L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
  Eleaml


Pubblichiamo la presentazione del libro di Nicola Zitara “L’unità d’Italia - nascita di una colonia” di Carlo Beneduci, avvenuta a Locri sabato 26 marzo 2011, durante il convegno "Il bilancio di 150 anni - come il Meridione divenne una colonia". 

Ecco il collegamento al blog del professor Beneduci:

http://karolusadest.wordpress.com/

Presentazione del libro di Nicola Zitara

L’unità d’Italia

nascita di una colonia”

(se vuoi, puoi scaricare l'articolo in formato RTF o PDF)

Premessa

Nicola Zitara incarna intero il senso del più alto meridionalismo degli ultimi cinquant’anni. Do pertanto per scontato che ripercorrere il suo pensiero è il miglior modo per celebrare l’uomo che ha speso la sua maturità ad illuminarci e renderci consapevoli della nostra condizione di meridionali. È questo il migliore omaggio che possiamo rendere alla sua grata memoria, al monito della sua accorata passione civile. A me la sua acribia, la vasta portata degli argomenti e delle conoscenze, l’incessante ricerca del confronto, la forza del suo contraddittorio e l’inflessibile moralità ricordano molto il Socrate descritto nei Memorabili di Senofonte. Questo per dire della sua conclamata grandezza, eppure spesso misconosciuta, come accade ai pensatori scomodi agli uomini di potere. Ripercorrere il suo pensiero è anche il miglior modo per “contro-celebrare” la falsa unità del Paese e ripetere con lui l’amara verità: esistono due Italie.

L’unità d’Italia: nascita di una colonia è la sua prima opera, la più importante del periodo salveminiano. Mi riferisco ovviamente a quando, chiamato a dirigere la rivista Quaderni Calabresi, emanazione del Circolo Culturale Gaetano Salvemini, il nostro Autore trascorse un lungo periodo della sua vita a Vibo Valentia. A quel tempo il sottoscritto aveva il compito di battere a macchina gli articoli della rivista e di correggerne le bozze nella tipografia dei Fratelli Maellare a Chiaravalle Centrale. Egli s’era già incamminato lungo le vie maestre che lo portarono con peculiare consapevolezza a concepire l’idea del riscatto meridionale. La lunga frequentazione mi consentì di conoscerlo bene, soprattutto di apprezzarne cultura e umanità. Già da tempo aveva abbandonato la politica attiva, un amore che l’aveva deluso. La politica è tradurre in pratica le idee. Quando s’accorse che non c’era volontà di risolvere il problema già secolare del Mezzogiorno, per estrema coerenza si ritirò a studiare, a meditare e tradurre le convinzioni maturate in opera di persuasione e di sprone al cambiamento. Una via già da altri meridionalisti tentata. Tentata invano e di cui egli seppe dare una retta giustificazione, presente anche nel libro in esame. Era l’unica via che gli restava. L’alternativa sarebbe stata tradire le sue idee, tradire il popolo. Franco e leale per educazione culturale, è certo che se avesse proseguito la brillante carriera politica, anche in quell’orizzonte sarebbe rimasto un’anomalia, una pietra dello scandalo per il linguaggio chiaro, lucido nelle argomentazioni, sotteso sempre in difesa dei deboli. Ne è testimone tutta la sua opera, che è rivolta a chi lotta in difesa della propria dignità di essere umano, a partire dal principio universale di uguaglianza. E i più deboli, oggi, sono proprio i giovani che, privi di difese istituzionali e soprattutto di facili pregiudizi, potrebbero comprenderne il pensiero e trarne le conseguenze sul piano dell’azione concreta. Ad essi Nicola Zitara ha idealmente dedicato tutta la sua opera. Negli ultimi anni era ricorrente più che mai nei suoi discorsi la preoccupazione per il loro incerto avvenire. D’altra parte i suoi scritti vogliono ispirare il cambiamento di segno dell’amara realtà meridionale e la rivoluzione non può venire da chi campa nel cono d’ombra della politica collusa con il potere centrale. Sicché Zitara ci ripeteva spesso che solo i giovani avrebbero potuto cambiare il mondo, come spesso è accaduto. Resta sempre attuale, quindi, il compito di allargare l’orizzonte delle attese giovanili e coagularne l’azione intorno ad un’idea, ad un simbolo alternativo. In tale contesto Nicola Zitara potrebbe rappresentare una valorosa bandiera intorno a cui aggregarsi.

