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COMMISSIONE D'INCHIESTA SULLA MAFIA

(20 dicembre 1962 - 4 luglio 1976)

http://archiviopiolatorre.camera.it/

Senato della Repubblica – Camera dei Deputati

LA GENESI DELLA MAFIA


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Tra il 1962 e il 2006 si succedono ben otto commissioni parlamentari di inchiesta sui fenomeni mafiosi in Italia. Sulla lotta alla mafia si sono costruite carriere politiche e professionali nonché fortune editoriali, con una produzione sterminata di documenti, libri, articoli, inchieste giornalistiche. L'altra faccia della medaglia è quella delle decine di morti (tutti meridionali se si escludono i coniugi Dalla Chiesa), sindacalisti, politici, agenti delle forze dell'ordine.

Le organizzazioni criminali si sono inabissate quando i riflettori erano accesi e hanno alzato la testa quando vedevano minacciati i propri interessi economici. Oggi sono diffuse sull'intero territorio nazionale, mentre nelle provincie meridionali continuano a spadroneggiare condizionando qualsiasi iniziativa pubblica o privata.

Rileggere oggi le pagine della I Commissione parlamentare d'inchiesta, quelle della relazione di maggioranza tese a circoscrivere se non a negare le responsabilità della DC siciliana e quelle di minoranza prigioniere di uno schema culturale (quello gramsciano 1) inadeguato a far comprendere le dinamiche economiche in cui si muovevano i mafiosi, fa impressione per la loro attualità.

Non voglio però aggiungere altro e riporto alcuni stralci dalla relazione Niccolai per invogliarvi alla lettura dei documenti originali:

“Nessun moto popolare dal basso, ma una gestione sapiente del separatismo, della ribellione prima e dell’autonomia poi, per salvare e triplicare in un secondo tempo i consistenti patrimoni che stavano dietro coloro che ad Algeri e a Cassibile trattano la resa con gli americani, americani che, per facilitare il colloquio, si portano con sé il fior fiore del gangsterismo nordamericano, di origine mafiosa.

L’operazione ha dell’incredibile appena si rifletta al fatto che «i gruppi di potere» che fin dal 1943 mettono radici in Sicilia sono gli stessi che, in prosieguo di tempo, gestiranno il potere nell’Isola e non solo nell’Isola.

[...]

Sciascia afferma che non capiremo nulla della mafia se non ricostruiremo, pezzo per pezzo, la vicenda mineraria, la vicenda delle preistoriche miniere baronali siciliane, dominio incontrastato dei capimafia Vizzini, Di Cristina ed altri; Sciascia dice ohe non capiremo nulla della mafia se non ricostruiremo l’operazione grazie alla quale, attraverso il via a strumenti legislativi ed organismi finanziari predisposti, si sono trasferite sul capitale pubblico le «preistoriche miniere baronali» e altre iniziative spregiudicate e fallimentari.

[...]

Il relatore ha voluto, con le sue modeste note, tentare di dimostrare come, sotto il manto dell'autonomia siciliana, si sia compiuta e realizzata, grazie alla degenerazione partitocratica, e con mano sapiente, la più gigantesca operazione di conservazione di tipo reazionario che la storia dell'Italia ricordi, e come quel disegno di conservazione, nato sulle coste dell'Algeria, l'8 settembre 1943, abbia improntato di sé tutte le vicende della Repubblica italiana.

Il relatore ha voluto, con le sue modeste note, sottolineare come la «pubblicizzazione» delle attività economiche in Sicilia, portata avanti in nome dell’autonomia e dal progresso, sia stata, in realtà, un’abile e programmata operazione gattopardesca, grazie alla quale si sono regalati (complici: partiti, sindacati, baronie agrarie) alla «società» rami secchi e ingenti debiti, facendo fare al contempo, ai latifondisti e ai vecchi proprietari delle miniere, in nome dall’8 settembre, affari di miliardi, alle spalle dell'umile e povero popolo di Sicilia.

L'Italia è al capolinea, in coma profondo. La parentesi berlusconiana ne ha allungato l'agonia, ma il renzismo non riuscirà a fare altrettanto. Ancora una volta sarà la Sicilia il luogo in cui si proverà a  trovare una sintesi fra i contrasti nord-sud. La elezione di un presidente siciliano ne è il primo passo. L'autonomia regionale sarà il vero punto di scontro. Non credo che Veneto e Lombardia accetteranno ancora per molto di non avere lo stesso livello di autonomia della Regione Sicilia – personalmente son convinto che anche Emilia-Romagna e Piemonte si faranno sentire su questo tema. A quel punto vedremo dove si collocheranno le organizzazioni criminali, non quelle degli “scassapagliari” ma quelle che mandano i figli alla borsa di Francoforte e non solo.

Zenone di Elea – Febbraio 2015

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1) Per assolvere questo suo ruolo dirigente, la borghesia italiana ha dovuto scegliere, di volta in volta, quelle intese e quei compromessi con le vecchie classi dirigenti dell'Italia preunitaria, pervenendo alla formazione di un blocco fra gli industriali del Nord e gli agrari del Sud. Cioè la borghesia non ha governato, come tuttora del resto non governa, da sola, ma ha dovuto dividere il potere con le altre classi e, per un lungo periodo, soprattutto con i grandi proprietari terrieri, specie con quelli meridionali e siciliani. (Cfr. Relazione di minoranza, pag. 569)


http://www.parlamento.it/604 - Home / Organismi bicamerali / XVI Legislatura / Commissione d'inchiesta sul fenomeno della mafia / Nota introduttiva

NOTA STORICA

Nel corso delle precedenti legislature sono state istituite, per legge, otto Commissioni parlamentari antimafia.

  • La Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia fu istituita per la prima volta dalla legge 20 dicembre 1962, n. 1720, nel corso della III legislatura, con Presidente l'onorevole Paolo ROSSI. Successivamente, nella IV legislatura essa fu presieduta dal senatore Donato PAFUNDI, nella V legislatura dall'onorevole Francesco CATTANEI e nella sesta legislatura dal senatore Luigi CARRARO. I lavori terminarono nel 1976, al termine della VI legislatura.

  • La seconda Commissione antimafia fu istituita, per la durata di tre anni, dalla legge Rognoni-La Torre (legge 13 settembre 1982, n. 646), con Presidenti il senatore Nicola LAPENTA e poi l'onorevole Abdon ALINOVI. Essa non aveva poteri d'inchiesta e fu istituita solo allo scopo di verificare l'attuazione delle leggi dello Stato in riferimento al fenomeno mafioso e alle sue connessioni. I suoi lavori terminarono nel 1987, al termine della IX legislatura, per effetto della proroga disposta dalla legge 31 gennaio 1986, n. 12.

  • La terza Commissione antimafia fu istituita, nel marzo 1988 (legge 23 marzo 1988, n. 94), per la durata di tre anni, con Presidente il senatore Gerardo CHIAROMONTE. Aveva poteri d'inchiesta e terminò i suoi lavori, dopo la proroga disposta dalla legge 27 luglio 1991, n. 229, con la fine della X legislatura, nel 1992.

  • La quarta Commissione antimafia fu istituita nell'agosto 1992, con poteri d'inchiesta (decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356), con Presidente l'onorevole Luciano VIOLANTE, ed ha svolto l'inchiesta parlamentare per la durata della XI legislatura.

  • La quinta Commissione antimafia fu istituita nel giugno 1994 (legge 30 giugno 1994, n. 430), con Presidente l'onorevole Tiziana PARENTI, e ha svolto l'inchiesta parlamentare per la durata della XII legislatura.

  • La sesta Commissione antimafia è stata istituita con la legge 1° ottobre 1996, n. 509, con Presidente il senatore Ottaviano DEL TURCO, sostituito nell'ultima parte della legislatura dall'onorevole Giuseppe LUMIA, ed ha svolto l'inchiesta parlamentare per la durata della XIII legislatura.

  • La settima Commissione antimafia è stata istituita con la legge 19 ottobre 2001, n. 306, con Presidente il senatore Roberto CENTARO, ed ha svolto l'inchiesta parlamentare per la durata della XIV legislatura.

  • La ottava Commissione antimafia è stata istituita con la legge 27 ottobre 2006, n. 277, con Presidente l'onorevole Francesco FORGIONE, ed ha svolto l'inchiesta parlamentare per la durata della XV legislatura.


CAPITOLO PRIMO

LA GENESI DELLA MAFIA

Premessa

L'esposizione dei risultarti conseguiti dalla Commissione durante ii lunghi anni del suo lavoro, deve necessariamente prendere le mosse dall'indagine circa le origini della mafia; e questo non tanto e non solo perché la legge istitutiva pone specificamente tra i compiti della Commissione quello di esaminare «la genesi» del fenomeno mafioso, quanto perché non è nemmeno possibile tentare di individuare i modi più efficaci di ima lotta decisa alla mafia, se prima non si cerca di scoprirne le origini storiche e le motivazioni profonde che, in una parte del territorio nazionale, qual è la Sicilia occidentale, sono state alla base di questo fenomeno singolare.

Si può dire anzi che è stata proprio la mancanza di un'analisi approfondita delle cause iniziali della mafia che ha talora compromesso le iniziative prese dalle autorità responsabili per reprimere le manifestazioni del fenomeno, e che ha spesso nociuto all’efficacia delle numerose proposte che da più parti sono state di volta in volta avanzate nel tentativo, purtroppo mai riuscito, di sradicare dalla società nazionale la mala pianta della mafia.

La Commissione, perciò, si è resa conto fin dal primo momento della necessità di uno studio attento dei fattori, sociali o più in generale umani, che hanno inizialmente determinato la nascita della mafia e che ne hanno favorito la sopravvivenza, nonostante i mutamenti, talora profondi, delle strutture istituzionali e sociali della comunità nazionale e correlativamente di quella isolana. Questi mutamenti non hanno inciso, se non in misura esigua, sulle radici del fenomeno, ma hanno soltanto provocato. ima sensibile, continua evoluzione dalle sue manifestazioni esteriori, così da favorirne il. progressivo adeguamento alle mutate condizioni obiettive.

La percezione della forza, sempre rinascente, dalla mafia e della sua capacità di resistere agli eventi e alle vicende stesse del tempo, ha maggiormente convinto la Commissione dell'estrema utilità di una indagine diretta a identificare con precisione le origini del fenomeno per metterne quindi a nudo, in tutte le possibili implicazioni, le posizioni attuali. Solo un’attenta ricerca storica può permettere di capire veramente ciò che è vivo e ciò che è morto della mafia, così che sia possibile costruire, sulle basi di ima meditata consapevolezza della realtà, un sistema articolato di proposte che serva, nel tempo, a rimuovere, o almeno a comprimere, le cause della mafia, tuttora operanti nella società siciliana (e. più in generale in quella italiana).

La Commissione, naturalmente, non ha mai pensato di scrivere una propria storia della mafia che si andasse ad aggiungere, come un ennesimo, autonomo tentativo di interpretazione, a quelli già esistenti.

Consapevole del contenuto e dei limiti della sua funzione, la Commissione si è invece proposta di ripensare, in una prospettiva politica (la sola che le è propria), le conclusioni e i giudizi a cui è pervenuta la storiografia sulla mafia, per poter così disporre di un utile, insostituibile parametro ai fini della ricostruzione e della valutazione dei risultati delle indagini compiute con riferimento alle specifiche manifestazioni che ha avuto negli ultimi anni il fenomeno mafioso.

Ripercorrendo, sia pure sommariamente, le esperienze storiche secondo ili giudizio di coloro che già ne hanno fatto oggetto della loro meditazione, la Commissione si ripromette, in particolare, di individuare i momenti e le cause del fallimento della dotta dello Stato democratico contro il fenomeno della mafia per trame spunti preziosi nella ricerca di rimedi più efficaci e più incisivi di quelli finora adottati dalle autorità responsabili.

La Commissione vuole, in altri termini, che anche questa parte della relazione, che si propone di individuare la genesi dalla mafia, sia finalizzata all'articolazione delle conclusioni che dovranno essere sottoposte all’attenzione del Parlamento. Non si intende cioè studiare la storia della mafia, quanto capire i fenomeni sociali, economici e, più in generale politici, che ne sono stati alla base, per poterne quindi desumere — al di fuori perciò di un impegno meramente teorico o accademico — le premesse e le idee necessarie, per tradurre il lavoro compiuto in tanti anni di indagine, in precise proposte di interventi legislativi e amministrativi. In questa prospettiva, Ila Commissione si propone di ricercare nelle vicende storiche della mafia le origini di alcuni problemi, che in cento e più anni di vita nazionale non ancora è stato possibile risolvere compiutamente e che, certo, hanno pesato in modo negativo nella lotta al fenomeno della mafia. Si tratta in particolare dei problemi inerenti allo sviluppo economico della società italiana, al suo autogoverno, ai suoi rapporti con lo Stato e con le sue istituzioni, in primo luogo la Magistratura e la Polizia. Ritrovare nella storia le radici di questi problemi, che sono ancora sul tappeto, significa scoprire le cause della mafia e della sua invincibilità, ma significa insieme porre le basi di un intervento più incisivo dell’apparato statale nella lotta alla mafia. La ricerca storica si salda così con quello che resta il compito principale della Commissione: 'interpretare la mafia in chiave politica e sottoporre al Parlamento e al Paese le proposte più opportune per poterla alla fine debellare.

Sezione prima

LE ORIGINI REMOTE

La nascita vera e propria della mafia si colloca, per comune consenso, verso la metà del secolo scorso e cioè in un tempo in pratica corrispondente alla formazione dell’Unità d’Italia. È solo 'in questo periodo, infatti, che cominciano a verificarsi e a ripetersi con frequenza le manifestazioni più caratteristiche del fenomeno (specie quelle di tipo delittuoso), e che si evidenzia, con sempre maggiore chiarezza, quella connotazione specifica della mafia, che è costituita dall’incessante ricerca di un collegamento con i pubblici poteri.

Ciò non toglie, naturalmente, che la mafia abbia radici lontane e che di essa si trovino nel passato gli elementi sparsi e diversi, che hanno concorso a formarla, in una sintesi nuova, tale da proporsi come una realtà, che non è direttamente riconoscibile nei fattori sociali ed umani che ne sono stati alla base; ma appunto perciò è indispensabile, per individuare le origini profonde della mafia, scrutarne i segni premonitori nelle vicende della storia siciliana, precedente all’Unità d’Italia.

Come meglio si vedrà in seguito, la mafia non è una lega segreta e non è nemmeno una organizzazione in senso proprio, ma si qualifica piuttosto come. un comportamento di un certo tipo, che, sia pure nel quadro di determinate costanti, ha avuto aspetti diversi nelle varie situazioni storiche. Di conseguenza, la storia della mafia si intreccia con le vicende del popolo siciliano, e in particolare della Sicilia occidentale, proprio in quanto sono queste vicende che hanno creato le premesse del fenomeno mafioso ed è nell’ambito più vasto della storia della Sicilia che i mafiosi hanno svolto un proprio ruolo, spesso significativo.

Nessun popolo, si può dire, ha subito, come quello siciliano, vicende così travagliate, e nessun popolo ha vissuto esperienze altrettanto angosciose a contatto con civiltà diverse, tutte interessate a lasciare nel suolo occupato e negli abitanti dell’Isola l'impronta della propria presenza.

Giustamente si è detto che la storia della Sicilia è stata una storia di sbarchi, da quello dei fenici a quello degli angloamericani nel 1943: e tutte le volte le popolazioni locali sono state costrette, nei modi più vari, e spesso anche con la ricerca di un compromesso, a difendersi dalle prepotenze e dalla volontà di conquista degli invasori.

La molteplicità e la varietà di queste vicende, che dovettero rappresentare per le popolazioni siciliane un terribile trauma, non impediscono tuttavia di intravedere al fondo delle cose la pratica identità, nel corso dei secoli, di due fattori particolarmente rilevanti ai fini che qui interessano, e costituiti, l'uno dalla struttura (sostanzialmente) feudale che ebbe per un lungo periodo della sua storia la società isolana, l’altro dall’assenza (o dalla lontananza) di un potere centrale, che agglutinasse le forze economiche e sociali ed impedisse la formazione di ceti privilegiati rispetto alle masse popolari.

Tutte le dominazioni, che si succedettero nell’Isola, non furono in grado di esercitare con incisività il proprio potare sulle popolazioni locali.

La Sicilia, infatti, non fu mai un territorio coloniale totalmente soggiogato e sfruttato, ma non fu neppure messa in condizione di avere un governo autonomo, mentre la distanza e i frequenti mutamenti del centro sovrano impedirono alle popolazioni indigene di identificarsi e di unirsi con i detentori del potere.

La lontananza e la debolezza delle dinastie dominanti ebbero come naturale conseguenza la dilagante, sfrenata indipendenza delle potenze locali, interessate ad accrescere, con ogni forma di vessazioni e di angherie, la propria posizione di privilegio.

Il fenomeno ebbe manifestazioni più accentuate a Palermo e nella Sicilia occidentale, perché a Messina la debolezza dei governi centrali fu messa a profitto dell’indipendenza comunale, della libertà di commerciò, dell’autorità e del prestigio degli organi locali. Più specificamente, Messina e la Sicilia orientale cercarono di acquistale un'autonomia di governo, per la tutela dei commerci locali,, e si sforzarono quindi di valorizzare gli organismi amministrativi locali, nel tentativo, non dissimile da quello compiuto da molte città dell’Italia settentrionale e centrale, di contrapporre un forte potere comunale a un potere statale in pratica inesistente.

A Palermo, invece, e in genere nella Sicilia occidentale, l’incapacità costituzionale dei governi centrali di far sentire la propria presenza nell’Isola favorì un rafforzamento, non degli organi ufficiali del potere, ma del potere privato dei singoli o di gruppi,, che avevano tutti i caratteri di veri e propri «clan».

Ne derivo una posizione di privilegio e di dominio per le potenze locali, e specialmente per i baroni. Costoro erano proprietari di fondi feudali e riuscirono per lunghi periodi ad esercitare di fatto. un’influenza decisiva sullo sviluppo e sulle stesse condizioni di vita dei siciliani.

In effetti, la difficile situazione economica dell'Isola e in particolare l’espansione della popolazione rurale senza terra e la conseguente eccedenza della manodopera consentivano ai ricchi proprietari una politica vessatoria nei confronti dei contadini e degli stessi mezzadri. Tra l’altro, il signore poteva imporre ai contadini, non solo l'obbligo di coltivare la terra e la consegna dei prodotti, ma anche diverse e numerose prestazioni personali, a cui erano talora sottoposte — come documenta il «catalogo» compilato da Winspeare — non solo il coltivatore, ma. anche sua moglie e i suoi figli. La precarietà delle condizioni di lavoro facevano insomma del proprietario il sovrano della vita del mezzadro o della vita del bracciante; ma ciononostante, a causa dello stato di insicurezza e delle continue violenze, che caratterizzavano nel medioevo la vita sociale, anche molti liberi proprietari, specialmente i più deboli, preferirono abbandonare la propria condizione per rifugiarsi nella servitù feudale, affidando al barone se stessi e la propria terra.

A questi aspetti peculiari della società feudale siciliana se ne andò aggiungendo, col tempo, un altro ancora più caratteristico, quello dell'assenteismo, sempre più accentuato, dei baroni, che preferivano vivere in città, piuttosto che rimanere in campagna e occuparsi in proprio della coltivazione della terra.

Per concedersi il lusso di una vita comoda e spensierata a Palermo, i ricchi feudatari non esitavano ad affidare l'amministrazione e la coltivazione della terra a grandi locatari, che sarebbero diventati i gabellotti per antonomasia. Quasi sempre i gabellotti pagavano il canone in denaro e in anticipo ed è proprio questa circostanza che finì per trasformarli in pratica nei veri proprietari della terra. Di fronte ai contadini, i gabellotti prendevano il posto dei feudatari ed erano legittimati ad esercitarne tutti i diritti, con la conseguenza che la loro posizione si rafforzava anche nei confronti dei proprietari. In questo modo, con l’esercizio di una funzione di mera intermediazione, d gabellotti si mettevano in condizione di realizzare consistenti profitti, da una parte sfruttando i contadini, dall’altra contestando, in forme crescenti, i diritti dei proprietari e venendo meno, con frequenza sempre maggiore, all’obbligo di pagare canoni corrispondenti alle rendite della terra.

Dal canto loro, i baroni si mostravano soddisfatti della propria ‘posizione, interessati com'erano a sfruttarne i risvolti di prestigio formale e personale, piuttosto che a utilizzarla per finalità speculative. Inoltre, fin dai tempi più antichi, per proteggere se stessi e i propri beni contro le pretese dei contadini dipendenti presero l’abitudine di circondarsi di «bravi» armati, che venivano così a formare un vero esercito personale. Naturalmente, venivano reclutati come «bravi» individui coraggiosi e spregiudicati, che spesso avevano conti in sospeso con la giustizia, e che perciò si mettevano al servizio dei proprietari feudali, in cambio dell’impunità e della protezione che ne ricevevano.

Nemmeno l’istituzione delle compagnie d’armi dissuase i proprietari dalla consuetudine di assoldare personale col compito specifico di sorvegliare i campi. Col tempo, i guardiani presero il nome di campieri, ebbero come capi i «soprastanti» e furono organizzati in forme paramilitari; divennero così lo strumento dei soprusi e delle sopraffazioni dei proprietari sui contadini e sul ceto borghese. Per evitare le loro vessazioni, i coltivatori presero l’abitudine di pagare ai campieri veri e propri tributi, anche. in natura, e di riconoscere a loro favore diritti di vario genere (il «diritto di cuccia», il «diritto del maccherone»), non diversi, nella sostanza, di quello che sarebbe stato il «pizzu» nella subcultura mafiosa.

Questa situazione si perpetuo nei secoli e alla vigilia della rivoluzione liberale le strutture feudali della proprietà fondiaria costituivano ancora la base sociale ed economica della potenza dei baroni. D'altra parte, l’assenza di un potere centrale efficiente, favoriva i peggiori arbitri del ceto dominante, consentendo tra l'altro ai padroni di esercitare la giustizia punitiva e di lasciare ai loro «bravi» o campieri il diritto di spadroneggiare nelle campagne al riparo di un'impunità praticamente assoluta, quindi legittimando l’esercizio di un potere vessatorio specie nei confronti dei coltivatori della terra, mezzadri e braccianti.

