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Se cercate Bauco in Google maps non troverete nulla. Nel 1907 decisero di cambiarle nome, forse per cancellare per sempre ciò che nel racconto storico che presentiamo agli amici e ai naviganti viene definito "Termopili dell'onore napoletano" (1).

Una battaglia combattuta in quella terra di nessuno che divennero le zone a ridosso del confine tra lo Stato pontificio e il Regno delle Due Sicilie, tra Fondi e Sora per intenderci (2).

Questo fu la battaglia di Bauco.

Dove alcune centinaia (3) di combattenti delle Due Sicilie tennero testa a circa quattromila piemontesi comandati da Maurizio de Sonnaz, feroce ufficiale piemontese, divenuto tristemente famoso col nome di Requiescat, che fu costretto a trattare.

Per dimenticare e far dimenticare, una teoria nostra non suffragata da documenti in quanto i petenti nella richiesta non accennarono alla battaglia di Bauco, nel 1907 per il comune frusinate fu ripescato il vecchio nome romano di Boville Ernica.

Nel racconto "LA POVERELLA DI CASAMARI" pubblicato a puntate su la Civiltà Cattolica tra la fine del 1863 e il 1864 si parla non solo della battaglia di Bauco. Il racconto è un affresco del brigantaggio ai confini delle Due Sicilie, infatti campeggiano nella storia Chiavone e i Chiavoniani e De Christen.

L'autore del racconto è Raffaele Ballerini, nato a Medicina (Bologna) il 17 maggio 1830. Scrisse su la Civiltà Cattolica per oltre quarant'anni. Di lui trovate diverse notizie sul dizionario biografico Treccani. Ma non cercate notizie sul racconto che pubblichiamo, non ne troverete (4). Nella biografia si dilungano sulle peripezie dell'autore in merito alla pubblicazione del "Giulio ossia un cacciatore delle Alpi nel 1859" (che prima o poi pubblicheremo), per il quale fu messo sotto inchiesta, quindi condannato per poi essere assolto con formula piena.

Degli attacchi che ebbe per "LA POVERELLA DI CASAMARI", nel quale avrebbe fatto apologia del brigantaggio, ci informa lo stesso autore, in una nota (5), che vi consigliano di leggere, a pagina 146, Civiltà Cattolica, volume IX, 1864.

Chiediamo scusa per i numerosi errori che son rimasti nel testo, errori dovuti sia al linguaggio ottocentesco sia alla scarsa qualità degli originali non sempre ben riconosciuti dal software OCR. Abbiamo apportato alcune correzioni, ma resta ancora molto da fare e noi non disponiamo di una redazione per fare tale lavoro.

Buona lettura e tornate a trovarci.

Zenone di Elea – 12 Agosto 2015

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(1)  Cfr. Civiltà cattolica, vol. 10, 1864, pag. 422.

(2) Una terra di nessuno che la propaganda liberale – a partire da Jorioz e da Massari – hanno consegnato alla storia come la terra del manutengolismo clericale. Negli ultimi anni diversi studiosi hanno molto ridimensionato questa impostazione, sottolineando il fatto che le abbazie come quella di Casamari diedero ristoro a tutti (briganti, francesi, piemontesi), senza privilegiare i briganti, non fosse altro perché temevano le feroci rappresaglie piemontesi.

(3) Meno di cinquecento, più di mille secondo i Piemontesi, le cui truppe regolari sconfinarono in uno stato sovrano senza aver mai dichiarato guerra formalmente, devastando durante il loro passaggio anche l'abbazia di Casamari.

(4) Il racconto fu pubblicato in francese, La Pauvresse de Casamari, par le P. Raphaël Ballerini, P. M. Laroche, 1865 - 420 pagine.

(5) Dove, fra l'altro, Ballerini scrive: "Si tratta qui di partigiani, che suscitano una guerra nazionale, contro un invasione esterna, mentre il loro amato Sovrano legittimo regna e combatte (si badi che allora pendeva l'assedio di Gaeta) per la propria corona."

LA POVERELLA DI CASAMARI

RACCONTO STORICO DEL 1860 E 1861

Civiltà Cattolica 1863-1864

(1)

01 - LA POVERELLA DI CASAMARI RACCONTO STORICO DEL 1860 E 1861

02 - LA POVERELLA DI CASAMARI RACCONTO STORICO DEL 1860 E 1861

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Egli è poc’oltre a un anno, la sera d’una di quelle gaie giornate del mese di Ottobre, che, dopo un fortissimo tempo di venti «di piogge, sotto il bel cielo di Roma vincono in serenità di luce e in mitezza d’aere i più splendidi e lieti giorni del Maggio di altrove, due amici erano a piacevol diporto in un giardinetto, il quale è situato al canto di un rione fra i più romiti della città. Già un buon tratto, favellando domesticamente, si erano eglino spaziali per que’ suoi viali di ghiaiuzza corsi da odorifere sieperelle di timo; e assai dilettatisi nella vista della copia e varietà di ogni generazione cedri, limoni e melangolè che o in dipinti cassonetti o in folte spalliere ne adornano le chiostre, e degli arbusti di arancini chinesi, i quali 'avviticchiali da gentili ipomee d’azzurro cangiante, levansi in grembo alle aiette seminate di verbene e d’astri autunnali di cento colori. Se non che il dì volgendo al tramonto, que’ due fattisi alquanto silenziosi e rallentato il passo, come da stanchezza fossero presi, andarono per ultimo assidersi in capo a un filare di oleandri, sopra Torlo d’una fontana di bianco marmo, che v’è ombrata da un salice, il quale nella sua lazza mollemente si specchia. In quel punto dalle spaccature di certi muraglioni antichi ritti ivi a un fianco, il sole, che allora allora intornialo d’un nimbo di vermiglie nuvolette colcavasi, incomincio saettare i suoi raggi di una rossezza accesissima, i quali a traverso le ciòccherelle candide e rosee degli oleandri e i rami pioventi del salice, spandeansi in falde di porpora e d’oro per le aiuole, pe’ sentieri e per gli arboscelli pomati di quel delizioso ricetto.

Di che si origino subito un contrasto di chiari e di scuri che mai il più bizzarro. Conciòssiachè ove di rimpetto le vetrate delle stufe ribatteano a sprazzi i vampi dell’infiammalo orizzonte, e la verdura e la fiorita dell’ameno luogo tutta leggiadramente si arrubinava; a destra invece una sottil nebbia appannava già, quasi cristallo periato, i prospetti dianzi limpidissimi delle giogaie apennino e dei poggi laziali; mentre a sinistra un gruppo di lauri e di cipressi abbrunava l’aria, e allo sfondo mostrava così tra ’l vedi e non vedi i ruderi di un acquedotto, e accosto la guglia scintillante di una basilica, e più da lungi una sfumatura violacea di case e di tetti, e sopravi, in campo ialino, le cime inzaffirate, del Monte Mario. Scene e grazie ineffabili, di cui l’iride non è mai avara con l’occidente romano!

La campagna, se con qualche attentezza la riguardiate nel colmo dell’autunno e massimo al calare del sole, sempre vi apparisce piena di una non sapete ben quale mestizia, che di facile vi entra nell’anima e tutta dolcemente ve la occupa e commuove. Imperocché quello spogliarsi delle fronde che gittano via le foglie loro avvizzite, quell’intisichire delle piante, quello stignersi delle erbe, quell’appassire dei fiori che flosci e mucidi languono in su’ loro gambi, quella sterilità dei prati, quello squallore degli alberi, quella mutezza degli uccelletti i quali a pena è che, in tale stagione e in tale ora, gorgheggino un fioco lamento, e sopra tutto quel primo diffondersi della notte che discolora la terra ed intenebra il cielo; ogni cosa vi ridesta la immagine di una vita che grado per grado si spegne: e già sembravi mirare d’intorno a voi un come funebre velo, il quale distendasi a involgere tutta la natura poco fa si vegeta e rigogliosa. Or queste sembianze cotanto universali di morte vi mettono in cuore, senza che ve ne avvisiate, un certo che tra il compassionevole e lo sgomentoso, che voi non ne state bene; e definire non potreste se ciò sia per consentimento all'impressione che vi viene di fuori, o per risentimento dell’affezione che vi nasce di dentro.

Non è perciò a stupire che i due, seduti là sotto il salice, sperimentassero pur eglino un sentore di questa soave tristezza, ond’erano aleso che immalinconiti e pensosi.

Ma poi, siccome uomini ch’egli erano da non si dare in ludibrio ai capricci delta fantasia, sorriso un po’ di loro stessi, prestamente ruppero il silenzio e con un ragionare scatenato e per salti s’argomentavàno di scuotersi di dosso la noia di quell’umoretto, e riprendere il trattare di prima. Dinanzi a loro, e appunto all’imboccatura della venuta di mezzo, erano quindi e quinci due larghe aie a cerchio, folte di bei cespi di dalie con tinte vivissime, e di crisantemi raggianti delle più elette specie; e, sopra le sponde a murello, vasi déntrovi ogni maniera di balsamine, di meraviglie, di petunnie, di coriópi tutte in fiori vezzosi e di amabilissimo aspetto: se non che alquanti d’essi erano qui e colà malconci dall’impelo delle piogge, e diseccati dal villano soffio degli scilocchi. Perché. l’uno dei due amici, che era oltramontano e inchinevole anzi che no a trasportare argutamente le cose al morale, pigliatone cagione di appiccare un discorso di genio suo: Guardale; disse nella sua lingua materna, e accennando al compagno con una verghetta alcuni di que’ fiori più vizzi o marciti; guardate strazio che il temporale di stanotte ha menato di queste viterelle innocenti; di questi calici che paion fiocchi di neve; di queste foglioline di minio e latte. Quante belle cose ite male!

E tropp'altre ne andranno! rispose il secondo che era italiano, ma aveva assai focile e spedito il linguaggio del compagno; mio, siamo alla stagione della mortalità nel regno di Flora, e proprio a quel tempo crudele, descrittoci da Dante, in cui si levan le foglie

L’una appresso dell’altra, infin che ’l ramo Rende alla terra tutte le sue spoglie.

Egregiamente detto! sclamò quegli, dopo ripetuto con una cotale ammirativa lentezza l’ultimo verso; né io mi lagno punto che la natura segua ti. suo corso e che, anco nel regno di Flora, alla vita faccia succeder la morte. Pur nondimeno a contemplare lo sterminio. di queste sì candide fatture di Dio, vi confesso che io mi sento attrarre l’animo da un pensiero, il quale me lo empie di alta commiserazione.

— Sto a vedere, Eugenio, che voi date di piglio alla cetra, per intonarmi qualche nuova elegia sopra la morte dei fiori, eh?

— Non questo no, ma io intendo parlarvi, e in prosa molto pedestre, di un riscontro il quale da sé mi si forma nella mente, e che voi, col vostro acume italico, non avreste poi a trovare soverchiamente disparato. Udite me. Questi fiori non sono stati godati da persona che sia. Non hanno adornato un altare, non rallegrata una mensa, non fregiato il petto o le trecce di una semplice villanella. Nè li ha tocchi mano, né li ha gustali occhio vivente: ma ignoti sono spuntati in questo ermo paradisetto, e ignoti vi sono periti travolti da una tempesta notturna. Non è così?

— Almeno così pare; soggiunse l’altro; se però ne eccettuiate la mano o certo l’occhio del giardiniera.

— Or bene: quante umane creature, vo io considerando, nascono come questi fiori nel chiuso di una sconosciuta famiglia; vi crescono com’essi ricche d’inestimabili qualità, e com’essi vi si estinguono ignorale da chi che siasi? Anzi quante spariscono via, battute da un turbine improvviso, che erano verissimi fiori di giovanezza ridente, gemme di virtù, speranze d’interi casati, gioie uniche di genitori amorosi; e alla cui memoria, fuori del domestico tetto, nessuno offre il tributo di una lagrima o l’encomio di una lode? Eppure lo più di tali anime saranno state rapi le alla terra, perch’essa non era degna di loro! L’Italia poi, la bella e misera Italia vostra, la quale, per essere paese privilegiato nella fede e delle antiche tradizioni tenacissimo, è, a senno mio, il giardino più fertile di questa sorta di fiori, Dio sa in che gran numero giornalmente ne perde, disfatti dalla procella dell’odierna rivoluzione che per metà la insanguina, e in tutto la manomette; dei quali chi ne conta o ne conterà mai nulla? Che se passate all’altra non men tuttuosa morte che è il guasto degli spiriti, potreste voi noverarmi i fiori di squisita innocenza che vi cascano mietuti dalla malvagità regnante, e dà quali ninno deplora il cadimento, perocché niuno ne è consapevole? E se v’aggiugnete i disastri non avvertiti che sopravvengono a funestarvi tanti, i quali prima erano nel fiore della prosperità; e i travagli o lo pene che vi consumano di secreta ambascia tanti cuori di padri, di madri, di fratelli, di spose, già sì paghi e ora non consolati di compatimento, perocché oscuri e negletti; voi capirete, amico mio, che io non chimerìzzo ponto da poeta sopra dei fiori, né mi affliggo di cose che sia leggerezza il badarvi.

Mi campi il ciclo dal prendere a gioco queste considerazioni, fornitevi da un ingegno sempre fecondo d’argomenti di nobile affetto! Io sento appieno con voi, e il vostro paragone m’entra fino alle midolla; da un pezzo essendo io persuaso che nel mondo si pianga più assai di quello che si rida, avvegnaché paia il contrario, per cagione che il riso si mostra e il pianto si cela. Tuttavolta, poiché mi avete intromesso in questa materia, giudichereste voi un male cotesta oscurità, che alla notizia comune sottrae tante sciagure e tante vittime, pur meritevolissime di condoglianza o di ammirazione?

— Quistione di lana caprina.

— O bella! e perché dunque?

Perché quando ancora si volesse avere per un male, resterebbe sempre fermo, ch’egli è di quelli impossibili ad evitarsi tra gli uomini. Pochi sono i fatti e meno le persone che, per alcun raro pregio, escano dal chiaroscuro d’una modestissima nominanza. Figuratevi poi se sia possibile che n’escano pel solo titolo di recare o di patire privatamente calamità ed affanni. Ah Dio buono, e che e chi in tal caso non diverrebbe illustre?

Adagio, un momento. Che a questo male, se male pur è, non sia possibile riparare del tutto, si vede e si palpa; ma che non si dia modo di ovviare in qualche particella, io non me ne rendo capace. Imperocché pognamo che la gente dell’età nostra, ferace quant’altra mai di grandi miserie, fosse men vaga delle fàvole e più curiosa delle istorie, e andasse maggiormente dietro a ciò che è reale nella vita, che non a ciò che vi è fantastico: sembra a me che avrebbe diletto sommo e utile a risapere, per suo ammaestramento, la verità di molti successi tutto singolari e privati quanto volete, ma pratici, ma istruttivi, ma giornalieri, i quali per questo solo rimangono occulti, che niuno si cura di conoscerne. E allora cercherebbesene con istudio: e quando si cerca, che non si trova egli mai?

— Voi la discorrete a meraviglia; disse qui l’amico d’oltremonti con un risetto mezzo tra ’l sardonico e lo sdegnoso; ma senzachè l’uomo rifugge per solito dall’intertenersi delle sventure altrui, che sogliono troppo bene rammentargli le sue, vi bisogna notare che i coetanei nostri si sono presa la pessima avvezzatura di non fare la bocca dolce, per ordinario, se non a certe novità strane, disorbitanti, inaudite e fuori dei termini della volgare verosimiglianza: e di quelle si pascono, e di quelle si appassionano e vi logorano dentro alle volte gli spiriti più focosi del cuore. Voi non malagevolmente vi imbatterete in tali, che accoglieranno con viso agresto la narrazione vendica di un caso pietosissimo intervenuto sotto i vostri occhi, i quali poi impazziranno di una ciurmeria d’eroi e d’eroine, che lor si proponga a bearsene dalla penna giochevole di un bell’umore. Questi cervelli cosi aromatici tirano al gusto di quel cotale, che si compiaceva più nei fiori dipinti dai Zuccheri o dal Pomerancio, che non nei belli e vivi creati dalla natura, per ciò che i primi non si scorgono in verun luogo, e gli altri si calpestano in ogni prato. Al seco! nostro vano è ragionare di realtà della vita. Esso l’aborre e ne ha ribrezzo: e quantunque non possa fare ch’e' non la provi, s’industria però di stornarla da sé il più che gli sia dato. Per questo si tuffa e deliziasi nelle follie d’incantagioni che lo ammoinino, e si abbandona ai travedevoli prestigli dell'arte che gli scambia i pruni in fresche rose, e l’amarella in grato miele. Andate ora a invaghirlo, se siete da tanto, dei fiori che parlavamo!

— Duolmi, Eugenio, di non esser con voi in queste opinioni. Mi tengo però dal contraddirvi, ché ci conviene salutare la luna che ecco si alza a ridosso del Montecavi, e causarci dalle traditrici carezze di questo zefiro vespertino. Io, come io, vi concludero che i fiori son sempre fiori, e che giammai non ho inteso di alcun secolo, che li abbia spregiali perché fossero troppo esuberanti di realtà: cioè troppo vistosi, troppo olezzanti, insomma troppo fiori. Nel resto, qual pro del vostro paragone, che pur è così delicatamente vero, se in ultimo si avesse a risolvere, come parete far voi, in un pretto lamento sterile e sconsolato?

— Il pro di chiarir viemeglio, che questo mondo è una valle tolta di miseria: e che se non ci fosse il conforto di sperarne di là dal sepolcro un altro felice, la vita umana sarebbe il dramma più incomprensibile che si possa divisare. — Il compagno sorrisogli dolcemente si rizzò: e spiccate alquante dalie e offertegliene, ambedue insieme piacevoleggiando si partirono da quel solitario recesso.

Lettor gentile, questo dialoghetto che vi abbiamo presentato innanzi, vestito così per appunto com’e’ fu presentato a noi, avvegnaché non sia tutt'oro di coppella, nientedimeno ci è parso cosa che non fosse da lasciar cadere in terra, sì che il vento se la portasse via. Bene sta che voi ne pensiate e ne diciate il piacer vostro. Ma che volete? Quelle osservazioni dell’interlocutore d’oltr’alpe, il quale scopriva tanti be’ fiorì a cui nessuno fa mente, e quella proposta buttata là dall’Italiano, che sosteneva potersene pure levar peso di qualche dramma in utile della vita; sono concetti, che, giusta il debole veder nostro, racchiudono verità sustanziose più che alla scorza non mostrino. Ond’è che il caso avendoci fatto incontrare in uno di quelli, che Eugenio denominava elegantemente «fiorì ignoti»; ci siamo deliberali di assecondare l’idea dell’amico suo, cogliendolo su di dov’era sepolto, e mettendovelo nella più schietta luce che per noi si potrà.

Resta è vero il dubbio, se voi l’avrete o no a grado: stantechè per l’una parte voi respirate le aure del corrente secolo, per l’altra questo, che diremo anche noi fiore, il quale ci ardiamo di porgervi, è ahi troppo! reale; e voi ascoltaste i rammarichi dei due colloquiano, sopra i cervelli contemporanei disamorati a sì alto segno della realtà. Con tutto questo il dubbio non ci fa forza, sì perché, ogni regola generale patendo eccezioni, a buon diritto ci è lecito presumervi immune dal morbo, di che i due movean querele; e sì perché, quando ancora ne foste un po’ tocco, tal è questo fiorello che la sua realtà non avrebbe vigore di darvi molestia. Per la qual cosa noi adibiamo confidenza che ad ogni modo non gli farete cattiva cera. Maggiormènte che se non sarà da compararsi in venustà e in pompa alle amarillidi, ai calti, alle azalee, agl’ibischi, decoro magnifico dei giardini; sarà per lo manco, paragonabile alle iacee, alle margarite, allo mammolette, umili sì, ma non men care bellezze degli orti e dei campi.

I.

Il fiume Liri che, nato a borea dai gioghi alpestri de’ Marsi, volge tortuosamente! e fresche e limpide sue acque per mezzogiorno, e, segnando il confine tra il Reame di Napoli e gli Stati della Chiesa, ingrossato dal Melfa si scarica nel Garigliano; alla metà circa del suo corso, là dove s’incorpora le onde si cristalline del Lago Fibreno, toglie a serpeggiare attraverso una contrada ora distesa io piani e ora colma in clivi, la quale per l'amenità del terreno, per la eleganza della coltura e per la varietà del le prospettive è delle doviziose e belle che si abbia l’Italia. A grande spazio intorno tutta la fasciano creste o schiene di monti, ove rocciosi e deserti, o ve boscati e domestici, i quali con mille scoscendimenti e trapassi digradando in poggi arborati e in greppe sparse di casolari e di rustici paeselli, scendono di proda in proda a morire nel grembo della ubertosa valle che alla riviera dà letto. Quest’ampio circuito di alture, le ime altre sovrimposte a mo’ di scaglioni, cosi capricciòsamente segato dal fiume, se si guardi a ponente, e’ comprende il lembo estremo della frontiera pontificia, e dalle sommità dei dirupi delle Scalelle e di Trisulti, incurvasi fino allo spicchio del ciglio, a cavaliere del quale sia la città di Veroli con a lato i collicelli di Bauco, di Pofi, di fiipi, ed ai piedi la gola che sbocca nella vasta pianura dell’Eroico: se poi mirisi a levante, egli rasentate con l’arco suo le punte della sei rosa montagna di Sora e sprolungatosi nell’interno del Regno, sale io vetta agli appennini dell’Abruzzo, si avvolge fra gl’intrecciamenti e le erte del Cairo e di Casalvieri sottostanti al Monte Cassino, e ritorna pe dolci pendii di Colle Asturo e di Arce a chiudere il suo ricciuto ad anfiteatro simigliantissimo.

Dentro il giro di questo cerchio, e singolarmente nelle vicinanze del fiume, tutto è campi a ordine di perfetta coltivazione; praterie erbose, chine allegrissime ornale di marroneti, di ulivi o di pergole e bei filari di viti; vallicene copiose di querceti, di pioppaie o d’alberi pomiferi, con ben condotti solchi pei grani d’ogni maniera rode suolo è fecondo. Ma dilettevolissimo a vedere e fertile sopra modo e il territorio posto alla riva sinistra, su quel di Napoli. Il Liri qui si diparte in due rami, e abbracciando fantasticamente una lingua di paese accasata di un grosso borgo, e fattane la maggiore delle sue isole, si rimette in un solo tronco; e via rapido e scherzoso per balzi e sdrucciòli si precipita ad irrigare le falde di un addossamento di montagnette, in capo alle quali biancheggia, tra due fronzute rupicelle, la piccola città di Arpino tutta lieta e festiva, come una vaga rosa d’oriente fra la verzura del suo cespuglio.

Onesta gentile cittaduzza, che diede al mondo il terribile Caio

Mario, e poscia a Roma il padre della latina eloquenza Marco Tullio, non è solamente riguardevole pel graziosissimo sito, d’onde quasi reina signoreggia i colli che la intorniano; ma più assai è conta pel traffico dello lane e pe' tessuti de’ panni, che vi si lavorano finitissiroamente in sontuosi opificii forniti di macchine emulatrici, per isquisitezza, di quelle tanto rinomate di Sedan in Francia e di Manchester in Inghilterra. Per lo che ella è mercato principale de’ montagnesi del Sannio e de’ pianigiani di Campania, che vi convengono frequentissimi a permutare i lanaggi dei lor ovili in pannine, di che poi fanno grandissimo spaccio per le province più rimote del Regno. Parecchie strade, qual più commoda e qual meno, vi sboccano dai paesi circostanti. La regia però si è quella che dall’agro verolano, all’orlo dei domini del Papa, entra in Castelluccio, e per l’Isola, voltando due ponti sopra le due branche del fiume, con un andare sempre agevole e spazioso; quando su pe’ dorsi e quando giù per le coste di frondeggianti monticelli, riesce allo spianato, in cima del quale assidesi la città.

L’anno 1860, un giorno degli ultimi di Novembre, poco appresso l’ora del mezzodì, scendeva per questa strada, cavalcando placidamente alla volta dell’Isola, un tale di massiccia corporatura chiuso tutto in un gran pastrano, con in lesta, sopra un berrettino di feltro nero a orecchiuoli calali, un cappellotto basso a larga tesa, e nelle gambe due borzacchini di cuoio a fibbia, e, colca fra l’arciòne della sua sella e le cinghie delle bisacce, una lunga mazza di legno ferrata in punta. Il cielo era nello come una perla, e faceva un bel sole: ma da tramontana soffiava un venticello si acuto che e’ penetrava le ossa. Perché l’uomo, oltr’essersi abbottonato quanto bastava l’occhiellatura del suo arnese, erasene tirato il bavero fin sopra gli orecchiuoli del morioncino, e imbacuccatovisi dentro per forma, che del volto egli non avea scoperto altro che i baffi d’un pelo rossogrigio, e un po’ del resto che è tra le nari e le sopracciglia. Sotto di sé aveva un ronzone baio scuro, il quale portavalo d’un’ambiadara dolcissima, e con passetti misurali cosi a contrattempo, ch’esso gli si cullava in groppa. Intanto che egli procedeva acconsentendo mollemente a quell’ambio si agiato, venivasi ricreando con l’aspetto dei giocondi paesaggi i quali da ogni parto gli si apriano davanti; e in ispecialtà pareva non si saziasse di quel gaissimo valloncello, che, a maniera di tappeto sempre verde, stendesi dalla banda meridionale d’Arpino, ed è uno stupore a vederlo.

Se non che dilungatosi quanto sarebbe un trar di pietra da un gomito che la via fa dirimpetto a un sentieruolo il quale sbocca a manritta, costui improvvisamente fu scosso dal forte galoppar di un cavallo che gli arrivava da dietro. Si rivoltò: ed eccogti alla coda, su di uno sveltissimo leardo brinato, un giovane di marziale presenza, che, spintosegli al fianco, arresta la foga del veloce corsiero, gli pianta io feccia due grandi occhi azzurri, lo squaderna da capo a piè, taglia quattro corvette, e gli passa oltre; ma mettendo il suo corridore in un trotto leggeri leggeri che spesso gli facea rompere con caracolli e nodi, quasiché non volesse discostarsi troppo dal nostr’uomo. Il quale se rimanesse ammirato e alcun che spaurito di quest’apparizione, non è a dire. Tanto più che il sopraggiunto cavaliere sempre era coll’occhio innanzi e d’attorno, e ogni poco rivolgessi a guardar lui, come chi sta all’erta ed è in sospetto di qualche temuto incontro.

— Oh, e chi vorrà esser costui? mormoro quegli tra sé, mentre con qualche ansietà rallentava il portante della sua cavalcatura; gua' come mi sbircia! Or che pretende egli da me? — E cosi mezzo incapperucciato com’era, si pose ad osservarlo attentamente.

Il giovane a tutte le sembianze mostravasi di un essere singolare e strano. Alto, sottile, di bellissimo taglio e pieghevole tanto a' più agili e ideisi movimenti del suo destriero, che l’avresti detto no solo corpo con esso lui. Di carnagione accennava al bruno, e gli fioriano il viso due radi mustacchi» e una moschetta di bionda caluggine, che dinotavamo garzone di primo sbocciò. Ma il naso adunco, la fronte sollevata, la guardatura tutta fuoco e brio, e un ricciolo di color castagno che, scappatogli di sotto il cappello floscio alla calabrese, diguazzava al vento, gli davamo una colai’ aria balda e brava che non ingeriva sicurtà soverchia del fatto suo. Di panni era semplice, ma tra il rustico e il civile; vestendo egli un giubboncello di cambellotto cenerognolo, il quale balieagli a mezz’anca sopra calzoni di un romagliuolo nereggiante, serrali alla caviglia del piede con uose di vacchetta rossomatione. Nè men curioso era quel gentile e vivace leardo ch’egli si maneggiava quasi a diletto, sellato alla soldatesca, con le fonde delle pistole, una pelliccia di agnello per gualdrappa, e la posolatura e la testiera borchiettate.

— Ah, fosse mai uno di quelli della montagna quassù di Sora?— esclamo seco medesimo il viandante nostro, com’ebbe squadrato ben bene e risquadrato il giovanotto che gli corvettava si da presso: e con questo si senti svegliare addosso un subito tremoretto, che non glielo metteva certo la tramontana. — Oibò, oibò! torno a parlottare da sé per farsi animo; la gente di Chiavone va tutta a piedi: eh, ci vuol altro I un brigante a cavallo d’un corridore di questa fatta? bah, la è una galanteria da signore. E’ sarà forse l’ordinanza di qualche uffiziale piemontese che glielo mena a spasso: e ve’ come ci sta su dipinto, il gagliardo! 0 sì si, di fermo egli è tale. — Ma poi rifattosi a considerarlo: — Eppure, non è stagione questa da ire a spasso altro che i lupi; ricominciava a correggersi; con un rovaio che pela! e poi in Arpino non c’è Piemontesi; stanno a Sóra: uh no, no, costui non è muso da ordinanza. Qui, per bacco! c’è del buio: bum, basta; Dio mi aiuti! —

Di che il dabben'uomo, entrato in giostra co’ suoi pensieri, tentennava perplesso infra due: ché l’uno il picchiava dentro e diceagli: — Esci in buon’ora d’angustia, e indirizzagli una parola; — e l’altro per contra: — Deh non tare! lascia cheto il cane che dorme. — E in questo suo duellare da sé con sé, più miravasi adocchiato dal destreggiantc cavalcatore, e più ombrava e sentissi abbrezzare lo carni e scemare gli spiriti. Perocché su quel punto non era per la strada altr’anima viva che loro due. — Mo la finirò io! — borbotta egli in ultimo; e senza più, fingendo di aversi a rassettare non si sa qual cinghia della bardatura, ferma di posta il ronzone.

A quell'arresto, il giovane incontanente muta il trotto in una faria di salti, di passi traversi, di volte chiuse, di ciambelle, con le quali retrocede in iscambio di avvantaggiarsi, e, che era più pauroso, viene raccostandosi all’altro con una mano nei petti del suo giubboncino. — Ahi Dio! pensa questi in cuor suo; ci siamo! — e datosi nel bavero che se gli arrovescia, e sbuffando e armeggiando intorno alla sopraccinghia, studia un molto garbato, una cortesia, da offerire il di botto allo sconosciuto che già gli è alle costole. Ha lo sgomento suo è tale ch’e’ non annoda.

— Signore, potrei esservi utile in qualche cosa? prende a dirgli finalmente il giovane balzandogli lesto al fianco; che vi si è rollo? forse uno staffile?

— O nulla, nulla, grazie: vi pare? obbligatissimo; ho tutto aggiustato; grazie; oh grazie! rispose il valentuomo bianco bianco in faccia e poi rosso rosso, con la barba arruffata, e gli occhi trepidanti alla mano che L’altro si teneva nel seno.

— Bene; soggiunse questi con preferenza spiccatamente napoletana; se non vi occorre nulla, dunque andiamo avanti neh?

— Subito,. eh mi bisogna esser presto all’Isola; — replico l’uomo con voce affiochita, per la gran stretta che lo assalse a vedere, cosi per ispicchio, la nocca del calcio di un'arma da fuoco nella mano che l’incognito s'aveva in petto. Pure sforzandosi di simulare l’interno spavento: — E voi, bravo giovinotto; continuo in quella che dava il motivo di lingua alla sua bestia; verso dove siete voi incamminato con questo bel cavallo?

— Io? diss’egli riguardandolo fisso e rimettendosi in via eoo lui; io vengo anch’io all’Isola. Ma voi, signore, siete del Regno voi?

— No, io sono Romano; e io, sappiatelo bene, sono un povero padre di famiglia, un galantuomo, che non m’intrigo nella politica, ma bado a’ fatti miei; ed ho tutte le mie carte in regola.

— Ah, siete un galantuomo romano?

— Appunto, Romano di Roma. Gradireste vedere il mio passaporto? ’

— L'avrei caro, vediamolo.

— Ecco qua; — disse il nostr’uomo cavandosi timidamente un taccuino da una scarsella del suo gabbano, e presentando il foglio all’altro, il quale trattasi la mano dal petto e presolo e spiegatolo tosto: — Oh il bello stemma del Papa! grido stampandovi sopra un sonoro baciò; evviva Pio IX, no?

— Viva, viva mille volle il nostro santissimo Padre Pio IX rispose l’altro scappellandosi con una grande riverenza e mandando un largo respiro; egli è il mio Sovrano, il mio buon Re: evviva, evviva! — Il giovane per questa esclamazione così cordiale, sfavillo tutto di gioia e lasciate le briglie, con la sua destra abbrancando quella del Romano: — E al Re mio; il richiese in atto confidente; a Francischiello di Napoli, volete voi bene?

— Ih, quanto me ne cape in cuore!

— Che possiate esser benedetto! noi dunque siamo amici; ripiglio l’altro serrandogli la mano con impeto affettuoso.

— Se gli voglio bene! continuo allora a dire il Romano tutto raggiante in volto; figuratevi che io ne serbo il ritratto nell’albo mio, subito appresso quello del Papa. Ohe, burliamo? non è Francesco II il figliuolo della Santa? Capperi! e non è figliuolo del gran Ferdinando? del martello di tutti questi bricconi di liberali, che uh! se viveva lui, non si sarebbero arditi alzare un occhio da terra? Quantunque, egli pure è stato un po'. troppo indulgente. Non vedete che razza maledetta di traditoracci si è allevata nel Regno? Generali, Ministri, Cortigiani che mangiavano al suo piatto, e che appena morto lui, vendono la corona di re Francesco proprio all’incanto. Ah, se a tempo suo egli avesse impiccato un cento di questi Giuda, vi giuro io per la pelle mia, che né quel mascalzone di Peppe Garibaldi, né il Galantuomo di Piemonte si sarebbon pappati i maccheroni di Napoli!

— Voi parlale molto bene, signor mio. Di noi e del Re nostro si è fatto un mercato come quello del Giovedì santo.

— Vero, vero; e gl’Iscarioti vi erano bell’e nati in casa; i Farisei e gli Scribi vi sono poi venuti da Torino.

— E anche da Londra e da Parigi.

— SI, sì; chi più ne ha più ne dà: così la intendo io.

— Uff! — sclamò l’altro con un gesto d’indignazione. E si fe a leggere il foglio, articolando a sillabe spiccicate il nome di Traiano, col suo cognome, qualificatovi per di condizione possidente; mentre questi, il quale ancora noi chiameremo, com’è dovere, signor Traiano, disombrava e rischiaravasi in fronte, e ricuperava più che la metà del cuor suo smarrito.

— E d’onde venite, se è lecito, signor Traiano? il dimandò poscia rendendogli il passaporto, e raccogliendo le briglie.

— Vengo d’Arpino, per un certo affamicelo di un mio creditore, coi quale ho varie partite a comporre, e non se n’esce mai a capo.

— E stassera tornate, dove?

— Se a Dio piace, in Veroli.

— Passando per Colliberardi?

— Già s’intende; dall’Isola a Castelluccio, e poi a Casamari, e poi, non dentro, ma sotto il paesello di Colliberardi, che la strada di Veroli costeggia a mano diritta, chi vada in su.

— Or sentite me; vogliamo farci buona compagnia per insino a quel paese?

— Per me sarà un onore, un regalo; soggiunse Traiano con un po’ di affettatura, che mal celava l’impaccio in che mettevalo questa proposta.

— Con me non avete a temere di niente; riprese a dire il giovane; badate però, che io mi reco anch’io nell'arciòne e qui in tasca tre miei passaporti; ma non li vorrei scoprire a nessuno, né dalla parte del confine pontificio né dalla parte del nostro. Io, dopo traversata l’Isola, terrò per una scortatola: voi tirerete innanzi per Castelluccio, e se posso vi raggiungerò prima che siate in Casamari: lasciate tare a me.

— Ottimamente; disse l’altro mostrando di assentire con un capochino.

Ma che? in quel proprio istante da uno svolto della via, si vede spuntare un dragone a cavallo che s’inoltra pian piano a guisa di esploratore. Il giovane lo scorse a pena, e divento in viso di fiamma. Issofatto smuove i cappelletti alle fonde della sella, con la mano rifruga il petto, vi palpa l’impugnatura di una rilucente pistola a rivolta, ordina a Traiano di far sosta, di non zittire: e staccatosi da lui, che già si segnava e raccomanda vasi l’anima, si avanza arditamente contro il soldato.

II.

Non parve che il dragóne si pigliasse alcun sospetto dell’arrischiato borgese, che passo passo scendeva rammezzandogli il cammino: e perciò se ne veniva innanzi tranquillamente, non di altro curante che di tenersi ravviluppato nel suo ferraiuolo, a si paro del vento gelido che allora traeva. Perché il giovane ebbe ogni agio di farsegli avanti, e, simulando sempre di braveggiare a sollazzo col suo leardo, piantarsi a traverso la strada e mettervisi in posta. Di fatto incontanente che ebbelo a tiro giusto: — Al lo! à! lo sfida imperterrito; chi viva?

— Savoia; risponde il soldato.

— Ah can di Piemontese! — stride quegli in ismanie; e rotando il suo corsiero come un veltro, guizzargli addosso, gridare:— Viva Francesco II, viva Napoli — e scattargli contro ben tre colpi di pistola, fu tutt'uno.

Scena terrifica per Traiano, il quale da lungi rimpiattato fra due alberi e palpitante a par di lampo trabalzar giù a terra il cavaliere e poscia il cavallo subitissimo assalto il dragone non avea potuto altro che disvilupparsi e afferrare la spada. Ma nel punto che sguainatala la brandiva, collo della sua bestia: e la seconda e la terza scarica sparate a bruciapelo, squarciano la vena organate al cavallo, che impenna a furore, trabocca a capofitto il soldato, e dimenandosi e nabissando si atterra sopra un fosso immerso nel suo sangue. — Ohimè, la vita! ah Dio misericordia! urlava il tapino ferito giacente nel suolo, a cui il fiero assalitore. già era sopra in assetto di finirlo con un quarto colpo pietà! pietà d’una povera vedova, d’una madre, di due sorelle: la vita! deh non mi ammazzate!

— Si si, deh buon giovane, la vita! fategli grazia, non l’uccidete per amor di Dio 10 Madonna santissima! gridava dal canto suo anch’egli il Romano, con un vocione rantoloso.

— La vita? dimandi salva la vita? proruppe il Napoletano dirugginando i denti e sollevando in aria la sua micidiale rivolta.

— Nel nome santo di Cristo, io ve ne scongiuro; ridisse 3 caduto con tendergli supplichevolmente la mano che grondava sangue.

— Ebbene; tu, come soldato di Mannello, tu meriteresti che io ti bruciassi le cervella e le mandassi a quegl’infamarci che assediano il Re nostro in Gaeta. Ma per l’amore di Cristo, io ti donerò la vita.

Non ti voglio piombar l’anima all’inferno. Rendimi la spada. — Il ferito singhiottendo con gran pena ricolsela per la punta e gliela offerse. L'altro, impugnatala, volo a spezzarla contro un l'occhio di sasso, e ripetendo forte: — Cosi la potess’io sbatter nel grugno di tutti li nemici di Dio! — ridussela in frantumi e ne gitto il manico.

Poi raccostatosi al misero che gemendo s’involgea nel moccichino la mano trafitta: — Va pur dunque libero; gli comincio dire con piglio sdegnoso od altero; va, e narra al tuo Cialdini ed a tuoi uffizi ali, come i prodi di Francesco II trattino le loro marmotte: quei prodi che essi chiamano briganti. Noi briganti eh? noi che per onoro o por coscienza difendiamo Sovrano, patria, religione, famiglia, noi siamo briganti; e voi, marrani, voi che carichi delle scomuniche di Pio IX, vi siete intrusi a guerreggiarci alla ladronesca, che el rapito il bene dell’indipendenza, che ci profanate le chiese, che ci scannato le madri e i fratelli, che ci bombardate le città, che ci assassinalo il Re ed il Regno, voi siete gli eroi dell’Italia, neh? Vili? codardi, che non osato mettervi in faccia a un nemico, se non quando avolo dugentomila Francesi che vi guardino le coste, come in Lombardia; o siete dicci contr’uno, come a Castelfidardo; o avete certa la vittoria con le armi di Giuda, come in Sicilia, a Reggio di Calabria o alle foci del Garigliano. Io vi ho imparato a conoscere nella battaglia, e so che, senza il tradimento dei Generali nostri da voi compri a peso d’oro, avremmo tetto di voi monti di cadaveri. Dovunque s'è fatto da vero, io ho veduto più spesso le spalle che i petti dei vostri smargiassi: e sanno le acque del Volturno, quanto sanguaccio vostro abbìam loro dato a menare in poche giornale di combattimento. Io, tal quale tu mi vedi, sono soldato di Francesco II, e sto al campo di Chiavone: e vo’ morire, se io e i miri camerata, traditi ma non vinti, deporremo giammai le anni, fino a che solo di voi, nemici di Dio, resti a insozzare la terra nostra. Onesto dirai a’ tuoi padroni. Rispondi ora a me: e e egli de' vostri nell'isola?

— Per vostro bene io vi avviso che sì; rispose quei poveraccio tutto addolorato e in ispasimi; vi avviso anzi che vi sbrighiate a porvi in salvo: a momenti arriveranno qua sopra, cavalleria e guardie nazionali, in colonna di ronda. Io, con un dispaccio per Arpino, li precedeva d’un miglio; non più, sapete?

— Possibile? o ve’ destino! — sclamò il giovane battendosi in fronte: e girati con irresolute mosse due o tre torni, scagliossi di carriera verso Traiano, e: — Addio, signore, addio! gli disse con grande alterazione di sembiante; per questa sera non se ne fa altro. I Piemontesi vengon su in frotta: io da solo contea tutti que’ mostri non la potrei. Ah, signor gentile, mi fareste voi una grazia? una carità?

— Mille, se occorre; sempre padrone! parlale; replico questi che s’era ingiallito a mo’ d’un flore di tormentilla.

— Passando là da Colliberardi, se v’imbatteste a vedere, e la vedrete sicuramente, una fanciulla ch’io non so più come sia vestita, ma che pare un angelo del paradiso e con lei un giovinetto bello quanto lei, gracile e delicato, vorreste voi interrogarli se eglino aspettassero mai Otello di Bardo? e se si, dir loro (ma ditelo ben loro, ve ne prego per le anime sante!) dir loro, che Otello li saluta, loro e la loro mamma, e che si levino da questo freddo, ché non più oggi, ma verrà dimani senza fatto, alla stess’ora e allo stesso posto?

— Non dubitate, vi servirò.

— Iddio ve ne renderà merito; soggiunse il Napoletano con due grosse goccie che gli tremolavan su gli occhi; ricordatevi bene; Otello di Bardo, capite? — e toltosi di tasca un pugnello di monetuzze: — Siate cortese di dare poi alla fanciulla per parte mia questi venti carlini, che si sfamino, povere e innocenti creature! e di raccomandare a lei e a Guido che non piangano, perché certo certo dimani rivedranno Otello. — Ciò detto il fiero garzone scrosciando in un singulto che non potè soffocare, pose le monete in mano dell’uomo, si levo il cappello, affisso per un istante quasi estatico il cielo verso la banda di Veroli in quel che le guance gli s’inondavan di lagrime, mise un rugghio, si asterse le ciglia con la manopola del braccio sinistro, e ricopertosi spicco uno slanciò; e senz’altro più dileguossi come una saetta folgore.


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LA POVERELLA DI CASAMARI

RACCONTO STORICO DEL 1860 E 1861
III.

Come rimanesse il nostro Romano alla così inopinata uscita e sparizione dell’audacissimo cavaliere, se lo divisi chi può. Egli che, per lo rimescolamento di tante paure, stava confitto nello spazio due alberi, senza moto e presso che senz’alito, dopo che colui fu involalo dagli occhi, divenne tale che pareva una cosa balorda. Pur non di manco trascorsi alcuni istanti e ricuperato un poco se medesimo, sentissi mal suo grado raddolcire dentro, in modo de non potè a meno di pensare tra sé: — Costui, sotto quell’asprigna corteccia, dee pur celare un bello e nobile cuore! Dio! qual nuovo mistero è egli mai cotesto di questo giovane? — E ristette a contemplare nel pugno aperto la manatella di carlini che quegli vi ava deposto: e v’almanaccava sopra certe sue fantasie, che lo ammorbidivano ancora di vantaggio, fingendosi numerate forse in quoto monetuzze le ore della vita di non sapea quali creature misere e innocenti.

Ma poi rinfrancatosi viemeglio, si per impulso di naturale compassione, e molto più per mettersi ai sicuro nella imminente arrivata della soldatesca, si delibero d’ire al soccorso del dragone ferito. Nè c’era tempo a perdere. Adunque raggiuntolo e scavalcato, volle subito aiutarlo fasciarsi con una sua bianca pezzuola ch’egli straccio in bandelle: e in questo fare il veniva racconsolando con melate parole, condite però di agre imprecazioni ai briganti, e soprattutto a quel malanno del feritore, e al caposquadra Chiavane e via via. Cosi, a un girar di scena, il giovane dal bello e nobile cuore s’era tramutato sulla lingua sua in un vile assassino, da mandare a tutti i diavoli dell'inferno! — Avete buon dire voi! lo interruppe il milite in alto querulo e rabbioso; ma alla fine dei conti i regnicoli hanno ragione. Noi, corpo delle Stelle! noi siamo i veri briganti: noi e que’ rompicolli di Torino, che ci hanno aizzati a fare ai Napoletani questa guerra di esterminio; guerra, ve Io dich’io, da Turchi. E perché? per cacciarseli sotto de’ piedi e ingrassarsi del loro sangue, come a’ ingrassano di quello dei popoli de’ Ducati e delle Romagne. O che! mi terreste forse per Piemontese o per un di que’ birbacciòni dei garibaldini? Viva Dio, non sono di quella razzaccia. Io sono del modanese, se noi sapeste, suddito al duca Francesco l che io amo, e strappalo con le tanaglie da casa mia: ma vi prometto io che, se ricomparisce un mostaccio di Tedesco... — Punto e basta. Non ci consente l’animo, lettor caro, di il cattivello del dragone si lascio scappare di bocca in quegli sfoghi di sua collera uggiosa. La fu robettina sì a garbo, che ai nostri liberalastri squarterebbe le orecchie se la udissero ripetuta, e pizziccherebbe gli occhi se la leggessero stampata. Or figuratevi se noi voglia mo fare questo scandalo ad orecchie si tenere e ad occhi si purgali.

Ed in vero anco il signor Traiano, il quale s’era pensato ingraziarsi il ferito parlandogli lo schietto gergo liberalesco, ebbe a cascar dalle nuvole quando si sentì ruttare in viso quelle cosacco, che non avevano proprio né babbo né mamma. Il buon baccello s’era immaginato, o glielo aveàn dato bere, che l’esercito del Piemonte, conquistatore già sì glorioso, come il mondo sa, dell’Umbria e delle Marche, fosse al tutto d’un sol animo e d’un solo bracciò, a pugnare pel sacro vessillo dell’unità italiana: e neppure gli passava per la testa che esser potesse, quel che cominciava a diventare, cioè un’accozzaglia di gente aggreggiata a marcia forza sotto le insegne, e mantenutavi la più parte a guisa che i bufali nelle chiudende. Quantunque, a dir vero, quell’esercito non toccava alle mille miglia l'apice della perfetta spontaneità e compattezza cui è salito ai di nostri: ne’ quali ai coscritti, notantemente delle Due Sicilie, per acchiapparli e bisogna dar la caccia per selve e per monti, come ai cignali ed a’ camosci; e alle cerne così abbrancate, fa mestieri assegnar in guardia il fiore delle vecchie milizie sarde, acciocché o non se la svignino oltre Mincio fra gli Austriaci, o non si trafughino negli Stati del Papa, o non si sbandino a far comunella coi Borbonici volontari della Basilicata e delle Calabrie. Condizione di cose (chi nonio vede? ) da pigliarne beo pessimo augurio, e che giustamente fa tremare i polsi ed i nervi a tutti i fabbricatori del gran Regno d'Italia. Giacché troppo è manifesto il termine a cui parerebbero queste falangi, qualora il Piemonte le dovesse schierare in campo per difendere con esse il maltolto, contro un poderoso vendicatore della giustizia. Il che sia detto per amore di chiarezza, e perché chi legge non avesse a scambiare un tempo con un altro.

Non andò guari, e la squadriglia dei dragoni, con dietrole un ferie drappello a piedi, sopravvenne nella feccia del luogo. Alle prime le strosce del sangue, il cavallo boccheggiante e steso nel tose, frantumi dell’arma e il compagno loro seduto in terra vicino a Traiano, insospettirono la turma non forse questi dovess’essere il malfattore còlto in flagranti. Di che gli furono tosto sopra con le spade sfoderate, e co’ fucili spianati, e con urla di: — Morte al brigante! dàlli al cane! càvagli il cuore! — e altre minacce tali, che il male avventurato si ebbe per morto. Oh, che fu egli a vedere in quella orribilità il tapino, disvenuto come un cencio, con gli occhi strabalzati, la barba irta, la bocca spalancata, le braccia sporte a quei feribondi invocare tutti i Santi del cielo, e per la sua vita implorare b grazia di un indugio! Tutta volta, come piacque a Dio, il Capitano potè rifrenare i suoi, e un tratto placarli. Allora prese lingua dal suo ferito, il quale fecelo certo, quell’uomo non essere altrimenti colpevole né avverso, anzi partigiano ed amico. Per lo che rivoltatosi lui, che gli si raccomandava sacramentando, gl’intimo secco secco ch’egli avesse dovuto deporre sui particolari del fatto.

Alla meglio, e fra cento bei protesti, soddisfece all’interrogatone e recito per filo e per segno tutto il caso: poi avvistosi che il negozio piegava a bene, come si fosse sdossato d’un peso che l’opprimeva, respiro alquanto e profferse le sue carte. Ma qui ammiccato ai Capitano, il quale ora una certa grinta che tirava all’orsino: — Cotesto che voi guardate; disse con un ghignetto pieno di artifizioso disprezzo; è il passaporto del Governo dei preti; or eccovi il buono, quello del nostro Comitato Nazionale di Roma. Togliete, Capitano.

— Quali attinenze avete voi col Comitato? il cerco questi, sempre con viso burbero, dopo esaminato quel salvocondotto.

— Pago tre scudi al mese.

— Non altro?

— Ma lo non sono un principe, signor Capitano mio, sono un povero padre di famiglia; e credete a me, che se io dessi di più, farei sopra le mie forze.

— Per chi ami la patria, ripiglio questi con una colai muffa spartana, niun sacrifizio dee parere soverchio. Bene sta, tirale pur innanzi.

— Vi riverisco adunque, signor Capitano. — E rimontato a cavallo, volgendosi col cappello in mano alla truppa, tra la quale era corso già il mormorio ch’egli fosse Romano: — Addio, bravi giovanotti; comincio gridare agitandolo all’amichevolona; addio, fatevi onore contro la canaglia de’ briganti; evviva l’Italia! viva il suo gran Galantuomo!

— Viva, viva il re Vittorio e crepino i tiranni! rispose la turba; che, che si è egli in Roma?

— Si sospira: tutti vi aspettiamo con le braccia aperte; oh, venite a liberarci! presto! ridiceva passando fra loro, e qual salutando con un sorrisetto e quale con un inchino.

