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Plebano si considerava un bravo economista e in effetti lo era. La sua opera però si presenta come una sponsorizzazione (non sappiamo quanto richiesta dalla Banca Nazionale oppure trattasi di una azione spontanea da parte dello studioso) a favore dell’assegnazione alla Banca Nazionale del ruolo di Tesoreria di Stato.

Egli enumera ed illustra, fra l'altro, tutte le ragioni per cui era necessario che sorgesse una unica banca di emissione e che questa ovviamente dovesse essere la banca piemontese.

Non tralascia di sottolineare in qualche passaggio le qualità del Banco di Napoli e il prestigio di cui godeva nelle provincie meridionali ("gode in esse un’illimitata fiducia"), poi però dice che non si trattava di una vera banca e che suddividere il servizio di tesoreria fra le due banche sarebbe stato un errore enorme ("lungi da noi il pensiero di disconoscere nel Banco di Napoli i servizi che ha reso e rende, di menomare la venerazione nella quale, per ragione della sua antichità", "talvolta il Banco di Napoli, anche nelle sue operazioni di credito, siasi troppo ricordato dell’originario suo carattere di opera di misericordia", "altre difficoltà derivano dal carattere speciale del Banco di Napoli, che è un instituto generis, né carne né pesce, senza capitale disponibile, la cui gestione non è sorvegliata e diretta da quell’Argo dai cento occhi, che è l’interesse particolare").

Infatti non lo fecero quell’errore: la tesoreria fu affidata alla Banca Nazionale. Non certamente per ragioni economiche, soltanto perché la banca sabauda era ben protetta dal potere politico fin dai tempi di Cavour e i nostri parlamentari, fra cui economisti del calibro di Ferrara e di Scialoja, posero tutta la loro scienza al servizio dei colonizzatori.

Addirittura il Plebano in un passaggio di questa sua opera si rammarica che alcune ottime procedure del Banco di Napoli non fossero state estese a tutto il Regno magari con qualche correttivo – questo scrive nel 1869. Il disastro meridionale iniziato con la dittatura garibaldina sta per raggiungere il suo compimento, con l’asservimento definito del sistema finanziario meridionale agli interessi tosco-padani.

Da allora si dovrà aspettare Tremonti per trovare un uomo di stato che, seppur per motivi strumentali, riconoscesse il principale problema del meridione, quello di essere l’area territoriale debancarizzata più vasta d’Europa.

L’unico studioso che ha provato a dimostrare la colonizzazione bancaria del sud, dati alla mano, è stato Nicola Zitara, con la sua ultima opera: L'invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria, Editore Jaca Book, 2011.

Zenone di Elea – 15 Agosto 2014

LA QUESTIONE DELLE BANCHE ED IL SERVIZIO DI TESORERIA

PER ACHILLE PLEBANO E ADOLFO SANGUINETTI

FIRENZE - REGIA TIPOGRAFIA.

1869

(1)

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Dans tous les pays do monde, il y a une classe de services qui, quant a la manière dont ils sont rendus, distribués et rémunérés, accomplissent une évolution tonte autre que les services privés ou libres. Ce sont les services publics.

Quand un besoin a un caractère d’universalité et d’uniformité suffisant pour qu’on puisse l’appeler besoin public, il peut convenir a tous les hommes qui font partie d’une même agglomération (Commune, Province, Nation) de pourvoir à la satisfaction de ce besoin par une action ou par une délégation collective.

Bastiat, Harmonies économiques.

Il n'y a pas en ce moment de Banque en France, il n’y en aura pas de quelques années, parce que la France manque d’hommes qui sachent ce que c’est qu’une Banque. C'est une race d’hommes à créer.

Napoléon I au Conseil d’État dance le séance du 2 août 1806.

AL LETTORE

Nei giorni che corrono per l’Italia, in tanto avvicendarsi di poco generose passioni e di ire partigiane, scrivere un libro intorno ad una questione vitale ed ardente quale è la questione delle Banche; e scrivere sostenendo l’unità d’emissione, caldeggiando il passaggio del servizio della Tesoreria alla Banca nazionale, parrà a molti opera assai coraggiosa.

E lo è veramente. Oramai in Italia — è grave il confessarlo, ma è verità — siamo arrivati a tal punto che chi non ami suscitare contro di se il sospetto, chi non voglia esporsi agli strali della calunnia, o debbe tacere, o, se in qualche argomento di pubblico interesse si attenti di aprir bocca, deve adattarsi a solleticare le passioni dominanti, far di cappello al pregiudizio in trono.

Eppure, se mai vi fu momento nel quale fosse mestieri che gli uomini onesti si scuotessero, che la verità vera venisse, in qualsiasi argomento, francamente e con coraggio manifestata, è appunto il momento in cui l’Italia ora si trova.

E quindi l’adempimento di un dovere di onesti cittadini quello che noi, pubblicando questo studio intorno alla questione delle Banche, crediamo di compiere.

Prevediamo tutto ciò a cui andiamo incontro con questa pubblicazione. Ove per avventura non ci salvi l’oscurità del nostro nome, il meno che possa accaderci sarà di sentirci proclamare venduti alla Banca, satelliti del monopolio.

Fortunatamente assai prima d’ora imparammo a manifestare con libertà, con franchezza e senza paure quello che il nostro studio ci rivela per verità; sicuri nella nostra coscienza, poco ci cale del giudizio dei malevoli, o degli interessati.

Nel dettare queste pagine noi non cercammo l’appoggio di alcuno, né indagammo quale fosse, nell’argomento, l’attuale pensiero di chicchessia. Se qualcheduno dei nostri concetti si accosta alle idee che dal Governo furono manifestate, molti altri — ne siamo persuasi — si scostano dalle vedute di esso. Non per questo noi ci arrestammo; nostro scopo è l’esporre la verità quale cogli occhi nostri la vediamo.

La questione delle Banche è per molte ragioni questione essenzialissima in Italia. Guai se l’errore e la passione riuscissero a darle un falso indirizzo! Guai se ai tanti mali che in Italia si lamentano e lo sviluppo della prosperità paralizzano, s’aggiungesse il pericolo continuo ed incessante di crisi commerciali, come quelle, che, in altri tempi, funestarono l’Inghilterra e l’America!

E l’errore — anche senza contare la forza della passione ed i clamori degli ingiusti interessi — è assai potente; perché in Italia, dove molto si declama e si discute, ma poco si medita e si studia, la questione delle Banche non è conosciuta. «La France, diceva Napoleone I, manque d’hommes qui sachent ce que c’est qu’une Banque; c’est une race d’hommes a créer. » È ciò che potrebbe benissimo ancora ai giorni nostri dirsi dell’Italia. Il compito della Banca confuso coll’emissione della carta; il meccanismo del credito confuso coi capitali, che del credito sono la materia prima; la creazione del biglietto scambiato colla diffusione del credito; — sono errori che assai spesso avviene in Italia di sentir ripetere non nelle piazze tra il volgo, ma sui giornali, nei libri, alla tribuna parlamentare.

Egli è che le somme verità della scienza economica sono ancora, presso di noi, frutti che pochi sono riusciti a gustare.

Al difetto di sani principii, nella questione delle Banche s’aggiunge un’altra circostanza, che non poco influisce a sviare le menti.

Nella questione delle Banche fu pronunziata la parola libertà. Chi è. che possa non sentirsi trascinato dal suono di così magica parola? Noi stessi — non ci duole il confessarlo — trascinati dal sentimento, dubitammo lungo tempo se col concetto della libertà non dovesse tale questione risolversi.

Uno studio più profondo della questione, l’esame delle molte discussioni che intorno ad essa ebbero luogo, le indagini sulle pratiche conseguenze dei vari sistemi bancari finora in uso.

ci mostrarono che nella questione delle Banche la libertà non è in causa — o, diciamolo francamente, se qualche libertà è in questione è, come diceva Cobden, autorità certo non sospetta, la libertà della soperchieria.

Certo, il commercio bancario deve esser libero da ogni vincolo al pari di qualsiasi altro ramo di commercio e di industria; ma l'emissione della carta circolante come moneta sfugge dalla sfera del semplice commercio bancario, per rientrare in quella dei servizi pubblici, dei servizi che naturalmente e necessariamente debbono, in un modo o nell’altro, essere affidati all'azione collettiva.

Certo la diffusione del credito è uno dei massimi interessi per un paese; ma la diffusione del credito, ed il capitale a buon mercato non dipendono dall’emissione della carta; anzi allora solo il credito potrà con sicurezza ampiamente diffondersi, potranno i capitali essere a buon mercato, quando sia mantenuto fisso ed inalterabile lo strumento degli scambi, che è pure il misuratore dei valori. E tale inalterabilità non si concilia coll’emissione lasciata alla libera concorrenza.

Coll’unità dell’emissione si teme da taluni la prepotenza di qualche istituto di credito. Mostréremo quanto sia vano codesto timore. La potenza di un istituto di credito significa una forza economica che agisce a vantaggio di tutti. Il giorno in cui questa forza volesse indirizzarsi ad altra, meta, cesserebbe di essere una forza. La Francia, l’Inghilterra, il Belgio non corsero mai alcun pericolo per la potenza delle loro Banche; ma anzi dall’azione di esse grandemente si avvantaggiarono.

La potente istituzione di credito che, per le vicende di questo primo decennio del regno italiano, presso di noi sorse, mira a concretare ed ha oramai concretato il principio dell’unità d’emissione. — Perciò solo noi partegiamo per essa, non escludendo però la possibilità di qualche riforma, quando su tale terreno la discussione volesse portarsi.

Dalla Banca nazionale italiana è utile tragga il Governo il miglior partito possibile anche nell’organizzazione della pubblica azienda; ed è perciò che noi sosteniamo la convenienza di affidarle il servizio di Tesoreria, come fu fatto da altre nazioni, che sulla via della prosperità di gran tratto ci precedono.

Tali sono i concetti che in questo volume abbiamo cercato di svolgere.

Ma sebbene per compiere questo studio abbiamo attuato il principio dell’unione delle forze e della divisione del lavoro, non ci illudiamo al punto di non conoscere che incompleta è l’opera nostra. Molte questioni furono appena accennate, mentre sarebbe stato necessario svolgerle ampiamente; taluna forse fu dimenticata.

E un lavoro fatto nel breve volgere di poco più di un mese, e tramezzo a molte altre cure. Voglia il cortese lettore ciò ricordare nel pronunziare il suo giudizio.

Non sarà tuttavia peccare d’immodestia il credere che questo volume, principalmente per gli importanti documenti che racchiude, possa tornare non del tutto inutile a chi della questione delle Banche voglia occuparsi.

Vi ha del resto una parte di esso che basta da sola a dare al libro il massimo valore; è la parte che contiene i principali discorsi parlamentari del conte di Cavour, sull’importante argomento del quale noi discorriamo.

Per quanto incompleto e monco sia il nostro lavoro, appoggiato alle idee ed alle opinioni del sommo Statista — propugnate già dai Cobden, dai Peel, dai Gladstone, dai Frère-Orban, dai Wolowski ed approvate dal fatto in quasi tutta Europa — ha per ciò solo ragione di essere, né potrà dirsi del tutto indegno di considerazione.

Firenze — luglio 1869.

A. Plebano.

Adolfo Sanguinetti.

CAPITOLO PRIMO

Sommario. — La Banca — Sua origine — Sua trasformazione — Sua missione — Principali suoi mezzi d’azione — Il biglietto di Banca — Sua genesi — Delimitazione della questione delle Banche .

I.

Tra le più gravi questioni che, in Inghilterra, in Francia, in Germania ed in Italia, furono e sono in questi ultimi tempi discusse e non solo nel campo della pubblica economia e della legislazione industriale, ma eziandio un tal poco, principalmente in Italia, nel campo della politica, è degna della massima considerazione la questione delle Banche. Essa si svolge nella sfera del eredito; e sebbene il credito non sia quella magica potenza clic da un istante all’altro può trasformare la condizione del mondo, come taluno crede, esso però, non può sconoscersi, è una dello più potenti leve pel miglioramento di tutte le classi sociali.

Dotte, profonde e numerose sono le discussioni che nelle Accademie, nei Parlamenti e nelle Commissioni d’inchiesta, su tale argoménto avvennero; voluminosi sono gli scritti che intorno ad esso si pubblicarono. Formerebbe una mezza biblioteca chi, tutto quanto si disse e si scrisse sulla questione delle Banche da trent’anni a questa parte, volesse radunare, ed una gran parte della vita sua dovrebbe spendere chi tutto volesse leggere, esaminare e profondamente, come si conviene, meditare. Due radicali opinioni si contendono la palma; entrambe stanno appoggiate a gravissime considerazioni; entrambe sono difese da autorità di primo ordine; l’una parla al cuore il magico linguaggio della libertà, l’altra si presenta sotto l’egida della bandiera del pubblico interesse.

Qual’è la vera, quale è quella che più consentanea può dirsi alla natura delle cose, che meglio risponde ai pubblici bisogni?

Pel desiderio di avere un sicuro criterio intorno ad una questione cosi grave e che cosi davvicino si attiene alla vita del paese, noi abbiamo, per quanto almeno ci fu possibile, seguite le fasi principali del dibattimento; e molte tra le discussioni dottissime, che, massime in Francia ed in Italia, ebbero luogo, e non poche tra le principali scritture, che da varii tra i più rinomati economisti si vennerÒ pubblicando, abbiamo esaminate.

Confessiamo però francamente che fummo a lungo titubanti prima di saper dare una risposta alle suaccennate domande.

Le considerazioni che si contengono nelle prime parti di questo lavoro presentano la genesi delle idee per le quali arrivammo a formarci una convinzione nel difficile argomento.

Potranno le nostre parole egual convinzione infondere in qualcheduno dei lettori? — Lo speriamo.

Ad ogni modo però, se anche solo riusciremo a delineare, in modo abbastanza chiaro e preciso, la fisionomia della questione, sbarazzandola di tutto ciò che ad essa naturalmente non s’appartiene e per cui, molte volte, andò si stranamente confusa e complicata; se riusciremo a disporre, con sufficiente ordine, e per quanto nei ristretti limiti che ci siamo segnati può farsi, gli argomenti coi quali dall’una e dall’altra parte si combatte, nutriamo fiducia che il nostro lavoro non tornerà opera del tutto inutile.

Per arrivare però a stabilire anzitutto ben nettamente in che cosa la questione consista, ci è mestieri premettere alcune poche considerazioni intorno all’origine della Banca, alla vera natura ed all’importanza dello sue funzioni, alle principali modalità con cui vengono queste funzioni esercitate. Ciò faremo però colla massima brevità; ché se tale esame è, per lo sviluppo del nostro studio, indispensabile, non vogliamo troppo a lungo intrattenere i nostri lettori su cose che, per certo, essi ci insegnano.

II.

Come di molte altre istituzioni, che occupano nel mondo importantissimo posto, assai modeste ed umili sono le origini del commercio bancario. Egli è d’uopo risalire a quei modesti commercianti che, come già ai tempi di Roma e di Atene, principalmente nell’età di mezzo, con nomi diversi, in molte città d’Europa tenevano in pubblici luoghi un Fatico, sul quale venivano facendo il cambio delle monete. È da quel modestissimo Banco, è da quella limitata funzione di cambiare le specie metalliche, che il nome e la primissima sua origine prese un’istituzione, la quale esercitò e vieppiù esercita sul progresso economico del mondo larghissima influenza.

IL commercio del cambiamonete, utilissimo, anzi indispensabile, in tempi nei quali, quasi ad ogni passo di territorio, una nuova specie di moneta s’incontrava, dall’abuso delle frequenti alterazioni resa d’incerto valore, il commercio del cambiamonete, diciamo, per la stessa sua natura, che il costituiva come il depositario di tutte le specie monetate, a poco a poco attirò a sò buona parte dei risparmi dei particolari, che volentieri andavano a deporre al banco del cambiavalute il risultato delle loro economie, onde trarne qualche profitto. Per la stessa ragione, a poco a poco, cominciarono pure a rivolgersi al Banco coloro ai quali occorreva bisogno di prendere a prestito. E cosi il Banco, accogliendo da una mano i risparmi, prestando dall’altra a chi gliene faceva richiesta, si venne a costituire intermediario tra la domanda e l’offerta di capitali, dando origine alla funzione che anche oggi costituisce l’essenza del commercio bancario.

Viemaggior sviluppo presero gli affari dei Banchi allorquando, inventata e passata in uso la cambiale, ad essa si estesero le loro operazioni, che dapprima alle sole specie metalliche erano limitate. Invece di prestare soltanto sopra obbligazioni scritte o verbali emesse direttamente dai mutuatari, cominciarono a prestare sopra cessione di lettere di cambio di biglietti all’ordine; cominciarono, in altri termini.

a dar luogo a quelle operazioni, che ora, sotto vario nome e con varie forme, si compiono rispetto agli effetti di commercio.

Il commercio bancario, che dapprima solo privati individui esercitavano, non tardò, coll’acquistare importanza, a dar campo alla associazione, onde sorsero quei potenti istituti che il nome di Banche oggi ancora ritengono.

Quale sia stata nel mondo la prima istituzione bancaria, non è cosa ben chiaramente stabilita, e non poche sono, su tale punto, le discordanti opinioni. Vi ha taluno, secondo il quale, fin dall’anno 800 dell’Èra volgare, avrebbero esistito nella China istituzioni di Banca aventi, presso a poco, la missione che le Banche moderne esercitano nel mondo. Anche in ciò, come, secondo si pretende, in molte altre cose, la China, nella quale ora ogni progresso sembra essersi in modo assoluto arrestato, avrebbe in altri tempi camminato assai innanzi a tutte le altre nazioni.

Ma lasciando a parte la China e restando in Europa, quello che pare in modo certo stabilito si è, che la prima istituzione, che meriti il nomo di Banca, sorse in Italia; se v’ha a questo riguardo qualche dissenso, sta solo nel decidere se a Genova, od a Venezia debba il primato attribuirsi. Secondo l’opinione più generalizzata alla potente repubblica Veneta tale onore si appartiene. È verso la metà del secolo XII che dalla fusione di tre antichissimi Monti sorse in Venezia una vera Banca. La Banca di S. Giorgio in Genova è di data meno remota.

La moneta di banco, colla quale, facendo astrazione dal valore legale delle specie metalliche e solo considerandole nel loro valore reale, si pose argine ai danni delle frequenti e scandalose alterazioni; — il giro partita, col quale da uno ad altro individuo, senza bisogno di alcun spostamento materiale, si trasmettevano somme, si pareggiavano conti, — sono preziose invenzioni di quei tempi, nelle quali ebbero la prima loro origine invenzioni analoghe dei tempi moderni.

Como le istituzioni bancarie siansi a poco a poco dall’Italia estese alle altre parti d’Europa; quali siano i paesi che primi le Banche italiane imitarono; quali le vicende generali a cui siffatte istituzioni furono, col volgere del tempo, sottoposte;

quali i miglioramenti che a poco a poco, nelle modalità della loro esistenza, s’andarono introducendo; quale, in una parola, sia la storia di esse, non è certo nostro intendimento l’esaminare. Lunghe e difficili indagini sarebbe a tal uopo necessario intraprendere attraverso la storia politica dei varii popoli, parallelamente al rivolgimento delle loro idee economiche; non è esame codesto che da noi qui possa non che compiersi, immaginarsi, e d’altronde non è allo scopo nostro affatto necessario.

Una sola considerazione dobbiamo fare in passando, ed è che, anche nella sfera del commercio bancario, l’Italia fu maestra al mondo; eppure anche su tale terreno tanto essa si lasciò vincere dai proprii discepoli, che, e nell’organizzazione dello Banche, ed in genere in tutto ciò che ha tratto allo sviluppo del credito, noi ci troviamo, non diremo affatto al disotto di qualsiasi nazione, ma certamente assai lontani da quella meta cui i principali paesi del mondo seppero, con immenso loro profitto, raggiungere. Le forme che il credito ha prese in quei paesi, le varie e molteplici modalità colle quali s’insinua, per cosi dire, in tutti i meati della loro vita economica, per portarvi l’attività ed il vigore, presso di noi o sono sconosciute affatto, o stanno tuttora tra i desiderii degli scienziati. Non ci resta, anche in ciò, che la gloria del passato; davvero però che è assai magro compenso.

Speriamo in migliore avvenire e torniamo intanto al nostro argomento.

III.

L’origine della Banca mostra quale sia l’essenziale, anzi la vera ed unica sua funzione. Essere intermediaria tra l’offerta e la domanda di capitali; raccogliere da una parte per spargere dall’altra quel compagno indispensabile del lavoro, quell’elemento essenzialissimo della produzione che si chiama ilcapitale; ecco quale è la missione vera della Banca.

Essa, per servirci di una similitudine materiale, ma abbastanza espressiva, funziona come una tromba aspirante; attingendo alla massa dei risparmii che il lavoro va formando, li distribuisce alle industrie, per fecondarle, per vivificarle.

Però, se questa similitudine esprime in tutta la sua verità la sostanza della missione della Banca, non basta a dare un idea esatta di tutta la potenza di questa istituzione, quando voglia concepirsi sviluppata e progredita al livello dei suggerimenti della scienza moderna.

La Banca in tal modo costituita non è più una semplice trasmettitrice di capitali; essa fa assai di più; essa elabora, essa crea, quasi può dirsi, la materia stessa che forma l’oggetto della sua azione.

«La Banque telle qu’aujourd’hui nous l’entendons, dice l’Horn, va plus loin; à l’offre qu’elle recueille —c’est surtout l’argent des depòts proprement dits — s’ajoute l’offre qu’elle produit, pour ainsi dire. Elle produit de l’offre en concentrant et fusionnant les moindres parcelles d’argent, pour en faire des sommes offrables, prêtables; elle la produit en saisissant au vol toutes les sommes grandes et petites, dans les moments où le propriétaire ne les utilise pas, pour les porter là ou on les fécondera. C’est la Banque qui dote le capital naissant ou renaissant, le capital flottant, de cette quasiubiquité et de cette mobilité presque perpétuelle, par lesquelles seules la société en progrès peut suffire à ses besoins croissants en capital roulant, et en capital fixe (1). »

Seguendo i dotti studi del surricordato scrittore, esaminiamo ad uno ad uno i principali mezzi coi quali la Banca si procura il capitale, che è l’oggetto della sua missione, e tutta la potenza, tutta la immensa utilità della sua azione, si farà viemeglio manifesta.

La Banca raccoglie le piccole frazioni di danaro che da sole non possono che rimanere inutilmente giacenti, e ne costituisce dei capitali atti a passare all'opera della produzione.

(1) La liberté des Banques.

Sui 25 milioni d’abitanti che conta l’Italia, supponiamo che vi siano cinquecento, quattrocento, anche solo cento mila individui — il numero poco importa ora — i quali, sul totale dei loro redditi, riescano a risparmiare dieci, quindici o venti lire al mese, coll’intendimento di procurarsi a poco a poco il capitale necessario per una qualche proficua operazione, per fare un qualche acquisto. L’ipotesi è ragionevole, ed anzi, prendendo una media di duecento mila individui con un risparmio di dieci lire al mese, ci troveremo per certo al disotto della realtà, se questa fosse in qualche modo possibile accertare.

Ognuno di questi provvidi individui, alla fine di ciascun mese, collocherà, con gran cura, il suo pezzo da 10 lire in qualche sicuro nascondiglio, ove lo terrà, con tutti gli altri collocati precedentemente, in inutile ozio fino a che, a forza di accumulare, si trovi compiuta la somma della quale abbisogna. Consideriamo il risultato complessivo di tutte queste ducento mila operazioni di risparmio e che cosa troveremo? — Troveremo per ogni mese un capitalo di due milioni, che se ne giace inerte; per ogni anno ventiquattro milioni sottratti alla produzione. Facciamo il cumulo di tutti gli anni che debbono trascorrere, prima che colla sua operazione di inerte risparmio abbia ciascun individuo cumulata la somma della quale abbisogna, e troveremo dei capitali enormi, che in tal modo dormono per anni ed anni, sottratti alle crescenti domande delle industrie e del commercio.

Se una istituzione vi esista, la quale, raccogliendo, attirando a sè tutte queste piccole molecole di risparmio, le concentri e le riunisca — essa si troverà per ciò solo ad avere formati degli importanti capitali disponibili fin dal primo momento, con grande vantaggio non solo dell’industria e quindi della prosperità del paese, ma di coloro stessi ai quali il risparmio appartiene. I quali, coll’accumularsi della parte di profitto che al loro risparmio, fatto attivo, e produttivo, è dovuta, vedranno assai prima, che non col risparmio inerte, formata quella somma di capitale che era loro intenzione venire preparando.

Or bene, l’attirare a sè le piccole molecole di risparmio e formarne dei capitali disponibili è appunto una delle operazioni che nella sfera d’azione della Banca si comprendono, una delle forme sotto le quali la Banca compie la sua missione.

Dicemmo che questa operazione è utile alle industrie ed alla prosperità del paese; potremmo meglio dire che è operazione necessaria al movimento economico del paese stesso. Quelle particelle di risparmio che la Banca ha per missione di riunire e combinare, onde formare dei capitali nuovi, sono, a loro volta, bene spesso, frazioni di capitale circolante che, nell’operazione d’una precedente produzione, andò diviso e sparpagliato in molte mani. Ove la riunione loro, la ricostituzione del capitale non avvenisse, la massa dei capitali circolanti, alla quale le industrie attingono le loro risorse, e che, per la tendenza naturale del capitale ad immobilizzarsi, già si va quotidianamente assottigliando, troppo lentamente verrebbe risanguata, ed il movimento industriale correrebbe rischio di arrestarsi od almeno rimanere inceppato.

Con un secondo modo d’azione la Banca si procura i capitali che le abbisognano per attendere al compito suo. Essa coglie, per così dire, al volo tutti i capitali momentaneamente disoccupati, e, togliendoli alla temporaria inerzia cui sono dai loro proprietari condannati, li rivolge a vivificare la produzione. Tutte le industrie di qualunque natura, di qualunque specie, possono essere contemplate in questo secondo modo d’azione della Banca. Il pristinaio che, vendendo giornalmente il prodotto della sua industria, ne tiene giacente in cassa il prezzo sino alla fine della quindicina, alla fine del mese in cui deve pagare i suoi operai, in cui deve rifare le sue proviste di farine; il venditore in dettaglio di qualsiasi merce, il quale ritira ogni giorno una parte del capitale che deve venire accumulando per pagare le sue cambiali al negoziante in grosso, od al produttore, per soddisfare la pigione della sua bottega; in una parola, tutte le industrie, tutti i commerci che hanno incasso giornaliero e spendono a periodi assai più lunghi, tutti sono costretti a tenere inutilmente giacenti delle somme che se, prese individualmente, sono di entità limitata, cumulate tutte insieme ascendono a cifre colossali di capitale, che rimane infruttifero per chi il possiede e pel paese che lo reclama.

Non è possibile il presentare a questo riguardo alcun calcolo; ma non ne è mestieri; la cosa è per sé evidente.

Or bene, sorga un’istituzione di credito che di tutte codeste somme s’impadronisca pel periodo di tempo che rimarrebbero inerti, e quale potente aiuto non potrà con esse, tale istituzione, somministrare all’opera della produzione? Ed ecco un altro dei compiti ai quali la Banca, nel generale suo concetto, debbe provvedere.

Ai capitali creati colle molecole di risparmio, a quelli elio la Banca mette in moto nel periodo in cui, passando dall'una all’altra produzione, rimarrebbero inerti, s’aggiungano in generale tutti i capitali dei quali il possessore non sa o non può trarre profitto, ed i quali pure sono dalla Banca raccolti e messi a disposizione del lavoro; — e si avrà un’idea abbastanza esatta dell’utilità immensa delle Banche, e del modo col quale esso si procurano la materia prima, per così dire, della loro industria.

Non abbiamo bisogno di ripetere, che quanto fin qui dicemmo riguarda l’azione della Banca nel suo concetto generalo e quai astratto, della Banca quale potrebbe e dovrebbe essere per soddisfare alla missione che, per sua natura, ha nel movimento economico del mondo. È inutile aggiungere che siffatto concetto è assai lontano dal trovarsi presso di noi realizzato. Le sane idee economiche non hanno ancora in Italia messo abbastanza profonde radici, l’educazione dello nostre popolazioni, le loro abitudini non sono ancora abbastanza a tali idee informate, perché il risparmio ed il credito si trovino in tal modo organizzati, e l’attività dei capitali sia quale dovrebbe essere.

Le casse di risparmio, i depositi, i conti correnti presso le Banche, già vanno operando quel concentramento di capitali del quale avanti 'abbiamo ragionato; ma l’operazione è ancora ristretta in assai limitata sfera. «Combien de chemin (dice Horn, parlando della Francia, ed a più forte ragione noi possiamo dire dell’Italia) n’avons nous à faire pour nona mettre sur ce point, au niveau de l’Angleterre, de l’Écosse des États Unis, où le crédit accomplit cette fonctionlà de la manière la plus largo et la plus féconde!! (1)»

(1) Op. cit

Quella che fin qui esaminammo non è che una parte dell’azione della Banca; considerammo, cioè, la Banca nel momento in cui, quale tromba aspirante, va assorbendo in vario modo i capitali. Ci resta ad esaminarla nel momento in cui i capitali assorbiti riversa e sparge a fecondar l’opera della produzione. E qui dobbiamo entrare nell'esame della questione del credito, sotto taluna delle principali sue forme.

IV.

Principale tra i mezzi coi quali la Banca mette in movimento i capitali dei quali dispone, è lo sconto. — Lo sconto ha tratto alla lettera di cambio. Tizio--- vende a Cajo delle merci pel valore di L. 10,000; Cajo non tiene al presente il valore necessario per pagare a pronti contanti, ed ha bisogno di avere a sua disposizione le merci che sono la materia prima della sua industria. Che fa egli? Rilascia a favore di Tizio uno scritto, nel quale si riconosce debitore della somma di L. 10,000 e si obbliga a pagarla fra tre mesi. Ma Tizio si trova nella necessità di incassare prima della scadenza tale somma. Come può provvedervi? Interviene la Banca ed assumendosi l’incarico di riscuotere da Cajo alla scadenza la somma in questione, tale somma anticipa a Tizio, ritenendosi, bene inteso, l’interesse sulla medesima ragguagliatamente al tempo che dovrà decorrere pria che il giorno della scadenza arrivi.

Ecco lo sconto nella nuda sua semplicità. Lo sconto può farsi e si fa da privati con capitali loro proprii; la Banca lo fa coi capitali che si procura nel modo che prima d’ora abbiamo indicato, facendosi cosi intermediaria tra il capitalista che cerca impiego pel suo capitale ed il creditore della lettera di cambio che abbisogna di anticiparne l’esazione; o, per meglio dire, tra il capitalista e colui che, firmando una cambiale, ha richiesto l’aiuto del credito per proseguire le sue operazioni. Lo sconto può intervenire dopo che la cambiale passò per molte mani, servi per compiere molti affari, per saldare successivamente molti debiti, ma la natura dell’operazione non muta per questo; è sempre un atto di credito che si compie a favore di colui, il quale, possessore di una cambiale che gli dà diritto all’incasso di una somma ad una determinata scadenza, tale somma fin d’ora ottiene.

Dovremmo anzi dire un atto di credito a favore di tutti coloro che, per aver emesso o per aver girata una cambiale, si trovano su di essa inscritti; perché tutti, per la natura della cambiale e per volere delle leggi, restano obbligati al pagamento in difetta del vero debitore, di colui, cioè, dal quale l’atto di obbligazione fu emesso.

E questo vincolo che tutti insieme lega coloro, per le mani dei quali la cambiale è passata, mostra, per accennarlo di passaggio, quanto sia erronea l’opinione di quegli scrittori che nell’operazione dello sconto, piuttosto che un atto di credito, vogliono riconoscere un atto di compravendita deU’effetta scontato.

Lo sconto è eminentemente un’operazione di credito; perché riposa essenzialmente sulla fiducia personale, 'come è operazione di credito, ed ha base sulla fiducia personale, l’accettazione di una cambiale. Tra l’accettare una cambiale in pagamento e lo scontarla, non v’ha altra differenza se non questa sola, che chi fa lo sconto ha per sua garanzia due debitori in luogo di uno solo.

Quale sia l’utilità che dallo sconto deriva, basta quanto dicemmo intorno alla sua natura, perché sia ad evidenza manifesto. Mercè di esso i capitali occupati nelle industrie, nei commerci, appena compiuta un’opera di produzione, ritornano incessantemente e senza arrestarsi ad intraprendere un’opera nuova, e così il movimento della produzione si fa attivo e vivace; i suoi resultati si moltiplicano; la prosperità pubblica progredisce.

Lo sconto dà luogo talvolta al riesconto. La Banca dopo aver impiegato un capitale nell’anticipare ad un portatore di un effetto di commercio l’ammontare di esso, può aver bisogno o convenienza di non aspettare fino alla scadenza dell’effetto medesimo il ricupero della somma anticipata; oppure può esservi chi l’effetto scontato desideri avere per regolarizzare pagamenti ai quali esso può utilmente servire.

Allora si fa il riesconto; vale a dire la sostituzione di un terzo in luogo e vece della Banca rispetto all’effetto scontato, mediante restituzione alla Banca della somma anticipata. Il riesconto ha la natura stessa dello sconto; è, più che altro, una nuova fase d’una sola operazione.

Non solo collo sconto, ma anche colle anticipazioni opera la Banca. Le anticipazioni possono farsi in doppio modo; vi sono anticipazioni con pegno ed anticipazioni cosi dette a scoperto. Discorriamo ora di queste ultime, le quali allo sconto un tal poco s’assomigliano, o spesso anzi ne prendono tutta la forma. Parleremo più tardi delle altre.

Tra lo sconto e l’anticipazione a scoperto corre questa essenziale differenza: che lo sconto ha, in regola generale, per base un operazione compiuta, o l’anticipazione ha invece per iscopo una operazione da compiersi. Lo sconto si fa a chi già possiede, in sostanza, il valore corrispondente alla somma anticipata, e solo abbisogna che un breve lasso di tempo scorra per poterne disporre; l’anticipazione, invece, si fa, per solito, a chi cerca i mezzi necessari per intraprendere una qualche operazione.

Onde, sebbene tra l’una e l’altra forma di credito molta analogia si presenti, lo sconto suole essere operazione più sicura, e ad esso, per ciò, più facilmente, in generale, la Banca s’accosta. Vi sono però istituzioni che in modo speciale all’anticipazione della quale discorriamo attendono; ma di esse non è qui per noi possibile discorrere; ché ai principali modi d’azione della Banca, considerata nel suo concetto generale, vogliamo accennare, e non per certo esporre le molte e varie forme, sotto le quali il credito si viene sviluppando.

Anche considerate nel rapporto coll’utilità pubblica, tra le due operazioni dello sconto e dell’anticipazione, quello merita, in generale, maggior riguardo, avendo per scopo di somministrare alimento e vigore alla produzione in modo sicuro già organizzata ed avviata; mentre l’anticipazione spesso non è che incentivo ad arrischiate speculazioni.

Ciò non vuol dire però che l’anticipazione non presenti molte volte essa pure utilità; ma quando, per la condiziono economica del paese, pel difetto degli ordigni accumulatori dei capitali, i capitali sono poco abbondanti, è più utile vederli rivolti allo sconto, che non alla semplice anticipazione.

V.

Lo sconto e l’anticipazione allo scoperto appartengono propriamente a quella specie di credito che si dice personale, in quanto riposa unicamente sulla fiducia prestata alla persona. V’ha un’altra specie di credito, essa pure non estranea alla Banca e della quale ci occorre far breve cenno; è il credito reale. E l’una e l’altra forma di credito ha la sua propria sfera d’azione, ha la sua missione da compiere; e l’una e l’altra sono indispensabili al movimento economico di un paese.

Carattere essenziale del credito personale è la fiducia nella persona; carattere essenziale del credito reale è, per cosi dire, la fiducia nella cosa e la sicurezza che da essa sorge. Affinché però il credito reale si sviluppi ed utilmente funzioni, due condizioni si richieggono: e cioè, che la cosa, la quale servire deve di pegno al creditore, non abbia perciò a subire degli spostamenti onerosi; ed in secondo luogo, che essa continui a rimanere nella libera disposizione e nel libero uso del debitore.

Il pegno propriamente detto, quale quello che si compio presso ai Monti di pietà, è, perciò, la più meschina forma di credito reale. Il credito ipotecario, per contro, sarebbe una delle forme migliori, quando una provvida legislazione civile facilitasse al creditore, ove d’uopo, lo esperimento dei suoi diritti, e le lungaggini interminabili delle poco razionali procedure non ponessero spesso il creditore in condizione assai peggiore del debitore.

Fatta astrazione dalle difficoltà nascenti dalle leggi civili, il credito ipotecario, ossia il credito con pegno fondiario, aiutato dalla ingegnosa combinazione del rateato ammortamento, forma una delle più felici attuazioni del credito reale. Ed anche il credito fondiario entra nella sfera d’azione della Banca, ed è mezzo per essa di avviare alla produzione i capitali raccolti.

Due altre forme generali, ma assai meno perfette di credito reale, modernamente si vanno praticando: il prestito su merci giacenti nei docks, l’anticipazione su titoli.

L’istituzione dei docks, o magazzini generali, che anche presso di noi qua e là, nei centri di maggior movimento commerciale, vanno sorgendo, è istituzione della massima utilità. Non è qui il caso di tesserne la storia e spiegarne l’azione; basterà accennare che coi certificati di deposito che il dock rilascia, le merci in esso depositate passano, senza spostamento, di mano in mano ed arrivano senza spese, senza disturbo di alcuno, in possesso di chi deve definitivamente consumarle.

Ed è appunto il warrant che serve esso pure, talvolta, di base al credito, prestandosi, come pegno, a guarentigia delle somme mutuate.

Simile al prestito con pegno di merci, è l’anticipazione su titoli. E l’uno e l’altra si prestano a non poche combinazioni, e possono dar luogo a mille diverse speculazioni; e l’uno e l’altra, di fatto, stanno essi pure, in più o meno ampia proporzione, tra gli affari della Banca; sebbene chi attentamente consideri codeste due specie di prestito, studiando le occasioni che ad esse danno luogo, e gli scopi che con esse si cercano, possa, per avventura, dubitare se siffatte forme di credito rispondano sempre alla missione vera della Banca; la missione, cioè, di spargere i capitali là dove v’ha un’opera di produzione da compiere o da rianimare.

Quelli intanto dei quali fin qui rapidamente discorremmo, sono i modi principali coi quali il meccanismo bancario compie la seconda parte della sua funzione. Siffatti modi d’azione però, sebbene sotto forme, per cosi dire, rudimentali e prive dei perfezionamenti moderni, anzi, sebbene con notevole e so stanziale differenza che ora qui poco importa lo stabilire, siffatti modi d’azione già erano praticati dalle prime istituzioni bancarie che nel mondo sorsero. Il deposito, la girata dei valori depositati, la negoziazione degli effetti di commercio, non appena essi furono introdotti, i prestiti, tutto ciò facevano, dal più al meno, sotto questa o quella forma, la Banca di Venezia, il Banco di San Giorgio a Genova, le Banche di Amsterdam, di Amburgo e via discorrendo.

Ma a tutte queste operazioni, un’altra, nell’epoca moderna, si venne ad aggiungere, che, quale ora si esercita, anticamente non era conosciuta; è l’emissione dei biglietti di Banca.

Ed è di fronte al biglietto di Banca, che il dissenso si manifesta, che la gravissima questione sorge, che suolsi intitolare dalla libertà delle Banche. Finché il meccanismo bancario si limita ai depositi, ai conti correnti, agli sconti, alle anticipazioni e simili, nessuno per certo pensa di limitarne l’azione, alcun serio dissenso non può aver luogo; ma egli è quando la Banca di emissione si presenta, che il disparere e la discussione animatissima e profonda si manifestano.

Che cos’è questa nuova funzione deU’emettere biglietti? D’onde trasse essa origine? Come propriamente debbo circoscriversi la questione che intorno ad essa si dibatte? Quali sono le principali opinioni a tale riguardo? A quali ragioni e le une e le altre si appoggiano?

VI.

Il biglietto di Banca, sotto la propria attuale sua forma, y è concetto che può dirsi affatto moderno. Quando esso abbia cominciato ad usarsi, da chi, dove, come sia per la prima volta stato introdotto, non è ciò che a noi qui importi esaminare.

Sarebbe d’altronde un esame assai indaginoso e forse impossibile; ché il biglietto di Banca, come qualunque fatto sociale, è il risultato di quel costante e progressivo, ma impercettibile movimento di idee, per forza del quale la faccia delle cose si viene adagio adagio modificando, senza che sia possibile stabilire il punto preciso nel quale comincia la differenza assoluta tra il passato ed il presente.

Basterà per noi indicare in pochi cenni quale abbia potuto essere la genesi di idee e di fatti, dalla quale il biglietto di Banca, nella sua forma moderna e colle attuali sue funzioni, si trovò originato.

Le operazioni di giro di partita, o banco, i certificati di deposito trasmessibili, il biglietto di Banca intieramente coperto dal corrispondente valore metallico, ed in fine il biglietto di Banca coperto solo in parte da una limitata riserva metallica, formano, a creder nostro, i quattro punti principali della linea che il meccanismo del credito bancario venne percorrendo, dall’epoca delle antiche Banche, che prima d’ora menzionammo, ai giorni nostri.

Tra le operazioni che erano proprie delle antiche Banche, rimarchevole era quella di far passare da uno ad altro possessore i valori depositati, senza bisogno di alcun materiale spostamento di essi, e mediante una semplice annotazione nei registri della Banca. È questa un’operazione che, sebbene con diversa modalità, anche ai giorni nostri si compie, con immensa facilitazione pel movimento commerciale. L’operazione che i banchieri di Londra, incaricati del servizio di cassa dei principali commercianti, fanno nella cosi detta, non è altro, in sostanza, che l’antica operazione di bancogiro; essi portano a credito degli uni i valori che spettano ad altri, ed in tal modo essi liquidano un infinito numero di contabilità senza bisogno quasi dell’intervento di una sola lira sterlina in moneta sonante.

Ma siffatta operazione utile ora, utilissima negli antichi tempi nei quali formava l’espressione principale dell’azione bancaria, assai facilmente potè suggerirne un’altra che ai vantaggi di essa, quello ancora accoppiasse di prestarsi ad una assai più ampia sfera d'affari. Ed ecco il certificato di deposito trasmissibile. Tizio deposita presso la Banca una determinata somma, e la Banca gli rilascia un certificato che attesta il deposito e dà diritto di ritirarlo a semplice richiesta. Se Tizio vuole far passare ad un'altra persona la somma depositata, in pagamento di un 6Uo debito o come prezzo di una merce vendutagli, non sarà operazione più spiccia e più semplice, invece di recarsi alla Banca a far prendere nota della cessione e del passaggio della somma, il trasmettere il certificato di deposito, vale a dire; il cedere il diritto che a Tizio compete di ritirare dalla Banca, a volontà, la somma depositata?

La semplificazione è evidente, sebbene nella sostanza nulla sia mutato. Tizio ritentore presso la Banca di una somma, che vuole far passare ad un terzo in pagamento di un suo debito, invece di recarsi alla Banca a ritirare la somma stessa e passarla materialmente al suo debitore, od invece di far notare sui registri della Banca il passaggio, cede al suo creditore il certificato di deposito, vale a dire, investe il suo creditore del diritto di andare alla Banca a ritirare il deposito.

Naturalmente, perché ciò possa farsi, perché il certificato di deposito sia dal debitore accettato in luogo e vece della somma dovuta, è necessaria una duplice fiducia per parte dell’accettante: fiducia verso il cedente che non abbia fabbricato da sè il suo certificato, vale a dire, che non si tratti di certificato falso; fiducia verso la Banca, che non metterà ostacolo alcuno alla consegna della somma sulla semplice presentazione del certificato.

Data tale duplice fiducia, non v'ha alcun dubbio che non solo il certificato sarà accettato dal creditore di Tizio, ma egli potrà con tutta facilità cederlo ad altri, e questi ad altri ancora, e cosi il certificato di deposito potrà servire ad una grandissima serie di transazioni, senza che la somma rappresentata dal certificato stesso abbia bisogno di essere mossa dalla cassa della Banca.

VII.

Ma l'operazione che or ora delineammo, implica nella Banca il concetto di pura e semplice depositaria della somma ricevuta. Essa non fa, per cosi dire, che le funzioni materiali di cassiere, conservando le somme che le vengono affidate, e passandole poi a chi il possessore del deposito ordina che siano passate. Le funzioni della Banca cosi limitate non rispondono certo alla missione importantissima, che nel movimento economico di un paese alla Banca s'aspetta. Essa deve spingere i capitali a vivificare i commerci, le industrie; perciò le è indispensabile avere la libera disposizione dei valori che le sono consegnati.

E tale è il concetto che la Banca moderna da semplice materiale conservatrice e trasmettitrice di capitali, trasformò in vera e propria istituzione di credito. Come tale essa non richiede più, per solito, alcun compenso pel servizio che rende a chi tiene presso di lei depositati i suoi valori; anzi essa paga spesso pe’ depositi un interesse, o fa, senza alcun corrispettivo, il servizio di cassa pei suoi clienti; ma in compenso essa vuole la libera disposizione dei valori che le si affidano.

Questa libera disposizione però non esclude la facoltà nel depositante di ritirare a volontà il suo deposito e di disporne egli pure come meglio crede. Come si conciliano siffatti due diritti, che sembrano essere l’uno esclusivo dell’altro?

Si conciliano assai facilmente mediante il meccanismo col quale l’azione della Banca si compie. Anzitutto le Banche che danno interesse sui depositi, sogliono stabilire un limite di tempo pel ritiro dei depositi stessi; non può, vale a dire, il depositante avere la somma depositata da un’ora all’altra, ma secondo i casi e secondo l’entità della somma, è quasi sempre stabilito l’obbligo di un preavviso di un più o meno lungo n mero di giorni. Mediante tale preavviso la Banca ha campo di disimpegnare i capitali dei quali ha disposto e di mettersi così in grado dì corrispondere alla domanda di chi vuole ritirare il proprio deposito.

Ma l’espediente del preavviso non è il fondamento principale sul quale poggia la conciliazione della libera disposizione, per le Banche e pel depositante, delle somme depositate. È un altro il congegno che assai meglio e più ampiamente serve a tale scopo.

Trattandosi di un larghissimo giro d’affari quale quello che, nella sfera d’azione di una Banca, si comprende, se facciamo astrazione dai casi di grave crisi, o di aperta sfiducia nella solvibilità della Banca, non è assolutamente possibile che tutti i depositanti vengano nello stesso tempo a ritirare i loro valori e che nessun deposito nuovo alla Banca si presenti. Ora colla necessaria esperienza, colla conoscenza sopratutto delle condizioni dei suoi clienti, della specie di commerci e di industrie alla quale essi attendono, dei bisogni e della natura dei loro traffici, la Banca può e sa preventivamente stabilire quale è in media, sulla totalità dei depositi che tiene, la parte che resta costantemente nelle sue casse; sa e può, cioè, stabilire quale sia, nel movimento continuo di entrata e di uscita dei depositi, la somma della quale può con sicurezza e come di cosa propria disporre.

Supponiamo che siano 10 milioni la somma della quale la Banca ha in tal modo la libera disposizione; essa, col mezzo principalmente dello sconto, farà passare tale somma a chi gliela richiede pei bisogni del proprio commercio o della propria industria; ed in tal modo i 10 milioni che sarebbero rimasti inoperosi nella cassa della Banca, come erano inoperosi nelle mani dei piccoli possessori delle varie frazioni di tale somma, servono invece a vivificare le industrie, i commerci, servono a concorrere a nuove produzioni, con vantaggio di tutti. Cosi la Banca, mercè la libera disposizione delle somme che ha nelle sue casse, conciliata col diritto che sa di esse spetta a chi le depositò, può compiere alla sua missione di aiutare col credito il movimento commerciale ed industriale del paese.

VIII.

Per mettere a disposizione dell’industria e del commercio i 10 milioni dei quali dispone, la Banca può, facendo sconti ed altre analoghe operazioni, trarre ad ogni occasione dalle sue casse la somma occorrente e trasmetterla materialmente. Ma essa può anche operare in altro modo; essa può nel somministrare a chi ne la richiede i capitali dei quali dispone, aggiungere eziandio il vantaggio di risparmiare il movimento materiale delle somme metalliche, facilitando cosi la trasmissione dei valori che le somme stesse rappresentano. Chi ricorre alla Banca per ottenere scontata una cambiale o per avere in altro modo somministrazione di somme, non vi ricorre perché abbisogni propriamente delle somme per se stesse, per servirsene direttamente, ma vi ricorre perché colla somma ottenuta potrà acquistare quelle altre merci che ai bisogni della sua industria, de’ suoi commerci, della sua consumazione, in una parola, occorrono. Che la Banca gli somministri delle somme in metallo sonante, o che essa gli dia il mezzo di ottenere quelle merci, quegli oggetti che colla somma intende acquistare, per chi richiede il credito della Banca è identicamente la stessa cosa.

Può quindi la Banca, con somma facilità di movimento dei valori, invece di rimettere materialmente la somma richiesta, rilasciare un certificato di essa, rilasciare, vale a dire, un titolo, la presentazione del quale dia diritto ad ottenere dalle casse della Banca la somma in esso indicata. Ciò, mentre riesce di grande facilitazione al commercio, che non ha bisogno cosi di mettere ad ogni momento in moto imbarazzante quantità di metallo, è da chicchessia accettato, perché il certificato rilasciato dalla Banca, ammessa l’esistenza della duplioe fiducia di cui avanti discorremmo, equivale, in sostanza, alle somme che nel certificato stesso sono indicate. Tra questo e quelle non vi ha tramezzo che il lieve incomodo di recarsi alla Banca ad eseguire il ritiro materiale della moneta.

Tizio ha bisogno di avere una somma di 10, '00 lire per continnare la sua industria e non può perciò aspettare la scadenza di una cambiale che tiene nel suo portafoglio; presenta tale effetto alla Banca per lo sconto; e la Banca, scontandolo, non gli dà le lire 10,000 in moneta sonante, ma gli rilascia un titolo sul quale può supporsi scritta la seguente proposizione: Nelle casse della Banca stanno a disposizione di Tizio lire 10,000, che egli, o chi per, può ritirare quando vuole.

Questo titolo serve a Tizio quale moneta, e come serve a lui, serve in egual modo a tutti coloro a’ quali verrà successivamente trasmesso. E quindi il titolo continuerà a circolare finché capiti nelle mani di chi, o per aver bisogno del metallo quale oggetto speciale della sua industria, o per volere frazionata la somma complessiva che il titolo rappresenta, o per aver da fare pagamenti dove il titolo della Banca non è conosciuto o non vuole accettarsi, o per altra simile causa, si trovi nella necessità di far eseguire la promessa che sul titolo sta scritta, vale a dire di ritirare dalla Banca la somma in esso indicata.

Ed ecco intanto creato il biglietto di Banca.

Però quello che ora delineammo non è ancora il biglietto di Banca nella ultima sua forma. Quello è il biglietto di Banca coperto per intiero dalle somme che la Banca ha nelle sue casse; è semplicemente il vero e reale rappresentante di tali somme.

Un passo ancora resta a farsi, ma è passo abbastanza facile. Abbiamo notato come la Banca, fondandosi sull’esperienza, può stabilire quale sia, sulla totalità dei depositi che tiene, la somma della quale può con sicurezza e come di cosa propria disporre, senza menomare il diritto di ciascun depositante sulle somme depositate. Or bene, collo stesso criterio, la Banca, dopo lunga esperienza, ha potuto stabilire che di tutti i certificati, o diciamo addirittura, di tutti i biglietti che rilascia nelle sue operazioni di credito, ve ne ha una parte che sta costantemente in circolazione, e non si presenta per ciò alle casse per essere cambiata in moneta sonante.

Questo fatto ha insegnato alla Banca come essa potesse emettere biglietti per somme maggiori di quelle che tiene nelle sue casse, senza pericolo di non trovarsi in grado di soddisfare a tutte le domande di metallo che le siano presentate.

Ed ecco finalmente il vero e proprio biglietto di Banca nel senso attuale della parola, il biglietto emesso senza che sia intieramente coperto dalle somme metalliche esistenti in cassa; ecco l'operazione che alla gravissima questione denominata dalla libertà delle Banche ha dato luogo, ed intorno alla quale radicali ed opposte Opinioni furono emesse.

Tali diverse opinioni noi verremo fra poco esaminando. Una cosa intanto crediamo poter qui affermare, ed è che la genesi del biglietto di Banca che, in modo sommario abbiamo delineata, non può seriamente essere negata, qualunque sia il partito al quale, nella grande questione delle Banche, uno si trovi ascritto; né solo per tal genesi il sistema della libertà, meglio che il sistema contrario, può dirsi fondato.

IX.

Dopo quanto siamo venuti fin qui osservando intorno alle funzioni della Banca, alla natura della sua missione, ed alle principali modalità delle sue operazioni, crediamo poter conchiudere che la questione delle Banche, cotanto, massime in questi ultimi tempi anche in Italia, agitata, va ristretta in confini assai più limitati di quelli che le parole abitualmente usate per enunziarla lascierebbero supporre.

Sentendo parlare di libertà delle delle Banche, di monopolio delle Banche, potrebbe taluno, non abbastanza conoscitore di queste materie, essere indotto a credere che la libertà del commercio bancario si trovasse in discussione, che intorno alla sostanza della missione della Banca si disputasse, per decidere se dalla libertà o dal privilegio debba essere retta. Fatto è, invece, che quello per cui si contende è unicamente l’operazione che consiste nell’emettere biglietti a scoperto.

È vero che accessoriamente a tale questione, altre, rispetto all’organizzazione delle Banche, sogliono agitarse le quali allargano considerevolmente il campo del dibattimento; la questione essenziale, fondamentale però è una sola, e cioè, se alle Banche la facoltà dell’emissione debba liberamente essere concessa.

Ora la facoltà del l'emissione, qualunque sia l’importanza che ad essa voglia attribuirsi, qualunque sia l’utilità della quale si voglia supporre capace, non può certo dirsi facoltà essenziale, indispensabile all’adempimento della missione che, nel movimento economico di un paese, è alla Banca affidata.

La missione della Banca — prima d’ora il ricordammo — consiste nel raccogliere e quasi formare i capitali per avviarli alle industrie, ai commerci, ravvivando cosl e potentemente eccitando la produzione. Se a siffatto scopo la facoltà dell’emissione può utilmente servire, non è mezzo per ciò indispensabile; può senza di essa la Banca compiere l’opera sua.

Ciò, meglio che da qualsiasi ragionamento, è provato dal fatto di tutti i giorni, di tutti i paesi.

Tutti i giorni, in tutti i paesi vediamo potentissimi istituti fare lo sconto e le altre operazioni proprie del commercio bancario, e cosi raccogliere ed avviare alla produzione i capitali, senza che pur l’ombra della facoltà dell’emissione per essi esista.

Potremmo col solo nome dei principali di t$li istituti riempire più d’una pagina, e mostrare quale enorme cifra di capitali sia da essi messa in moto con vantaggio della produzione e non senza fare, per loro conto, larghi profitti.

Ci limiteremo, per annoiare il meno possibile chi legge, a riferire a questo proposito un brano di un libro, che della questione delle Banche con molto senno pratico e perfetta conoscenza della materia discorre (1).

«Le Joint Stock Banks di Londra, in numero di otto, non emettono biglietti, e sono il centro di ingenti depositi. Nel 1865 la somma di questi giunse a due miliardi e. 500 milioni di lire.

(1) Unità di emissione — Libero credito — Cenni sulla questione delle Banche dell’avv. G. A. Papa.

Le quattro principali ne avevano per un miliardo e 750 milioni, cioè la London and Westminster Bank per 500. milioni, e la London Joint Stock, la Union Bank e la London and County Bank per un miliardo e 250 milioni. La massa degli sconti da esse fatta è enorme; per queste quattro oltrepassò nel 1865 i 6 miliardi. I loro benefìzi malgrado il mite sconto che percepiscono, si conservano sempre cospicui; la meno ricca di esse diede negli ultimi anni il 12 per %; le altre passarono quasi sempre il 15 per %, talora distribuirono agli azionisti il 18 per % e più. Oltre di che già riscattarono il quarto del loro capitale.

Nella città di Amburgo, che importa ogni anno per un valore di 1,400 a 1,500 milioni, ed esporta almeno per altrettanto, e che di più ricava grandi profitti dalla marina, dalla industria, e dalle operazioni bancarie, non esisto alcuna Banca d’emissione. La Banca d'Amburgo ch’è la più antica, la Banca della Germania del Nord e la Banca Sociale, create entrambe nel 1856, sono semplici stabilimenti di sconto, di deposito, di liquidazione e compenso. Nel 1865 avevano per oltre 250 milioni di depositi. Come certificato di questi danno dei buoni di Banco, tutti dello stesso valore, cioè di 100 marchi banco ciascuno, che corrispondono a circa 180 lire. Questi buoni girano fra i negozianti come mezzi di saldar le partite per compensazione. Le Banche Amburghesi danno cospicui dividendi, in genere superiori al 10 per %.

«Benché in Francia non siano tanto sviluppati questi stabilimenti di deposito e sconto, danno già notevolissimi risultati. Il Comptoir d'escompte fece lo scorso anno (1865) per circa 1,800 milioni d’affari; altre società analoghe in complesso per 1,700 milioni.

E che dire, aggiungeremo noi, delle mille Banche popolari che, con vantaggio immenso dell’agricoltura, dell’industria e del commercio, funzionano in Germania, penetrando sino nelle più umili borgate e portando l’aiuto del credito sino alle più modeste forme che il lavoro possa assumere? V’ha forse qualcheduno di questi stabilimenti, che goda della facoltà della emissione? 0 potrà dirsi che la vera missione della Banca non sia da tali stabilimenti esercitata?

E, per parlare dell’Italia, hanno forse facoltà di emissione le casse di sconto, le casse di prestiti, le vere Banche popolari ed altri simili istituti di credito, che con nome e norme diverse, con più o meno ampia sfera d’affari, attendono al vero e proprio commercio bancario, accettando depositi, facendo sconti, anticipazioni, conti correnti, ecc., ecc. ? Forse che utilissima la loro azione non torna alla produzione del paese? Forse che, ove le condizioni economiche della penisola si migliorassero, ove, vale a dire, l’attività individualo meglio si svegliasse e le molte risorse del nostro clima, delle nostre terre, della nostra situazione, a dovere si usufruttassero, e la produzione e con essa il risparmio si aumentasse, forse che non potrebbero gli accennati istituti accrescere con viemaggior vantaggio del paese, la sfera della loro azione, o non ne sorgerebbero dei nuovi, indipendentemente e senza bisogno di avere a loro disposizione quell’istrumento che chiamasi biglietto di Banca?

Tutto ciò noi osserviamo, non per deridere subito la grave questione che si viene agitando, ma unicamente per porla nei suoi veri termini, per ridurla alle sue giuste proporzioni e renderne cosi a noi stessi più facile lo studio.

Ristretta entro i suoi giusti confini, tutta la grave questione delle Banche può enunciarsi nei seguenti termini: oltre alla piena ed assoluta libertà di compiere tutte le operazioni che sono proprie del commercio bancario, deve alla Banca essere attribuita eziandio la facoltà di emettere biglietti che non siano appoggiati ad un corrispondente valore metallico giacente in cassa e siano trasmissibili di mano in mano senza alcuna formalità?

CAPITOLO SECONDO

Sommario. — Opinioni diverse intorno alla questione delle Banche — Sismondi — Scuola metallica — Libertà assoluta — Libertà condizionata — Riscontro nel fatto delle opinioni più radicali — L'isola di Jersey — I due principali sistemi da esaminare — Il biglietto di Banca, considerato in se stesso — Considerato nei suoi effetti — Il biglietto agisce come moneta — Conseguenze di questo fatto — Inconvenienti della concorrenza nella creazione della moneta e nella emissione dei biglietti .

X.

Intorno alla questione delle Banche, quale l’abbiamo or ora delineata, quattro distinte opinioni potrebbero segnalarsi, manifestate da autorevoli scrittori della materia, sostenute talvolta nelle assemblee legislative, e qua e là tradotte nei fatti

Stando ad una prima opinione, la facoltà dell'emissione dovrebbe essere sempre ed in modo assoluto negata, o, per meglio dire, vera emissione non dovrebbe aver luogo mai; tutt’al più potrebbe permettersi, come più comoda e meno costosa del metallo, la circolazione di una carta commerciale che rappresentasse fedelmente il metallo conservato in cassa, che fosse, per cosi dire, come l’ombra di esso.

Una seconda opinione, meno assoluta della prima, riconosce che una circolazione propriamente fiduciaria può senza pericolo ammettersi, a condizione però che vi sia unità di emissione e che l’emissione, quanto alla parte non coperta dalla riserva metallica, sia entro ben precisi e determinati confini limitata.

Vengono in terzo luogo coloro che la libera facoltà dell’emissione propugnano; e costoro in due schiere si suddividono, secondo che tale facoltà consentono venga da preventive disposizioni di legge regolata, oppure nessun’altra cautela per l’esercizio di essa ammettono, tranne l’obbligo per ciascun emittente di cambiare a vista i proprii biglietti.

Sebbene a prima giunta e sotto un certo aspetto, queste quattro diverse opinioni possano considerarsi, per cosi dire, come quattro successivi anelli d’una stessa catena, egli è facile vedere però come tra le due prime, ispirate a non dissimile concetto, e le due ultime, diversa gradazione della stessa idea, corra un abisso.

Non è tra le due opinioni estreme che ferve più intensa la lotta. Non manca certo obi per queste combatte; la principale discussione però ha luogo fra coloro che la carta fiduciaria ammettono, ma garantita dall’unità e dalla limitazione della emissione, e coloro che la facoltà dell’emissione vorrebbero posta a pari con tutte le altre operazioni bancarie, sotto la cautela però di speciali disposizioni legislative. Infatti tra le principali autorità scientifiche, che in Francia la questione delle Banche dibattono, stanno il Wolowski ed il Chevalier. Ora è noto come il primo l’utilità della carta fiduciaria non nieghi, ma strenuamente propugni per l’unità e la limitazione dell'emissione (1); il secondo, sebbene con tutta la forza del suo potente ingegno la libertà dell’emissione sostenga, non dissente però ohe, per ora almeno, siffatta libertà venga temperata da uniformi prescrizioni (2).

Tra i più radicali a condannare non la libertà di emissione, ma in modo assoluto l'emissione di qualsiasi carta fiduciaria, va ricordato l’economista Sismondi. Ond’è che per strana combinazione uno tra i più implacabili nemici della carta fiduciaria si trova aver avuta la sua origine nel paese appunto, nel quale, quasi solo in Europa, nel più ampio modo la libertà dell’emissione è riconosciuta; vogliamo accennare alla Svizzera, dove il Sismondi nacque (Ginevra) e dove mori nel 1842.

V. l’opera: «La question des Banques,» e fra gli altri, l’articolo: «Les métaux précieux et la circulation fiduciaire» nel fascicolo di ottolire 1868 del Journal des Économistes.

V. «La liberté des Banques:» lettre k M. Wolowski, nel Journal des Économistes del febbraio 1867.

A mostrare quale fosse nella questione della quale discorriamo il pensiero del Sismondi, basteranno i seguenti brani delle sue opere:

«La multiplication des Banques est la cause de ce que les Anglais appellent over trading (outre commerce), de cet état maladif de l’industrie qui, comme la fièvre, revêt l’apparence de la vigueur et de l’activité, tandis qu’il porte en lui même un feu qui le consume; et cependant on est sùr, en cherchant à les restreindre, d’exciter une clameur universelle, d’avoir contre soi les banquiers et tous leurs actionnaires et tous ceux qui songent à le devenir; d’avoir contro soi tous ceux qui empruntent de la Banque, qui lui font escompter leurs lettres. de change, ou qui songent qu’ils les lui feront escompter un jour; d’avoir contre soi, enfin, tous les intérêts aventuriers; car ce sont ceux-la qui sont toujours les plus avides de nouveautés et qui s’expriment toujours le plus haut. Le négociant solide trouverait à emprunter du capitaliste à d’aussi bons termes que de la Banque.