Nel 1812, sotto l'influsso delle forze d'occupazione inglesi, fu abolito il feudalismo e la Costituzione di quell'anno decreto l'abolizione di «tutte le giurisdizioni baronali» e delle «angherie e parangherie introdotte soltanto dalla prerogativa signorile». Si consentì inoltre la vendita dei fondi feudali, ma la disposizione ebbe soltanto l’effetto di favorire il passaggio della terra dalle mani degli aristocratici in quelle dei gabellotti, e cioè del nuovo ceto intermedio che si era venuto creando nel corso degli anni; non determino invece la fine del latifondo, e di conseguenza non riuscì a modificare nella sostanza i rapporti esistenti tra i proprietari, coloro che coltivavano e quelli che sorvegliavano.

Il successo della rivoluzione liberale e la realizzazione dell'Unità d’Italia indubbiamente completarono la progressiva riforma delle strutture giuridiche dello Stato autoritario, ma nella Sicilia occidentale e, in misura meno accentuata e meno duratura, anche in alcune zone della Sicilia orientale, lo Stato non riuscì a farsi accettare dalla morale popolare. I provvedimenti adottati dai governi che si succedettero alla guida del Paese subito dopo l’Unità non furono tali da guadagnare al potere centrale la lealtà delle popolazioni locali. La prima leva militare suscito, secondo tutte le testimonianze, gravi preoccupazioni tra i giovami e nelle loro famiglie, tanto che molti richiamati preferirono darsi alla macchia e unirsi al (banditi piuttosto che fare il soldato al nord; inoltre, il sistema tributario, colpendo anche i redditi di lavoro, apparve a molti, e specie al ceto medio, più svantaggioso di quello borbonico, essenzialmente fondato sulla tassazione della rendita fondiaria.

Ma la delusione più cocente fu certo rappresentata dalla mancata lottizzazione del latifondo e dalla mancata distribuzione ai contadini di una parte almeno delle terre. Lo Stato liberale infatti non riuscì a risolvere il problema della riforma agraria e non fu neppure in grado di porre su nuove basi il rapporto con i cittadini siciliani, in modo da dare spazio alle loro legittime aspirazioni all'autogoverno. In questo settore si può dire che la situazione si aggravo rispetto al passato, in quanto il nuovo regime provoco una scissione tra le norme dell'ordinamento statale e quelle effettivamente vigenti (anche se entro limiti circoscritti) tra le popolazioni della Sicilia occidentale.

Prima della rivoluzione liberale, le prerogative dei baroni e in genere dei proprietari terrieri avevano nel sistema una legittimazione giuridica, anche nel senso che era connaturato all’organizzazione dello Stato l'esercizio della forza da parte dei ceti dominanti sulle popolazioni contadine. Lo Stato liberale invece rifiuto l’ipotesi di un potere sovrano che si sostituisse al suo e che ne esercitasse legittimamente gli attributi nei confronti dei consociati; ma la sua struttura organizzativa non riuscì ad imporsi — con la forza e l'incisività necessarie — in tutto il territorio della Sicilia; così come non riuscì a farsi strada nella coscienza popolare di quelle zone la convinzione che non può esserci giustizia al di fuori di quella statale e che gli organi dello Stato sono i soli legittimati ad assicurare a tutti e ad ogni cittadino un’efficace protezione (giuridica e di fatto) contro le prepotenze e le sopraffazioni altrui. Le popolazioni siciliane, specialmente quelle delle zone occidentali, non accettarono (in tutta la sua latitudine) la preminenza dell'ordinamento formale dello Stato, ma si mostrarono propense a preferirgli le norme vigenti nell’ambito di determinati rapporti di gruppo con la famiglia, gli amici, i clienti. Di conseguenza, i fenomeni di affermazione di un potere privato, che avevano contrassegnato la società feudale siciliana, si trasformarono nel dato più significativo di una subcultura che si oppone alla pretesa statale di conformare alle proprie norme l’azione di tutti. È in questo contesto che nasce la mafia,. intesa appunto come l'espressione di un potere (economico e politico), che cerca di affermarsi nelle condizioni effettive della società siciliana, non solo inserendosi nei vuoti dell’organizzazione statale, ma anche attraverso la ricerca di un col legamento con i poteri pubblici.

Sezione seconda

LA MAFIA NELLA STORIA DELL’ITALIA UNITA

1 — I prodromi.

Alla vigilia dell'unificazione, sono già presenti i primi sintomi di un fenomeno che di lì a pochi anni sarebbe esploso in tutta la sua specifica evidenza, fino a. guadagnarsi un nome, quello di mafia, che servisse a distinguerlo da fenomeni analoghi e in particolare dalle forme comuni di delinquenza. La situazione di disordine e di confusione, che caratterizza la vita di alcune zone dell'Isola, e l'affermazione, sempre più incisiva, di un potere informale in contrasto con quello. statale, incapace di imporre la sua forza legittima, vengono denunciati con chiarezza dal Procuratore di Trapani Pietro Calà Ulloa in un suo rapporto del 1838 al Ministro della giustizia «Non vi ha quasi stabilimento» scrive Ulloa «che abbia dato i conti dal 1819 a questa parte, non. ospedale o ospizio che avendoli dati li abbia visti e discussi; così non vi ha impiegato che non si sia prostrato al cenno e al capriccio di un prepotente, e che non abbia pensato al tempo stesso a trar profitto dal suo uffizio. Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle unioni o fratellanze, specie di sette, che dicono partiti, senza colore o scopo politico, senza riunione, senza al tiro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni ora di far esonerare un funzionario, ora di difenderlo, ora di proteggere un imputato, ora di incolpare un. innocente. Sono tante specie di piccoli governi nel governo. La mancanza della forza pubblica ha fatto moltiplicare il numero di reati. Il popolo è venuto a tacita convenzione con i rei. Così come accadono i furti escono i mediatori ad offrire transazione pel ricuperamento degli oggetti involati. Il numero di tali accordi è infinito. Molti possidenti perciò han creduto meglio divenire oppressori che oppressi, e s’iscrivon nei partiti. Molti alti funzionari li coprivan di una egida impenetrabile».

Nello stesso periodo di tempo, il Procuratore generale di Palermo Giuseppe Ferrigno denunciava, anche lui in una relazione al Ministro della giustizia, la situazione di precarietà e di inefficienza dei servizi di pubblica sicurezza, mettendo in evidenza come le cause del disordine sociale e delle manifestazioni sempre più frequenti di prepotenza e di sopraffazione fossero riconducibili soprattutto «alla mancanza di fortuna del terzo ceto, che lo rendeva dipendente dalla nobiltà».

È una diagnosi sostanzialmente analoga a quella espressa da Lodovico Bianchini, affiancato dal Re al Luogotenente Laurenzano, con l'incarico di aiutarlo nel preparare la riforma della Pubblica amministrazione in Sicilia. Anche Bianchini si mostra specialmente preoccupato dell'inefficienza degli organi di pubblica sicurezza e della pratica invalsa nelle compagnie d’armi di ricorrere a patteggiamenti e ad accordi con i delinquenti e specie con i ladri. Si era arrivati al punto — avrebbe scritto più tardi lo stesso Bianchini in una storia di quegli anni («Un periodo di storia del Reame delle due Sicilie dal 1830 al 1859») — che «gli uomini di armi, la più parte senza disciplina e di scadente morale, in diversi luoghi partecipavano ai furti che si commettevano ed inoltre non impedivano, anzi facevano quelle turpi convenzioni sotto nome di componende, sinonimo di ricatto, che annualmente facevansi fra famigerati ladri e i proprietari per le quali costoro corrispondevano a quelli una data somma di denaro per evitare d’essere violentemente derubati»; ed erano guai per quel proprietario «che non prestavasi a siffatte convenzioni, ché i suoi poderi sarebbero distrutti o incendiati ed ucciso il bestiame, senza che la giustizia facesse il suo corso ed i rei fossero menomamente perseguitati o puniti. Quindi i proprietari nel difetto delle istituzioni e nella impotenza delle leggi, e della potestà, paventando delle vendette sia dei ladri, sia degli stessi uomini d’arme, non osavano muovere doglianze».

Non potrebbe essere più precisa di quanto sia nei documenti citati la descrizione dei prodromi o meglio ancora delle prime manifestazioni della mafia nelle regioni occidentali della Sicilia. Anche se il suo nome è ancora sconosciuto alle cronache, emergono già negli ultimi anni della dominazione bubbonica i caratteri più significativi del fenomeno mafioso. Emergono cioè i segni di un potere extralegale, che tende ad affermarsi, rispetto a quello statale, mediante l’esercizio di una protezione più efficace di quella pubblica, col ricorso a forme rapide e persuasive di autogiustizia, infine con la ricerca costante di una legittimazione nella coscienza sociale. «Sono tante specie di piccoli governi nel governo», dice incisivamente Calà Ulloa a proposito delle sette o fratellanze fiorite nella zona di Trapani ed aggiunge che «il popolo è venuto a tacita convenzione con i rei», sottolineando così come l'accettazione del potere mafioso da parte della comunità sia fin dall’inizio la nota più caratteristica del nuovo fenomeno. La debolezza e le carenze dell potere statale sono all'origine di questo rapporto tra la mafia e le popolazioni locali; l'inefficienza, la corruzione, le complicità degli organi pubblici ne favoriscono le ramificazioni, e ne spiegano, in termini politici, l’estensione e la profondità, mentre la fragilità costituzionale del ceto medio siciliano e la sua condizione di dipendenza dalla nobiltà, e cioè, dal ceto dei proprietari terrieri, ne costituiscono — come ben intuisce Ferrigno — la matrice sociale ed economica.

Non manca ormai che il nome perché la mafia diventi, anche formalmente per la coscienza sociale, uno dei tanti problemi, che travagliano, fin dal momento della sua formazione, lo Stato unitario.

2 — La parola mafia, le sue origini, il suo significato.

Secondo l’opinione corrente, la prima volta che la parola mafia venne pubblicamente riferita a un'associazione di delinquenti fu nel dramma popolare di Giuseppe Rizzotto «I mafiusi di la Vicaria di Palermo» (1) rappresentato a Palermo nel 1862 e replicato successivamente in tutta Italia con grande successo. L'opera teatrale descriveva le bravate di un gruppo di detenuti delle carceri palermitane (allora note col nome di Vicaria) e metteva in evidenza come essi godessero di uno speciale rispetto da parte dei compagni di prigione, appunto perché mafiosi, membri come tali di un'associazione a delinquere, con gerarchie e con specifiche usanze, tra le quali veri e propri riti di iniziazione.

In precedenza, il termine mafia veniva usato in Sicilia e anche in altre regioni con significati diversi. Così, in Toscana, la parola significava «povertà» o «miseria», mentre in Piemonte con l'analoga espressione «mafia» s'indicavano gli uomini gretti. In Sicilia, invece, e specialmente nel palermitano, prima della commedia di Rizzotto, la parola mafia veniva impiegata nel senso di audacia, arroganza, o di bellezza, baldanza e, attribuita ad un uomo, stava ad indicare la sua superiorità, donde — scrisse Pitrè — «l’insofferenza della superiorità o peggio ancora della prepotenza altrui».

Successivamente, quando la parola fu definitivamente collegata al fenomeno sodale che oggi va sotto il nome di mafia, non mancarono i tentativi degli studiosi per individuarne l'etimologia più lontana. Molti autori la fanno derivare dall’arabo «mahìas», che significa spavalderia, orgoglio, prepotenza, oppure da «Ma afir», come si chiamava la stirpe saracena che domino Palermo. Una altra teoria invece fa risalire la parola al termine arabo «màha» (che si pronuncia mafa), e col quale si indicavano le immense cave di pietra, in cui si rifugiavano i saraceni perseguitati e che offrirono poi ricetto, al riparo dalla polizia, anche ad altri fuggiaschi. In particolare, in queste cave di pietra si sarebbero rifugiati nel 1860 a Marsala i simpatizzanti di Garibaldi, per attendere nelle «mafie» l’arrivo di colui che li avrebbe liberati dall’oppressione borbonica, così che taluni li avrebbero chiamati «mafiosi», cioè gente delle mafie.

Il problema etimologico comunque è di scarso rilievo ai fini che qui interessano. È più importante sottolineare che, dopo la rappresentazione del Rizzotto, e quindi all’indomani dell’Unità d’Italia, la parola cominciò ad essere usata, a tutti i livelli, solamente per designare quei caratteristici fenomeni di delinquenza o più genericamente di devianza sociale che andavano allora emergendo e che negli anni successivi avrebbero assunto contorni sempre più netti. Presto il termine penetro anche nel linguaggio burocratico e secondo gli storici i primi documenti ufficiali in cui venne usato nel senso indicato furono un rapporto del 25 aprile 1965 del prefetto di Palermo, Filippo Antonio Gualtiero, al Ministro dell’interno e i rapporti riservati che in quello stesso anno vennero inviati al prefetto Gualtiero da diversi informatori.

Nel suo rapporto, il prefetto Gualtiero identifica esplicitamente la mafia con «una associazione malandrinesca» e sottolinea inoltre come la sua caratteristica peculiare fosse ravvisabile nell’esistenza di stretti collegamenti tra i mafiosi e i partiti politici. La precisazione ovviamente ha soltanto una finalità pratica, quella di favorire, attraverso un’operazione di polizia, la penetrazione in Sicilia dell’ideologia e della prassi moderata di governo. Secondo Gualtiero, infatti, la mafia aveva rapporti con i gruppi borbonici ancora operanti in Sicilia e con i gruppi garibaldini d'opposizione e perciò combattere l’organizzazione delittuosa significava in definitiva reprimere ogni forma di ribellione e in particolare screditare il passato patriottico e i motivi ideali che animavano sulla sinistra il partito garibaldino. Ma il rapporto del prefetto Gualtiero, anche se si presenta come un tentativo di distorsione a scopi politici di una dolorosa realtà sociale (negli anni successivi se ne troveranno esempi analoghi e forse più significativi), conserva tuttavia un preciso valore storico, appunto perché documenta, con l’uso specifico del nome, l'avvenuta nascita di quel fenomeno extralegale di violenza criminosa che è la mafia siciliana.

3 — La mafia come organizzazione e come comportamento.

Alla ricerca che riguarda le prime origini della mafia e i significati tradizionali del nome poi impiegato per designarla, è più difficile far seguire — sia pure nei limiti e ai fini dell'inchiesta affidata alla Commissione — l'analisi critica delle vicende che diedero corpo al fenomeno mafioso nei decenni successivi all'Unità d’Italia.

Il compito, certo, sarebbe più agevole, se fosse possibile accertare le conclusioni di quella letteratura che ha descritto la mafia come una specie di supergovemo del crimine, con manifestazioni interregionali, con a capo un pontefice massimo, con sottocapi, con parole d'ordine. Si è anche ipotizzato che l'organizzazione mafiosa, o meglio le singole associazioni che ne farebbero parte opererebbero secondo regolamenti codificati a cui gli aderenti sono tenuti ad attenersi, e non è nemmeno mancato chi ha creduto di poter affermare che questi regolamenti si articolano in concreto: a) nell’obbligo per gli associati di aiutarsi scambievolmente a vendicare col sangue le offese ricevute; b) nell'obbligo di procurare e propugnare la difesa e la liberazione del socio caduto nelle mani della giustizia; c) nel diritto dei soci di partecipare alla distribuzione, secondo il prudente arbitrio dei capi, del prodotto dei ricatti, delle estorsioni, delle rapine, dei furti e degli altri delitti perpetrati; d) nell'obbligo di conservare il segreto, pena per i contravventori la morte, in seguito a una decisione del competente organo giurisdizionale della mafia.

Senonché, la realtà sembra diversa. Anche se in certi periodi hanno operato in Sicilia associazioni a delinquere di stampo mafioso, i più pensano oggi che la mafia, come tale, non si è mai organizzata secondo formule sacramentali, non ha mai avuto statuti, né segni di riconoscimento, né parole d'ordine o riti di iniziazione, non ha mai eletto o nominato in altri modi i propri capi. La mafia, in altre parole, non è sorta e non si è mai trasformata nel lungo periodo della sua vita in un'organizzazione formale, e non può quindi considerarsi come un'associazione o una setta, i cui aderenti siano inquadrati secondo una scala gerarchica.

La più recente ricerca scientifica ritiene che la mafia non sia un'organizzazione o una società segreta, ma un metodo, un comportamento a cui ricorrono singole persone o gruppi di persone per finalità determinate e secondo le regole di un vero e proprio sistema subculturale, con la conseguenza che sarebbe addirittura impossibile una storia delle manifestazioni che ha avuto il fenomeno mafioso e delle tappe che ne hanno scandito l'evoluzione fino ai tempi più recenti; ciò appunto perché la mafia non può considerarsi un’associazione in senso proprio, anche se non è estraneo alla sua natura uno spirito organizzativo e se non è mancato e non manca tuttora nella letteratura chi l'ha concepita come un’organizzazione chiusa con i suoi riti e le sue gerarchie.

Per la verità, la tradizione e le fonti riferiscono dell'esistenza in Sicilia durante gli anni dal 1870 al 1880 di parecchie associazioni a delinquere, delle quali si ricordano e si tramandano anche i nomi, come quelli dei "Fratuzzi” di Bagheria, degli "Stoppaglieri'' di Monreale, degli ”Oblonica” di Castrogiovanni (in provincia di Ernia), dei "Fontanuova" di Misilmeri, dei "Fratellanza" di Favara. In tutti i casi si trattava — come risulta anche dalle prove raccolte in vari procedimenti penali — di associazioni create e mantenute per favorire la mutua assistenza nel delitto, per preparare e svolgere insieme un'attività di rapine e di estorsioni, per fornirsi inoltre di testimoni falsi  o compiacenti e per procurare agli arrestati i necessari mezzi economici per la loro difesa. Quasi sempre questi gruppi vivevano in un'ombra di mistero, come vere e proprie associazioni segrete, con iniziazioni, gradi gerarchici, servizi di medici e di avvocati, pagamento di contributi, e con l’impegno, per tutti i consociati, di rispettare il segreto, a prezzo della propria vita, in caso di tradimento. Tutti i gruppi, anche se dislocati in territori diversi, si aggregavano e si confondevano tra loro, secondo il potere di accentramento che avevano i rispettivi capi, mentre altre volte si muovevano guerra allo scopo di esercitare la propria egemonia su una contrada o su tutto il territorio.

La presenza operante di questi gruppi in Sicilia, la conseguente terminologia usata dalla Polizia, dai testimoni e dai tribunali nei processi penali relativi alla loro attività e infine le cronache giudiziarie (spesso romanzate o arricchite di particolari inesistenti) determinarono e rinsaldarono la convinzione che la mafia fosse nel suo complesso una associazione o una lega segreta e furono all'origine delle opinioni, a cui prima si accennava; ciononostante che i fatti, o meglio ancora, il tempo smentissero, in modo sempre più evidente, la tesi di un’identificazione della mafia con una organizzazione delittuosa. Questo naturalmente non significa che i singoli mafiosi agissero isolatamente, al di fuori di rapporti e di contatti con altri mafiosi; al contrario il loro comportamento è stato sempre condizionato da un reciproco spirito di solidarietà, così come è certo che il metodo si è espresso e si è imposto, in zone determinate della Sicilia, attraverso l’azione di strutture, le cosiddette cosche, in cui se non è presente un dato organizzativo formale, è tuttavia identificabile la presenza di più persone che operano insieme, se non per la realizzazione di un programma comune, certamente per il raggiungimento di scopi contingenti, prefigurati di volta in volta, secondo il corso degli avvenimenti.

Resta comunque il fatto che l'inesistenza di un’organizzazione formale, unica o plurima, impedisce di collegare a un filone unitario la storia della mafia e di ipotizzarne le vicende secondo uno sviluppo globale ed ordinato nella realtà. La storia del fenomeno mafioso è intessuta di fatti e avvenimenti, non collegati tra loro e che rispondono a stimoli immediati e contingenti; piuttosto che a un disegno prestabilito ed organico, magari elaborato attorno a un tavolo da una assemblea di capi.

Negli anni successivi all’Unità d'Italia, la storia della mafia si identifica con la storia di personaggi a cui viene attribuita la qualifica di mafioso, e perciò si fraziona in tanti, rivoli quante sono le vicende che fanno capo a questi singoli individui o ai raggruppamenti in cui casualmente si trovano riuniti per il raggiungimento di uno scopo comune. Le loro attività però sono connotate, nel lungo periodo che va dal 1860 ai primi anni del fascismo, da caratteri di sostanziale identità e si svolgono sempre a difesa di determinati interessi e secondo moduli operativi in pratica eguali; mentre le persone, che di tali attività fanno la propria regola di vita, rispondono tutte a note comuni di origine e di comportamento, tanto che le più recenti indagini sociologiche hanno potuto individuare e definire il tipo del mafioso.

La Commissione perciò ha ritenuto utile ai propri fini tentare una descrizione delle attività proprie della mafia, negli anni successivi all’unificazione, ed indicare le modalità con cui venne esercitato il potere mafioso tra la fine del 1800 e i primi decenni di questo secolo, valutando naturalmente il fenomeno nel contesto delle vicende sociali e politiche del Paese e in particolare della Sicilia, così da poter disporre di una valida chiave interpretativa della genesi della mafia e dei fatti che ne determinarono la nascita e ne hanno impedito la sconfitta, nonostante i reiterati tentativi compiuti al riguardo dai pubblici poteri.

4. — Le attività mafiose.

L’abolizione del feudalesimo non. segno la fine delle funzioni che avevano espletato i «bravi» del barone, in quanto lo stato borbonico prima e poi quello italiano non riuscirono a garantire con sufficiente efficacia la protezione dei beni dei ceti possidenti e nemmeno delle loro persone. Per i ricchi, pertanto, l'aiuto privato continuo ad essere una necessità e i «bravi» perciò continuarono ad esistere come campieri, guardiani e guardaspalle. I proprietari di terre o di armenti si vedevano costretti ad assoldare uomini capaci di tenere a bada (ed eventualmente di punire) ladri o banditi. Questi uomini furono appunto i mafiosi. «È ributtante» scrive al Prefetto nel 1874 il Questore di Palermo «lo scandalo a cui si assiste tuttodì: quello cioè di vedere il proprietario sulla traccia di birbanti e scegliere fra tutti a castaldo nelle sue possidenze chi per più protervia d’animo e per più consumati delitti o reduce dall'ergastolo, abbia saputo acquistarsi reputazione di mafioso e di malandrino nella contrada. E sventuratamente è questo un andazzo che si riscontra altresì in molti agiati che per nobiltà di origine, per estremo patriottismo e liberalità di propositi, hanno riscosso e riscuotono le simpatie del Paese».