— Viva i Romani!

— Sì, e morte ai preti! addio, a rivederci questo Natale nel Campidoglio. — Poi messosi a trottare, e quindi calcati gli sproni nei fianchi al suo ronzonaccio, piglio un galoppo sì disperato, che in men che non si dice fu alla. terra dell'Isola. D’ivi a briglia sciolta torse per Castelluccio, né poso mai per insino a che non fu oltre la posta del confine pontificio. Allora egli rifiatò: allora con l’occhio ai colli verolani: — Lodato Dio! sclamò tutto allenante; sono salvo.

Che prode uomo questo signor Traiano eh? Due passaporti in tasca, due lingue in bocca, due fronti in faccia e, ad ascoltar lui, due fedi in cuore: ma in un concino da lepracchiotto. Ben si vele che, quando ancora non fosse stato, poteva pretenderla a quella specie di liberali romani, che alle bramose canne del Comitato gittano l'offa, come già i Quiriti loro arcavoli agli Dei sotterranei: Dìt manibus ne noceant.

 

IV

Entro il giro più bello delle colline che di rincontro alla città di Veroli fiancheggiano la ripa diritta del Liri, si apre ed avvalla un'erbosa pianura, all’orlo della quale, tra due file di pioppi e di tremule, gorgoglia tutto vispo e saltellante il fiumicello Amaseno, e nel grembo nasce e maestosamente riposa la Badia di Casamari; solitario e pacifico asilo de’ monaci di S. Bernardo, i quali fino dai cominciamenti dell’Ordine Cisterciense vi hanno loro stanza. La strida maestra che dal confine corre su pel monte verolano, prima di pigliar l’erta, si distende l’andare di circa un mezzo miglio per questa pratosa valletta; e via via serpendo fin l'esterno procinto del monastero e il ghiareto del rivolo, tanto svolta, ch’ella entra coll'ampio gomito nello spazzo di fronte al vestibolo dell’antica foresteria: d’onde, per sotto l’arco di un acquedoccio di romana struttura, riesce allo sfogato de’ campi, appiè della graziosa pendice di Colliberardi

Mesto ed oltremodo severo è l’aspetto di questa Badia, per cui dissipare e sovvertere hanno gareggiato e uomini e tempo. Con la bruna faccia della Chiesa, la qual è di un magnifico stile lombardo del dugento, e con le nericanti mura qui e colà o sgretolale o scoperchiate del cenobio primitivo, che al sinistro lato di quella si prolunga, essa guarda a ponente inverso Veroli: né a rallegrarne squallidezza, cresciuta dalle tante ramaglie e macerie che per intorno le si accumulano, giova punto l’amenità de’ poggerelli uliveti eh le fanno corona, né la verzura degli orti e de’ pascoli e degli alberi che le giocondano il suolo, delizia già di Caio Mario; il quale sontuosamente lo ingiardino pe’ suoi piaceri di villa, presso il tempio dell’idolo Marte, a cui tutto il paese era sacro. Meno trista però, anzi alcun che dilettevole e gaia, è la parte moderna degli edilizi che volgono a levante e a mezzodì, nella quale in presente abitano i monaci, e v’hanno gli ambulacri delle celle, gli appartamenti pe’ forestieri, la libreria, le officine, e quant’altro occorre ai servizii di una ben numerosa famiglia di cenobiti, che oltre il tenere spezieria pel pubblico, si tessono perfino le saie in casa. La qual parte, così rinovellata e quasi rifatta di pianta, non comprende altro più dell’antico monastero, messo ora ad uso di magazzini e di fenili, che la sala del Capitolo ed il chiostro che v’introduce. Ma e l’una e l’altro di pregio inestimabile, per le eleganti finezze dell’architettura a sesto acuto che vi si ammirano, accompagnate da una solidità senza pari. La sala è un gran quadrato a tre navi tutta in volta a spigoli, e sostenuta da massicce colonne fotte da altri colonnini, cui sovrastano capitelli con fogliami d'intaglio sottilissimo. E di questa foggia, comeché più fantastiche, sono le doppie colonnette ove lisce, ove scannellate, ove corotitiche, ove bistorte, poste alle sedici finestre appaiate del claustro, e che per gentilezza di squisitissimo lavoro e bizzaria di svariati capricci non la perdono a qualunque siasi confronto. Ogni cosa poi in pietra viva di taglio, ché dall'alto al basso, dovunque giriate l’occhio, non ci vedete un mattone.

Nè il restante murato di questa, che a’ suoi tempi dovette assomigliarsi più ad una cittadella che ad una semplice Abbazia, è di materia diversa. Conciòssiaché tutto il vecchio cenobio tirato su nell’undecimo secolo, è in rocchi greggi di una fortissima vena, per durarla ad ogni tormento d’aria e di acqua, commessi con un cemento d’incredibile tenacità: e la Chiesa, posteriore a quello di dugent’anni, è in petroni d’una pasta calcaria più scelta erossina, ma riquadrati e scalpellali a legge d’arte, e immorsali con tanta maestria, che l’una giuntura s’immargina e combacia con l’altra, per guisa che le pareti e i pilastri e le arcate vi paiono saldezze di un solo masso. E sodi non meno che tanto avevan da essere questi due gran corpi di fabbrica, a poterla reggere, mantenendosi pure in piedi, contro gli assalimenti de’ Saraceni, le devastazioni e gl’incendii e le ruberie e i disertamenti delle soldatesche e delle fazioni che si disputarono il possesso della Campania, dall’età di Bonifacio VIII sino al ritorno de’ Pontefici dalla sede avignonese.

Il nostro valoroso Traiano giunse nello spazzo davanti il summentovato portico della foresteria, all’un’ora e tre quarti del dopo mezzogiorno: tanto aveva egli galoppato! Quivi tutto era solitudine e deserto; eccettochè sopra lo zoccolo del piedistallo di una croce di legno, che sorge all’ingresso dell’arco mastro, era seduta una donzella in una leggiera vesticciuola di cambragia scura e rinvolta in m fazzolettone di lana nera, col quale malamente riparavasi dalla tramontanina che dicemmo brezzeggiare crudissima. Egli guardala attorno e non vedendo altri che quella fanciulla, la quale non sembrava essersi nemmeno addata del suo arrivo, smonto e tenendo il cavallo per la testiera, accostossi a lei e garbatamente le dimandò:

— Bella giovane, ho inteso che qua è una spezieria: per donde il si va egli?

Questa che per l'indormentimento della persona stava tutta ranicchiata in sé medesima, si mosse, fece un po’ di capolino dal se fazzoletto e gli rispose con voce tremante: — Andate pur dritto: passate l’andròne là in fondo all’altra piazza, e troverete gente ah porta che vi diranno per dove si entra. — Traiano osservo che la tapinella aveva i piedi in istivaletti d’un signoril marrocchino, maghettati alla peggio, e spaccali si, che ne uscivano le punte difese non da altro che da peduli di refe disfatti: e che a lato s'aveva una panieruzzola con entravi una pila di terra cotta coperchiata, e de pani di cruschello, e sopra attorcigliatovi un canavaccio. — Ma' voi, poverina, che fate voi qui a questo vento gelato? la interrogo rimirandola pietosamente.

 — Andate pure, e troverete co me v’ho detto; replico senz’altri la fanciulla e si rimbacuccò.

 — Dio! mi mettete riprezzo: voglio fare un’opera buona: è pasto, dopo i pericoli da cui sono campalo; disse mezzo a lei e mezzo a sé; e cavatosi un papetto: Prendete, povera ragazzina! seguito porgendoglielo; sia per amore della Madonna: e voi pregatela pe me e per una matta mia figliuola, che ah! mi fa disperare.

 — A me? sclamò timidamente la giovinetta, scoprendosi in per metà e stendendo la mano; a me? oh il Signore vi benedica, e vi rimeriti colla vita eterna! — e in ciò dire il volto, di incadaverito che era, le s’imporporo come rosa, le vennero due lacrime agli occhi, i quali non si ardì alzar in faccia al suo benefattore, e dato un raccapriccio che parea di freddo, e che Traiano interpreto per fremito di vergogna, ritrasse la mano con la moneta e si ricoperse.

— Ma e perché ve ne state voi al soffio di questa tramontana? rincalzo l’altro frugato dalla compassione e anco da una tal quale curiosità: chè nel pudico sembiante di lei avea scorto un non sapeva che di sì ineffabilmente doglioso, che egli se ne sentiva commosso; aspettate forse qualcuno?

— Signor sì; — mormoro quella pianam ente e con atto che significava la troppo gran ripugnanza ch'ella aveva a mostrarsi e parlare. Di che Traiano si strinse nelle spalle e, discretamente lasciatala, andò oltre appoggiandosi alla sua mazza da mercante di campagna, e traendosi dietro la cavalcatura tutta fumante e in sudore.

Valicò l'arcale e fattosi nella piazza, gli si serro il cuore alla vista di que’ tetri muraglioni e dei ruderi circostanti. Passo innanzi: imbocco l’andròne, e sottovi a mano manca gli si dischiuse la porta di una stalla, donde usciva un cotale in panni tra di villano e di soldato. — Appunto; diss’egli a costui; se non isconcia, ricovererei volentieri qui dentro la mia bestia per pochi momenti: si può?

— E perché non s’ha da potere? date a me la cavezza.

— Se intanto me l’affienate o abbiadate un pochetto l'avrò caro; pagherò e n’ avrete un beveraggio.

— Il piacer vostro, eccellenza, vi servirò io.

— Or chi siete voi con questo arnese da militare?

— Un infelice granatiere del Re di Napoli; uno di quei trentamila uomini che sono stati condotti a posar le armi nel territorio del Papa.

— Ah, ho capito; poveri disgraziati! tutta la provincia n’ è piena: ve’, ve’ quanti siete in questa stalla, gua’ che spettacolo! Oh gli è un battaglione!

— Signor mio; soggiunse colui spalancando un’ imposta c fermandosi in sul limitare; state certo che io e questi miei compagni dopo Dio, non abbiamo altro rifugio che la carità dei santi monaci di questo luogo, i quali si contentano che, per non morire di freddo passiamo questa giornata e la notte qui dove ci vedete; e ci danno un tozzo di pane e una minestra, tanto che ci reggiamo in vita sino a domani mattina che rientreremo nel Regno. Siamo stati disarmali e disciolti, e a bande di centinaia per volta il Governo pontificio, che ci ha mantenuti tre settimane, ci licenzia. Eh! il Santo Padre, ridotto agii estremi com’è, ha fatto anche troppo per noi. Ma la colpa di queste nostre agonie, sapete voi di chi è? Di quei perfidi Generali che hanno mercanteggiato il nostro sangue e l’onor nostro col Piemonte. Essi, traditoracci maledetti, aveano ordine dal Re di guidarti negli Abruzzi, a prender di fianco i ladroni che ora assediano Gaeta. Ed essi, che hanno fatto? In quel cambio ci hanno indirizzati sopra Terracina, come una mandra di pecore: trentamila uomini con artiglierie, cavalleria, munizioni; un esercito, a por giù le armi in mano dei Francesi! E prima con marce e contromarce ci aveano stracchi morti; ed eravamo tutti scalzi, laceri, cascanti di fame, si che un buon numero di cavalli e di gente veniva meno per le strade di sfinimento e d’inedia. Avete mai inteso o letto un tradimento più nero? Noi fedeli a Francesco II, noi che avevamo giurato, fino a lauto che avremmo un fiato di vita, di non patteggiare col nemico, so, senza averlo potuto combattere, siamo rimandati alle case nostra, privi di un soldo di viatico, lerci, stracciali, seminudi, mentici. a far che? ah!

— Io vi compatisco, poveracci; siete stati sacrificati.

— E in che modo!

— Basta! lo interruppe il Romano battendo in terra la sua mazza; ora per dove s’entra egli nella spezieria?

— Ecco là, bussate a quel portone.

— Bene, addio: vi raccomando il cavallo.

— Fidatevi di me: vi bacio la mano, signore. — E con quegli attraverso un breve cortiletto, diè un colpo al portone col picchiatoio, e apertogli si fe dentro al secondo recinto del monastero.

V.

— Il buon giorno a voi, fraticello mio; disse il forestiero al monaco portinaio che l’intromise nel cortile maggiore.

— Deo gratias, altrettanto a vossignoria: chi cerca ella?

— Ba, io non sono né eccellenza né signoria, come qui mi sento dare pei capo; io cerco dello speziale.

— Di fra Eutimio?

— O fra Eutimio o fra Eutomio, purché sia lo speziale Ebbene, si accomodi: la farmacia è questa qua: — e egli addito un'ala sporgente di fabbrica a sinistra della cordonata d’ingresso

Traiano posto il piede in quel bellissimo salotto a volta reale, stupì non poco della eleganza e ricchezza ond’era fornito: ché gli rese aria di pulitissima spezieria da città, non che da campagna quasi deserta, com’è quella. Rimpetto all'uscio era un banco di noce netto di specchio, col suo dado di alabastro ciliegino e sopravi le bilance a còppe lustranti. Per tutto intorno alle pareli correano scaffali con vasi e bocce di cristalli, in sin quasi alla curvatura della volta, n resto degli arredi mondi ed acconci, e nel mezzo del pavimento un braciere a tripode acceso, con le sue mollette e lo sbraciatoio. Al banco stava un vecchio monaco alto e complesso della sua persona, di volto pieno, rubicondo e) amabile, in una bianca tonaca, con pazienza nera e cintura di cuoio alle reni, il quale manipolava certi suoi farmachi entro un mortaio: a un desco sedea un borgese bassotto e paffuto, e ritto in piè, tra un canto del banco e il moro, un giovinetta macilenta con uno sdruscito cappottacelo alla soldatesca sopra le spalle.

— Voi siete fra Eutimio lo spedale, vero? dimandò Traiano al monaco, dopo scappellatosi e fotta riverenza al borgese.

— Per servirla; rispose quegli graziosamente.

— Or datemi un po’ di qualcosa riscaldante e confortante, ch’io, per un mal incontro, mi sono sentito mancare il sangue addosso.

— Ohi, che è stato? Che vuole? si segga, non taccia complimenti; soggiunse con affettuosa e gentile sollecitudine il monaco.

— È stato; ripiglio sedendosi, sbottonandosi i petti del pastrano ed esalando un fiatone lungo lungo; è stato che io ho avuto a taro prima con una saetta di brigante napoletano, e poi....

— Signore; gli diè qui sulla voce con tono brusco il borgese; Vi prego di considerare meglio le parole che adoperate. Io sodo napoletano e uffiziale regio.

— La mi scusi, perdoni tanto, signor uffiziale, io non ho avuto animo di offender nessuno. Ho detto brigante, così per dire come usano tutti.

— Tutti un corno! rispose l’altro dando d’un forte pugno sol desco; tutti i birboni, tutti i mariuoli, tutti i Carbonari li dicon briganti, si: ma non già chi abbia fior di senno e di umana probità il cuore. Briganti, signor mio, non sono i popoli né i soldati di Francesco II, che con le armi difendono il trono, la indipendenza del Regno o gli altari: briganti invece sono i nemici di Dio, quei scomunicati sacrileghi de’ garibaldini e de’ Piemontesi che devastano e soqquadrano la terra nostra, e que’ ribaldacci di Generali ci hanno venduto il Re, l’esercito e la patria a cotesti predoni stranieri, che il diavolo se li porti!

— Ma io ne sono più che persuaso, e sto con lei, signor ufficiale rispose Traiano sempre al suo solito bilingue e bifronte; or che,' mi stima forse fautore dei Piemontesi? poh!

— Non dico questo; ma io non soffrirò mai che al cospetto mio stravolga il dizionario, come quegli assassini stravolgono il diritto

— Senta me: posto che i furfanti piglino il titolo di galantuomini, parmi che, a dispetto del vocabolario, per noi sia un onore aver quello di briganti. Nel resto io sono Romano, per sua regola e papalino, che non ho pelo in mento che non sia Papa; e al Re di Napoli ho tanta affezione che... o fra Eutimio, ammanitemi subito un confortativo, che ne possiam bere fraternamente io e questo bravo uffiziale, alla salute di re Francesco e della regina Maria Sofia lesto!

— Lasci fare a me; disse giovialmente il monaco; preparerò loro un ponce col rum di Casamari, che passerà le stelle.

— Benone, corpo delle bombe di Gaeta! viva fra Eutimio! — E messosi in un contegno tutto amorevolaccio e in una parlatura piacevolona, prese a narrare per ordine il suo caso. Ma in modo ch’egli compariva il Leonbruno della favola, e quegli che e chiamava dianzi il brigante vi facea la figura di un paladino della Tavola rotonda, e i Piemontesi v’avean tentennate e scapezzoni come il pensi chi può. Tacque nondimeno, per certi suoi prudenziali rispetti, dei carlini postigli in mano dal cosi detto brigante, della commissione che n’aveva e del nome che se l'era dimenticato: e tacque molto più rigorosamente del doppio passaporto, e de’ suoi colloquii col Capitan de’ dragoni e con la sbirraglia delle guardie.

Intanto che egli, da quel bellissimo parlatore che era, non raccontava no, ma dipingeva a pennellate michelangiolesche la sua avventura, il giovinetto dal gabbanaccio militare, che ricordammo star lì in piedi, si era voltalo a lui e lo ascoltava con la bocca aperta, senza batter ciglio e con una sospensione di spirito e un così vario appassionarsi de' sembianti, che se Traiano gli avesse posto mente, avrebbegli spiato in faccia altro che un appagamento di curiosità giovanile. Quel meschinetto, che su per giù dovea toccare i dieci almi, di presenza era civilissimo, di capei morato, d’una dolce aria di viso, e d’occhi grandi, amorosi e neri che bucavano come due spilli: ma palliduzzo, affilato e scarno per forma che il fatto suo era una pietà. Pulito poi come un dado: il busto aveva in una giacchettina di panno color marrone, ben addosso e allacciata all’unghera; sì consunta però che ragnava, e le ulivette degli alamari smagliavano. Compagni erano a tagliere di drappo bigio, al collo una cravattina di lana violetta; e portava quel lurido palandrano cosi alla sciamannata, che al tutto al tutto gli piangeva sugli omeri.

Traiano adunque, per essere tutto attuffato nelle sue descrizioni, non bado né tanto né quanto a quel garzonetto, il quale pendeva cosi immobile dal suo labbro. Se non che nel bello del concludere, dall’usciolino del laboratorio si presento un altro monaco coi fumosi bicchieroni in una guantiera, la quale venne a posare in sul desco. Di botto l’animatissimo cianciatore troncato il ragionamento: — Voi, monacello caro, che nome avete? il richiese.

Di fra Bernardo, ai suoi comandi.

— Ebbene, viva fra Bernardo! Sclamò abbrancando un bicchiere: e accostatoci alla bocca, e sorseggialo, e fatto il labbrruzzo con due sonanti spracche. — Uffiziale; disse al vicino; questo fior di roba, cosa da leccarsene le dita, un ponce che ravviverebbe un morto! Allo, da bravo; corpo del mio core! alla salute dell'eroe e della eroina di Gaeta; e alla barba del generale Cialdini e di tutti i suoi abbominati scherani: evviva il Re, evviva la Regina! — E a questo scoccare intrecciato di plausi e di esecrazioni, cominciare a sorbire la focosa bevanda: ma a centellini, ché bramava il palalo.

Or mentre costoro ciantellando traevano a batteria raddoppiata contro gli assediatori di Gaeta, il giovincello si appresso a fra Eutimio per prendere un barattoletto, che questi al tempo medesimo dimandatolo sommessamente del prezzo, gli offerse, in scambio di moneta, un cerchiettino d’oro. — E che volete, figliuol mio, che io mi faccia di quest’anello? disse il monaco riguardandolo con una colai cera patema.

lo non ho che questo; rispose sottovoce il fanciullo rosso 4 bragia e quasi singhiozzando; noi abbiamo speso l’ultimo quattrino che ci rimanesse, e se voi non accettate l’anello, come foro io a portare il lichéne a mia madre, che, poveretta, si muore! deh, contentatevene per carità!

E voi per carità, tenetevi l’anello e pigliate su il lichéne, la bene cosi? —11 giovinetto levo un’occhiata d’inestimabile amore al buon Eutimio, e senza potere profferire sillaba, tutto vergognoso partissi della spezieria: ma piantandosi fermo nell’antiporta, manifestamente per origliarvi e udire il termine di quella istoria del Romano. Il quale tocco dalla esclamazione: — Quante miserie! — con che il monaco accompagno l’uscita del giovanetto: — Perché dito questo? lo interrogo ammezzando le sue sovraccennate giaculatoria

Perché così è. A questi giorni, se io non avessi ordine hi padre Abate di chiudere un occhio nello spacciare i medicamenti, t di non guardare a chi paga o non paga, sarebbe cosa da metter» alla bottega tanto di catenaccio. La medicina che si è portata vii quel figlioletto, è la ventesima che odia giornata d’oggi è ita per puro amor di Dio.

— Doh! come fole a largheggiar cotanto nelle limosine?

— Eh, signor mio! si dà fino che ce n’è. Ogn’inverno i poveri si consumano ben la metà delle nostre rendite: ché a nessuno si ne ga mai un pezzo di pane e anche una scodella di legumi. Quest’anno poi abbiamo per giunta il passaggio dei Napoletani, i quali tutti! giorni ci arrivano a centinaia, e sono così malandati che farebbero pietà alle selci. I panattieri nostri non bastano a spianare il necessario per tante bocche: e noi che siamo tre speziali non abbiamo posa né dì né notte: ma a chi bisogna cavar sangue, a chi applicare mignatte, a chi medicare ferite, a chi fare altrettali servigi; perocché la Badia si sa da tutti che è il rifugio peccatorum.

— Ma voi avrete i tesori di Creso!

— I tesori di Cristo e della sua provvidenza, dica.

— O cappiterina! chi non ha non dà. Forseché il grano e i farmachi vi piovono nel monastero, come la manna nel deserto agli Ebrei?

— S’intende, un po’ di redditi li abbiamo sicuramente: ma perciòcché noi non accumuliamo, e viviamo assai magramente, secondo il santo nostro istituto, di erbe e di uova, e digiuniamo un terzo dell’anno o così; per questo ci avanza da pascere i poverelli di Cristo, e da consolare lui Signor Nostro ne’ suoi membri pazienti.

— Ah frati, frati! proruppe a dire il Romano sbirciando l’uffiziale con un risetto maligno; tutti i vostri salmi sempre finiscono in gloria.

— E come altrimenti dovrebbon essi finire? 0 che! pensa ella che se non fosse per dar gloria a Dio e salvare le anime nostre, noi vestiremmo questa sala? Loro secolari hanno spesso in bocca molti d’invidia canzonatoria sul conto dei monaci, che stanno in delizie a regola di campana. Ma io avrei caro che si provassero a godere per un solo mese di queste nostre delizie: a vegliare quattr’ore d’ogni notte nel coro; a non gustare mai un morsellino di carne o un sorsetto di brodo; a non uscir mai per una passeggiata fuori del recinto; a non esimersi mai da una osservanza, benché minima, senza la benedizione dell’Abate o del priore.

— Su via, ho celiato, fra Eutimio mio buono; troppo so che voi v’esercitate in grandi penitenze, e che fate del bene anche per noi mondanacci peccatori. Ma, a proposito, chi è egli quel ragazzino che se n' è andato testé? Mi viene un dubbio.

— Non gliene potrei dire altro se non che egli è del Regno, che da un paio di settimane in qua il vedo bazzicare per la Mi con una sua sorella. Hanno, non so dove, la madre ammalata I petto, e benché ogni giorno prendessero la limosina alla porta nostra insieme con la poveraglia; pure fino a ieri avevano di che rifarmi il prezzo dei medicamenti.

— Sta a vedere che quella giovane, là ai piedi della croce, aspettava lui! — disse a mezza bocca Traiano accupandosi un tantino, ché gli era nato in capo il pensiero improvviso, non forse dovessero eglino essere i due raccomandatigli da quel tale dal bel leardo, à colui insomma che egli allora non poteva nominare brigante. 0 cospetto! voglio scoprir paese; — ripenso intra sé. Onde raccorciate le chiacchiere, termino di centellare il ponce, si rizzò, pori io scotto e spacciatamente accomiatossi dal cortese monaco e dall'uffiziale. In quel punto il poverino che orecchiava di fuori, se li batté a gambe, e per sorte trovato il portone del cortile socchiuso, fuggissi che l’altro non ne vide l'ombra.

VI.

Né Traiano s’era male avvisato. La fanciulla cosi pudibonda trista ch’egli aveva lasciata a penar di gelo su quel macigno, in appunto soprassedeva in attendimento del garzoncello. Il quale subito che di gran corsa fu pervenuto a lei: — Maria, leva su, ai diamo; le disse tutto ansante; ho certe nuove a darli: ma' impresto!

— Che é? cos’hai? gli rispose quella sorgendo a fatica, imperché dal gran freddo quasi più non sentiva di sé medesima.

— Vieni, spacciati; per la strada ti conterò ogni cosa: ah Dio, che brutto fatto, s’egli mai fosse vero!

— Ma che dici, Guido? che hai? insistette l’altra con inquietudine, mentre imbracciato il manico del suo paniere, seco avviavasi sotto l'acquedotto.

— Ho che nella spezieria è entrato un signore romano, il quale ora d verrà dietro, e tu l’avrai dovuto veder passare dall’arco.

— Sì, bene; e poi?

— L’hai tu veduto?

— Guarda, a io l’ho veduto; diss'ella mostrandogli con un sospiro il papetto; mi ha data egli questa moneta.

— Egli! soggiunse Guido rimirando la moneta tra io dubbio meraviglia; ma gliel’hai chiesta tu?

— Non punto, me l’ha offerta esso; replico la giovinetta con un vivo risalto di erubescenza nelle guance; Iddio lo avrà ispirato a Conoscere che ne avevamo bisogno, e io ho accettata da un forestiero questa, carità, perla povera mamma. 0 Guido, pensare che è la prima volta che si riceve una moneta in limosina, dopo esser nati ricchi e averne dispensale tante! se sapessi, fratel mio, se sapessi come n’ho patita vergogna! la mi scottava in mano quando e’ me l’ha data. — Questo caso impensato fece sbollire per un istante al fanciullo tutta l’ardenza del parlare: si azzitto un poco, e parve arrossire anch’egli di quella umiliazione della sorella: la quale rintascato il papetto: — E poi di su; seguitò a dimandargli; che è successo nella spezieria? il monaco s’è egli contentato del mio anello?

— Mi ha risposto ch'è non sapea che farsene.

— E la gelatina del lichéne?

— Ce l’ha donata per carità.

— Ah, Vergine mia dolce, che provvidenza! Orsù qual’è, Guido, la cosa che mi bai a contare?

— Una storia mollo terribile accaduta a quel Romano, dond’io ho preso il sospetto che Otello, s’egli è desso, non debba arrivar più questa sera, e anzi forse...

— Forse che? disse l’altra sostando, e con tutta l’anima negli occhi di lui.

— Io temo che i Piemontesi l’abbiano bell’e acchiappato.

— Mi burli? strillo la giovane quasi tocca da un fulmine.

— Odi come la faccenda va. — Qui il fanciullo con voce commossa si rifece da capo a recitarle per ordine tutta l’avventura di Traiano, secondo ch’egli l’aveva intesa da lui narrare. Ma più che egli procedeva sponendole il fatto, é più vedeva la sorella scorcia in viso, perdere l’ultimo sentore del vital colorito elle il freddo non le avea spento, allentare il passo, rabbrividire o vacillare della persona. — Che ne sembra, a te, Maria? Che questo cavaliere dalla pistola a rivolta possa essere Otello?

Gesù! come indovinarlo? soggiuns’ella attonita di uno stupore che l’avea fatta diventare come una cosa persa; possibile, che Iddio ci voglia percuotere anche con questa disgrazia? ah poveri Otello! — E chetatasi, tutta in sé medesima si ritiro con atto di pensierosa.

In questi affannevoli discorsi erano essi giunti a una leggiadri chiesolina intitolata a san Cristoforo, la quale è in sulla pubblica sii a mano manca di chi da Casamari s’incammini verso Colliberardi ed ha. una di qua e una di là dagli stipiti della porta due finestrelle, con inferriate che guardano dentro, e sottovi due scalini di pietra per commodo d inginocchiarvisi i passeggeri, cui tiri pie là a rivenir la immagine della Madre di Dio che è sopra l’altare.

— Guido, io mi sento meno le gambe; ripiglio la Maria quando furono al dirimpetto di essa chiesicciuóla; fermiamoci un poco.

— A questo vento che ci taglia la pelle?

— Deh, Madre buona del Salvatore, fate che non sia vero un tale infortunio! ah, se e' l’hanno preso, Otello a quest’ora è morto! sclamò l'altra curvandosi a posare il panieruzzo presso il gradino a diritta; e rivoltasi a Guido: Di a me in che modo si potrebbe sapere da quel Romano, s’egli era Otello, e se i Piemontesi gli sieno corsi 'dietro?

— Quel signore sta per arrivare, ché ha detto ch’egli viene in Veroli: e mi meraviglio che tardi ancora.

— Dunque d bisogna aspettarlo..

— Che! e se in questo tempo Otello arrivasse al sito che ci ha avvisati?

Dovrebbe passare di qui. Nel biglietto di ieri non ci scrisse egli, e non ci fece ridire dal Rosso, che avrebbe tenuta la strada di Castelluccio? Ma poi come speri tu che arrivi, se i Piemontesi ce lo hanno fucilato? — rispos'ella mettendosi in ginocchio alla finestrella con un sì gagliardo scoppio di lagrime e di singulti, che l'altro ne fu sbigottito, e per consentimento pianse anch’egli con lei.

La pia e sconsolata fanciulla verso per alcuni istanti il cuor suo dinanzi a quel santuario della Vergine. Poi rittasi e asciugatisi gli occhi: — Via su, andiamo avanti, disse, non vaglio che tu assideri fermo a questa tramontana.

— Sì andiamo, già tanto e tanto quel signore sta per ghignerei.

— Ma tu perché non interrogarlo?

— Io non mi sono ardilo. Colui è un certo cosaccio d’uomo grosso cóme un otre, con un par di mustacchi raffilati insino alle orecchie, un pizzo da caprone e un muso che non mi pareva da prendergli confidenza. Egli per altro ha detto che i Piemontesi si sono trattenuti seco forse un quarto d'ora, ché lo volevano ammazzare il caldo caldo: e che il giovane scappato prima aveva un cavallo, un cavallo I onde potrebb’essere che, se egli era Otello, fosse molto ben fuggito lor dalle grande.

— Chi sa? chi sa? — ripeteva la donzella con altre simili interrotte parole; e a mano a mano che montavano la costa che sale alla pianta di Colliberardi, ella si ammutolirà e rivolgessi indietro con ansia irrequieta; mentre Guido postosi ogni tanto a camminare ritroso, aguzzava le pupille verso il più rimoto termine della strada che si rispiana sotto, sempre a bellosguardo del primo cavalcatore che vi spuntasse. E già erano più sopra che a mezzo l’erta, quand’egli improvvisamente: — Eccolo! gridò, si vede.

— Chi?

— O, mira bene: mi pare un altro.

— Chi? ridomando la fanciulla con fievole voce; sia desso? dimmelo, Guido, chi è?

— Guarda anche tu.

— Gli occhi mi tremano; soggiunse tutta affannamentosa; di, via, chi ti sembra egli?

— Uh, non si può ravvisar netto; egli è ancora troppo lontano.

— Be’, lascia che si accosti; io intanto mi riposo qua sopra: replico ella che, per affollariesi il petto, non ebbe forza da altro che da sedersi su un mucchietto di terra, accanto il pedale dì un olmo.


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LA POVERELLA DI CASAMARI

RACCONTO STORICO DEL 1860 E 1861
VII.

Mentre che Traiano partitosi così sbrigatamente, come dicemmo, dalla spezieria, si affrettava ad ire sulle orme del giovine poveretto, occorse che egli si dovesse indugiare nel monistero più tempo che non avrebbe desiderato. Conciòssiaché quando fu presso agli uffizi! del cellerario, s’incontro per sorte in un omettino di monaco, venerabile al sembiante, canuto che la neve ce ne perderebbe, con In testa nna berretta a tre spicchi, e tutta la persona raccolta in un tabarro di drappo nero, il quale egli udì salutare col titolo di Abate. — O, certo questi è il capo della Badia! — disse fra di sé Traiano: e non gli parve che e’ dovesse lasciarlo passare e non fargli no inchino. Perciò affrontatolo nell’alto che quegli impugnava la gruccetta per aprir l’uscio della celleria: — Padre Abate reverendissimo; sclamò con voce sonora, afferrandogli di sotto il mantello la mano per istamparvi un bacio divoto; mi tengo ad onore di ossequiarla, e di rallegrarmi con vostra paternità del bell’essere di quest’Abazia, e soprattutto delle immense carità che dia fa dispensare ai poveri. Ah Dio la prosperi! —

L’Abate che uomo è saggio e pesato, ma di maniere soavi, semplici e garbatissime, introdottolo graziosamente nella camera del cellerario, gli rendette con altrettanta urbanità le sue cortesie; ed appicco con esso lui un colloquio che, per essere stato di mere gentilezze, il riferirlo non monta nulla. Degno tuttavia di menzione è, che essendosi fatta parola della gran moltitudine di Napoletani sbandati, i quali capitavano allora nella Badia, famelici e, per lo strapazzo e gli stenti, più morti che vivi, e del disagio e dispendio gravissimo che era pei monaci a nutrirli e trattarli con la misericordia conveniente; il Romano nostro si avviso di dare un bottone di passaggio all’Abate, soggiugnendogii con una smorfia sguaiatuzza: — Eh sì, le noie di questo viavai sono grandi! ma si sopportano anche volentieri, perché alla fin delle fini vengono da soldati napoletani: se invece costoro fossero piemontesi, di que’ demonii scomunicati di Castelfidardo, uhm!... padre Abate mio, noi c’intendiamo. — E accompagno questo lazzo con un occhietto goffamente furbesco.

— Le dimando mille scuse, ma ella ci giudica troppo sinistramente; ripigliò pronto pronto a questa bottata l’altro, avvivando le nobili e sottili fattezze del volto; noi non facciamo punto limosina per cagioni politiche o per altri umani riguardi: la facciamo per Iddio, e perché tal è l'obbligo nostro. O  Napoletani o Piemontesi, noi non guardiamo a questo: e tanto saremmo disposti a votare i granai e la spezieria, e anco a levarci il pane di bocca, pei soldati di Vittorio Emmanuele, se arrivassero qua necessitosi e malconci, come siamo avvolontati di farlo per questi infelici regnicoli, ridotti a uno stato che metterebbero pietà alle belve.

— Si sa, Padre mio reverendissimo, la carità ha braccia lunghe; pure io osserverei che dar pane ai nemici del Santo Padre, ai ladroni della Chiesa, ehm!....

— No, signore, no; i servi di Dio non la discorrono cosi. Nei poveri, sieno poi quali e d’onde esser vogliono, noi non miriamo che Gesù Cristo; il quale ha detto di avere per fatto a sé il bene che si fa al prossimo: e non pose differenza, a quanto sappiamo noi, tra Napoletani e Piemontesi. Questi è vero sono in guerra rotta col Pontefice, e hanno tolto il suo alla Chiesa: ma noi nel soccorrere i bisognosi non dobbiamo aver l'occhio ai demeriti loro. Guai a noi se Dio misurasse i benefizii e le grane che ci usa, con la regola dei nostri meriti! Ove saremmo noi, e io pel primo? Noi anzi abbiamo debito specialissimo di vincere in bono malum, beneficando cioè chi ci vuole o ci fa del male: e in questo il nostro Santo Padre ci dà il preclaro lume del suo esempio apostolico, e a noi non resta che seguirlo. I Piemontesi e i Napoletani sono fratelli nostri, e per tali li abbracciamo con viscere di amore universale. Capisce ella questo linguaggio?

— Già, già, io diceva così per dire: allo stringer dei conti siamo tutti cristiani; — replicò l’uomo; e messo il ragionamento per un altro verso, indi a poco prese licenza.

Ma appena riuscito sotto l’andròne alla porta della stalla, eccogli un nuovo intoppo, e molestie e brighe senza fine. Quegli oltre a due centinaia di Napoletani che erano accovacciati là dentro sulla paglia, essendosi data la voce, si rizzarono tutti incontanente che egli si affaccio tra imposta e imposta, e il trassero in mezzo a loro, e gli si serrarono intorno con un bolli bolli, e urla e gridi e istanze che mai le più compassionevoli e tediose. Ognuno lo premeva per un po di carità, e gli facea il capo come un cestone. — Eccellenza, un grano; signore, un tornese; eccellenza, un tre calli! — E in questo affollamento, chi gli alzava davanti il braccio mostrandogli la mano fasciata: chi gli additava i piedi scalzi o anche piagati e sanguinosi: altri gli sciòrinava innanzi con muto gesto il cappotto cascante a lembi: altri gli discoprivano le proprie lor membra ignude, tra le squamature dei panni in brandelli.

Imperocché egli era un miscuglio ed un accozzamento di stracci, di ciarpe e d’avanzi di militari assise, il più lurido e bizzarro del mondo. Alcuni sopra un accordonato farsetto all'ussera portavano ima schiavina: altri erano in berretti scarlatti con ferraiuoloni bianchi, e sottovi cenci di casacche contadinesche, o di giubbe da pecorai abruzzesi. Quale aveva un cappellaccio a pan di zucchero tutto allumacato, e l'arnese da cacciatore: quale la vita in una pelle di capra, e luna gamba in un calzone turchino e l'altra in uno rosso, cuciti alla forcata con altre loppe di diversi colori. Chi era in divisa mezzo da fantaccino e mezzo da artigliere: né ci mancavano miseri che si tenevano rinvoltati alle spalle scheggiali smessi e laceri pannistrati, ossia pezzuole di colonella o manti di lana, che si stringono al dorso o s’acconciano in capo le foresi dell’Eroico e le montanine del Sanato. Facce poi squallide, macere, con barbe sozze, capigliature scarruffate, carni morlicce e occhi pesti e incavati, che parean d uomini tornati su dal sepolcro: e colà entro un sito, un tanfo, un puzzo, un fastidio da carnaio.

Il nostr’uomo a quel trepestio, a quella ressa, a quell’assalto che sembrava una bolgia dell’inferno dantesco che gli si riversasse contro, ebbe in grazia di non rimaner soffocato, e di cavarsela egli e il suo ronzone con alquante mandatene di soldi e di monetuzze che butto alla sparpagliata qui e là, tanto che il cerchio di que’ pezzenti si diradasse, ed egli potesse sfondarlo e riparare a salvamento. Il che, dopo le molte e con grande sua straccaggine, essendogli venuto fatto, com’ebbe inforcato gli arciòni e puntali i piedi nelle staffe, prima di dare la mossa alla bestia, si volse alla tumultuante brigata, e scappellatosi grido quanto n’aveva in gola: — Vittoria a Francesco II, e onore al suo bravo esercito! — Era un saluto? era uno scherno? Che che si fosse, la turba: — Viva u Rre nuosto; evviva Francischiello! — rispose come un mare in burrasca. Ed egli in quella che costoro assordavan cosi l’aria di stridi, guadagnatosi il passo, trotto verso il piazzale di fuori. Quivi con alcuna ansietà giro un’occhiata dinanzi, di dietro, a destra, a sinistra: ma né della fanciulla né del giovinetto potè più trovare vestigio. —0 capperi! li raggiungero ben io; — disse allora in cuor suo: e pigliato l’andante s’incammino dritto per Colliberardi.

VIII.

Noi, lasciandolo cavalcare a posta sua, coglieremo questo mezzo tempo, per intertenerci co’ lettori nostri delle condizioni di costui, e di certe altre cosicciuole che il saperle importa, e il dirle non sempre cade in taglio.

Il più ed il meglio del ritratto di questo signor Traiano già fino dal bel principio ve lo abbozzammo, presentandovelo per un tócco d'uomo di corporatura da faticante, ben impersonato e grasso e carnacciuto che gli lustrava il pelo, con un paio di basettoni rossogrigi che mettevan rispetto del fatto suo. Ma se di sol ciò non paghi, gradiste averne una bozzetta alcun che più contornata, eccoci al piacer vostro. Adunque gli spenzolava inoltre dal mento un folto e appuntato fiocco di simile barba: fiocco che Guido (ve ne ricorda?) chiamò da caprone, perocché il semplicetto ignorava essere il pizzo alla italiana. Sopra ciò avea viso tondo e di poca scultura, ma di gote pienotte e frescocce e tutto vermiglio come una mela granala: naso un po' gobbo: carnagione lentiginosa: occhi picciòtetti e gazzini, allegrissimi però e trafiggentissimi: sopraccigli a pena arcuati: fronte bassa, liscia e colma a guisa d'una fetterella di cocomero. Avvegnaché e’ rasentasse non più che i quarantacinque anni, pure imbigiava di molto; ed era anch'egli brinato e in capo e in faccia quanto il leardo di Otello. Pel rimanente ottima complessione, senonché tirava alquanto al cicciòso: e di sotto al pomo di Adamo già gli pendeano due dita di pagliuolaia, che indarno si studiava di tenere a legge nel chiuso d'una cravatta a gorgiera.

Suo padre fu un cotal Pier Giacinto, orefice di vaglia e gioielliere, niellatore e cesellatore assai riputato; uomo oltre questo di buona coscienza e probo, che lo allevo costumatamente e nel timore di Dio. Anco per madre sorti una donna d'anima e giudiziosa, la quale vigilo con una sollecitudine oculatissima la giovinezza di lui, parendo ch’ella si confidasse di trarne fuori un qualche gran che in servigio di santa Chiesa; un Vescovo, per atto d’esempio, o un Cardinale. Ma quando si venne al punto di metterlo alle scuole e d’introdurlo per gli studi!, le belle speranze materne andarono tutte in fumo. Ossia, come diceva egli, che di grammatica non ne volesse sulla giubba, ossia, come dicono altri, che non gliene entrasse boccicata; il caso fu che, dopo tre anni di mala prova, e' dovett'essere ritirato dalle panche scolastiche, e riposto nella bottega del padre a granagliare argento e oro, ed a maneggiare il brunitoio, le ciappolette e le mazzelline insieme con due altri suoi maggiori fratelli. E in cotest'arte dell'orafo, per cui la natura lo avea fatto e non per le lettere, si avvantaggio tanto, ch’egli, in opera di minuteria, di legar gioie e condurre in filigrana fatture d’impareggiabile sottigliezza, non che vincer quelli, stava alla bilancia con Pier Giacinto, o quasi.

Avvenne che dei due summentovati fratelli, l’uno, che era di gran perizia io lavorare di grosserìa e cesellava a meraviglia finì di tisico; e l'altro, ciò fu il primogenito, illuminato dal cielo a conoscere la vanità di questo secolo, gli volto le spalle e vestì uno degli abiti di san Francesco. Per lo che Traiano, appresso la morte di Pier Giacinto seguita indi a non molto, essendo rimasto solo con la madre, e oltre l'eccellente mestiere che avea alle mani, trovandosi agiato di un capitale, che in orerie e che in beni stabili, di parecchie migliaia, si determino a tor donna: ed accompagnossi in effetto con un fiore di giovane, la quale gli porto in casa di quel buon senno che non v’abbondava. Di essa ebbe varìi figliuoli: ma non gli sopravvivea altro che una coppia di femmine, la prima nata delle quali era il suo martello, o, conforme usava egli dire sfogandosi, la sua disperazione.

Intanto perocché ad esercitar l'arte gli pativa soverchiamente la vista, e gli affaruzzi suoi procedevano pur sempre di bene in meglio, si consiglio di lasciarla in tutto: e in quella vece di attendere a un po’ di traffico sui vini, sui bestiami, e sopra certe altre partite che gli si offersero da trarne utile onesto e lucroso. Non già che egli si legasse punto con que’ barulli, a’ quali il volgo romanesco dà nome di bagarini, che sono gli abbracciatutto delle piazze, i caparrati d’ogni ben di Dio che vi comparisca, gl'imbrogliatori de’ mercati e l’orca del popoletto de’ trìvii, che halli in abbominazione. Traiano mai non s’impaccio con questa razza di gente anfibia tra la cristianità e il ghetto degli Ebrei. E perciòcché una sola volta avea malaccortamente stipulato un contratto di accomandita con un di costoro in maschera di un tutt'altro, e’ n’era uscito truffato d’un duemila scudi: i quali appunto era venuto a tentar di riavere in Arpino, dove il baro, liberale sfegatato al solito, s’era ricoverato sotto lo scudo della libertà piemontese: e di là avea con esso lui rannodato pratiche per fargli, in giunta al danno, una mezza beffa.

Nondimeno ci si domanderà forse: — E che sorta d’uomo era egli dunque cotesto Traiano, che sin qui gli avete fatto fare delle cosi triste figure? — Noi veramente, per dirvela com’ella é, non gli abbiam fiuto fare se non le figure ch’egli fece. Le quali se furono tristo, n’avete ad accagionare in parte il natural suo, buono, vedete, dì fondo comedi pan fresco, e tutto cordialone, ma troppo timido e milenso; in parte quel suo benedetto cervello che era un oro di soli ventitré carati; e soprattutto la pazzia di essersi avvolpacchiato ancor egli nella politica, e messosi alla coda del partito liberalesco di Roma, del cui Comitato, giusta quello che ne udiste, si era fatto volenteroso tributario.

Contuttociò si badi, che egli non per questo si ha da credere che fosse un liberalone proprio de’ primi della pezza, o un mestatore di quelli che, in materia di setteggiare, batton la zolfa e comandano le feste. Ci vuol altro! Per graduarlo a tal segno ci converrebbe d'un bue far un barbero. No: esso era, secondochè abbiam notato, alla coda; cioè dire al pian terreno, dove chi casca non si fa male.

IX.

Intorno a che non sarà per noi fuori di proposito, accennare cosi a volo, come questo partito sia composto altresì in Roma di più ordini diversi, i quali, stando alla pubblica voce e a quel che eziandio corre in istampa, si possono commodamente ridurre a tre.

Il primo, che per onore della stirpe di Adamo si sa comprenderne un piccolissimo numero, è dei Carbonari scelti nel mazzo; ossia di que settarii matricolati che toccano, come suol dirsi, il polso al leone e danno pappa e cena agli altri; grandi soprammaestri delle occulte congreghe, dottori di baldacchino nelle malizie del congiurare, e insomma cime di Framassoni da dar loro del voi col cappello in mano.

Costoro, i quali celansi nel più cupo ed impenetrabil mistero, sono la quintessenza della ipocrisia, Luciferi incarnati. Nell’estrinseco vivono alla maniera degli altri, e se il ciel vi salvi, anco più ammodati che molti altri. In apparenza sono perle di galantuomini (e non alla piemontese), gemme di cristiani, coppe d’oro di cavalieri. Volti onesti, occhi colombini, fronti serene, sembianti leali, bocche ilari e stillanti miele, lingue purgate, contegni, atti, gesti, costumi, discorsi irreprensibili. V'ha chi pretende che ostentino, quasi umore loro peccante, la scrupolosità di coscienza. Qual meraviglia? Per gabbare con si impercettibile contrarte la sagacità romana, e’ debbon tutti aver un po’ l'aria di tanti sanctificetur e di personcine impastate di agnusdei. Perciò frequentano chiese, ascoltano prediche, ricevono sacramenti, si ascrivono a confraternite e ad oratorii. li rispetto umano l’hanno sotto de’ piedi. Ci conta l'istoria, che anni fa s’impese da sé per la gola nelle carceri di san Michele un di loro, scoperto nientemeno che per altro io di Giuseppe Mazzini; il quale ogni dì serviva pubblicamente la sua santa messa, con una compunzione da fra Pacomio. Che volete di più? Voi non di rado li incontrerete per le scale di conventi, de’ quali sono insigni benefattori, o per gli ambulacri di case religiose di strettissima osservanza, di cui sono assidui frustamattoni. Imperocché essi gli amici del padre guardiano tale, essi gl’intimi del padre abate tal altro, essi il fiato del padre rettore tale dei tali, essi i penitenti dell'altro tale padre teologo. Praticano poi a' parlatorii e alle ruote di almen tre o quattro monasteri: ed oh le pietose geremiadi sanno intonare, attraverso quelle grate, agli orecchi delle vecchie badesse e delle madri priore, cui strappano dagli occhi vive lagrime di compassione, sopra tante anime prevaricanti fra le tristizie di questo mondaccio perverso! Ma della loro svisceratezza alla Santa Sede, al Papa, al Governo ecclesiastico, al Potere temporale, non si può dire l'un mille che valga. Mancan loro i termini per esprimerla adeguatamente. Già talora, stanteché sono rampichini destrissimi, forse chi sa? occupano posti cospicui ed uffizii gelosi, e se ne beccan su i lauti stipendii dell'erario pontificio. Quindi pensate voi se strisciano lento pe’ tappeti delle anticamere, e se snodan la vita agli inchini, alle genuflessioni, alle riverenze profonde! Immaginate voi se hanno preste alle labbra tirasi le più olezzanti e formolo le più elette, da complimentare fioritamente ora questo personaggio ora quello; da umiliare al tal Principe eminentissimo la loro esigua ma indefettibile servitù; da offerire al tal altro Monsignore amplissimo la loro tenue ma inalterabile devozione! Corto, figuratevi da per voi se baciano basso e parlano alto! Essi le lance spezzate più animose della sacra tiara di Pietro: essi i morditori più arguti de’ ladroni dell’apostolico Seggio. E in certi caffè, in certe veglie, in certi ritrovi, oh che è egli a sentirli commentare l'Osservatore Romano, o l'Unità Cattolica di Torino, o l'Eco di Bologna, con una veemenza di affetto, con una gagliardezza di persuasioni, con un dolciòre di teneritudini che fa inumidire più di un ciglio e ritondar più di una bocca fra gli astanti! Lettor caro, la penna ci casca di mano, e non regge più innanzi a ritrarre tanta perfidia e tanta scelleratezza d’infingimenti. Compite voi il resto che lasciamo in bianco, se ve ne dà il cuore, e consolatevi con noi nella credenza che costoro sieno rari rarissimi, come soglion essere i mostri: e pregate Iddio che così sia.

Il secondo, incomparabilmente più numeroso del primo, viene rassomigliato ad un Bazar, dove la patente di liberalità si traffica come i titoli di credito alla Borsa: eccettochè qui la moneta è di onore, di coscienza, di fede, di tradimenti, di calunnie e di raggiri a pro dell'unità del gran latrocinio nazionale, che ha covo e banco aperto in Torino. Impresarii e mezzani de’ cambii erano per addietro i signori Marchesi o Conti, Legali, Ministri, Inviati o che altro del Governo Sardo presso la Santa Sede: ma dopo che le loro eccellenze, appunto perché conduttrici diplomatiche di questa sozza baratteria, furono discacciate da Roma, l'appalto è via via passato in altre mani, delle quali non monta che ci curiamo. Siccome poi il valore della patente che vi si acquista è mobilissimo, per cagione che non è assoluto, ma si commisura al prezzo insieme e alle qualità e ai meriti dei compratori; così è malagevole a dire quanto in esso Bazar si brighi, si ciurmi, si piatisca, si bisticci, si arzigogoli e si tempesti per crescerlo di continuo, e sollevarlo ad alzate ancora magnifiche. Chi ha pratica di questa baracca afferma, ch’ella sembra un vero ghetto in giorno di fiera. Dal che si scorge che tutta la brava gente, la quale concorre a mercanteggiarvi le sue tenerezze, i suoi amori, i suoi lezii e le sue alloccherìe verso l’Italia una e piemontese, ha per fine ultimo il privato interesse, a gloria, s’intende sempre, della nazione: e che i liberali di questo second’ordine sono, in termini espressi, tanti uccellatori ad ufficii pubblici ed a pubblici guadagni, o come dicono oggidì pagnottisti 1.