E più avanti dopo aver esaminato in confronto i vantaggi possibili e gli inconvenienti della Banca, il Sismondi aggiunge:

Nous n’hésitons point à le dire: là où aucune Banque n’existe encore, c’est un apte de sagesse de la part du gouvernement de n’en laisser établir aucune, c’est un acte de sagesse de ne point autoriser la formation d’une société d actionnaires pour en établir une, de ne point permettre ou aux particuliers, ou aux associations, d’émettre de billets au porteur, des promesses de payer transmissibles sans la formalité de l’endossement (1).

Con ciò il Sismondi sembra confondere in una sola condanna e l'emissione della carta fiduciaria ed i servizi che, indipendentemente da quella, le Banche possono rendere. Egli, come altri argutamente disse, tende niente meno che a sopprimere l’ammalato per guarire la malattia. Per uno spirito eminente quale quello del Sismondi, ciò farebbe meraviglia, se non fosse noto che i Nuovi principi d’economia politica da lui pubblicati verso il 1819, all’epoca della grave crisi finanziaria ed industriale che afflisse l’Inghilterra,

(1) Nouveaux principes d’èconomie politiques .

si risentono in ogni loro parte del pessimismo e dello scoraggiamento nel quale l’animo generoso dell’autore si trovò trascinato di fronte alle miserie dalla crisi medesima prodotte.

Chi dallo spettacolo di tali miserie fu indotto a condannare, come contrari al bene dell’umanità, l’applicazione delle macchine all’industria, il principio della concorrenza ed ingenerale quasi ogni principio di progresso, poteva bene condannare eziandio e le Banche ed i banchieri.

Ma anche dopo il Sismondi ed i pochi altri che dal pessimismo al pari di lui si lasciarono trascinare, ed idee simili propugnarono, l’abolizione della carta fiduciaria, senza però privare la società di quel fecondo agente di produzione che è la Banca, fu strenuamente sostenuta.

È ciò in sostanza l’abolizione delle Banche di circolazione ed il ritorno puro e semplice alle antiche Banche di deposito come quelle di Genova, di Amsterdam e di Amburgo; i titoli delle quali, facilmente trasmissibili, possono utilmente servire nelle transazioni commerciali, e fare, in certo modo, il servizio stesso dei veri biglietti di banca; differendo però da questi in ciò, che dietro di loro e nelle casse della Banca sta per intiero il corrispondente valore metallico.

Gli autori che siffatta tesi sostengono, sembrano prendere per base dei loro ragionamenti il principio della notissima scuola metàllica inglese, secondo il quale la massa degli strumenti di circolazione deve sempre funzionare a quel modo stesso con cui funzionerebbe, se fosse per intiero composta di metalli preziosi (1).

Assai maggior sviluppo di quello che sia nell’intendimento nostro, dovremmo dare a questa parte del nostro lavoro, se anche solo i principali argomenti volessimo qui svolgere coi quali l’accennata tesi viene propugnata. Ci sarebbe mestieri percorrere il campo sconfinato ove si agitano le [non facili questioni del credito nei vari suoi rapporti, e le questioni monetarie. Basti per noi accennare a qualcheduno dei concetti fondamentali, ai quali la condanna delle Banche di circolazione, secondo il pensiero di qualche scrittore, si appoggia.

(1) Cernuschi — La mècanique de Véchange. Waiker. — The Science of Wealth (Scienza della ricchezza).

XI.

La moneta non è soltanto il potentissimo strumento degli scambi, il veicolo col mezzo del quale le cose atte alla soddisfazione dei bisogni umani circolano di roano in mano, ma è altresì il termometro, il misuratore dei valori, in quanto che è destinata a servire come termine di paragone comune e permanente. Ora, come per misurare la distanza è necessario prendere un tipo di lunghezza, il metro, per determinare il peso è necessario prendere un tipo pesante, il chilogrammo, così per misurare i valori è necessario. uno strumento che abbia valore in sè stesso, e che, ove fosse possibile, come il metro nella sua lunghezza, ed il chilogrammo nel suo peso, fosse, nel suo valore, inalterabile e perfettamente costante. I metalli preziosi sono le sostanze che, non in modo assoluto, ma in grado più eminente di qualsiasi altra racchiudono i caratteri che allo strumento moneta si convengono; «ed i metalli preziosi sono, come diceva Turgot, costituiti per natura delle cose, moneta, e moneta universale, indipendentemente da qualsiasi convenzione e qualsiasi legge. «Essi somministrano infatti ai valori delle cose la meno instabile misura comune che si possa trovare.

Qualunque altra moneta sarebbe più esposta a subire l'influenza delle diversità nella produzione, delle variazioni nella massa totale, e per conseguenza, dei forti e potenti cambiamenti di valore. Grazie ai metalli preziosi, le generazioni possono comunicarsi i servizi, lo scambio si compie attraverso ai secoli; l’identità dei loro e dell’argento garantisce l’equivalenza degli oggetti scambiati.

Nella sicurezza e stabilità dello strumento monetario sfanno i due più grandi interessi sociali; l’interesse della giustizia che esige l’eguaglianza negli scambi, l’interesse della libertà, la quale vuole che a chi ha ceduto un servizio contro una quantità di moneta, sia riservato il diritto di ottenere con essa, a sua scelta, un servizio equivalente.

Sostituire ai metalli preziosi nella funzione monetaria, una carta di fiducia, che non può non mancare del carattere essenziale — la stabilità nel suo valore, — è esporre a grave pericolo l’equità delle transazioni, è violare la giustizia e la libertà. Allora solo può ammettersi la sostituzione della carta al metallo, quando quella intervenga e funzioni al modo stesso come farebbe questo.

È illusione il credere che l’emissione fiduciaria aumenti i capitali. Il biglietto di Banca non può fare che ciò che fanno l’oro e l’argento.

Ora l’oro e l’argento, in quanto sono cose di valore, formano bensì parte della massa dei capitali sociali; ma in quanto funzionano come moneta, non fanno altro che servire di mezzo di trasmissione agli altri capitali. Dire che aumentando i mezzi di trasmissione si aumentano i capitali trasmissibili, sarebbe come dire, che basti aumentare il numero delle locomotive e dei mezzi di trasporto su una strada ferrata, perché si aumenti il numero de’ viaggiatori e la quantità delle merci da trasportarsi.

Il biglietto di Banca non facilita il credito. La funzione monetaria alla quale il biglietto ha tratto, è cosa affatto diversa dall’azione del credito. Questo consiste nell’unire, per cosi dire, il presente all’avvenire, accelerando il passaggio dei capitali all’opera della produzione; e ciò può ottenersi e si ottiene indipendentemente da qualsiasi sistema di circolazione fiduciaria. Anzi tanto più facilmente e con tanto minor pericolo le varie combinazioni del credito possono, colla salutare loro influenza, attivarsi, quanto più stabilmente esse si appoggiano sull’inalterabile base della circolazione metallica.

La circolazione fiduciaria non può arrestare il rialzo dello sconto. Il biglietto di Banca, o, come qualcheduno il chiamò, l’orosupposto, se è sufficientemente garantito dal corrispondente valore metallico, non può agire che come il metallo agisce, non può produrre che gli effetti che esso produce.

Nè il ribasso dello sconto può ottenersi dall’aumento della massa degli istrumenti di circolazione; e ciò, sia perché tale massa non può essere aumentata stabilmente al di là di quanto il bisogno degli affari, la situazione economica del paese richiedono; onde l’introduzione, ad esempio, di 10 milioni di biglietti oltre la somma della circolazione normale, non riescirà che a fare uscire dalla circolazione per 10 milioni di metallo; — sia perché è da osservarsi che l’interesse dei capitali, se può momentaneamente essere modificato dalla maggiore o minore massa di numerario in circolazione, stabilmente però non è determinato che dalla maggiore o minore abbondanza, dei capitali, alla trasmissione dei quali la moneta non fa che servire.

Non è vero che la circolazione fiduciaria sia meno costosa della circolazione metallica, la quale deve mettere in moto una considerevole massa di valori intrinseci. Anzitutto se anche diversità vi fosse nel costo tra l’una e l’altra circolazione, poiché solo la circolazione metallica serve utilmente e senza pericolo, non basterebbe la maggior spesa necessaria per essa a far preferire la circolazione fiduciaria; precisamente come non sarebbe ragionevole preferire un istrumento di legno perché meno costoso e più leggero, per un’industria, per la quale è dimostrata la maggior utilità, anzi la necessità di uno strumento di ferro. La moneta di carta manca delle qualità che potrebbero renderne l’uso realmente meno costoso che non quello della moneta metallica. Essa non può compiere perfettamente alcuna delle funzioni monetarie; essa disturba il regolare movimento del commercio, perché non obbedisce alle leggi ordinarie che il commercio governano; essa può estendere oltre misura l’azione espansiva del credito, e portarvi poi un urto tremendo, non appena la fiducia venga a diminuire. Il risparmio quindi ottenuto sulla fabbricazione di codesto fallace istrumento di scambio, è insignificante e scompare quando lo si mette a confronto coi pericoli immensi che con esso s’incorrono.

E del resto poi in che cosa consiste questo risparmio? Prendendo per esempio gli Stati Uniti d’America, uno degli scrittori che l’opinione della quale discorriamo sostengono (1).

(1) Walker, Op. cit.

dimostra, come il risparmio che si ottiene dalla sostituzione della circolazione fiduciaria al metallo, venga a ridarsi a 24 centesimi per ogni individuo e per ciascun anno. La cifra è anche più ristretta, applicando lo stesso calcolo all'Inghilterra.

Mettendo in confronto tale risparmio colle perdite alle quali danno assai spesso luogo le Banche di circolazione, ed aggiungendo a queste le spese che pur la circolazione fiduciaria necessariamente richiede, l’autore ora ricordato conchiude che, anche considerata dal lato di ciò che costa, la circolazione metallica è preferibile.

Vi ha però colla circolazione metallica una perdita che non fu avanti calcolata, quella che proviene dal consumo che, col continuo movimento, il metallo subisce.

Ma a tale perdita è facilmente riparato, ove invece di far circolare il metallo, questo si tenga nelle casse, facendo circolare biglietti che lo rappresentino perfettamente. È ciò che il sovracitato autore chiama circolazione commerciale.

Tali sono i concetti generali sui quali si fonda l'opinione contraria alle Banche di circolazione. Non pretendiamo aver esposto tutti gli argomenti che a sostegno di siffatta opinione furono messi in campo; sarebbe impresa assai seria e difficilmente attuabile in qualche pagina. Ci basta aver cosi sommariamente indicato l’ordine d’idee nel, quale tale opinione si svolge; su molti degli ora esposti concetti avremo, del resto, occasione di ritornare fra poco.

Tale opinione intanto costituisce una delle estreme tra le quattro principali, che furono nell’argomento delle Banche, propugnate. In una assemblea bancaria, i seguaci di codesta opinione potrebbero sedere all’estrema destra.

Starebbero per contro all’estrema sinistra i propugnatori della libertà assoluta, a qualunque costo, dell’emissione.

Di costoro dovremmo ora noi, nell’ordine di questo nostro studio, occuparci; affinché, sbarazzato, per cosi dire, il terreno delle due opinioni più divergenti, possiamo, come è scopo nostro, esaminare le ragioni che appoggiano le due opinioni più temperate, intorno alle quali unicamente ferve la vera e seria discussione.

Ma tra i fautori della libertà assoluta e coloro che una libertà regolata da speciali disposizioni legislative accoglierebbero, differenza di principii non esiste. L'opinione di questi è costituita in sostanza da null’altro, tranne che da una temporaria concessione fatta a scopo di transazione; unico, del resto, è il sistema di difesa, e questo esamineremo fra poco.

Una osservazione intanto qui aggiungeremo, ed è che tanto il sistema dell'assoluta negazione di qualsiasi circolazione fiduciaria, quanto quello della libertà assoluta, non sono semplici aspirazioni di scrittori. Essi hanno nella pratica il loro riscontro. La città di Amburgo, uno tra i più importanti ed attivi centri commerciali del mondo, dove vi ha un movimento commerciale di qualche miliardo, non ha Banche di circolazione, e la circolazione fiduciaria propriamente detta non conosce.

Per contro nella Svizzera troviamo attuato il sistema della più ampia libertà d’emissione.

Più ancora forse che nella Svizzera, il sistema della libertà d’emissione, nel più ampio significato della parola, si trova attuato in un piccolo paese segnato appena con un punto impercettibile sulla carta geografica, ma che relativamente alla ristretta sua estensione ed alla poco numerosa sua popolazione, ha un movimento commeroiale abbastanza considerevole. Vogliamo accennare all'isola di Jersey, la principale di quelle diverse isolette che stanno all'entrata della Manica, e che sono politicamente unite all'Inghilterra, sebbene godano di tanti privilegi che quasi le fanno essere autonome.

Come raro oggetto di curiosità, non sarà discaro a chi legge, che dell’organizzazione bancaria dell'isola di Jersey diamo un sommario cenno, traendolo da uno studio pubblicato qualche anno fa nel Journal des Economistes dal signor Daniel Jranyi, che sul luogo stesso ne raccolse gli elementi.

L'organizzazione bancaria dell’isola Jersey può dirsi consistere nella mancanza di qualsiasi organizzazione. Non vi ha alcuna legge che riguardi le Banche di emissione; qualunque individuo o società il voglia, può colla massima libertà senza bisogno di chiedere il permesso a chicchessia, emettere dei biglietti al portatore ed a vista.

Nessun altro obbligo incombe a chi fa un emissione, tranne quello di sottostare alla legge comune, secondo la quale il debitore risponde delle sue obbligazioni con tutta la sua fortuna. Chiunque abbisogni di mezzi per la sua industria, per i suoi commerci, emette dei biglietti coi quali promette di pagare sulla semplice presentazione la somma in essi indicata, e li pone in circolazione rivestiti della propria firma. Al pubblico spetta il giudicare se chi ha fatto l'emissione merita fiducia e se quindi le sue carte possono essere accettate.

Vi sono nell’isola di Jersey delle Banche, le quali fanno tutte le operazioni proprie del commercio bancario, accettando depositi, conticorrenti con interesse, facendo anticipazioni, sconti, generalmente a tre mesi, e con due sole firme. Queste banche sono in numero di sette e tutte hanno una propria emissione di biglietti. Ma oltre di esse vi sono non meno di ventiquattro emissioni semplicemente private; e trentaquattro emissioni fatte a nome e nell’interesse di una parrocchia, o frazione di parrocchia; vi hanno cosi in totale non meno di 65 stabilimenti, nei quali si fabbricano e si mettono in circolazione biglietti diversi. E tutto ciò per un paese di circa 55 mila abitanti.

Quale sia l’ammontare di tutte siffatte emissioni è difficile stabilirlo; si calcola a 160 o 180 mila lire sterline, ossia dai 4 ai 4 12 milioni di franchi. Evidentemente però assai limitata deve essere la cifra parziale di ciascuna emissione, dal momento che vi ha una fabbrica di biglietti ogni 850 abitanti.

Come è naturale, tutti questi biglietti non godono di fiducia eguale. Circola con maggior sicurezza e come moneta metallica la carta emessa dalle vere Banche, perché esse hanno un capitale intieramente versato, che eccede sempre la somma dei biglietti in circolazione, e presentano inoltre per garanzia la solidaria responsabilità degli azionisti che la Banca costituirono. La carta emessa da altri è un po’ meno facilmente accettata e qualche volta anche respinta, a seconda del maggior o minor credito di cui gode la firma che essa porta.

Non è poi bisogno di aggiungere che nessuna di tali emissioni, sia essa delle Banche o dei privati, si estende oltre i limitati confini dell’isola. A solo due ore di distanza da Jersey, nell’isola di Guernesey, che si trova pure nelle stesse condizioni politiche e sotto lo stesso regime bancario, i biglietti di Jersey non hanno alcun corso. Manca ivi l’elemento essenziale sul quale la circolazione dell’isola si fonda, vale a dire la perfetta conoscenza, per cosi dire personale, che ognuno ha di tutti, e tutti hanno d’ognuno.

Questa conoscenza tiene luogo di qualsiasi controllo governativo e meglio di qualsiasi restrizione legislativa rende impossibile le emissioni eccessive o fraudolenti; ed è la ragione unica per la quale si spiega la circolazione, senza gravi inconvenienti, di tante carte diverse e private. Quanto alla emissione delle banche però potrebbe forse osservarsi, come meglio che di emissione di veri biglietti di fiducia nel senso che suolsi a tali parole attribuire, si tratti di operazione un tal poco analoga a quella delle antiche Banche di deposito, dal momento che la massa della carta posta in circolazione è sempre abbondantemente coperta dal capitale versato dagli azionisti dell’istituzione emittente.

Checché ne sia di ciò, però egli è certo che i fautori della cosi chiamata libertà delle Banche, in nessun paese meglio che nell’isola di Jersey potrebbero sperare di trovare realizzati i loro desideri. Non crediamo tuttavia che l’esempio di quell’isola sia il migliore degli argomenti a sostegno della loro opinione, per la stessa ragione per cui il fatto dell’esistenza della repubblica di San Marino non sarebbe guari valido argomento per mostrare la possibilità e la convenienza di eguale organizzazione politica in Italia, od in Francia. E sj qualche speciale parola alle Banche di Jersey piacque a noi qui consacrare, egli è appunto perché si tratta di uno stato di cose degno di nota per la sua eccezionalità quasi assoluta.

XII.

Veniamo ora all'esame delle principali considerazioni alle quali si appoggiano i due principali sistemi contendenti nella questione delle Banche.

Ripetiamo però anzitutto ben nettamente i termini della vertenza, onde non ci avvenga di lasciarci trascinare a divagazioni, e tra le moltissime idee ed i numerosissimi ragionamenti che in codesto argomento si emisero, di quelli soltanto possiamo occuparci che al cuore di esso propriamente si attengono, lasciando in disparte le non poche declamazioni, dalle quali la quistione fu stranamente complicata e resa difficile, più che per natura sua non sarebbe.

Quella che si chiama la questione delle Banche sarebbe più propriamente denominata la questione dell’emissione; ché all'infuori dell’emissione, nulla di ciò che al commercio bancario si appartiene, è da chicchessia posto in contestazione. Coloro che dicono propugnare la libertà delle Banche, parlerebbero più propriamente se parlassero solo della libertà dell'emissione.

Tutta la quistione infatti si ristringe nel vedere se l’emissione dei biglietti possa considerarsi pari a qualsiasi altro degli atti proprii del commercio bancario e lasciarsi quindi in balla della speculazione e della libera concorrenza; oppure se l’emissione sia un atto per sua natura o pei suoi effetti diverso dalle altre operazioni bancarie e debba perciò alla libera concorrenza, alla speculazione privata esser sottratta.

Risolta codesta questione fondamentale, nel campo dell’una e dell’altra opinione si presenta poi una considerevole serie di sistemi divorai rispetto all’organizzazione bancaria. Coloro che la libertà dell’emissione in massima propugnano, divergono fra di loro intorno al grado di tale libertà; e chi assoluta, incondizionata all’uso dell’isola di Jersey la vorrebbe, chi s’acconcierebbe ad accogliere qualche preventiva prescrizione di legge.

Anche più divergenti sono le opinioni di coloro che contro la libertà dell’emissione, per principio fondamentale, combattono; chi vorrebbe l’emissione ridotta addirittura a funzione governativa, chi all’organizzazione bancaria della Francia s’accosterebbe, chi quella dell’Inghilterra trova più conforme ai pubblici bisogni.

Di tutte siffatte specialità d’opinioni noi non ci occuperemo affatto, essendo scopo del nostro studio non determinare quale sia la migliore organizzazione bancaria, ma bensì quali sieno le ragioni principali che prò e contro la libertà di emissione soglionsi emettere. Noi pensiamo del resto che in fatto d’organizzazione bancaria, come in ben molti altri argomenti, sia assai difficile trovare un sistema che in modo assoluto possa dirsi il migliore per qualsiasi paese. Le abitudini, le idee, le condizioni locali sono, a creder nostro, in tali questioni, elementi essenzialissimi, sconsiderando i quali, il migliore dei sistemi, astrattamente parlando, diventa il più cattivo al momento della sua attuazione.

La questione dell’emissione è questione di convenienza pubblica; facendo astrazione da questa e considerando la cosa di fronte alla semplice ragione naturale, la questione non avrebbe ragione di essere. Come sarebbe assurdo il porre in discussione la facoltà di ciascun individuo di contrarre debiti, quando trova chi ha fiducia nella di lui solvibilità, cosi sarebbe pcoo ragionevole impedire che una scoietà di individui si costituisca per emettere biglietti di Banca, che sono in sostanza vere e proprie ricognizioni di debiti.

E tanto meno ha la questione ragione di essere, ove la si consideri rispetto all’interesse privato. Non è dubbio che la facoltà di battere moneta con qualche risma di carta, è cosa sommamente interessante ed utile per gli affari di qualsiasi Banca.

Ma coloro che la libertà dell’emissione propugnano, fanno ben poca strada verso il loro scopo, finché dell’interesse privato parlano, o si contengono nel campo delle astrazioni giuridiche.

Quando avranno ricordato che l’emettere biglietti è sommo interesse di una qualsiasi istituzione, quando avranno dimostrato che la libera emissione non può di fronte alla ragione naturale essere condannata, nulla avranno ottenuto, se non provano ad un tempo che nessuna ragione d’ordine pubblico vi si oppone; che la libertà d’emissione meglio che il sistema contrario favorisce l’interesse sociale.

Sotto quest’aspetto non sembrano essere del tutto dalla parte del torto coloro che, partendo dal concetto che il lasciare la emissione alla libera concorrenza sia cosa contraria all’interesse pubblico, sostengono che non è affatto questione di libertà o di monopolio; a quello stesso modo che non può dirsi essere in questione la vera libertà, allorquando la legge, per supreme ragioni d’interesse sociale, vieta, agli individui, atti che dalla ragione naturale non sarebbero condannati.

XIII.

Uno degli argomenti che rispetto alla questione dell’emissione abbiamo visto ventilato, senza eccezione, in tutti i libri che in un senso o nell’altro se ne occuparono, è quello desunto dalla natura del biglietto di Banca.

Il biglietto di Banca è vera e propria moneta, dicono gli oppositori della libera emissione, e come tale la creazione di esso è funzione spettante, di diritto, alla sovranità.

No, rispondono i propugnatori della libera emissione, il biglietto di Banca non è moneta; nella sua forma e nella sua portata giuridica esso non è che un biglietto all’ordine, sottoscritto dallo stabilimento emittente; non si distingue da un ordinario effetto di commercio se non per la particolarità affatto estrinseca di essere trasmissibile senza girata e pagabile a vista. L’emissione dei biglietti non è che un atto di commercio. La Banca è infatti una vera casa di commercio; la sua merce è il credito che spaccia sotto forma di sconto e di anticipazione;

nelle sue operazioni essa dà i suoi biglietti come un negoziante dà le sue cambiali, i suoi biglietti all’ordine; l’emissione di un biglietto non è che lo scambio di esso contro un altro effetto di commercio, la cambiale cioè, od il titolo che viene presentato allo sconto della Banca.

Pare a noi che non molto esatte e poco concludenti siano entrambe siffatte argomentazioni. Non basta il dire che il biglietto è moneta, perché debba dedursi per necessaria conseguenza che l'emissione è un diritto della sovranità. Troppo facilmente possono rispondere gli avversari, che la teoria la quale fa della monetazione un diritto della sovranità, è teoria invecchiata, mille volte dalle idee della scienza moderna annientata, che nulla nei principii, né nei fatti, si oppone a che la monetazione, la quale in null'altro consiste se non nella certificazione del peso e della finezza di ciascun pezzo di metallo, ritorni nella sfera dei servizi privati.

Ma non basta neppure, per sostenere la contraria opinione, il dire che il biglietto è una cambiale, un biglietto all’ordine, un effetto di commercio pari a qualsiasi altro. L’origine del biglietto, considerato in se stesso, può giustificare tale concetto. Ma bisognerebbe dimostrare ancora che nei suoi effetti, nei suoi rapporti col credito, coi prezzi delle cose, coll’interesse del pubblico, non operi che come una vera cambiale; bisognerebbe dimostrare che quelle due particolarità chiamate semplicemente estrinseche, cioè la trasmissione senza girata, e la pagabilità a vista, non diano al biglietto di Banca un carattere del tutto particolare che lo scosta da qualsiasi semplice effetto di commercio.

In codesto argomento è, a creder nostro, necessario fare un’importante distinzione. Considerato in se stesso, il biglietto di Banca non è moneta. Esso manca dei caratteri che della moneta sono proprii; è, se cosi vuolsi, la fotografia della moneta; ma moneta vera non può dirsi da chi non voglia cadere nell’errore di Law e dei seguaci suoi, pei quali alla funzione di moneta può chiamarsi anche ciò che non ha per se stesso alcun valore, e basta la volontà della legge perché tale funzione venga con perfetta sicurezza ad un pezzo di carta attribuita.

Più che alla moneta, il biglietto in se stesso considerato si accosta certo alla natura dell’effetto di commercio. Ciò indica all'origine stessa che del biglietto noi abbiamo prima d’ora sommariamente tracciata.

Ma può dirsi lo stesso allorquando il biglietto si considera nei suoi effetti? Non pare possa facilmente l’affermativa sostenersi.

Considerato nei suoi effetti, esaminato nella circolazione, non è possibile il negarlo, il biglietto di Banca non agisce più come una cambiale qualunque, agisce come vera e propria moneta; nell’opinione dei pubblico fa le funzioni di vera moneta, sebbene tale non sia per sua natura.

Che il biglietto di Banca una volta posto in circolazione funzioni quale mercemoneta, sebbene tale in se stesso considerato e per sua natura non sia, e che esso quindi nei suoi effetti in modo assoluto si scosti dalla semplice cambiale, colla quale non può disconoscersi avere comune l’origine, son cose che si sentono e si vedono meglio assai di quello che si possano con qualsiasi ragionamento dimostrare.

In una circolazione normale (escludiamo quindi la dolorosa condizione del corso forzato) nessuna differenza passa tra l’azione del biglietto e quella della moneta; e l’uno e l’altra sono accettati e trasmessi pel valore che portano indicato; in certi casi e per certe occasioni sarà più ricercato il pezzo d’oro da 20 franchi; in altre circostanze, per altri affari la ma gior ricerca sarà pel biglietto di egual somma. Chi ha un biglietto da 100 franchi lo cambia alla pari con 5 pezzi da 0 franchi, come chi questi possiede ottiene alla pari un biglietto di L. 10), salvo nell’uno e nell’altro caso il pagamento del servizio che il cambia valute rende, dando moneta a chi ha biglietti, o cambiando la moneta col biglietto a chi di questo abbia bisogno. Nei prezzi delle cose nessuna differenza s’incontra sia che con metallo si paghi, o si paghi con biglietti; nessun venditore chiede a chi compra se con biglietti o con metallo intenda pagare, e gli uni e l’altro sono indifferentemente accettati.

Può darsi che in qualche paese lontano dal centro del movimento commerciale, popolato da gente poco pratica d’affari, meglio accetto sia il metallo che non la carta;

sono queste eccezioni che hanno causa unicamente nella condiziono intellettuale di tali paesi, ma che nulla detraggono però alla regola generalissima per cui e biglietti e moneta sono indifferentemente accolti.

È vero che la moneta si riceve, perché ha in se stessa il valore che su ciascun pezzo sta scritto, mentre si accetta il biglietto solo in virtù della sicurezza di poterlo ad ogni momento cambiare in metallo sonante e di potere intanto senza difficoltà alcuna trasmetterlo; ma in sostanza, qualunque ne sia la ragione, fatto sta che nella pratica della vita quotidiana, il biglietto cammina, circola, agisce precisamente come se fosse vera moneta.

«La monaie d'or et d’argent, dice il Wolowski, està la fois signe et gage de la valeur, c’est pour cela qu’elle lui sert de mesure. Le billet de banque n’est qu’un signe, mais celui-ci emprunte toute sa puissance à ce qu’il se rattache au gage métallique par un lien indissoluble qui lui permet de profiter d’une transformation instantanée. La certitude absolue de cette transformation opérée à volonté, le fait circuler et lui fait partager avec le métal, dont il est l’ombre et le reflet fidèle, l’office d’évaluateur commun des marchandises (1).

È, sotto questo aspetto e nei suoi effetti, ben altra cosa la lettera di cambio. La cambiale, il biglietto all’ordine, anche nella circolazione, non perdono il carattere puramente commerciale che ebbero dall’origine. La cambiale, il biglietto all’ordine, una volta emessi, si scontano, si comprano, si vendono ed il prezzo di essi può essere indifferentemente pagato con metallo o con biglietti. Può dirsi, è vero, che lo sconto di una cambiale fatto con biglietti di Banca, non è altro che lo scambio di un biglietto privato, che non potrebbe circolare, con un biglietto che ha circolazione assicurata; può dirsi che chi aveva una cambiale ed ha ora l'ammontare di essa convertito in tanti biglietti di banca, non ha fatto che cambiare di debitore; mentre prima aveva per debitore chi firmò la cambiale, ora ha la Banca che emise i biglietti; e tutto ciò sarà verissimo od almeno potrebbe discutersi.

(1) La question des Banques.

Ma infatti però, nella pratica, agli occhi del pubblico non è meno vero che tra la cambiale scontata ed il biglietto che la pagò, corre la differenza che esiste tra la merce venduta ed il prezzo con cui fu pagata.

«I biglietti di banca — dice lo Stork, appunto per mostrare la differenza della quale discorriamo — fanno parte del valore totale del numerario del quale rappresentano una frazione, e quindi circolano colla moneta metallica, in senso contrario delle merci; le carte promesse (cambiali, biglietti all'ordine) invece rappresentano una frazione del valore della ricchezza mobile, della quale fanno. parte, e quindi camminano colle merci in senso contrario del numerario; si creano, si tramettono, si vendono, si comprano sempre in iscambio con metallo o con biglietti, precisamente come avviene di qualsiasi altra merce.

Ecco nettamente tracciata la linea di separazione tra il biglietto di Banca e la cambiale.

Del resto che il biglietto di Banca agisca come la moneta, lo prova un altro fatto. La massa degli strumenti della circolazione che ad un paese abbisogna è determinata dalla natura delle cose. Aumentandola oltre il bisogno, non si fa che accrescere fittiziamente il prezzo delle cose, e tale fenomeno dura finché coll’uscita dalla circolazione della massa di metallo sovrabbondante, l’equilibrio non si trovi ristabilito. Or bene lo stesso fatto si verifica sempre, sia che la sovrabbondanza degli strumenti di circolazione provenga da eccessiva quantità di metallo, sia che provenga da eccessiva emissione di biglietti. Nell’uno e nell’altro caso l’aumento dei prezzi si mostra, ossia nell’uno e nell’altro caso si richiede, per correspettivo di ciascuna cosa, una maggior quantità di numerario, finché la parte sovrabbondante degli strumenti della circolazione siasi ritirata. In una circolazione mista di metallo e di biglietti, naturalmente ciò che si ritira è il metallo che può facilmente, cessando di essere moneta, passare ad altri usi, nei quali trovi l’apprezzamento che gli è dovuto, e succede cosi il fatto della carta che scaccia il metallo.

Tutto ciò non indica forse che biglietti e moneta camminano di conserva, funzionano allo stesso modo, che il biglietto è nei suoi effetti una moneta?

Se il biglietto agisce come moneta, e se, come non può dubitarsi, la moneta ha coi prezzi delle cose, col movimento commerciale ed economico del paese strettissimi rapporti, non è egli il caso di dire con Robert Peel, che la libera concorrenza — la quale è legge suprema e grande vantaggio per ciò che riguarda il prezzo delle derrate, delle merci, di qualunque prodotto posto nel traffico, perché serve ad ottenerlo a miglior mercato — non può essere applicata ai biglietti di Banca?

Cosi non pensano i propugnatori della libertà d’emissione. Fu un tempo, essi dicono, nel quale i popoli si consideravano come eterni pupilli, che solo la saggezza amministrativa può salvare dai pericoli dell’inesperienza; era fondato su tale criterio il sistema di protezione, o meglio di restrizione, che in ogni ordine di idee e di fatti regnò per secoli nel mondo, e che la luce della rivoluzione moderna ha finalmente annientato. La negazione della libertà di emissione è un rimasuglio di quelle antiche idee. Come una volta, col pretesto del bisogno di proteggere la buona fede, bì considerava quale missione dello Stato il regolare i prezzi delle cose e principalmente di quelle di prima necessità, cosi ora che il dominio della libertà al commercio del grano, all’industria della panificazione ed ogni dove si estese, le antiquate idee di protezione si concentrarono e si restrinsero nel campo del credito, nella questione dell’emissione. Anche qui si vuole proteggere la buona fede, l’interesse pubblico; anche qui si vuole dare allo Stato una missione che per natura delle cose non gli spetta; anche qui si vuole impedire l’azione della legge naturale, che sotto l’egida della concorrenza e della libertà pose i più alti interessi dei popoli.

Non è dubbio che un linguaggio di tal sorta può guadagnare ai propugnatori della libera emissione numerosi seguaci; ed è invero necessaria tutta la forza di una fredda ragione, per non lasciarsi trascinare dal sentimento che la magica parola libertà suscita nell’animo.

Non è però col sentimento che una cosi grave questione può giudicarsi; né basta pronunziare la parola, perché ogni disamina debba cessare, e possa la ragione, fatta schiava del cuore, abdicare ai suoi diritti.

Per quanto ampia si voglia fare la sfera della libertà, per quanto esteso voglia dirsi il campo ove deve regnare la concorrenza, non può negarsi che nella vita sociale due specie di servizi vi sono, da una marcatissima linea fra di loro separati: il servizio pubblico, il servizio privato.

Le antiche idee davano al primo grande preponderanza sul secondo; tutto era servizio pubblico, tutto era azione governativa; all’attività privata, alla libera concorrenza assai ristretto spazio era riservato. Le sane idee moderne, la luce della scienza economica hanno invertito tale ordine di cose; ed ora, sebbene nel fatto pur troppo l’inversione non abbia ancora potuto farsi completa, tutto tende però a restringere in assai limitati confini la sfera dei servizi pubblici, allargando d’altrettanto quella dei servizi privati.

Ciò nullameno però il servizio pubblico non ha, né può avere cessato di essere; e per la stessa natura delle cose tra i servizi d’ordine pubblico sta la vigilanza sulla monetazione. Ciò non vuol dire che la monetazione sia un diritto della sovranità; ciò non vuol dire che il valore, la forza circolante dei pezzi di metallo coniato derivi dal Governo; ma ciò vuol dire soltanto che il servizio consistente nel certificare il peso e la qualità di ciascun pezzo di metallo, è servizio che, per natura sua, sta tra i servizi pubblici, unicamente perché meglio dallo Stato, ossia sotto la vigilanza di esso può adempiersi, che non dalla libera azione privata.

Certo che, astrattamente parlando, può concepirsi un paese nel quale la certificazione dei pezzi di metallo, che fanno ufficio di moneta, sia lasciata tra i servizi privati; nessun principio si oppone a che in ogni contratto sia cura delle parti contraenti il pesare, verificare i pezzi di metallo, come si verificano, si pesano o si misurano le merci che nel contratto intervengono. Ma chi è che troverebbe conveniente, per omaggio ad un astratto principio di libertà, ritornare a tale primitivo stato di cose?

Anche la sicurezza individuale può benissimo lasciarsi affidata

al solo interesse privato. Ma chi è che vedrebbe volentieri cessare in tale ordine di cose l'opera dell'autorità pubblica?

Nel sistema monetario vigente presso i vari popoli, molte modificazioni la scienza ed anche la sola ragione suggerirono; ma sarebbe scienza poco accettabile, sarebbe ragione poco ragionevole, quella che pretendesse che la certificazione dei metalli-moneta fosse lasciata alla sola cura privata; sincbè in ogni transazione dovessero le parti interessate far precedere una speciale operazione, per determinare il valore del metallo dato come prezzo.

L'azione pubblica pertanto nella monetazione, non si fonda sull’erroneo concetto che la monetazione sia un sacerdozio affidato dalla natura al governo, come taluno disse essere creduto dagli oppugnatori della libertà d'emissione; si fonda invece sul principio che bisogna lasciare all’azione pubblica i servizi ai quali l'azione privata mal potrebbe provvedere. E tale si è appunto il servizio che consiste nel certificare i metalli che fanno ufficio di moneta.

XIV.

Le stesse ragioni che fecero della monetazione non un diritto della sovranità, ma un dovere dell’autorità pubblica, perché si tratta di servizio che solo dall’autorità pubblica può essere convenientemente adempiuto, non militano forse per togliere dalla sfera dei servizi privati, per sottrarre alla concorrenza l'emissione dei biglietti?

Chi si limita à considerare il biglietto di Banca in se stesso e nella sua origine, può difficilmente adattarsi a tale deduzione; ma chi lo esamina nei suoi effetti non può ragionevolmente respingerla, quando non voglia, pel culto di un’idea preconcetta, sconoscere i pubblici bisogni.

Immaginiamo per un momento che cosa avverrebbe in un paese qualsiasi, nel quale la libertà della monetazione fosse proclamata, e quindi chiunque potesse a volontà porre in circolazione una sua propria moneta.

Quale incertezza nel movimento commerciale, quale confusione, qual caos in breve non si manifesterebbe? È cosa che più facilmente si sente di quello che possa a parole descriversi; sarebbe uno dei più esiziali regressi cui potrebbe condannarsi una popolazione; si tornerebbe in sostanza presso a poco al sistema del baratto praticato prima della stupenda invenzione della moneta, e quale anche ai giorni nostri si vede usato là dove la civiltà non ha ancora potuto penetrare.

Ebbene, qualche cosa di simile, anzi di peggio avverrebbe in un grande paese, nel quale il sistema della libera emissione fosse in tutta la sua realtà adottato; diciamo qualche cosa di peggio, perché in realtà, quando si tratta di metalli, con un po’di pazienza e mediante una non difficile operazione si arriva a constatarne il valore. Ma allorché si ha alle mani un biglietto, qual è la operazione che può farne conoscere il vero valore? Bisogna risalire ad indagare la solvibilità, la solidità della firma che sul biglietto sta segnata, e ciò per ogni nuovo biglietto che si incontri, ad ogni transazione che si tratti di compiere. E qui, per dirlo di passaggio, si riscontra la profonda differenza che tra la cambiale ed il biglietto in circolazione esiste. Chi compera una cambiale ha per suo debitore non solo chi la emise, ma eziandio colui che gliel’ha girata; quando non gli torni comodo il risalire ad indagare la solvibilità del primo, può facilmente accertarsi della condizione economica del secondo. Il biglietto invece è qualche cosa, per cosi dire, di anonimo, qualche cosa di indipendente affatto di chi lo maneggia; si accetta e si trasmette senza incorrere responsabilità alcuna; la responsabilità non spetta che a chi lo emise, ed a quello è d'uopo risalire per vedere che cosa il biglietto in realtà valga.

Supponiamo che l’Italia fosse, per rispetto ai biglietti, cambiata nell’isola di Jersey, dove qualunque associazione, qualunque individuo può avere una propria emissione, dove le emissioni diverse si contano a 65 su 55 mila individui; che cosa accadrebbe? — È facile il pensarlo. Non essendo, in un grande paese, possibile quella reciproca conoscenza che tutti hanno d’ognuno, sulla quale unicamente il sistema bancario di Jersey si fonda,

e per coi la semplice lettura d’una firma basta a dare a chicchessia la perfetta sicurezza del valore di un biglietto, la paura di accettare carta mal sicura genererebbe una generale incertezza, la quale non tarderebbe a gittar nell’atonia qualsiasi più vivace movimento commerciale.

E del resto senza andare alle supposizioni, abbiamo in Italia la realtà degli effetti della libera emissione. Dopo la decretazione del corso forzoso, determinate dalla necessità sorsero, più o meno legalmente in quasi tutti i paesi, emissioni d’ogni specie e d’ogni colore. Chi è che non abbia avuto occasione di esperimentare gli incovenienti di tale stato di cose? Basta percorrere quindici o venti chilometri ed arrestarsi in due o tre paesi per trovarsi il portafogli pieno di carta di ogni qualità che non può esitarsi, perché non conosciuta fuori del paese ove fu emessa. Il male si contiene in limitate proporzioni, perché si tratta di biglietti di piccolissimo taglio, che stanno per l’ordinario tra le persone del luogo stesso ove furono emessi. Ma che cosa accadrebbe, se, proclamando realmente la libertà d’emissione, tutta la circolazione si facesse con carta del genere di quella che ora lamentiamo?

Probabilmente vedremmo in breve scemare ogni rapporto tra paese e paese, e l’unità politica, con tanti sacrifizi ottenuta, e non senza grave fatica ed a stento cementata dalla unificazione dei codici, degli ordinamenti amministrativi, delle monete, dei pesi e delle misure, si troverebbe a poco a poco seriamente minacciata.

Però i propugnatori della libertà d’emissione si avveggono a quali seri inconvenienti s’andrebbe incontro colla larga applicazione del loro sistema, e taluno almeno di essi ha dichiarato che, quando si parla di libertà d’emissione, non debbo intendersi che di fatto possa, qualunque individuo il voglia, porre in circolazione propri biglietti. Vi è pel privato l’assoluta impossibilità di mantenere dei biglietti in circolazione; dell’emissione privata quindi non vi ha legislazione che s’occupi; essa è fuori di questione; la questione della libertà o della non libertà si agita unicamente là dove esiste associazione di capitali.

A dir vero non saprebbesi quanto logico sia il fare tra l'emissione individuale e l'emissione originata dall'associazione una qualsiasi differenza. Se il sistema della' libertà è da accogliersi, non v’ha ragione perché anche l'emissione privata non debba prevedersi. Nell’isola di Jersey, ove la libertà d’emissione in tutta la sua estensione trionfa, non abbiamo forse esempi di emissioni puramente private?

La difficoltà per un privato di mantenere biglietti in circolazione, può esistere pure per una associazione. Quanti privati vi sono, il nome dei quali presenta maggior solidità e quindi inspira maggior fiducia che non molte associazioni?

Ad ogni modo escludiamo pure le emissioni private, limitiamo la questione alle associazioni. Cessano forse di essere applicabili le considerazioni avanti accennate? Cessano forse di essere possibili i temuti inconvenienti?

Vediamolo. Non cessa per certo il bisogno di fare, indagini sulla bontà della firma che il biglietto porta; ché anche tra le associazioni ve ne sono di più e di meno solide, di quelle nelle quali si può ed altre nelle quali sarebbe pericoloso avere fiducia; non basta certo che il biglietto abbia per emittente una società di capitalisti, perché sia impossibile ogni dubbio sulla sua bontà. Ed ecco qui pure la paura e l’incertezza fare sentire le fatali loro conseguenze sul movimento commerciale. La necessità di avere informazioni, di fare indagini sugli stabilimenti che emettono biglietti, nel sistema della libertà dell'emissione è cosi forte, che in America era sorta una pubblicazione speciale per aiutare il pubblico in tale affare; la quale si chiamava appunto il Banck detector, ed era un fedele rivelatore della condizione delle varie Banche; pubblicava un fac simile dei biglietti d’ognuna di esse e li illustrava con opportune notizie intorno ai loro bilanci, alla loro amministrazione, ecc. (1).

(1) Wolowski. Op. cit.

Domandiamo in quali deliziose condizioni si porrebbe l’Italia, quando la si condannasse ad un sistema di tal genere, quando a tutte le altre cause di mali che la tormentano e lo sviluppo del credito impediscono, quella ancora si aggiungesse della necessità di fare accurate indagini e studiare la situazione di questa o quella Banca, prima di decidersi ad accettare un biglietto?

S’aggiunga un’altra considerazione, per cui l’incertezza viene ad essere aggravata. Colla molteplicità delle emissioni diverse, tanto più facile diventa la falsificazione, sia perché la varietà stessa delle carte la favorisce, sia principalmente perché non è possibile che tutte le società emittenti usino la cura diligentissima che la Banca di Francia, la Banca nazionale italiana ed altri stabilimenti di tal natura pongono in opera rispetto alla forma dei propri biglietti. E cosi tra l’incertezza della solidità delle Banche, tra la paura della falsificazione in mezzo a tante specie di carte diverse, davvero che il povero commercio italiano si troverebbe sopra un letto di rose e non mancherebbe di prendere quello slancio che finora è ancora un desiderio.

Il sistema della libera emissione, anche escluso il caso di emissione individuale, non sarebbe meno sfavorevole alla unità italiana. È impossibile, ed il fatto lo prova, che una Banca che sorge in una data parte d’Italia, possa ispirare eguale fiducia in tutto il Regno. Quanto più ci allontaniamo dal centro ove essa nacque e risiede, tanto più leggera diventa la confidenza in essa, tanto più difficile la sua azione; precisamente come, per servirci d’una similitudine materiale, gettando una pietra sulla superficie d’un placido lago, i circoli di movimento che si producono sono marcatissimi vicino al sito ove la pietra cadde, e poi man mano si vanno rendendo più leggeri fino a dileguarsi affatto.

La Banca nazionale italiana, la quale è stabilimento di primissimo ordine, la solidità della quale non può neanche per ombra essere sospettata; la Banca nazionale, la quale, per sua natura e come il suo nome suona, è stabilimento perfettamente nazionale e non certamente regionale, fa circolare con assai maggior facilità i suoi biglietti nell’Italia del nord, dove nacque e risiedette sinora, che non nell’Italia meridionale, dove sono quasi più volentieri accolte le fedi di credito del Banco di Napoli che ivi nacque e da lunghissimo tempo risiede.

Ciò vale ad indicare come allorquando in ciascun paese del Regno potesse sorgere una Banca dimissione, l’azione di essa sarebbe più o meno potente nel ristretto circolo ove nacque, ma probabilmente non si estenderebbe od assai debolmente nelle altre parti del Regno; ed ecco costituita l’Italia, per rispetto al credito, pressi poco nelle condizioni nelle quali si trovava prima del grande avvenimento della sua unificazione.

Tuttavia pei propugnatori della libertà d’emissione non bastano gli accennati inconvenienti; essi credono che l’interesse, l'oculatezza dei cittadini valgano ad impedirli; essi pensano che anche qui la libertà può essere rimedio ai mali che dalla libertà provengono. Il diritto che ognuno ha di rifiutare i biglietti nei quali non ha fiducia, l’obbligo che incombe inesorabile allo stabilimento emittente di cambiarli in metallo sulla semplice presentazione, sono mezzi più che sufficienti ad ottenere che solo la buona carta, quella sulla quale non è possibile alcun dubbio, rimanga in circolazione; e cosi ogni ragione d’incertezza cessa, ogni pericolo d'arenamento commerciale svanisce.

E ciò potrebbe anche essere verissimo. Ma prima di arrivare a tale stato di cose, prima che questa solida, sicura circolazione sia stabilita, quanti disinganni non s’avranno a toccare? Quanti gravissimi danni a provare? E poi, forse che fatta una volta questa epurazione della carta scadente dalla carta buona, tutto è finito? Niente affatto; sorge una nuova emissione, e siamo da capo; i dubbi, le paure, le incertezze ricomincieranno come prima.

E qui è d’uopo notare un fatto, che difficilmente potrà essere sconosciuto dagli uomini d’affari e che del resto è perfettamente spiegabile; vogliamo accennerò alla solidarietà che, volere o non volere, nella mente del pubblico, lega tutte le specie di carte che si trovano in circolazione. Il commerciante intelligente, l’uomo d’affari nell’accettare un biglietto, vede per cosi dire chi lo ha emesso, sa fare a colpo d’occhio la diagnosi della condizione di esso e si procura ove d’uopo le nozioni necessarie.

Per la massa del pubblico la carta è tutta eguale; quando ha tra le mani un biglietto, a meno che gli si metta in mente il dubbio della falsificazione, non fa, né può fare distinzione alcuna; accetterà più volentieri quello che è solito a vedere, farà difficoltà ad accogliere quello che non conosce; ma in sostanza nella sua mente la circolazione è unica.

Ora se avviene che il dubbio sulla solidità di un biglietto sorga, in breve nella massa del pubblico il dubbio si presenterà per qualsiasi biglietto. Il dubbio vuol dire per lo meno differenza tra il biglietto e la moneta di egual somma, ed indi l’aggio tra l’uno e l’altra, ed indi quella oscillazione continua nell’istrumento misuratore dei prezzi, che tanto danno arreca nella vita economica del paese, e che noi in Italia abbiamo più d’una volta sperimentato e pur troppo tuttora un tal poco sperimentiamo.

La libera emissione ha quindi eziandio questo inconveniente, di creare difficoltà alla circolazione fiduciaria. E se ciò serva a sviluppare la circolazione medesima, come è desiderio di chi la libertà d’emissione a qualunque costo propugna, è facile il vedere.

Si vogliono applicare all’emissione le idee, i principii che fanno, ed a ragione, della libera concorrenza la miglior salvaguardia del pubblico interesse; e la natura delle cose che ha posto l'emissione od almeno la vigilanza su di essa tra i servizi, pubblici, ad ogni passo vi si oppone. Già ricordammo a questo riguardo l’opinione di Sir Robert Peel, che non è quella, certo, di un nemico della libertà; possiamo aggiungere quella di ben altri ancora, e principalmente di Gobden, il famoso propugnatore della libertà commerciale in Inghilterra, il quale francamente dichiarò, che l’emettere biglietti non è a suo avviso un’ operazione d’industria e di commercio; e che la libera emissione è qualche cosa di simile al concedere ai negozianti il diritto di fissare a loro talento i pesi e le misure (1).

(1) Inchieste inglesi .

Analogo ed egualmente esplicito concetto emise Pellegrino Rossi quando scrisse, che la libera concorrenza in materia di Banche (d’emissione) è un pericolo che le leggi di un popolo civile non possono tollerare. Sarebbe come permettere al primo venuto di stabilire in mezzo alle nostre città degli spacci di veleno, delle fabbriche di polvere da cannone. La libera concorrenza in materia di Banche non è un perfezionamento, non è la Maturità del credito, ma bensì l’infanzia o la decrepitezza di esso.

Lo stesso Tooke, il celebre autore della storia dei prezzi, sebbene assai spesso sia dai propugnatori della libertà d’emissione citato a loro favore, disse che l'emissione non è una branca d’industria, ma è una materia che deve regolarsi dallo Stato in vista dell’interesse generale. «Io considero, egli aggiunge, come un diritto incontestabile dello Stato il principio che le Banche d’emissione debbono da lui essere regolate. Quanto alla libertà delle Banche nel senso da taluno voluto, io penso che il libero commercio di Banca così inteso è sinonimo del libero commercio della soperchieria (1). »

E potremmo assai facilmente moltiplicare ancora le citazioni e mostrare come la grandissima maggioranza degli scrittori della materia, qualunque sia il sistema bancario che prediligono, tutti fluiscono però col convenire nel principio che l'emissione è qualche cosa di ben diverso da un atto di commercio, e che essa non può quindi lasciarsi nel dominio della libera concorrenza.

(1) History of prices, T. in.

CAPITOLO TERZO

Sommarlo. — Esame di altri argomenti prò e contro la libertà dell’emissione — Confusione tra credito e biglietto — La libertà dell’emissione non serre a diffondere il credito ed a discei. trainarlo — Esempi nel Belgio — La libertà d'» missione non fa ribassare lo sconto — Cause determinanti il saggio dell'interesso — D cambio — Pericoli dell’unità e maggiori pericoli della libertà — Inghilterra— America — Vantaggi del biglietto — Condì aioni per ottenerli .

XV.

Ad onta di quanto logicamente è da dedursi dalla natura del biglietto di Banca considerato nella sua azione, la libertà dell’emissione è propugnata; ed è propugnata come la libertà del credito, come il mezzo essenzialissimo, anzi unico pel quale il credito può penetrare in ogni parte di un paese e portarvi nella produzione l’attività e la vita che sono del ere dito la benefica conseguenza. Senza la facoltà dell’emissione, si dice, non è possibile che sorgano, ovunque il bisogno sarebbe, importanti stabilimenti di credito. Il monopolio della emissione è la centralizzazione del credito; solo la libertà può provvedere alla soluzione del problema di una larga organizzazione del credito. La libertà d’emissione infine ha per principale effetto la diminuzione del saggio dello sconto.

Che cosa v’ha di vero in tutto ciò? — Vi ha, a creder nostro, in cotesti pensieri un grosso equivoco, sul quale, del resto, in principal modo ha base tutto l’edificio di coloro che per la libertà dell’emissione si agitano. E l’equivoco consiste nel confondere il biglietto di Banca col credito, la potenza grandissima di questo, coi limitati effetti che dall’emissione di carta fiduciaria possono sorgere. Eliminata tale confusione, tutta l’argomentazione sparisce.

È un punto di discussione che già in altra parte del nostro lavoro toccammo, quando riassumemmo l’opinione di coloro che qualsiasi emissione propriamente fiduciaria respingono. Non sarà tuttavia qui inopportuno un qualche maggior esame.

Il biglietto di Banca, qualunque sia la natura che in esso si ami riconoscere, non è che uno strumento di circolazione, uno dei mezzi coi quali i capitali, che servono alla produzione, circolano, passano da mano a mano e vanno a collocarsi là dove l’industria od il commercio li pongono in opera. Il credito invece consiste nel passaggio effettivo di questi capitali; e credito non si può concepire dove i capitali non esistono. Ora poiché coll’aumentare i mezzi di circolazione non si aumentano per ciò solo i capitali che debbono circolare, egli è evidente che l’emissione del biglietto nulla aggiunge alla possibilità del credito. Certo il biglietto di Banca facilita la circolazione, come, per fare una similitudine materiale, ma esatta, le strade ferrate facilitano il movimento assai meglio che non le strade ordinarie; ma dire che il biglietto è il credito, è fare una pericolosa confusione tra due ben distinti ordini di idee.

Il credito nulla ha che fare colla moltiplicazione dei mezzi di circolazione; potrebbe anzi dirsi che esso ha per scopo di rendere questi meno necessari, avvicinando i capitali al lavoro che deve porli in opera; si potrebbe sopprimere addirittura la facoltà dell’emissione, e non per questo cesserebbe il credito di compiere la benefica sua missione nell’organamento sociale.

Fa meraviglia il vedere come in tale confusione si cada dai propugnatori della libertà di emissione, i quali più d’una volta la confusione medesima credettero di poter rimproverare ai fautori dell’opinione contraria, ed ebbero, del resto, in altro incontro a riconoscere che «pas plus qu’avec ses autres agents ou instrumenta le crédit ne crée point du capital avec le billet de Banque; ne fût ce que par cette simple raison que personne ne peut créer du capital, c’est à dire en faire sortir du néant (1). »

(1) Hoen. La Liberté des Banques .

Ma se il biglietto di Banca nulla può creare, se non è che un agente trasmissore di ciò che esiste, come può dirsi che senza il biglietto il credito non può diffondersi? È dunque solo il pericoloso meccanismo del biglietto che può servire al movimento dei capitali esistenti?

Il fatto risponde negativamente; e già avemmo occasione di dimostrarlo. Basta pittar gli occhi su ciò che avviene in Germania, dove più di mille Banche popolari agiscono con immenso vantaggio dell'agricoltura, dell’industria, del commercio, portando ovunque l’aiuto del credito, senza che mai abbiano pensato a valersi del meccanismo dell'emissione ed operando invece col mezzo di capitali reali ed effettivi raccolti dal risparmio.

Si parla delle Banche di Scozia. Ma chi non sa che il biglietto, la emissione del quale è dalla legge in ristretti limiti confinato, è per quegli istituti la minima delle loro risorse? Chi non sa che la loro circolazione è mantenuta assai al disotto dei limiti stessi dalla legge fissati |e ragguaglia appena una minima parte degli ingenti depositi che conservano? Non è davvero l'esempio delle Banche di Scozia che può citarsi a dimostrare la necessità del biglietto perché il credito si spanda. Egli è adempiendo la vera missione della Banca, quella cioè di farsi intermediaria tra il capitale, favorendone la formazione ed il lavoro in ogni miglior modo aiutato; egli è in tal modo che le Banche di Scozia resero e rendono ai paese ed a se stesse immensi servizi. Nel risparmio, unico e vero creatore dei capitali, esse hanno la loro base d'azione; dallo strumento biglietto esse traggono quella sola utilità di cui il medesimo è capace; e certo il biglietto interviene assai poco come elemento d'aggiunta alle loro risorse.

Nel 1865 i depositi presso le Banche scozzesi superarono i 70 milioni di lire sterline; aggiungendo tale enorme offra alla riserva metallica, è facile vedere quale minima importanza abbiano i biglietti in circolazione, i quali non superavano i 5 milioni. Meglio che Banche di emissione, le Banche di Scozia possono ben dirsi Banche di deposito; ma certo mirabilmente alla diffusione del credito in quel paese servono.

Se non che a mostrare viemeglio in qual modo il monopolio dell’emissione sia ostacolo alla diffusione del credito, un altra osservazione fu fatta. Si disse: quando vi esiste uno stabilimento che crea moneta con carta, chi può sorgere a fargli concorrenza?

Il guadagno che la facoltà dell'emissione a tale stabilimento assicura, gli dà mezzo di fare tanta facilitazione nelle sue operazioni, che è impossibile non venga in breve ad assorbire ed accentrare in sò tutto il credito del paese, monopolizzandolo a suo talento.

Sarebbe codesto senza dubbio un gravissimo argomento a favore della libertà dell'emissione, se contro di questa non si elevasse il pubblico interesse. La diffusione del credito è massimo interesse di un paese, ma è interesse anche più eminente il mantenere l’inalterabile stabilità degli strumenti della circolazione, l'evitare le oscillazioni di essi con tutti i pericoli e gli inconvenienti, che sono compagni inseparabili dell’emissione lasciata alla libera concorrenza.

Ciò nulla meno però si potrebbe sempre elevare il dubbio quale dei due accennati interessi sia prevalente, quando in modo assoluto la emissione fosse facoltà indispensabile alla creazione di una Banca di credito, quando qualcheduna delle operazioni che stanno nella sfera del commercio bancario fosse dalla mancanza di tale facoltà, impedita. Ma è egli d’uopo ancora dimostrare che ciò non è? Mancano forse in Italia, in Francia potenti istituti, che in modo amplissimo agli sconti ed alle altre operazioni bancarie attendano con profitto proprio e con vantaggio del paese, senza aver la facoltà dell’emissione, e sebbene vi siano in Italia ed in Francia stabilimenti che il privilegio di creare biglietti posseggono? Guadagnare la differenza tra l’interesse minimo che si paga ai capitali raccolti in deposito, e l’interesse che si ottiene scontando, rinnovare molte volte nell’anno il giro dello stesso capitale, non è forse solleticante eccitamento alla creazione di istituti di credito, tanto e più che la pericolosa facoltà di emettere biglietti di non sempre sicuro esito, in concorrenza con un’infinita quantità di altra carta circolante?

Del resto abbiamo l’esempio di che cosa valga per la diffusione del credito la libera facoltà dell’emissione. Ecco che cosa ebbe a constatare e dichiarare nel Belgio il Governo, quando presentò il progetto di legge per la costituzione della Banca nazionale:

«Enfin, n’avons nous pas la liberté des Banques? Quel bien est-il résulté pour la circulation?

Jusq’ici le Gouverncment a autorisé les Banques par de simples arrêtés, et on n’a pas ouf dire qu’il ait fait des difficultés d’accorder cette autorisation; or, quels sont les capitaux qui se sont dirigés vers le commerce de Banque proprement dit? Combien des Banques possédons nous? Il n’existe que quatre établissements émettant des billets, et encore n’ ont ils pu donner beaucoup d’extension à l’escompte: «La Société générale;

«La Banque de Belgique;

«La Banque de Fiandre;

«La Banque liégeoise;

«Et malgré les facilités des Communications, les relations nombreuses de province à province, la densité de la population, le peu d’étendue de notre territoire, les richesses du sol, l’activité industriale, etc. , etc. , les affaires des Banques, comme établissements d’émission et d’escompte bien entendu, ont été en général si restreintes, leurs opérations ont été constantemment circonscrites dans un rayon si peu étendu, qu’il est rare de rencontrer des billets d’une Banque locale dans une autre province, même limitrophe de celle ou siège l’établissement qui les émet. Il en est même qui, en fait, ont renoncé entièrement à leurs émissions. Et si la concurrence n’a pas produit chez nous ces crises que des hommes qui ont fait une étude spéciale et approfondie de la matière, comme MM. Bossi, Coudy-Raguet, Thiers, et autres, ont attribué ailleurs à la liberté, cela tient, peut-être, à nôtre caractère national, qui n’aura pas permis aux capitaux de se prêter en aussi grande quantité que dans d’autres pays à ce genre d’association et d’entreprises (1). »

(1) Projet de loi concernant l’institution d’une Banque nation&le Exposé des motifs .

Fa fatta un’altra obbiezione; sia pure, fa detto, che ad onta del monopolio dell’emissione, altri istituti di credito possano sorgere, sia pure che il biglietto non crei i capitali, egli è pur vero non di meno che il biglietto presenta molti vantaggi; ora col monopolio questi vantaggi non si diffondono, ma necessariamente si centralizzano.

Certo il biglietto presenta dei vantaggi ed essi sono facilmente stabiliti. Per quanto la Banca opera con biglietti, altrettanto essa risparmia nel meccanismo della circolazione. Quando la Banca opera con 100 milioni di numerario stati deposti nella sua cassa, essa spiega la sua azione su 100 milioni dello stock generale di merci che nel paese esiste, fa passare tale quantità di merci nelle mani di chi ottenne il favore del di lei credito, prestandogli il numerario contro il quale quelle merci saranno rilasciate. Quando la Banca opera con 100 milioni di numerario e 100 milioni di biglietti, la sua azione si estende a 200 milioni di merci; con questa differenza però che i secondi 100 milioni sono trasferiti più direttamente e senza bisogno dell’intervento dell’istrumento denaro.

È questo il concetto che del vantaggio del biglietto esponeva l’illustre Frère-Orban alla Camera del Belgio, quando parlando della Banca nazionale di quel paese diceva: «Grâce à elle, le public peut disposer d’une manière productive, d’un capital énorme qu’il serait obligé d’employer comme monnaie, si la Banque n’existait pas………..» «En d’autres termes, la monnaie sert comme instrument d’échanges, comme véhicule des transactions. Eh bien, à un véhicule qui est d’or pur, d’or massif, on substitue, par le fait de l’institution de la Banque, un véhicule de papier qui ne coûte, pour ainsi dire, rien et qui sert exactement à rendre les mêmes Services que les métaux précieux (1).

Ecco quale è il vantaggio dei biglietti. Ma qualunque esso sia, chi può dire che l’unità di emissione lo centralizzi?

Anche qui il fatto risponde diversamente.

(1) Discorso pronunziato alla Camera dei deputati nell’adunanza del 23 febbraio 1865 .

L’unità d’emissione non impedisce certo, anzi richiede che l’istituto emittente sia in rapporto con tatti gl'istituti di credito che in qualunque parte del paese sorgono, e comunichi loro il vantaggio dell’uso della moneta fiduciaria. Non è nostro intendimento di spiegare qui in quanti diversi modi si possa coll’organizzazione bancaria ottenere, di conservare inalterabile l’unità d’emissione, pur lasciando al credito la massima libertà, favorendone in ogni miglior modo la diffusione e con essa la più ampia partecipazione di tutto il paese ai vantaggi che dalla circolazione fiduciaria sorgono.

Abbiamo testé nominato il Belgio; ebbene, esso ci somministra a questo riguardo il migliore degli esempi.

Delle vicende dell’organizzazione bancaria di quel paese avremo campo di discorrere in seguito; qui noteremo come la Banca nazionale, unica d’emissione, sorta colà nel 1650, sia stata autorizzata ad istituire, ovunque ve ne fosse il bisogno, deicomptoirs di sconto, specie di piccole agenzie aventi per missione di raccogliere ovunque gli effetti scontabili e spargere ovunque il biglietto della Banca. In pochi anni non meno di 30 di tali comptoirs furono istituiti, i quali nel 1866 trasmisero alla Banca per essere scontati N 553,100 effetti per un valore di L. 570,7 7,568; nel 1867 il numero degli effetti raccolti dall'a 581,494 per una somma di L. 584,641,345. L’importanza di tali cifre nelle quali non v’ha piccolo paese di quello Stato che non sia rappresentato, è evidente, e mostra, come è detto nel documento dal quale le cifre medesime ricaviamo, che lo sconto si va sviluppando ogni giorno più nelle provineie; sicché mentre cinque o sei anni prima, la somma degli sconti di tutti i comptoirs riuniti ascendeva appena alla metà del totale degli sconti fatti dalla Banca, da qualche anno tale proporzione si elevò al di là dei tre quinti, nel 1861 s’accrebbe ancora, e probabilmente lo sconto diretto della Banca a Bruxelles ed alla succursale di Anversa, non tarderà ad essere al dissotto del terzo del totale delle operazioni (1).