La pratica tuttavia non incontrava la riprovazione dell’opinione pubblica, perché si riteneva che ciascuno avesse il diritto di difendersi da sé quando il Governo si era dimostrato incapace di assicurare l'incolumità delle persone e la sicurezza dei beni. «Non si può pretendere» si scrisse «che tutti accettino un duello a morte con gli assassini», e per un lungo periodo l’amministrazione locale adotto addirittura il sistema di rimettere in libertà i delinquenti, ritenuti meno pericolosi, con la garanzia delle persone di un certo rango, permettendo così a questi uomini di assicurarsi la dovuta protezione di coloro che avevano fatto liberare. La protezione mafiosa veniva naturalmente esercitata col ricorso ad azioni di terrore, ma in molti casi, specie dopo la «punizione» di qualche contravventore, bastava il prestigio del mafioso (campiere o guardiano che fosse), a scoraggiare le iniziative di chi volesse attentare alla tranquillità e al benessere dei ceti possidenti. In un primo tempo, la protezione del mafioso fu diretta contro i banditi e contro i ladri, ma ben presto prese anche altre direzioni, e fu in particolare impiegata contro i movimenti rivoluzionari dei contadini, per impedire che il sistema, attraverso la distribuzione delle terre, potesse subire un mutamento radicale.

Un'altra attività, a cui si dedicarono i mafiosi nel periodo considerato, fu costituita dalla funzione di mediazione, che essi esercitavano in vari settori, anzitutto fra i ladri e i derubati, poi in relazione ai sequestri di persona, infine in tutte le controversie che potessero giustificare l'intervento di un intermediario. La persona che veniva derubata o che subiva danni di altro genere (un incendio, un danneggiamento) sapeva bene che solo raramente lo Stato avrebbe identificato e punito i colpevoli e preferiva perciò rivolgersi ai mafiosi (alle persone di rispetto), incaricandole di una missione, che secondo l’opinione espressa dal prefetto Mori, non veniva coronata da successo soltanto nel 5 per cento dei casi. Il derubato così recuperava la refurtiva e il danneggiato veniva ristorato dei danni subiti, mentre naturalmente il mafioso riceveva un regalo e vedeva accresciuto il proprio prestigio. Nella stessa prospettiva, soprattutto nei piccoli centri agiati dell'interno dell'Isola, il mafioso si serviva della sua forza coercitiva per risolvere altre questioni (ad esempio costringere i debitori a pagare i propri debiti) e per esercitare più in generale quella che è stata chiamata una funzione di regolamentazione economica, influenzando, con i propri interventi, ogni specie di rapporti giuridici e tra l’altro il mercato dei prezzi per acquisti e affitti di terre.

Nell'economia agricola siciliana del secolo scorso e dei primi decenni del XX secolo, i mafiosi esercitavano le attività che si sono sommariamente descritte all'ombra del latifondo, svolgendo la loro funzione di intermediazione parassitaria, nei rapporti tra grandi proprietari e contadini e in tutte le transazioni relative all'acquisto dei fondi, al loro affitto, allo smerciò e alla ripartizione dei prodotti agricoli. Il loro impegno fu diretto anzitutto a prendere in fitto i grandi fondi dell’interno, a trasformarsi quindi in ricchi gabellotti e magari in proprietari, per mettersi così in condizione di esercitare meglio la propria forza economica sui ceti meno fortunati e di acquistare ad un tempo una vera e propria forza politica.

In questo modo, i mafiosi divengono, in un certo senso, gli arbitri dei conflitti economici e sociali che caratterizzano la storia siciliana successiva all’Unità. La loro posizione è tale che essi possono anche taglieggiare i grandi proprietari, costringerli a fittare le loro terre a prezzi non sempre remunerativi, derurbarli sui prodotti del suolo, impossessarsi a poco a poco delle loro terre, e arrivare così a sostituirsi almeno in parte alla vecchia classe baronale nell'esercizio di una vera e propria egemonia sulle popolazioni contadine. Ma ciononostante i latifondisti non possono fare a meno del loro aiuto, perché in ogni occasione in cui se ne presenti la necessità, i mafiosi si mostrano sempre disposti a difendere, anche con la violenza, l’assetto economico e sociale esistente contro le rivendicazioni e le tendenze rivoluzionarie che partono dal ceto dei contadini.

Già nel 1860, quando Garibaldi promise ai contadini la terra, la mafia, allora nascente, si schiero con decisione a favore del feudo e contro il frazionamento del latifondo, favorendo così l’accettazione delle tesi cavouriane dell'annessione «incondizionata», e impedendo ima soluzione politica che servisse a garantire alla Sicilia una certa autonomia. Anche nel 1867, la mafia appoggio la borghesia agraria contro il tentativo del Governo nazionale di attuare un programma di riforme sociali, che incidendo sui rapporti esistenti nell'Isola tra i ceti possidenti e le classi popolari, servisse a garantire, in termini nuovi, lo sviluppo economico della Sicilia; ma fu certamente nell’offensiva contro il movimento dei Fasci dei lavoratori che i gruppi mafiosi riuscirono a guadagnarsi le maggiori benemerenze.

È inutile rifare qui, sia pure sommariamente, la storia dei Fasci dei lavoratori e delle azioni che il movimento conduceva a difesa degli interessi contadini; basta soltanto ricordare che tra il 1892 e il 1894 i Fasci cercarono di ottenere il cambiamento delle condizioni di affitto delle terre e promossero la formazione tra i contadini di grandi consorzi d’appalto; si voleva così che i contadini non fossero più isolati di fronte ai proprietari ed è evidente che se il disegno fosse riuscito, e se i latifondisti fossero stati costretti a trattare con i consorzi, si sarebbero certo affievolite le condizioni di dipendenza dei contadini dai proprietari. Per sostenere queste rivendicazioni, i Fasci organizzarono con frequenza scioperi e dimostrazioni, provocando da parte delle autorità governative una reazione sempre più decisa, che doveva culminare nel 1894 nella proclamazione dello stato d’assedio e nello scioglimento delle organizzazioni dei lavoratori. Prima che questo si verificasse, molte dimostrazioni organizzate dai Fasci furono seguite da tumulti e da sanguinose repressioni, e in alcuni casi l’azione delle forze statali di polizia fu affiancata, o addirittura preceduta, dall’intervento dei gruppi mafiosi dei comuni interessati, «che difendevano la propria egemonia e anzi il proprio potere dispotico nelle amministrazioni locali. Se una parte infatti dei morti in quei disordini fu dovuta all'intervento delle truppe che usarono le armi, un'altra parte fu dovuta ai gruppi di guardie al servizio dei capi mafiosi dei comuni (i sindaci), che si inserirono facilmente in quei disordini e sfuggirono, mimetizzandosi, alle denunce e alle condanne». (S. Romano, Storia della mafia, Verona, 1966, pag. 216). Così a Lercara, durante una dimostrazione popolare avvenuta il 25 dicembre 1893, le guardie municipali spararono sulla folla dal campanile della chiesa contigua alla casa comunale, e a terra rimasero i cadaveri di undici lavoratori. Anche a Gibellina, il 2 gennaio 1894, le guardie campestri spararono sui dimostranti, e a Giardinello, il 10 dicembre 1893, i contadini furono presi tra due fuochi, quello delle truppe e quello delle guardie del corpo dei gruppi mafiosi locali. Le vittime in questa occasione furono sette e gli organi dì polizia, al termine delle indagini, denunciarono come autori dell’eccidio le guardie campestri e il loro capo, Girolamo Miceli, un boss locale, avendo potuto stabilire «con certezza matematica» e sulla base di «prove irrefragabili», come si esprime il rapporto, la loro responsabilità nella strage. Tuttavia, il processo per i fatti di Giardinello e quelli relativi agli episodi di Lercara e di Gibellina si chiusero con l'assoluzione delle guardie campestri e con la condanna a pene talora gravissime (e in qualche caso all'ergastolo) degli esponenti contadini.

Niente meglio di questi episodi potrebbe illustrare la funzione svolta dalla mafia nei decenni che seguirono l’unificazione d'Italia. Fu essenzialmente una funzione di intermediazione, esercitata da gruppi di persone prive di ogni scrupolo, che erano riuscite a raggiungere nei piccoli paesi dell'interno una posizione di potere reale e che presto mirarono ad estendere la loro influenza anche nelle città. Il fenomeno fu descritto con efficacia da Pasquale Villari, già nel 1878: «Non abbiamo che classi distinte; in Palermo stanno i grandi possessori di vasti latifondi o ex feudi, nei dintorni abitano i contadini agiati, dai quali sorge o accanto ai quali si forma una classe di gabellotti, di guardiani e di negozianti di grano. I primi sono spesso vittime della mafia, se con essa non si intendono; fra i secondi essa recluta i suoi soldati, i terzi ne sono i capitani... Fra i tiranni dei contadini sono le guardie campestri, gente pronta alle armi e ai delitti e sono ancora quei contadini più audaci che hanno qualche vendetta da fare o sperano di trovare coi delitti maggiore agiatezza: così la potenza della mafia è costituita. Essa forma come un muro tra il contadino e il proprietario... Spesso al proprietario è imposta la guardia dei suoi campi e colui che deve prenderli in affitto. Chiunque minaccia un tale stato di cose, corre pericolo di vita». E ancora: «La base, le radici più profonde della potenza dei mafiosi sono nell'interno dell’Isola, fra i contadini che opprimono e su cui guadagnano, ma questa potenza si estende e si esercita anche nella città, dove la mafia ha i suoi aderenti perché vi ha anche i suoi interessi. A Palermo infatti sono i proprietari, a Palermo si vende il grano e si trovano i capitali, a Palermo vive ima plebe pronta al coltello che può all'occorrenza dare un bracciò. E così la mafia è qualche volta divenuta come un governo più forte del Governo. Il mafioso dipende in apparenza dal proprietario, ma in conseguenza della forza che gli viene dalla associazione, in cui il proprietario stesso si trova qualche volta attirato, egli riesce di fatto ad essere il padrone».

5 — I mafiosi. La delinquenza mafiosa.

L’analisi precisa di Pasquale Villari costituisce un punto di partenza di incomparabile valore per una ricerca più approfondita in ordine ai caratteri che connotarono, nel secolo scorso e nei primi decenni di quello attuale, il comportamento mafioso e la personalità dei soggetti, a cui si fanno risalire, nelle cronache, le azioni di quel tipo.

È certo anzitutto che una parte dei mafiosi, che operarono in Sicilia nell’epoca che qui interessa, provenivano dai ceti inferiori e specialmente della classe dei contadini; molti di loro non riuscirono mai a raggiungere posizioni di vertice, né a procurarsi mezzi economici di una certa consistenza, venendo così a formare quella che è stata chiamata la bassa mafia, una pletora di gregari, di persone disposte a tutto, impiegate dai capi in ogni occasione come un docile mezzo di manovra. Altri invece pervennero al successo, percorrendo una carriera prestigiosa, ed inserendosi, anche se di umili origini, nell’alta mafia, fatta di individui che godevano di potere politico ed economico, che rifiutavano l'esercizio in prima persona della violenza, che svolgevano davvero, nei centri in cui vivevano, funzioni di arbitrio per tutte le vertenze relative a questioni d’onore, di lavoro, di denaro.

Questa differenza di successo spiega la diversità (spesso accentuata) dei mestieri esercitati dai mafiosi. Quando non facevano carriera, rimanevano pecorai o contadini poveri, se invece raggiungevano il successo potevano diventare ricchi proprietari, ma nel tempo in cui era ancora prevalente la struttura agraria della società siciliana, il maggior numero dei mafiosi si ritrovava nelle attività intermedie tra i contadini e i ricchi proprietari terrieri: campieri, guardiani di giardini e dell’acqua nelle zone dei latifondi, commercianti di bestiame e di cereali, mediatori, macellai, che servivano da ricettatori per i frequenti abigeati.

In ogni caso, il mafioso, ieri come oggi, tendeva a monopolizzare la sua posizione e in particolare le fonti di guadagno, e cioè in definitiva le sue funzioni di protettore e di mediatore in certi tipi di rapporti sociali. Erano appunto queste funzioni (esercitate spesso in forme illecite) ad assicurare ai mafiosi i mezzi necessari per arricchire e per realizzare quell’ascesa sociale che avrebbe alla fine garantito loro un potere reale, col quale tenere testa al legittimo potere degli organi statali. Naturalmente le fonti d’introito potevano anche essere costituite da guadagni di una professione regolare, ma nella maggior parte dei casi, è evidente, erano rappresentate dalla strumentalizzazione e monopolizzazione illecita dei mezzi di profitto o direttamente da un'attività delittuosa, soprattutto di tipo estorsivo. Fin dagli inizi, infatti, una forma di guadagno specificamente mafiosa è rappresentata dalla rivendicazione di un tributo (’u pizzu) per una protezione (reale o fittizia).

Basta ciò che si è detto, per comprendere come il ricorso alla violenza, e più in generale al delitto, sia stata sempre una costante (preminente se non esclusiva) del fenomeno mafioso. Per acquistare una posizione di potere nella comunità in cui viveva, il mafioso aveva bisogno di usare la violenza; così come ne aveva bisogno per sfruttare illecitamente, e quindi in modo più redditizio, le normali fonti di profitto o per monopolizzare la sua posizione di prestigio, nei confronti di possibili concorrenti o di opposte fazioni. Una volta almeno nella sua vita, il mafioso doveva usare personalmente la violenza per mettersi poi in condizione, se le cose gli andavano bene, di servirsi dell'opera di sicari, nell'esecuzione dell'attività delittuosa.

Nel mondo della mafia, l’uso della violenza è indispensabile per la conquista del potere, ma è altrettanto necessario per la sua conservazione e perciò — come giustamente è stato detto (Hess, Mafia, Bari, 1973, pagina 78) «il mafioso deve essere sempre in grado di incutere timore e di aver davanti a sé la paura del sottomesso, per poter con ciò esercitare un’influenza sugli altri attraverso la sempre presente possibilità di applicare una concreta costrizione fisica».

Nascono di qui le causali più frequenti della delinquenza, che dall’unificazione d'Italia in poi, e fino al fascismo, lentamente infestò la Sicilia e soprattutto le sue regioni occidentali. Negli anni immediatamente successivi al 1860, i disordini creati dalla rivoluzione e la mancanza di un’efficiente forza pubblica si accompagnarono a un aumento verticale della criminalità. In seguito, il fenomeno non conobbe pause, ma raggiunse, in certi momenti, punte elevate, che misero a dura prova la capacità e l’efficienza delle forze dell'ordine. Per determinati periodi e per alcuni tipi di reato, le statistiche provano in modo inconfutabile che nelle provincie occidentali dell’Isola i fatti delittuosi superarono di gran lunga la media nazionale. Negli anni dal 1890 al 1893, le provincie di Agrigento, Caltanissetta e Palermo furono in testa e di parecchio nelle percentuali degli omicidi volontari, delle rapine e delle estorsioni commesse in Italia. La media annua degli omicidi fu ad Agrigento di 66,87 su 100.000 abitanti, a Caltanissetta di 42,76, a Palermo di 32,07, quando nelle provincie continentali la media più alta fu quella di Napoli con 27,97 omicidi su 100.000 abitanti. Anche per altri periodi si notano differenze analoghe. Così, ad esempio, negli anni dal 1902 al 1906 la media annua degli omicidi per ogni 100.000 abitanti fu in Italia di 8,94, mentre in Sicilia fu di 22,35, e quella delle rapine e delle estorsioni fu in Italia di 11,83, in Sicilia di 31,46. Più in generale si può dire che nel lungo periodo le percentuali dei suddetti delitti (omicidi, rapine ed estorsioni) raggiunsero in Sicilia quasi il triplo della media del Regno, ciò che invece non si riscontra per altri tipi di reato, come ad esempio i furti. Naturalmente non tutti i reati del genere possono attribuirsi a causali di stampo mafioso, ma è fuori discussione che l'indice maggiore di delinquenza accertato in Sicilia rispetto al resto d'Italia fu dovuto, in larga misura, alla presenza della mafia. Le stesse statistiche documentano peraltro come in quei tempi i più caratteristici reati di mafia siano stati appunto l'omicidio, la rapina e l'estorsione. La soppressione fisica di un avversario o di colui che si era sottratto alle regole del sistema subculturale, nel quale prosperava la mafia, era il mezzo nemmeno straordinario a cui il mafioso doveva (e deve) ricorrere per esercitare (o per continuare ad esercitare) le funzioni proprie del suo ruolo; l’estorsione e la rapina servivano, dal canto loro, ad assicurare ai mafiosi i mezzi di arricchimento, mentre la violenza privata rappresentava lo strumento di impiego abituale (anche se di difficilissimo accertamento) per l’esercizio del potere mafioso. Accanto a questi, un altro reato di mafia molto frequente fu l'abigeato, diffuso nelle campagne dell’interno e utilizzato dai mafiosi sia per incrementare il mercato della macellazione clandestina, e quindi a scopi immediati di lucro, sia a fini di vendetta o anche di ricatto, per contrattare cioè la restituzione degli animali rubati in cambio di un adeguato corrispettivo.

A questa massiccia estensione della delinquenza mafiosa fece riscontro, negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale, un insuccesso pressoché completo della repressione giudiziaria. La maggior parte dei processi iniziati per i fatti delittuosi commessi dalla mafia o si chiudevano senza che la Polizia fosse riuscita a indiziarne gli autori o con l’assoluzione degli imputati, quasi sempre per insufficienza di prove. Basta ricordare, per rendersi conto dell’insolita ampiezza del fenomeno, che Vito Cascio Ferro, ritenuto uno dei capimafia più autorevoli, fu processato sessantanove volte, ma fu sempre assolto, fino a quando non venne condannato nel 1926.

Quali le cause della delinquenza che dilago in Sicilia per tanti decenni? Quali le ragioni che impedirono agli organi statali di reprimere efficacemente, se non di prevenire, le attività delittuose della mafia?

Sarebbe un errore pensare che sia stata la mancanza di una legislazione severa a provocare o a favorire ima situazione del genere. In quegli anni, al contrario, furono frequenti i provvedimenti e le leggi repressive, tanto che nel 1875, alla vigilia dell'approvazione di nuove misure eccezionali, proposte dal Governo Minghetti, Francesco Crispi, poteva parlare della Sicilia come di «un paese governato per quindici anni con lo stato d’assedio, con l’ammonizione e con il domicilio coatto». Eppure lo Stato non fu mai in grado di garantire a sufficienza la sicurezza pubblica. Una delle cause di questa inefficacia degli interventi di polizia fu certamente costituita dal mantenimento fino al 1892 di un ordinamento di sicurezza semiprivato, fondato sui militi a cavallo. Se è vero infatti che costoro, provenendo spesso dalle comunità locali, avevano un accesso più facile alle informazioni e la possibilità quindi di individuare i colpevoli con sufficiente rapidità, è altrettanto certo che essi erano invischiati in una rete di amicizie e di inimicizie e che non sempre riuscivano a conformare la propria condotta alle regole di una necessaria imparzialità. Dal canto loro, le guardie campestri che operavano in molti comuni della Sicilia, invece di svolgere con la necessaria onestà la funzione loro propria di proteggere la terra e gli armenti, agivano nella maggior parte dei casi (e se ne è visto qualche esempio particolarmente significativo) sotto l'influsso dei detentori locali del potere mafioso ed erano talora essi stessi mafiosi, interessati quindi non al mantenimento dell’ordine pubblico, ma piuttosto al raggiungimento di finalità illecite.

Accanto a questo, altri fattori ostacolarono l'azione della Magistratura e degli organi statali di Polizia (Carabinieri e Pubblica sicurezza). Le cause più immediate del fenomeno, ma anche le meno importanti, furono indubbiamente rappresentate dalla configurazione geografica, particolarmente accidentata dell'Isola, che spesso favoriva la fuga e il rifugio dei latitanti, dalla mancanza di adeguate vie di comunicazioni, dal dialetto, spesso incomprensibile ai funzionari continentali. Ma furono altre le cause vere dell'insuccesso.

In primo luogo, come già si è accennato, le popolazioni locali rimasero sempre contrarie ad ogni forma di collaborazione con gli organi giudiziari e con quelli di Polizia. Le funzioni e la forza di intimidazione della mafia e la tacita accettazione del suo potere inducevano i cittadini a non presentare denuncie o querele, a rifiutare la propria testimonianza anche in occasione di fatti delittuosi di particolare gravità, a ritrattare in giudizio le testimonianze eventualmente rese a seguito delle violenze fisiche e morali esercitate su loro dagli inquirenti.

Alla formazione e alla persistenza di questo atteggiamento contribuì anche la condotta dei funzionari di Polizia venuti dal continente, i quali si facevano spesso condizionare da un pregiudizio di superiorità, tanto da considerare i siciliani come barbari che non avevano ancora raggiunto il grado di civiltà necessario per esigere un trattamento conforme alle leggi e ai regolamenti. Per conto loro, i funzionari di origine siciliana si facevano spesso influenzare da motivi estranei a una rigorosa imparzialità, sì che è bene adattabile alla condotta tenuta in Sicilia dagli organi di Polizia nei decenni che seguirono l'Unità, l’amara constatazione che il funzionario scambia spesso la legge di tutti con il privilegio dell'esercizio d’autorità.

A tutto ciò deve aggiungersi che la presenza contemporanea di più polizie creava continui attriti, anche e forse soprattutto perché la diversità degli ordini impartiti alle varie unità rendeva impossibile o difficile ogni forma di collaborazione. Altrettanto complessi e spesso caratterizzati da un’estrema tensione erano i rapporti tra Polizia e Magistratura, mentre non mancarono episodi di disonestà, di inefficienza o di arbitrio, tali da giustificare un giudizio storico non certo benevolo sugli organi statali, a cui era affidata in Sicilia la lotta contro la delinquenza e in particolare contro la mafia.

Gli attriti tra Magistratura e Polizia e tra le varie polizie si esprimevano spesso in reciproci atti d'accusa, o addirittura in una vera e propria guerriglia, di cui finivano per giovarsi soltanto i delinquenti.