È adunque di costoro io Roma, ciò che è dei loro compagni nel rimanente d' Italia: salvo che, chi li contasse a uno a uno, li troverebbe men calcati che non ispaccino le bugiarde gazzette delle sinagoghe di Tonno e di Firenze.

1 Badi bene il lettore, di non equivocare sopra il senso dell’addiettivo piemontese di che ci accade valerci tanto spesso. Noi non lo adoperiamo già come patronimico, significante cioè popolo o nazione, ché in questo significato sarebbe d’uso falsissimo: ma come simbolico, esprimente cioè quel partito o fazione, che sotto il Governo di Torino ha scompigliata la Penisola, e manomessovi ogni legittimo ordine civile e religioso; il qual partito, attesa la sua origine e la sua sede, per comune consenso in Europa e in Italia suol dinotarsi con l’addiettivo predetto. E questa dichiarazione sia qui ripetuta una volta per sempre, anco a intendimento di onorare il vero Piemonte, che, per la sua fede e lealtà, è paese carissimo ai Cattolici italiani, e degno di singolare encomio, per la eletta d’uomini integerrimi e valorosi che fornisce alla causa di Cristo, del Papato e dell’Italia.

 Ve n’ha quindi, su per giù, alcuni delle varie classi e condizioni che sono comunemente in ogni popolosa città: ma in maggior copia ve n ha di coloro che giacciono più nel fondo, e che in quella miracolosa patente vedono o travedono la sospirata scala da uscire quandochessia del loro abbietto stato. Per essi poi, ed è cosa notoria al mondo, liberalità sona il medesimo che licenza: e però quanto è lor lecito scapestrare, dentro certi confini, tanto scapestrano alla dissoluta. Se non che in Roma, per un cotale istinto di ingenita prudenza, anche i più avventali si tengono, parlando in generale, molto al di qua dei sovrindicati confini, che sono i tre consueti delta galera, della mannaia e dell'esigilo.

Avrete per tanto in questo Bazar un nobile, o dissennato o in ispianto, che traffica il buon nome di un illustre casato e vitupera il sangue suo, per ambizione di un titolo di credito alla dignità di Senatore piemontese. Avrete un medico grillo, con o senza condotta, un avvocato azzeccagarbugli, con o senza clientela, che trafficano un po' d'agi e il riposo domestico dei loro, per cupidigia di un titolo di credito a stalli di Deputati piemontesi. Avrete un mercante di campagna che, bramoso di mutare la signoria de’ buoi e delle bufale in quella de’ popoli, traffica le lagrime della sua famiglia, per ansia d’un titolo di credito alla carica di viceprefetto piemontese. Avrete un ufficiale del Governo, ben salarialo, ben pasciuto, ben saginato che traffica il giuramento di fedeltà a chi gli somministra pure un grosso pane, per ingordigia di un titolo di credito ad una più grossa pagnotta piemontese. Avrete poi mescolata a costoro una torma di oziosi, di artieri, di manovali, di scrivani, di studienti, di affamatuzzi, di indebitati, di giovinastri, di discoli, di rompicolli, che trafficano tutto ciò che hanno e tutto ciò che non hanno, per rabbia di un titolo di credito a potere scapricciarsi e sfamarsi un bel giorno dovechessia alla piemontese. Nè d'altronde che da questo serraglio è sbucato lo sciame di que’ fuorusciti, che, sotto mostra di martiri romani o di vittime della papale tirannide, passeggiano l'Italia grassi, paffuti, bianchi e rossi che fanno voglia, con tanto di croce piemontese nel petto e con tanto di borsotto piemontese nella giubba, narrando pietosamente nei ridotti, nei caffè, nelle piazze gli atti autentici del loro martirio: e qual d'essi, che in Roma era bollato per finissimo mariuolo, assume le parti di un Collatino: e quale nominatissimo per fracidezza di vita, si immaschera da Virginio:

e tal altro del rubar maestro

A Caton si pareggia, e monta i rostri

Scappato al remo e al tiberin capestro.

Cotesti eroi sono di que’ più lesti fanti che, o impazienti d’indugi o inquisiti dal criminale, subito ghermitosi il loro titolo di credito, se la sono scapolata in Piemonte a goderne le riscossioni; e hanno avuta la sorte di farsi valere. Ma essendoché non a tutti ugualmente è toccata questa buona fortuna, e in Torino più d’uno di colai martiri, che pensavasi di aver fatto un affarone, è poi rimasto a mani vuote e a denti asciutti; perciò nel nostro Bazar è scoppiato un casa del diavolo spaventosissimo, destatovi dai furibondi strilli di que' poveracci corbellati si bruttamente, e piantati in un lastrico del Regno d’Italia, con in corpo un appetito da lupi e nel cuore un rovello da mastini. Il qual parapiglia si è fatto più implacabile anco per questo, che i furbi mazziniani dalla carità pelosa, hanno, con finta misericordia, raccolto que' disgraziati sotto le loro tende, e all'amichevole spartito con essi il duro tozzo del pane inferrigno che si rodono dopo il disastro di Aspromonte: e in tanto nella baracca di Roma hanno soffiala una fitta di maliziose voci sul conto degl’impresarii piemontesi; e tra le altre, che eglino sieno beffatori, aggiratoli e, come li appellano, volpi vecchie: e che repubblica vuol essere e democrazia pretta, per «fare l’Italia» e schiacciare il Papato, e non imposture cortigianesche e salamelecchi idolatrici a Corone di Re. Per la qual cosa, in questo già romano tempio di. patria fratellanza, si è venuto alle rotte come in uno steccato di gladiatori, e stassi a tu per tu e punta punta; e chi segue a parteggiare pel banco torinese e chi battaglia per la scarsella repubblicana: e si svillaneggiano per vicenda a lingua e a penna, e si assannano tra loro liberalescamente, e se la tirano, e se l’accoccano che è una delizia. E i codini a riderne saporitamente sotto i baffi.

Il terzo si vuole comparare ad una greggia innocente, nella quale, sotto i vincastri di armentieri del second’ordine, governati secretamente dagli archimandriti del primo, s'imbrancano certi deboli di cuore, certi pusilli ser accomoda, certi babbei meticolosi, certi merlotti impermaliti, e anche certe monne baderle dal cervellino di scricciòlo, e certe monne sninfìe che aman di stare su d’ogni moda: tutte anime fiacche, nature povere, teste piumose, che non vedono una spanna più là quali della paura e quali dell’usanza. Per questi liberali e per queste liberalesse il negozio non è di architettare macchine, acciòcché Roma piombi tra gli unghioni dell’avvoltoio settario; oh no! che anzi, quando e v’accusano il punto giusto, nulla confessano di temer tanto, come le zaffate sebben carezzevoli di quell’animalaccio: ma è di non pericolare in qualunque siasi contingenza, di non iscomparire, di non farsi scorgere, di non tirarsi guai addosso; in somma, come dicono poco italianamente, di non «compromettersi» per modo alcuno. Nell’intimo loro, signori sì, in genere sono cristiani, sono probi, sono carissimamente affezionali alla Chiesa, venerano la religione, vogliono benissimo al Santo Padre, e gli augurano uno splendido trionfo delle sue ragioni. Ma per un altro verso considerano che i tempi sono difficili, gli avvenimenti incerti e gli uomini cattivi: che tanto e tanto essi non hanno voce in capitolo, che non sono essi l’ago della bilancia; e che il loro «compromettersi» non aggìugnerebbe dramma di peso a veruno dei due piattelli di lei. Considerano che un po' d'arte di saper vivere al mondo, se mai fa necessaria, è a questi giorni pieni di angustie; che non c' è nessun comandamento di Dio il qual vieti di menare la barca propria con industrie prudenziali dettate dal natural senno; e che l’andar contro corrente, o il tener l’acqua che non cali alla china, è faccenda di gran rischio e superiore alle forze di persone private. Considerano che la miglior cosa che resti però da fare a chi abbia un micolin di giudizio, è di starsene in pace con tutti, di procurare dessero nel calendario d’ogni partito, e operando il bene che si può, senza esporsi a cimenti eroici, al che ninno è mai obbligato, guardarsi dallo stuzzicare i calabroni, e da quegli eccessi di zelo, che alla fine dei conti forse forse tornano più nocivi che profittevoli alla buona causa: giacché, come dicono due proverbii che galleggiano loro spesso alla mente, il troppo amen guasta la festa, e ogni soverchio rompe il coperchio.

Per via di tali e di simili altre considerazioni più o men cavillose, più o meno ambigue, più o meno torte, queste animine dabbene si formano un dettame, il quale nell’atto pratico non riesce poi se non a una doppiezza di procedimenti e ad una contraddizione di fatti, che il viver loro è una ipocrisia continua. E vaglia il vero: per poter essere sul libro d’ogni partito e mostrare buon sangue con tutti, pagheranno verbigrazia con l'una mano una tassa mensuale alle arpie del Comitato piemontese, e con l’altra porgeranno un’offerta all'Arciconfraternita per l’obolo di san Pietro: e ciò col patto espresso, che i collettori del Comitato serbino occultissimo il loro nome, e i collettori dell’Arciconfraternita lo notino nella lista con un paio di enne misteriose. E perocché la coscienza in loro non dorme, e li rampogna di questa marachella, essi fan opera di quietarla, rappresentandole che al Comitato si è data un’inezia, e con la mano manca, e per fine di schivar noie; all’Arciconfraternita si é data una gregorina lampante, e con la man ritta, e per fine di onorar Dio.

Medesimamente un giorno o una sera, poniamo esempio, compariranno in una brigata o in una veglia fra gente di garbo, dove guai a chi distonasse da certe convenienze nelle ornature, nei detti, nelle fogge! E allora vi entreranno con in petto spilloni o borchie aventi l’effigie del Papa in cammei gioiellati; e con bottoni gemelli ai polsini o allo sparato delle camicier mostranti in ismalto la croce rovescia di san Pietro; ed eziandio con un poco di bianco e giallo in un nastro, in un falpalà, in una frangia, in uno svolazzo, in un beccuccio di qualche cosa: e staran sull'avviso di non profferire sillaba, la qual soni men che appuntissimo in bocca di persone costumatamente papaline. Or che? Un altro giorno o un’altra sera compariranno in un’altra brigata o veglia, fra gente di buccia diversa. E allora non si periteranno di mettere in vista o spilloni o borchie col ritrailo di alcun brutto ceffo scomunicato, o bottoncini con la croce savoiarda; e di fare che scappi fuora da qualche merletto, da qualche piega, da qualche fronzolo, da qualche falda un cenciuccio tinto dei tre colori italiani: e quanto al satirizzare, al motteggiare, al frizzare, si accomoderanno alle battute, senza scrupoteggiare più che tanto a mo’ dei codini baciapolvere. Che se l'interno rimorso risveglisi e ridia fastidio, si provano di mitigarlo con la scusa che, si sa, tutto resta a fior di labbra; che uno straccetto d'un colore o di un altro non fa crollar il mondo; che quelle bazzecole di galanterie son roba falsa; che quelle facezie scagliate là non passan la pelle a veruno e son lievi colperelluzze; e che alla fin delle fini in que’ circoli si va di rado, e unicamente per debito di civiltà, e per salvare le apparenze, a fine di bene. E così in tutto il rimanente si acconciano a menar la vita loro come in iscena, dove un personaggio si è dentro e un altro di fuori, e una figura si fa oggi e un’altra del tutto opposta si fa domani.

Nè si stimi che in questa greggiuola sì dappoco, tutti poi vadano d'un passo, o adoperino un solo metro, o abbiano un umore medesimo, o sieno d’una stessa tempra di coscienza. Qui ancora sono le sue varietà, e c’è il più e c’è il meno, e v’ha l'oro e v’ha l’orpello. Alla suprema ragione del non a compromettersi» che è la comune, vi sarà facile trovare chi ne appicchi delle altre, che gli sieno di stimolo efficace a liberaleggiare anche più francamente, quasi a costume dei brigatori o briganti del second'ordine. Così, per grazia d’esempio, taluno orgogliosetto mirerà inoltre a gustare il dolce sciocco di una gloriuzza che gli viene da questo, e la quale aspetterebbe indarno da migliori meriti ch’esso non ha: tal altro indispettito mirerà di vantaggio a vendicarsi d’un torto, che gli sembrerà d'avere ricevuto da cui non attendeva se non favori e finezze. Chi lo farà per accattarsi benevolenza da qualche formicon di sorbo, del cui patrocinio abbisogna; e chi per assicurarsi un addentellato, sul quale potere in ogni caso tirar innanzi una certa sua fabbrica di gran momento. Quella madre avrà l'occhio ad agevolare, per questa strada, una manna dipartito ad una figliuola, che, poverina! le s’invecchia in casa: quella gentildonna puntigliosissima si prefiggerà, con quest’artifizio, di non parer da meno di una cotal’altra sua rivale di mode e di salotti, con cui non può mai vincerla né pattarla: e quella spiritosa giovane filosofessa, poetessa e politichessa dell’ottanta, non che affettare liberalità piemontese, ma si pavoneggerà eziandio in un purpureo camiciòtto garibaldesco, per gola di sentirsi profeticamente paragonata alle Veturie, alle Porzie, alle Cornelie dell’antica Roma: paragone che le solletica il cuore, e glielo fa nuotare in un mar di nettare.

Con che eccovi tratteggiato, a rozzi tocchi di carboncino, il mondo liberalesco dei sette colli. E crediate bene, lettor savio, ch’egli è un mondo sì piccolo, che a reggerlo in ispalla e’ basta un cosino d’Atlante, un nanuzzo e ce n’è d’avanzo: e oltre questo, ch’egli è modellato ad immagine degli altri mondi liberaleschi d'Italia, poiché tutto fondasi, come quelli, o nella nequizia o nell’interesse o nella paura, e tutto riluce di una solennissima ipocrisia, che è la propria e sostanziai forma della odierna liberalità italica.

Resterebbe a fare uno schizzetto anche appunto di quella storpiatura di Atlante che recaselo in ischiena, cioè dire del famoso Comitato, il quale ha empito di sua ridicola nomea l’Europa intera. Ma questo sarà per un’altra volta, se ce ne venga il bello. ché il Brigliadoro del nostr’uomo già s’è divorato il cammino, e monta affrettatamente verso Colliberardi; si che appena ci lascia un respiro da soggiungervi, che esso Traiano apparteneva all’ultimo dei tre ordini di liberali sopra descritti. Il  che forse avrete indovinato, dal vederlo doppio finora in tutto, salvoché nel coraggio.

X.

Di presente che il giovinetto, con gli occhi fissi nel lontano cavalcatore, ebbelo ravvisato per quel desso ch’egli era: — Sai? è lui, il Romano; — grido alla sorella. La quale a questo annunzio mutata l’ansia che la teneva smaniosa in una trepidezza di onestà vereconda: — Deh, Guido! fa di parlargli tu; gli disse aggricciandosi tutta, e calandosi il fazzoletto sul volto, e ristringendovisi dentro; io non mi attento.

— Eh, ma tu mi devi aiutare.

— Parla tu, interrogalo; rispose l'altra con voce languida; io ascolterò.

In questa il cavallaccio di Traiano che, pigliata l’erta, si era messo in un andare groppoloni e quasi arrabbiato, sopravvenne. L’uomo raffigurato il fanciullo fe sosta, mentre questi arrossatosi si levo il berretto e lo salutò.

— O voi, bel ragazzino; prese a dirgli Traiano; ho un’ambasciata a farvi.

— A me? chiese l’altro tutto rispettivo.

— Si, a voi; copritevi, accostatevi, né temiate di me. Voi aspettate qui, a questo freschetto, un giovane soldato napoletano neh?

— Signor si.

— Bene; io non me ne ricordo più il nome, ma è quegli di cui m’avrete inteso discorrere nella spezieria.

— Colui che aspettiamo noi si chiama Otello di Bardo; soggiunse Guido rinfrancandosi un tantino.

— Ah sì, appunto! Or chi è egli? vostro fratello?

— Signor no; ma è come se fosse.

— Voi, dovete avere una sorella con voi, dov’è ella?

— Eccola là; rispose il garzone accennandogliela con ritroso atto.

— E perché stassi ella così rimpiattata sotto quell’albero? chiamatela un po’ qua.

— Vi prego, signor mio, che non la facciate venire; ella è tutta aggrezzita dal freddo e anche avrebbe suggezione di voi.

— Povera figliuola! è ben quella a cui ho dato qualcosa entrando nella Badia, eh?

— Signor sì; mormoro l’altro sommessamente e chinando gli occhi; or fatemi tanta grazia di dirmi le nuove di Otello: è egli salvo?

— Pensa tu! è scappato su quel puledro che non toccava terra.

— Dunque è proprio sicuro che i Piemontesi non l'abbiano agguantato?

— Bah, agguantarlo? non lo avrebbe arrivato il fulmine.

— Senti? senti? Otello è salvo! — strillo il giovanetto in tripudio volgendosi alla sorella: e poi rivoltatosi all’uomo: — Signore; torno a dimandargli; e l’ambasciata?

— Io ve la farò: ma voglio in prima sapere chi siate voi, chi sia questo Otello, e per qual cagione lo aspettiate con tanta premura. Queste indiscretissime interrogazioni ravvilupparono a un tratto Guido che, turbatosene, basso il capo, si invermiglio e rimaneggiando fra le dita i cappietti e gli alamari del suo farsettino, parea non si ardisse rispondere, o pescasse parole da farlo più riguardosamente ché e’ potesse. Per lo che Traiano avvistosi di quella sua confusione, in luogo di scuotergliela subito con qualche dissimulata graziosità, gliela raggravo due cotanti garrendolo zoticamente: — Non vuo’ parlare? Ebbene né pur io ti riferirò l'ambasciata: anzi guarda; insisté tirando fuori la pugnata dei carlini e sponendoglieli sotto il mento; questi sono per voi due, e li ho da Otello: ma se tu non canti, soffiavi su. Già me lo figuro, bel musino; tu de’ essere un cagnottello di Chiavone.

— E che vi ho adir io di noi? ripigliò allora il fanciullo voltandogli un’occhiata che, se Traiano fosse stato meno sfiorito di gentilezza, lo avrebbe umiliato; noi siamo napoletani anche noi.

— Figliuoli di qualche soldato?

— Signor sì; il babbo nostro è Capitano nei cacciatori.

— Di Francesco II?

— Si sa; del Re nostro.

— Dov’è egli?

— In Roma.

— E Otello, chi è quest'Otello?

— Sarebbe una storia lunga a contarcela; io vi dimando per l'amor di Dio che mi diciate quel che mi avete a dire di lui, perché noi aggranchiamo a questo brezzone; e abbiamo in Veroli nostra madre che è quasi in agonia, e aspetta che le portiamo un certo medicamento.

— Via, to'; disse l’uomo, vinto da questa sì candida preghiera, dandogli le monete; ecco venti carlini che vi manda Otello, e vi fa sapere che oggi non verrà più, ma che dimani alla stess’ora si troverà senza fatto nel sito che conoscete. Io poi vi aggiungo questo scudo perché ne aiutiate la vostra mamma. Siete contento cosi?

— Iddio ve ne ricambii egli! sclamò il giovinetto colorato in viso come fuoco e rimirandolo con dolce mossa di occhi; noi, vedete, signor buono, non eravamo nati poveri, e la carità si faceva e non si prendeva, ma — Qui gli svanì la voce soffocatagli da un veemente singulto, e le lagrime cominciarono piovergli giù per le gote, così che non potè più altro che coprirsi la faccia con un lembo del suo lurido pastrano, sberrettarsi e, mormorando singhiozzose parole, toglier commiato.

Traiano, che aveva poi il cuore di pasta molle, e non era tutto tutto una zucca al vento, da que' rossori, da quel protesto e da quel pianto penoso del rispettosissimo garzonetto, comprese che havvi al mondo una povertà, la quale da ogni bennato spirito si vuol trattare con delicata riverenza, e non mai sforzarla a disvelarsi oltre i termini del puro necessario: e capì esser troppo crudele benefizio, quello che fa ardere e bassar la fronte di chi lo riceve. Ondeché intenerito e vergognato egli di sé medesimo, non oso mortificare più innanzi quella ingenua e pudica creatura; e spronando il cavallo si avanzo alquanti passi. Ma come fu accosto della donzella, non si poto ritenere che non le chiedesse, qual nome ella aveva. A cui l’amoroso fratello, che dietro venivagli, per levarla d’impacciò: — Ne ha due; rispos’egli cosi piagnente com'era: si chiama Maria Flora.

— E voi? gli dimandò l'altro.

— Guido.

— Lo sapeva; me lo ho dello là quel vostro soldato. Addio, addio. Cosi termino l’incontro, e cosi ognuno andossi pe' fatti suoi.

Traiano però contro voglia si era spiccato da loro due, e ringoiando a malincuore altre questioni che egli, per sua curiosità, si pròponea muovere alla giovane massimamente, e le aveva già sulla punta della lingua. Ma quando la rivide da presso mentr’ella, battendo insieme i denti e facendoli crocchiare, si rizzo e timidamente lo saluto col gesto del baciamano alla napoletana, scorse in quel suo aspetto un colai misto di orrido e di attrattivo, di gentilesco e di scontraffatto, di leggiadro e di estenuato ch’egli n’ebbe sconvolto l’animo per la compassione, e, malgrado che se n' avesse, dovè allontanarsi da lei, senza potere sgroppare il nodo d’ambascia che gli si era stretto alla gola e gl’impediva il parlare. Anzi gli s’ingenero un tanto alto senso di pietà per quella giovanissima coppia, la quale 7 sembravagli unire una così estrema indigenza ad un isquisito allevamento, che egli strologando e storiando sopra di essa, malediceva intra sé alle rivolture d’Italia e alla bestiale ferocità della Carboneria che, per servire ad ambizioni straniere, disertava ladronescamente popoli e Stati, e dissanguava e immiseriva e disfaceva tante famiglie. Ma gua’ che queste maledizioni le avess’intese altri che l’aria!

In Veroli, dov'egli era stato circa due giorni, avea avuto agio di affiatarsi con alquanti di quel pugno di congiuratori che ancor là hanno il nido, e segnatamente col loro capo, a cui il segretario del Comitato di Roma lo aveva accompagnato con una lettera di familiarità, ed era persona di niuna comparenza, ma di molti ricapiti per la fazione libertina: mercecché teneva in mano e guidava occultamente tutta la trama settaria, distesa nella provincia di Campania. E noi non favoleggiamo. Or Traiano che si vedeva a mal punto pel suo negozio, alla cui composizione finale il debitore d’Arpino dava una più lunga tratta di tempo, essendosi deliberato di partire la vegnente mattina e tornarsene in Roma, fu la sera a fare le sue di partenze e i suoi convenevoli col caporale predetto, e con alcuni di quegli «amici» che trovo adunali nella casa di lui.

Era egli possibile che un uomo naturato come il nostro Romano, ammesso gaiamente in un crocchio di liberalotti ciòciari a fare un po’ di allegrionaccia intorno a un camino, sgranocchiando caldarroste, asciugando bicchieri di un alléatico che avrebbe sciolto lo scilinguagnolo a un muto, e schiacciando certi sagrati che sfondavano il palco del tinello; era egli possibile che in tal sera, in tal contingenza, si fosse frenato dal ritessere l’epopea de’ suoi casi, e dal farsene onore con belle vanterie da cuor di leone? Adunque la ripiglio da capo: e a seconda della parlantina, che gli si addoppiava col multiplicar de’ baci al bicchiere, la recito e commento e rappresento tutta; ma in carattere, cioè alla brava e senza quei ritegni pe’ due miserelli da lui beneficati, che gli dovea persuadere la pietà conceputane, se già non avessela affogata ne’ fiaschi.

Verso l’ora della mezzanotte quand’egli, rientrato nell’albergo e assettata ogni sua faccenda pel viaggio, stava in sul coricarsi, ode bussare alla porta della camera: — Chi è? — Amici: — apre, ed eccogli innanzi quel mal bigatto del caporione, il quale: —Sior Traiano; gli dice imperiosamente; è di necessità che differiate a doman l'altro la partenza. Noi abbiamo risoluto di finirla con questa canaglia di briganti; e dimani faremo che quel cotale incappi nei Piemontesi: ma ci bisogna l’opera vostra.

— Impossibile, caro mio!

— O! perché?

— Per mille ragioni; io sono padre di famiglia, mi aspettano in Roma, e poi non so la scherma.

— Ragioni da nulla; un giorno di più, un giorno di meno non guasta, e io v'insegnerò il da fare: voi intanto vi acquisterete così un merito con la causa nostra, che, ve ne accerto io, sarà avuto in considerazione.

— Ma io non potrei espormi troppo; soggiuns’egli con manifesto sgomento.

— Poh! fidatevi di me, voi non correrete un rischio al mondo. Siamo intesi. Or mando avvisi a Castelluccio. Domattina ci riparleremo. Buona notte. — E in questo dire gli prese la mano, gliela serro e andossi, lasciando Traiano stupido e balordo come un barbagianni.


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LA POVERELLA DI CASAMARI

RACCONTO STORICO DEL 1860 E 1861
XI.

Colliberardi è un paesello di forse dugento fuochi, squallido di apparenza, con casipole a muri grossamente arricciati, e con rozzi tetti a capanna.

1 Prima che si fosse potuta leggere, ma dopo stampata, la nota dichiarativa che apponemmo alle pagg. 54, 55 del precedente fascicolo, v’è stato chi, per sua bontà e con amichevole gentilezza, ci ha voluto mettere in avviso che in alcuni luoghi d’Italia, e specialmente in Piemonte, potrebbe saper male che il nostro Racconto metta in iscena e paia magnificare le opere di briganti. Noi preghiamo di fare con noi alcune riflessioni, che avevamo serbate a luogo più opportuno, ma che di buon grado anticiperemo qui in compendio. E prima, abbiamo noi mai mostrato di approvare il vero e proprio brigantaggio? abbiamo scritti due articoli, e molto lunghi, su questo argomento (Serie V, vol. VIII, pagg. 150 e 420); quale parola vi è corsa per entro a commendazione di assassini, di scherani, di malfattori quali che essi sieno, appellati briganti? Nessuna: gli articoli son lì stampati e parlano. I maleficii li reputiamo meritevoli di tutta la severità delle leggi, sotto tutti governi e sgoverni possibili. Quanto ài parteggiatori politici che con armi onorate fanno lealmente la guerra alla spicciolata a favore di una causa giusta, non è questo luogo di farne parola, perché converrebbe entrare in un trattato di diritto naturale delle genti. Quello che fa al caso del nostro Racconto è molto più semplice. Si tratta qui di partigiani, che suscitano una guerra nazionale, contro un invasione esterna, mentre il loro amato Sovrano legittimo regna e combatte (si badi che allora pendeva l'assedio di Gaeta) per la propria corona. Or chi non si onorerebbe di avere un padre, un figlio, uno sposo brigante a questa maniera?

Chi non benedirà le mani di tali briganti, se essi mossero in campo con isperanza prudente di successo felice? Noi siam certi che tali briganti potrebbero comparire in Parlamento a Torino,

 Ma egli è bene assituato in sul dorso di un vago poggettino messo a vigne e ad uliveti, e aggirato da annosi castagni, i quali con le loro chiome aperte e lussureggianti, dànno un certo che di gaio al verde pallido degli ulivi, e al bruno aspetto dei sovrastanti abituri.

sicuri che nessuno (massime militare) volgerebbe loro una parola di rimprovero, che non fosse accompagnata da interna stima e ammirazione.

Ma costoro, forse si replicherà, nel Racconto parlano con ingloriosi modi e villani del Piemonte.

Rispondiamo, che non si può far parlare un soldato di caldo animo tra pari suoi, come un diplomatico in un congresso politico. Simili in tutto sono i modi che ne' quartieri tennero i soldati piemontesi, quando si combatteva contro i Tedeschi e contro i Pontifici e poi contro gli stessi Napoletani: né chi volesse metterli in iscena potrebbe porre loro in bocca parole inzuccherate. Tanto più che i fogli pubblici,1 teatri, il Parlamento stesso tennero frequentemente lo stesso linguaggio contro augusti avversarli.

Ma quelle calunnie contro l'esercito, contro il suo valore militare, contro la sua mitezza e disciplina sì conosciuta da tutti? Rispondiamo, che, quanto a noi, il valore lo abbiamo riconosciuto, e lo abbiamo molte volte fatto spiccare ed encomiato oltre a bastanza, come di leggeri ne sarà capace chi si ricordi che le più celebri fanoni di Lombardia fecero parte dell'Ebreo di Verona; e v'ebbero il più cordiale tributo di lode che si possa dare alle armi piemontesi. Il che però non ci tolse di scrivere che avremmo desiderato poter lodare altresì la causa di quella guerra, che non fu giustificata né dal diritto,, né dall’evento. Ora, ciò posto, sembra a noi che irragionévolmente ci si dimanderebbe, che un soldato di Francesco II facesse elogi di quelle armi che esso combatte e respinge, e da cui ripete infiniti mali: naturalmente caso ne parlerà da nemico, da soldato, da popolano adirato. E in vero (siamo schietti) potrebbe mai parlarne altrimenti? Qual meraviglia, poiché egli attribuisca ai nemici, atti di ferocia e di atrocità che, essi detestano? Sarebbe ridicolo il pretendere che un partigiano combattente, si ponesse a distinguere gravemente il nemico disciplinato, severo, morigerato, dai capi che con bandi ed ordinazioni da Saracini vituperano il nome e la patria loro. Certo i fatti di costoro destarono non che le indignazioni dei popoli e dei Deputati napoletani, ma ben anco fieri richiami dei giornali di tutti i patiti, in Italia e fuori, e fino nel Parlamento di Torino. Il brigante e i briganti di cui qui si parla ragionano come ragionossi alla tribuna piemontese e da tutto il Piemonte nobile ed onesto, che è il vero.

Speriamo che questa dichiarazione basterà a tutti gli equi estimatori delle cose.

Da mezzogiorno l’Amaseno, tra le ombre di alberelle e di salci, lambitagli festosamente la pianta, passa a rallegrare, costeggiandola con le sue acque argentine, la strada maestra, che non lungi dalla Badia lo scavalca sopra un antico ponte, opera di romana saldezza: oveché da settentrione tutta la gran vallata, che si distende sino alle falde delle giogaie di Trisulti, delle Scalelle e della montagna di Sora, gli si allarga sotto spaziosissimamente, a guisa di un lago a belle ed ampie onde di verzura. Per intorno il paesuncolo ha campi e orti e terra domestica, sparsa di casolari e popolata da rustiche ma industriose famiglie, che sin presso al contado di Scifelli con amore la coltivano e con frutto. E siccome la sì vasta pianura che gli si apre di verso tramontana è tutta sfogala e disposta variatamente a solchi, a siepi, a maggesi, a boscaglie, a praterie; così è incredibile l'andirivieni di viottole traverse, di tortuose giravolte e di sentieruoli fuor di mano, che, calando giù dalle schiene dei monti, vi s’intralciano e incrocicchiano, per fare poi capo nelle sue vicinanze e ne’ contorni di Casamari.

Il domani, dopo gl’incontri e i casi che abbiamo sin qui narrati, poco avanti l’ora del mezzodì, per una di queste viuzze distorte, arrivo nel piano sotto il paese un omicciuolo basso, atticciato, con guardatura scintillante ma fiera, con volto vaiuolato, in brache, gambuti, farsetto, giubba e cappello aguzzo all’usanza dei montagnuoli dell’Ernico; eccettoché i fianchi avea ricinti d’una gran fascia di lana bianca e cremisi con entrovi celati, uno a destra uno a sinistra, due arnesi che molto si rassomigliano a terzetto, e a una tesa rilevata del suo cappellotto, tre penne di gallo ricascanti dietro il cucuzzolo. Costui portava in mano un grosso e noderuto bastone, e veniva camminando lesto, franco e spigliato come un fantaccino leggeri. Ogni tanto alzava gli occhi verso Colliberardi, e squassava la testa che avea foltamente capillata di color biondomiele, con zazzera sciolta fin sopra le spalle, e si lisciava la crespa e irta barba, che dal mento spenzolagli in due fiocchi arruffati.

Giunto allo svolto per cui si sale dentro il villaggio, Si arresto e chiese a gente che ne scendeva, se colassù vi fosse forza o carabinieri. Inteso che no, indirizzo il passo alla strada maestra, e fermatovisi a spiare per lunga pezza sì dalla banda di Veroli e sì da quella di Casamari, in ultimo si pose a sedere io un rialto sulla ceppala di una quercia; trasse fuori la pipa, la caricò, l’accese e fumando, e stropicciandosi in fronte, e pur sempre esplorando attorno con guardo sollecito, stava in contegno d'uno che, non senza sospetto, fosse alla posta di qualche viandante. Quivi però facea buon riposarsi; mercecché il sole che splendeva purissimo raddolciva l’aria, non più aggelata, come ieri, dal soffio del vento boreale, e anzi tanto era godereccia quella giornata, ch'ella pareva una delle più deliziose d'Aprile.

Non molto stante si udirono i lenti e mesti squilli di una campana, che rintoccando al di lungi ripercoteasi contro il prossimo clivo. Era l'avemmaria del mezzodì, la quale sonavasi alla torre di Casamari. L’uomo a que’ tocchi poso la pipa, si scoperse e segnatosi recito un’orazione, che dovett’essere l'Angelus. Poscia rifattosi la croce e soffiato un bacio a un santino che aveva dentro il cappello; si era a pena riposto a sedere, che eccogli dirimpetto due viaggiatori a cavallo, sopravvenuti dalla parte di Veroli: i quali sostanno, e con gli occhi in giro sembrano cercare di alcuno lì intorno. — Olà, buona donna; interrogo l'un d'essi una villanotta che si accostava con un fastello di legne in capo e un puttino in braccio; avreste voi scontrata una giovane vestita così e così, in compagnia di un ragazzo tale e tale?

— No, manco l'ombra.

— E voi, brav'uomo; domando il secondo a costui che era sdraione sotto l'albero e bonamente se la pipava; li avreste voi veduti o l’uno o l'altra?

— Uhm, vattel’a pesca! borbotto egli con una smusatura dispettosa e uno sbruffo di fumo.

— Holli veduti io; salto su a rispondere da un fossato un monello tutto in cenci, che guardava una scrofa co' suoi porcellini; vuol essere una mezz'ora che e’ sono passati, ed hanno preso di quaggiù verso la Badia. —E i due, senza neppur dire grazie o addio, a trottare di lena per quella volta.

— Or come li hai visti tu, brutto marmocchio, e non io che sono arrivato qui innanzi te? ruppe allora colui il silenzio, garrendo a quel cattivello.

— Umbè, io li avrò pigliati in iscambio. — Sa questo punto, cioè nel proprio momento che que’ due si discostavano inviandosi per Casamari, appaiono sulla strada Guido e Maria sboccativi da una rivoltella. Eran dessi, i cercati da color due. Ma l’uomo non si tosto

li raffigura, che guizza loro incontro come uno scoiattolo. — Il Rosso, oh ti Rosso! Angiolino, ben trovato! esclamano ambo affrettandosi a lui; che nuove c’è? Otello viene egli? è forse giunto?

— Zitti! seguitemi tutti e due, e presto!

— Ma Otello? che n’è d’Otello?

— Arriva: zitti! venite meco, spicciamoci.

— Dove?

— Per di qua. Egli ha dovuto mutare via, perché i Piemontesi e le guardie nazionali occupano tutti i valichi del piano. E’ tiene per le montagne, e già sarà al posto che siam d’accordo. Per questo mi ha spedito a guidarvici. Or per un poco io vi precedo: seguitatemi e poi parleremo.

Questo Angiolino, detto anche il Pescatore, per lo mestiere che un tempo esercito nel lago Fucino, ma più comunemente, forse per; la sua biondezza, soprannominato il Rosso, era uno di quegl’intrepidi montanari, che, dopo la invasione de Piemontesi nelle terre di Napoli e la ritirata dell’esercito regio e di Francesco li dal Volturno al Garigliano, s’erano armati: e rannodatisi in bande, scorrevano gli Abruzzi combattendo a morte lo soldatesche straniere, e dando i primi avviamenti a quella guerra formidabilissima di squadriglie, che, dilatatasi poi in ogni angolo del Reame, stanca invano da ben tre anni il miglior nerbo delle milizie usurpatrici, e sgagliardisce l’ircocervo del Regno d’Italia, il quale pur sempre ne porta

Rotta la tempia e il fianco insanguinato.

Cotesto montanino forzuto, articoloso, tutto muscoli e brio che parea fosse temperato d’acciaio e corressegli argentovivo per le vene, era un cotal tarpagnolo si valido e sicuro d’arme, che e maneggiava la carabina, le pistole e la baionetta, coma se fosse nato con quello in pugno: e tanto audace e imperterrito in ogni più arrischiata impresa, che Luigi Alonzi, suo condottiero, non lo denominava mai altrimenti che: «Il mi Angiolino senza paura.» Esso aveva militato già sotto le insegne reali in un battaglione di cacciatori a piedi, e fattosi notabili prodezze nella campagna siciliana del 1849, che, oltre una medaglia in argento, avea riportato il grado di caporale. A un bel bisogno egli vi mostrava, additandovele una per una, in petto, nel collo, nell’antibraccio, in testa le cicatrici di otto ferite, e ti raccontava come nell’assalto di Catania egli acquisto una bandiera, e si aggrappolo bravamente pel primo in vetta di tre serragli alla fila: intantoché il suo Maggiore se lo abbraccio e bacio là, sotto il fuoco de’ cannoni, e in vista de’ camerata che plaudivano: — Viva il Rosso! viva il Re! — e come Ferdinando II, chiamatolo a sé in una visita che fece al quartiere di Caserta, si rallegro seco, gli tiro la barbetta e gli diè una ceffatella per vezzo, e poi gli mise in mano dieci doppie ballanti e sonanti.

Avuto il congedo e ritornato libero alle native sue montagne, si era accompagnato di donna che l’avea fatto padre di sei figliuoli Con tutto ciò per impeto di affetto al suo Principe, assalito ora cosi traditorescamente, e di amore alla indipendenza della patria e alla santità e maestà della religione e del Papa, dì cui sentiva essere i nemici calpestatori e profanatori più svergognati de’ Turchi (era questa la voce che si era sparsa in quegl'incolti monti e silvestri); Angiolino, commessa a Dio la cura della sua famigliuola, si era stretto ancor egli intorno all'Alonzi, soprannomato Chiavone, terribilissimo caposquadra del contado di Sora, il quale per la sua valentia lo avea caro quanto un occhio, e se ne fidava come del proprio suo cuore. Ed appunto perché sapealo un fior d’uomo, lo avea offerto ad Otello di Bardo, per secretissimo suo messaggiero a quella povera fanciulla e alla madre di lei inferma in Veroli: ed era questa già la seconda volta in tre giorni che il Rosso faceva tal uffizio, con una destrezza e lealtà da par suo.

XII.

— O Angiolino, e che è cotesto che ci fai gambettare sì alla disperata? Va un po' piano; gli grido Guido, come si furono alquanto inoltrati pe' campi.

— Sta bene, or è tempo di allentare il passo; rispose l'uomo voltandosi e sorridendogli con una tal rispettosa piacevolezza; a me questo paniere; soggiunse poi togliendo di mano alla donzella quello che essa portava: e infilzatovi nel manico il suo bastone se lo alzo in ispalla, e collocatosi nel mezzo di loro due: Vo’ sapere; comincio parlando posatamente; se iersera vi siete punto imbattuti in un signore romano, che dovea ridirvi un’ambasciata di Otello, e consegnarvi da parte sua venti bei carlini.

— SI, poveretto! ci raggiunse, ci fece l’ambasciata, e, oltre i carlini di Otello, ci dono del suo qualcosa; rispose Guido.

— Iddio gli benedica le mani!

— Perché dunque cotesta mutazione cosi improvvisa di cammino? dimando la giovane che era pensosa anzi che no, e in sembiante d’inquieta e angustiata da affetti diversi: né aveva altre notizie di Otello da chiedere al Rosso, il quale due dì indietro gliene avea date quante potesse bramarne.

— Ve l’ho detto. Perché da ieri in qua la strada di Arpino è battuta dai Piemontesi; e stamane, alla levata del sole, le Nazionali già rondavano tra l’Isola e Castelluccio, e tutti i tragetti e gli sbocchi sono custoditi da cavalleria.

— E quel fatto di ieri, è proprio così come narrollo quel Romano?

— Io poco ne so. Questa notte io dormiva nel pagliaio di mio suocero, quando è giunto Otello, che m’ha detto: «Rosso, io sto ambiguo se debba prendere la traversa di costa alle Scalelle, oppure giù là per Castelluccio: v’ha soldati assai, e io son solo. » E dopo contatomi su due piedi quel che gli era accaduto, hammi pregato che scendessi ad avvertirvi, che sarebbe venuto per Campoti e Pescosolido. Gli ho indicato le scorciatoie, e di botto, tagliando verso l’Isola, mi sono messa la via tra le gambe. Un amico in buon punto m’ha fotto accorto, che e’ c’era ivi tra i birboni come un all’armi, e che que’ cagnacci del diavolo fiutavano da per tutto: e io, svoltando sopra Scifelli, me la sono sgattaiolata per un macchione, e traforatomi qui a valle sotto Colliberardi.

— Sin dove ci menate voi? ridomando la Maria.

— Qua vicino: vedete quella piantata di olmi? accosto c’è una fratta e una viottolina, e poco più indietro un casale. Là ci siam dati la ferma, ed è buon sito: — Con questi e altrettali ragionamenti proseguirono innanzi un tratto. Ma il Rosso dal canto suo non fiato nulla dei viaggiatori, i quali manifestamente avean fotte inquisizioni al ansiose di loro due; e si contenne così, forse per non isgomentarli. E la giovane scarsa di parole, atteggiata a una tristezza placida ma angosciosa, e raccolta in so medesima, a fatica pareva badare all'uomo, e capacitarsi che costui la conducesse effettivamente ali’ incontro di Otello. Poi quell'incontro, s’indovinava dagli spezzati motti che le sfuggivan di bocca, che ella il desiderava temendolo, e che in ogni caso non bastava a svegliarle un sorriso, benché languidissimo, di contento.

— Ve’, ve’, Angiolino; tolse a domandar Guido accennando il gruppo degli olmi; il casale che dicesti, sarebbe egli quel comignolo grigio che spunta là fra i rami?

— V’apponete, è quello.

— Non è lontano; ma chi ci abita?

— Buona gente; amici, che in ogni occorrenza sarebbono pronti a darci aiuto.

— Dio! ci fosse dunque pericolo, che i Piemontesi d sorprendessero anche noi? che avessimo a trovarci in qualche tafferuglio? uscì a interrogarlo la giovane, che s’era un pochetto ombrata di quella risposta.

— Che! i Piemontesi? ah, ah, essi hanno altra voglia che di passare il confine! Siete col Rosso: fidatevi, e non paura.

— Come vi piace; ma si suol dire che Fidati era un buon uomo, Nontifidare era migliore.

— Ahu! che vi gira egli testé?

— No, no, statevi cheto, Angiolino, noi ci fidiamo; ripiglio il giovincello, e stornando ad altro il discorso; che farebbero di noi quegli scomunica tacci, se ci avessero nelle unghie?

— Vi archibugerebbero senza meno. Que' satanassi non la perdonano né a diavoli né a santi. Ma vi ridico, che qui siete sicuri.

— Crudelacci che e’ sono! replico il fanciullo; fucilare persino i ragazzi!

— Crudeli e non sempre eroi; rispose l’altro. Fino che sono da lungi costoro sparano, e anche sì, si imberciano: ma quando noi ci scagliam loro addosso coi coltellacci o coi forconi, addio roba mia! i più si sperdono come polvere al vento: e per questo noi, dopo tre o quattro scariche, mettiam mano alla baionetta, e dalli! a farne schidionate: e allora bazza a chi tocca!

— Misericordia! sclamò inorridendo la donzella; se costoro sono cosiffatti, come dunque hanno potuto vincere l'esercito del Re nostro, e diventar padroni del Regno?

— Vincere? Bah! l’arma de’ Sardi contro i Napoletani non è stato il cannone o la carabina; è stata questa (e stropiccio l’indice col pollice di una mano): l'oro e i tradimenti. Hanno compra la massa dello Stato Maggiore, e così il becco all’oca s è fatto in Sicilia, s'è fatto in Calabria, s’è fatto nel Volturno, e Dio non voglia che sia presto fatto anche in Gaeta! Ma i nostri, da per tutto dove s’è combattuto senza bricconate, han rotto il grugnaccio alla canaglia de’ garibaldini e ai soldati di Manuello. Sanno essi di che modo li giulebbarono al passaggio del Garigliano! I morti piemontesi furono tanti, che, a sotterrarli tutti, s’è penato due giorni. Figuratevi! il generale Colonna li fece venire innanzi chiotti chiotti fino alle radici del monte san Giuliano: poi, come ebbeli ben bene a tiro di cartoccio, comincio fulminarli con un terribilio di quaranta bocche da fuoco. A quell’asperge, che ricordava loro i confetti tedeschi di san Martino, gambe a voi! era una corsa al pallio: chi tombolava ne’ fossi, chi rotolava nel fiume. Allora i nostri battaglioni, sferratisi come branchi di tori, piombaron loro alle spalle, e ne fecero un’infilzata, che beato chi potè irla contare al Cialdini in Sessa e in Cascano! Uh! credete al Rosso, se non erano i traditoracci infami, Francischiello co’ suoi centomila bravi sarebbe ora in Torino a saldarvi le partite. Ma! —

Così andando e cianciando, con una iattanza perdonabile ai rozzo uomo che era Angiolino, per ultimo la brigateli, tragittate le callaie di due siepaglie, entro nell’olmeto. La donzella pallida e taciturna si assise sovra la bugna d’uno di que’ pedali, e guardava in alto e sospirava; mentre Guido arditello, aggrappatosi alle branche del più basso di certi querciuoli che fiancheggiavano la parte frattosa, dondolandosi e arrampicandosi vi stava alla vedetta. Il Rosso invece chinatosi sopra un mucchio di foglie secche, e frugatovi con la mazza, ne scovo un trombone che egli, pratico del luogo, vi avea nascoso nella venuta: e adagiatosi in terra nettavalo pacata mente con la pezzuola, quando s’intesero i primi rintocchi della Badia sonante a vespero. La fanciulla si levo in piedi, e tutta incerta di sé, e con un pochino d'affanno: — Or si fa tardi; disse all'uomo; e io quasi penserei che dovessimo tornare a casa.

— O sì, questa sarebbe bella! soggiunse il Rosso alzandosi egli pure e assettandosi il trombone ad armacollo; che temete?

— Nostra madre ci aspetta, e un animo mi dice che tanto e tanto e’ non verrà.

— Appunto! appunto! eccolo! — strillo Guido; e gridare: Otello! precipitarsi dall'arbusto e mettersi in un correre velocissimo, fa una sola cosa. Si la Maria come Angiolino si avanzano dietro il garzone, e che più dubitarne? Otello, imboccata la viottola, procedeva passo passo sul suo leardo, tutto con gli occhi all’olmata. Il Rosso allora, ficcatosi in bocca due dita, modulo un fischio, e gli si spicco incontro di corsa agitando il cappello. In iscorgere, la giovane si provo anch'essa di dargli una voce, ma questa le mancò: si provo anch'essa d’irgli davanti, ma la virtù motiva non ubbidito; per Io che non le rimase altra forza che di addossarsi a un fusto di albero, in bolla a un tumulto di cuore che penna non può descrivere.

XIII.

Accad’egli dire che i due, i quali intanto cavalcavano sulle tracce di Guido e di Maria Flora verso l’Abazia, erano Traiano e il capomaestro dei settarii di Veroli? Il lettore già se n’è addato al prim'occhio, né abbisogna d’altri chiarimenti. Un uomo di salda animo e franco, avvegnaché fosse stato dell'umore di questo neutro Romano, avrebbe agevolmente sfuggito il lacciuolo, tesogli così nottetempo e alla sprovveduta, o con un bel no tondo, ovvero con una di quelle scappatoie, onde i liberali della sua risma non sogliono mai patire difetto. È certo di scuse, e anche di ragioni d’ottima lega, per assolversi da qualunque participazione al raggiramento propostogli, Traiano non aveva penuria. Purnondimeno egli non si senti il cuore di negarvisi, e a un’ora stessa non se lo senti di aderirvi. Come rimase all’uscirgli che il Vendano fe della camera, cosi resto per infino a giorno: cioè sospeso, titubante, sempre in tentenne, sempre in lite con sé medesimo, un po’ inchinevole al sì, un po’ propenso pel no; e giammai non si potè indurre a saltare, come dicono, il fosso e a riscattarsi da quel nuovo malanno uggiosissimo dell’infra due. La coscienza, l’onore, l’umanità il ritraevano gagliardissimamente dal prestar l’opera ad una perfidia, che avrebbe gittato, Dio sol sapeva in quali travagli, quelle due meschinette creature, la cui tapinità aveagli commosse le viscere e cavate lagrime di compassione. Ma per un altro lato l’angustia di fare poi una magra figura appo gli “amici” di Roma, di cascar loro di collo, di perderne la grazia e l'appoggio, di esser menato per le bocche de’ maligni, d’essere posto in canzonella dalle spiritose brigate di un certo caffè e via via, lo metteva al punto di non rifiutarsi affatto di dare in qualche modo una qualche mano a quella mariuoleria sciagurata. Oh quanto si pentiva allora delle millanterie da spavaldo, fatte la sera innanzi coi compagnoni, tra 'l fumo delle bruciate e i vapori dell'aleatico! —Ah! rampognava sé stesso mordendosi le labbra; s'io non avessi sbravazzato tanto e sfringuellato troppo, ninno si sarebbe ardito di pigliarsi meco queste confidenze! — La notte adunque gli andò in far lunarii e in questa rissa di sé con sé, del Traiano probo col Traiano liberale, del Traiano timorato di Dio col Traiano pauroso del Comitato; e stette fino alla mattina che non chiuse palpebra, ma sempre in tenzone dell’un pensiero con l’altro, e in albagie che lo tormentavano per tutti i versi.

