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Siamo ancora una “questione”?

di Antonio Orlando

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14 Luglio 2015


Ho letto con molto interesse (come sempre, del resto) l’articolo di Zenone d’Elea “Uscire dalle secche del Neoborbonismo e del Neomeridionalismo”, e vorrei fare qualche osservazione in nome della comune amicizia che ci legava al compianto Nicola Zitara. Non credo che le opzioni attualmente in campo possano essere quelle del “neoborbonismo” da una parte e del “neomeridionalismo” – di qualunque stampo si voglia – dall’altro. Messa in questi termini la “questione” (l’aggettivo mi rifiuto categoricamente di aggiungercelo e tenterò di spiegare perché) è irrisolvibile, non ha soluzioni. Il tertium che aleggia sembra quasi un ineluttabile destino di separazioni, divisioni, frammentazioni che non possono fare altro che rendere ancor più intricata e complicata la situazione dell’Europa mediterranea.

 Il neo-borbonismo non è da condannare o da relegare tra i movimenti “color nostalgia” – direbbe Guccini – per il fatto che contiene in se una chiara e netta scelta monarchica. Sarebbe troppo semplicistico liquidarlo solo per tale ragione dal momento che, perfino un Malatesta accettò l’aiuto della regina di Napoli, che indicava come la Signora per antonomasia e che ha sempre nominato con grande rispetto e con una velata punta, appena percettibile, di soggezione. La monarchia non è una delle tante forme di governo che si possono realizzare in un ambito istituzionale-statale.

 La monarchia è, al contrario, una precisa configurazione del potere che prevede, come naturale conseguenza, un’articolazione delle linee subordinate dell’amministrazione e della gestione della cosa pubblica. A meno di non collocare la monarchia dentro un contesto puramente decorativo – e non mi pare sia questa l’idea che i neo-borbonici vogliono dare dei regnanti napoletani da Carlo III in poi – l’accettazione di questa forma di governo si accompagna ad un’impalcatura della società fortemente autoritaria e gerarchizzata e per questo davvero anacronistica. Non è indifferente in tutto questo, nonostante le apparenze, il giudizio storico che certo non può e non deve essere viziato dal manicheismo tipico degli italiani. Il nostro amico Nicola Zitara, a questo punto, avrebbe fatto un salto contestandomi l’uso di questo appellativo. Gli “italiani” per lui semplicemente non esistono né sono mai esistiti. E questa la posizione che riassume egregiamente l’epigrafe che apre l’articolo di Zenone d’Elea. I neoborbonici afflitti dalla preoccupazione di sfatare le tante leggende nere e le tante falsità che pesano sul Regno di Napoli, certo alimentate, in alcune circostanze ad arte, dagli Inglesi, dal Cavour e dai alcuni c. d. “patrioti” napoletani in esilio, hanno lasciato nell’ombra ed hanno fatto finta di dimenticare i veri propositi ed i reali (l’equivoco è involontario!) intenti costantemente perseguiti dai Borboni: cioè il mantenimento del trono. Né si può dire che lentamente il regno di Napoli stava evolvendo, pur tra mille contraddizioni e con molti ostacoli, verso una forma di Stato di polizia, tipo l’Austria di Maria Teresa o la Prussia di Federico il Grande o la Russia dello zar Pietro il Grande – Tutti grandi, chissà perché? – Non vi erano le condizioni per una simile, pur tardiva, trasformazione né la Chiesa lo avrebbe permesso né le potenze europee avevano interesse a favorire effettivi e concreti cambiamenti. Cosa ri-propone, dunque, il neoborbonismo? Rivendicazioni, rimpianti, risentimenti, rancori, non rappresentano, di per se, la base di una proposta politica, possono, senz’altro, costituire la traccia di un’originale e nuovo filone di ricerca storica di tutto rispetto poiché, di solito, come sappiamo, la Storia la scrivono i vincitori, ma niente di più. E la scrivono, tanto per precisare, sempre a modo loro e secondo le loro esigenze. Da qui alla costruzione di un movimento – non diciamo partito – politico, però ce ne corre! Questa nuova organizzazione non potrebbe che nascere con la testa rivolta all’indietro e se anche, nel suo programma, scrivesse, a lettere cubitali, la parola “indipendenza”, ciò suonerebbe non poco credibile, bensì falso.