Questo libro più di altri rafforza il senso di appartenenza a questa terra e solletica l’orgoglio di chi non si rassegna alla sua forzata colonizzazione. Zitara lo fa con un’analisi impietosa dello stato delle cose. L’unità d’Italia: nascita di una colonia unisce alla profonda sapienza, caratteristica dei suoi migliori scritti, una puntuale articolazione degli argomenti congrui ad illustrare la tesi, una mirabile stringatezza e una rigorosa compostezza e sobrietà di tono, tutto ragione e scienza.

Il chiodo fisso di Nicola Zitara era spiegare che esistono due Italie, le quali coesistono e interagiscono in modo funzionale al potere centrale. Entriamo così nel vivo dell’opera.

Negli anni Settanta questa verità o veniva negata o era ritenuta pericolosa. E, infatti, scrive (p. 20-21): “Si ammette la conquista, si accettano la colonizzazione e lo sfruttamento, ma sul piano politico si nega che esistono due Italie.”. Per la destra patriottico-idealistica, infatti, “l’Unità rappresenta un valore supremo, assolutamente fuori discussione.”. Per il centro moderato (leggi: Croce) “l’Unità è da considerare frutto degli ideali di libertà”, in quanto “l’agente di ogni progresso umano è la libertà”. Tesi accolta con favore da liberali e laici, cattolici e socialisti. La sinistra, rappresentata dal realismo marxista (Zitara cita per tutti Luciano Libertini) ammette che “l’unità ha prodotto e produce sfruttamento e sopraffazione di tipo coloniale, ma si preoccupa che i sentimenti autonomistici possano essere sfruttati dal patronato agrario e in genere da forze reazionarie.”. Tutte le posizioni, conclude, spiegano perché il meridionalismo, nonostante la seria analisi storica ed economica già compiuta, “rimanga invece una forza inerte sul terreno politico.”. E l’inerzia è una categoria su cui riflettere perché ancora oggi come ieri è il freno al cambiamento.

Il decollo del sottosviluppo

Ma come e quando è decollato il sottosviluppo nel Mezzogiorno? La ricerca di Zitara risponde a questa domanda fondamentale per la verità storica nella prima delle due parti in cui ha diviso la sua opera: Il decollo del sottosviluppo. La seconda parte, invece, è destinata a spiegarci le strutture del sottosviluppo. Entrambe sono connesse, ma una distinzione va fatta: la prima parte punta a risalire alle origini storico-politiche della realtà che ci governa ed è utile a prendere coscienza di ciò che eravamo prima dell’Unità. La seconda parte analizza scientificamente le strutture socio-economiche e politiche e fotografa la realtà che stiamo vivendo. Importanti anche le conclusioni del libro che ancor più ci proiettano nell’oggi con il richiamo esplicito non solo alla divisione di classe tra Nord e Sud d’Italia, ma anche tra Nord e Sud del mondo. Il globalismo e le multinazionali fanno la storia nel bene e nel male, mentre le sacche di sottosviluppo proliferano. L’insostenibile legge del profitto capitalistico o dell’economia canaglia, per come definita da Loretta Napoleoni (massimo esperto mondiale di terrorismo e di economia internazionale), è una legge contro l’umanità, contro la conservazione della specie, contro la libertà e la democrazia; sembra condurre l’intero pianeta alla catastrofe.

Da questa consapevolezza può scaturire la forza del cambiamento, oggi più che mai, considerato che solo ora il messaggio di Nicola Zitara ha finalmente trovato la giusta risonanza presso la pubblicistica meridionale. Penso all’enorme successo del libro di Pino Aprile e a quello di Giordano Bruno Guerri, penso al proliferare di siti internet molto partecipati dai meridionali, penso alla nascita di associazioni e movimenti politici a carattere meridionalista, un carattere che può apparire discutibile, a volte anche ambiguo, perché gli ispiratori si inscrivono entro un orizzonte nebuloso. Diciamo che un risveglio c’è e che andrebbe convogliato e governato su obiettivi comuni. E qui mi fermo, perché questo riguarda, semmai, il dibattito che dagli anni Settanta Nicola Zitara ha portato avanti, prima nel Movimento Meridionale, e cioè assieme a Franco Tassone, poi quasi in piena solitudine. Il che certamente non ha giovato alla causa comune. Non è mio compito ripercorrerne motivi e fasi.