Non potè però fare che all’apparita dell’alba, stracco essendo di si faticosa battaglia, non velasse un pochette l’occhio al sonnellino dell’ore: ma fu una leggerissima cosa, un dolce appisolarsi, un dormiveglia più che altro. Se non che in questo essere, gli cadde per la fantasia, a mo' di sogno, un tale spediente da tórsi d’impacciò, che in quel sopore forte piacquegli: e destatosi e levatosi a sedere sul letto, pacatamente si fece a considerarlo, sottilizzandovi sopra con un critichissimo esame. Non vide che opporvi contro, e penso anzi che quello fosse proprio un lume celeste, col nascente sole trasfusogli nell’anima: stanteché gli sembrava che quel concetto fosse il vero partito di mezzo per salvar capra e cavoli, e l’anello gemmeo che stringeva in amicabile nodo gli obblighi di onest’uomo con le convenienze di liberate. Perché tranquillatosi grandemente si vestì, e fu dal suo messere. — Mi fate voi sicurtà; gli disse dopo le usate cerimonie; che io in tutto questo negozio non pericolerò punto della vita, e che riporterò sana la mia pelle in Roma?

— Che domanda! se avrete a scapitare di un pelo solo della barba, tagliate a me la testa e sono contento.

— Con questo patto, eccomi a voi: che ho io a fare?

— Poco; soggiunse l’altro: e comincio a divisargli per ordine tutta la trama. La quale era semplicissima. I partigiani di là dal confine, resi avvisati nella notte, doveano procacciare che Otello di Bardo fosse colto mentre tentava il passo per Castelluccio: ma quando la presa fallisse, erasi provveduto ch’egli incappasse nell’agguato al ritorno, e ciò con questo ammirabile stratagemma, che Traiano in compagnia del messere di Veroli, finto d’imbattersi in Otello a caso, o per affetto di benevolenza, vicin di Colliberardi, il trattasse con piacevolezza amorevolesca, e spillasse da lui bel bello l’ora e il modo della tornata. Poscia ito a riunirsi col predetto messere, che, simulando di essersi staccato da lui per lasciarlo in libertà di trattenersi col giovane, lo avrebbe aspettato nella Radia; di concordia sì sarebbero spinti fin presso a Castelluccio ov’era appostalo un suo fidatissimo, il quale a un cenno loro avrebbe fatto il dover suo. Dopo di che, ricondottisi nella città, vi avrebbero atteso allegramente la nuova dell’esito, e, se felice, lo avrebbero celebrato stappando fiaschi e trincando alla salute dell’Italia.

Traiano vedute le fila di questa orditura cosi meravigliosamente liberalesca, e intesa la parte abbominevole che gli si assegnava a guidarne, stato alquanto sopra di sé: — Il tiro mi va; rispose con disinvolta faccia; ben bene, sì, il colpo è sicuro, e se io non vi do il brigante bell’e cucinalo nelle mani, tenetemi bugiardo! — Con che passati d’accordo che alle ore undici si sarebbon trovati a cavallo fuori la porta della città, si separarono.

È da sapere che il repentino consiglio balenato allo spirito di Traiano mentre sonnecchiava, e da lui accolto quasi un lume superno, era stato né più né meno che di corbellare esso, col miglior garbo del mondo, quella buona lama del capomaestro: e di farlo sottraendo il giovane, per quanto gli tosse stato possibile, alle trappote apprestategli. n che gli era parso non arduo ad. effettuarsi, solo che avesse conosciuto per tempo gl’ingegni del macchinamento. Come adunque li ebbe chiari, e si fu accorto che il discreto Verolano gli metteva proprio in pugno il coltello da poterne segare ogni corda, esulto in mente sua, e giuro che l’avrebbe sconciato; dandosi però sempre l'aria d'aver fatto più che il possibile, perché sortisse anzi a seconda del convenuto.

La quale scaltrezza, salva sempre la debita misura nella dissimulazione, era non che scusabile, ma lodevole, trattandosi di campare un terzo dalle inique reti di un ribaldo; e purché, lo ripetiamo, il sotterfugio di mostrarsi consenziente al tranello si fosse contenuto nei termini di una ragionevole contrarte per isventarlo meglio, era cosa da non potersi appuntare: giacché qual diritto aveva egli lo scellerato congiuratore di far cascare Otéllo di Bardo nelle branche dei carnefici agguattati? E inoltre qual titolo a sforzare il Romano che entrasse parto del suo fellonesco maneggio? Traiano adunque che in altri articoli di morale non soleva andare poi tanto su per le cime degli alberi, in questo si credè di stare in punta all'ago delle bilance della giustizia, e lieto di codesto suo avviamento, che lo ricomperava da mille noie, e insieme gli dava il destro di stornare un vilissimo assassinio, che gongolava tutto; e ascrivevaae la ispirazione a premio della carità fatta a quella tapioella là incastonati,. e poscia sotto Colliberardi, e forse a merito delle, orazioni di lei e del suo fratellino. Dal che si comprova che questo povero Traiano, era audio un po’ uomo d'anima, e di cuore naturalmente ben fatto, e non irreligioso né di mala intenzione; contuttoché la sua scempiezza di volere essere ugualmente caro ai buoni ed ai tristi, abituato lo avesse nel vizio dell'infingersi, e del rappresentare in $o due persone ima all’altra contradditoria.

Comeché l’offesa e la difesa dell'insidiato giovane fossero disposte con iscaltrita avvedutezza, nondimeno il lettore sa per qual cagione si risolvessero al tatto in fumo. Guido e la sorella, di cui i due andavano in cerca, essendo svoltati, al solito loro, poco giù da Veroli, per istradicciuole a traverso i campi, non furono visti: e quindi Traiano e il compagno suo, gabbati dall'errore o beffa di quel guardianello, si sollecitarono di ormeggiarli in Casamari. Ma per via slontanalisi un picciol tratto da Colliberardi: — Avete posto mente a quell’ometto tozzuto, accovato sotto quell’albero, che ci ha risposto con isgarbo cosi villano? dimando il Romano nostro al messere, parlandogli d’Angiolino.

— Sì, e ora appunto strologava di lui...

— Che ve ne pare? Con quell’aria di me n’impipo e quel cappellotto sulle ventiquattro, a me ha avuto cera di poco di buono.

— E io che gli ho arzigogolato sopra fino a questo momento, io filetterei pegno la testa che colui è anch'egli un brigantaccio di Chiavone. Vorrei sbagliarmi, ma costoro io li discerno al fiuto. — E si davvero che questo caposetta di Veroli avea buon naso! Ma il Rosso eziandio non l’avea cattivo.

Giunti nell’Abazia, per molto che indagassero, della fanciulla e dei giovinetto non discopersero vestigio di sorta alcuna. Cotalchè il Verolano, masticando fiele e cocendosi di rabbia, dava de’ piedi in terra e sfiondava bestemmie da far dirizzare le orecchie a un dannato. Senonché vano essendo moltiplipare le inquisizioni, egli entro nel proposito di spingersi fino ai sito della frontiera, dov’era appiattato il cagnotto, col quale stava in intelligenza, e sentire da lui che novelle ci fossero. Andovvi di folto, ma solo: perocchè Traiano, a cui quella gita non garbava punto, se ne scusò e volle rimanersi, aspettandolo nella spezieria del monastero.

XIV.

In questo andare di tempo quell’Otello, alla cui vita si tramava con tanta solerzia lungo il confine, già destrissimamente s’era intromessa nel territorio pontificio: e nò! lo lasciammo nel piano tra Colliberardi e Scifelli, all'imboccatura dell’olmaia, dove avea l’intesa col Rosso. Egli in udire le chiamate così giulive di Guido, e poi il segnale dell’uomo, avea fatto un arresto per meglio smurarsi del luogo, e tutto in ispia scrutavate, e, cambiando mano ai cavallo, ficcava l’occhio cerviero per ogni lato di quel recesso selvereccio; quand’ecco il garzonetto sbucare da un cespuglio, avventategli a una staffa, abbrancargli tutto tripudiane il ginocchio, e, mugolando amorose voci, premervi sopra le labbra. A quel dolce assalto il giovane, dato un grido di ammirativa letizia, subito si china al collo del fanciullo, lo serra fra le braccia, lo bacia in fronte, e, levatoi di peso per isvincolare dalle sue stretto la gamba, guizza in terra e ribaciandolo: — Ah bello, bello mio! lo interroga ansante; e la Fioretta dov’è ella?

— Vieni e la vedi.

In questa sopraggiunge il Rosso: rallegrasi gioiosamente anch’egli con Otello, il quale, come fuor di sé, appena lo risaluta: afferra per le briglie il leardo, che con forti anitrii parea festeggiasse egli pure il gaudio del signor suo, e con quello a mano avviasi dietro di lui che, accompagnato da Guido, affrettasi verso il folto degli olmi a trovar la donzella: intanto però un sì veemente tremito gli avea preso le membra, che e’ vacillava, e doveasi fare sostegno del fanciullo, e non poteva più articolar sillaba. Ma quali fossero le prime mosse, e quali le prime sclamazioni in cui egli proruppe, pervenuto che fu a vista dell’albero a cui quella stava appoggiata, non è agevol cosa narrarlo. Basti, che in mirarla così affilata nel viso, discolorita, sparuta, ridotta a non esser più altro che pelle ed ossa; gli morì in cuore ogni giubilo, e tutto da capo a piedi raccapricciò: e se non che ella gagliardamente allenava e due rivoli di calde lagrime le piovevan dagli occhi,l'avrebbe creduta o un cadavere o un marmo.

— Deh, Flora, che è questo, ch’io ti veggo distrutta come uno scheletro? Ah Dio! tu non sei più tu; pres’egli a dirle con volto tra d’angosciato e d’inorridito, dopo un poco di silenzioso stupore. Ella che stentava pure a riavere so stessa e a comprimere il bollimento che le affollava il petto, non gli rispose a parole: ma con un gesto e un tormentato sorriso fattogli cenno che si chetasse, seguito mal suo grado a lacrimare e a lacere. Perché il giovane, dal compianto passato nelle smanie, e di doloroso mutatosi in furibondo: — Uh cani! uh maledetti! principio a disfogarsi guardando con minacciosissima fierezza i colli arpinali; tigri! mostri infernali che avete spento il mio fiore, e ucciso anche quest’angelo di Dio! — E qui datosi in fronte trasse un guaio cupo, cadde ginocchioni, e coi cappello nella man sinistra e la sua pistola nella dritta che sollevo io aria: — Vendetta, Cristo, vendetta! prosegui con fremito pieno d’ira; vendetta di questa innocente, che i nemici tuoi mi hanno assassinala! lo la vendicherò: te lo giuro per l’anima...

— Otello! pel cielo santo, Otello, non bestemmiare! gli grido allora la fanciulla che, vintasi con grande sforzo, avea ricuperata la voce; Otello, pace! io sono sempre io, ma tu che sei diventato tu? E per tramezzargli quelle insanie, scagliatasi al braccio con cui stringeva l’arma: Dàlla a me, e sta su; gli disse con amorevole sdegno.

Questo atto suo sì franco, e l’affettuoso rimprovero che le era uscito di bocca, furono per l’ardente giovane come acqua sul fuoco. Si placo tosto, ammutolì, cedette la rivolta a lei che la serro in pugno abbrividendo, si rizzò, si ricompose, e raccostatosele mentre essa lo guatava con isbigottimento misto ad un’amabile severità: — Fioretta, perdonami; le soggiunse tutto raumiliato e confuso; io non son degno di respirar l’aria che tu respiri e di calcare questa terra che ti sostiene.

— Mai non ti aveva inteso proferire bestemmie! replico essa un po’ lamentevole, un po’ impietosita: ah Otello! perché offendermi con tale profanazione del santo nome di Gesù Cristo?

—Rosa del paradiso, io li riprego che mi perdoni: e così il buon Signore non me l'ascriva a peccato! diss’egli togliendole Tarma e riponendosela in petto; ah! troppo lo sento ancor io; questa guerra a morte contro dei Piemontesi mi ha tutto trasnaturato; e parai d’essere divenuto un non so nemmen io che, senza cuore umano. Or dimmi tu, e che è dunque che sei così rifinita? quali sono i vostri patimenti? e come va la mamma? e il Capitano quando arriva egli? — Ea calca delle domande e delle risposte che poscia vicendevolmente si scambiarono, e gli slegati discorsi che venner fuori l’un dopo l’altro, per l’entrar che fecero anch’eglino Guido e Angiolino nel ragionamento, furono quali potevan essere in quelle contingenze: e noi non saremo tanto indiscreti che ne vogliamo empir fogli per tediarne i lettori. Ma invece, a scemare i ammirazione che in alcuno avessero per avventura destata i nuovi e strani furori di Otello in presenza della giovinetta Maria, avvertiremo che da bene diciotto mesi egli non l'avea più riveduta; e che il Rosso, inviato ier l’altro a prender lingua di lei e della madre, non gli aveva poi ridetto nulla dello stato compassionevolissimo nel quale essa era; perocché né l'avea conosciuta prima d'allora, né anzi mai saputo ch’ella vivesse: quindi la stupefazione del bollentissimo giovane alla inopinata vista di tanta macilenza, di tanto pallore, di tanto affralimento; e i suoi rammarichi e il suo disperato dolore.

Passala una lunga ora in questi colloquii, che non furono niente allegri, Otello con lamino trafitto di acuto cordoglio, per le cose uditevi l’una più sconsolata dell’altra, e per la calamitosissima condizione in cui gli era forza lassare que’ due sì diletti pegni del cuor suo, fattosi taciturno e gittando impazienti occhiate al sole, che declinava dietro le alture di Veroli, pian [Mano con passi ritrosi si venne appressando ad Angiolino che gli reggeva il cavallo. Era sua mente, per tagliar corto alle doglianze del commiato, di far le dipartite in compendio, e balzato in sella, fuggire come un lampo. Per lo che approssimatosi a Guido, che s’era messo a carezzare il vispo leardo e a lisciargli la criniera: — Otello; gli chiese questi mentr’esso era in procinto di buttargli al collo le braccia; dond’hai tu scovato questo bellissimo animale? oh quanto è caro!

—Lo tolsi a un Ungherese garibaldino, nel campo di battaglia sotto Caiazzo.

— E ne uccidesti tu il padrone?—Il giovane non si ardi rispondere por non contristare la Maria, la quale provava grandissima pena a sentirlo parlare di stragi, di assalti, di combattimenti: ma fettogli un mesto sorriso gli si precipito sopra, e tutto sospirevoie e singhiozzoso abbracciòllo. Questo era segno di partenza. La giovinetta al vedere ciò arrossa in viso, impallidisce, le spuntan le lagrime in sugli occhi: Otello per confortarla le si volge, e composto il sembiante a una certa serenità tutta artificiosa, comincio a prometterle con dolci parole che e sarebbe tornato indi a pochissimi giorni e condottosi in Veroli, per visitarvi la madre inferma e aiutarla di moneta.

— Sì I e chi lo darà a te il danaro, che sei più povero di noi, e ti sei cavato il boccon di bocca per mandarci ieri venti carlini?

— Il danaro? ah lo troverò ben io! venderò questo mio cavallo, venderò me e il mio sangue, se occorre. — Il Rosso allora, picchiatogli in una spalla e fattogli l'occhiolino, il tiro in disparte. Si abboccarono a ristretto fra loro alcuni momenti, in modo però che Otello si conturbò, e accigliatosi pareva sdegnato e insieme pensoso. Ma dopo un breve istante di esitazione: — O sapete? venne dicendo con aria franca e più disinvolta ai due che fissavanto attoniti; il Rosso o io vi accompagneremo sino a Veroli: io là vedrò la signora Giovanna, e poi ripartirò. Vi piace così?

— Molto, molto! soggiunse Guido con giubilo fanciullesco; io monto subito sul tuo cavallo, no?

— E cavallo bisogna che resti qua in questo casolare di amici nostri; replico il Rosso. Or io vo a menarcelo e vi lascio anche ti trombone mio. Avviatevi pure innanzi.


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LA POVERELLA DI CASAMARI

RACCONTO STORICO DEL 1860 E 1861
XV.

Quello sprone dì monte parte scoglioso e parte arenoso, nella sommità del quale poggia Veroli di Campania, si sporge sopraccapo ai piani dell’Eroico con fianchi si ripidi ed alpestri, che e' dà meraviglia come nella sua vetta, e lunghesso le sue coste, siasi potuta erigere e mantener in fiore quella vetustissima città, non men popolosa che trafficante e colta e albergata di nobili edifiziì sacri e civili. Perocché delle intorno a tre miglia che gira il suo circuito, il compreso migliore è quello che spiccatosi a settentrione dalle due creste dei vertice, cala tortamente giù verso mezzodì: e vi scende per istradelle anguste e per chine a cordonata, le quali sboccano poscia in alcune vie di non tanto disagevole andare, che tagliano tutto il suo accasato dall'un capo all’altro dei quattro punti maestri. A ponente le fa spalla un cinghione di rupi quasi che a piombo, irte di aguzzi macigni o nudi o rivestiti di elci, ed è un’asprezza di accesso per poco insormontabile. Da scirocco, dove il pendio raddolcendosi fronteggia vagamente l'alzata dei sempre verdi Lepinì e guarda l’amena valle che corre lor sotto, ha il lembo afforzato di propugnacoli e torrazzi e bastioni; opere reticolari e saracinesche ora diroccate o crollanti, ma di saldissima struttura pei tempi di mezzo, quando vi si piantarono a difesa. Dalla banda di greco, chi invece risalga su per l'erta in cima all’altura più sollevata della città, incontra un castello smantellato; ed altórnovi i celebri avanzi delle mura pelasgiche, le quali sono ivi di una fazione si rozza e massiccia, e a commessi di poligoni si sformati, che hanno concetto di più antiche e stimabili che non le etrusche di Cossa e di Populonia, e le ciclopee di Ferentino e di Alatri. Dall'apice di quell’acropoli l'attonito sguardo dell'osservatore, con un variatissimo cangiar di scena che accoppia l’orrido col dilettevole, si vede a borea chiudere tutto l'orizzonte dai balzi apennini di Trisulti, i quali si accavallano gli uni sopra degli altri con ischiene selvatiche e rugginose; e ad oriente aprire la sterminata prospettiva, che dalle ripe del Liri mette l'occhio gradatamente di colle in colle, sino alle punte più rimote e sublimi delle giogaie abruzzesi.

Colassù presso que' due spicchi di roccia, da cui staccasi come dire la testa di Veroli, è una porta urbana chiamata di san Leucio, per la chiesa di questo Santo che in un vecchio stile gotico le si rizza a lato: e d’indi muove un quartiere che, per essere il più popolesco, è altresì il meno agiato della città. Per lo che fra quei traghetti e vicoli e chiassuoli, che io guisa di scale a chiocciola si avvolgono a ritta e a manca della principale strada, che declina a intraversarsi con quella di santa Croce, sono ammucchiate casipole miserissime e tugurii di niun conto, ove si accoglie ad albergo la genterella più minuale del volgo.

Or in uno di questi sdrucciòli scarpellali nel vivo della montagna è, fra le altre, una catapecchia senza scialbatura e tutta scrostata di fuori e annerita, che pare una carbonaia. Nella faccia mostra un arcale in travertino con gli stipiti scantonati, e sópravi un occhio cieco: da basso, ell'ha tre aperture lunghe e strette a foggia di feritoie con graticci di canne, e più su a tetto tre altre finestruzze quadre co’ loro sportelli sgangherati. L’ingresso è una porticciuola rósa dai tarli, la quale per tre gradi di selce grezza mette in un andròncello buio, smattonato e somigliante a un cunicolo. A destra un usciolino apre l'adito a una stanza lurida, affumicata, con pavimento terrigno, smorta di lume ch’ella prende dal vicoletto, e si umida che sputa dalle pareti. Dentro c’è un camino a cappa rustica, e per lo stanzibolo attiguo ov’è l’acquaio, si riesce ad una scaletta di legno che monta in una impalcatura, la quale forma due altre camerucce, o più tosto granai a soffitta, pari a quelle sottostanti.

La sera dopo l'abboccamento dei giovani nell'olmaia là tra Scifelli e Colliberardi, a una mezz’ora circa di notte, nel primo dei due suddetti più canili che ricoveri di umane creature, slava assisa sopra un letticciuolo, col capo abbandonatamente appoggiato a un guanciale, una donna tuttavia fresca di età, ma cosi languida ed estenuata, che l’avreste creduta un cadavere: se non quanto ell’ansava spesso, e di tempo in tempo traeva gagliardi aneliti e fortemente tossiva, e volgendosi ad una forese attempata, che seduta in una cassapanca l’assisteva amorosamente: — Ah Dio! Caterina, e perché non tornano ancora? — la dimandava roca e sospirosa.

— Mo arrivano; datevi pace, signora Giovanna; rispondea questa; si sa, un quartioello d’ora di più o di meno non guasta. — E la donna levava un’occhiata in alto, si serrava al petto un piccolo crocifisso d'ottone che aveva per le mani, e si rimetteva in lacere.

Da una lucernina accesa e posata su di un canterano, alla manca sponda del latticello, si spargeva un debil chiarore, che facea discernere così in barlume tutti gli angoli e gli arnesi di quella stanzaccia. Nel camino ardeva un po’ di carbon vivo, con intórnovi due pile: accosto e’ v’era una tavoletta ingombra di povere stoviglie, e sotto le finestre chiuse ad impannata uno sgabello, una madia con la ribatta semiaperta, e alcune sedie di paglia quali zoppe, quali distrecciate. A capo del Ietto sì vedeva appiccata nel muro la immagine della Madonna addolorata, in una stampa di carta grossolana e ingiallita per l’umidore: e pendente da un chiodo un’acquasantiera di vetro, con un ramicello di ulivo benedetto a traverso l’attaccagnolo. La intorma poi aveva la testa in una cuffia a rete di lana scura, e la parte della persona che non giaceva, rinvolta e ben assettata in un bruno ed ampio scialle, il quale si distendeva anche sopra il copertoio imbottito.

Questa donna così rifinita e inchiodata sì immobilmente su quel duro letto di pene, voi già ve n’avvedeste, lettor sagace, era la madre dei due miserelli che imparaste a conoscere, e certo anche a compatire, sin dai principii di questo nostro. Racconto, nella Badia di Casamari. Nè vi sarà difficile a intendere la cagione dell'ansietà che pungevala, se consideriate che quella loro tardanza a tornare in casa presso di lei era insolita, e ch'ella era non senza un tal qual timore per conto della vita d’Otello di Bardo.

Adunque stata un altro poco in silenzio e come assopita, già con qualche maggiore inquietezza si rivolgea di nuovo alla astante, quando si udì rumore all'usciuolo, e si fece dentro Guido: il quale tutto affannoso guizzato accanto la inferma: — Mamma, sapete? ecco Otello: — le disse in aria festiva. La donna diede un tremito di giubilo meraviglioso, e prima che potesse aprire la bocca a una dolce esclamazione, il giovane le fu a lato; e più ruggendo che favellando le afferro ambe le mani, e gliele bagno di lagrime stampandovi sopra mille baci. Con lui era entrata la fanciulla, la quale a questi impeti di affetto rimase mutola e intenerita; mentre il picciol garzone ripeteva gioiosamente alla madre: — Or siete contenta?

Questa che, secondoché ascoltammo, si denominava Giovanna, disviluppate le mani da quelle strette di Otello, gli pose la destra in sul capo, e fittosi avvicinare la lucerna lo contemplo un poco. Ma che vide egli mai il giovane in quell'incontro di occhi con occhi! — Ah! quanto siete disfatta! mormoro egli coprendosi il volto, per celare il gran pianto che gli piovea per le guance.

— Figliuol mio bello, e tu come se' mutato! soggiuns’ella: e un nodo di tosse eccitatole dalla violenta commozione le tolse il parlare. La figliuola si precipito a sorreggerle la testa: la forese corse al camino per un sorso di calmante, e Otello, che smaniava tra d’ira d’amore e di dolore acutissimo, si abbandono sopra la cassapanca, mordendosi la falda del cappello che avea in pugno, per non iscoppiare in qualche sfuriata come quella in che diede, se vi ricorda, nell’olmeto alla prima vista di Maria.

Sedata la convulsione, Giovanna si rivolto a lui, che rizzossi e le si raccostò; e dettegli più pacatamente alcune cose di saluto e di carezza, seguito interrogandolo con atto soavemente' lamentoso: — Or dimmi, figliuolo, perché sei divenuto tanto crudele, che ieri, assaltasti quel dragone, proprio a ino di un ladroneccio?

— Deh, vi supplico, non mi rimettete alla memoria quei cani, que’ demonii, che li vorrei sbranar vivi tutti, quanti e’ sono.

— Otello? le diede in sulla voce la donzella che stava ad piedi del letto.

— Ah! e come non iscannarli? ruppe qui il giovane con una mano ne capegli, il viso infocato, gli occhi al cielo, e sfogando l'immenso cordoglio che cocevalo dentro; come non farli a pezzi que’ maledetti, che mi hanno ornai uccisi tutti i più cari che io, tapino orfano, mi avessi in questo mondo? Voi, signora Giovanna a me più diletta che madre, voi siete in agonia e lo vedo; Fiorella è uno scheletro; Guido è intisichito; il Capitano, Iddio sa a che è ridotto: e voi tutti vi consumate di fame, di freddo, d’inopia: e io, spenti voi, io chi ho più su questa terra? Oh sì morrò, morrò anch’io, ma voglio allogare nel sangue dei nemici del Re!

— Dio! che bestemmii? Otello! — gridarono ad una voce e madre e figliuola colme di orrore. In questo si sentiron due picchiatello all'uscio. — È il Romano che arriva; zitto I esclamo Guido sottovoce.

— Che Romano? chiese con pavido stupore la inferma.

— È quel signore che viene con Angiolino; replico il fanciullo, e andò in punta di piedi ad alzare il saliscendo.

XVI.

Subito che quel malo arnese del Verolano, ito abboccarsi col suo cagnotto presso il confine, era tornato alla Radia di Casamari: — Be’ che notizie? gli si era fatto incontro chiedendogli il Romano nostro, che colà si sopratteneva aspettandolo.

— Nessuna. Dalla punta del giorno fassi la caccia a quel diavolo scatenato, e si sta in veglia con cent occhi: ma né egli è comparso, né, per braccarne fino ai dintorni di Sora, se n è odorato un indizio che sia. La colonna volante dei Piemontesi parte stasera dall’Isola per san Germano, e già i dragoni sono sulle mosse. Ecco quanto ho pescato.

— Amico; sclamò Traiano con finta di dispiacere, ma gongolando tutto in secreto; i briganti la sanno lunga!

— E hanno più spie che pidocchi. Corpo della luna! non istarnuta un soldato che non sia ridetto a Chiavone. Io scommetterei l'anima che...

— O sapete? lo interruppe l'altro; ci vuol pazienza, e il mondo s’ha da prendere un po' come viene. Il meglio per noi è che rientriamo qui da fra Eutimio, ci succhiamo un bicchierino di rum, proprio di quel suo che darebbe fuoco al ghiacciò, e poi a casa.

Vi rientrarono di fatto, e rifocillatisi asciuttamente rimontarono a cavallo, e si rimisero in via per la città. Traiano, al quale pareva in un certo modo di essere rinato, aveva pena a celare un cotal lavorino di dentro che lo stuzzicava a ridere del compagno e del suo fiasco: e però taceva, mostrando quasi di consentire al rancore di lui, che rodeasene velenosamente e stava mutolo e a capo basso. Ma allora che questi rivóltosegli: — Eppure; si fe a dirgli fremendo; noi non dobbiamo ripor piede in Verdi, che non ci siamo assicurati se e per dov'è passata quella ragazza; — l’altro scrosciato in un gran riso: — O basta, basta cosi! rispose dimenandosi per la sella; davvero davvero che mi volete far diventare la favola degli amici di Roma? Io sono stato canzonato abbastanza.

— Ho capito! borbotto il caporione rincagnandosi in viso, e arruffatoglisi contro come un istrice: già voi Romani; seguito con un gesto dispettosissimo; siete tutti d’una sorta: lontan dalle noie, bravazzoni che ih! spacchereste la cappa del cielo; messi al punto, d’ogni bolla di sapone fate un canchero che vi pigli il core! — Il che detto, crucciòsamente tocco di sprone la cavalcatura, e piantato il Traiano con un palmo di naso, galoppo via a tutta carriera.

— O cappita! a me queste ingiurie? comincio bofonchiare da sé il nostr’uomo, alterizzatosi più che un poco per quelle insolenze asinesche; il cornuto villan di ciociaro! malannaggia il tu’ diavolo! Noi spaccamondi eh? s’io non avessi famiglia, ti vorrei mostrar io, se li smascello, de' Romani son bolle! lo sentiresti tu su quel tuo grugnaccio invetrinato! 0 che, s'ha egli a far l’assassino por contentare questi gaglioffi, che alle buon e creanze rispondon co' calci come i muli? Ma già, io son matto a stare in lega con questa malnata razza di settarii! ah si, si, dice bene mia moglie, ch'io con loro ci scapito nell'anima e nel corpo. Bisogna che la finisca io una volta. Si paga e poi? ecco le belle carezze che se ne colgono! uh poveretto me! chi sa ora cosa diascolo scriverà di me costui a Roma! come mi abbaierà contro! come mi concerà agli occhi di.... — equi gli venivano nominate certe persone, delle quali si credeva essere il buono ed il bello, e la cui amicizia non avrebbe voluto perdere per tutto Toro del mondo; e si corrucciava a pensare ch’e’ sarebbe loro messo in vista di pauroso, e cadrebbe loro di collo.

Così tra abbioscialo e adiraticelo, e tutto col cervello in queste fantasie, procedette di buon trapasso lungo la strada, e poi via via trottando avanzossi oltre Colliberardi che non se n’addiede; ed era anche ben avanti per la montata di Veroli, quando raggiunse la brigateli che si era partita dall’olmeto rincontro a Scifelli, e affrettavasi, innanzi che l’avemaria sonasse, verso la porta di san Martino. Egli, per esser tanto astratto in quelle sue ubbie, forse non si sarebbe accorto di loro. Se non che pel primo lo ravviso Otello, il quale non tenendo mai fermo l'occhio per sospetto di sé, affissatolo mentre passavagli accosto e riconosciutolo: — Signor Traiano! grido balzandogli alle rèdini.

— O, o! voi qui? disse l'altro ritirando le briglie e arrestando la bestia con un atto di stupore solenne.

— Io, appunto; e godo di questo fortunatissimo incontro, perché posso rendervi grazie delle vostre bontà per queste due povere creature. So tutto, ed ah signor mio, quanto vi son obbligato! Iddio ve ne rimeriti egli! — E in questo dire, presolo per una mano che gli spenzolava, se la serro affettuosamente sopra del cuore, e v'impresse sopra un bacio assai caldo. Angiolino era lì ritto, e guardava Traiano con una cotale attentezza che pareva dicesse: — Ah tu se’ tu! — Guido altresì rimiravalo incantato, ma con aria dolce e quasi accompagnando con la espressione del sembiante le grate parole di Otello; doveché la fanciulla arrossita, stavasi col volto a terra e un po’ ritrosa, per occultare viemeglio la improvvisa confusione che pativa.

— Ma, ma che è questo? possibile! e come siete voi penetrato dalla frontiera? nessuno ve lo ha impedito? il cerco egli con uno spirito si ammirativo e con uno sbalordimento, che e’ sembrava credesse di trasognare.

— Impedito? ah, ah! soggiunse Otello con un fiero sogghigno; lo sapete bene, che il mestiere nostro è di corbellar sempre i Piemontesi.

— Pure le Guardie nazionali, lo so io, rondavano per tutto il confine.

— Le Guardie? sclamò il Rosso con beffevole sprezzatura; con le Guardie noi giochiamo alle minchiate.

Il Romano scosso da quella voce nuova: — Chi è quest’uomo? dimando al giovane.

— Un amico nostro; il bravo dei bravi della Montagna.

— Io non penso sbagliarmi; ripiglio Angiolino con salda faccia; voi siete. uno dei due a cavallo, che quaggiù da Colliberardi a mezzogiorno m’avete chiesto certe nuove; dico bene?

— Sì, si; rispose Traiano in un tono che si abbassava; mi stava proprio sul cuore di rincontrare questi poverini, e rifar loro un altro poco di bene.

— Bene? puh! voi tanto e tanto potete passare per uomo da far del bene; ma quell’altro che era con voi, no, no e non era grinta da far del bene: soggiunse il Rosso con una crollata di testa.

Traiano avvistosi che colui voleva troppo indiscretamente serrargli i panni addosso, per bel modo storno il discorso, e passo passo ripigliato il cammino, si venne intertenendo col giovane che, discostatosi dai tre altri, gli andava alla staffa, e insieme ragionarono di varie cose. Otello seco si condolse con vivo rammarico, ch’egli ieri per cagion sua fosse stato a un pelo d’essere archibugiato dai Piemontesi, dopo ch’esso era fuggito dalla strada d’Arpino; e si scuso quanto seppe di aver ferito quei dragone quasi traditorescamente, allegando la discolpa solita che tra loro si facevano guerra di esterminio, e che il nemico, con la sua bestiale spietatezza, per poco impossibilitava alle bande regie ogni atto di cortese umanità: ma che nondimeno si ricordavan d’essere cristiani, e quindi spesso perdonavano la vita ai prigionieri e li trattavano con indulgenza; avvegnaché! Piemontesi ai loro prigioni non usassero nessun riguardo, e li moschettassero tutti senza cerimonie. E l'uomo preso dalle maniere cordialmente schiette del giovane, e da una certa nobile amorosìtà che spiravano le sue parole, d’uno in un altro proposito il meno a tal ponto, che alla grossa gli cavo di bocca ciò che non avea potato ritrarre da Guido: cioè chi fosse quella fanciulla, e quali attinenze s'avesse egli con la famiglia di lei, e come e perché dimorasselia in Verdi: e di più riseppe da lui, ch'egli accompagnava ora a casa la giovane e il fratello, per salvarli da qualche tradimento in cui temeva potessero incorrere, stante le misteriose ricerche fatte di loro 9 dai due cavalcanti presso Colliberardi. Nel qual favellare progredirono cosi innanzi, che Traiano, rassicuratolo rispetto a quelle ricerche, si lascio muovere dall'invito di condursi la sera dove albergava la povera madre di loro inferma; e rimasero che Angiolino ve lo avrebbe guidalo. Di maniera che presso la entrata della città si separarono che già era notte, e il Rosso da lungi si mise alla coda del forestiero, in quella che i giovani studiarono il passo, svoltando su pel chiassetto nel qual era la casipola sopra descritta.

XVII.

Credereste che a pena valica la porta di san Martino, il Romano nostro si pentì di avere obbligata la parola sua per quella visita, e si diede a strologare qualche scappatoia per disdirla al Rosso, e liberarsene con onore? Primieramente memore del proverbio che dice «rosso mal pelo», quel ceffo di Angiolino non gli andava punto a' versi: oltreché la brusca rigorosità di lui, in paragone, dei fare sciolto e grazioso di Otello, gli sembrava come ruvidezza di masnadiere appetto la garbatezza di un gentile soldato. Poi si sentiva correre i brividi per le ossa, a fingersi che quandochessia si dovesse risapere una tale sua dimestichezza con gente cerca a morte. Poi avvertiva che l’ora era tarda, e il pranzo certamente ammannito. Poi forseché non gli conveniva sollecitarsi di ripicchiare alla casa di quel suo messere, e rifarselo propizio e riguadagnarne come che fosse la benevolenza prima di partire? In verità ragioni di peso da mettere innanzi, per esimersi da quella briga, non gli mancavano. Senonché all'avvicinarglisi del Rosso con la sua pipa in bocca, mentr’egli smontato da cavallo si scotea le falde del pastrano, e al dirgli che costui fece seccamente: — Eccomi, signore, ai vostri comandi; — quelle ragioni non gli pesarono più in mano. E invece risposto con simulata affabilità: che subito e che volentieri; senz’altro più, vinto dall’umano rispetto, si lascio menare per dove colai lo instradò. Tanto è vero che l'uomo doppio d’animo sempre è incostante nelle sue risoluzioni!

In questo mezzo il giovane Otello, trasportato dal cuore bollentissimo a disfogare lo sue smaniose tenerezze con la inferma Giovanna, non avea posto mente ad ammonirla che di corto arriverebbe il benefattore romano: e Guido e Maria, per essere tutti assorti in quelle accoglienze e nelle cure della madre, neppur essi s'erano ricordati di rendernela avvisata. Di qui la meraviglia piena di un cotale sgomento che sopraffece la donna, all'annunzio che gliene diè il figliuolo, quando appunto salto alla serratura per aprire, e introdurre l’inaspettato forestiero nella camera.

Questi nel mettere il piè dentro quell'abituro cosi buio e squallido, si miro intorno con atto d’impaurito, e ristette un poco tra il canto del muro e il battitoio come incerto di sé, e con una trepidazione che non più s egli fosse calato in un oscuro e freddo sepolcro. Del fanciullo ch e gli era al cospetto quasi non si avvide: ma scorto Otello che gli si appresso a pigliarlo per mano, e a dirgli alcune graziosità con la voce ancor singhiozzosa e con gli occhi molli di lagrime, si rinfranco alquanto, e cambiato lo sbigottimento in una indistinta commozione, con passo ardito si fece accosto al letticciuolo della tapina malata e la salutò. — Ah! siete dunque voi quel buon signore che ci avete fatto del bene? gli disse languidamente e con un capochino la donna, che in quel tramestio improvviso avea afferrato chi e’ potess'essere; Iddio ve ne rimuneri egli! '

— Niente, niente; che bene per amore del cielo? replico Traiano avviluppatamente con una vocerellina che gliel’assottigliava la compassione di quella infelice, più somigliante a cadavere che a persona viva; io non sono uomo da fare mollo bene, perché ancor io ho famiglia, e non sono signore: ma per essere sono cristiano io pure.

— Accomodatevi di grazia; soggiunse Otello accennandogli la cassapanca lì accanto il capo del letto; in questa tana, lo vedete, non sono mobili per un vostro pari, ma e è cuori desiderosi di attestarvi gratitudine della carità vostra.

— Che dite mai! ripiglio l’uomo; e si assise mandando un forte sospiro e lanciando un’occhiata alla donzella che col viso basso si tenea ritta a guisa di statua ai piedi del sacconcello della madre, e parea non si attentasse di pure fiatare. Accosto a lui si sedette in uno sgabello il giovane asciugandosi il volto: e tra l'uno e l'altro si fermo Guido, insaziabile di contemplare Traiano. Angiolino s'era posto vicino alla madia, e la forese badava a sbraciare il fuoco e armeggiare intorno alle stoviglie del desco.

Dopo ciò per alcuni istanti si fe quella pausa impacciata che suol succedere a una subita confusione, quando chi n’è sorpreso si studia di cavarsene, e cerca un appicco da ravviare un discorso qualunque siasi. — E come va dunque? usci fuori Traiano a rompere il ghiacciò, volgendosi alla donna.

— Come Dio vuole; rispose quella rimessamente.

—Quanto però dovete mai penare in questa mezza caverna umidiccia, voi offesa come siete nel petto!

— Eh, il piacer di Dio! replico l'altra sempre più ranimandosi e movendo verso il forestiero due occhi svenuti e pressoché imperlati; tutto è poco a confronto di quello che io merito. Ma!

— Ma che?

— lo non mi dolgo delle mie pene, e la stessa morte non mi dà punto angustia. Oh no! Iddio che mi legge in cuore, sa eh io non mentisco.

— È proprio cosi com'ella dice; s immischio qui a parlare Guido; da alcuni giorni la mamma sta benino e non si duole più. Ma ell'ha quella tosse ostinata che non la lascia ben avere né di né notte.

— Per me andrebbe assai meglio s'io fossi sola a patire; rispose allora la donna con grande intensità di affetto; ché del male mio non mi cifro. L’affanno che mi uccide e il vero mio martirio, sapete qual è? A voi, signore, posso dirlo, perché siete padre e avete un'anima di cristiano. È di vedere queste due mie creature consumarsi di angoscia, di fame e di stento senza che io le possa aiutare di nulla; anzi di esser forzata dalla pura necessità a gravarle di fatica incomportabile alla loro età e gracilezza. Ogni giorno che nasce, o feccia sole o pioggia o vento, e debbono camminare da dieci miglia a piedi per condursi fino alla Badia, e tornarne coi medicamenti per me, e con quel boccone di limosina in pane e legumi con cui campiamo. E pensare eh io non ho più un cencio da metter loro indosso a riparo del freddo, e che la notte mi dormono, la figliuola qui per terra, a lato sopra un covone di paglia, e Guido lassù rinvolto in cotesto cappottacelo che era dell’ordinanza di suo padre, e disteso sopra un sacco!

— Ah poveretti! sclamò Traiano con una veemenza di espressione, che palesava l'interno suo commovimento.

— E non è tutto! seguito la donna con un gemito profondo; mi resta un figliuolo carissimo, ed è il mio primogenito, che io non riveggo più da due anni, cioè da che fu arrotato in un battaglione del Re, e che ignoro se sia oggimai vivo o morto. Ma, se vive, egli è ora chiuso in Gaeta ed esposto a tutti i pericoli dell’assedio. Oh Dio che coltello m’è al cuore la memoria continua di quel figliuolo, del povero mio Felicetto! E io devo morire senza averlo abbracciato!

— Ma vostro marito che fa egli in Roma? perché non viene ad assistervi in questa vostra miseria così estrema? dimando Traiano roco e con gli occhi inumiditi.

— Sta per arrivare; soggiunse Otello verde in faccia e tremante; e si aspetta da un giorno all’altro. Ma ancor egli è cosi malandato, che poca assistenza potrà darle.

— Poi, signor buono; riprese a dire la inferma astergendosi due lagrime chele scorrevano dalle ciglia; a tale mio fascio di tormenti avete da aggiungere l'ambascia che provo per questo mio Otello, che ho allevato io, e che ho sempre avuto in conto di altro figliuolo, e sul quale avevamo fondate tante belle speranze....

— Basta, basta! grido il giovane guizzando in piedi con un rantolo cupo; di me non vi caglia; io assumerò sopra di me la vendetta di tutti voi. Deh, signor Traiano! ditemi, si può egli immaginare spettacolo più atroce di questo? Una famiglia che dieci anni fa nuotava nell’oro: che non sono ancora sei mesi godeva di qualche agiatezza, la vedete? la vedete a che estremità è condotta per cagione di que manigoldi, di que’ barbari maledetti che d fanno la guerra? E voi vi meravigliate che non li combattiamo con armi cortesi?

— Su, Otello, ti quieta; gli disse la donna con attitudine di autorevole severità; i mali che ci affliggono ci vengono da Dio, e lui devi benedire, e non maledire il flagello di cui si serve per tribolarci.

Siediti, Otello, e non turbare questo buon signore con le tue escandescenze.

— O mondo, mondo! sclamò il nostr’uomo passandosi una mano pel viso e risospirando, chè dentro di so era in un rimescolamento d’orrore e di dolore così gagliardo, che a mala briga si teneva dal darne segni: or questo vostro ragazzino, dimando poscia alla Giovanna, che età ha egli?

— Io ho dieci anni e tre mesi; disse Guido.

— E quella vostra giovane là?

— Ne ha diciassette; rispose la madre assai tristamente; ed ella è la spina mia, giacché morta me, voi capite bene di chi ella resti priva. Ma sia fatta la volontà di Dio!

In su queste parole sopraggiunse il medico, e Traiano per fargli luogo essendosi tirato in disparte, stette silenzioso con gli occhi fissi quando verso l’una, quando verso l’altra delle persone che circondavano il letto dell’ammalata; ma le affissava come sopranima e con la mente in altro, e al corrugarsegli della fronte appariva che mesti pensieri gl’ingombravano la fantasia. Era forse un tacito riscontro che formava in sé medesimo tra quella sventurata famiglia e la sua propria? tra quella giovinetta infelice e la figliuola ch’esso chiamava il suo martello? Certo è però che egli non sapea deliberarsi di prender commiato, innanzi d’esser messo più addentro nel secreto delle calamità di quella famigliuola: stanteché frugavalo un’acuta voglia di pur conoscere più in particolare le strane rivolture della fortuna, le quali, di facoltosa che era, l’aveano ridotta a una così lagrimevole indigenza. Il qual suo desiderio fu contentato appresso l'andata del medico. Conciòssiaché rappiccato il ragionamento, ed egli postosi a interrogarne sì la donna come Otello, questi pian piano gli si vennero aprendo, e narrarongli tutta la storia de’ loro casi: e avvegnaché il facessero con quel riserbo misuratissimo, dal quale non si dispensano facilmente i bennati caduti in bassa condizione; nulladimeno tanto gliene dissero per lo spazio di circa un’ora, che in ultimo egli ebbe assai che fare di potere contenersi che non si levasse fino all’ultimo soldo, per soccorrere! inopia di quella madre degna di tanta commiserazione.

— Che possiate avere tutte le consolazioni del cielo e della terra, e che Iddio vi converta queste vostre misericordie in altrettanti anni di vita prospera, e in un paradiso di gioie! diceva Otello nell’andròncino tra l'uscio e la porta a Traiano, il quale si era licenziato dalla Giovanna e tornava all’albergo.

— Cosi sia pure, ed egli vi esaudisca! replico esso rintenerito che singhiottiva ai baci sonanti che il giovane gli affiggeva nelle mani, a me rincresce solo di non aver quattrini d’avanzo, e di essere lontan da casa mia. Ma se qualche miglior vento vi avesse a portare in Roma, vi do fede io che un pane noi farei mancare né a voi né a quella poverina, che proprio m’ha schiantato il cuore.

— A Roma? ci vuol altro, signor Traiano! io sono legalo dal mio giuramento, e per insino che il Re mio combatte io Gaeta, io debbo stare sotto la sua bandiera e salvar l'onore di Napoli. Questa notte io riparlo per la Montagna, e domani forse mi toccherà di far fuoco e di menare la baionetta addosso i nemici, e chi sa s'io n'uscirò vivo? Tuttavolta terrò a mente la vostra offerta, e mi segnerò nel taccuino il vostro indirizzo. Ma voi, ve lo ripeto, ricordatevi sempre che il cuore di Otello di Bardo, che questo cuore è vostro, e che vi amerà e benedirà, fino a che una palla degli assassini d’Italia non lo venga a spaccare. Addio, angiolo nostro! il Signore renda voi e i vostri tanto felici, quanto siamo infelici noi! — Il Romano non ebbe vigor di articolare verun saluto, ma strettolo fra le sue braccia si spicco da lui, e risali fuori sul vicolo, schizzando certi lagrimoni che gli filavano giù per le basette, e mormorando da sé sottovoce: —0 che bel cuore di giovane! o che dolori! che storia!

XVIII.

Voi, lettore paziente, che fino ad ora vi siete addomesticato con quest’uomo, più per sorte che non vi divisavate da principio, ma non più di quello che vedrete esser bisogno, vi sarete ornai persuaso che noi non asserimmo punto il falso, certificandovi che egli a’ suoi molti e notabili difetti accoppiava una natura di ottima tempera, e un’anima che era proprio una pasta di burro e miele. Per guisa che con ogni verità si poteva dire di lui, ciò che è vero di pochi, che la balla era migliore della mostra; sebbene anco la mostra non comparisse poi tanto cattiva, giacché perfino il Rosso, come udiste da lui, gli avea letto in faccia un’ombra di quella che si suol nominare patente di galantuomo. Ma pure (non istanchiamoci di ripeterlo) quella sua vaghezza di farla da bianco coi bianchi, da nero coi neri, da garibaldino coi garibaldini e da buon cristiano coi buoni cristiani, galleggiando sempre fra le due acque e spacciandosi a chi per carne e a chi per pesce, a quale per cotto e a quale per crudo, lo avea così indurato nell’assuefazione dell’atteggiare il volto e del comporre le parole in tutt’altro senso da quello che si nascondea nell’animo, che egli si immascherava quasi senza volerlo; e le bugie di una certa specie, tra le officiòse e le giocose, gli spuntavano in bocca come la gramigna nei campi. Donde si scorge che per liberale romano terziario era matricolato.

Adunque perché non vi insospettiate che l’opera caritativa di questa visita, promessa da lui in un moto primo di affettuosità, e poi cominciata per un umano riguardo, si compiesse con un bell’atto da commedia, ci teniamo in obbligo di avvertirvi che no, che egli non finse nulla; ma che anzi fece si daddovero, che, non che votare la borsa, ma si sarebbe aperto le vene per alleggerire i patimenti a quella sventurata famigliuola. Quindi è che non appagatosi del piccolo sovvenimento di alcuni scudi, trascorse fino a lasciare intendere profferte per l’avvenire: e in prova del suo dire sincero, non dubito di svelare ad Otello le insidie che gli si tendevano al confine, e le trame ordite contro di lui dal caposetta di Veroli. AI che fu indotto dal rimorso della coscienza che acerbamente gli rampognava d’essere stato cagione, che il giovane fosse a rischio di dar nelle branche dei suoi nemici.

Verso le tre oro della notte egli pranzava da solo in una tavola dell’albergo, ma così tutto compreso di ciò che poc’anzi avea veduto e ascoltato, che mangiava e bevea come a caso; e il cameriere, uomo faceto e bell’umore col quale volentieri scherzava, non si ardiva zittirgli. Venuto che e’ fu alle frutte, eccogli a capo della tavola quella buona lana del suo messere, che con aria ilare e mansueta: — Sior Traiano, ben trovalo e buon appetito; gli dice abbrancando una sedia e accomodandoglisi a un fianco. — O! buona notte a voi; appunto or io faceva conto di passare da voi, per aggiustarci insieme e prendere i vostri comandi, ché domattina io parto.

— E che c'è egli da aggiustare? io, corpo di una saettai io (fovea fare un buon uffizio con voi, che non vi foste avuta per male quella mia scappataccia. Eh, che volete? io son tagliato cosi; quando le cose mi vanno a traverso, levo fiamma e tiro giù a campane doppie, e ne fò delle mie; poi rientrato in me, me ne mordo le labbra, e ne fò spesso la penitenza di chiedere scusa agli amici che ho strapazzato.

— Si sa, siamo uomini! replico l’altro pigliando viso piacevole e disinvolto; io non sono di pelle tanto morbida, che mi risenta di queste scalfitture. Vi dico però vero che mi sarebbe saputo male, che vi foste disgustato per quello screzio da nulla. Or dunque che novità?

— Ne avete voi?

— Nessuna.

— E dove diacine vi siete accovacciato, che dall’avemaria in su tre volte sono venuto per voi, e non eravate nella locanda?

—Era a dare assetto a una faccenduola, che mi ha rubato più tempo che non credeva. Ma, dimando io, del brigante avete più niente di nuovo?

— Nient'altro, e per adesso ne attacchero il pensiero alla campanella dell'uscio. Più in là vedremo di stare all’erta. Intanto vi rammentale più del nome e cognome di quel malandrino, ch’io ne pigli nota?

— Il nome? disse Traiano imbiancatosi un tantino, e facendosi cogitativo e col pollice e coll’indice stropicciandosi il labbro inferiore; il nome non l’ho più presente: già la mia è una memoria di ricotta.

— Buono! e di quella ragazza, se altro non fosse, mi potreste fornire qualche contrassegno più determinato da riconoscerla, e mettermi per mezzo di lei sulla pesta del malfattore?

— Nemmeno; oltre quelli che v’indicai iersera, e che io mi sono quasi dimenticati, non ho ricordanza di altri.

— Ben bene, ci contenteremo di sapere ch’ella veste di bruno, ed è asciutta come un’aringa.

