
Quando s’interviene su un argomento cruciale per la gente, come ha fatto il Terzo canale Rai domenica 24 ottobre 2004, dottoreggiando in materia di ‘ndragheta, si avrebbe il dovere di non offrire una mezza verità. Male ha fatto il presentatore televisivo a tessere la sua tela sul canovaccio steso da un anziano magistrato che – ho motivo di credere - ha sempre considerato la legge come una rigida statua piazzata in mezzo ai flutti procellosi. Era così il Colosso di Rodi, che si reggeva con le due gambe divaricate, all’entrata del porto. Perciò crollò al primo movimento tellurico, senza lasciare altra testimonianza di sé che fumosi ricordi.
L’evoluzione della ‘ndrangheta locale da sodalizio contadinesco a
gruppo sociale di rilievo urbano, nella Locride, si ebbe al tempo
del Ministro della malavita, Giovanni Giolitti, che governò
prima e dopo la Grande Guerra. Un notabile giolittiano del luogo,
candidato al parlamento nel collegio di Gerace Marina (oggi
Locri), la fece scendere in armi per le strade onde contrastare il suo
avversario.
In età fascista, gli ‘ndranghitisti stettero con due piedi in
una scarpa. Ebbero soltanto il monopolio delle guardianie nei “quadri”
di agrumi e nella distribuzione dell’acqua per l’irrigazione degli
stessi. In tale fase, siccome la gran parte dei magistrati erano
proprietari di agrumeti, la ‘ndrangheta riuscì pure a
‘scivolarsi’ qualche condanna, ma niente di più.
Gli ‘ndranghitisti entrarono nel perimetro urbano durante l’ultima fase
della Seconda guerra mondiale e nel dopoguerra, in quanto primi
attori o autorità di controllo del mercato nero,
specialmente in materia di esportazione dell’olio verso Napoli e Roma.
L’esercito ‘ndranghetista che conosciamo nacque con la fine della
chiusura fascista dei contadini nelle campagne. L’occasione per evadere
fu data dall’intrallazzo; un’attività che liberava il
contadino dalla servitù della gleba, ribadita
dall’unità cavourrista. Finito il contrabbando, chi l’aveva
praticato non tornò a zappare. Si ebbe, invece, un diffuso
inurbamento alla ricerca di un lavoro, che il Sud esautorato
dalla Ricostruzione nordista, imposta al paese dal duo Einaudi
(ministro del tesoro e presidente della Repubblica) – Valletta
(Fiat), non fu in condizione di offrire. In mancanza vennero
ambite, e contese, le licenze per la vendita di frutta e verdura e di
alimentari; insomma lavori a basso tirocinio professionale.
Nell’area reggina (non ancora nel catanzarese e nel cosentino), la
‘ndrangheta esplose con le competizioni elettorali, a tutti i
livelli, da quello comunale a quello parlamentare. Avere dalla propria
parte un capo ‘ndrina significava ottenere il voto e la preferenza dei
campagnoli e delle campagnole, elevati a cittadini ed elettori. Siccome
il meccanismo funzionava, il personale politico si adoperò a
diffondere la ‘ndrangheta anche là dove non c’era.
Intorno al 1950, nel circondario di Locri, un’apprezzabile
presenza della ‘ndrangheta non andava oltre i seguenti centri: Africo,
Bova, San Luca, Platì, Ciminà, Natile, Bianco
limitatamente alla contrada periferica della Pardisca, San Nicola di
Caulonia; tutte collettività di pastori immiseriti dalle leggi a
difesa del bosco. Esotica rispetto a tale dimensione fu Siderno, con
prolungamento nella Valle del Torbido, verso Gioiosa Jonica e
Grotteria. Alle origini, le simpatie ‘ndranghetiste andavano
prevalentemente alla sinistra rivoluzionaria. Il clientelismo politico
le corresse.
