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SICILIANISMO E COMITATO PRO-SICILIA

di Zenone di Elea


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Luglio 2016

La rivolta del «sette e mezzo» del 1866

Oggi vanno di moda le recriminazioni antisabaude e anche noi non ci tiriamo mai indietro quando ce n’è da fare qualcuna, ma in tutta onestà bisogna riconoscere che la Sicilia consumò la sua illusione autonomista abbracciando in funzione antinapoletana e senza condizioni la dinastia piemontese. Che non solo non gliela concesse mai, al contrario, adoperò il pugno di ferro per domare ogni tentativo di alzare la testa, a partire dalla rivolta contro i «cutrara» di Castellammare nel 1862 a quella di Palermo nel settembre 1866, la cosiddetta rivolta del «sette e mezzo» (1).

La rivolta del 1866 non fu opera di bande di delinquenti manovrate da settori clerico-borbonici della città come cercò di far credere lo stesso Cadorna. Non fu manco la tipica rivolta da “plebaglia preindustriale” secondo la definizione di qualche storico progressista. Fra gli imputati nei processi si trovano osti, commercianti, carrettieri, facchini, garzoni, fruttivendoli, panettieri, macellai e barbieri. E, d’altro canto, non fu affatto un trionfo del popolo siciliano come affermano altri.

A nostro avviso il 1866 palermitano tracciò una netta linea di demarcazione che segnò il traghettamento definitivo dell’isola nel nuovo stato, in altre parole il potere sabaudo mise le classi dirigenti siciliane di fronte al dilemma “o con noi a qualsiasi prezzo o il caos”.

Una decisione imposta con lo stato d’assedio, un bombardamento e un numero di morti mai definito (2). Altra vergogna di uno stato che non sa o non vuole guardarsi allo specchio e fare i conti con la propria storia (3).

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Studi recenti, secondo Lucy Riall, sono in contrasto con precedenti interpretazioni che accentuavano il fattore economico e di classe come spiegazione per il fallimento della destra in Sicilia”, i problemi da affrontare per il governo erano soprattutto di natura politica.

Noi, per esemplificare, possiamo dire che la destra storica fu “disturbata” nella sua azione di governo da una forte opposizione democratica e garibaldina (una tesi simile la enunciò anche Zitara durante una delle tante chiacchierate notturne, quando andai a trovarlo nel 2005) e dal brigantaggio politico.

In altre parole, vi fu sempre una scollatura fra centro e periferia. La destra storica – al di là delle mitologie patriottarde da nation building – non riusci a condividere mai del tutto il governo del territorio con le elites locali meridionali.

Fondamentalmente per i seguenti motivi:


L’articolo di Alfredo Oriani dell’8 gennaio 1900

Come abbiamo ribadito in più d’una occasione la lega non ha inventato nulla, ha solo tolto il velo di ipocrisia che ricopriva ciò che una parte consistente dell’opinione pubblica e della classe dirigente del nord ha sempre pensato. Ritenere che i problemi nostri siano colpa di Bossi e Salvini significa essere ignoranti o in malafede.

Nella Prefazione di Giovanni Faldella al Carteggio inedito “Massimo D'azeglio e Diomede Pantaleoni” pubblicato nel 1888, leggiamo: “Del resto la più parte degli esagerati giudizii di Massimo d'Azeglio contra Mazzini, Garibaldi e i napoletani, erano già stati replicatamente pubblicati negli altri epistolarii azegliani e negli stessi Ricordi; quindi il volerli sopprimere in questo volume sarebbe un custodire il segreto di Pulcinella”.

Dopo 155 anni dobbiamo sopportare ancora le melensaggini da sussidiario delle vecchie elementari da parte di fior di cattedratici e giornalisti che proseguono, nei propri scritti, la narrazione iniziata col Gladstone e proseguita con le affermazioni alla Farini (5) e alla D'Azeglio (6). Una narrazione che, ad onor del vero, ebbe qualche eccezione, come il Ferrari, che denunciò le storture e i crimini della unificazione sabauda.