Quale ragione di essere ha il timore della centralizzazione, di fronte a tali fatti?

(1) Banque nationale Rapport fait à l’Assemblée générale des actionnaires du 24 Février 1868 par M. le Gouverneur.

Come può dirsi che i vantaggi della Banca non si spandono per tutto il paese? Ma è solo nei Belgio che ciò avviene? Tenuto il debito calcolo della diversa condizione economica del paese, lo stesso fatto ci presenta la Banca nazionale italiana colle numerose sue succursali; essa pure, ovunque l'atmosfera locale il permise, estese i suoi benefizi.

XVI.

È egli vero che la libertà dell’emissione ha per conseguenza la diminuzione del saggio dello sconto? Ciò fu molte volte ripetuto e si ripete; ma pare a noi non possa ragionevolmente ammettersi da chi conosce che cosa sia l’interesse e quali le cause che su di esso agiscono.

È questa però una delle più gravi questioni che nel campo della scienza economica si presenti; questione che non si contiene soltanto nell’argomento delle Banche, ma entra nell'amplisima sfera ove si dibattono i rapporti tra il capitale ed il lavoro nell’opera della produzione.

Lo sconto è l’interesse dei capitali che la Banca somministra; tutte le leggi economiche che agiscono sull’interesse, hanno necessariamente la loro influenza sullo sconto. L’interesse si compone di due elementi: il prezzo dell’uso del capitale, il compenso di rischio che il capitalista corre. Il primo, come il prezzo di qualsiasi altra cosa o servizio, dipende dalla maggiore o minore facilità di creare il capitale, dal maggiore o minore vantaggio che dal capitale può trarsi, e quindi da tutte le cause che sulla formazione dei capitali e sull’uso di essi possono avere azione. Il secondo elemento, ossia il compenso del rischio, dipende dalla maggiore o minore solvibilità di chi ottiene in prestito il capitale, dalla maggiore o minore durata del prestito, in una parola dalla maggiore o minore sicurezza che il capitale venga puntualmente ed integralmente restituito. E quindi tutte le cause generali e particolari, sociali ei individuali, che sulla sicurezza del capitale hanno influenza, spiegano eziandio la loro azione sali interesse.

Ciò basta per indicare quale mobilità, quale varietà tra paese e paese, tra tempo e tempo ed anche tra persone e persone, nel saggio dell’interesse possa presentarsi; e quindi quanto assurde siano le leggi che pretesero, ed in talun paese ancora pretendono, di tenere ad un limite fisso l'interesse de’ capitali. Non solo non è possibile mantenere tal limite, ma è difficilissimo e spesso impossibile anche solo prevederlo con qualche sicurezza; tanti e sì diversi sono gli elementi dai quali il saggio del l'interesse dipende.

L elemento predominante però è sempre questo: l’esistenza dei capitali mutuabili. Qualunque saggio d’interesse si stabilisca, qualunque compenso si voglia dare, non si possono prestare più capitali di quelli che esistono. Perché i capitali possano prestarsi, è duopo anzitutto provvedere all'abbondante loro creazione, coll'aumento della produzione e del risparmio.

Tutto ciò che dicemmo dell'interesse, va perfettamente applicato allo sconto, il quale è appunto una forma d’interesse di capitali mutuati. Per lo sconto però fatto da istituti che emettono carta circolante come moneta, si aggiunge un nuovo elemento, il quale, combinandosi in certo modo con tutti gli altri, determinanti il saggio dell’interesse, viene a costituire per tali istituti come un termometro regolatore delle loro operazioni. Gl'intelligenti lettori hanno già compreso che intendiamo parlare del corso del cambio.

Non è certo più per noi, né per alcuno nei tempi nostri, il cambio quella scienza arcana, appena a pochi accessibile, e nei misteri della quale si conteneva il mezzo di violare senza pericolo le assurde prescrizioni canoniche che l’interesse proscrivevano. Non è certo più ai tempi nostri il cambio labyrintus conscientiarum, praccipitium, conflictus sine concordia, pelagus sine portus, come lo definivano le antiche scuole. Neppure riconosceremo nel cambio l'infallibile indicatore della prosperità o della miseria di un paese, come pretendeva colla sua bilancia del commercio la famosa scuola mercantile. Ma non sarebbe ragionevole negare che nel corso del cambio un utile guida si contenga, per le operazioni degli istituti d'emissione.

Il cambio, come assai prima dei tempi nostri fu definito, non è che emptio venditiopecmiae abscntis, pecunia presenti (1); la compra di una somma lontana, ossia pagabile in altro luogo, mediante un prezzo presento. Ed il corso del cambio non essendo altro che la quantità di metallo prezioso che si consente di dare per acquistare il diritto di farsi pagare in altro luogo una determinata quantità del metallo stesso, indica la tendenza della merce moneta ad affluire in paese od allontanarsi da esso.

Gli istituti di emissione, i quali, per esser sempre in grado di cambiare in metallo sonante la loro carta, debbono conservare tra la quantità di questa ed il metallo del quale dispongono, una determinata proporzione, hanno, nel corso del cambio, il segnalo per conoscere se la loro riserva metallica tenda ad aumentare, o corra pericolo di sminuirsi, ed a seconda di tale fatto «allargano o restringono le loro operazioni, facilitando o rendendo più difficile il favore del loro credito, mercé la diminuzione o l’aumento del saggio dello sconto.

La Banca d’Inghilterra, quella di Francia, come la Banca nazionale italiana, seguono nella determinazione del saggio dello sconto si fatta norma, variandolo a seconda del bisogno colla guida principalmente del corso del cambio. E poiché, come finora dicemmo, gli elementi che nella questione dell’interesse dei capitali hanno influenza, sono molteplici e di natura diversa, non è raro di vedere le Banche variare frequentemente il saggio dello sconto. Ciò principalmente vediamo accadere nei tempi nostri, nei quali tante cause d’incertezza e d’oscillazione nel movimento economico d’Europa esistono. Quell’istituto di credito che a siffatte cause non volesse por mente, e pretendesse di mantenere invariato il suo sconto ad onta di esse, s’accorgerebbe ben presto quanto pericoloso sia il lottare contro la forza delle cose, l’opporsi alle leggi della natura.

Non è quindi qui questione di libertà o non libertà di emissione, di Banche uniche o Banche molteplici; si tratta della legge naturale per cui i metalli preziosi, ad onta di tutto e di tutti, si distribuiscono nel mondo a seconda dei bisogni dei popoli: non v’ha barriera che valga ad arrestare il loro movimento.

(1) Scaccia. — De Commerciis .

Questa legge ben mostrò di conoscere e di saper seguire l’amministrazione della Banca italiana, quando in occasione di un considerevole aumento dello sconto, ebbe nel marzo del 1864 ad esprimersi in questi termini:

«A fronte dell’aumento del prezzo del denaro in tutti i mercati europei, a fronte dell’irresistibile tendenza del numerario a portarsi dove più vantaggioso se ne presenta l’impiego, sarebbe opera, più che vana, di danno gravissimo alla Banca ed al paese intero lo sforzarsi di tenere il prezzo del denaro al disotto della misura a cui lo spingono le condizioni economiche del paese nostro. Quando le dimando d’impieghi superano i capitali disponibili, si hanno due espedienti da adottare: aumentare lo sconto, o restringere le assegnazioni agli impieghi. Entrambi i mezzi tendono a produrre una riduzione negli affari della Banca alfine di stabilire l’equilibrio tra le domande d’impiego ed i mezzi disponibili; ma il primo espediente produce la riduzione naturalmente, il secondo violentemente. È dunque da preferirsi il primo.

Si è, non è guari, lamentato che la Banca non abbia in qualche circostanza seguiti questi principii. Ciò, quando fosse, nulla toglierebbe alla verità di essi; ma noi avremo occasione di esaminare fra poco tale lamento e riconoscere se esso abbia ragione di essere.

Certo la variabilità dello sconto può essere causa di gravi inconvenienti per l’incertezza che ingenera intorno alla misura dell’aiuto che ciascun commerciante ed industriale può ottenere dalla Banca. Ma è codesto un male che non può evitarsi, ove non si voglia cadere in mali maggiori. E del resto se non la stabilità assoluta, una mutabilità assai rara si otterrà quando, sparita ogni causa di turbamento politico in Europa, condotta in normali e prospere condizioni l’economia del paese, l’opera della produzione tranquillamente ed attivamente, ma all’infuori delle troppo arrischiate imprese, si compia.

Riteniamo qui intanto che il saggio dello sconto dipende da leggi naturali che nessuno può sconoscere; ond’è, che l'aumentare il numero delle Banche d’emissione, il porre tale funzione sotto la sferza della concorrenza non giova a far ribassare lo sconto, come non gioverebbe al ribasso del prezzo di una merce qualunque, l’aumento del numero dei venditori di essa, quando la quantità della merce stessa contemporaneamente non s’aumentasse o non si migliorassero le condizioni che sul suo prezzo hanno influenza. Si stabilisca puro fra le Banche d’emissione la più sfrenata concorrenza; nessuna di esse potrà dare i suoi capitali ad un prezzo minore di quello clic le condizioni del paese permettono, a meno clic voglia in breve rovinare sè stessa ed i suoi clienti. Nè una Banca unica, a meno che voglia condannarsi alL’inazione, od almeno restringere grandemente e con suo danno la cerchia dei suoi affari, può a lungo mantenere tal prezzo al dissopra di quello che le condizioni del paese richiedono.

Se a questo riguardo una differenza esisto tra il sistema dell’unità e quello della moltiplicità delle Banche d’emissione, è questa: che la Banca unica, procedendo naturalmente con maggior prudenza, circondandosi di maggiori cautele che non le Banche in concorrenza, non immischiandosi così facilmente in arrischiate imprese, riesco a rendere più sicura e più stabile la sorte dei capitali in generale, vale a dire diminuisco l’elemento del rischio; e ciò equivale a diminuire il saggio doli’ interesse.

Ove fosse possibile paragonare con esattezza fra di loro i due sistemi dell’unità e della pluralità delle Banche di emissione, ciò risulterebbe indubbiamente. Sventuratamente non è confronto che possa colla necessaria esattezza istituirsi; perocché nulla è più facilmente alterabile del saggio dell’interesse dei capitali, e non è possibile trovare due paesi o due epoche che siano in identica condizione rispetto agli elementi dai quali tal saggio dipende.

Ad ogni modo però convien dire che l’accennato nostro concetto abbia saldo fondamento, se vi sono paesi che dal sistema della libertà a quello dell’unità d’emissione passarono, appunto per ottenere fra le altre cose la diminuzione nel saggio della sconto.

Ciò deve dirsi del Belgio che già avemmo occasione di ricordare. Nell’unità di emissione prudentemente e fortemente organizzata, esso cercò il rimedio ai disordini che la libertà aveva creati, cercò di togliere le cause clic all’ampia diffusione del credito si erano fino allora opposte. La diminuzione dello sconto è appunto uno degli scopi che si ebbero in mira nella creazione della Banca nazionale, «Il ne faut pas perdre de vue que le but que l’on poursuit, en créant des établissements semblables a celui qui fait l’objet du projet en discussion, et en leur donnant le droit de battre, en quelque sorte, monnaie, c’est, nous parlons en générale, d’amener l’abaissement du taux de l’intérêt, c’est de procurer au commerce et à l’industrie le capital aux conditions de location les plus avantageuses (1). »

XVII.

Non ha maggior fondamento un’altra obbiezione clic al sistema dell’unità pure assai spesso fu fatta. Con tale sistema, si disse, un errore di apprezzamento per parte della direzione della Banca, può bastare a gettare il paese in una crisi. Cosi non avviene nel sistema della libertà, col quale l’errore di una Banca è contrabilanciato dal retto giudizio di tutte le altre.

Non è certo mestieri di un lungo ragionamento per mostrare in tale argomento il vizio del provar troppo. Tutti i servizi che stanno nella sfera dei servizi pubblici, dipendono in sostanza dall'apprezzamento di colui al quale sono affidati. Perché costui, uomo anch’egli, può errare, v’ha forse ragione per portare tali servizi fra i servizi privati, sottoporli alla concorrenza, metterli all’asta?

Del resto, senza parlare dei numerosi controlli, dai quali nel sistema dell’unità la Banca può essere ed è sempre immancabilmente circondata, v’ha per la rettitudine dei suoi apprezzamenti,

(1) Rapport sur la projet de loi relatif à l’institution d’une Banqne nationale, par M. Victor Teseli — Identica opinione fu espressa dal Conte Cavour. V. i suoi discorsi nell’Appendice di questo volume .

per quanto è umanamente possibile, una garanzia potentissima nell’interesse della Banca stessa, il quale non è, né può essere a lungo in opposizione cogli interessi del paese.

Fu detto che la Banca unica può essere spesso occasione, se non causa prima, di esiziali provvedimenti, quali quello del corso forzato. Non ricordiamo però circostanza in cui tale timore, tante volte messo innanzi, abbia cessato di essere una semplice infondata presunzione, per presentarsi sotto l’aspetto di vero e preciso fatto dimostrato. E un’accusa che anche in Italia fu vivamente agitata; vedremo poi quale fondamento avesse.

Intanto se i pericoli dell’unità d’emissione, gratuite allegazioni prive di alcuna prova nei fatti, vanno sfumando dinnanzi al semplice ragionamento, ben più consistenti ed appoggiati a fatti si mostrano quelli del sistema contrario.

Per effetto naturale della concorrenza che fra di loro si fanno, le Banche emittenti sono trascinate ad incoraggiare lo più imprudenti ed arrischiate operazioni, e per esse esagerando la loro circolazione, finiscono sempre con compromettere non solo la propria sicurezza, ma eziandio la prosperità del paese nel quale operano. La storia delle più gravi crisi commerciali che ebbero luogo in Inghilterra, tutta quasi può riassumersi nell’imprudenza delle libere Banche d'emissione; ed è questa l’esperienza che nel 1844 chiamò l'Inghilterra a ben altro sistema in fatto di Banche, al sistema, cioè, sancito dal famoso atto di quell’anno, il quale mira in sostanza all’unità dell’emissione.

Il dannoso effetto della concorrenza in fatto d’emissione da nessuno meglio che da Peel fa segnalato, all’epoca appunto in cui sostenne dinanzi al Parlamento inglese la legge bancaria or ora ricordata.

«La concorrenza nelle Banche provinciali, egli disse, è unicamente dominata dal sentimento ben naturale che fa dire a ciascun banchiere: perché restringere io la mia circolazione quando i miei confratelli non fanno altrettanto? Io ne soffrirò, i miei clienti se ne andranno, ed infine poi solo, in mezzo a tanti,, non produrrò alcun effetto.

E cosi ognuno si lascia guidare dal proprio interesse, nessuno vuole prendere l’iniziativa del sacrifizio, ed allora viene la crisi. L’oro è richiesto in quantità considerevole, i banchieri, non potendo provvedere alle domande, si dichiarano in fallimento; le migliori case non potendo far fronte ai loro in;pegni, sono rovinate, ed è solo dopo catastrofi o mali d’ogni specie, elio l’equilibrio, tanto necessario fra l’oro e la carta, viene a ristabilirsi. »

Ecco quali sono gli effetti della concorrenza nell’emissione;. ecco che cosa è la libertà delle Banche giudicata da una tra le più competenti autorità del mondo finanziario, da un uomo che certo nessuno potrà sospettare d’idee antiliberali, perché la storia ne ha collegato il nome colla più grande riforma liberalo che in Inghilterra siasi compiuta; da un uomo infine che parlava coi dati di una recentissima esperienza.

E fu una esperienza abbastanza memorabile. Dal 1839 al 1843, 29 fallimenti di Banche d’emissione ebbero a lamentarsi in Inghilterra, e fallimenti in tutta l’estensione della parola; ché 17 non presentarono più mezzo ad alcun dividendo.

«Su chi caddero tali perdite, domandava a sò stesso Robert Peel? Precisamente sulla classe che era meno di tutte in grado di sopportarle.

Rimontando al 1814, 1815 o 1816, egli continuava, si può stabilire elio in soli tre anni, furono 140 le Banche che sospesero i loro pagamenti e che 89 furono i casi di bancarotta dichiarata. Se si fanno le stesso indagini pel 1825, 1826, 1835, 1836, 1839 o 1840, ossia per tutte le epoche di crisi, si troverà sempre la riproduzione del medesimo fatto. »

La stessa esperienza ci presenta l'America. Agli Stati Uniti nel 1830 si contavano 329 Banche,. aventi un capitale di 145 milioni di dollari od una circolazione in carta di 61 milioni. Setto anni dopo, nel 1837, le Banche erano già arrivate a non meno di 677, non compreso le succursali; il capitalo sociale era di 370 milioni, con una circolazione cartacea di 186 milioni. Questa cosi enorme estensione dei biglietti, questa cosi eccessiva ampliazione del credito, quali effetti produssero? La sospensione totale, dei pagamenti in metallo, la rovina di un infinito numero di fortune particolari, l’annientamento del credito pubblico.

Chi è che dopo siffatte esperienze vorrà, ancora sostenere che l’obbligo assoluto di cambiare a vista i propri biglietti è garanzia sufficiente per annullare i pericoli che dalla libertà dell’emissione dimanano? Forse che tale obbligo non esisteva per le Banche d’Inghilterra e per quello degli Stati Uniti?

È vero che delle imprudenze e del credito avventato possono farne anche le Banche che sono prive della facoltà dell’emissione; ma non è dubbio però che il pericolo è infinitamente maggiore quando si tratta di stabilimenti ai quali spetta la comoda facoltà di ampliare col torchio le proprie risorse.

Non manca tuttavia chi, attribuendo ad altre cause i disastri che all’eccessiva emissione noi abbiamo attribuito, nega addirittura la possibilità dell’eccesso nell’emissione. La quantità di numerario (moneta o biglietti), si dice, che ad un paese abbisogna, è determinata dalla natura delle cose. Un paese non abbisogna che della somma, della quantità di numerario necessaria a ciascun individuo; e ciascun individuo abbisogna di numerario quando, dopo avere ricevuto il prezzo di un suo prodotto o di un suo servizio, non ha ancora acquistato il servizio od il prodotto che intende ottenere; o ne abbisogna precisamente per tutto il tempo che debbo trascorrere tra la vendita che gli procurò il numerario o la compra che lo farà passare ad altre mani. La quantità di moneta richiesta per gli scambi di un paese è, per cosi dire, matematicamente dalla natura dello cose determinata, sebbene sia difficile il conoscere quale essa sia.

Se ciò è vero, qualunque sia il desiderio delle Banche di estendere la propria circolazione, l’emissione ha un limite insuperabile. Quando la circolazione è satura, se si tratta di metalli, essi cessano dall’ufficio monetario; se si tratta di biglietti, si presentano al cambio. Quindi le Banche, anche volendolo, non possono sovracaricare la circolazione.

Che la quantità del numerario necessario ad un paese sia determinata dalla natura delle cose, non può certo revocarsi in dubbio, come prima d’ora noi abbiamo affermato. Ma quand'è che può conoscersi che il limite è varcato?

Quando comincia il rigurgito dei biglietti, quando essi si presentano in furia al cambio; ed allora il male che si teme è già succeduto. Quindi da una parte le Banche, sotto l’eccitamento della concorrenza, sono spinte a facilitare il loro aiuto onde estendere la propria circolazione ed aumentare i proprii guadagni; dall’altra i sintomi dell’eccesso non si manifestano che quando l’eccesso già esiste con tutte le tremende sue conseguenze.

Certo la natura delle cose è più forte di qualsiasi volontà, e ciò che essa ha stabilito, in un modo o nell’altro deve compiersi; ma può per analogia applicarsi qui pure la famosa teoria di Malthus rispetto alla popolazione. Per mantenere i limiti dalla natura prescritti vi ha la prevenzione e la repressione; quando gli uomini non sanno usare i mezzi preventivi, la natura s’incarica di far trionfare i suoi voleri coi mezzi repressivi. In fatto di circolazione di biglietti, i mezzi repressivi sono i fallimenti, la rovina delle fortune private e pubbliche. In qualsiasi modo l’equilibrio debbe ristabilirsi, precisamente come, dopo la burasca, il mare deve ritornare placido e tranquillo. Ma quante miserabili vittime la placida superficie delle acque non nasconde?!

XVIII.

Bai pochi cenni che siamo venuti esponendo è lecito conchiudere che il biglietto di Banca è uno strumento delicato o pericoloso, il quale vuole essere maneggiato con molta cautela; e che quindi non è possibile applicare ad esso il principio della libera concorrenza. Ma se tanti pericoli il biglietto di Banca circondano, perché si usa, quali sono i vantaggi che esso reca? Lasciando a parte ogni poesia, non lasciandoci trascinare da vane illusioni, bisogna dire che i vantaggi del biglietto ci sono, ma sono assai più limitati di quello che molti pretendono e che le gravissime ed animate discussioni fatte intorno ad essi lascierebbero supporre. In che cosa questi, vantaggi consistano già accennammo or ora.

Tanto la moneta metallica quanto i biglietti non servono per loro stessi direttamente alla produzione, non giovano alla soddisfazione di alcun bisogno umano. Essi non sono che i mezzi, i canali, le vie di comunicazione, attraverso le quali le cose atte alla produzione si muovono, circolano e vanno là dove dai bisogni umani sono richieste. Si moltiplichino quanto si vuole le monete, od i biglietti, la produzione non sarà per ciò meglio favorita, la prosperità pubblica non si troverà aumentata, se non si moltiplica ad un tempo la massa delle cose che alla produzione e quindi alla soddisfazione dei bisogni servono. Se su tutto l’orbe terracqueo piovessero in egual modo e per una intiera settimana i pezzi di metallo coniato, non si troverebbe perciò vantaggiata l’opera della produzione; perché i pezzi di metallo, come moneta, alla produzione non servono che indirettamente, vale a dire dando mezzo di ottenere le cose alla produzione necessarie, le quali, dopo la pioggia dei pezzi di metallo coniato, sarebbero nella stessa quantità di prima. Una industria sola da tale pioggia originale si troverebbe favorita, quella che abbia per materia prima il metallo, perché i pezzi di metallo caduti dal cielo, troppo abbondanti per l’ufficio monetario, passerebbero subito ad altri usi.

Supponiamo ora che la pioggia non di pezzi di metallo, ma di buoni biglietti di banca abbia luogo. Che cosa succederà? — Siccome il biglietto di banca, privato dell’ufficio di moneta, a nulla serve e non può, come fa il metallo, rendersi utile in qualche uso parziale, lo straordinario aumento di biglietti non avrebbe sulla produzione, sulla prosperità del mondo effetto alcuno; precisamente perché, non è inutile il ripeterlo, non giova l’aumento dei mezzi di trasmissione quando non si aumentano ad un tempo le cose trasmissibili; non basta tracciare un bel canale d’irrigazione in mezzo ad un deserto, perché le acque limpide e vivificanti scorrano a farne sparire l’aridezza; è duopo anzitutto che un potente serbatoio d’acqua esista.

Ma poiché però il biglietto, usato coi dovuti riguardi, sa fare l’ufficio di moneta, senza costare quello che la moneta costa, evidentemente ha per sé vantaggi che non sono disprezzabili, sebbene non debbano esagerarsi.

Se a fare il servizio della circolazione di un paese occorrono, ad esempio,500 milioni di numerario, dando per metà tale ufficio ai biglietti di banca, si ottiene un risparmio di 250 milioni di capitali, che prima stavano sotto forma di metallo coniati, o che possono cambiarsi e convertirsi ad altri usi. Ecco il vero guadagno che coll’uso del biglietto si ottiene. Può aggiungersi che col biglietto si migliora in certo modo, si rende più agile il movimento dei capitali, in quantoché più maneggevole del metallo il biglietto si presenta.

Chi accetta un biglietto, dice Rossi, confidando alla Banca una somma equivalente in specie metalliche, che essa conserva nella sua cassa, risparmia col le spese ed i pericoli del trasporto del numerario, il tempo che richieggono i pagamenti effettivi, il consumo del metallo e tutti gii imbarazzi della circolazione metallica; ceco i vantaggi del biglietto di Banca.

Riconoscere nel biglietto altri effetti, altri vantaggi, non è possibile, senza cadere negli errori mille volte dalla scienza combattuti, senza lasciarsi trascinare a poetiche aberrazioni, negazioni perfette della realtà delle cose.

Or bene, se cosi limitati sono i vantaggi che dal biglietto possono aversi, è egli ragionevole per ottenerli esporsi a tutti i pericoli clic sommariamente siamo venuti accennando? Non pare. I vantaggi che dai biglietto dimanano, per la facilitazione nel movimento dei capitali cui esso dà luogo, pel risparmio che fa ottenere nella spesa del meccanismo della circolazione, non sono certo da disprezzarsi; a patto però che per conseguenza del biglietto non venga alterata la stabilità dello strumento degli scambi, non venga resa oscillante la misura dei valori; — a patto che non vengano annientati i vantaggi ben maggiori, che nello scambio portò l’introduzione del metallo; — a patto che colla facoltà della creazione del biglietto non si apra vieppiù larga via alle crisi, che già, per opera dell’errore e dell’imprudenza, indipendentemente dall’azione del biglietto, troppo spesso funestano il mondo; — a patto infine che il biglietto non sia un nuovo ostacolo creato ai rapporti tra paese e paese, un elemento di sfiducia capace di arrestare l’attività produttrice, che noi in Italia più che molti altri paesi abbiamo bisogno di eccitare.

Tutto ciò non si ottiene col fare del biglietto un oggetto sottoposto alla pubblica concorrenza, quasi che si trattasse di un atto ordinario di produzione; ma si ottiene estendendo al biglietto quella vigilanza, quelle norme di sicurezza, quella prudenza, che ragionevolmente si cscroitano nella creazione della moneta metallica. Ciò si ottiene distinguendo ben nettamente la emissione del biglietto, da tutto le operazioni commerciali col mezzo delle quali il credito agisce e si svolge. Ciò si ottiene facendo che le Banche non alterino la loro missione, che è quella, e non altra, di raccogliere le molecole di valori che il risparmio va cumulando, per farne dei capitali o trasmetterli a chi col lavoro sa metterli in opera e farli convergere alla produzione. Ciò si ottiene infine prescrivendo che quel comodo e poco costoso sostituto al metallo, che è il biglietto, da una fonte unica dimani; affinché sia facile il vigilarne attentamente la creazione ed il mantenerne la quantità nei limiti necessari, usando così il rimedio preventivo, per non darò alla natura l'occasione d'intervenire coi terribili mezzi repressivi che tiene a sua disposizione.

CAPITOLO QUARTO

Sommario. — Qual è il sistema bancario prevalente nel fatto. — La Francia. — L’Inghilterra. — La Germania. — Il Belgio. — L’Olanda. — La Spagna. — L’America. — Che cosa deve conchiudersi. — Un’obbiezione d’ordine politico. — Opinione del Conte Cavour .

XIX.

Ora che abbiamo sommariamente ricordate talune tra le principali considerazioni che nella questione delle Banche sogliono mettersi innanzi, e mostrato come il ragionamento porti direttamente ad escludere l'emissione dei biglietti dal novero delle operazioni commerciali naturalmente rette dalla libera concorrenza, — vediamo che cosa nella pratica sia avvenuto; vediamo se colla deduzione del ragionamento concordino in qualche modo i fatti; vediamo in altri termini quale dei due principi, della libertà o della non libertà dell’emissione, sia generalmente seguito.

Noi non siamo tra coloro i quali credono possa il fatto servire per giustificare qualunque teoria, sicché basti mostrare che, in questo od in quell’ordine di cose, una determinata via è generalmente seguita, per conchiudere subito che quella è la via razionale. Sappiamo troppo bene che i popoli, come gli individui, dominati dalle abitudini, dagli errori, dall'inesperienza, possono per lungo tempo battere una strada diversa da quella che la ragione consiglierebbe. La storia di qualunque paese è piena di esempi a tale riguardo; anzi la storia del mondo intero non è che la continua sostituzione di idee e fatti nuovi ad idee e fatti che vennero a conoscersi non abbastanza ragionevoli. Il progresso dell’umanità tutto si contiene in tale rivoluzione.

Tuttavia però, quando, in un dato ordine di cose, vediamo la pratica di quasi tutte le nazioni civili modellarsi, in un modo o nell’altro, ad un determinato principio, non è possibile negare al fatto una tal quale forza probante in favore di quel principio, se non altro allo stato degli, come direbbe un curiale, ossia di fronte alle condizioni intellettuali, morali ed economiche nelle quali attualmente il mondo si trova.

Or bene, diamo un rapido sguardo ai sistemi bancari dei principali paesi d’Europa, e vedremo in tutti più o meno marcatamente e sotto diversa forma, prevalente la tendenza ad escludere dalla concorrenza l’emissione dei biglietti.

Non la tendenza soltanto, ma l’attuale ed effettiva esclusione di qualsiasi concorrenza in materia d’emissione esiste in Francia e può dirsi abbia esistito sempre.

Sebbene, fin dai tempi di Luigi XIV siasi in Francia creata della carta di fiducia, può dirsi però che la prima vera Banca fu quella famosa di Law. I ben noti risultati di essa non furono certo di natura tale da eccitare alla creazione d’altre simili istituzioni. La Banca di Law, fondata su una delle non poche utopie socialistiche, doveva necessariamente cadere; ma la sua caduta perciò nulla prova contro le Banche fondate sulla realtà e guidate da principii di ragione. Pur nondimeno tale fu 1 impressione che dalla caduta del sistema del Law si ebbe, che per molti anni il nome solo di Banca bastava a spaventare chichessia. Passarono difatti più di cinquant’anni prima che un’ istituzione di tal nome potesse sorgere, e fu una cassa di sconto, creata con decreto del 1776, che più o meno bene, in mezzo alle esigenze del Governo ed alla diffidenza del pubblico, visse sino ai tempi della Convenzione che la soppresse. Sotto il Direttorio una nuova cassa di conti correnti fu creata, che visse sino al sorgere della Banca di Francia che tuttora funziona.

Come tutte le principali istituzioni e leggi che la Francia ora possiede, così la Banca ebbe la sua origine nei primi anni del secolo scorso. Fu nel 1800 che i primi statuti della Banca di Francia furono fatti, ed essa sorse con un capitale di 30 milioni divisi in 30,000 azioni.

Fu con legge del 24 germinale anno XI (14 aprile 103) che la costituzione organica dalla Banca fu stabilita. Questa legge proclamava il principio della non concorrenza in materia d emissione, dandone alla Banca di Francia il privilegio e volendo che una sola Banca emittente potesse sorgere in ciascun grande centro di commercio.

Era il sistema dell’unità applicato per divisione. Di fatto poi la Banca di Francia fu l’unico centro della circolazione fiduciaria sino alla fine del primo impero; perché di Banche locali permesse dai principii della legge del 1803 non ne sorse alcuna.

La Banca di Francia fu riorganizzata con legge del 1806, la quale prorogò di 25 anni il privilegio del l'emissione accordatole per 15 anni dalla legge del 1803. La legge del 1806 ebbe per principale scopo di dare all’azione del Governo maggioro ingerenza negli affari della Banca.

Fu determinata altresì la creazione di succursali della Banca nei principali centri di commercio. Ciò mirava ad estendere a poco a poco l’azione della Banca su tutta la Francia, rendendo unico «assolutamente il privilegio dell’emissione, elio colla legge del 1803 era stato frazionato. Nel fatto però due o tre succursali appena furono create per la vigorosa insistenza di Napoleone. Egli è elio le istituzioni di credito non possono sorgere dove il movimento commercialo poco sviluppato non lo richiede. Nò la legge del 1803 collo sue Banche locali, né quella del 1806 collo succursali della Banca di Francia, potevano dare al commercio della Francia un movimento che non aveva. La Banca di Francia rimase perciò sola, sino alla caduta dell’impero.

Colla ristorazione si manifestò in materia di Banche, come in molte altre cose, una reazione contro tutto ciò che arca fatto l’impero. Esso aveva voluto le succursali della Banca di Francia; e quelle due o tre elio era riuscito a far sorgere furono soppresse; poco anzi mancò, che l’assoluta proibizione alla Banca si facesse di crearne per l’avvenire. Il pensiero delle Banche locali del 1803 tornò più vivace a galla, come quello che si mostrava informato al principio di discentramento contrario al sistema dell’impero.

Sulla base appunto dell’articolo 31 dell'accennata legge furono vario le Banche locali che sorsero, favorito e rese possibili dal miglioramento della situazione commercialo elio a poco a poco la Francia aveva ottenuto.

Col migliorarsi della situazione però anche alla Banca di Francia fu possibile di estenderò la sua azione, e varie succursali di essa furono in pochi anni istituite nei centri principali del commercio.

Nel 1843 spirava il privilegio della Banca di Francia e con legge del maggio 1840, il privilegio fu rinnovato per altri 24 anni; o mentre si futilità vano alla Banca i mezzi pei quali potesse aumentare lo suo succursali, ed estendere cosi viemeglio la sua azione su tutta la Frani, in, si rendevano più difficili le condizioni necessario per la creazione di Banche locali o poi rinnovamento del loro privilegio. Il concetto della legge del 1806 e le idee dell’impero in fatto di Banche tornavano a prendere il sopravvento.

La lotta tra le idee del 1803 e quelle del 1806, tra le Banche locali e lo succursali della Banca di Francia, tra il privilegio frazionato, localizzato, ed il privilegio riunito in un solo stabilimento, generalizzato a tutta la Francia, si riprodusse a più riprese dopo il 1840 e segnatamente quando si trattò della rinnovazione del privilegio di qualche Banca locale. Nel 1848 finalmente il principio dell’unità assoluta della circolazione fiduciaria fu definitivamente sancito; le Banche locali furono riunite alla Banca di Francia, ed essa estese cosi la sua azione su tutta la Francia, realizzando il concetto ripetute volte dal genio di Napoleone manifestato (1).

Le discussioni legislative che intorno alla questione delle Banche in Francia si fecero, le varie modificazioni parziali che si vennero dal 1800 in pei introducendo nel sistema bancario di quel paese, le ideo diverso elio a volta a volta dominarono, sono coso tutte degne del più profondo esame per chi l'ardito tema dell'organizzazione bancaria ami attentamente studiare.

(1) I lettori troveranno nell’Appendice, alla fine di questo volume, le principali leggi che nell’argomento dell’organizzazione bancaria furono in Francia emanate .

Non è a noi possibile entrare in siffatte indagini; basteranno però i pochi cenni avanti esposti per conchiudere che non è certo in Francia dove i fautori della concorrenza nell'emissione possono trovar esempio a loro appoggio. Certo anche in Francia la questione si agita e si riproduce, massime quando sorge nel mercato monetario una qualche perturbazione e la minaccia di una crisi si presenta; ma la maggioranza degli uomini d’affari e dei dotti della materia, persiste a non riconoscere nel sistema della libera emissione un efficace rimedio ai mali, che talvolta si lamentano ed a considerare come più ragionevole, più sicuro il sistema contrario.

Tale fu infatti il risultato della inchiesta che, per calmare l’agitazione prodottasi in certe sfere del commercio in seguito a recenti crisi monetarie delle quali voleva taluno rendere responsabile la Banca, fu ordinata nel gennaio 1805, c, presieduta dal Ministro di Stato Rouhcr, fu con solennità condotta ed ampiamente sviluppata. Le dotte deposizioni che davanti alla Commissione d’inchiesta si fecero dai principali uomini che il commercio e la scienza vanti in Francia, le discussioni che ne seguirono, formano preziosissimi documenti per lo studio della questione delle Banche, ma non è certamente da siffatti documenti con attenzione studiati, che sorgerà la convenienza della libera emissione.

XX.

Passiamo all’Inghilterra, che cosi spesso suol si dai fautori della libera emissione recare ad esempio. Checché ne sia del sistema bancario' vigente nella Gran Brettagna sino al 1844, egli è certo che colla famosa legge che porta il nome di tale anno (1), principii perfettamente contrari alla libertà d’emissione furono sanciti e verso il sistema opposto a tale libertà fu l’Inghilterra avviata. La legge del 1844 è quindi uno dei migliori argomenti che nel campo dei fatti si possano addurre contro la libertà d’emissione;

(1) Atto che regola l’emissione dei biglietti di banca e che accorda al Governatore ed alla Compagnia della Banca d’Inghilterra taluni privilegi per un tempo limitato. — Pubblichiamo nell’Appendice la traduzione di questa importantissima legge.

perché quando un popolo come Tinglese, il quale meglio di qualunque altro in Europa il concetto della vera libertà ha nella sua organizzazione saputo realizzare, si dispone ad abbandonare in un dato ordine di cose la via che col nome di libertà si vorrebbe chiamare, è segno che alla libertà una tal via non conduce.

Colla legge del 1844 l’unità dell'emissione non è, a dir vero, dichiarata esplicitamente, ma la tendenza ad essa in modo marcatissimo si rivela in tutte le disposizioni della legge medesima, e meglio ancora nelle esplicite dichiarazioni che, nella circostanza della discussione di essa, furono fatte dall’illustre uomo di Stato che l'aveva promossa. Egli è che in Inghilterra meglio che altrove, soglionsi sino allo scrupolo rispettare i diritti acquisiti, e le brusche transizioni da uno ad altro sistema non sono in quel paese favorevolmente accolte.

Noi vogliamo limitare per quanto possibile, diceva Robert Peel, e pel momento il male dell’illimitata concorrenza nell’emissione, ledendo però il meno che si possa gli interessi particolari. Egli è perciò che noi non proponiamo di privare ora del loro privilegio le Banche locali d’emissione; ]non vogliamo suscitare l gravi lamenti che non mancherebbero di sorgere da una brusca ed immediata interruzione di qualunque emissione all’infuori di quella della Banca d’Inghilterra. »

Intanto però il principio della radicale separazione tra l’emissione e le operazioni di Banca propriamente dette, fu ben chiaramente stabilito, assoggettando la prima alla vigilanza governativa e lasciando le altre alla piena libertà della attività privata; anzi di tale separazione si volle, per cosi dire, una materiale espressione, prescrivendo che la Banca d’Inghilterra dovesse essere distinta in due separati dipartimenti, il dipartimento dell’emissione ed il dipartimento delle operazioni di Banca.

Anche più apertamente fu stabilito il principio della limitazione dell’emissione, stabilendo che la Banca d’Inghilterra non potesse emettere biglietti oltre la somma di 14 milioni di lire sterline, senza che ciascun biglietto in più fosse rappresentato dall’effettivo numerario in cassa; l’emissione delle altro Banche fu limitata alla somma di 8 milioni di sterline.

All’unità della circolazione si mirò con questuai tre disposizioni:

A partire dalla data della legge 1844, nessun individuo all’infuori di coloro che al G maggio di tale anno avevano facoltà di emissione, potrà omettere biglietti su un plinto qualunque del Regno Unito.

Qualunque società o compagnia di sei individui al più, non potrà più emettere biglietti a partirò dall’epoca in cui il numero degli associati sia superiore a sei.

Qualunque banchiere stabilito su qualunque punto del Regno ed autorizzato ad emettere biglietti, il quale, per fallimento, o per cessazione dalla professione di banchiere, o per accordo colla Banca d'Inghilterra, cesserà dall’emissione, non potrà più per l’avvenire avere tale facoltà.

La Banca d’Inghilterra è autorizzata a faro convenzioni con qualunque banchiere autorizzato all’emissione, onde far cessare tale facoltà mediante una indennizzazione.

Allorché un banchiere autorizzato all’omissione cesserà dall’emettere, la Banca d'Inghilterra potrà essere autorizzata ad aumentare la propria emissione fino alla concorrente dei due terzi della emissione dal banchiere medesimo abbandonata.

Queste cd altre molto disposizioni della legge del 1844, che troppo lungo sarebbe qui riferire, miravano evidentemente ad ottenere che a poco a poco la Banca d’Inghilterra subentrasse alle varie Banche particolari nella facoltà dell’emissione, e cosi il biglietto di essa finisse con essere il biglietto unico dell’Inghilterra. Il fatto in gran parte è già compiuto. Sopra all'incirca trecento Banche tra private e Banche per azioni che nei 1844 facevano l’emissione,82 circa hanno perduta od abbandonata tale facoltà che passò per successione alla Banca d’Inghilterra; nel 1863 le Banche private e le Banche per azioni con facoltà di emissione erano ridotte a poco più di 200.

Ed è a notarsi che tali Banche hanno ora una emissione assai limitata, contenendosi essa al disotto del limite stabilito dalla legge del 1844; senza calcolare che buona parte dei biglietti da esse emessi giacciono presso la Banca d’Inghilterra in sostituzione di altrettanti biglietti di questa che circolano in loro vece.

In sostanza, coll’atto del 1844 la Banca d’Inghilterra è diventata in potenza e diventerà presto in atto il centro unico della circolazione fiduciaria, come ne è già il perno, poiché tutto il meccanismo della circolazione può dirsi avere su quella Banca il principalissimo suo appoggio.

Le disposizioni della legge del 1844 avanti ricordate riguardano più specialmente l’Inghilterra propriamente detta, ed il paese di Galles; non tutte si trovano estese alla Scozia ed all'Irlanda, che formano, rispetto al sistema bancario, per cosi dire, due regni separati. L’idea dell’unità della circolazione però anche in Iscozia ed in Irlanda fu introdotta, non ostante le modificazioni che al famoso e surricordato atto del 1844 furono per la Scozia e per l’Irlanda fatte con atto del 1845.

Anche per le Banche di Scozia esistenti al 1° maggio 1845 fu stabilito un limite all'emissione. A differenza però delle Banche locali dell’Inghilterra, furono quelle di Scozia autorizzate ad eccedere tal limite, quando ogni maggior emissione abbia in cassa il valore metallico corrispondente. Inoltre il diritto di succedere nella facoltà dell’emissione goduta dalle Banche cessanti, che in Inghilterra fu attribuito alla Banca d’Inghilterra, in Iscozia fu dato alle Banche restanti. Non è tuttavia permessa la creazione di nuove Banche con facoltà di emissione, la quale quindi anche in Iscozia, sebbene più lentamente, tende a concentrarsi.

Quale sia del resto la vera natura delle Banche di Scozia, come minimo sia per esse l’aiuto dell’emissione, mentre ogni loro forza, tutti i loro mezzi attingono dagli ingenti depositi che sanno radunare, già altrove abbiamo notato.

Quanto all’Irlanda, essa possedeva come l’Inghilterra una Banca privilegiata, attorno alla quale erano sorte dello Banche per azioni.

La legge del 1845 limitò, come per la Scozia, il diritto d’emissione, fissandolo a circa 6 milioni e mezzo di sterline, la metà della qual somma è attribuita alla Banca privilegiata d’Irlanda, ed il resto va diviso fra le altre Banche.

Anche in Irlanda però, come in Iscozia, è potente la Banca d’Inghilterra; gli affari, principalmente della Scozia, sogliono saldarsi con mandati su di essa; il biglietto della Banca d'Inghilterra, sebbene non abbia in quei due paesi corso legale, per forza delle cose vi è esteso e circola attivamente.

Può dirsi pertanto che nel Regno Unito della Gran Brettagna in fatto di emissione va succedendo un duplice movimento di concentrazione, per forza del quale l’unificazione si compie in ciascuno dei tre Regni in se stessi e la Banca d’Inghilterra va estendendo su tutti e tre l’unica sua azione. Neppure nel Regno Unito d’Inghilterra quindi i fautori della concorrenza nell’emissione trovano fatti in loro appoggio.

Anche in Inghilterra certo non mancarono né mancano le discussioni intorno al gravissimo argomento. Il sistema delle pubbliche inchieste, che con tanto vantaggio in tutti gli argomenti di interesse pubblico spesso si usa, anche alla questione delle Banche fu assai sovente applicato. Inchieste su tale tema si fecero nel 1810, 1818, 1819, 1832, 1840, 1841, e 1848; non v’ha punto interessante all’argomento delle Banche od alle modalità della loro azione, che non sia stato studiato e discusso con quella maturità di consiglio che segnala i veri ed illuminati uomini d’affari. Ma in sostanza l’idea della libera concorrenza nell’emissione non conta neppure in Inghilterra numerosi fautori. Si lamenta e si condanna da taluni l'eccessiva inflessibilità del limite fissato all’emissione, si vorrebbe che questa meglio alle esigenze variabili del movimento commerciale potesse adattarsi, e più d’una volta è avvenuto che a tale inflessibilità dovesse derogarsi per rimediare a gravissime crisi. Ma con tutto ciò però il concetto dell’unità dell’emissione non è seriamente combattuto, ed anzi può oramai dirsi che il principio contrario è divenuto pel pubblico inglese indiscutibile dogma.

E ciò è tanto vero che, se la memoria non c’inganna, nel 1866 il ministro Gladstone presentava al Parlamento un progetto di legge che tendeva a togliere alle Banche locali la facoltà dell’emissione che loro rimase in seguito alla legge del 1844. Se quel progetto non ebbe seguito, fu principalmente per l’opposizione di coloro che non lo credevano abbastanza ristrettivo; ma ad ogni modo per l’Inghilterra dove le proposte di legge sono sempre la concretazione dell’opinione pubblica già spiegata, esso mostra quale sia l’opinione di quel paese nella questione dell’emissione.

XXI.

Procediamo nella nostra sommaria rassegna. Che cosa troviamo in Germania? L’unità d’emissione o stabilita di diritto come in Austria, o esistente nel fatto come in Prussia, dove la Banca che dal Regno prende il suo nome assorbisce presso che intieramente la circolazione fiduciaria, ed appena è se lascia sussistere sette od otto piccole Banche strettamente locali con minimo capitale e con una circolazione al disotto del milione per ognuna di esse. Esistono in Germania varie altre piccole Banche d’emissione; ma egli è unicamente perché quel paese si trova tuttora, ad onta di Sadowa, frazionato in un discreto numero di microscopiche sovranità destinate però, o per forza di un’altra Sadowa od in altro modo, a sparire, sottostando esse pure a quella legge di progresso che fa sorgere ora le grandi nazioni e forse, col tempo ed a poco a poco, fonderà le nazioni in unica famiglia.

Intanto però queste minime sovranità esistono, dividono in tanti piccoli pezzi quel territorio e frazionano ad un tempo, mediante 20 diverse Banche, la circolazione fiduciaria. Ciò però, sebbene sia di non poco incomodo al movimento commerciale di talune parti della Germania, nulla toglie in principio al concetto dell’unità, perché si tratta in sostanza di tanti Stati fra di loro diversi. E del resto quello spirito di unità dal quale sorse in Germania l'unione doganale, l’unificazione monetaria, saprà facilmente guarire quella parte d’Europa dai mali della frazionata e diversa circolazione fiduciaria, fors'anche prima ancora che il ministro Bismarck sia riuscito nella cura anche più radicale che sul conto di tutti, quei piccoli Stati va meditando.

Anche nel Belgio l'unità di emissione è un fatto compiuto. Senza contare la Banca di Fiandra e la Banca di Liegi, il Belgio possedette sino al 1850 duo grandi stabilimenti di credito, autorizzati entrambi all'emissione: la Società generale per l’industria, fondata nel 1822 con un capitale di 30 milioni di fiorini, incaricata anche delle funzioni di Cassiere dello Stato; — la Banca del Belgio sorta nel 1835, con un capitale di 20 milioni di fiorini.

Era dunque in pieno vigore il sistema della libertà dell’emissione; il regime della concorrenza nella creazione dei biglietti esisteva in tutta la sua portata; con un semplice decreto, qualunque Banca poteva costituirsi ed agire. Or bene, quale era lo sviluppo del credito in quel paese? Già avemmo occasione di notarlo quando ricordammo la relazione ministeriale che accompagnò il progetto di costituzione della attuale Banca nazionale. Non sarà tuttavia inutile qualche altra citazione.

«Le Belgique, è detto in altra parte del citato documento,, est un des pays les plus riches et par la fertilité de son sol et par l’industrie de ses habitants. Le Belge est prévoyant, économe, fidèle a remplir ses engagements. Comment se fait-il qu’en présence de tant d’éléments de prospérité et de progrès, le crédit ne soit pas développé chez nous au même degré que chez plusieurs des peuples qui nous environnent?

«Le Gouvernement a recherché les causes d’un tel état d’infériorité et il pense, sans méconnaître toutefois les Services que, dans certaines circonstances, nos Banques ont rendus au pays, que leur organisation, le genre d’entreprises auxquelles. elles se sont livrées, la direction qu’elles ont donnée aux capitaux, loin d’être toujours utiles, ont souvent nui au développement du crédit. »

E diffatti non solo da quei due stabilimenti poco utile il commercio e le industrie del paese ritraevano, ma furono essi in più d una circostanza di gran peso all’erario nazionale.

«Dès 1838, dice la relazione parlamentare, che pur già citammo, sul progetto di legge per la Banca unica, le Gouvernement se trouve forcé de venir au secours de la Banque de Belgique; une loi de 1er janvier 1839 l’autorise à mettre à la disposition de cet établissement une somme di 4,000,000. Pour se liquider et continuer les affaires, la Banque de Belgique est forcée de recourir a une seconde émission d’actions, auxquelles les premières servent de garantie.

«En 1848 c’est principalement la Société générale qui est en péril; une loi du 20 mars 1848 a donné cours forcé aux billets des deux établissements, en fixant à 20,000,000 l’émission de la Société générale et à 10,000,000 l’émission de la Banque de Belgique. »

Di fronte a tali fatti aveva certo ragione l'illustre Frère-Orban di dire, che l’unità in materia di Banche è non utile, ma necessaria; che l'esistenza di più Banche è causa d’indebolimento del credito, per le dannose rivalità che fra le varie Banche non possono a meno di sorgere.

Ed il sistema dell’unità fu nel Belgio adottato appunto nel 1850, per iniziativa di quell’illustre uomo di Stato che testé ricordammo ed al quale di ben altri progressi è il Belgio debitore.

Con capitali forniti dai due stabilimenti di credito dei quali fin qui tenemmo discorso, sorse la Banca nazionale, la quale assunse diffatti il privilegio dell’emissione; mentre la Banca del Belgio e la Società generale vi rinunziarono per dedicarsi con maggior vantaggio proprio e del paese alle sole vere operazioni commerciali.

Quali splendidi risultati siansi ottenuti da tale riforma non è chi non abbia prima d’ora potuto ammirare; con ragione può dirsi che il Belgio è il campo nel quale il sistema dell’unità d’emissione ottenne il maggiore trionfo, e l’immensa sua superiorità sul sistema della concorrenza fu stabilita in modo che più non puossi revocare in dubbio.

La Società generale, e la Banca del Belgio, che erano prima di poco aiuto al movimento industriale e commerciale del paese, e spesso erano di carico dell’Erario, sbarazzate del fardello, per esse affatto incommodo, della emissione, restituite alla vera loro missione, poterono coll’appoggio della nuova Banca rendere all’industria del paese i più eminenti servizi.

E quanto alla nuova Banca, con giusta compiacenza poteva il Frère-Orban nel 1865 esclamare:

«Les espérances les plus vastes que l’on avait pu concevoir sur les résultats possibles de l’institution de la Banque nationale ont été, et de beaucoup, dépassées: avant l’institution de la Banque nationale, nous avions une circulation fiduciaire qui pouvait s’elever a peu prés de 20 à 25 millions. En peu de temps la circulation de la Banque nationale a atteint jusqu’au chiffre de 120 millions de francs (1). »

Affinché però questi risultati in modo vieppiù evidente appariscano, e tutto lo sviluppo che il credito nel Belgio ottenne si faccia palese, non dispiacerà certo al lettore che qualche cifra qui riferiamo, desunta da documenti autentici.

La Banca nazionale del Belgio presenta dal 1863 al 1867 il seguente movimento di cassa:

1863 L.3,607,051,875 22
1864 3,718,232,304 25
1865 4,221,252,129 29
1866 4,274,526,780 83
1867 4,853,385,716 28

Queste cifre, nella complessiva loro espressione, mostrano quale immensa massa d’affari sia dalla Banca trattata, e nel progressivo loro aumento indicano lo sviluppo ognor maggiore che quell’istituzione va prendendo. E ciò tanto più sarà rimarchevole per chi, esaminando queste offre, tenga presente al pensiero il ristretto territorio e la limitata popolazione cui esse si riferiscono.

Scendendo poi all’esame di alcuno degli elementi che tale complessiva cifra compongono, noteremo come le operazioni, di sconto presentino per ciascuno degli accennati anni le seguenti somme:

(1) Discours prononcé dans la seance da 23 fevrier 1865.

Anno NUMERO

degli effetti scontati

Ammontare degli sconti
1863 659, 497 802, 614, 012 88
1864 732, 759 836, 467, 608 26
1865 805, 109 898, 132, 584 79
1866 834, 047 940, 923, 289 40
1867 885, 549 983, 428, 406 84

Nel 186 Ila Banca scontò una media mensile di L. 147,495,152. 90. Nessun commento è necessario per queste cifre abbastanza per se parlanti, sia che le si vogliano considerare in se stesse, sia che si raffrontino le une con le altre, sia infine che si pongano in paragone colle cifre degli sconti di quasi qualsiasi altra istituzione bancaria d’Europa.

Il valore di queste cifre in appoggio della tesi che noi sosteniamo si farà tanto più manifesto, ove si esamini quale parte ebbero nel totale degli sconti il grande ed il piccolo commercio, e come il totale medesimo vada ripartito fra le varie parti del Regno. Si accusa l’unità d’emissione di favoritismo per l’aristocrazia commerciale e di abbandono delle piccole industrie; l’accentramento del credito, si dice, è compagno indivisibile di tale sistema. Or bene, vediamo che cosa succede nel Belgio che ci presenta il tipo dell’unità di emissione.

Prendendo per base di calcolo i valori scontati nel 1867 a Brusselle e nei vari comptoirs di sconto aperti su tutta la superficie del paese, la media di ciascun effetto scontato non è che di L. 93,647, inferiore per L. 23. 80 a quella del 1866. Sugli 880,276 effetti che, esclusi gli effetti sull’estero, furono nel 1867 scontati dalla Banca nazionale,545,395, ossia più dei due terzi sono inferiori a L. 500; e, su questo numero,184,069, ossia più di un terzo, non oltrepassano i 200 franchi; e 131,430 non arrivano ai 100 franchi. Egli è evidente come mentirebbe alla verità chi dicesse, che sia dalla Banca nazionale del Belgio abbandonato il piccolo commercio.

Quanto al sognato accentramento del credito, già abbiamo prima d ora notato come sul totale degli sconti la parte rappresentata dai comptoirs sparsi su tutto il paese vada facendosi ogni giorno maggiore, di fronte a quella che rappresenta gli sconti operati al centro. Ecco le cifre degli sconti operati dai 30 comptoirs e non compresa quindi la succursale della Banca in Anversa, dal 1864 al 1867.

Anno NUMERO

degli effetti scontati

.

Ammontare degli sconti

1864 520, 867 645, 402, 297 30
1865 547, 916 679, 157, 857 76
1866 684, 857 710, 248, 610 40
1867 607, 512 718, 507, 949 69

Si confrontino queste cifre con quelle che avanti riferimmo come esprimenti il totale degli sconti fatti dalla Banca, e poi sostenga chi lo crede ancora possibile, il pericolo dell’accentramento col sistema dell’unità d’emissione.

E s’aggiunga che se tra i 30 paesi che danno sede ai comptoirs vi sono dei considerevoli centri di popolazione, molti ve ne sono altresì, che per numero di abitanti possono dirsi minimi, contandone appena poche centinaia. Anche in essi non pertanto vediamo con rapida progressione accrescersi la cifra degli sconti.

Poiché i comptoirs abbiamo nominato ed ai risultati da essi ottenuti accennammo, non sarà inutile che qualche cenno aggiungiamo intorno alla natura di questi istituti ed ai loro rapporti colla Banca.

I comptoirs scontano, per conto della Banca o sotto la garanzia sólidaria ed illimitata degli amministratori di essi, i valori presentati, i quali racchiudano le condizioni richieste dagli statuti della Banca medesima. Gli effetti a scontarsi però possono avere due sole firme, perocché la garanzia che, all’atto dello sconto, ramministrazione del comptoir assume, tien luogo, rispetto alla Banca, della terza firma.

In compenso di questa garanzia, gli amministratori del comptoir hanno una partecipazione sul prodotto dello sconto; partecipazione che per gli effetti sul Belgio è del ¼ finché il saggio dello sconto non oltrepassa il 4 %; è di un ottavo, calcolato sul prodotto del maggior saggio, quando il saggio oltrepassa il 4, ma non il 6 %.

I comptoirs scontano al saggio stesso al quale sconta la Banca. I valori ammessi allo sconto sono girati direttamente alla Banca dal cedente, e vengono immediatamente rimessi all’agente locale di essa, il quale nello stesso giorno li rimette alla Banca.

La Banca ha due giorni di tempo dal momento del ricevimento degli effetti scontati dal comptoir, per esaminare se gli effetti medesimi possano accettarsi o manchino di qualcheduna delle qualità che per lo sconto presso la Banca si richiedono.

Quando alla scadenza un qualche effetto non sia pagato, il comptoir deve rimborsarlo subito all’agente della Banca. Gli amministratori dei comptoirs prestano cauzione.

I comptoirs hanno la loro sede nelle agenzie stesse della Banca, dalle quali hanno tutto l’aiuto necessario alle loro operazioni. Può presso il comptoir esser nominato un comitato di sconto, sempre quando o la Banca lo giudichi utile od il governo lo richiegga. Tale comitato però non potrebbe obbligare il comptoir ad accettare valori, che esso giudichi non racchiudenti le condizioni volute degli statuti.

Ecco in pochi cenni quale è il meccanismo dei comptoirs, dai quali tanti vantaggi il Belgio ottenne. Gli sconti fatti dalla Banca col mezzo dei comptoirs nel 1867 ohe, come notammo, furono di L. 718,507,949 69, vennero fatti ad un saggio del 2, o del 3 o del 3 ½. Prendendo la media, e tenendo calcolo della parte di prodotto che spetta agli amministratori dei comptoirs, il saggio dello sconto percepito dalla Banca non oltrepassa il 2 40 % ed oscilla tra un minimo di L. 1 89 ed un massimo di L. 2 63.

Risponde cosi la Banca nazionale del Belgio a coloro che dalla pericolosa concorrenza di molte Banche solo credono possibile ottenere il ribasso dello sconto. È difficile trovare in Europa un'altra Banca, qualunque sia il sistema sotto il quale viva, che di un minor profitto percentuale sulle sue operazioni si accontenti.

Del resto, come la cifra degli sconti, tutte le altre riguardanti le diverse operazioni che formano il compito della Banca, mostrano la ognora crescente prosperità di essa ed il viemaggiore aiuto che quella istituzione viene recando al movimento industriale del paese.

Di fronte a tali fatti non è certo a far meraviglia se l’illustre uomo di Stato che fin dal 1850 propugnava l'unità dell’emissione e colla splendida sua eloquenza, colla somma sua abilità riuscì a farla trionfare, conserva oggi ancora più che mai profonda la sua fede in tale sistema (1).

(1) Fu di questi giorni pubblicata in qualche giornale la traduzione di una lettera del ministro Frère-Orban all’egregio professore Luzzati, intorno alla questione delle Banche.

Crediamo di far cosa gradita ai lettori, riportando in questo nostro volume il testo originale di cosi importante documento. L’opinione di un nomo quale il Frère-Orban, che alla dottrina dell’economista accoppia l’esperienza di 20 e più anni passati nella direzione suprema dei destini del suo paese, è un altro dei migliori argomenti che a sostegno dell’unità dell’emissione possano addursi.

Richiamiamo quindi la speciale attenzione del lettore sulla lettera che qui pubblichiamo.

Cher Monsieur.

J’ai le plaisir de vous adresser par la poste les docnments, que vous désirez, relatifs à la Banque Nationale.

«J’espère qu’il vous seront de quelque utilité pour l’étude à la quelle vous vous livrez sur les Banques d’émission.

«Vous me demandez si je crois que les Comptoirs intéressés tiennent utilement la place des Banques libres d’émission, eu gardant l’unité de la circulation sana restreindre le ressort du crédit.

«Il me semble que les Comptoirs intéressés constituant tout autant de Banques qui peuvent se former avec la plus grande facilité partout où un besoin réel se révèle, aucune restriction n’existe dans le ressort du crédit et que les Comptoirs intéressés ont dono tous les caractères des Banques libres d’émission en conservant, l’avantage de l’unité de la circulation.

Anche l’Olanda conta di fatto una sola Banca di emissione,, creata fin dal 1814. Il 31 marzo 1864 sarebbe spirato il privilegio di essa, ma con legge del 22 dicembre 1863 le venne rinnovato per altri 25 anni. L’articolo primo di questa legge stabilisce, che nessuna altra Banca di circolazione potrà fondarsi’ nello Stato, se non per virtù di una legge speciale. È la formola colla quale si enunzia d’ordinario il sistema dell’unità. Diffatti nessuna altra Banca mai sorse in Olanda a stabilire la concorrenza.

«Dès que dans une localité quelconque une Banque est utile, on trouve vite quatre ou cinq personnes stimulées par l’appât des bénéfices en n’ayant point de capitaux à rassembler, qui sollicitent l’autorisation de former un Comptoir de la Banque nationale. Ne serait-il pas bien plus difficile de réussir à constituer une Banque d’excompte et d’émission?

«L’émission serait problématique, elle serait, en tons cas, fort limitée, et il y aurait peu de chance de rémunérer les capitaux qu’il faudrait engager.

«L’expérience a été faite en Belgique; nous avons vécu sous le ré gime de la liberté de l’émission; on n’a guère usé de cette liberté, assez pourtant pour compromettre deux fois l’intérêt public et obliger l’état à intervenir, et pourtant sous ce régime la circulation des billets de Banque n’a eu qu’une très médiocre importance (1).

«Aujourd’hui encore les particuliers et les sociétés en nom collectif, c’est à dire tous ceux qui veulent engager d’une manière illimitée leur responsabilité personnelle, tous ceux qui veulent, suivant le droit commun, rester indéfiniment responsables de leurs engagements, peuvent, à leur gré, ouvrir des Banques d’excompte, et d’émission.

«Aucune régie, aucun frein ne leur est imposé, ils sont absolument libres et complètement responsables; aucune garantie n’est exigée, ce qui laisse beaucoup plus de liberté que dans le système dit des Banques libres aux États-Unis. Une seule restriction existe: si les particuliers veulent limiter leurs engagements, s’ils veulent constituer la Banque par actions, en se déclarant seulement responsables à concurrence du montant de leurs actions, ils ne peuvent, en cette hypothèse, adopter la forme de la société en commandite, qui donne aisément lieu à des fraudes; mais ils sont obligés d’adopter la forme anonyme et d’obtenir la sanction législative. (Art. 25 de la loia du 5 mai 1850).

(1) Si on la compare à celle qu’elle a acquise depuis l’institution de la Banque Nationale la circulation a été sextuplée.

La sede principale della Banca è in Amsterdam; vi è però una succursale a Rotterdam e vi hanno agenzie in ogni provincia.

Il m’a toujours paru que l’on attachait une trop grande importance à ce que l’on a nominé la liberté de l’émission. A part les théoriciens, les hommes de Sciences qui agissent dans des vues désintéressées, la plupart de ceux qui réclament la liberté de l’émission ont des arrière pensées d’intérêt personnel et il a comprennent que ai cettes aortes de banque étaient multipliées, ils réussiraient bien à remplacer pour les promesses de cettes Banques, les capitaux qui leur font défaut. Il leur semble qu’ils trouveraient ainsi tout simplement le moyen de battre monnaie. Spéculer sana risque, ou avec des risques limités, à leur gré, c’est là pourtant le complément qu’il a désirent.