Per le personalità democristiane, e poi anche socialiste,
liberali, repubblicane e socialdemocratiche, fu alquanto facile far
fiorire la ‘ndrangheta. Se un contadino aveva un seguito nella sua
pacifica borgata, gli si concedevano larghi favori e lo si elevava a
intermediario tra il potere politico e i borghigiani; a un ruolo di
distributore di benefici. Il caso della ‘babba’ Locri, imbastardita per
troppo amore, è esemplare.
Il neo capobastone, per difendere il ruolo conseguito, o si
atteggiava lui stesso a ‘ndranghetista o veniva detronizzato dal
ruolo (di benefattore) da qualcuno più dritto di lui.
Inoltre, siccome la maggior parte del danaro politico era destinato
alla produzione di opere pubbliche, i ‘ndraghetisti furono spinti a
imparare il mestiere di appaltatore. E lo fecero come sapevano. Nel
caso di una grossa opera pubblica, sia per difetto di capitali
adeguati, sia – e soprattutto - per difetto di formazione
professionale, dovettero contentarsi del solo subappaltatori.
Nient’affatto intimorite, le grandi aziende del Centronord –
Cooperative emiliane incluse - trovarono conveniente accaparrarsi
siffatti subalterni.
Più in generale, uomini di Stato e consorteria ‘ndranghetistica
si accordarono. I vecchi ricordano la riunione di Montalto,
l’emarginazione dei carabinieri, i giornalisti più coraggiosi
imbavagliati, i giudici di corte d’assise entusiasticamente accodati ai
vecchi procuratori della Repubblica e ai giudici istruttori nella foja
delle assoluzioni a qualunque costo.
In buona sostanza una mafia di Stato.
Negli anni settanta venne il tempo dei sequestri di persona, della droga e dei miliardi. Come il servizio televisivo ha messo in luce, la ‘ndragheta si spartì in pro e contro il nuovo affarismo: una fazione diventò capitalismo armato di mitra e l’altra restò ancorata al contrabbando delle bionde, al pizzo in dollari in arrivo dall’America, all’idea del pacioso inurbamento e del riconoscimento da parte della borghesia ricca. Fu, quello, anche il tempo di magistratura democratica, un corpo allevato all’idea che lo Stato di diritto doveva trionfare sul tribalismo mafioso. Insomma una Torino di Calabria, benché senza la Fiat. Il frutto amaro di siffatta filosofia politica fu la legge Rognoni-Latorre, che decretò il sequestro di case e fondi acquistati da soggetti mafiosi: un meccanismo cervellotico che spezzò il corso virtuoso dell’imborghesimento mafioso. Il figlio medico, il vigneto, il grosso allevamento, l’albergo, che avrebbero fatto dell’uomo d’onore un borghese qualunque, repelleva alla vecchia borghesia e ai virtuosi ragazzotti che avevano studiato diritto tra Firenze e Bologna. Tutte le organizzazioni mafiose, quindi anche la ‘ndragheta, furono di fatto invitate a imboscare il frutto dei loro delitti e a incrociarlo con le banche e con il capitalismo milanese, come fu messo ben in luce da Bassetti, presidente della Regione Lombardia.
L’errore successivo è l’adozione del pentitismo. In un Meridione
evirato e corrotto fino all’inverosimile dallo Stato nazionale, la
‘ndragheta si presentava al proletariato rurale con un’immagine
positiva, in quanto assertrice (almeno a parole) degli antichi valori
contadini, fra cui l’onore. Forse oggi i magistrati sanno, circa le
organizzazioni mafiose, molto di più di quanto non
sapessero prima del pentitismo, però la società di
matrice contadina, impoverita in tutto, dalle sue autonome radici
al lavoro, dalla dignità civica alla speranza, ha perso
anche un valore morale di grande rilevanza.