Dall’altro lato il neo-meridionalismo si riaffaccia schierando tutte le sue anime da quelle piagnone e questuanti a quelle querule ed accomodanti fino a quelle innovative, moderne, europeiste o addirittura rivoluzionarie che però sono andate a studiare e a lavorare a Roma, a Milano o a Torino o all’estero ed ivi sono rimaste e, magari, hanno fatto pure carriera. Sono quelli che il Mezzogiorno (strano, fateci caso, non lo chiamano mai Meridione o Sud) è meglio studiarlo da lontano; quelli che è meglio tornarci per le vacanze e per il mare o per trovare genitori troppo anziani per poter vivere in città. Sono quelli che vengono chiamati a tenere conferenze e lezioni perché hanno avuto successo; sono quelli che, in verità, vengono a pontificare dall’alto delle loro cattedre, dei loro scranni, dei loro posti di dirigenza. Sono quelli che si degnano di elargire il loro sapere alle genti meridionali che in loco faticano, stentano, sono costrette a convivere con la mafia, che vedono e, denunciano, senza risultato, le connivenze, la corruzione, il malaffare. A tutti noi che siamo rimasti, che abbiamo avuto la forza ed il coraggio, se non l’incoscienza, di rimanere, vengono impartite ripetutamente “lezioni di antimafia”, ammonimenti sul senso civico, lezioni di morale da parte di gente che è fuggita accampando le scuse più stravaganti. Loro dicono a noi quello che dovremmo fare, come dobbiamo comportarci, quali sono i nostri doveri, chi dobbiamo votare e perfino quali libri dobbiamo leggere o quale musica dobbiamo ascoltare. Poi cadono dalle nuvole quando “scoprono” che la ‘ndranghita è arrivata anche nelle loro città e, magari, sono soliti pranzare in ristoranti controllati dalla mafia. Certo tutti costoro sono stati di Sinistra; hanno militato nei gruppi extra-parlamentari passando per il vecchio Partito Socialista o per il glorioso Partito Comunista oppure sono stati nei Centri Studi, in associazioni varie di tutela del Mezzogiorno o in enti che si prefiggevano come obiettivo epocale lo sviluppo del Sud. I più sfigati sono stati dentro i Sindacati, ma sempre, intendiamoci, nei posti di direzione, hanno guidato le lotte, hanno organizzato gli scioperi e le manifestazioni, hanno condotto le trattative, hanno dialogato a tu per tu con ministri e governanti. Sono la classe dirigente meridionale, che, come i vecchi esponenti dell’aristocrazia, i quali dimoravano a Napoli o a Palermo, ha sempre preferito dirigere da lontano, al massimo, di volta in volta, ha designato dei proconsoli, che oggi si chiamano presidenti della Giunta regionale, assessori o commissari straordinari.

Questa classe dirigente, parassitaria come la borghesia sud-americana, è il frutto del mal interpretato, mal cucinato e mal digerito marxismo italiano nella versione tramandataci da Antonio Labriola in poi, passando attraverso la rimasticatura dell’omonimo Arturo fino al lavacro dello stalinismo servitoci in tutte le salse dal Migliore e dai suoi epigoni, discepoli e servi. Loro hanno “inventato” la questione meridionale prendendo a prestito gli strumenti di analisi che il vecchio Marx utilizzava ed applicava alla “questione ebraica” e alla “questione irlandese” per non parlare dei tantissimi articoli dedicati dal duo tedesco alla guerra civile americana. Così la categoria delle questioni nazionali, che inevitabilmente contengono dentro di se “anche” le questioni religiose, è stata maldestramente utilizzata per cercare di spiegare la traiettoria che i governi post-unitari hanno voluto imprimere al capitalismo italiano. Il solito Zitara – e posso testimoniarlo di persona poiché negli ultimi anni ne abbiamo discusso in moltissime occasioni – passa dalla categoria della “colonia interna”, da lui elaborata nei primi anni ’70, all’idea dell’invenzione del Mezzogiorno, espressione che da il titolo proprio alla sua ultima fatica, quasi un testamento. Nicola nel 2004 mi diede, su un cd, la prima stesura del libro che avrebbe voluto intitolare “L’Unità truffaldina”, avrei dovuto verificare alcuni dati e dare una mia opinione su quella bozza che, al termine della lettura, a me appariva presso che completa. L’unica cosa che mancava erano le ragioni storico-politiche di questa evoluzione, dal momento che i dati economico-finanziari erano di una forza incontrastabile.