Nel 1868, il Procuratore generale Borsani lamentava in un rapporto al Ministro della giustizia che interventi di gente facoltosa avevano fatto ritardare il processo a carico della banda di Angelo Pugliesi, e scriveva testualmente: «È questo uno scandalo aggiunto a molti che dimostrano non essere in Sicilia soggetti alle leggi penali gli uomini che hanno denaro. In una causa complessa di moltissime accuse, collegate in una vastissima associazione di malfattori o mafiosi era evidente l’interesse di procedere lestamente per non fare affievolire la memoria dei fatti. La celerità poi diventava la suprema condizione della riuscita di questa causa,... ma il denaro ha sopraffatto ancora una volta la giustizia e di un famoso processo non rimane che la memoria di pochi cenciosi, mandati ad espiare nelle galere la colpa comune ai ricchi rimasti impuniti».

In questo stesso quadro, è molto significativa una lettera del 12 novembre 1885, nella quale il Questore di Palermo, nel dare notizia al Prefetto dell’assoluzione del noto mafioso Giuseppe Valenza di Prizzi, affermava esplicitamente che il compito della difesa era stato agevolato dalla deposizione del delegato Farini, che aveva sconfessato i suoi rapporti, dicendo di essere stato tratto in inganno e sostenendo che Valenza era una persona dabbene. «Ciò invero non mi sorprende» concludeva il Questore «avendo ritenuto sempre il Farini un impiegato poco fedele».

Altrettanto duro (sull’opposto versante) era il giudizio che in una nota del 18 luglio 1885 dava il sottoprefetto di Cefalù sul vicepretore di Gangi, arrivando a scrivere che. «come pubblico funzionario (era) indiscutibilmente disonesto e sfiduciatissimo».

Traendo spunto da questi e da analoghi episodi, Franchetti potrà giudicare negativamente l’operato della Polizia e degli organi giudiziari in Sicilia ed affermare esplicitamente che non sempre la Magistratura era stata «all’altezza del proprio ufficiò». Sarà poi lo stesso Franchetti a farsi eco della ricorrente denuncia di uno dei fattori, che maggiormente intralciavano le indagini di polizia, scrivendo che «fra gli uffici di Pubblica sicurezza, gli stessi uffici giudiziari da un lato e il pubblico dall’altro v’ha una corrente di relazioni continue e misteriose... Persone designate per essere colpite da arresto, sono avvertite prima ancora che si firmi il relativo mandato, e la forza che viene per prenderli li trova partiti da tre o quattro giorni o più». Ma nel secolo scorso l'episodio più noto degli arbitri addebitabili alle forze di Polizia e dei loro contrasti con la Magistratura fu certamente quello che ebbe come protagonista il questore di Palermo, Giuseppe Albanese, «un personaggio» è stato detto (S. Romano, op cit., pag. 149) «che riassumeva in se stesso tutti gli elementi caratteristici della mentalità e dei metodi delle autorità governative di quegli anni in Sicilia». Sarebbe inutile esporre qui tutte le vicende in cui rimase implicato il questore Albanese, e che gettano un’ombra sinistra sui metodi usati allora dalle forze di Polizia. Basta ricordare che il funzionario e i suoi uomini (tra cui rispettare di Pubblica sicurezza David Figlia) furono tra l'altro accusati di avere imposto una conciliazione tra gli assassini di una donna e i suoi parenti, d’essere ricorsi alla formazione di documenti falsi, per indirizzare determinati processi in un senso sbagliato, di aver usato sevizie e torture contro persone arrestate, di essersi compromessi in un grosso furto nel museo nazionale di Palermo. L'Albanese infine fu accusato dell'omicidio di Santi Terminile del tentato omicidio di Salvatore Lo Biondo, che erano entrambi latitanti e che avevano chiesto un salvacondotto all'Autorità giudiziaria, per fare rivelazioni compromettenti contro le forze di Polizia. Nel 1871, il Procuratore generale Diego Trapani fece arrestare il Questore per istigazione all’omicidio, nel presupposto che l'Albanese avesse preso accordi con mafiosi per fare eliminare dei testimoni pericolosi, ma la Sezione istruttoria prosciolse il Questore per insufficienza di prove e quindi il Procuratore generale si dimise, venendo poi eletto deputato al Parlamento nelle liste dell'opposizione.

6 — L'accettazione del potere mafioso. 
L'omertà. Lo spirito di gruppo. Episodi di collusione con i pubblici poteri.

Le cose dette fin qui documentano, sia pure per grandi linee, come la mafia si sia espressa nel passato se non esclusivamente almeno prevalentemente mediante il ricorso a forme delittuose, quasi sempre violente, in contrasto con le leggi e con la stessa morale dello Stato; ma se l’uso della violenza accomuna la mafia al banditismo, altre caratteristiche hanno sottolineato in modo netto la differenza tra i due fenomeni. In primo luogo i mafiosi hanno sempre cercato di legittimare la loro presenza nella comunità sociale in cui vivono, senza esibirsi, ma offrendo con cautela i propri servizi; a differenza dei banditi, inoltre, i mafiosi non hanno mai sfidato in forme aperte l’apparato statale, ma hanno al contrario tentato di stabilire agganci e contatti con gli organi pubblici, aspirando a creare un rapporto con i detentori del potere formale o ad apparire come i loro indispensabili sostituti.

Sotto il primo aspetto, le cronache e la ricerca storica documentano chiaramente che i mafiosi riuscirono ad ottenere, nei decenni successivi all'Unità, che le popolazioni locali riconoscessero ed accettassero, come necessaria, la loro posizione di preminenza e di potere. Basta considerare che i mafiosi venivano chiamati «uomini di rispetto» per intendere quanto estesa e profonda fosse l'accettazione tacita del potere mafioso da parte delle comunità isolane. Una delle componenti principali di questo fenomeno è certamente stata nel passato quella norma del sistema subculturale siciliano che va sotto il nome d’omertà. La parola omertà non significa umiltà, come potrebbe sembrare a prima vista, ma deriva dal siciliano «omu», uomo, e, secondo Cutrera e l’accezione entrata nell'uso comune, sta a indicare la capacità di farsi rispettare con i propri mezzi, senza rivolgersi mai all'autorità, sapendo anche accettare la galera, piuttosto di dire ciò che si sa o di accusare l’autore di un torto subito. La tradizione siciliana è ricca di poesie e di leggende che esaltano questa attitudine a risolvere problemi e controversie con le proprie forze e a mantenere il segreto su tutto ciò che riguarda la propria persona, perché — ha scritto Titone — «il vero uomo è anzitutto il suo silenzio, la segreta presenza di un potere occulto e di vie lunghe e nascoste, l'essere e il farsi ritenere al centro di altri uomini, che come lui operano nell'ombra».

Così concepita, l'omertà appare come una caratteristica del costume isolano, addirittura come una connotazione dell'essere siciliano; ed è indubbio che da più parti l’omertà è stata talora esaltata come la qualità tipica di un popolo, indicativa, in mancanza di una superiorità materiale, certo di una preminenza morale, che farebbe dei siciliani uomini veri a fronte degli altri, e soprattutto di coloro che nel corso dei secoli si sono succeduti nel governo dell’Isola.

Ma è facile rinvenire al fondo di questa concezione un senso di frustrazione per le condizioni di inferiorità e di sostanziale emarginazione in cui il popolo siciliano è stato costretto a vivere rispetto ai detentori del potere formale e quindi una volontà di rivincita e di affermazione psicologica della propria persona. L'omertà perciò anziché come una caratteristica naturale del costume siciliano, sembra doversi interpretare come l’espressione di una situazione di necessità, il frutto di una lunga esperienza, che aveva provato ai siciliani come fosse inutile denunciare i torti subiti alle autorità statali, che troppo spesso identificavano i propri interessi con quelli dei ceti dominanti, e come fosse invece più vantaggioso accettare le regole di un sistema subculturale, almeno più efficiente nel mantenere l’ordine e nell’assicurare la risoluzione delle controversie secondo la morale vigente negli ambienti popolari.

Deve essere spiegato nella stessa chiave l’altro elemento che fu all’origine dell’accettazione del potere mafioso e che si concreta nei particolari vincoli che legano i siciliani, non alla società, ma entro la società, a determinati gruppi autonomi e ai sistemi normativi che li governano, in primo luogo alla famiglia, poi al comparaggio, all’amicizia e così via. «In Sicilia» è stato detto (Hess, op. cit. ) «il comparatico è la parentela spirituale più considerevole e stimata, è un vincolo pari a quello di sangue e talvolta ha una forza di affetto anche maggiore. Il compare vuol bene al compare come a un fratello e se questi è di età minore con venerazione... comparatico vuol dire fiducia cieca, fedeltà a tutta prova, silenzio scrupoloso nei più pericolosi segreti. Il compare, in una parola, "è pronto a mettersi, per aiuto al compare, a qualunque sbaraglio"».

Allo stesso modo l'amicizia cementa un rapporto di forza speciale, che può resistere anche agli imperativi della legge o della morale.

Nascono di qui, dall’omertà e dalla logica del «gruppo», che anima i siciliani, la sfiducia e la diffidenza verso i poteri costituiti e trova qui le sue radici un'altra causa (e non certo la meno importante) del fallimento in Sicilia dell'amministrazione della giustizia.

Le ricorrenti assoluzioni dei mafiosi, che costellano la storia giudiziaria degli anni successivi all’Unità e fino al fascismo, si spiegano non solo con le ragioni di ordine generale, che sono state prima indicate, ma anche con l’influenza (spesso decisiva) che esercitavano sui testimoni e sugli stessi offesi la regola dell’omertà e la logica del gruppo. Risulta inoltre da alcuni degli episodi prima ricordati che non dovettero essere rari i casi in cui, per essere assolti, i mafiosi si avvalsero dei loro rapporti con amici influenti e con autorevoli protettori. Come già si è accennato, la mafia, se non è stata mai un’organizzazione in senso formale, ha sempre cercato idi favorire la formazione di gruppi «le cosche» che potessero funzionare, in caso di necessità, come strumenti di azione, di lotta o di mutua assistenza. «L’alta mafia» scrisse il sottoprefetto di Cefalù in un suo rapporto del 1885 «quando la sicurezza scopre e colpisce, si affretta a montar le difese, ad ammannire alibi e testimonianze, a falsare l'opinione pubblica nella piazza, ad intrigare nelle carceri, nelle cancellerie, a protestare contro la forza pubblica e contro gli stessi funzionari». Nello stesso tempo, proprio nella misura in cui tende ad assicurarsi posizioni di dominio, ila mafia ha sempre mirato a crearsi un «partito», a crearsi cioè relazioni con personalità socialmente ed economicamente altolocate e, direttamente o tramite la loro mediazione, anche con i detentori del potere formale, uomini politici e titolari di pubblici uffici.

La lontananza e la debolezza dello Stato possono essere sufficienti alla mafia, per sostituirsi con la propria forza alla loro mancanza, ma sono anche il fattore principale di illecite connivenze o di pericolose complicità, proprio perché possono indurire d funzionari statali e gli uomini politici a cercare per primi contatti e rapporti con i mafiosi o a subirne la suggestiva presenza. Nelle loro relazioni del 1876, Sonnino e Franchetti scrissero che era assolutamente impossibile a «chi entrava nella gara delle ambizioni politiche locali sottrarsi a contatti con persone che debbono la loro influenza al delitto», e non v’è autore che si sia occupato della sua storia che non attesti la presenza costante di un rapporto della mafia con la politica, o più in generale, con i pubblici poteri.

Nella seconda metà del secolo XIX e nella prima metà del XX questo rapporto si espresse in forme varie, tra l'altro nella collaborazione prestata dai mafiosi alla Polizia nella lotta contro i banditi, ma soprattutto nell’appoggio ai candidati nelle elezioni amministrative e politiche. La forma più frequente che assunse in quei tempi l'appoggio ai candidati fu quello dell'uso della violenza o della minaccia per acquistare voti o anche quello dell’impiego di violenze contro i candidati avversari o di manovre truffaldine (le «pastette», i «coppini») per alterare i risultati delle elezioni o direttamente l'espressione del voto popolare. È naturalmente superfluo in questa sede attardarsi a descrivere i singoli episodi di infiltrazioni e collusioni clientelistiche di origine mafiosa, posto che il fenomeno ebbe certamente carattere generale e un’estensione amplissima, se nel 1911 Michele Vaina potette scrivere, nei quaderni de La Voce: «Ormai in Sicilia siamo abituati ad un genere siffatto di elezioni senza proteste e senza ribellioni: di ciò sono causa principale la forma e il significato diverso che da noi assumono le lotte amministrative, basate sull'intrigo e sulla camorra che vanno a bracciò con la mafia». Allo stesso modo sarebbe inutile elencare i singoli episodi di collusione tra la mafia e i pubblici poteri, di genere diverso da quello elettorale. «La clientela» scriveva Francesco Saverio Merlino «ecco la forma originaria della mafia. I gruppi di clienti hanno il loro protettore nel paese o nella città, difendono la sua persona e il suo patrimonio, fanno le sue vendette, sono docile strumento dei suoi capricci e delle sue ambizioni, ma nello stesso tempo commettono delitti per conto loro, con la quasi certezza dell'impunità. Il feudo è il rifugio, la causa dei delitti più gravi».

L'episodio che meglio esprime questa situazione, e che è il solo forse che vale la pena di ricordare, è quello in cui furono coinvolti il marchese Emanuele Notarbartolo, direttore del Banco di Sicilia, e l'onorevole Raffaele Palizzolo, deputato al Parlamento e membro del Consiglio di amministrazione del Banco di Sicilia.

Tra il 1891 e il 1892 il Notarbartolo denunzio la situazione scandalosa del Banco, raccogliendo elementi di prova, che coinvolgevano alti esponenti del mondo politico in Parlamento e mettevano in particolare a repentaglio la reputazione dell'onorevole Palizzolo. Fu pertanto promossa un'inchiesta ministeriale, ma subito dopo, il 1° febbraio 1893, il Notarbartolo venne ucciso con ventisette colpi di pugnale, mentre viaggiava in uno scompartimento del treno Termini Imerese-Palermo. Durante il processo contro i ferrovieri esecutori materiali del delitto, emersero gravi indizi contro Palizzolo, il quale, dopo l’autorizzazione a procedere della Camera, fu incriminato e arrestato l’8 dicembre 1899. Successivamente il Palizzolo venne condannato a trent'anni di reclusione dalla Corte d'Assise di Bologna a cui il processo era stato rimesso per legittima suspicione, ma in appello fu assolto con la solita formula dell'insufficienza di prove.

Ma ciò che conta mettere qui in rilievo è che dagli atti del processo emersero prove irrefutabili dei rapporti che il parlamentare aveva avuto con mafiosi pregiudicati della zona di Palermo e di numerosi interventi che egli aveva effettuato a loro favore presso pubblici funzionari.

«Comunque» conclude sull’episodio uno storico della mafia (S. Romano, op. cit., pagina 205) «per un Palizzolo scoperto, c'è da pensare che, prima e poi e nello stesso tempo, non mancassero altri più abili e fortunati».

7 — Lo Stato di fronte alla mafia.

Non è possibile chiudere la ricerca, che la Commissione ha tentato, sulle origini e sul consolidamento della mafia negli anni dell’Italia liberale, senza ricostruire, sia pure in via approssimativa, la linea politica seguita dallo Stato nel corso di quegli anni, per conoscere e per fronteggiare un fenomeno che diveniva col tempo sempre più preoccupante; ciò anche per avere, ai fini delle conclusioni cui la Commissione perverrà un preciso punto di riferimento, che valga a ricollegare la presente inchiesta a quelle che l'hanno preceduta, affinché sia possibile non ripetere gli errori del passato, nel mutato contesto politico e sociale, e battere alla fine una via nuova ed efficace per lottare, in modo deciso e si spera definitivo, il fenomeno della mafia.

In questa prospettiva, il primo dato di fatto che viene in considerazione è il notevole ritardo col quale il problema della mafia emerse alla consapevolezza della classe dirigente.

I governi unitari, per la verità, si preoccuparono subito di acquisire una conoscenza più approfondita delle condizioni di vita delle popolazioni meridionali e già nel 1861 il Presidente Minghetti incarico Diomede Pantaleoni di recarsi nel sud e in Sicilia per studiarne le strutture e i rapporti sociali e per indagare più semplicemente sulla situazione dell’ordine pubblico. Pantaleoni però non si occupo specificamente della mafia, che del resto era allora alle sue prime manifestazioni, ma riuscì egualmente a farsi una idea abbastanza precisa delle caratteristiche e della natura del disordine che regnava incontrastato nell’Isola e a mettere anche in una certa evidenza, nella relazione conclusiva dell’inchiesta e più ancora nelle lettere private che scriveva al Presidente del Consiglio, le cause d'ordine sociale, e quelle riconducibile alle croniche disfunzioni di una Pubblica amministrazione inefficiente.

Ma quando si andò ai rimedi, il Governo non seppe fare altro che usare metodi repressivi, pensando che con la forza si potesse porre fine ai mah della Sicilia. Memorabile, in questo quadro, la missione affidata dal Governo nel 1863 al generale Covone di percorrere con «truppe disposte a cerchio e in assetto di guerra» le province di Caltanissetta, di Agrigento, di Trapani e di Palermo, alla ricerca idi malviventi, ma anche allo scopo di togliere ogni possibilità di azione ai gruppi politici dissidenti che ancora operavano nell'Isola.

I risultati di questa iniziativa dei Governo furono deludenti, così come non ebbe esito, ai fini della lotta contro la delinquenza, l'incarico affidato in seguito al generale Medici di reprimere, con i fermenti insurrezionali che facevano capo all'Italia sinistra del partito dazione, anche la mafia, che, secondo l’opinione allora diffusa, costituiva «una setta» scriveva l’esponente moderato Nicolo Turrisi Colonna «che trova ogni giorno affidati nella gioventù più svelta della classe rurale, nei custodi dei campi e nell'agro palermitano, nel numero immenso dei contrabbandieri, che dà e riceve protezione e riceve soccorsi da certi uomini che vivono col traffico e intenso commerciò, che poco o nulla teme la forza pubblica, perché crede potersi facilmente involare alle sue ricerche, che poco teme la giustizia punitrice, lusingandosi nella mancanza di prove, e per la pressione che si esercita sui testimoni, e sperando sulle rivoluzioni che al 1848 e al 1860 fruttarono due generali amnistie pei prevenuti e pei condannati per reati comuni».

Di fronte a questi insuccessi, la Camera con una deliberazione del 25 aprile 1867 nomino una Commissione d'inchiesta, presieduta dall'onorevole Giuseppe Pisanelli, con l’incarico di indagare sulle condizioni della città e della provincia di Palermo. Nemmeno questa volta la Commissione parlo della mafia, ma si limito ad esporre l’opinione che per riportare alla normalità la situazione siciliana non fossero necessarie leggi eccezionali, ma strade ed opere pubbliche, che servissero a favorire 1 traffici e quindi ad accrescere le possibilità di sviluppo del Paese. Furono inoltre proposti ed approvati alcuni progetti di legge, per finanziare opere stradali e per facilitare le comunicazioni anche con il continente.

La successiva Commissione di inchiesta, nominata con deliberazione del 3 luglio 1875, si occupò specificamente della mafia, ma la sua diagnosi fu superficiale e approssimativa, perché si negò decisamente che il fenomeno potesse trarre origine in fattori di carattere sociale, come la disparità delle condizioni economiche tra le classi abbienti e quelle popolari, e si arrivò ad affermare che la mafia era dovuta a circostanze contingenti e che non era nemmeno un fenomeno peculiare della Sicilia, perché «sotto varie forme, con vari nomi, con varia e intermittente intensità si manifestava anche nelle altre parti del Regno, e si scoprivano a quando a quando terribili mostri del sottofondo sociale: le camorre di Napoli, le squadracce di Ravenna e di Bologna, i pugnalatori di Parma, la cocca di Torino, i sicari di Roma». La Commissione in conclusione ritenne di individuare le cause delle manifestazioni maliose nel pervertimento sociale, residuo dell’antico regime, e nella riluttanza delle popolazioni locali a lasciarsi modificare dalle nuove istituzioni; con la conseguenza perciò che a suo giudizio la mafia poteva essere eliminata con un'operazione di forza.

Furono invece ben diversi i risultati a cui pervennero, nello stesso periodo di tempo, le inchieste condotte per proprio conto sulle condizioni della Sicilia da Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti. Entrambi sottolinearono come la mafia avesse profonde radici nella società e nell'economia siciliane e come una delle cause, che ne erano state all’origine, fosse stata la mancanza di un ceto medio efficiente, insieme alle condizioni precarie e di estrema miseria della classe dei contadini. L’analisi dei due giovani studiosi perciò fu soprattutto rivolta a studiare il problema della mafia, non come un problema di semplice delinquenza, ma inserendolo nel contesto della vita sociale dell'Isola e ricavandone quindi la conclusione che per combatterlo non bastavano i mezzi di polizia, ma occorrevano invece profonde riforme organiche, capaci di eliminare le premesse dalle quali il fenomeno traeva alimento. Intanto però il Governo, avvalendosi delle misure eccezionali adottate con la stessa legge che aveva istituito la Commissione di inchiesta, aveva intrapreso e portato avanti in tutta l'Isola una massiccia operazione di polizia, con un accanimento che non aveva precedenti. Si ricorse, come sempre, ai solita mezzi repressivi e cioè all'accerchiamento di notte dei comuni e affa perquisizione delle case sospette, ma si provvide in più ad applicare su larga scala l'ammonizione e il confino. Le operazioni, specie tra il gennaio e l’agosto del 1871, furono dirette, secondo l'indirizzo del ministro dell’interno dell’epoca, Pasquale Nicotera, dal prefetto di Palermo, Antonio Malusardi, certamente meno famoso del prefetto fascista Cesare Mori, ma che come lui meno vanto di aver totalmente e definitivamente liberato l'Isola dal flagello del brigantaggio e della mafia. L'opera del Prefetto ebbe anche pubblici ed entusiastici riconoscimenti e furono molti, e tra gli altri Pagano, ad approvare le misure illegali adottate dalla Polizia, essendo una necessità sociale colpire in modo deciso «più la mafia che preparava, che il brigantaggio che eseguiva».

Sul versante opposto invece, si accuso il Governo (come poi si sarebbe fatto anche nei confronti del governo fascista) di aver condotto un'azione tipicamente maliosa, usando arbitrariamente la violenza contro pacifici cittadini e adottando una politica indiscriminata di forza, che avrebbe finito col favorire, piuttosto che sconfiggere, quel fenomeno che si voleva combattere.