Questo di Oriani, che sottoponiamo alla lettura di amici e naviganti, fu un intervento (7) al vetriolo che fece scalpore. Per la violenza verbale e il tono sprezzante di cui era intriso. Per dovere di cronaca dobbiamo riconoscere che esso era diretto ad un certo modo di far politica che anche tanti meridionali hanno vanamente denunciato, rimettendoci spesso la vita, fin dai primi tempi della unificazione del paese.

Oriani scrive durante la presidenza Pelloux, succeduto a quell’Antonio Starabba, marchese di Rudinì, siciliano, che insieme ad un altro siciliano, il garibaldino Crispi, avevano detenuto il potere centrale (salvo una parentesi giolittiana) per circa un decennio, dal luglio 1887 al giugno 1898.

Sotto la presidenza Giolitti era avvenuto il delitto Notarbartolo. Del processo a Milano contro Palizzolo, accusato di aver fatto assassinare Notarbartolo, si occupa l’articolo di Oriani. Un articolo che nella sostanza, sotto la superficie del moralismo dell’estensore, nasconde lo scontro per il potere che ha attraversato la penisola italica fin dal 17 marzo 1861. Uno scontro per il predominio nella nuova compagine statuale che vide soccombere le classi dirigenti meridionali di fronte allo strapotere militare dell’apparato sabaudo, che – anche per una sorta di contiguità territoriale prima che politica – portò alla “naturale” alleanza delle borghesie degli ex-stati del nord (piemontese-lombarda-emiliana-toscana).

L’alibi della guerra alla brigantaggio servi alle classi dirigenti tosco-padane per spadroneggiare in tutti i gangli dell’amministrazione statale e costringere quelle napolitane a digerire l’indigeribile.

Prescindere da questi elementi fa diventare tutto poco comprensibile e riduce una storia complessa a semplificazioni del tipo buoni-cattivi o sconfitti-vinti.

A questo proposito è illuminante la lettura del documento che Liborio Romano, massone liberale e principale artefice del crollo del Regno, inviò a Cavour, per illustrare le condizioni delle Provincie Napolitane (8), reso pubblico dal fratello Giuseppe nel 1873.



Comitato pro-Sicilia del 3 agosto 1902

Il processo per il delitto Notarbartolo (9) contrappone ancora una volta Nord e Sud e porta alla nascita del comitato pro-Sicilia. Una reazione alla perdita di ruolo dell’isola nella gestione del potere centrale e alla grave situazione che si era verificata in quegli anni, passata alla storia come “carnevale bancario” (10), che portò al crollo quasi totale del sistema bancario italiano.

Proprio negli ambienti bancari siciliani si era consumato il delitto Notarbartolo. Nel 1899 la Camera (11) dei deputati autorizzò il processo, contro Raffaele Palizzolo [capo della cosca di Villabate], come mandante dell'assassinio. Il figlio della vittima, Leopoldo, riuscì a mobilitare l’opinione pubblica, coadiuvato dai deputati Colajanni e De Felice Giuffrida, e ad ottenere il rinvio del processo a Milano per legittima suspicione, dove però furono condannati solo gli autori materiali del delitto ed emersero gravi connivenze con i mafiosi da parte di magistrati e forze dell’ordine.

Il processo vero, contro il deputato Palizzolo, si celebrò a Bologna. Il 30 luglio 1902 la Corte d’Assise emise la sentenza sull'omicidio di Emanuele Notarbartolo, riconoscendo quale mandante del delitto e condannando a 30 anni di reclusione Raffaele Palizzolo, deputato della Destra storica.

Il caso colpì profondamente l'opinione pubblica nazionale – e siciliana in particolare –, per la prima volta si parlava apertamente di delitto di mafia. L’isola intera fu percorsa da una ondata di furore, nacque il comitato pro-Sicilia (12) e Giuseppe Pitrè ne scrisse il manifesto fondativo (13).

Vi aderirono personaggi illustri come gli scrittori Luigi Capuana e Federigo De Roberto. Il comitato si batteva contro la equiparazione siciliani=mafiosi, ma finì per difendere proprio gli interessi mafiosi.