Il superamento del concetto di “colonia” e l’affermarsi della nozione di “questione” mancavano di un anello poiché la prima è un fatto esterno di natura economica, di sfruttamento, di trasferimento di risorse dalla periferia verso il centro mentre l’altra poggia su irrisolti e contrastanti aspetti di ordine istituzionale, culturale, religioso, linguistico, di usi, tradizioni e costumi diversi rispetto a quelli della cultura della classe dominante. La colonia è un’appendice dello Stato, se invece un’area dello Stato diventa una “questione” vuol dire che si aprono delle contraddizioni all’interno delle stesse istituzioni. Il dilemma non è di poco conto. Il Sud non nasce come colonia al momento dell’unificazione, semmai colonia lo diventa successivamente, ma una colonia anomala che riesce ad esprimere perfino una classe politica che assurge ai più alti incarichi di governo. Ed è in questo momento che nasce la questione meridionale giusto in quel lasso di tempo che va dagli ultimi governi della Destra al primo gabinetto Depretis. Dopo il 1876 viene “inventato” il Mezzogiorno. Segnalai a Nicola che qualcosa di simile era già accaduto circa un cinquantennio prima dell’Unità italiana dall’altra parte del mondo. Nel 1791 la colonia francese di Santo Domingo o Hayti, all’epoca la più ricca, prospera e fiorente colonia del mondo, nonché massimo mercato della tratta europea degli schiavi, si ribella alla madrepatria. E’ una rivolta di schiavi che avviene, però, in nome degli stessi principi che in Francia hanno visto il trionfo della borghesia nel 1789. “I Giacobini neri” non vogliono solo la libertà, vogliono, l’uguaglianza, vogliono la “fraternitè” che significa distribuzione delle terre, emancipazione economica, diritto all’istruzione, indipendenza nazionale, adozione della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino” come carta costituzionale del nuovo Stato di Hayti. Per loro la Francia rivoluzionaria è un modello da imitare, da adottare, da seguire.

La perla delle Antille otterrà l’indipendenza nel 1803 ma al prezzo di lotte durissime, dopo aver respinto ben tre invasioni francesi e aver dovuto sopportare il processo e l’esecuzione del suo leader, Toussaint Louverture. E’ casuale che uno dei più grandi latifondisti haytiani fosse Giuseppina, la bella creola, moglie di Napoleone? E’ casuale che la prima spedizione contro Hayti venne guidata dal generale Leclerc, cognato di Napoleone, con tanto di moglie al seguito, Paolina Bonaparte? Hayti pagò la sua indipendenza con la totale subordinazione economica e commerciale nei confronti della ex madrepatria e non riuscì mai a raggiungere un livello di autonomia e di sviluppo. In sostanza non riuscirà mai a sganciarsi dalla amata/odiata madrepatria e finirà purtroppo vittima della sua stessa cultura e delle sue stesse tradizioni, subendo pure il distacco dell’altra parte dell’isola che diventerà Santo Domingo o Repubblica Dominicana. Nicola non ebbe né il tempo, né la voglia né la possibilità, probabilmente, di approfondire il parallelismo che gli proponevo e, tuttavia, qualcosa trapela negli ultimi capitoli del suo libro.

Le forme giuridiche del nuovo Regno d’Italia, che sono quelle di uno Stato liberale o di diritto, si adattano perfettamente alla realtà economica capitalistica di tipo dualistico che si viene imponendo nell’ultimo trentennio dell’800. La questione meridionale diviene per i Socialisti, cioè per il partito che raccoglie la migliore classe politica, la più preparata, la più attrezzata e la più colta, una sottospecie delle altre questioni che agitano l’Europa di quel periodo. Se la “questione agraria” e la “questione coloniale” sono problemi reali, la questione meridionale da invenzione diventa finzione ed in quanto tale essa diventa la maschera per eccellenza dapprima della vita politica italiana e poi della storia politica italiana. Se è risultato inadeguato il modello di Stato unitario liberale, malgrado i tentativi di iniettarvi dosi massicce di autoritarismo (Crispi, Bava Beccaris, Mussolini) non si può certo sostenere che abbia dato miglior risultati lo Stato democratico repubblicano nella sua avanzata versione regionalista. Ed allora? Cerchiamo ancora; torniamo alle origini, ad un modello federale forte come pensavano Pisacane, Ferrari, Cattaneo, Benedetto Musolino e tanti altri sulla cui bocca la parola “patria” ci stava bene e non suonava falsa. La strada è lunga, ma se cominciamo a discuterne seriamente e senza pregiudiziali, la meta non può essere lontana.  


















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