Riprendendo dunque la domanda posta in cima, aggiungiamo che essa prevede un inevitabile corollario, che si può così sintetizzare: è vera la tradizione secondo la quale il sottosviluppo del Regno delle Due Sicilie preesisteva all’unità d’Italia? Suo riferimento diretto è l’inchiesta parlamentare in Sicilia da parte di Franchetti e Sonnino nella seconda metà degli anni Settanta dell’Ottocento, esattamente sedici anni dopo la sconfitta del Borbone. La tesi sostenuta dai due parlamentari è la seguente: il sottosviluppo del Sud è dovuto alle sue condizioni iniziali di arretratezza. Ciò suggerisce l’idea che il resto d’Italia avesse raggiunto già prima dell’Unità livelli ben diversi di sviluppo positivo (pag. 74). Lasciando per ora da parte l’analisi del lessico contrapposto sviluppo-sottosviluppo e la distinzione tra sottosviluppo e arretratezza - che lo stesso Zitara ci aiuterà a capire con altro scritto -, notiamo che la tesi suddetta fu fatta propria da tutti i governi nazionali ed istituzionalizzata nei libri di storia, di cui si nutrirono le generazioni successive. È questa la conferma della grande operazione di enfatizzazione di tutti i pregiudizi fatti circolare ad arte dai tosco-padani per giustificare l’azione di autentica aggressione piratesca da parte dei garibaldini prima e di cruda rappresaglia che nel quinquennio successivo – e in qualche caso anche oltre - funestò le nostre contrade.

Qui, dunque, interviene con autorevolezza lo studioso Zitara, che aveva affinato la sua competenza in campo economico e storico e aveva letto con attenzione la corposa opera di Francesco Saverio Nitti e quelle di Ascanio Branca, di Emilio Sereni, Rosario Villari, Benedetto Croce, Antonio Gramsci, Rosario Romeo, Giorgio Candeloro, Alexander Gerschenkron, Yves Lacoste, Bruno Caizzi, Ernest Mendel, Friedrich Vöchting, Gino Luzzatto, Rodolfo Morandi ed altri. Insomma Zitara, consapevole della portata innovativa di questo suo contributo al dibattito sulla questione meridionale, esaminò scrupolosamente tutta la letteratura ad essa collegata, badando a sostenerla con un’analisi delle categorie economiche, per confermare il diseguale trattamento di partenza tra Nord e Sud e le funeste conseguenze. La portata di questa operazione culturale fa giustizia di tutti i pregiudizi inculcati nell’opinione pubblica e spesso radicati, purtroppo, in senso razzistico.

Persuaso che bisognava finalmente fare chiarezza cita per primi Nitti e Branca, perché suggeriscono un quadro diverso dall’ufficialità.

Nitti è vissuto tra il 1868 e il 1953, Branca dal 1840 al 1903. Negli anni Settanta del secolo scorso i due studiosi erano poco noti se non del tutto ignorati nel dibattito in corso, specie il Branca. Avevano il torto di essere non solo e non tanto meridionali quanto economisti di spessore. Le lezioni del Nitti sulla scienza delle finanze vennero tradotte in diverse lingue e furono adottate nelle università di diversi paesi europei, in Russia e in America. Per il Mezzogiorno costui aveva raccolto ed esaminato i dati relativi alla nostra realtà. Ed era giunto alla conclusione, ripresa con successo da Nicola Zitara, che il regno borbonico era nel quadro dei numerosi stati preunitari quello che aveva meno debiti, minore peso fiscale, maggiore ricchezza pubblica. Proposti questi risultati all’attenzione degli italiani, finì che Nitti s’inimicò l’intero parlamento, compresi meridionali e presunti meridionalisti illustri come il suo corregionale Giustino Fortunato che - lo dico con un inciso per me significativo -, giustificava l’arretratezza del Sud sulla scia di Cesare Lombroso. E sappiamo quanto sciocche oltre che perverse, e deleterie sul piano dell’immagine, siano state le tesi sostenute da quel medico veronese, falso antropologo e criminologo, tesi che a suo tempo furono ad arte accolte come oro colato. Ma, chiediamoci: se i tosco-padani avevano tutto l’interesse a non accettare la scomoda verità sostenuta da Nitti, che metteva a nudo i veri interessi di quella parte d’Italia, perché anche la massa della classe dirigente meridionale, Giustino Fortunato compreso, sosteneva la stessa ideologia? In altre parole: perché la classe dirigente meridionale è stata sempre connivente con il potere centrale? Questa è una domanda chiave, ancora attualissima, a cui Zitara risponde più oltre nel libro e che avremo modo di esaminare.