«S’il n’en est pas ainsi, pourquoi n’usent il a point de la liberté d’ouvrir des Banques d’émission à leur risques et périls, c’est-à-dire avec responsabilité illimitée? La liberté de l’émission signifierait elle par hasard la faculté d’introduire des promesses dans la circulation sauf à prendre les bénéfices si l’affaire réussit et à laisser la perte pour le public ai l’affaire ne réussit pas? On est surtout frappé des bénéfices, que réalisent les Banques d’émission sana s’exposer à des grandes chances de perte. Des mesures pourraient être légitimement prises pour attribuer au trésor publié une parte plus ou moins notable des profita d’une Banque d’émission et le sentiment d’envie qui inspire tant de gens en pareille matière, s’affaiblirait probablement beaucoup si une partie convenable des bénéfices était laissé dans les Caisses de l’État. Quoi qu’il en soit, on est porté à croire que les avantages seraient partagés si au lieu des restrictions qui réservent l’émission à un établissement ou à quelques établissements, on laissait à tous les citoyens la liberté d’en créer de semblables, bien entendu avec le droit de limiter leurs engagements. Je crois que l’on se trompe. Il n’y aurait rien ou fort peu de chose à partager, parce-que dans ces conditions l’émission, après avoir fait des victimes, ne tarderait pas à se restreindre dans les plus étroits li mites. Après avoir causé peut-être de grandes perturbations, la liberté de l’émission, telle qu’on l'entend, deviendrait bientôt à peu près stérile. L’exemple des États-Unis est frappant sur ce rapport.

La Banca ha un capitale di 16 milioni di fiorini intieramente versati; ma può il governo ordinarne l'aumento.

Le operazioni della Banca sono lo sconto di effetti anche a due firme, l'anticipazione anche su mercanzie, i depositi, i conti correnti, il commercio dell'oro e dell’argento.

Bien que les divers systèmes qu’y ont été pratiqués, même ceux qui sont connus sous le nom de free Banking, ne ressemblent en rien à ce que l’on préconise en Europe par le nom de liberté des Banques d’émission; on y a vu la circulation des billets de Banque prendre un grand essor, y causer bientôt d’affreux désastres par la suspension des paiements en espèce, et de nos jours, (j’entend avant le cours forcò) les billets jouent un rôle de moine à moins important dans la circulation. Ce sont les depóts et non les billets qui procurent la plus grande somme de profit. Que serait-ce si au système de réglementation minutieuse qui existe aux États-Unis, au régime de garantie et de contrôle, que la loi organise, on substituait la liberté de l’émission, telle qu’ont la réclame dans nos contrées? En peu de temps la circulation des billets, moyen si facile de tromperie, serait réduite aux plus minimes proportions et ainsi le public serait prive d’un instrument commode très utile, très économique pour les transactions.

«En donnant la plus grande sécurité possible h la monnaie de Banque, l’État ne fait, à mon avis, qu’une chose analogue à celle qu’il fait pour la monnaie métallique ou pour les poids et les mesures. Il restreint, je l’accorde, d’une manière plus ou moins considérable, une faculté naturelle, mais qui serait sans valeur pour les hommes s’ils avaient l’absolue liberté d’en user, et qui deviendrait même un obstacle à la facilité et à la rapidité des transactions. Pourquoi l’État intervient il dans la fabrication de la monnaie? Est ce que l’on ne pourrait pas revendiquer la liberté du monnayage? Ne pourrait on pas dire, au sujet do la monnaie métallique, ce que l’on répète sans cesse au sujet de la monnaie de Banque, à savoir que le public discernera ce qui est de bon ou de mauvais aloi? Et que serait la liberté de monnayage si ce n’est un avantage insignifiant donné à quelques uns au grand détriment de tous et au grand préjudice des affaires? Il est pourtant bien plus facile de s’assurer de la qualité d’une pièce de monnaie que de la valeur d’un billet de Banque. Et de même pour les poids et les mesures. Bien ne s’opposerait à ce que l’on revendiquât la liberté de l’aune. Pourquoi obliger à se servir d’un mètre ou d’un kilogramme plutôt que d’une aune ou d’une livre?

Essa non può comprare immobili, né trafficare merci, né riscattare le proprie azioni o far sovvenzioni sulle medesime. Anche lo acquisto di titoli del debito pubblico olandese le è in certo modo interdetto, non potendo impiegare in esso se non il fondo di riserva, il quale deve ragguagliare almeno il 15 % e non mai eccedere il 25 % del capitale della Banca.

«C’est affaire à régler entre les particuliers. Pourquoi leur enlever la liberté naturelle, qu’ils ont de régler, selon leurs convenances, les moyens de mesurer leurs engagements? On sent que dans tous ces cas, on ne prive que d’une faculté qui serait stérile, illusoire, ou qui ouvrirait sans aucune compensation, des moyens plus faciles à la frode, et personne ne songe à se plaindre des règles de police que le législateur prescrit, soit quant aux monnaies métalliques, soit quant aux poids et mesures. Il y a avantage pour tous, sans lésion d’un droit pratique pour qui que ce soit. L’intérêt public est servi sans atteinte réelle aux droits individuels. Il en doit être le même à mon sens et par identité de raison quant à la monnaie de Banque.

«Eu envisageant la question à ce point de vue j’écarte des controverses nombreuses qui reposent sur des confusions d’idées. Je ne considère pas le droit de battre monnaie comme une sorte de droit regalien inhérent à la puissance publique; à plus forte raison je ne suis pas disposé à prétendre que rémission du billet de Banque, faisant fonction de monnaie, rentre par cela même dans les attributs de l’État. Je ne confonde pas la monnaie de Banque avec la monnaie métallique, pas plus que je ne la confonde avec le mètre on le kilogramme. Je n’y vois qu’un instrument d’échange, mais qui n’acquiert toute sa valeur, son plus haut degré d’utilité, que lors qu’il est soumis à certaines règles propres à en assurer la précision, de manière à donner une complète sécurité aux transactions.

«En Belgique la mesure de l’intervention de la loi pour atteindre ce but est aussi restreinte que possible, puisque, en définitive, elle ne s’applique qu’aux sociétés à responsabilité limitée.

«Je saisis cette occasion pour vous offrir, mon cher monsieur, l’assurance de ma considération distinguée.

«12 septembre 1867.

«Frére-Orban. »

Sono queste le principali modalità colle quali trovasi ordinata la Banca Olandese; ad essa è pure affidato il servizio della Tesoreria.

Neppure in Spagna il principio della concorrenza nell’emissione è seguito. Sebbene la Banca di Spagna non eserciti che a Madrid e nelle città ove tiene succursali, il privilegio dell’emissione, è però espressamente dichiarato, che il Governo non può autorizzare la creazione di più che una Banca in ciascuna piazza di commercio. È il sistema dell’unità frazionata, quale era in Francia prima della riforma fatta nel 1848 dal Governo provvisorio; sistema che al concetto della concorrenza nell’emissione è in sostanza diametralmente opposto.

Non proseguiremo ulteriormente questa poco dilettevole rivista; ci bastano i pochi cenni avanti esposti intorno ai principali paesi d’Europa per poter conchiudere, che nella questione delle Banche il fatto giustifica perfettamente la teoria. E l’uno e l’altra considerano l’emissione dei biglietti come qualche cosa di ben diverso dalle operazioni commerciali, che sono nella sfera naturale della Banca, e la sottragono alla concorrenza. Forse non v’ha in Europa che l’isola di Jersey e la Svizzera dove il fatto si scosti da quanto il ragionamento suggerisce. In quest’ultima però, quantunque la circolazione del biglietto vi sia poco diffusa, il male delle molteplici varietà di biglietti, che crea ostacolo ai rapporti tra paese e paese, già comincia a sentirsi, e chi sa che non sia prossimo il giorno in cui essa pure s’avvii sulla strada che tutto il resto d’Europa percorre, come molti indizi e la opinione di uomini reputati, lo fanno presagire.

XXII.

Se non che non è in Europa soltanto, ma più spesso ancora in America, che i fautori della libertà d’emissione vanno cercando appoggio di fatti alla loro teoria. Nè è a farne meraviglia, perocché l’esempio dell'America è sempre, in più d’un argomento, ad ogni piè sospinto citato; senza badare che non è solo l’Oceano che da quel popolo noi europei divide, ma forse più profondamente ci dividono la diversa storia, i diversi costumi, la diversa educazione economica,

e mille altro diversità, per le quali, mentre l’americano, spoglio dallo pastoie del passato, [energicamente cammina verso un prospero avvenire, noi europei, sotto il peso del nostro passato, tutti, quasi senza eccezione, stentiamo a tenerci in piedi.

In considerazione appunto di codeste si gravi differenze di condizione, nella sommaria rassegna che testé facemmo dei principali tra i sistemi bancari, noi ci contentammo di restare in Europa, lasciando in disparte l’America; né ora intendiamo trattenerci a lungo al di là dell’Atlantico.

È egli vero che la grande prosperità degli Stati Uniti d’America è dovuta alla libertà d’emissione? È propriamente la libertà d’emissione quale viene propugnata, ciò che esiste in America?

Non mancano coloro, che con perfetta sicurezza rispondono affermativamente ad entrambe siffatto domande. Ma noi crediamo che costoro si lascino da una parte guidare dal pregiudizio, assai spesso del resto ripetuto, del post hoc ergo proprer hoc; dall’altra pecchino d’anacronismo.

Fu un tempo in cui non la liberti, ma quasi potrebbe dirsi la più sfrenata licenza in fatto di Banche d’emissione regnava in America. Quali ne siano state le conseguenze, in altra parte di questo lavoro già avemmo occasione di ricordare. Per non avere obbedito alle leggi della prudenza nel maneggio di quel pericoloso strumento che si chiama biglietto di Banca, per avere creduto di potere, di fronte al crescente bisogno di capitali, sostituire al solido meccanismo di scambio costituito dal metallo, un completo meccanismo di carta, disastri su disastri toccarono agli Stati dell’America; solo nel 1839, senza rimontare a periodi anteriori,959 Banche sospesero i loro pagamenti. Nè si creda che almeno tanti mali abbiano avuto un qualche compenso nella diminuzione del prezzo dei capitali, vale a dire nel limitato interesse.

Il Wolowski ha pubblicato a tale riguardo uno stato dal quale appare che il saggio dello sconto a Nuova York dal 1831 al 1861 fu costantemente più alto che in Francia, e sali talvolta alle cifre enormi del 15,18,24 ed anche del 36 % (1).

(1) La question des Banques.

Ove non si voglia dire che i fallimenti, i disastri bancari con tutte le funeste loro conseguenze, hanno per diretto risultato la prosperità di un paese, bisogna conchiudere che la prosperità dell'America non per effetto della libera emissione esiste, ma piuttosto malgrado di essa.

Ed esiste perché la gioventù, l’attività di quel popolo eminentemente lavoratore ed industriale, le risorse immense di quelle terre, di quel clima, diedero e danno mezzo di superare qualsiasi disastro, qualsiasi crisi. Qual più funesto flagello della guerra di separazione ór sono pochi anni combattuta con tutte le raffinato crudeltà di un popolo selvaggio, e tutta l’abilità di un popolo civilissimo? Ebbene, oramai di quel disastro non rimane che la dolorosa memoria; in pochi anni l’America, più fiorente di prima, avrà riequilibrato le sue finanze e riconquistato il primissimo posto sulla scala della prosperità del mondo.

Non è quindi a fare maraviglia se, ad onta dei disastri frequenti e gravissimi che della sfrenata libertà di emissione furono conseguenza, quei popoli hanno prosperato; forse di nessun altro popolo ciò avrebbe potuto dirsi.

Quale sia stata del resto la funesta influenza delle troppo libere Banche d’emissipne, ce lo dice un autorità che per certo non può facilmente ricusarsi. Ecco come il presidente Buchanan spiegava la causa della grande crisi del 1837, in un messaggio scritto appunto in quell’epoca:

«Tutte le crisi precedenti, egli dice, poterono essere prodotte dalla concorrenza di diverse cause, ma cosi non è della crisi alla quale noi soggiacciamo in questo momento. Egli è evidente che le nostre disgrazie provengono unicamente dal nostro sistema vizioso e stravagante di moneta di carta e di Banche, che spingono il popolo americano alle avventate speculazioni ed ai giuochi di borsa. Queste crisi ritorneranno sempre periodicamente, finché la circolazione della moneta di carta, i prestiti, gli sconti saranno affidati alla direzione di 1400 Banche non responsabili, le quali, per loro natura e per forza della stessa loro organizzazione, consulteranno sempre l'interesse dei proprii azionisti, più che l’interesse generale del commercio. »

Questa cosi esplicita condanna della concorrenza nelle Banche d’emissione fa degno riscontro al linguaggio che sul medesimo argomento, come a suo luogo notammo, teneva Robert Peel.

Nè diverso nella sua sostanza era il rimedio che Buchanan proponeva. Egli voleva chela riserva metallica delle Banche fosse almeno di un terzo dei valori emessi; ed ove ciò non bastasse, consigliava di togliere alle Banche la facoltà della emissione, trasformandole in semplici Banche di deposito e di sconto.

Checché ne sia di tutto ciò, fatto è intanto che i pericoli ed i mali della libera emissione prima d’ora cominciarono non solo a sentirsi, ma a comprendersi in America. Tra le varietà di sistemi bancari che, per la prevalente azione delle idee e dalle condizioni locali, tuttora esistono, il regime della restrizione mostra di prendere ovunque il sopravvento. Egli è perciò, che dicemmo peccare un tal poco di anacronismo coloro che, come l’esempio della vera libertà in fatto d’emissione, continuano a citare l’America.

Fu lo Stato di Nuova York che diede il segnale della riforma fin dal 1838; ed a poco a poco quasi tutti gli altri Stati no seguirono l’esempio; taluno anzi le disposizioni dallo Stato di Nuova York adottate aggravò considerevolmente nel senso di una maggiore restrizione. Infine non è guari il Congresso degli Stati Uniti elevò i parziali provvedimenti dei vari Stati, all’altezza di legislazione nazionale. Ecco in qual modo il Wolowski riassumo questa importantissima generale riforma:

Voici le résumé de cette importante mesure, qui date du 25 février 1863.

Elle crée au département de la trésorerie un bureau nouveau, dit du contrôleur de la circulation monétaire (currency). Ce fonctionnaire est nommé pour cinq ans par le secrétaire de la trésorerie, sous l’autorité du président et du Sénat.

Des sociétés de Banque ne sauraient être formées par moins de cinq personnes tenues de présenter des certificats dament légalisés, spécifiant le nom de la société, le siège o& elle est établie, l’importance du capital qui ne pourra être de moins de 50,000 dollars, et, dans les villes de plus de dix mille âmes, de moins de 100,000 dollars, les noms et demeures des associés, le nombre des actions par eux souscrites, enfin, l’époque à laquelle doivent commencer les opérations. 30 pour 100 du capital doivent être versés dès le commencement; le reste sera payé en versements de 10 pour 100, échelonnés de deux en deux mois.

Le contrôleur, après s’être assuré que toutes ces conditions sont remplies, délivre à la société un certificat qui l’autorise à commencer ses opérations, sous la condition de remettre au trésorier des États Unis des titres (bonds) du gouvernement, en échange des quels elle reçoit des billets de circulation monétaire en blanc (currency circulating notes in blank), enregistrés et contresignés, pour une somme égale à 90 pour 100 de la valeur courante des titres déposés, sana que celle-ci soit jamais comptée an delà du pair, ni qu’elle dépasse en aucun temps le montant du capital versé. La somme de ces billets ne devra jamais dépasser 300 millions de dollars, dont une moitié sera répartie entre les sociétés de Banque des divers États et territoires, en proportion de la population représentée de chacun d’eux, et l’autre est remise à la disposition du secrétaire de la trésorerie.

Les billets (notes) seront d’une valeur de 5,10,20,100,500 et 1,000 dollars; ils doivent exprimer sur la face qu’ils sont garantis, et porter le seing ainsi que le sceau du département de la trésorerie; plus, les signatures du président et du caissier de la Banque. Le secrétaire do la trésorerie déterminera la forme et la vignette, et surveillera l’impression comme toute la fabrication.

Au lieu des taxes sur la circulation existante, chaque Banque aura h, payer semestriellement 1 pour 100 sur les billets qui lui auront été délivrés, suivant des états (returns) à fournir le 1ar juillet et lo 1r janvier (1), faute de quoi elle aura à payer 2 pour 100 de son capital, droit doublé à recouvrer pour le compte de la trésorerie.

Ces billets, dùment émis, seront reçus au pair, en payement des taxes, droits d’excise, terres de l’État et de toutes les autres dettes envers les États-Unis, les droits de douane et intérêts de la dette publique exceptés. Aucune association ne pourra en émettre d’autres, sous peine de dissolution. Lea Banques ne peuvent émettre de billets à terme.

Si une Banque ne fait pas honneur an remboursement de ses billets, le porteur peut les taire protester par devant notaire, et le contrôleur suspendre la Banque, suivant les formes prescrites. Lea garanties déposées peuvent alors être déclares forfaites, au profit des États-Unis, et aliénées pour faire face au remboursement des billets refusés.

Dans le cas de suspension, les titres de garantie doivent être vendus à l’enchère publique, à New-York, trente jours après l’annonce de la vente. Le contrôleur peut, dans l’intérêt public, traiter aussi de la vente des mêmes effets de gré à gré, mais jamais au dessous du taux de leur valeur courante sur le marché.

Aucune Banque ne doit acheter ni détenir des propres actions (Us own stock), ou celles de quelque autre compagnie, autrement que dans un cas de suspension ou pour éviter des pertes sur des dettes.

(1) Ce droit a été réduit, par un acte postérieur, à 1 pour 100 par an.

Chacune de ces Banques sera administrée par cinq à neuf directeurs, qui doivent être citoyens de l’État, y résider depuis une année, et posséder chacun un centième au moins du capital social, si celui-ci ne dopasse pas la somme de 200,000 dollars, ou un deux centième s’il la dépasse. Chaque Banque est tenue de conserver toujours en bonne mannaie légale un quart an moins du montant de ses billets en circulation, et de ses dépôts. Ces Banques ne doivent pas engager de billets pour se procurer de l’argent. à appliquer au versement du capital d’actions (to be paid in on their own capital stock), ou à employer à d’autres opérations de Banque.

Le contrôleur général pourra faire inspecter les Banques chaque fois qu’il le jugera convenable. En cas du suspension, il est institué de droit syndic de la faillite de la Banque et il exercera tous les droits afférents à cette mission. Il présentera chaque année au congrès un rapport sur la situation des Banques.

Noi non entreremo nell’esame delle gravissime censure che contro questa disposizione furono fatte; né ci arresteremo a mostrare come questo riforme siano ancora assai lontane dal dare alla circolazione della carta quella uniforme ed inalterabile sicurezza, mercé la quale soltanto si evitano i pericoli e le crisi che del biglietto di Banca, poco prudentemente maneggiato, sono la necessaria conseguenza.

Ci basti l'osservare che le accennate disposizioni implicano evidentemente la tendenza dell'America ad abbandonare affatto quel sistema di sfrenata libertà d'emissione, del quale cosi funesta esperienza ha fatto, e possono quindi considerarsi come l'avviamento al sistema dell'unità.

Non è quindi neppure all'America che i propugnatori della libertà d’emissione possono raccomandarsi per vedere appoggiato il loro sistema.

Ad ogni modo basta per noi quanto osservammo in Europa.

Dove sono i pericoli, gli inconvenienti del cosi chiamato monopolio delle Banche? Dove sono gli ostacoli che per esso sorgono alla diffusione del credito, e quindi allo sviluppo della produzione?

Rispondano per noi il Belgio, l'Olanda, la Francia, l'Inghilterra, che tutti, dal più al meno, al principio dell'unità di emissione s'attengono o si sono avviati, e tutti si trovano sui primi gradini della scala della prosperità economica. Di fronte a tali esempi non abbiamo difficoltà ad augurare che possa presto l'Italia provare, nel modo più ampio, tutti gli inconvenienti ed i mali che dal cosi detto monopolio bancario provengono.

Ma contro l’unità dell'emissione e per conseguenza contro le grandi istituzioni bancarie vi ha un obbiezione d'ordine politico che assai spesso vedemmo mettere in campo, e della quale sotto altra forma già toccammo altrove. Si dice che con essa, il Governo perde una gran parte della sua autorità, e spesso diventa legato al carro della Banca creata eccessiva potenza nel paese.

Non sarebbe difficile il dimostrare che la prepotenza della Banca non può sorgere se non dal bisogno che dell'aiuto di essa abbia il Governo, e che quindi, ove ordinata sia la pubblica finanza, pareggiati i bilanci, prospere le casse pubbliche, il Governo si troverà colla Banca in quegli stessi rapporti di perfetta indipendenza, nei quali si trova qualunque privato che ai capitali che la Banca possiede non abbia bisogno di ricorrere.

Che se il bisogno d’aiuto per il Governo esiste, non è forse desiderabile che si trovi l’istituzione capace di somministrarlo? Nè per questo è a dirsi abbia a sorgere pel Governo dipendenza verso la Banca, quando ben definiti e da sagge norme, regolati siano i loro rapporti. Avremo forse occasione di esaminare in seguito qualche fatto speciale a tale riguardo. Vogliamo intanto qui ricordare l’autorità del conte Cavour, al quale più d’una volta l’obbiezione che menzionammo si affacciò o sempre seppe mostrarne l’insussistenza:

«Io credo fermamente, diceva egli, che uno Stato il quale voglia raggiungere un alto grado di prosperità materiale e vedere svolti con tutta la maggior attività i suoi mezzi di produzione, deve avere un grande stabilimento di credito, d’esempio di tutto le nazioni più grandi ce lo prova.

«Io penso che se l’Inghilterra non avesse avuto l’aiuto della sua Banca, i suoi progressi sarebbero stati molto più lenti di quelli che furono............... Io non so se Pitt con tutto il suo genio, avrebbe potuto mantenere la lotta con Napoleone, se non avesse avuto il sussidio della Banca.

«La Banca di Francia ha pur reso grandi servizi al Governo, e pur troppo, a nostre spese, abbiamo imparato di quanto aiuto la Banca di Vienna sia stata al Governo austriaco.

«Io credo che se da noi nell’anno 1848, invece di una sola Banca, ve ne fossero state tre o quattro con un capitale del terzo o del quarto di quello della Banca di Genova, il Governo non avrebbe potuto valersene come se ne valse con grandissimo suo vantaggio.

«Io so che contro le grandi istituzioni di credito esistono molte prevenzioni (non voglio dire pregiudizi); si teme con queste di elevare una potenza rivale del Governo nello Stato; ma io ritengo che quando gli statuti della Banca sono chiaramente definiti, quando la legge dà al Governo la facoltà d’intervenire in tutte le operazioni, gli dà un’azione di sindacato e di sorveglianza, questo non sia da temersi. E in verità io non credo che gli esempi storici ci dimostrino che vi sia stato sovente questa lotta tra le istituzioni di credito ed i Governi.

«Noi scorgiamo che la Banca d’Inghilterra, la quale sino ad un certo punto è sicuramente indipendente dal Governo, nulla dimeno è sempre stata in ottima relazione con questo, e gli prestò sempre il suo sussidio, sia che il Ministero appartenesse al partito tory od al partito wigh.

«Lo stesso si può dire della Banca di Francia, la quale si mostrò pronta a sussidiare il Governo di Luigi Filippo, come quello della repubblica, e si mantenne del pari in buone relazioni coi finanzieri di questa, come Garnier-Pagès, che con Hussmann e con Lacave-Laplague.

«Nè mi è avviso che l’Austria possa lamentarsi della Banca.»

Ecco quali erano le idee del conte di Cavour intorno alla paura del predominio della Banca.

Nelle surriferite parole vi ha anzi un altro argomento a favore dell’unità bancaria. Non solo sono chimere i pericoli dell’eccessiva influenza, ma grandi sono i vantaggi che da una solida istituzione di credito può il Governo ottenere, ed ha di fatto in tutti i paesi del mondo ottenuto.

Sappiamo benissimo ciò che agli aiuti dalla Banca prestati al Governo si può obbiettare; sappiamo che lo Banche, somministrando al Governo i loro capitali, li sviano dalla produzione alla quale sono destinati e quindi esse stesse si allontanano dalla loro missione. Ma pur tuttavia quando lo pubbliche finanze hanno bisogno di soccorso, quando si tratta di procurare i mezzi per compiere una grande impresa nazionale, quando si tratta di salvare il paese dalla rovina, noi pensiamo che l’avere facile e pronto il mezzo necessario sia vantaggio degno di considerazione, e tale quasi da bastare, nei tempi anormali nei quali in Italia, come del resto in molti altri paesi, le pubbliche finanze si trovano, a far da solo propendere la bilancia in favore dell’unità bancaria, quando pure mancassero i molti altri argomenti che a tale conclusione inducono.

Nella sommaria rassegna intanto che dei sistemi bancari dei varii paesi siamo venuti esponendo ed in tutto le considerazioni che precedono, abbiamo appena menzionata l’Italia; di essa dobbiamo ora discorrere rispetto alla quistione che ci ha fin qui occupati.

CAPITOLO QUINTO

Sommarlo. — Il credito in Italia — Cause del limitato suo sviluppo — La Banca nazionale Sarda — Sua estensione a tutto il Regno — La Banca nazionale Toscana — Sua origine — Vicende della fusione delle due Banche nazionali — Esame di tale questione — Relazione della Giunta che esaminò il progetto di fusione presentato dal Ministro Cambray-Digny — La Banca Toscana di credito per l’industria e pel commercio — Il Banco di Napoli — Sua storia — Sua natura — Il Banco di Sicilia.

XXIII.

Qual’è lo sviluppo del credito in Italia? Ottiene l'Italia dal credito tutte quelle risorse dalle quali molte altre nazioni seppero trarre la fonte principale della prosperità delle loro industrie, dei loro commerci? Qual' è l'ostacolo che all'ampio svolgimento del credito in Italia si oppone? — Ecco una serie di gravi quesiti, colla perfetta soluzione dei quali molti errori sparirebbero forse, e lo menti nostre anziché arrestarsi dinanzi alla fantasmagoria di fittizi organamenti, fatta la precisa diagnosi del male, saprebbero additare l’opportuno rimedio.

Certo in Italia il credito è assai lungi dall'avere raggiunto quello svolgimento che altrove ammiriamo: anche in ciò, e già il ricordammo, né è inutile il ripeterlo, da maestra che fu un tempo, l'Italia scese alla condizione di ultima tra le discepolo. Mancano da noi, od appena è se sono conosciute di nomo le mille maniere diverse colle quali si facilita altrove il movimento dei capitali e potentemente si aiuta e si spinge la produzione. Ma basterà forse che una legge intervenga, per mutare siffatto stato di cose, per far prendere al credito in Italia quell'attività, quell'energia di cui manca, per estenderne l'azione quanto sarebbe necessario?

La risposta è assai facile: grandemente s’illudono coloro, i quali credono che una nuova organizzazione del nostro sistema bancario fondata su altri principii sia più che sufficiente perché in breve, in fatto di credito, l’Italia si sollevi al livello dell’Inghilterra.

Non basta riordinare la macchina, bisogna pensare eziandio al materiale necessario per mantenerla, e questo è ciò che in Italia manca, e che nessuna legge di organizzazione bancaria vale a far venire, fosse pure la più ampia ed incondizionata libertà dell’emissione che qualcheduno va predicando come infallibile panacea. Fate pure la più perfetta e la meglio costrutta delle locomotive a vapore, ponetela pure sulla migliore delle strade, ma essa non si muoverà se non la provvedete dell’elemento necessario a darle movimento.

Ora in Italia l’elemento necessario a far muovere la macchina del credito è appunto ciò che manca, od almeno si possiede in assai limitata misura. Il credito è un organismo trasmettitore di capitali, che, precisamente come una tromba idraulica, si compone di due funzioni: attinge da una parte e spande dall’altra. Se limitato è il serbatoio ove la macchina attinge, per quanto perfetto il meccanismo sia, sempre limitato ne sarà il getto.

Per conseguenza della ristretta produzione, effetto a sua volta di una moltiplicità di cause che troppo lungo sarebbe l’annoverare, ristretta è pure la possibilità del risparmio, reso anche più meschino dalla mancanza nelle masse di quella perfetta educazione economica che nei paesi più avvanzati sulla via della prosperità si ammira, e dalla tendenza all’immoderata consumazione.

Quando vediamo i depositi, i conti correnti, che sono le principali fonti onde si riempie il serbatoio che al meccanismo del credito il necessario alimento debbo somministrare, limitati a somme relativamente ristrettissime, noi domandiamo da quale, sia pure perfettissimo, sistema bancario potrebbero ragionevolmente sperarsi ampi risultati. Lasciamo le finzioni, lasciamo le inutili declamazioni e stiamo nella realtà delle cose.

Le Banche non possono mettere in moto i capitali che non esistono; dove manca il capitale, là si arresta la potenza magica del credito; qualunque ingegnosa organizzazione si immagini, la sua azione si arresterà sempre innanzi al fatto che l’uomo dal nulla nulla può creare.

Pare quindi a noi che chi studia in Italia la questione del credito sotto il solo aspetto dell'organizzazione bancaria, si aggiri in un circolo vizioso. Il meccanismo del credito favorisce la produzione, ma è a sua volta effetto della produzione e del risparmio; finché ci arresteremo a riordinare, ritoccare, ripulire la macchina, non faremo molto cammino. È necessario accrescere la produzione ed il risparmio; riempiuto allora il serbatoio ove la tromba aspirante attinge, anche se non perfettissima, la vedremmo produrre un getto potentissimo ed ogni giorno maggiore.

In qual modo possano in Italia la produzione ed il risparmio aumentarsi, è questione complessa e gravissima che non è certo a noi possibile qui esaminare. Vi è a tal uopo molto da fare e molto anche da disfare; e per l’una e per l’altra cosa, al tempo una gran parte d’azione s’aspetta.

Ad ogni modo finché la produzione ed il risparmio non abbiano preso maggior vigore, è inutile sperare maggior sviluppo del credito.

V’è un’altra considerazione: la mancanza di quell’educazione economica che il risparmio favorisce, è ad un tempo potente ostacolo a che ampia e diffusa si mostri la ricerca del credito. Un solo fatto vogliamo ricordare per prova.

So v’ha ramo di produzione che in Italia abbisogni dell’aiuto del credito è la produzione fondiaria. Son noti i lamenti che da anni e da ogni parte sorsero per la mancanza dei capitali necessari alle imprese agricole, per le difficoltà in cui i proprietari, che pur presentano solida base di credito, si trovano per ottenere a discrete condizioni un qualche aiuto. La creazione di un credito fondiario e di un credito agricolo vivamente si reclamava.

Or bene, il credito fondiario si è istituito.

Proposto senza risultato fin dal 1862, e poscia nel 1863 col sistema della unità concretato in una convenzione stipulata con una società franco-italiana, fu invece attuato con legge del 14 giugno 1860 col sistema della moltiplicità affidato a cinque diversi istituti che si dividono fra di loro tutto il territorio del Regno; cioè il Banco di Napoli per le provincie meridionali del continente, la Cassa di risparmio di Bologna per l’Italia centrale, la Cassa di risparmio di Milano per la Lombardia e Novara, l’Opera pia di San Paolo di Torino per il Piemonte.

Quali risultati si ottennero? A tutto il novembre 1868 si erano ottenute 554 domande di credito, per una somma di poco più che 29 milioni, ed i contratti effettivamente conohiusi si limitavano a cifra ben più ristretta.

Chi di fronte a tale cifra direbbe che grande fosse la sete di capitali dalla proprietà fondiaria provata? È vero che l'istituzione agisce da breve tempo, è vero che molte difficoltà di vario genere alla diffusione di essa si presentarono, e che a poco a poco, quella meglio compresa, e queste scemate, gli affari si aumenteranno. Ma d’altra parte è pure a considerarsi che si trattava di un’ istituzione da molto tempo, sotto una forma o sotto l’altra, desiderata, reclamata, che nelle provincie dell'Italia superiore è cosa della quale da moltissimi anni si discute. Nei ristretti risultati che finora tuttavia si ottennero, non v'ha forse la prova che non basta montarne la macchina perché il credito agisca?

Questa prova del resto da ben altri fatti potrebbe desumersi, quando fosse necessario aggiungere argomenti di fatti in cosa che ad evidenza la ragione dimostra.

Se nonché egli è nella facoltà dell’emissione che taluni ravvisano il mezzo onnipotente per cui può in Italia l’azione del credito essere ravvivata. Non abbiamo bisogno di aggiungere qui alcuna considerazione contro siffatto errore, del quale in altra parte di questo scritto discorremmo. A creder nostro per chi non vegga nella creazione del biglietto la creazione di capitali, poco può aggiungere alla potenza del meccanismo del credito la facoltà dell’emissione.

Là dove i capitali esistono, là dove esiste quella soda educazione economica che è per la diffusione del credito indispensabile, senza l’emissione e coi molti anche più spicci mezzi di trasmissione che si conoscono, il credito funzionerà. Dove queste condizioni mancano, date pure la libertà d’emissione quanto volete, si creeranno montagne di carta d’ogni specie e d’ogni colore, con tutti gli inconvenienti ed i pericoli che ne sono la necessaria conseguenza; ma il movimento economico del paese non ne sarà vantaggiato, perché collo strumento di trasmissione non fu creata la materia da trasmettere.

Fremessi questi cenni come sintesi delle considerazioni e dei fatti che siamo venuti sin qui esponendo, vediamo ora che cosa siavi in Italia in materia di Banche; se essa, da quanto nella grandissima maggioranza delle nazioni europee trovammo attuato o prossimo ad attuarsi, si scosti.

XXIV.

Chi studierà nell’avvenire la storia politico-amministrativa della penisola italiana in quest’ultimo nostro decennio, ossia dal giorno in cui il primo atto di annessione fu compiuto, non potrà certamente disconoscere, come l’unità italiana si sia fatta mercé la progressiva diffusione di quell’atmosfera che, nel decennio precedente, si era formata e regnava nel Regno subalpino. Certo quell’atmosfera, quelle idee trovarono dapertutto terreno preparato e ben disposto, ma sarebbe inutile negare che il movimento sia partito dai piedi delle Alpi. È giusto il dire però che quelle idee erano idee italiane, perché create, sviluppate dal concorso di tutta Italia, che allora il fiore delle intelligenze aveva nel Regno subalpino, per fortuna d’Italia, radunate.

Or bene, quello stesso movimento, per forza del quale, a guisa di fiume cui sia tolto ogni riparo, si estesero a tutta Italia non diremo le leggi e gli ordinamenti del Piemonte nella estrinseca loro forma, ma nel loro spirito, nella loro sostanza, si verificò eziandio, almeno sino a un certo punto, nel fatto delle Banche d’emissione.

Laonde bisogna partire dal Piemonte per studiare lo svolgimento in Italia del sistema bancario.

Dalla fusione delle Banche di Genova e di Torino, sorta la prima nel 1844 e la seconda nel 1847, per virtù del decreto 14 novembre 1849, confermato da legge 9 luglio 1850, nacque in Piemonte, con un capitale di 8 milioni, diviso in 8 mila azioni, la Banca Nazionale. Quali vantaggi abbia essa recato a quel paese, in qual vigoroso modo abbia essa contribuito all’incremento dell’industria e del commercio di esso, non staremo a narrare, ché non è la storia di quell’istituzione ciò che qui a noi preme di fare. Ci basterà ricordare come più volte il conte di Cavour abbia riconosciuto e dichiarato che essa fu spesso di valido appoggio ai patriottici disegni che si vennero compiendo.

Nel 1856 già troviamo la Banca avere estesa la sua azione a tutte le principali sedi commerciali del Regno sardo, recando ovunque attività e vigore nelle industrie e nel commercio. Nizza marittima, Vercelli, Alessandria, Cagliari, Cuneo ebbero una succursale della Banca, la quale però fin dal 1852 già aveva aumentato considerevolmente il suo capitale, portandolo da 8 milioni a 32, divisi pure in azioni di L. 1,000.

Col sorgere del 1859 cominciarono le annessioni, e la Banca cominciò la sua estensione. Con decreto legislativo 1° ottobre di quell’anno, si approvarono gli statuti che tuttora la reggono, ed essa venne autorizzata a porre una sua sede a Milano, come già l’aveva a Genova e Torino, e ad estendere, per deliberazione degli azionisti approvata dal Governo, la sua azione a tutte le altre città dello Stato ove lo si giudicherebbe conveniente. Fu in tale incontro aumentato un’altra volta il capitale sociale coll’emissione di 8 mila nuove azioni.

Ma le annessioni di nuove parti d’Italia al Regno subalpino venivano aumentando e con esse progrediva in estensione l’azione della Banca. Oltre le succursali stabilite nei vari paesi della Lombardia, una se ne impiantava a Modena, e poco dopo, altre in Ancona e Perugia. E la diffusione continuava. Non solo i paesi che erano privi di simili istituzioni, si affrettavano ad accogliere con soddisfazione l’introduzione della Banca nazionale, ma anche quelli che istituti della medesima natura possedevano, comprendendo di non poter resistere alla forza di unificazione che tutto invadeva, si disponevano a lasciarli assorbire.

Cosi avvenne della Banca di Parma e di quella di Bologna, che in seguito a deliberazione degli azionisti si cedettero alla Banca nazionale, la quale quindi in tali città, come a Ravenna, a Forlì, a Ferrara si estese.

Egual cosa avvenne non appena segui l’annessione delle provincia meridionali. La Banca nazionale fu autorizzata a stabilire una sua sede a Napoli e l’altra a Palermo, con otto succursali.

Ed ecco cosi la Banca nazionale estendere l’uniforme sua azione su tutta la superficie del Regno, quale fu sino al 1866 costituito; ad eccezione solo della Toscana, la quale rimasta per molto tempo separata dal movimento di unificazione che in ogni altra parte del Regno era seguito, anche in fatto di Banche aveva conservata la sua assoluta autonomia.

Essa però non poteva a lungo rimanere in tale stato di segregamento. Il trasporto della capitale a Firenze fu l’occasione per cui anche in Toscana la Banca nazionale cominciò ad essere introdotta. Con decreto del 20 giugno 1865 l’amministrazione centrale della Banca veniva trasportata alla nuova sede del Governo, il capitalo di essa era elevato a 100 milioni divisi in 100,000 azioni, dello quali però 20,000 restano ancora da emettersi.

Venuta nel 1866 l’annessione della Venezia, ad essa pure come in ogni altra parte la Banca pervenne. Con decreti del dicembre 1866 e del gennaio 1867 una nuova sede fu costituita in Venezia, e quattro succursali in quelle provincie sorsero.

Lo Stabilimento mercantile di Venezia, che fu per molti anni l’unico istituto di credito che quella parte d’Italia possedesse, come già le Banche di Parma o di Bologna, di buon grado cedette il campo alla potente sopravvenuta, e riducendo le sue azioni, acquistando invece quelle della Banca, e rinunziando ad ogni emissione, si dispose a lasciar compiere anche nel campo della circolazione fiduciaria, il gran fatto dell’unità, che in ogni altro ordine di cose ha in Italia fortunatamente trionfato.

Può ora con tutta verità assicurarsi che non v’ha in Italia centro di commercio mediocremente importante, anzi non v’ha quasi paese al quale la Banca nazionale italiana possa dirsi estranea. La facilità di rapporti che tra i varii punti del regno per questo fatto si ottenne, la rete di interessi che dall’azione della Banca nazionale italiana fu intrecciata su tutta la penisola, quale influenza abbia avuto e possa vieppiù per l’avvenire avere sulla consolidazione dell’unità nazionale, non è chi a colpo d’occhio non vegga.

Tutto ciò però meglio avremo occasione di mostrare quando esamineremo l’importanza degli affari che la Banca racchiude. L’estensione di essa, intanto, ad ogni parte del Regno, si scorge dall’elenco delle sedi o delle succursali che, colla data della loro rispettiva creazione ed apertura, crediamo opportuno qui far seguire:

CITTÀ

ove sono stabilite le

SEDI E LE

SUCCURSALI

DATA
DELLA CREAZIONE per R. D. DELLA APERTURA
Firenze (Sede) 29 giugno 1865 1 agosto 1865
Genova ld 14 dicembre 1849 1 gennaio 1850
Milano ld 1 ottobre 1859 16 gennaio 1860
Napoli ld 18 agosto 1861 11 novembre 1861
Palermo ld 18 agosto 1861 16 dicembre 1861
Torino ld 14 dicembre 1849 1 gennaio 1850
Venezia ld 20 gennaio 1867 23 settembre 1867
Alessandria (Succ.) 10 ottobre 1855 4 agosto 1856
Ancona ld 20 gennaio 1861 17 ottobre 1861
Aquila ld 18 agosto 1861 14 marzo 1864
Ascoli Piceno ld 10 luglio 1864 2 gennaio 1865
Avellino ld 23 dicembre 1865 10 giugno 1867
Bari ld 18 agosto 1861 3 agosto 1863
Benevento ld 20 aprile 1868 2 gennaio 1869
Bergamo ld 17 novembre 1860 13 giugno 1861
Bologna ld 24 febbraio 1861 20 marzo 1861
Brescia ld 17 novembre 1860 5 giugno 1861
Cagliari ld 27 febbraio 1856 1 marzo 1857
Caltanissetta ld 4 marzo 1866 20 agosto 1866
Carrara ld 24 gennaio 1864 15 febbraio 1865
Caserta ld 20 aprile 1868 2 gennaio 1869
Catania ld 18 agosto 1861 28 gennaio 1862
Catanzaro ld 18 agosto 1861 20 settembre 1864
Chieti ld 18 agosto 1861 9 novembre 1863

CITTÀ

ove sono stabilite le

SEDI E LE SUCCURSALI

DATA
DELLA CREAZIONEper R. D. DELLA APERTURA
Como Id 17 novembre 1860 5 giugno 1861
Cosenza Id 6 dicembre 1865 1 marzo 1866
Cremona Id 18 agosto 1861 28 gennaio 1862
Cuneo Id 27 febbraio 1865 15 febbraio 1858
Ferrara Id 21 febbraio 1861 16 gennaio 1862
Foggia Id 18 agosto 1861 2 maggio 1861
Forlì Id 24 febbraio 1861 20 marzo 1862
Girgenti Id 6 dicembre 1865 12 marzo 1866
Lecce Id 20 marzo 1861 26 dicembre 1861
Lodi Id 6 agosto 1861 2 gennaio 1865
Macerata Id 11 marzo 1865 3 luglio 1865
Mantova Id 6 dicembre 1866 20 maggio 1867
Messina Id 18 agosto 1861 5 novembre 1801
Modena Id 17 novembre 1860 13 aprile 1861
Novara Id 31 ottobre 1865 1 gennaio 1866
Padova Id G dicembre 1866 18 aprile 1867
Parma Id 24 febbraio 1861 1 marzo 1801
Pavia Id 18 agosto 1861 27 febbraio 1862
Perugia Id 20 gennaio 1861 15 ottobre 1861
Peserò Id 10 luglio 1861 27 febbraio 1865
Piacenza Id 8 marzo 1862 21 luglio 1862
Porto-Maurizio Id 12 dicembre 1860 13 aprile 1861
Ravenna Id 24 febbraio 1861 16 ottobre 1861
Reggio di Calabria Id 18 agosto 1861 27 maggio 1862
Reggio nell’Emilia Id 15 gennaio 1865 16 agosto 1865
Salerno Id 6 dicembre 1865 20 marzo 1866
Sassari Id 18 agosto 1861 31 marzo 1862
Savona Id 24 aprile 1861 8 agosto 1861
Siracusa Id 14 settembre 1861 12 giugno 1865
Teramo Id 18 giugno 1865 2 gennaio 1866
Trapani Id 23 dicembre 1865 26 marzo 1806
Udine Id 6 dicembre 1866 4 febbraio 1867
Vercelli Id 11 luglio 1852 18 luglio 1853
Verona Id 6 dicembre 1866 27 aprile 1867
Vicenza Id 11 marzo 1867 20 agosto 1867
Vigevano Id 22 agosto 1863 10 novembre 1863

Questa cosi facile e rapida estensione della Banca in ogni parto del Regno; le sollecitazioni che da ogni centro commerciale si fecero per ottenerla; l’approvazione che da tutti i diversi ministeri, succedutisi nel volgere di vari anni, tal fatto ottenne, la volenterosa cessione fatta d’ogni loro diritto da varii istituti qua e là esistenti, che cosa prova? Prova che l’idea dell'unità dell’emissione è radicata nel paese, e che, sebbene non inanellino contrarie opinioni o forse, per dir meglio, contrari interessi, il paese non intende nella questione delle Banche scostarsi dalla via che la grande maggioranza delle civili nazioni ha seguita ed alla quale vanno accostandosi quelle che se no erano allontanate.

E l’unità è di fatto compiuta in una gran parte d’Italia. Rimane la Toscana dove colla Banca nazionale italiana hanno facoltà di emissione la Banca nazionale toscana e la Banca toscana di credito per le industrie e pel commercio; e le provincie meridionali dove esistono i due Banchi di Napoli e di Palermo. Però anche in tali provincie l’importanza che gli affari della Banca nazionale italiana hanno assunto, è tale che può realmente dirsi essere essa in tutta Italia il centro della circolazione fiduciaria, non diversamente da quanto è la Banca di Francia in quel paese.

Ad ogni modo, le eccezioni al sistema dell’unità ci sono, ed è appunto da esse che prendono principale occasione di discussione, di opposizione e di nuove proposte, coloro che tale sistema non credono conveniente, o per qualsiasi ragione non approvano. È nota la questione della fusione della Banca toscana; questione nella quale si riscontra lo strano caso di una società, che avrebbe desiderio ed interesse di cessare, che ha ripetutamente dichiarato di volere cessare, e che pure a qualunque costo, e, bene inteso, in omaggio alla libertà, la si vuole mantenere in vita.

È argomento codesto che merita di essere esaminato; e noi lo esamineremo colla spassionata analisi dei documenti che lo riguardano, compresa fra questi la relazione in questi giorni appunto pubblicata, o colla quale l’onorevole Seismit-Doda si studiò di giustificare il rigetto per parte del Comitato della Camera, della convenzione stipulata per la fusione delle due Banche nazionali.

XXV.

Con movimento alquanto analogo a quello che dalle Banche di Torino e di Genova fece sorgere nel Regno sardo la Banca nazionale, fu prodotta nella Toscana la Banca nazionale, che ne porta il nome, istituita con decreto 8 luglio 1857 con un capitale di 8 milioni di lire toscane divise in azioni di lire 1000, acquistate quasi intieramente dagli azionisti della Banca di sconto di Firenze e della Banca di Livorno, che si fusero cosi nel nuovo istituto. Come la Banca nazionale sarda, la Banca nazionale toscana estese in breve la sua azione a tutto il territorio del Granducato, sostituendosi alle Banche speciali in varie città esistenti. Nel principio del 1860, succursali della Banca nazionale toscana sorsero a Siena, a Pisa, a Luca, ad Arezzo; il capitale di essa si elevò a 9,400,100 lire toscane. Fu più tardi l’ammontare delle azioni convertito in lire italiane, qualcheduna di nuove se ne emise e cosi l'intiero capitale restò costituito dalla cifra rotonda di 10 milioni di lire italiane.

La Banca nazionale toscana ha ora due sedi (Firenze, Livorno), e cinque succursali, quelle, cioè, or ora accennate e quella di Pistoia sorta nel 1865.

Vedremo in seguito quale sia l’importanza degli affari della Banca toscana, come degli altri istituti autorizzati all’emissione. Parliamo ora della ben nota questione della fusione della Banca toscana colla Banca nazionale italiana; tracciamone a larghi tratti la storia quale risulta dalla semplice esposizione dei fatti; vedremo in seguito quella che a taluno piacque, per uso proprio, architettare.

La questione si agita da parecchi anni. Fin dal 1863, e prima quindi che col trasporto della capitale la Banca nazionale sarda trasportasse in Firenze la sua sede, recando potente concorrenza alla Banca nazionale toscana, questa — per eccitamento del Governo (1), che alla completa attuazione del principio dell’unità d’emissione, non infecondo aiuto della unità politica, mirava — di buon grado accedeva ad una convenzione, che doveva servire di base alla creazione di una nuova e grande Banca italiana, mediante la fusione dei due principali istituti di credito che in Italia esistevano.

(1) Atti della Commissione d'inchiesta, vol. I, pag. 215.

I patti della fusione furono concertati, le basi della grande istituzione di credito che si voleva far sorgere furono stabilite, ed ogni cosa veniva concretata in apposito progetto di legge presentato al Senato nell’adunanza del 3 agosto 1863.

Sarebbe mentire alla storia e storia recente, il negare che molte discussioni e gravi ed animate polemiche siano sorte intorno all’accennato progetto; ma sarebbe pure mancare alla verità il non riconoscere che, come pur troppo assai spesso in Italia avviene, una questione del massimo interesse pel paese fu convertita in una sterile lotta di partiti e di passioni, l’unico risultato della quale fu l’impossibilità di presentare il progetto alla Camera elettiva, prima che essa, nell’estate 1864, si sciogliesse.

Intanto il trasporto della Capitale che era imminente, la necessità dal Governo dichiarata di avere presso la nuova sua sede la Banca nazionale italiana, colla quale da stretti rapporti era legato, facevano vieppiù sentire l’urgenza di attuare finalmente la sospirata fusione. Vive istanze erano a tale scopo fatte dalla Banca toscana, la quale più che mai aveva per la fusione il massimo interesse. Nuove discussioni si fecero, nuove deliberazioni si emisero per parte degli azionisti della Banca toscana, i quali ripetutamente cosi la ferma loro volontà di addivenire alla fusione ebbero a manifestare; nuovi concerti si presero, una nuova convenzione fu stipulata, ed il 13 marzo 1865 una nuova legge fu presentata al Parlamento per l’approvazione degli statuti della Società anonima per una Banca nazionale col titolo di Banca d'Italia.

Era destino però che questa questione avesse ad incontrare sempre un qualche ostacolo sulla strada della sua soluzione. È la sorte toccata a molte tra le riforme nel Regno nostro, le quali, desiderate, proposte, riproposte, discusse, sono tuttavia allo stato di desiderio, per quanto vivo ne sia il bisogno, per quanto gravi siano gli inconvenienti ai quali colla riforma si riparerebbe. Se v'ha questione, per citare un solo esempio, la soluzione della quale implichi i più vitali interessi dell’Erario e quindi del paese, è la questione del sistema di riscossione delle imposte. Ebbene, da più anni il Senato e la Camera si vanno rimandando progetti e contro progetti, emendamenti e sub-emendamenti, ed intanto la questione non ha fatto un passo,

intanto sette od otto diversi sistemi di riscossione fatti per altri tempi, malamente funzionano e sono una tra le cause principali dei meschini prodotti delle nostre imposte.

Cosi fu della questione delle due Banche. La fusione di esse, la creazione di una nuova Banca era voluta dal Governo, accettata, anzi, meglio che accettata, sollecitata e desiderata dagli azionisti delle due società, richiesta dai bisogni del paese, al quale, checché ne pensino taluni, una forte e ben fondata istituzione di credito, è indispensabile; e tuttavia non si riuscì ad ottenere che progetti e sterili discussioni. Anche il secondo progetto presentato non potò essere tradotto in legge, perdio la Camera si prorogò prima che avesse agio di occuparsene.

Torna inutile ricordare le nuove discussioni che indi ne sorsero, le nuove trattative che seguirono, le nuove convenzioni tra le due Banche stipulate per prorogare il termine della scadenza dei precedenti loro impegni, sempre nella speranza che pur finalmente la legge, che doveva sancirle, avesse a vedere la luce.

Ma fu speranza illusoria. Intanto, però, poiché l’introduzione in Toscana della Banca nazionale italiana era necessità pubblica; poiché d’altra parto l’interesse della Banca toscana era giusto venisse rispettato, col decreto reale del 20 giugno 1865, mentre si sodisfece ad un bisogno vivamente sentito instituendo in Firenze una sede della Banca nazionale italiana ed ivi trasportando la sede dell’amministrazione centrale di essa, si presero provvedimenti atti a favorire per quanto possibile e per cosi dire prevenire la fusione delle Banche sulla base degli accordi ripetutamente stabiliti. Tale fu la determinazione di aumentare di 60 milioni il capitale della Banca nazionale italiana mercé la emissione di 60 mila nuove azioni,15 mila delle quali vennero espressamente riservate agli azionisti della Banca toscana, a soddisfazione degli accordi che si attuassero per la fusione della Banca medesima.

In tal modo, poiché la creazione della nuova Banca sulla base della fusione dei due istituti in questione non era stata possibile ottenere, si mirava quanto meno a preparare la via alla fusione medesima.

Seguendo appunto il concetto del decreto del giugno 1865, la fusione delle due Banche allo scopo della creazione della Banca d’Italia fu un’altra volta convenuta, ed un decreto reale da convertirsi poi in legge intervenne a sanzionarla il 23 ottobre 1865.

Pareva con ciò che la questione si avviasse verso il definitivo suo scioglimento. Ma cosi non era scritto.

Il decreto dell’ottobre 1865 presentato al Parlamento fu dal Senato votato insieme cogli statuti della nuova Banca d’Italia; ma dinanzi alla Camera elettiva ebbe, in una discussione incidentale, cioè in occasione delle interpellanze sul servizio di tesoreria, poco favorevole accoglimento.

Il ministro Sella che la fusione aveva patrocinato, dovette ritirarsi; ed il progetto di legge, sebbene accettato dallo Scialoja che al ministero delle finanze succedette, si addormentò tra mezzo alle discussioni sorte nel seno della Commissione sulla libertà e non libertà della emissione; né si riuscì a svegliarlo prima che lo scoppiare della guerra del Veneto troncasse a mezzo i lavori parlamentari.

E vero che in tal modo il principio della cosi detta libertà d’emissione era lasciato intatto e non si faceva un nuovo passo, come da taluno si diceva, nella via del monopolio; ma è vero altresì che la libertà altrui, quella degli azionisti della Banca toscana, si conculcava, e gravissimi interessi pubblioi e privati si compromettevano.

E poiché appunto di cosi gravi interessi si trattava, un altra via di soluzione fu tentata; si abbandonò il concetto della creazione di una nuova Banca e si tentò di ottenere l’assorbimento della Banca toscana per parte della Banca nazionale italiana, lasciando intatti gli statuti di questa. Pareva che in tal guisa la questione si restringesse nei semplici rapporti tra le due Banche ed ogni difficoltà cessasse. Si trattava, in sostanza, di ripetere ciò che era avvenuto colla Banca di Parma e con quella di Bologna, assorbite, come a suo luogo dicemmo, dalla Banca nazionale italiana per virtù di un reale decreto.

Ma neanche per questa via la questione arrivò in porto. Che cosa importa che il fatto delle Banche di Parma e di Bologna costituissero un precedente che non poteva obbliarsi? Che cosa importa che si offendesse non solo la libertà, ma anche l’eguaglianza, negando agli azionisti della Banca toscana ciò che quelli della Banca di Parma e di Bologna avevano ottenuto senza opposizione per parte di alcuno, anzi col plauso di tutti? Pur troppo non è raro in Italia vedere da un giorno all’altro mutare avviso sull'identica questione.

Quando si credette di avere evitato lo scoglio del Parlamento, si presentò quello del Consiglio di Stato, il quale, interpellato intorno al progetto di assorbimento avanti ricordato, ripetutamente dichiarò non potersi compiere senza una disposizione legislativa. Il Governo non credette, e con ragione, di assumersi la responsabilità di un atto al quale il Consiglio di Stato aveva negato il suo voto; e cosi per la terza o quarta volta le cose rimasero al punto in cui si trovavano.

Non ci arresteremo ad esaminare le vicende che indi seguirono in codesta sventurata questione, le discussioni che si sollevarono, la lite che dagli azionisti della Banca toscana fu intentata al Governo, e via discorrendo. Troppo a lungo ne andremmo. Ci piace tuttavia esaminare le ragioni clic dal Consiglio di Stato furono messe innanzi per opporsi all'ultimo mezzo di scioglimento che era stato proposto; perocché, come in qualche pagina precedente preannunziammo, si tratta qui di un caso abbastanza strano, del caso cioè di una società che vuole morire, che prega, domanda, pretende, fa liti perché la si lasci morire, e che, in omaggio alla libertà e per ragioni di legalità, si vuole che a qualunque costo continui a vivere.

Coll’ultimo mezzo di soluzione proposto, di che cosa trattavasi in sostanza? — Che la Banca nazionale italiana si facesse acquirente di tutto l’attivo della Banca toscana, mediante correspettivo agli azionisti.

Le ragioni opposte dal Consiglio di Stato si trovano svolte in due pareri emessi nell’ottobre e nel novembre 1866; esse possono cosi riassumersi:

L’assorbimento della Banca toscana per parte della Banca italiana implica lo scioglimento della prima. Ma l’art. 4 e l’art. 183 degli statuti della Banca toscana stabiliscono che essa debba durare 20 anni dal 2 gennaio 1859, giorno in cui cominciò le sue operazioni. E siccome la Banca toscana fu stabilita per legge, solo con una legge può la sua durata essere ridotta.

Sebbene al potere esecutivo competa il diritto dell'approvazione o modificazione degli statuti delle ordinarie società industriali e commerciali, non è men vero che ogni qualvolta si tratti di accordare ad una società un privilegio qualunque, il quale esca fuori dal diritto comune, e per virtù del quale gli effetti delle leggi generali dello Stato vengano modificati sia a favore della società, sia a favore dello scopo che si propone, cessa la facoltà del potere esecutivo, il quale non può escire dalla cerchia della esecuzione delle leggi; e non altrimenti che per legge espressa possono approvarsi, modificarsi e sospendersi gli statuti di tali società. Locché è principalmente vero rispetto alle società che assumono la fondazione di un istituto di credito, il quale, come è il caso della Banca toscana, emette carta circolante come moneta.

Se negli statuti della Banca toscana, quando si parla delle modificazioni che possono occorrere, se ne deferisce l’approvazione al Governo, non bisogna dimenticare che quando tali statuti furono approvati, nella parola Governo si comprendevano tutti i poteri. Chi faceva la legge non poteva alludere ad un potere distinto dal suo; epperò ora che il sistema costituzionale introdotto in Toscana obbliga a riconoscere la distinzione dei poteri nello Stato, nel giudicare a quale dei medesimi competa la facoltà di approvare le modificazioni deferite alla approvazione del Governo, è d’uopo guardare alla natura della facoltà della quale è questione. Ora negli Stati costituzionali tale facoltà si esercita dal potere legislativo.

E tanto più ciò debbo dirsi in quanto che, più che di una modificazione, si tratta in sostanza dello scioglimento della società. Qualunque sia l’interesse degli azionisti della Banca toscana, vi ha un interesse più potente che non va dimenticato, ed è l’interesse pubblico strettamente collegato colla esistenza o colla cessazione della Banca. A tale interesse debbo principalmente avere riguardo lo Stato quando interviene colla sua approvazione. Solo la suprema autorità legislativa può essere competente a giudicare della convenienza di sopprimere un’ istituzione di credito si strettamente collegata cogli interessi dello Stato.

Colla soppressione della Banca toscana si tratta di trasfonderne i capitali nella Banca nazionale italiana. Ora l’articolo 1° della legge 9 giugno 1850 vieta a questa di fondersi con altre, ove non intervenga una legge.

Per quanto gravi possano apparire queste considerazioni, assai prima d’ora, e, pare a noi, in modo vittorioso, fu dimostrato che esse non hanno abbastanza solido fondamento per sostenere la tesi per la quale furono emesse. E noi siamo fermamente persuasi che, se al disotto della questione legale non vi fosse stata la questione economica della libertà o della non libertà della emissione, la prima sarebbe stata assai facilmente superata.

XXVI.

La risposta alle obbiezioni affacciate dal Consiglio di Stato fu data in una pregevole memoria presentata al Tribunale civile di Firenze a sostegno delle ragioni della Banca toscana nella causa appunto da essa intentata al Governo pel mantenimento degli accordi stabiliti allo scopo della fusione.

Poiché le considerazioni del Consiglio di Stato riassumemmo, non sarà discaro a chi legge se qualche brano di quella memoria verremo qui riferendo.

Dopo avere esposto lo stato della questione e dimostrato come la Banca toscana abbia per parte sua adempito a quanto gli accordi stabiliti volevano e possa quindi pretenderne l’esecuzione dalle altre parti contraenti, si soggiunge:

Per contrastare alla conclusione, dimostrata nel precedente articolo, non altro partito rimarrebbe al Governo, tranne quello di sostenere che gli accordi stipulati fra le due Banche sono fuori dei limiti consentiti dai rispettivi Statuti.

Tale obbiezione non poteva affacciarsi rispetto alla Banca sarda, e non fa affacciata. Imperocché rispetto ad essa lo Statuto non riceveva modificazione alcuna, e gli accordi riducevansi ad una faccenda di compra e vendita, e di collocamento di azioni, faccenda cui lo Statuto non contradiceva.

E, quando si fosse detto che in ordine alla legge del 9 luglio 1850 era vietato alla Banca sarda di fondersi con altre, senza esservi autorizzata per legge, era ovvio il rispondere, che la legge del 9 loglio 1850, se vietava alla Banca sarda di fondersi con altre, questa legge per altro contemplava le Banche esistenti nelle antiche provincie del Regno, non quelle esistenti in altre provincie; che questa legge vietava alla Banca sarda di fondersi con altre, partecipando cosi ai privilegi di quelle, accomunando a queste i privilegi proprii, ma non le vietava di fondere e di assorbire in sé gli azionisti di altre Banche; che questa legge non aveva impedito alla Banca sarda di assorbire i capitali e gli azionisti delle Banche di Parma e di Bologna, e non aveva impedito che il R. decreto 24 febbraio 1861, n. 4664 sanzionasse le relative deliberazioni prese dagli azionisti della Banca sarda. Quindi s’intende come non siasi allegato nessuno impedimento statutario rispetto a ciò che riguarda la Banca sarda.

L’impedimento statutario si accampa invece e si allega rispetto alla Banca toscana, in quanto che si dice che nella nuova forma proposta per l'articolo 183 dello Statuto si contenga lo scioglimento della Banca, e che tale scioglimento non possa essere autorizzato se non per atto legislativo.

Qui evidentemente vi sono due equivoci che è importantissimo il rettificare.

Prima di tutto è da osservarsi, che gli accordi tra le due Banche procederebbero anche indipendentemente dal modificare l’articolo 183, in quanto che le parti contraenti, contemplando appunto il caso che potesse essere ricusata l’approvazione alle modificazioni concernenti l’articolo 183, hanno stipulato che in tale caso l’articolo 183 e seguenti, rimarrebbero intatti, talché la liquidazione verrebbe condotta ed ultimata nelle forme e nella durata che quell’articolo 183 traccia e prescrive.

Ed è poi da osservarsi, che lo scioglimento in tronco della Banca non è conseguenza della domandata modificazione dell’articolo 183, ma è conseguenza giuridica e necessaria di tutte le antecedenti deliberazioni della Società, cominciando fino dalla prima, cioè da quella del 1863.

E su questo che è punto vitale della causa vuolsi richiamare la benigna attenzione del Tribunale.

Lo scioglimento in tronco della Banca fa deliberato infatti dagli azionisti della Banca toscana:

La prima volta quando colle deliberazioni del 9 e 14 aprile 1863 dettero i poteri al Consiglio superiore per la fusione della Banca toscana colla Banca sarda, e per fondare la Banca d’Italia colle condizioni che in quella deliberazione vennero espresse;

Una seconda volta quando colle deliberazioni del 9 e 14 febbraio 1865 dettero al Consiglio superiore più estesi poteri per effettuare la fusione delle due Banche.

Nè può dubitarsi ragionevolmente che con quelle deliberazioni si deliberasse dagli azionisti lo scioglimento in tronco della Banca.

In primo luogo, perché non era possibile di deliberare la fusione colla Banca sarda per l’effetto di fondare la nuova Banca d’Italia, se preventivamente non si scioglievano in tronco e non si liquidavano le due Banche toscana e sarda.

In secondo luogo, perché ambedue le volte fu dichiarato espressamente dal Consiglio superiore nei rispettivi manifesti del 31 marzo 1863, e 28 gennaio 1865 che a rendere valida la deliberazione occorreva la maggioranza dei tre quarti di voti prescritta dall’articolo 179 dello Statuto sociale, quando si tratta di deliberazioni concernenti modificazioni da indursi alle disposizioni statutarie.