— Via però, siamo onesti! soggiunse Traiano tra amorevoloccio e supplichevole; a me graverebbe forte, che quella poveretta avesse da sopportare molestie per una colpa non sua. Italiani e fedeli al Piemonte, sì quanto vi piace, ma anche uomini e cristiani dobbiamo poi essere.

— Che! che! eccovi con le solite ragionacce. L’umanità, verso que’ malviventi e i loro manutengoli, è peccato. Bisogna fare man bassa, spegnerne la sementa e trucidarli tutti senza misericordia quanti ce ne capitano tra i piedi, uomini, donne, ragazzi, s’ha da lame un’ecatombe all’Italia; se no, vedrete voi che piaga diventerà il regno di Napoli pel Piemonte!

— Ma cosi non la pensiamo noi in Roma, dove pure siam caldi per l’Italia.

— E per questo non riuscite a levare un ragno da un buco. Per creare un’Italia, non come la intendete voi, siori posa piano, ma come la intende il conte di Cavour, fermezza vuol essere ed audacia, non teneritudini e smancerie. La più bella pietà è non usarne nessuna; e se per avere l’intento nostro ci accade sgozzare e bruciare mezzo Regno, si sgozzi e si bruci in buon’ora, purché vinciamo noi, purché trionfiamo noi, purché, sangue del mio diavolo! ci assidiamo anche noi al banchetto delle nazioni. Sorte nostra che il generai Cialdini e i suoi bravi non se lo fanno dire dietro le spalle! evviva loro per —

— Adagio un po’; che la genia perversa dei Napoletani armati si estermini col loro Re, anche noi lo vogliamo; e tra i liberali di Roma non ne troverete uno solo, che non sia pronto a sacrifizii anco eroici per questa impresa. Altro tuttavia sono i briganti, e altro le pacifiche persone che badano ai fatti loro. Or quella poverina che dicevamo è di queste ultime; io lo so per ciò che ne ho imparato ieri; la è incapace di far danno a una mosca: e a me, vi parto chiaro, a me dorrebbe ali’ anima che le deste travaglio, e la faceste pencolare; giacché alta fin delle fini ella non entra co briganti, e io non sono avvézzo a far tribolare gl’innocenti. Mi sono spiegato?

— Uh, e che importa a noi di quella pitocca? s’ella non tien mano ai nemici d’Italia, non le sarà torto un capello. Ma ciò che à noi preme, e preme altresì ai Piemontesi, coi quali mi affiato spesso e conosco il pensar loro, è che portiate in Roma le massime che vi ho intonate, e che le calchiate bene nella mente de vostri patrioti, e che sturiate le orecchie a que’ signori del Comitato, i quali rispondono come campane fesse a questa canzone. Non s’ha da aver paura del sangue, capite? né bisogna inorpellare la inerzia o la poltroneria co bei paroloni di umanità e di temperanza, perché chi si governasse con queste scimunitaggini, l’Italia non si unirebbe mai.

Il Piemonte, ho a dirvelo? teme che voi non lo affoghiate nella vostr’acqua di malva, e che invece di mettergli in corpo Roma, non gli facciate recere ad uno ad uno tutti gli altri bocconi d'Italia che ha sullo stomaco. Attenti dunque a non v'addormentare? Siate virili: emulate la prodezza dei fratelli di Sicilia, e voi avrete la gloria di coronar l'opera. E si vi ridico, che se avete in animo di scuotervi di dosso il canchero che ci rode vivi, e farvi Italiani a modo nostro, vi è necessario mostrare i denti, e apparecchiarvi di tingere, se occorre, il Tevere del sangue dei preti, dei frati, dei prelati e via là. Epperò non tanto giulebbe, non tante moine, non tante ciance. I calmanti lasciateli agli speziali, e i paternostri alle monache: voi fate di buoni fatti, e i Ciociari, ve ne do pegno il collo, saranno con voi.

Questa fu la conclusione del dialogo, dal quale, per non offenderò il sentimento di chi legge, c'è stato uopo spiccare varie penne maestre. Ma ancora così spennacchiato com’è, vale il suo oro e fa risaltare viemeglio qual sia la roba di sotto il banco di questi caporioni dei liberali, quand’eglino ne regalano a tu per tu gli amici, e scuopron loro a quattr’occhi i penetrali più intimi del loro umanissimo e religiosissimo cuore.

Traiano, che da un pezzo avea fatto gli orecchi a tali capestrerie liberalesche, lo intese col suo consueto risolino riverenziale sulle labbra, e appresso coi debiti convenevoli presa licenza andò a coricarsi, e la seguente mattina fu in viaggio per Roma. Ma seco reco sì altamente scolpita nell’animo la storia della famiglia di quella poverella, incontrata appiè della croce di Casamari, che non potea fermare il pensiero in altro; e più d’una volta gli tremo il petto al dubbio che egli, con le sue avventataggini, non forse le avesse attirato sopra qualche nuovo infortunio.


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LA POVERELLA DI CASAMARI

RACCONTO STORICO DEL 1860 E 1861
XIX.

Alla metà del Novembre, cioè poco innanzi che accadessero i fatti raccolti nei capitoli precedenti, era venuta in Roma e vi si era alloggiata in uno de più signorili alberghi, una dama di grande aria «accompagnata di servitù e con titolo nobilissimo nel passaporto, il qual era inglese e mostravala incamminata per Malta e Alessandria d'Egitto. Costei, che era donna già attempatella e di cera si malsana e infermiccia che pareva distrutta dalla cachessia, era qui sopraggiunta non per istanziarvi a lungo, ma come di passata, e per tentare se questo cielo vernereccio si confacesse all'abituale sua gracilità: e intanto vi si trattava delicatamente e con molta grandigia. Il quartiere che occupava era de' più eleganti di quella vasta albergheria, con ricchi tappeti nei pavimenti delle camere, le quali erano tutte arredate di mobili sfarzosi e di specchi d’Ognies alle pareti vestite di gaissimi ermesini. La gente di sua compagnia favellava sempre francese con quella della locanda: nondimeno gli uomini» domesticamente fra sé e con la signora, usavano un italiano che assai pizzicava della parlatura di Napoli. Essi non portavano livrea, ma in quel cambio il cocchiere e il servo che, quando si usciva in legno, andava a cassetta, erano in bruno, con un cappello a gallone d’oro guernito d'una nappa a stella verde filettata d’argento. La dama poi di rado ricevea mite, e queste brevi; passando il tempo e la noia io leggere novità e massimamente giornali, che per la posta arrivavate a pacchi; e ne teneva ingombrate le tavole e i sofà dello sue stanze, e persino dell’abbigliatoio.

Nell’uno dei due giorni che al confine dello Siate remano e in Verdi successero i casi da noi sopra narrati, al ponto proprie che questa signora tornava da una sua trottata in carrozza, si presento all’albergo un cotal uomo di ordinaria statura, in panni dimessi e a mala pena decenti, asciutto della persona, pallido in faccia e avvizzito, con borse livide agli occhi, con due pizzi di barba grigia che gli scendevano setto gli orecchi fino all'incavatura delle gole, e in testa un cappelletto color lionato: il quale nell'atrio arrestatasi dietro il cocchio, dopo smontata la dama, chiese a un valletto chi ella fosse e qual cognome s’avesse. Intesolo, strinse on po’ le labbra sbiancide e fe una mossa quasi in atto di compiacenza: ma poi, senza scomporsi, accennato al servitore che la seguiva su per le scafo, li prego francesemente che gli facesse tanta grazia di annunziarle il tale dei tali napoletano, desiderosissimo di parlare a lei per cosa di importanza. Il servo lo squadrò, e dettogli in italiano e con buon garbo, che salisse pure, lo intromise in un’anticamera; e poco dipoi già reco in risposta che si avanzasse nella salotto ove a momenti la signora, già avvertita, rientrerebbe.

L’uomo tremo posandovi il piede, e con vacillante passo calcando quel morbido tappeto, gnardossi attorno. Ma assicuratosi bene di esser ivi solo, alzo gli occhi e le mani al cielo e diè in on gemito: è stato così un breve tratto come invocante l'aiuto di Dio, butto ai sedere in un soffice divanetto coperto di raso amarantino, e con la smorto volto nella palma di una mano astrattamente contemplava quando l’una quando l'altra delle squisitissime galanterìe, che ornavano quel salottino leggiadro. Se non che di ila cinque minuti, ecco a manritta sollevarsi una portiera e torsi dentro te dama tetta, al suo solito, in un grande abito da duolo. Colai rimossi, e veliosi a lei con uni lieve inchino, di sei tocchi la miro in faccia. Ella per vicenda piantatagli in viso un’occhiata, mentre si affrettava di appressarsi, et riconosciutole, sestetto, indietreggio alcun che muto sembianze: e — Come! chi vedo! voi? dunque il cameriere mi ha ingannata! — principio a dire bianca bianca e con voce che si appannava. L'altro mansuetamente taceva e, pur tacendo, la iva saettando con occhi fulgidi, fiammeggianti e di acutezza sì incomportabile alla donna, ch'ella abbassati i suoi: — Io non capisco qual nuova insolenza sia cotesta; ripiglio mezzo adiraticcia e mezzo svilita; fuori di paese, in una locanda, introdurvi da una pari mia, voi! con un finto nome! ah questo è troppo t

— E voi, con qual nome v’è egli caro che io v'intitoli? le disse allora l'uomo verso lei movendosi, e con la tesa del cappello asciugandosi le ciglia che gocciavano; v'ho a chiamare cugina? comare? amica? nemica? Con quali termini vi saluterò io?

Essa che era lì ferma come se un fulmine l'avesse colpita e dubbiosa di sò, a queste dimando: — Voi! doh, ma come siete voi qui? soggiunse tra stizzita e impacciata per la vergogna; quale audacia è la vostra di venirmi dinanzi? Dio! e noi sapete che io disprezzo voi e i vostri saluti, e che io non posso patire il vostro aspetto?

— Dite, parlate, sfogatevi a posta vostra; replico l’altro con una cotal placidezza d animo addolorato, che non dissimulava la interna pena del dominare lo sdegno; svelenitevi, accumulate le ingiurie e le maledizioni sopra del mio capo: io sono contento e non fiaterò. Ma per t'anima dello sfortunato Ciro, per questo bruno che portate...

— Pellegrino! sclamò la donna ruggendo come sovrapresa di alto orrore; e voi osate ricordarmi il marito? oltraggiare la mia vedovanza? schernire questo mio tutto? Crudele! oh voleva ben dir io! un diavolo senza meno vi ha spinto oggi in quest'albergo, a turbare lo sconsolato riposo che io pur vi godea. Levatemivi dagli occhi! — E già gli voltala le spalle, quando l’altro: — Flora, degnatevi di darmi ascolto; le grido amarrandole il passo.

— Io in questo luogo non sono Flora; lo interruppe dia rabbiosamente; partitevi! io non vi conosco: uh l'impudente!

— Com’ho dunque a chiamarvi?

— Per voi non ho nome. Or sapete che? andatevi con Dio, lasciatemi in pace. La vostra vista mi fa troppo male. Andate, andate!

— Eppure vi bisogna ascoltarmi. Io ho a bere il calice delle amarezze sino all'ultimo gocciolo, e lo berrò: m'è forza umiliarmi nella polvere, e mi vi umilierò. Sono dunque pronto a tollerare ogni maltrattamento, a ringraziarvene, se vi piace, a gittarmi ai vostri piedi, a bagnarveli delle mie lagrime, a lavarveli col mio sangue: ma per l'amor di Dio, di quel Dio che è morto in croce per voi e per me, deh uditemi, ve ne scongiuro, ed esauditemi!

— Che è questo parlare? che fisime son coteste? soggiuns’ella con minor foga di voce, ma impettita, muffosa e affettando un'aperta aria di sprezzatura; io non sono una deità che vi debba esaudire. O bella!

— No, non me avete da esaudire; disse l’uomo con gagliardia; lo mi fò fango pe’ vostri piedi: ma degli sventurati miei figliuoli vi prego che abbiate compassione, e di quella creatura in ispecie che mi teneste pur voi al battesimo, ed alla quale imponeste voi il vostro nome. Ah Flora!

— Non sono Flora; ripiglio questa raddolcendosi un tantino, e non senza qualche sentore di erubescenza.

— Donna dunque, vedova, madre che foste e madrina che siete ancora, abbiate pietà della vostra figlioccia, della madre sua che mi si muore di pura inedia, de’ miei due giovani, di me che sono in mezzo di una strada, e non ho più un boccon di pane, un cencio, un soldo! Santo cielo! e se non giacessi al fondo della più disperata miseria, parvi egli che io vi sarei venuto davanti, e che avrei calpestato i risentimenti più vivi della natura, per abbassarmi a voi? per chiedervi la limosina? Oh! sono uomo anch’io: e se indovinaste lo sforzo infinito che mi è costato il presentarmivi innanzi, se v immaginaste quel che soffro, e come ardo, e come bruciò, e come agonizzo, e come tutto l'esser mio è sconvolto, o come preferirei la morte a questo martirio del mio amor proprio annichilalo... — E per la veemenza del dire qui egli si affollò, e non valendo ad annodare altre parole, gli sgorgaron dagli occhi lagrime in copia, e stette un momento taciturno e singhiozzoso.

— Pellegrino, sedetevi; proruppe allora la donna fioca fioca, lasciandosi al tempo stesso cadere in un sedioncello, e mettendosi a sospirare con la faccia nelle mani.

— Ma sono padre! ma sono marito! tolse a ripeter l’altro assentatosi nel divano rincontro a lei, riavuto eh egli ebbe la voce e versando due rìvoli di pianto; sono padre, sono marito! e l’amor di padre e di marito soffoca in me l’amore di me medesimo. Or a voi, mia congiunta, darà egli il cuore di negarmi quello che concedete al cane vostro? di negarlo a’ miei? Dio! è possibile questa mostruosa fierezza? Ve n’ho io da supporre capace?

— Pellegrino, voi mi dite cose che, se voi foste un altro, mi lacererebbero l'anima; uscì ella a rispondergli discoprendosi il viso con le guance infiammate e gli occhi rossi e molli; se voi foste un altro, io vi empirei le tasche di ducati. Ma, m’è grave il dirvelo, per voi non posso aver cuore. Voi siete mio nemico; oh voi mi odiate!

— Nemico? io? strillo quegli raddrizzandosi impetuosamente; vi giuro che non sono, che giammai non vi ho portato odio, e che ho veduto il sangue mio e de’ miei figliuoli passare a stilla a stilla nelle vene di Ciro e di voi, con dolore sì, ma non con rancore. Nemico vostro? e se pur fossi, non professate voi la fede cristiana che ci obbliga di perdonare a chi ci odia, e di rendergli bene per male? E poi (seguito con un tono di fremente e cupa angoscia, e con la destra avviandosi i capegli e facendosi quasi bigio nel volto) e poi, quando ancora io vi avessi nimicata e voi di ricambio mi odiaste con odio di femmina, e non foste cristiana ma turca, parvi egli poco il gusto di mirarmi oggi qui, alla vostra presenza, annientato, mendico, con la mano protesa a voi per supplicarvi della carità d’uno solo di quei ducali, che a migliaia e migliaia dalla mia entrarono in casa vostra? Qual è l’odio belluino che a questo termine non abbia a cedere? Sembra a me che voi assaporiate ora una gioia, che ninna vendetta potrebbe farvi più dolce.

— Oibò! sclamò essa tutta in attitudine di dolente e di raccapricciata; oibò, oibò! quali spropositi, Pellegrino, vi strappa ella di bocca la disperazione? Io non assaporo gioie; ho sempre ignorato che sia il gioire: per me questo è un vocabolo senza senso. Ah Dio! se vi figuraste quello che io provo nei più intimo del petto mio, non mi ragionereste certo né di odio, né di vendetta. Pur che volete? io non mi persuaderò mai e poi mal, che non abbiate dell’amaro contro di me. Lasciamo da banda gl’interessi e le vecchie liti. Voi siete di un colore politico e io di un altro: voi avete militato fino a ieri pei Borboni, io e il povero Ciro mio, lo sapete, abbiamo contrariata per dieci anni la loro tirannide. È quindi impossibile che voi non mi disamiate, che voi non mi esecriate, e che dentro di voi non mi abbiate per fellona al Re vostro e traditrice della patria. 0, dite quel che v’aggrada, da me a voi andrà sempre il divario che è tra il nuvolo ed il sereno.

— Non ho che replicare, altro che io non vi disamo nè vi esecro per questi fatti. Vi compiango, ma non vi maligno punto; e pregovi che usciamo di questi meriti, perocché egli è troppo tacile equivocare dalle cose alle persone. Vi basti che io non dico bugia, e che se in politica l’onore e la fede mi vietano di pensarla con voi, in coscienza la carità e la parentela m’ingiungono di volervi bene. Adunque, tornando a noi, posso io sperare che mi soccorrerete almeno a titolo di elemosina? che vi mostrerete pietosa alla vostra e mia Flora, a’ suoi fratelli e alla povera sua madre, la quale, chi sa? forse a quest’ora è freddo cadavere?

La donna follasi men contegnosa e posto giù quel suo piglio bieco e sinistro di prima, col capo accenno che si: poi levatasi, con un gesto della mano significo all’uomo che badasse un poco; e mutola, ma scossa evidentemente sino alle viscere del cuore, si ritiro in una vicina stanza. L’altro immobile come un tronco, e tutto in una grande sospensione di spiriti, resto ad aspettarla.

XX.

Chi era questo Pellegrino? e chi questa signora dall'animo cosi rinciprignito? Che l’uno fosse il padre delle due meschine creature che trovammo in Casamari, e l’altra la santola della maggiore di esse, già voi, perspicace lettore, dovete averlo afferrato a mezz’aria. E però in questo interrompimento del loro dialogo, se vi garba, eccoci pronti a intertenervi di loro e di tutto il rimanente de’ casi che formano quella storia, la quale, udita, produsse in Traiano tanti e si sensibili effetti di commiserazione.

Pellegrino fu rampollo d’un casato di onorevole e gentil essere, originale di Mileto in Calabria, ma da un cent’anni traspiantato prima nel Molise e poi nella città di Napoli, ov’egli ebbe i natali. L’avo suo ambiziosissimo per genio e, la parte per mancamento di educazione, in parie per la trista usanza d’allora, irreligioso e più che un poco volteriano, fu di quelli che nello scorcio del passato secolo e ne principii di questo nostro, diedero dentro a tutte le francesi novità che scompigliarono le province di qua dal Faro, mentre i Reali tenevano fermo nell’isola di Sicilia. Coi repubblicani fu democratico; dei due Re scenici Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Marat fu cortigianescamente ligio: e non è dubbio che al ritorno dei Borboni avrebbe anche rivoltato casacca, se una morte improvvisa non lo avesse colto nel meglio, cioè dire ai due Maggio del 1815, che fu il di appunto nel quale il Murat fu disfatto dalle armi austriache nei piani di Tolentino. Ma, più che ambizioso, costui era stato insaziabilmente cupido di trasricchire; al che soprattutto miro co) suo sì mutabile parteggiare in politica. Ond’è che senza un rimorso al mondo, avvantaggio notevolmente il già pingue suo patrimonio coi beni di Chiesa che i voraci usurpatori mettevano all’incanto: e questo per albagia di sollevare, se possibil fosse, in istato di principe l’unico figliuolo che gli sopravvivea.

Poche per avventura sono le case che, al paro di questa, abbiano sperimentata la verità terribilissima dei due proverbii che portano: «Di tal uva mangia il padre che allega i denti ai figliuoli»; e «Roba di campana, se fiorisce non grana». Di fatto non andarono più che dieci anni, da che il figliuolo di quell’accumulatore di sustanze sacre entro in possesso della male aumentata eredità, e, contuttoch’egli fosse uomo risparmierò ed assegnalissimo ne’ suoi procedimenti; pure se la vide manomettere ed irreparabilmente dimezzare, per nna incredibile catena di guai che sarebbe lungo negozio a contarli. Ciò non ostante gli scapiti e i disastri non furono cosi rovinosi, che egli, ancor dopo la tempesta, non rimanesse comodo, anzi agiatissimo di ricchezze.

In questi rivolgimenti delle fortune domestiche venne alla luce Pellegrino: ed ebbe in madre una donna, fior di bontà, la quale se le allevo ella a modo suo, e lo crebbe in ogni bella virtù, aiutandola di molto a ciò la buon anima ch’egli avea sortita dalla natura, dolce, pieghevole, amorosa e, quasi per ingenito temperamento, dispostissima al bene. Un non si sa quale presentimento ebbe ella che quest’ultimo de' suoi figliuoli, cosi mite per indole e savio di senno e fin dalla puerizia inchinevole a pietà, avesse da essere il pagatore alla giustizia di Dio delle colpe del nonno. E tanto più si ribadì ella questo presagio nel cuore» in quanto che il fanciullo, sebben piccino, avendo udito dalla balia, un po’ linguacciuta, il volgare napoletano: — Oh! sì, c’è la scomunica in casa vostra — egli non si dette più pace sino a che la madre non gli ebbe decifrato l’enimma; e appresso quantunque gli si battesse in capo e ribattesse che la scomunica era ita via per le sanatorie e le assoluzioni della Chiesa; nondimanco il putto temendone e tremandone non se ne volle capacitare punto mai, e nemmeno poi se ne capacito da giovane» e nemmeno da adulto. E in vero le calamità che seguitarono a scrosciare sopra la famiglia sua; la perdita del padre che morì nella freschezza della vita; i traviamenti di un fratello maggiore il quale, dissipata da prodigo la porzione che gli veniva del patrimonio, scappo in America con una commediante; e altre poco dissimili sciagure, troppo valsero a confermarlo nel concetto, che il saldo de’ conti col cielo non fosse ancor ben compiuto.

Fatto grande e pensando a togliersi una compagna» tra i varii partiti convenientissimi che avea da scegliere, per consiglio anche della madre, alla quale in tutto deferiva con docilità rara, si attenne al men favorevole in apparenza: e fu di una fanciulla di assai nobile casata, ma venuta al niente, la quale non poteva recargli altra dote se non tenuissima. Ella però avea seco un tesoro di pregi inestimabili, che a lui fecero maggior forza che non il valsente: e oltre a ciò, gli piaceva eh ella fosse mal provveduta di avere, e non nutricata nei fumi e nell’abbondanza. Imperocché un certo cotal cuore gli diceva, che un giorno forse egli sarebbe caduto al basso: e allora quanto non gli si allenirebbero le pene dell’impoverimento, dai conforti di una sposa avvezza da giovinetta a patirle! Adunque senz’altro la impalmo e, vinto ogni contrasto, la meno per sua.

In bello studio abbiamo accennato a contrasti. Chè quella dama, con la quale lo vedemmo testo a colloquio, gliene levò, a frastornarcelo, quanti più seppe e potè. Conciossiaché ella, che gli era affine dal lato di madre e in età floridissima e briosa e ricca e titolata, ambiva secretamente la mano di lui; e, secondata dal padre che vi aveva l’utile suo, non ci fu macchina ancora di intromessioni potenti, che non architettasse, per condurlo a darle l'anello. Se non che Pellegrino irremovibile, fece, come suol dirsi, orecchie di mercante, e serbo inviolata la fede alla sua Giovanna poveretta sì, ma incomparabilmente buona e tutta conforme al cuor suo. Di qui i primi dispetti e i cupi livori di quella capricciosa, che Pellegrino si adopero poscia di ammorzare con ogni maniera di benevole cortesie. E non indarno: giacché ella, per fargli viso di rappaciata, si offerse a essere madrina della figliuola che nacquegli, e dimando in grazia d'imporle ella il proprio suo nome, per seguo di affetto più parziale.

Pel volgere di alquanti anni le cose gli andarono a vele gonfie. La quiete privata e la serenità non ebbero alterazione, eccetto che dal passaggio a miglior vita della piissima sua madre, che ed egli e Giovanna piansero inconsolabilmente. Quand’ecco quella cugina, con cui stimava d’essere in tranquilla armonia, pigliare attacco da questo suo tutto per metterlo in ispianto. Ella pretese a ragioni sopra i beni estradotali della defunta, che, per una espressa composizione fetta da lei vivente con gli altri figliuoli, erano scaduti in Pellegrino, e da quelli ricoglieva il più ed il meglio delle entrate. 0 vere o false che fossero queste pretendenze, il caso fu che costei, maritata già ad un signore di alto grado per nome Giro, gliene mosse lite accanitissima, e la causa fu agitata ne tribunali. Com’era facile prevederlo in azione di tanta spinosità, i dibattimenti e i giudizii ebbero lunga tratta; in guisa che Pellegrino, recate già varie sue terre in denaro, si consumo un forte capitale in ispese di curia, avanti che la sentenza fosse ultimata. Questa finalmente gli usci propizia. L’avversaria cugina se ne appellò. Nell’appellazione la prima sentenza fu cassa, e quindi si torno a nuovi esami, a nuove revisioni, a nuove pratiche. In questo mezzo amici e parenti s’interponevano per tòr quello scandalo, e accomodare le differenze per via d’un compromesso. Pellegrino era acconcio di venire a patti larghi, quanto gli fosse possibile, per la pace. Ma la serpentosa femmina, aizzata da Ciro che era una mala pelle e bollato per frammassone, tenne sodo il punto, e fa inflessibile ad ogni proposizione di accordo. Oh, che mesi e che anni d’angoscia per lo sventurato uomo, padre già di tre figliuoli, e con la moglie quasi sempre ammalazzata e in pericolo di dar nel tisico! Egli tuttavia (salvo le grosse partite disputate, a cui per iscrupoloso amore di equità non volle por mano) si assottiglio di moneta per guidare a convenevol termine la causa, dal cui nascimento dipendea la temporal sorte sua e de suoi pegni più cari.

Da ultimo e fu perdente, e non senza grave sospetto che si fosse lavorato sott’acqua a suo danno. Che fare? il misero infermo di cordoglio: ma non per tanto con piena remissione di sé nei decreti di Dio, piego il capo al fiero colpo, e non ripugno ad accollarsi pazientemente quella croce di povertà, che egli con cuor presago sempre ai era pronosticata. Non si lascio quindi passionare dall’odio, e molto meno diviso o tramo vendette: sebbene la cugina e Ciro imputassero al suo mal talento ravviso che ebbero più tardi, da chi poteva lor darne anche il precetto, di viaggiare fuori del Regno, e differire a migliore stagione il tornarvi. Ma s'ingannarono a partito. Conciossiaché quell'esilio bell’e buono se lo comperaron eglino da sé, con le loro stolidezze in opera di congiure contro i legittimi ordini del Regno, e ad utilità degli stranieri. E non fu questo il solo fatto che mostrasse poi alla Flora, come, dopo la vincita di quella lite malaugurosa, il vento non le traesse più in filo di ruota. Altre e più acerbe traversie le funestarono indi a non molto ogni contentezza dell’opulento suo vivere: chè ella perdé i due fanciulli i quali erano tutte le delizie sue, e appresso resto vedova di Ciro, con la giunta di un misterioso malore che la estenuava penosamente, e senza rimedio di sorta alcuna. Di che ella si diceva la più infelice donna che fosse sotto le stelle.

Oltre i suoi tre figliuoletti, Pellegrino aveva seco, e trattavalo come un d’essi, un orfanello commesso alla carità di lui da un amico suo casigliano. Costui, che abitavagli nel piano sotto, venuto all’estremo due soli mesi dopo perduta la moglie, non avendo altri a cui raccomandare con sicurtà quell’unico bambino che nel nascere avea morta la madre; nelle sue mani lo abbandono e in quelle della Giovanna. La quale amantemente accoltolo, il fece allattare dalla nutrice medesima del suo primogenito, che fu poi nutrice ancora della figliuola. E questi era quell’Otello di Bardo che i lettori già conoscono: minore di un anno d'età a Felice, e maggiore di sopra i due a Maria Fiora; d’ambo i quali divento così fratello di latte, come fa poi sempre a lor due e a Guido più che fratello, per tenerezza di affezione. La puerizia di cotesto pargoletto, che era Pugliese di origine, sarebbe dovuta essere sopravvegliata da uno zio (il solo congiunto ch’egli avesse) uomo facoltoso, celibe, pratico nel maneggio degli affari e costituito legale tutore suo e della eredità trasmessagli dal padre: la quale, a dir vero, per essere egli stato un po’ sciatto delle cose sue, era aggravatissima di debiti. Senonché quello zio di cervello bislacco, d’umor bisbetico, d’anima dura e taccagno che avrebbe raso un uovo, si protesto barbaramente di non voler quella creatura tra i piedi, e che, se gliela portassero, senza meno la farebbe gittare nell’asilo de’ trovatelli. Perché il buon Pellegrino ritenne intanto con sé il fanciulletto, pago che quello spietato si fosse, se non altro, assunto a tutelare il gramo patrimonio di sì derelitto pupillo.

Accaduto il rovescio pel quale di nello il poveruomo fu traboccato al fondo, essendogli pur mestieri provvedere a quel tapinello, mentre studiava come poter riparare a sé ed a’ suoi; tanto prego e riprego che spremette da don Pasquale (così nominavasi quella bestia di zio) il mero necessario per collocare Otello in un modesto collegio di provincia, nel quale avesse lettere e buon costume. E quivi, mercé un posto di grazia concessogli dalla benignità del re Ferdinando, mise ancora Felice. Poi bisognandogli a qualunque patto avviarsi per una professione, elesse quella onoratissima delle armi, a cagione che da giovane egli era stato alquanti anni nelle reali Guardie del Corpo. Questo titolo gli agevolo l’entrata nell’esercito col grado di uffiziale, ch’egli andò esercitare d’assai buona volontà in Reggio di Calabria, e vi condusse la moglie con la figliuola e il piccolo Guido.

Nel tempo suo Felice ed Otello compierono insieme il consueto corso degli studii minori. Felice, uscendo di collegio, dal padre impossibililato a spesarlo in qualche università, ebbe il consiglio d’arrolarsi in un battaglione di cacciatori a piedi, simile a quello nel quale egli era a quei giorni Capitano: e vi si ascrisse. Otello sconfidato di poter muovere don Pasquale che il volesse mantenere io Napoli per attendervi alle matematiche, e non ad un’arte meccanica (siccome colui s'era incapato a pretendere), si butto anch'egli al mestiero di soldato; e, perocché era alto, ben fatto e lestissimo della persona, fu incorporato nei cacciatori a cavallo, milizia la più scelta, prode e vistosa che fosse in tutto il sì bello esercito napoletano.

XXI.

La primavera dell’anno 1860, che sorse tanto nefasta alle fortune del Regno, fece inaridire altresì un fiore di liete speranze, il quale aprivasi a rasserenar l'animo di Otello e di Pellegrino. Conciossiaché al giovane, per lo favore che co’ suoi virtuosi portamenti seppe acquistarsi da un autorevole personaggio, si era offerta la buona ventura di mutar condizione, passando in un pubblico uffizio civile, profittevole al pari che onorifico: e già le pratiche erano bene incamminate, si che il regio rescritto era in ordine d’essere spedito: e Pellegrino consolatissimo già disegnava di accompagnarlo con la figliuola, da lui chiesta per quando fossero in età confacente: e già si promettevano cose meno affliggilive, anzi gioconde pel futuro; allora che l’isola di Sicilia comincio a ribollire dall'un capo all’altro, e a rompere in tumulti di manifesta ribellione. Lo scoppio di questa guerra intestina, in sul caldo del negozio, dapprima ne ritardo e appresso ne mando a vuoto ogni effetto.

Nel principio degli ammutinamenti, eccitati, come il mondo sa, da ehi di fuori agognava alla gran preda che è il Reame delle Due Sicilie, ed accalorati al grido di “Italia e Vittorio Emmanuele”, il nostro Pellegrino era di guarnigione in Cosenza di Calabria, Felice in Catania ed Otello in Palermo. Non è di questo luogo indicare partitamente le fazioni che i due giovani combatterono e i cimenti a che furono esposti, dal di quattro d’Aprile sino al termine del Luglio. Ma sarà abbastanza dire, che Felice fu di quel pugno d’intrepidi che a Calatafimi, nel Monte chiamato del Pianto romano, fecero piangere il Garibaldi di alto corrucciò, per la bravura onde contrastarono alla sua masnada una vittoria, da lui già pagata innanzi al Generale Landi, il prezzo di quindicimila ducati in cedole di falsa valuta: che Otello si azzuffo da dieci volte in su con bande sparpagliate: e che poi ambedue pugnarono dieci ore contro forze soverchiantissime sotto Milazzo, dove Otello, dall’usarsi a’ pericoli fettone spregiatore, scagliato fieramente addosso un gruppo di nemici ne atterro sette, riportando egli tre ferite e avendo morto sotto da una granata il cavallo. Di là, poiché la piazza si fu resa per. capitolazione, i due valorosi giovani furono sopra navi trasferiti in Castellamare; e quivi Otello curatosi risanò.

A Pellegrino non tocco di valicare lo Stretto: ma nell’Agosto, mentre soprastava lo sbarco dei Garibaldesi nei lidi delle Calabrie, inviato alla difesa di Pizzo, fu di quel Corpo che lo sciagurato generale Briganti vendette ai ladroni. In Mileto le tradite soldatesche napoletane, montate in ismanie di rabbia alla sozza viltà, si levarono contro il perfido Generale che ne avea mercanteggiato il sangue e l’onore: e spietatamente trucidatolo a punta di baionette, di lor proprio motivo marciarono verso il campo di Salerno. Di che Pellegrino, il quale pel succedersi di tante e sì abbominevoli fellonie, prevedea irreparabile la universale ruina del Regno, giudico spediente Duo avvisata la moglie che da Reggio si fosse partita, riducendo prima in denaro quel più che poteva delle masserizie di casa, e con la figliuola e con Guido si fosse messa alla coda delle regie milizie che disordinatamente sgombravano le Calabrie, e condottasi nella città di Salerno. Ivi si sarebbono. riuniti. Ma non fu vero. Stanteché, sciòltosi in sul formarsi quel campo, a gran fatica e per cortissimo spazio si poterono rincontrare in Napoli a mezzo il Settembre. Giovanna io questo viaggio così precipitato e travagliosissimo, sotto i dardi d’un sollione che coceva e tra mille disagi e paure, si era debilitata in estremo, e male si teneva su le gambe, e avea spuli sanguigni e a quando a quando un’acuta febbricella che le riardeva le ossa. Perciò al marito, che ella sentiva risolutissimo di raggiungere iì Re presso Capua e miravaio sulle mosse, fece: istanze che, per ogni buon riguardo, si dessero la posta in qualche punto del confine pontificio: e di concordia fermarono le vicinanze d’Arpino, dove abitava la nutrice de’ suoi figliuoli, dalla quale si confidavano d’avere un rustico ricetto nelle supreme angustie di qualche finale disastro.

Negli accampamenti in riva al Volturno, tra le cui munizioni il re Francesco II rannodava l’esercito, Pellegrino con inopinata allegrezza riabbraccio il figliuolo Felice ed il caro Otello, già graduati amendue, pel loro valore, a sottufficiali: e subito ne scrisse nuove alla moglie ansiosissima, la quale era in procinto d’istradarsi alla volta di san Germano. Quanto giubilo al materno cuore di lei destasse questo annunzio, se lo figuri chi legge; tanto più che dall'Aprile in qua, né a lei né a Pellegrino s'erano potuti far vivi con lettere o con altro qualsiasi cenno. Senonché per via ella ebbe un mal incontro, che basto a spegnerle in petto ogni senso di quel puro godimento. E fu che, dato in una squadra di Garibaldesi sbrancati e fuggiaschi, ì marrani la derubarono di cinquecento ducati in oro, che erano tutto il peculio suo e della famiglinola, ed inoltre la svaligiarono di quasi ogni altro arredo che seco recava in quattro grandi casse: e a questo solo prezzo si ricatto dalle peggiori offese, di che quegli «eroi» minacciavano lei e le due innocenti sue creature. Per la qual cosa ella arrivo sprovvista d’ogoi bene e smunta di denaro (avea salvi non più che ventisei ducati) nel casolare di quella contadina, che le fece accoglienze bellissime, e l'ospito con amore e trattamento di sorella.

Intanto avvennero aspre battaglie dei Regii con le torme del Garibaldi, e segnatamente la solenne e totale loro disfatta a’ primi di Ottobre; appresso la quale il Re avrebbe potuto rientrare trionfalmente nella male abbandonata Napoli, se i turpi venditori della sua Corona non lo avessero, con le solite scaltrezze, arrestato nel bello della vittoria. Or appunto in uno degli scontri di queste giornate, Otello si conquisto il superbo leardo con tutta la bardatura che gli vedemmo: e lo fece sfendendo il cranio al cavaliere ungherese che Vera sopra, e fugandone due altri che gli si erano avventati contro per riscattarlo. Ma da ivi a poco sopraggiunse, per gli sbocchi dell’Apennino, l’esercito piemontese a sorreggere le sconfitte bande de Garibaldeschi, e a mietere i gloriosi allori apprestatigli dalle furfanterie diplomatiche e dai tradimenti militari. Il perché, aduso dei Vandali, senza intimazione di alcuna fatta, e senz’altro diritto che quello dei predoni, calo grosso e feroce a investire il fianco sinistro dei Napoletani. I quali, dal Volturno raccoltisi sul Garigliano, approssimaronsi a Gaeta, ultimo propugnacolo della indipendenza e dell’ooor loro nazionale. In questa ritirata, renduta loro malagevolissima dal naviglio francese che di protettore benigno, qual si diceva, dei re Francesco, dichiaratosi repentinamente neutrale, diè comodo ai legni sardi di accostarsi da mare al lato destro dei Regii e molestarli a furore; le cose procedettero, sino alle falde del monte san Giuliano, assai avviluppatamente. Per modo che prima che i Napoletani, rattestatisi in quelle pianure, sbaragliassero, come fecero, i Piemontesi, i quali contendevan loro il passaggio del fiume, e ne menassero quell'orribile macello che indarno si è voluto occultare, molti de’ drappelli loro furono sbandati; e o diedero nelle ungine del nemico, o camparono nelle montagne circostanti. Di questi dispersi fu il nostro Otello, che pervenuto a travestirsi, dopo superali mortali pericoli, riparo a salvamento nel territorio di Sora. Ivi aggregossi alla squadriglia di Chiavone, e s’avvicino alla Giovanna, che egli seppe esser passata in Veroli per maggior sua sicurezza, e per cura d’una malattia gravissima, nella quale assistevala con dolce carità la povera Caterina. Quest’era quella forese che noi le scorgemmo accanto del letto, ed era essa la nutrice di Otello.

Al tempo medesimo Pellegrino ricoverava egli pure nello Stato pontificio, insieme coi trentamila uomini che il Re avea destinato alla riscossa degli Abruzzi, ma i quali, s’ignora il come e il perché, furono guidati a porre giù le armi nelle mani dei Francesi che presidiavano Terracina. Egli distaccato da Felice, rimasto coi Corpi serbati a difendere Gaeta, incontanente che n’ebbe la possibilità, da Velletri spaccio il suo fante in quel di Arpino, a pigliar lingua della Giovanna e de’ figliuoli. Costui, che fedelissimo era, scoperse ogni cosa, e torno ridicendogli le miserie e gli affanni che i suoi pativano in Veroli, a tale che s’era spogliato del suo proprio cappotto per rivestirne Guido. L’addoloratissimo nomo avrebbe desiderato pure aver l'ali per volare, non che accorrere, in aiuto della moglie; ma perciòcché era asseccato di moneta e non sapeva quali conforti apportarle in tanta inopia, si delibero di venire in Roma alla cerca di alcun sussidio. E sarebbe stato con poco o niun prò, se il caso, o meglio la Provvidenza, non gli avesse, fuor d’ogni sua attendimento e a costo di una eroica superazione delle sue ritrosie, ispirato di tentar l’animo di quella dama sua affine. La quale ci convien tosto raggiugnere nel salotto, ov’ell'era tornata.

XXII.

— Qualche cosa io vi darò, tanto che non dobbiate incolpare me, se vi morite di fame; disse a lui presentandogli con una cotale orgogliosa affabilità e risedendogli avanti.

— Tutto accetterò, fosse anche un grano, e ve ne renderò colme grazie; mormoro sommessamente Pellegrino umile e composto.

— Eppure; si fece a ripicchiare la donna stropicciandosi in fronte; eppure nessuno mi toglierà mai di capo, che voi non siate mio nemico, e che, se mi poteste passare da banda a banda con un coltello, noi faceste.

— Dio buono! che vi dite?

— Oh sì! io vi parlo come io penso. Certe virtù non sono da uomo. Quel d’Adamo e’ non è possibile levarcelo di dosso. Voi, per non odiarmi, per non volermi tutto il male del mondo, bisognerebbe che foste un angelo. Ma! sia quel che è: io vi faro del bene. Prendete. — E in così dire si cavo da un manicotto un pesante borsiglio di seta, e glielo porse. A quella vista, a quei detti, Pellegrino, quasi fuori di sé, abbranca impetuosamente la borsa e insieme la mano della cugina, casca in ginocchio e tenendo stretta fra le sue tremanti quella mano di lei: — Chiamo testimonio Iddio che non vi sono nemico; sclamò rosso di fuoco e con guardatura sfavillante; e pegno e prova che io non mento, sia questo bacio (e glielo impresse nella mano ) il quale oh no! non è il bacio di Giuda. — In quel punto grosse e bollenti lagrime sentì pioversi sovra le dita. Queste erano gocciate dagli occhi della dama, la quale vanamente sera sforzata di comprimerle Per lo che quando Pellegrino con in pugno la borsa rizzossi, le vide grondare tutta la faccia, ch'ella subito si coperse, e la udì singhiottire.

— Adunque avete ora fede alle mie parole? le dimando egli dopo un istante di pausa.

— Non so che rispondere; soggiuns’ella rassettandosi nella poltrona, e poi con un sottile movimento dispettosuzzo, che parea indicare cruccio d’aver pianto; Pellegrino, seguitò, mutiamo discorso; dite a me: chi vi ha informato che io sono in Roma?

— Nessuno. Ieri vi ho scontrata proprio mentre dalia locanda uscivate in carrozza: mi sembraste e non mi sembraste voi: stetti a bada nel ritorno, e non ci fu più verun dubbio: eravate dessa: La è stata una grazia di Provvidenza!

— E perché mi vi siete annunziato con un nome posticcio?

— Voi meglio di me ve lo figurate. Non aveva io ragion di temere, che col mio non sarei certo penetrato fino a questa sala?

— Doh! la sbagliate, io non sono così darà e superba. —Rispose arrossendo, e con una smanietta che faceva segno lei non essere contenta di sé medesima. Ma poscia da una parola ad un'altra, e saltando sempre di palo in frasca, con tante questioni lo venne interrogando de casi suoi, ch'ella ne conobbe il chiaro più che non si sarebbe appensato. Ondeché all’intendere in ogni particolare le ambasce di lui, e la infermità della Giovanna, e la derelizione di qualunque sovvenimento, in cui gemeva la sua giovinetta famiglia; la cugina fu tocca di sì nuova e profonda pietà, che alzatasi: — Ah povere creaturelle! sclamò tutta rintenerita; cinquanta luigi d’oro non posson bastare: un momento, e sono da voi. — Disse, spari e io un istante riapparve con un rotolino, che gli mise in mano soggiungendogli: — Questi teneteli in serbo per mia figlioccia. Sono altri cento luigi che io sottraggo ai miei lussi, e gliene io dono. Ma si ricordi bene di sua santola, e preghi per lei che è infelice, oh infelice sopra quanto potrebbe mai credere! — E stata alquanto sopra pensiero mentre Pellegrino, con ambe le mani serrato quel gruzzolo, levava in cielo due occhi lacrimosamente giulivi: — Or, cugino mio: uscì ella a chiedergli con una gagliardezza di affetto sino allora insolita; e perché non dareste a me quella figliuola, che le sarei madre io, e m’empirebbe tanto vuoto che la morte mi ha latto nel cuore, e con la sua compagnia ricreerebbe questa mia desolata solitudine? Io la doterei da mia pari. Deh sì, Pellegrino! s’egli è vero che mele in pace con me, mi avete a fare questo regalo. La vostra Flora sarebbe il balsamo che placherebbe tutti i miei rimorsi; cioè (qui si corresse pizzicandosi le labbra) tutte le piaghe dell'anima mia. Posso sperare?

— Oh questo poi no! grido l’altro con focosa prontezza.

— E perché? instette la cugina adiratala con sé d’essersi lasciata sfuggire quella involontaria confessione de' proprii rimorsi, e accigliata per la spontaneità di quel rifiuto.

— Perché ucciderei sua madre a distaccargliela dal fianco; replico Pellegrino intricatamente; e poi io sono suo padre; e poi...

— E poi capisco io molto bene il resto; lo interrupp’ella con ironica burbanza da impermalita. Vi par egli? dare quella colombella in custodia a un nibbiaccio, com’io sono? Di sicuro la sbranerei per mangiarmela viva viva! io tanto avida del vostro sangue, che ve l'ho succhiato a goccia a goccia eh? Oh nemmeno a pensarci! Avete ragione, Pellegrino, avete ragione! Scusate la mia impertinenza.

— Io non dico questo.

— Basta così; gli diè sulla voce la dama riprendendo un certo che di boria risentita. Vi ho mostrato all'opera come io sia bene affezionata a voi e alla vostra figliuola. Se mai fossi trascorsa tropp’oltre nel profferirmi a suo vantaggio, perdonatelo al mio cuore; a questo cuore, che voi giudicate di tigre, ma che Dio sa s’egli vorrebb’essere di angelo tutelare della vostra famiglia. Ah, Pellegrino, se indovinaste le pene che mi straziano dentro, e il sollievo che godrei a beneficarla! Ma io non vi aggiungo altro, perocché non sono avvezza a sostenere rifiati. Quando partite voi per Verdi?

— Domani, se a Dio piace. Tuttavolta, per carità, Flora, io vi supplico che non vi abbiate a male....

lo, ancor io mi metterò in viaggio presto; gli ammezzo subito la parola con brusca disinvoltura; passerò la vernata o in Napoli o nel Cairo; a primavera tornerò in Parigi, e la state, dopo un po' di bagni ad fiombonrg, ritirerommi nella mia villetta presso Bordeaux. Voi abbiatemi in memoria, e il Signore vi accompagni. Pellegrino, addio. — Con questo lo inchino altieramente e si ritrasse e serrossi dietro a chiave la porta. Quegli in su le prime stette fermo nei ano divano, contuso, attonito, perplesso e come uomo che trasecola. Quindi rìttosi e battendo un forte colpo nel dossale di una sedia: — No, in eterno no! ruppe a sciamare seco stesso; innanzi mi cadrà morta Sotto degli occhi, che io gliela ceda! — Ed uscito, fa al povero suo albergo, scrisse una lettera per la cugina, la gitto nella posta, e il domani sali in vettura e prese la strada di Veroli.


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LA POVERELLA DI CASAMARI

RACCONTO STORICO DEL 1860 E 1861
XXIII.

Tra la Montagna di Sora che col boscoso fianco alza uno schermo alla ripa destra del Liri, il Montemeta che con la tricuspide sua cima ne guarda la sinistra, la sponda meridionale del Lago di Fucino, e il seno lunato dell’argentino laghetto di Scanno, s’apre, si avvolge e s’inchiude un territorio quanto mai dire si possa bizzarrissimo, pel sempre nuovo accoppiamento di squallido e di gaio, di piano e di montuoso, di còllo e di selvaggio, che ad ogni muovere dell’occhio varia di tacce. E cosi mentre ai lembi lo asserragliano, quasi baluardi, cupi sfondi di catrafossi e spaccature di gole che immorsano creste insormontabili di macigni, ovvero trarupevoli borrì che si sfrenano appiè di scogli addossati gli uni sopra degli altri; nel mezzo, e per tutte le falde di quegli scoscendimenti, gli si levano e gli si abbassano ceste apriche di campi, e macchie d’elci e di frassini, e vallette venate di polle freschissime: e nel crinale de’ verdi poggi, o nel grembo de’ zollosi pratelli adornanto abituri contadineschi, seminati tra i borghi e le cittadine che biancheggiano per le pendici coronanti le bocche dei due Laghi. Ma come se le ritirate e le riuscite, gli sporti e i rientramenti, i nascondigli e le giravolte di questo alpestre andirivieni fossero ancor poca cosa; a ponente di quel gran corpo dell’erta di Sora che rizza la superba testa in atto di riconoscere le vallate del Liri e degli Eroici e spiarle, si concatenano rocce ignudo gradinate a scaglioni, che perciò si chiamano le Scalene, sopra il più sublime vertice delle quali cova e s’incerchia una erbosa pianura, detta il Castello, forse pe’ borri stagliati a filo che ne imbastionano il ciglio; oveché a settentrione si diramano in lunghissimi spartimenti i massi dell’Apennino, che via via risalgono ad intrecciarsi con gli aspri gioghi di Tagliacozzo e di Avezzano. Per modo che tutte quelle schiene selvatiche, quei burroni inaccessi, quegli aggiramenti di rupi che a cavaliere dello Stato pontificio e del Regno di Napoli s’internano e s’intercidono, sollevandosi fino alle nubi e divallando sino agli abissi, formano altrettanti quasi propugnacoli e ridotti, a riparo del sito compreso fra i due Monti e i due Laghi sovrindicati.

Nel 1860, al cader dell’autunno, il predetto quadrilatero cosi munito per naturali difese, era campo a quartiere di quel Luigi Alonzi, per soprannome Chiavone, il quale a capo della banda di Realisti, da se levati e da sé valentissimamente condotti, vi si era messo io fortezza; e l’occupava contro le squadre volanti dei Piemontesi, che indarno gli davano rabbiosissima caccia, e vi si lenea bravamente; e del continuo vi facea sventolare la bandiera di Napoli, e spesso rimbombare il fragore delle sue scaramucce, e risonare altresì il gioioso grido della vittoria. La notte egli col nerbo de’ suoi, lotti fior di montanari destri, gagliardi e animosissimi, ricoglievasi perso quei nidi di falco, insuperabili allo sforzo delle straniere soldatesche: ed il giorno calavane per fiutarne le orme, e tender loro imboscate, e piombare alle spalle, alla coda, alla testa delle loro colonne, e senza posa romperle e tartassarle: o, non incontrandole, per fare vettovaglie nell’abitato; ricevutovi sempre con feste e allegrezze dai popoli che acclamavanto, abbracciavanto e provvedeanto in abbondanza, quale campione dei sacri diritti del Re e della patria, conculcati dall’usurpatore.