L’introduzione del mercato unico nazionale

Ora è il momento di parlare del capitolo fondamentale per comprendere cosa avvenne e come siamo piombati nell’arco di un ventennio nel sottosviluppo e nella dipendenza coloniale. Zitara, dunque, dopo aver verificato la consistenza delle tesi di Branca e Nitti, concentra la sua attenzione sugli effetti dell’introduzione del mercato unico nazionale. Questa politica è stata innescata su un’economia decisamente arretrata, è vero, ma non sottosviluppata. Ricordiamo cosa scrive a proposito Nitti: Nel Regno [delle Due Sicilie] “si viveva una vita molto gretta, ma dove il consumo era notevolmente alto” e nel Mezzogiorno “prima del 1860 era più grande ricchezza che in quasi tutte le regioni del Nord”. E Zitara ci spiega la differenza tra arretratezza e sviluppo: un’economia arretrata indica un grado di sviluppo messo a confronto con una diversa realtà economica. La categoria del sottosviluppo, invece, si usa per indicare, con una similitudine efficace, una “malattia funzionale” ovvero la mancanza d’industrie. E come si fa - aggiungiamolo per maggiore chiarezza - a pensare uno sviluppo di tipo capitalistico senza pensare alla rivoluzione industriale? e come si fa - altra considerazione utilissima a capire lo stato delle cose - a pensare alla rivoluzione industriale senza capitalismo, ovvero senza capitali da investire e senza aiuti dallo Stato? Perché questo è il quadro sortito dalla forzata unificazione del mercato voluta dai tosco-padani. Essi hanno provocato gli squilibri, che in assenza di risorse finanziarie, hanno gettato il Mezzogiorno nella condizione di dipendenza. È mancata in sostanza la graduale e autonoma evoluzione verso l’economia mercantile e industriale. Zitara fa l’esempio della Cina all’epoca in cui scriveva quest’opera: la Cina, dice, è povera, ma non sottosviluppata, perché c’è una crescita armonica tra tutti i settori produttivi (p. 117).

Per spiegarci in cosa consistette questo evento capitale Zitara si sofferma innanzi tutto sull’idea di economia di mercato come economia capitalistica, che costituì un’autentica rivoluzione nei modi, nelle strategie, nei rapporti di produzione, modificando costumanze e sentimenti. Basta pensare che alla produzione agricola destinata in gran parte all’autoconsumo e poco al valore di scambio si sostituì celermente una crescita esponenziale per il mercato. Le conseguenze sono intuibili: i proprietari terrieri furono costretti a puntare sulle colture specializzate, non si accontentavano di accumulare le derrate sufficienti al proprio benessere, ma estirpavano le colture utili al consumo quotidiano dell’agricoltore, insomma alla sopravvivenza. Al loro posto impiantavano ulivi, vigne e soprattutto agrumi, prodotti richiesti dal mercato internazionale. Furono distrutti finanche i gelseti che pure costituivano una larga fonte di reddito per l’importante industria domestica della seta. Nel primo ventennio dell’Unità il paesaggio agrario meridionale mutò in tal senso rapidamente. Gli agrari, affamati di terra e di guadagni in moneta sonante, si trasformarono da redditieri in imprenditori. Perciò da un lato scacciarono dalle loro terre pastori e coloni, dall’altra pretesero la rottura dei vecchi patti di mezzadria con l’aumento dei canoni e i pagamenti non più in natura, ma in moneta. Si ridussero velocemente le possibilità di sopravvivenza di interi nuclei familiari, costretti a cercare un’alternativa. Ma mentre nei paesi industrializzati o in via d’industrializzazione i contadini si facevano proletari e trovavano scampo uscendo dalla campagna per entrare in un opificio, nel Mezzogiorno d’Italia i coloni dapprima si ridussero a braccianti e, dopo la crisi successiva al 1888, di cui dirò fra poco, da forza lavoro degradarono a merce-lavoro. Il rango di sottoproletari li costrinse ad emigrare all’estero.