Ancora una volta, la ideologia campanilistica del sicilianismo (14) divenne l’arma spuntata che l’isola frappose fra sé il potere centrale. Un’arma tirata fuori dal cilindro magico, come un coniglio, solamente per strappare concessioni a favore di quella classe dirigente che aveva legato l’isola al carro dei Savoia e che non avrebbe mai avuto il coraggio di operare una scelta veramente autonomista.

Il blocco di potere che si era coagulato dietro al comitato ottenne una unica vittoria: la modifica della sentenza di Bologna da condanna in assoluzione. Fu noleggiata finanche una nave per festeggiare il rientro a Palermo di Palizzolo, manco fosse una madonna!

Dopo questo successo i comitati si dissolsero, come una meteora, cosi come erano sorti, ed alla fine prevalse proprio quella “persistenza di tanti funesti errori intorno alle cose siciliane” che Capuana avrebbe voluto combattere.

Come era accaduto nel 1866, con la rivolta di Palermo. Come sarebbe accaduto nel secondo dopoguerra quando le classi dirigenti isolane usarono il re di Montelepre esclusivamente per ricattare lo stato italiano, ottenendo un riconoscimento giuridico di quasi stato che, però, al popolo siciliano non ha portato vantaggio alcuno, visto che centinaia di migliaia di siciliani se ne son dovuti andare a cercare fortuna per il mondo.

Cosi come era accaduto dopo il fuoco di paglia scatenato dal comitato pro-Sicilia del 1902, che vide l’apertura di ben sessanta sezioni in giro per l’isola in pochi giorni, ma furono in pochi a beneficiarne.

Dopo il ritorno trionfale di Palizzolo – nel giro di appena un decennio – ben 800 mila siciliani lasciarono la loro terra verso le Americhe. Altri 300 mila verso altre destinazioni.

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1 “I moti erano iniziati allorquando bande armate, organizzatesi nella campagna circostante, avevano fatto irruzione nella città, sguarnita in seguito alla partenza delle truppe per la guerra nel Veneto. A seguito di questa irruzione si scatenò la rivolta popolare. Furono alzate barricate, le comunicazioni telegrafiche con il resto della penisola vennero interrotte, uffici governativi furono invasi e occupati e perfino funzionari di polizia e carabinieri abbandonarono precipitosamente i loro posti di lavoro. Queste scene si ripeterono in ogni città e in ogni paese della provincia di Palermo; ci furono alcuni casi in cui addirittura funzionari pubblici si misero alla testa della rivolta o parteciparono in prima persona a feroci assalti contro i rappresentanti del governo.” (Cfr. Legge marziale a Palermo: protesta popolare e rivolta nel 1866 di Lucy Riall)

2 Si parla di oltre 7000 morti. Fu inviata a Palermo un’armata di 40.000 soldati, le migliori forze dell’Esercito italiano, con una fortissima dotazione di artiglieria. Il comando fu affidato al Generale Raffaele Cadorna. Anche il Governo Britannico inviò una flotta di navi da guerra, con a bordo truppe da sbarco, nella rada del porto di Palermo, per intervenire in aiuto del Regno d’Italia, nel caso in cui i ribelli siciliani avessero avuto la meglio. Gli inglesi avevano grandi interessi in Sicilia e interessi geopolitici nel Mediterraneo: non a caso avevano protetto l'impresa dei Mille.

3 Scrive Lucy Riall: “Lo studio si è basato su materiale proveniente dagli archivi del ministero di Grazia e Giustizia e da quelli dei tribunali militari del 1866 ( )una documentazione trascurata al punto da far supporre che l’esistenza stessa della documentazione dei tribunali militari nel 1866 sia stata ignorata.” (Cfr. op. cit.)

4 Prova ne sia la stessa gestione della rivolta palermitana del 1866, piena di contrasti fra potere militare (Cadorna) e potere politico (Ricasoli). Prima fu decretato lo stato d’assedio, poi nei processi vennero accolte le dichiarazioni meno plausibili, forse per evitare troppe condanne.

5 In una lettera inviata a Cavour il 27 ottobre del 1860, luogotenente di Napoli Farini così si esprimeva: “Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile”.