Costui, per darne cosi uno sbozzo, era un omacciòtto in sui quarant’anni, di statura poco men che mezzana, vegeto, di buon osso e muscoloso come un torello. Da giovane era stato al soldo di Ferdinando II in un reggimento di fanteria e, con lode di onesto e valoroso gregario, avuta la licenza, era tornalo a’ suoi monti e, fino all’invasione sardogaribaldese, vi avea esercitato il mestiere di guardaboschi. Per quanto male si sia voluto scriverne e parlarne da quella fazione, di cui nel suo terribile quadrato esso era l’implacabil martello, fuor di dubbio è che egli, per saldezza di cuore n’avea da vendere a tutti gli avversarli suoi; per maestria di mosse, subitezza di assalti, audacia di stratagemmi, passava i capitani anche sagacissimi che dall'alta Italia venivano a guerreggiarlo; e per fedeltà al suo Principe non era chi lo avanzasse. Che egli fosse buon cristiano, buon amico, buon compagno, lo testimoniano coloro che nella sua squadriglia militarono più lungo tempo: e noi non ne sappiamo altro. Che fosse tanto umano coi vinti quanto era pugnace coi combattenti, lo dicano quel soldati piemontesi che in si gran numero furono suoi prigioni, ed a cui perdono generosamente la vita, e que’ loro uffiziali che più d’una volta capitolando in mano sua, ebbero a meravigliare che egli «brigante» li trattasse con una benignità, la qual facea troppo vituperoso contrasto alla crudeltà onde i lor «galantuomini» moschettavano tutti i suoi partigiani. Portamenti aveva nobili, signorili e da assai più che egli non fosse. Cera aperta e marziale, tratto amabile, gesto riciso, umore giocondo, fare spedilo, voce limpida e squillante. Il rilievo della sua testa avea un certo che del greco: fronte lata e un po’ colma, carnagione pendente al bruno, naso aquilino, occhiatura di un ceruleo che nei pericoli s’illuminava quasi di luce elettrica, capelli castagni pioventigli in bell’arrìcciòlato dietro gli orecchi, fattezze di puro disegno e stampate in tutt’altr’aria che la rusticana. Andava in baffi e mosca. Ma delle membra era così agile e suodato, che egli si arrampioava pei greppi a mo’ di un abbriccagnolo, e pur caricando la sua carabina e traendo e imberciando sì appunto che non perdea colpo, si tragittava di balzo in balzo e reggeasi franco a par di uno scoiattolo sull'orlo di voragini che la pelle abbrividisce a guardarle. Era smogliato, povero e niente ambizioso. Vestiva da paesano, secondo il costume della Montagna; corte brache di velluto nero e sottovi le ciòce, ossia uose di panno allacciate alle gambe; corpetto rosso fiammante con doppio filare di bottoncini a pistagno; larga fascia azzurra intorno alle reni, ed entrovi uno stocco e un paio di sfarzose pistole giranti, conquistale in una delle prime sue battaglie; farsetto di drappo turchino scuro; una ruvida e pilosa casacca sopra gli omeri, e in testa un cappellotto a cono tronco impennacchialo. Tanto negli abiti però quanto nella persona, così studioso della mondezza che compariva sempre polito come un ermellino: e dopo sanguinosissimi scontri e camminate di ore e ore per isterpeti e boscaglie e pantani, la principal sua cura poneva in lavarsi e strofinarsi e riforbirsi e ridivenire netto di specchio. Tal era questo nominatissimo caposquadra, il quale ben due anni, con. indomabil costanza, disputo allo straniero il pacifico possesso del suo paese: né per disuguale che fosse a lui di armi e dispari di forze, ristette mai di combatterlo e sgominarlo, fino a eia nell’Agosto del 1862, il Colonnello realista Tristany, per sue misteriose ragioni che non ispetta a noi l’indagare, lo tolse di vita presso i dirupi delle Scalelle; compianto da’ suoi, da’ quali era molto benvoluto, e ammirato da quelli stessi de’ suoi nemici, nel coi petto l'odio di parte non avea per anco estinta l’ultima scintilla dell'onor militare.

La mattina del quarto giorno di Decembre, un due ore circa ararti il mezzodì, la banda dell’Alonzi stavasi accampata di qua dal Uri, dirimpetto alla terricciuola di Balsorano, sul pendio di un clivo sopraffatto all’intorno di monticelli amenissimi, e chiuso alla pisola da una fitta di veprai e da un profondo burrone, e la sua gente, sedata a gropperelli nei ciglioni de’ fossi o ai piedi degli alberi e delle siepi, badava a rinettare i fucili e a barzellettare, intanto che aspettavansi le provvisioni da bocca mandale prendere nelle vicinanze. Tolta la brigata ora di trentasei uomini, rientrati la notte innanzi nelle poste del quadrilatero, d’onde s’erano sfontanati per volare al soccorso di un’altra squadriglia, che di là dalle giogaie di Tagliaci non polca più sostenersi contro de’ Piemontesi, i quali aveanla circuita, ed era sul punto di rendersi a loro per fame. L’Alonzi cono fa pervenuto, sui luoghi, girata una volta arditissima e aggrappatosi quatto quatto per l’ertezza di un cinghione sopraccapo alla gola dove s’era ristretto il nemico, tanto con vive pietre e catelli di rape e grandino di moschetteria comincio a tempestarlo improvvisamente, che in breve lo ebbe snidato e ributtato giù in un orribil vallone; pegli sfranamenti del quale buon numero di soldati precipito a rompicollo, con notabile uccisione di vite e gravi rotture di ossa, e con la perdita quasi totale del bagaglio e delle armi. Il che fatto, mentre la compagnia degli assediati Realisti urlando di giubilo si scagliava addosso ai fuggiaschi e finiva di sperperarli; l’Alonzi ed i suoi, con salve e saluti di gioia, scesero rapidissimi nella gola riboccante di cadaveri e di feriti; raccolsero il più che poterono delle abbandonate armi, di sacchi e di munizioni; e, intonata una loro canzonetta guerriera, carichi dell’utile bottino rivoltarono indietro, e marciarono allegramente verso il contado di Sora.

Com’è facile divisarselo, ciascuno in que' crocchi ragionava dell'arrischiata impresa, testo cosi fortunatamente compiuta, o chi la commentava in un modo e chi la magnificava in un altro, sempre mescolando baie e risa e sghignazzamenti ai loro cicalecci pieni di braverie delle buone del mondo. Solo fra tutti il nostro giovane Otello non pigliava nessuna parte a quel comune tripudio: ma assisosi discosto dai camerata nell'incavo di una selce, con la carabina tra le gambo e il mento in una mano, stavasi tacito, pensoso, con l’occhio ora in cielo, ora in terra e col volto atteggiato di grande mestizia. Poco avanti di lui, in un rialto intorniato da cespugli di tamarisco, era assiso ancor egli solo solétto il suo condottiero Chiavone, il quale trattosi dalla tasca il calamaietto d’osso e il pennaiuolo, e recatasi una pietra sulle ginocchia e apertovi sopra un certo suo librettino legato in pelle color di viola, vi scrìvea quietissimamente i suoi ricordi, o, a dir meglio, il suo giornale. Perlocché era il registro esattissimo di quanto operava di per dì, delle marce, delle posate, dei combattimenti, dei morti e dei feriti avuti, dei prigioni latti e di checché altro gli accadesse di meritevole da tenersi in memoria. Nè la mano sua, benché rozza, era tal ghirigogolo che non si potesse scifrare e anche leggere a vista corrente.

Dopo breve spazio, cioè quand’ebbe terminato di prendere i suoi appunti, l’Alonzi rintasco il taccuino e gli arnesi pel servigio dello scrivere, si dirizzò, si scosse, si liscio i mustacchi, e quasi per isvagarsi, cavatosi dal farsetto un piccolo cannocchiale, si volgeva per accostarselo alla palpebra ed esplorare nel largo, come gli venne veduto da presso a sé Otello; il quale, così solitario e in quel suo contegno, pareva proprio una guardia del santo sepolcro: — Oh! e che si fa, bravo cacciatore? lo saluto in atto compagnevole, perocché il giovane era come dire il suo aiutante di campo, e lo avea carissimo quanto la perla di un occhio, e per amorosità lo chiamava «il mi’ cacciatore».

— Si riposa alla meglio; soggiunse Otello alzandosi e avvicinandosi amichevolmente al suo Capo. Sapete, Luigi, che a conti (alti questi miei piedi in tre giorni hanno pestate settantacinque buone miglia di strada, e sempre per montagne?

— Ah, ah, povero cacciatore! io vi compatisco, voi accostumalo al cavallo....

— Puh! queste passeggiate io me le divorerei menando la tarantella, se io foss’io tutt’intero: ma colle angustie che mi serrano l’anima, io non sono che mezzo me.

— Che c’è egli di nuovo? il dimando l'altro con un subito aggrottameli lo di ciglia.

— Di sicuro, niente che mi si sia ridetto. Siccome però da cinque giorni io non ho più notizie di quella mia famiglia là in Verdi, per questo io mi sento schiantar le viscere a pensare, che forse la madre mia potrebbe ben esser morta. Luigi, crediatemi, che quest’ansietà mi tiene il cuore come fra due macine.

— Bah! paure che ve le mette il diavolo per isnervarvi nella guerra contro i nemici di Dio. Coraggio, coraggio, su! saliamo un po' di qua a osservare se gli uomini arrivano con le some. Voi in ogni caso avete il vostro bel cavallo non molto lontano. Vorreste tentare un’altra corsa fin dentro Veroli? Io vi lascio libero. Fate.

In questo parlare i due si erano incamminati al colmo della montagnuola, che terminava a pan di zucchero tutto rivestito di avornielli e di cerri. Lassù Chiavone puntalo il cannocchiale verso i sentieri aggirevoli della sottoposta valletta rincontro a Sora, per onde avevano a tornare i suoi foraggieri: — Vengono! sciamò; eccoli al basto rovescio che rasenta il macchione. Poi azzittatosi e aguzzando la pupilla più attentamente: Sono o non sono dessi? ripiglio dubitando; cacciatore, togliete qua e adocchiateli voi.

Otello appoggio il cannocchiale al bernoccolo di un tronco, e affisato nei basso: —Che some? disse tosto; egli è un monelluccio sopra una cavalcatura parata innanzi da un villano. Uh no! non sono i nostri. Ma gua, gua’! il ragazzo ha un berretto che mi par tutto quello del fratellino mio. E indugiatosi un altro poco e sforzando viepiù quella sua vista di lince: È lui in carne e ossa! riprese con un impeto di amorosa allegrezza; e chi sa che nuove mi apporta? Luigi, io gli scendo incontro.

— All'armi! all'armi! s’intesero qui ambedue gridare soffocatamente alle spalle; i Piemontesi! i Piemontesi! Chiavone schizza indietro come una lepre, e si abbatte in Angiolino, il quale raggiuntolo a corsa tenendo il trombone in pugno: — Caporale! gli annunzia con voce di trafelato; si scoprono a occhio nudo.

— Chi?

— I Piemontesi; e’ montano di filo per la strada di Rendinara: qualche spia....

— E quanti sono? lo interruppe l’altro sorridendo con impèrturbabil fronte.

— Molti, vi dico; più di noi, e forse il doppio di noi, malanaggia li spioni!

— Il doppio? solo il doppio? oh troveran pane pe’ loro denti! c’è egli Guardie nazionali?

— Suppergiù la metà paiono borgesi, cioè Guardie.

— Dunque mano alle nespote! risponde Chiavone pacatamente, e subito modula due fischi. Ad Otello, che era sul mettersi di carriera giù per la costa e rammezzare la via al fanciullo, per questo avviso manca il fiato e sentesi gelare il sangue, antivedendo che quell'innocente risicava d'essere avviluppato in una terribile scaramuccia. — Ah Vergine Maria, campatolo voi! — mormoro a fior di labbro, e col tremito ai polsi e sudando freddo abbranco la sua carabina.

XXIV.

«Chi ama teme» dice un troppo noto proverbio. E il povero Otello che fin da putto gli amori suoi più teneri avea riposti nel sono della famigliuola di Pellegrino, ben aveva ond'esserne in affannevelo apprensione; massime dopo chiaritosi presenzialmente, nella visita fattale, delle sue miserie e delle pene sue così deplorando; lo spettacolo delle quali gli avea dato al cuore tale passione, ch'egli non trovava luogo, e nelle radici del petto, anzi nelle midolle dell’anima, aveva infisso il dolore dei dolori di lei. Per lo che nel breve intervallo dei giorni indi corsi, una cupa malinconia gli si era addensata nella mente, che ingombrandoglielo di nubitosi presagi, gl’intorbidava i sonni e gl’inacerbiva persino il diletto delle vittorie, le quali a niuno più che a lui solevano arrecare contentezza. Or la veduta di Guido, per la prima volta, le costo ogni regola di buona cautela, inoltrantesi per que’ greppi, mandatovi in traccia manifestamente di lui gli sollevo un tumulto di sospetti paurosissimi; che sopraggravarono il suo sbigottimento dell'orribile repentaglio, al quale il giovinetto senz’altro si avventurava. Ma egli era lungi le mille miglia dal figurarsi il perché quel caro messaggiero venisse allora cercandolo.

Vuolsi adunque sapere che Pellegrino confuso, non che stupefatto, della generosa beneficenza usatagli dalla cugina, e commosse vivamente per le significazioni che n'avea ricevute di ottima volontà in pro suo e della figliuola, innanzi di allontanarsi da Roma, si era già pentito del no tanto asciutto, col quale aveva risposto alle ultime sue profferte: e quel no gli pesava sull’animo e forte glielo conturbava. Nè punto avea finito di quìetarsene avvegnaché si fese adoperato, di addolcirglielo con la cortese lettera che subito appresso gliene fece, sotto coloro di renderle grazie più squisite. Imperocché egli era quello un uffìzio di urbanità che forse bastava a scusarlo di malgrazioso, non però a vantaggiare in nulla le condizioni sue e della figliuola, a cui esse profferte potevano pur fruttare un miglioramento stabilissimo di fortuna. Ond'è che per quanto duro il viaggia da Roma a Veroli e fu in un continuo travaglio di rammarichi del fatto e di incertezze sul da farsi; perché trattavasi di uno sconcio, al quale egli sarebbe stato ancora in tempo di riparare. Ma più si rompeva il capo a disegnare espedienti da compiacere la cugina senza nuocere alla figliuola e più s'intrigava in un labirinto di difficoltà che contrastavano al suo cuore di padre, e alla coscienza dell'onestissimo uomo e cristiano ch'egli era.

Noi che non abbiamo spazio d’essere molto particolari intorno a tutte e singole le cagioni di queste altre perplessità, faremo che il lettore ne ascolti almeno le più capitali dalla sua bocca, insieme con la definitiva risoluzione passata per conchiusa, in un lungo e ponderato ragionamento ch'egli ebbe con la Giovanna. Questo fu poche ore dopo l'arrivata sua accanto il giaciglio di quella poveretto; la quale in rivederlo finalmente presso di sé e cosi ben fornito a denari, provo un tal refrigerio che non fu da paragonarsi ad altro che al tripudio di Guido e alla consolazione di Maria; insanabili amendue di riabbracciarlo e di seminargli le mani di lacrime gioconde e di baci saporosissimi.

— Io non ci posso ripensare che non mi par una favola, una chimera, un'ombra di un antico segno! disse egli alla donna, com’ebbele esposto cosa per cosa tutto ciò che gli era seguito non la cugina; se non fosse quest'oro che pur è oro, e il subbuglio che mi ha lasciato nell'animo, io a volte metterei il collo che ho segnato.

— Bontà di Dio, che ci si è voluta mostrar padre nel colmo del nostro abbandouamento! sclamò piamente la moglie con gli occhi nel suo crocifissetto che si accosto alle labbra; io son d'opinione che colei si debba esser convertita o quasi, e che non convenga a noi disgustarcela. Ah quanto mi duole di non aver più forze di scrivere! desidererei proprio mandarle una lettera anch’io che vedrebbe ella; se noi abbiamo onore di cristiani e capace di odiare il prossimo! Le faremo però scrivere da Fioretta, che le stenderà una bella letterina per ringraziarla; voi gliene aggiusterete la minuta, che ella copierà in buono, e io vi apporrò una riga.

— Tutto bene; le sono garbatezze ch’ella gradirà forte. Ma il nodo non è qua. Voi in somma consentireste voi a darle speranza, che quandocchessia le concederemo la figliuola. Qui sta il forte punto.

— Che vi ho a dir io? io come io penderei al sì.

— Possibile! Voi sua madre?

— Eh, per queste che le sono madre, appunto per questo io inchinerei a ravvivare seco le pratiche, acciocché ella supplisca me nelle cure della ragazza.

— Io stordisco! Voi mi tenete un linguaggio nuovo, strano e direi poco meno che da svaporata di testa, sé io non sapessi che siete nel vostro miglior senno. Dio immortale!

— Pellegrino, non vi sgomentate, e udite me che parlerovvi senz’ambagi. Oggimai non accade che vi inganniate sul conto mio. Io sono al termine di questo penare, e ogni di più mi sento mancare la vita. Che giova illudersi? io non arriverò al Capodanno. Mi avete intesa? e qui le svanì la voce e si mise a piangere.

— Oh! coteste sono le vostre solite ubbie che non mi vanno, e celle quali vi prego che non sopraccrésciate il già intollerabile fascio delle mie croci.

— Non sono ubbie, datemi retta.

— Ben bene, supponiamo pure il peggio, Voi dunque in caso di morte (che il Signore tenga lontano altri cent'anni!) voi vi contentereste che la povera figliuola vostra cascasse nelle inani di sua santola?

— Piuttosto che rimaner su di una strada, si capisce!

— Ah Giovanna! e voi vi fidereste di mia cugina? Pensateci un po' meglio; riducetevi alla memoria le sue prodezze giovanili, la sua mondanità, i suoi lussi, le sue sciòccherie liberalesche: quanto aia stata male allevata, quanto abbia fatto dire di sé...

— Cose vecchie, Pellegrino mio! Non mormoriamo: ora la dev’essersi ricreduta, un buondato; dai discorsi che ha fatto con voi, si conosce che le tribolazioni l'hanno tornata in regola, ch'ella è un’altra, e che desidera in questa età sua provetta scontare con opere virtuose gli errori e le leggerezze della gioventù, io per me, che volete? coglierei al volo questa bella occasione che Iddio per sua provvidenza par che ci mandi: e le notificherei subito che, in pegno di pace veramente cordiale e di pienissima riconciliazione; noi siam disposti a cederle Flora per sua compagnia, testoché io o sia passata di questo mondo, o riavutami in guisa che possa condurgliela io medesima tra le braccia.

— Ed ella poi che diascolo ne farebbe mai? ficco il dubbio che più mi tormenta, e dal quale non riesco a sbrigarmi in modo che mi finisca. M'ha detto, è vero; che in ultimo la doterebbe da pari sua, sia, ma per gittarla tra gli artigli dì chi? di qualche anima dannata di frammassone? di qualche capirotto del suo colore politico? 0, io a solo fingermelo raccapriccio tutto, e mi sembra che antiporrei lo strazio di mirarmi la figliuola scannata sotto degli occhi, all'obbrobrio di saperla appioppata ad imo di que’ venderecci felloni e di quei malanni, che sono il vitupero dell'umana specie! E poi con qual titolo disdirla ad Otello a cui è promessa?

— Niente affatto. La cosa dovrebbe andare co’ suoi piedi. Vostra cugina sia prima ragguagliata degl’impegni che abbiamo col nostro orfanello, e come la Fioretta sia fidanzata a te, per quando sarà fuori di pupillo, e siavi accordo che, se non sopravviene altro, esso debba menarla. Con questo patto, di cui ella vi avrebbe a far carta, ritenga pure seco a suo grado la giovane e, per via di provvisione e per sua benevolenza, ve le custodisca ella: ma poi, giunto il tempo che Otello sarà padrone del suo e libero dalle soverchierie di don Pasquale, ella si obblighi ad osservare, il contratto, e a non porre nessun impaccio ancora che minimo alla sua esecuzione.

— Doh ve’! il pensiero stesso stessissimo che mi ha martellato il cervello per tutta la strada dattorno a Veroli! esclamo Pellegrino battendo palma a palma in atto, di compiacimento; io dunque ero sciocco a ributtare questa idea come un’insidia del mio amor proprio! Se è caduta in mente anche a voi, è segno che dentro ci ha da esser del buono.

—Sì, ce n’è assai; date ascolto me, Pellegrino; questa è faccenda da non precipitarsi, ma no manco si vuoi rovinarla per meri scrupoli e cavillamenti, lo tasterà l'animo di Fioretta mentre che le suggerirò la lettera a sua santola. Voi procacciate che Otello risappia quanto più presto è possibile, la vostra venuta, e che desiderate abbracciarlo. Tornato lui, si farà scrittura detta mutua promessa, e stringeremo l’affare, che spero Iddio misericordioso voglia prosperarlo con la sua santa benedizione. Oh! se m'è tolta così la spina di questa figliuola, io morrò contentare pazienza se non potrò; rivedere Felice! Lo vedrò dal paradiso.

Preso e stabilito, questo consiglio, che fu dettato alla madre, più che da altro dall'ansia di assicurare comechefosse, morta, lei, un ricapito alle sua fanciulla, Pellegrino fece opera di trovare incontanente un messo fidato, il quale raggiungendo il campo sempre mobilissimo di Chiavone, portasse ad Otello un suo biglietto d’avviso. In poco d'oro gli fu presentato dalla Caterina pratica di que’ paesi: ed era un villanzuolo del borgo di santa Francesca, per nome Giacomello, che di assai buona voglia si porse a tale servigio. Subito spaccato costui, il solerte padre e marito nient’ebbe più innanzi che cavare la moglie e i figliuoli dalla catapecchia lorida, dove marcivano, provvedendoli di un albergo men disagioso nel quale si tramutarono due dì appresso; e pur lieto che, grazie a sussidii della cugina, le due sue creature si rimpannucciassero alquanto, e si rifacessero della patita inedia, aspettava bramantemente o un cenno e la persona dell’orfano suo diletto. Senonché il prenominato villano torno annunziando Chiavone essere sparito, e neppure l'aria sapere per qual paese fossesi dileguato (In effetto egli uvea tenuto secretissima la scorreria che allora faceva negli Appennini di Tagliacozzo). A Pellegrino ne dolse, ma non per tanto sofferse in pace la molestia di quell'indugio, valendosene a maturar meglio il negozio, e a dare un poco di assedio alla sua famigliuola.

La sera del tre di Dicembre, sul tardi, Giacometto entro e: — Sapete signor Napoletano? disse al Pellegrino che cenava co' suoi nella stanzuccia ov'era in letto l’inferma, la banda di Chiavone domattina farà alto tra Rendinara e Sora, e passerà la notte nei monti delle Scalelle. Io l'ho da Peppuccio che è uno degli uomini suoi, e hallo mandalo lui con un altro, a fare le provvisioni. Ridatemi por dunque la lettèra ch'io ripartirò a punto di giorno.

Guido, stante la prossimità dei luoghi e il tempo che era bello, s'invoglio di accompagnarsi con Giacometto e di far esso il corriere, e con questa congiuntura vedere Chiavone, che egli smaniava tanto tanto di conoscere. La madre negava, Pellegrino esitava, la sorella scongiurava che no. Ma il giovinetto seppe si ben dire e supplicare e lisciare la mamma, che ne strappo il consenso a quella sua violenza, e così la mattina innanzi l’alba, alla chiamata del villano, si alzò, andò tutto vispo e festivo ad accomiatarsi dalla Giovanna, che baciandolo gli raccomando di recitare divotamente le sue orazioni per istrada; e con un po' colazione in tasca, ammannitagli da Maria Flora, che mostravasi oltremodo apprensionita di lui, montato su d'un muletto gli diede l'arri, con tale fanciullesco gongolamentoche e' non capiva nella pelle. Egli si era dilungato appena di alcuni passi, ed ecco si senti aggraffare di dietro: si fermò, si voltò: era la sorella che con voce lamentosa: — Guido! Gli disse balzandogli al collo, tu hai voluto fare a modo tuo, ecco io ti bacio ancor io, perché il cuore mi augura male di te Guido, l'angelo mio ti tenga sotto le ali! — E ribaciandolo sulla fronte rientro in casa.

XXVI.

Ai due fischi di allarme fatti dall'Alonzi, i crocchi dei Realisti qui e colà sparsi per la pendice si erano sciolti, e in un baleno tutti i trentasei uomini già si erano raggruppati d'intorno a lui, il quale accennazio che nessuno si avesse a muovere sguizzò celerissimamente fino a mezzo la costa per accertarsi con l'occhialino di quello che fosse.

E in vero, distante meno di un miglio, scorse il nemico che dalla strada maestra si avanzava in cerca della sua fronda: lo numero e considero l'opportunità del sito; e lì su due piedi si fè risoluto di mettersi in posta ed avventarglisi addosso.

Dello fatto. Risale tra i suoi, e fa come la rassegna squadrandoli velocemente, un per uno, con una guardatura serena, ma lampeggiante, volge loro questa semplice aringa: — Fratelli ci siamo, l'atto di contrizione e botte da orbi — e poscia con una franchezza e placidità di modi meravigliosa, li spartisce su tre schiere.

La sinistra commette al rosso, con l'ordine che si imboschi laggiù, da basso dietro alla fratta di rovi e di cespugli, e si scopra allora solo che il forte della colonna sia passato. Della destra dà il comando ad un tal Carminiello, vecchio sergente peritissimo nell'esercizio delle armi, con l'intelligenza che debba precipitarsi contro la testa del nemico, di presente che gli spari del Rosso, che la spezzi a cariche di baionetta dal rimanente del corpo e la ricacci in un borro che si affonda cupo e scarpato alla radice di quel clivo. Per sé piglia poi il centro con xxxxx di rovesciarsi sul grosso della colonna, quando alla sua coda e alla sua testa siasi ben bene appiccata la zuffa e perciò nasconde il suo bel drappelletto, che era di quindici i più poderosi e agguerriti della banda, nel folto dell'albereto, in testa al poggio. Fra questi era Otello, il quale mai non si distaccava dal fianco di Chiavone, si per trasmetterne i segui e si per regolare militarmente le mosse, ch'egli prescriveva. Ma, cagione la tormentata sollecitudine che pungealo di Guido, egli era dilavato in faccia, e con l'occhio irrequieto ogni poco sbirciava di sotto, ov'era raggiato di Carminiello, per bramosia che il giovinetto allora spuntasse, e non si facesse cogliere tra i due fuochi imminenti.

Non andò un ottavo di ora, e le archibugiate scoppiarono dada fratta, e Carminiello si lancio all'assalto, e Chiavone calo a maniere di un turbine, e la mischia fu ingaggiata ferocissimamente fra tutta la colonna, sorpresa alla sprovveduta, e quel pugno di andare, i quali in un attimo l'ebbero disgregata e rotta nelle sue tre parti. Di fatto la coda, che era di Guardie nazionali mobilitate, alla prima scarica di Angioino mostro il dorso, e se la batté a gambe verso il ponte di Balsorano. La testa, scompigliata dall’improvvisissimo cozzo di Carminiello, tentenno alcun momento tra il fossone e la strada, e quindi più che di fretta si sbandò, e si ritrasse, al sicuro dietro le Guardie. Per lo che resto il solo mezzo, composto di validi bersaglieri, alle prese con quei tre piccoli stuoli, che gli si buttarono sopra ai due lati e di fronte, e cominciarono dargli con furia disperatisrima.

I colli circostanti già rintronavano tutti degli urli del rimbombo dell'accanito azzuffamento, in quella che i pastori e le villanelle inerpicandosi nella sommità delle altare, con atti di mano e sventolare di pezzuole, e con acutissimi stridi di— Viva il Re! Viva Chiavone! dàlli ai nemici di Dio! —addoppiavano gli spiriti ai loro intrepidi paesani.

Tuttavia i bersaglieri, quantunque lasciati in asso dalla metà del drappello, reggeano, saldissimi all’urto e non dietreggiavano d'un palmo. Chiavone allora avviso scaltramente di simulare una repentina fuga da destra, provocandoli per tal guisa a spostarsi e ad inseguirlo. Cosi fece. I Piemontesi, visto quel suo sparpagliamento subitissimo, non si tennero alle mosse e diedergti dietro. Ma gli incauti non si accorsero del precipizio, al cui lembo l'astuto condottiero avevali attirati, se non quando questi,di botto voltata faccia, si scateno loro contro con sì violentissimo impeto, che un buon terzo di essi rovino in quel fondo: e beati coloro che se ne poteron cavare con le ossa intatte, e riparare nell'altra spalla del dirupo! Ciò non ostante il Capitano nemico stette sodo e, benché rifinito di uomini, rinovello le offese con gagliardia e bravura: e forse l'avrebbe durata sino all'arrivo dei soccorsi che spedì chiedere, se un branco di altri montanari, avvertiti dalle scariche della moschetteria, non fossero balzati già come leopardi in aiuto dei Realisti. Il quale rinfrescamento di forze, e una pistolettata a bruciapelo che gli fracasso un bracciò, indussero l'uffiziale mal suo grado a cedere finalmente il campo all'Alonzi, abbandonando in terra sei morti, e ad ordinare una ritirata prontissima, nella quale potè strascinare seco parecchi soldati stroppi! e malconci; ma non già ricuperare cinque prigioni toltigli da Carminiello.

In questo punto, dal semicerchio delle colline soprastanti, si levo uno schiamazzo di plausi e di voci che andavano alle stelle: e gli applausi erano per acclamare i vincitori, i quali rispondeano agitando i cappelli e assordando l'aria di — Viva Francesco II! Viva Napoli! — e le voci per fare una abbaiata solenne ai vinti, i quali mordendosi le dita e minacciando vendetta si tragittarono dall'opposta china; per raggranellarsi alla meglio e riprendere la via di Sora.

I Realisti esultanti di gaudio per l'esito bellissimo di si calda fazione, già si apparecchiavano di dare la caccia alle Guardie codardamente scappate verso Balsorano, e acchiapparle tutte e spogliarle fino alla camicia (quest'era la pena assai mite che i Chiavoniani usavano imporre a quella vile bordaglia) e rimandarle cosi leggeri leggeri, che mostrassero ai popoli le patenti prove della loro eroicità. Ma e' non era tempo di celiare. Chiavone avea perduto sette de' suoi tra mortalmente feriti ed uccisi, e di più n'avea dieci altri con lievi ammaccature di palle stracche: e sopracciò una tornata de' Piemontesi con buoni rinforzi era a temersi. Adunque mentre facea raccogliere e portar via dai contadini, scesi per sovvenirlo, gli agonizzanti, comando che due de' più svelti scollinassero e s’immacchiassero a bada dei foraggieri per istradarli, e tutti gli altri si schierassero in ordinanza, e si apprestassero à marciare per alla volta della Montagna.

Otello in quanto si scaramucciò fu bravo e animoso a par di un leone, e anzi temerario, poiché gli basto il cuore di accapigliarsi a copro a copro con tre bersaglieri e traboccarli l'un dopo l'altro dopo già nel nel borro, eziandio chè ne ricevesse ai petti del giubboncello più colpi di baionetta che schermì lesto: l'ultimo de' quali, per averlo egli parato abbrancando l'arma con la man manca, gliene scortico la palma si che grondavagli sangue! Eppure anco nel bollore di questo suo combattere non ristava di tener d’occhio lo sbocco, d'onde le frugava il sospetto che Guido potesse affacciarsi disavvedutamente. Chè egli era acconcio di mettersi a qualunque sbaraglio, per volere a lui e sottrarlo al pericolo. Quiriti è che al cessare del conflitto, respiro immaginandosi che il fanciullo, spaurito dal rintronamento delle moschettate fosse dovuto sostare e a un bel bisogno appiattarsi. Perciò in quel mezzo che Chiavone disponeva la marcia, avvicinossi a lui e fasciandosi la ferita il richiese della licenza di potere scostarsi poiché, in un lampo avria raggiunta la squadriglia. — Fate pure, cacciator mio, gli disse l’Alonzi; a me basta che domani a sera siate con noi là sopra il Castello.

— Sarete ubbidito, rispose l'altro; e a salti piglio a montar l'erba, cupidissimo di rincontrare dove che fosse il fanciullo. Egli non era per anco sul crine del poggio, quando s'intese dall'altra parte una sparata di fucili. Otello sì arrampica si chè perviene a vedere il fumo, fissa il punto dal quale si spande, impugna la sua carabina, v'inforca il coltellaccio a baionetta, e giù come un daino verso il luogo d'onde erano uscite le botte. I Realisti a quelle archibugiate s’erano rimessi in arme, e Chiavone era salito anch’egli con molti de' suoi ispiare la valle. Il nostro giovane come si fa appressato al solo quant'è una gittata di pietra, allento il passo, stette in orecchi, aguzzo gli occhi: nessuno appariva. Allora progredì arditamente, a che mira egli? Un ragazzino aggomitolato attraverso un solco, intriso di sangue. Gli si slancio addosso, lo solleva lo rivolta.

Ahimè! Egli era Guido con la fronte spaccata, il cervello sparso in gola in isquarci. A tal vista egli mando un guaito che fece fremer le vene ai compagni che il riguardavano dall’alto, si contorse, spalanco le braccia e cadde bocconi su quel cadavere mutilato.


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LA POVERELLA DI CASAMARI

RACCONTO STORICO DEL 1860 E 1861
XXVI.

— Guai, guai e sempre nuovi guai! ecco le dolci allegrezze del bentornato! 0 poffare! sto a veder io, che io pover'uomo non potrò più mettere piede fuori di casa, che costei non mi vi faccia dentro il diavolo a quattro, e non mi getti in disperazione sua madre e sua sorella! Uh disgraziato me! ahi destino mio! Già ell'è malia nel mezzo del cervello, e la pazienza che mi bisogna per non ammattire anch’io, è cosa che ah Madonna mia cara, che tribolazione! che croce è mai questa benedetta Flaminia! — Con tali e simili altre lagnanze Traiano, un quarticello d’ora dopo arrivato dalla fortunosa gita di Verdi, da sé da sò, passeggiando per io scrittoio e sbuffando e tirandosi i basettoni, apriva libero corso allo sdegno di che era gonfio, per le nuove dei mali portamenti della sua figliuola maggiore, udite subito dalla Maddalena sua moglie; la quale, tutta scorrucciata e in sospiri, gliene avea terminato il doloroso racconto esclamando: — Ab Traiano mio, cosi non si va innanzi! Io non ne posso più, più, proprio più! Con lei combatteteci voi. Oramai io me ne lavo le mani, ché ogni dì più mi perde il rispetto, e io non vo schiattare per lei, né che la mi tenga per suo strofinacciòlo: capite?

— Ma buona voi! ripiglio il marito scrollando la testa e accendendosi in volto come una fiammella di gasse; buona, buona, anzi sciocca voi! Corpo di una saetta! e perché non le rompete una volta quel suo grugnaccio da scimmia, con una dozzina di bravi smascelloni?

— Sì eh? avete un bel dire voi! mormoro la donna tergendosi gli occhi.

— O cospetto! strillo egli a par d’un’aquila, sì che il suo vocione caldo e rotondo rimbombava per tutta la casa; vi credete forse che Domeneddio vi abbia date le mani, solo per asciugarvi il pianto che vi fa spargere quella diavolessa? Non siete voi sua madre? Perdervi il rispetto! farvi rispostacce! e voi non cacciarle i denti in gola? Ih, la fastidiosa! si provi un po’ di comparire davanti a me, a rifarmi que’ suoi occhiuzzi di triglia e quel suo bocchino da sciòrre aghetti; insolente! cattivacela! eh io non sia io se non glieli fò schizzare in questo muro, e se non le sfondo il mento e non le strappo la lingua e la butto al cane! Ahi povero me! non mi mancava più altro che questo complimento di benvenuto! — Ciò dello, brontolando e sbattendo a furia le porte, era ito chiudersi nel suo studio; in quel che la Maddalena ripetevagli dietro: — Belle parole! belle parole! al punto vorrei vederv’io! 0 Vergine santissima, se non ci ponete un rimedio voi, questa casa vuol diventare l'anticamera dell'inferno!

Cotesto schiamazzare e nabissare del padre era stato così strepitoso, che la figliuola minore, di nome Lucilla e creatura semplice e Innocente più di una tortora, troppo immaginandosene la cagione, si era rincantucciata nella saletta accosto la camera dove Traiano tempestava, e non si era ardita uscirne e presentarsi a lui, per fargli i saluti che convenivano. L’altra, cioè la gran rea che aveva nome Flaminia, sentiva ancor ella il minaccioso gridare che, a suo dispetto, lo dava la tremarella ai nervi. Ma ell’era di sopra in uno stanzialo appartato, serratavisi bene dentro col chiavistellino, e non zittiva, quasi non si fosse accorta della venuta e di quegli scomponimenti del padre. Il quale essa aveva un arte sua mirabile di placare poi a tempo e luogo, ognora che egli si rabbuffava per qualche sua cattiveria: e tanto sapeva andar seco con l’erbolina in mano, e perorare scaltramente la causa propria, e con incede e fanfalecchi e maliziette finissime mostrargli lucciole per lanterne, che ella al suo tribunale se la cavava sempre netta; movendolo a metter le! dalla parte della ragione, e invece la madre o la sorella o chi altri da quella del torto. E perciò mentre che Traiano, adiratissimo di lei, menava quel suo rumore da smanìante, la furbacchiotta livida in volto tra di paura e di stizza, e con un risolino contratto alle labbra che parea dicesse: — Ba’! acqua che corre non porta veleno — arzigogolava in mente sua mille cianciòline e bugiuzze e smorfiette rabbiose, con le quali ammoinarlo prima di sera, e pigliare cosi la solita rivincita sulla mamma, e farla stare, e ricattarsi di quell'incendio di collera destato nel padre, tornante appena da un viaggio, contro di sé e delle sue bizzarrie.

Che brutte cose, lettore o lettrice, eh? Voi che siete un fiore di gentilezza e un oro colalo di cristianità, dovete sentirvi montarla senapa al naso a tanta petulanza di albagiosa figliuola. Pur che volete? Ell’era appunto appunto così, e non un’oncia più e non un’oncia meno che tale. Questa serpicella, che contava allora diciotto anni, presumeva le si passassero buone tutte le sue cervellaggini: e male per chi gliene avesse rivolto un rimprovero benché dolce, un ammonimento benché giulébbato! Lo folgorava con certe sue guardatale a squarciasacco, e gli scagliava in viso certe trafitture con quel suo pungiglione di vespa, che gli facea cascar il fiate e salire In fronte i rossori. Non pativa né basto, né freno, né barbazzale. Nella Maddalena sua madre non riconosceva altra autorità, che quella di aiutarla a trarsi tutti i capriccetti e le voglioline che le grillassero in testa; se no, caparbietà, smusature, puntigli, ripicchi e impertinenze da non più finirla. Con la Lucilla, minore a lei di dieci anni e buona tanto che pareva un'angioìina del paradiso, non amorevoleggiava se non quanto si adattava a servirle di zampetta, per levare dal fuoco della madre le castagne a cui ella ustolava; in caso che no, asprezze, bronci, angherie, soprusi e, se il ciel vi salii, anche ceffatelle e scappellotti di salda mano. Col padre, del quale sapeva d’essere il vezzo e ogni suo bene, le spuntava tutte: e ora con le belle belline, ora con procacità schizzinosa, ne trasgrediva i divieti, e ne rompeva i comandi, e a senno suo giravalo e rigiravalo, siccome colei che ne teneva in pugno le chiavi del cuore. Con tutti poi superba, disavvenevole, vendicativa, arrogante, permalosa e ciarliera che era un fastidio. Ella la regina di casa, ella la secretaria del padre, ella la sultana delle serve, che pe’ suoi mali trattamenti si accomiata vano ogni due o tre mesi, ella la sopracciò e spesso la tiranna della sorellina, ella il tormento e il supplizio di quella poveretta della Maddalena, che si rodeva, che si attapinava, che intisichiva di cordoglio: ma che non la poteva con lei, stante la cecità di Traiano, il quale non vedeva lume per altri occhi che per questa Flaminia; e il quale, dopo alcuna rara sfuriata con lei, quasi per compensarla, le ridiveniva più facile, più indulgente, più sviscerato che prima.

E non c’era verso di farlo capace, che, con tante sue condiscendenze, egli sempre peggio guastava questa figliuola: o piuttosto non si trovava modo valevole di ritenerlo che non gliele usasse. Conciossiaché per capace egli n’era, e cento volte avea promesso e ripromesso al P. Euschio suo fratello (che era religioso di san Francesco, uomo tutto di Dio e stampato all’antica) che si, farebbe e direbbe e provvederebbe e via là. Ma quando era da venirsi all'atto pratico di una negativa, di una sgridata, di un castigo, la cìvettina con un visetto amarìccio, con quattro lagrimuzze, con una convulsioncella, con due alloccherie ti uccellava il babbo di si santa ragione, ch’egli imbietoliva tutto, e subito lagrimava con lei o rideva con lei, e non che risparmiarle il dispiaceruzzo o la punizione, ma si saria fatto in trinci per racconsolarla. Di maniera che la sola persona del mondo che le incutesse rispetto, e dinanzi a cui la Flaminia si rappiccinisse come la pispola davanti l’astoro, era il P. Euschio; al quale la madre soleva ricorrere per partito estremo, ma dal quale la giovane rifuggiva più che il diavolo dalla croce. Imperocché esso gliene diceva delle salate, e con quel suo occhio fiammante, e con quel suo indice brandito, e con quel suo tono da predicatore le tosava la burbanza sì corto, che ella, dipintasi a mille colorì e bassate le ciglia e perduta la parola, sbottava in uh pianto grandissimo. E per ciò che un giorno la cattivella si provo a rimorderlo con un motto d’ingiuria, n’ebbe da lui, uno in una gota e uno in un' altra, due colpi del serafico cordone cosi benedetti, che più mai non rimasero di pizzi carie: e bastava talora ridurglieli in memoria, a fare che si raumiliasse nel bollore delle sue bizze più fumose. Senonché questo zio di rado assai capitava in casa» e ancor egli non senza grave noia si rendeva al disgustoso ufficio di riprenditore e domatore di quello spiritello protervo.

— Signore! o che, era ella dunque erba gramigna, che si fosse lasciata crescere alla babbalà e proprio come vien viene? Perché la madie sua, che diceste pur essere savia donna, non se l’era allevata meno sciattamente e con un po’ più di santo timor di Dio? Bella la mia saviezza! se adesso questa vipera di figliuola le fa dar del capo ne canti, ben le sta: suo danno!

Cari voi! se per iscolparo sua madre, o per appagare una curiosità vostra, avessimo a narrarvi qualmente la faccenda sia stata così e qualmente sia stata colà, troppo ci bisognerebbe uscir fuori del solco e battere la campagna. Ma pensate di grazia che abbiamo a ire innanzi, e che se, per farvi servizio, ci baloccassimo con lacchezzi che forse a voi mordono lugola; c’è altri di dietro che arriccerebbe il naso, e gli saprebbe grave che inframmettessimo lungagnole e d sperdessimo per via, gingillandoci come i putti quando vanno alla scuola, e non ne trovano mai la porta. Onde vi preghiamo che vi contentiate di avere anche voi un grano di pazienza, é vi diam fede che vi terremo il meno che sia possibile a bocca dolce.

XXVII.

Tostoché la madre fu rientrata nella saletta, dov’era Lucilla a basir di paura per quel fracasso del padre arruffatissimo: — O figliuola mia; le disse con sembiante tra l’amorevole e! imperioso; bada bene questa volta di non far l’avvocata di tua sorella col papà, ché guai a te! io non ti guardo più in faccia. Intendi, bella mia? s’ha da tarla finita con quella impertinente. Tu, se tu t’impacci di lei e ti metti a scusarla, domani siamo da capo. M'hai intesa? — La fanciulletta piego la testa senza fare motivo.

— Or va; seguito l’altra; va dar un bacio a tuo padre, che ti farà. le carezze perché tu sei stata buona. Ma attenta ve’? Ricordati che male per te, se pigli le parti di Flaminia! Hai da dirgli che la è stata cattiva, cattiva, cattiva; che mi ha disubbidito sempre, che m’ha fatta disperare, che ti ha menati schiaffi, e alla serva pugni e poi tutto il resto. Va, va pure. — E questa, ricompostasi tutta, si mosse e andò bussare timidamente allo stadio di Traiano.

Egli è inutile soggiungere, che, per l’arcana legge dei contrapposti e dell’equilibrio, la quale governa altresì il piccolo stato che sono le famiglie, questa Lucilla era la beniamina della madre, siccome l’altra era i due occhi del padre.

— Tu? entra, entra: ah! io ti rivedo volentieri, bell’angioletto mio; diss’egli udito scricchiolar l'uscio, e vista lei far capolino tra imposta e imposta; su, qua, vieni che io ti regali, perché tu sei una buona figliuola, e consoli me e tua madre: ma quella strega pettinata di Flaminia, uff!

— No, papà, deh non v’inquietate! tolse a pregarlo la figliuoletta vezzeggiandogli le mani; che serve? tanto e tanto

— Còntami un po’ su; che cos’ha fatto ella in questi giorni, che sua madre n’è sì fuori dei gangheri eh? tu non sai dir bugie.

— Dio guardi! le bugie sono. peccati; la maestra c’insegna che elle corrono su pel naso di ohi le dice.

— Brava te! parla dunque, e io staro osservando se ti spuntano.

— Uh, uh ma io non ne dico! La maestra insegna ancora che le bugie hanno le gambe corte, e che si conosce prima un bugiardo che uno zoppo; e che al bugiardo non è creduto il vero pur quando lo dice.

— Ben bene, lascia stare la maestra in iscuola, e tu raccontami le valenterie di tua sorella: sbrigati.

— Ecco, dirovvi; comincio a rispondere la bambola annaspando parole e giocherellando con le mani del padre; dirovvi che... o sapete, papà? a me non piace niente di fare la spia. Se ella se ne insospettisce, mi ammaccherà la faccia con gli schiaffi, e mi ruzzolerà giù per la scala. Fossi matta!

— Bum, scimunitella! Coteste sono corbellerie che, con poca prudenza, te le ficca in testa tua madre per disaffezionarti da Flaminia. Or questo non va.

— Mi piace! so ben io i belli schiaffoni che mi ha sonati l’altr’ieri, ch’ella quasi mi cavo un occhio.

— Ah birbacchiòla! dunque è vero che ti ha maltrattata?

— Io era diventata rossa come un peperone, e facevo sangue dal naso, e perché le dissi ch’ella era cattiva, mi sparo un calcio che, se mi coglieva addio stinco mio!

— Perfida! vituperosa! E tua madre la lasciava fare? ohi che sento!

— Eh, la mamma non ci ba azione con lei: appena le dice m parolina, ed ella subito allunga il muso, rizza la testa che pare do gallo, e spiffera certe sue insolenze che chi le ha mai intese in Roma? Ed ella dice di averle imparate nel suo convitto in Toscana.

— Sì, si, da quelle suorine muschiate, coi cerchi alla gonna e col tegamino in testa, che davvero, povero me! me l'hanno tirala» italiana a modo!

— E poi quello che sdegno più la mamma, fu che, tornando dal negozio dove Flaminia si era arrabbiata che ci fece vergogna, perché non le si volle comperar la stoffa che costava dieci scudi più dell’altra, e incontrando il Santo Padre, il quale passava in carrozza, e&a, per farci dispetto, si ostino a non inginocchiarsi e prendere la benedizione; e grido forte e stizzita, tanto che la udirono altri, che questa era una superstizione, e ch'ella non piegava il ginocchio se non a Dio.

— Brutta pettegola! oh questa è la volta ch’io, con le mie mani le strappo quella linguaccia di serpe, e gliela fò in pezzi!

— La mamma disse, che questa era una bestemmia di certi eretici e dei liberali, e che si fosse andata subito subito a confessare, ché ella non voleva stare in casa con una figliuola scomunicata.

— O questo poi! Tua madre va troppo in là. Basta, basta! Flaminia me l’ha da pagare: si accorgerà ella se gli schiaffi sono di buon sapore!

— Ma per carità, papà mio, non glieli menate tanto forti che non si avesse da ammalare!

— Di questo non tocca a te impicciarti.

— Ed ancora vi raccomando, che non le mostriate manco per ombra, che io abbia fatta la spia.

—Che spia! che spia! Quando il padre interroga non c’è riguardo che tenga; e un’altra volta che tu m’esca con questa parola di spia, ti avvedrai tu chicca ch'io darò anche a te!

Venne l'ora del pranzo. La colpevole, che s’era rinchiusa nel summentovato camerino, e che era rosa dal tarlo della coscienza, e stava in pensieri di quelle vampe della paterna iracondia, diviso di attutarle con questa nuova astuzietta, di fingersi cioè indisposta di salute e presa da tanto fiera migrana, che non ci vedea più lume; e così mando rispondere giù per la sorella, che era salita a chiamarla. Maddalena, che conosceva tutte le piume di quella sua pollastrina crestosa, principio a biasciare e a squassare il capo e a guardare Traiano con un cert'occhio, il qual diceva: — Se tu le credi sei il gran gonzo!

L'uomo, non curando quell’occhiata, strinse le labbra e senz’aprir bocca, altro che per soffiare e trarre sospironi lunghi lunghi, si assise, e burbero in faccia, spiego la salvietta, diè di piglio alle posate e si provo di affondare il romainolo nella zuppiera, e di scodellare due cucchiaiate di minestra. Ma che? quel brodo era dolce di sale, quel riso stracotto; e’ non gli andava. Si tolse dinanzi la scodella, e invece si mise a sbriciolare del pane. La moglie s’ingegnava di instradarlo per qualche ragionamento del suo viaggio, che lo svariasse un tantino. Nulla: non replicavale verbo e si stropicciava in fronte. Fu posto il bollito in tavola. Ne trincio un morsello, lo assaggiò: anche questo gli sapeva di mucido, e lo masticava con nausea quasi stoppa. Corto, quel mangiare non gli faceva alcun prò, e al tutto mostrava di patire mancamento di qualche cosa, senza della quale non istesse bene. E in effetto, scostato da se il piatto con la carne, si dirizzò all’improvviso, e gnagnolato un: — Ora ci penso io! — andò fuori e prese la scala.

— Poveretta me, ci siamo! mormoro la Maddalena fra i denti; costui mi va a sconciar tutto! Che debolezza d’uomo, sant'Antonio mio bello, pare impossibile! ah che pazienza mi bisogna! — E si levo in piedi per seguitarlo.

— Che! dite, va forse a darle gli schiaffi? dimandò Lucilla alquanto spaurita; o Dio, ella è malata!

— Poh, si, schiaffi! le si volto la madre incerta del che fare a raccogliendo il tovagliuolo; tuo padre è proprio uomo da. torcere un capello a Flaminia! Madonna mia! in cambio dì lasciarla friggere quella cocciuta nel suo grasso, me la va a lisciare e crescerle bai danza di pigliarmi sempre più campo addosso. Uh santo Giobbe, aiutatemi voi!

E là madre colpi nel bianco. Traiano, insofferente di aspettare pii avanti a riavere la figliuola da presso, e intimorito eh ella non penasse troppo là su, cosi solitaria, cosi digiuna, così invelenita, monto all'uscio della sua stanzetta, e picchio sommessamente chiamandola per nome. La volpicella, simulato un vocino fioco fioco da mezzo svenuta, rispose con lai e sospiretti; e poscia, da una leziosaggine all'altra, tanto giunse a truccare il padre, che questi s’impegno di non farle pur un occhio torto, solo che gli avesse aperto e fosse con lui scesa a tavola a sorbecchiare una tazza di brodo. Stipulata questa capitolazione, la scaltra rese la piazza, e si presento a lui facendo la cascamorta e inzuccherandolo di si dolciate carezzuole, che Traiano, contuttoché le stesse contegnoso e contraffacesse lo stralunalo, si sentiva ammorbidir dentro come la cera al fuoco. Ed ella li sol pianerottolo (per dissipargli dalla fronte quella nube di crucciò; a disfogarsi con ischizzinosissime doglianze, ch’ella era diventatala cassetta da spazzatura di casa, che ognuno le sputava sopra, che sua madre la trattava da figliastra, che metteva su contro lei la sorella, che a tutti i patti la si voleva liberare da questo inforno, e dentr'otto giorni farsi monaca e chiudersi fra le sepolte vive. AI padre scoppiava il cuore, ma per altro, con isforzo di sé sopra sé medesimo, domino la naturale fiacchezza tant’oltre l’usanza, che, presala per un braccio: — O andiamo! le mozzo gli sfoghi con voce di alterato; finiscila con queste smorfie, e vieni a basso. — L’altra cagliò, si morsicchio la lingua, e col mento in seno e il fazzoletto alle ciglia, si lascio strascinare a mensa.