La mafia comunque non diede segni di stanchezza, ma riprese con vigore la propria attività; tanto che il deputato Abele Damiani, autore della relazione conclusiva dell’inchiesta disposta con legge del 15 marzo 1877 sulle condizioni della classe agricola in Italia, dovette riconoscere, nonostante l’ottimismo che caratterizzava il suo giudizio, che. «le associazioni di malfattori, il malandrinaggio, la mafia, quantunque molto scemate non sono spente del tutto; anzi, anche quando una di queste forme di malessere sociale accenni ad essere scomparsa, ricomparisce alle volte inaspettatamente e mostra con ciò che la sicurezza pubblica lascia colà a desiderare».

La verità è. infatti che proprio negli ultimi decenni del secolo XIX e nel primo decennio del nuovo secolo, la mafia riuscì ad accrescere di proprio potere, non solo continuando negli abusi e nelle angherie di sempre, ma anche rafforzando i legami con i detentori del potere formale, e. in modo speciale con gli uomini politici, spinti dai loro interessi elettorali a cercare accordi con i mafiosi.

Non possono dunque far meraviglia le considerazioni a cui pervenne Giovanni Lorenzoni nella relazione che chiudeva per l'Isola l'inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle provincie meridionali e nella Sicilia, disposta nel 1907 e ultimata nel 1910. Oltre a ribadire quanto già avevano rilevato Franchetti e Sonnino circa le connessioni esistenti tra di fenomeno mafioso e le strutture economiche e sociali della Sicilia, Lorenzoni non esito a denunciare le responsabilità, non solo del ceto dirigente locale, ma dei dirigenti [politici nazionali, colpevoli di non aver mostrato la necessaria comprensione per il popolo locale, ma di aver anche favorito, per ragioni elettorali e di partito, le mene dei mafiosi. La mafia perciò — secondo Lorenzoni — sarebbe nata dalla naturale diffidenza del popolo nella giustizia e nell'azione degli organi statali, con la conseguenza dell’omertà e della vendetta privata. I mafiosi, in altri termini, avrebbero saputo approfittare della sfiducia del popolo nello Stato e avrebbero saputo estendere le proprie amicizie verso l'alto, facendo poi pagare i propri favori «anche quando chi li subisce è l’autorità prefettizia o politica, che in una lotta tra un candidato amico del Governo e, un candidato dell’opposizione difficilmente resiste alla tentazione di valersi anche della mafia, perché il candidato amico abbia a riuscire; e dà per tal modo un esempio che è più pernicioso della azione di mille mafiosi, perché alimenta la fonte stessa dello spirito di mafia: lo sprezzo dell'autorità della giustizia e dello Stato, il quale giovandosi di mafiosi, diventa esso stesso tale».

Per eliminare la mafia nell'Isola, pertanto, doveva essere per primo il Governo a non dare il cattivo esempio, valendosi del suo appoggio nelle lotte elettorali e tollerando che ben noti mafiosi «reggano le sorti dai comuni, facciano da sollecitatori negli uffici e divengano intermediari tra il pubblico e le autorità».

Purtroppo le parole e le proposte di Lorenzoni rimasero lettera morta, e ancora una volta la mafia mostro una vitalità economica e politica tale da permettersi ogni affermazione e da sfruttare ogni risorsa, tra le altre quella di assicurare tempestivi espatri agli affiliati, apertamente compromessi o minacciati di arresto.

La guerra mondiale non creo in Sicilia gli stessi problemi che movimentarono la vita politica nel resto della penisola, ma il ritorno dei reduci disorientati e senza lavoro finì col favorire la formazione di una mafia giovane, che doveva muoversi, in forme nuove, accanto alla mafia tradizionale, interessata come sempre a conquistare il monopolio delle terre e a soffocare con i vecchi metodi della lupara, degli incendi, delle intimidazioni, le aspirazioni e i movimenti contadini, ricorrendo ancora una volta alla soppressione violentadei loro esponenti più rappresentativi, come avvenne per Nicola Alongi, ucciso a Palermo il 28 febbraio 1920 e per Sebastiano Bonfiglio, ucciso il 10 giugno 1922.

All’avvento del fascismo, una parte almeno di questa mafia finì con l'aderirvi e dal canto loro i piccoli proprietari terrieri pensarono che con l'instaurazione di un regime forte avrebbero potuto liberarsi delle incomode alleanze maliose e difendere egualmente i propri interessi, una volta che con la soppressione delle libertà politiche e sindacali fosse venuta meno la possibilità stessa delle lotte contadine contro il latifondo.

Questo atteggiamento favorì la lotta che il fascismo intraprese contro la mafia, emanando il decreto legge 15 luglio 1926 e inviando in Sicilia, per dirigere le operazioni di polizia, il prefetto Cesare Mori. Il decreto del 1926 consentiva alla Pubblica sicurezza di denunziare in stato di arresto, per farli assegnare al confino di polizia, coloro che fossero designati «per pubblica voce» come capeggiatori, partecipi o favoreggiatori «di associazioni aventi carattere criminoso o comunque pericolose alla sicurezza pubblica».

Avvalendosi di queste norme eccezionali, Mori portò alla mafia una lotta di tale estensione e severità che egli stesso la definì «uno stadio di assedio in ventiquattresimo». Non sempre le operazioni di polizia furono condotte con l’osservanza delle norme di legge, ma almeno in apparenza vennero raggiunti risultati non indifferenti, non certo contro l'alta mafia, ma contro la massa di manovra di cui essa si era sempre servita.

Tra l’altro, nel 1926, venne arrestato e condannato anche Vito Casciò Ferro, ancora considerato il grande capo della mafia, e nel 1931 il Procuratore generale di Palermo Giampietro potette annunciare con compiacimento, ma purtroppo con la stessa ingenua fiducia che aveva salutato l’opera del prefetto Malusardi, che ormai la mafia, che nel 1925 era dominatrice e signora di tutta la vita isolana, si era ridotta a pura ombra.

8 — Considerazioni conclusive. Le cause e la forza della mafia.

Due punti emergono con chiarezza dalle vicende e dagli episodi che sono stati sommariamente ricordati nelle pagine precedenti, e si tratta proprio dei punti che dovrebbero spiegare le ragioni per le quali la mafia da un lato si è sviluppata soltanto nella Sicilia occidentale e dall'altro ha avuto una durata ben più lunga di fenomeni analoghi, come la camorra; ciononostante che la storia dell’Isola, almeno per quanto riguarda l’evoluzione delle sue strutture sociali, non sia stata gran che diversa da quella del resto del Mezzogiorno d’Italia.

Il primo di questi punti è senza dubbio costituito dal rilievo che le azioni della mafia si risolsero in genere a favore dei ceti dominanti, in particolare dei proprietari terrieri, che ebbero nei mafiosi gli alleati più convinti e più preziosi nella lotta contro le rivendicazioni contadine. La mafia d'altra parte (e questo è il secondo punto), fin dalla sua nascita e con un impegno sempre maggiore nel corso degli anni, si esercito nella costante ricerca di un intenso, incisivo collegamento con i pubblici poteri della nuova società nazionale, rifiutando il ruolo di una semplice organizzazione criminale in rivolta contro lo Stato, o magari interessata soltanto a una funzione di supplenza del potere legittimo. Ma se la mafia si rafforzo, grazie ai collegamenti con l’apparato pubblico dello Stato sabaudo, è lecito supporre che anche il nuovo Stato abbia tratto un preciso vantaggio da questi collegamenti, il vantaggio cioè di garantirsi una facile posizione di dominio, senza essere costretto ad affrontare il problema scottante di un radicale rinnovamento della società siciliana.

Per realizzare l'Unità, la borghesia nazionale, emersa al ruolo di classe dirigente, non esitò ad allearsi in Sicilia con la nobiltà feudale locale, ed è proprio dalla logica di questo accordo, e correlativamente, dall'ostinata opposizione all'autogoverno, che nacque e si sviluppo il fenomeno della mafia. Dopo avere confermato le sue posizioni di privilegio e di dominio, infatti, l'aristocrazia terriera si trovo ad avere bisogno, al di là delle strutture legali dello Stato, troppo deboli per garantirglielo, di un forte potere repressivo che tenesse a bada i contadini e che ponesse un freno alle emergenti rivendicazioni delle classi subalterne, interpretate in quegli anni soprattutto dai Fasci dei lavoratori. Questo aiuto i proprietari lo trovarono nella mafia del feudo e nel suo interesse a ricercare, per i propri fini, un collegamento con i ceti dominanti.

In questo senso, perciò, si può ben dire che la mafia è stata all’origine un fenomeno non delle classi subalterne, escluse, come tali, da ogni accordo di potere, ma al contrario dei ceti che al momento dell'Unità già esercitavano (e che continuarono ad esercitare) il dominio politico ed economico nell’Isola, cioè in definitiva, della vecchia nobiltà feudale e della grande proprietà terriera. La mafia, quindi, come, prima si è visto più in dettaglio, fu costituita non soltanto da soprastanti, campieri e gabellotti, ma anche, e in misura non sempre marginale, da rappresentanti delle classi dominanti. Fu proprio il loro interesse a mantenere le posizioni di privilegio conquistato nel corso dei secoli e a impedire che i ceti medi si trasformassero in una borghesia imprenditoriale moderna che rafforzo le basi, come ora si è detto, del sistema di potere mafioso e dell’intrico di complicità e di connivenze col potere formale dello Stato, che ne ha caratterizzato la storia. Da questi collegamenti, la mafia trasse decisivo alimento per condurre in portò i suoi illeciti traffici e per assicurarsi la sua stessa sopravvivenza. In cambio, i mafiosi riuscirono a realizzare un'opera imponente di mistificazione, perché, facendo leva sul malcontento popolare per gli arbìtri e le vessazioni dello Stato poliziesco, finirono per guadagnarsi la solidarietà o almeno la comprensione dei siciliani, che però sfruttarono contro il loro interesse, favorendo, per mantenere in piedi i privilegi dei patentati locali, una divaricazione sempre più accentuata tra la società nazionale e quella isolana e ostacolando quindi, con tutti i mezzi, anche i più sanguinosi, ogni istanza di rinnovamento e di progresso.

Questa situazione cambio solo apparentemente con l’avvento del regime fascista. Durante il fascismo, il bisogno di fare ricorso al potere extralegale della mafia si affievolì, perché lo Stato si impegno a garantire in prima persona la repressione del movimento contadino, ma non par questo la mafia scomparve. Il prefetto Mori riuscì certamente a distruggere le bande armate, collegate agli aggregati mafiosi, che infestavano le zone interne della Sicilia, specialmente quelle delle Madonie e delle Caronie, e riuscì pure a stroncare l'attività delle associazioni maliose che pullulavano nei centri urbani e rurali; ma è altrettanto certo che l’alta mafia non. venne nemmeno toccata e che non fu rimossa nessuna delle cause, che erano state alla base del fenomeno, Dal periodo fascista, i mafiosi che contavano uscirono indenni, o perché si erano integrati nel regime o perché avevano potuto continuare a vegetare all'ombra del potere, senza bisogno di ricorrere a gesti clamorosi, visto che bastava la repressione fascista a frenare le rivendicazioni e il movimento dei contadini.

Sezione terza

LA MAFIA DEGLI ANNI DEL DOPOGUERRA DAL 1943 AL 1950

1. — La rinascita della mafia.

Nel 1943, alla vigilia dell'occupazione alleata della Sicilia, la mafia rifece la sua comparsa nell'Isola, più agguerrita che mai.

La lotta condotta dal fascismo contro il fenomeno mafioso aveva avuto, come già si è detto, risultati apparentemente efficaci. La energia dimostrata in quel periodo dagli organi di polizia e dalle gerarchie pubbliche aveva guadagnato allo Stato ampi consensi da parte dei ceti dirigenti e sembrava aver fatto dimenticare che il prezzo del successo (che si riteneva) ottenuto era anche costituito dalla soppressione delle libertà democratiche e delle competizioni elettorali.

Ora che il regime fascista volgeva alla fine e che gli insuccessi militari svelavano al popolo il tragico volto della dittatura, diveniva sempre più chiaro per tutti che il prefetto Mori e i suoi uomini non sempre avevano agito nel rispetto delle regole legali e che i successi nella lotta contro la delinquenza, favoriti dall'acquiescenza della Magistratura e celebrati dai suoi rappresentanti nei loro discorsi ufficiali, erano stati ottenuti anche col ricorso ad arbìtri ed abusi di ogni genere. In troppi casi, le concessioni e le dichiarazioni di accusa erano state estorte mediante vere e proprie torture, gli arresti e le perquisizioni erano stati operati senza discriminazioni di sorta,, molti innocenti erano stati privati della libertà personale, ed era accaduto di regola che gli imputati, ima volta arrestati, venissero trattenuti nelle stazioni di polizia per intere settimane e messi a disposizione del giudice con enorme ritardo e sulla base di prove prefabbricate e non sempre attendibili.

Man mano che cresceva nella popolazione la speranza di un rapido e definitivo ripristino delle libertà democratiche, i metodi polizieschi e le violazioni della legalità diventavano intollerabili e ne appariva intollerabile lo stesso ricordo; ciò tanto più che la lotta del fascismo contro la mafia, se aveva indubbiamente conseguito in superficie apprezzabili risultati, non era tuttavia riuscita nell’intento di colpire il male alle radici, di rimuovere le cause o almeno di delineare un efficace programma di rimedi, che non si riducessero a una mera azione repressiva. Inoltre, le iniziative poliziesche non erano state nemmeno sufficientemente imparziali, ma avevano colpito solo una parte dei mafiosi, e certo non i più importanti. Così, per esempio, Calogero Vizzini, che nel dopoguerra avrebbe avuto nella mafia urna posizione di primo piano, era sì stato inviato al confino nel 1925, ma successivamente aveva potuto vivere tranquillamente, attendendo tempi migliori e preparando le condizioni necessarie per un dominio incontrastato su una larga zona della Sicilia.

È comunque evidente che non furono certo le incongruenze e le insufficienze della lotta del fascismo contro la mafia a determinarne nel dopoguerra la clamorosa rinascita; esse ne furono piuttosto la premessa e ne favorirono la ripresa solo nel senso che le illegalità e le violenze arbitrarie, a cui la Polizia aveva talora ispirato i propri metodi durante il ventennio fascista, finirono per suscitare ed esaltare ima posizione rivendicatoria non solo nei perseguitati politici, ma anche in tutti coloro che erano stati confinati o condannati per reati comuni o di stampo mafioso.

D’altra parte, l’esperienza fascista dimostro ancora una volta, dopo il tentativo compiuto da Nicotera alla fine del secolo XIX, come l’uso della forza, anche se momentaneamente coronato da successo, non sia tuttavia (almeno da solo) un utile strumento per combattere e sconfiggere la mafia. Nessuno come i mafiosi è pronto a piegarsi di fronte all’atteggiamento deciso dal potere costituito, per poter poi rialzare il capo, non appena sia passato il momento della tempesta. Così avvenne puntualmente anche alla vigilia 'della caduta dal fascismo e della sconfitta militare.

I fatti di questa rinascita furono molteplici e di ordine diverso. Bisogna cercare di individuarli, in questa sede di ricostruzione storica, per poter maglio capire quali siano le cause del fenomeno mafioso e quanto profonde siano le sue radici, se tali e tanti rivolgimenti sociali, politici e istituzionali, non ne hanno scalfito la potenza e se i mafiosi dopo parecchi lustri di silenzio e di quiescenza, furono capaci all’indomani della liberazione (come se nulla fosse accaduto) di costituire, nelle zone occidentali della Sicilia, una rete fittissima di affiliati e di relazioni, con un impianto di tale solidità, che sarebbe stato nel futuro una impresa difficilissima, e non ancora portata a termine, tentarne lo smantellamento.

2. — L’occupazione alleata e la mafia.

Nei primi anni di guerra, la situazione economica e sociale dell’Isola appariva gravemente compromessa e presentava, in molti sensi, note accentuate di arretratezza rispetto al resto del Paese. Infatti, solo un terzo della popolazione era occupato e il reddito medio degli abitanti era del 35 per cento inferiore a quello nazionale. Il numero degli analfabeti era elevatissimo, mentre era bassissimo l'indice della consistenza industriale, riguardo sia alle imprese che agli addetti. Le abitazioni erano già insufficienti all’inizio della guerra e molte di quelle esistenti furono distrutte dagli eventi bellici; allo stesso modo andarono danneggiati molti impianti industriali e una parte consistente della rete stradale e di quelle portuali. I servizi pubblici infine presentavano gravi carenze e le loro condizioni andarono man  mano peggiorando, tanto che — come risulta da una pubblicazione del Centro democratico di cultura e di documentazione — «2,9 milioni di persone usavano acqua proveniente da acquedotti o pozzi artesiani, 141. 000 si approvvigionavano da cisterne, 88.000 da pozzi aperti, 410.000 da sorgenti naturali, tutte peraltro in qualche modo controllate dal comune, mentre molte altre decine di migliaia di persone si approvvigionavano da fonti assolutamente incontrollate».

In mancanza di altre risorse la stragrande maggioranza della popolazione viveva con i redditi dell'agricoltura, ma per d più i guadagni erano miseri, anche perché la struttura agricola riporto fin dall’inizio gravi danni a causa della guerra. Secondo le statistiche dell’epoca,. infatti, il 57 per cento del territorio agricolo dava un reddito inferiore alle diecimila lire, mentre il valore della produzione agricola in Sicilia era soltanto di 881 lire pro capite. Inoltre il 27 per cento della proprietà fondiaria, per complessivi 500.000 ettari, aveva i caratteri del latifondo, con una percentuale quindi notevolmente superiore alla media nazionale, che raggiungeva il 17,7 per cento.

In questa situazione di indigenza, di vera e propria miseria e di mancanza di fonti di lavoro, era naturale che trovasse nuovo alimento il fenomeno della delinquenza; specie nelle zone occidentali dell’Isola, i delitti più gravi andarono sensibilmente aumentando tanto che nel 1942 furono commessi nelle province di Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta 87 omicidi, 75 rapine e 5 estorsioni. Peraltro la latitanza di un numero sempre maggiore di delinquenti e la formazione di bande di fuori legge, anche annate, fornirono di nuovo alla mafia il suo naturale strumento di azione; i mafiosi, che erano in libertà tornarono a poco a poco ad esercitare le funzioni di una volta, e dando protezione ai latitanti si misero in condizione di avere nuovamente a disposizione un utile e docile mezzo di manovra per il raggiungimento dei propri scopi illeciti.

Ma furono altre — e in un primo tempo connesse all’occupazione alleata — le cause vere della folgorante ripresa mafiosa.

Pare ormai accertato che qualche tempo prima dello sbarco angloamericano in Sicilia numerosi elementi dell'esercito americano furono inviati nell'Isola, per prendere contatti con persone determinate e per suscitare nella popolazione sentimenti favorevoli agli alleati. Una volta infatti che era stata decisa a Casablanca l'occupazione della Sicilia, il Naval Intelligence Service organizzò una apposita squadra (la Target Section), incaricandola di raccogliere le necessarie informazioni ai fini dello sbarco e della «preparazione psicologica» della Sicilia. Fu così predisposta una fitta rete informativa, che stabilì preziosi collegamenti con la Sicilia, e mando nell'isola un numero sempre maggiore di collaboratori e di informatori. Un attento cronista di quegli anni così annota alcuni degli episodi più significativi della vasta operazione: «a Castelvetrano cominciò a funzionare un’emittente clandestina; un’altra a Palermo, in un appartamento del centro, e l’agente americano era una donna. C’era pure un verduraio a Pachino, già parecchi mesi prima dell'invasione, un certo Gaspare, che andava in giro con la sua carretta per il paese e le campagne e parlava un dialetto strettissimo, ma, quando giunsero gli alleati, riapparve in divisa inglese, e divenne poi il primo governatore dell'AMGOT a Rosolino. A Gela, due operai che lavoravano alla diga del Dissuni, furono rivisti, dopo, in uniforme inglese: erano stati paracadutati in Sicilia con una radio trasmittente, che avevano fatto funzionare durante lo sbarco. A Catania, un lustrascarpe che per mesi aveva esercitato il proprio mestiere davanti alla sede della federazione fascista, ricomparve poi in divisa di maggiore dell'esercito americano; e perfino un ufficiale dell'aviazione, che disimpegnava incarichi amministrativi in un aeroporto americano, era in realtà un ufficiale americano» (Salvo Di Matteo, Anni roventiLa Sicilia dal 1943 al 1947, Palermo 1967, pag. 76).

Ma l'episodio certo più importante ai fini che qui interessano è quello che riguarda la parte avuta nella preparazione dello sbarco da Lucky Luciano, uno dei capi riconosciuti della malavita americana di origine siciliana. Di questo episodio si sono frequentemente occupate le cronache e la pubblicistica, con ricostruzioni più o meno fantasiose, ma la verità sostanziale dei fatti non sembra contestabile, se si ricorda che il senatore Estes Kefauver così si espresse al riguardo nel rapporto conclusivo dell'inchiesta della Senate Crime Investigatorv Committee: «Durante la seconda guerra mondiale si fece molto rumore intorno a certi preziosi servigi che Luciano, a quel tempo in carcere, avrebbe reso alle autorità militari in relazione a piani per l'invasione della sua nativa Sicilia. Secondo Moses Polakoff, avvocato difensore di Mever Lanskv, la Naval Intelligence aveva richiesto l’aiuto di Luciamo, chiedendo a Polakoff di fare da intermediario. Polakoff, il quale aveva difeso Luciano quando questi venne condannato, disse di essersi allora rivolto a Mever Lanskv, antico compagno di Luciano; vennero combinati quindici o venti incontri, durante i quali Luciano fornì certe informazioni».

Si comprende agevolmente, con queste premesse, quali siano state le vie dell'infiltrazione alleata in Sicilia prima dell'occupazione. Il gangster americano, una volta accettata l'idea di collaborare con le autorità governative, dovette prendere contatto con i grandi capimafia statunitensi di origine siciliana e questi a loro volta si interessarono di mettere a punto d necessari piani operativi, per far trovare un terreno favorevole agli elementi dell'esercito americano che sarebbero sbarcati clandestinamente in Sicilia per preparare all'occupazione imminente le popolazioni locali.

La mafia rinascente trovava in questa funzione, che le veniva assegnata dagli amici di un tempo, emigrati verso i lidi fortunati degli Stati Uniti, un elemento di forza per tornare alla ribalta e per far valere al momento opportuno, come poi effettivamente avrebbe fatto, i suoi crediti verso le potenze occupanti.