Altrove Zitara spiega perché non c’erano capitali sufficienti ad investire nella trasformazione dei prodotti agricoli e nella industria in generale. Ma come? non avevamo detto, riecheggiando il Nitti, che il regno borbonico prima dell’Unità era lo Stato più ricco d’Italia? Zitara ci spiega cosa successe appena dopo l’Unità tanto decantata, benedetta e celebrata. Secondo i calcoli fatti dal Nitti, e pubblicati nella sua rivista Nord e Sud, nel 1861 nel Regno delle Due Sicilie circolava il doppio delle monete del resto d’Italia. Questa massa imponente di risorse finanziarie fu assorbita dal nuovo Stato attraverso la vendita dei beni demaniali ed ecclesiastici. Per fronteggiare il programma capitalistico con l’introduzione del mercato unico nazionale tutti ritennero indispensabile investire in terra. Anche i meno abbienti lo fecero e poi non ressero al gravame del nuovo fisco e furono costretti a rivendere ai notabili perdendo tutto. Ma in fondo ci rimisero tutti i meridionali, perché quella gigantesca messe di denaro liquido fu prosciugata dallo Stato e destinata a sostenere la nascente industria del Nord e a creare le infrastrutture ad esse necessarie. Il Sud fu in questo trascurato e, anzi, gli stabilimenti già finanziati con successo dai Borbone: Pietrarsa, Mongiana, i cantieri navali, l’industria ferroviaria, ecc. furono gradualmente dismessi. Tale operazione si può definire, con Nicola Zitara, “saccheggio del risparmio meridionale”. Il maggiore dislivello, chiamiamolo pure ingiusta ripartizione, si ebbe nei primi decenni dell’Unità perché lo Stato si fece imprenditore per costruire strade, ponti, ferrovie, per bonificare e rendere produttivi terreni paludosi e incolti. L’Italia, soprattutto quella del centro-nord divenne un immenso cantiere. Sempre il Nitti, statistiche ufficiali in mano, ha dimostrato che anche dopo continuò questo andazzo. Esempio clamoroso di discriminazione - su cui, una volta tanto, tutti gli storici concordano – furono i diversi finanziamenti della legge Coppino del 1886 per l’istruzione elementare obbligatoria. Essa prevedeva di destinare ben due terzi dei versamenti ai comuni con pochi abitanti, perché ritenuti più poveri. Il che significò riversare per anni un fiume di denaro ai comuni del Nord, perché da noi i comuni più poveri erano anche più popolosi.

Conseguenza: il Mezzogiorno entrò nel mercato capitalistico senza mezzi finanziari per competere e senza mallevadori. Quindi la spinta verso la rivoluzione totale e armonica si spense e si avviò la stagione del sottosviluppo innescata dallo scambio diseguale tra Nord e Sud. Fu così che dall’arretratezza si piombò in un ventennio nella dipendenza connotata come colonialismo.

La storia indica un altro fattore decisivo all’introduzione del sottosviluppo.

Nonostante tutto, il clima e il basso costo della mano d’opera favorirono le colture intensive, ambite dai paesi europei. I maggiori importatori dei nostri prodotti in olio, vino e agrumi erano soprattutto i francesi. Ma negli anni fine Ottanta dell’Ottocento i tosco-padani, mai contrastati efficacemente dai meridionali, pensarono che fosse giunto il momento di passare dal liberismo spinto (unificazione del mercato interno e massima apertura a quelli esteri) al protezionismo, innalzando le tariffe doganali in modo da proteggere i prodotti nazionali, ovvero quelli delle industrie del nascente triangolo industriale del Nord, ovviamente. Il nostro partner principale, la Francia, non ci trovò il proprio tornaconto e nel 1888 ebbe inizio la cosiddetta guerra commerciale che penalizzò i prodotti agricoli del Sud. Infatti, per ritorsione, il governo francese impose a sua volta dazi più alti ai prodotti italiani. Da notare che tale politica fu approvata prima sotto la presidenza di Agostino Depretis, lombardo, e poi portata a compimento da Francesco Crispi, siciliano. Nord e Sud alleati contro il Mezzogiorno, potrebbero osservare i partigiani meridionali.

Le strutture del sottosviluppo

Passiamo alla seconda parte del libro.

Zitara si è posto altri due quesiti, che fanno giustizia della retorica di regime. L’Italia, osserva, è uno dei Paesi più sviluppati del mondo. La definizione, per chi non ci conosce, suona ben diversamente dalla realtà. E, infatti, l’idea di Paese è l’idea di un’unità economica e non solo politica. L’Italia – domanda retorica -, in base a questo presupposto, è un Paese unico o è composto di due realtà economiche differenziate? Secondo interrogativo: a prevalere in questo Paese sono le condizioni sovrastrutturali (culturali, giuridiche, amministrative) o prevalgono quelle strutturali (economiche e storiche)? Qui introduce un’ultima domanda retorica, la cui risposta include un bel sillogismo: storicamente, prima dell’Unità, questo nostro Paese era un solo Paese, come sostengono i romantici risorgimentali o questa idea era solo un sentimento che coinvolgeva i pochi ceti intellettuali e lasciava indifferenti le masse subalterne e il ceto proprietario? Se così è stato, allora si spiega tutto: il collante dell’Italia dopo l’Unità non sono stati i vincoli culturali, ma gli interessi commerciali e produttivi della nascente borghesia. Si ebbe allora “ più che una convergenza di valenze autonome … la transustanziazione degli interessi borghesi in ideali liberali e unitari.”.