In terzo luogo, perché gli azionisti nelle ultime deliberazioni del 29 novembre e 4 dicembre 1866 dichiararono espressamente che — ivi — «colle anteriori deliberazioni fu proceduto a modificare l'art. 4 dello Statuto sociale nel senso dello scioglimento in tronco della società. »

È fuori di dubbio pertanto, che lo scioglimento in tronco della Banca fu deliberato dagli azionisti fino dall’aprile 1863.

E discorrendo indi del diritto che agli azionisti della Banca toscana compete di sciogliere, quando il vogliano, la società, si aggiunge:

La Banca nazionale toscana non è retta da leggi speciali, come la Banca di Francia. E nelle provincie toscane non vi era nemmeno la massima che le Banche di circolazione con emissione di biglietti non potessero istituirsi che per legge.

Infatti nelle Note all'art. 37 del Codice di commercio francese, pubblicato in Firenze nel 1844, per cura di un avvocato toscano, si legge: Le leggi sulla Banca di Francia qui trascritte da Sirey verranno da noi solamente indicate, non potendo esse applicarsi alle altre Banche d'Italia, le quali sono regolate da statuti tutti loro propri.

E nella relazione del ministro Manna al Senato del Regno si legge:

«Nel Regno d’Italia non vi ha che i soli antichi Stati sardi, nei quali fosse stato stabilito che le Banche di circolazione con emissione di biglietti non potessero istituirsi che per legge (Legge 9 luglio 1850).

«Nelle altre provincie, i governi si erano riservati il diritto di autorizzarle, come avevano il diritto di autorizzare ogni altra società anonima. Nell’esame degli statuti di tali società giudicavasj se era opportuno il caso di autorizzare l’emissione di biglietti. »

E nel libro, intitolato La Banca toscana descritta dal cavaliere Giuseppe Mantellini, si legge a pag. 40: «In Toscana non si conoscono privative, con potere ognuno far la Banca, ed emettere buoni di cassa o biglietti. Se in caso di società anonima ha concorso l’approvazione governativa, più che per aprire la Banca è per la regola comune a siffatta specie di società, con essere appunto per questa regola che il governo ne sorveglia l’andamento e le richiama all’osservanza degli statuti. L’esecuzione personale concessa alle Banche verso i loro debitori, più che un privilegio, era un ritorno al diritto comune, reso necessario dallo specialissimo nostro editto del 5 settembre 1814. Nè finalmente la garanzia del governo ai biglietti della Banca fiorentina e la limitata facoltà compartita alla dogana di Livorno di ricevere i biglietti della Banca livornese da null’altro resultavano, che da convenzioni liberamente consentite fra le dette Banche e il governo. La costituzione delle nostre Banche non poteva dunque dirsi contraria a quel principio di libera concorrenza che informa il sistema nostro economico; tostoché, se alcune di esse trovavansi in speciali rapporti col governo e se il governo esercitava su tutte una sorveglianza, nessuna potea vantare monopoli.

Messo in chiaro questo principio, rendesi evidente che sebbene la nuova Banca toscana, resultante dalla fusione delle antiche Banche di sconto esistenti nelle diverse provincie toscane, fosse istituita col regio decreto del 30 decembre 1857, le massime direttive di essa Banca devono cercarsi nelle regole di ragione comune, e nello Statuto che governa la Banca toscana e che fu approvato col medesimo regio decreto che la istituiva.

E, cominciando dalle regole di ragione comune, sebbene noi siamo nel caso di una Società a termine fisso, perché in ordine all’articolo 4 dello Statuto sociale la Banca nazionale toscana doveva durare venti anni, egli è fuori di dubbio, che anche la Società a termine fisso può essere disciolta prima del tempo stabilito dalla convenzione.

Questa massima è messa fuori di controversia dall’articolo 46 del Codice di commercio francese imperante allora nelle provincie toscane, (e che poi è stato trasfuso nell’articolo 163 del nuovo Codice di commercio del Regno d’Italia) in ordine al quale è stabilito: di ogni continuazione di una Società, dopo spirato il termine convenuto, dovrà costare per mezzo di una dichiarazione dei consocii.

Una tale dichiarazione, non meno che qualunque atto che porti seco lo scioglimento della società prima del termine prescritto alla sua durata dall'atto che la stabilisce, come pure qualsiasi cangiamento e dimissione di sodi, qualsiasi nuova lozione o clausola, e qualunque innovazione riguardante la società, sono soggette alle formalità prescritte negli articoli 42,43 e 44. »

Dunque è chiaro, che l’articolo 46 del Codice di commercio ammette lo scioglimento della società prima del termine fissato dalla convenzione, come egli è certo egualmente che tale scioglimento può aver luogo, sia per volontà concorde di tutti, sia per la volontà anche di pochi, o di un solo, per giusti motivi apprezzabili dal prudente arbitrio dei tribunali (Troplong, du Contrat, de société n. 910).

Conformi alle disposizioni di ragione comune sono le disposizioni dello Statuto della Banca toscana.

Imperocché è verissimo che l’articolo 4 determina alla Società la durata di 20 anni, meno il caso di perdite che ne diminuiscano il capitale effettivo di un terzo — «la Banca nazionale toscana comincierà le sue operazioni dal 2 gennaio 1859, e durerà 20 anni, meno il caso di perdite che ne diminuiscano il capitale effettivo di un terzo, nel qual caso dovrà cessare in tronco, ed esser messa in liquidazione. »

Ma è vero ugualmente, che lo statuto ammette la modificazione delle disposizioni statutarie colla seguente distinzione:

O trattasi di modificare alcuni degli articoli fondamentali dello Statuto; ed allora riserbato il diritto di proposizione al Consiglio superiore, la deliberazione relativa deve essere presa nelle forme statutarie, nelle adunanze generali degli azionisti;

O trattasi di modificare articoli non fondamentali; ed allora il diritto di proporre e di deliberare spetta al Consiglio superiore della Banca.

Art. 140. — ivi — «È di competenza del Consiglio il proporre all’adunanza generale le modificazioni degli Statati, e l’aumento dei capitali nei termini e sotto le condizioni degli articoli 5 e 6.

Art. 141. — ivi — «All’adunanza generale non si portano per altro che le modificazioni agli articoli 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 28. 29. 30. 31. 32. 33. 36. 37. 41. 45. 50. 60. 67. 68. 69. 73. 74. 75. 76. 77. 95. 101. 102. 106. 122. 130. 136. 139. 140. 142. 143. 161. 162. 163. 164. 167 168. 169. 171. e 172. quali corrispondono alle basi fondamentali della Banca. Mentre le modificazioni degli altri articoli del presente Statuto possono indursi dal Consiglio, ogni volta che lo creda conveniente, presenti i Censori, come nell’articolo 134, e salva l’approvazione del Regio Governo. »

E la stessa facoltà di modificare lo Statuto viene ripetuta dove l’art. 162 determina le attribuzioni del Consiglio superiore — ivi — «Delibera, salva l'approvazione del Governo sulle modificazioni allo Statuto e sugli aumenti delle une e gli altri da proporre dal Consiglio tenuto fermo il disposto negli articoli 5. 6 e 141, e salva l'eccezione contenuta nel Vari. 142. »

Il diritto di modificare il patto sociale competente agii Azionisti, è riconosciuto anche dal Cav. Mantellini nel libro sopra citato pag. 32 — ivi — «La sola adunanza venne poi riconosciuta competente a innuovare il patto sociale con modificazioni degli statuti, o con aumento di capitali.

Ciò premesso, quando si consideri che nell’art. 141 fra gli articoli fondamentali la cui modificazione è riserbata alle competenze degli azionisti sono espressamente rammentati gli art. 4. e 5, cioè l'art. 4 che fissa la durata di 20 anni, e l'art. 5 che ammette le modificazioni ogni cinque anni, ne viene la conclusione inevitabile che spetta agli azionisti anche la facoltà di modificare la durata della società, e conseguentemente di deliberare lo scioglimento in tronco della medesima.

Anzi in questo rapporto lo Statuto nostro è anche più favorevole allo scioglimento in tronco. Imperocché mentre per la regola di ragione comune ed all’infuori del concorso di queste cause, lo scioglimento in tronco prima della spirazione del termine esigerebbe la unanimità dei voti, questa regola della unanimità è tolta di mezzo dal nostro patto sociale sotto due riguardi importantissimi.

Primo: perché lo Statuto sociale non accorda diritto di voto se non che ai possessori di cinque Azioni.  — ivi — «Ad ogni adunanza generale hanno diritto d'intervenire tutti i possessori d"almeno cinque azioni, qualunque sia la Sede dove appariscano inscritte.

Secondo: perché lo Statuto sociale prescrive che le modificazioni allo Statuto devano essere vinte con 3 quarti di voti. Art. 179. — ivi — «Le proposizioni del Consiglio nelle modificazioni allo Statuto e sugli aumenti dei capitali della Banca non rimangono «vinte che con tre quarti di voti degli azionisti presenti. »

Se dunque gli azionisti possono modificare l'art. 4, se non hanno voto nelle adunanze che i possessori di almeno cinque azioni, e se le proposte concernenti modificazioni dello Statuto senza distinzione alcuna devono essere vinte con tre quarti di voti non può mettersi in dubbio che in ordine al patto sociale può essere deliberato lo scioglimento in tronco della Banca, senza che vi concorra la unanimità degli azionisti.

La competenza in genere degli azionisti a deliberare lo scioglimento in tronco della Banca toscana è fuori di ogni possibile controversia.

Nè meno concludenti ed inconfutabili sono le ragioni adotte per mostrare come nessuna legge sia necessaria per lo scioglimento della società, ma appena si richiegga approvazione governativa.

Ma lo Statuto sociale, mentre accorda agli azionisti della Banca la facoltà di modificare le disposizioni statutarie, riserva l'approvazione del R. Governo. — ivi — «Delibera salva l'approvazione del «lì. Governo, sulle modificazioni dello Statuto. »

Con questa riserva cosa ha egli voluto dire lo Statuto sociale?

Ha egli voluto dire che per l’approvazione delle modificazioni occorra l’approvazione del Potere esecutivo?

O invece ha voluto intendere che per l’effetto suddetto occorra l’intervento di una legge?

A me sembra che tale questione non abbia nemmeno i termini della proponibilità.

Sia perché nel linguaggio giuridico di tutti i paesi, siano retti a Principato assoluto, o siano retti a Principato costituzionale, la formula salva l'approvazione del R. Governo non è suscettibile di dubbiezza alcuna.

Sia perché quando si è voluto l’intervento del Potere ciò si è detto espressamente, come avvenne nell’art. 8 dello Statuto della Banca sarda ove si dice: — ivi — «non potrà essere recata nessuna modificazione ai suoi Statuti senza un' apposita autorizzazione emanata per legge. »

La differenza infatti di linguaggio fra i due Statuti dipende esclusivamente dalla differenza di legislazione, sotto la quale furono emanati.

Lo Statuto della Banca sarda fu emanato sotto la influenza della legge 9 luglio 1850, la quale all’articolo G stabiliva — ivi — «La Società non potrà né essere prorogata, né rinnuovata, né potrà recarsi alcuna modificazione al suo Statuto senza un'apposita autorizzazione emanata per legge.

Lo Statuto invece della Banca toscana fu emanato sotto la influenza delle regole di ragione comune, e più specialmente sotto la influenza dell’art. 37 del Codice di commercio francese, il quale tutto ciò che riguarda autorizzazione di Società anonime, ed approvazione dei loro Statuti l’affida al potere esecutivo nella forma prescritta pei regolamenti di pubblica amministrazione — ivi — «La Società anonima non può esistere senza l'autorizzazione del Governo, che dee pure approvare l'atto in vigore del quale essa viene costituita. Questa approvazione debbe esser fatta nella prescritta pei Regolamenti di pubblica amministrazione. »

Questa e non altra è la ragione della differenza notevolissima fra i due Statuti. Ed anzi, siccome l’articolo 37 contentandosi di stabilire la massima che dal Governo dipenda tanto l'autorizzazione delle Società anonime, quanto l'approvazione dei loro Statuti, si rimette, come abbiamo visto, per ciò che riguarda le, ai regolamenti di pubblica amministrazione, quindi ne avvenne che, mentre in Francia i regolamenti di pubblica amministrazione esigevano che le autorizzazioni — e le approvazioni in proposito emanassero per Ordinanza Reale, in Toscana invece i regolamenti di pubblica amministrazione stabilivano che le autorizzazioni — e approvazioni delle Società anonime emanassero per ordinanza del ministro delle finanze, udito il parere del Consiglio di Stato.

Questo è quanto si legge nell’art. 46 della legge 6 marzo 1848, relativa alle attribuzioni dei ministri, stata in vigore fra noi a tutto l'anno 1861. Il quale art. 46 stabilisce letteralmente, che fra le attribuzioni del ministro delle finanze, vi sia anche — ivi — «l'autorizzazione degli stabilimenti di Società, Compagnie di assicurazione, e Casse di risparmio, e l'approvazione dei loro Statuti dietro il parere del Consiglio di Stato. »

E questo basti a rispondere a coloro i quali potessero dubitare che in Toscana, comunque retta a potere assoluto, fosse ignota la ovvia ed elementarissima distinzione fra la legge propriamente detta, ed i decreti o atti del potere esecutivo.

Quindi è chiaro che, quando lo Statuto della Banca toscana riserva l’approvazione del Regio Governo per le modificazioni allo Statuto, esso con tale formula non allude per niente ad una autorizzazione per legge, ma sibbene alla approvazione voluta dall’articolo 37 del Codice di commercio, approvazione che in Toscana, secondo i regolamenti di pubblica amministrazione, davasi per ordinanza

E, siccome l’art. 162 non distingue caso da caso, né modificazione da modificazione, ne deriva da ciò la conseguenza che anche la deliberazione concernente lo scioglimento in tronco deve essere approvata, come tutte le altre, per semplice ordinanza ministeriale.

Lo che dall’altra parto è coerente anche alla dichiarazione generale che venne fatta dall’art. 3 dello Statuto sociale, che cioè — «gli azionisti sono fra loro constituiti in società con godere tanto essi, che gli amministratori della dei privilegi inerenti a dette società. »

Questo solo basta a stabilire la interpretazione vera della clausola che leggesi nell’art. 162, § 2 dello Statuto sociale. Ma abbiamo altri argomenti anche più decisivi.

Infatti lo Statuto sociale riserva l'approvazione del R. Governo non solamente nel caso di modificazione degli articoli fondamentali dello Statuto stesso, e per l’aumento del capitale in ordine all’articolo 162, ma riserva egualmente l'approvazione del R. Governo (colla stessa ed identica clausola) tanto per le modificazioni di articoli non fondamentali rilasciate al voto del Consiglio superiore, quanto ancora per le istituzioni di nuove sedi succursali o affiliate alla Banca.

Cosi all’art. 141 dice che — «le modificazioni degli altri articoli del presente Statuto possono indursi dal Consiglio, ogniqualvolta lo creda conveniente, presenti i Censori, come nell'art. 124, e salva l'approvazione del R. Governo. »

Cosi all’art. 142 ci dice che — «il Consiglio superiore finalmente delibera, salva l'approvazione del Governo, l'istituzione di sedi succursali, o affiliate alla Banca nelle altre città del Granducato. »

Ora, se la clausola stessa è adoperata dallo Statuto, sia per le modificazioni agli articoli fondamentali, — sia per le modificazioni di articoli non fondamentali, — sia finalmente per la istituzione dellesuccursali, e affiliate, sarebbe assurdo tanto il supporre una diversità di significato, caso per caso, quanto il supporre che in tutti i casi contemplati colla clausola che indica un atto di mera tutela, siasi voluto significare l’intervento di un atto legislativo.

Ma vi è anche di più. Imperocché noi abbiamo la prova di fatte che la approvazione del R. Governo di cui fanno parola gli articoli 141, 142 e 162 dello Statuto sociale, nei tre casi contemplati, fu esercitata o mediante ordinanza ministeriale, o mediante Decreto.

I. Gli azionisti della Banca toscana nel dicembre 1860 deliberarono di modificare gli articoli 5,6 e 140 dello Statuto sociale, i quali articoli, in ordine al di sopra riportato articolo 141, corrispondevano ad altrettante basi fondamentali.

L’approvazione del R. Governo venne in quel caso esercitata con semplice ordinanza ministeriale del 16 dicembre 1860, emanata dal barone Ricasoli governatore generale della Toscana, il quale in ordine all’art. 5 del R. Decreto 23 marzo 1860 era autorizzato — a spedire direttamente gli affari pei quali bastava (secondo le norme vigenti in Toscana) un decreto ministeriale.

II. Nel 21 giugno 1864 il Consiglio superiore della Banca toscana — deliberò d’istituire una succursale nella città di Pistoia.

L'approvazione del R. Governo richiesta dall’articolo 142 dello Statuto sociale venne accordata col Decreto Reale del 20 luglio 1864 controfirmato dal ministro Manna.

III. Nel dicembre 1864 il Consiglio superiore della Banca toscana deliberò di modificare gli articoli 34 e 35 dello Statuto relativamente alla classazione de’ biglietti. Anche in questo caso l’approvazione del Regio Governo richiesta dall’articolo 141 dello Statuto sociale venne accordata col Decreto Reale 11 dicembre 1864 controfirmato dal ministro Torelli.

Abbiamo adunque la prova chiara e manifesta che in tutti i casi nei quali lo Statuto sociale richiede l’approvazione del Regio Governo, questa approvazione in tutti quei casi fu sempre accordata, o con ordinanza ministeriale, o con Decreto Reale.

Quindi è dimostrato che, quando pure in ipotesi potesse dirsi che sia mancata fino ad ora (e noi lo impugniamo) l'approvazione del Regio Governo alle deliberazioni degli azionisti inducenti lo scioglimento in tronco della Società, non è vero per niente che tale scioglimento in tronco debba essere autorizzato per legge.

Tale interpretazione data allo Statuto sociale è una violazione dello Statuto stesso, è un’offesa ai diritti contrattuali della Banca, che ne muterebbe sostanzialmente le condizioni, anche nel caso in cui la durata della Banca dovesse prolungarsi.

E quindi sotto qualunque aspetto, ed in qualunque evento, importa alla Banca il rivendicare quella interpretazione del suo Statuto che è la vera e che attiene alla essenza costitutiva della Banca stessa. Giacché lo Statuto sociale quale fa sottoscritto dal Governo e dagli azionisti, fa legge per tutti.

E quando il Governo volesse da parte sua immutare la essenza giuridica della Banca e della Società, vincolandola oltre i limiti determinati dalle regole di ragione e dal patto, o volesse portarla sotto influenza di leggi che non la riguardano, gli azionisti, indipendentemente da ogni altro riguardo, sarebbero perfino fondati a chiedere solamente per questo motivo la risoluzione del contratto.

Di fronte a tutte siffatte considerazioni è difficile negar la perfetta legalità, mediante la sola approvazione del Governo, dello scioglimento della Banca toscana con tutte le conseguenze che furono oggetto degli accordi passati tra essa e la Banca nazionale italiana.

Se non che contro la fusione, o meglio l'assortimento della Banca toscana per mezzo di semplice decreto Reale, un altro argomento fu opposto, come si rileva dai pareri del Consiglio di Stato che menzionammo innanzi. Come mai può confondersi, si disse, con una società commerciale qualunque, una società che emette carta circolante come moneta? E chi mai può essere competente a giudicare della convenienza di sopprimere una istituzione si strettamente collegata cogli interessi dello Stato e dei singoli cittadini, se non quella suprema autorità legislativa che sola ha il potere di creare tale istituzione in considerazione del pubblico, più che del privato interesse?

Siffatta considerazione — se poco giova a sostegno della tesi per la quale fu emessa, perché di fronte al diritto costituito che, come si è dimostrato, al potere esecutivo anziché alla legge l’approvazione dello scioglimento deferisce, a nulla valgono le osservazioni per quanto gravissime nel campo del diritto constituendo — è tuttavia preziosissima per altri riguardi.

Le principali argomentazioni di coloro che il sistema della libertà di emissione propugnano, hanno il loro fondamento nel concetto che l’atto dell’emissione sia un puro e semplice atto di commercio,

che le Banche di emissione non siano che Società commerciali pari a qualunque altra. Ora ecco che il Consiglio di Stato, colla eminente sua autorità, mentre appunto, per salvaguardare i diritti del sistema della libertà, mette ostacolo alla fusione di due Banche, viene a dichiarare che le società per l’emissione di carta circolante come moneta non sono società commerciali comuni; che la loro creazione come la loro cessazione non può avvenire se non per atto e concessione del potere supremo della nazione.

Difficilmente i propugnatori della libera emissione, che certo si rallegrarono del voto del Consiglio di Stato, avrebbero pensato che nel voto stesso si contenesse il migliore degli argomenti per combattere il loro sistema.

E quest’argomento è tanto più interessante in quanto che, come già osservammo, la questione della legalità, la questione del decreto reale o della legge, non fu e non è che la scorza; la sostanza sta nella lotta tra l’unità e la libertà dell’emissione; lotta che nell’affare della fusione delle due Banche della quale fin qui discorremmo, trovò il naturale suo campo.

Ed è perciò che, tolta la questione della legalità, non cessarono le opposizioni e la fusione delle due Banche è tuttora uno dei numerosi argomenti che la proroga del Parlamento lasciò in sospeso. Diciamo che la questione della fusione è tuttora in sospeso, perché di fatto la Camera non ebbe tempo a pronunziarsi sulla convenzione a tal uopo presentatale dal ministro delle finanze. Si pronunziò il Comitato, ma non sarà quella l’ultima parola su cosi grave ed importante questione. Studiata con maggior calma, con minor precipitazione, sotto migliori auspizi, ed all’infuori di ogni passione politica, quella questione avrà probabilmente ben altra soluzione.

Intanto dalla serie di considerazioni e di fatti che siamo venuti esponendo sommariamente, crediamo possano ritenersi per stabiliti i seguenti punti:

1° L’iniziativa della fusione delle due Banche nazionali è partita dal Governo. Le due società non fecero che accettare l’idea dal Governo manifestata;

2° Gli azionisti della Banca toscana manifestarono fin dal primo momento in cui si parlò di fusione, il pieno loro consentimento; e tale consentimento sempre, in modo evidente, esplicito, confermarono ogni qualvolta furono interpellati.

Le discussioni che nelle varie fasi della questione ebbero luogo tra le due società, sempre ed unicamente si aggirarono intorno alle modalità di attuazione del concetto della Banca d'Italia, o della fusione delle due Banche toscana e sarda, o dell’assorbimento di quella in questa. Ma il principio fondamentale della cessazione della Banca toscana mai fu oggetto di dubbio;

3° La questione della fusione, considerata sotto l’aspetto giuridico, non può presentare campo a serio dubbio. Agli azionisti della Banca toscana non può essere contestato il diritto di sciogliere la loro società, sia perché la Banca toscana è sorta e si resse sotto l’egida del semplice diritto comune, il quale lo scioglimento di una società commerciale lascia alla libera volontà di chi la società ha creata; — sia perché ove la Banca toscana, essendo istituto d’emissione, si volesse considerare, come è diffatti dinanzi alla scienza, ma non di fronte alla legislazione toscana, un ente di natura ben diversa delle ordinarie società commerciali, sarebbe tuttavia seriamente a dubitarsi se debbano per ciò solo essere tolti ai componenti la Società e rispetto alla durata di essa, quei diritti che sono di ragione naturale.

Se contro la volontà degli azionisti, ed affinché il principio della libertà delle Banche non venga offeso, può ora impedirsi lo scioglimento della Banca toscana, per logica conseguenza si dovrebbe aver diritto di costringerla a continuare anche arrivato il termine previsto dai suoi statuti, ossia compiuti i vent’anni dalla sua creazione. Giuridicamente tra l’uno e l’altro caso vi ha assai poca differenza; il termine di durata della Società, qualunque sia l’interesse pubblico che rispetto alla società stessa esista, è cosa che non riguarda e non può riguardare che i reciproci rapporti degli azionisti fra di loro.

Nei rapporti giuridici tra la Società ed il pubblico, la durata della Società è cosa affatto secondaria, o, se cosi vuolsi, è condizione di favore alla Società che non può convertirsi mai in suo danno.

Più facile ancora è la questione giuridica rispetto alla Banca nazionale italiana. Si tratta per essa, come già fu osservato, di un semplice affare di compra e vendita; i suoi statuti rimangono intatti; nulla è per essa innovato;

4° Tolta di mezzo la quistione giuridica, ossia questa risolta a favore del desiderio della Banca toscana, neppure la questione economica ha più ragione di agitarsi. Se di fronte al buon diritto non si può impedire lo scioglimento della Banca toscana e l’acquisto delle attività di essa per parte della Banca nazionale italiana, evidentemente forza è scegliere un altro campo per agitare la questione della libertà o non libertà dell’emissione, qualunque sia, del resto, l’interesse pubblico che coll’una o coll’altra tesi si trovi connesso.

Tali sono le conclusioni che sembrano scaturire limpide dall’esame spassionato della oramai interminabile questione delle Banche.

Apriamo ora la relazione della Giunta che ebbe incarico di esaminare il progetto di legge presentato il 24 maggio ora scorso per l’approvazione delle tre convenzioni, una delle quali stabilisce la fusione della Banca toscana colla Banca nazionale; vediamo a quali mezzi abbiasi dovuto ricorrere per tentare di giustificare il voto negativo del Comitato parlamentare.

XXVII.

Non è l’analisi critica del lavoro della Giunta ciò che qui intendiamo di fare. Sarebbe, a dir vero, un tema assai brillante sul quale qualche pagina potrebbe scriversi, per mostrare a quali funesti errori, a quali avventati giudizi sia capace di condurre la passione, quando si pone a guida nella disamina di qualsiasi questione. Ma non faremmo che ripetere cose che chiunque abbia fior di senno c’insegna.

Restringeremo quindi a poche note le nostre considerazioni sul lavoro della Giunta, al quale accennammo.

Tale lavoro nella parte che riguarda la convenzione per la fusione delle due Banche — e di questa parte soltanto qui abbiamo ad occuparci — è dovuto alla penna dell’onorevole Seismit-Doda.

Noi non sappiamo se l’on. Seismit-Doda abbia scritto mai dei romanzi, ma per certo chi legge l'accennato suo lavoro debbe riconoscere nell’autore tutte le qualità necessarie per formare un abilissimo romanziere. Fecondità d’immaginazione, brio di stile, vivacità di similitudini, concetti poetici, tutto si trova in esso, persino la facilità di fare buon mercato della storia per rendere più interessante la posizione di qualche soggetto, o più commovente un qualche quadro, e cosi eccitare in suo favore la passione del pubblico. In una materia cotanto arida quale una questione di Banca, parrà tutto ciò impossibile; eppure di tanto fu capace l’ingegno vivacissimo dell’onorevole Seismit-Doda, riscaldato dal sacro fuoco della libertà.

Vi era, un tempo, una vergine gentile, bella come una rosa, casta e pura come un angelo, cosi sembra narrare l’onorevole relatore, educata ai migliori principii, ottima massaia; essa formava la delizia della casa ove abitava, l’amore di tutti coloro che avevano la fortuna di conoscerla. Un tristo prepotente, che ben altri simili fiori aveva saputo cogliere e deturpare, la vidde e giurò di non lasciarla incontaminata. Le tese abilmente i suoi lacci, la ravvolse nelle sue spire, ed a poco a poco cosi fortemente la strinse, che la poveretta, decisa dapprima a combattere ad oltranza pel trionfo dei santi suoi principii, dovette finalmente ridursi a mercanteggiare la vendita di se stessa al prepotente insidiatore.

Tale è il poetico concetto, sotto il quale l’on. Seismit-Doda narra alla Camera le vicende delle trattative tra la Banca toscana e la Banca nazionale italiana.

La vergine gentile e casta, educata ai buoni principii, è la. Banca toscana; il tristo prepotente, non è mestieri il dirlo, è la Banca nazionale italiana, che, o non impedita dal ministra Manna, od aiutata ferocemente dal fiero Sella, dopo avere esteso ovunque il suo dominio, decise di annientare a qualunque costo l’istituzione che sembrava farle qualche ostacolo.

Se il concetto è, oltre ogni dire, poetico e commovente, non lo sono meno le frasi delle quali qua e là è ingemmata l’esposizione. I delegati della Banca toscana per le trattative della fusione che sono gli antichi araldi recantisi nel campo nemico per consegnare al vincitore le chiavi della città che si arrende — la discussione intorno ai poteri di questi delegati, che pareva un oltraggio di un prescritto vestiar, fatto rinnovare due volte, nell'ultima ora che precedeva il s, ad un prigioniero condannato a morire — gli azionisti della Banca toscana che rispondono con flebile metro trappistaì sotto cui mal si cela il sorriso dell'impaziente speranza — il patriottismo (che patriottismo di cattiva lega!)' in lotta coi postulati della scienza e della verità — il Sella che tronca la questione di un colpo di scure ed un'eco dolorosa ne percuote per tutto quanto il paese — la Banca nazionale che va dietro ai reggimenti dei nostri soldati penetrati nel Veneto, ed infaticabile vivandila che accorre al bisogno dei combattenti reca con loro nelle liberate provincie le sue sedi e le sue succursali — la vela spiegata che minaccia di travolgere la nave dello Stato fra le infide sirti del monopolio — il monopolio che indossala lorica ed impugna la lancia — e simili altre frasi e similitudini in tal modo abbondano nel lavoro dell’on. Seismit-Doda, che pochi romanzi ne contengono altrettante.

Ciò però sarebbe un piccolo male. Fortunato chi, anche tra mezzo al grave studio d’una questione di Banca, può conservare la vivace fantasia di un poeta! Ma il peggio si è che non è solo nei concetti e nelle frasi che l’on. relatore ha fatto del romanzo; ne fece ancora nella narrazione dei fatti, esponendoli ed architettandoli come meglio conviene al suo scopo di commuovere il tenero lettore.

Egli ci narra come la iniziativa della fusione sia opera della rapace Banca nazionale italiana; e la Commissione d’inchiesta parlamentare sul corso forzoso, della quale era parte l’onorevole Seismit-Doda, nell’esporre la storia della questione della fusione, cominciò appunto con ricordare che fu il ministro Manna che primo il concetto della fusione emise.

L’onorevole Seismit-Doda, prendendo al volo alcune frasi contenute in qualche relazione, ci narra che la Banca toscana fu sempre riluttante alla fusione, e non fu che in seguito alle vive pressioni della Banca italiana e del governo che dovette cedere. E nella stessa sua relazione l’onorevole Seismit-Doda riferisce il seguente ordine del giorno adottato all'unanimità dagli azionisti della Banca toscana nell’aprile 1863, vale a dire non appena di fusione si era parlato:

«Gli azionisti della Banca toscana, ecc., danno allo stesso Consiglio (il Consiglio superiore della Banca) pieni poteri per devenire alla fusione proposta colla Banca di Torino nel modo che giudicherà più onorevole agli azionisti e più conveniente agli interessi del paese.

L’onorevole Seismit-Doda trae argomento per la riluttanza della Banca toscana dalle discussioni che ebbero luogo tra le due società quando si trattava della creazione della Banca d'Italia; e finge cosi di non comprendere come, trattandosi della fusione di due istituti non retti dagli stessi principii, era naturale che discussioni e lunghe ed animate vi fossero; ma intanto, appunto perché si discuteva intorno alle modalità di attuazione della nuova Banca, vuol dire che intorno al concetto della fusione, al principio dell’unità bancaria già si era d’accordo.

Egli, riandando quelle discussioni, condanna la tenacità della Banca italiana nei suoi principii, come se una Banca che da moltissimi anni questi principii ha seguito, avesse potuto razionalmente abbandonarli nel momento appuntò in cui si stava per attuare in tutto il regno il concetto generale al quale difatti essa trova vasi informata.

Del resto anche facendo buon mercato dei suoi principii, come l’onorevole Seismit-Doda fece buon mercato della verità storica, la Banca italiana non avrebbe trovato grazia presso di lui. E diffatti, poche pagine dopo di averla condannata per la sua tenacità, ecco che cosa dice della maggior condiscendenza in seguito da essa mostrata.

«Che cosa era avvenuto? Come mai sopra alcuni punti non lievi la Banca sarda, si restia ai primi accordi, aveva ceduto purché ad ogni patto la fusione si compiesse alla fine?

«Siccome erasi stabilito che, in suprema istanza, anche firmato il progetto, il Parlamento avrebbe deciso, e siccome la Banca sarda faceva assegnamento sulle modificazioni che si sarebbero potute ottenere durante la discussione al Senato, davanti al quale andavasi a presentare la legge, venne accolto questo temperamento come principio e titolo di una conclusione verso la quale i Toscani si sarebbero dovuti tenere impegnati, dopo le loro ripetute promesse.

«E frattanto si mostrava di non essere inesorabili su tutte le pretese; si rendeva, ottenuta che se ne fosse la sanzione, solidale il Parlamento delle modificazioni che si sarebbero reclamate per dare maggior compattezza al grande stabilimento da erigersi, e si schiudevano al fine le porte — questo era lo scopo essenziale — alla proclamazione legale del privilegio accordato ad un unico istituto di credito, distruggendo una difficile ed ostile concorrenza. »

E cosi, secondo l’onorevole Seismit-Doda, la Banca italiana, quando si mostrava tenace, era un’avida monopolizzatrice, che tutto voleva per sé a qualunque costo; quando si mostrava pieghevole, era guidata da secondi fini.

In verità quando si arriva a tali argomenti per combattere un'istituzione, bisogna confessare la povertà della causa, e permettere ad altri il ripetere che la passione è un’assai cattiva consigliera.

E la passione, l’ira contro la Banca italiana — da quale causa prodotta noi non sappiamo — traspare cosi chiara, così evidente da ogni frase del lavoro dell’onorevole Seismit-Doda, che anche le idee giuste che per avventura in esso si trovassero, faranno immancabilmente naufragio dinanzi al buon senso del pubblico. Onde l’onorevole Seismit-Doda è arrivato agli antipodi della meta cui voleva giungere. Egli s’immaginò di avere addirittura annientata la Banca italiana, ed ha finito con renderle il servizio di dimostrare che passione e non ragione guida i più caldi suoi oppositori.

Ma vediamo qualcheduno ancora dei concetti dell’onorevole relatore.

Tra le questioni sulle quali all’epoca della discussione degli statuti della Banca d'Italia v’era dissenso tra la Banca sarda e la Banca toscana, l’on. Seismit-Doda ricorda quella della limitazione

della circolazione, e commenda altamente l’idea propugnata dalla Banca toscana, secondo la quale la circolazione non dovrebbe mai oltrepassare il triplo del capitale effettivamente incassato.

«Questa restrizione, egli dice, ha in mira di prevenire anzitutto una soverchia affluenza al cambio dei biglietti per la scemata fiducia; uno degli elementari fattori del credito essendo appunto la discrezione nell’usarne, e la certezza pel pubblico che la cupidigia dei lucri non possa trasmodare, ma trovi il suo freno nella materiale impossibilità di una soverchia espansione dei biglietti rappresentanti il metallo. »

Chi direbbe che tali parole siano uscite dalla penna di un propugnatore quand même della libertà delle banche? Come si concilia la necessità di stabilire degli argini per impedire che la cupidigia dei lucri non possa trasmodare, colla libertà di emissione, colla facoltà a tutto il mondo di creare carta circolante come moneta?

Forse saprà conciliarlo l’on. Seismit-Doda; a noi pare una vera contraddizione.

E non è la sola. Egli ci narra la discussione che avvenne tra le due Banche rispetto agli ordinamenti amministrativi che avrebbero dovuto reggere la nuova istituzione da crearsi; ed è ancora un propugnatore della libertà delle Banche che viene a condannare la Banca sarda perché rifiutava l’ingerenza del Governo e non voleva altro moderatore delle proprie condizioni che gli azionisti.

Davvero che i propugnatori della libertà delle Banche non saranno troppo lieti della compagnia dell’on. Seismit-Doda. Però egli ha mezzo di giustificarsi almeno in parte. Avendo preso per suo obbiettivo la condanna assoluta ed in ogni caso della Banca nazionale italiana, è ben degno di compatimento se qualche volta cadde in contraddizione. Chi è che al posto di lui non avrebbe fatto peggio?

E la condanna della Banca è per l’on. Seismit-Doda un bisogno così prepotente e forte, che la Banca stessa non basta all’abbondanza dei suoi fulmini, e la viva sua riprovazione estende a chiunque della Banca dichiarato nemico non sia.

La sua parte, e parte principale, se l’ebbe il Sella, il qual& quando tenne il portafogli delle finanze, la Banca nazionale italiana ha, in ogni miglior modo, secondo l’onorevole Seismit-Doda, patrocinato. Il Sella fu l’autore del famoso colpo di scure, l’eco dolorosa del quale risuonò per tutto il paese, ed onde fu troncata la questione della fusione; ve ne ha ben più di quanto basti perché sovr’esso i fulmini dell’onorevole Seismit-Doda cadano come la grandine.

Anche il solo trasporto a Firenze delle sede centrale della Banca nazionale italiana, fu per l’onorevole Seismit-Doda una violazione d’ogni principio, una illegalità; perché con esso si venne a portare un’insostenibile concorrenza alla Banca toscana. E cosi il dotto relatore, a forza di agitarsi per la libertà delle Banche, viene, senza avvedersene, a propugnare il monopolio, se non altro della Banca toscana nelle provincie toscane.

Ma egli è che per l’onorevole Seismit-Doda il trasporto della sede della Banca nazionale a Firenze non fu già conseguenza della necessità delle cose e dei rapporti tra essa ed il Governo esistenti; ma fu l’abile manovra, l’ardito colpo di mano col quale la Banca italiana, d’accordo col Sella, seppe ricacciare nelle ultime trincee la sua rivale, ponendola nel bivio o di accettare tutte le condizioni che si credesse utile imporle, o di scomparire ben presto, annientata in una lotta ineguale. Se non che il diligente relatore dimentica con ciò che di eccitamenti agli accordi più non era mestieri, perché le due Banche già avevano formolato fra di loro una convenzione, la quale non aspettava che la sanzione legislativa. Sicché, il trasporto della Banca italiana a Firenze, se fu un abile colpo di mano, o meglio, come vuole l’onorevole Seismit-Doda, un colpo di scure per troncare la questione, fu per lo meno operazione inutile.

Ed allo scopo che l’on. relatore suppone, fu inutile anche sotto altro aspetto; perocché, mentre l’introduzione della Banca italiana in Firenze doveva essere la sentenza di morte della Banca toscana, l’on. Seismit-Doda è lieto di dirci — e questa volta dividiamo noi pure il suo sentimento — che la Banca toscana ha continuato a prosperare e prospera ad onta di tutte le vicende passate e presenti.

Fu adunque per lo meno assai poco avveduta la Banca italiana, se credette di avere con quel certo colpo di scure annientata la sua rivale; quando però il meno avveduto di tutti non sia l’on. relatore, che con tanta evidenza lascia trasparire le sue ire contro la Banca italiana in un lavoro nel quale quanto meno l'apparenza della più fredda imparzialità sarebbe stata necessaria.

Checché ne sia di ciò, per l’on. Seismit-Doda, non è dubbio, il trasporto della Banca italiana a Firenze fu il mezzo col quale si costrinse la Banca toscana ad abbandonare la difesa dei santi principii di libertà, ed a discendere al turpe mercato di sé stessa, restringendosi a trattare azioni vecchie e di azioni nuove, di compensi o di guadagni nel loro cambio, di importo lire e centesimi, contato sulle rovine istituto scomparso — come elemosina gettata da un baldo giovane spensierato, improvvisamente arricchito, ad un onorando vecchio,, sortiti illustri natali, e mantenuta integra la propria fama per tutta la vita, sia caduto d'un tratto, non per sua colpa, in dolorosa fortuna!

Ed è tra mezzo a simili poetiche e commoventi similitudini che l'on. Seismit-Doda, avvicinandosi alla conclusione del suo lavoro, dimostra doversi respingere la convenzione della fusione. Questa, egli dice, non è fatta che in vantaggio degli azionisti; è un premio che, col pretesto di indennità non dovuta, si vuole loro concedere per avere abbandonato ogni questione di principii e non aver pensato che al loro tornaconto. Ma se questo premio si deve accordare, lo si chieda all’arbitrio ministeriale che ha violata la legge e la giustizia, e non al Parlamento.

Nessuna indennità del resto è agli azionisti dovuta; non ostante la concorrenza della Banca italiana, i loro guadagni sono ancora lauti come per lo passato. E ciò cercando di dimostrare colle cifre alla mano, respinge, Fon. Relatore, qualsiasi pretesa degli azionisti.

Se non che l’attento lettore farà probabilmente all’onorevole Seismit-Doda il seguente ragionamento: se gli azionisti della Banca toscana non ebbero alcun danno dal trasporto in Firenze della Banca italiana, ciò vuol dire che gli affari della Banca toscana hanno continuato come prima.

Ma dove è dunque il colpo di scure che troncò la questione? Dove è l’intimazione — arrenditi o muori — fatta alla Banca toscana? Dove l’incredibile esorbitanza ministeriale?

E codesta un’altra delle molte contraddizioni dalle quali l’on. Seismit-Doda proverà qualche fatica a sbrigarsi. Alle contraddizioni però egli non bada più che tanto, e procedendo diritto per la sua via, dichiara doversi in ogni caso distinguere gli azionisti dalla Banca, e qualunque sia l’interesse di quelli, doversi far prevalere l’interesse di questa, ossia l’interesse del pubblico che colla Banca si trova connesso.

Arrivati a questo punto era da aspettarsi che l’onorevole relatore, colla molta sua dottrina, imprendesse a discutere il cuore della questione, mostrando come realmente l’interesse generale del paese voglia l’ampia attuazione del sistema della così detta libertà delle Banche, e ripugni a quello dell’unità, verso il quale finora si è in Italia, come in ogni parte di Europa, camminato.

Ma l’onorevole relatore, pago di avere abbondantemente fulminato la Banca italiana, che egli continua a chiamare sarda, credette, a quanto sembra, inutile tale disamina.

A dimostrare 1 interesse pubblico nella conservazione della Banca toscana, cita le petizioni di taluni rappresentanti del Commercio di queste provincie, i quali però, più che alla conservazione della Banca, miravano al mantenimento delle facilitazioni allo sconto da essa praticate; e limitandosi del resto a ripetere la storia della Banca toscana, e mostrare quanto bene essa abbia sin qui funzionato, dimentica che la Toscana è sparita per lasciar luogo al Regno d’Italia, e conchiude per il rigetto della fusione, a nome dell’equità, della moralità, della giustizia e della sapiente previdenza dell’avvenire.

Noi non ci arresteremo ulteriormente sul lavoro dell’onorevole Seismit-Doda. Crediamo siano sufficienti i pochi cenni che ne abbiamo dato, per mostrare che cosa esso sia. Un più dettagliato esame non ci parve punto necessario.

XXVIII.

Ritorniamo ora al punto dove ci arrestammo per esporre le vicende della fusione della Banca toscana e vediamo le altre eccezioni che al principio dell’unità di emissione rappresentato dalia Banca, nazionale italiana esistono.

Anche la Banca toscana, di credito per le Industrie e per il Commercio istituita con decreto del 12 marzo 1860 con un capitale costitutivo di 40 milioni diviso in 80 mila azioni, delle quali però solo 20 mila furono emesse e sopra esse pagati due decimi, ossia due milioni — anche la Banca toscana di credito ha facoltà di emettere buoni di cassa al portatore. Ma quale era l’importanza dell’uso di tale facoltà, prima che l’eccezionale fatto del corso forzato venisse a far sentire anche per questa Banca la sua influenza? Essa cominciò le sue emissioni nel 1864 per la somma di 97,200, che si accrebbe al principio del 1866 sino a 391,000, per ridiscendere pochi mesi dopo a meno di 250,000.

Poniamo accanto a tale cifra, quelle che rappresentano i depositi da questa Banca raccolti in 19 milioni circa nel 1864, tra depositi fruttiferi ed infruttiferi, in 12 e più milioni nel 1865, in 13 e più milioni nel 1866; e sarà agevole il concludere che ad onta della facoltà dell’emissione la Banca toscana di credito è in sostanza più che altro una vera Banca di deposito.

Poco dopo il decreto che introdusse il corso forzoso, furono estesi alla Banca, della quale discorriamo, i provvedimenti che per le altre in si eccezionale evento si mostrarono necessari; i suoi statuti furono in conseguenza modificati, ed essa ha ora perciò una circolazione di 6 milioni. Ma non è certo in tempo di corso coatto in cui tutto è anormale, che si può determinare quale sia la vera natura di una Banca.

Più grave eccezione al principio dell’unità dell’emissione potrebbero presentarla i due Banchi di Napoli e di Sicilia.

Ma è d’uopo anzitutto intendersi intorno alla natura di tali istituti.

Chi esamina l’origine, le vicende, la natura, l’organizzazione ed il modo di agire del Banco di Napoli — e lo stesso dicasi e più ancora di quello di Sicilia — potrà difficilmente ammettere che si tratti di vera e propria Banca di emissione secondo il concetto che per tali Banche è applicato in tutti i paesi d’Europa.

Il Banco di Napoli, istituzione utilissima, che ha reso alla provincie meridionali degli importanti servizi e gode in esse un’illimitata fiducia, anzi quella generale simpatia che per solito circonda le cose e le istituzioni, le quali, in qualche modo, alla storia del paese si attaccano, il Banco di Napoli trae la sua origine da quelle molte e diverse istituzioni che nel secolo scorso, e prima ancora, lo spirito di carità, non sempre illuminatissimo, aveva suscitato, a sollievo della miseria. È infatti dalla riunione in una sola amministrazione, e sotto la dipendenza del governo, dei molti Banchi pii o Monti di pietà già esistenti in Napoli, e presso i quali l’uso del ricevere depositi di somme contro rimessione di certificati di deposito già erasi introdotto, che sorse nel 1794 il primo germe dell’attuale Banco di Napoli. Tale riunione, però, fatta, più che per altro, per comodo del Re Ferdinando che ne volle trarre considerevoli aiuti per le sue emergenze, non mutò in sostanza la natura degli antichi Monti pii. La conversione di quella istituzione in una vera e propria istituzione di credito fu tentata, ma senza risultato, dal governo francese che durò breve tempo in Napoli. Col ritorno dei Borboni una nuova e più radicale metamorfosi gli antichi monti di pietà subirono; fu creato per cosi dire sulla base di essi, il Banco delle due Sicilie, composto di due casse; l’una detta dei privati, e destinata a ricevere i depositi ed i pegni dei cittadini, l’altra detta di Corte, incaricata di incassare le entrate erariali, fare il servizio di Tesoreria ed attendere eziandio alla operazione dello sconto. In breve però le attribuzioni distinte affidate alle due casse, si confusero e si accomunarono, e le due casse divennero in sostanza una sola istituzione di natura non facile a definirsi, ma che potrebbe, sotto un certo aspetto, considerarsi come una Banca di deposito, sebbene, per altri riguardi, per la stretta colleganza che tra essa e l’Erario passava, potesse eziandio dichiararsi una vera cassa governativa.

Col sorgere del Regno d’Italia, una radicale separazione fu stabilita rispetto al Banco, tra gli interessi privati e gli interessi erariali, o per meglio dire, tolto al Banco il servizio di Tesoreria, separata da esso l’amministrazione delle zecche che pur fino allora aveva ritenuto, costituita per esso un’amministrazione propria ed indipendente formata dai rappresentanti di quegli interessi generali che nel Banco si racchiudono, vale a dire dal Municipio, dalla Provincia, dalla Camera di Commercio, il Banco, sebbene abbia continuato e continui ad essere strettamente legato ad un Monte di pegni e ad una cassa di risparmio (legame che l’antico carattere di opera pia nel Banco tuttora rivela), può dirsi tuttavia aver ora assunto l’aspetto di una istituzione di credito, restando rispetto al governo quasi in quei soli rapporti nei quali qualsiasi grande istituzione di credito si trova.

Diciamo quasi, perché, oltreché al governo è riservata una certa ingerenza colla nomina ad esso deferita del direttore generale del Banco, dei direttori delle sedi, e dei consiglieri d’amministrazione, da farsi però sopra terne proposte dal Consiglio stesso, non manca chi dubita tuttavia se il governo, non ostante le condizioni quasi indipendenti create al Banco, si trovi sciolto in modo assoluto dall’obbligo della garanzia delle fedi di credito dal Banco emesse; garanzia che assunse in conseguenza della confusione operatasi, come avanti notammo, fra le attribuzioni delle due antiche casse, la cassa dei privati e la cassa di Corte. E un dubbio codesto che noi non intendiamo qui esaminare, ma non è fuori proposito il supporre che sulla credenza della garanzia governativa si fondi una qualche parte della fiducia che nelle provincie meridionali le fedi del Banco godono amplissima.

Checché ne sia di ciò, vediamo quali siano le operazioni disimpegnate dal Banco nella sfera del credito. Il Banco riceve depositi anche ad interesse ed in conto corrente, fa anticipazioni ed opera sconti. In quanto riceve depositi, emette certificati o fedi di credito, nei quali dichiara la somma ricevuta in deposito, enuncia il nome del depositante e promette il pagamento a vista ed a presentazione del titolo firmato per quietanza dal depositante o dal giratario in caso di trasferimento.

Può anche il depositante disporre di una parte soltanto della somma depositata, ed in tal caso la di credito prende il nome di madre fede, e forma il titolo di un conto corrente sul quale il depositante può versare altra somma e disporre in qualsiasi quantità di quelle versate mercé un mandato di pagamento eseguibile a vista e che prende il nome di polizia notata fede.

Di simili mandati senza bisogno di madre fede ne rilascia anche il Banco contro deposito del numerario e per somma, inferiore a L. 50.

Due adunque sono i titoli che il Banco emette: fedi di credito per i depositi maggiori di L. 50; polizze per i depositi di minor somma e pei mandati in conto corrente su madre fedi.

Fin qui però nulla vi ha che al Banco possa attribuire il carattere di istituto d’emissione. Le fedi di credito, le polizze sono il rappresentante del metallo che nella cassa del Banco venne depositato; sono vere ricevute di cassa che per antico uso, per la grande fiducia che il Banco gode, e diciamo anche, per i molti privilegi che tali titoli ottennero dal favore del Governo e tuttora forse in qualche modo godono, circolano con tutta facilità, né più né meno però che come circolano i Warrants rappresentanti le merci depositate in un magazzino generale. L’emissione del vero biglietto di Banca, la carta sostituentesi alla moneta, in tutto ciò nulla ha che vedere, e non abbiamo certo bisogno, dopo quanto prima d’ora dicemmo, di arrestarci a dimostrarlo.

Ma il Banco mentre da una parte riceve depositi, dall’altra fa anticipazioni e sconti, ed emette in tale circostanza titoli della natura stessa di quelli avanti indicati. Qui non può più dirsi che la carta emessa non sia che il fedele rappresentante del metallo giacente in cassa, e qui cominciamo ad avvicinarci considerevolmente al biglietto di Banca.

Non è però ancora il vero biglietto, né il Banco una istituzione d’emissione nel preciso significato che a tali parole si attribuisce.

I titoli emessi dal Banco anche nell’occasione dello sconto e delle anticipazioni erano per lo passato tutti di taglio diverso e variabile secondo l’eventuale ammontare del collocamento cui erano destinati, ed erano intestati. Tali forme estrinseche dei titoli emessi dal Banco impediscono ad essi di assumere quel carattere esteriore che del vero biglietto di Banca fa come la fotografia della moneta e lo rende indipendente ed eminentemente circolabile, dandogli nella mente del pubblico il concetto stesso che della moneta si ha. E ciò è tanto vero che fu nelle stesse provincie napoletane seriamente e ripetutamente dubitato, se nel ricevere uno dei titoli, dei quali discorriamo, non dovesse richiedersi la firma del possessore di esso, precisamente come nella trasmissione di un semplice effetto di commercio avviene.

Dopo l'introduzione del corso forzato, i titoli del Banco di Napoli si accostarono vieppiù nelle loro forme estrinseche al vero biglietto. Molti se ne emisero di taglio fisso e progressivo come da L. 1, 2, 5, 10, ecc., ecc. Essi però continuano ad essere nominativi, cioè intestati al Cassiere maggiore del Banco; ed è appunto l’intestazione che diede luogo al dubbio, non sparito del tutto, della necessità della firma del possessore all’atto della trasmissione del titolo.

Ma un’altra ben più importante circostanza che non siano le diverse forme estrinseche del titolo esiste, che in modo assoluto il Banco di Napoli dai veri istituti di emissione allontana e gli rende impossibile il dare in tempi normali, alla emissione sicura base. È la circostanza del non avere il Banco un proprio capitale, primo ed indispensabile elemento di sviluppo, prima ed indispensabile base d’azione per un istituto d’emissione.

L’origine del Banco, il quale in sostanza è sorto dalla riunione e dalla trasformazione di alcune Opere pie, spiega assai facilmente tale circostanza sino a questi ultimi anni; ma quello che è assai meno facilmente spiegabile si è come il Banco, dal giorno in cui divenne indipendente dal governo e mirò ad essere, per cosi dire, ufficialmente riconosciuto quale istituto d’emissione, non abbia pensato a consolidare il grande capitale di fiducia che nelle province meridionali possiede, con un buon capitale reale messo fuori da numerosi azionisti ponendosi cosi nella condizione in cui tatti gli istituti d’emissione si trovano, diremo meglio, debbono trovarsi.

È lungi da noi il pensiero di disconosoere nel Banco di Napoli i servizi che ha reso e rende, di menomare la venerazione nella quale, per ragione della sua antichità, è tenuto; e se nel campo dell’operazione dell’emissione esso non designasse entrare, nessuno avrebbe certo difficoltà di riconoscere che anche nelle condizioni in cui si trova può continuare ad essere per lungo avvenire il valido aiuto del commercio e dell’industria di quelle provincie.

Ma perché il Banco all’emissione tende, pare a noi naturale che per esso si pretendano quegli indispensabili requisiti che gli altri istituti d’emissione posseggono. Qui non è questione di libertà o di non libertà della Banca; è piuttosto questione di sicurezza, perocché egli è evidente come un istituto che riceve depositi ed emette per questi, ossia in corrispettivo di questi, titoli circolanti come moneta, e dall’altra parte altri eguali titoli emette come impiego delle somme depositate, nell’occasione cioè degli sconti e delle anticipazioni, egli è evidente, diciamo, come tale istituto possa da un giorno all’altro, ed appena una qualche crisi si presenti, trovarsi in serie condizioni; due diversi assalti possono aver a sopportare le sue casse e tutti e due diretti ad un punto solo, il punto ove stanno le somme ricevute in deposito.

È vero che può tarsi assegnamento sulla permanenza dei depositi, in grazia alla facilità con cui le fedi di credito circolano. Ma egli è d’uopo non dimenticare che le fedi di credito avevano una volta moltissimi privilegi, quale quello di poter su di essi fare qualsiasi contratto; privilegi che quando anche abbiano fondamento in ragione e possano desiderarsi estesi a tutto il mondo, sono intanto inconciliabili colle leggi generali che esistono nel Regno e quindi già sono caduti, od in breve, nel fatto, cadranno in modo assoluto. Scomparsi questi privilegi e cessato il corso coatto, la permanenza in circolazione delle fedi di credito potrà diminuire considerevolmente, ed i pericoli del Banco, ove ad un’ampia emissione si dedicasse, si farebbero gravissimi.

Che il Banco di Napoli possa dirsi non possedere alcun capitale, lo dimostrano le sue istituzioni o lo troviamo, del resto, indicato in una lettera del direttore del Banco stesso, pubblicata pei giornali or è qualche mese, in risposta a taluni appunti fatti all’amministrazione di quell’istituto.

Il capitale del Banco è costituito da 24 milioni, dei quali 4 sono rappresentati da beni stabili che il Banco possiede, ed 8 milioni a termini delle convenzioni per le quali il Banco assunse le operazioni di credito fondiario, sono vincolati per le operazioni medesime e debbono considerarsi come più non esistenti rispetto alle altre operazioni di credito che il Banco intende fare e fa realmente.

Vero è che nel concetto del direttore del Banco i quattro milioni rappresentati di fondi stabili devono considerarsi come un’attività capace di servir di base alle operazioni del Banco. Però che quei quattro milioni siano un’attività, nessuno potrà certo negarlo; ma che siano un attività commerciale capace di far fronte, per cosi dire, da un’ora all’altra, agli impegni che colle emissioni il Banco assume, è ciò che non può ammettersi, ove non si voglia contradire alle norme più elementari in fatto di Banche ovunque e da tutti riconosciute. Il capitale è insieme col portafoglio la garanzia dei portatori dei titoli emessi; ma per capitale s’intende quello che possa da un momento all’altro passare nelle mani del Cassiere pronto a soddisfare i titoli che si presentano al cambio; altrimenti poco giovamento ne trarrà la Banca. Le capital d’une Banque, dice il Chevalier, ne lui rend Service pour ses opérations et n’est pour elle une assistance dans ses difficultés, qu’autant qu’il est d’une réalisation prompte et commode. Il faut, en un mot, qu’il soit absolument disponible (1). Le capital ne doit pas être immobilisé. Quand tout le passif est payable a vue, il faut que l’actif soit facilement et promptement réalisable; cela n’a pas besoin de démonstration (2). »

(1) Journal des Économistes, Febbraio 1867.

(2) Rapport sur le projet do loi relatif à l’institution d’une Banque nationale (Belgio).

Sono dunque dal capitale del Banco di Napoli da scartare quattro milioni di beni stabili, come sono da non tenersi a calcolo, per i portatori di biglietti, gli otto milioni assegnati alle operazioni del credito fondiario giusta la convenzione e la legge. È quindi un capitale di 12 milioni quello che il Banco di Napoli offre come piedistallo alle sue operazioni di emissione.

Vi ha il portafoglio, ed esso senza dubbio, quando sia composto di titoli buoni, ben scelti, scadenti a breve termine, può dare mezzo all’istituto di compire con sicurezza il giro dei suoi affari. E tale noi crediamo sia ora il Portafoglio del Banco di Napoli, sebbene la Commissione d’inchiesta nominata dal Banco stesso sul finire del 1866 e la quale ebbe nell’ora scorso anno a riferire il risultato delle sue indagini, abbia constatato nelle operazioni di sconto tali fatti che, a dir vero, sulla bontà del portafoglio potrebbe far sorgere qualche dubbio, e far dubitare eziandio che talvolta il Banco di Napoli, anche nelle sue operazioni di credito, siasi troppo ricordato dell’originario suo carattere di opera di misericordia (1).

Ad ogni modo poi il portafoglio qualunque esso sia, non dispensa dalla necessità di un capitale disponibile corrispondente all’importanza dell’emissione; né crediamo vi sia in Europa alcun vero istituto di emissione che rimpetto a questa necessità del capitale si trovi nelle condizioni del Banco di Napoli.

Anche per questo riguardo non può quindi il Banco considerarsi come un vero istituto d’emissione; e finché si mantiene in tali sue condizioni sarà per lo stesso suo interesse e per quello delle provincie nelle quali agisce, assai meglio che esso si contenga nella speciale sfera di affari che sono proprii della sua natura e non arrischi la sua fama nella pericolosa funzione della emissione che poco ad esso si addice. È una specialità che rappresenta uno dei tanti modi coi quali l’azione del credito può spiegarsi; specialità ben nota ed accreditata presso quelle popolazioni, presso le quali il servizio del Banco è per cosi dire tradizionale. Si conservi tale e lasci l'emissione a chi è in condizione di farla.

(1) Relazione della Commissione d'inchiesta parlamentare, Vol. 1 pag. 47

Intorno al Banco di Napoli abbiamo letto e meditata la brillante apologia che ne fece l’on. Nisco, però in altri tempi, presentandolo come il modello delle istituzioni di credito, come quello che precorse in Europa tutti i progressi che in tale argomento ammiriamo, ma non imitiamo, presso altre nazioni. Se da tal lettura avemmo campo di conoscere tutti i servizi che il Banco ha resi, quelli che tuttora rende, e financo quelli che potrebbe rendere, se abbiamo potuto persuaderci viemeglio che il Banco è per le provincie napoletane una preziosa antichità, viemeglio ci persuademmo altresì, come nessuna istituzione abbia, meno del Banco di Napoli, l’attitudine di compiere le funzioni dell'emissione.

Tale è il nostro pensiero riguardo al Banco di Napoli, pensiero che assai prima d’ora vedemmo emesso da chi praticamente la natura e le condizioni di quell’istituto conosce.

Ad onta di tutto ciò però il corso forzato ebbe pel Banco di Napoli l'effetto di avviarlo viemeglio all’operazione dell’emissione. Dopo il 1866 esso emise delle polizze a somma fissa, le quali in nulla più potrebbero distinguersi dai veri biglietti di Banca se non continuassero ad esser nominative come le polizze precedenti.

Vedremo in seguito quale sia la sua circolazione e l’importanza degli affari dei quali il Banco è centro.

Poco ci resta a dire del Banco di Sicilia fratello gemello e forse meglio figlio del Banco di Napoli; sebbene assai meno ancora di questo possa pretendere in qualsiasi modo al titolo d’istituto d’emissione.

Quale sia l’origine, le vicende e l’attuale modo d’agire del Banco di Sicilia non possiamo meglio riassumere che riferendo testualmente quello che a tal riguardo ne scrisse la Commissione d’inchiesta parlamentare.

«Con decreto del 7 aprile 1848, essa dice, furono istituite le due casse di Corte di Palermo e di Messina sotto la dipendenza del Banco di Napoli, allora detto Banco delle due Sicilie. Durante la rivoluzione del 1848 costituivano esse il Banco Nazionale di Sicilia e si diede questo titolo ai loro valori fiduciari.

«Nel 1849 poi, effettuatasi la divisione amministrativa della Sicilia dal continente, fu con decreto del 13 agosto 1850 separata l’amministrazione delle Casse di Corte di Palermo e di Messina da quella del Banco di Napoli e le si diede nome di Direzione del Banco regio dei reali domini al di là del faro. Con decreto del 27 dicembre 1858 furono istituite ed unite al Banco due casse di sconto,l'una in Palermo, l’altra in Messina. Nell’anno 1860 assunse il titolo di Banco di Sicilia; ma essendo creazione governativa, lo Stato vi mantenne sempre un ingerenza diretta, finché colla legge 11 agosto 1867 il Banco di Sicilia e le Casse di Palermo e di Messina vennero riconosciute come unico stabilimento pubblico, aventi qualità di ente morale autonomo

«Alle due Casse di Corte non furono assegnati i capitali propri, e solo in base al decreto 18 agosto 1856 venne dal Governo concessa una dote per le spese portate dall’organico degli impiegati. Le due Casse di sconto ebbero invece una dote di un milione di ducati (4,255,000), cioè quella di Palermo, ducati 550,000, e quella di Messina 450,000. Tale dotazione doveva accrescersi, pel rescritto 5 febbraio 1860, di altri ducati 700, ma non furono incassati se non in parte per la sopravvenuta rivoluzione del 1860. Dipiù il Governo borbonico nel 1860, mentre tuttavia occupava Messina, tolse parte, e la dittatura e poi il Governo nazionale tolsero il rimanente del capitale e degli utili raccolti da quella Cassa. E quanto alla Cassa di Palermo, perdurando i bisogni della guerra nel Napoletano, fu essa pure privata dei suoi capitali e degli utili; se non che, a differenza di quella di Messina, le furono poi restituite, prima lire 2,174,818 29, colle quali potè riattivare il servizio in Palermo, poi altre lire 200,000, cui vanno aggiunte lire 460,000 di utili ritratti e capitalizzati giusta l'articolo 5 del decreto 27 dicembre 1858. Colla legge, però, 11 agosto 1867 venne stabilita la restituzione al Banco di Sicilia di tutte le somme che dal 1860 fino al 10 agosto 1867, per causa di servizi pubblici, vennero prese dalle Cosse di sconto di Palermo e di Messina, sia dal Governo borbonico i sia dal Governo dittatoriale e dal Governo nazionale.

Seguita questa restituzione va cancellata dal bilancio dello Stato la spesa di L. 162,425 ora inscritta pel suo personale e di L. 47,000 per le spese d'ufficio, salvo la liquidazione d’ogni altra ragione tra lo Stato ed il Banco di Sicilia (1).