Ma per la Rai una ‘ndrangheta dimezzata, come il famoso Visconte. Dopo
Bruno Vespa anche Lucarelli. In ogni luogo del mondo, i potenti fanno
pagare alla gente una Tv che inganna la gente.
La mafia (indico con questa parola tutte le organizzazioni criminali) è una realtà consistente, ed è anche l’unica componente del paese meridionale che sia temuta e rispettata dentro e fuori d’Italia. Il timore e il rispetto se li merita per due motivi: perché è capitalismo e perché uccide, non per onore o per vendetta, ma per danaro. In questo senso è un capitalismo diverso dal capitalismo vero e proprio. Tra il capitalismo e l’assassinio c’è di mezzo la legge. La legge del capitalismo stabilisce che è reato uccidere con le armi nel territorio in cui si applica la legge dello Stato. Se è proprio necessario uccidere con le armi, la bisogna è delegata dei proletari preventivamente ingaggiati.
A volte il capitalismo ricorre all’assassinio proditorio per poter
svolgere la sua organica ricerca del profitto e per la conservazione
del suo comando, ma non lo fa con armi in senso proprio, almeno
all’interno della sua sovranità istituzionale. Gli
assassinii, di regola, prendono la dizione (e la filosofia) di
incidenti: incidenti causati da auto troppo veloci, in fabbriche mal
fatte o mal tenute, su impalcature senza salvaguardie, da inquinamento,
da esplosioni, da fughe di gas, dal surriscaldamento di centrali
atomiche, da fattori eterogenetici, da sofisticazioni degli alimenti,
etc., etc.
Nella mafia, invece, il capitalismo e le armi stanno nelle stesse mani.
Ma basta il fatto che i mafiosi (verosimilmente soltanto una parte di
essi) siano addestrati all’uso delle armi per fare di essi un esercito
indipendentista o separatista? (Sto dicendo indipendentista o
separatista, e non sto dicendo rivoluzionario nel senso sociale e
ugualitario).
Intanto, la mafia è l’unico settore globalizzato della
società meridionale. Direi di più: senza i saldi legami
che ha con (dico ‘con’, e non dico ‘nelle’) le città
padane, oggi la mafia morirebbe d’asfissia. I miliardi vengono di
là, e tornano là. I mafiosi tifano per la squadra degli
Agnelli o per quella di Berlusconi o per quella di Moratti. Sono
meridionali solo in quanto arretrati, disperati, sradicati, violenti,
crudeli, amanti del peperoncino rosso e dell’olio saporito, balbettanti
la lingua tosca, ma per il resto sono italiani di cuore e di abitudini.
Ciò nonostante, poniamo egualmente l’ipotesi che siano disposti
a battersi per l’indipendenza dell’Italia meridionale. E poniamo in
ipotesi anche che il Sud riesca a liberasi dal cappio toscopadano con
il loro aiuto di uomini d’arme. Essendo loro uomini d’arme e noi uomini
senza armi, sarebbero loro a suonare il violino e noi a fare
l’accompagnamento con la zampogna. Dopo di che, costretti dai padroni a
percorrere le rotte del mondo allo scopo di comprare e vendere droga,
avremmo un’indipendenza peggiore della dominazione. E non mi pare sia
quel che vogliamo.
<>Ancor prima dell’indipendenza, noi vogliamo che cessi
quest’infame valorizzazione del mondo ex contadino rivolto a far
fare soldi al capitalismo italiano e alle sue banche; che cessi questa
vergognosa sovrapposizione elettoralistica del voto mafioso sul voto
libero; quest’ inganno di una società meridionale inetta,
omertosa, infingarda.
Il medium dell’infamia è il guadagno sulla droga. Eliminato il
guadagno, la mafia imploderà. Perciò il governo italiano
DEVE introdurre la droga di Stato, deve fornirla gratuitamente nelle
strutture sanitarie. Questo non servirà a riconciliarci con lo
Stato nazionale, ma servirà tuttavia a disprezzarlo di meno.
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