Raffronta poi la posizione mondiale dell’Italia in relazione al reddito. Nel 1970, fonte Istat, l’Italia è al 19° posto nel mondo, il Mezzogiorno al 25°, il Nord-Ovest al 15°, il Nord-Est al 20°, il Centro al 21°. Così è dimostrato che soprattutto tra Nord e Sud c’è un’evidente disomogeneità. Il Paese è diviso, spaccato, separato di fatto.

Il Mezzogiorno è dunque un’altra Italia, come scrive nelle conclusioni e lo dimostra con un’accurata analisi delle strutture che influiscono negativamente sulla nostra vita di meridionali. Riferendosi agli anni dal 1965 in poi annota le differenze strutturali.

Settore primario: in Calabria il 40% degli addetti, in Lombardia appena il 7%. Eppure in quest’ultima regione gli occupati in agricoltura producono sette volte di più dei calabresi. Ciò è possibile perché hanno a disposizione una macchina ogni due agricoltori, i calabresi una macchina ogni 16 agricoltori. La produttività della terra è infatti direttamente proporzionale ai capitali investiti. Prima dell’Unità la pianura lombarda era in gran parte improduttiva perché paludosa e inospitale. Sono stati gli investimenti massicci a trasformarla. Si pensi a cos’era la bassa padana emiliana: da uno studio di Giorgio Candeloro si sa che era ancora più arretrata della Lombardia e del Piemonte. Ma dal 1872 furono impiegate ingenti risorse finanziarie per imbrigliare le acque del ferrarese e seguì il miracolo. Altro fattore di diversità è la mancanza d’integrazione dei prodotti agricoli specializzati con l’industria. Il valore di un prodotto, ci spiega Zitara, dipende dalla potenza del produttore. Viene esaltato quello in regime di monopolio, depresso se il suo produttore non è un capitalista più forte, ma soggetto ad altri. Ricorda a tal proposito la vicenda del caucciù, il cui monopolio era detenuto dal Brasile. Bastò agli inglesi trapiantare nel sud-est asiatico la pianta originaria per rompere il monopolio e moltiplicare il numero dei fornitori. Sono le varie compagnie che fanno il prezzo imponendolo al mondo. Questo discorso pare descriva bene la logica della globalizzazione nei giorni nostri.

Un’agricoltura che non sia accompagnata da uno sviluppo industriale, a partire dalla trasformazione in loco dei prodotti indigeni, non si integra nell’economia generale: è agricoltura coloniale, destinata a nutrire un capitalismo estraneo al territorio, perpetuando la dipendenza. Il Mezzogiorno, infatti, è tributario del Nord per i consumi essenziali, afferma Zitara. Sicché la ricchezza prodotta in loco è alienata e non produce la spinta necessaria a innescare il circuito virtuoso dell’autonomia economica e della concorrenza. L’Italia unita, dice Zitara, ha imposto una divisione del lavoro di tipo coloniale: ai settentrionali il lavoro pieno e in settori diversificati e tra loro armonici, a noi il lavoro precario, senza prospettive di sviluppo, semmai solo di crescita.

Il territorio del Settentrione, osserva Zitara sulla scorta di un ampio studio di alcuni ricercatori del CNR pugliese, è oramai congestionato da un eccesso di forze produttive. Gli imprenditori settentrionali vorrebbero espandersi a Sud. Ciò significa sviluppo importato in funzione degli interessi del capitalismo nordico. Oggi, se fosse qui tra noi, molto probabilmente Zitara accanto alla terminologia di sviluppo importato ci proporrebbe quella di “crescita”, che meglio descrive il risultato di questo processo visto da chi lo subisce e non da chi lo determina. Ciò che per i settentrionali sarebbe sviluppo per i meridionali sarebbe soltanto crescita, che andrebbe a rafforzare il sottosviluppo e la dipendenza coloniale.

Penso di fare omaggio alla memoria del nostro Autore leggendovi una piccola parte di un suo lungo scritto di quattro anni fa.

Mi soffermo su una cosa che i quotidiani di Roma e di Milano, e le facoltà di economia definiscono “crescita”, ma che nel caso del Meridione e specialmente della Calabria è più pertinente chiamare “sviluppo” (in opposizione a sottosviluppo).

Mi spiego. Quando ero giovane, le barche da pesca (i consi), che uscivano al largo a metà della notte e tornavano a riva la mattina presto, in modo da offrire merluzzi e scorfani appena pescati, venivano fabbricate in un luogo che, invece di chiamarsi Marina di Gioiosa, si chiamava Gioiosa Marina. La forza motrice era fornita dalle braccia umane, cosicché tutta l’importazione (il debito del paese verso altri luoghi) si riduceva alle vele, al filo e al cordame, che arrivavano da Nola e da Cava dei Tirreni.