Bastano questi pochi cenni, per indicare quale sia la natura del Banco di Sicilia. Le osservazioni che facemmo rispetto al Banco di Napoli si applicano egualmente al Banco di Sicilia, il quale meno ancora di quello può pretendere di chiamarsi istituto d’emissione. Come il Banco di Napoli, esso emette fedi di credito e polizze notate sopra corrispondenti depositi; sebbene questi titoli sieno girabili, sono nominativi e non rappresentano valori determinati; sono assai lungi perciò dall’essere biglietti di Banca.

Anche il Banco di Sicilia, però in grazia al corso forzoso, fu avviato alle operazioni di emissione, ed ora emette polizzini del cassiere di taglio non superiore alle L. 10, e pur essi nominativi, e pagabili colla firma per quietanza dell'intestatario. Ma prima di tal fatto, appena è se al Banco di Sicilia si riconosceva la qualità di Banco di deposito. Esso infatti mentre riceveva e riceve depositi rilasciandone certificati, non fa neppure, come il Banco di Napoli, uso delle somme depositate. Le Casse di sconto di Palermo e di Messina operavano coi capitali dei quali furono dotate, e quando i capitali furono tolti, cessarono di operare, come avvenne alla Cassa di Messina, la quale l’operazione dello sconto e delle anticipazioni sospese fin dal 1863, né più fu in grado di riprenderla.

Ecco dunque che cosa sia a dirsi della natura degli Istituti, che in Italia hanno o pretendono d’avere il nome di Istituti d’emissione. Però non si racchiudono nei soli istituti, dei quali fin qui discorremmo, gli strumenti del credito che in Italia funzionano.

(1) Relazione, Vol. I.

Per non parlare dei privati costituitisi organi del credito e la somma delle operazioni dei quali, ove fosse possibile con qualche sicurezza stabilirla, si mostrerebbe di considerevole importanza, daremo ora uno sguardo alle pubbliche istituzioni che in un modo o nell'altro agli interessi del credito servono.

CAPITOLO SESTO

Sommarlo. — Altre istituzioni di eredito in Italia — Come possono raggrupparsi. — La Banca anglo-italiana — La Cassa nazionale di sconto toscana — La Cassa generale di Genova — Il Banco sconto e sete di Torino — Il Credito mobiliare — Il Banco di credito italiano — Le Casse di risparmio — Il Credito fondiario — Le Banche popolari — La Banca del popolo di Firenze — Sua natura — La circolazione illegale — Il progetto Minghetti.

XXIX.

Le altre istituzioni di eredito in Italia possono raggrupparsi in cinque grandi serie: Istituzioni che fanno esclusivamente le operazioni proprie del commercio bancario; — Istituzioni che a tali operazioni, altre, come più o meno importante accessorio, ne aggiungono di natura alle medesime affini; — Istituzioni di previdenza; — Istituzioni di credito fondiario; — Banche popolari.

Collochiamo nella prima serie la Banca anglo-italiana; la Cassa nazionale di sconto toscana, la Cassa generale di Genova, il Banco di sconto e sete di Torino. I conti correnti, gli sconti, le anticipazioni sono le operazioni alle quali con diversa forza motrice tali istituti attendono.

La Banca anglo-italiana costituita in Londra nel 1864 agisce in Italia col mezzo di succursali a Torino, a Milano, a Firenze, a Genova. Ciascuna succursale fu dotata di un milione di lire sterline. Scopo di questa Banca, dice la relazione d’inchiesta (1) era di facilitare le operazioni di sconto ed il commercio fra l’Inghilterra e l’Italia, facendo,

(1) Vol. I.

secondo il sistema bancario inglese, della Banca il cassiere della classe commerciante; ed ancora di servire quale comunicazione più facile tra l’Italia e l’Asia ai negozianti italiani pei loro acquisti di seme di bachi da seta, ottenendo loro direttamente i crediti che avrebbero dovuto ricercare a Londra.

Al primo maggio 1866, questa Banca aveva tra depositi e conti correnti più di 9 milioni di lire italiane fra tutte le sue succursali in Italia.

La Cassa nazionale di sconto toscana sorta nel 1863 ha sede in Livorno e tiene in Firenze una succursale. Ha un capitale di 10 milioni di lire, diviso in azioni di lire 250, del quale solo 6 milioni sono versati. Sul finire del 1866 aveva conti correnti per una somma di lire 700 mila; il valore del suo portafoglio non arrivava al milione.

La Cassa generale di Genova sorse nel 1856 con un capitele di 8 milioni di lire, divisi in azioni di lire 250. Sul finire del 1867 essa aveva per conti correnti una somma di lire 9 milioni e mezzo all'incirca.

Il Banco di sconto e sete di Torino, creato nel 1863, modificato nel 1864, ed anche più radicalmente riformato nell’anno scorso, ha ora un capitele di 18 milioni composto di azioni da lire 150. Suo campo d’azione sono, come per gli altri istituti avanti accennati, gli sconti, le anticipazioni non solo su fondi pubblici, ma anche su titoli delle provincie, dei comuni, su merci depositate, su polizze di carico, i conti correnti ed i depositi. È queste un’istituzione che ha subito gravi e dolorose vicende, che a noi però qui non importa esaminare, ma dalle quali va rilevandosi a poco a poco.

Collochiamo nella seconda delle cinque avanti accennate categorie, ossia in quella degli istituti che qualche diversa operazione accoppiano alle ordinarie del commercio bancario, il Credito mobiliare ed il Banco di credito.

XXX.

La Società di Credito mobiliare italiano, sorta nel 1863, altro non è che la trasformazione su più larghe basi della Cassa del commercio e dell'industria. Credito mobiliare di Torino. La nuova Società ha un capitale di lire 50 milioni in azioni di lire 500, versato per quattro quinti. Nell’adunanza generale ordinaria degli azionisti del 25 maggio 1869 fu però approvata una proposta del Consiglio d’Amministrazione, in virtù della quale le azioni resterebbero completamente liberate col versamento di lire 400, ed il capitale sociale definitivamente stabilito in 40 milioni, che, ad avviso del Consiglio, sono più che sufficienti a sostenere qualunque giro d’affari. Oltre alle ordinarie operazioni del commercio bancario, il Credito mobiliare ha lo scopo speciale di favorire la creazione d’ogni sorta d’imprese per opere pubbliche, di incaricarsi della fusione e trasformazione delle società commerciali, di comprare e vendere merci e derrate per conto proprio o di terzi, di fare anticipazioni sopra mercanzie, derrate, immobili, bastimenti e loro carichi. È, non solo nella sua specialità, ma anche rispetto alle ordinarie operazioni di Banca, tra le più importanti istituzioni di credito che siano in Italia.

Allorché sorse, la Società generale del Credito mobiliare italiano si trovava impegnata in importanti, e diremo meglio, colossali intraprese. Si trovava assuntrice della costruzione della ferrovia Ligure, ed aveva non piccola parte nelle Società della ferrovia d’Acqui, di quella di Torreberretti a Pavia, e delle meridionali.

Nel 1863 concorse alla emissione delle obbligazioni della Società delle ferrovie meridionali, e della Centrale Toscana; assunse, col concorso di altri capitalisti, gli imprestiti delle provincie di Bari e di Principato Citeriore, e quello emesso dai Comuni interessati nella costruzione della ferrovia da Cavallermaggiore ad Alessandria; e ricostituì, assumendone una parte delle azioni, la Società anonima del Gazluce di Torino.

Nel 1864 vediamo la Società generale di Credito mobiliare italiano concorrere all’emissione di una nuova serie di obbligazioni delle ferrovie meridionali, fondare la società anonima per la vendita dei beni del Regno d’Italia, facendo un anticipazione al Governo di 150 milioni, fare un imprestito alla città di Ancona di 2 milioni di lire.

Durante il 1865, stante le poco prospere condizioni del credito e gli eventi politici che si presentivano e si compierono poi nel 1866, il Credito mobiliare non prese parte ad alcuna operazione straordinaria.

Nel 1866 partecipò al Sindacato iniziato dalla Banca nazionale per l’acquisto delle quote del prestito nazionale assunte dalle provincie e dai comuni, ed all'impresa per la fornitura dei viveri e foraggi all’esercito.

Finalmente dopo aver ristretto, nel 1867, le sue operazioni a quelle ordinarie di Banca, il Credito mobiliare, in unione di altri stabilimenti di credito e di banchieri, assumeva in Regia cointeressata il monopolio dei tabacchi, e faceva al Governo un imprestito di 180 milioni in oro, mediante l'emissione di obbligazioni ammortizzabili alla pari in 15 anni.

Sono queste le più importanti operazioni che la Società del Credito mobiliare, nella specialità delle sue attribuzioni, compiva.

Essa prese altresì nei vari anni qualche parte ad operazioni all’estero; ma non furono mai affari di grandissima importanza; e d’altronde ora più che mai il Credito mobiliare accenna a voler concentrare tutta l’opera sua nella sfera del movimento industriale del paese.

La Società del Credito mobiliare fu talvolta oggetto di censura per parte di coloro stessi che la potenza della Banca nazionale volevano abbattere. Non entra nel nostro compito l’esaminare la ragionevolezza di tali censure.

Una cosa sola ci piace notare, perché la crediamo verità, ed è che, qualunque cosa del Credito mobiliare dir si voglia, molti affari interessanti pel pubblico vantaggio forse difficilmente si sarebbero compiuti, se la mano del Credito mobiliare non fosse venuta a prestare aiuto.

Ciò però non basterebbe a dare un’idea sufficiente della importanza del Credito mobiliare. È d’uopo farci a considerare gli effetti scontati, i conti correnti ed i benefizi ottenuti. Ecco l’ammontare complessivo degli sconti dal 1863 al 1868;

1863 L.33, 401, 422 32
1864 94, 621, 648 99 (1)
1865 45, 133, 976 13
1866 76, 111, 688 23
1867 83, 549, 527 05 (2)
1868 117, 323, 076 21 (2)

Gli sconti vennero sempre aumentando. Dal 1863 al 1868 si sono quasi quadruplicati.

Nei conti correnti vi ha un progressivo aumento fino al 1865, e poi in seguito una sensibile diminuzione. Ecco le somme anno per anno versate nelle casse del Credito mobiliare, in conto corrente:

1863 L.59, 603, 792 21
1864 85, 695, 061 47
1865 95, 166, 218 06
1866 66, 986, 516 16
1867 39, 641, 763 01
1868 20, 500, 000 —

Le cause dell’aumento nei primi anni consistono in ciò, che il Credito mobiliare, piegandosi alle esigenze ed alle oscillazioni del credito, non tenne fisso l’interesse dei depositi, ma l’aumentò e lo diminuì a seconda delle condizioni del mercato.

Le ragioni delle diminuzioni dal 1866 in poi sono varie e molteplici.

(1) Sono compresi in questa somma lire 48,604,162 18 di obbligazioni dei beni demaniali; sicché lo sconto di effetti di commercio ammonterebbe a lire 46,017,486 81.

(2) Queste due somme rappresentano solo gli effetti sull’Italia. Oli sconti di effetti sull’estero furono pel 1867 di oltre a 27 milioni e ½; pel 1868 di circa 28.

Vi ha anzitutto contribuito la esportazione del numerario, determinata dal ritorno precipitoso dall’estero dei nostri valori; poi l’emissione di nuovi titoli fatta dal Governo e dalle Società ferroviarie, per cui i capitali trovarono abbondanza di stabili ed utili impieghi.

Gli utili netti del Credito mobiliare furono i seguenti:

Anno 1863 L.2, 048, 788 42
1864 1, 908, 093 54
1865 2, 512, 016 11
1866 2, 484, 368 97
1867 2, 519, 344 02
1868 2, 598. 830 91

Fu sempre distribuito agli azionisti l’interesse del 6 p. 100 e talvolta qualche somma a titolo di dividendo.

Di natura molto analoga al Credito mobiliare, sebbene di gran lunga meno importante, è il Bcmqo credito italiano istituito in Torino nel 1863 ed ora trasportato a Firenze. Esso ha un capitale di 60 milioni divisi in 120 mila azioni, delle quali sole 40 mila sono emesse e versati i tre quarti del loro ammontare. Anche il Banco di credito italiano ha per sua speciale missione quello che chiamasi propriamente credito di accomandita, consistente nell’aiutare, favorire le imprese di opere pubbliche, nel dar mano alla creazione di società ed imprese; sebbene non siano al Banco medesimo estranee anche le ordinarie operazioni del commercio bancario.

XXXI.

Sotto nome di istituti di previdenza vengono le Casse di risparmio, terza delle cinque categorie nelle quali gli istituti attinenti al credito abbiamo diviso. Le Casse di risparmio sono del credito potentissimo aiuto, in quanto che, sebbene non nel modo migliore dalla scienza suggerito, adempiono tuttavia alla missione di raccogliere i capitali che del credito sono per cosi dire la materia prima.

Nel meccanismo del credito, le Casse di risparmio, radunando, e quasi formando i capitali colle molecole di valori che altrimenti andrebbero dispersi, rappresentano propriamente la tromba aspirante, mercé la quale si riempie il serbatoio ove i dispensatori del credito attingono.

Potrebbero colle Casse di risparmio nominarsi qui i Monti di pietà, non certo perché essi possano ragionevolmente venir compresi sotto nome di istituti di previdenza, ma perché hanno, come le Casse di risparmio, un certo carattere di beneficenza che da qualsiasi altra istituzione li distingue; e mentre la Cassa di risparmio forma la tromba aspirante, il Monte di pietà potrebbe rappresentare il congegno trasmettitore dei capitali. È un congegno però assai primitivo e del quale poco utile ritrae il movimento commerciale ed industriale del paese, che di ben altri mezzi abbisogna. I Monti di pietà, considerati come istituti di credito, rappresentano l'infanzia di esso; considerati come opera di misericordia, potrebbe, come di molte altre simili opere di carità organizzate, lungamente discutersi intorno alla loro utilità. Sotto questo aspetto i Monti di pietà sono agli antipodi delle Casse di risparmio; se queste sono opere di previdenza, quelli potrebbero ben anche chiamarsi istituti d’imprevidenza.

Ad ogni modo i Monti di pietà noi lascieremo in disparte in questa nostra sommaria rassegna degli organi del credito che in Italia esistono. Delle Casse di risparmio, per contro, utilissimo sarebbe poter stabilire tutta l’importanza e l’estensione della sfera d'azione in Italia; in quanto che si avrebbe così il migliore dei criteri per giudicare della condizione economica delle nostre popolazioni, misurando l’entità dei loro risparmi. Sono studi però che ai privati assai difficilmente riesce fare completi, per l’impossibilità di procurarsi i necessari elementi.

Stando a quanto in questo argomento venne da qualche documento ufficiale pubblicato, e segnatamente alle informazioni che negli atti della Commissione d’inchiesta parlamentare si contengono, le Casse di risparmio in Italia erano nel 1864 in numero di 177, delle quali 68 nell’Italia superiore (Piemonte, Liguria, Lombardo, Veneto), 95 nell’Italia di mezzo (Emilia, Marche, Umbria, Toscana) e 14 tra le provincie meridionali e la Sardegna.

Se mai fosse possibile dubitare che le Casse di risparmio sono causa ed indizio di prosperità nei paesi ove esistono, basterebbe considerare il modo con cui le 177 Casse di risparmio esistenti in Italia si trovavano tra le varie parti di essa divise.

Sventuratamente, però, le Casse di risparmio, colle cifre che esprimono i loro affari, ci danno non solo il confronto delle diverse parti d’Italia sotto l'aspetto della rispettiva loro condizione economica, ma ci mostrano eziandio — cosa del resto che pur troppo nessuno ha bisogno venga ulteriormente dimostrata — l’inferiorità della condizione dell'Italia intiera rispetto a molte altre nazioni.

All’epoca cui avanti accennammo, le Casse di risparmio dell’Italia superiore presentavano depositi per la somma di 129 milioni circa, intestati in 179,844 libretti; quelle dell’Italia di mezzo, per 69 milioni divisi in 215,961 quote; quelle dell’Italia meridionale e della Sardegna, appena poco più. di 2 milioni e mezzo, rappresentati da circa nove mila possessori. In complesso quindi erano 200 milioni posseduti da circa 404 mila individui, che rappresentavano il risparmio in Italia. Su tale somma 198 milioni spettavano ad una metà del Legno, sicché nulla è la somma di risparmio dell’altra parte.

Ed è perciò che, cercando la proporzione del risparmio colla popolazione, si trovava in Italia una media inferiore a quella di molti altri paesi. Ecco a questo riguardo alcuni utili dati di confronto. Avevamo in Italia un libretto di risparmio ogni 60 individui, con un credito medio di L. 8,24; l’Inghilterra aveva nel 1864 un libretto ogni 14 abitanti, con un credito medio per ogni abitante di L. 39,47; la Francia presentava un libretto ogni 24 abitanti con un credito medio di L. 12,36. Assai migliori dati però per l’Italia avremmo, ove la media si dovesse fare ragguagliando i 200 milioni di risparmio colla sola popolazione dalla quale sono creati, vale a dire con poco più della metà della popolazione del Legno.

Cifre alquanto più consolanti ci presenta la recente pubblicazione che intorno alla situazione delle Casse di risparmio nel 1866 fece la Direzione di statistica presso il Ministero di Agricoltura e Commercio (1).

Secondo questa pubblicazione le Casse di risparmio esistenti in Italia al 31 decembre 1866 sarebbero 184. Delle 68 provincie nelle quali il Regno si divide, solo 52 erano all’accennata epoca provviste di una o più Casse; le altre 16 ne erano assolutamente prive; e queste sono le provincie di Belluno, Benevento, Calabria Ulteriore I, Calabria Ulteriore II, Caltanisetta, Capitanata, Girgenti, Messina, Molise, Siracusa, Terra d’Otranto, Trapani e Vicenza.

La provincia più largamente provvista di Casse di risparmio sarebbe Firenze, la quale ne conta 14. Verrebbero in seguito per numero di Casse: l’Umbria (12), Brescia (11), Siena(10), Ancona (9), Pesaro e Urbino (8), Milano (7), Bergamo, Cremona e Forlì (6 per ciascuna).

Nell’anno 1866 si raccolsero 526,186 depositi per una somma complessiva di L. 83,575,820; e si restituirono L. 91,693,388 dovute a 428,380 depositanti.

Al 31 dicembre dello stesso anno si avevano depositi per lire 224,712,852, inscritti su 427,830 libretti. Alla stessa epoca del 1863 i depositi non arrivavano che alla somma di lire 188,410,881 dovuta a 384,842 depositanti. Onde un considerevole aumento nel quadriennio 1863 66 è da notarsi.

Con tutto ciò però assai limitato deve pur troppo riconoscersi il risparmio in Italia, e noi non abbiamo mestieri di ripeterne le ragioni, alle quali in altre parti di questo scritto accennammo. Ristretta è, per molte cause diverse, la nostra potenza di produzione, sproporzionata con essa è la smania della consumazione. Come potrebbe essere ampio il risparmio?

Quando si considera tale stato di cose, fa davvero sorridere di compassione il sentire delle immaginose teorie intorno all’organizzazione del credito, il sentire dichiarare come cosa indubitata,

(1) Statistica del regno dì Italia — Casse di risparmio. — Anno 1866.

che il giorno in cui la libertà d’emissione sia proclamata e di fatto attuata in Italia, il credito, sviluppato e penetrato ogni dove, farà in breve risorgere da morte a vita il paese nostro, e ne eleverà la condizione economica al disopra di quella di qualsiasi altra parte d'Europa. Ma se manca, od almeno molto limitata è la materia prima del credito, se mancano i valori prodotti e non consumati, se limitato, cioè, è il risparmio, se mancano i capitali, quale, sia pure perfetta, organizzazione del credito potrà utilmente funzionare?

Le più potenti Casse di risparmio sono quelle di Milano, di Bologna e di Firenze.

La Cassa di risparmio di Milano, sorta fin dal 1823, ha in Lombardia numerosissime succursali; può oramai dirsi la più potente Cassa di deposito che nel Regno esista. I suoi depositi infatti li vediamo salire da L. 258,000 nel 1823, a L. 151 milioni alla metà del 1868, con un fondo di riserva di altri 8 milioni. Solo dal 1860 alla metà del 1868, in meno di 9 anni, i depositi si trovano quasi raddoppiati. Forse però è pur vero il dire che, massime in questi ultimi anni, non tutti i depositi di questa importantissima istituzione esprimono il risparmio, ma v’ha una parte di essi che indica, più che altro, la sfiducia, la paura, per cui molti anche vistosi capitali sfuggono da qualsiasi impiego, ed amano meglio giacersene sicuri nelle Casse di risparmio.

Ad ogni modo la somma del risparmio vero è pur sempre considerevole, e la prosperità delle provincie lombarde ne dà la facile spiegazione.

I depositi della Cassa di risparmio di Milano sono in principalissimo modo collocati in mutui ipotecari con ammortamento o senza ammortamento. Nel 1867 di collocamenti di tal natura si ebbero per quasi 80 milioni. E cosi quell’istituto restituisce alla terra, fecondandone la produzione, i capitali che dal risparmio dell’industria agricola probabilmente in gran parte gli provengono; si trova quindi stabilita una feconda ed attiva rotazione di affari, dalla quale la prosperità di quelle provincia verrà ognor più aumentata.

La Cassa di risparmio di Milano va facendo eziandio operazioni di sconto e di anticipazione su valori pubblici; finora però la prevalenza assoluta de’ suoi impieghi è pel mutuo ipotecario.

Tra le Casse di risparmio dell’Italia di mezzo, tiene posto principale quella di Bologna fondata nel 1837. Siamo però assai lungi dalla importanza della Cassa di risparmio di Milano, assai più ristretta essendo per quella di Bologna la sfera del territorio sul quale agisce. Sul finire del 1867 i depositi presso questa Cassa erano rappresentati dalla cifra di poco più che 11 milioni. Essa impiega i suoi capitali in acquisto di carte pubbliche, di titoli industriali, in imprestiti a pubbliche amministrazioni, mutui ipotecari, sovvenzioni sopra depositi di effetti pubblici ed industriali. I mutui ipotecari sembrano però andar prendendo viemaggiore importanza.

La Cassa di risparmio di Firenze, costituita nel 1829, tiene 30 casse secondarie od affigliate, 9 delle quali hanno un’amministrazione propria, e le altre 21 sono in sostanza amministrate dalla Cassa centrale. Non è nostro intendimento esaminare l’organizzazione di questa, come non esaminammo quella delle altre Casse di risparmio. Basta al nostro. scopo accennare in genere le condizioni che esse presentano. Al finire del 1866 i crediti verso la Cassa di risparmio di Firenze, comprese tutte le sue affigliate, per depositi e risparmi sommavano a poco meno di 38 milioni.

L’impiego prevalente dei capitali depositati nella Cassa, è l’imprestito con ipoteca ai corpi morali ed ai privati. I corpi morali figurano però per una cifra quattro o cinque volte maggiore di quella che rappresenta i prestiti ai privati.

XXXII.

Dovremo ora discorrere di un’altra serie di istituti di credito, di quelli cioè che attendono all’operazione di credito fondiario. Di tale argomento però già abbiamo per incidenza discorso brevemente altrove; poco quindi è quello che crediamo sia qui necessario aggiungere.

Il credito fondiario, che sventuratamente non ha ancora potuto assumere in Italia quello sviluppo che pura sarebbe desiderabile,

è esercitato da istituti della maggior parte dei quali già avemmo occasione di parlare, e sono appunto lo casse di risparmio di Milano e di Bologna ed il Banco di Napoli. Ci resterebbe ad accennare al Monte dei Paschi di Siena ed all’Opera Pia di San Paolo in Torino, altri degli istituti che il credito fondiario assunsero; essendo inutile il discorrere del Banco di credito fondiario di Pisa, sorto assai prima che all’organizzazione del credito fondiario sulla base dei cinque ora ricordati istituti si provvedesse e quindi da essi affatto distinto, ma il quale mai ebbe considerevole importanza ed oramai può dirsi ridotto a ben poca cosa.

Il Monte dei Paschi è uno dei quattro istituti che possono dirsi di credito posseduti dal Comune di Siena sotto nome di Monti riuniti, istituiti fino dal 1624 allo scopo, come allora dicevasi, di moderare l’usura e quindi colla missione di accogliere somme in deposito e convertirle in prestiti, soprattutto alla proprietà fondiaria ed all’agricoltura. Nel decennio 185767 il Monte dei Paschi accolse depositi per la complessiva somma di quasi 35 milioni e fece prestiti per circa 20 milioni. Al 1° gennaio 1868 aveva in deposito per L. 24,600,777 27 ed aveva fatto prestiti per L. 25,199,376 79.

L'Opera Pia di San Paolo di Torino, fondata fino dal 1562 è una istituzione assai difficile a definirsi, perché essa ha scopi di diversa natura. Ha un ufficio per dare sussidii, distribuire doti secondo la volontà dei fondatori, ha istituti d’educazione femminile, provvede a determinati servizi di culto, tiene Monti di pietà, ed ora fa anche il credito fondiario. È in sostanza una di quelle tante istituzioni di natura non bene definita che sorsero nei secoli scorsi in Italia ed altrove, e colle quali il concetto del credito si manifesta timidamente sotto la forma della beneficenza,. e va quindi accoppiato con molti altri compiti che sono di vera e propria beneficenza.

Nei tempi in cui dominava il funesto errore che il dare danaro ad interesse è un male — errore del resto che non è cessato del tutto neppure ora, e sotto forma della limitazione legale, in molti siti, in Francia per esempio, tuttora agisce — in quei tempi è già molto se istituzioni della natura dell’Opera di San Paolo hanno potuto sorgere, e servirono poi nei tempi nostri come di base ad istituzioni migliori.

Il Monte di Pietà che costituisce parte dell’Opera Pia della quale discorriamo, si alimenta coi depositi che riceve senza limitazione di somma e che restituisce a semplice richiesta, o mediante preventivo avviso, secondo che si tratta di depositi con interesse, o di depositi infruttiferi. Al fine del 1867 si trovavano in cassa per deposito poco più di quattro milioni e mezzo; si fecero nello stesso anno prestiti per lire 3,600,000.

XXXIII.

Un’ultima categoria di istituzioni di credito ci resta a considerare. È la categoria delle cosi dette Banche popolari.

Credono taluni — e non sono pochi, né fanno sempre parte del volgo — che la Banca popolare sia una qualche macchina miracolosa, un qualche magico istrumento, coll’azione del quale possano da un giorno all’altro portarsi all’apogeo della prosperità le classi meno abbienti e |che vivono del proprio lavoro; si pensa ed anche si dice e si scrive che la Banca popolare è lo stromento di redenzione delle classi abbandonate; che ove la Banca popolare si mostra, la miseria scompare ed un nuovo Eden di tutti ricchi, tutti prosperi, tutti felici non tarda a sorgere. La tirannia del capitale sul lavoro ha finito il suo regno, la Banca popolare è là, colle sue casso aperte ai figli del popolo; basta volere, basta chiedere.

Questo dicono gli ignoranti, gli illusi ed anche — e sono abbastanza numerosi — gli interessati. Ma gli uomini di scienza, gli illuminati e coscienziosi uomini d’affari dicono qualche cosa di diverso.

Grandi o piccole che siano de istituzioni di credito, dicono essi, si chiamino popolari od impopolari, sono sempre rette dalle medesime leggi economiche, sempre sottostanno alle stesse necessità; sempre si tratta di istituzioni destinate ad anticipare o prestare, a chi ne manca, parti di valori già creati ed accumulati, prendendo in cambio promessa garantita e seguita da effettiva restituzione coll’aggiunta di un interesse.

E questa restituzione non può esser fatta, se non mediante altri valori ricavati da successiva produzione e risparmiati, come quelli che furono tolti ad imprestito.

Le leggi idrauliche, dice lo Scialoja, per le quali galleggiano il vascello a tre ponti e la lancia sotto forma di saetta che scorre rapidissima sopra un lago, sono le medesime. Le due macchine hanno la medesima natura, come galleggianti destinati a navigare; hanno natura diversa solo in quanto allo scopo che intendesi raggiungerecjon l’uno e quello che si vuole conseguire con l’altra.

«Il medesimo è delle Banche. Quella d’Inghilterra, la francese, la nostra principale, sono il vascello a tre ponti che solca l’Oceano; una Banca popolare è la navicella saettante che vola sul lago. Stanno su per le medesime ragioni, ma sono costruite diversamente (1). »

Neanche le Banche popolari creano i capitali dal nulla; neanche le Banche popolari possono far regnare il credito dove atmosfera pel credito propizia non esista. Come l’agile lancia che scorre sul lago, per servirci della bella similitudine dello Scialoja, e penetra là dove il vascello non potrebbe arrivare, le Banche popolari, se saggiamente organizzate, se con prudenza guidate, possono portare il beneficio del credito là dove le grandi Banche difficilmente potrebbero agire, a quegli strati sociali, cioè, che finora l’azione benefica del credito direttamente non poterono sentire. E l’utilità delle Banche popolari sotto tal punto di vista, nessuno certo può contestare o contesta, come nessuno può negare il vantaggio di qualunque tra le molte modalità d’attuazione che il credito può assumere, ed i molti scopi speciali che può prendere di mira.

Quello ohe, senza farci illusione e senza esporre un paese ai più gravi rischi, non è possibile ammettere, è che le Banche popolari siano la bacchetta magica, dal tocco della quale immancabilmente la prosperità delle classi povere debba scaturire.

(1) Nuova Antologia, Vol. VI.

E tale è l’aspetto sotto il quale, forse solo per figura retto» rica, ma sempre ingenerando pericolose illusioni, parlano taluni delle Banche popolari.

Quest’avvertenza ci parve necessaria fare prima di raccogliere qui qualche breve cenno intorno alle Banche popolari d’Italia, essendo questo libro destinato a ricordare quello che noi crediamo essere il vero concetto del credito e della sua organizzazione.

Due sistemi di Banche popolari, o per parlare più propriamente e secondo verità, due specie di Banche che s’intitolano popolari, esistono in Italia. Vi hanno in moltissime città delle Banche popolari mutue, che possono dirsi e sono veramente l’emanazione del principio ccoperativo nel credito (1). Vi esiste la Banca, che pure essa si noma del popolosi Firenze, colle numerose sue succursali sparse quasi ogni dove. Le prime predominano specialmente in Lombardia, le seconde in Toscana. Ma, se non andiamo grandemente errati intorno al concetto del credito popolare, solo le prime possono ragionevolmente dirsi e sono Banche del popolo; le seconde ne portano il nome, come altre con altro nome si fanno distinguere, ma nella sostanza, di popolare assai poco contengono.

L’istituzione che mira a far penetrare tra le classi lavoratrici, tra le classi poco dotate dalla fortuna, l’abitudine e l’aiuto del credito, non può agire che in una ristretta sfera d’azione; appena è se può funzionare bene quando oltrepassa la sfera del comune. In tali limiti stanno le Banche realmente popolari che in buon numero in Italia esistono; in ristretta sfera si contiene l’azione delle Banche popolari della Germania.

E la necessità della ristretta sfera d’azione si fa evidente, solo che si consideri come credito popolare significhi credito a persone, la fiducia nelle quali tutta si fonda sulla moralità, sull’attitudine e volontà del lavoro, soli capitali dei quali dispongono.

(1) Iniziatore e fondatore delle Banche popolari mutue è quell’elettiseimo ingegno di Luigi Luzzatti, che, in giovanissima età, seppe, colla feconda operosità, salire ad altissimo posto nella pubblica amministrazione.

Ora non è possibile fare il credito per tale classe di persone senza averne la conoscenza per cosi dire personale; e tale conoscenza non è possibile per un istituto che su ampia sfera di territorio estenda l'opera sua.

Lo vere Banche popolari per adempiere alla loro missione» per raggiungere il loro fine, debbono avere principalmente per carattere distintivo la mutualità, il reciproco aiuto mercé l'accumulamento e l’associazione degli elementi di credito che ognuno possiede. E quindi le vere Banche popolari, aliene da qualsiasi speculazione, indifferenti per chicchesia, ogni loro attività e tutta la benefica loro azione spandono tra i loro associati. Ecco come a proposito delle Banche popolari mutue esistenti in Italia si esprime un autorevole giornale di Milano (1):

«Le Banche mutue popolari mirano a spargere il credito fra le classi meno agiate della società, le quali, escluse sinora dagli stabilimenti bancari, intesi a sovvenire principalmente la grande industria ed il grande commercio, dovevano ricorrere nei giorni del bisogno all’usura od al Monte di Pietà. Questi due ingordi sovventori furono insino ad oggi i due soli banchieri del popolo.

«A mezzo delle Banche mutue, l’operaio, il piccolo industriale, il piccolo possidente, che da soli non offrono guarentigie bastevoli, stretti insieme in un sodalizio, nel quale il primo capitale si raccoglie coi loro risparmi, si presentano sul mercato come una solida casa di commercio che trova facile ed abbondante il credito. È questo il principio a cui s’informano tutte le Banche popolari della Germania, le quali, nell’anno scorso, in numero di 1000, hanno prestato al popolo l’egregia somma di 400 milioni di lire; ed è il concetto medesimo che diede origine alle Banche popolari mutue di Milano, di Varese, di Lodi, di Como, di Castiglione delle Stiviere, di Brescia, di Siena, di Cremona, di Fabbriano, di Vicenza, di Padova, di Venezia, di Verona, di Mantova, di Bologna, ecc., alcuna delle quali già gareggia colle germaniche per numero di soci e per cifra di operazioni.

«Tali Banche intendono a fecondare lo spirito d’iniziativa, cd offrono il credito come guiderdone al risparmio; ma domandano che esso sia preceduto dall’esercizio della previdenza. Perciò, come appare dagli statuti, a fruire dei loro benefizi, è necessario essere soci, formarsi un piccolo fondo, che valga a guarentigia delle sovvenzioni future.

(1) Cooperazione ed industria, Bollettino dell’associazione industriale italiana

Ma d’altro lato i patti d’ammissione sono cosi agevoli a tutti, è cosi facile raccogliere un’azione di 50 lire, a piccole quote mensili persino di una lira, da non esservi popolano o modesto industriale che non riesca, con un poco di perseveranza e di assiduità, a raggranellare quel tanto che lo costituisca membro della Banca mutua e gli consenta di migliorare le proprie condizioni, senza dover nulla a nessuno, tranne alla sua onestà ed operosità. Laonde questi istituti racchiudono un alto concetto morale, ed applicano mirabilmente il grande principio dell’aiutarsi da sé.

«Ma appunto per raggiungere il suo provvido intento, la Banca mutua restringe la sua attività a quelle sole operazioni che rappresentano i veri bisogni, i reali interessi del popolo. Per conseguenza essa accorda prestiti ai soci, sconta le loro cambiali, fa per conto loro pagamenti ed incassi, apre conti correnti ad interesse e li mobilizza coi chéques (assegni di pagamento), non divagando però oltre questi confini, perché la divisione delle banche, secondo le diverse funzioni del credito, è condizione indispensabile al loro sicuro svolgimento, e quando si tratta di amministrare il denaro del popolo, frutto del lavoro e del risparmio, si deve escludere ogni operazione aleatoria, ogni compartecipazione diretta od indiretta ad imprese di speculazione. L’utilità della Banca mutua non risiede nei grassi dividendi, ma nel credito ch’ella procaccia ai suoi azionisti. Ogni socio ha diritto al voto, ma non più che ad un voto, qualunque sia il' numero delle azioni da lui possedute. Cosi tanto può la parola del popolano quanto quella del ricco, e ciascuno s’abitua a trattare con amore gli affari di una società, ove il più modesto azionista può influire sulle deliberazioni. Mentre di consueto nelle altre Banche l’uomo scompare e rimane soltanto l’azionista, qui invece l’uomo passa in prima linea col tesoro della sua operosa onestà.

«Il popolano per tal guisa ha incoraggiamento ad intervenire nelle adunanze, e a dire le sue ragioni con libera voce, ed ha agevolezza a coprire qualche carica e a prender parte nell’amministrazione di un istituto essenzialmente sano. Il ricco alla sua volta, non escluso certo dalla Banca, ma accettato come fratello, non come superiore, vi entra senza secondi fini, e col solo scopo di appoggiare del suo denaro e dei suoi consigli una onesta associazione popolare.

In Germania, come pure in Lombardia, nel Veneto, a Lugo, a Siena, a Montelupo, a Fabriano ecc., nomini delle condizioni più disparate siedono insieme ad amministrare questi stabilimenti veramente democratici; e la fusione e solidarietà di tutti gli ordini dei cittadini nel comune proposito del bene, lumeggia uno dei più nobili Iati di sì provvide istituzioni.

«È pure con la scorta di tali principii che di consueto si limita il numero di azioni che ogni socio può acquistare, e si determina che negli sconti e nei prestiti si dia la preferenza ai più piccoli; si tratta di diffondere la luce del credito fra coloro che ne furono sinora vedovati, e non già di concentrarla di nuovo su poche teste. Al grosso e medio negoziante è schiuso il varco di altri maggiori stabilimenti bancari; ma la Banca popolare che si rivolge agli operai ed ai piccoli industriali, deve sovratutto curare la equabile ed armonica distribuzione del credito. Se, per un’ipotesi, la Banca nazionale avesse in cassa 1,000 lire, e vi fossero 10 persone che ne chiedessero 100 per cadauna, ed un solo negoziante che ne chiedesse 1,000 per sé, la Banca nazionale, per la sua stessa vocazione, preferirebbe quest’ultimo ai primi dieci; all’incontro la Banca popolare rimanderebbe a mani vuote quello che chiede le mille lire, ed appagherebbe le modeste domande delle altre dieci persone. Semplici nel loro magistero, spigliate nei loro movimenti, perché non affastellano di troppo le loro funzioni, le Banche mutue, per modeste che sieno, hanno vita autonoma e propria, e possono quindi meglio rispondere ai bisogni del paese, alle necessità del momento e destare tutte quelle operosità economiche e morali del luogo, dal che dipende in gran parte l’avvenire della comune patria italiana.

«Esse respingono decisamente la dottrina dell’accentrazione del credito, ed escludono la possibilità che una Banca popolare pianti delle succursali dipendenti da un unico centro, ed accomuni nel suo annuo bilancio le perdite dell’una coi vantaggi dell’altra. Però la Banca mutua pur conservando la sua autonomia, cerca di annodare rapporti di affari con le sue consorelle, combinando per tal guisa con la propria indipendenza i benefici della solidarietà.

«A mantenere la piena osservanza dei principii essenziali della istituzione servono le assemblee annue e trimestrali, che tanto giovano ad educare il popolo alla trattazione dei suoi affari; un Consiglio d’amministrazione gratuito, eletto dall’assemblea; un Comitato di sconto, apprezzatore dei fidi che merita ogni socio; uno di Probiviri che definisce in famiglia tutte le liti, ed un officio di censura con illimitato diritto d’ispezione.

Il prospetto della situazione e delle operazioni della Banca è pubblicato assai di frequente, né si trascura di guarentire, con idoneo cauzionala gestione del direttore o del cassiere.

Insomma, per stringere in poche linee tutto il disegno di questa Istituzione, si può dire che la Banca mutua è l’educazione del popolo alla previdenza, coll’allettamento del credito e coll’efficace mezzo d’una larga pubblicità e della sincerità delle suo operazioni.

XXXIV.

È fondata sa principii in qualche modo analoghi a questi la Banca del popolo di Firenze? È assai difficile rispondere affermativamente. Forse, per essere veritieri, bisogna dire che essa procede con principii affatto opposti. La Banca del popolo è un istituto sui generis che dal popolo non piglia che il nome, e del quale difficile sarebbe, per non dire impossibile, determinare la natura ed il carattere.

Il fine che sostanzialmente si propone non è già la diffusione dei credito nelle classi popolari, non è già di eccitare col risparmio la previdenza, di moralizzare coll’allettamento del credito, ma bensì di speculare e di fare grossi guadagni.

Vero pandemonium, come ebbe ad esprimersi il sindacato degli istituti di credito, di operazioni diverse aleatorie, pericolose, ed anche illegali (1).

La Banca del Popolo di Firenze si è adagiata, per chi bene osservi, ad antagonista della Banca nazionale (2); novello Icaro che volendo tentare le vie del cielo, finirà probabilmente per spuntarsi le ali e cadere nell’abisso.

La Banca popolare di Firenze presenta ad un tempo tutti i difetti dell’accentramento e del decentramento, senza presentarne i vantaggi; non ha risponsabilità di gestione, non ha vita e vigilanza locale,

(1) 17 Sindacato governativo, le Società commerciali e gli Istituti di dito nel Segno d'Italia per Carlo De Cesare. Anno II, Firenze, stabilimento di Giuseppe Pellos, 1869; a pagina 46.

(2) Tale almeno sembra essere il desiderio del fondatore di essa, come facilmente potrà ognuno rilevare dalla proposta di organizzazione bancaria dal medesimo, nell’interesse del paese, propugnata..

non ha rappresentanza vera ed efficace, non ha potenza di capitali; non può avere avvenire, se non riforma, restringendole, le basi delle sue operazioni; e correrà forse dei gravissimi pericoli il giorno in cui cessi il corso forzoso, della carta.

Essa funziona come Banca di circolazione senza averne il carattere e l'autorizzazione (1).

Funziona come credito mobiliare, e credito mobiliare non è, e non può essere.

Funziona come Banca mutua, e non è Banca mutua, perché i suoi imprestiti non si restringono ai soci.

Funziona come Monte di pegni, e dei monti di Pegni non osserva le regole ed i procedimenti.

Fa persino l'ufficio dell’agente di cambio, dell’agente di commissioni e dello spedizioniere. Sicché quasi quasi si può dire che non vi è operazione di Banca e di commercio che la Banca del popolo non pretenda di fare.

I suoi statuti sono molto elastici; non vi è nulla in essi di determinato, nulla di preciso. Se qualche disposizione esisteva, la quale potesse in qualche modo inceppare la sua già sterminata libertà d’azione, essa trovò modo di torla di mezzo.

Ecco che cosa a questo proposito dichiara la Commissione parlamentare d’inchiesta:

«Sulle operazioni di depositi può essere non inutile osservare che l’articolo 24 della copia autentica dell’atto pubblico 21 febbraio 1865, nei rogiti del regio notaio sig. Ferdinando Bacci, contenente le originarie disposizioni dello statuto sociale, è formulato: il minimo importo per ogni deposito fatto dai privati presso la cassa di spazio, sarà di 50 centesimi: il massimo di lire 100, esclusa ogni frazione di centesimi 50. Mentre al corrispondente articolo dello Statuto stampato nel 1868, leggesi: il minimo importo per ogni deposito fatto da privati presso la Cassa di risparmio sarà di centesimi 50; il massimo è di qualunque somma, esclusa ogni frazione di 50 centesimi. — La Commissione non potè rilevare una giustificazione di questa differenza tra le disposizioni originarie sul limite dei depositi di risparmio, e lo Statuto a stampa (2). »

(1) De Cesare, Opera citata, pagina 48.

(2) Relaz. della Commiss, parlam. d’inchiesta, ecc. Vol. I.

Il Sindacato degli istituti di credito si è espresso più chiaramente (1):

«La moltiplicità, esso dice, e varietà delle operazioni spinse la Banca del Popolo di Firenze ad allargare il campo dei depositi, e non potendolo fare senza violare lo Statuto sociale, ricorse ad altro mezzo ch'io non voglio qualificare. All’articolo 24 della copia autentica dello Statuto rogato dal notaro Bacci sta scritto che minimo importo per ogni deposito fatto dai privati presso la Cassa di Risparmio sarà di centesimi 50; il massimo di lire italiane 100. Invece nello Statuto stampato e diffuso da per tutto si legge che il minimo importo per ogni deposito fatto da privati presso la Cassa di Risparmio sarà di centesimi 50; il massimo di qualunque somma (2). I tenui depositi del povero operaio non giovano alla Banca; invece ella avea bisogno dei grossi depositi, e da qui la frase aggiunta — qualunque somma — diversa da quella consacrata nello Statuto autentico.

Dicemmo che la Banca del popolo ha tutti i difetti dell’accentramento e del decentramento, senza averne i vantaggi.

Ha infatti i difetti dell’accentramento, perché le sue succursali non sono libere, non sono autonome; i guadagni e le perdite si accomunano, per modo che le succursali devono vicendevolmente sottostare ai disastri che possono derivare da poco prudenti operazioni. Manca quindi negli amministratori lo stimolo principale d’una retta gestione, l’interesse privato. Ha i difetti del decentramento, senza averne i vantaggi, perché manca la forte organizzazione che si riscontra nella Banca nazionale; manca una Direzione unica e vigorosa, dovendosi lasciare, stante la elasticità degli Statuti, una certa iniziativa agli amministratori delle succursali.

Non esiste efficace rappresentanza, perché gli azionisti non possono pigliare parte alle assemblee, se non posseggono almeno cinque azioni. Sicché il popolo vero, il popolo che non può disporre che di 50,100, o 200 lire, non può discutere dei suoi interessi, non può sorvegliare gli amministratori delle sue sostanze

(1) Op, cit. , pagina 47.

(2) Statuto stampato nel 1868.

D’altra parte come potrebbe il possessore di 5 azioni recarsi da lontane località a pigliar parte alle assemblee generali? Il valore delle sue azioni non basterebbe alle spese di viaggio. E da ciò la necessità che l'assemblea generale possa validamente decidere quando intervengano 60 soci che rappresentino un quinto delle azioni emesse.

La Banca del popolo prende interesse negli affari con società anonime aventi per scopo operazioni industriali e commerciali di pubblica utilità. Che cosa abbia ciò a che fare col credito popolare, colla missione di una Banca del popolo, è assai difficile spiegare. Se mai la Banca del popolo con tutte queste operazioni si scosta un momento dalle Banche ordinarie, non della Banca popolare, ma del vero credito mobiliare assume il carattere. È diffatti una vera operazione di credito mobiliare il partecipare ad affari di società aventi per scopo operazioni di pubblica utilità; e pare che a coteste operazioni la Banca del popolo intenda dare considerevole sviluppo.

Scopo delle Banche popolari è, come notammo, la diffusione del credito, è l’impedirne lo accentramento, facendolo arrivare equamente distribuito a tutta la superficie del paese. Ora che cosa avviene colla Banca del popolo di Firenze? Essa scontò nel 1867 per L. 8,177,000 nella sede centrale e per poco più di 9 milioni in tutte le altre località del Regno ove tiene le molte sue succursali. La metà dunque dèi credito che, col mezzo dello sconto, la Banca accorda, è accentrato nella Capitale. Se questo si chiami discentrare, diffondere il credito, lo giudichi l’intelligente lettore.

Le Banche popolari per la loro natura e per la condizione delle persone tra mezzo alle quali operano, debbono scontare piccolissimi effetti. Che cosa è a dirsi della Banca del popolo di Firenze? Nel 1867 scontò cambiali n° 33,864 per un valore di L. 17,244,718. Il valore medio di ciascuna cambiale è di L. 490. Se gli effetti scontabili del popolo avessero tale entità, vi sarebbe davvero di che rallegrarsi. Il fatto è che tale media supera quella di molte altre Banche che non sono popolari; locché dimostra quale sia la popolarità della Banca del popolo. E lo dimostrano eziandio le sue operazioni di deposito.

Essa funziona come cassa di risparmio accogliendo depositi per qualsiasi somma, almeno secondo lo statuto pubblicato; e ciò mentre per loro natura le Casse di risparmio hanno, nella entità dei depositi che ricevono un limite ben determinato. Ad ogni modo questi depositi di risparmio sono presso la Banca del popolo di ben poca importanza in confronto coi depositi fruttiferi ed infruttiferi in conto corrente che essa accoglie in somma però non inferiore a L. 100, restituibili a vista sino a L. 1,000 e con preavviso di due giorni sino a L. 12,000 se fruttiferi; restituibili a vista sino a L. 5 mila e con preavviso di 10 giorni per qualsiasi somma, se si tratta di depositi infruttiferi. Queste cifre servono viemeglio a dimostrare il carattere veramente popolare della Banca del popolo.

Del resto il carattere di Banca popolare è dalla Banca stessa della quale discorriamo negato, quando con tanta insistenza aspira a divenire legalmente Banca d’emissione. Pare a noi assai difficile conciliare il carattere, i bisogni, le funzioni d’una vera Banca popolare, colla facoltà, coi pericoli di una Banca d’emissione, che necessariamente non può restringersi nella limitata e ben distinta sfera d’azione, nella quale la Banca popolare, per essere tale di fatto, deve contenersi.

XXXV.

Ha se legalmente non potò la Banca del popolo essere finora Banca d’emissione, in grazia al corso forzato ne esercita di fatto le funzioni, facendo in modo amplissimo ciò che, del resto, molte altre istituzioni di credito e non di credito, ed anche privati, fanno in abbastanza larga misura.

Non è nostra intenzione di esaminare qui, né sotto l’aspetto giuridico, né sotto l’aspetto economico questo fatto straordinario della innumerevole quantità di carta d’ogni genere, di ogni colore ed anche d’ogni valore, onde in brevissimo tempo fu, come da una nuvola di cavallette, coperta l’Italia.

È un fatto, la legalità del quale appena da qualche interessato fu timidamente sostenuta e che se per la momentanea necessità delle cose, per la mancanza dei biglietti legali di minuto taglio e la speculazione esercitata sulle monete divisionarie d’argento ed anche di bronzo, potò tollerarsi, od almeno non potò con alcun provvedimento essere impedito, è pur mestieri scompaia finalmente, a meno che si voglia, che, anche nel delicato campo della circolazione dei valori, l’anarchia ed il disordine regnino in Italia.

La carta illegalmente emessa è dalla Commissione d’inchiesta valutata a 18 milioni. È una cifra che crediamo assai più al disotto che al disopra del vero. Quali pericoli, quali inconvenienti da siffatta varietà nello strumento della circolazione siansi ingenerati, prima d’ora, per occasione, accennammo. Questi pericoli, questi inconvenienti non solo dal Governo e dal Parlamento furono riconosciuti, ma ripetutamente e per ogni dove lamentati dai privati cittadini. Forse coloro soltanto se ne compiacquero, che il concetto della libertà dell’emissione a qualunque costo propugnano. Davvero però che le libere emissioni delle quali fummo e siamo testimoni, non fanno gran che buona attestazione in favore del principio.

«Uno dei principali incagli per la circolazione della carta di credito, diceva il Consiglio di Stato il 25 giugno 1866 esponendo appunto il suo avviso sulle illegali emissioni lamentate, è quello della varia forma e della differente origine e guarentigia di titoli che agevola la via alle frodi ed ai giuochi di borsa, crea una grandissima incertezza nel pubblico, produce le differenze di corso e di aggio, le oscillazioni ed il trabalzo dei valori, ed in ultimo lo scredito generale della moneta fiduciaria. » È la tesi che noi abbiamo finora sostenuto, è uno dei migliori argomenti che a favore dell’unità dell'emissione possano addursi.

Quello che non si fece o non era opportuno fare pel passato, bisogna farlo ora e subito, se voglionsi evitare al paese le funeste conseguenze che dall’emissione abusiva della carta potrebbero derivare.

Bisogna con efficaci provvedimenti far sì che gli istituti, i corpi morali ed i privati, che inondarono il paese di una carta della quale, se si conosce l’origine, non si sa qual fiducia possa meritare, o la ritirino dalla circolazione o diano sicure guarentigie che, cessato il corso forzoso, saranno in condizione di ritirarla.

Bisogna, insomma, che questa carta non circoli allo scoperto.

Di ciò si ebbe con ragione a preoccuparsi l’onorevole Minghetti, non appena ebbe assunto il portafoglio dell’agricoltura, industria e commercio. A lui, che tiene fra gli economisti un posto cosi distinto, all’acuto e dotto autore delle Attinenze dell'economia politica colla morale e col diritto, non poteva certamente sfuggire che la circolazione cartacea non autorizzata include un gravissimo pericolo; e non poteva non preoccuparsi della necessità di farla cessare.

Il progetto da esso presentato alla camera elettiva nella tornata del 28 maggio, è ispirato, checché se ne dica, a miti consigli. Con esso l’onorevole Minghetti si propone bensì di evitare i pericoli, che, cessando il corso forzoso, sono a temersi dalla illegale emissione di carta, ma nello stesso tempo ha cercato di salvare, per quanto era possibile, gli interessi degli istituti e dei corpi morali, dai quali la carta di cui si ragiona fu emessa.

L’anarchia delle emissioni — si dice nella relazione che precede il progetto — ha pigliato il posto che dovrebbe spettare ad una legittima e feconda libertà. Urge adunque di provvedere ai rimedi; tanto pià che la sperata abolizione del corso forzoso, se non si accompagni ad un graduato estinguimento dei piccoli Buoni, preparerebbe forse dei gravi danni particolarmente alle classi povere, le quali potrebbero trovarsi in mano i segni di un valore immaginario.

Questi biglietti derivano da una triplice origine; da corpi morali organici dello Stato che sono le Provincie, i Comuni, le Camere di commercio, ecc., da società autorizzate, come Banche, istituti di commercio ecc., da cittadini privati o da associazioni che non hanno alcuna esistenza legale. L’attuale disegno di legge, pigliando le mosse da questi fatti ed informandosi alle norme dell’opportunità sociale, legalizza le emissioni non autorizzate di corpi morali e società approvate a lettera di legge, quando vi corrispondano serie e pieno guarentigie; impedisce ogni ulteriore emissione e dà modo al Governo di far ritirare tutti quei biglietti che non offrano le richieste cautele, che eccedano il numero prescritto,

o che sieno emessi da persone o da unioni prive di vincoli e di responsabilità legale; e mentre si mostra in tal guisa equabilmente favorevole verso istituti che in tempi difficili provvidero ad un bisogno vivamente sentito, lascia impregiudicata l’ardua questione della libertà delle Banche.

Col progetto di legge in discorso si viene sostanzialmente a stabilire che le società commerciali autorizzate con reale decreto, e gli enti morali aventi esistenza legale possono continuare a tenere in circolazione i biglietti emessi, in una quantità non eccedente la media del primo trimestre del 1869, purché provino di avere nelle loro casse in numerario od in biglietti di Banca, od in fedi di credito, od in Buoni del Tesoro, un valore uguale a quello rappresentato dai biglietti che avrebbero mantenuto in circolazione. Ai privati ed alle associazioni non aventi esistenza legale, viene imposto l’obbligo di ritirare, entro tre mesi, i biglietti emessi.

I biglietti emessi da privati o da enti non autorizzati costituiscono una flagrante violazione delle patrie leggi, traggono seco un grave pericolo, possono avere esiziali conseguenze, massime per le classi povere.

Se negli inizii del corso forzoso hanno soddisfatto ad un bisogno vivamente sentito, non hanno ora più alcuna ragione di esistere; imperciocché nel mentre da una parte la circolazione si trova alimentata dai biglietti di una lira della Banca Nazionale e da una quantità di rame tre o quattro volte maggiore di quella che in tempi normali sarebbe necessaria, dall’altra parte l’aggio dell’oro scemato al 2 ½ per 0|0 ha fatto ritornare in circolazione buon numero di spezzati d’argento. Sicché i biglietti d’ogni colore e d’ogni somma emessi illegalmente da privati e da istituti, non solo non sono più necessari, ma per la quantità e varietà loro presentano facile l’adito alla frode, ed accrescono la circolazione cartacea al di là di quello che le ordinarie transazioni richiedono.

Il Governo si trovava di fronte ad un fatto illegale che la necessità delle cose ha prodotto, e che le mutate condizioni rendono ora inutile e dannoso.

Era in sua facoltà — facoltà che gli è data dalle vigenti leggi — di farlo cessare.

Senza avere a renderne ragione a chicchessia, esso poteva ordinare l’immediato ritiro di tutti i biglietti la cui emissione non è autorizzata. Di questa sua facoltà non si valse finora, e non se ne valse perché l’equità voleva e la prudenza consigliava che qualche riguardo si usasse a quegli istituti ed a quei corpi morali, i quali, emettendo biglietti al portatore, avevano potentemente contribuito a scemare i mali del corso forzoso.

Il provvedimento presentato alla Camera dei deputati torna di sommo vantaggio agli istituti stessi dei quali discorriamo. La loro posizione, da illegale che è, diventerebbe legale; da semplici istituti di deposito e di sconto diventano, almeno fino a tanto che dari il corso forzoso, istituti di circolazione. Le condizioni loro imposte non sono punto gravose. Non è loro acconsentita l'emissione allo scoperto, è vero; ma, d’altronde, accordandosi loro di garantire la propria circolazione cartacea con Buoni del Tesoro, si trovano, forse, in migliori condizioni dei veri stabilimenti d’emissione; imperocché se questi stabilimenti possono emettere biglietti allo scoperto, hanno d’altra parte una riserva metallica immobilizzata e perciò infruttosa e sono tenuti a sovvenire, in date circostanze ed a condizioni per loro onerose, ai bisogni dello Stato.

L’opposizione vivissima che al progetto del Minghetti si fece specialmente dagli Istituti che hanno una circolazione illegale di carta, ha un triste significato;perché prova che la base della loro circolazione non è solida, che le loro operazioni sono aleatorie, che il loro portafoglio non è realizzabile, e che la possibilità d’un disastro non è tanto remota. Sperda Iddio l’infausto vaticinio!

Il progetto dell’on. Minghetti — ne abbiamo la fiducia — otterrà la sanzione del Parlamento; perché non è possibile che le voci degli interessati arrivino a spostare cosi le questioni, ad oscurare cosi la verità, a scontorcere ogni concetto di libertà, da far prevalere l’interesse di pochi all’interesse di tutti, e specialmente poi agli interessi di quel popolo, della cui bandiera certi istituti si ammantano per attuare poco prudenti, speculazioni.

CAPITOLO SETTIMO

Sommarlo — Cenni intorno all’importanza delle operazioni della Banca nazionale italiana — Movimento complessivo — Sconti — Distinzione che si fece riguardo agli sconti — Anticipazioni — Distribuzione dell’azione della Banca su tutta la superficie del Regno — Emissione dei biglietti — Circolazione — Altre operazioni della Banca — La Banca Nazionale Toscana — Dati relativi alle sue principali operazioni — Il Banco di Napoli — Id. — Il Banco di Sicilia — Id. —

XXXVI.

Torniamo ora agli istituti d’emissione che in Italia esistono, o, per dir meglio, agli istituti che tengono carta circolante, sebbene possa per taluni di essi dubitarsi se la natura di veri istituti di emissione abbiano. Vediamo sommariamente l’importanza dei loro affari.

L’importanza e la maggiore o minore utilità d’uno stabilimento di credito, sono espresse dalla somma dei capitali che mette in movimento, dalla massa di capitali che esso raccoglie, dallo indirizzo che dà ai capitali raccolti, dalla maggiore o minore facilità con cui questi capitali sparge su tutta la superficie del paese in beneficio del movimento commerciale ed industriale, ossia in beneficio della produzione sotto qualsiasi forma. Esaminiamo sotto questi principali punti di vista i cinque istituti che tengono carta in circolazione.

La Banca nazionale italiana, dal giorno in cui, col compiersi a poco a poco dell’unità politica d’Italia, cominciò a spiegare la sua azione fuori dei confini dell’antico Regno Sardo, pose in movimento le somme che risultano dal seguente quadro, desunto dai dati pubblicati dalla Commissione d’inchiesta:

anni Incassi Pagamenti Totale
1859 570,952,932 615,254,388  1,186,207,320
1860 855,316,670 839,237,926  1,694,554,596
1861  1,300,682,684  1,298,434,038  2,599,116,722
1862  1,664,627,866  1,670,888,610  3,335,516,478
1863  2,029,316,977 1,976,918,221  4,006,235,198
1864 1,854,297,413  1,854,213,791  3,708,511,204
1865  2,638,631,563  2,612,630,295  5,251,261,858
1866  2,127,138,177  2,378,742,427  4,505,880,604
1867  1,917,882,384  2,177,798,327  4,095,680,711

Senza indagare ora come si compongano le accennate cifre, può dirsi che esse esprimono nel loro complesso tutta la potenza della Banca. Una sola avvertenza è da farsi, ed è che di queste somme, quelle precedenti al 1866 contengono non solo il movimento di valori tra la Banca e coloro che sono con essa in contatto d'affari, ma eziandio tra i vari istituti della Banca stessa; mentre la somma del 1867 non esprime che gli affari passati tra la Banca ed i suoi clienti. Ciò aumenta di molto l’importanza dei 4 e più miliardi dai quali è espresso il movimento del 1867.

Per giudicare viemeglio della importanza di queste cifre, poniamole in confronto colla popolazione cui riguardano. Nel 1860 la Banca cominciò ad agire anche in Lombardia, nel Parmense, nel Modenese; e L. 1,694,554,596 che a tale anno si riferiscono, riguardano quindi una popolazione complessiva di 8,193,884 abitanti. Abbiamo perciò una media, per abitante, di 206 80. Nel 1861 l’azione della Banca si estende al Bolognese, alle Marche, all’Umbria. Le L. 2,599,116,722 di tale anno riguardando quindi una popolazione di 10,630,564, danno una media di 244 49 per abitante. Nel 1862 la Banca estende i suoi affari alle provincie meridionali ed abbiamo un movimento di L. 3,335,516,478, le quali 'divise pel totale degli abitanti del Regno, non compresa però la Toscana, presentano una media, per abitante, di L. 168 38.

Nel 1863 tal media si eleva a L. 202 23, discende a L. 187 20 nel 1864, per risalire a L. 265 08 nel 1865 e stabilirsi a L. 206 85 nel 1866 e L. 18806 nel 1867.

Se l’azione della Banca, mentre con rapido passo cresceva in estensione, e dai piedi delle Alpi arrivava agli estremi confini d’Italia, sembra non essere con eguale proporzione cresciuta in intensità, per chi però tenga conto delle condizioni di molti tra i paesi ai quali la Banca venne estendendosi, e delle varie vicende attraverso le quali passò, le medie che or ora riferimmo esprimono senza dubbio, un non interrotto progresso sotto qualsiasi punto di vista.

Esaminiamo ora le surriferite cifre nelle principali specialità che le compongono. La Banca nazionale accoglie depositi in conto corrente; fa sconti di effetti di commercio alla scadenza di tre mesi, garantiti da tre firme, ed anche solo da due, ma coll’aggiunta di deposito di valori; fa anticipazioni su effetti pubblici, su azioni ed obbligazioni industriali; infine emette carta circolante come moneta.

I depositi in conto corrente che la Banca tiene aperti vogliono essere distinti in disponibili e non disponibili. I primi sono rappresentati dalle somme in denaro che furono presso la Banca depositate con facoltà di disporne quando e come al depositante piaccia. I secondi sono rappresentati dagli effetti che i correntisti possono portare alla Banca, affinché essa ne eseguisca a suo tempo l’incasso, e dell’ammontare dei quali vengono essi subito accreditati, ma senza la facoltà di disporne sino al giorno della scadenza, ossia dell’effettuato incasso.

Per regola generale la Banca nazionale non dà interesse sui conti correnti, sebbene dai suoi statuti ne abbia la facoltà; si fece però a tale regola eccezione per talune piazze, al movimento commerciale delle quali sembrò tale beneficio necessario. L’interesse sui conti correnti è stabilito per le sedi e succursali che la Banca ha nelle provincia meridionali ed in quella di Cagliari, ed è eccezionalmente accordato alla Cassa di risparmio di Milano ed al Municipio di Ancona per una Cassa di soccorso ai colerosi.

A tutto il marzo 1868 la Banca aveva in conti correnti ad interesse la somma di Lire 32,699,261 44; delle quali però alla sola Cassa di risparmio di Milano spettavano lire 12,547,269 86 e le rimanenti per quasi 11 milioni alle provincie di Sicilia e per meno di 9 milioni alle provincie Napoletane, o per meglio dire quasi intieramente alla provincia di Napoli. Dal 31 marzo 1868 risalendo al 1850, epoca in cui la Banca sorse, il conto corrente ad interesse si trova rappresentato dalla somma di lire 1,048,833,484 34. Su questa cifra, però, minima è la parte che appartiene all’epoca anteriore al 1860, all’epoca cioè in cui la Banca cominciò a prendere l’immenso attuale suo sviluppo. Dalla £ne del 1859 a tutto il primo trimestre 1868, i conti correnti d’ogni specie presentano la cifra di lire 1,797,486,810.