Contemporaneamente, la mafia si preparava a stabilire, all'interno dell’Isola, i necessari collegamenti sul terreno politico col Movimento separatista, il solo raggruppamento di ispirazione antifascista che avesse già nella clandestinità ima propria rete organizzativa e che si trovasse quindi in condizioni di assumere subito, al momento dell’occupazione, dirette responsabilità anche amministrative. .

Infatti, i gruppi antifascisti operanti nell’Isola non pensarono a costituirsi con la necessaria prontezza in comitati di liberazione, ma continuarono a muoversi attraverso incontri informali e disorganici, ognuno nel chiuso della propria ideologia, senza cercare contatti e rapporti che portassero alla formazione di una vigorosa forza politica da contrapporre subito anche ai disegni degli occupanti.

Invece, negli ultimi anni del regime fascista, alcuni esponenti della vecchia classe dirigente siciliana, che avevano mantenuto viva sotto le ceneri un’aspirazione antica d’indipendenza e di separazione dell'Isola dal resto dell’Italia, si erano impegnati ad organizzare un proprio fronte di resistenza, che cercava di convogliare nelle sue file, più che gli antifascisti, gli scontenti del fascismo, i disillusi del regime, coloro che. ancora credevano nel mito dell'Unità attuata dal settentrione a scapito delle popolazioni meridionali e in particolare di quelle siciliane e che quindi giuravano nell’effettiva. possibilità di una autosuffioienza economica e sociale della Sicilia.

D’altra parte, i capi indipendentisti pensavano di raggiungere il traguardo secessionista con l'aiuto delle forze di occupazione, sicuri come erano che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna avrebbero favorito la loro aspirazione di vedere staccata la Sicilia dall’Italia. Si trattava in verità di idee fondate, almeno in parte, non soltanto sui desideri di chi li coltivava, ma anche su qualcosa di concreto. Gli angloamericani infatti vedevano nel Movimento separatista, quando l'Italia èra ancora una potenza nemica, un valido alleato e cercarono perciò, in tutti i modi, di prendere contatti con i suoi capi. Così, per esempio, nell’aprile 1943, il colonnello britannico Handack fu ospite clandestino dell'onorevole Arturo Verderame e nello stesso mese Charles Poletti, che poi sarebbe stato governatore di Palermo, sbarco in Sicilia e riuscì a stabilire contatti con alcuni latifondisti di fede separatista, come Lucio Tasca Bordonaro e la duchessa di Cesaro. Più in generale, il giornalista Gavin Maxwell, raccontando questi episodi, doveva scrivere:

«Sin dal luglio, a pochi giorni dallo sbarco alleato, il servizio speciale americano aveva naturalmente fatto il possibile perché questo movimento (il separatismo) si rafforzasse in modo da assicurarsene una piena cooperazione contro l'Italia e contro le quattro divisioni tedesche che stavano a difesa della Isola».

Non c'è perciò da meravigliarsi se pochi giorni dopo la conquista di Palermo e a poche ore, si può dire, dalla caduta del fascismo, il gruppo promotore del separatismo poteva lanciare un ambizioso proclama, col quale, dopo avere denunziato formalmente le responsabilità della monarchia sabauda e del fascismo, chiedeva formalmente «ai governi alleati di consentire la costituzione di un governo provvisorio siciliano, al fine di predisporre ed attuare un plebiscito perché si dichiari decaduta in Sicilia la monarchia sabauda nella persona di Vittorio Emanuele III e suoi successori e la Sicilia sia eretta a Stato sovrano indipendente con regime repubblicano».

Nacque così formalmente il Movimento indipendentista siciliano (MIS) guidato da Andrea Finocchiaro Aprile, Antonino Varvaro, Lucio Tasca, Antonio Canepa, Concetto Gallo, i duchi di Carcaci, il barone Stefano La Motta. Larghi strati popolari si riconobbero, specie all’inizio, nel separatismo, perché lo videro rendersi interprete della loro antica aspirazione all’autogoverno.

In tutti i momenti di crisi, nel 1860 come nel 1893, le popolazioni siciliane avevano riproposto le loro istanze di autonomia dal Governo centrale. Anche nel 1943, il popolo siciliano vide nella caduta del fascismo il crollo dello Stato accentratone e poliziesco, dello Stato che si era sempre opposto alle sue richieste di giustizia sociale e di autogoverno. È naturale quindi che la fine del fascismo e correlativamente la mancata tempestiva organizzazione dei grandi partiti democratici favorissero in principio una sincera adesione delle masse popolari al movimento e alle istanze separatiste.

Ben presto però i proprietari terrieri, preoccupati delle iniziative prese dal Governo nazionale per avviare una nuova politica agraria, impugnarono saldamente la bandiera separatista e non esitarono a distorcere ai propri fini i sentimenti più sinceri dei siciliani.

I miti dell’indipendenza, dello sfruttamento della Sicilia da parte dei settentrionali, del tradimento consumato ai danni del popolo al momento dell’unificazione,, furono abilmente sfruttati dai capi del Movimento per impedire che la rinascita democratica potesse sacrificare i loro privilegi e interessi, in sostanza per evitare ancora una volta, secondo la linea di una tradizione storica che non aveva conosciuto interruzioni, l'accesso alle terre dei contadini.

Fu proprio questo impegno programmatico e la comune attività svolta per la preparazione psicologica dell'Isola e l’occupazione alleata che spinsero la mafia ad allearsi, sia pure per breve tempo, con il Movimento separatista.

È vero che in tempi piuttosto recenti, alcuni esponenti del MIS hanno cercato di minimizzare la portata del fenomeno, riducendolo al livello di sporadiche adesioni non sollecitate; e può anche ammettersi che la mafia, com’è suo costume, non abbia manifestato grande entusiasmo, per il Movimento e abbia soltanto mirato a ricavarne, al momento opportuno, le maggiori utilità, pronta quando se ne fosse presentata l'occasione, a cambiare bandiera e a schierarsi con i più forti. Resta comunque il fatto che nel 1943 i capi separatisti e alcune cosche mafiose conclusero una vera e propria intesa, nell'intento di difendere interessi che ritenevano comuni e allo scopo di conquistare insieme, per i propri fini non sempre leciti, cospicue posizioni di potere all’ombra della iniziale protezione alleata. Questa intesa fu raggiunta mediante la partecipazione alle riunioni e alle azioni separatiste di esponenti mafiosi di primo piano e trova un'attendibile documentazione in fonti di vario genere, anche di natura ufficiale.

Lo (Stesso Calogero Vizzini, il «grande zio» della nuova mafia, il 6 dicembre 1943 partecipo al primo convegno regionale clandestino dei separatisti a Catania ed ostento successivamente la sua fede indipendentista, portando all'occhiello la «Trinacria», che era il distintivo del Movimento. Anche altri capimafia, come Gaetano Filippone, Paolino Bontà e Genco Russo, non nascosero le loro inclinazioni e si fecero fotografare mentre partecipavano a manifestazioni indipendentiste. Dal canto suo, il generale dei Carabinieri Amedeo Branca scrisse testualmente in un rapporto segreto del 18 febbraio 1946: «Il movimento agrario separatista siciliano e la mafia da diverso tempo hanno fatto causa comune; anzi, i capi di tale movimento, tra i quali don Luciò Tasca, si debbono identificare per lo più con i capi della mafia nell’Isola»; e in un altro rapporto aggiunse: «il La Manna (un capo separatista) ha affermato, la sera del suo arresto, che era stato chiamato dal Tasca Giuseppe, per ritirare quattrocento manifestini da portare al cavaliere Vizzini Calogero. Ha affermato inoltre che il duca di Carcaci aveva come collaboratori diretti Tasca Giuseppe, il barone La Motta, Vizzini Calogero».

La confluenza dei settori della mafia nel Movimento indipendentista ne rafforzo in modo sensibile le iniziative e la capacità di penetrazione tra le popolazioni dell'Isola, mentre da parte sua il governo di occupazione, tenendo fede alle promesse della vigilia, si affretto a consegnare l'amministrazione dell’Isola ai militanti del separatismo, mettendoli così in condizione di esercitare sui cittadini un potere reale e un'influenza spesso decisiva. Infatti, man mano che le forze alleate occupavano l'Isola, procedendo da sudovest verso l’interno, e poi verso oriente, i prefetti e i podestà, che non avevano abbandonato l'Isola, furono destituiti dalla carica e sostituiti con nuovi amministratori graditi agli alleati.

In molti dei 357 comuni siciliani furono insediati come sindaci, a partire dai comuni occidentali, uomini politici separatisti, e tra loro anche autentici mafiosi, come avvenne tra gli altri per Calogero Vizzini, nominato sindaco di Villalba. Anche a Palermo, il 27 settembre 1943, venne solennemente insediata la nuova Giunta comunale, presieduta da Luciò Tasca, uno dei maggiori esponenti separatisti, che successivamente il generale Branca non avrebbe esitato a qualificare nel suo rapporto come un vero e proprio capomafia.

In questo modo, i mafiosi tornavano alla ribalta, assumendo posizioni di potere o direttamente o per interposta persona, attraverso quegli esponenti separatisti, che erano ad essi legati da vincoli non solo ideologici; inoltre, i loro rapporti con gli alleati, o meglio con gli emigrati di origine siciliana che le forze di occupazione avevano portato con sè e che spesso erano diventati consulenti delle autorità militari, misero i mafiosi in condizione di ottenere vantaggi cospicui di ogni genere e favorirono inoltre (sul presupposto che si trattasse di perseguitati politici) la riabilitazione di molte persone che erano state condannate o confinate per reati comuni.

Al riguardo, la Commissione ha compiuto ogni sforzo (come già risulta dalla relazione settoriale sui rapporti tra mafia e banditismo), per accertare con la maggiore precisione possibile quali furono le relazioni tra le forze di occupazione e gli esponenti mafiosi, e per stabilire in particolare se la riabilitazione o addirittura l'impunità di determinati personaggi della malavita siciliana siano state l'effetto di un accordo segreto stipulato al momento dell’armistizio.

Purtroppo, l’impegno della Commissione non è stato coronato dallo sperato successo, per l'indisponibilità di documenti ufficiali, che servissero a ricostruire nei particolari e nell’accennata prospettiva quel periodo travagliato della nostra storia.

È comunque fuori discussione, per quanto prima si è detto, che la condotta degli alleati, prima e dopo l’occupazione, costituì un fattore di primaria importanza per la ripresa nell’Isola dell'attività mafiosa e che il movimento politico separatista, cui si appoggio inizialmente il governo militare alleato, rappresento ima comoda copertura per le spregiudicate infiltrazioni maliose e insieme lo strumento di cui inizialmente si servì il ceto dominante per la difesa dei suoi interessi.

È altrettanto indubbio che gli alleati si comportarono nel modo accennato, per finalità esclusivamente o prevalentemente militari. Nel momento in cui l’Italia era ancora una potenza nemica, era interesse vitale degli angloamericani, guadagnarsi l'appoggio di una classe dirigente che potesse contrapporsi al Governo italiano e che fosse eventualmente capace di organizzare e dirigere, qualora se ne fosse presentata l’occasione, un movimento di resistenza. Ma le buone intenzioni. purtroppo furono sopraffatte dagli avvenimenti, e l'azione degli alleati servì almeno in parte, a ridare forza alla mafia, a restituirla, con nuove energie, alla sua funzione di guardia armata del feudo, a creare infine le premesse di quel collegamento tra mafia e banditismo, che avrebbe insanguinato per anni le pacifiche contrade dell'Isola.

3. — La mafia a difesa del latifondo.

Si è visto nel paragrafo precedente che la democrazia prefascista si schierò dalla parte della classe dominante, abbandonando nelle sue mani la massa dea contadini e riponendo nel cassetto tutti:i progetti idi una riforma agraria che servisse a smantellare, nei fatti e non soltanto con la declamazione delle leggi, ili feudo siciliano. Successivamente, durante il tormentato periodo del primo dopoguerra, le forze cattoliche e socialiste cercarono di portare avanti un programma di rinnovamento sostanziale della politica agraria e, tra l’altro, ned 1919, i deputati cattolici presentarono in Parlamento un progetto di legge per do smantellamento del latifondo attraverso da quotizzazione e. l'esproprio. Ma l'avvento del fascismo disperse completamente i frutti, o, forse meglio, le speranze di questo patrimonio di lotte e di progresso in agricoltura, e di riforme che toccassero la struttura dal latifondo non si sentì più parlare, tanto che dopo più di venti anni di politica fascista, la terra in Sicilia era ancora nelle mani di pochi.

Come già si è ricordato,. infatti, all'indomani dell'occupazione. alleata, circa il 27 per cento della proprietà fondiaria aveva nell'Isola la struttura del latifondo, contro il 17,7 della percentuale nazionale. Secondo le statistiche dell'epoca, le quote maggiori di superficie latifondistica si trovavano nelle zone orientali dell’Isola, dove minore era l'influenza mafiosa, ma in queste stesse zone, accanto alle grandi proprietà, si registrava un intenso frazionamento fondiario ed era particolarmente diffusa, con un'accentuata polverizzazione dei fondi, la piccola proprietà contadina. Ad occidente invece la proprietà privata fondiaria, anche quando non aveva le dimensioni del latifondo, presentava un forte accentramento ed era molto diffuso il sistema del fitto (o gabella).

Si spiega perciò, proprio in relazione a questo tipo di struttura socioeconomica, come la mafia nel dopoguerra riprese il sopravvento, alla pari di quanto era avvenuto nel passato, soprattutto nelle province occidentali dell’Isola, anche se non sono consentite al riguardo eccessive schematizzazioni e se non mancarono, negli anni successivi alla caduta dal fascismo, notevoli infiltrazioni mafiose nella provincia di Messina.

Ancora una volta, più che d’estensione del latifondo, fu la frequenza con cui i proprietari ricorrevano alla gabella a costituire il terreno di elezione della mafia. Infatti la funzione mafiosa tipica, che riassumeva nei suoi caratteri essenziali tutte le altre, era stata nel passato l’intermediazione parassitarla, e nessuno meglio del gabelilotto si trovava in condizione di esercitarla, in una società prevalentemente agricola, come era in quei tempi quella siciliana. Con la caduta del fascismo, dii mafioso della gabella riprese di nuovo a svolgere il suo ruolo, imponendo con la forza, da propria presenza, sostituendosi spesso ai proprietari e perseverando con la tenacia nello scopo di sempre, di tenere a freno (a qualunque costo ed anche con da violenza) te rivendicazioni contadine. Accanto ai gabellotti, tornarono sulla scena te schiere di soprastanti, di campieri, di guardiani, in una parala di tutti coloro che i proprietari incaricavano di amministrare le proprie terre e di proteggerle dalle ruberie dei piccoli delinquenti, ma soprattutto dalle pretese dei contadini.

Non si tratta, come potrebbe sembrare, di affermazioni generiche e tralaticie, prive di un concreto riscontro nei fatti. Esiste al contrario una vera e propria mappa della presenza mafiosa nel feudo, o meglio ai margina del feudo, in quegli anni immediatamente successivi all'occupazione alleata della Sicilia, e basta qui. ricordare alcuni esempi, per coglierne l'innegabile evidenza storica e la stessa dimensione dal fenomeno.

Così, a Corleone, un centro agricolo del palermitano, patria di Michele Navarra e di Luciano Leggio, il feudo Donna Beatrice era tenuto in gabella dal noto capomafia Carmelo Lo Bue, mentre i pregiudicati mafiosi Michele Pennino, Mariano Sabella, Biagio Leggio erano gabellotti di tre feudi non meno importanti, e dal canto suo Francesco Leggio, altro mafioso, era soprastante del feudo Sant'Ippolito di 415 ettari. Perfino Luciano Leggio divenne in quegli anni gabellotto del feudo Strasatto, quando già era colpito da mandato di cattura per essere stato accusato di gravissimi reati.

A Roccamena pericolosi mafiosi, come i fratelli Raimondi; Cirrinciòne; Leonardo, Giordano e Gioacchino Casato; Vincenzo Collura; Michele Bellomo e Antonio Ganci erano tutti gabellotti dei feudi esistenti nella zona e situazioni analoghe si ripetevano a S. Giuseppe Iato, a Marineo, a Contessa Entellina, a Belmonte Mezzagno e in pratica in tutti i comuni agricoli dell'entroterra della Sicilia occidentale.

Sarebbe impossibile (o forse inutile) fare qui l’elenco completo di tutti i rapporti dell genere di quelli citati, ma non si può a fare a meno di ricordare — tra gli episodi più significativi del fenomeno — che a Villalba Calogero Vizzini era il gestore del feudo Micciché, che a Mussameli i Lanza di Trabia affidarono il feudo Polizzello a Giuseppe Genco Russo, che Salvatore Malta prese in affitto il feudo Vicarietto, Vanni Sacco il feudo Parrino, Barbaccia le terre di Ficuzza nella zona di Godrano e Joe Profaci il feudo Galardo.

Il fenomeno si spiega, considerando che gli agrari erano in quei tempi preoccupati della ripresa, sempre più vivace, delle rivendicazioni contadine, sostenute questa volta dalle forze politiche unitarie che si andavano poco a poco riorganizzando. Il Movimento separatista fu, sul piano politico, lo strumento di cui i grandi proprietari' pensarono di servirsi per consolidare il sistema economico che ili favoriva e per impedire che qualcosa mutasse; ma sul piano dei fatti, degli avvenimenti di ogni giorno, era ancora la mafia l’alleata più valida per tenere testa alle pressioni dei contadini e dei braccianti, per far fronte alla spinta dalla miseria, magari con l’uso della'  violenza più efferata.

La rinascita della mafia infatti coincise tra il finire del 1943 e il 1944 con un aumento impressionante,dei reati di stampo tipicamente mafioso nelle quattro province occidentali dell’Isola. Basti pensare che nel 1944 furono commessi 245 omicidi in provincia di Palermo, 154 in provincia di Trapani, 83 in quella di Agrigento e 44 in provincia di Caltanissetta. Naturalmente, non si tratto in tutti i casi di ireati riconducibili direttamente alle iniziative della mafia; per molta parte, quei reati furono commessi dai fuorilegge che allora infestavano le montagne dell’Isola e che avrebbero dato origine, diventando sempre più numerosi e agguerriti, al sanguinoso fenomeno del banditismo. Ma anche se non li commise direttamente, è certo che fu la mafia a favorire col proprio comportamento l’aumento dei delitti, in particolare dando ricetto ai banditi, sviando le indagini della Polizia, creando in molti paesi un clima decisamente contrario agli interventi degli organi statali e infine intrecciando veri e propri rapporti, che in seguito avrebbe stretto sempre di più, con ile bande dai fuorilegge e in particolare con quella di Salvatore Giuliano. Fu certamente la mafia a proteggere Giuliano nella fuga dopo l’omicidio del carabiniere Mancino e furono ancora i mafiosi a permettere al fuorilegge e ai suoi affiliati di sfuggire alla cattura, quando sul finire del 1943 le forze dell’ordine organizzarono una vasta azione di rastrellamento, nel tentativo di arrestarlo.

Anche in questo periodo inoltre fu tipica _ connotazione della delinquenza di stampo mafioso l’alta percentuale idi delitti che restarono impuniti e di quelli che non furono neppure denunciati. Per la provincia di Palermo, ad esempio, sui 245 omicidi commessi nel 1944, soltanto di 38 furano individuati gli autori', mentre per 'le 646 rapine avvenute nella stessa zona solo per 90 la Polizia riuscì a denunciarne alla Magistratura i presunti autori. È d’altra parte significativo, perché dimostra come non sempre i cittadini erano disposti a denunziare i torti subiti, evidentemente per timore di rappresaglie, che sempre nel 1944 i delitti di estorsione accertati in provincia di Palermo furono soltanto 47, quando è invece presumibile che essi siano stati molti di più, essendo il ricatto, come in altra parte si è già avuto modo di dire, urna delle «funzioni» più caratteristiche idei mafiosi.

Ma ciò che è ancora più indicativo della potenza della mafia, delle sue ramificazioni e dei rapporti che essa aveva saputo immediatamente ristabilire con l’ambiente, è che quegli anni, come poi avverrà in seguito, la giustizia verme spesso elusa, anche quando le responsabilità erano state accertate fin dal primo momento. È sufficiente ricordare per tutti l'episodio di Calogero Vizzini, autore con altri del vile attentato commesso a Villalba contro l’onorevole Girolamo Li Causi, che nel corso di un comizio aveva «osato» sfidare (apertamente la mafia, invitando i contadini a non prestarsi alle sue lusinghe. Vizzini fu riconosciuto colpevole del delitto e condannato a cinque anni di reclusione, ma riuscì egualmente a sfuggire alla giustizia e a morire nel suo letto, senza aver fatto nemmeno un giorno di carcere.

4 — Le vicende del separatismo.

Intanto il Movimento separatista continuava a svolgere la sua propaganda e a fare proseliti anche tra gli umili, con la promessa di ardite riforme a vantaggio dei contadini e degli operai, tali da metterli su un piano dà perfetta uguaglianza con tutte le altre classi sociali.

Alcuni giornali, ma soprattutto volantini e fogli stampati alla macchia, diffondevano nella popolazione le tesi separatiste. Il numero 1 di volantini dell’«Indipendenza» diffuso nella provincia di Catania, riassumeva i principi del Movimento nei punti seguenti:

«La Sicilia vuol diventare Repubblica libera e indipendente:

1) Perché il suo popolo vuole essere libero.

2) Perché essa è entrata a far parte dell’Italia dopo il tranello dal 1860, onde la sua «italianità» è posticcia e comunque naufragata nel disastroso ottantennale periodo sperimentale.

3) Perché essa parla la lingua italiana per la stessa ragione per cui nel Belgio si parla francese, nel nord America inglese, nel sud America spagnaio.

4) Perché nessuna delle promesse fatte dall’Italia è stata mantenuta; anzi la Sicilia fu sempre tradita, oppressa, sfruttata e disprezzata.

5) Perché ile risorse naturali e la laboriosità della sua gente sono tali da assicurare al popolo la prosperità e il benessere mai goduti.

6) Perché l’Italia ha calpestato ogni suo diritto e impedito che, accanto alla ricca agricoltura, sorgesse una gagliarda industria siciliana, come quella che si svilupperà nell’Isola nel dopoguerra.

7) Perché la Sicilia libera sarà il grande emporio economico del sud.

8) Perché la Sicilia indipendente rappresenterà la valvola di sicurezza per il mantenimento della pace nel Mediterraneo.

Perciò i siciliani sono ormai decisi a rinunciare alla vita, non all'Indipendenza».