Il nostro mare era avaro, i pescatori sopravvivevano. In appresso arrivarono le paranze munite di un motore, capaci di navigare ben oltre l’orizzonte e di muoversi senza la fatica del rematore. Il loro arrivo divise la classe marinara in due corpi, una parte progredì e una parte (anzi la maggior parte) cambiò mestiere e raggiunse Torino e Milano, dove la terraferma era prodiga di un sicuro salario. Il debito estero (o se vi piace di più, forestiero) del paesino aumentò prodigiosamente, infatti i motori costavano l’equivalente di miglia e migliaia di giornate di lavoro del vecchio pescatore.

Questo cambiamento ha dato luogo a “crescita”, non a “sviluppo”. Sviluppo ci sarebbe stato se in paese fosse sorta una fabbrica capace di assorbire le giornate perdute come lavoro in mare. A svilupparsi è stato il luogo dove si fabbricavano i motori. Ma direte voi, non si può impiantare una fabbrica a campanile. Sbagliato. Ci sono luoghi del Veneto e dell’Emilia dove le fabbriche sono cinque o dieci per campanile.

L’unico vero rimedio all’assurdo sbilanciamento del lavoro nazionale sta nel romperla con le filastrocche per infanti scemi, tipo Tricolore, Garibaldi e “qui si lavora e si produce”. Il Sud continentale è due volte la Svizzera, con la Sicilia triplica. Ci sono tutti i fattori necessari perché esca dalla dipendenza, ma alla nostra stessa classe politica ciò non conviene. Se la gente non avesse bisogno della raccomandazione per trovare lavoro, i disonesti e gli inetti sarebbero tagliati fuori dal giro elettorale.

L’articolo estende le osservazioni ad un elemento fondamentale non presente nell’opera in esame. Parlo del ruolo della finanza e delle banche ieri e oggi, sul quale in questi ultimi anni si erano appuntati i suoi maggiori strali in seguito alle annose ricerche storiche da lui condotte con il solito scrupolo e con cui ha composto la sua ultima grande fatica: L’invenzione del Mezzogiorno, una storia finanziaria, uscita di recente per i tipi Jaka Book.

L’ultimo punto dolente contenuto ne L’unità d’Italia:nascita di una colonia è costituito dalle classi sociali che sono state decisive per la nostra storia dall’Unità stessa in poi. La domanda introduttiva è la seguente: se il sottosviluppo del Mezzogiorno è ancorato saldamente allo sviluppo del Settentrione con le gravissime contraddizioni che ne sono scaturite, come mai un conflitto così patente, così evidente, non è mai esploso? Cosa hanno fatto in 150 anni i nostri rappresentanti per invertire la rotta? La risposta è nella composizione delle classi sociali e nel potere assunto da esse nel corso della storia. I meridionali più ricchi, ovvero i latifondisti, investirono i loro capitali, come fecero molti altri proprietari terrieri, per innovare le culture. Ma quando il Nord impose il protezionismo, il sistema entrò in crisi perché, dice Zitara, proprio essi che avrebbero potuto, non capirono che era altrettanto importante investire nell’industria. Erano culturalmente arretrati. Con la crisi seguita alla guerra doganale con la Francia le loro rendite si assottigliarono al punto da potersi considerare parassitarie. Con il boom economico seguito alla fine della Seconda Guerra Mondiale finirono col perdere anche la potenza politica. Dal canto loro i ceti medi, economicamente improduttivi, vanno visti come un cavallo di Troia, perché hanno stretto un’alleanza permanente, tuttora in azione, tra Nord e Sud della penisola. Ad essi, afferma Zitara, lo Stato ha offerto il privilegio di essere l’unica categoria che possa vantare una condizione stabile nel quadro della miseria meridionale. E si battono per conservare tale favore (oggi, si può dire, lo rafforzano come manutengoli delle mafie). Essi, aggiunge, sono dunque “il vero pilastro della dominazione italiana nel Mezzogiorno”, essi gestiscono cultura e politica e quindi orientano l’opinione pubblica. Ecco perché Zitara arriva a definire la lotta politica nel Mezzogiorno “una farsa che viene rappresentata per intero dai ceti medi e si esaurisce nel loro stesso ambito. Socialismo, comunismo, democrazia cristiana sono delle etichette che professori, avvocati, medici pigliano a prestito per contendersi posizioni di potere personale dopo essersi alleati con le agenzie politiche nazionali.”.