Il capitale delitto, ossia l’anello maestro della collana di tutte le caparbiaggini commesse da questa figliuola nell’assenza dei padre, era stato, siccome ne diè cenno l’altra sorella, che s’era imperniala a pretendere le si fosse compro un abito, il quale costava dieci scudi più di quanto sua madre avea determinato di spendere. Quindi la testereccia, sempre sì radicata e fissa ne’ suoi ghiribizzi, che, dove una volta avesse afferrato, non vi poteano le tanaglie, s’incaponì a volere bel bello strappare da Traiano, ciò che indarno avea tentale espugnare per assedio dalla Maddalena. Per questo volse immediatamente ogni sua batteria a ingraziarselo: e appena seduta alla sua manritta, pur mostrandosi ingrugnata con la madre e con Lucilla, non vi fu maniera di serviziucci affettuosissimi che non gli usasse, e mutandogli ella i piatti, e tagliandogli ella il pane, e trascegliendogli ella i bocconcelli migliori, e mescendogli ella da bere, eccetera eccetera. Per lo che esso, a cui era tornato l’appetito e che non poteva più resistere alla gran voglia di recitare gli avvenimenti del suo viaggio, ricuperata l’abituale parlantina, principio a esporli cosa per cosa e con tale vigore di eloquenza, che in breve la moglie e le due giovani e persino la fantesca, furono pendenti come statue dal suo labbro. Tulle lo ascoltavano a bocca tonda, ognuna aveva gli spiriti ristretti, ciascuna impallidiva, rabbrividiva, arrossava, si rallegrava, sdamava a seconda dei vario svolgersi di quella strana orditura. Senonchè quando egli venne al racconto dei casi e alla descrizione della tapiniti della famigliuola di Giovanna, e alla intimissima compassione provata per lei, gli occhi suoi cominciarono a gonfiarsi e a stillare, e quelli delle ascoltataci a consentire ai suoi con tale pietà e commovimento, che non si potrebbe dire a mezzo.

Allora quella furbetta bagnata e cimata di Flaminia, che stava desta su l’ali di cogliere il punto buono per sé, che fec’ella? Un colpo maestro. Rizzatasi tolta in un profluvio di artifiziose lagrime, e intrecciate smaniosamente le sue fra le braccia del padre: — Ah papà mio! gli disse con un’attitudine di volto che pareva una Niobe; deh per l’amore del Signore vi supplico che mandiate subito subito, per vestire quella poverella di Casamari, il costo dell’abito che dovea farsi a me! Io ne faro senza, purché lei non muora di freddo.

Non ci volle altro più: ebbe vinto. Traiano, rapito come in estasi a tanta bellezza di parole, le salto al collo mugolando: — Ah, tu bai un cuore di serafino! — Maddalena diè uno strido e si chino la faccia nelle mani: Lucilla restò balorda balorda, e dubbiosa se dovesse o ridere o piangere: e la sera che success’egli? Successe che la vincitrice, la figliuola dal cuore di serafino, si pavoneggiava per tutte le camere, sciorinando la pezza della ricca stoffa da sé agognata, mentre alla volta di Veroli andava una lettera indirizzata a Giovanna, con un biglietto da cinque scudi, per limosina da vestire la «poverella di Casamari». E con questo titolo espresso Flaminia non si perirò di denominare, in una poscritto alla lettera, la nobile e virtuosa figliuola di Pellegrino!

XXVIII.

Il piego fa ricapitato alla Giovanna quel di medesimo dei quattro Decembre, alla prim’alba del quale l’amato suo Guido s’era mosso con Giacometto in cerca di Otello. Quando Caterina glielo portò, ella stava assisa nel suo letticciuolo, con accanto a sé Maria, la quale era tutta intenta a mettere in buono la sua lettera alla santola: e s’era conchiusa poco dianzi una lunga disputa tra lei e i suol genitori, i quali avrebbero pure desiderato ch’ella trascrìvesse anche on periodo, composto dal padre, nel quale si taceva manifestarle contentezza di accompagnarsi con sì generosa e affezionata cugina.

— Questo non posso copiarlo; rispondeva tristamente essa alle istanze della madre.

— O figliuola mia! e per qual ragione?

— Perché mentirei.

— Va’, va’, la premeva Pellegrino; fammi tanto piacere di copiarlo. Sai tu che gusto avrà essa in vederlo?

— Me ne duole, ma io non posso: direi una bugia.

— Almeno copiane la seconda metà, dove le vieni a testimoniare che riputeresti benefizio di Dio, questa sorte di vivere qualche anno sotto la sua tutela.

— Dio me ne liberi! sarebbe la più grande menzogna che si potesse scrivere al mondo.

— Ebbene, che farci? che farci? rìpetea Giovanna con placata mestizia; forzarla no. È tutto amore di noi. Avverti però, figliuola, che quando avrai perduta tua madre, ti sarà cavo di potere incontrare qualche buon’anima che te ne tenga le veci. E la incontrerai poi allora? e più amorosa di tua santola?

— Il Signore procederà. Io mai mai non mi renderò a separarmi da voi, sino a che Dio vi faccia vivere. Tocca a me assistervi.

— E con che? ripigliava il padre turbatetto; pensi tu che la tua presenza fra noi basti a consolare la povertà nostra? Finito questo po’ di moneta (e finirà presto) con che ci assisterai tu?

— Lavorerò se bisogna; mi acconterò con una cucitrice, andrò a far legna, mi metterò a opera pei campi, suderò, mi consumerò: ma deh! non mi togliete il conforto di rimanere con voi, di vigilare io al letto della povera mamma, e di servirla io con le mie mani.

— Lavorare! sudare I soggiungeva la madre; ma tu, anima ima, accomodandoti con la santola, non avresti questa necessità: vivresti con agio, nuoteresti nell'abbondanza.

— Bella gioia, in verità! io trattata da signora e voi patire la fame: io star bene e voi male. O Dio! questo sinico pensiero sarebbe la mia morte: no, no: mi contento di dormir sulla paglia, di mangiare pan di cruschello e d’andare stracciata, sol che abbia la soddisfazione di penare con voi, e di sollevare, secondo la possibilità mia, le vostre miserie.

— Tu discorri da angelo, Fioretta mia buona; replico Pellegrino commosso fino alle viscere; no io ti saprei dire quanto io pregi questi tuoi sentimenti di figliale tenerezza. Ma che vuoi? ancor io ti amo, e sono sollecito di te, e mi struggo, pel desiderio di forti felice, e di gran lunga preferisco il bene tuo al mio proprio. Adunque se mi ami, dà retta a me e fa a mio modo: copia quelle tre righe, le quali posson fruttare, Dio solo sa quanta fortuna a te, e quanto utile ancora a noi. Fammi tanta grazia, figliuola mia, e fammela per riverenza della Madonna.

— Ah Vergine santa! sclamò la giovane rivolgendo a Pellegrino un’occhiata di angoscia inestimabile; io vi scongiuro, padre mio, che non mi martirizziate. Come ho da scrìvere ciò che non è vero? Io non posso. Perché ingannare mia santola? perché ferie credere ch’io brami quello che, se avvenisse, sarebbe per me un supplizio? Oh no! non posso.

— Per amor nostro, vinci adunque prima la ripugnanza, e fe di pacificare il cuor tuo in questa nostra volontà; riprese Giovanna accarezzandole il capo; poi con tale disposizione d’animo scrivi, e non iscriverai bugia.

— Non è possibile che io mi acconci a questo. Io non mi sento virtù da rinnegare l’amor vostro fino a tal segno. Oibò! comandatemi tutto ciò che volete. e vi ubbidirò, ma non pretendiate che io mi adatti a staccarmi da voi, quando appunto siete nel maggior abbandonamento d’ogni assistenza. Non è possibile! non è possibile! Ne avrei un rimorso che mi ucciderebbe in tre giorni.

— Adunque ponti in pace, e non se ne farà altro; soggiunse la madre che nei sembianti della sua fanciulla scopriva il troppo chele offendeva l’anima questa battaglia; se più tardi, con cuore riposato, ti parrà di secondare i nostri disegni, bene, ne loderem Dio; caso che no, sta quieta; non ne parleremo più.

— E così sia! disse Pellegrino a mezza bocca e passandosi con aria di rammaricalo una mano pel mento; invece di afferrare l'occasione pe’ capegli, tu le dai un calciò: pazienza!

— Sentite, papà mio caro; risposala donzella con in viso un sereno raggio di affetto che le scaturiva dall'intimo spirito; io non ambisco di essere ricca, né di tornare signora, né di godere in questo mondo. Perciò la dote promessami da mia santola, non mi fa gola. A me basta la grazia di Dio, e la soddisfazione di spendermi tolta per voi e per mia madre. Quando con Otello faremo casa, già è punto fermo che il suo patrimonio, quale che sia, e io nostre fatiche s'impiegheranno in aiuto vostro, e anco per tirar innanzi negli studii Guido. Più in là con le mie mire lo non vado, perché la povertà e il patire non mi sgomentano. — Pellegrino tacque, si strinse nelle spalle,e si apparto ad almanaccare nuovi compensi da palliare questo rifiuto della figlioccia alla cugina, la quale tanto calevagli di mantener benevola a sé e alle cose sue.

Grande fu la meraviglia della donna in ricevere quel plico da Caterina: ma divento maggiore come vi lesse la sottoscrizione del Romano., e vide il biglietto che v’era inchiuso. — Che provvidenza! che bontà d uomo! sclamò ella cominciando dare una scorsa al loglio; oh, Iddio lo rimeriti! — Se non che compiuto di correrlo si fece rubiconda e mise un sospiro.

— Che è? la interrogo allora la giovanetto.

— Una limosina che m'invia per te la figliuola di quel signore.

— Per me? disse ella con un moto ammirativo.

— Sì «piccola limosina per fare un abito alla poverella di Casamari» è sortito qui dentro di suo pugno. Chi altra può esser questa poverella da te in fuori? — Maria le strappo di mano la lettera, la divoro con gli occhi, si accese nelle guance come un fior di sciamilo, e rendendola a Giovanna: — Sarebbe stato più bella carità; soggiunse con qualche alterazione di voce e con le ciglia umide e basse; e ci avesse fatto questo bene, senza dirci eh era una limosina e senza chiamarmi così.

— Ah! or ti accorgi, figliuola mia, che la povertà scolta e cagiona rossori, non è vero?

— Non importa; replico tosto la fanciulla, pentita di non avere in sé represso quel natural senso della vergogna; anche Gesù Cristo benedetto volle esser povero e avere limosine. Io gradisco più che mi chiamino poverella, che non gradirei d’esser titolata compravamo una volta, e come sarei in compagnia di mia santola.

Il ragionamento non procedette più innanzi. Tuttavia quel dono dei cinque scudi non fu di niun pro alla giovane: la quale, come se vi odorasse un non sapea che d’ignobile, anziché accettarlo, prego il padre che subito lo ripartisse fra alquanti infelici Napoletani che giacevano malati in Veroli; e Pellegrino ne fu contento. Che lezione per la incivile e superba Flaminia, se fosse potuta essere spettatrice di queste accoglienze fatte al suo donativo!

XXIX.

Subito che l’Alonzi, dalla vetta del poggio, udì a basso l'urlo disperatissimo, e vide i contorcimenti e poi la caduta di Otello, dato un cenno ad alcuni de’ suoi che il seguitassero, balzo giù egli in persona, e con una foga sì celere, che fu sopra al giovane in meno che non si dice. Ma ancor egli, alla scena crudelissima che se gli aperse davanti, si sentì tremare dentro di pietà e di orrore. Otello era lì, prosteso tutto coll’imbusto nel cupo del solco e aggavignato al petto dell’ucciso fanciullo; e mescolando lacrime al sangue che dalle squarciate arterie di quel corpicciuolo sgorgava ancora fumante, e imprimendo baci sulle sue gote scontraffatte, fremeva e ruggiva e si dimenava come un ferito leopardo. La carabina e il cappello erano in terra a’ suoi piedi, la chioma se gli era arrovesciata dinanzi; ed egli dal mezzo in su stavasi immerso in una mota sanguigna, che, appiccandoglisi nel viso e nei panni, bruttamente lo disformava. — Cacciatore! gli grido Chiavone dopo un istante, curvandosi a rialzarlo.

— Luigi, oh Luigi! lasciate che io muoia sopra questo mio bel cuore scannato; ripiglio il giovane rivoltandosi a lui tutto grondante sangue dalla fronte, dalle nati, dalla bocca, dai capelli irti e scarmigliati, e con due occhi che parevano due tizzi roventi; uh i demomi! uh gl’inforni!

— Su, mio cacciatore; abbiamo i nemici alle coste; rizzati! gli comando l’altro in quella che per forza lo divelleva diai cadavere.

Il misero Otello cedette, si levo sostenuto dalle braccia di Chiavone, e gemendo e piangendo e ansando guardava i compagni, che se gli serravano intorno, quasi uno istupidito, e penava a reggersi su le gambe, tant'era la violenza dei tremiti che la passione mettevagii in tutt'i nervi.

Luigi la prima cosa mando per acqua, che si lavasse; e poi sfontanatolo da quei solco nefasto, lo fece assidero all’orlo di una fossetta accanto un pruneto, e con amichevoli parole e rinettandolo (nel che si adoperavano eziandio gli altri con brancate d'erba e di foglie secche) il veniva riconfortando: quand’ecco da un macchio di sarmenti accatastati a un dieci passi, farsi fuori un giovanottone smorto, abbiosciato, singhiozzoso, che con le mani in croce si affretto incontro ai loro gruppo. Cosini era Giacometto, il villano che conduceva Guido, stato testimonio inconsolabile della uccisione di lui.

Noi, per farla corta, ometteremo il dialogo suo con Chiavone, con Otello e cogli altri, e narreremo, ricapitolandoli, i particolari del caso, conforme costui ebbeli esposti.

Tanto egli quanto il fanciullo, appena intesero gli scoppii dei combattimento nel vicino colle, abbandonato il mulo, si erano accoccovati dietro il predetto monticello di fascine; e poscia, rimpiattativisi dentro, con l'occhio stettero sempre alla vedetta di quella parte, d’onde rintronava lo strepito della battaglia. Di laggiù scorsero parecchi soldati vagare sbandati pei campi; ma essi due, perle spazio di un'ora, rimasero immobili nel loro nascondiglio a rincorarsi l'un l’altro, e si raccomandavano l'anima. Sul punto che gli sparì della moschetteria allentavano, comparve una frotta di gente in anni vestila alla paesana, la quale scesa dal sito dell'azzuffamento attraversava la valle per prendere la strada vicina. — I nostri! Sono nostri! — venne uscito di bocca a Giacometto. Guido non bado ad altro, e sbucato come un forasiepe da quella bruciaglia, accorse a festeggiare coloro, acclamando Chiavone e il Re, e giubilando con puerile tripudio.

Fu errore terribile e senza riparo. Quella torma non era altrimenti di Chiavoniani, ma di Guardie mobilitate, le quali, miste a un pugno di bersaglieri, stavano in testa della colonna quando si attacco la zuffa. Costoro in un batti baleno essendo poi fuggiti vigliaccamente dal posto, neppure erano stati osi di raggiungere gli avanzi del loro drappello che si rannodavano verso Balsorano: ma piantati gli animosi bersaglieri a distrigarsela coi Realisti, s’erano invece occultati per un pezzetto in un macchioncello; d’onde, visto! esito sinistro della scaramuccia, si precipitarono per iscortatoie alla volta di Sora. Com’è proprio dei codardi, che mostran le spalle ai forti e fanno viso di leone a' deboli, quell'abbietta marmaglia avendo riconosciuto l'inerme giovincello per fautore di Chiavone, gli si buttarono sopra e con le baionette gli passarono la gola, mentr’egli strillava: — Gesù! Gesù! — E perché la paura spronava tutti que’ poltroni a scappare quanto loro bastasser le gambe, tre di essi, che avevano. il fucile ancor carico, si rivolsero indietro e glielo scaricarono addosso: di che io sgozzato e già moribondo fanciullo rotolo freddo nel solco col cranio sfracellato.

Tal è la genuina e lacrimabile istoria dell’assassinamento di questo innocentissimo garzonetto, la quale se dà riprezzo a leggerla, non deve dar meraviglia a nessuno che ripensi le triste condizioni a cui soggiaceva allora, forse più che non ai di nostri, il Regno delle Due Sicilie. Imperocché a cagione dell’assedio di Gaeta, che rendeva ancor dubbia al Piemonte la sua grassa preda, e a cagione del contrasto fierissimo che opponevano i traditi popoli ai nuovi più compratori che conquistatori; ogni ribaldo mascalzone che si fosse armato e rinfronzìto alla piemontese, era di fitto costituito arbitro della vita e della morte di cui gli paresse e piacesse: e a mallevargli la impunità, ed eziandio' a smurargli un bel premio, erano pronti gli editti ferocissimi dei Proconsoli di Torino, che bandivano strage e morte immediata senza giudicio, contro chi che si fosse» il quale resistesse a un soldato della Nazione. Or certo è che nel numero di tali soldati si comprendevano altresì quei corpi che, sotto nome di Guardie mobilitale, si erano sguinzagliati nel Regno per far guerra di esterminio ai così detti briganti: e quei corpi erano la schiuma della più laida e vituperosa canaglia che insozzasse le città italiane; esosi alle milizie regolari, che da loro non ritraevano se non impaccio e disonore; ed esecrati dalle popolazioni, di cui erano flagello atrocissimo per gl’incendii, pe' ladronecci, per le spietatezze, pe’ sacrilegii e perle nefandità d’ogni maniera, cui sfrenatamente si abbandonavano a loro danno. Cotalché, per merito singolarmente di questa malnata feccia di satanassi, è accaduto che, in quanto è lungo e largo il Reame napoletano,1 appellazione di «nemici di Dio» si appropriasse in generale a tutte le soldatesche ancora disciplinate, e diventasse, come al presente, sinonima di Piemontesi. Qual meraviglia adunque, che queste masnade di veri e bestiali scherani non inorridissero di trucidare e moschettare anche teneri fanciulli? Così Guido fosse state il solo!

Un circa tre ore dopo il mezzodì, Otello, varcato il confine della Montagna, cavalcava solo e di passo per gli alpestri sentieri che mettono nella pianura di Scifelli; e s’incamminava a dirittura per Veroli. Egli aveva la man sinistra fasciata, ed era pallido in volto come alabastro, e in atto di pensieroso e lotto raccolto in sé medesimo, e con gli occhi rossicci pel pianto che ogni poco versava. Allo svolto di una viottolina, la quale correva tra due rocce, si abbatté a rag giungere la retroguardia della squadriglia, che marciava su perle Scalelle.

— Olà, cacciatore; il buon viaggio a voi — lo saluto Carminiello che capitanava quel pugno d'uomini. Il giovane chino II capo né articolo sillaba. Ma gli altri circondandolo e per amicizia toccandogli la mano: — Coraggio, camerata! presero a dirgli; state di buoi animo; noi vendicheremo la morte del vostro fratellino. Lasciate fare. Domani, allo schiarire dell'alba, i cinque prigionieri la pagheranno Li fucileremo lassù nell'altura del Castello.

L’uomo è sempre uomo: e Otello che negl'impeti del suo furore soldatesco, inasprito dalla brutale inumanità de' nemici, s’infiammava si spesso a propositi di vendetta; per quelle parole brillo alquanto in faccia, e schiuse la labbra a un amaro sorriso di compiacenza. Ma poi perocché egli aveva il cuore nobile: —! prigionieri? dimandò ai compagni; oh, e che c’entrano eglino que’ disgraziati?

— C’entrano tanto, che, per voce di tutti, si hanno da fucilare. È tempo che i Piemontesi imparino, che i soldati loro noi li trattiamo da soldati, benché essi trattino noi da ladroni; ma che gli assassini, sotto qualunque abito ci capitino alle mani, noi li trattiamo da assassini. Che serve fare a buona guerra con questa razza di cani?

— Ma que’ cinque sono bravi bersaglieri, non sono Guardie; replico Otello.

— Non fa; in guerra e’ c’è il diritto di rappresaglia.

Il giovane non rispose altro: ma spinto innanzi il cavallo, galoppo lino a che arrivo il grosso della banda, e data una voce a Chiavone, lo ebbe in disparte. Allora lo supplicò, per l'anima di Guido, che avesse perdonata la vita a que’ cinque. — Me ne pregate davvero? lo interrogo l’Alonzi un po’ incredulo.

— Sì, davvero, e in fede di cristiano.

— Ma e perché?

Per rispetto alla bontà di quel mio angelo, e per consolazione della povera sua madre e di sua sorella. Questo sarà il solo conforto che io possa recar loro: dire che si è perdonato.

— Cacciatore, i prigionieri son vostri. Che ho a farne?

— Rimandateli.

— Domani li rimanderò; ve lo giuro.

Con questa promessa, che fu attenuta lealmente, si separarono, e Otello la sera, a un ora di notte, busso alla porta della nuova abitazione de suoi. Apertogli, sì trovo al cospetto di Pellegrino, il quale amorosamente se lo serro fra le braccia. — E Guido? — gli chiese poscia, dopo baciatolo e ribaciatolo, mentre lo accompagnava nella stanza della Giovanna. L’altro singhiotti. — Ah, Otello! ben venuto! — sciamarono madre e figliuola con allegrezza. Esso le risaluto lacrimando. — E Guido? chiesero tosto anch’elleno; e Guido?

Lettore, il resto figuratevelo da per voi.


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LA POVERELLA DI CASAMARI

RACCONTO STORICO DEL 1860 E 1861
XXX.

Chi la mattina dei ventidue Gennaio 1861, asole già allo, si fosse trovato nelle vicinanze di Casamari e introdotto nello spazzo rincontro al vestibolo della foresteria, per certo si sarebbe creduto essere non più nell’adito di un silenzioso albergo di soli larii contemplativi, ma nel bel mezzo di un clamoroso accampamento di soldatesche. Conciòssiaché intorno al monastero, di verso il confine e dirimpetto a Colliberardi, andavano ronde e battitori di strade; e più da presso erano sentinelle doppie col sacco in ispalla e l'arma al bracciò; e sotto le tettoie che, per servigio della fiera solita tenervisi la festa di san Matteo, fiancheggiano il procinto, e nella distesa della vallicella fino al letto dell’Amaseno, erano gruppi d’uomini quali in sopravvesti militari e quali in giubbe da paesani: e qui e là fasci di fucili incrociati con le baionette in canna, dalle cui grucce pendeano centuroni, daghe, cartucceri e somiglianti arnesi; e di que crocchi cosi sparpagliati altri facevan bollire calderuole, altri si trionfavano catinelle di legumi in minestra, altri seduti sull’erba giocavano a’ dadi e a’ tarocchi, e altri cicalavano o cantavano con una allegria che mai la più gioviale. Più in dentro, cioè nella piazza che si allarga tra il loggiato della foresteria, la severa faccia della basilica e il rugginoso prospetto dell’antico cenobio, passeggiavano di lena col loro zigaro in bocca, francesemente colloquiando, tre ufficiali in cappotti da viaggio sopra una semplice ed elegante assisa: l’un de’ quali, dai ricami in oro che aveva nel berrettino e dai fregi che gli ornavano il colletto della tunica, si scorgeva essere di grado primario, e superiore ai due che gli andavano a’ lati. Egli era di nobile presenza e pieno di brio; e alla delicata aria del volto abbronzaticcio, ai sottili e biondi baffi e alla vivezza d’ogni sua movenza, parea di età giovanissimo. Dal calore poi col quale ragionavano tutti e tre, si poteva giudicare che discutessero partiti di grande importanza, e facessero tra loro come un consiglio di guerra.

In questo essere delle cose, nel punto che la campana toccheggiava lentamente per l’ora di sesta, ecco dalla via di Colliberardi comparire un calesse, il quale, torcendo per l’arco dello spazzo, si fece dentro, svolto accanto lo zoccolo della croce e fèrmossi. Egli era guidato da un uomo grassoccio che, al tabarro e ai lineamenti del viso, un nostro lettore avrebbe subito riconosciuto per Traiano, il il quale aveva alla sua sinistra la figliuola maggiore, con in lesta un cappellino scozzese color tanè, aggirato da una bianca piuma di struzzo, su le ginocchia un manicotto di martora e indosso un mantiglione rosso amaranto scaccheggiato di nero. In un attimo, di sotto le tettoie ov’erano in faccenda, uscì una turba di que’ soldati, profferendosi a lui per tenergli il cavallo o staccarglielo, secondo che più gli piacesse, e aiutar esso e la compagna a smontare. — No, no, mille grazie; non accade altro se non che uno di voi badi alla bestia; rispos’egli mentre, calato giù, dava il braccio alla figliuola, che d’un salto sguizzò a terra.

Discesi ambedue e messisi pel portico della foresteria: — Uh, testarda che se’! io te lo aveva pur detto, che non era giornata questa da venir qua; ehm! Vedi che torme di briganti?

— Ba’! i briganti d rispettano; soggiunse l’altra scrollandosi, e rivoltasi indietro e arrestandosi; che ceffi! seguito a sussurrare pianamente; che musi! papà mio, lasciate che io guardi bene questa gentaglia.

— Avanti, avanti, curìosetta! sbrighiamoci; ché io non vo' pericolare per un tuo capriccio. Avremmo fatto tanto meglio a tornare; ahu pazienza! un’occhiata così di fuga a queste ruine, poi via; capisci? Ciò dicendo si incamminarono verso la piazza.

Appena occorrerà indicare qui che Traiano era rivenuto in queste parti, per la cagione medesima che ve lo avea tratto un due mesi innanzi: cioè per intendersi con quel suo debitore, ricoveratosi in Arpino, e con esso lui acconciare le partile all’amichevole. Questi di fatto, entrante il nuovo anno, intimoritosi della minaccia di un sequestro di certo suo bestiame, mandatagli da Traiano al cadere del Decembre, lo avea sollecitato per lettera che si fosse raccostato al Liri, obbligandosi di valicare egli il confine e di provvedere al modo che si potessero insieme abboccare con sicurtà. Traiano, dopo stato alquanto in bilico, si rese all’invito. Ma sul muoversi per Veroli, tale e tanta battaglia ebbe dalla Flaminia, per impetrare che la prendesse seco e non la lasciasse in casa, dove senza di lui si sarebbe rotta la pace; che egli, per amore di riscattarsi dal fastidio di quei prieghi, la contentò: e di conserva giunsero nella predetta città la domenica venti di Gennaio a sera. Il dì appresso egli ebbe una secreta conferenza col debitore, il quale per allora lo rimborso di un terzo della somma e si allontanò, promettendo espressamente che fra tre o quattro giorni al più tardi, sarebbe tornato a rifarlo di un altro terzo, mercé una cambiale che aspettava da san Germano: e avuto questo saldo, Traiano s’impegnava a chiudere un occhio sopra il resto, e ad abbonargli il conto.

Molte e varie, sebbene cautissime, furono le indagini che, sino dalla sua arrivata in Veroli, fece della Giovanna e della «poverella» e di Guido. Senonché indarno. Nessuno di coloro che interrogo a mezza bocca, seppe dargli novelle di quella donna napoletana. La orrida casipola entro la quale essa nello scorso Novembre alloggiava, era disabitata: ed egli non iscoperse più in là. Ciò tediava alla figliuola che sarebbe stata vaghissima d’imbattersi nella fanciulla, da sé, o meglio per occasion sua, beneficata; non tanto per beneficarla novamente, come per arabizioncella di riscuoterne rendimenti di grazie e di farsi ammirare e lodare e, chi sa? forse anche invidiare da quella tapina, un tempo ricca e nobile e da assai più di lei. Per questo ella, sempre eccessiva nelle sue vogliuzze, il Lunedì comincio a tormentare il padre che pel domani l’avesse condotta in Casamari, ov’era facilissimo che l’avessero scontrala. E poiché Traiano, sì per le voci le quali si erano diffuse di una squadra di Regii che ronzava colà d’intorno, e sì per far visita al suo ben noto «amico»,la persuadeva a indugiare quella gita anche un poco; la cattivella monto in sì grande collera, che disse e ridisse ch’ella vi sarebbe ila sola e a piedi. Di che il debole uomo, per non rammaricarla, gliela dovette dar vinta; e noleggiato un calesse, la mattina del Martedì gli fu forza prendere con lei la strada della Badia.

Lungo il cammino egli seco disfogavasi in brontolamenti, e non rifiniva mai di rampognarle, così tra l’agro e il dolce, la sua caparbiaggine. Il che faceva, più che per altro, perché temea d’incappare in qualche branco di Realisti, e di capitar male. In effetto quando, trapassato Colliberardi, furono a costo la chiesicciuola di san Cristoforo, si avvennero in quattro uomini armali, i quali con un tale qual garbo richieserli, per onde essi due fossero avviali e a che fare. Traiano si sbianco di paura e, al suo solito, con cento bei protesti rispose: com’egli fosse romano, fedelissimo al Papa e devotissimo (qui si scappellò) alla causa di Sua Maestà Francesco II; e andasse con la figliuola al venerabile santuario di Casamari, per pigliarvi la perdonanza, e supplicar Dio che liberasse santa Chiesa e l’Italia dal giogo dei nuovi Musulmani.

— Passate pure; soggiunse freddamente! uno dei quattro.

— Obbligatissimo alla vostra cortesia; disse il nostr’uomo rifiatando, e già scoteva le guide per ridare il trotto al cavallo. Ma che? quel visetto intrepido di Flaminia, pensandosi di avvalorare l’animo del padre, si rivolge a coloro e dimanda baldanzosamente: — Voi chi siete?

— Si sa, campioni del diritto e della giustizia; bofonchio Traiano, indispettito che la fraschetta mettesse allora il piè nella danza.

— Noi, signorina, siamo soldati del Re.

— Bravi! mi rallegro; dove avete il quartiere?

— Da tre giorni siamo accampati nella Badia.

— Che belli schioppi! Oh, mostratemene uno.

— Ih! basta così, pettegola; salto su il padre a tagliare netto il discorso; addio, buoni giovanotti; a rivederci. E, toccato il cavallo, tiro oltre, sborbottando la sfacciateli che voleva sempre tenere il campammo in mano e impacciarsi di quello che non doveva. Pei quali rimbrotti essa, impertinente, gli faceva il Mnguino, quasi burlandolo di pusillanime; ed egli che da questa gioia del cuor suo avrebbe ricevute le stoccate per carezze, a sorriderle in ultimo, e ad ammirare da sé da sé tanto spirito e grazia di figliuola.

XXXI.

— I miei rispetti alle loro signorie; disse Traiano con un inchino profondo e una grande scappellata ai tre uffiziali,che si vide innanzi allo sboccare ch’ei fe nella piazza, e che sostando e fissatolo in qualche ammirazione, io risalutarono con toccarsi il berretto; lo m’immagino che sia lecito visitare la basilica e osservar il di fuori di questa celebre Abbazia.

— Signore, scusate; d’onde venite voi? lo interrogo quello di mezzo con accento forestiero ma in grato modo e civile.

— Io? noi? replico l’uomo con segno di turbamento.

— Sì, voi; donde venite? instette l’altro, piantandogli in feccia un par di occhi fieramente scrutatori.

— Da Verdi, per una passeggiata di divertimento e anche di devozione. Posto però che non si possa, torneremo subito indietro: si figuri!

— Alfiere, informatevi da costoro chi e’ sieno e che pretendano; disse l'uffiziale sottovoce e in francese all’uno dei due suoi.

— Che! non accade for uso d’interprete; soggiunse allora bruscamente nella medesima lingua la Flaminia tutta pettoruta; io intendo ancor io e parlo il vostro linguaggio. Cosa desiderate sapere dia noi?

— Vi domando mille scuse, madamigella; rispose quel primo, invermigliandosi e con atto cavallerescamente gentile; io desidero saper solo, se noi possiamo prestar qualche servigio a voi e a questo signore.

— Tante grazie. Ma davanti chi abbiamo noi l’onore di essere? incalzo la baldanzosetta.

— Davanti un Colonnello di Sua Maestà siciliana.

— O, o un Colonnello? bisbiglio il padre all’orecchio di lei; chiedigli un po’ come si chiami.

— Signor mio; disse qui l’altro a Traiano con cera d’insospettito; io parlo male la vostra lingua, ma la capisco quanto basta. Se non erro, voi cercate del mio nome: or favorite prima di dirmi il vostro. Abbiatemi per iscusato, ve ne riprego: siamo in tempo di guerra, con quattromila Piemontesi alle costole; e voi non ignorate che le leggi militari stanno sopra certe convenienze di urbanità. Adunque chi siete voi, signore?

— Ecco chi sono io; ripiglio Traiano italianamente (ché di lingua francese non ne masticava un’acca) frugandosi m lasca, togliendone il passaporto ed offerendolo al Colonnello; guardi e si certifichi co’ suoi occhi, se io sia o no un galantuomo.

— Romano! oh io mi compiaccio di questo incontro! sclamò l'uffiziale rendendogli la sua carta; che belle notizie portate voi da Roma?

— Nè belle né brutto; sempre le stesse. Egli è un sospiro universale, che le tribolazioni del santo Padre e del Re di Napoli e di noi tutti finiscano presto, e che i nuovi Musulmani sieno una volta schiacciati come

— Ah, ah! proruppe l'altro cordialmente ridendo verso i compagni; udite come questo signore battezza bene i nostri nemici?

I due sorrisero, Traiano gongolò di quel suo motto che parvegli un botton d’oro, la giovane ghignò ancor ella per mostrare consenso; e appresso alquanto altre parole, il Colonnello, fatto sicuro che queste non erano persone da ombrarne punto, si manifestò loro pel conte Teodolo di Christen.

— Nome famoso! nome che corre pei giornali! gridò il Romano nostro, abbrancandogli le mani e stringendogliele fra le sue con affetto di spasimato; io mi ascrivo a somma fortuna questa preziosissima conoscenza! Oh pensarlo tempo fa, quand’io leggeva nei fogli la storia della sortita dalla piazza di Gaeta, ch’ella capitano cosi bravamente! Doh, ve' casi! Bene, benissimo, signor Conte! dia addosso ai Piemontesi, e li conci proprio per le feste, e cavi loro di corpo l'appetito lupigno che hanno di divorarsi la roba d’altri. Evviva lei per Bacco!

A questi complimenti, che tenne per ischiettissimi, il signor di Christen non fece viso cattivo; ma presentatigli con amichevole graziosità gli altri due uffiziali, che erano il capitano conte di Cootaudon e l'alfiere Caracciolo: accompagnollo sino alla gradinata della basilica, e garbatamente si licenzio da lui e dalla figliuola. La quale se alzasse la cresta, per la bella figura che sembravate aver fatta, e se ne pavoneggiasse e gonfiasse nel padre la matta opinione ch'egli aveva di lei e delle abilità sue, non lo staremo a dir noi. Piuttosto in quella che essi attendono ad ammirare la facciata della chiesa e i due grandi finestroni che le si aprono sulla fronte, con in mezzo la rosa a vetri colorati, e montano su per l'atrio facendo gli stupori delle arcate e degl’intagli finissimi che sovrastano alla porta; noi esporremo succintamente la ragione di quel romoroso tramestio di gente d’armi intorno ai claustri del monastero.

Accennammo altrove come il divisamente di spedire nelle montagne degli Abruzzi un poderoso corpo di milizie, che dovesse prender alle spalle il campo del generale Cialdini assediante Gaeta, fallisse, perché i trentamila uomini destinali a quell’effetto, entrando negli Stati pontificii, ebbero dalle guarnigioni francesi che presidiavano la frontiera, intimazione di porre giù le armi e di sciogliersi incontanente. Questo gravissimo disastro, che si è variamente imputato a cagioni assai varie, reco travaglio non piccolo all’esercito chiuso nella fortezza, e accese in alquanti de’ più gagliardi e sperimentati uffiziali la brama di ripararvi alla meglio, accorrendo a rimettere insieme gli avanzi di colante forze regie, così malamente sperperate. Di cotesti uno fu l’animoso conte di Christen: il quale dopo essersi segnalato in Gaeta con quella sortita, di cui sentimmo gli elogi anche testo da Traiano, penso tornar più acconcio al genio suo battagliero, uscirne di nascosto de' Piemontesi, condursi nelle più prossime gole degli Apennini, raggranellarvi un buon nerbo di soldati dispersi, e con questi e con! aiuto di qualche banda di paesani, irrompere nelle province abruzzesi, levarlo a sommossa contro l’occupatore nemico, e per tal guisa difficultargli le operazioni dell’assedio, già per la invernale stagione divenute malagevolissime a continuarsi. E il disegno sarebbegli venuto assai ben colorito, se un accidente inopinato non l’avesse costretto a indugiare la presa di Sora, con la quale meditava dare principio a quella sua rischiosissima campagna.

Di fatto in breve egli raccolse nei dirupi circostanti al confine, tra di uomini che sino allora aveano militato nelle legioni di Napoli, e di montanari, una squadra di parecchie centinaia, alla quale Chiavone di ottimo grado congiunse tutti i suoi Realisti: e con questa gente, sceso nei contorni della terra di santa Francesca, vi aspettò un altro capotruppa, col quale aveva segreta intelligenza; e questi doveva a lui rannodarsi con un rinforzo notevolissimo. Senonché, per gl'innumerabili impedimenti che costui ebbe a superare, egli tardò a sopraggiungere alquanto più del convenuto: intantoché tutta la massa non fu in ordine di muovere all'assalto della città di Sora, altro che la mattina dei sedici di Gennaio.

Quel giorno il conte di Christen che, per iscorciar il cammino, s’era proposto di tener la via di Casamari, spacciò un suo messo all’Abate, significandogli l'imminente suo passaggio, e pregandolo della facoltà di far alto per pochissimo tempo tra le mura della Badia. N’ebbe in risposta una negativa, quanto cortese ne’ modi, altrettanto risoluta e franca: imperciòcché «io non posso e non debbo, gli riscriveva egli, metter questo nostro monastero a pericolo di rappresaglie». Contuttoché questo rifiuto addolorasse fortemente il Christen, poiché gli guastava in gran parte le prese disposizioni, nientedimanco, per rispetto alla ragionevole volontà dell’Abate, muto pensiero e tosto piglio la strada della Montagna, faticosissima pei ghiacci e pei fanghi, che in quel cuor del verno la rendevano poco meno che impraticabile.

Fatti incredibili sforzi per aprirsi un sentiero e poi per guadare il Liri, tanto gonfio dallo scioglimento delle nevi che le acque soverchiavano il petto, e giugnevano sino al collo degli uomini di statura sotto la mezzana; la colonna arrivo finalmente a tenue distanza da Sora. Ma quivi appena fatto sosta, si ebbe sentore di un presidio di circa quattromila Piemontesi, guidati dal generale di Sonnaz, i quali, ammoniti forse da spie, la sera innanzi erano venuti improvvisamente, e s’erano postati nella detta città e nel borgo dell’Isola, con cavalleria e artiglieria e buone munizioni da guerra: cosi che la presa di Sora non era più cosa possibile alle forze regie, troppo inferiori a queste nuove e freschissime del nemico. Ond’è che, tolto ogni indugio, il Christen si deliberò di retrocedere incontanente: e separatosi dalla banda di quel caposquadra che, senza sua colpa, avea causato il ritardo e che si avvio pe’ dossi di Tagliacozzo; esso co’ suoi dugentoquaranta soldati di regolare milizia, seguiti da quarantasette paesani di Chiavone, rifece la travagliosissima strada, ripassò il fiume a guado, e sull’albeggiare della Domenica venti, fe capo alla Badia di Casamari; supplicando l'Abate che non ricusasse di dare un temporaneo ricetto a quella sua gente affamata, rifinita e rotta dagli strapazzi di una marcia stentatissima e asprissima di quattro intere giornate. Il religioso uomo si offerse paratissimo di alimentare quegl'infelici a titolo di carità, che ivi non si diniega mai a nessuno. Quanto però al soffermarvisi, lo scongiurava con le lagrime agli occhi di ritenersene, considerando il gran repentaglio che farebbe correre a tutti i monaci e alla stessa Abbazia, dove si fornisse ai Piemontesi quest’appiglio di rientrare nel territorio pontificio, per dare la caccia a’ suoi Napoletani e sorprenderli fra le mura del monastero.

— Padre, voi pretendete da me l’impossibile; rispose il conte di Christen facendo croce delle mani; i miei uomini sono stracchi morti; non si reggon più sulle gambe: io vi pagherò in oro sonante ogni bricciòlo di pane e ogni bruscolo di sarmento che bisognerà per istillarci e scaldarci. Ma nel nome di Dio, ditemi: come fareste voi a rimettere in marcia una truppa che non ha più fiato? che casca per ispossatezza? — L’argomento stringeva, e senza ciò la condizione di que’ poverelli era sì compassionevole che straziava il cuore. L’Abate adunque alzò le spalle, e contentatosi che i soldati mettesser mano alla legna per ristorarsi dal freddo che era acutissimo, diede ordine a’ suoi monaci che apprestassero subito pane, legumi, vino, formaggio e fruita, e ne facessero larga dispensazione a que’ famelici; e intanto con gentile amorevolezza invitò il Christen e i due ufficiali ad una colazione, che procurò si servisse loro onorevolmente in una sala della foresteria; né per tutta quella mattina ristette di colmarli di buone grazie. Ma quando sull’ora del mezzodì gli fu riferito, che la gente abbasso chiedeva si aprisser loro i fenili per potersi riposare al coperto: il venerabile vecchio rivoltosi al Colonnello, che accompagnava di urbane ma urgentissime istanze quella domanda: — Signor Conte; gli disse con aspetto di altamente rammaricato; io cederò giacché non ne posso a meno; vi avverto per altro che se, al più tardi, stassera non levate gli alloggiamenti, io senza mezzo ne ragguaglierò in Veroli il Governatore e il signor comandante Carpegna, affinché intervengano essi come meglio crederanno con l'autorità o anche con la forza. Me ne duole, caro Conte; io mi dissanguerei per essere utile a voi e fare del bene ai vostri soldati: ma mettetevi ne’ panni miei: parvi egli prudenza che io esponga i religiosi miei fratelli e quest’Abbazia al rischio di una sorpresa di guerra? — Padre, voi avete un sacco di ragioni: ma io non ho torto a ripetervi che i miracoli non li so fare. Sino a tanto che i miei uomini non si sieno riavuti, io non veggo modo di disalloggiare di qua.

— E perché venirvi, mentre io già vi avea scritto che questo non era luogo per voi?

— Perché la necessità non ha leggi. Nell’andata fui libero di scegliere il passo peggiore, e lo scelsi per non farvi dispiacere. Nel ritorno io non aveva altra scelta. All'impossibile niuno è tenuto. Io pagherò. Ma più di questo non cercate da me. Coraggio, Padre mio buono! Iddio vi aiuterà.

Il Lunedi susseguente a punta di giorno, il Padre rinnovò non solo le suppliche, ma le protestazioni e le minacce, per ottenere che la Badia fosse sgombrata da quelle soldatesche. Ma perciòcché il Christen ridomandava di temporeggiare, per sicurarsi delle strade che volea far prima battere da esploratori; l’Abate immediatamente spedi in Veroli sue lettere, denunziando il caso al Governo e premendo acciòcché si provvedesse quanto più presto potevasi alla salute del suo monastero. Or in tanto che da Veroli si mandava chiedendo ordini e forse anche soccorsi in Frosinone, e da quivi si richiedevano col telegrafo in Roma, e si avvicendavano così dispacci di proposte e risposte, passò il Lunedi e sorse il Martedì: giorno che sembrava stabilito dal Christen per trasferire il suo campo nelle alture o delle Scalelle o di Trisulti, e liberare i monaci da tante loro angustie. Senonché già s’erano cominciate sparger voci di un’apparizione di drappelli piemontesi al di qua della frontiera romana: e perciò si il Christen come il capitano di Coòtaudon e l’Alfiere stavano in qualche dubbiezza; e proprio nel momento che Traiano era spuntalo con la figliuola nella piazza, aveano fermo il consiglio di inviare Chiavone co’ suoi quarantasette bravi ad osservare il confine; ingiungendogli, quando gli avvenisse di scoprire o d’incontrare il nemico, di ritirarsi subitamente senz’appiccare scaramuccia, per non provocarlo a inoltrarsi.

 

XXXII.

La chiesa della Badia di Casamari, dedicata ai santi fratelli martiri Giovanni e Paolo, per la purità dello stile, per la grandiosità del vaso e per la magnifica semplicità della pianta, è un capolavoro di architettura lombardo-gotica, così unico nel suo genere, che in tutta Italia non se ne conosce altro il quale lo paragoni, fuorché la chiesa di Fossanuova presso Piperno, fabbricata dal maestro medesimo, di cui si è perduto il nome, ma che si sa essere stato di patria milanese. Come altrove abbiam ricordato, ella è costrutta in pietre di taglio di una cotal calcarea vena traente al rossigno, ma squadrale e addentellale e immorsate con sì bell’arte, che non te appariscono le commettiture, e il corpo dell'edilizio rende aria d’una saldezza, tutta da cima a piè scarpellata, in un solo masso. La faccia sua, abbrunita dalle intemperie e malconcia dagli oltraggi di bene sci secoli, riguarda ponente; ed ha innanzi a sé, in maniera di piedestallo, una spaziosa scalinata di venticinque gradini, alle estremità dell’ultimo de’ quali s ergono due colonne portanti in capo due gugliette. Di qui ascendesi all’atrio nobilissimo per la maestà della sua porta principale, decorata nell’arcatura di fregi squisitissimamente intagliati e coronanti un campo messo a capricci vaghissimi, nel quale risalta la croce sormontala da una stella. Agli stipiti la costeggiano colonnini aggruppati, coi sommoscapi variatamente adorni di fogliami e rabeschi, sull’andare delle cornici che nel cinquecento si costumavano porre intorno alle tele dipinte dai più solenni pennelli.

Il di dentro della basilica ti presenta una perfetta croce latina, tutta per lo lungo divisa in tre scompartimenti da sette massicci pilastri, che si alzano dall’un fianco e dall’altro a sorreggere gl’intercolunnii di altrettanti archi di sesto acuto, i quali bizzarramente s’incurvano nella volta ardila e sveltissima della navata di mezzo. Gli archi poi delle due navi laterali sono sostenuti da colonnette di gentil fusto, e sopravi capitelli lavorati sul vivo, con ingegnosissima sottigliezza di trafori e d’emblemi, come archipenzoli, squadre, compassi, e con occhi e finestre situate con sì leggiadra disposizione che non vi saziereste mai di ammirarle. Simigliarne nella struttura è la nave calcidica o trasversa. Ma nel centro della sua intersecazione si solleva una elegante tribuna d’ordine corintio, in foggia di tempio a cupola, cricca di marmi pellegrini; la quale, comeché distuoni dal concerto di quel tutto architettonico, non per tanto ride alla fantasia di chi la compari ad un prezioso gioiello custodito in una vecchia teca, secondoché immagino un suo poetico descrittore. A questa tribuna, collocata ivi dalla munificenza di Papa Clemente XI, si sale per uno scalère a tre ordini; e dietro essa gira! abside, col coro illuminato al fondo da quattro finestroni bislunghi e da una rosa a cristalli istoriati, la quale risponde all’altra che dirimpetto a lei abbellisce la facciata esteriore. Oltre l’altare che si rizza sotto la mentovata tribuna, havvene altri sei addossati alle pareti della crociera, de’ quali quattro fronteggiano l’ingresso e due stanno ai capi delle braccia di lei. Per ultimo a un terzo dello spazio corrente fra la mastra porta e l’abside, è una fitta cancellala di ferro che si distende quanto è larga la chiesa, e circoscrive i termini assegnati per la clausura.

Nè Traiano né la sua figliuola erano di tanta perizia nell’arte, che potessero comprendere le schiette armonio di quegli archi, di quelle volte, di quelle membrature e gustarne le intime bellezze. Ciò non ostante alla prima si dilettarono di contemplare una mole così severa, così nuda d’ogni ornamento e così piena di santa malinconia, che vi tocca l'anima e dolcemente ve la compunge. Nei balaustri accanto la cancellata erano alquante villanelle che facevano orazione. Quivi s’inginocchiarono i due sopravvenuti, per adorare anch’eglino il Sacramento: e volle il caso che la giovane si ponesse a costo di una certa cotale, messa in una rozza vesticcinola di lana scura e con in testa uno sdroscito fazzolettone pur nero; la quale non che pregasse, ma sommessamente singhiozzava e gemeva e lagrimava con tale dirotte pianto, che la tovaglietta stesa sul banco n era inzuppata. Flaminia, presone meraviglia, la sbircio subito con la coda dell'occhio: ma, per aver quella il volto chiuso tra le mani e le pieghe dei fazzoletto, non la vide in feccia. Tuttavia se ne commosse, e raddrizzandosi (ché le sue divozioni duravan poco) già era in punto di frugane col gomito il padre e additargli quella sua vicina e bisbigliare dj lei, quando abbattutosi a passare un monacello, Traiano gli volse il discorso per cercargli certi schiarimenti sull'essere di cotesta chiesa che a lui sembrava stranamente singolare. Il monaco gli compiacque; si confabulo alquanto; Traiano resto pago; e nell’istante che quegli si dipartiva e che Flaminia punzecchiava il padre, acciòcché ponesse mente alla foresetta che tanto piangeva, questa si levo in piedi, e tergendosi in viso con un lembo del fazzolettone, modestamente s’incammino verso la porta. Traiano l’accompagno con un tal occhio che parea e non parea la raffigurasse. — Fosse mai dessa la poverella? Io interrogo Flaminia un po’ sospesa.

— Aspetta; or te lo dico io; soggiunse il padre; e pigliato il passo innanzi e raggiunta quella tapina nell’atrio, e ravvisatala: — Buona giovane! la chiamo fermandola sì che ella smarrì tutta; non mi riconoscete voi dunque più? — L’altra gli volto un’occhiata tra timida e ammirativa; si fece più pallida che non era, poi divento di fiamma, e ritiratasi in sé stessa e conficcando gli occhi in terra: — Signore, forse io vi riconosco; rispose pianamente; voi avreste da essere il Romano.

— Appunto! la interruppe il nostr'uomo.

— È dessa? entro allora Flaminia di mezzo, guardando fisamente e con aria di superba compassione la giovinetta, la quale non si attentava di riguardar lei.

— Appunto, appunto! replicava Traiano alcun che confuso; è quella di coi abbiamo tanto parlalo in casa nostra. 0 bene! mi consolo di avervi qui rincontrata.

