieri non fanno dei normali prestiti, ma danno soldi a usura. E questo fu ciò che fecero con il Regno sabaudo e poi malauguratamente con il Regno d’Italia. E non solo i Rothschild, ma tutta la banca europea, dopo che Cavour le ebbe spalancate le porte. Una banda di teatranti patrioti e veri truffatori, servizievoli con la speculazione internazionale, sottomise le popolazioni italiane, e si arricchì alle spalle della povera gente. Da ciò la Toscapadana trasse un gran giovamento, in quanto anche il danaro rubato si trasforma in potere di comandare lavoro. Il Sud fu mandato in rovina, e mai questa genia gli ha permesso di riprendersi. Il vero volto di Garibaldi è questo. Questo fu l’osannato Risorgimento: il trionfo di una consorteria di squallidi lazzaroni, di generali da operetta che, non sapendo vincere una battaglia, si rifecero con gli inermi cafoni napoletani, un re privo di decoro e povero d’intelligenza, che roteava la spada solo se si trovava in camera da letto. Per la nazionale meridionale fu il disastro.
Nel Regno delle Due Sicilie il governo delle finanze, come molte altre cose, era nelle stesse mani del re. E l’infamato Borbone fu un vero galantuomo, un saggio e trasparente amministratore delle pubbliche sostanze. A Napoli, i banchieri stranieri facevano dei normali prestiti, gli stessi che facevano in Francia o in Inghilterra. Invece nella carnevalesca patria di Vittorio Savoia e dell’ampolloso Conte (con le braghe onte) il governo professava l’ideologia speculativa, cosicché, per ben quarant’anni, gli usurai perpetrarono un autentico saccheggio delle ricchezze pubbliche e private. Ovviamente, ciò non fu un caso, una disgrazia imprevista dovuta ai corsi e ai ricorsi della storia, ma la conseguenza voluta di un progetto criminoso concepito dalla fertile mente di un Mazzini con la bombetta del biscazziere e portato brillantemente avanti dagli accoliti che gli sopravvissero. La posta consisteva nell’usare il dolore e la vita della gente come fertilizzante per la crescita capitalistica. Dai magnifici lombi degli intrallazzisti e dalle loro progressive sorti è nata la patriottica e italianissima borghesia attiva di Genova, Torino, Firenze, nonché il salotto buono di Milano. Ovviamente il debito capitale e gli interessi di tali profittevoli operazioni sono tuttora messi in conto al contribuente italiano, finalmente unito e redento.
Riporto alcune tabelle. Mi autodispenso dalle spiegazioni. Si prega, quindi, di leggerle con attenzione.
.
Tab. 6.7a Consistenza dei debiti pubblici negli anni indicati
(milioni di lire correnti)
|
Anno finanziario |
Debiti perpetui |
Debiti redimibili |
Buoni del tesoro |
Conti correnti |
Cartamoneta21 |
Totale |
|
1860 |
2.123 |
296 |
20 |
|
|
2.934 |
|
1861 |
2.762 |
330 |
39 |
|
|
3.131 |
|
1865 |
4.826 |
520 |
186 |
|
|
5.533 |
|
1870 |
6.045 |
1.953 |