Concludo. Così ha scritto. Ed ecco perché, lo sottolineiamo ancora, raggiunta tale consapevolezza, Nicola Zitara volle aprire quel fronte di lotta e di propaganda necessario a farci capire chi siamo e da dove veniamo. Anch’egli, come Loretta Napoleoni, vedeva in ogni transizione storica le forme dell’economia canaglia, brigantesca, quella che egli chiamò con parola di origine napoletana “intrallazzo” e che ha descritto nel suo romanzo autobiografico “Memorie di quand’ero italiano”. Oggi siamo tutti convinti che quella di Garibaldi Cavour e complici sia stata un’azione brigantesca ispirata dall’interesse economico mascherato da ideale di libertà. E la falsa libertà, come in ogni transizione epocale, crea deregulation, nuove regole del gioco, basate su un mazzo di carte truccate, e disorientamento. Se n’erano accorti i nostri contadini che a suo tempo imbracciarono il fucile nel tentativo di portare indietro l’orologio della storia. Troppo tardi.

Tutto ciò che ha subito il Regno delle Due Sicilie all’indomani dell’Unità è dunque molto simile alle vicende dell’economia canaglia esplosa nell’Europa dell’Est con la caduta del muro di Berlino e con la perestrojka di Gorbačëv. L’avvento della falsa libertà e l’ampliamento improvviso del mercato delle braccia ha ridotto a sottoproletariato le tante Natasha a cui prima veniva garantito un minimo per sopravvivere e le ha trasformate in schiave del sesso a disposizione dell’Europa intera e di Israele. Il crollo del costo della manodopera ha indotto mercanti e industriali a delocalizzare o a ricattare la classe operaia, che oggi o si vede tolti certi privilegi (vedi Fiat e Marchionne) o addirittura si vede sottratto il lavoro senza possibilità di trovarne altrove. La libertà russa ha portato una privatizzazione selvaggia e quindi senza salvaguardia del bene comune e l’ascesa rapidissima al potere di un’oligarchia senza scrupoli, mafiosa, capace di condizionare ogni governo, da Boris Eltsin a Vladimir Putin.

La transizione e l’economia canaglia hanno insomma spezzato le catene della politica ieri come oggi. Ma cinquant’anni fa una parte del nostro piccolo mondo è stata pronta a trarne vantaggio, mentre noi dopo 150 anni siamo ancora qui a leccarci le ferite e a vivere in un cono d’ombra. Qui gli unici che sanno interpretare a meraviglia la deregulation e a sfruttare il capitale umano a proprio vantaggio sono le varie mafie, capaci di rimescolare e distribuire carte del gioco sempre nuove.

Ebbene, Nicola Zitara era perfettamente consapevole di tutto ciò e ce ne ha offerto una lettura impietosa. Da ultimo era talmente sconsolato che si rifugiava volentieri nella filosofia fino ad intravedere la nostra via del riscatto nel superamento dell’alienazione economica marxiana. Nel suo scritto Tutta l’égalité afferma, infatti: “Noi pensiamo che l’assunto [di Marx: nessun proprietario privato] vada capovolto: ciascuno sia proprietario del proprio prodotto, nessuno sia il proprietario del prodotto altrui.” Conseguenza: abolizione del diritto di estrarre plusvalore dal lavoro altrui. Un sogno? Sì, di economia radicale, rivoluzionaria, rifondatrice, che solo una larga e salda volontà potrebbe attuare. Ne sortirebbe, infatti, un contratto di società la cui base giuridica non è più il capitale ma il lavoro sotto forma di cooperazione o autogestione. È quanto sta accadendo a macchia di leopardo in India, nelle zone in cui la realtà economica è talmente precaria che qualche anima pia si è inventata la banca solidale e lo scambio tra uguali. Ma come fare i conti con gli eserciti armati del globalismo e delle multinazionali, siano esse del commercio, del terrore e della mafia mondiale?

La grandezza di Zitara, quindi, è ben oltre questo primo saggio, pur così intenso. A questa analisi mi aspetto, pertanto, che ne seguano altre, ma non solo quella già prevista a proposito della sua ultima opera sul sistema finanziario nei primi decenni dell’Unità. Mi auguro che vi sia nel Mezzogiorno qualcuno che abbia la forza di raccogliere con attenta disamina le altre meditazioni, sparse come perle nella sterminata produzione di articoli, sulla globalizzazione e sulla postmodernità in economia e politica, che Nicola Zitara ci ha lasciato e che spiegano molto bene l’attuale sfascio occupazionale e il disorientamento più generale.

Zitara, insomma, ci ha lasciato una ricca e pesante eredità. Sta a noi cominciare a valutarne spessore, profilo e concreto utilizzo per non disperderla in vuote celebrazioni da salotto.

Locri, 26.03 2011

Carlo Beneduci

Il bilancio di 150 anni - come il Meridione divenne una colonia









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