Paragonando questa somma con quella di lire 21,727,414 rappresentante il totale dei conti correnti dal 1850 al 1859, si trova che, mentre colla formazione del Degno d’Italia la Banca aumentò la sua sfera d’azione da l'a 5, vale a dire di tutta la differenza che corre tra la popolazione del già Regno sardo e quella del Regno d’Italia, la media annuale dei conti correnti aumentò invece da 2 a 215 milioni circa, vale a dire da l'a 100. Ciò indica il considerevole sviluppo che gli affari della Banca e con essi l’uso del credito nel paese venne prendendo; sebbene, a dir vero,, il conto corrente sia ancora presso di noi assai lontano dal raggiungere quella importanza, che presso molte altre nazioni ottenne, e per cui, create le Banche, per cosi dire, cassiere di tutto il mondo, la trasmissione dei valori, la liquidazione degli affari sono immensamente facilitate e grandemente si restringe il bisogno dell’intervento del metallo.

Oltre ai depositi in conto corrente, dei quali fin qui discorremmo, la Banca nazionale, come quella di Francia e molte altre, raccoglie ancora depositi, per semplice custodia, di titoli, documenti, oggetti preziosi e simili. È codesta una operazione utile senza dubbio, e che può rappresentare e rappresenta talvolta un movimento di valori considerevolissimo, ma che è estranea affatto alla missione di distributrice del credito che è alla Banca affidata.

I depositi per custodia, siano essi liberi o siano obbligatori, come quelli che si fanno per cauzione, nulla aggiungono alla potenza della Banca come istituto di credito, salvo in quanto le procurano un utile, rappresentato dal diritto di custodia percepito. Di tali depositi al 31 marzo 1868 la Banca aveva per oltre 230 milioni, compresa però in questa somma quella di lire 34,670,000 di rendita spettante alla Banca stessa, e lire 36 milioni circa di rendita prestito nazionale, spettanti al Sindacato costituitosi presso la Banca nel 1866 per l’attuazione appunto di tale prestito

La Banca di Francia aveva alla fine del 1868 per 1,240,159,869 di simili depositi per custodia.

XXXVII.

Ma la principalissima tra le operazioni della Banca, quella col mezzo della quale essa adempie nel miglior modo alla missione che nel movimento economico del paese le spetta, è l’operazione dello sconto. Di questo è d’uopo che brevemente qui c’intratteniamo.

Gli sconti operati dalla Banca nazionale dal 1859 a tutto il 1867 sono per numero e per valore rappresentati dalle seguenti cifre:

——————————————————

Anni Numero Valori in Lire it
1859 40,758 223,606,456
1860 52,503 247,795,975
1861 65,485 313,238,148
1862 120,025 465,469,753
1863 137,152 448,970,184
1864 141,346 409,337,235
1865 177,764 533,112,475
1866 166,122 534,876,508
1867 178,643 654,191,093

Come appare da queste cifre, le operazioni di sconto vennero d’anno in anno considerevolmente aumentando, tanto che il 1867 presenta una differenza al di là del doppio in aumento alla cifra del 1839. Siccome però siffatto aumento procede da una duplice causa, vale a dire la sempre crescente estensione delazione della Banca a nuovi paesi e l'aumento dell’intensità degli affari, la Commissione d’inchiesta, che di questi dati ebbe ad occuparsi, credette opportuno determinare la parte che nello aumento ebbero le nuove succursali della Banca che di mano in mano furono aperte; e ne conchiuse che lo aumento dovuto al maggior sviluppo degli affari può calcolarsi in lire 28,742,369 tra il 1860 ed il 1861; in lire 143,831,401 tra il 1861 ed il 1862; in lire 104,307,895 tra il 1864 ed il 1865. L’aumento che presenta il 1866 in confronto del 1865 sarebbe dovuto per intiero alle nuove succursali, senza le quali vi sarebbe anzi una qualche diminuzione complessiva. Infine l’aumento del 1867 di fronte al 1866 sarebbe per lire 12,664,148 dovuto al progressivo sviluppo delle operazioni di credito, e per lire 6,630,427 all’altra delle due accennate cause.

Pare a noi però che, per determinare più approssimativamente al vero la parte di aumento che deve essere attribuita a ciascuna delle due cause preaccennate, d’indole affatto diversa, non si debba sottrarre in modo assoluto dall’aumento complessivo l’ammontare degli sconti fatti dalle nuove succursali aperte nell’anno del quale si ragiona perché quando si tratta di succursali aperte in regioni alle quali l’azione della Banca già era prima estesa, non tutti gli affari che nelle succursali si fecero, può dirsi che sarebbero sfuggiti all’azione della Banca ove la succursale non esistesse. Chi può dubitare che prima dell’apertura delle succursali, ad esempio, di Cuneo o di Vercelli nessun affare di sconto rispetto a quelle due città la Banca compiesse? Altra cosa è quando si tratta di istituti, succursali o sedi, aperti in regioni ove prima la Banca non operava. Gli affari di questi nuovi istituti non possono considerarsi come aumento di intensità nel movimento degli sconti della Banca.

Applicando questa avvertenza, forse considerevolmente maggiore si mostrerebbe lo sviluppo dello sconto indipendentemente

dall’estensione dell’azione della Banca a nuove parti del territorio nazionale. Per lo scopo nostro però ci basta aver fatta questa avvertenza, né crediamo necessario cercarne i risultati.

Qualche altra osservazione piuttosto è necessario aggiungere, affinché meglio l’importanza delle operazioni di sconto dalla Banca compiute si riveli, e l'utilità che per esse ne venne alle industrie ed ai commerci apparisca.

La Commissione d’inchiesta, dalle dotte ed ampie pubblicazioni dalla quale abbiamo attinte le cifre avanti riferite, ha sceverato le operazioni di sconto, distinguendole in sette diverse categorie rappresentanti i diversi enti coi quali la Banca fu in rapporto per ragione di sconto. Formò con ciò lo stato che si trova inserito a pag. 20 della sua relazione. Dobbiamo confessare che quello stato fu causa per noi di non poca fatica. Esso presenta, come dicemmo, l’ammontare delle sconto diviso per categoria di enti e relativamente agli anni dal 1860 al 1867. Ma le cifre totali che per ciascun anno in tale stato si leggono, presentano delle differenze enormi con quelle che la Commissione avea poche pagine prima stampate come l’espressione dell’annuo ammontare complessivo dello sconto.

Non potendo ammettere l’ipotesi di un errore, come è naturale attribuimmo la differenza a difetto della nostra intelligenza; ma dopo aver attinte a buona fonte le informazioni necessarie, abbiam o dovuto constatare che si tratta realmente di un errore nella disposizione degli elementi del calcolo. Torna inutile per noi lo spiegare come l’errore sia avvenuto ed in che cosa consista; ci basterà ritenere che sono esatte le cifre dello sconto annuo, che abbiamo avanti esposte.

Lo scopo della Commissione d’inchiesta nel distinguere in ragione dei diversi enti il totale dello sconto, è facile a comprenderai. Partendo dal concetto che, tra tutte le operazioni di sconto fatte dalla Banca, quelle sole possono dirsi dirette a vantaggio della industria e del commercio, che furono compiute su effetti presentati dai commercianti e dagli industriali, la Commissione molto ragionevolmente volle vedere quale fosse l’entità di tali operazioni, di fronte all’ammontare complessivo degli effetti scontati.

Ma se non andiamo errati, la distinzione fatta dalla Commissione non ha troppo ragione di esistere almeno in alcune sue parti; distinguere gli sconti fatti ai privati da quelli fatti ai banchieri ed agli istituti diversi, per riconoscere che solo i primi sono rivolti al miglioramento dei commerci e delle industrie, al vantaggio generale del paese, è, a creder nostro, un concetto erroneo; e Terrore consiste nel disconoscere uno dei mezzi principali per la diffusione dei credito.

Noi avremo forse occasione di dire ancora qualche parola intorno ai rapporti della Banca nazionale cogli altri istituti di 'Credito; ci piace intanto qui notare, come la massima parte dei capitali che col mezzo dello sconto la Banca impresta ad 'Ossi, e lo stesso dicasi dello sconto fatto ai banchieri, non solo non va distolta delle industrie e dai commerci, ma è «i commerci ed alle industrie dedicata, meglio ancora dei capitali che la Banca trasmette direttamente ai negozianti od industriali, scontando le loro cambiali.

La Banca Nazionale, come tutte le Banche che attendono alla emissione di carte cambiabili a vista in metallo sonante, procede nelle operazioni di sconto con certe norme rigorose che restringono considerevolmente gli effetti che possono aspirare agli aiuti della Banca. La Banca non sconta effetti che a ire meBi, e muniti di tre firme, o, se di due soltanto, appoggiati ad una cauzione in valori.

Tu lungamente disputato e si disputa sulla convenienza di queste limitazioni; né mancano coloro che delle due firme si acconterebbero, ed una più ampia scadenza vorrebbero concedere agli effetti da scontarsi. È una questione che ora qui a noi non importa di esaminare; diremo tuttavia in massima che quanto più rigorose, nei limiti del ragionevole s’intende, sono le condizioni che rendono accessibili agli scrigni della Banca gli effetti di commercio, tanto più solida sarà la carta dalla Banca posta in circolazione; quanto più ristretto il limite della scadenza, tanto maggiore il numero degli affari nei quali l’aiuto della Banca potrà intervenire. Colla emissione, la Banca crea a se stessa numerosi creditori che, in qualunque momento debbono essere soddisfatti a vista e con metallo sonante.

Il minimo allarme, la minima sfiducia può fare affluire alle casse della Banca questi creditori; per essere sempre in grado di far fronte in qualunque evento alle loro domande, è necessario nella Banca la massima prudenza negli sconti, affinché di quanto si accresce il numero dei suoi creditori e quindi la possibilità di domande di danaro, di tanto s’accresca il numero dei regolari e sicuri rimborsi che alle casse della Banca, saranno fatti. La richiesta della terza firma e tutte le altre cautele e prescrizioni onde le Banche d’emissione sogliono circondarsi, sono mezzi indispensabili perché esse senza pericoli e con perfetta regolarità adempiano alla loro missione. «A torto, fu detto da molti deponenti alla Commissione d’inchiesta in Francia, si lamenta da alcuni commercianti l’obbligo delle tre firme; la Banca troverebbesi molto imbarazzata se questa regola non esistesse; essa dovrebbe ricusare molti effetti, non accettando firme che ora riceve, perché accompagnate da un altra migliore; infine se la Banca volesse correre il rischio, non darebbe più al commercio la guarentigia necessaria della convertibilità del biglietto e della propria solidità. »

Che ché ne sia del resto, la Banca nazionale italiana non può, pei suoi statuti, accettare cambiali che a tre firme. Questa condizione, se, come or ora fu detto, può da un lato avere per effetto di fare accedere alla Banca delle firme che da sole non sarebbero accolte, è evidente però come restringa da un altro lato il numero degli effetti che alla Banca possono presentarsi. Vi sarebbe quindi fra molti commercianti od industriali e l’aiuto che dalla Banca può venire, un’ abisso insuperabile, se non vi esistessero istituti di credito che s’incaricano di colmarlo, facendosi come intermediari tra la Banca, ed il commerciante. Accettando cambiali a scadenze maggiori che non di tre mesi, e munite di due sole firme e poi tenendole nelle loro casse finché la scadenza sia entrata nei tre mesi, e presentandole al riesconto alla Banca nazionale munite delle loro firme, questi istituti che cosa altro fanno in sostanza se non estendere, diffondere il credito che la Banca concede?

Non è certo a coloro che l’eccessivo accentramento del credito in Italia lamentano, che s’aspetta di criticare i sussidi che la Banca accorda agli altri istituti ed alla classe dei banchieri; perché quello è uno dei mezzi migliori per impedire appunto i dannosi effetti dell’accentramento e fare senza pericolo per venire l’aiuto del credito, dimanante dalla Banca d’emissione, in ogni punto del paese.

Pare pertanto a noi che coloro, i quali la Banca di emissione pongono in raffronto cogli istituti che di tale facoltà non godono, e gridando al privilegio, al monopolio, sostengono che la prosperità del mondo sarebbe assicurata, quando il diritto di emettere carta circolante come moneta, liberamente a chicchessia fosse concesso, mostrano per lo meno di sconoscere che cosa sia organizzazione del credito e commettono lo stesso errore che commetterebbe chi pretendesse di eguagliare e ridurre ad una sola le varie funzioni che il meccanismo delle nostre società civili compongono.

Le Banche d’emissione hanno la speciale loro missione, come un compito speciale è affidato a tutti gli altri organi del credito; anziché dell’antagonismo fra di loro, è dalla perfetta loro armonia che la maggior diffusione del credito si ottiene.

E partendo da tale concetto, le operazioni di sconto che la Banca fa cogli altri istituti e coi privati Banchieri, non sono certo da porsi in antitesi con quelle fatte direttamente coi commercianti e cogli industriali, ma debbono essere insieme sommate, per dedurre quale sia l’importanza dell’aiuto che collo sconto ha la Banca accordato al commercio ed all’industria. Anzi lo sconto diretto coi commercianti e cogli industriali rappresenta, per cosi dire, l’aristcorazia del credito; la democrazia è invece rappresentata dallo sconto fatto agli istituti ed ai banchieri, e, per mezzo di essi, a molti industriali e commercianti, che al favore della Banca direttamente non potevano aspirare.

Sappiamo benissimo che non a tutto il credito dalla Banca accordato ad altri istituti possono in modo assoluto applicarsi siffatte considerazioni; ma avremo occasione di ritornare su. questo argomento.

La diffusione del credito della Banca sotto un altro aspetto ancora si presenta.

Chi esamini quale sia per ciascun anno l’importanza media di ogni effetto scontato, chi divida vale a dire, il valore totale degli sconti pel numero degli effetti scontati, troverà una cifra, almeno fino a questi ultimi anni, attivamente decrescente. Ciò vuol dire che la Banca non disdegna di prendere in considerazione anche i piccoli effetti dei modesti commercianti ed industriali, sempre quando essi presentino lo condizioni volute. La media di ciascun effetto scontato che nel 1858 era di lire 5,846, nel 1865 la troviamo ridotta a lire 2,988; e se nel 1866 crebbe sino lire 3,220, nel 1867 già cominciava a discendere a lire 3,102. E tutto ciò senza contare che la Banca accolse eziandio effetti al disotto di L. 1,000 per una somma sempre crescente, la quale era nel 1862 di L. 25jm. in circa e fu nel 1867 di oltre L. 49jm.

XXXVIII.

Vediamo ora che cosa nesia dell’altra pure importante operazione della Banca che si chiama l’anticipazione. La Banca anticipa sopra fondi pubblici dello Stato, sopra cartelle delle città e delle provincie, sopra azioni industriali, su deposito di monete e verghe metalliche, su deposito di sete, ed anche sopra cambiali all’estero.

Il totale delle anticipazioni è per ciascun anno rappresentato dalle seguenti cifre:

1860 — 85, 304, 374
1861 — 99, 878, 753
1862 — 141, 944, 725
1863 — 133, 308, 493
1864 — 147, 106, 984
1865 — 207, 681, 727
1866 — 167, 705, 002
1867 — 227, 688, 229

Nelle prime parti di questo nostro lavoro, parlando delle varie operazioni delle Banche, esprimemmo il pensiero che lo sconto sia di gran lunga da preferirsi all’anticipazione,

perché quello ha per base una operazione commerciale od industriale compiuta ed i capitali col mezzo di esso accordati vanno, per regola generale, ad alimentare un’ industria od un commercio già avviati, pongono, vale dire, l’industriale od il commerciante in grado di non avere da attendere l’esito della prima sua produzione per intraprendere una operazione nuova. L'anticipazione invece molte volte non rappresenta che la miseria degli individui, quando non è base al tentativo di incerte ed avventate speculazioni.

Neanche di fronte alle suesposte cifre che esprimono l’importanza delle anticipazioni fatte dalla Banca nazionale, possiamo modificare tale nostro giudizio. Ma se quelle cifre sono senza dubbio considerevolissime, che cosa provano contro la Banca, e contro l’attuale nostra organizzazione del credito? Se fosse dimostrato che tutto quello per cui si abbondò nelle anticipazioni, venne sottratto agli sconti, se si dimostrasse che per far luogo a qualche anticipazione, si ricusò lo sconto a qualche effetto che, munito dei voluti requisiti, si fosse presentato, potrebbe certo muoversi censura. Ma quando gli sconti furono largamente dotati, quando, per meglio dire, si scontò tutto ciò che di scontabile si è presentato, le grosse cifre delle anticipazioni null’altro provano se non la miseria del paese, ossia l’abbondante numero degli individui che abbisognano di credito, solo per far fronte alle ordinarie loro emergenze.

Se fosse possibile il seguire i capitali che col mezzo delle anticipazioni escono dalla cassa della Banca, siamo persuasi che si troverebbe una cifra considerevolissima stata destinata unicamente a sopperire alle deficienze d’entrata, od a supplire ai crescenti bisogni ordinari di molti individui. L'anticipazione è sotto questo aspetto, per le classi meno disagiate, ciò che è il pegno al Monte di pietà per le classi povere.

Fu notata la prevalenza straordinaria che sul totale delle anticipazioni presentano quelle fatte su fondi pubblici. Non. deve questo fatto recare meraviglia alcuna a chi consideri quanto il valore dei fondi pubblici esistenti nello Stato sia superiore a quello di tutti gli altri titoli che al favore dell'anticipazione sono ammessi.

Ed anzi tale fatto prova viemeglio d’altra parte che l’abbondanza delle anticipazioni è l’abbondanza della miseria, perché i fondi pubblici sono in assai maggior proporzione, che non i valori industriali, collocati nelle mani dei privati, che solo per bisogno, non per speculazione, su di essi chiedono anticipazioni.

Del resto non intendiamo certo negare che l’anticipazione abbia servito e serva alla speculazione. Ben se ne avvide la Banca stessa quando, per restringerla, elevò il saggio dell’interesse; e ciò non bastando, nel gennaio 1865 deliberava di sospendere le anticipazioni superiori a lire 1,000. Se, ciò non ostante, il complesso delle anticipazioni presenta quelle cifre considerevoli che avanti riferimmo, non è certo alla nostra organizzazione del credito che possa farsene colpa. Quando invece della potente Banca nazionale, esistessero in Italia mille omeopatiche Banche di emissione, probabilmente quelle cifre sarebbero assai più considerevoli; minori no certamente.

In quelle cifre però sono comprese le anticipazioni che la Banca è per legge obbligata a fare all’Erario; e queste dipendendo dagli speciali rapporti che tra la Banca e lo Stato esistono e dai bisogni di questo, debbono essere sottratte dal calcolo, quando dell’azione della Banca sulla economia del paese si voglia discorrere. Anche a questo riguardo faremo in seguito qualche ulteriore considerazione.

Abbiamo intanto oramai passato in rassegna le principali operazioni della Banca nazionale italiana, riassumendo le cifre che ne mostrano tutta la progressiva loro importanza. Foco altro ci resta qui ad aggiungere in questo argomento. Per mostrare viemeglio però, come l’azione della Banca si spieghi su tutta la superficie del paese, crediamo opportuno inserire il seguente quadro nel quale, attinte a sicura fonte, presentiamo le cifre relative alle varie operazioni fin qui discorse, divise tra le varie sedi e succursali che la Banca nazionale tiene aperte nelle principali località del Regno.

Queste offre esprimono la situazione dei vari istituti col mezzo dei quali la Banca funziona a tutto il 12 giugno 1869

XXXIX.

Ci resterebbe ora a dire qualche cosa della Banca nazionale, considerata nei suoi rapporti col Governo, e della emissione di essa. Ma del primo argomento dovremmo discorrere brevemente fra poco e quindi, a scanso di ripetizioni, lo lasceremo qui in disparte.

Intorno all’emissione della Banca nazionale italiana, considerata rispetto alle qualità, ossia meglio, il taglio dei biglietti, poche osservazioni sono a farsi per tutto il periodo che decorse dal primo giorno di essa sino al 1° maggio 1866. La Banca creava biglietti di lire 1000, di lire 500, di lire 250 e di lire 100; è solo col decreto del 1° ottobre 1859 che approvò i nuovi statuti, che fu la Banca autorizzata ad emettere in tutto lo Stato i biglietti da L. 20, che prima avevano formato una ristrettissima eccezione. Ma dal 1° maggio 1866, giorno in cui fu decretato il corso forzato che tuttora sventuratamente continua, ben altro è a dirsi. Il fenomeno, che sempre in tali contingenze immancabilmente si riproduce, della scomparsa del metallo, cacciato fuori della circolazione per la influenza della carta, si manifestò in tutta la sua forza; e, volere o non volere, costrinse pel minore dei mali a creare biglietti anche per la più minuta circolazione. Con repugnanza ed a stento s’indussero il Governo e la Banca a tale fatto, ben conoscendo essi i precetti della scienza a tale riguardo e le pericolose conseguenze della completa sostituzione della carta al metallo. Ma oramai la corrente delle cose era più forte di qualunque volontà, ed a pericoli maggiori si sarebbe andato incontro tentando di resistervi.

L’aggio ognora crescente, anche nel cambio del biglietto più minuto che fino allora esistesse; la scomparsa quasi totale di qualsiasi specie metallica; le difficoltà insuperabili nelle quali il minuto commercio, le piccole industrie, ed oramai tutti i cittadini si trovavano, per provvedere alle loro emergenze anche possedendo considerevoli risorse in grossi biglietti; i clamori che da ogni parte si manifestavano ed onde già era minacciato l’ordine pubblico;

l’innondazione di carta privata d’ogni natura che già cominciava a manifestarsi ed in breve prese proporzioni enormi; tutte queste cause insieme influenti decisero a rompere la diga che la scienza ha posto alla emissione di biglietti di minuto taglio; ed a poco a poco, come è naturale, e sempre per effetto delle stesse cause, mentre si autorizzava l'emissione di biglietti da lire 40 e da lire 25, dal biglietto da lire 10 si venne a quello di lire 5, da questo a quello di lire 2, e non è guari si discese eziandio a quello di lire 1. Queste emissioni di minuti biglietti, delle quali noi rinunziamo ad indicare la data e la quantità, accompagnate dalla coniazione di abbondante quantità di spezzati di bronzo, ripararono alla meglio alla gravità delle circostanze; ed ora se il corso forzato non ha, per molti altri riguardi, cessato dal far sentire suU’economia del paese la funesta sua influenza, quanto meno nel giornaliero e più comune movimento degli affari, è cessato il disagio che prima si lamentava.

La quantità di biglietti dalla Banca nazionale emmessi dal primo giorno della sua creazione a venire alla fine del 1868, rappresenta un bel movimento di carta. Con paziente analisi la Commissione d’inchiesta parlamentare ne ha dato un’ampia e ben dettagliata storia, che noi però ci dispensiamo dal seguire. Ci basterà il notare che, al 31 marzo 1868, delle antiche e recenti emissioni restavano negli stabilimenti della Banca, biglietti per la somma di L. 1,200,309,769 20, divisi fra i diversi tagli nelle seguenti proporzioni: 23,48 0[q biglietti da L. 1000; 16,02 0|0 da L. 500; 5,81 0|0 da L. 250; 9,59 da L. 50; 1,66, da L. 40; 4,15, da L. 25; 2,81 da L. 20; 15,77 da L. 10; 6,64, da L. 5; 8,30, da L. 2. — Dal marzo all’ottobre 1868, furono aggiunti altri 255,100,000 di biglietti di diverso taglio e si ebbe cosi alla fine di ottobre 1868 una totale emissione di L. 1,455,409,769 20. Non è questa però la cifra che rappresenta la circolazione della Banca. Anche rispetto alla circolazione sono nei [documenti dell’inchiesta pubblicati interessantissimi elementi che noi però, desiderosi di non estendere oltre i limiti dell’assoluto bisogno questo nostro lavoro, non riferiremo. Ci limiteremo a portare alcune cifre complessive.

Fino al secondo semestre dell’anno 1858, la circolazione della Banca oscillò fra una media mensile massima di L. 44,692,050, ed una media mensile minima di L. 26,689,150. Assai maggiore oscillazione e rapido progresso s’incontra nella circolazione della Banca dal 1859 ai primi mesi del 1866. Gli eventi che in tale periodo di tempo per l’Italia e quindi per la Banca si compierono, danno sufficiente ragione del progresso. L’oscillazione dipende da una serie complicata di molteplici cause che sarebbe arduo lo enumerare. Dalla cifra di L. 65,371,990» e L. 47,345,530, circolazione media mensile massima e minima del 1859, con oscillante progressione si arrivò nel gennaio 1866 ad una circolazione media mensile di oltre i 123 milioni. Lo straordinario sviluppo della istituzione di credito della quale parliamo, è abbastanza evidentemente espresso da tale cifra. Più rapido ancora è l’aumento dalla circolazione dal maggio 1866 in avanti; ma qui siamo sotto l’influenza del decreto che diede ai biglietti della Banca nazionale il corso forzoso. Nel marzo 1866 si aveva una circolazione totale di lire 318,859,179 in media mensile; alla fine di ottobre la media mensile sale ad oltre 785 milioni. Non è questa però la circolazione propria della Banca, vale a dire l’ammontare dei biglietti da essa emessi nell’esercizio delle ordinarie sue funzioni. Sono in tale cifra comprese:

1° La somma di 250 milioni rappresentanti il prestito fatto al Governo in virtù del decreto 1° maggio 1866;

2° La somma di 28 milioni, altro imprestito al Governo, ordinato dal decreto col quale fu esteso alla Venezia il corso forzoso;

3° La somma dei 100 milioni anticipati al Governo in virtù della Convenzione 12 ottobre 1867, su deposito di obbligazioni dell’asse ecclesiastico;

4° La somma di biglietti che, per gli art. 6 ed 8 del citato decreto 1° maggio, sono dalla Banca nazionale italiana somministrati agli altri istituti che ebbero finora carta in circolazione. La circolazione propria della Banca era nel maggio 1866 di L. 137,789,882,6 nell’ottobre 1868 di L. 363,000,000.

Secondo i propri statuti la circolazione della Banca, sommata coi conti correnti pagabili a richiesta, non può oltrepassare il triplo della riserva metallica. La Commissione d'inchiesta ha riconosciuto, che la riserva metallica crebbe sempre parallelamente all’aumento della circolazione, e che quindi nulla è a dirsi dal lato della legalità di questa. Nello stesso tempo però la Commissione lamenta l'esistenza di un sistema, che ammette la possibilità di un indefinito aumento della emissione dei biglietti bancari.

Ed è certo sistema lamentevole e pericoloso, in momenti nei quali il biglietto gode del diritto della inconvertibilità; e ben fece la legge 3 settembre 1868 che vi pose riparo, limitando a 750 milioni i biglietti che la Banca nazionale può avere in circolazione. Ma coloro che siffatto sistema lamentano e non vorrebbero ammetterlo anche cessato il corso coatto, perché paventano un’eccessiva emissione che il credito del biglietto danneggi, hanno, senza volerlo, appoggiato col miglior modo possibile il sistema dell’unità d’emissione. Ed invero se l’eccesso nell’emissione anche ora in Italia si teme, che cosa sarebbe a dirsi quando, col sorgere del desiderato sistema della libertà delle Banche, esistessero in ogni dove microscopiche fabbriche di biglietti, bisognose di fare affari a qualunque costo ed in qualunque modo? Il propugnare un limite nell’emissione, è fare adesione al famoso atto del 1844, che riformò il sistema bancario inglese, e che pur tanto è dai difensori della libera emissione condannato.

Oltre alle operazioni delle quali finora parlammo, cioè, oltre il deposito, il conto corrente, lo sconto, l’anticipazione e l’emissione, un’altra ancora la Banca nazionale ne compie, la quale, sebbene rispetto all’economia del paese non sia di grande importanza, né possa propriamente dirsi una vera operazione di credito, non va tuttavia dimenticata, trattandosi di cifre abbastanza rilevanti. Vogliamo accennare alla facoltà che ha la Banca di emettere biglietti all’ordine trasmessibili per girata. Dal 1 gennaio 1868 ogni sede ed ogni succursale della Banca può fare tale emissione su tutte le altre sedi e succursali in esercizio.

Come ogni altro affare della Banca, anche questo speciale ramo d’operazioni ha preso un sviluppo straordinario. Il movimento di fondi cui diedero luogo i biglietti ad ordine emessi dalla Banca, era rappresentato nel 1860 dalla somma di 77 milioni o poco più. Nel 1867 troviamo a tale riguardo L. 411,584,340. È questa pure una cifra che, con tutte le altre che siamo venuti esponendo, indica che cosa sia in Italia la Banca nazionale.

XL.

Dopo la Banca nazionale italiana viene, per importanza di affari, la Banca nazionale toscana; quantunque, come già accennammo, non estenda la sua azione che sulla Toscana.

Ecco le cifre esprimenti la entità delle sue operazioni dal 1866 al 1865.

AnticipazioniScontiDepositi

fruttiferi

Depositi

infruttiferi 0

conti correnti

Circolazione

(media)

L. c. L. c. L. c. L. c. L. c.
 1865 45. 460, 437 18 120, «5$, 401 38 10, 786, 601 75 169, 020 99 26, 668, 900
1866 35, 659, 005 120, 436, 144 47 2, 406, 626 24 59, 101 47 24, 900, 100 00
1867 89, 757, 555 100, 930, 313 93 2, 173, 378 61 200, 326 05 29, 130, 000 00
1868 47, 503, 108 102, 111, 486 46 3, 672, 249 69 153, 341 46 29, 156, 180 00

Nelle anticipazioni abbiamo una diminuzione considerevole dal 1865 al 1866; un aumento di 4 milioni dal 1866 al 1867, e di 8 milioni circa dal 1867 al 1868.

Per quest’ultimo anno la somma delle anticipazioni ha oltrepassato di 2 milioni e più quella del 1865.

Come accade per gli altri istituti di credito, anche per la Banca nazionale toscana prevalgono nelle anticipazioni i titoli dello Stato i quali ne assorbono più di 3/5.

Negli sconti si osserva pure una sensibile diminuzione: da 120 milioni a cui salivano nel 1865, li vediamo scemare a 100 milioni nel 1867 ed aumentarsi di poco più di 1 milione nel 1868.

Ciò che regola l’ammissione od il rifiuto delle cambiali, è il cosi detto Castelletto y che è il registro dove si trovano annotati coloro che sono ammessi al fido. La Banca nazionale toscana sconta le cambiali a due firme, una delle quali — meno in casi eccezionali — deve essere di persona ammessa al Castelletto.

Come già avemmo occasione di accennare altrove, la principale ragione per la quale la fusione della Banca toscana con quella Nazionale italiana è da taluni osteggiata, si è appunto lo sconto a due firme ammesso dalla prima. Ciò costituisce apparentemente una facilitazione pel credito; imperocché non sempre, né a tutti riesce facile il procurarsi una terza firma; ma d’altra parte non vuolsi nascondere che le cambiali a due firme, appunto perché non presentano sufficiente garanzia, non possono essere scontate che ad un saggio più alto. Il che vale quanto dire che lo scontato deve pagare alla Banca ciò che dovrebbe, altrimenti, pagare al garante. Onde è che al postutto lo sconto a due firme è un vantaggio più apparente che reale. Lo sconto a tre firme è una necessità inerente agli istituti di circolazione, imperocché è appunto la terza firma, massime quando si tratta di cambiali emesse ed accettate da piccoli commercianti ed industriali, che dà valore e solidità a questi titoli di credito.

I depositi fruttiferi da 10,786,601 75 a cui ammontarono nel 1865 scemano, a poco più di [due milioni nel 1866 e 1867, per risalire a 3 milioni e 1|2 nel 1868.

La diminuzione nei depositi fruttiferi dipende quasi esclusivamente da ciò, che la Banca non solo fu restia ad accettarne, ma spesse volte ne ordinò la restituzione.

Nei depositi infruttiferi o conti correnti si hanno sbalzi considerevoli. Da 169 mila lire a cui salirono nel 1865, discesero a 59 mila nel 1866, risalirono a 200 mila nel 1867, per scemare nuovamente a poco più di 153 mila nel 1868.

Nella circolazione dei biglietti non si hanno sensibili variazioni; ché da 26 milioni e ì a cui ammontò nel 1865, discese a 25 milioni circa nel 1866, per risalire a 29 milioni nei due anni successivi.

La diminuzione nelle operazioni della Banca nel 1866 dipende in parte dalla restrizione che, per cause politiche ed economiche, ebbe il credito; ed in parte anche dal trasloco a Firenze di molte istituzioni di credito che avevano la loro sede in Torino.

XLI.

Per il Banco di Napoli non abbiamo altre cifre che quelle, assai incomplete, che si trovano consegnate nella Relazione della Commissione d’inchiesta sul corso forzoso.

Il Banco non accettava prima del 1867 depositi in conto corrente a interesse. Per la sede di Firenze quest'operazione ha cominciato dal 1° aprile 1867, dal febbraio 1868 per la sede di Bari, e dal marzo successivo per quella di Napoli.

Nel periodo di un anno, ossia dall’aprile 1867 a tutto marzo 1868, i conti correnti ad interesse ammontarono per la sede di Firenze a lire 2,176,093 25; per la sede di Napoli, dal marzo 1868 al 24 aprile dello stesso anno, a 2,537,639 83. I rimborsi dalla sede di Firenze sono ammessi a vista fino a lire 50,000, dopo 5 giorni dalle lire 50,000 alle 100,000, dopo otto giorni dalle 100,000 alle 250,000, e dopo 15 giorni per le somme maggiori. La sede di Napoli rimborsa a vista fino alle lire 100,000, e con preavviso di 5 giorni per le somme maggiori. Il saggio degli interessi per i depositi in conto corrente fruttifero nella sede di Firenze fu del dall’aprile a tutto maggio 1867; ed in seguito del 2 per 0|0.

Le anticipazioni su pegno di oggetti preziosi e mercanzie, di metalli e di titoli del debito pubblico fatte dal Banco di Napoli, sono quasi sempre venute diminuendo dal 1862 al 1867, e non danno somme di rilievo che nel 1868.

Nel 1862 diedero 26 milioni, o poco più; nel 1863 39 milioni all’incirca; nel 1865 16 milioni, poco più nel 1866; ed infine nel 1867 non arrivarono agli 8 milioni.

Per i primi tre mesi del 1868 troviamo per le anticipazioni una media di 21 milioni.

Di questi sbalzi nelle anticipazioni non si conosce la causa, quando quella non sia del saggio degli interessi tenuto troppo alto (dal 7 1/2 al 9 per 0|0).

Il Banco non sconta effetti di commercio che a tre firme. Si fece però un’eccezione, per la sede di Firenze, la quale, perché fosse in pari condizione della Banca nazionale toscana, fu autorizzata a scontare pagherò a due firme, purché di persone ammesse al fido nel Castelletto.

Gli sconti del Banco di Napoli furono in complesso i seguenti:

Anno1864 86 ½ milioni
1865 112 ½
1866 85
1867 46 1/10

Non sono però compresi nella cifra del 1867 gli sconti della sede di Firenze, i quali nel periodo di un anno, ossia dall’aprile 1867 a tutto marzo 1868, ammontarono ad 8 milioni e 3/10.

Gli effetti in portafoglio del Banco di Napoli per i primi tre mesi del 1868 furono in media di 21 milioni e ½.

Il saggio massimo dello sconto dal 1860 al 1867 fu del 9 per 0|0; il minimo del 5 — Il 14 maggio 1867 fu però fissato nel 5 per 0|0, come si trova tuttora.

La massa degli affari tanto per le anticipazioni, quanto per lo sconto del Banco di Palermo si è mantenuta in ristretti confini. Le anticipazioni sono ammesse soltanto sopra rendita ed altri titoli dello Stato. Ecco a quanto ammontarono dal 1865 al 1868.

Anno 1865 L. 4, 953, 760 71
1866 5, 293, 509 —
1867 4, 337, 004 —
Primo trimestre 1868 1, 124, 555 —

Gli sconti stanno di gran lunga al disotto della anticipazione. Eccone l’ammontare per gli stessi period
Anno 1865 L. 2,522,264 35
1866 1,854,923 96
1867 2,535,951 03
Primo trimestre 1868 884,244 76

Il saggio dello sconto variò nel 1865 dal 4 ½ al 6 ½ per 0|0, in relazione alla scadenza degli effetti scontati; nel gennaio 1866 variò dal 6 ½ al 7 ½; e dal gennaio 1866 a tutto marzo 1868, dal 4 1|2 al 5 ½.

La scadenza media fu:

Nel 1866 di giorni 93
Nel 1867 di 91
Nel primo trimestre 1868 di 87

Le cifre che riportammo non attestano certamente in favore della vitalità di quello stabilimento e dello sviluppo del credito nell’Isola.

Non parliamo delle operazioni della Banca toscana credito per le industrie e per il commercio, avendo di essa già discorso brevemente altrove.

CAPITOLO OTTAVO

Sommario. —Deduzioni — Appunti della Commissione d’inchiesta parlamentare sul corso forzoso — Necessità finanziaria ed economica del corso forzoso — Rapporti della Banca nazionale italiana cogli altri istituti di credito — Rapporti della stessa col Governo — Riassunto.

XLII.

Dopo i fatti, le cifre e le considerazioni che abbiamo fin qui esposti, noi potremmo assai facilmente, ove avessimo a riassumerli, stabilire le seguenti proposizioni:,

1° L’unità dell’emissione in Italia, come quasi in ogni altra parte d’Europa, sebbene non sia da alcuna legge proclamata, è un fatto oramai per forza prepotente delle cose compiuto. È la conquistata unità politica che nel campo degli interessi materiali si traduce e viemeglio si rafferma. Qualche non lieve ostacolo, di natura simile ai molti che già si superarono, è ancora a vincersi, qualche privato interesse vecchio o nuovo, sotto forma spesso di opinione scientifica, è da aquietarsi, qualche pregiudizio facilmente propagatosi, perché falsamente coperto dalla bandiera della libertà, è ancora da sradicarsi. Ma infine all’unità si tende, verso di essa a grandi passi si è camminato e si cammina, sicché oramai poca strada dalla meta ci divide. La Banca nazionale, la quale, sebbene non sia altro che l'antica Banca sarda, già da ogni parte si chiama italiana, ha di fatto esteso la sua azione ovunque vi ha in Italia germe di movimento commerciale ed industriale; non v'ha oramai paese nel quale i biglietti di essa non sieno con facilità accolti ed a preferenza di qualunque altra carta, in grazia alla loro circolazione estesa a tutto il Regno, ricevuti.

Rappresentano ancora in Italia il principio della concorrenza in fatto di emissione, la Banca nazionale toscana, la Banca di credito per l'industria ed il commercio, ed i due Banchi di Napoli e di Sicilia. Ma la Banca nazionale toscana, l’azione della quale non ha mai oltrepassato la sfera delle provincie delle quali essa prende il nome, non aspetta che il placeat del Parlamento per sparire, e ad onta di tutte le opposizioni, di tutte le vicende alle quali, come notammo a suo luogo, andò soggetta, la fusione di essa colla Banca italiana è un fatto che non può più lungamente tardare a compiersi.

Le cifre che esprimono il movimento d’affari della Banca di credito per Vindustria e per il commercio mostrano che, ove anche compiuta in modo assoluto l’unità, tale istituto avesse a continuare come Banca d’emissione, essa non costituirebbe che una assai microscropica e certo non lungamente durabile eccezione.

Restano i due Banchi di Napoli e di Sicilia; ma né l’uno né l’altro, ed il secondo meno poi ancora del primo, hanno i caratteri e le qualità proprie ed indispensabili ai veri istituti d’emissione. Il corso forzoso li ha quasi completamente fatti tali; ma il corso forzoso cesserà, speriamo, un qualche giorno non lontano, ed allora quei Banchi vedranno probabilmente la convenienza di coltivare viemeglio quella forma di credito per cui per lo passato tanto benemerito si rese verso quelle popolazioni il Banco di Napoli, senza insistere troppo vivamente per continuare le funzioni di vero istituto d’emissione di cui non possono avere la sostanza.

Il corso forzoso però, se spinse vieppiù sulla via dell’emissione istituti che di emissione non erano per propria natura, d’altra parte ha contribuito a raffermare il fatto dell’unità. H biglietto della Banca nazionale italiana è ora non solo di fatto, ma di diritto la moneta universale dei Regno. Taluni lamentano quale un nuovo privilegio l’inconvertibilità in modo assoluto accordata al solo biglietto della Banca nazionale e non alle carte degli altri istituti.

Pare a noi che se è privilegio, è privilegio voluto dalla necessità delle cose; non sappiamo chi voglia ragionevolmente credere possibile d’introdurre il corso forzato sulla base di quattro o cinque circolazioni di natura diversa, aggiungendo ai mali gravissimi della carta sostituita al metallo quelli non meno gravi che da tre o quattro sistemi monetari insieme concorrenti necessariamente sorgerebbero. Se la decretazione del corso forzato fu una dolorosa necessità per l'Italia — e quanto lo fosse or ora vedremo — fu fortuna che la situazione bancaria lo rendesse possibile; se il fatte dell'unità d'emissione non si fosse trovato cotanto avanzato, non sappiamo in qual modo si sarebbe potuto provvedere ed a quali conseguenze si sarebbe andati incontro.

2° Il credito in Italia è assai lungi dall’essere sviluppato quanto sarebbe desiderabile e necessario affinché le nostre industrie, i nostri commerci, la prosperità nostra materiale si avvicinassero al punto al quale già arrivarono molte altre nazioni. Ma allo sviluppo del credito non è il diffettoso meccanismo bancario che si oppone, ma piuttosto la mancanza od almeno la ristrettezza di ciò che forma la materia prima del credito, il capitale.

Nelle parti d’Italia, nelle quali la produzione è più attiva, il risparmio più costante e quindi più abbondante il capitale, vediamo sorgere in sufficiente numero e con sufficiente potenza gli istituti di credito che sono necessari. Ricordiamo la Cassa di risparmio di Milano, quella di Bologna, i molti istituti che con diversa missione funzionano nelle provincie subalpine. Certo anche in tali parti del Regno è possibile ancora maggior sviluppo nel credito, taluna utilissima forma di esso può ancora essere introdotta od estesa in più ampia sfera; ma pochi, crediamo, degli uomini d’affari di quelle provincie pensano che un maggiore sviluppo del credito, una maggiore attività del movimento economico del paese, possa ottenersi dalla creazione di nuovi istituti che la libera facoltà posseggano di maneggiare il torchio e spandere a piene mani carta circolante come moneta.

Se guardiamo invece ad altre parti d’Italia, nelle quali non certo per colpa delle popolazioni, ma piuttosto dei Governi che per lo passato le ressero, la produzione è poco attiva, anche il credito presenta limitato sviluppo.

Nelle provincie meridionali quando in fatto d'istituti di credito abbiamo parlato del Banco di Napoli e di quello di Sicilia, la rassegna è bella e compiuta. Ed ancora quei Banchi la maggiore loro attività spiegano in alcuni pochi centri; tutto il resto del paese è presso che inerte; né per quanto ampia la libertà di emissione si proclamasse, nuovi istituti di credito in condizione vitale e con vantaggio sorgerebbero, finché, come più volte ripetemmo, meglio provveduto non sia il serbatoio nel quale questi istituti la materia prima per la loro azione dovrebbero attingere.

Non è quindi nelle pericolose illusioni della cosi chiamata libertà d'emissione che l'Italia, seguendo ciecamente le poetiche declamazioni di qualcheduno, deve cercare il miglioramento del suo credito e quindi l'aumento della sua prosperità; ma debbo cercarlo piuttosto nel rendere attive le molte fonti di produzione che possiede; nel sapere approfittare ampiamente delle molte risorse che dalla natura le furono concesse; nel ricordarsi delle sue glorie passate, non per addormentarsi sugli oramai appassiti allori, ma per trarne eccitamento ed esempio di coraggio, d’attività, d’energia.

In tal modo la produzione si verrà aumentando, con essa si accrescerà la possibilità del risparmio; ed il risparmio è la base prima ed indispensabile di qualsiasi credito. Tale almeno è il nostro pensiero, e tale ci sembra essere l'insegnamento che dalla ragione, non meno che dalla osservazione dei fatti dimana.

Se non che contrariamente a queste idee, delle gravi considerazioni furono emesse recentemente, in Italia, delle quali è per noi necessario il fare un qualche esame.

XLIII.

In un documento diligentissimo per l'abbondanza accurata di fatti che intorno all’argomento del credito presenta, autorevolissimo per la fonte dalla quale dimana, delle gravi obbiezioni o diremmo meglio, accuse, si contengono contro l’attuale nostra organizzazione bancaria.

Vogliamo alludere alla relazione della Commissione d’inchiesta parlamentare sul corso forzoso; relazione dalla quale abbiamo ampiamente attinto i fatti e le cifre intorno alle quali fin qui, parlando del credito in Italia, c’intrattenemmo.

Non è nostro intendimento l’assumere la difesa della Banca nazionale o del Governo, [che nell’atto d’accusa formulato dalla Commissione d’inchiesta in principal modo figurano. Non avemmo, né avremmo probabilmente accettato, né dall’una né dall’altro siffatto compito. Ora, come sempre, noi scriviamo per esporre il risultato dei nostri studi, per esprimere liberamente le nostre convinzioni; e la verità, od almeno ciò che noi crediamo la verità, è l’unico scopo che nei nostri scritti ci proponiamo. Ma appunto perché verità cerchiamo nella questione delle Banche e del credito fai fronte all’autorità ed alla gravità delle conclusioni nelle quali è venuta la Commissione parlamentare d’inchiesta, sarebbe questo nostro scritto, più che per qualsiasi altro difetto, opera incompleta e monca, se i fatti ai quali tali conclusioni si appoggiano non facessimo oggetto di qualche esame.

La Commissione ha creduto di poter stabilire che, quando il decreto del corso forzato emanò, non eravi in Italia né economicamente, né finanziariamente, né politicamente necessità di cosi disastroso provvedimento. Il quale quindi null’altro fu, tale almeno sembra chiaramente essere il pensiero della Commissione, se non il risultato delle abili macchinazioni preparate dalla Banca, alle quali il Governo non ebbe forza per resistere.

«Respinta, od almeno sempre differita dalla Camera elettiva (dice la Commissione, dopo aver cercato di mostrare che necessità alcuna del corso forzato non vera e che le non grandi difficoltà del momento furono opera della Banca) la discussione sul più volte indarno affacciato disegno di legge per la costituzione della Banca unica in Italia; saputosi nell’aprile 1866 reietto dalla Commissione della Camera il progetto di fusione fra le Banche sarda e toscana, il quale implicava di fatto il sistema dell’adozione del principio della unità bancaria; saputosi adottato allora da quella Commissione, (come lo fu dalla presente) il principio della pluralità e libertà delle Banche,

parve opportuno e difficilmente redituro il momento ad occupare il terreno col fatto compiuto della inconvertibilità di un solo biglietto, onde risolvere cosi, nel mondo dei fatti, la questione pria che venisse discussa (1).

Ma non è questa, sebbene la più grave, l’unica accusa. Colla Banca nazionale, pensa la Commissione, non è possibile che il credito in Italia, come si converrebbe, si sviluppi, perché da una parte essa mantiene troppo stretti rapporti con altri istituti di credito, dall’altra è troppo legata alle sorti dello Stato.

Parrebbe che da queste premesse si sarebbe dovuto concludere unicamente alla proposta di modificare gli statuti della Banca; ma la Commissione è andata assai più avanti. Essa ha creduto necessario di invitare il Governo ad esibire quanto prima una legge, la quale, informandosi ai principii della pluralità e della libertà delle Banche, stabilisca le norme colle quali possano sorgere ed operare in Italia le Banche di credito e di circolazione. Quali siano i fatti dai quali, nel corso dell’inchiesta, la Commissione fu indotta a cosi grave e radicale proposta t noi non riuscimmo a conoscere, per quanto accurate e ripetute indagini abbiamo fatto nei voluminosi atti di essa.

Ad ogni modo, e checché ne sia dall’origine di questa proposta, esaminiamo i fatti che ad essa servirono se non altro di occasione; e vediamo sino a qual punto essi abbiano ragione di essere.

XLIV.

Il corso forzoso, per quanto pericoloso e grave provvedimento sia, è desso un fatto cotanto straordinario nella storia economica dei popoli, che non possa altrimenti spiegarsi che coll’abuso per parte di qualcheduno?

(1) Relazione, pag. 419.

— Pur troppo non è possibile il rispondere affermativamente; non v’ha quasi paese nel mondo che non siasi trovato nella necessità di ricorrere a tale misura.

Senza parlare dell’Austria e della Russia che da lunghissimo tempo vivono sotto il regime della carta, al corso forzoso fu. costretta nel 1797 e se lo godette per non pochi anni l’Inghilterra; lo provarono poco più tardi ed in più o meno larga misura, la Prussia,1% Spagna, la Danimarca; lo decretò nel 1848 la Francia e quasi contemporaneamente comparve nel Belgio; lo si ebbe in Italia, per non citnre epoche più remote, nel 1848 e nel 1859, ed il conte Cavoli: non avrebbe dubitato di ricorrervi ancora all’evenienza di nuovo e straordinario bisogno, come quello di una guerra. Persino la prospera e civile America, alla delizia del corso coatto dovette adattarsi allo scoppiare della guerra che la funestò in questi ultimi anni, né è sinora riuscita a liberarsene.

Non vogliamo certo solo con questi esempi giustificare il decreto del 1° maggio 1866; ma un fatto, che tante volte ed in tanti diversi paesi si riprodusse e sempre sotto l’influenza delle stesse cause, vale a dire o una crisi da evitare come in Inghilterra, o una guerra da sostenere come in America, o quale conseguenza di un rivolgimento politico come in Francia — un tal fatto avveratosi anche in Italia, appunto di fronte ad una crisi incipiente ed una guerra imminente, non dovrebbe troppo facilmente eccitare alle recriminazioni ed alle accuse.

Ma è egli vero, ciò non ostante, che il corso forzato nel 1866 non fosse necessario? È egli vero che l’Italia si trovasse in tale momento in condizione assai migliore di quella che presentarono l’Inghilterra nel 1797, la Francia nel 1848, il Piemonte nel 1848 e nel 1859, l’America nel 1863? — Sentiamo anzitutto l’autorevole voce di colui che in quei gravissimi momenti aveva la difficile missione di provvedere ai bisogni finanziari del paese. L’on. Scialoja, l’autore del corso forzato nel 1866, cosi ebbe, poco dopo avere abbandonato il seggio ministeriale, ad esprimersi intorno alla ragione del decreto 1° maggio:

Presso di noi questo gran malanno del corso forzato fu imposto dalla urgenza delle cose. Alcuni profeti del domani e qualche critico, di quelli che credono acquistar fama di uomini profondi trovando sempre a ridire e a maledire, negano oggi codesta necessità.

Ma la verità delle cose è questa, che, cioè, quando il 30 aprile 1866 il Ministero chiese al Parlamento la facoltà di provvedere straordinariamente alle esigenze finanziarie, ed il Parlamento glie la concedeva, nessuno, o soli pochissimi ignoravano che trattavasi d’introdurre il corso forzato. Questo provvedimento non era discutibile; perché la sua discussione nelle Camere avrebbe fatto consumare un danno che in quel frangente sarebbe stato una ruina finanziaria, e forse una irreparabile sciagura politica.

Il ministro delle finanze di quel tempo comprese che questo sentimento era nel fondo di tutti gli animi, e perciò con insolito modo, e con dissenso di alcuni autorevoli consiglieri, non propose alle Camere il provvedimento da prendere, ma chiese loro la facoltà di prenderne uno, che, non essendo formulato, dava ad ognuno l’opportunità di tacere, ed anche a que’ medesimi che si riserbavano d’impugnarlo più tardi, scusandosi col dire che lo ignoravano.

Ho asserito che nell’animo di tutti era il sentimento della necessità del provvedimento, e credo di non errare. Perciocché affermo con la più sentita convinzione che io, che ne fui il principale autore, combattei con tutte le forze dell’animo mio contro quella fatale necessità, e fui l’ultimo a cedere dinanzi alla imperiosa sua urgenza, Avendo io dall’età di 22 anni professato e scritto intorno alle cose economiche, non credo esser troppo superbo se affermo che ben sapevo quanto fosse pernicioso il corso forzoso, anche prima che giungesse quel terribile giorno in cui il concorso di circostanze in gran parte imprevedibili e di avvenimenti precipitati, mi costrinsero a far come il cerusico, il quale sa perfettamente quanto importi esser privo delle gambe, ma pure procede all’amputazione di una delle due e talvolta anche d’entrambe, se ci si è messa dentro la cancrena.

Al cominciare del 1866 potevasi sperare che, preparando nuove alleanze, in aggiunta alle vecchie, e procedendo all’esecuzione della Convenzione del settembre 1864, ne sarebbe probabilmente derivato un avviamento alla risoluzione di quelle che dicevansi allora questione veneta e questione romana, preceduto però da un qualche periodo di calma. Questo periodo intendeva il Governo destinare all’opera assai ardua di migliorare le nostre condizioni finanziarie con alcuni risparmi sulle spese,

con la sistemazione delle imposte vecchie, con l’introduzione d’imposte nuove, e col rendere più rigorosa e più spedita la contabilità dello Stato, e più sicura e precisa la riscossione delle imposte.

Ma la recente elezione generale, preparata sotto il predominio d’un vago sentimento di malessere, di passioni dispettose e di gare personali non combattute o favorite dall’alto, ed esaltate dagli adoperamenti partigianescbi, era stata fatta al grido di uomini nuovi e non altro che uomini nuovi. . li Camera che ne usci, si trovò composta di tre elementi, cioè: di molti uomini veramente nuovi e che non avevano altro titolo che questo per sedervi da legislatori; — di parecchi tra’ vecchi rifatti a novità, i quali gridavano tanto più rabbiosamente contro tutto ciò che era stato fatto sino allora, per quanto più vi avevano avuto parte come deputati o pubblici ufficiali, massime prima del 1864 (tra costoro erano i deputati di alcune tra le provincie del Piemonte); — ed infine di alcuni de' vecchi non rifatti, che, per abilità ed autorità valendo più degli altri, erano odiati ma temuti.

I nuovi credevano che bastasse negare il vecchio per salvare l’Italia; e non si provarono abili ad introdurre né a proporre alcuna cosa veramente nuova che portasse l’impronta d’un concetto politico o amministrativo meritevole di considerazione.

I rifatti a novità, esagerando codesta virtù negativa, non fecero esperimento di maggiore fecondità.

I vecchi tennero troppo tenacemente pel fatto da loro; e si opposero a qualunque tentativo per uscire da quel cerchio di Popilio, sia che venisse dal Governo, sia che movesse da altri. In questa opposizione trovarono anche concordi i nuovi o i rinnovati che pretendevano al potere, contrariando il Governo.

Questa deplorabile combinazione di tendenze era l’effetto dello spirito della Camera, e non il volere determinato degli uomini che la componevano: la massima parte de’ quali era gente stimabile sia per mente, sia per qualità morali; né vi era difetto di persone di conto.

Ma la mala accoglienza fatta alle proposizioni del Sella, e poco dopo quella fatta alle mie, ed il difetto assoluto di altre proposizioni d’iniziativa parlamentare larghe ed efficaci o per lo meno accette dal maggior numero, provarono che le tendenze delle varie frazioni della Camera davano per risultante l’impotenza.

Questi cattivi auspicii cominciarono ad esercitare la loro influenza sul credito, anche prima che sorgessero sospetti di prossima guerra.

Io, intanto, fin dal febbraio 1866 mi era occupato del modo di far fronte alle spese dell’anno, ed al pagamento de’ due semestri del 1 luglio di quell’anno, e del 1° gennaio 1867.

Lo Stato aveva due crediti a scadenze più o meno lunghe: circa 57 milioni di rate ancor dovute sulla rendita alienata nel 1865, e 150 milioni di residuo sul prezzo delle ferrovie alienate alla Società dell’alta Italia.

Concordai col Rothschild lo sconto di una buona parte di queste somme, e provvidi al pagamento del semestre all’estero. Ottenni promessa di trattare per lo sconto delle rimanenti somme, dopo alcun tempo. Avrei cosi provveduto al secondo semestre.

Frattanto distinguendo in tre scalini gl’interessi de’ buoni del Tesoro, ottenni, in meno di 15 giorni, un largo collocamento di questi titoli. Sicché in febbraio, ed anche in marzo, le dimando per acquistarne superavano la possibilità di emetterne, che allora limitavasi a 200 milioni.

Davasi intanto opera ad attivare la riscossione di rate d’imposte scadute; e speravasi che, se nel corso del 1866 si fosse potuto in qualche modo provvedere per lo avvenire ad una diminuzione notevole del disavanzo normale, se ne sarebbero giovati il credito non meno che il commercio e l’industria. Sicché si contava sopra un’entrata ordinaria per lo meno eguale alla prevista.

C’erano aperture fatte da alcuni privati e da qualche istituto per l’acquisto de’ diritti del governo sul tavogliere di Puglia: e nelle condizioni normali avrebbe anche la Banca potuto somministrare la. sovvenzione a cui per legge è obbligata.

Le nuove imposte che si sperava veder votate pel 1867 avrebbero poi dato al cominciar dell’anno l’opportunità di operazioni meno onerose pel futuro esercizio.

Ma la crisi sopraggiunta e complicata con le probabilità di prossima guerra, venne a scompigliare codeste previsioni.

La Camera, dopo aver dissertato molti giorni intorno alla] delle proposte ministeriali, aveva nominata una Commissione d’indole speciale, e sebbene si sapesse che i suoi componenti s’erano posti al lavoro, come suol dirsi, con la sinistra e con la, pure gl’intelligenti speravano poco di bene da un disegno finanziario delineato da trenta mani e concepito in comitato da quindici teste.

Le nubi tempestose di guerra cominciavano ad apparire; e prima ancora che si conoscesse se noi avevamo a prendervi parte, il credito precipitò. Nè Rothschild né altri volle intendere più di anticipazioni o di sconti.

I buoni del Tesoro non si rinnovavano come per lo innanzi, e tutto faceva prevedere che una parte considerevole di quelli che scadevano in aprile, non sarebbe né rinnovata né supplita da altre richieste. Il corso della rendita si abbassava giorno per giorno; ed una gran parte del denaro disponibile nel paese era investito in cotesti titoli che dall’estero ci rientravano per trarne oro ed argento — Ed oro ed argento venivano ad attinger da noi a patti rovinosi tutti i valori privati collocati all’estero, né debiti nuovi venivano più a sostituirsi alla scadenza di debiti vecchi. Il quarto di ora di Rabelais non aveva compenso di sorta.

Verso gli ultimi giorni di marzo e i primi di aprile speravasi un miglioramento, se non delle condizioni nostre interne direttamente, almeno delle condizioni della restante Europa, che pur tanto pesano sopra di quelle. Cotesta speranza confortando il patriottismo ed il beninteso interesse di parecchi rappresentanti di istituti di credito e Società nazionali, lijnoveva ad offrire al Governo un prestito di 200 a 250 milioni. Quest’atto avrebbe giovato immensamente al credito interno, e sarebbe quindi riuscito, per indiretto, utile a que’ medesimi che lo proponevano. Ciò bastava, perché i puristi del patriottismo, e i rettorici nemici de’ banchieri, delle banche e del maledetto capitale, avversassero la proposta, la quale incontrò pure potenti e dolorosi ostacoli in persone che credettero esser quello un trovato messo innanzi da malevoli con la intenzione di far fallire alla prova il Consorzio nazionale ideato per riscattare il debito pubblico del Regno d’Italia.

La crisi intanto si aggravava; minacciava di diventare esiziale, e di prendere, come poi prese in pochi giorni, proporzioni spaventevoli. L’avversata proposta cadde, con soddisfazione di coloro che l’avevano fatta non meno che de’ loro nemici, perché sarebbero stati imbarazzati grandemente ad effettuarla, se fosse stata subito accolta.

La guerra diventava quasi certa ed accresceva le preoccupazioni.

I valori italiani e i titoli di credito, così privati che pubblici, scendevano a torrenti dalle Alpi; i numerosi depositanti di piccoli capitali presso gl’istituti di credito, come s’usa in Genova più specialmente ed a Torino, correvano a stuoli a dimandarne la restituzione; e gli istituti intanto non potevano né convertire in denaro per mezzo di vendita forzata i titoli da loro tenuti in portafogli; molti de’ quali avevano quasi perduto ogni valore, né riscuotere i crediti scaduti senza cagionare estesi fallimenti.

La Banca nazionale non poteva più bastare alle dimande di sconto; e temendo il fallimento de’ suoi principali debitori, non poteva neppur lei esser tranquilla del suo avvenire, se la grande stretta della crisi fosse lungamente continuata.

E non solo continuò; ma quando pareva essere giunta al colmo si accrebbe insolitamente, e scoppiù a guisa di un vulcano di cui sino allora si erano soltanto avvertite le formidabili scosse che avevano fatta tremare la terra.

Molti mezzi indiretti erano stati da me adoperati inutilmente, non escluso il soccorso straordinario di alcuni milioni, perché la Banca facesse risentirne gli effetti, come fece, a certi istituti e a certi privati più esposti al pericolo, salvo il conteggio dopo sopraggiunta la calma.

Le grida convulsive degli interessati, le relazioni animate delle autorità locali, e le ambasciose istanze degl’intendenti delle cose finanziarie, avrebbero posto lo sgomento anche ne’ cuori più sicuri. Io resisteva, e sperava ancora che la resistenza avesse potuto condurre al punto culminante della parabola, al di là del quale i violenti mali finanziari, come i fisici, cominciano a declinare, se non producono la morte.

Ma l’ultimo giorno d’aprile non rimaneva più speranza di sorta.

Bisognava rassegnarsi a veder fallire in Genova ed in Torino quasi tutti gli stabilimenti di credito, e parecchi di quelli di Milano; a vedere scossi o scrollati i banchi principali e forse la stessa Banca nazionale: bisognava quindi disporsi a subire gli effetti di codesti fallimenti che si sarebbero estesi come per rimbalzo alle principali case commerciali del Regno.

Nè la previsione può dirsi esagerata, quando si pon mente a ciò che segui in Inghilterra nelle due prime settimane di maggio. La tenace e robusta fibra degl’inglesi ne fu scossa a segno, che la storia conserverà il nome di black friday, ossia venerdì nero, dato dal popolo al giorno in cui la catastrofe della ditta Overend Gurney e compagnia sparse in Londra la desolazione e lo sgomento seguiti dal crollo spaventevole di case e di compagnie colossali.

«La grande metropoli del commercio dell’universo sembrava colpita da stupore, scrive il Wolowski. Un’angoscia ineffabile s’era impadronita de’ cuori più fermi e turbava gli spiriti più decisi.

«Avreste detto che il vascello che portava l’Inghilterra e la sua fortuna erasi rotto in mare con un orribile strepito, e che i naufraghi a branchi si precipitavano sugli avanzi fluttuanti per cercar mezzo da salvarsi.

Lo stesso sarebbe accaduto nelle maggiori piazze d’Italia; e peggio ancora, perché non sarebbe forse rimasta illesa la Banca; né l’Inghilterra trovavasi come l’Italia spremuta di denaro a cagione de’ suoi larghi debiti e pubblici e privati all’estero, e de’ vistosi investimenti in cartelle di rendita pubblica ritornate ad ondate nell’interno del paese. E tanto terrore sarebbesi diffuso per l’Italia, nell’atto stesso in cui a stormo passavano le Alpi soldati austriaci; i quali perciò avrebbero di tanto sgomento e di cosi desolante rovina fatto il principale loro ausiliario per sorprenderci ed invaderci.

Nè questo è tutto.

La guerra e i fallimenti avrebbero in ogni modo disseccate parecchie delle sorgenti alle quali s’era sperato di attingere danaro per sopperire alle necessità dello Stato previste in bilancio, per la concorrenza di 300 a 400 milioni; ed avrebbero aperto un largo campo a nuove spese, che la prudenza più volgare doveva allora estimare a cinque o seicento milioni. E nel tempo medesimo i pericoli a’ quali la guerra e i fallimenti ci avrebbero esposti, e che sarebbero stati tanto più gravi per quanto maggiore sarebbe stata la complicazione de’ perniciosi loro effetti simultanei, ci avrebbero tolta la possibilità di ricorrere a mezzi straordinarii.

Sicché sarebbesi dovuto imprendere una guerra, di cui non si poteva prevedere né la durata né l’estensione, Con la previsione di aver bisogno d’intorno ad un miliardo di lire nel corso de’ rimanenti otto mesi dell’anno, e con la massima probabilità di non poterle accattare.