6 D’Azeglio in una lettera a Pantaleoni, datata Torino, 17 ottobre 1860, scriveva: «Ma in tutti i modi la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!» (Cfr. Massimo D'azeglio e Diomede Pantaleoni - Carteggio inedito con Prefazione di Gioyannj Faldella, 1888 - pag. 430)

7 Le voci della fogna, Alfredo Oriani, Il Giorno, 8/01/1900 (http://www.eleaml.org/).

8 Cfr. “Lettera al signor conte di Cavour sulle condizioni delle provincie napoletane” in “MEMORIE POLITICHE di Liborio Romano, Napoli, 1873” http://www.eleaml.org/

9 “La famiglia era di fede borbonica. Leopoldo prestò servizio nell’amministrazione del Regno delle Due Sicilie, prima a Chieti come intendente dell’Abruzzo Citra, poi a Napoli come consigliere della Gran Corte dei conti. Il nonno, Francesco Paolo principe di Sciara, nel 1861 seguì Francesco II in esilio e non si riconciliò mai con la nuova Italia.” Cfr. Dizionario Biografico Treccani, Salvatore Lupo

10 Cfr. L’organizzazione del credito nelle campagne meridionali e la banca-mutua popolare di Matera, di Michele Valente.

11 “Nel pomeriggio dell‟8 dicembre le comunicazioni telegrafiche tra la Sicilia e il continente vennero interrotte per parecchie ore per volontà del Presidente del Consiglio Pelloux, perché proprio quel giorno la Camera dei Deputati stava decidendo se dare o meno l‟autorizzazione a procedere contro il deputato Raffaele Palizzolo e non si voleva che questi potesse ricevere notizia della sua eventuale condanna tanto presto – grazie alle comunicazioni telegrafiche dei suoi uomini – da poter organizzare una fuga.” (Cfr. «è dunque vano il tuo nome, patria?» di Salvina Rosaria Agrippina Monaco, tesi di dottorato di ricerca, 2011, pag. 181)

12 Il comitato Pro-Sicilia, nato il 3 agosto 1902 in casa di un piccolo proprietario mafioso, Giacinto Cricchio, dove si erano incontrate una trentina di persone – tra le quali Giuseppe Pitrè – per raccogliere fondi con cui perorare l’annullamento della sentenza di condanna di Palizzolo in Cassazione, si moltiplicò rapidamente in tutta la Sicilia. Come sede venne scelto il palazzo Ugo delle Favare, su piazza Bologna, a Palermo (Cfr. “Vassalli e la Sicilia 'così diedi fastidio’” di Salvatore Ferlita, http://www.repubblica.it/ 24 maggio 2008).

13 “L’incarico di stendere il manifesto programmatico di tale Comitato venne affidato proprio a Pitrè, che lo scrisse prontamente: il 7 agosto usciva sul «Giornale di Sicilia» l’articolo Per la Sicilia, con cui venivano chiamati a raccolta quanti ritenessero imprescindibile la difesa dell’onore offeso della Sicilia. Il giorno dopo il Comitato pro Palizzolo diventava il Comitato pro Sicilia, cui aderirono personalità di ogni ordine e grado, crescendo, in pochi mesi, così tanto e così rapidamente da far contare fino a sessanta sue sezioni nei più importanti centri urbani dell’isola.” (Cfr. Da Pitrè a Capuana: per una lettura sicilianista della mafia di Salvina Monaco, in MAESTRI CERCANDO Per i quarant’anni d’insegnamento di Antonio Di Grado, Gruppo Editoriale Bonanno, 2015)

14 "Il tema di fondo dell'ideologia sicilianista è indubbiamente il tentativo di proiettare all'esterno dell'isola la responsabilità di sfruttamento e miseria, fissando da una parte il blocco degli stranieri oppressori, dall'altro quello dei siciliani poveri solo perché oppressi: in essi ogni contorno di classe, ogni responsabilità di ceti dirigenti si sfuma fino ad annullarsi" (S. Lupo, 1977, p. 154).
























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