Come si vede, alla base del Movimento palpitavano il ricordo di un nobile passato politico e culturale e l’acuto risentimento per il mancato adempimento del pubblico impegno preso da Garibaldi e da Vittorio Emanuele II di ricostituire il parlamento siciliano soppresso dai Borboni. Ma la pretesa secessionistica era giustificata dalla tendenziosa convinzione che il tessuto economico della Sicilia, una volta florido, fosse stato distrutto dagli ottanta anni di vita unitaria, col colpevole concorso delle responsabilità del potere centrale; e il successo del Movimento era affidato alla pericolosa illusione che la Sicilia, una volta sottratta allo «sfruttamento coloniale» dell’Italia, avrebbe avuto finalmente la possibilità di organizzare convenientemente il proprio sviluppo economico e sociale.

Questi ideali venivano esaltati con messianico fervore, nei discorsi dei capi, in particolare da Finocchiaro Aprile e una speranza di rinnovamento circolava fra le masse. Ma nei fatti, come si è detto, il separatismo non tardo a rivelare il suo volto reazionario e conservatore. Con l'aiuto massiccio della mafia, gli indipendentisti riuscirono a far fallire gli ammassi, i cosiddetti «granai del popolo» avvantaggiando così i grandi latifondisti e i contrabbandieri mafiosi. Ben presto, inoltre, la difesa del feudo non fu soltanto lo scopo occulto del Movimento, ma. divenne un obiettivo apertamente dichiarato, tanto che Luciò Tasca non esitava a proclamare: «Sia gloria al latifondo siciliano, grande riserva di ricchezza che i siciliani sapranno valorizzare dii giorno in cui le risorse economiche della loro terra saranno impiegate nell’Isola». Anche nel memorandum inviato alla conferenza di S. Francisco «nel marzo del 1945, i capi del separatismo. si. limitarono ad affermare a proposito dei problemi. agrari che «non importa la questione dalla proprietà della terra, importa la fornitura di strumenti ai contadini».

Ciononostante, come già si è detto, almeno nei primi tempi, il separatismo riuscì ad ottenere successi non indifferenti, grazie anche all'aiuto materiale che ricevette dalle forze alleate. Ma gli alleati non potettero mantenere a lungo questo atteggiamento. Il 13 ottobre 1943, il Governo italiano dichiarò guerra alla Germania, venendosi così a trovane in posizione di cobelligerante a fianco dell'Inghilterra e degli Stati Uniti. Pertanto, i governi delle due grandi potenze furono costretti a iniziare una manovra di sganciamento, non potendo evidentemente continuare ad alimentare l'equivoco separatista, col pericolo di dover poi partecipare ad una lotta civile nel territorio di una nazione amica.

I separatisti tuttavia non disarmarono. Malgrado gli aspri giudizi, che si levavano da tutte le parti contro gli indipendentisti, i loro capi organizzarono a Palermo, ài 16 e 17 aprile il secondo congresso nazionale del Movimento e inviarono alle delegazioni di governi che partecipavano alla conferenza internazionale di S. Francisco un memoriale in cui affermavano «la decisa risoluzione dei siciliani di organizzare. la loro terra a Stato Sovrano e la volontà risoluta di raggiungere l'indipendenza anche, se occorresse, con de armi», e col quale invitavano le Nazioni Unite a «portare il loro esame sulla grave situazione esistente nell'Isola e decidere sulle sue sorti» e «a volere contribuire a. risollevare l'oppressa nazione siciliana dall'intollerabile situazione nella quale malauguratamente versa».

Il documento, mentre suscito vivissime reazioni nell’opinione pubblica nazionale, non ebbe in sede internazionale l'accoglienza sperata. L’Ambasciata inglese a Roma ribadì in una nota che erano del tutto destituite di fondamento le voci di un appoggio degli alleati al Movimento separatista, mentre dal canto suo il senatore americano Joseph Geoffry, membro della Commissione per ile relazioni con l’estero, dichiaro esplicitamente: «la nostra posizione ufficiale è che non daremo ili nostro appoggio a nessun movimento tendente al separatismo e alla, suddivisione» e aggiunse che «l'atteggiamento assunto dai separatisti siciliani è considerato qui dannoso al bene della Sicilia, la cui storia sociale, economica, politica e culturale è inscindibilmente legata al resto dell'Italia; il Governo degli Stati Uniti ha più di una volta espresso il suo punto di vista sul separatismo siciliano, che è considerato un movimento sovversivo diretto contro gli alleati, contro d’Italia e contro la Sicilia».

Infine, il 23 agosto, la Presidenza del Consiglio comunico ufficialmente: «assunte informazioni all’Ambasciata americana, risulta al Governo degli Stati Uniti ed alla Conferenza che nessun memoriale siciliano od altro simile documento sia stato preso in considerazione alla Conferenza di S. Francisco, né il fatto che in essa se n’è in alcuna misura discusso e neppure che alcuna delle delegazioni presenti abbia approvato. le rivendicazioni separatiste o si sia fatta portavoce delle medesime».

Il Movimento indipendentista aveva perduto in breve volgere di tempo quelli che aveva creduto i suoi principali e più potenti alleati. Ma le sue forze andavano declinando anche per altre ragioni. Tra il 1943 e il 1947, i contadini si erano organizzati in un movimento senza precedenti per ampiezza e per forza, così da porre, in termini nuovi, il problema della distribuzione delle terre e così da scatenare quella sanguinosa e violenta reazione degli agrari, culminata nella strage di Portella della Ginestra. Nel frattempo peraltro tutti i partiti antifascisti (il democristiano, il comunista, il socialista, il partito d’azione, di liberale, il repubblicano) avevano organizzato le proprie file e avevano costituito in molte zone della Sicilia comitati interpartitici, che avevano come scopo principale proprio quello di opporsi, in uno spirito nazionale, all'impossibile pretesa di una divisione dell’Isola dal resto d’Italia.

Tutti i partiti pero, se ribadirono fermamente, pur nella diversità delle ideologie e dei programmi politici, un sicuro impegno unitario, proposero nello stesso tempo una comune istanza di autonomia e di decentramento regionale, nella convinzione che il centralismo, specie quello esasperato dell'esperienza fascista, costituisse un fattore di freno allo sviluppo dell'Isola.

Fu in particolare la Democrazia cristiana che si attestò, prima ancora degli altri partiti, su posizioni autonomistiche, e che fece proprie le istanze e le rivendicazioni dei ceti medi delle città e delle campagne. L'insegnamento di Sturzo e le esperienze acquisite nei primi due decenni del secolo dal movimento cattolico, specie nella Sicilia orientale, spinsero i leader democristiani dell’Isola, da Scelba ad Aldisio, a impegnarsi in un ruolo di protagonisti nella battaglia di recupero, su posizioni di autonomia e di autogoverno, di quegli strati della piccola e media borghesia siciliana, che avevano aderito in buona fede e con sincerità di intenti al Movimento separatista.

L’alfiere di questa politica fu indubbiamente Aldisio, che nominato Alto commissario in Sicilia per conto del Governo nazionale, impostò e portò avanti un ampio programma di riforme e di sviluppo democratico, non rifiutando tuttavia la ricerca di un compromesso con tutti i ceti, che potessero dare al nuovo assetto politico, che si andava delineando sul piano nazionale, una base di massa.

L’impegno autonomistico della Democrazia cristiana e degli altri partiti antifascisti portò il 15 maggio 1945, attraverso una serie di tappe faticose, all'istituzione della Regione siciliana.

Correlativamente, la vittoria autonomistica indebolì seriamente il movimento separatista, perché lo svuotò del suo contenuto, almeno in parte. La mafia, perciò, appena si rese conto che il Movimento per l’indipendenza della Sicilia non aveva ormai nessuna prospettiva per conquistare il potere dell’Isola, tornò ai suoi amori col personale politico dello Stato prefascista, con i vecchi notabili che si erano attestati sulle posizioni del partito (liberale e dei gruppi di destra, monarchici e qualunquisti.

D’altra parte, le forze. del blocco agrario non esitarono a tentare un ricatto ned confronti del partito che proprio in quel tempo emergeva alla direzione della Nazione e che ara interessato, come si è visto, a conquistarsi il consenso dei ceti medi e della borghesia emergente. Lo spostamento delle preferenze e dei voti mafiosi che si verificò in questo periodo e negli anni immediatamente successivi non fu certo l’effetto di sollecitazioni o di collusioni, ma fu tuttavia la causa di una grave distorsione, perché insieme con altri fattori, d’importanza indubbiamente maggiore, concorse a piegare in altra direzione la politica di sviluppo democratico e d'impianto riformistico che era stata iniziata in Sicilia.

L’esempio più imponente di questo fenomeno si ebbe alla Regione siciliana, dove l’approvazione dello Statuto speciale, frutto di un’intesa di tutte le forze antifasciste, fu seguita, all’indomani della strage di Portella della Ginestra, dalla formazione di governi regionali appoggiati dallo schieramento liberale-qualunquista. E non è dubbio che fu appunto questa una delle ragioni che impedì alla vittoria autonomistica di porre un freno definitivo all’espansione mafiosa.

5 — La costituzione della Regione.

La costituzione della Regione fu l’unica risposta valida alle tentazioni del Movimento separatista e insieme alle aspirazioni secolari di autogoverno del popolo siciliano.

Con la Regione, gli autonomisti si proponevano in via primaria la realizzazione di un'unità sostanziale, e non solo formale, col resto del Paese, ma anche la soluzione di un problema di costume, cercavano cioè, in una parola, di favorire un processo di ammodernamento della Sicilia attraverso l'autogoverno e quindi l'assunzione di una responsabilità diretta.

Nel programma delle forze politiche autonomiste, l’autogoverno veniva concepito come uno strumento d'autodisciplina diretto a far acquisire ima rinnovata coscienza civica alle popolazioni siciliane e la vita regionale come una palestra di democrazia, che avrebbe dovuto dare uno slanciò nuovo all'attività politica in Sicilia.

In questo quadro, era generale il proposito di combattere la mafia fin dall’inizio e fu assillante preoccupazione dell'assemblea e del governo regionale impegnare la Regione nella lotta contro la mafia. Si può anzi ben dire che uno dei fini che l'autonomia si riprometteva di raggiungere era quello di liberare definitivamente il popolo siciliano dal peso oppressivo della mafia.

Ma purtroppo i voti e le speranze di quei tempi fervidi d’entusiasmo e di rinnovamento non si realizzarono a pieno, anzitutto perché l’impianto e la gestione del nuovo istituto, rifiutando le alleanze e i consensi che ne avevano permesso la fondazione, offrirono nuovo spazio a un sistema di potere fondato sul clientelismo, sulla corruzione e sulla mafia.

Non è inoltre senza rilievo che la Regione si costituì nell'immediato dopoguerra in un momento ancora drammatico per la vita della Nazione e in particolare della Sicilia. Si è visto nei precedenti paragrafi, sia pure per sommi capi, quali fossero in quel tempo le condizioni dell’Isola. Tutto allora era da fare o da rifare e la Sicilia aggiungeva le piaghe del dopoguerra alla sua arretratezza secolare e alla carenza idi tutte le strutture necessarie per assicurare alle popolazioni un normale tenore di vita, tanto che molti mancavano del lavoro e perfino d’indumenti e di cibo. L'ordine pubblico inoltre era gravemente compromesso per la presenza di banditi e di fuorilegge che popolavano l'Isola e mai come allora la mafia era apparsa aggressiva e potente.

Perciò, anche se era impossibile fare altrimenti, in quanto un rinvio sarebbe stato forse fatale alle istanze autonomistiche dell’Isola, il momento era il meno adatto e le condizioni sociali e politiche dell'Isola e del Paese non erano certo favorevoli ad un normale ed ordinato sviluppo di un organismo delicato e del tutto nuovo per d’esperienza nazionale, quale era la Regione. D’altra parte, lo Stato non si era dato ancora il suo assetto istituzionale e non ancora era stata eletta l'Assemblea che avrebbe elaborato la nuova Costituzione.

In quel tempo, infine, si andò molto diffondendo l'opinione, anche nei ceti dirigenti della Nazione, che l'autonomia regionale rappresentava il prezzo che lo Stato si era visto costretto a pagare per far rientrare nell'alveo della legalità la minacciosa protesta separatista. Sembrò, in altri termini, che senza il separatismo lo Stato non avrebbe mai concesso l’autonomia e che essa perciò non fosse una legittima aspirazione del popolo siciliano, ma piuttosto una pretesa, che andava contenuta e ridimensionata, se non si voleva che ne restasse compromessa e intaccata l’unità nazionale.

Nacque di qui un'ostilità preconcetta degli organi statali nei confronti del nuovo organismo e fu una ostilità che, insieme alle altre circostanze prima indicate, pesò negativamente sul funzionamento dell’istituto regionale e, per certi aspetti, impedì che avesse effetto l'impegno unanime preso da tutte le forze politiche rappresentate nella Sala d’Èrcole di lottare e sconfiggere la mafia.

Per di più, l'ostilità che caratterizzo almeno nei primi tempi l’azione dello Stato nei confronti della Regione si tradusse in una pesante diffidenza della Pubblica amministrazione per le iniziative prese dagli organi regionali, provocando interventi non sempre opportuni e suscitando pregiudizi e prevenzioni, che furano all’origine di molte disfunzioni anche in relazione al settore che qui interessa. Tra l'altro, l'ostilità e la diffidenza dello Stato si manifestarono nel rifiuto tenace dell'amministrazione centrale di fornire alla Regione un nucleo modesto di funzionari, che potesse aiutarla all’inizio del suo cammino faticoso; ciononostante che gli organi regionali non si stancassero di chiedere questo aiuto, che li mettesse in condizione di disporre di un corpo di funzionari esperti, che potessero far funzionare il nuovo organismo, in attesa dell’espletamento dei concorsi, che evitassero così i pericoli, che. invece non fu possibile evitare, di un reclutamento affrettato senza le necessarie, opportune garanzie.

L'atteggiamento dello Stato finì con l'esasperare i sentimenti autonomistici delle forze politiche siciliane e le indusse alla ricerca di strumenti e di meccanismi che garantissero meglio alla Sicilia, attraverso l'accentuata latitudine dei poteri regionali, un'indipendenza effettiva rispetto al potere centrale. Lo Statuto perciò fu congegnato in modo da assicurare all’organismo regionale una somma di poteri particolarmente estesi, che col passare del tempo, e la crescita economica e sociale, avrebbe finito coi trasformare la Regione in un mastodontico centro di potere.

Basta ricordare, per rendersene conto, che gli organi regionali furono dichiarati competenti a nominare gli amministratori d’una serie di enti, anche di primaria importanza, quali il Banco di Sicilia, la Cassa di Risparmio per le province siciliane, l’Istituto regionale finanziario industria siciliana (IRFIS), i Comitati del credito industriale, fondiario e minerale, il Fondo di promozione industriale, la Società finanziaria siciliana (So.Fi.S. ), l'Ente siciliano per la promozione industriale (ESPI), l’Ente siciliano di elettricità (ESE), l’Ente zolfi Sicilia (EZI), l’Agenzia siciliana trasporti (AST), l'Ente minerario siciliano (EMS), l'Azienda asfalti siciliani (AZASI), l’Ente riforma agraria in Sicilia (ERAS), poi trasformato in Ente di sviluppo agricolo (ESA) e l'Ente siciliano case ai lavoratori (ESCAL).

Furono assegnati inoltre alla competenza della Regione l’istruttoria e in molti casi la autorizzazione di apertura degli sportelli bancari, le fideiussioni, i prefinanziamenti ai comuni, la conversione dei titoli nominativi in titoli al portatore, la concessione delle delegazioni esattoriali, dei contributi in capitale, in interessi e in mutui privilegiati alle cooperative edilizie, alle casse per gli impiegati regionali e alle imprese industriali, l’acquisto di immobili, le municipalizzazioni delle linee di autotrasporti, l'acquisto di fondi rustici ai fini della riforma agraria e del rimboschimento.

La Regione infine ebbe il potere di nominare i membri delle Commissioni di controllo e del Consiglio di giustizia amministrativa, nonché i Commissari straordinari agli Enti locali e i Commissari delle cooperative agricole di lavoro, di produzione e di consumo.

Si trattava, come si vede, di una somma di poteri così estesa che la conquista del governo o anche la partecipazione alla maggioranza rappresentarono fin dall’inizio un traguardo decisivo per esercitare nell'Isola un'influenza effettiva.

Nacquero di qui gravi deviazioni nella politica regionale e un'abitudine tutta particolare agli incontri e alle alleanze più inverosimili e in genere alla pratica del compromesso e del trasformismo.

L’esempio più caratteristico di questo fenomeno si ebbe indubbiamente nel periodo di governo dell’onorevole Silvio Milazzo, allorquando i gruppi opposti dell’Assemblea si unirono in uno schieramento di collaborazione governativa, tentando di istituzionalizzare un accordo per tanti aspetti impossibile ed esasperando la tendenza, naturale in certi ambienti siciliani, al compromesso e alla ricerca del potere come fine. In questo clima, ogni specie di accusa divenne possibile. Si disse così che Milazzo si era procurato il voto di un consigliere, che gli assicurava la maggioranza, con la corruzione di alcuni assessori, indotti a dimettersi anche per l’intervento intimidatorio della mafia nei loro riguardi.

Quale che sia la verità su questi episodi, non è dubbio che la vicenda, nel suo complesso, fu l’espressione di una grave degenerazione del costume politico, tale da rendere possibili pericolose infiltrazioni mafiose, e finì inoltre con l'avvilire, al di là certamente delle intenzioni dei suoi protagonisti, l'istituto stesso della Regione proprio perché coinvolse tutto lo schieramento dell'Assemblea regionale.

D'altra parte, l'ampiezza dei poteri concessi dallo Statuto agli organi della Regione e la discrezionalità spesso assoluta che ne caratterizzò l'esercizio, resero impossibile l’organizzazione di una burocrazia che potesse agire, con la difesa degli strumenti tecnici, al riparo delle pressioni politiche, ma anzi ne favorirono l’asservimento. Ciò tanto più che — almeno nei primi tempi — la burocrazia, ancora giovane e priva di tradizione e reclutata in modi non sempre ineccepibili, non aveva la necessaria preparazione tecnico-amministrativa per poter esercitare le nuove delicate funzioni che la legge le assegnava.

Si è detto prima che lo Stato rifiutò con tenacia il trasferimento dei suoi funzionari al servizio della Regione determinando la necessità di assumere il personale per chiamata diretta e aprendo così il varco non solo all’immissione nei ruoli di persone non sempre all’altezza dei compiti che avrebbero dovuto svolgere, ma anche a una pratica, che avrebbe dato col tempo pessimi frutti, consentendo (come meglio si vedrà, quando il fenomeno sarà studiato più da vicino) l’infiltrazione negli organismi regionali di elementi mafiosi o vicini alla mafia. Gli abusi che furono commessi fin dall’inizio in questo settore, ispirati spesso alla prassi maliosa del favore personale, tolsero al nuovo istituto autorità e prestigio.

La situazione fu inoltre aggravata dal clima di incertezza amministrativa e giuridica, conseguente al mancato coordinamento dello Statuto con la Costituzione della Repubblica e fu addirittura esasperata dalla quotidiana polemica fra l’amministrazione statale e il potere regionale.

L'analisi dell'attività amministrativa regionale, che è stata uno degli impegni più significativi della Commissione d’inchiesta e la cui esposizione troverà posto in altra parte di questa relazione, dovrà indicare i limiti dell'influenza che la mafia ha esercitato sull'apparato politico e burocratico della Regione nei trentanni della sua vita. In questa sede di ricostruzione storica dell'impianto mafioso in Sicilia, è solo il caso di ricordare che più di una personalità, nelle dichiarazioni rese alla Commissione, ha parlato esplicitamente di infiltrazioni mafiose nella Regione o meglio di agganci tra il potere mafioso e il nuovo organismo, che pure era stato creato con ila speranza e nell’intento comune di riscattare ila Sicilia anche dalla oppressione che per decenni la mafia aveva esercitato sulle sue popolazioni.

Tra gli altri, il generale dei Carabinieri Forlenza ha specificamente accennato ad influenze mafiose nell’assunzione del personale e nel campo 'dell'edilizia, del credito e della scuola.

Senza entrare per ora nelle particolari vicende relative a questi settori, basta qui aggiungere che, per tutti i motivi che si sono prima esposti, la Regione fu fin dalle origini un organismo funzionalmente e politicamente debole e che, in una prospettiva storica, è proprio in questa circostanza che deve individuarsi uno dei fattori che contribuì nel dopoguerra a rinsaldare, in Sicilia, l'impianto del potere mafioso.

6 — Mafia e banditismo.

Messo alle corde sul piano politico, abbandonato dai potenti alleati di una volta, al separatismo, nella primavera del 1945, non restava altra via che quella dell'insurrezione armata. Pertanto, nel marzo del 1945, alcuni capi separatisti, anche se non i più prestigiosi, decisero di istituire un’organizzazione militare, l’EVIS (esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia) e ne affidarono il comando supremo al duca Guglielmo di Calcaci.

In quell’epoca peraltro nella Sicilia orientale erano già in opera, sempre nel nome del separatismo, alcuni raggruppamenti militarizzati al comando di Antonio Canepa, meglio noto col nome di battaglia di Mario Turri, palermitano di nascita, incaricato di storia dei trattati presso l’Istituto superiore di scienze economiche dell’Università di Catania. Canepa aveva iniziato a dare attuazione al disegno di organizzare nel catanese una vera e propria guerriglia, già dalla fine del 1944, impegnandosi con passione nella ricerca di giovani di sicura fede indipendentista, disposti ad arruolarsi nel suo piccolo esercito. Quando fu costituito l'EVIS, i capi separatisti presero contatti con Canepa e lo nominarono colonnello dell'esercito indipendentista, affidandogli il compito dell'effettiva preparazione militare e della guida delle truppe. Ma il 17 giugno 1945, Canepa fu ucciso dai Carabinieri in circostanze che sono rimaste avvolte nel mistero, tanto che la sua fine è stata anche attribuita alla reazione degli agrari, dato che Canepa, benché inserito nel Movimento separatista, cercava di portare avanti un discorso, che avrebbe potuto mettere in pericolo il sistema agrario sostanzialmente feudale, che ancora caratterizzava in quei tempi la società siciliana.