Ne devesi dimenticare che il dissesto' della circolazione in Italia non sarebbe, come in Inghilterra, cessato in breve scorcio di tempo dopo il disastro, quando anche non fossero seguiti gli altri mali temuti cosi finanziarti come politici. Perciocché rimanevano le principali cause che l’avevano prodotto: ed anzi queste si accrescevano per intensità durante la guerra e dopo. Sicché i prestiti forzati e gli altri provvedimenti interni a’ quali soltanto sarebbe stato possibile di ricorrere, sarebbero riusciti di assai ardua e penosa esecuzione; se pure non li avesse renduti affatto inattuabili una invasione nemica. Quanto all’estero, posso assicurare coloro i quali lo ignorano, che si aveva tanto dubbio dell’esito della lotta a cui ci esponevamo, che i tentativi da me fatti in Francia ed in Inghilterra per procacciare mezzi straordinarii allo Stato con la cooperazione de’ migliori amici d’Italia non valsero a procurarmi altra seria offerta, se non una sola; e questa a patti e condizioni tali che io ne piansi pel dolore.

Si persuadano i declamatori, che i danari non si trovano con la stessa facilità con la quale essi spacciano le parole. Ed io lascio pur dire a chi vuole, che in tale deplorabile stato di cose non sia stata virtù resistere fino al 30 del mese d’aprile, e che non sia stata necessità imperiosa ordinare il di seguente il corso forzato.

Quanto a me, oso affermare che questo provvedimento risparmiò all’Italia una durissima prova, le cui conseguenze avrebbero potuta essere per lei fatalmente crudeli ed esiziali.

Sono serie considerazioni codeste che meritano di essere attentamente ponderate da chi voglia con sicura coscienza pronunziare giudizio sul fatto del corso forzoso decretato nel 1866.

Se non che per quanto autorevole, e per onestà di carattere e per scienza e per posizione sociale, sia l’onorevole Scialoja, la sua voce può per l’orecchio di qualcheduno essere in questa circostanza soggetta ad eccezione. Nella questione del corsa forzato l’on. Scialoja si trova in causa propria; egli difende l’opera sua.

Ebbene, sentiamo un’altra autorità, alla quale siffatta eccezione non può essere opposta. L’on. Cambray-Digny, attuale ministro delle finanze, che nel corso forzato può dirai parte interessata solo perché a lui è toccato il difficile compito di provvedere ai mezzi per farlo cessare, cosi si esprimeva nell’adunanza della Camera, del 5 marzo 1868:

Tuttavia, per la soluzione del problema che noi ci proponiamo,, gioverà tornare ad esaminare con qualche attenzione come il corso coatto cominciasse.

Nelle parole che su questo proposito sono state dette da taluni oratori, io dichiaro di aver trovato degli apprezzamenti che mi limiterò a qualificare d’inesatti, imperocché essi attribuiscono il corso coatto a cagioni che sono ben al disotto delle vere circostanze lo quali spinsero ad una deliberazione così grave il ministro che allora sedeva su questo banco.

Su tale proposito non ho che ad associarmi alle parole gravi e giuste che pronunziò l’onorevole Ferrara. Mi preme però entrare in qualche particolare sulle condizioni di quell’epoca e rammentare lo cause del movimento commerciale quale si manifestò. La Camera mi consenta un poco d’attenzione, in quanto che temo di non poter essere molto breve su questo particolare, dovendo risalire all’epoca in cui si fondò il regno d’Italia.

Da quell’epoca, o signori, al 1866, ebbero grandissimo sviluppo in tutto il regno le operazioni commerciali, e tutti gli affari in generale ebbero un aumento notevolissimo.

Per esempio, le spese dello Stato (sono affari anche quelle) che sotto i governi anteriori andavano a circa 700 milioni, comprese le provincie, si svilupparono ed ascesero fino ad un miliardo e 200 milioni, e andarono d’anno in anno gradatamente crescendo. E di tale somma che in complesso ascese a sei miliardi e 900 milioni, un miliardo e 687 milioni furono investiti in opere pubbliche, in materiale della marina, in difesa dello Stato, in opere grandiose, ecc.

Il commercio generale, cioè la somma dell’esportazione e dell’importazione che nel 1858 era di un miliardo e 180 milioni, era nel 1866 di un miliardo e 585 milioni. Il credito ipotecario anch’esso era cresciuto in questi sei anni di più di un miliardo.

Senza dubbio questi sono tutti termometri e contrassegni del movimento generale degli affari.

Le diverse Banche avevano aumentato di più della metà le loro operazioni di cassa; anche questo è un segno dello sviluppo e dell’aumento degli affari in generale.

Egli è adunque certo e sicuro che in questi sei anni il movimento generale degli affari in Italia è cresciuto vistosamente. Da un’altra parte, andando a vedere nelle statistiche quali variazioni siano avvenute nella massa metallica che servi a tutte queste transazioni, si trova che la massa metallica era rimasta la stessa: e questo, notatelo bene, o signori, è un vantaggio, imperocché in tutti i paesi civili, più si sviluppa l’industria, più si sviluppano gli affari, e minore è, in proporzione delle somme che rappresentano questo movimento generale dell’industria, la cifra della massa metallica.

Ma però egli è evidente che ciò accade perché in luogo e vece del metallo, le transazioni si fanno per mezzo del credito.

Ed ecco appunto quello che accadeva in Italia. In quest’anno si era sviluppato largamente il credito, si era sviluppata largamente la circolazione fiduciaria. Ora avvenne che al principio del 1866 un panico s'impadronì di tutte le piazze d’Europa, una generale crisi monetaria si distese sopra tutti i mercati europei, e, com’era naturale, questo panico ripiombò più grave e tremendo sopra il nostro paese, il cui credito dagli sbilanci della finanza e delle imprese alquanto ardite era già stato gravemente danneggiato. Avvenne quindi che questa massa di moneta, che appena bastava alla circolazione, non fu più sufficiente; si produsse perciò anche in Italia una gravissima crisi monetaria;

da tutte le parti cominciavano a ritirarsi le anticipazioni dei depositi dalle Banche, ed ognuno cercava di realizzare i suoi averi.

Questo era lo stato delle cose nell’aprile del 1866 quando si cominciò a parlare di guerra. Naturalmente il parlare di guerra in simili condizioni aggravò molto la situazione, e si giunse al punto che il Governo fu minacciato della cessazione degli sconti, non solo per parte dei grandi stabilimenti, ma anche dei piccoli, e quindi il pericolo di fallimento minacciava anche i piccoli trafficanti. In queste congiunture il Governo aveva bisogno di 400 milioni per affrontare la guerra. Io domando come si possa rimproverare ad un ministro che dovette firmare il decreto del corso coatto, il quale era indispensabile non solo per sovvenire ai bisogni del Governo, ma anche per ristabilire la circolazione nel paese. Io domando come si possa venire a supporre che interessi privati lo avessero a ciò mosso; come si possa dire che questo ministro fu debole. Io sostengo invece che egli fu forte, e fu forte perché si oppose il più che potè a questa pressione, la quale, all’ultimo giorno, diventò irresistibile, e tale che egli vi dovette cedere (1).

Altre autorità, nella questione della quale parliamo, potremmo invocare; preferiamo però un breve esame dei fatti.

Per decidere se la necessità di un provvedimento straordinario, quale quello del corso coatto, esistesse nella primavera del 1866, sarebbe, a dir vero, necessario esaminare ampiamente quale fosse in quel momento la condizione economica, finanziaria, politica dell’Italia, quale lo stato del suo mercato monetario. È uno studio al quale non basterebbe un volume, e noi non abbiamo oramai che poche pagine da dedicarvi. Non ci sarà impossibile tuttavia, attenendoci ai fatti più salienti, l’indicare bastanti elementi per un esatto apprezzamento.

La Commissione d’inchiesta ha stabilito che il corso forzato non era al 1° maggio 1866 provvedimento richiesto dalle finanze del Regno. Riassumiamo i fatti e le considerazioni sulle quali si appogia siffatta conclusione, e vediamo indi quali osservazioni possano opporsi.

(1) V. Discorso pronunciato nella Camera elettiva il 5 marzo 1868 dall’onorevole ministro delle finanze, conte de Cambray-Digny, sulla circolazione obbligatoria dei biglietti di Banca.

Le deduzioni della Commissione si fondano in principal modo, anzi quasi esclusivamente sopra una relazione del Direttore generale del Tesoro al Ministro delle finanze in data 21 aprile 1866. In tale documento era dichiarato: che il vero fondo di cassa disponibile pel Tesoro nella sera del 20 aprile 1866 ascendeva alla somma di L. 95,800,000, la quale però per 68 milioni era rappresentata da carta di Banca; — che ai 100 milioni d’interessi semestrali della rendita scadenti al 1° luglio 1866 già erasi provveduto mediante anticipazioni convenute ed assicurate, indipendentemente dal fondo di cassa avanti accennato; — che della somma dei 250 milioni di buoni del Tesoro, che per legge è l’Erario autorizzato a tenere in circolazione, 80 milioni scadevano fra maggio e giugno e di essi per 35 era assicurata la rinnovazione;—che ad onta della mancata rinnovazione di 45 milioni di buoni del Tesoro, il solo fondo di cassa poteva bastare a far fronte alle ordinarie emergenze lasciando ancora alla fin di giugno un fondo disponibile di 50 milioni; e ciò senza contare gli ordinari incassi provenienti dalle imposte dirette ed indirette.

Tenuto conto di tutti questi fatti, la Commissione calcola, che l’Erario potesse contare su un fondo disponibile di 75 a 80 milioni, somma sufficiente al regolare disimpegno del servizio pubblico.

A riprova di ciò la Commissione mostra come del prestito dei 250 milioni fatto dalla Banca in virtù del decreto 1° maggio 1866, lo Stato non abbia avuto a valersi, se non alla fine di tale anno.

Che cosa è a dirsi di tutto codesto ragionamento? — Non discutiamo le cifre adotte e teniamole tali quali. Che cosa se ne può dedurre? — Che all’andamento ordinario del servizio era provveduto; che in circostanze normali nessun straordinario provvedimento era richiesto. Ma il corso forzoso non fu decretato per far fronte all’ordinario servizio delle pubbliche casse, bensì principalmente per provvedere all’emergenza straordinarissima della guerra che stava per scoppiare; il corso forzoso fu il mezzo per creare le finanze della guerra. Dinanzi alla prossima aspettazione di tale evento, nel quale i destini della nazione erano racchiusi, che cosa vale il mostrare che per l’ordinario servizio di cassa nulla mancava?

Ben altre risorse erano indispensabili; perciocché la guerra che stava per cominciare, nessun sapeva quando e come avrebbe finito; poteva essere il preludio d’una generale conflagrazione europea, tra mezzo alla quale la rovina del paese nostro poteva anohe temersi, ove alla mancanza di molte altre cose che si lamentava, si fosse aggiunta quella dei fondi necessari per le spese della guerra. Siamo persuasi che coloro, i quali non necessario giudicano ora il corco forzoso, avrebbero primi, e con ragione, condannato quel ministro che, per imprevidenza, tramezzo ad una guerra al quanto protratta, si fosse lasciato cogliere sprovvisto di fondi.

E la necessità di uno straordinario provvedimento era avvertita nella relazione stessa della Direzione generale del Tesoro che la Commissione d’inchiesta pose a principal fondamento del suo ragionare. Alla pratica avvedutezza del Direttore generale del Tesoro non poteva sfuggire che col solo fondo di cassa, appena sufficiente agli ordinari bisogni, non si intraprende una grossa guerra, e francamente dichiarava al Ministro che, ove per avventura avvenimenti straordinari sorgessero, sarebbe necessità pensare pure a provvedimenti straordinari.

La Commissione d’inchiesta però ha essa pure riconosciuta questa necessità; ma neanche di fronte ad essa il decreto 1° maggio 1866 le parve giustificabile. Descrivendo con giovanile ardore e con poetica' eloquenza l’entusiasmo del paese nei giorni che procedettero la guerra del Veneto, la Commissione domanda perché non si sarebbe potuto, approfittando di tale entusiasmo, chiedere al paese un prestito, ed ove d’uopo imporlo, di un centinaio di milioni, ed avutili in oro, darli alla Banca per ottenere a termini dei suoi statuti relativi alla alla riserva metallica, 300 milioni in carta!

Per quanto profondo sia il nostro rispetto per la dotta Commissione, i concetti della quale veniamo esaminando, dobbiamo dichiarare che non senza meraviglia leggemmo l'ora accennata sua proposta.

Come, a due giorni, per cosi dire, di distanza da una guerra nella quale la sorte del paese era impegnata, quando da un momento all’altro potevano essere indispensabili milioni a decine, sarebbe stato possibile l’accingersi tranquillamente alla non semplice né breve operazione della emissione di un prestito, i versamenti del quale sarebbe stato assurdo il non distribuire in molteplici rate?

Come, mentre — or ora il mostreremo — il paese presentava i primi sintomi d’una crisi monetaria, si sarebbe potuto, salvò per virtù di magia, far scaturire dal paese un centinaio di milioni?

Dell’entusiasmo e del patriottismo di tutti i cittadini nessuno meno di noi ha mai dubitato; ma quando l’entusiasmo deve tradursi in pecunia, è necessario anzitutto avere i mezzi necessari. Ora chi vorrà sostenere che l’Italia, nelle condizioni economiche nelle quali si trovava, e pur troppo tuttora si trova, potesse con tanta facilità nel breve volgere di pochi giorni sottrarre dai limitati suoi risparmi un centinaio di milioni? — Si parla dell’anticipazione della fondiaria fatta nel 1864 per opera del ministro Sella. Ma Dio buono! lasciamo una volta la poesia e vedremo che quantunque il paese abbia fatto in quella circostanza tutto quello che ha potuto, tuttavia se non soccorreva l’azione del credito, difficilmente l’operazione sarebbe riuscita. E del resto non fu il prestito forzato dalla Commissione suggerito, eseguito poco più tardi? Quali difficoltà per esso non s’incontrarono? E come sarebbe esso pure riuscito, se la buona volontà dei cittadini non era dal credito in modo amplissimo aiutata?

La meno giustificabile però delle proposte è quella di dare alla Banca i 100 milioni del prestito per ottenerne 300 in carta. Noi abbiamo prima d’ora ricordato — ciò che del resto è verità da nessuno, e meno ancora dai propugnatori della libertà d’emissione, sconosciuta — che una Banca non può tenere in circolazione quella quantità di biglietti che desidera, ma quella soltanto che le condizioni del paese richiedono. Ora se la circolazione della Banca nazionale in media, prima del corso forzoso, non potè oltrepassare mai i 130 milioni, chi saprebbe spiegare la possibilità di gettare nel paese 300 nuovi milioni di biglietti senza dar loro corso forzato?

Evidentemente questi biglietti gettati in una circolazione già abbastanza satura di carta, non avrebbero fatto che tornare immediatamente alla Banca per essere cambiati in oro. Come poteva essa provvedervi coi soli famosi 100 milioni avuti dal Governo?

La Commissione sembra pensare che a mantenere in circolazione i nuovi biglietti avrebbe potuto bastare il dar loro il corso legale. Ma corso legale vuol dire maggiore estensione dell’uso del biglietto e quindi anche, vogliamo ammetterlo, qualche maggior durata della circolazione di essi. Ma chi può seriamente credere che anche col corso legale possano da un giorno all’altro gettarsi e mantenersi in circolazione 300 nuovi milioni di biglietti in un paese la circolazione ordinaria del quale non oltrepassa i 130 milioni? Chi può pensare che, solo per volontà della legge, possa la circolazione fiduciaria aumentarsi di punto in bianco da 130 a 430? — Sarebbe un disconoscere apertamente le più elementari nozioni della scienza, il più volgare portato dell’esperienza.

Il provvedimento pertanto col quale piuttosto che col corso forzato, la Commissione avrebbe provveduto alle emergenze della primavera del 1866, non sembra guari soddisfacente. Nè, a creder nostro, è maggiormente fondato l’argomento che, a viemeglio dimostrare la nessuna necessità del corso forzoso, la Commissione dedusse dalle epoche nelle quali furono necessari i versamenti del prestito dei 250 milioni avuto dalla Banca. Se un ministro delle finanze il giorno in cui assume il portafogli acquistasse eziandio il dono della prescienza, se il ministro del 1866 avesse quindi potuto prevedere nell’aprile gli eventi che seguirono nei mesi successivi, e sapere che la guerra, che stava allora per scoppiare, non avrebbe durato che brevissimi giorni, forse il ragionamento della Commissione avrebbe ragione di essere; finanziariamente il corso forzato sarebbe mostrato non necessario, poiché dei mezzi da esso forniti all’Erario questo non ebbe bisogno di valersi durante la guerra. Ma sventuratamente fra le molti doti che un ministro può possedere, la prescienza sinora non si trova, e non è quindi a far meraviglia se nell’aprile 1866 l'on. Scialoja, vedendo il paese e forse l’Europa incamminati in una grossa guerra, pensò, nell’incertezza dell’avvenire, di procurarsi i mezzi necessari per far fronte a qualunque evento.

Ma a parte tutto ciò, è egli vero che i 250 milioni non furono richiesti che quasi alla fine del 1866? — L'Amministrazione della Banca nazionale, la quale qualche cosa deve saperne, ci dice che i 250 milioni furono versati nelle seguenti epoche;

È

11 maggio 1866 L.30, 500, 000
18 id. id. 24, 098, 000
23 id. id. 10, 875, 615
1 giugno id. 24, 500, 000
8 id. id. 12, 430, 000
15 id. id. 24, 705, 567-13
22 id. id. 11 450, 000
29 id. id. 24, 291, 000
7 luglio id. 21, 114, 000
14 id. id. 5, 300, 000
21 id. id. 14, 535, 000
28 id. id. 7, 750, 000(1)

quindi una somma di lire 211, 579, 132 12 che sui 250 milioni fu richiesta dal Tesoro prima della fine di luglio; ed è solo il rimanente che fu versato più tardi, cioè ripartitamente in agosto e settembre e per minime somme in ottobre. È facile perciò il vedere che il bisogno c’era e che il provvedimento del ministro fu tutt’altro che inutile. E del resto come, senza un miracolo, sarebbe stato possibile provvedere alle spese della guerra, che pur non furono piccole, coi fondi poco più che necessari al servizio ordinario?

(1) Osservazioni dell'amministrazione detta Banca nazionale nel Regno d'Italia atta Relazione detta Commissione parlamentare inchiesta sul corso forzato dei biglietti di Banca.

XLV.

Se non che il corso forzoso non fa soltanto un indispensabile provvedimento politico-finanziario, ma fa ad un tempo necessità economica.

O come ultima conseguenza della crisi che nel 1865 aveva non poco travagliato l’Europa tutta, o per effetto di altre cause che non sarebbe difficile l’indagare, nel principio del 1866 l’Italia si trovava sotto la minaccia d’una nuova e grave crisi. All’interno i capitali trovavansi sfiduciati, a stento si arrischiavano a qualsiasi anche solido impiego e già cominciavano preferire la sterile giacenza; l’atonia nel movimento economico si manifestava d’ogni parte, la stagnazione degli affari era evidente. All’estero oramai gii effetti italiani avevano perduto ogni fiducia, e chi ne possedeva si affrettava a disfarsene a qualunque costo. La condizione finanziaria d’Italia, aggravata dall’incertezza e dai pericoli della guerra che, a dir veio, quasi ogni parte d’Europa teneva nell’allarme e nel dubbio, faceva sulla condizione economica nostra sentire tutta la naturale sua influenza.

La rendita italiana collocata all’estero a furia rifluiva in Italia; e questo fatto se, come affermò la Commissione d’inchiesta, fu occasione per cui l’Italia, comprando i propri titoli, confermando la fede nel proprio avvenire, facesse convergere in proprio vantaggio la sfiducia mostratale dallo straniero nel momento del pericolo (1), fu causa ad un tempo per cui grandemente s’impoverisse la nostra circolazione metallica, ed una vera crisi monetaria scoppiasse. Gli effetti della quale non tardarono a farsi vieppiù intensi e gravi, quando molti tra i principali nostri istituti di credito vedevano assottigliati a dismisura i capitali loro affidati e sentivano vicinissimo il momento in cui avrebbero dovuto sospendere i loro affari.

(1) Relazione, pag. 416.

Chi può prevedere quali sarebbero state le conseguenze per l’avvenire del paese, ove in sì pericoloso momento non si avesse provveduto a soccorrerli? Echi poteva soccorrerli se l’Erario stesso aveva urgente bisogno d’aiuto?

Ma neanche per tutto ciò la Commissione d’inchiesta credette di poter ammettere la necessità del corso forzoso, ed onde sostenere il suo assunto, negò addirittura l’esistenza della crisi, i più evidenti sintomi della quale aveva però negli stessi suoi atti constatato.

Vediamo quali sieno le sue considerazioni. Non è vero, essa disse, che vera e propria crisi commerciale esistesse in Italia al principio del 1866. Ne è prova il fatto che alle Casse risparmio di Milano, al Monte dei Paschi di Siena, alla stessa Banca nazionale i depositi affluivano più copiosi che per l’ordinario, mentre per contro le anticipazioni della Banca stessa erano nei primi quattro mesi del 1866 diminuite in confronto della stessa epoca del 1865. Appena quattro, e non tra i più importanti, erano gli istituti che in quei giorni vacillavano; i primi quattro istituti di credito del Regno, tutti quattro autorizzati all’emissione, non avvertirono fenomeni straordinari. Ond’è che, se pure volesse per un momento ammettersi che crisi vi fosse, essa potevasi e dovevasi considerare ristretta ad una sola e scarsa parte d’Italia ed era possibile scongiurarla col semplice rialzo dello sconto.

Non vale il dire che la nostra rendita affluiva precipitosamente in Italia, rinviataci dall’estero, per la sfiducia dei nostri mercati e delle nostre condizioni, in proporzione spaventosa, assorbendo il nostro contante. I prospetti ufficiali smentiscono questa postuma allegagione; i pagamenti per la nostra rendita all’estero non presentano d’anno in anno variazione di grande importanza. Se nelle fluttuazioni ordinarie del movimento della rendita tra l’Italia e l’estero potè in alcuni mesi del 1865 e del 1866, mostrarsi qualche esuberanza al ritorno, è cosa di ben lieve importanza rispetto al movimento metallico del Regno. Del resto, che esagerata sia questa affermata esportazione del metallo, lo prova il listino officiale dei cambii sull’estero nei primi mesi del 1866.

Ecco cosi nella loro sostanza riprodotte le considerazioni che, a negare la necessità economica del corso forzoso, indussero la Commissione d’inchiesta.

Noi abbiamo, appena furono emesse, a lungo meditate codeste considerazioni; ma, se dobbiamo dire tutto il nostro pensiero, ci è sembrato che con esse abbia la Commissione mostrato di seguire l’esempio di quel viandante il quale, sebbene veda molte nubi qua e là per l’orizzonte radunarsi ed abbrunirsi, perché però l’acqua ancora non cade, s’affida di arrivare a casa asciutto senza bisogno d’accelerare il passo, ed intanto, quando meno sel pensa, il temporale lo coglie con tutta la sua furia in mezzo alla via.

Certo nei primi mesi del 1866 la crisi non era ancora scoppiata in tutta la sua intensità, ma i sintomi precursori di essa già per ogni parte si mostravano. — Chi può prevedere che cosa sarebbe accaduto, se invece di premunirsi in tempo contro il pericolo, tutto il mondo, come la Commissione ora suggerisce, si fosse affidato alla mercé del destino?

Ma egli è che neanche alla esistenza di questi sintomi la Commissione mostra di credere; ed anzi, stando agli apprezzamenti da essa esposti, se sintomo vi era, era sintomo di fiducia ravvivata, di movimento economico attivo, progredente, di circolazione metallica abbondante.

La Commissione ha creduto trovare sintomo di ravvivata fiducia nell’aumento dei depositi verificatosi presso qualche Cassa di risparmio; — ma la Camera di Commercio di Milano, città appunto ove la più fiorente Cassa di risparmio risiede, nelle sue deposizioni risponde che i depositi dalle Casse accolti, più che il risparmio vero, rappresentano il capitale giacente; che l’aumento dei depositi potrebbe più che altro esser segno della lamentata atonìa industriale; che i depositi sembrano aumentare in ragione inversa della pubblica fiducia.

Ed in vero per chi sa un tal poco studiare nell’intima loro natura i fenomeni economici, il fatto dell’aumentarsi dei depositi presso le Casse di risparmio principalmente, e del contemporaneo ritiro dei capitali affidati ad altri istituti, è facilmente spiegabile, e si presenta appunto come uno dei gravi sintomi della incipiente sfiducia.

Basta guardare alla natura di questi ultimi istituti e paragonarne le ordinarie operazioni con quelle che sono proprie delle Casse di risparmio e delle altre istituzioni i depositi delle quali andavano aumentando.

Gli istituti che, come disse la Commissione d'inchiesta, nei primi mesi del 1866 pericolavano, perché vedevano ad ogni momento sminuirsi la somma dei capitali loro affidati, sono il Credito mobiliare, il Banco sconto e sete, la Cassa generale, la Cassa di sconto di Genova e la Cassa nazionale di sconto toscana. E questi istituti sono appunto quelli che per natura delle loro operazioni rappresentano, se cosi può dirsi, il credito più arrischiato. Non è egli naturale che, appena un principio di sfiducia si manifesta, sieno essi i primi a sentirne gli effetti, come l’avanguardia di un corpo d’armata è il primo a ricevere le fucilate del nemico? Non è egli naturale che, al primo allarme, il capitale si ritiri da tali istituti e tenda a ripiegarsi presso quelle istituzioni, che minor rischio nelle loro operazioni presentano, e maggiore facilità di ritirata concedono?

Il credito è come un’onda fecondante che, spinta dalla fiducia, dalla prosperità e tranquillità delle pubbliche condizioni, adagio adagio va estendendosi per ogni dove, recando ovunque la benefica sua influenza. Appena la fiducia s’arresta, appena cessa il favore delle circostanze che la spinse, l’onda benefica comincia a ritirarsi, a concentrarsi; gli estremi limiti ai quali era arrivata sono i primi a restare a secco; ma a poco a poco, il movimento di concentrazione continuando, il credito sparisce dapertutto.

Tale è il fenomeno che avremmo visto presentarsi nel 1866, se ai primi sintomi della crisi nessun valido rimedio si fosse opposto.

La Commissione ha detto che se crisi vi era, era crisi limitata ad una scarsa parte d’Italia. Ma qual’era questa parte d’Italia? Quella ove il credito trovasi più sviluppato, ove più attivo e progredente è il movimento economico. Nessuna meraviglia può, per certo, ragionevolmente farsi se i sintomi della crisi sonosi manifestati in tal parte, piuttosto che nelle provincie meridionali, dove, come prima d’ora vedemmo, istituti di credito, se togliamo i due Banchi, quasi non esistono.

Se però il rimedio non si fosse applicato, anche a quelle provincie il male non avrebbe tardato ad estendersi. Nulla v'ha di più contagioso delle crisi che l’economia di un paese in qualche modo attaccano; è impossibile sempre il circoscriverne la funesta azione.

Ma ad ogni modo se la crisi esisteva, doveva, secondo il concetto della Commissione, scongiurarsi con altri mezzi. «Rialzare lo sconto, dice essa, per limitarne le domande e per attirare in Italia i capitali dall’estero, dove il saggio dello sconto si manteneva inferiore; accordare un modico interesse ai depositi per allettarli a giacersene; richiamare il saldo di 24 milioni dai propri azionisti, completando il pagamento da 700 a 1,000 lire per ogni azione; acquistare, alla peggio, occorrendo, dell’oro all’estero, mediante un sacrifizio sui consueti propri larghi guadagni, in proporzione maggiore di quella tenutasi negli anni addietro. Questo era il compito della Banca; ciò facendo essa avrebbe mostrato di degnamente e lealmente lottare contro la crisi di cui si lagnavano, per la insufficienza dei suoi sconti, alcuni istituti minori (1). »

Quanto fossero tali rimedi applicabili nell’epoca della quale discorriamo, qual è risultato sarebbesi potuto sperare da essi, in nissun miglior modo noi possiamo esaminare, se non riferendo testualmente la risposta ohe, con moderato ma fermo e reciso linguaggio, ha fatto a questo riguardo l’Amministrazione della Banca nazionale colla pubblicazione che già avemmo occasione di ricordare:

Rialzare lo sconto, dice la Banca, senza avere i mezzi di soddisfare alle domande che avrebbero continuato sempre, quantunque gravi ne fossero riuscite le condizioni, sarebbe stato, peggio di una illusione, una derisione. La limitazione che sarebbe venuta nelle domande, quando anche lo sconto fosse stato spinto ad un saggio altissimo, non avrebbe mai condotto queste nelle minime proporzioni a cui si dovea mirare, perché la Banca potesse soddisfarle: non se ne sarebbe ottenuto altro effetto che quello di dare alla Banca un grosso benefizio sulle poche operazioni che le sarebbero ancora state possibili.

Supporre che l’aumento dello sconto potesse allora avere per effetto di chiamare in Italia i capitali dall’estero, mentre all’estero si volevano ad ogni costo liquidare le operazioni coll’Italia anche perdendo dall’1 al 2 per cento sulla carta commerciale oltre lo sconto normale, il che vuol dire soggiacendo ad uno sconto dal 10 al 14 per cento, è un errore che non merita davvero una lunga confutazione.

– Allettare i depositi con un modico interesse.

È noto, innanzi tutto, che queste operazioni venivano già fatte dalla Banca nelle provincie meridionali, dove l’interesse sui depositi era ed è in vigore; quindi essa avrebbe potuto adottare il consiglio della Commissione soltanto nelle provincie del centro e in quelle settentrionali. Ora dunque bisognava riflettere che il concedere un interesse sui depositi in momenti come quelli dell’aprile 1866, in provincia dove queste operazioni non erano mai state praticate, e dove abbondano le Casse di risparmio, ed altre, che per lunga abitudine raccolgono i capitali disponibili, sarebbe stato inutile quanto allo scopo, dannoso quanto al credito della Banca. Ciò del resto non avrebbe avuto alcun effetto sopra la speculazione che cercava l’oro, e che movendo da gravissimi timori aveva in vista un aggio tutt’altro che modico. A questo proposito occorre anzi rilevare un nuovo errore che si vede nelle conclusioni. Ivi è detto che la Banca alcun tempo prima dichiarò giovevole in circostanze straordinarie l’applicazione più larga del conto corrente ad interesse: invece lo dichiarò due anni dopo, cioè nella relazione dell’esercizio 1867 letta agli Azionisti il 19 febbraio 1868, ed ebbe in mente di riferirsi all’epoca del ritorno del cambio metallico, collo scopo allora molto probabile di attirare alla Banca nuovi mezzi per resistere meglio all’urto di quell’avvenimento.

– Richiamare il saldo di 24 milioni sulle azioni.

Quando il paese era stremato di forze, quando l’azione degli stabilimenti di credito secondari era interamente paralizzata, quando la stessa Banca era obbligata a restrizioni nelle operazioni, che potevano andare fino alla completa interruzione degli sconti, l’aver chiesto agli azionisti, che pur fan parte, e parte numerosa, del pubblico italiano, il versamento di 24 milioni, sarebbe stato atto talmente improvvido, che la coscienza pubblica avrebbe senza dubbio imposto alla Banca di ritirarlo.

(1) Relazione, pag. 419 e 420.

È certo che ad ogni modo questo versamento non sarebbe stato eseguito che da pochi.

— Acquistare, alla peggio, oro all'estero mediante sacrifici straordinari.

A tutti gli uomini pratici di questi affari è noto che vi sono momenti in cui, nemmeno con gravissimi sacrifizi, si possono fare simili acquisti, perché il credito internazionale è affatto paralizzato. Per far venire oro dall’estero occorre avere colà un credito aperto, oppure occorre trovare in paese la carta necessaria per lo scambio. Ma né l’uno né l’altro di questi due mezzi era praticabile in aprile 1866. Già si è detto che la Banca andava incettando tutto quello che trovava di buona carta sull’estero, eppure non potè riuscire che a magri risultati. Quanto ad aperture di crediti all’estero, ben sa la Banca se questo fosse allora possibile, sebbene in altri tempi anche procellosi, ma non con aggravazione di cause politiche come nel periodo di cui parliamo, essa abbia sperimentato quanto esteso fosse il suo credito al di fuori. Al principio d’aprile 1866 la Banca doveva all’estero oltre a 19 milioni, e già per questi veniva assai sollecitata dai suoi corrispondenti a pagare nel più breve termine. Come poteva quindi chiedere l’apertura di nuovi crediti? Del resto i resoconti della Banca attestano che non si sono mai risparmiati ingenti sacrifizi per mantenerla anche in tempi difficili in istato di soccorrere il commercio quanto più largamente fosse possibile, importando oro dall’estero: la Relazione della Commissione mette in evidenza a pagina 33 le discussioni che avvenivano nelle adunanze degli azionisti intorno alle spese dipendenti da simili importazioni. Ma quando ogni fonte di credito è chiusa, le operazioni di tal fatta riescono impossibili, qualunque sia il sagrificio che si voglia fare.

Nulla crediamo sia mestieri di aggiungere a siffatte considerazioni. La Commissione credette che il male, per cui nel 1866 era urgente un rimedio, non provenisse che dalle ordinarie oscillazioni che nel movimento del credito s’incontrano spesso, e suggerì l’applicazione dei rimedi ordinari, principale fra i quali, il rialzo dello sconto. Ma sventuratamente il male era assai più grave e profondo, e derivava dalla sfiducia che avea in breve depauperato il mercato monetario nazionale.

Meglio che qualche momentaneo palliativo, si richiedeva evidentemente un rimedio eroico, mercé il quale il metallo mancante fosse in qualche modo surrogato.

La Commissione però è logica nelle sue proposte; essa credette sufficiente il rialzo dello sconto e l’importazione del poco oro che la Banca avrebbe potuto acquistare all’estero, perché negò anzitutto lo spostamento del metallo a danno nostro.

Quale sia la massa di metallo monetato che in un paese esiste, qual sia il movimento del metallo monetato che fra una nazione e l’altra va succedendo, sono notizie che non in Italia soltanto, ma in nessun paese del mondo mai poterono aversi tranne che per via di più o meno incerte induzioni.

La Commissione parlamentare d’inchiesta si è pure occupata di codesto argomento, che aveva col compito suo strettissima attinenza; accurate indagini d’ogni maniera da essa furono compiute, numerose persone che, per ragione del loro ufficio o della loro posizione o dei loro studi, potevano somministrare lumi sul difficile tema, furono interrogate; ma se volessimo riassumere il risultato che dopo tutto ciò si ottenne, troveremmo una disparità d’opinioni così profonda, una tale diversità di cifre da lasciarci incerti assai più di prima.

Noi non entreremo nel dedalo di considerazioni e di offre per le quali la Commissione, dopo avere estimato a quale somma potesse presumersi ascendere il metallo coniato esistente in Italia prima del corso forzoso e studiate ad una ad una le cause molteplici che contribuirono all’uscita ed all’entrata del danaro nel Regno, venne a stabilire quale possa essere la massa metallica tuttora esistente. Ciò non riteniamo necessario al nostro scopo. Ci basterà il dichiarare, che noi dividiamo l’opinione da quasi tutti gli economisti spiegata, secondo la quale cioè, la massa metallica di cui un paese abbisogna stà in ragione inversa dello sviluppo del credito sotto le svariate sue forme; ed un durativo sbilancio monetario tra un paese e l’altro non è possibile, perché qualunque sia l’eccedenza che fra l’importazione e l'esportazione delle merci in un paese esiste, il danaro ha mille vie diverse, ignote, od almeno inapprezzabili, per le quali ritorna donde è partito e viene, lentamente però, a ristabilire l’equilibrio fra paese e paese.

Quando in nessun altro modo tale fatto potesse compiersi, si compirebbe a poco a poco pel ribasso dei prezzi delle cose che la deficienza del metallo coniato finirebbe per produrre.

Ma se uno sbilancio monetario stabile non è possibile, è possibile pur troppo—e l’esperienza l’ha ripetute volte mostrato—uno sbilancio temporaneo e talmente grave, da portare alle più serie conseguenze, ove non venga con mezzi straordinari prontamente riparato.

Tale fu il fenomeno che si verificò per conseguenza della cresciuta sfiducia verso l'Italia nel principio del 1866. L’affluire precipitoso, incalzante della rendita italiana dall’estero in Italia nel finire del 1865 ed al principio del 1866, e la conseguente esportazione di abbondante massa di numerario, è un fatto che la Commissione d’inchiesta credette poter negare in taluni punti della sua relazione, ma che dovette esplicitamente ammettere e riconoscere in altri, ed è del resto attestato da tutte le deposizioni che sono negli atti della Commissione stessa consegnate. Diverso è l’apprezzamento della entità della somma di rendita importata; né poteva essere altrimenti, trattandosi di cosa che sfugge a qualsiasi esatto calcolo; ma il fatto della importazione in abbondantissima misura non è da alcuno negato.

All’importazione della rendita dovette necessariamente tener dietro in maggiore o minor proporzione l’importazione dei molti altri effetti pubblici, come azioni, obbligazioni di ferrovie e di altre simili società od imprese italiane, perocché siffatti titoli, come il satellite segue il pianeta, dividono la sorte della rendita.

A maggior prova dell’affluenza della rendita in Italia, quando la concorde opinione dei deponenti all’inchiesta, ed anzi l’esplicita affermazione della Commissione stessa non bastassero, gioverebbe l’osservazione di un fatto, che molti forse non ebbero occasione di apprezzare, ma che viemeglio può dimostrare quale fosse nell’epoca della quale discorriamo la sfiducia degli stranieri per l’Italia.

Questo fatto è cosi esposto dalla Banca nella più volte menzionata sua pubblicazione.

Da molti anni esiste in Francia una tassa di bollo, proporzionale di uno per cento sopra i fondi pubblici esteri che si negoziano alle borse francesi, regolata sul capitale nominale.

Questa tassa insieme alle oscillazioni del cambio tra Francia e Italia costituiva la differenza di prezzo che ordinariamente esisteva sulla rendita italiana tra i mercati francesi ed i nostri. Lo speculatore italiano, che voleva realizzare rendita in Francia, doveva necessariamente tenere a calcolo, oltre la differenza del cambio, la spesa di 1 0/0 sul capitale nominale. Ma nello stesso tempo esistevano sempre in Francia notevoli quantità di rendita italiana senza bollo, perché non ancora negoziata alla Borsa; essa veniva ricercata per spedirla in Italia; si offriva in baratto rendita bollata, esigendo il rimborso totale o parziale della tassa. Nel secondo semestre 1865, cioè quando cominciò a rendersi imponente la realizzazione in Italia di rendita italiana per parte di possessori francesi, il possessore di titoli bollati si contentava già di ricevere solo il rimborso della metà della tassa pagata, cambiandoli in titoli non bollati. In gennaio 1866 cotesto rimborso ribassò ancora a 40 centesimi, in febbraio a 15 centesimi, in marzo a 10 centesimi. In aprile poi ogni compenso di tassa era svanito: il venditore francese mandava in Italia i titoli bollati rassegnandosi a perdere la totalità della tassa, perché tutto lo, o quasi, di rendita italiana esistente in Francia senza bollo era venuto in Italia, e dopo quello vi venivano senza differenza i titoli col bollo francese.

In qual modo dopo tutto ciò abbia potuto la Commissione chiamare postuma allegazione l’affluenza della rendita in Italia, come essa nelle sue conclusioni abbia potuto sconoscere l’influenza gravissima di tale fatto sul mercato monetario italiano, è cosa che assai difficilmente può spiegarsi.

Essa si fondò sul confronto tra i pagamenti di rendita all’estero fatti nel 1865 e quelli fatti nel 1866 e nel 1867, e non vedendo diminuzione per questi ultimi, si credette sicura nel dichiarare, anche contro le precedenti sue affermazioni, che l'afflusso della rendita dall’estero in Italia era un sogno.

E viemaggior vigore diede al suo argomento, accennando come i listini del cambio nel principio del 1866 si mostrassero favorevoli all’importazione del danaro dalle piazze di Londra e di Parigi.

Ma l’argomento dedotto dall’ammontare dei pagamenti all’estero è cosa di ben lieve importanza, dinanzi al fatto notissimo e dalla stessa Commissione lamentato, della speculazione sviluppatasi su amplissima scala e consistente nel comprare coupons di rendita in Italia per farseli pagare all’estero in oro. Quale sul totale dei pagamenti di rendita fatti all’estero sia la parte ottenuta da questa dolosa speculazione, non è certo possibile stabilire. Quello che in modo non dubbio fu constatato si è, che, ad onta dei provvedimenti adottati, la speculazione ha continuato e continua, massime per le grosse partite di rendita. Egli è evidente come basti tale fatto per spiegare il perché, ad onta del riflusso della rendita in Italia nel principio del 1866, la somma dei pagamenti dei coupons all’estero siasi mantenuta eguale.

Quanto alle cifre del listino del cambio, nei giorni che precedettero il decreto 1° maggio 1866, v'ha considerevole differenza tra quelle stabilite dalla Commissione e quelle che l’Amministrazione della Banca ha testé pubblicate come desunte dai bollettini ufficiali. Queste ultime concordano nella loro espressione coi fatti che, come avanti dicemmo, furono da tutti riconosciuti, mostrando la grande facilità con cui il danaro dall’Italia alla Francia emigrava. Le cifre date dalla Commissione sarebbero un tal poco con quei fatti dissonanti. Ma poiché, giova ripeterlo, il fatto dell’importazione della rendita non è negabile, e quando s’importano dei titoli per centinaia di milioni, provocando necessariamente l’esportazione del corrispondente numerario, non è possibile che il cambio sia favorevole pel paese nel quale tale movimento ha luogo, è logico il conchiudere che le cifre del cambio date dalla Commissione furono probabilmente stabilite su qualche fatto eccezionale, ma non esprimono, né possono esprimere la vera situazione generale dell’epoca alla quale si riferiscono.

Quale fosse questa situazione potremmo viemeglio dimostrare aggiungendo ben altre considerazioni a quelle che siamo venuti svolgendo, se ulteriori argomenti fossero necessari a far vedere ohe,

allorquando la Commissione d'inchiesta dichiarò cosi esplicitamente che il corso coatto non era nella primavera 1866 necessario sotto alcun aspetto, fece per lo meno un assai inesatto apprezzamento della situazione di quei giorni, sconoscendo le logiche risultanze che dai fatti stessi, nel corso dell’inchiesta stabiliti, necessariamente dimanano.

Affrettiamoci però a soggiungere che, se parlammo sin qui della Commissione perché cosi suolsi nominare la maggioranza, vi fu tuttavia in essa una minoranza che intorno all’origine del corso forzoso nel 1866 ebbe ben altro concetto. Ed in questa minoranza è da notare il voto dell’onorevole Sella, al quale nessuno certo potrà negare potente vastità d’ingegno, profonda conoscenza e pratica esperienza della materia difficile sulla quale la Commissione era chiamata a giudicare.

L’opinione della minoranza è un valido argomento d’autorità che non vogliamo trascurare di aggiungere, t Per verità (diceva essa dopo aver ricordato quale fosse la situazione e quale dovesse essere la’ preoccupazione del ministro delle finanze nei giorni che precedettero la guerra del 1866), noi non sappiamo come si possa formare ora un giudizio netto e sicuro del provvedimento che allora sarebbe stato il migliore; giudizio che necessariamente dipenderebbe piuttosto dagli avvenimenti posteriori, che non dalle circostanze, in mezzo alle quali realmente il Governo si preparava al compimento della unità ed indipendenza della nazione. Meno ancora però comprendiamo un tal giudizio, se, mettendoci al suo posto, si asseverasse che avremmo fatto altrimenti (1).

Ma se il giudizio pronunziato dalla maggioranza della Commissione della non necessità del corso forzoso manca di solido fondamento, cade ad un tempo la anche pià grave condanna che essa, pur non volendo aprir l’adito a recriminazioni del passato, emise, quando disse che la precipua, anzi la sola cagione del corso forzoso debbe riconoscersi nel fatto della concentrazione del credito e del denaro del paese in un solo istituto.

(1) Relazione della Comm. d’inch. sul corso forzoso, Vol. I.

XLVI.

Potrebbesi, a dir vero, esprimere una qualche meraviglia nel sentire enunciare il fatto della concentrazione del credito in un solo istituto, dalla Commissione che poco prima ebbe a fare una dotta ed ampia descrizione dei diversi istituti di credito, che in Italia esistono. E difatti, se la Banca nazionale è il più potente degli istituti di credito italiani, se sovr’essa solo fu possibile sinora al Governo appoggiarsi nei frequenti suoi bisogni, se per forza naturale delle cose la Banca nazionale è destinata a formare il perno di tutto il meccanismo del credito in Italia — il dire ora che il credito è tutto in essa sola concentrato, è dimenticare i molti istituti che, indipendentemente dalla Banca nazionale, alle operazioni del credito in un modo o nell’altro attendono. E non sarebbe verità tale asserzione, anche quando, erroneamente, si volesse dar nome di credito alla sola facoltà dell’emissione; ché anche tale facoltà ora la Banca nazionale divide con quattro altre istituzioni.

Ad ogni modo però, poiché la Commissione non si arrestò ad accennare il fatto del concentramento del credito in un solo istituto, ma tale fatto svolgendo e spiegando nelle conseguenze sue, credette poter segnalare la via per la quale da esso, a poco a poco, alla disastrosa misura del corso forzoso fu il paese trascinato, — è d’uopo che noi pure qui ancora brevemente ci arrestiamo.

I favori eccessivi dalla Banca accordati a taluni altri istituti di credito ed i troppo stretti legami tra la Banca e l’Erario, sono dalla Commissione indicati come effetti per cosi dire occasionali della concentrazione del credito nelle mani della Banca, e causa a loro volta del non sufficiente aiuto ai bisogni generali del paese.

Vediamo anzitutto che cosa sia a dirsi dei favori dalla Banca accordati ad altri istituti. Di questo argomento già avevamo occasione di toccare, allorquando notammo come le operazioni di sconto dalla Banca nazionale compiute con altri istituti di credito o con banchieri,

non siano in sostanza che indiretti, ma efficaci aiuti all'industria ed al Commercio, ossia appunto ai bisogni generali del paese, e servano anzi a diffondere e fare arrivare a più numerose classi industriali il credito della Banca.

Ma v’ha qualche altra considerazione da aggiungere. Il rimarco principale fu dalla Commissione fatto rispetto ai rapporti tra la Banca ed il Credito Mobiliare, la più importante missione del quale è, come a suo luogo vedemmo, favorire le imprese d'opere pubbliche, quali sono principalmente le società per costruzioni di ferrovie ed altre di simile natura.

Or bene, chi il crederebbe? — Mentre in Italia si condanna la Banca per l'appoggio che accorda alle grandi imprese pubbliche ed agli stabilimenti che per loro speciale istituto le sussidiano, in Francia, non è guari, all'epoca della grande inchiesta, si faceva, da alcuni deponenti, a quella Banca precisamente il rimprovero opposto e si dichiarava indispensabile che le grandi imprese venissero dalla Banca ampiamente aiutate col facile sconto dei loro titoli e colle anticipazioni sovr’essi (1).

Tanta è la varietà dei giudizi umani!

Su questa varietà noi non ci pronuncieremo. Ci basti d’aver fatto l’avvertenza che la condanna pronunziata dalla Commissione contro gli aiuti dalla Banca concessi principalmente al Credito mobiliare, non è da ritenersi proprio come un dogma di fede.

E del resto poi quali sono questi aiuti? Qualche osservazione è pur necessaria intorno alle cifre a questo riguardo dalla Commissione esposte.

La Commissione ha osservato che sul totale di L. 1,664,108,589 di sconti fatti dalla Banca nazionale dal 1° maggio 1866 a tutto marzo 1868, L. 323,551,118 le ottennero i cinque stabilimenti che già avemmo occasione di rammentare, cioè il Credito mobiliare, il Banco di sconto e sete di Torino, la Cassa generale e la Cassa di sconto di Genova ed in fine la Cassa nazionale di Sconto toscana.

(1) Enquète sur la Banque de Franco.

Aggiunge che lire 42,698,889 se le ebbero altri 52 istituti.

Più rimarchevole di tutte è la parte avuta dal Credito mobiliare, che sulle suaccennate L. 323,551,118 fu di L. 165,808,468. E una cifra certo di molta rilevanza; ma fermiamoci un istante sovr’essa. Che cosa rappresenta questa cifra? La quantità delle operazioni che dalla Banca furono fatte col Credito mobiliare nel periodo di 27 mesi. Ora la somma delle operazioni fatte con un istituto, o con un individuo, è qualche cosa di ben diverso dal credito accordato all’istituto od all'individuo medesimo. Un individuo cui sia accordato un credito di un milione, può, coll'addizione di successive operazioni, apparire favorito per diecine di milioni. E siccome la Banca nazionale, non accorda scadenze più lunghe di tre mesi, dividende pei nove trimestri ai quali si riferiscono le L. 165,808,468 accordate al Credito mobiliare, ne risulta un credito a di lui favore di poco oltre i 18 milioni.

Facendo eguale operazione per tutte le L. 323,551,118 accordate a' cinque istituti avanti menzionati, ne risulterà in complesso per essi un credito di circa 36 milioni.

E questa osservazione è importantissima; perocché se per essa non resta alterata la proporzione degli sconti dalla Commissione segnalata, è però fatto evidente che le somme concesse dalla Banca ai già ripetuti istituti, stanno in perfetta relazione colla importanza e solvibilità di essi.

Ma appunto perché la proporzione non varia, non potrebbe la Banca sfuggire un tal poco al rimprovero di abbondare di favore verso quegli istituti, ove si dimenticasse quale fosse la situazione degli istituti medesimi nel periodo di tempo del quale è questione; ove si dimenticasse, vale a dire, che questi istituti sono quelli che primi provarono gli effetti della crisi incipiente che nella primavera del 1866 si era manifestata. Chi potrà, ciò ricordando, far meraviglia se la Banca nazionale pensò, ed era suo dovere, di favorirli largamente?

Fare a noi che, ben a maggior diritto, la Banca andrebbe soggetta a rimprovero]quando, avuta l'inconvertibilità dei suoi biglietti, non avesse ampiamente usato delle maggiori risorse che cosi le venivano assicurate, per sostenere quelle istituzioni che, come la Commissione d’inchiesta afferma, pericolavano.

E si noti che sebbene la Commissione abbia chiamati questi istituti — alcuni istituii minori — sarebbe assai difficile in Italia trovarne altri di maggiore importanza, se facciamo astrazione da uno o due di quelli che hanno la facoltà della emissione. Sono in sostanza i primari istituti che esistono nel Regno per provvedere ai bisogni del credito nelle varie specialità delle industrie del paese; sono gli organi principali di quella diffusione del credito, che tutti vogliono, che tutti proclamano, come è di fatto, indispensabile, sebbene poi non sempre né da tutti sia, secondo il vero bisogno, favorita.

Parrà alquanto strano, dopo tuttociò, il sentire che la Commissione parlamentare, mentre da una parte condanna la Banca per i troppo stretti e frequenti rapporti che essa mantiene cogli altri istituti di credito, dall’altra l’accusi di non provvedere ai bisogni generali del paese. Ma che cosa si intende sotto queste parole di bisogni generali del paese, se gli aiuti che la Banca accorda agli istituti di credito che in ogni parte del paese sorgono, sono dichiarati contrari a tali bisogni? Ma si vorrebbe forse che la Banca intervenisse essa direttamente ad accomanditare imprese, a fare il credito fondiario, arrischiando avventatamente od immobilizzando per lunghi periodi le sue risorse, le quali debbono, secondo la scienza e l’esperienza insegnano agli istituti d’emissione, essere invece con gran cautela maneggiate, e per brevissimi intervalli impegnate, affinché possa la Banca sempre rispondere ai gravi impegni della emissione?

Non possiamo credere che tale sia il pensiero di coloro che le facili accuse contro la Banca accolgono, e quindi più inesplicabile ed infondato per noi si mostra il rimprovero degli eccessivi aiuti dalla Banca agli altri istituti di credito accordati.

E del resto, qualunque sia l’importanza che a tale rimprovero si volesse dare, v’ha una risposta che sorge spontanea nella mente di chiunque con calma, senza passione e coll’unico scopo di trovare la verità, si faccia all’esame della questione.

E questa risposta l'ha già data l’amministrazione della Banca.

«Non basta, essa dice, un semplice còmputo aritmetico per convincere che le operazioni coi ricordati stabilimenti meritino qualche appunto. Sarebbe stato necessario dimostrare che la Banca, consentendole, abbia mancato agli obblighi del proprio istituto, sia uscendo dal giro delle operazioni permessele dai suoi statuti, sia facendo affari cogli stessi stabilimenti al di là della misura segnata dalla vera importanza di ciascuno, e perciò con difetto delle necessarie guarentigie, sia ricusando di stringere rapporti con altri stabilimenti, i quali, colle debite guarentigie le abbiano chiesto di essere sovvenuti (1).

Ora non solo tutto ciò non fu dimostrato, ma, se non andiamo errati, qualcheduna delle considerazioni da noi esposte tendono a dimostrare il contrario, e meglio lo dimostreremmo, se già fin troppo a lungo su codesto argomento non ci fossimo intrattenuti.

XLVII.

Un ultimo argomento oi resta ad esaminare:i rapporti della Banca coll’Erario. Saranno però assai brevi a questo riguardo le nostre osservazioni; ché non vogliamo per certo lasciarci trascinare nel laberinto della storia finanziaria del Regno dal principio della sua formazione al giorno d’oggi. D’altronde chiara ed irrefutabile è la risposta che su questo punto l’Amministrazione della Banca ha pubblicato; assai poco è quello che noi potremmo utilmente aggiungere.

Le operazioni della Banca col Governo furono davvero importantissime, i rapporti tra l’una e l’altro furono e sono ripetuti e frequenti. La Banca ha negoziato per l’Erario ingenti quantità di Buoni del Tesoro, ha partecipato a tutti i prestiti dal Governo emessi, ha prestato all’Erario l'opera sua ed il suo credito,

(1) Pubblicazione citata.

facendo per conto di esso somministranze di fondi all’estero, assumendo il servizio delle zecche, l’esazione delle imposte ed il servizio di tesoreria in talun compartimento, emettendo ed esigendo assegni pel trapasso di fondi erariali da una ad altra città, e via discorrendo.

Come è dovuto a chi presta l’opera sua e dà i suoi capitali, la Banca trasse dalle operazioni fatte col Governo un compenso. Sarebbe ragionevole pretendere che compenso non vi fosse?

Nessuno certamente oserebbe sostenerlo.

Fu questo compenso eccessivo rispetto all'opra prestata, ai capitali somministrati, ai pericoli incorsi e di fronte alle condizioni pubbliche nel momento in cui le vane operazioni furono compiute? Ha la Banca per gli impegni assunti verso il Governo sconosciuta la sua missione negando, od anche solo diminuendo gli aiuti che al commercio, alle industrie, essa è, per propria istituzione, tenuta a somministrare?

L’Amministrazione della Banca ha luminosamente dimostrato il contrario. Chi ha letto le sue osservazioni intorno alla relazione della Commissione d’inchiesta, dovrà, ove gli occhi alla luce per passione chiudere non voglia, riconoscere che sotto l’uno e sotto l'altro dei due ora accennati aspetti, la Banca ha perfettamente giustificato l’opera sua, come la inappuntabile legalità di tutte le sue operazioni già dalla stessa Commissione d’inchiesta era stata implicitamente riconosciuta.

Ma noi vogliamo andare assai più avanti ancora; noi vogliamo ammettere che in tutte le sue operazioni col Governo la Banca abbia fatto lucri straordinari, insperati; noi vogliamo supporre che abbia essa dovuto restringere i mezzi dedicati alla vera sua missione, per servire ai bisogni dell’Erario nazionale. Ebbene, tutto ciò che cosa prova contro la Banca, contro l'attuale nostra organizzazione del credito?

È forse colpa della Banca, è forse per conseguenza della nostra organizzazione del credito, se l’Erario fu assai spesso costretto a chiedere l'aiuto della Banca? E se il frequente ed urgente bisogno vi fu, che cosa sarebbe avvenuto se un potente istituto quale è la Banca non si fosse trovato pronto e facile al soccorso?

Che cosa sarebbe avvenuto, se, quando si decretò, il prestito nazionale, la Banca non si fosse trovata pronta ad assumerne parte considerevolissima, aiutando coi potenti suoi mezzi, o per meglio dire, decidendo la riuscita dell’operazione? Che cosa sarebbe avvenuto se, quando nell’ottobre 1867 mancavano i mezzi per far fronte al pagamento all’estero del semestre 1° gennaio 1868 della rendita, la Banca non avesse prestato il suo credito, provvedendo a Parigi, mercé le estese relazioni che vi possiede ed il credito che vi gode, 40 milioni in oro? Che cosa sarebbe avvenuto, od avverrebbe se, ogni qual volta si tratta dell’alienazione di Buoni del Tesoro o di altre consimili operazioni, rese necessarie dall’incerta e tarda esazione delle ordinarie entrate erariali, la Banca nazionale non esistesse?

Quello che sarebbe avvenuto od avverrebbe, non vogliamo indagare; ma questo solo ricorderemo, che, cioè, tutti i principali paesi d’Europa od hanno o tendono ad avere un grande stabilimento di credito, sul quale il Governo possa negli improvvisi suoi bisogni appoggiarsi. E per noi in Italia, che di improvvisi bisogni assai più che qualunque paese frequentemente abbiamo, più di qualunque paese la necessità di un grande istituto di credito sentiamo. Il conte Cavour, che per certo se ne intendeva, codesta necessità, come a suo luogo ricordammo, ha ripetutamente proclamata e le prime basi della potenza cui la Banca nazionale italiana è arrivata, furono dal conte Cavour gettate.

Sappiamo tutte le obbiezioni che contro i troppo stretti rapporti fra gli affari dello Stato e quelli d’una Banca possono farsi e si fanno; sappiamo che lo Stato e la Banca hanno entrambi una sfera d’azione, una missione ben diversa e separata; sappiamo che lo Stato non può, né deve essere banchiere, né la Banca governare il mondo. Ma qui non è il caso di sconoscere alcuno di siffatti principii; nessuno vuole che gli interessi dello Stato e quelli della Banca siano confusi, nessuno vuole che lo Stato dispensi il credito, né tanto meno che la Banca si faccia dominatrice e signora dello Stato.

Si tratta di avere nel paese una grande istituzione, la quale per la potenza dei suoi mezzi, per le solide sue relazioni all’estero, sia, in qualunque evento, capace di rispondere all’appello dell’Erario.

Chi è che, massime in questi tempi e ricordando le condizioni nostre finanziarie, potrà sconoscere non l’utilità, ma la necessità di una simile istituzione? Come potrebbe di fronte allo Stato, e nell’interesse dei bisogni di esso, la Banca nazionale essere surrogata da quella miriade di microscopici e poco vitali istituti, noti appena nelle ristretta cerchia di una qualche provincia, senza la benché menoma relazione all’estero, in urto continuo fra di loro, come è costume in Italia; istituti, che i propugnatori della libertà d'emissione anelano di veder sorgere presso di noi, appena l'idra del monopolio, come essi poeticamente dicono, sia schiacciata?

E frutto di poetica aberrazione è, a creder nostro, la guerra che contro al maggiore dei nostri istituti di credito fu da taluno dichiarata, quando tal guerra anche più probabilmente non sia l’espressione del pregiudizio, del naturale sentimento di malevolenza, che per solito anima le masse contro chiunque, sia pure colla più perfetta legalità ed onestà, sia pure anzi rendendo servizi al paese, ha saputo crearsi una posizione distinta, ha potuto ampliare la sua fortuna. È la storia dolorosa che si svolge ogni giorno in Italia, è la funesta opera della demolizione che vigorosamente si compie.

Certo nessuno penserà che da si volgare e funesto errore «iansi lasciati trascinare gli uomini sommi che la Commissione d’inohiesta parlamentare componevano, allorquando la esplicita loro condanna contro la Banca nazionale pronunziarono, e la necessità di appigliarsi al sistema della libertà delle Banche proclamarono. Amanti del bene del paese, desiderosi di compiere nel migliore interesse di esso il difficile còmpito loro affidato, essi denunziarono al paese ciò che danno del paese loro parve essere; uomini di scienza, essi risolsero a secònda della loro opinione un quesito che la scienza ha discusso.

Ma poiché nessuno dei fatti lamentati ragionevolmente sussiste, e se mali e mali gravi nel paese si lamentano, non nel sognato predominio della Banca, nel modo con cui essa esercita la sua azione è d’uopo cercarne la causa, ma piuttosto nel dissesto quasi progredente delle cose nostre, al quale finora noi, troppo occupati nelle funeste guerre di partito, non sapemmo riparare;

— e poiché d'altra parte se anche la libertà delle Banche d’emissione volesse dirsi tuttora problema della scienza, tutte le principali nazioni d’Europa l’hanno nel fatto risolto o tendono a risolverlo in senso diametralmente opposto ali’ opinione dalla Commissione d’inchiesta manifestata, — non sarà mancanza di rispetto il dubitare se i due primi dei tre ordini del giorno coi quali la Commissione conchiuse il suo gravissimo lavoro rispondano alla verità delle cose, sieno consentanei ai bisogni del paese.

«In nessun paese meno che in Italia, ha detto la Commissione, può parlarsi d’una Banca unica, in un paese, come è l’Italia, in cui gli affari tutt’altro che essere riuniti in un solo centro, sono tanto divisi fra le varie provincie del Regno, senza che ancora siansi formate se non poche relazioni e scarsi legami tra di esse, ed in cui l’associazione dei capitali, se pure non manca per qualche grande impresa, lascia però in generale soli e da parte il commercio e l’industria; in cui finalmente troppe forze intellettuali, civili, economiche, hanno un’ orbita di moto loro proprio, da non lasciarsi trascinare dalla gravità ad un centro comune, poiché vi è come istintiva la ripulsione all’accentramento. — Si può ancora discutere sulle teorie e sui principi, che già la necessità delle cose e dei fatti ha risolto per noi la questione (1).

Or bene, gli è appunto per tale stato di cose che, anche indipendentemente dalle teorie e dai principii, la necessità, dell’unità per noi si fa manifesta. Se manca tra le nostre provincie qualunque legame, se non vi sono fra esse che poche e rare relazioni, ma come si cementerà l’unità politica, cui tanto abbiamo anelato, come si cesserà di essere un’ accozzamento di diversi paesi, per diventare vera e propria nazione, se un nuovo germe di divisione, nel più vitale degli interessi, l’interesse del credito, verremo ad impiantare?

(1) Relazione, Vol. I.

— Se manca l’associazione dei capitali, se le forze intellettuali, civili ed economiche hanno tutte un’orbita propria, ma come sperare che, per virtù solo della proclamata libertà delle Banche, sorgano ovunque e come per incanto istituzioni che in qualche modo il commercio e l’industria possano efficacemente aiutare?

Si, qualunque sia il dettato della scienza — e quale questo sia, noi abbiamo prima d’ora esaminato — il fatto ha in Italia deciso la questione. E questo fatto noi ricordammo, quando descrivemmo come la Banca nazionale per necessità delle cose, per volontà delle varie parti del Regno, per spontanea adesione di molte tra le varie Banche prima qua e là esistenti, abbia a poco a poco estesa a tutto il Regno la sua azione, e sebbene qualche eccezione esista ancora, abbia oramai, può dirsi, realizzato in tutta la sua portata il sistema dell’unità.

Tale e non altro è il fatto che presso di noi si è compiuta nella questione delle Banche, nella quale cosi non si è l’Italia scostata da quanto hanno fatto le più civili nazioni di Europa.

Se il sistema dell’unità è oramai col fatto compiutamente attuato, se tale fatto, checché taluno ne pensi, ha per sé il voto della maggioranza tra i cultori della scienza, resta per noi in Italia, per ciò solo, quasi completamente risolta anche un’altra meno ampia, ma abbastanza importante ad attuale questione: la questione del passaggio alla Banca del servizio della tesoreria; passaggio che se ha oppugnatori, è quasi esclusivamente nel campo dei difensori della libertà d’emissione.

Tale questione è quella che nel miglior modo che per noi si possa, verremo esaminando nei successivi capitoli di questa libro.









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