— Io sono colei che, è circa due mesi, vi mandai quella limosina per vestirvi; soggiunse tosto affettando una degnevole domesticheza la malcreata Flaminia, vogliosa di manifestarsi e di pigliare il sopravvento che ambiva; dove abitate voi ora?

La donzella per queste sgalanti parole si tinse quasi di porpora, e dato uno sguardo che faceva pietà alla sgarbata benefattrice: — Vi ringrazio, signorina, della bontà vostra; mormoro sottovoce e chino il mento in seno, con tale atto che mostrava com’ella languisse di vergogna.

— Or dove state di casa? riprese a dimandarle Traiano; in Veroli?

— Signor no; stiamo non molto discosto dalla Badia.

— E la vostra mamma come va ella? è guarita?

— Ah! mia madre è morta.

— Oh! sclamò Traiano.

— Morta? chiese Flaminia con un’ansietà che aveva dello sbigottimento.

Quella fe' cenno che sì col capo, e tacque reprimendo penosamente un singulto che le scoppiò, e asciugandosi due grosse lagrime che le erano spuntate e tremolavante dalle ciglia.

— Povera giovane! quante disgrazie! Oh io vi compatisco con tutto il cuore; comincio a dire la figliuola di Traiano rammollendosi davvero, e addolcendo la voce e gli occhi verso quella meschina, che torceva in altra parte l’onestissimo viso, per rispetto di nascondere il suo pianto; quante disgrazie! povera giovane!

— E del vostro fratellino che n’è egli? torno a dimandarle Traiano; perché non l’avete menalo con voi?

— Signore, i Piemontesi lo hanno fucilato; e in ciò dire si coperse la faccia, e si mise a singhiozzare fortissimamente.

Questo suo cordoglio, questi singhiozzi e la delicata verecondia nel suo rispondere; é poi quella cera sparuta, quelle guance scarne, quegli occhi spenti pel continuo lacrimare e quell’aria di pudicissima gentilezza; la quale abbelliva d’un certo che di angelico le sue sembianze tuttoché macere e disfatte da inconsolabili dolori, tanto operarono nello spirito di Flaminia, ch’ella si sentì mossa a benevolenza di quella creatura infelice, e le piglio subito amore, e le venne dentro una così gagliarda compassione di lei, che nell’impeto dell'affetto non poto frenarsi di prenderla per le mani, e di farle alcune femminili carezze, confortandola che cessasse di piangere e si desse pace. Per la quale amorosità della figliuola, Traiano si rintenerì ancor egli fuor di modo: il perché dopo un altro poco di ragionamenti con la fanciulla, a cui Flaminia non ristava di testimoniare accesissima affezione, ridandole a piena bocca quel nome vezzeggiativo di Fioretta, che sonava a lei tanto dolce sulle labbra della defunta sua madre, scesero tutti e tre nella piazza che aveano gli occhi rossi.

Ivi la desolata giovane si provo con maniere altrettanto umili come soavi di prender licenza, e andarsi pe’ fatti suoi. Ma per quanto ella si argomentasse, non venne a capo di dissuadere a Flaminia il proponimento di ricondurla in calesse fino all'abitazione sua, che diceva essere non molto lontana sulla via di Monte san Giovanni. Traiano in verità aveva grande ritrosia ad aggirarsi in quelle contingenze per terre così sospette: ciò non ostante, perocché così la figliuola voleva, se ne contentò; e rimontato al suo posto e rannicchiandosi per far luogo nel sedile alla poverella, la quale a somme stento si rendette ad assentarsi accanto la Flaminia; saluto i soldati e prestamente tocco il cavallo, e lo indirizzo verso quella banda che la giovane tutta peritosa gl’indicò con un gesto.

XXXIII.

Cammin facendo si rinfrescò l'interrogatorio; ma con assai maggior discrezione e riserbo che non si fosse cominciato a fare nel vestibolo della chiesa: mercecché più i due scoprivan paese nuovo per le risposte misuratissime che dava la misera giovane sul conto suo proprio e de’ cari suoi, e più s’impietosivano di lei, e le si porgevano facili e riguardosi. Anzi a Flaminia la compassione era penetrata sì addentro che, dismesso ogni resto di boria e di quella schifiltà burbanzosa che era una come sua seconda natura, senz’accorgersene, si era tutta umanata, e già trattava quella meschinetta con affettuosità e amorevolezza di sorella.

Or acciòcché anche i lettori nostri abbiano contezza delle tristissime novità occorse alla famiglia di questa sfortunata fanciulla, noi, tagliando corto i dialoghi, le esporremo qui loro alla storica e con fedeltà e con brevità quanta più sia per noi possibile.

All'annunzio inaspettatissimo della barbara uccisione di Guido, riportato con un profluvio di lacrime da Otello, la sera del medesimo giorno in cui era intervenuta, quella che di prima giunta parve riceverne men terribile impressione fu la Giovanna. ché mentre il padre, buttatosi in terra, ruggiva e si scapigliava e menava smanie da uomo tolto di senno, e la figliuola cadente in deliquio era raccolta fra le braccia di Caterina; la madre con uno sforzo incredibile sul suo sconfitto cuore, strettosi al petto il Crocifisso, e sollevati angosciosamente gli occhi in cielo, e stata un piccol tratto come fuori di sé e tutta con l'anima in Dio, si riscosse e pur piangendo e dibattendosi in raccapricci convulsivi, si adoperò di mitigare negli altri i presentissimi effetti di quella sciagura che era scrosciata lor sopra come un fulmine. Ma perciòcché i risentimenti del corpo affievolito dalla infermità non erano in sua balia al pari che quelli dell’animo ringagliardito dalla fede; per questo la notte fu sovrapresa da una cocentissima febbre, con isbocchi di sangue e altri accidenti, che il medico sentenzio per mortali. A sua petizione le si amministrò quindi subito il viatico e la unzione estrema: avuta la quale la febbre declinò un poco, e sembrò che la violenza del male andasse rimettendo.

Allora Otello, si per dare qualche maggiore spirito all’aggravalissiina donna, e molto più per ridestare Pellegrino da un tal doloroso stupore ond'era colpito, e da cui non si trovava argomento di farlo rinvenire, immagino di profferirsi a tentare un ingresso nella piazza di Gaeta, dalla quale o avrebbe cavato Felice per ricondurlo in Veroli, o se non altro sarebbe tornato con sue notizie sicure e, come dilettavasi di sperarlo, consolantissime. Il pensiero piacque: ed egli ito a conferirne con l’Alonzi, che campeggiava in vetta al Castello, n’ebbe il consentimento suo: e così partissi alla volta di Porto d’Anzio, promettendosi per indubitato che non gli fallirebbe un destro e audace barcaiuolo che terra terra e nottetempo, per eludere il naviglio sardo, lo trasportasse fin sotto i baluardi della assediata fortezza. Alla quale arrischiatissima impresa, fu egli confortato dalla giovinetta Maria, che senza refrigerio di alcuna sorta, struggessi di acutissima ambascia intorno alla madre quasi che moribonda, o intorno al padre percosso da quella attonitezza, che le facea temere non fosse un principio di qualch’altro brutto malanno. E queste pene e sgomenti si aggiungevano allo strazio acerrimo di aver perduto il fratello, da lei amato più che sé stessa.

Non andò guari, e la Giovanna ricaduta in uno sbocco di sangue, spirò come dire improvvisamente. Che cosa diventasse Pellegrino per cagione di queste due morti del figliuolo e poi della moglie, è difficile a narrarlo. Pareva non avesse più l’uso della favella, tanto era taciturno; mirava stupido e con gli occhi balordi chiunque si appressasse a parlargli; talora gittava pianti lamentosissimi, accompagnali da tremiti violenti per tutte le membra; ma il più spesso rimaneva ore ed ore immobile, cogitabondo, insensato peggio che un tronco. Non si potrebber contare a mezzo le cure che ramante figliuola, dimentica di sé e delle sue tristezze, si prese di lui per isvegliarlo da quel torpore, e fargli animo e divertirlo dalla sua tormentosa affisazione. Per ultimo egli si ricupero alquanto: ma volle risolutamente slontanarsi da Veroli, e appartarsi in qualche romito angolo dove che fosse, purché lungi da questa città nella quale non più si potea vedere. A Caterina venne in mente di suggerirgli una casipola campestre di certi onoratissimi contadini suoi congiunti, che erano sulla via tra Casamari e il paesello di Monte san Giovanni. Si fecero le pratiche opportune, si strinsero gli accordi: e per le feste del Natale egli tramutossi colà insieme con la sua Maria, la quale era il conforto unico che gli sopravvanzasse in tanta sua tribolazione. Imperocché la Caterina, allogatolo ivi, erasi ricondotta nella sua terra, chiamatavi da faccende che non pativano dilazione.

Senonché Pellegrino da lunga pezza aveva guastala complessione, ed un occulto malore con lento lavorio gli veniva stemperando i nervi, e stremandoglieli di vitale sensibilità. Ond’è che accomodatosi appena in questo alloggiamento, rustico sì ma non disagiatissimo, comincio a febbricitare, e poscia fu soprassalito da una paralisi di cosi maligna natura che irreparabilmente lo consumava, e tratto tratto oscuravagli il lume pure della ragione e mettealo in frenesia. Il perché si divisi chi può le distrette e i crepacuori della sconsolata figliuola, ridotta a non avere più altro sollievo che quello di ritirarsi ogni mattina a piangere nella chiesa di Casamari; abbando

Dandosi, oggimai orfana della madre e del padre, nel seno della provvidenza di Dio. Giacché tutto il rimanente del giorno e gran parte della notte ella spendeva in vigilare l’infermo, in placarne i delirii, in sedarne le convulsioni, e persino in imboccarlo con le sue proprie mani: attesoché a lui le braccia si erano intorpidite al segno, che le aveva inutili per qualsiasi affare; e sopracciò nauseava ogni medicina e ogni cibo e bevanda, dall'acqua fresca in fuori. Di sorta che quanto egli inghiottiva, per sustentarsi e non mancare d’inedia, tutto era in grazia delle amorose violenze di lei.

Oltre il capo di casa e la buona massaia, erano bensì nella famigliuola de’ suoi ospiti due fanciulle di età e molto servizievoli, che si adoperavano con sollecitudine nell'assistenza del malato: ma Pellegrino, quando si veniva all'atto di ingollare una cucchiaiata di checché si fosse, era sordo alle loro voci, né mai cedeva se non alle iterate suppliche ed alle industriose finezze della sua Flora. La quale, per tutto questo carico di fatiche e di vegghie, in aggiunta all’interno scempio che schiantavate il cuore, era così discaduta di forze, che miracolo coni’ ella potesse tenersi in piedi!

Di questa dolentissima istoria Traiano e la figliuola furono chiariti sommariamente nel breve tragitto che fecero dalla Badia allo svolto della viottola, nel cui fondo era il casolare della poverella che guidavano seco. Come furonvi arrivali dinanzi, essa fe un cenno a Traiano che fermo il cavallo. — No, no; entriamo anche noi; disse Flaminia al padre ritenendo la giovane che non ismontasse; vi pare? andarcene senza aver lasciala una limosina all’ammalato?

— Oh! la limosina? ecco, la fò or io a lei che la porti a suo padre; soggiunse Traiano, ripugnante a frammettere indugi pel ritorno in Verdi.

— Nossignore; replico l’altra stizzendosi; io voglio entrare e passar qualche ora in compagnia di questa buona creatura.

— Ben, bene; già! sempre s’ha da fare a tuo modo! Entriam pure: ma poi me le pagherai tutte insieme ve’! borbotto quegli: e, preso il largo, diede la volta e infilo il viale; in quella che la pudibonda Maria si restringeva tutta in sé stessa, per celare il supplizio di confusione che le dava questo sì sconveniente diverbio tra padre e figliuola.


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LA POVERELLA DI CASAMARI

RACCONTO STORICO DEL 1860 E 1861
XXXIV.

— Oh santo cielo! e che vuol egli questo signore da me? chiese Pellegrino, con alto brusco e dimostrativo di noia, alla figliuola che appressatasi al capezzale del suo letto, gli aveva annunziata la visita di Traiano.

— Egli desidera vedervi, e nient’altro.

— Veder me? ah io non sono più uomo che si possa vedere!. sono un ceppo, un sasso, un cadavere fastidioso. Glielo hai tu detto?

— Or che fa questo? basti che esso ha voglia di salutarvi tale qual siete.

— Ebbene, sia come ti piace. Ma tu in prima, figliuola mia, assettami i guanciali sotto del capo, tirami su la coperta di canapina bianca, che non apparisca questa brutta imbottita, e dà aria alla stanza.

La figliuola si pose all’opera con lestezza, e mentre si dava attorno 'per acconciare il letticciuolo e spolverare i mobili e mettere! aria in corso, Traiano e Flaminia s’intertenevano nella cucina, dov'era la massaia con le sue fanciulle, che stavano lì a viso basso e tutte peritose di loro due, sì che appena si ardivano sbirciarli sottecchi. Traiano che, a dir vero, si sentiva saltare la mosca per la insolente caparbieria di Flaminia, la quale di pura forza lo aveva trascinato in quel casolare, era taciturno e sbuffava cosi un tantino e pestava pianamente de piedi in terra, quasi per insofferenza di aspettare; intanto che la giovane sua, con un certo piglio tra l'amorevole e l'altiero, facea varie interrogazioni alla massaia, che replicavate tutta sollecita e rispettiva, come si reputasse onorata di scambiare quattro parole con quella signorina elegante.

Di lì a poco la figliuola di Pellegrino scese, e con timido cenno invito i due a salire. Flaminia accostatasi al padre: — Voi montate pure; gli disse a un orecchio; io v'attenderò quaggiù.

— Nossignore; borbotto Traiano con collera che e stentava a reprimere dentro sé; vieni meco, se no....

— Io non vengo, io voglio restare a discorrere con la poverella.

— Non vieni? mormoro l’altro fremente di dispetto e afferrandola per un bracciò; guai a te se mi fai la pazza!

— Ma io non reggo alla vista di un moribondo.

— Vieni, ti dico; e datale una stretta al gomito ch’essa ne vide le stelle, e spintala innanzi per su la scaletta di legno; finiamola ch’egli è ora! seguito sgridandola sommessamente; fammi la smorfiosa, e eh io non sia io, se non ti lascio andare un bel paio di schiaffi!

Flaminia inviperirsi morse le labbra e, per la migliore, azzittatasi si abbranco all'appoggiatoio e salì; in quella che Maria tutta arrossiva dello scandalo di tale altercazione ch’ella osservò, sebbene non arrivasse a capirne il significato.

Per buona sorte l’infermo quella mattina, godendo di un luminoso intervallo, era nel suo pieno senno, e non tanto grave: di modo che egli poteva, senza patirne troppo, sostenere un abboccamento con altri ed esprimere filo filo i concetti suoi proprii. Quando i due forestieri gli si presentarono avanti, non solo li ricevette col miglior viso che sapesse mostrare in quella sua condizione, ma, sforzandosi di vincere il tetro umore che ingeneravagli la malattia, fece loro grate accoglienze e li tratto con belle maniere da gentiluomo. La qual cortesia il Romano si studio di contraccambiargli con pari officiòsità, mista però di un certo che di compassionévole, che gli guadagno l'affetto di Pellegrino. Onde fatte quelle prime salutazioni, egli prego il visitante che si sedesse, e tosto il ghiacciò; come suol dirsi, fu rotto e i due uomini da un parlare in un altro l'ingolfarono in un ragionamento che non parea dovesse conchiudersi molto presto.

Da principio alla figliuola di Traiano si raggriccio il cuore nel petto, per la vista di quel tapino così macilento in volto, e con occhi sì lividi e incavali, e con guance sì aride e vestile d una pelle si cenerognola e morticela, che a lei sembrava un teschio di scheletro vivo e spirànte. Per lo che spentaselo subitamentà la vampa della rabbiuzza che le si era accesa dianzi, comincio ad abbrividire, si discolori tutta, e corrisposto con un ghignetto a fior di labbra al complimento che il malato le fece, chiamandola buona signorina e graziosa, chino la faccia e non si attentava di riguardarlo più oltre. E perciòcché convenne a lei purè di assidersi, ella studiosamente si colloco di sbiescio dietro il dossale della sedia di Traiano; in forma che schermi vasi con gli omeri suoi dall'aspetto di quelle fattezze che le mettevano raccapricciò ed erante una parlante 'e spaventevole immàgine della morte. In questo contegno ella rimase alcuno spazio di tempo, con gli occhi quando inchiodati nel suo manicotto che facevasi rigirar tra le mani, e quando fissi nella poverella, la quale si era ritirata in un cantuccio, e d’indi contemplava con infinita pietà le amate sembianze di Pellegrino. Per tal guisa le parti, come a un volger di scena, si erano mutate. Ghè dove Traiano mal suo grado era stato dalla caparbietà della figliuola tratto testo a venire in questa casipola, e vi avea posto il piede con crucciò; ora, dismessa la mala contentezza, vi si tratteneva egli invece con qualche soddisfazione, mentrechè la figliuola rodevasi di secreto rancore, pel tedio ch'ella provava a dimorarvi più che un piccolo momento.

Senonché Flaminia poco o niente assuefatta a rintuzzare sé medesima ed a frenare l’impazienza, ardeva già di una smania di uscir di quivi così intollerabile, che la facea stare di pessima voglia. Quella cameretta, pulita ma rustica, le rendeva ombra di un sepolcro: quella seggiola, angusta e duramente intrecciata di paglia, le tornava disagiosa quanto un sedile di bronchi: quel dialogo del padre suo con l’ammalato non le sapeva di nulla: poi quel tanfo spiacevole dell’ambiente aria, quella squallidezza del letto, quella difformità paurosa del misero che vi giaceva sopra; ogni cosa insomma là dentro conferiva a recarle tanta molestia,, ch’ella deliberava seco stessa di riscattarsene con uno di quei mali termini di creanza, co’ quali usava tagliare d’un colpo i nodi quando non le sortiva di disgropparli. E già era sul punto di rizzarsi e di andare a pigliare per le mani la giovane a scendere con lei quando Pellegrino, stretto da una interrogazione del nostro Romano, prima di rispondergli altro, si rivolto a Maria, e la sollecito che fosse ita giù per una faccenda che trovo pretesto di commetterle a intendimento di allontanarla' Allora Flaminia levatasi: — Se non vi rincresce, ancor io la seguirò volentieri; diss'ella a Traiano; mi sento bisogno di respirare un po’ d’aria fresca: state che io fra breve risalirò seco. — Ciò detto, inchino con gli occhi a terra l’infermo, e si avvio fuori in compagnia della giovane, la quale non sapeva indovinare il perché di tanta ansietà che questa donzella forestiera mostrava di intertenersi con lei da sola a sola.

XXXV.

Fino a quell’istante nel quale Pellegrino giudico bene di licenziare la figliuola, il tema del suo colloquio con l’altro era stato di cose indifferentissime; come dire ragguagli della infermità sua, notizie delle fazioni guerresche combattutesi nel Volturno, commenti sulle perfidie dei traditori del Re, pronostici intorno all’assedio di Gaeta e simili novelle, che lf udirle Maria non era d’inconveniente alcuno. Ma Traiano, al quale premeva di passare da queste generalità politiche alle particolarità domestiche del suo interlocutore, fatto uno di quei salti di palo, in frasca che a lui erano usuali, avea messo di netto il ragionamento per un verso, che non poteva procedere a, modo, se prima non si fosse discostata la giovane. Onde fu savio spediente cotesto che immagino Pellegrino, di inventare di sana pianta una scusa che la facesse rimuovere dalla camera, e a sé togliesse l'impaccio della sua presenza. Partita ch’ella si fu con Flaminia, e restati cosi liberi i due uomini di favellare a piacimento:

— Ora che siamo a quattrìocchi, e che nessuno ci ascolta; prese a dire il malato con aria di confidenza; aprirovvi, signor buono, l'animo mio e vi contentero di quello che, per bontà vostra, desiderate sapere da me. Già conosco il vostro nobile cuore, e la carità che vi degnaste fare ben due volte alla mia disgraziata famiglia. Ah! se voi siete di coloro che hanno in pregio le benedizioni dei poverelli amici di Cristo, sappiate che la buona memoria della Giovanna mia, ve n’ha pregate assai assai, fino all’ultimo suo respiro: e così Dio l'abbia esaudita! e così la esaudisca ora nel paradiso! Sì, lassù, lassù; accenno calorosamente in alto con gli occhi, non potendo con le mani che avea morte; perché ella è là, felice e beata: ne sono sicuro! Che se non c’è entrata ella, la quale non è vissuta per altro che per penare continuamente, io non so chi ci abbia ad entrare. — Disse, nascose il volto nel lenzuolo, mando un gemito veemente che gli si sprigiono dal più intimo del petto, e subito rialzata la faccia che gli grondava di lagrime, guardo Traiano e taceva, come chi aspetta una parola di confortevole assentimento.

— Signor Capitano mio, voi avete ragione di nutrire queste si belle e dolci speranze; soggiunse l'altro; vostra moglie era un angelo.

— Vero, vero, un angelo! ripiglio enfaticamente Pellegrino. Se io dovessi giurarvi che, da che ella nacque fino al giorno ch’ella mori in Veroli, ha gustata un’ora sola di quella che nel mondo si chiama felicità, io non oserei giurarvelo in fede mia. Sempre ha patito, poveretta, sempre! Eppure mai ch’io dalla sua bocca abbia intesa una parolina di lamento! Menava una vita così abbandonata nelle mani di Dio, che, a far ch’ella, anche iu mezzo al colmo de suoi dolori e delle sciagure mie, stesse con cuor riposato, le bastava levare un’occhiata al cielo o dare un bacio al Crocifisso. Donna impareggiabile! tesoro ch’io non era degno di possedere! e perciò il Signore me l’ha tolta. Ma io la raggiungero presto. Non così i miei due figliuoli. Ah! essi, orfani derelitti, dovranno forse anco per un pezzo piangere la lor madre e me, e piangerci fra le ambasce di una miseria senza riparo.

— Quietatevi, Capitano; disse l’altro con una mostra di pietà che non poteva dissimulare; che serve intorbidarvi la mente con foschi presagi? All’ultimo all’ultimo la Provvidenza e è per tutti, e anche pe’ vostri figliuoli.

— Sì, c’è; oh non ne dubito punto! Ma io ho più cagione di antiveder male che non vi crediate. In casa mia, con la eredità dell’avolo, fu trasmessa la maledizione che ci ha ridotti al termine in cui siamo: e il cuor mi dice che sino a tanto che uno di noi sopravviva, il flagello della celeste ira non resterà di punirlo. Metto fuori di causa me, che non so, per colpa mia propria, quanti gastighi io meriti. La moglie e i figliuoli miei però erano e sono innocenti, erano e sono timorati di Dio, erano e sono anime buone. È impossibile che pei demeriti loro sia succeduto quel che è seguito. Si vede adunque che sono vittime deputate a scontare peccati altrui; cioè a pagare il fio delle scomuniche, che quell'improvvido del nonno provoco sopra sé e sopra del sangue suo. Ecco perché io tremo, non ostante che adori la Provvidenza.

— Capitano, date retta a me; coteste sono malinconie che provengono dalla vostra alterazione della salute. 0,che c’entrano qui le maledizioni o le scomuniche del nonno e del bisnonno? Staremmo freschi, se dovessimo rivangare i meriti degli arcavoli nostri, e portar noi la pena dei loro spropositi! Ciascuno è figliuolo delle sue proprie azioni; e Domeneddio, che è giusto, non può pretendere che gli rendiam conto noi delle capestrerìe di chi ci ha preceduti un sessanta u cent’anni prima che fossimo nati. Va! questa sarebbe bella! Certe superstizioni io non le possa tollerare.

— Signor mio gentile, penso che parliate cosi o per celia, o perché non vi sovvengono altri migliori argomenti da consolarmi. Or io non piglio piacere delle consolazioni di questa fatta. Sono angustiato, sono travagliatissimo, sono oppresso da una tempesta di mali, che molto si rassomigliano a quelli di Giobbe: e nondimeno io, per quant’oro è nel mondo, non vorrei che mi si togliesse dall'animo la ferma persuasione che vi ho radicata, che tutto sia per effetto di espiare i falli dei miei maggiori. Forse errerò, ma egli è questo un errore che mi conforta assai, e mi soavizza il patire. Io so quel che io mi dico.

— Quando sia così, mi guardi il cielo dal contrariarvi! sclamò Traiano che si avvedeva di essere troppo alla leggiera trascorso in isciòcchezze poco bene sonanti. Tutto è possibile: e le scomuniche certo sono un gran malanno per chi se le tiri in casa. Eh sì, non c’è che ridire!

Pellegrino, agitando per un pezzetto la testa, approvò. Quindi rifattosi a tessergli pei sommi capi la narrazione dei domestici infortuni! che l’aveano percosso dall’età sua giovanile fino al presente, si studio di render persuaso lui pure dell'opinione sua circa i funestissimi frutti che recano! beni di Chiesa mal acquistati, e circa le calamità che alle famiglie partoriscono di generazione in generazione le scomuniche avute in ispregio. E, valendosi dell’esempio vivo di ciò che a sà ed a’ suoi era accaduto, gliela ribadì nell’animo con una gagliardezza tanto efficace, che Traiano allibì e s’intese rimescolar tutto. Imperocché egli, su questo articolo, non avea tranquillissima la coscienza, siccome quegli che solea burlarsi alquanto delle ammonizioni della moglie sua Maddalena, quando, riprendendolo di essere o di fingersi troppo liberalo, troppo ligio agli usurpatori degli Stati del Papa, troppo amico ai nemici della Santa Sede, gli rammentava le scomuniche e gli minacciava guai e si apprensioni va per lui e segnavasi con la croce. Vero è che egli scusavasi allegando talora per sé, con un tal risolino indicativo di dubbio, che esso non movea dito ai danni del Santo Padre, che non congiurava per rovesciarne il Governo, che non erasi aggregato a nessuna setta; e che se tutti i liberali fossero della sua stampa, le cose non sarebbero ile cosi a traverso come andavano: giacché il gran male ch’egli faceva, alla fin fine era di dare chiacchiere molte e denari pochi, non di sparar cannonate o di occupare province all’usanza dei Piemontesi. — Quelli si, diceva egli, quelli sono scomunicati! non io, poveraccio, che bado solo a menar la barca per vivere in pace.

Al che replicava la donna, che nossignore, queste ragiònacce non tenevano punto: essersi ella consigliata col parroco, col viceparroco e col P. Euschio: e tutti e tre averla concordemente certificata, che chi, secondo il testo del recente Breve di scomunica, aiuta col consiglio o con la moneta i frammassoni a conseguire l’intendimento

[ loro dì assassinare la Chiesa, incorre nelle censure; é che senza controversia tutti gli aderenti, i cagnotti, i seguaci e i tributarli del Comitato piemontese di Roma ne erano colpiti, perché fautori operosi dei ladroni del Papa, e congiurati ancor essi a soppiantatile i sacrosanti diritti. E Traiano, a questi risciacqui, tacere, scrollarsi e mormorare tra sé: — Ben bene, questi son conti da rivedersi poi per Pasqua.

Adunque egli, per discacciare da sé i molesti pensieri e attutire i rimorsi che gli si risvegliavano dentro: — Voi, Capitano mio, la ragionate da cristianone! da uomo di fede antica! l'interruppe raddrizzandosi in piedi e quasi in attitudine di licenziarsi. Non vi potrei esprimere con la lingua l'edificazione che piglio da questi vostri bellissimi, anzi divini sentimenti. Beato voi! Ora perché non vi stanchiate più innanzi a discorrere, e perché io devo pure tornarmene, veniamo a noi. io non sono ricco, né ho roba da buttar via: ma un tetto e un pane da offerire alla vostra ragazza, sinché Iddio disponga di lei in qualche altro modo, a me non manca. Di più ho una moglie la quale, non fò per dire, è donna di gran giudizio e di anima, e due figliuole che le terranno ottima compagnia come sorelle; massime questa che ho condotta meco: essa ha un cuore, un cuore che ehm! è tutta suo padre. E però, senza tante cerimonie, volete accettare questa profferta che io vi fò schietta schietta, e proprio alla romana?

Il malato a’ così nuova interrogazione si scosse, erse il capo, rispiano la fronte, avvivo le incadaverite sembianze; e guardalo Traiano con occhi prima sfavillanti di un lieto raggio d'amore e poi molli di calde lagrime: — Signor mio! signor mio buono! comincio esclamare con rantolosa voce spezzala da singulti; e voi parlate da serio?

— O capperi! se parlo da serio?

— Dio! quanto mi duole di aver perdute le braccia! Vorrei ora gittarvele al collo e stringervi al petto mio, e in questo amplesso far passare il cuor mio paterno nel vostro! Ah anima generosa, sì, deh salvatemi voi questo fiore diletto, quest’unica pupilla degli occhi miei! Levatemela voi di mezzo a una strada, dov’io la lascerò morendo. Ella sarà una serva delle vostre figliuole, faticherà, suderà per guadagnarsi la vita. Ma resti al sicuro, e trovi in voi e nella consorte vostra uno scudo, una difesa, una protezione, una guardia, un padre, una madre.

— Ve lo prometto, Capitano; ve lo giuro su questo mio cuore di padre. Se l'offerta mia vi va a genio, la Flora vostra starà in casa meco né più né meno che da figliuola.

Questa proposizione era tanto bella, era tanto opportuna, ma era insieme tanto inaspettatissima, che, fatto quel primo slogamento di supplica e di desiderio piuttostoché di espressa gratitudine, il malato prese volto e parole di dubitante. Ma poi dissipatagli ogni dubbiezza dalle proteste franche e reiterate dell’altro: — Benedetto voi, e benedetto il momento che Dio vi ha ispirato di farmi questa visita misericordiosa! rispose Pellegrino affannatissimo per la commozione. Caro signor mio, o meglio (permettetemi di cosi chiamarvi) amico mio, sedetevi; riparliamo un poco tra noi: mi bisogna confidarvi alcuni secreti, dei quali, sono certissimo, voi non abuserete giammai.

— Che? io anzi tutto sono un galantuomo, e il Signore lo temo ancor io; disse Traiano risedendo e tergendosi con la manopola del cappotto le palpebre che gli si erano inumidite.

— Ecco qua. La buona memoria della Giovanna mia, quella sera che la onoraste in Veroli di una visita, informovvi ella dei disegni nostri sopra la figliuola e il giovane Otello di Bardo a voi noto?

— Capii tutto a mezz’aria.

— Lodato Dio! Sappiate pertanto che è mia ferma e immutabile volontà, che la figliuola mia si unisca secondo il desiderio suo a quel povero orfano, e che non venga mai costretta comechessia a cambiare partito, fosse pure quello di un principe o di un millionario. Posso morire accertato che voi osserverete questo mio testamento, e che quando il giovane, uscito di tutela, si presenterà a voi per aver la mano di Flora, voi gliela concederete con inviolabile fedeltà

— Restatene certo, com’è certo che io ho! anima e l'onore.

— Voi lo vedete, benefattore mio; io fb con voi a sicurtà piena: mi assegno in voi a chius’occhi; e nel darvi in mano questa creatura, che io amo più di me stesso, non vi chieggo altra guarentigia

che la vostra coscienza e la carità vostra. Sono agli estremi: la morte può cogliermi da un istante all’altro: io afferro quest'occasione portami della bontà vostra, come un'ancora che Dio mi manda nel naufragio finale di tutta la sventurata mia famiglia, per salute di questa fanciulla unica delizia, unica gioia, unico amor mio. Oh, voi siete uomo, siete cristiano e siete padre! voi perciò intendete di quanto prezzo sia il pegno inestimabile che io ciecamente vi abbandono in custodia.

A Traiano pel sobbollimelo degli affetti che questa eloquenza amantissima gli eccitava, i lagrimoni filavan giù per le gote grossi e limpidi come grani d'uva paradisa; e a quando a quando ripeteva con iscoppii di singhiozzi e le due mani incrociale sul petto: —La sciate fare a me, Capitano; fidatevi di me; non dubitate! e l'intenerimento gl'impediva di esporre con più parole i sensi pietosi che dentro gli ridondavano.

Quest'intima conferenza fu seguitata sino all'ora del mezzodì: e vi si tratto dell'altro figliuolo per nome Felice; che Pellegrino aveva attualmente in Gaeta col grado di sottufficiale nell’oliavo battaglione dei Cacciatori, e Traiano si obbligo di far pratiche acciòcché, nel caso che la regia fortezza o si rendesse o fosse espugnata, egli ottenesse un posto nell'esercito pontificio. Poi l'infermo gli tocco un cenno della cugina, nella quale erano più che mai rivolte le sue speranze; ma con la quale non gli era venuto fatto di intavolare nessun accordo a pro della figliuola, per cagione delle sopraggiunte disgrazie che ne lo aveano distolto; si che ella era partita da Roma ignara di tutte le novelle sue traversie. Traiano prese nota de’ suoi ricapiti, e si assunse di scriverle con agio e ragguagliarla d’ogni particolare.

Su questi conferimenti si udì dalla prossima Badia il rintocco del mezzogiorno. Pellegrino tronco il parlare recito le avemarie, con un si di voto componimento del viso, che l’altro non potè a meno di fare il medesimo ginocchione. Rittosi poscia, diè di piglio al cappello che avea posato su uno stipetto, si raccosto al Capitano e picchiandogli lievemente in una spalla: — Amico, s’è fatto tardi, e io vorrei essere in Veroli prima delle due; gli disse con affabilità quasi compagnevole; noi ci rivedremo prima di Domenica; tornerò senza meno. Allora annoderemo il negozio. Per adesso v’occorre niente?

— Nient’altro che la vostra protezione e misericordia per me e per la Flora mia. Dio poi vi faccia piovere in casa centomila benedizioni!

— Grazie, grazie, Capitano mio buono.

Dicendo questo, già si appressava all'uscio per dare una voce alla Flaminia, che fosse salita ad accomiatarsi dal povero infermo, come da basso improvvisamente s’udirono strida, pianti e lamentazioni sgomentosìssime: — Oh che è? che è? si dimandarono l’un l'altro in una subita sospensione di spiriti. Pellegrino si sbianco e comincio a smaniare con tremiti. Il Romano impallidì ancor egli, esito alquanto tra l'uscio e il letto e, perciòcché il piagnisteo ringagliardiva disperatamente, presa in fine la scala si precipito giù come uno esterrefatto.

 

XXXVI.

Dietro la stanza di Pellegrino era un portico o rimessa con quadre archi aperti voltati a libeccio, e di dentro la cucina vi si corrispondeva per un cupo andròncello, il quale spartiva il gallinaio dalla stalla de’ buoi. Due di qua due di là, rimpello ai pilastri di quella rimessa, ergevansi quattro annosi alberi di noce, coi rami secchi, per la invernale stagione che allora correva, ecospersi di fredda brina. Ma nel fondo, dove il muro faceva canto con la legnaia, un arbusto verdissimo di gaggia spandeasi come a ventaglio dinanzi la inferriata di una finestra, e v’intrometteva le cime di alcuni ramoscelli carichi de’ lor fiori gialli a pallottola pelosa, i quali tremolavano fra le tenere foglie e giltavano lì attorno una fragranza delicatissima. Quest’olezzo così temperatamente soave, che l’asolare del vento spingeva per l’angusto andito e diffondeva in tutto il piano terreno, trasse la Flaminia a inviarsi insieme con la giovane verso il detto portico; e d’indi sotto la verdeggiante finestra, a spiccarvi di que’ fiorellini il cui odore garbavale oltremodo. Formato che n’ebbe un mazzolino, e fiutatolo e vagheggiatolo e soddisfattasene, lo ripose nel manicotto, e invito la sua compagna che si assidesse colà fra quegli arnesi rurali di cui il portico era ingombro, e favellasse ira po’ all’amichevole seco, mentre i due padri fra loro colloquiavano lassù dimesticamente. L'altra, per un certo rispetto di convenienza, mostro di contentarsene. Onde subito, con demissione da inferiore, graziosamedte la prego di un attimo d’indugio, ch'ella sarebbe ita in cucina a prendere una seggiola per lei — Ohibò, che seggiola? disse Flaminia; questo graticcio mi terrà luogo di canapè comodissimo. Che! non siamo noi in campagna?

Sedutesi ambedue l'una accosto dell’altra, per alcuno intervallo tacquero come se un occulto riguardo di mutua suggezione le ritenesse dal rappiccar tosto il discorso, e niuna si ardisse di essere la prima a ravviarlo. La poverella Maria tutta ritirata in sé stessa aveva la mano manca sopra la stiva di un aratro, che le sporgea vicino, e la premeva quasi senza badarvi; accompagnando involontariamente con l'occhio il moto del vomere, che a quelle scosserelle si agitava. Flaminia invece si pose a rimirare i polloncelli della gaggia, ma distrattamente e in aria cogitativa a mo’ di chi tituba e pesca parole. — Adunque così è; prese da ultimo a dirle exabrupto, concludendo con le labbra un ragionamento che dovea aver tra sé ruminato coi pensiero; voi, cara mia, mi fate una compassione così profonda, che io non ho mai provala l’eguale. Quello che io sento non lo so esprimere; ma è un certo tale bisogno di stare con voi, e di dirvi che io vi compiango, e di testimoniarvi grande grandissima affezione, che non c’è cosa che io potessi fare per voi, e non la facessi a qualunque costo.

— Vi sono molto obbligata, signorina mia bella, di tanta amorevolezza vostra per me; rispose! altra arrossendo. Io non mento questa bontà.

— Non si tratta di questo. Voi siete infelice, sommamente infelice; e come tale che non meritale voi?

Maria non fiatò, ma bassato il viso che tutto le porporeggiava, ritrasse la mano dalla stiva e pianto gli occhi in terra. — Non è egli vero che voi, povera Fioretta, siete infelice? insisté! altra fisandola pietosamente.

Quella neppur zittiva, e in cambio di rispondere levo un’occhiata rapidissima in faccia alla sua interlocutrice, la quale non comprendendo ii significato di quello sguardo lampante: — Perché mi guardate? la interrogo pigliandole carezzevolmente la destra; che è cotesto che siete divenuta rossa? Forse che la mia dimanda è indiscreta? In ogni caso perdonatela al cuore mio: esso me l'ha strappata di bocca. Ma posto che non vi sia grave, desidererei proprio che mi diceste voi, se vi par d’essere infelice. A me parete tanto, tanto!

— Tribolata si, infelice no; soggiunse l'altra.

— Come! non vi tenete infelice? Incalzo Flaminia attondando gli occhi per lo stupore; quanto mi fate meravigliare! Ma se voi non siete la più sfortunata creatura che si trovi sotto le stelle, io non saprei figurarmi quale altra possa essere. Voi di ricca e nobile siete declinata a una povertà di mendica; voi profuga dalla patria; voi un fratellino ucciso e un altro assediato in Gaeta; voi orfana della madre e fra poco forse anco del padre; voi abbandonata da tutti, senza un appoggio, senza un ricovero, senza un’anima che si pigli cura di voi. E con questo non vi credete essere infelicissima?

— No; replico posatamente la giovane; io non sono né mi credo infelice.

— Doh, voi mi fate sbalordire! io non capisco più niente!

— Dirovvì. Mia madre mi ha insegnato sempre, che infelice è non chi ha travagli e dolori, ma chi vive in disgrazia di Dio.

—Oh, ohi già voi Napoletani siete impastati di una certa vostra religione, che non si sa di che sorta sia. S’intende: io parlo dal tetto in giù. Voleva ben dir io che e’ c’era qualche equivoco sotto!

— Scusate, signorina; ma voi avete il torto a pensare che nel regno di Napoli si abbia una religione diversa. Noi siamo cristiani e cattolici come siete voi in Roma, e professiamo lo stesso Vangelo e Impariamo lo stesso catechismo.

— Via, mi sono male spiegata; si corresse qui la Flaminia con un sentore di sdegnuzzo; basti che ora ci siamo intese. In somma dalla disgrazia di Dio in fuori, voi vi accorgete di essere come un bersaglio della sinistra fortuna che vi affligge e vi toglie ogni bene; non è così?

Ella si strinse nelle spalle e non fece sillaba. Di che la Flaminia tutta ammirata si rimise in tacere, e cavato il mazzolino delle gaggie lo odorava pur guardando tra orgogliosa e compassionevole quella povera fanciulla, che sembrava alcun che ritrosa alle sue amorevolezze tanto sincere, tanto cordiali. Ed era verissimo. Civiltà e carità vietavano a Maria lo scoprire di proposito deliberato nessun indizio, benché minimo, della noia che sperimentava in sé medesima della vista e del tratto di questa giovane forestiera. Ma che servivaie dissimularla? Questa noia le traspariva mal suo grado negli occhi, nei gesti, nel contegno, in tutto, il suo di fuori. Mercecchè l’aspetto di Flaminia, il porgersi, il dire, e il tono stesso della voce di lei, sino dal primo incontro aveano ingeritole un tal nauseante disgusto della sua persona, ch’essa le riusci intollerabile affatto: né per quanto si sforzasse di soggiogare quello spontaneo movimento di contraggenio, potè fare che non lo sentisse vivo e costantemente ribelle a qualunque si fosse imperio della volontà. Da che avesse origine questa naturale avversione, sarebbe arduo investigarlo. Le leggi che si chiamano di simpatia e di antipatia sono così recondite ed arcane, che sfuggono alle cerviere pupille de' più sagaci nolomisti del cuore umano: tanto che v’ha chi, sconfidato di rinvenirle nelle disposizioni dell'animo, se le finge in un cotal fluido magnetico misteriosissimo non meno nell'essere che nell’operare. Forse potrebbe congetturarsi, che cotesta ripugnanza in parte nascesse dal ricordarsi ella molto bene il poco buon garbo usatole dalla Flaminia, quando le spedì quella limosina dei cinque scudi; ovvero dalla disamenità de’ suoi modi, dalla sua loquacità, dal suo portamento alteroso, dalla sua sconvenevole testardaggine in altercare col padre; e via via. Ma qual che ne fosse la ragione intima, il caso è che Maria non legava con l’altra, e che la sua presenza erale d’incomportabile rincrescimento.

Flaminia all’opposto, per uno di que’ bizzarri contrasti che dir sogliamo scherzi della natura, non prima ebbe veduta lei e uditala, che da un irresistibile impeto del cuore fu spinta ad amarla. Ella non sapeva né il come né il perché: ma al cospetto di questa misera fanciulla, che innanzi di conoscerla volentieri avrebbe umiliata per prendersi a spese sue un aura di vanità, ella si cambio in un’altra; e non pure dismise ogni iattanza, e sentì morirsi qualunque voglia di abbassarla, ma le si fe dolce e trattabile a paro di un’agnellella. Non ci era fumo di albagia o resticciuolo di superbia che le reggesse più nell’animo, appena volgeva un occhio a Maria. Anzi, tanta era la virtù prestigiatrice di questa tapinella, che svegliarle un vivo attraimento per sé, e invaghirla della sua amistà e compagnia fa una sola cosa. E per questo Flaminia non ebbe requie, sino a che non la tiro in disparte, e non fu libera di sfogarle quel certo che di passionale che le bolliva dentro, e che si risolveva in una accesissima brama di farsela amica e di guadagnarne la confidenza.

Nè le dimande, con le quali incomincio a manifestarle questa sua amorosità, erano senza scopo. Pian piano, e quasi per tentarne la mente, ella studiavasi di dare un tal giro al discorso, che cadesse come da sé in un invito a venire in Roma, a stabilirsi in casa sua e a convivere con lei, che le sarebbe stata in luogo di tenerissima sorella. Quindi avvistasi che la corda della infelicità di Maria non rispondeva bene all'intento suo, lascio di toccarla; e ne cerco un’altra che tornasse meglio in acconcio del suo disegno. Se non che sul bello delle sue indagini, ambedue rimasero atterrile dagli strilli e da’ pianti che si alzavano di là dall’andito. Perché levatesi ambedue corsero sgominate alla volta della cucina.

XXXVII.

Mentovammo già a luogo suo i rumori che la mattina di quel giorno dei ventidue Gennaio si erano divulgati nelle circostanze di Casamari; che cioè i Piemontesi, posti sotto il governo del generale di Sonnaz, marciassero a gran cammino dalla città di Sora e dal borgo dell’Isola, per sorprendere i Regii acquartierali nella Badia. Queste novelle dubbiose, ma niente improbabili, si sparsero io un baleno da un casolare ad un altro: e, come suol intervenire delle voci popolaresche le quali crescono In dismisura a mano a mano che si allargano, ogni momento d'ora ingrossavano per forma, che sul mezzogiorno tutti i contadini del vicinato, non che tenere per prossimo l'arrivo di quelle temutissime soldatesche, ma con la fantasia ne udivano lo strepito dei tamburi e delle trombe, e dalla lunga scorgevano i pennacchietti. dei Bersaglieri, e per poco non si sentiano stordire dal rimbombo delle artiglierie. Di che lo sgomento era universale, e tutti stavano all’erta, quali per fuggire e quali per asserragliarsi nelle stalle o nascondersi dentro i! fienili e i ripostigli delle grotte.

Vito, che così nominavasi il capo della casa ov’era ospitato Pellegrino, torno dal campo in quell’oca con la testa piena di sì fatte notizie paurosissime: e in un subito, riferendole ed esagerandole ebbe invasato la moglie e le figliuole di tanto terrore, che queste urlando e scarmigliandosi proruppero nel piagnisteo lamentevole, il quale fe gelare il sangue ai due uomini che conferivano sopra nella stanzetta, e alle due giovani appartate di dietro nella rimessa.

Quando Traiano, bianco in faccia come un panno lavato, dal mezzo della scala vide la massaia in ginocchio battersi la fronte e protender le mani supplichevoli ad una sacra immagine pendente dalla parete, e appresso lei le due fanciulle che si distrecciavan la chioma e stridevano smaniosamente, si fermo quasi colto da un fulmine c: — Che c’è? o Dio, che avete? chiedeva con gli spiriti ristretti e Incerto se dovesse finir di scendere; ma che è questo?

— Ah, signore, i Piemontesi sono nella Badia! grido la donna singhiozzosamente; prima di sera Dio sa che sterminio avranno fatto di noi! Ci avranno scannate tutte. 0 Vergine Santissima! salvatemi voi queste mie ragazze: ah poverette noi! Gesù Cristo benedetto, libera nos Domine dai nemici vostri! — E qui nuovi scoppii di pianto e doglianze acutissime, alle quali facevan coro i lai delle due forosette che basivano di femminile sbigottimento.

— I Piemontesi! in Casamari! ma voi sognate; brontolava Traiano sforzandosi di fare l'incredulo e il disprezzatore coraggioso di quello spauracchio.

— Sogniamo? salto fuori a rispondere Vito che stava ammucchiando tronconi di. albero per isbarrar l'uscio; i Piemontesi halli veduti il garzone del compare mio distendersi per la china della Madonna del Reggimento; e sovvi dir io che e' vogliono abbruciar il monastero, sgozzare i frati e fucilare tutti i cristiani che incontreranno sino a Veroli. Ma io il sangue mio e delle mie ragazze lo vendero caro!

In questa sopravvennero dal portico nella cucina le due giovani. Maria, intesa appena la spaventevole novità, compresse uno strillo d’orrore che le scappo inavvertitamente, e messasi per la scaletta volo al capezzale di Pellegrino. Flaminia impallidì ancor essa, e, immobile tra un'imposta della porticella e un cassone a panca, guatava con occhio trepido il padre che riguardava lei come uno imbalordito. — Noi, che facciamo noi? gli dimando ella poscia con una vociòlina esile e tremolante.

— Lo chiedi a me? ah trista cocciuta! ecco il frutto delle tue caparbietà! Se non era la tua caponaggine, noi ora saremmo in Veroli.

— Bene, mi piace! lo rimbecco con una smusatura da impermalita; tutto il male già sempre ho da farlo io. Se il cielo cascasse, mia sarebbe la colpa. Dunque restiamo anche noi con questi contadini, ed aspettiamo che i Piemontesi vengano e ci trucidino con le baionette.

— Che baionette! che trucidare! I Piemontesi, corpo di un cannone, sono soldati onoratissimi; leoni nei campi di battaglia, ma fiore di galantuomini verso la gente pacifica. Non torcerebbero un’ala a una mosca!

— Sì eh? sì eh? gli diè sulla voce la massaia un po’ piagnente e un po’ scandolezzata; non torcerebbero un’ala a una mosca? Belli i miei galantuomini che ammazzano, rubano, scannano, incendiano e fanno più strage di persone innocenti essi in un’ora, che non ne farebbe in un mese l’esercito di Satanasso!

— Coteste sono calunnie belle e buone.

— Perdonate; ma voi non li conoscete; ripiglio il villano; noi vediamo e sentiamo tuttodì gli Abruzzesi che a turbe calano dalle montagne, e si ricoverano in questi siti per fuggire dai Piemontesi: e ci narrano cose che fanno riprezzo. Da dieci in su sono i villaggi ridoni in cenere: tutte le chiese profanale, che manco i Turchi non le contaminerebbero in quel modo: quanti montanari afferrano, tanti ne moschettano. Le capanne, i granai, le masserie, i fienili tutto messo

a sacco e a fiamme. È un finimondo! Io ho parlato con un pover'uomo a cui hanno squartata la moglie, e ucciso il fratello prete mentre dava l’assoluzione a un vecchio ferito. E il resto che fanno que diavoli scatenati, non ve lo dico perché il tetto è basso, e voi mi capite.

— Pur troppo grandi nefandità si commettono; lo so ancor io! soggiunse Traiano; ma non dai Piemontesi.

— E da chi dunque?

— Dalla marmaglia che si è mescolala con loro, e che vitupera il loro nome e la loro bandiera. Credete a me, il vero soldato sardo è bravo, è onesto, è cristiano.

— Se i Piemontesi sono i cristiani che pretendete voi, o perché allora tengono con sé tutto questo lezzo di sporchi e ladri sgherracci?

— Per necessità di politica. Che volete? nessuno è padrone in questo mondo di fare ciò che andrebbe fatto.

Il valentuomo aveva un bel dir egli. Intanto che scaldavasi a tarare le amplificazioni di quei rozzi ingegni, a lui però non bastava il cuore di fare pur capolino dall'uscio o dalla finestra, e mendicava mille scuse per differire la sua tornata in Veroli, e prender lingua innanzi di avventurarsi al passo di Casamari. Al termine di un’ora e mezzo si fu in chiaro che i Piemontesi non erano apparsi, e che le milizie spuntate dall’altura del colle intorno la chiesolina, detta la Madonna del Reggimento, erano quelle dei Napoletani che, apparecchiandosi a disalloggiare dalla Badia, spiavano il paese. Quest’annunzio rassereno alquanto Traiano. Fu tosto sopra a pigliare comiato dall’infermo, il quale, per la distretta angosciòsa, si dibatteva in un parosismo di convulsione, ed era quasi privo di sentimento; e rimontato in calesse con la figliuola, si rimise in. istrada. Il viaggio riuscì prospero. Ma sull’imboccare la porta della città egli fu scosso da un cupo e lontano fragore, che somigliava al rimbombar del cannone.

Si fermò: stette in orecchi. Che dubitarne? Il cannone rintronava dalla banda di Casamari.





















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