La morte di Canepa non impedì ai separatisti di perseverare nel loro disegno insurrezionale; essi anzi, per portarlo a termine, decisero di agganciare alcune bande di fuorilegge che allora operavano nell’Isola e in particolare quella di Rosario Avila, che terrorizzava le regioni orientali e soprattutto le zone di Niscemi e quella del più temibile Salvatore Giuliano, attestato con i suoi uomini nelle montagne attorno a Montelepre. In un suo rapporto del 18 febbraio 1946, al Ministro degli interni, il generale dei Carabinieri Amedeo Branca scrisse che «l'idea di aggregare ad elementi di fede separatista malfattori comuni è una trovata di Luciò Tasca, capo autorevole del Movimento separatista e padre di Giusoppe Tasca, il quale, dimenticando che viviamo in pieno secolo ventesimo, ha sempre affermato in politica che tutti i movimenti politici in Sicilia hanno trovato saldo appoggio nel brigantaggio comune».

È d’altra parte storicamente accertato che furono i capi mafiosi a favorire gli incontri e gli accordi tra i separatisti e i banditi. Nessuno meglio della mafia doveva aver capito in quel tempo che la speranza dei separatisti di una vittoria sul piano politico era ormai diventata impossibile, ed è quindi naturale che essa abbia cercato di giocare l’ultima carta della strumentalizzazione del banditismo dilagante anche a fini politici, per la difesa degli interessi connessi al mantenimento della struttura latifondistica dell’agricoltura siciliana.

In un rapporto del 7 marzo 1946 dell'Ispettorato di Pubblica sicurezza si legge testualmente: «Trattandosi di realizzare il fine politico agognato (separazione della Sicilia dall’Italia, lotta contro il comunismo) una delle figure più eminenti era il cavaliere Calogero Vizzini, che aveva avuto il compito di reclutare gli elementi torbidi della delinquenza dell’Isola».

Fu appunto Vizzini, come risulta anche da altre fonti, che con la sua presenza e le sue garanzie di mediazione e di protezione, incoraggio la decisione, presa dalla maggioranza dei capi separatisti, di ingaggiare i banditi, per continuare la lotta armata contro il potere dello Stato. Come già si è accennato, i capi più prestigiosi del Movimento e in particolare Antonio Varvaro, che ne guidava l’ala sinistra, non furono favorevoli alla suddetta iniziativa, convinti come erano che fosse preferibile Continuare in una azione di persuasione delle masse popolari.

Senonché il 3 ottobre 1945, per decisione del Governo Parri, Varvaro, Finocchiaro Aprile e l’avvocato Francesco Restuccia, un leader separatista di Messina, furono fermati e inviati al confino all’isola di Ponza.

Allora gli altri capi separatisti, temendo un intervento governativo ancora più energico, abbandonarono ogni indugio e diedero un colpo di acceleratore alla manovra, che già avevano iniziato, di agganciare definitivamente Giuliano e di convertirlo alla causa separatista. Il convegno conclusivo dei contatti inizialmente stabiliti tramite Pasquale Sciòrtino avvenne nella località di Ponte Sagana, a metà strada tra S. Giuseppe Iato e Montelepre, e si svolse a seguito dei preparativi e secondo le modalità che sono dettagliatamente descritte nel rapporto dell’Ispettorato di Pubblica sicurezza al Procuratore militare di Palermo:

«Giuliano incarico lo Sciòrtino e il Lombardo (Gaetano Lombardo, cugino di Giuliano) di invitare il barone La Motta, il duca di Cancaci e Pietro Franzone di recarsi da lui al Ponte Sagana avendo bisogno di conferire con loro. Essi si recarono infatti a Palermo in casa di La Motta, che trovarono in compagnia di Carcaci, Franzone, Concetto Gallo e dell'avvocato Sirio Rossi, intenti a studiare un piano tracciato su un foglio di carta, sul quale erano riportati alcuni punti strategici nei pressi di un fitto bosco in provincia dà Catania, dove i capi della Gioventù rivoluzionaria per l'indipendenza della Sicilia avrebbero voluto tendere un'imboscata alle forze militari inviate eventualmente contro le formazioni separatiste. Ultimata la discussione, partirono tutti, ad eccezione dell’avvocato Rossi, a bordo dell'automobile Bianchi di proprietà del La Motta, da lui stesso guidata, alla volta del Ponte Sagana. Ivi attendeva il Giuliano, protetto, a breve distanza, dai suoi gregari bene armati.

Si inizio la discussione sui piani tattici da attuare per la conquista simultanea della Sicilia, mediante moti insurrezionali e Giuliano presento il progetto di attaccare le zone di Montelepre, Borgetto, Partinico e località limitrofe, contemporaneamente ad altro attacco da effettuare dal Gallo nella Sicilia orientale, ciò che, secondo quegli strateghi da strapazzo, avrebbe disorientato ed annientato Polizia ed Esercito.

Sorsero divergenze fra Giuliano da una parte e Concetto Gallo e il duca di Carcaci dall'altra, pretendendo questi ultimi che Giuliano si spostasse in provincia di Catania per partecipare all’azione nella Sicilia orientale. Prevalse la volontà di Giuliano che non intese spostarsi dalla sua roccaforte di Montelepre.

Giuliano ebbe altresì un finanziamento di lire 10 milioni per l’attuazione del suo piano,ma il duca di Carcaci, il barone La Motta e il Gallo apparvero alquanto perplessi e indecisi. Intervenne in loro ausilio il Franzone, suggerendo che si sarebbero potuti trarre i mezzi necessari con il sequestro a fine di estorsione idi persone facoltose, proposta bene accolta dal duca di Carcaci, dal Gallo e dal barone La Motta, il quale si offrì di designare chi convenisse sequestrare, scegliendo fra persone di sua conoscenza, ma il Giuliano rifiuto sdegnosamente. Fu allora che il barone La Motta si impegnò a consegnare al bandito Giuliano la somma di un milione».

Dal momento in cui fu conclusa l’alleanza fra i separatisti e i banditi si ebbe una notevole recrudescenza di gravissimi delitti e frequentissimi divennero gli attentati e gli attacchi contro le forze di Polizia e in particolare contro i Carabinieri. Uno dei più gravi di questi episodi fu certo quello accaduto il 16 ottobre 1945, quando il bandito Rosario Avila, anche lui agganciato dai separatisti, si apposto con altri banditi in contrada Apa, nei pressi di Niscemi, e attacco una pattuglia di sette carabinieri, riuscendo ad ucciderne tre.

A distanza di pochi mesi dal fatto di Ponte Sagana, lo stesso Ispettore di Pubblica sicurezza riferì nel rapporto del 1946 che «la proposta fatta a Giuliano (dai separatisti) (era) stata attuata in pieno, a giudicare dal crescendo dei delitti di sequestro di persona, di estorsioni e di rapine».

La reazione delle forze dell'ordine comunque non si fece attendere e nelle prime ore del mattino del 29 dicembre 1945 forti contingenti di truppe, composti di reparti di fanteria e di Carabinieri, appoggiati dall'artiglieria e da cinque autoblinde, attaccarono a San Mauro le postazioni dell’esercito indipendentista, riuscendo ad averne la meglio dopo quasi due giorni di combattimenti. Successivamente, in una serie di altri scontri, le forze residue dell'esercito separatista furono finalmente debellate e costrette a cessare definitivamente la propria attività nel marzo del 1946, dopo altri sei mesi di lotta annata.

Nello stesso periodo, i Carabinieri e la Polizia riuscirono ad eliminare o ad arrestare numerosi delinquenti e a sgominare alcune tra le bande più feroci che avevano insanguinato l'Isola. Il 17 marzo 1946 venne trovato ucciso il bandito Rosario Avila e fu appunto in quella primavera che il triste fenomeno del brigantaggio si avviò all’esaurimento tanto che alla fine dell’anno erano state denunciate 200 associazioni per delinquere, 1. 176 banditi arrestati e 19 uccisi.

Ma nonostante l'impegno delle forze dell'ordine, il bandito più temibile e più prestigioso, Salvatore Giuliano, non fu catturato, e per molti anni ancora rimase a capo di una banda di fuorilegge decisi a tutto.

Nonostante la sconfitta dell’esercito separatista, gli eletti della zona di Montelepre, indubbiamente influenzati da Giuliano, continuarono ad appoggiare il Movimento indipendentista siciliano democratico repubblicano, che faceva capo ad Antonio Varvaro, che intanto il 3 maggio 1946 era stato liberato dal confino, insieme con gli altri capi separatisti. In particolare l'avvocato Varvaro ottenne un notevole successo personale alle elezioni regionali del 20 aprile 1947, ma sta di fatto che egli, oltre ad essere molto conosciuto nella zona, per esservi nato, aveva nettamente scisso a quell'epoca la propria posizione da quella dei separatisti agrari, mentre Giuliano dal canto suo non aveva ancora ceduto al ricatto degli agrari e degli interessati consigli di chi li rappresentava.

Questa naturalmente fu un’attività del tutto marginale rispetto alla spietata serie di delitti che Giuliano continuò a commettere, riuscendo ogni volta a sfuggire alle forze dell’ordine. Ed è proprio questa circostanza, al di là di episodi e di avvenimenti particolari, che ha indotto la Commissione a ritenere — come già si è detto nella relazione (settoriale) sui rapporti tra mafia e banditismo in Sicilia — che almeno per i primi tempi, dopo lo scioglimento dell'esercito separatista, la mafia continuò ad impegnare le sue forze a difesa di Giuliano e della sua banda, ancora nella convinzione di potere in questo modo portare a termine i propri disegni circa il mantenimento dell'equilibrio economico e sociale allora esistente in Sicilia.

Se infatti la banda Giuliano riuscì a resistere da sola per così lungo tempo nella zona di Montelepre, tenendo in scacco le agguerrite forze di Polizia, che già avevano dato prova della loro efficacia, deve necessariamente concludersi che ciò avvenne per la compiacente copertura assicurata dalla mafia a Giuliano e anche per le mene a cui i capi mafiosi seppero ricorrere nei rapporti con le forze di Polizia.

Non si può infatti dimenticare che in quel periodo il capomafia Ignazio Miceli idi Monreale tenne continui contatti con l’ispettore generale di Pubblica sicurezza Ciro Verdiani e che lo stesso fecero i mafiosi Marco Miceli e Domenico Albano di Borgetto, che furono coloro che avrebbero consegnato a Verdiani il primo memoriale di Giuliano.

La protezione della mafia non solo garantì per anni la impunità di Giuliano, ma gli consentì purtroppo di continuare nella sua efferata carriera criminosa, portando alla cifra incredibile di 430 il numero complessivo delle sue vittime.

Tra questi delitti commessi da Giuliano, nel tempo successivo allo scioglimento dell'EVIS, quello di maggiore risonanza fu certamente l’eccidio di Portella della Ginestra, dove il 1° maggio 1947, all’indomani delle elezioni regionali di quell'anno, si erano radunati, secondo una antica tradizione, i. lavoratori della zona per celebrare la festa del lavoro. Una gran folla si era già raccolta sulla collina ed era iniziato da poco il discorso del segretario del Partito socialista, quando dalle alture circostanti partirono i primi colpi di arma da fuoco, che avrebbero lasciato sul terreno un numero rilevante di morti e di feriti.

I responsabili defila strage furono subito individuati in Giuliano e nei suoi uomini e il processo fu celebrato dopo alcuni anni dalla Corte di Assise di Viterbo.

È superfluo rifare qui la storia di quell'episodio e delle connesse vicende giudiziarie relative all’individuazione degli eventuali mandanti della strage.

La Commissione, come già si è avuto modo di accennare, si è ampiamente occupata della questione, mediante le indagini di un apposito Comitato, che si conclusero con una relazione approvata all’unanimità nella seduta del 10 febbraio 1972.

Qui basta ricordare che il Comitato procedette ad un’analisi completa e dettagliata di tutta la documentazione relativa al processo per la strage di Portella della Ginestra e che, inoltre, nell’intento di approfondire in tutti gli aspetti e in ogni senso la questione relativa a possibili corresponsabilità nella preparazione dell’eccidio, il Comitato richiese ai Ministeri dell'Interno e degli esteri una serie di documenti concernenti, tper la maggior parte, le ordinarie informazioni che gli organi periferici del potere politico avrebbero dovuto trasmettere agli organi centrali.

I risultati dell'indagine sono stati purtroppo deludenti, in quanto si è accertato che le autorità impegnate nella lotta contro il banditismo non avevano fornito le opportune informazioni e giustificazioni circa il proprio comportamento, né si erano preoccupate di dare un contributo all'approfondimento delle cause che resero così lungo e travagliato il fenomeno del banditismo.

La Commissione, quindi, non può che ribadire che, malgrado tutti i tentativi compiuti, mancano allo stato degli atti validi elementi di prova per affermare che la mano di Giuliano sia stata armata da organizzazioni o personalità politiche; tutte le accuse formulate durante il processo di Viterbo e successivamente contro alcune persone (come presunte mandanti della strage) si sono finora rivelate prive di fondamento.

È probabile che Giuliano si sia deciso a un delitto così grave per dare una lezione ai contadini, che fino allora avevano contribuito, almeno col silenzio, ad assicurargli l'impunità, ma che ora sembrava che avessero capito come fosse necessario seguire una strada ben diversa, d'appoggio e di solidarietà alle forze politiche democratiche, per accedere finalmente alla terra cui ambivano da secoli. La preoccupazione di Giuliano di perdere l'aiuto e la comprensione dei contadini può averlo spinto all’infame delitto di Portella della Ginestra, nella convinzione di potersi così procurare, con la forza, una nuova protezione e nuovi alleati.

Resta comunque il fatto — e la Commissione già lo ha sottolineato nella relazione settoriale più volte ricordata (pag. 50) — che Giuliano ad un certo momento entrò nel complesso gioco di interessi retrivi e parassitari, strenuamente difesi dalla mafia, si rese esecutore dei suoi progetti di violenza, cerco infine di intrecciare le proprie imprese, in un disperato tentativo di acquisire impunità e salvezza, alle fortune dei ceti agrari e delle forze politiche a cui essi avevano affidato, di volta in volta, la sopravvivenza di un'egemonia considerata eterna.

Alla fine però queste speranze andarono deluse in coincidenza con la decisione della mafia di. abbandonare Giuliano per cercare nuove coperture e diversi strumenti di azione a difesa dei propri interessi.

Ma finché la banda non venne sgominata e Giuliano ucciso, l’azione delle forze di Polizia fu spesso inquinata da episodi e rapporti non sempre in linea con quelli che dovrebbero essere i doveri istituzionali degli organi dello Stato preposti al mantenimento dell'ordine pubblico.

È anzitutto pacifico e risulta accertato in sede giudiziaria nel processo per la strage di Portella della Ginestra che «un visibile contrasto» (come si esprime la sentenza di Viterbo) caratterizzo i rapporti fra i Carabinieri e i funzionari di Pubblica sicurezza per tutto il tempo in cui duro la lotta al banditismo. Più volte, nei suoi periodici rapporti al Ministero dell'interno, il generale dei Carabinieri Amedeo Branca non esito a denunciare le mene dei dirigenti di Pubblica sicurezza e più di una volta i piani elaborati dai Carabinieri vennero sventati all’ultima ora da contrordini o da interventi intempestivi degli uomini alle dipendenze dell’Ispettore Messana. Sull’altro fronte furono frequenti casi di confidenti della Polizia, uccisi o arrestati., dai Carabinieri e tra essi il più famoso fu certo Salvatore Ferreri (soprannominato fra Diavolo), intimo di Giuliano e confidente dell’ispettore Messana, ucciso il 26 giugno 1947 dal capitano dei Carabinieri Giallombardo, che venne poi trasferito per punizione in una sede della Calabria.

Inoltre, quando il Comando forze di repressione del banditismo, agli ordini del generale dei Carabinieri Luca, sostituì definitivamente l’Ispettorato di Pubblica sicurezza che aveva avuto fino ad allora la direzione delle operazioni, sembra certo che i funzionari sostituiti non consegnarono nemmeno «una carta» al comando dei Carabinieri. Per di più l’ispettore Ciro Verdiani, anche dopo essere stato esonerato dall’incarico, continuo ad occuparsi dell'affare Giuliano e tra l’altro ricevette il memoriale del bandito che avrebbe poi trasmesso all’indirizzo privato del Procuratore generale presso la Corte di Appello di Palermo Emanuele Pili.

Furono d'altra parte continui i rapporti che gli uomini della Polizia ebbero con i banditi colpiti da mandati di cattura e con lo stesso Giuliano. Così, è certo che l'ispettore Verdiani si incontrò personalmente con il capobanda, alla presenza di Gaspare Pisciotta, e del mafioso Miceli; così la sentenza di Viterbo diede per certo, nonostante il diniego del funzionario, che l’ispettore Messana si serviva come confidente del terribile bandito Ferreri (fra Diavolo) e che il Ferreo aveva una tessera di riconoscimento che gli permetteva di circolare liberamente in Sicilia. Anche Pisciotta ebbe il suo tesserino dal colonnello Luca e dopo la morte di Giuliano fu accolto come ospite nell'appartamento occupato a Palermo dal capitano dei Carabinieri Antonio Perenze.

La Commissione ha già rilevato che per una parte questi e simili episodi trovano una sufficiente spiegazione nell'eccezionalità della situazione che aveva creato il banditismo nella Sicilia occidentale.

«Giuliano» ha dichiarato alla Commissione un funzionario di Polizia «faceva la guerriglia, e bisognava rispondere con una controguerriglia»; sicché si può pure capire come le forze dell’ordine abbiano pensato di dover ricorrere in quegli anni terribili a metodi insoliti non sempre conformi ai loro doveri istituzionali; e si può anche essere d’accordo col colonnello Luca, che tutto quello che facevano Polizia e Carabinieri «era diretto a buon fine e se talvolta era spregiudicato, era fatto per combattere elementi estremamente spregiudicati».

Non si può essere certi però che simili metodi siano stati davvero. più redditizi di quelli normali, se si pensa che molti pericolosi banditi rimasero in libertà nonostante che gli organi di Polizia avessero con loro frequenti e normali rapporti, e che potettero perciò continuare indisturbati la loro attività delittuosa, a mantenere ancora in vita per un lungo tempo ila banda Giuliano, se così si può dire, col consenso degli organi statali.

Furono d’altra parte proprio questi metodi a permettere a Gaspare Pisciotta di gridare nell’aula della Corte di Assise di Viterbo: «siamo un corpo solo, banditi, Polizia e mafia, come il padre, il figlio e lo spirito santo». Si trattò, è evidente, di una vanteria interessata e ad effetto, ma di fronte a certe verità sarebbe ingenuo negare che la frase esprime anche il radicato convincimento dei fuorilegge di essere, alla fine, più forti dello stesso Stato, proprio per ila somma dei poteri reali che possono esercitare nell’ambiente in cui vivono ed operano. I conflitti tra le forze dell'ordine, l’insufficiente coordinamento che vi spinse in quei tempi la loro azione, la necessità confessata di dover ricorrere all'aiuto degli stessi banditi e della mafia, per poter ristabilire la pubblica tranquillità, furono tutti elementi che dovettero ingenerare (allora, come sempre) il diffuso convincimento di una organica debolezza dello Stato, nuocere alla sua stessa credibilità, convincere il popolo della opportunità che gli organi dal potere formale fossero suppliti, nelle naturali funzioni di governo della società, dai più forti detentori di un potere informale.

Non poteva essere più chiara la confessione di impotenza dello Stato, nel momento in cui le forze di Polizia accettarono esplicitamente l'aiuto interessato della mafia, prima per fare il vuoto intorno a Giuliano e poi per poter definitivamente liberare l'Isola dalla sua presenza.

Può dirsi ormai storicamente accertato che fu la mafia di Monreale, capitanata dai Miceli e da Nitto Minasola, a frantumare le ulteriori resistenze della banda Giuliano e a permettere la cattura di alcuni degli uomini che gli erano più vicini (Castrense Madonia, Nunzio Badalamenti, Frank Mannino), e fu sempre la mafia che, puntando sul tradimento di Gaspare Pisciotta, arrivo alla liquidazione fisica di Giuliano, per l'interesse che aveva al suo definitivo silenzio sulle troppe cose che forse sapeva.

Il 5 luglio 1950, infatti, i Carabinieri si trovarono tra i piedi il cadavere di Giuliano. Il compito di Pisciotta — ha detto alla Commissione il capitano Antonio Perenze — non era quello di uccidere il bandito, ma solo di stanarlo. La dichiarazione però lascia perplessi in quanto dalla relazione della Commissione ministeriale d’inchiesta sulla attività di Luca risulta che Perenze entrò nella casa in cui si trovava Giuliano e gli sparò contro una scarica di mitra, senza prima accertarsi se fosse vivo, ciò che evidentemente significa che le forze dell’ordine lo volevano prendere morto.

Al processo di Viterbo, Pisciotta proclamò di essere stato lui ad uccidere Giuliano, ma troppe circostanze mettono oggi in discussione anche questa versione.

La Commissione però non ha potuto reperire sul punto nuovi elementi di prova che servissero a chiarire, in tutti i suoi particolari, le vicende che portarono all'eliminazione di Giuliano. Gli ostacoli maggiori su questa via sono venuti dal ritardo e dall’incompletezza ohe hanno caratterizzato la pubblicazione dei documenti relativi alle vicende di quegli anni. Come già si è accennato, la stessa Commissione non ha trovato, in questo settore, la necessaria collaborazione delle autorità governative e non è stata messa in grado di approfondire fino in fondo il rapporto tra mafia e banditismo.

È tuttavia merito indubbio della Commissione aver contribuito, con le sue indagini su quegli anni torbidi della nostra vita nazionale, a indurre la Magistratura palermitana a riaprire un’istruttoria formale sul persistente mistero della strage di Portella della Ginestra e sui punti oscuri relativi alla morte di Salvatore Giuliano.

È sperabile che nel prossimo futuro si possa fare piena luce su quei tragici avvenimenti, ma già ora si può dire che le tragiche vicende che portarono alla morte di Giuliano confermano in pieno l'orgogliosa affermazione di Calogero Vizzini che contro i banditi nulla avrebbero mai potuto la Polizia senza l'appoggio della mafia.

Si tratta purtroppo di una verità amara, ma di una verità che è resa ancora più amara dalla falsità della versione iniziale circa la morte del bandito.

Fu d’altra parte proprio la certezza, ben presto acquisita dalle popolazioni locali, che era stata in definitiva la mafia a liberare l’Isola dal terribile flagello del banditismo a costituire l’ultimo, ma non certo il meno importante, dei fattori che contribuirono nel dopoguerra a ristabilire l’oppressione del potere mafioso sulle contrade della Sicilia.

















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